Renzi e il Muro

E’ appena il caso di ricordare che alla caduta del Muro di Berlino, 25 anni fa, il Partito Comunista Italiano era ancora in piedi. L’anomalo ritardo della sinistra italiana di allora spiega lo stravagante balzo in avanti sulla via liberal-democrat dell’attuale sinistra renziana. Oggi come allora, a ben vedere, il maggior partito della sinistra italiana costituisce un’anomalia in Europa. Oggi come allora, nei maggiori paesi dell’Europa Occidentale la sinistra è presidiata da grossi partiti socialdemocratici, socialisti, laburisti; mentre in Italia, al posto del Partito Comunista abbiamo uno strano Partito Democratico americanizzante.

Ciò è dovuto alla mancata socialdemocratizzazione della sinistra italiana. Si dirà: ma come è possibile questo se Renzi ha già superato la socialdemocrazia? Se perfino il partito dei D’Alema e dei Bersani era già socialdemocratico da tanto tempo? Se il prestigio della socialdemocrazia dà segni di sgretolamento un po’ dappertutto nel mondo occidentale e già si guarda ad un suo superamento o a una sua rimodulazione?

In primo luogo bisogna chiarire cos’è nei fatti la socialdemocrazia o il socialismo-democratico. Il socialismo, inteso come sistema, è incompatibile con la democrazia liberale. Socialismo-democratico è quindi un eufemismo per democraticismo-sociale: è solo una denominazione che ha reso meno dolorosa la resa della sinistra al sistema liberal-democratico. Col socialismo-democratico i socialisti hanno abbandonato la lettura rivoluzionaria-marxista della realtà, hanno legittimato i loro avversari politici, e sono diventati dei democratici fautori dello stato sociale. In breve, i partiti socialdemocratici sono stati i partiti dello statalismo classico in un contesto liberal-democratico.

In secondo luogo se è vero che, a parole, la socialdemocrazia ha perso molto del suo prestigio; è anche vero che che il liberalismo (nel significato europeo-continentale legato alle implicazioni economiche del termine) oggigiorno viene indicato come causa strutturale dell’epocale crisi economica occidentale. In ciò vi è una lampante contraddizione. Che si spiega col fatto che in realtà, nel mondo occidentale, gli spazi per l’economia liberale si stanno progressivamente stringendo da almeno un secolo. La crisi che stiamo vivendo è stata prodotta da due forme di interventismo statale: lo statalismo classico, indirizzato a scopi sociali, fondato sul welfare e il debito pubblico, che confisca i redditi; il libertinismo economico di origine anglosassone, indirizzato alla crescita economica, fondato sul governo disinvolto del sistema bancario, la politica monetaria e i debiti privati, che confisca i risparmi. In tutti due i casi è la logica di mercato a venire penalizzata, se non bellamente ignorata. E non è un caso, infatti, che nella speranza di risolvere la crisi con ricette miracolistiche, molti guardino all’intervento dello Stato o a quello della Banca Centrale, indulgendo perciò negli stessi errori che alla crisi ci hanno portato.

In terzo luogo socialdemocratizzazione non significa solo abbandonare ricette politico-economiche per abbracciarne altre; implica pure un cambiamento della forma mentis, una rivisitazione dolorosa ed onesta della propria storia, riconoscere finalmente le ragioni degli altri. La sinistra italiana non ha mai fatto questo: ha preferito saltare a piè pari la questione socialista ed approdare direttamente al democraticismo. Ne è venuta fuori una specie di schizofrenia il cui frutto più caratteristico è stato il veltronismo, salottiera filosofia grazie alla quale si poteva civettare con Kennedy e l’America senza per questo rinunciare ad uno solo dei miti della vulgata antifascista della storia dell’Italia repubblicana, a cominciare dal culto di Berlinguer, incompatibile con qualsiasi svolta socialdemocratica.

Nel fare suo il Pd Renzi non ha risolto questa contraddizione, ma ha anzi portato al punto di rottura le tensioni interne alla sinistra. Il suo è quel Partito della Nazione che era nella mente (e anche nelle parole, ce lo siamo forse dimenticato?) dei fautori del “Fare presto!”, cioè dei fautori del populismo tecnocratico (sì, populismo, anche se con la puzza sotto il naso), e che doveva essere guidato da quella macchietta seriosa dal nome di Mario Monti. Neanche un’Italia sfiancata dai consigli degli ottimati poteva accettare una così libresca ipotesi. L’outsider Renzi colse l’occasione per dare a questa proposta un’immagine più genuina, giovanilista ed accattivante, più democratica nello spirito se non ancora nelle forme: i grandi giornali che avevano appoggiato Monti vi si acconciarono di buona o mala grazia, una parte dell’Italia moderata vi si arrese per stanchezza.

E così, almeno sulla carta, in Italia siamo in presenza di una situazione paradossale: abbiamo a sinistra il più grosso partito liberal e nello stesso tempo, come per il passato, la più vasta sacca di radicalismo politico di massa della vecchia Europa occidentale: una frangia massimalista valutabile in circa un quarto dell’elettorato italiano (Movimento 5 Stelle più sinistra varia), senza contare che la fronda anti-renziana all’interno del partito e dell’elettorato democratico non aspetta altro che un indebolimento delle fortune di Renzi per venire allo scoperto senza infingimenti.

Da ciò si capisce che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è ancora avvenuta, che Renzi ha sfondato, per così dire, sfondando al centro, e che il problema strutturale costituito dal radicalismo di massa di sinistra è ancora drammaticamente vivo, e che questo Muro di Berlino della politica italiana è ancora in piedi. Coloro che per opposte ragioni, positive e negative, accostano la figura di Renzi a quelle di Craxi e Berlusconi, sbagliano. Al di là degli aspetti superficiali che li accomunano (una forte impronta personalistica, per esempio, declinata naturalmente ciascuno a suo modo), Craxi e Berlusconi, a sinistra e a destra, hanno rappresentato un tentativo di normalizzazione della politica italiana: riunire la sinistra in una piattaforma socialdemocratica, il primo; riunire la destra in una piattaforma liberal-conservatrice, il secondo. Ma ciò significava rivoluzionare non solo la politica italiana ma anche la cultura italiana, intesa nel senso più largo; significava costringere gli italiani ad un esame di coscienza e a rivisitare la propria storia; ed è per questo che sono stati tanto odiati. Mentre Renzi ha fatto esattamente il contrario. Il suo modernismo è monco: guarda al futuro, quasi ossessivamente, senza però fare i conti col passato. Ciò gli ha permesso di vincere, fin qui, a mani basse, e forse gli consentirà di diventare il dominus della politica italiani dei prossimi anni e forse, volendo essere oltraggiosamente ottimisti, di modernizzare davvero l’Italia. Il suo progetto politico è però infecondo: se la politica italiana vorrà ritrovare una salutare normalità, e strutturarsi in armonia coi tempi ma anche con la propria storia, ai solchi tracciati da Craxi e Berlusconi dovrà per forza tornare.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (167)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CORRADO PASSERA 24/02/2014 Quando ormai nessuno più ci credeva, l’ex banchiere e super-ministro del governo Monti ha lanciato quello che i giornali hanno chiamato il suo “movimento politico”. A dire il vero lui l’ha chiamato il suo “progetto politico”. Questo al momento di gettare le fondamenta di quello che dovremmo chiamare il suo “partito”, dopo anni di cincischiato lavoro attorno al “progetto”. Diciamo allora che parrebbe – parrebbe – che il dado sia stato tratto, ma che non si sa ancora se il Rubicone sia stato veramente passato. Sui contenuti l’aria è piuttosto fritta: «bisogna partire dalle cose vere, dai bisogni concreti»; in compenso, però, in piglio è risoluto: «Non è il momento di piccoli passi né di perdere ulteriore tempo». Sulla collocazione politica del nuovo partito siamo alle solite: «non sarà né a destra, né a sinistra»; in compenso, però, il “progetto” vuole parlare alla gente: «il movimento sarà radicato». Come quest’ultima cosa possa avverarsi è un grande mistero, visto che per Passera il nuovo movimento sarà «un incubatore di competenze», una di quelle stravaganze lessicali che fanno la felicità dei tecnici o dei professori prestati alla politica, ma che rendono il popolo profondamente sospettoso. La scelta del nome del partito mi risulta poi abbastanza misteriosa. Io almeno non ci arrivo. Non so a voi, ma a me di primo acchito “Italia Unica” ha fatto pensare al “Modello Unico”, e trovo il fatto ben poco lusinghiero per i cervelloni del team di Passera, non si sa dove incubati.

IL CASO DEL MONTE 25/02/2014 Come ogni inchiesta che tocca la sinistra, anche quella sul disastro del Monte dei Paschi segue il collaudatissimo schema inaugurato con Mani Pulite: una breve fiammata mediatica iniziale; poi, pian pianino, il tempo comincia a scorrere inesorabile, la discrezione si fa totale, il silenzio tombale, e il tonfo sordo sul selciato di uno che si butta dalla finestra raggela più che scuotere. Ogni tanto c’è una novità, ma è robetta. L’ultima, per quanto riguarda l’istituto senese, un nuovo filone d’inchiesta su una truffa di una cinquantina di milioni di euro, che vede indagati ex funzionari della banca e dei broker finanziari, tanto per ribadire quello che tutti avremmo ormai dovuto capire: ad affondare il Monte è stata una cricca di avventurieri capitati da chissà dove e mandati da chissà chi. Insomma, è un caso Lusi all’ennesima potenza. Ebbene, deludendo i tantissimi berlusconiani che mi seguono, voglio dire chiaro e forte che per me questa è un’inchiesta esemplare. Infatti la magistratura qui non ha fatto sociologia da quattro soldi: si è interessata solo di quanto penalmente rilevante, non ha sindacato sulle strategie della banca, legittime anche quando disastrose, non ha messo il naso sui rapporti formali e informali con politici ed istituzioni. Ed è per questo allora che noi tutti abbiamo il diritto/dovere di rispondere a questo quesito di alta rilevanza politica e morale, anche se non penale: i politici, le istituzioni, i clienti, i cittadini, le associazioni, insomma tutto il mondo che ruota da una vita attorno al Monte, come lo dobbiamo chiamare? Complice, ebete, o vittima dei compagni di Roma?

STAFFAN DE MISTURA 26/02/2014 Per quale motivo uno come lui, che durante una quarantennale carriera in giro per il mondo era riuscito a levigare perfettamente una personalità già ben disposta verso quel garbo inconcludente e soddisfatto di sé che si richiede ad un diplomatico dell’Onu, abbia accettato dal governo Letta l’incarico di inviato speciale in India per il caso dei marò è un mistero. E perché il governo Letta gliel’abbia offerto, anche questo è un bel mistero. La missione era fatta apposta per una carogna alla Sergio Marchionne. In un annetto da inviato speciale De Mistura non ha perciò cavato un ragno dal buco. Gli indiani l’hanno inquadrato subito e se la sono presa anche più comoda di prima. Che nell’arte del prender tempo con soporifera imperturbabilità gli indù siano dei campioni, adesso l’ha capito anche lui. Disperato, comincia a mettere le mani avanti: i marò, dice, sono «militari italiani, militari europei e, se dovessero essere mai un giorno giudicati vanno giudicati in Italia. Comunque sia, devono tornare in Italia. Su questo credo che questo governo, come i governi precedenti, non mollerà mai». Espressione volitiva, quest’ultima, del genere di quel mantra che ci ronza negli orecchi da almeno un quarto di secolo: «L’Italia ce la farà!».

LA RUSSIA DEI SOGNATORI 27/02/2014 I sondaggi vanno sempre presi con le molle, e sempre interpretati. Figuriamoci quelli che vengono fuori dalla Russia. Ciò detto, secondo un sondaggio condotto dal centro demoscopico indipendente Levada, anche per molti russi si stava meglio quando si stava (incommensurabilmente) peggio, cioè ai tempi dell’Urss. Al momento attuale quattro russi su dieci la pensano così; due su dieci invece approvano l’attuale stato di cose; e solo altri due su dieci tifano per la democrazia all’occidentale. No, non è che i russi siano diventati matti. Senza che lo sappiano, sono solo diventati abbastanza frivoli da frignare all’occidentale, cioè sproloquiando a bella posta sul buon tempo antico. Fatto sta che però, secondo l’istituto, il 56% dei russi preferirebbe tornare alla pianificazione statale e alla redistribuzione, e solo il 29% sarebbe favorevole all’economia di mercato. Insomma, alla figura del padrone sono tuttora affezionati, e molti lo vorrebbero assai più autorevole, autoritario, paterno e sollecito di quel liberale dello Zar Vladimir. Sono, quest’ultimi, quelli che sotto sotto sognano anche loro, e a loro modo, una bella primavera russa. Ditelo ai sognatori di casa nostra.

GIUSEPPE FIORONI & MASSIMO D’ALEMA 28/02/2014 Manca ancora molto alla fine della tragicommedia ma un primo passo è stato fatto: la direzione del Partito Democratico (Italiano), a terrificante maggioranza, neanche fosse ancora un comitato centrale (121 sì, 1 no, 2 astenuti), ha scelto di entrare nel Partito Socialista Europeo. A suo tempo per i post-comunisti la stravagante opzione “democratica” nasceva da una doppia esigenza: quella di saltare a piè pari la questione socialdemocratica; e quindi quella di acquistare una componente centrista che si ponesse a garanzia della loro moderazione e credibilità e che nel contempo aumentasse la massa critica della sinistra. Per gli ex democristiani di sinistra l’opzione “democratica” servì invece per nascondere la loro resa alla sinistra sotto il manto della resa dei post-comunisti al loro zelo missionario. Eppure c’è ancora qualche giocherellone che fa finta che non sia andata così. «Per quanto mi riguarda avendo un tempo convenuto sulla opportunità di non morire da socialdemocratici, ribadisco la speranza di vivere da democratici», ha detto il cavaliere solitario del “no” Giuseppe Fioroni. All’utile idiota ha risposto caustico Massimo D’Alema: «C’è tra di noi chi teme, non senza ragione, di morire democristiano. C’è poi chi non vuole morire socialista. Io mi limiterei alla prima parte di questa affermazione, che è compresa da tutti i cittadini. (…) La nostra adesione deve avere un forte impegno innovativo, dobbiamo contribuire a creare una vera forza politica europea progressista, dalla politica economica ad una svolta in politica estera europea. (…) Non è una resa, ma un grande passo avanti». Solo che a non voler morir socialista fu anche un padre di questa sinistra come il venerato Enrico Berlinguer, il quale ancora alla fine degli anni settanta proclamava: «non siamo e non diventeremo mai socialdemocratici!» Ma non lo state tradendo, il vostro santino, caro D’Alema? O forse avete finalmente capito anche voi, coi soliti trent’anni di ritardo, che il padre della velenosa questione morale, se non fu un vero e proprio babbeo, quantomeno rappresentò una vera e propria sciagura per la sinistra e per l’Italia?

Monti e il centrodestra

Monti può fare adesso tre cose:

  1. Non candidarsi, aspettare gli eventi e fare la riserva della repubblica. Questa scelta obbedirebbe alla sua più vera natura. In questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  2. Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. Anche in questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  3. Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica».* Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. Loro lo sanno benissimo. Scriveva ieri il direttore de L’Unità, Claudio Sardo:

Eppure [la discesa in campo, NdZ] sarebbe per Monti un gravissimo errore. Perché, anche se Berlusconi fosse davvero completamente irrilevante – e questo non è, come ha dimostrato lo stesso premier con le sue clamorose dimissioni – Monti sarebbe costretto a giocare nel campo disegnato da Berlusconi, quello della seconda Repubblica, vanificando di colpo la transizione avviata dal suo governo. Non sarebbe più Monti al centro di un’area europeista, composta dal centrosinistra e dai moderati, ma verrebbe sospinto in uno spazio dove convivono pulsioni populiste e antieuropee.

* E’ una verità che si può cogliere anche nelle piccole cose: basti pensare che il gruppo socialista europeo ha dovuto cambiare la sua ragione sociale al solo scopo di accogliere fra le proprie fila gli stravaganti “democratici” italiani.

La socialdemocrazia in Italia

Fuori dalle astrazioni teoriche, che lasciano il tempo che trovano, cosa significa dal punto di vista politico e nel concreto della storia contemporanea il termine «socialdemocrazia»? Tre cose:

  1. L’abbandono della fede nel «sistema socialista» e l’accettazione del «sistema democratico» (borghese). Il «sistema socialista» è incompatibile col «sistema democratico». Un «sistema socialista» è un sistema «compiuto», perfetto; la democrazia non lo è mai. Se vi domandate come mai in Italia una marea di imbecilli parli continuamente di «democrazia compiuta», ora lo sapete: non sono democratici. Socialdemocrazia, quindi, nei fatti significa «democrazia sociale» piuttosto che «socialismo democratico».
  2. La riconfermata propensione, più o meno accentuata, per lo statalismo e per le idee «laiche e di progresso».
  3. L’abbandono dell’antropologia giacobina, nata dallo spirito di fazione e propedeutica alla presa del potere, che divide la nazione in due parti: quella sana, onesta, virtuosa, migliore, e «democratica»; e quella insana, disonesta, corrotta, peggiore e «antidemocratica».

La sinistra italiana non è socialdemocratica perché non ha mai affrontato il terzo punto. Nei comunisti il giacobinismo era avvolto in panni marxisti. Orfani del marxismo, i comunisti sono rimasti nudi, ossia giacobini. La «lotta di classe» è stata sostituita dalla «questione morale», ossia la continuazione del comunismo con altri mezzi. Al fattore K è subentrato il fattore G. E l’immobilismo italiano è continuato. A tutto favore degli esaltati, dei giustizieri, degli estremisti e dei cultori della legalità da una parte; e dei «mariuoli» dall’altra. Sono le due facce, entrambe disoneste, della stessa medaglia.

L’incompiuta trasformazione socialdemocratica in Italia ha lasciato in vita il mito del «centro». Il «centro» è la destra perbene, addomesticata e legittimata dalla sinistra comunista e giacobina, che, dentro un «sistema democratico» (borghese), sta alla seconda come il Partito dei Contadini stava al Partito Comunista nelle defunte «democrazie» popolari dell’Est europeo. Il «centro» serve per bloccare ogni evoluzione politica della destra, ossia il progressivo assorbimento nel «sistema democratico» di ciò che resta di quel radicalismo di destra che per comodità possiamo chiamare «identitario», e l’apertura verso le istanze «liberali». Il fenomeno politicamente non è contraddittorio perché è naturale che quando vengono liberate le vie di accesso alla destra, che fino a quel momento non poteva nemmeno chiamarsi «destra», ad essa concorrano come ad un gran fiume tutti gli affluenti. Questo è stato il significato politico del «berlusconismo».

Si capisce allora perché quegli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il «sistema democratico» (borghese) siano stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal «ministro della malavita» Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere. A quella astratta creatura d’importazione che è il «liberale» italiano tutto questo è sempre sfuggito, e nel suo gran dispitto intellettuale ha spesso collaborato allo sfascismo italico. L’irrilevanza politica se la merita tutta.

Fumo

La politica italiana è strutturata male. Anzi, manca proprio di una struttura. Non starò qui a spiegarne le cause, perché l’ho fatto troppe volte. Voglio solo gettare luce sul campionario di reticenti corbellerie che i politici, gli aspiranti politici e gli opinion makers sono costretti a dire ogni giorno pur di girare intorno alla questione principale. Che è questa: l’Italia, per ritrovare un equilibrio politico funzionale, e quindi calato nella storia, ha bisogno di un forte partito conservatore e di un forte partito socialdemocratico. Se ancora disturba la franca parola “conservatore” chiamiamolo pure partito “popolare”, quello che d’altra parte in Europa oppone resistenza al liberalismo economico ed è “liberal” in tutto il resto quasi come il confratello socialista. D’altronde non si capisce come l’esecrazione, più o meno scoperta ma generalizzata, di cui è oggetto il popolo italiano, possa accompagnarsi alla speranza di una stagione nuova, nella quale le plebi si ritroveranno di colpo illuminate. No, queste due schifezze, il partito socialdemocratico e quello conservatore, di cui Berlusconi ha gettate le fondamenta, vanno benone. Se vanno bene nell’Europa civilizzata perché non dovrebbero andare bene da noi? Una politica fattiva deve partire dalla realtà. Sennò è un imbroglio.

Così succede che Bersani vada a Parigi per sostenere Hollande nella corsa all’Eliseo e si scopra socialista, con gran disappunto di certi ex democristiani del suo partito, che tifano per il “democratico” Bayrou e chiedono chiarimenti. Sempre a sinistra succede che Eugenio Scalfari ormai ce l’abbia a morte coi sanculotti delle piazze pulite, cogli estremisti dell’antipolitica e dell’anticasta, ignorando bel bello che quel popolo si è abbeverato alla fonte del suo giornale per decenni. Ma allo stesso tempo non vuol sentir parlare di partito socialdemocratico: per il fondatore di Repubblica la sinistra si divide tra i giacobini ragionevoli e quelli irragionevoli, come un giorno i comunisti si dividevano tra i fedeli al partito e i trozkisti, e come oggi l’oltranzismo divide Gian Carlo Caselli dai No-Tav, per dire della modernità della nostra intellighenzia progressista.

Sulla natura e gli scopi del governo tecnico segnaliamo il bisticcio bocconiano tra Giavazzi e il presidente del consiglio. L’editorialista del Corriere, con qualche allarme del giornale per cui scrive, scopre che Monti al governo cammina lento come una lumaca sulla via delle para/mezze/finte liberalizzazioni e delle riformicchie, e Monti scopre che la politica è tutt’altra cosa che i ferrei propositi da salotto, e poi lo spiega con piccato riguardo al suo ex collega.

Mentre Fini scopre che con l’avvento del governo Monti il Pdl non è morto e non si è neanche deberlusconizzato del tutto; per cui dopo aver tagliato i ponti con Silvio, ora vuol tagliare definitivamente i ponti anche con la sua creatura. Dadaista più che futurista, il leader del Fli immagina che il Terzo Polo dovrà andare oltre se stesso, ed essere centrale ma non centrista, un’orchestra – un quartetto d’archi, al massimo, dico io – nazionale, liberale, socialista, cattolica. Sembra il club dell’Italia di Mezzo di folliniana memoria: le acrobazie lessicali hanno il timbro del democristiano fatto e soprattutto finito. Un altro futurista, un altro “liberale”, Montezemolo, scopre che la sinistra è ancora radicale, che i compagni sono passati troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, e solo ora stanno scoprendo “con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta”. Nel campo opposto (che sarebbe la “destra”, ma Luca cuor di leone non osa nominare una cosa così immonda) si guarda al passato. Cosicché serve di nuovo un forte segnale di “discontinuità”, un’offerta politica che sappia vincere il cuore dell’Italia liberale, e lui si propone come il Principe Azzurro. Infatti è una favola: lui non è la signora Thatcher e quell’Italia non esiste. Sic et simpliciter. In quella stessa destra, la Lega, dopo le rodomontate delle settimane scorse, è tornata a più miti consigli e non chiude più le porte ad una nuova alleanza col Pdl se le elezioni amministrative dovessero risolversi in una mezza batosta. Sullo sfondo l’impotente gruppettarismo libertario, che vede i mali ma spera in una rivoluzione dalla quale sarebbe spazzato via del tutto da quella società di cui ora è ai margini.

Insomma, tutto un festival di velleitarismo rivoluzionario, cui la realtà fa schifo, e che consegna la politica all’immobilismo. Ossia al presidio accidioso delle proprie prebende. Fumo. Fumo, fumo, fumo!, per dirla col protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, disgustato dalle vane chiacchiere sui destini della Russia dei suoi compatrioti del secolo XIX, tutti animati da uno spirito messianico, fossero essi radicali, occidentalisti, o slavofili.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La bocciatura di D’Alema e la vera anomalia italiana

Spezzaferro D’Alema piegato da una donna. E che donna! Tiriamo veramente un sospiro di sollievo. In un soprassalto di ragionevolezza, e senza dubbio anche per fare un dispetto allo stagionato erotomane che regge i destini italici (la butto lì come àncora di salvezza per i disperati firmaioli di Repubblica) l’Europa ha scelto una Mrs Pesc quale Mr Pesc, l’alto rappresentante, nel senso che non conta un piffero, della politica estera del nostro continente: è la strepitosa antivelina Catherine Ashton, la donna, nel senso di femmina, che è in realtà il segreto e insospettabile sogno erotico dei politici di mezza Europa in cerca di selvagge trasgressioni dopo la sbandata un po’ troppo ortodossa per i trans. Sono sicuro di una cosa: l’unico che avrà il coraggio di avvicinarla e di mostrare in pubblico qualche tratto di galanteria verso questa soggiogante bruttezza sarà proprio il nostro Cavaliere. Se poi la conquisterà sarà a tutto vantaggio dell’interesse nazionale, per piccolo che sia; e a tutto svantaggio dell’equilibrio psichico di Martin Schulz, il presidente del gruppo parlamentare socialista europeo, che ieri, da vero fissato, ha accusato del fallimento della candidatura D’Alemiana, fra l’incredulità dei suoi stessi fissati fans subalpini, “il mancato impegno del governo italiano”.

Massimo D’Alema è stato trombato naturalmente per due ragioni semplicissime: perché per gli europei dell’Est il nostro fuoriclasse resta né più né meno che un “ex comunista”; perché per gli europei dell’Ovest non è un dichiarato “socialdemocratico”, in quanto il Partito Democratico non fa parte del gruppo socialista, ma di un’alleanza allargata di sinistra messa in piedi al solo scopo di adattarsi alle stranezze italiane. Eccola qui, per chi la voglia vedere nella sua esemplare chiarezza, la dura replica della storia alle ambiguità colpevoli della sinistra italiana. Se essa vent’anni fa, invece di tirare vigliaccamente le monetine al cinghialone, si fosse imbarcata in un’onesta trasformazione socialdemocratica, e non avesse optato per l’imbroglio “democratico” che consentiva ai naufraghi del comunismo, cambiando tutto, di mantenere però il caratteristico spirito settario che avvelena la vita politica italiana, oggi perfino il nostro indisponente Spezzaferro sarebbe un “socialista” come gli altri, all’Est e all’Ovest. Questa è la vera anomalia italiana: Berlusconi ne è il riflesso, e solo in parte. Per nostra fortuna. Bersani ci pensi.

Partito Socialdemocratico? Daaaa!

E’ ormai evidente a tutti che la sinistra italiana è incapace di badare a se stessa. Ecco perché, per il bene del paese, una persona con la testa sulle spalle, il sottoscritto, ratzingeriano & berlusconiano, sente il dovere morale di indicare la via a questi somari: ora o mai più!

Un fantasma s’aggira per l’Italia: il fantasma del Partito Socialdemocratico. Voi non lo vedete, non lo sentite forse, ma cresce inesorabilmente a dispetto del fatto che non lo vogliate né vedere né nominare, come una gravidanza nascosta di cui ci si vergogna, eppure terribilmente vera e carnale. Ma le doglie non sono tante lontane, e molte cose congiurano adesso per rompere finalmente i tabù e dare il ferale annuncio: il naufragio della sinistra “democratica” alle prossime elezioni europee, la crisi economica mondiale, la messa all’indice del liberismo, che qualche bello spirito voleva perfino di sinistra, e il ritorno in auge delle oppiacee teorie del santone Keynes, l’unico moltiplicatore di pani e di pesci, dopo Dio in persona, che la storia abbia mai conosciuto.

O sinistra, sinistra che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti son mandati, quante volte si sarebbe potuto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Eravate comunisti, non ne avevate imbroccata una che fosse una nella vita, ma mai avete voluto pentirvi! Invece di percorrere la strada onesta che tutti i vostri confratelli europei hanno seguito da tempo immemore, vi siete fatti sedurre dal Diavolo, con la pervicacia propria dei negatori della verità, pur di risparmiarvi per orgoglio e viltà il piccolo e salutare dolore di un esame di coscienza. Dispensatori di anatemi e benedizioni, per rimanere antropologicamente comunisti e giacobini, e per resistere allo stesso tempo alla modernità, senza esser costretti ad abiurare con un onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico, avete fatto della sinistra una griffe: la griffe dei migliori. I migliori sindacalisti, come i migliori imprenditori; i migliori cattolici come i migliori laici; i migliori difensori dello stato sociale come i migliori liberali; e poi i migliori intellettuali & i migliori magistrati & i migliori banchieri & i migliori artisti. E così, poveri deficienti (non vi adombrate, lo dico per il vostro bene, l’amore corregge anche con la sferza, se necessario), e così, branco di lazzaroni, vi siete imbarcati per l’avventura del Partito Democratico, un bel tuffo carpiato avanti indré con triplo avvitamento in venti centimetri d’acqua, alias il solito salto della quaglia degli ultrafurbacchioni: salto mortale, senza fallo.

Passate il tempo a trovar difetti all’umanità, perversione morale da nullafacenti della quale vi fate belli, e intanto non siete minimamente capaci di uno slancio vero: il vostro è sempre carico di veleno. Paroloni sui massimi sistemi e una mentalità così piccola sulla quale perfino i piccolissimi borghesi che crocifiggevate qualche decennio fa avrebbero fatto tanto d’occhi. Come ai tempi dell’Armata Brancaleone di Prodi pure ora con il Partito Democratico, da vecchi bacucchi siete sempre fissati con l’idea della torta da suddividere o da okkupare. Invece di imparare dallo stratega Berlusconi, continuate ad avere in testa categorie, classi, organizzazioni, poteri da avvicinare ed in ultima analisi possibilmente da assorbire ed egemonizzare, nel tentativo di raggranellare il democratico cinquantun per cento. Avete fatto un corte serrata, oscena, al voto cosiddetto cattolico, avete brigato servilmente per ottenere, riuscendovi, ottime relazioni diplomatiche coi vertici confindustriali e coi vertici delle grandi banche – qualche tempo fa, s’intende, ché ora siete appestati – avete alimentato il rapporto sempre osmotico con le confederazioni sindacali. Il risultato? L’indefessa ricerca del consenso dei poteri, e la diluizione contraddittoria in mille direzioni del messaggio politico; periodici e patetici abboccamenti con le sanguisughe centriste nello sforzo di rimpolpare la massa critica della sinistra erosa dall’abbandono a loro stessi di rifondaroli & compagnia; siete stati costretti, in questa miope politica del bilancino, per non compromettere future alleanze e per non scatenare la ribellione dei quattro gatti teodem, ad una grigia pruderie sui temi etici che non può che farvi mandare all’inferno dai vostri elettori; qualcuno della riserva dei pellirosse padani – sempre in ossequio alla stessa forma mentis – ha pure tirato fuori dal cilindro l’idea balzana del partito del Nord, del tutto aliena all’afflato universalista della sinistra; perfino nella ricorrenza del vostro 25 aprile, in un raptus d’ultracastigata morigeratezza, speriamo alleviata da lascivi sogni notturni, ai seguaci democratici – visto che non sono più comunisti, ma, essendo italiani, è proibito loro di considerarsi socialdemocratici – non è stato concesso di sventolare nemmeno un fazzolettino rosso.

Neanche il velenoso lievito antiberlusconiano poteva far crescere quest’impasto micidiale; tutte mossette da straccioni, che servono per mangiarsi il paese dal di dentro, come avete fatto per mezzo secolo, non per vincere elezioni democratiche; calcoli da politicanti, non già un’idea attraente, ma realistica e moderna, da ciondolare davanti agli occhi del singolo individuo potenziale elettore di sinistra, e allo stesso tempo una bella OPA da lanciare sul popolo rosso. Perché conquistato l’imprimatur dei vari Sant’Uffizi, alla fine, nel mondo degli uomini in carne ed ossa, e non in quello delle marionette ancora caro ai voi testoni marxisti, i conti non tornano però: l’intendance n’a pas suivi.

Ma voi continuate a dormire. Il Beppino Englaro, che la vostra chiesa laico-repubblicana aveva già in vita elevato alla santità, lo avete fatto scomparire dall’orizzonte non appena ha avuto il coraggio, quello sì vero, di dire le sue quatre vérités sulla storia recente della sinistra italiana, tutta roba assai indigesta per i pollastri tirati su con la sbobba dei padreterni della repubblica, i vecchi imbroglioni della “questione morale”:

“Sono sempre stato socialista… in famiglia ho respirato quest’aria. Con mio padre parlavo di Loris Fortuna, il socialista padre della legge sul divorzio e autore della prima proposta sulla depenalizzazione dell’aborto. Per noi friulani resta un leader. Poi ho sempre avuto in mente il partito socialista, del quale Bettino Craxi prese le redini nel 1976. Ricordo l’entusiasmo di quegli anni, vedevo in lui il segretario capace di rilanciare il PSI, dandogli vigore, forza e peso politico. Era una ventata nuova, si capiva che sarebbe diventato trainante a livello nazionale. Il culmine fu quando divenne presidente del Consiglio. …Spero in una rinascita del partito socialista, come un partito liberale all’avanguardia, riformista, da contrapporre ai conservatori. Mi dicono tutti che è un’illusione. Ma questo è il mio sogno. Come si fa a buttare all’aria oltre cento anni di storia?”

Se aveste trovato finalmente il coraggio di dare un calcio nel sedere a tutta quella ciurma fanatica di tristi figuri, i grillini, i travaglini, i dipietrini, i zagrebelskini; se aveste potuto obliare le ossessioni antiberlusconiane; se aveste potuto finalmente riconciliarvi con il genere umano; se vi foste liberati del giogo insopportabile di dovervi sentire per forza i migliori; restando rossi, compagni tra i compagni, compresi quelli che per amor proprio non vi hanno seguito nella vostra avventura nichilista; quanti sottili piaceri vi sareste potuto prendere! Che sollievo rigeneratore tirar fuori e far svolazzare di nuovo finalmente la bandiera rossa, senza sentire di avere vissuto invano! Non illudetevi: prima questa scelta era una possibilità, adesso è una necessità!

Guardate invece come vi siete fatti sfilare dalla scarsella da Robin Hood Tremonti la bassa macelleria pseudofilosofica sulla finanza etica, sul primato della politica, sul turbocapitalismo truffaldino, sui biscazzieri di Wall Street, sull’economia sociale di mercato, robaccia di cui voi avreste potuto fare commercio esclusivo e proficuo. Guardate i boss rétro delle banche popolari e delle casse rurali, gente dalle oneste mascelle d’acciaio, riottosa ai grandi balzi in avanti, non poco sbeffeggiata dai media negli ultimi anni, che ora senza alcun merito, ma comprensibilmente, nelle loro sagre da strapaese fanno il gesto dell’ombrello a tutto l’olimpo finanziario worldwide! Loro, lo fanno!

Tu, piccolo caporale dell’Armata Rossa! Tu, piccolo sconosciuto Napoleone progressista! Questa è la tua ora! L’ora dell’audacia! Molla la folla degli odiatori, stringi la mano intrepido da cordiale nemico al nostro condottiero Silvio, riabilita eroicamente il cinghialone garibaldino Craxi, riscopri l’orgoglio rosso e riunisci il popolo rosso! Rivoluzione? Niet! Nichilismo? Niet! Perestrojka? Daaaaa!

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La questione morale e la questione reale

Fu negli anni ’70 che il PCI raggiunse il massimo del consenso elettorale. Ma non riuscì a superare la linea del Piave che gli oppose una maggioranza di italiani impaurita da sempre dalla sua natura settaria. Il massimo del consenso coincise anzi con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ’60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita. Per cui se da un lato l’Occidente visse dei momenti luminosi di autentico genio creativo, come ad esempio nel 1964 con l’invenzione della minigonna da parte di Mary Quant, alla quale almeno metà dell’umanità in salute sarà sempre grata in eterno, dall’altro vide l’imbarbarirsi della lotta politica con la crescita allarmante del militantismo di massa. Il ’68, in Occidente, soprattutto nell’Europa continentale e massimamente in Italia (l’altra Europa meridionale viveva ancora sotto regimi autoritari), fu il tentativo di impadronirsi, di egemonizzare, e di battezzare politicamente il Nuovo, spegnendone le luci sotto il tallone di ferro di un plumbeo decalogo rivoluzionario. Che è poi l’intima contraddizione dalla quale è squarciato prima o dopo il corpo di ogni rivoluzione.

Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque così il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che una trovatina lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare l’ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale, in primo luogo il mito implicitamente classista o razzista della propria diversità.

La questione morale è un comodo randello retorico; è come un Kalashnikov, un’arma pratica, efficace e di facile manutenzione, buona con ogni clima e sotto qualsiasi cielo. Basta vedere in ogni malaffare – altrui – il riflesso di una classe politica corrotta, indicare i colpevoli al popolo e procedere alla necessaria purificazione, rifiutandosi di coglierne i nessi con la realtà sociale e col grado di civismo della popolazione. Così, non da democratico liberale, ma da buon ideologo della democrazia, la quale si dà o non si dà indipendentemente da ogni contesto storico, in obbedienza al mito costruttivista della democrazia compiuta, Paul Ginsborg non sa vedere nel clientelismo italiano se non un difetto morale-antropologico da perseguire penalmente, e del quale rintraccia addirittura le mediterranee radici nel rapporto tra clientes e patroni degli antichi romani, forse nemmeno sospettando che anche la sua verde Inghilterra è passata per il feudalesimo, arrivando alla democrazia superando e non abbattendo il regime aristocratico, e che le clientele furono la base politica sulle quali le case gentilizie romane fondarono la più solida e progredita repubblica dell’antichità.

L’Italia, prima di Mani Pulite, non fu mai monda, e nel decennio craxiano non fu più sporca che nei precedenti. La partitocrazia, che negli anni della ricostruzione più che una studiata strategia di occupazione del potere fu il riflesso di una democrazia alle prima armi o dell’immaturità politica di uno Stato ancor giovane appena uscito dal periodo della diseducazione fascista, negli anni della glaciazione politica in Italia, specchio della glaciazione mondiale risultante dalla Guerra Fredda, si incancrenì e fu vissuta con rassegnazione. Le crepe che si aprirono negli anni ‘80 nell’Impero Sovietico smossero le acque della vita politica in Italia, e lo stesso Craxi ne fu in parte un effetto. La classe politica dovette ricominciare a conquistarsi una nuova rappresentatività presso l’elettorato: l’erosione del potere democristiano nell’Italia settentrionale da parte della Lega Nord fu in realtà in senso lato anche una grande rivolta di clientes. Essa era tanto più disprezzata in quanto i suoi privilegi e le sue esazioni non erano più nemmeno scusate dall’efficacia della sua azione di copertura politica di interessi sufficientemente generalizzati. In breve il malcostume politico – o se vogliamo esser più precisi, i suoi eccessi – era ormai solo un costo anche nella coscienza dell’elettore. Ed era, o meglio, avrebbe potuto essere il classico momento in cui matura, prosaicamente e senza fanfare etiche, il grado di civismo di un popolo.

In Italia, come il ’68 anche Mani Pulite fu il tentativo da parte di una sinistra allora in crisi quasi mortale di impadronirsi, di egemonizzare, e di battezzare politicamente il Nuovo, spegnendone le luci stavolta sotto il tallone di ferro di un plumbeo decalogo democratico, e non più apertamente rivoluzionario. Rifiutandosi ad una via d’uscita politica alla crisi dell’inizio degli anni ’90, evocata nella Grande Confessione auspicata da Cossiga ed estrema perorazione difensiva di Craxi, e privilegiando invece la via giudiziaria al potere, la sinistra è riuscita a buttare al vento quindici anni della propria storia e a perdere la partita con Berlusconi. Ora la rivoluzione sta mangiando i suoi stessi figli, con risvolti comici più che drammatici. Incerta tra la droga Veltroniana delle epurazioni predicate dal cappellano della Chiesa Democratica degli Ultimi Giorni Zagrebelsky, e la paura del Termidoro D’Alemiano, la sinistra sta vivendo le doglie del parto socialdemocratico. Il pargolo che nessuno vuole nascerà nel dolore e nel pianto, oltre che nelle risate che stanno seppellendo i protagonisti di questo melodramma: bruttino ma nascerà, necessariamente.