Italia

Incubo sociopolitico di una notte insonne di mezza estate

Quasi un anno e mezzo fa avevo profetizzato – la profezia è un’attività nella quale mi piace spesso indulgere per una sorta di vocazione naturale e con una sorta di generoso sprezzo della prudenza, assaporandone con signorile modestia i trionfi e chiudendo un occhio e mezzo, con squisita magnanimità, sugli oracoli sballati – avevo dunque profetizzato, un anno e mezzo fa, quasi, che «il destino del M5S è quello di diventare – per quanto tempo non si sa – il nuovo partito radicale di massa della sinistra statalista e giacobina erede del PCI». Il mio ragionamento era semplice, ma forse fin troppo sensato per una banda come quella grillina, composta in gran parte, con tutta evidenza, da una massa di disturbati: dopo le elezioni, vittoriose a livello di partito anche se non di coalizione, il M5S avrebbe gettato la maschera, mostrando la sua vera natura di sinistra senza se e senza ma, mettendo in conto la perdita di una parte cospicua dei consensi ricevuti, quelli presi grazie alla retorica truffaldina del vaffanculismo erga omnes né di destra né di sinistra, che sarebbero stati però più che compensati nel medio termine da quelli guadagnati dall’Offerta Pubblica di Acquisto gettata sull’elettorato del Pd e magari pure sul partito stesso.

Così non è stato. E’ prevalso il tatticismo, cioè la furbizia dei mediocri, cominciando dalla decisione di governare con la Lega, che ha sprofondato ancor di più il movimento nell’ambiguità, e che da una parte non ha impedito che una parte del suo elettorato (quella di destra), constatasse la palpabile differenza fra la destra senza complessi di Salvini e quella reticente di qualche esponente grillino, e finisse così per preferire l’originale all’imitazione, e dall’altra creasse definitivamente diffidenza in quella parte dell’elettorato democratico pronta a traslocare fra i trionfanti grillini, e la blindasse quindi dentro una sinistra con qualche carattere visibile, vetero o liberal che fosse. Così facendo, il Movimento 5 Stelle ha offerto un’insperata ancora di salvezza al Partito Democratico, svelto a sterzare verso sinistra, a rinnegare quel renzismo cui il fatuo trasformismo efficentista e giovanilista non è bastato alle lunghe per mascherare la mancanza di un’identità riconoscibile, e a tornare a uno spirito radicale, barricadero e terzomondista che ha avuto echi anche nel giornale di riferimento, La Repubblica. Ora che l’occasione per il takeover di gran parte dell’elettorato democratico è stata persa non vedo altra concreta prospettiva per il M5S che quella di trasformarsi nel partito verde non di nicchia che in Italia non è mai esistito, cui oggi l’empito millenaristico, apocalittico, angéliste e totalitario della pseudo-religione dell’Indifferenziazione Sessuale e del Climate Change offre spazi insperati di manovra politica.

Col Partito Democratico l’ambiguità si ripropone, anche se di altro tipo, perché radicata, a differenza del caso grillino, in una storia di doppiezza genetica che non sembra conoscere l’oblio. Ho detto spesso che essendo per natura l’errore privo di coerenza e scisso in se stesso, è costretto a oscillare fra due poli contrari, entrambi fallaci. Così, senza sorpresa peraltro, abbiamo assistito nei giorni scorsi alle stucchevoli e oramai perfino morbose celebrazioni della figura di Enrico Berlinguer in occasione del trentacinquesimo avversario della sua morte, alle quali hanno partecipato, con grado alquanto diverso di entusiasmo, sia Renzi sia il nuovo segretario dei democratici Zingaretti. Ora, Berlinguer è quel freddo giacobino che solo con enorme riluttanza cercò di smarcarsi da Mosca senza per questo mai sganciarsi dall’Unione Sovietica; colui per il quale i comunisti italiani furono sempre dalla parte della ragione, e per questo fino alla morte fu antropologicamente ostile a ogni trasformazione dichiaratamente socialdemocratica del Pci, tanto più a qualsiasi svolta liberal; e che s’inventò l’immorale Questione Morale al solo scopo di evitare qualsiasi serio esame di coscienza e perpetuare, velenosamente per il nostro paese, la diversità comunista rispetto agli avversari politici, ancor di più di un tempo corrotti, disonesti, mafiosi, e fascisti per definizione. Oggi il Pd è intruppato in Europa nella famiglia socialista, esibisce allo stesso tempo l’etichetta democratica cucitagli addosso dal veltronismo farfallone e salottiero, e tuttavia venera come un santo laico il comunista Berlinguer in tutto il suo gelido e sepolcrale giacobinismo.

Guardando altrove il panorama politico è quasi altrettanto desolato. Il qualunquismo centrista, perbene e politicamente corretto, ostentante superiorità per i concetti considerati superati di destra e sinistra, sull’altare del quale il popolarismo europeo mostra di voler suicidarsi come un tempo fece la Dc in Italia, si sta avvitando in un liberalismo caricaturale, tanto aggressivo nei confronti dei principi della civiltà cristiana, quanto ostile nei fatti – in consonanza ipocrita, tacita e perbenista con la piuttosto esoterica narrazione anticapitalista di sinistra e di destra che imperversa nel mondo occidentale – ai principi della libera economia. La quale ultima non ha niente a che fare col libertinismo economico, mentre è il libertinismo dei liberal che quasi infallibilmente si sposa con lo statalismo. Il fatto che tale liberalismo abbia sposato il super-glospan della transizione energetica – con tutti i suoi folli corollari dirigistici su scala mondiale, buoni per arricchire gli amici degli amici e i boss di quella forma di socialismo chiamata capitalismo di stato, come prima aveva sposato quella finanziarizzazione dell’economia basata sulla manomissione sistematica della moneta cui dovremmo appioppare, con maggior rispetto della verità, il nome di socialismo finanziario (come ogni socialismo al servizio di una cupola) – lo dimostra ad abundantiam.

Ed inoltre, tale qualunquismo centrista, sta producendo in Italia e in Europa per reazione e successiva sedimentazione destre e sinistre altrettanto caricaturali. Il punto comune fra le tre tendenze è un fenomeno in cui si coagulano tre tendenze perniciose, declinate magari su scale diverse e diversi orizzonti: statalismo, bancocentrismo, giustizialismo. Nel caso centrista il paternalismo dirigista e antidemocratico che lo caratterizza può assumere forme sovranazionali e tecnocratiche; negli altri due, di destra e di sinistra, forme cosiddette populiste. La Chiesa Cattolica in questo quadro generale, invece di dire una parola chiara, come seppe fare ai tempi della Rerum Novarum, sembra persino brillare per demagogia e confusione: scegliete voi se ridere o piangere.

Giornalettismo, Italia

La sinistra degli equivoci

L’esame di Bruxelles, a quanto pare, ha fatto più male alla sinistra che a Berlusconi. Sul patibolo il condannato è riuscito a levarsi il cappio dal collo per passarlo assai destramente su quello delle opposizioni che assistevano allo spettacolo. Poteva succedere prima se il presidente del consiglio non avesse avuto il problema di tenere insieme la sua maggioranza. All’agenda economica “europea” è arrivato per forza ma ha avuto la forza di arrivarci per gradi, il tempo di riuscire a mettere gli alleati politici di fronte alla realtà e a far loro inghiottire il rospo senza far saltare tutto. I tromboni che hanno a cuore le sorti del paese dovrebbero tener conto di questo elementare dato di fatto, prima di vagheggiare utopiche quanto cervellotiche alternative politiche. Non è cosa da poco, infatti, portarsi dietro in tempi difficilissimi un blocco politico ed un elettorato rimanendo nella sensatezza ed evitare così il naufragio. In caso contrario la bella politica è solo un esercizio auto-consolatorio e fors’anche auto-assolutorio.

Continuano invece gli equivoci di fondo a sinistra. Possono cambiare i nomi, le correnti, le alleanze al suo interno, ma quelli restano. Rimane la dicotomia fra due sinistre, ambedue inutili, ambedue fuori del tempo, l’una comodamente sepolta nel passato, l’altra comodamente fuggita nel futuro. Rimane per aria quella sintesi mai avvenuta fra tradizione ed esigenze dei tempi che è buona parte dell’arte della politica, e che il veleno della “questione morale” – l’albero si giudica dai suoi frutti – congela da decenni. Il programmino di Bruxelles non poteva essere fatto suo dalla sinistra, evidentemente. Avallarlo significava prendere in giro se stessa e l’opinione pubblica. Ma l’isterica alzata di scudi sulla questione dei licenziamenti, l’assenza generalizzata di qualsiasi ragionata risposta, ha evidenziato plasticamente, una volta di più, come l’invocato “riformismo” a sinistra abbia vita durissima.

In questi anni l’impostura del “partito democratico” ha fatto crescere a dismisura l’area antagonista alla sua sinistra. Eludere con un grande balzo in avanti la questione socialista, che è la vera questione morale in cui si dibatte la sinistra italiana, è stata una furbizia che non ha risolto un bel niente. Sperare che i compagni si allineassero tutti al nuovo corso e che col tempo gli irriducibili facessero idealmente la fine dei trotzkisti dei tempi di Stalin mostrava solo che la mentalità comunista non aveva del tutto tirato le cuoia. Un po’ alla volta il PD è tornato a cuccia. Anni di flirt con un liberalismo libresco e astratto, e con un certo ammuffito establishment con il quale si sperava di cooperare nella cacciata dell’outsider Berlusconi per poi dividere il bottino di guerra, sono stati velocemente mandati in soffitta sotto l’incalzare della crisi economica. A Kennedy od Obama il partito democratico di casa nostra ha preferito il marxismo romantico di Vendola e il giustizialismo di Di Pietro, pretendendo nello stesso tempo di allearsi tatticamente col “centro”.

I “rottamatori” non sono che un prodotto di questa schizofrenia. Non abbiamo motivi per non credere alla loro buona fede. Ma il fatto stesso di tirar fuori dal cilindro l’idea della “rottamazione” dimostra come a sinistra, caratteristicamente, il cambiamento continui ad esser concepito solo in termini sbrigativi di rottura, di “repulisti”, e quindi di colpevole oblio, anche da chi guarda in avanti. Ammesso, con qualche scetticismo, che le idee espresse da Renzi siano profondamente radicate in lui, è pacifico che sono condivise solo da un’infima parte dell’elettorato di sinistra, e lo sarebbero ancor meno quando si dovesse uscire dall’alone mediatico per fare sul serio. Con minor calcolo, è lo stesso errore di chi pensò di fondare il partito “democratico”. Sempre che il sindaco di Firenze a sinistra voglia restare. La sinistra, per il bene dell’Italia, ha bisogno di essere unita in una piattaforma socialdemocratica e tirata fuori dalle secche dell’antiberlusconismo. Non è impossibile, ma è impossibile se non ripensa alla propria storia e alle proprie epurazioni. Sennò continua ad essere trincerata nel passato. Quando non scappa nel futuro. E nel presente non c’è mai.

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Giornalettismo, Italia

Cara sinistra, uccidi Berlinguer

Anno quasi nuovo, e vita irrimediabilmente vecchia per la sinistra italiana. Di tutti i problemi “strutturali” del nostro paese questo è oggi senza alcun dubbio il più grande, perché sta alla base della piramide. Dietro la facciata della contabilità. E mai risolto, perché finora al suo nodo centrale si continua a girare intorno, facendo finta di non vederlo. Trova incredibile, ad esempio, Vendola, che Bersani possa allearsi con Fini. Ed ha perfettamente ragione, l’incredibile Vendola. Se la politica del Partito Democratico si riduce al più miserabile tatticismo, nel tentativo disperato di rimpolpare i numeri in qualsiasi modo, perfino con i “liberali” di Fini e con i “clericali” di Casini, cosa inconcepibile in qualsiasi paese di quella civile Europa sempre a sproposito evocata, significa che i Democratici di sinistra non hanno niente da dire alla sinistra. Ma se d’altra parte i Rottamatori si riducono a proporre il taglio lineare intergenerazionale della classe dirigente, nella disperata speranza che da teste meno canute e spelacchiate sorgano per incanto idee naturalmente nuove, significa che per il momento non hanno niente da dire alla sinistra. E se d’altra parte l’incredibile Vendola si riduce a sventolare davanti agli occhi degli orfani rossi il quadretto seducente del polo lottacontinuista, ecosolidale e porcellino con le ali, nel disperato tentativo di ridargli un po’ di colore, significa che il subcomandante Nichi non ha niente di nuovo di dire alla sinistra. Il tutto mentre nel partito della sola questione morale esplode la questione morale con De Magistris, Alfano e Cavalli che scrivono una pubblica lettera al duce dell’Italia dei Valori, Di Pietro, con tanto di citazione finale del pessimo Berlinguer, il disastroso padrino di tale questione. L’albero si giudica dai frutti, infatti, e i frutti non potevano essere che questi: il vuoto al proprio interno, il livore per gli avversari politici.

Da ogni parte la si guardi, la sinistra sbanda. Le soluzioni proposte, in un senso o nell’altro, sono draconiane e disperate. Con l’acrobatica invenzione del “Partito Democratico” la sinistra credette di superare il radicalismo di massa del PCI, mentre lo fuggiva, lasciando inevase tutte le domande sulla sua storia. Svuotata dell’ideologia, che implicava una rottura con l’ordine esistente ed un approdo finale, alla sinistra restò in corpo un bisogno insoddisfatto che fu surrogato dalla questione morale, peraltro già presente nell’armamentario propagandistico comunista anche se mai diventata egemone. Per inciso, e viene perfino da sorridere nel notarlo, lo stesso giustizialismo debole incarnato dalla rottamazione giovanilistica proposta dai vari Renzi e Civati dimostra quanto sia difficile uscire da questa prigione intellettuale. L’operazione PD costituiva però anche l’azzeramento di una tradizione e di una storia che affondava le radici nel secondo ottocento. Di quella storia la liquidazione dei socialisti ai tempi di Mani Pulite non sarà l’ultimo capitolo. Non può esserlo.

Scegliendo il PD, ma istigando la damnatio memoriae del socialismo democratico italiano, sola architrave possibile per strutturare la sinistra italiana dopo il crollo del Muro, i post-comunisti si sono negati la possibilità di governare e di far maturare quella tradizione, con cui bisogna fare i conti. Perché esiste, non perché è bella. E questo vale anche per voi, cari liberali testoni che vivete sulla luna. Cosicché si sono permessi di civettare con Montezemolo, coi grandi banchieri, di fare belle serate al Lingotto, fino al momento in cui il vento gelido della crisi economica in Occidente ha messo fine ai bei sogni della crescita costruita sui debiti pubblici e privati e sul denaro a costo zero. Davanti ai Marchionne si sono trovati spiazzati. Incapaci di qualsiasi costruttiva mediazione. A farla ci pensavano gli Angeletti e i Bonanni, o gli ex socialisti del governo Berlusconi, i Tremonti e i Sacconi. Mentre a sinistra la CGIL si isolava sempre di più e la fronda identitaria ma infeconda di Vendola s’ingrossava di conserva. Hanno buttato giù dalla torre Craxi, invece di Berlinguer: ora si trovano in mano un nulla che vaga rabbioso senza pace, senza idee, senza meta, senza padre né madre nelle piazze.

In quanto ai liberali che vivono sulla Luna, e guardano con gran disgusto e disappunto a questi discorsi, visto che loro stanno ben oltre questa disperante mediocrità, sappiano che un sano liberalismo ha un fondamento morale: si basa sulla fiducia e si consolida là dove è meno diffusa la mala pianta del settarismo. Oh sì sì, avete mille volta ragione, fatte pure delle belle leggi, imponete pure quelle poche e belle leggi che ci vogliono, commissariate pure la patria e governatela con la vostra intelligenza, e con le vostre classi dirigenti illuminate, ed istruite pure il volgo, ma nel giro di qualche anno vi accorgerete che avrete costruito sulle sabbia.

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Esteri, Giornalettismo, Italia

Lumi da Parigi?

Chissà se il risultato delle elezioni regionali francesi riuscirà a svegliare dall’eterno letargo i cervelloni della sinistra italiana. Ne dubito. Se non fossero così zavorrati dalla mitologia antifascista, oggi nella versione antiberlusconiana, forse potrebbero anche coglierne il dato che più dovrebbe balzare all’occhio italico non foderato di spessa mortadella emiliana: non la vittoria, ma la vittoria del partito “socialista”.

Diciamo subito in primo luogo che il dato delle elezioni regionali in Francia ha un significato politico più importante di quanto accada per quelle italiane, e minori conseguenze pratiche. Sebbene anche in Francia, patria della centralizzazione e di una burocrazia tanto grandiosa quanto miracolosamente ancora funzionante, le piccole capitali come Lione, Nantes, Bordeaux, Tolosa o Marsiglia si stiano pian piano affrancando dal complesso d’inferiorità nei confronti della Ville Lumière, nella testa del francese medio l’Esagono continua ancora grosso modo a comporsi di due entità: Parigi e “la provincia”, ossia tutto il resto. Per cui il Presidente di Regione rimane ancora una figura non molto lontana da quella di un importante ma grigio funzionario, il cui nome viene spesso dimenticato perfino dai suoi amministrati. Cosicché per i francesi queste elezioni rappresentano soprattutto l’occasione per sfogarsi e mandare avvertimenti alla classe politica, senza incorrere, per così dire, in alcun “pericolo”. Tuttavia, l’indicazione uscita dal voto delle regionali è forte: al secondo turno il partito di Sarkozy ha preso appena il 36% dei voti, mentre la sinistra organizzata intorno al PS – con una forte presenza dei Verdi e qualche rimasuglio comunista – è stata premiata col 54% dei voti, senza avere avuto e soprattutto sentito il bisogno di contrarre alleanze spurie con centristi ed altra strana fauna.

Diciamo in secondo luogo che questo scenario si replica più o meno uguale in tutti i piccoli e grandi paesi europei quando la sinistra vince incardinandosi su di un forte partito socialista, socialdemocratico o laburista. Ciò significa che dalla maggioranza degli elettori di quei paesi il partito socialista, nonostante la ragione sociale e la netta coloritura politica, laica e magari anche radicaleggiante, che vinca o che perda viene sentito come una forza “nazionale”, responsabile e non partigiana. Ma questo non accade in Italia, la grande anomalia. E questo è il grande problema che la nostra sinistra evita ancora di affrontare a viso aperto, preferendo cavalcare il mito comodo dell’anomalia altrui. E in questo si distingue particolarmente quell’umanità superiore che, sonnecchiando nello spirito, motteggiando schifata e non capendo una mazza, vivacchia in maniera sopraffina sulle rive della Senna. Come fa a diventare una forza politica “nazionale”, come fa ad essere sentita come una forza “nazionale”, una sinistra che in obbedienza al retaggio comunista – ma se ne rendono conto sì o no? – mentre predica l’amore universale per i diversi di tutte le specie, per sentirsi viva continua a coltivare il mito della propria diversità, aggiornandolo di decennio in decennio secondo le mode più accattivanti e più opportune – noi comunisti, noi antifascisti, noi onesti – e scavandosi così la fossa giorno dopo giorno? Ci provò il “socialista” Craxi a farla uscire da questa maledizione, e lo si volle archiviare come un criminale. Ancor oggi ogni timido passetto in avanti in quella direzione viene bollato come collaborazionismo, revisionismo, tradimento. Ci pensano come anticorpi maligni gli scemi+scemi della purezza democratica a rimettere in riga il reprobo colpevole di tale misfatto: i siamo-tutti-Saviano, i vaffanculisti, gli adoratori della legge. E’ una corrente irrazionale, isterica, nel fondo violenta, che la nazione, più che riconoscere e decifrare, sente al livello più elementare, avendone paura. Berlusconi se ne fa interprete e le contrappone con gusto blasfemo perché inconcepibilmente casalingo il Partito dell’Amore. E a sinistra ridono, esattamente come i folli.

Diciamo allora in terzo luogo che in realtà in Italia l’unico partito “italiano”, e il meno settario, è proprio il partito ad personam di Berlusconi. In questo sta la sua razionalità; ed è per questo che vive nel “popolo” nonostante goffaggini catastrofiche e nonostante l’umana carne già debole di per se stessa dalle sue parti sia ancora più debole; è per questo che la più disorganizzata delle forze politiche tanto più vince quanto più la posta è alta e meno legata a interessi particolari o locali; ed è per questo che sopravvivrà a Berlusconi. Le altre forze politiche italiane, parrocchie, parrocchiette, tribù, clan e club, non so.

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Giornalettismo, Italia

PD: ritorno ai blocchi di partenza, e alla realtà

Volendo prendere i classici due piccioni con una fava, ha cominciato subito malissimo, il neoeletto segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani. “Siamo orgogliosi” ha dichiarato “di essere quelli che stanno facendo un partito, realizzando così la Costituzione repubblicana, che conosce i partiti e non i popoli. […] Siamo orgogliosi di fare un partito che non ha padroni, ma che fa dei congressi per scegliere chi li deve guidare”. La frase era stata evidentemente da lungo tempo meditata in vista della vittoria, per parare l’accusa di un ritorno al “vecchio”, al “partito”, al “PCI”, facendosi scudo proprio di quella Costituzione che è diventata la Bibbia Laica del neogiacobinismo antiberlusconiano cui fa capo il partito di Repubblica. Sennonché fa tristezza veder brandire dal “nuovo” segretario del più grande partito dell’opposizione, al momento della sua intronizzazione, la solita arma della delegittimazione preventiva della controparte politica, quella del “popolo” stavolta, in obbedienza agli impulsi sotterranei che dall’inizio della storia repubblicana hanno reso la sinistra italiana disperatamente settaria, minoritaria, anomala. Voglio comunque sperare che l’uscita di Bersani sia solo un perdonabile peccato di opportunismo e di furbizia; e oggi, nel momento del suo trionfo, mi va di essere magnanimo, anche perché il mondo della politica ci tortura ogni giorno gli orecchi con l’eco di straordinarie minchionerie.

La vittoria di Bersani, ben lontana da risolvere gli irrisolti nodi storico-culturali della sinistra, rappresenta tuttavia un timido ritorno alla ragionevolezza dopo le acrobazie senza rete del grande balzo in avanti democratico, che dell’oblio di una porzione ben selezionata di passato aveva fatto l’esca lusingatrice per i naufraghi del postcomunismo, in quanto permetteva loro di riciclare il settarismo comunista in quello più asettico dei devoti della legalità; tanto che in certi media con caratteristica improntitudine la figura del perfetto liberale oramai si confondeva con quella del perfetto giacobino. Ed una vita democratica decente non può basarsi sulla menzogna. Ora si ritorna ai blocchi di partenza. Si spera con maggior sincerità e autocritica.

L’elezione del nuovo segretario, nonostante le parole d’esordio, è una sconfitta per tutti i giustizialisti che agitano la Costituzione come un giorno agitavano il Libretto Rosso dei Pensieri di Mao; è un segno ulteriore che Repubblica non detta più la linea, del suo sempre più splendido isolamento, che viene dopo l’aspro confronto dei giorni scorsi tra Scalfari e De Bortoli, il direttore di quel Corriere della Sera che da settimane sforna editoriali rivendicando la sua “equidistanza” dalle fazioni in lotta; la quale esibita “equidistanza”, nel linguaggio dei bollettini della guerra civile a bassa intensità che stiamo vivendo in Italia da decenni, se non va letta certo come un “asservimento” a Berlusconi, equivale in ogni caso ad una sua vittoria decisiva.

Hanno vinto Bersani e D’Alema. Ma la situazione è molto diversa da quella di due-tre anni fa, quando la coppia trescava con piccolo establishment industrial-finanziario con l’intenzione di circuirlo e mangiarselo; quando, prima del definitivo tracollo elettorale prodiano, il quartier generale diessino aveva puntato tutto, lucidamente, su l’opzione tecnocratica. Il disprezzo di D’Alema per rifondaroli e compagnia era grande, ma era il disprezzo del vero comunista, del leninista di stoffa togliattiana, per il dilettante dagli eroici furori che non sa piegarsi a quel pragmatico cinismo che è la sola forma di moralità comunista. E quindi in cuor suo D’Alema rimproverava – allora – e giustamente, al coacervo ecopacificista e altermondialista della sinistra antagonista di essere poco comunista. Di non capire per esempio che lui e il suo abile braccio destro stavano lavorando al completamento della Dar al-Islam comunista, con la premeditata desertificazione di quel sottobosco economico – le piccole corporazioni “kulake” – che intralciavano la via alle grandi corporazioni rosse.

E’ una sconfitta pure per i partigiani di una sinistra-non sinistra fuori dalla storia, e quindi inutile, e quindi basata sull’inganno, che fossero il gruppo sparuto dei sinceri “liberal” o quello maneggione degli ex-democristiani. A Vernetti, un ex-margheritino che forse seguirà Rutelli nella sua nuova appassionante avventura centrista, non è rimasto che prendere atto dell’ennesima dura replica della storia: “c’è il rischio che Bersani accentui queste connotazioni e faccia tornare il PD ad essere un sincero e onesto partito di tradizione socialdemocratica. E questo sarebbe molto differente dall’idea originale del PD”. Singolare che le parole di questa orazione funebre suonino straordinariamente simili a quelle vergate da un famigerato scribacchino di questa famosa testata giornalettistica qualche tempo fa con intenti diametralmente opposti, quando dalla riva destra formulava l’auspicio per la sinistra di un “onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico”.

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Giornalettismo, Italia

Partito Socialdemocratico? Daaaa!

E’ ormai evidente a tutti che la sinistra italiana è incapace di badare a se stessa. Ecco perché, per il bene del paese, una persona con la testa sulle spalle, il sottoscritto, ratzingeriano & berlusconiano, sente il dovere morale di indicare la via a questi somari: ora o mai più!

Un fantasma s’aggira per l’Italia: il fantasma del Partito Socialdemocratico. Voi non lo vedete, non lo sentite forse, ma cresce inesorabilmente a dispetto del fatto che non lo vogliate né vedere né nominare, come una gravidanza nascosta di cui ci si vergogna, eppure terribilmente vera e carnale. Ma le doglie non sono tante lontane, e molte cose congiurano adesso per rompere finalmente i tabù e dare il ferale annuncio: il naufragio della sinistra “democratica” alle prossime elezioni europee, la crisi economica mondiale, la messa all’indice del liberismo, che qualche bello spirito voleva perfino di sinistra, e il ritorno in auge delle oppiacee teorie del santone Keynes, l’unico moltiplicatore di pani e di pesci, dopo Dio in persona, che la storia abbia mai conosciuto.

O sinistra, sinistra che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti son mandati, quante volte si sarebbe potuto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Eravate comunisti, non ne avevate imbroccata una che fosse una nella vita, ma mai avete voluto pentirvi! Invece di percorrere la strada onesta che tutti i vostri confratelli europei hanno seguito da tempo immemore, vi siete fatti sedurre dal Diavolo, con la pervicacia propria dei negatori della verità, pur di risparmiarvi per orgoglio e viltà il piccolo e salutare dolore di un esame di coscienza. Dispensatori di anatemi e benedizioni, per rimanere antropologicamente comunisti e giacobini, e per resistere allo stesso tempo alla modernità, senza esser costretti ad abiurare con un onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico, avete fatto della sinistra una griffe: la griffe dei migliori. I migliori sindacalisti, come i migliori imprenditori; i migliori cattolici come i migliori laici; i migliori difensori dello stato sociale come i migliori liberali; e poi i migliori intellettuali & i migliori magistrati & i migliori banchieri & i migliori artisti. E così, poveri deficienti (non vi adombrate, lo dico per il vostro bene, l’amore corregge anche con la sferza, se necessario), e così, branco di lazzaroni, vi siete imbarcati per l’avventura del Partito Democratico, un bel tuffo carpiato avanti indré con triplo avvitamento in venti centimetri d’acqua, alias il solito salto della quaglia degli ultrafurbacchioni: salto mortale, senza fallo.

Passate il tempo a trovar difetti all’umanità, perversione morale da nullafacenti della quale vi fate belli, e intanto non siete minimamente capaci di uno slancio vero: il vostro è sempre carico di veleno. Paroloni sui massimi sistemi e una mentalità così piccola sulla quale perfino i piccolissimi borghesi che crocifiggevate qualche decennio fa avrebbero fatto tanto d’occhi. Come ai tempi dell’Armata Brancaleone di Prodi pure ora con il Partito Democratico, da vecchi bacucchi siete sempre fissati con l’idea della torta da suddividere o da okkupare. Invece di imparare dallo stratega Berlusconi, continuate ad avere in testa categorie, classi, organizzazioni, poteri da avvicinare ed in ultima analisi possibilmente da assorbire ed egemonizzare, nel tentativo di raggranellare il democratico cinquantun per cento. Avete fatto un corte serrata, oscena, al voto cosiddetto cattolico, avete brigato servilmente per ottenere, riuscendovi, ottime relazioni diplomatiche coi vertici confindustriali e coi vertici delle grandi banche – qualche tempo fa, s’intende, ché ora siete appestati – avete alimentato il rapporto sempre osmotico con le confederazioni sindacali. Il risultato? L’indefessa ricerca del consenso dei poteri, e la diluizione contraddittoria in mille direzioni del messaggio politico; periodici e patetici abboccamenti con le sanguisughe centriste nello sforzo di rimpolpare la massa critica della sinistra erosa dall’abbandono a loro stessi di rifondaroli & compagnia; siete stati costretti, in questa miope politica del bilancino, per non compromettere future alleanze e per non scatenare la ribellione dei quattro gatti teodem, ad una grigia pruderie sui temi etici che non può che farvi mandare all’inferno dai vostri elettori; qualcuno della riserva dei pellirosse padani – sempre in ossequio alla stessa forma mentis – ha pure tirato fuori dal cilindro l’idea balzana del partito del Nord, del tutto aliena all’afflato universalista della sinistra; perfino nella ricorrenza del vostro 25 aprile, in un raptus d’ultracastigata morigeratezza, speriamo alleviata da lascivi sogni notturni, ai seguaci democratici – visto che non sono più comunisti, ma, essendo italiani, è proibito loro di considerarsi socialdemocratici – non è stato concesso di sventolare nemmeno un fazzolettino rosso.

Neanche il velenoso lievito antiberlusconiano poteva far crescere quest’impasto micidiale; tutte mossette da straccioni, che servono per mangiarsi il paese dal di dentro, come avete fatto per mezzo secolo, non per vincere elezioni democratiche; calcoli da politicanti, non già un’idea attraente, ma realistica e moderna, da ciondolare davanti agli occhi del singolo individuo potenziale elettore di sinistra, e allo stesso tempo una bella OPA da lanciare sul popolo rosso. Perché conquistato l’imprimatur dei vari Sant’Uffizi, alla fine, nel mondo degli uomini in carne ed ossa, e non in quello delle marionette ancora caro ai voi testoni marxisti, i conti non tornano però: l’intendance n’a pas suivi.

Ma voi continuate a dormire. Il Beppino Englaro, che la vostra chiesa laico-repubblicana aveva già in vita elevato alla santità, lo avete fatto scomparire dall’orizzonte non appena ha avuto il coraggio, quello sì vero, di dire le sue quatre vérités sulla storia recente della sinistra italiana, tutta roba assai indigesta per i pollastri tirati su con la sbobba dei padreterni della repubblica, i vecchi imbroglioni della “questione morale”:

“Sono sempre stato socialista… in famiglia ho respirato quest’aria. Con mio padre parlavo di Loris Fortuna, il socialista padre della legge sul divorzio e autore della prima proposta sulla depenalizzazione dell’aborto. Per noi friulani resta un leader. Poi ho sempre avuto in mente il partito socialista, del quale Bettino Craxi prese le redini nel 1976. Ricordo l’entusiasmo di quegli anni, vedevo in lui il segretario capace di rilanciare il PSI, dandogli vigore, forza e peso politico. Era una ventata nuova, si capiva che sarebbe diventato trainante a livello nazionale. Il culmine fu quando divenne presidente del Consiglio. …Spero in una rinascita del partito socialista, come un partito liberale all’avanguardia, riformista, da contrapporre ai conservatori. Mi dicono tutti che è un’illusione. Ma questo è il mio sogno. Come si fa a buttare all’aria oltre cento anni di storia?”

Se aveste trovato finalmente il coraggio di dare un calcio nel sedere a tutta quella ciurma fanatica di tristi figuri, i grillini, i travaglini, i dipietrini, i zagrebelskini; se aveste potuto obliare le ossessioni antiberlusconiane; se aveste potuto finalmente riconciliarvi con il genere umano; se vi foste liberati del giogo insopportabile di dovervi sentire per forza i migliori; restando rossi, compagni tra i compagni, compresi quelli che per amor proprio non vi hanno seguito nella vostra avventura nichilista; quanti sottili piaceri vi sareste potuto prendere! Che sollievo rigeneratore tirar fuori e far svolazzare di nuovo finalmente la bandiera rossa, senza sentire di avere vissuto invano! Non illudetevi: prima questa scelta era una possibilità, adesso è una necessità!

Guardate invece come vi siete fatti sfilare dalla scarsella da Robin Hood Tremonti la bassa macelleria pseudofilosofica sulla finanza etica, sul primato della politica, sul turbocapitalismo truffaldino, sui biscazzieri di Wall Street, sull’economia sociale di mercato, robaccia di cui voi avreste potuto fare commercio esclusivo e proficuo. Guardate i boss rétro delle banche popolari e delle casse rurali, gente dalle oneste mascelle d’acciaio, riottosa ai grandi balzi in avanti, non poco sbeffeggiata dai media negli ultimi anni, che ora senza alcun merito, ma comprensibilmente, nelle loro sagre da strapaese fanno il gesto dell’ombrello a tutto l’olimpo finanziario worldwide! Loro, lo fanno!

Tu, piccolo caporale dell’Armata Rossa! Tu, piccolo sconosciuto Napoleone progressista! Questa è la tua ora! L’ora dell’audacia! Molla la folla degli odiatori, stringi la mano intrepido da cordiale nemico al nostro condottiero Silvio, riabilita eroicamente il cinghialone garibaldino Craxi, riscopri l’orgoglio rosso e riunisci il popolo rosso! Rivoluzione? Niet! Nichilismo? Niet! Perestrojka? Daaaaa!

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Italia

La questione morale e la questione reale

Fu negli anni ’70 che il PCI raggiunse il massimo del consenso elettorale. Ma non riuscì a superare la linea del Piave che gli oppose una maggioranza di italiani impaurita da sempre dalla sua natura settaria. Il massimo del consenso coincise anzi con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ’60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita. Per cui se da un lato l’Occidente visse dei momenti luminosi di autentico genio creativo, come ad esempio nel 1964 con l’invenzione della minigonna da parte di Mary Quant, alla quale almeno metà dell’umanità in salute sarà sempre grata in eterno, dall’altro vide l’imbarbarirsi della lotta politica con la crescita allarmante del militantismo di massa. Il ’68, in Occidente, soprattutto nell’Europa continentale e massimamente in Italia (l’altra Europa meridionale viveva ancora sotto regimi autoritari), fu il tentativo di impadronirsi, di egemonizzare, e di battezzare politicamente il Nuovo, spegnendone le luci sotto il tallone di ferro di un plumbeo decalogo rivoluzionario. Che è poi l’intima contraddizione dalla quale è squarciato prima o dopo il corpo di ogni rivoluzione.

Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque così il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che una trovatina lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare l’ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale, in primo luogo il mito implicitamente classista o razzista della propria diversità.

La questione morale è un comodo randello retorico; è come un Kalashnikov, un’arma pratica, efficace e di facile manutenzione, buona con ogni clima e sotto qualsiasi cielo. Basta vedere in ogni malaffare – altrui – il riflesso di una classe politica corrotta, indicare i colpevoli al popolo e procedere alla necessaria purificazione, rifiutandosi di coglierne i nessi con la realtà sociale e col grado di civismo della popolazione. Così, non da democratico liberale, ma da buon ideologo della democrazia, la quale si dà o non si dà indipendentemente da ogni contesto storico, in obbedienza al mito costruttivista della democrazia compiuta, Paul Ginsborg non sa vedere nel clientelismo italiano se non un difetto morale-antropologico da perseguire penalmente, e del quale rintraccia addirittura le mediterranee radici nel rapporto tra clientes e patroni degli antichi romani, forse nemmeno sospettando che anche la sua verde Inghilterra è passata per il feudalesimo, arrivando alla democrazia superando e non abbattendo il regime aristocratico, e che le clientele furono la base politica sulle quali le case gentilizie romane fondarono la più solida e progredita repubblica dell’antichità.

L’Italia, prima di Mani Pulite, non fu mai monda, e nel decennio craxiano non fu più sporca che nei precedenti. La partitocrazia, che negli anni della ricostruzione più che una studiata strategia di occupazione del potere fu il riflesso di una democrazia alle prima armi o dell’immaturità politica di uno Stato ancor giovane appena uscito dal periodo della diseducazione fascista, negli anni della glaciazione politica in Italia, specchio della glaciazione mondiale risultante dalla Guerra Fredda, si incancrenì e fu vissuta con rassegnazione. Le crepe che si aprirono negli anni ‘80 nell’Impero Sovietico smossero le acque della vita politica in Italia, e lo stesso Craxi ne fu in parte un effetto. La classe politica dovette ricominciare a conquistarsi una nuova rappresentatività presso l’elettorato: l’erosione del potere democristiano nell’Italia settentrionale da parte della Lega Nord fu in realtà in senso lato anche una grande rivolta di clientes. Essa era tanto più disprezzata in quanto i suoi privilegi e le sue esazioni non erano più nemmeno scusate dall’efficacia della sua azione di copertura politica di interessi sufficientemente generalizzati. In breve il malcostume politico – o se vogliamo esser più precisi, i suoi eccessi – era ormai solo un costo anche nella coscienza dell’elettore. Ed era, o meglio, avrebbe potuto essere il classico momento in cui matura, prosaicamente e senza fanfare etiche, il grado di civismo di un popolo.

In Italia, come il ’68 anche Mani Pulite fu il tentativo da parte di una sinistra allora in crisi quasi mortale di impadronirsi, di egemonizzare, e di battezzare politicamente il Nuovo, spegnendone le luci stavolta sotto il tallone di ferro di un plumbeo decalogo democratico, e non più apertamente rivoluzionario. Rifiutandosi ad una via d’uscita politica alla crisi dell’inizio degli anni ’90, evocata nella Grande Confessione auspicata da Cossiga ed estrema perorazione difensiva di Craxi, e privilegiando invece la via giudiziaria al potere, la sinistra è riuscita a buttare al vento quindici anni della propria storia e a perdere la partita con Berlusconi. Ora la rivoluzione sta mangiando i suoi stessi figli, con risvolti comici più che drammatici. Incerta tra la droga Veltroniana delle epurazioni predicate dal cappellano della Chiesa Democratica degli Ultimi Giorni Zagrebelsky, e la paura del Termidoro D’Alemiano, la sinistra sta vivendo le doglie del parto socialdemocratico. Il pargolo che nessuno vuole nascerà nel dolore e nel pianto, oltre che nelle risate che stanno seppellendo i protagonisti di questo melodramma: bruttino ma nascerà, necessariamente.

Italia

La strada sbagliata della sinistra

Nel chiamare a raccolta i potenziali elettori del centrodestra l’intuizione italoforzuta berlusconiana, con una dose ragionata di populismo, mirò a scavalcare la mediazione di sclerotiche formazioni politiche, e a sfuggire la trappola soffocante dello schematismo laici-cattolici. “Forza Italia” era un grido di battaglia ma anche un invito rivolto al singolo individuo stanco di un’idea confessionale o settaria della politica. Era una visione dinamica, aperta, prospettica, ma non per questo onnicomprensiva, e si rivelò un ottimo investimento, facendo il pieno o quasi di consensi a destra, e raccogliendo gran parte del voto – decisivo – dell’elettorato dei profughi della diaspora socialista.

Vediamo invece che sia con l’esperienza dell’Unione prodiana sia col nuovo progetto del Partito Democratico veltroniano la mentalità che informa l’azione politica dei postcomunisti-democratici sia sempre quella della torta da suddividere o da okkupare. Essi continuano ad avere in testa categorie, classi, organizzazioni, poteri da avvicinare ed in ultima analisi possibilmente da assorbire ed egemonizzare, nel tentativo di raggranellare il democratico 51 per cento. Così si spiegano la corte serrata al voto cosiddetto cattolico, le ottime e cercate relazioni diplomatiche coi vertici confindustriali di qualche tempo fa, le ottime e cercate relazioni diplomatiche coi vertici delle grandi banche, il rapporto sempre osmotico con le confederazioni sindacali. Il risultato? L’indefessa ricerca del consenso dei poteri, e la diluizione contraddittoria in mille direzioni del messaggio politico; non già un’idea attraente, ma realistica e moderna, da ciondolare davanti agli occhi del singolo individuo potenziale elettore di sinistra. Perché conquistato l’imprimatur dei vari Sant’Uffizi, alla fine però i conti – nel mondo degli uomini in carne ed ossa, e non in quello delle marionette ancora caro ai postmarxisti – non tornano: l’intendance n’a pas suivi.

A dimostrazione che nel quartier generale democratico le idee sono confuse come e più di prima, ancor oggi Veltroni cerca patetici abboccamenti con Casini nello sforzo di rimpolpare la massa critica della sinistra erosa dall’abbandono a loro stessi di rifondaroli & compagnia. In questa miope politica del bilancino, per non compromettere future alleanze e per non scatenare la ribellione dei quattro gatti – sì: quattro gatti – teodem, è costretto ad una grigia pruderie sui temi etici che non può che scontentare la grande maggioranza degli elettori di sinistra. Così come è del tutto aliena all’afflato universalista della sinistra, l’idea balzana – non veltroniana, ma figlia della stessa forma mentis – del partito del Nord. Nello stesso tempo, perfino nella ricorrenza del loro 25 aprile, ai seguaci democratici – visto che non sono più comunisti, ma, essendo italiani, è proibito loro di considerarsi socialdemocratici – non è concesso di sventolare nemmeno un fazzolettino rosso: quest’ultracastigata morigeratezza, speriamo alleviata da sogni masturbatori notturni, è proprio il segno che sul ponte di questa sinistra sventola bandiera bianca, e che il comunismo del belpaese, attraverso la finzione del Partito Democratico, sta morendo nel ridicolo.

P.S. Non vorrei che qualcuno, capitato per la prima volta da queste parti, mi sospettasse di simpatie “laico-socialiste”: al contrario son liberale-destrorso e, in cuor mio, cattolico perinde ac cadaver.

Italia

E’ finito il dopoguerra

Le facce della sconfitta 

Sono quelle, da schiaffi, dei direttori del Sole 24 Ore, del Corriere della Sera e della Stampa, gli ineffabili e inossidabili Ferruccio Serenissimo De Bortoli, Paolo Buddha Mieli, Giulio Mummia Anselmi, e del presidente uscente di Confindustria, Luca Cordero y Lopez y Gonzales y Martinez de Vallombrosa di Montezemolo. Mallevadori dell’avventura prodiana nel 2006 presso l’opinione pubblica italiana moderata; patrocinatori dei vari tentativi di scalzare dal posto di primo ministro un Prodi troppo ben disposto verso le forze politiche bolsceviche, naturalmente senza passare per le elezioni; sponsorizzatori, a nome della casta veteroindustriale della campagna mediatica contro gli ex compagni della casta politica, per dire “noi non c’entriamo”, per tirarsi fuori dal pasticcio che loro stessi avevano combinato, per schivare il fuoco dell’antipolitica, e per favorire la nascita di un governo di salute pubblica guidato dagli amici degli amici; silenziosamente àuspici, fino all’ultimo, di un pareggio elettorale, grazie anche all’ufficialmente orribile ma provvidenziale Porcellum, che avrebbe ricondotto le parti ad una debole soluzione istituzionale, permeabile a influenze extrapolitiche; questi signori, dunque, si sono acconciati con sapienza, da stagionati cortigiani d’altri tempi – verosimilmente sotto lo sguardo sbalordito del povero, sedotto, abbandonato e volenteroso Tabacci – all’esito senza discussione del voto, salutando amabilmente i miracoli della schiarita bipartitica: una possibile nuova stagione politica per l’Italia, una promettente governabilità, una costruttiva bipartisanship nelle riforme istituzionali. Bravi! Con tutta probabilità il loro nome sopravvivrà alla cronaca di questi anni, come protagonisti di un eccezionale case history di antropologia comparata.

Il suicidio della sinistra

Il risultato complessivo della sinistra è disastroso. Veltroni, in virtù dell’istinto gregario, della disciplina di partito ancora comunista dell’elettorato di sinistra, è riuscito a compattare i ranghi e a fare il pieno di voti dalla sua parte, prosciugando quasi tutte le fonti di approvvigionamento. Ma questa compattezza fagocitante insieme alla modestia del risultato significa che la sinistra è sterile e non offre più nulla di appetibile all’uomo della strada. Geograficamente, ha difeso con ostinazione il suo recinto emilianoromagnolo-toscano-umbro-marchigiano, anche se le mura a difesa della linea del Po risultano piuttosto sbrecciate; ha conquistato qualche isolata piazzaforte: una piccola regione di appena 300.000 abitanti come il Molise, grazie all’enfant du pays Di Pietro; ha vinto in una regione un pelino più grande, di all’incirca 600.000 abitanti, come la Basilicata, da tempo oggetto di investimenti pubblici-grandindustriali; ed è politicamente maggioranza nella città, e solo la città, di Roma, fulcro dell’apparato burocratico-amministrativo italiano. Ciò significa che la superficiale riverniciatura democratica non riesce più a nascondere il fatto che essa rappresenta il volto politico delle nomenklature peninsulari. E’ accaduta una cosa straordinaria: nel parlamento del paese con lo storicamente più forte partito comunista occidentale non vi sarà più spazio per nemmeno un singolo rappresentante nominalmente socialista o comunista. Questo è il redde rationem del patto mefistotelico di Mani Pulite, che ha esentato la sinistra dal travaglio di una reale e sofferta trasformazione socialdemocratica, in armonia con la realtà continentale europea, che è la nostra realtà. Senza nemmeno prendere in considerazione l’evoluzione del Partito Laburista britannico, in qualche modo i socialismi tedesco, francese o spagnolo hanno cercato di reinventarsi un’identità che permettesse loro di entrare come corpi ancor vivi nel nuovo mondo globalizzato. La sinistra italiana ha saputo rispondere solo con il mimetismo democratico. E’ pacifico che la scomparsa di socialisti e comunisti è solo virtuale. E’ assolutamente certo che il problema di questo sdoppiamento della personalità, passato il momento delle convulsioni postelettorali, sarà l’oggetto del dibattito politico interno alla nuova opposizione.

L’astrattezza dei liberali

Cari liberali, voi rimproverate chi ha una concezione statica dell’economia, la cui variabile è solo la ridistribuzione della ricchezza; una visione statica, e quindi astratta e ideologica. Ma chi, sconfortato dal panorama politico, da colbertismi e criptonazionalismi, ha deciso di astenersi dal voto ha fatto lo stesso sbaglio: come spesso è capitato in passato ai seguaci nostrani più intransigenti di questa confraternita filosofica, ha ragionato con un piedino almeno fuori della realtà, senza fare i conti con le dinamiche della storia e della politica. Non siete proprio voi che c’insegnate che una società libera e democratica si forma laddove si possa sviluppare il più aperto, e a lungo andare proficuo, scontro, incontro o conflitto di interessi fra gli individui e i blocchi sociali? E che esiste anche una competitività politica e sociale, sorella di quella economica? E allora come non accorgersi che la vittoria della barbara gentaglia leghista-berlusconiana segna un riequilibrio e uno sblocco epocale, culturale e politico, nel nostro ingessato paese? Sono la vittoria, e solo la vittoria, berlusconiana; e la sconfitta, e solo la sconfitta, della fazione giacobina – antifascista – veteroresistenziale – comunista – postcomunista – democratica; che sanciscono la pacificazione italiana, non quella stretta di mano di scenografica teatralità che piace tanto, da sempre, alla vanesia furbizia italica. Chi avrebbe mai immaginato di poter leggere un giorno, nel giornale principe della fazione, queste parole:

Le critiche e le perplessità che questo giornale ha manifestato nei suoi confronti restano tutte. Il leader di Forza Italia è il campione di un’Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni. È il videocrate che riduce l’etica ad estetica, e che vive la politica come opportunità e non come responsabilità. Ma nonostante tutto questo, bisogna prendere atto che la “pancia” del Paese è con lui. Il muro di Arcore è caduto per sempre: le demonizzazioni e le ghettizzazioni non servono più a niente e a nessuno.

Egregio Massimo Giannini, non è però il muro di Arcore quello che è caduto; è il Muro di Berlino crollato in Europa vent’anni fa e che il golpe di Mani Pulite ha tenuto in piedi in Italia fino ai nostri giorni, a perpetuare l’infinito dopoguerra di una redditizia intimidazione antifascista: sono gli anni del ritardo italiano.

Update del giorno dopo:

Uomini ma anche caporali.

Il dilettante allo sbaraglio, l’attempato giovinotto, l’eterno bamboccione, e il falso modesto Zamax, nonostante le sue pose filosofiche, sovente si fa ancora prendere al laccio – voluttuosamente – dalla vanità. Sono piccole e umilianti vergogne che aiutano a vivere, purché le si riconosca. Come disse nella sua consolante saggezza il vecchio Catone, cattolico ante literam, citato da Seneca, già citato una volta a memoria da Zamax, che non ha voglia di verificare perché scopo della sua vita è eguagliare l’ineguagliabile Enzo Biagi: “non è un gran peccato entrare in un bordello, l’importante è venirne fuori”. Ora dunque costui si è ficcato in testa che Galli della Loggia da qualche tempo occhieggi l’unprofessional blog per trarne nutrimento. Come tutto il mitico Corrierone, che ultimamente è soprattutto una scuola di vita, anche l’augusto suo editorialista primeggia nel sentenziare amabilmente a cose fatte. Ma qualche tempo fa, nel fumo della battaglia e quando fischiavano le pallottole, era tutta un’altra canzone

Update di qualche giorno dopo:

Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l’aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo… (Paolo Mieli, Corriere della Sera, 20 Aprile 2008,)

E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica… (Zamax, 28 Febbraio 2008,)

Italia

La posta in gioco

Democratico fin che si vuole, Veltroni non ha resistito ad usare la riposta violenza dialettica preventiva tipica dello spirito giacobino-comunista, la fredda retorica manganellatrice che sotto compunte preoccupazioni legalistiche mira in realtà ad intimidire l’avversario politico. Così facendo, la nuova democraticità veltroniana manifesta la continuità con la prassi politica della sinistra italiana del dopoguerra e la solidarietà ideologica con la vulgata vetero-resistenziale che in forma patologica alimentò anche il fanatismo del terrorismo rosso degli anni ’70 e ’80. Ancor oggi, dunque, nel 2008, per chiamare a raccolta il suo elettorato, il nuovo corso della sinistra si appella all’istinto settario, autoassolutorio e autogratificante, di rivendicare a sé l’esclusiva dello spirito democratico e dell’interpretazione del dettato di quella Costituzione del ’48 alla quale si è progressivamente legata in un rapporto feticistico, che ricorda gli splendori islamici della religione del libro.

Mette il carro davanti ai buoi, dunque, chi pensa che oggi la priorità del nostro paese sia un più o meno accentuato tasso di liberalismo politico ed economico. La triste realtà, che spiega l’inesplicabile immobilismo italiano, è che l’Italia sconta ancora gli effetti di un’anomalia culturale che non ha paragoni in Europa. Senza il riallineamento del panorama politico italiano a quello continentale (questo, per ora, è il nostro naturale e realistico traguardo, purtroppo, non la terra promessa anglosassone), pensare, progettare, battersi per politiche liberali è come costruire sulla sabbia. In questi giorni Veltroni parla di stagione di odio e di violenza, nel momento stesso in cui, alla stregua di tutti i suoi predecessori da sessant’anni a questa parte, la pone in atto con retorica melliflua nel confronto politico. Quella stesso confronto politico – quella regolare lotta politica – che da sempre la propaganda della sinistra ha il fine di inibire, mettendo preventivamente sotto accusa le forze politiche avversarie e creando un senso di colpa nell’elettorato. L’anomalia non è affatto Berlusconi: al contrario, il magnate brianzolo è riuscito nell’impresa di mettere in piedi un partitone di centrodestra che bene o male rispecchia la temperie culturale dell’Italia destrorsa.

A volte i liberali italiani sembrano in preda alla schizofrenia, barcollando tra un fideismo economicistico nei numeri e nelle statistiche che nel giudizio politico si sottrae tendenzialmente a considerazioni più profonde, e un ideologismo che non tollera nessun compromesso: i cattolici in questo mostrano spesso un maggior realismo, forse perché una fede già ce l’hanno. Giudicando solo dai “crudi fatti”, ad esempio, anche l’accelerata secolarizzazione dei costumi nei primi momenti delle rivoluzioni marxiste, avrebbe potuto far credere a qualche loro dinamica positiva. Così oggi la sinistra nostrana offre opportunisticamente alla benevola attenzione dei mainstream media qualche scampolo riverniciato di innocuo liberalismo. In un quadro siffatto le diatribe sulle filosofie tremontiane e sui pruriti nazionalistici della vicenda Alitalia passano in secondo piano.

Il Partito Democratico non può essere, realisticamente, il futuro della sinistra italiana nei prossimi anni. Se la vittoria berlusconiana sarà netta, nell’amarezza della sconfitta il popolo di sinistra comincerà fatalmente a chiedersi perché, al contrario di tutte le formazioni politiche sorelle del continente, il suo partito non possa chiamarsi socialista o socialdemocratico. Prima o dopo la sinistra si conformerà onestamente a quelle europee; ma per poterlo fare dovrà dismettere quell’abito mentale comunista che informa – ancor oggi – il Partito Democratico, e che è la sua sola e vera identità. E non potrà più essere quella fazione che irretisce e attira a sé tutti i poteri consolidati del paese, immobilizzandolo. L’eliminazione di questa fazione è la vera posta in gioco delle prossime elezioni.