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La sinistra degli equivoci

L’esame di Bruxelles, a quanto pare, ha fatto più male alla sinistra che a Berlusconi. Sul patibolo il condannato è riuscito a levarsi il cappio dal collo per passarlo assai destramente su quello delle opposizioni che assistevano allo spettacolo. Poteva succedere prima se il presidente del consiglio non avesse avuto il problema di tenere insieme la sua maggioranza. All’agenda economica “europea” è arrivato per forza ma ha avuto la forza di arrivarci per gradi, il tempo di riuscire a mettere gli alleati politici di fronte alla realtà e a far loro inghiottire il rospo senza far saltare tutto. I tromboni che hanno a cuore le sorti del paese dovrebbero tener conto di questo elementare dato di fatto, prima di vagheggiare utopiche quanto cervellotiche alternative politiche. Non è cosa da poco, infatti, portarsi dietro in tempi difficilissimi un blocco politico ed un elettorato rimanendo nella sensatezza ed evitare così il naufragio. In caso contrario la bella politica è solo un esercizio auto-consolatorio e fors’anche auto-assolutorio.

Continuano invece gli equivoci di fondo a sinistra. Possono cambiare i nomi, le correnti, le alleanze al suo interno, ma quelli restano. Rimane la dicotomia fra due sinistre, ambedue inutili, ambedue fuori del tempo, l’una comodamente sepolta nel passato, l’altra comodamente fuggita nel futuro. Rimane per aria quella sintesi mai avvenuta fra tradizione ed esigenze dei tempi che è buona parte dell’arte della politica, e che il veleno della “questione morale” – l’albero si giudica dai suoi frutti – congela da decenni. Il programmino di Bruxelles non poteva essere fatto suo dalla sinistra, evidentemente. Avallarlo significava prendere in giro se stessa e l’opinione pubblica. Ma l’isterica alzata di scudi sulla questione dei licenziamenti, l’assenza generalizzata di qualsiasi ragionata risposta, ha evidenziato plasticamente, una volta di più, come l’invocato “riformismo” a sinistra abbia vita durissima.

In questi anni l’impostura del “partito democratico” ha fatto crescere a dismisura l’area antagonista alla sua sinistra. Eludere con un grande balzo in avanti la questione socialista, che è la vera questione morale in cui si dibatte la sinistra italiana, è stata una furbizia che non ha risolto un bel niente. Sperare che i compagni si allineassero tutti al nuovo corso e che col tempo gli irriducibili facessero idealmente la fine dei trotzkisti dei tempi di Stalin mostrava solo che la mentalità comunista non aveva del tutto tirato le cuoia. Un po’ alla volta il PD è tornato a cuccia. Anni di flirt con un liberalismo libresco e astratto, e con un certo ammuffito establishment con il quale si sperava di cooperare nella cacciata dell’outsider Berlusconi per poi dividere il bottino di guerra, sono stati velocemente mandati in soffitta sotto l’incalzare della crisi economica. A Kennedy od Obama il partito democratico di casa nostra ha preferito il marxismo romantico di Vendola e il giustizialismo di Di Pietro, pretendendo nello stesso tempo di allearsi tatticamente col “centro”.

I “rottamatori” non sono che un prodotto di questa schizofrenia. Non abbiamo motivi per non credere alla loro buona fede. Ma il fatto stesso di tirar fuori dal cilindro l’idea della “rottamazione” dimostra come a sinistra, caratteristicamente, il cambiamento continui ad esser concepito solo in termini sbrigativi di rottura, di “repulisti”, e quindi di colpevole oblio, anche da chi guarda in avanti. Ammesso, con qualche scetticismo, che le idee espresse da Renzi siano profondamente radicate in lui, è pacifico che sono condivise solo da un’infima parte dell’elettorato di sinistra, e lo sarebbero ancor meno quando si dovesse uscire dall’alone mediatico per fare sul serio. Con minor calcolo, è lo stesso errore di chi pensò di fondare il partito “democratico”. Sempre che il sindaco di Firenze a sinistra voglia restare. La sinistra, per il bene dell’Italia, ha bisogno di essere unita in una piattaforma socialdemocratica e tirata fuori dalle secche dell’antiberlusconismo. Non è impossibile, ma è impossibile se non ripensa alla propria storia e alle proprie epurazioni. Sennò continua ad essere trincerata nel passato. Quando non scappa nel futuro. E nel presente non c’è mai.

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Cara sinistra, uccidi Berlinguer

Anno quasi nuovo, e vita irrimediabilmente vecchia per la sinistra italiana. Di tutti i problemi “strutturali” del nostro paese questo è oggi senza alcun dubbio il più grande, perché sta alla base della piramide. Dietro la facciata della contabilità. E mai risolto, perché finora al suo nodo centrale si continua a girare intorno, facendo finta di non vederlo. Trova incredibile, ad esempio, Vendola, che Bersani possa allearsi con Fini. Ed ha perfettamente ragione, l’incredibile Vendola. Se la politica del Partito Democratico si riduce al più miserabile tatticismo, nel tentativo disperato di rimpolpare i numeri in qualsiasi modo, perfino con i “liberali” di Fini e con i “clericali” di Casini, cosa inconcepibile in qualsiasi paese di quella civile Europa sempre a sproposito evocata, significa che i Democratici di sinistra non hanno niente da dire alla sinistra. Ma se d’altra parte i Rottamatori si riducono a proporre il taglio lineare intergenerazionale della classe dirigente, nella disperata speranza che da teste meno canute e spelacchiate sorgano per incanto idee naturalmente nuove, significa che per il momento non hanno niente da dire alla sinistra. E se d’altra parte l’incredibile Vendola si riduce a sventolare davanti agli occhi degli orfani rossi il quadretto seducente del polo lottacontinuista, ecosolidale e porcellino con le ali, nel disperato tentativo di ridargli un po’ di colore, significa che il subcomandante Nichi non ha niente di nuovo di dire alla sinistra. Il tutto mentre nel partito della sola questione morale esplode la questione morale con De Magistris, Alfano e Cavalli che scrivono una pubblica lettera al duce dell’Italia dei Valori, Di Pietro, con tanto di citazione finale del pessimo Berlinguer, il disastroso padrino di tale questione. L’albero si giudica dai frutti, infatti, e i frutti non potevano essere che questi: il vuoto al proprio interno, il livore per gli avversari politici.

Da ogni parte la si guardi, la sinistra sbanda. Le soluzioni proposte, in un senso o nell’altro, sono draconiane e disperate. Con l’acrobatica invenzione del “Partito Democratico” la sinistra credette di superare il radicalismo di massa del PCI, mentre lo fuggiva, lasciando inevase tutte le domande sulla sua storia. Svuotata dell’ideologia, che implicava una rottura con l’ordine esistente ed un approdo finale, alla sinistra restò in corpo un bisogno insoddisfatto che fu surrogato dalla questione morale, peraltro già presente nell’armamentario propagandistico comunista anche se mai diventata egemone. Per inciso, e viene perfino da sorridere nel notarlo, lo stesso giustizialismo debole incarnato dalla rottamazione giovanilistica proposta dai vari Renzi e Civati dimostra quanto sia difficile uscire da questa prigione intellettuale. L’operazione PD costituiva però anche l’azzeramento di una tradizione e di una storia che affondava le radici nel secondo ottocento. Di quella storia la liquidazione dei socialisti ai tempi di Mani Pulite non sarà l’ultimo capitolo. Non può esserlo.

Scegliendo il PD, ma istigando la damnatio memoriae del socialismo democratico italiano, sola architrave possibile per strutturare la sinistra italiana dopo il crollo del Muro, i post-comunisti si sono negati la possibilità di governare e di far maturare quella tradizione, con cui bisogna fare i conti. Perché esiste, non perché è bella. E questo vale anche per voi, cari liberali testoni che vivete sulla luna. Cosicché si sono permessi di civettare con Montezemolo, coi grandi banchieri, di fare belle serate al Lingotto, fino al momento in cui il vento gelido della crisi economica in Occidente ha messo fine ai bei sogni della crescita costruita sui debiti pubblici e privati e sul denaro a costo zero. Davanti ai Marchionne si sono trovati spiazzati. Incapaci di qualsiasi costruttiva mediazione. A farla ci pensavano gli Angeletti e i Bonanni, o gli ex socialisti del governo Berlusconi, i Tremonti e i Sacconi. Mentre a sinistra la CGIL si isolava sempre di più e la fronda identitaria ma infeconda di Vendola s’ingrossava di conserva. Hanno buttato giù dalla torre Craxi, invece di Berlinguer: ora si trovano in mano un nulla che vaga rabbioso senza pace, senza idee, senza meta, senza padre né madre nelle piazze.

In quanto ai liberali che vivono sulla Luna, e guardano con gran disgusto e disappunto a questi discorsi, visto che loro stanno ben oltre questa disperante mediocrità, sappiano che un sano liberalismo ha un fondamento morale: si basa sulla fiducia e si consolida là dove è meno diffusa la mala pianta del settarismo. Oh sì sì, avete mille volta ragione, fatte pure delle belle leggi, imponete pure quelle poche e belle leggi che ci vogliono, commissariate pure la patria e governatela con la vostra intelligenza, e con le vostre classi dirigenti illuminate, ed istruite pure il volgo, ma nel giro di qualche anno vi accorgerete che avrete costruito sulle sabbia.

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Lumi da Parigi?

Chissà se il risultato delle elezioni regionali francesi riuscirà a svegliare dall’eterno letargo i cervelloni della sinistra italiana. Ne dubito. Se non fossero così zavorrati dalla mitologia antifascista, oggi nella versione antiberlusconiana, forse potrebbero anche coglierne il dato che più dovrebbe balzare all’occhio italico non foderato di spessa mortadella emiliana: non la vittoria, ma la vittoria del partito “socialista”.

Diciamo subito in primo luogo che il dato delle elezioni regionali in Francia ha un significato politico più importante di quanto accada per quelle italiane, e minori conseguenze pratiche. Sebbene anche in Francia, patria della centralizzazione e di una burocrazia tanto grandiosa quanto miracolosamente ancora funzionante, le piccole capitali come Lione, Nantes, Bordeaux, Tolosa o Marsiglia si stiano pian piano affrancando dal complesso d’inferiorità nei confronti della Ville Lumière, nella testa del francese medio l’Esagono continua ancora grosso modo a comporsi di due entità: Parigi e “la provincia”, ossia tutto il resto. Per cui il Presidente di Regione rimane ancora una figura non molto lontana da quella di un importante ma grigio funzionario, il cui nome viene spesso dimenticato perfino dai suoi amministrati. Cosicché per i francesi queste elezioni rappresentano soprattutto l’occasione per sfogarsi e mandare avvertimenti alla classe politica, senza incorrere, per così dire, in alcun “pericolo”. Tuttavia, l’indicazione uscita dal voto delle regionali è forte: al secondo turno il partito di Sarkozy ha preso appena il 36% dei voti, mentre la sinistra organizzata intorno al PS – con una forte presenza dei Verdi e qualche rimasuglio comunista – è stata premiata col 54% dei voti, senza avere avuto e soprattutto sentito il bisogno di contrarre alleanze spurie con centristi ed altra strana fauna.

Diciamo in secondo luogo che questo scenario si replica più o meno uguale in tutti i piccoli e grandi paesi europei quando la sinistra vince incardinandosi su di un forte partito socialista, socialdemocratico o laburista. Ciò significa che dalla maggioranza degli elettori di quei paesi il partito socialista, nonostante la ragione sociale e la netta coloritura politica, laica e magari anche radicaleggiante, che vinca o che perda viene sentito come una forza “nazionale”, responsabile e non partigiana. Ma questo non accade in Italia, la grande anomalia. E questo è il grande problema che la nostra sinistra evita ancora di affrontare a viso aperto, preferendo cavalcare il mito comodo dell’anomalia altrui. E in questo si distingue particolarmente quell’umanità superiore che, sonnecchiando nello spirito, motteggiando schifata e non capendo una mazza, vivacchia in maniera sopraffina sulle rive della Senna. Come fa a diventare una forza politica “nazionale”, come fa ad essere sentita come una forza “nazionale”, una sinistra che in obbedienza al retaggio comunista – ma se ne rendono conto sì o no? – mentre predica l’amore universale per i diversi di tutte le specie, per sentirsi viva continua a coltivare il mito della propria diversità, aggiornandolo di decennio in decennio secondo le mode più accattivanti e più opportune – noi comunisti, noi antifascisti, noi onesti – e scavandosi così la fossa giorno dopo giorno? Ci provò il “socialista” Craxi a farla uscire da questa maledizione, e lo si volle archiviare come un criminale. Ancor oggi ogni timido passetto in avanti in quella direzione viene bollato come collaborazionismo, revisionismo, tradimento. Ci pensano come anticorpi maligni gli scemi+scemi della purezza democratica a rimettere in riga il reprobo colpevole di tale misfatto: i siamo-tutti-Saviano, i vaffanculisti, gli adoratori della legge. E’ una corrente irrazionale, isterica, nel fondo violenta, che la nazione, più che riconoscere e decifrare, sente al livello più elementare, avendone paura. Berlusconi se ne fa interprete e le contrappone con gusto blasfemo perché inconcepibilmente casalingo il Partito dell’Amore. E a sinistra ridono, esattamente come i folli.

Diciamo allora in terzo luogo che in realtà in Italia l’unico partito “italiano”, e il meno settario, è proprio il partito ad personam di Berlusconi. In questo sta la sua razionalità; ed è per questo che vive nel “popolo” nonostante goffaggini catastrofiche e nonostante l’umana carne già debole di per se stessa dalle sue parti sia ancora più debole; è per questo che la più disorganizzata delle forze politiche tanto più vince quanto più la posta è alta e meno legata a interessi particolari o locali; ed è per questo che sopravvivrà a Berlusconi. Le altre forze politiche italiane, parrocchie, parrocchiette, tribù, clan e club, non so.

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PD: ritorno ai blocchi di partenza, e alla realtà

Volendo prendere i classici due piccioni con una fava, ha cominciato subito malissimo, il neoeletto segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani. “Siamo orgogliosi” ha dichiarato “di essere quelli che stanno facendo un partito, realizzando così la Costituzione repubblicana, che conosce i partiti e non i popoli. […] Siamo orgogliosi di fare un partito che non ha padroni, ma che fa dei congressi per scegliere chi li deve guidare”. La frase era stata evidentemente da lungo tempo meditata in vista della vittoria, per parare l’accusa di un ritorno al “vecchio”, al “partito”, al “PCI”, facendosi scudo proprio di quella Costituzione che è diventata la Bibbia Laica del neogiacobinismo antiberlusconiano cui fa capo il partito di Repubblica. Sennonché fa tristezza veder brandire dal “nuovo” segretario del più grande partito dell’opposizione, al momento della sua intronizzazione, la solita arma della delegittimazione preventiva della controparte politica, quella del “popolo” stavolta, in obbedienza agli impulsi sotterranei che dall’inizio della storia repubblicana hanno reso la sinistra italiana disperatamente settaria, minoritaria, anomala. Voglio comunque sperare che l’uscita di Bersani sia solo un perdonabile peccato di opportunismo e di furbizia; e oggi, nel momento del suo trionfo, mi va di essere magnanimo, anche perché il mondo della politica ci tortura ogni giorno gli orecchi con l’eco di straordinarie minchionerie.

La vittoria di Bersani, ben lontana da risolvere gli irrisolti nodi storico-culturali della sinistra, rappresenta tuttavia un timido ritorno alla ragionevolezza dopo le acrobazie senza rete del grande balzo in avanti democratico, che dell’oblio di una porzione ben selezionata di passato aveva fatto l’esca lusingatrice per i naufraghi del postcomunismo, in quanto permetteva loro di riciclare il settarismo comunista in quello più asettico dei devoti della legalità; tanto che in certi media con caratteristica improntitudine la figura del perfetto liberale oramai si confondeva con quella del perfetto giacobino. Ed una vita democratica decente non può basarsi sulla menzogna. Ora si ritorna ai blocchi di partenza. Si spera con maggior sincerità e autocritica.

L’elezione del nuovo segretario, nonostante le parole d’esordio, è una sconfitta per tutti i giustizialisti che agitano la Costituzione come un giorno agitavano il Libretto Rosso dei Pensieri di Mao; è un segno ulteriore che Repubblica non detta più la linea, del suo sempre più splendido isolamento, che viene dopo l’aspro confronto dei giorni scorsi tra Scalfari e De Bortoli, il direttore di quel Corriere della Sera che da settimane sforna editoriali rivendicando la sua “equidistanza” dalle fazioni in lotta; la quale esibita “equidistanza”, nel linguaggio dei bollettini della guerra civile a bassa intensità che stiamo vivendo in Italia da decenni, se non va letta certo come un “asservimento” a Berlusconi, equivale in ogni caso ad una sua vittoria decisiva.

Hanno vinto Bersani e D’Alema. Ma la situazione è molto diversa da quella di due-tre anni fa, quando la coppia trescava con piccolo establishment industrial-finanziario con l’intenzione di circuirlo e mangiarselo; quando, prima del definitivo tracollo elettorale prodiano, il quartier generale diessino aveva puntato tutto, lucidamente, su l’opzione tecnocratica. Il disprezzo di D’Alema per rifondaroli e compagnia era grande, ma era il disprezzo del vero comunista, del leninista di stoffa togliattiana, per il dilettante dagli eroici furori che non sa piegarsi a quel pragmatico cinismo che è la sola forma di moralità comunista. E quindi in cuor suo D’Alema rimproverava – allora – e giustamente, al coacervo ecopacificista e altermondialista della sinistra antagonista di essere poco comunista. Di non capire per esempio che lui e il suo abile braccio destro stavano lavorando al completamento della Dar al-Islam comunista, con la premeditata desertificazione di quel sottobosco economico – le piccole corporazioni “kulake” – che intralciavano la via alle grandi corporazioni rosse.

E’ una sconfitta pure per i partigiani di una sinistra-non sinistra fuori dalla storia, e quindi inutile, e quindi basata sull’inganno, che fossero il gruppo sparuto dei sinceri “liberal” o quello maneggione degli ex-democristiani. A Vernetti, un ex-margheritino che forse seguirà Rutelli nella sua nuova appassionante avventura centrista, non è rimasto che prendere atto dell’ennesima dura replica della storia: “c’è il rischio che Bersani accentui queste connotazioni e faccia tornare il PD ad essere un sincero e onesto partito di tradizione socialdemocratica. E questo sarebbe molto differente dall’idea originale del PD”. Singolare che le parole di questa orazione funebre suonino straordinariamente simili a quelle vergate da un famigerato scribacchino di questa famosa testata giornalettistica qualche tempo fa con intenti diametralmente opposti, quando dalla riva destra formulava l’auspicio per la sinistra di un “onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico”.

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Partito Socialdemocratico? Daaaa!

E’ ormai evidente a tutti che la sinistra italiana è incapace di badare a se stessa. Ecco perché, per il bene del paese, una persona con la testa sulle spalle, il sottoscritto, ratzingeriano & berlusconiano, sente il dovere morale di indicare la via a questi somari: ora o mai più!

Un fantasma s’aggira per l’Italia: il fantasma del Partito Socialdemocratico. Voi non lo vedete, non lo sentite forse, ma cresce inesorabilmente a dispetto del fatto che non lo vogliate né vedere né nominare, come una gravidanza nascosta di cui ci si vergogna, eppure terribilmente vera e carnale. Ma le doglie non sono tante lontane, e molte cose congiurano adesso per rompere finalmente i tabù e dare il ferale annuncio: il naufragio della sinistra “democratica” alle prossime elezioni europee, la crisi economica mondiale, la messa all’indice del liberismo, che qualche bello spirito voleva perfino di sinistra, e il ritorno in auge delle oppiacee teorie del santone Keynes, l’unico moltiplicatore di pani e di pesci, dopo Dio in persona, che la storia abbia mai conosciuto.

O sinistra, sinistra che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti son mandati, quante volte si sarebbe potuto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Eravate comunisti, non ne avevate imbroccata una che fosse una nella vita, ma mai avete voluto pentirvi! Invece di percorrere la strada onesta che tutti i vostri confratelli europei hanno seguito da tempo immemore, vi siete fatti sedurre dal Diavolo, con la pervicacia propria dei negatori della verità, pur di risparmiarvi per orgoglio e viltà il piccolo e salutare dolore di un esame di coscienza. Dispensatori di anatemi e benedizioni, per rimanere antropologicamente comunisti e giacobini, e per resistere allo stesso tempo alla modernità, senza esser costretti ad abiurare con un onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico, avete fatto della sinistra una griffe: la griffe dei migliori. I migliori sindacalisti, come i migliori imprenditori; i migliori cattolici come i migliori laici; i migliori difensori dello stato sociale come i migliori liberali; e poi i migliori intellettuali & i migliori magistrati & i migliori banchieri & i migliori artisti. E così, poveri deficienti (non vi adombrate, lo dico per il vostro bene, l’amore corregge anche con la sferza, se necessario), e così, branco di lazzaroni, vi siete imbarcati per l’avventura del Partito Democratico, un bel tuffo carpiato avanti indré con triplo avvitamento in venti centimetri d’acqua, alias il solito salto della quaglia degli ultrafurbacchioni: salto mortale, senza fallo.

Passate il tempo a trovar difetti all’umanità, perversione morale da nullafacenti della quale vi fate belli, e intanto non siete minimamente capaci di uno slancio vero: il vostro è sempre carico di veleno. Paroloni sui massimi sistemi e una mentalità così piccola sulla quale perfino i piccolissimi borghesi che crocifiggevate qualche decennio fa avrebbero fatto tanto d’occhi. Come ai tempi dell’Armata Brancaleone di Prodi pure ora con il Partito Democratico, da vecchi bacucchi siete sempre fissati con l’idea della torta da suddividere o da okkupare. Invece di imparare dallo stratega Berlusconi, continuate ad avere in testa categorie, classi, organizzazioni, poteri da avvicinare ed in ultima analisi possibilmente da assorbire ed egemonizzare, nel tentativo di raggranellare il democratico cinquantun per cento. Avete fatto un corte serrata, oscena, al voto cosiddetto cattolico, avete brigato servilmente per ottenere, riuscendovi, ottime relazioni diplomatiche coi vertici confindustriali e coi vertici delle grandi banche – qualche tempo fa, s’intende, ché ora siete appestati – avete alimentato il rapporto sempre osmotico con le confederazioni sindacali. Il risultato? L’indefessa ricerca del consenso dei poteri, e la diluizione contraddittoria in mille direzioni del messaggio politico; periodici e patetici abboccamenti con le sanguisughe centriste nello sforzo di rimpolpare la massa critica della sinistra erosa dall’abbandono a loro stessi di rifondaroli & compagnia; siete stati costretti, in questa miope politica del bilancino, per non compromettere future alleanze e per non scatenare la ribellione dei quattro gatti teodem, ad una grigia pruderie sui temi etici che non può che farvi mandare all’inferno dai vostri elettori; qualcuno della riserva dei pellirosse padani – sempre in ossequio alla stessa forma mentis – ha pure tirato fuori dal cilindro l’idea balzana del partito del Nord, del tutto aliena all’afflato universalista della sinistra; perfino nella ricorrenza del vostro 25 aprile, in un raptus d’ultracastigata morigeratezza, speriamo alleviata da lascivi sogni notturni, ai seguaci democratici – visto che non sono più comunisti, ma, essendo italiani, è proibito loro di considerarsi socialdemocratici – non è stato concesso di sventolare nemmeno un fazzolettino rosso.

Neanche il velenoso lievito antiberlusconiano poteva far crescere quest’impasto micidiale; tutte mossette da straccioni, che servono per mangiarsi il paese dal di dentro, come avete fatto per mezzo secolo, non per vincere elezioni democratiche; calcoli da politicanti, non già un’idea attraente, ma realistica e moderna, da ciondolare davanti agli occhi del singolo individuo potenziale elettore di sinistra, e allo stesso tempo una bella OPA da lanciare sul popolo rosso. Perché conquistato l’imprimatur dei vari Sant’Uffizi, alla fine, nel mondo degli uomini in carne ed ossa, e non in quello delle marionette ancora caro ai voi testoni marxisti, i conti non tornano però: l’intendance n’a pas suivi.

Ma voi continuate a dormire. Il Beppino Englaro, che la vostra chiesa laico-repubblicana aveva già in vita elevato alla santità, lo avete fatto scomparire dall’orizzonte non appena ha avuto il coraggio, quello sì vero, di dire le sue quatre vérités sulla storia recente della sinistra italiana, tutta roba assai indigesta per i pollastri tirati su con la sbobba dei padreterni della repubblica, i vecchi imbroglioni della “questione morale”:

“Sono sempre stato socialista… in famiglia ho respirato quest’aria. Con mio padre parlavo di Loris Fortuna, il socialista padre della legge sul divorzio e autore della prima proposta sulla depenalizzazione dell’aborto. Per noi friulani resta un leader. Poi ho sempre avuto in mente il partito socialista, del quale Bettino Craxi prese le redini nel 1976. Ricordo l’entusiasmo di quegli anni, vedevo in lui il segretario capace di rilanciare il PSI, dandogli vigore, forza e peso politico. Era una ventata nuova, si capiva che sarebbe diventato trainante a livello nazionale. Il culmine fu quando divenne presidente del Consiglio. …Spero in una rinascita del partito socialista, come un partito liberale all’avanguardia, riformista, da contrapporre ai conservatori. Mi dicono tutti che è un’illusione. Ma questo è il mio sogno. Come si fa a buttare all’aria oltre cento anni di storia?”

Se aveste trovato finalmente il coraggio di dare un calcio nel sedere a tutta quella ciurma fanatica di tristi figuri, i grillini, i travaglini, i dipietrini, i zagrebelskini; se aveste potuto obliare le ossessioni antiberlusconiane; se aveste potuto finalmente riconciliarvi con il genere umano; se vi foste liberati del giogo insopportabile di dovervi sentire per forza i migliori; restando rossi, compagni tra i compagni, compresi quelli che per amor proprio non vi hanno seguito nella vostra avventura nichilista; quanti sottili piaceri vi sareste potuto prendere! Che sollievo rigeneratore tirar fuori e far svolazzare di nuovo finalmente la bandiera rossa, senza sentire di avere vissuto invano! Non illudetevi: prima questa scelta era una possibilità, adesso è una necessità!

Guardate invece come vi siete fatti sfilare dalla scarsella da Robin Hood Tremonti la bassa macelleria pseudofilosofica sulla finanza etica, sul primato della politica, sul turbocapitalismo truffaldino, sui biscazzieri di Wall Street, sull’economia sociale di mercato, robaccia di cui voi avreste potuto fare commercio esclusivo e proficuo. Guardate i boss rétro delle banche popolari e delle casse rurali, gente dalle oneste mascelle d’acciaio, riottosa ai grandi balzi in avanti, non poco sbeffeggiata dai media negli ultimi anni, che ora senza alcun merito, ma comprensibilmente, nelle loro sagre da strapaese fanno il gesto dell’ombrello a tutto l’olimpo finanziario worldwide! Loro, lo fanno!

Tu, piccolo caporale dell’Armata Rossa! Tu, piccolo sconosciuto Napoleone progressista! Questa è la tua ora! L’ora dell’audacia! Molla la folla degli odiatori, stringi la mano intrepido da cordiale nemico al nostro condottiero Silvio, riabilita eroicamente il cinghialone garibaldino Craxi, riscopri l’orgoglio rosso e riunisci il popolo rosso! Rivoluzione? Niet! Nichilismo? Niet! Perestrojka? Daaaaa!

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Italia

La questione morale e la questione reale

Fu negli anni ’70 che il PCI raggiunse il massimo del consenso elettorale. Ma non riuscì a superare la linea del Piave che gli oppose una maggioranza di italiani impaurita da sempre dalla sua natura settaria. Il massimo del consenso coincise anzi con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ’60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita. Per cui se da un lato l’Occidente visse dei momenti luminosi di autentico genio creativo, come ad esempio nel 1964 con l’invenzione della minigonna da parte di Mary Quant, alla quale almeno metà dell’umanità in salute sarà sempre grata in eterno, dall’altro vide l’imbarbarirsi della lotta politica con la crescita allarmante del militantismo di massa. Il ’68, in Occidente, soprattutto nell’Europa continentale e massimamente in Italia (l’altra Europa meridionale viveva ancora sotto regimi autoritari), fu il tentativo di impadronirsi, di egemonizzare, e di battezzare politicamente il Nuovo, spegnendone le luci sotto il tallone di ferro di un plumbeo decalogo rivoluzionario. Che è poi l’intima contraddizione dalla quale è squarciato prima o dopo il corpo di ogni rivoluzione.

Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque così il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che una trovatina lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare l’ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale, in primo luogo il mito implicitamente classista o razzista della propria diversità.

La questione morale è un comodo randello retorico; è come un Kalashnikov, un’arma pratica, efficace e di facile manutenzione, buona con ogni clima e sotto qualsiasi cielo. Basta vedere in ogni malaffare – altrui – il riflesso di una classe politica corrotta, indicare i colpevoli al popolo e procedere alla necessaria purificazione, rifiutandosi di coglierne i nessi con la realtà sociale e col grado di civismo della popolazione. Così, non da democratico liberale, ma da buon ideologo della democrazia, la quale si dà o non si dà indipendentemente da ogni contesto storico, in obbedienza al mito costruttivista della democrazia compiuta, Paul Ginsborg non sa vedere nel clientelismo italiano se non un difetto morale-antropologico da perseguire penalmente, e del quale rintraccia addirittura le mediterranee radici nel rapporto tra clientes e patroni degli antichi romani, forse nemmeno sospettando che anche la sua verde Inghilterra è passata per il feudalesimo, arrivando alla democrazia superando e non abbattendo il regime aristocratico, e che le clientele furono la base politica sulle quali le case gentilizie romane fondarono la più solida e progredita repubblica dell’antichità.

L’Italia, prima di Mani Pulite, non fu mai monda, e nel decennio craxiano non fu più sporca che nei precedenti. La partitocrazia, che negli anni della ricostruzione più che una studiata strategia di occupazione del potere fu il riflesso di una democrazia alle prima armi o dell’immaturità politica di uno Stato ancor giovane appena uscito dal periodo della diseducazione fascista, negli anni della glaciazione politica in Italia, specchio della glaciazione mondiale risultante dalla Guerra Fredda, si incancrenì e fu vissuta con rassegnazione. Le crepe che si aprirono negli anni ‘80 nell’Impero Sovietico smossero le acque della vita politica in Italia, e lo stesso Craxi ne fu in parte un effetto. La classe politica dovette ricominciare a conquistarsi una nuova rappresentatività presso l’elettorato: l’erosione del potere democristiano nell’Italia settentrionale da parte della Lega Nord fu in realtà in senso lato anche una grande rivolta di clientes. Essa era tanto più disprezzata in quanto i suoi privilegi e le sue esazioni non erano più nemmeno scusate dall’efficacia della sua azione di copertura politica di interessi sufficientemente generalizzati. In breve il malcostume politico – o se vogliamo esser più precisi, i suoi eccessi – era ormai solo un costo anche nella coscienza dell’elettore. Ed era, o meglio, avrebbe potuto essere il classico momento in cui matura, prosaicamente e senza fanfare etiche, il grado di civismo di un popolo.

In Italia, come il ’68 anche Mani Pulite fu il tentativo da parte di una sinistra allora in crisi quasi mortale di impadronirsi, di egemonizzare, e di battezzare politicamente il Nuovo, spegnendone le luci stavolta sotto il tallone di ferro di un plumbeo decalogo democratico, e non più apertamente rivoluzionario. Rifiutandosi ad una via d’uscita politica alla crisi dell’inizio degli anni ’90, evocata nella Grande Confessione auspicata da Cossiga ed estrema perorazione difensiva di Craxi, e privilegiando invece la via giudiziaria al potere, la sinistra è riuscita a buttare al vento quindici anni della propria storia e a perdere la partita con Berlusconi. Ora la rivoluzione sta mangiando i suoi stessi figli, con risvolti comici più che drammatici. Incerta tra la droga Veltroniana delle epurazioni predicate dal cappellano della Chiesa Democratica degli Ultimi Giorni Zagrebelsky, e la paura del Termidoro D’Alemiano, la sinistra sta vivendo le doglie del parto socialdemocratico. Il pargolo che nessuno vuole nascerà nel dolore e nel pianto, oltre che nelle risate che stanno seppellendo i protagonisti di questo melodramma: bruttino ma nascerà, necessariamente.

Italia

La strada sbagliata della sinistra

Nel chiamare a raccolta i potenziali elettori del centrodestra l’intuizione italoforzuta berlusconiana, con una dose ragionata di populismo, mirò a scavalcare la mediazione di sclerotiche formazioni politiche, e a sfuggire la trappola soffocante dello schematismo laici-cattolici. “Forza Italia” era un grido di battaglia ma anche un invito rivolto al singolo individuo stanco di un’idea confessionale o settaria della politica. Era una visione dinamica, aperta, prospettica, ma non per questo onnicomprensiva, e si rivelò un ottimo investimento, facendo il pieno o quasi di consensi a destra, e raccogliendo gran parte del voto – decisivo – dell’elettorato dei profughi della diaspora socialista.

Vediamo invece che sia con l’esperienza dell’Unione prodiana sia col nuovo progetto del Partito Democratico veltroniano la mentalità che informa l’azione politica dei postcomunisti-democratici sia sempre quella della torta da suddividere o da okkupare. Essi continuano ad avere in testa categorie, classi, organizzazioni, poteri da avvicinare ed in ultima analisi possibilmente da assorbire ed egemonizzare, nel tentativo di raggranellare il democratico 51 per cento. Così si spiegano la corte serrata al voto cosiddetto cattolico, le ottime e cercate relazioni diplomatiche coi vertici confindustriali di qualche tempo fa, le ottime e cercate relazioni diplomatiche coi vertici delle grandi banche, il rapporto sempre osmotico con le confederazioni sindacali. Il risultato? L’indefessa ricerca del consenso dei poteri, e la diluizione contraddittoria in mille direzioni del messaggio politico; non già un’idea attraente, ma realistica e moderna, da ciondolare davanti agli occhi del singolo individuo potenziale elettore di sinistra. Perché conquistato l’imprimatur dei vari Sant’Uffizi, alla fine però i conti – nel mondo degli uomini in carne ed ossa, e non in quello delle marionette ancora caro ai postmarxisti – non tornano: l’intendance n’a pas suivi.

A dimostrazione che nel quartier generale democratico le idee sono confuse come e più di prima, ancor oggi Veltroni cerca patetici abboccamenti con Casini nello sforzo di rimpolpare la massa critica della sinistra erosa dall’abbandono a loro stessi di rifondaroli & compagnia. In questa miope politica del bilancino, per non compromettere future alleanze e per non scatenare la ribellione dei quattro gatti – sì: quattro gatti – teodem, è costretto ad una grigia pruderie sui temi etici che non può che scontentare la grande maggioranza degli elettori di sinistra. Così come è del tutto aliena all’afflato universalista della sinistra, l’idea balzana – non veltroniana, ma figlia della stessa forma mentis – del partito del Nord. Nello stesso tempo, perfino nella ricorrenza del loro 25 aprile, ai seguaci democratici – visto che non sono più comunisti, ma, essendo italiani, è proibito loro di considerarsi socialdemocratici – non è concesso di sventolare nemmeno un fazzolettino rosso: quest’ultracastigata morigeratezza, speriamo alleviata da sogni masturbatori notturni, è proprio il segno che sul ponte di questa sinistra sventola bandiera bianca, e che il comunismo del belpaese, attraverso la finzione del Partito Democratico, sta morendo nel ridicolo.

P.S. Non vorrei che qualcuno, capitato per la prima volta da queste parti, mi sospettasse di simpatie “laico-socialiste”: al contrario son liberale-destrorso e, in cuor mio, cattolico perinde ac cadaver.

Italia

E’ finito il dopoguerra

Le facce della sconfitta 

Sono quelle, da schiaffi, dei direttori del Sole 24 Ore, del Corriere della Sera e della Stampa, gli ineffabili e inossidabili Ferruccio Serenissimo De Bortoli, Paolo Buddha Mieli, Giulio Mummia Anselmi, e del presidente uscente di Confindustria, Luca Cordero y Lopez y Gonzales y Martinez de Vallombrosa di Montezemolo. Mallevadori dell’avventura prodiana nel 2006 presso l’opinione pubblica italiana moderata; patrocinatori dei vari tentativi di scalzare dal posto di primo ministro un Prodi troppo ben disposto verso le forze politiche bolsceviche, naturalmente senza passare per le elezioni; sponsorizzatori, a nome della casta veteroindustriale della campagna mediatica contro gli ex compagni della casta politica, per dire “noi non c’entriamo”, per tirarsi fuori dal pasticcio che loro stessi avevano combinato, per schivare il fuoco dell’antipolitica, e per favorire la nascita di un governo di salute pubblica guidato dagli amici degli amici; silenziosamente àuspici, fino all’ultimo, di un pareggio elettorale, grazie anche all’ufficialmente orribile ma provvidenziale Porcellum, che avrebbe ricondotto le parti ad una debole soluzione istituzionale, permeabile a influenze extrapolitiche; questi signori, dunque, si sono acconciati con sapienza, da stagionati cortigiani d’altri tempi – verosimilmente sotto lo sguardo sbalordito del povero, sedotto, abbandonato e volenteroso Tabacci – all’esito senza discussione del voto, salutando amabilmente i miracoli della schiarita bipartitica: una possibile nuova stagione politica per l’Italia, una promettente governabilità, una costruttiva bipartisanship nelle riforme istituzionali. Bravi! Con tutta probabilità il loro nome sopravvivrà alla cronaca di questi anni, come protagonisti di un eccezionale case history di antropologia comparata.

Il suicidio della sinistra

Il risultato complessivo della sinistra è disastroso. Veltroni, in virtù dell’istinto gregario, della disciplina di partito ancora comunista dell’elettorato di sinistra, è riuscito a compattare i ranghi e a fare il pieno di voti dalla sua parte, prosciugando quasi tutte le fonti di approvvigionamento. Ma questa compattezza fagocitante insieme alla modestia del risultato significa che la sinistra è sterile e non offre più nulla di appetibile all’uomo della strada. Geograficamente, ha difeso con ostinazione il suo recinto emilianoromagnolo-toscano-umbro-marchigiano, anche se le mura a difesa della linea del Po risultano piuttosto sbrecciate; ha conquistato qualche isolata piazzaforte: una piccola regione di appena 300.000 abitanti come il Molise, grazie all’enfant du pays Di Pietro; ha vinto in una regione un pelino più grande, di all’incirca 600.000 abitanti, come la Basilicata, da tempo oggetto di investimenti pubblici-grandindustriali; ed è politicamente maggioranza nella città, e solo la città, di Roma, fulcro dell’apparato burocratico-amministrativo italiano. Ciò significa che la superficiale riverniciatura democratica non riesce più a nascondere il fatto che essa rappresenta il volto politico delle nomenklature peninsulari. E’ accaduta una cosa straordinaria: nel parlamento del paese con lo storicamente più forte partito comunista occidentale non vi sarà più spazio per nemmeno un singolo rappresentante nominalmente socialista o comunista. Questo è il redde rationem del patto mefistotelico di Mani Pulite, che ha esentato la sinistra dal travaglio di una reale e sofferta trasformazione socialdemocratica, in armonia con la realtà continentale europea, che è la nostra realtà. Senza nemmeno prendere in considerazione l’evoluzione del Partito Laburista britannico, in qualche modo i socialismi tedesco, francese o spagnolo hanno cercato di reinventarsi un’identità che permettesse loro di entrare come corpi ancor vivi nel nuovo mondo globalizzato. La sinistra italiana ha saputo rispondere solo con il mimetismo democratico. E’ pacifico che la scomparsa di socialisti e comunisti è solo virtuale. E’ assolutamente certo che il problema di questo sdoppiamento della personalità, passato il momento delle convulsioni postelettorali, sarà l’oggetto del dibattito politico interno alla nuova opposizione.

L’astrattezza dei liberali

Cari liberali, voi rimproverate chi ha una concezione statica dell’economia, la cui variabile è solo la ridistribuzione della ricchezza; una visione statica, e quindi astratta e ideologica. Ma chi, sconfortato dal panorama politico, da colbertismi e criptonazionalismi, ha deciso di astenersi dal voto ha fatto lo stesso sbaglio: come spesso è capitato in passato ai seguaci nostrani più intransigenti di questa confraternita filosofica, ha ragionato con un piedino almeno fuori della realtà, senza fare i conti con le dinamiche della storia e della politica. Non siete proprio voi che c’insegnate che una società libera e democratica si forma laddove si possa sviluppare il più aperto, e a lungo andare proficuo, scontro, incontro o conflitto di interessi fra gli individui e i blocchi sociali? E che esiste anche una competitività politica e sociale, sorella di quella economica? E allora come non accorgersi che la vittoria della barbara gentaglia leghista-berlusconiana segna un riequilibrio e uno sblocco epocale, culturale e politico, nel nostro ingessato paese? Sono la vittoria, e solo la vittoria, berlusconiana; e la sconfitta, e solo la sconfitta, della fazione giacobina – antifascista – veteroresistenziale – comunista – postcomunista – democratica; che sanciscono la pacificazione italiana, non quella stretta di mano di scenografica teatralità che piace tanto, da sempre, alla vanesia furbizia italica. Chi avrebbe mai immaginato di poter leggere un giorno, nel giornale principe della fazione, queste parole:

Le critiche e le perplessità che questo giornale ha manifestato nei suoi confronti restano tutte. Il leader di Forza Italia è il campione di un’Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni. È il videocrate che riduce l’etica ad estetica, e che vive la politica come opportunità e non come responsabilità. Ma nonostante tutto questo, bisogna prendere atto che la “pancia” del Paese è con lui. Il muro di Arcore è caduto per sempre: le demonizzazioni e le ghettizzazioni non servono più a niente e a nessuno.

Egregio Massimo Giannini, non è però il muro di Arcore quello che è caduto; è il Muro di Berlino crollato in Europa vent’anni fa e che il golpe di Mani Pulite ha tenuto in piedi in Italia fino ai nostri giorni, a perpetuare l’infinito dopoguerra di una redditizia intimidazione antifascista: sono gli anni del ritardo italiano.

Update del giorno dopo:

Uomini ma anche caporali.

Il dilettante allo sbaraglio, l’attempato giovinotto, l’eterno bamboccione, e il falso modesto Zamax, nonostante le sue pose filosofiche, sovente si fa ancora prendere al laccio – voluttuosamente – dalla vanità. Sono piccole e umilianti vergogne che aiutano a vivere, purché le si riconosca. Come disse nella sua consolante saggezza il vecchio Catone, cattolico ante literam, citato da Seneca, già citato una volta a memoria da Zamax, che non ha voglia di verificare perché scopo della sua vita è eguagliare l’ineguagliabile Enzo Biagi: “non è un gran peccato entrare in un bordello, l’importante è venirne fuori”. Ora dunque costui si è ficcato in testa che Galli della Loggia da qualche tempo occhieggi l’unprofessional blog per trarne nutrimento. Come tutto il mitico Corrierone, che ultimamente è soprattutto una scuola di vita, anche l’augusto suo editorialista primeggia nel sentenziare amabilmente a cose fatte. Ma qualche tempo fa, nel fumo della battaglia e quando fischiavano le pallottole, era tutta un’altra canzone

Update di qualche giorno dopo:

Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l’aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo… (Paolo Mieli, Corriere della Sera, 20 Aprile 2008,)

E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica… (Zamax, 28 Febbraio 2008,)

Italia

La posta in gioco

Democratico fin che si vuole, Veltroni non ha resistito ad usare la riposta violenza dialettica preventiva tipica dello spirito giacobino-comunista, la fredda retorica manganellatrice che sotto compunte preoccupazioni legalistiche mira in realtà ad intimidire l’avversario politico. Così facendo, la nuova democraticità veltroniana manifesta la continuità con la prassi politica della sinistra italiana del dopoguerra e la solidarietà ideologica con la vulgata vetero-resistenziale che in forma patologica alimentò anche il fanatismo del terrorismo rosso degli anni ’70 e ’80. Ancor oggi, dunque, nel 2008, per chiamare a raccolta il suo elettorato, il nuovo corso della sinistra si appella all’istinto settario, autoassolutorio e autogratificante, di rivendicare a sé l’esclusiva dello spirito democratico e dell’interpretazione del dettato di quella Costituzione del ’48 alla quale si è progressivamente legata in un rapporto feticistico, che ricorda gli splendori islamici della religione del libro.

Mette il carro davanti ai buoi, dunque, chi pensa che oggi la priorità del nostro paese sia un più o meno accentuato tasso di liberalismo politico ed economico. La triste realtà, che spiega l’inesplicabile immobilismo italiano, è che l’Italia sconta ancora gli effetti di un’anomalia culturale che non ha paragoni in Europa. Senza il riallineamento del panorama politico italiano a quello continentale (questo, per ora, è il nostro naturale e realistico traguardo, purtroppo, non la terra promessa anglosassone), pensare, progettare, battersi per politiche liberali è come costruire sulla sabbia. In questi giorni Veltroni parla di stagione di odio e di violenza, nel momento stesso in cui, alla stregua di tutti i suoi predecessori da sessant’anni a questa parte, la pone in atto con retorica melliflua nel confronto politico. Quella stesso confronto politico – quella regolare lotta politica – che da sempre la propaganda della sinistra ha il fine di inibire, mettendo preventivamente sotto accusa le forze politiche avversarie e creando un senso di colpa nell’elettorato. L’anomalia non è affatto Berlusconi: al contrario, il magnate brianzolo è riuscito nell’impresa di mettere in piedi un partitone di centrodestra che bene o male rispecchia la temperie culturale dell’Italia destrorsa.

A volte i liberali italiani sembrano in preda alla schizofrenia, barcollando tra un fideismo economicistico nei numeri e nelle statistiche che nel giudizio politico si sottrae tendenzialmente a considerazioni più profonde, e un ideologismo che non tollera nessun compromesso: i cattolici in questo mostrano spesso un maggior realismo, forse perché una fede già ce l’hanno. Giudicando solo dai “crudi fatti”, ad esempio, anche l’accelerata secolarizzazione dei costumi nei primi momenti delle rivoluzioni marxiste, avrebbe potuto far credere a qualche loro dinamica positiva. Così oggi la sinistra nostrana offre opportunisticamente alla benevola attenzione dei mainstream media qualche scampolo riverniciato di innocuo liberalismo. In un quadro siffatto le diatribe sulle filosofie tremontiane e sui pruriti nazionalistici della vicenda Alitalia passano in secondo piano.

Il Partito Democratico non può essere, realisticamente, il futuro della sinistra italiana nei prossimi anni. Se la vittoria berlusconiana sarà netta, nell’amarezza della sconfitta il popolo di sinistra comincerà fatalmente a chiedersi perché, al contrario di tutte le formazioni politiche sorelle del continente, il suo partito non possa chiamarsi socialista o socialdemocratico. Prima o dopo la sinistra si conformerà onestamente a quelle europee; ma per poterlo fare dovrà dismettere quell’abito mentale comunista che informa – ancor oggi – il Partito Democratico, e che è la sua sola e vera identità. E non potrà più essere quella fazione che irretisce e attira a sé tutti i poteri consolidati del paese, immobilizzandolo. L’eliminazione di questa fazione è la vera posta in gioco delle prossime elezioni.

Italia

Una domanda da oltreoceano

Zamax: Me gustaria me dieras tu opinion sobre el sistema de gobierno italiano. Para nosotros aqui nos parece un sistema “raro”. Estabamos conversando con Claudio sobre la convenienza de este tipo de gobierno con respecto a los planes a largo o mediano plazo, con planes me refiero a politicas aplicables a problematicas del pais, quiero decir, como se puede planificar algo a mediano y largo plazo cuando se tiene la sensacion que se va a durar tres meses en el gobierno??? No lo se, me parece tan extraño este sistema que me parece que lo unico que sirve es para que los politicos se aseguren una jugosa pension de por vida. Mi papa esta contento que haya caido Prodi, no veia la hora, a Prodi parece que mucho no lo afectó segun muestran las fotos, haciendo jogging todo sonriente y conversando acaloradamente con su peluquero. ¿Se viene el “Attalismo italiano”?

Non saprei rispondere a questa domanda se non partendo dalla caratteristica peculiare della vita politica italiana del dopoguerra. Esiste ancora il fattore K, come lo chiamò una volta per tutte Alberto Ronchey, l’anomalia tutta italiana di una sinistra in maggioranza comunista? O almeno i suoi effetti sono ancora visibili? Al contrario di molti, io penso di sì. E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica. Per un quarantennio dalla fine della seconda guerra mondiale fino allo sgretolamento dell’impero comunista nei paesi dell’Europa dell’Est negli anni ‘80, l’Italia ha avuto un sistema politico bloccato tra l’opzione atlantica e occidentale della Democrazia Cristiana e dei suoi satelliti, e il peso sempre crescente della fazione comunista nella società, che d’altra parte costituiva – stante la glaciazione dei rapporti internazionali determinati dalla guerra fredda – una sorta di assicurazione della DC sulla guida del paese. Il governo per i democristiani italiani divenne perciò una sinecura. E le frequentissime quanto innocue crisi di governo, facilitate dalla debolezza istituzionale della figura del presidente del consiglio uscita dalla Costituzione antifascista, furono il modo per regolare tra loro cervellotici equilibri di potere.

Così che fino all’irrompere nella scena politica della sinistra riformista e occidentale di Craxi negli anni ’80, ossia per più di un trentennio, in realtà si può parlare di un sostanziale continuum, una lunga, interminabile fase di governo nel quale i ripetuti avvicendamenti di ministri o di primi ministri avevano ben pochi effetti sull’ordinaria amministrazione del paese. Fino a tutti gli anni ‘60 la cosa fu relativamente facile e senza conseguenze, almeno in una logica di corto respiro, in quanto si trattava di governare la lunga fase inerziale di crescita economica tipica di un paese in fase di sviluppo. La filosofia di governo, tuttavia, impercettibilmente ma a lungo andare profondamente, prese una fisionomia economico-politica di stampo sempre più statalista. Questo era l’esito di una dinamica interna al paese. La natura particolarmente settaria, militante, comunista, della sinistra di casa nostra ebbe buon gioco nell’organizzare nel ventre molle dell’Italia democristiana una rete sempre più vasta di potere, in virtù di una solidarietà ideologica trasversale che si muoveva come un falange nella società italiana. Per venire a patti con questa sorda minaccia e conservare la pace sociale nel paese, la classe politica democristiana, forte dell’impossibilità di un normale ricambio politico, cominciò lentamente, fin dagli anni ‘50, ad abbandonare passo dopo passo la rappresentanza del proprio elettorato nei fatti moderato o conservatore. La storia della DC dalla fine della seconda guerra mondiale al 1992, l’anno di Mani Pulite, è la storia di una lentissima, lunghissima, progressiva diserzione. L’incredibile numero di correnti democristiane – nate, morte, risorte, rinate sotto nuovo nome – oltre ad essere in gran parte di sinistra, nella quasi totalità cercavano la loro identità particolare nel modo di rapportarsi con la sinistra. Ciò significa che fin quasi dalle origini i democristiani avevano incominciato a cercare la loro legittimità a sinistra, e a vedere il futuro e il mondo con gli occhi della sinistra, precludendosi così una propria originale e sensata modernizzazione. E non è certo un caso che già negli ’40, ma soprattutto negli anni ’50 dopo la scomparsa di De Gasperi, furono i Dossetti, i Fanfani, i La Pira, i Gronchi – i democristiani minoritari dell’Italia rossa tosco-emiliana – a dare la sterzata decisiva al partito.

La protagonista di questa progressiva mutazione fu una razza particolarmente vile: psicologicamente parlando, il democristiano di sinistra, o quello deambulante sul piano inclinato dell’ineffabile centro, è il perfetto conformista. Vivendo in Italia egli si trova vieppiù lacerato tra due realtà spesso conflittuali, alle quali la sua mentalità gl’intima di conformarsi: la tradizione cattolica (la tradizione, non la religione) e una cultura egemonizzata dalla sinistra. In certi casi patologici, prima di crollare, tanto più cede alla seconda, tanto più manifesta nelle pratiche religiose una sorta di grottesco atletismo devozionale. E come tutti i soggetti sensibili alla Sindrome di Stoccolma è tirannico coi suoi, avendo imparato in fretta dal temuto avversario l’arte giacobina di prendere il potere con le minoranze organizzate.

Il fenomeno dei democristiani di sinistra fu solo la replica a livello politico di quanto successe in tutte le pieghe della società italiana, dalla magistratura fino al mondo dell’economia. Oggi la sinistra, almeno quella che il Partito Democratico intende rappresentare, avendo allevato in tutti settori della società una sua nomenklatura, sempre più somigliante alla nomenklatura tout-court, non riesce più ad esprimere, a proiettare un’idea di se stessa. La sinistra, dispensatrice di anatemi e benedizioni, per rimanere antropologicamente comunista e giacobina, e per resistere allo stesso tempo alla modernità, senza esser costretta ad abiurare con un onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico, doveva diventare una griffe: la griffe dei migliori. I migliori sindacalisti, come i migliori imprenditori; i migliori cattolici come i migliori laici; i migliori difensori dello stato sociale come i migliori liberali; e poi i migliori intellettuali, i migliori magistrati, i migliori banchieri, i migliori artisti, e perfino i migliori …cuochi. Ora con l’approssimarsi delle elezioni, del tutto il linea con la vulgata di un PCI baluardo della democrazia e del feticismo costituzionale, nonché sovietico partito degli onesti di berlingueriana memoria, eccoti pure l’apparentamento con l’Italia dei Valori del giustizialista Di Pietro. Ma basterà, nel 2008, il richiamo della foresta della superiorità morale e intellettuale, tipico della setta, per tenere insieme il popolo della sinistra dietro le insegne di un partito che – con Veltroni ancor più che con Prodi – è l’interfaccia patinata della rete dei poteri consolidati e conservativi del nostro paese, dalla Corte Costituzionale alle Associazioni criptosindacali dei Consumatori? Valgono ben poco i programmi, o le buone quanto vaghe intenzioni di rinnovamento, quando si rappresenta, nei fatti, il vecchio. Io non credo che il Partito Democratico, almeno questo Partito Democratico, sarà il futuro della sinistra italiana. Dico che le camaleontiche trasformazioni, di facciata beninteso, che dovrebbero con un colpo di bacchetta magica antistorico porre l’Italia mancina all’avanguardia in Europa provocheranno un rigetto nell’elettorato storico della sinistra, stanco delle sfilate mondane della bella politica e anche degli strilloni dell’antipolitica, e se il candidato Veltroni, per quanto magnificato dalla grancassa dei media – ora che per causa di forza maggiore anche La Repubblica ha dovuto abbandonare la sua filosofia politica unionista e pansinistrorsa, i grandi giornali parlano veramente la stessa lingua, tranne per qualche voce isolata – se il candidato Veltroni, dunque, non saprà illudere il suo popolo fino all’ultimo con la prospettiva realistica di una vittoria elettorale, sarà proprio alla sua sinistra che rischierà di veder franare l’appeal della sua campagna elettorale.

Quant’è diversa invece la parabola del vecchio Berlusconi! All’epoca del Terrore della Rivoluzione di Mani Pulite, ebbe l’ardire e la lungimiranza strategica di guardare oltre la politique politicienne e di scommettere sull’Italia disertata politicamente dalla DC e disprezzata dalla cultura, l’Italia dei ceti medi, gran parte di quella muta Italia sepolta fino allora nell’anonimato della polverizzazione produttiva padana, l’Italia della diaspora socialista, e anche l’Italia di destra, ammorbidita da mezzo secolo di esperienza parlamentare, ma ancora colpita dall’ostracismo dell’arco costituzionale. E’ sintomatico che dopo quindici anni dalla discesa in campo del Cavaliere, ora che anche Casini nel momento decisivo non ha resistito ed è tornato a cuccia in quella virtuale area di centro che da Martinazzoli a Follini è stata il nosocomio della fatale patologia democristiana, oggi si arrivi ad uno scontro – secondo me finale – che vede da una parte, sotto nuovi nomi, gli eredi diretti dei partiti storici della cosiddetta prima repubblica, quelli risparmiati da Tangentopoli e i resti sparsi e addomesticati dell’ex pentapartito, cioè la cadaverica sublimazione della vecchia classe politica, e dall’altra parte sostanzialmente l’alleanza tra Lega Nord, Forza Italia ed Alleanza Nazionale, cioè tra due formazioni politiche nate negli ‘80 e ‘90 e gli eredi della riserva indiana missina.

La differenza fondamentale tra le due coalizioni, al di là della sceneggiata dei programmi, è che alle spalle di Berlusconi c’è un’Italia che ha molto meno da perdere da scelte drastiche. E se nell’epoca del maggioritario, mentre le esperienze di governo Prodiane sono crollate tutte e due sotto i colpi delle divisioni interne del fronte popolare antiberlusconiano, con una somiglianza puramente esteriore con la dinamica dei governi democristiani di una volta, solo l’ultimo governo Berlusconi è riuscito, bene o male, a stare in sella per i cinque anni di una congiuntura economica internazionale difficilissima, questo lo si deve non poco alla riposta, indiretta pressione dell’elettorato di un centrodestra assai più unito alla base che al vertice.

(Consiglierei però vivamente agli aspiranti liberalpopolari di lasciar perdere le suggestioni programmatiche della Commissione Attali. Esse ubbidiscono nel fondo ad un’aggiornata filosofia politica di stampo statalista in versione tecnocratica. Lo stato, in questa visione statica e riduzionistica della società, è concepito come una macchina sofisticatissima da rimettere periodicamente a punto con centinaia di accorgimenti tecnici; che sono così tanti appunto perché bisogna far quadrare il cerchio, e non scontentare nessuno; e sono tecnici perché suppostamente indolori.)

El boludo

Update del 09/02/2008: piano piano la verità viene a galla. A conforto della mia analisi ecco gli interventi di Galli della Loggia sul Corriere, specialmente laddove scrive:

Non credo che si tratti solo di un calcolo di piccolo cabotaggio politico; la risposta va cercata più a fondo. Va cercata cioè nella tradizione specifica di quella parte del Pd di cui sopra che affonda le radici nelle vicende del comunismo. Che da quelle vicende, pure così lontane, ha acquistato a suo tempo abiti psicologici e modelli di pensiero, ha ereditato una vera e propria antropologia politica.

[…] E sì che invece la funzione sua [di Prodi, N.d.Z.] e dei suoi amici rispetto agli eredi della tradizione comunista è stata davvero preziosa. Se ci si pensa bene, infatti, sono stati Prodi e i cattolici cosiddetti democratici, è stata proprio la loro presenza, la sponda politica da essi offerta, che ha consentito agli ex Pci di non diventare ciò che a nessun costo la maggioranza di essi, in obbedienza al proprio codice genetico, voleva diventare: socialdemocratici. Che cioè ha evitato quello che altrimenti sarebbe stato l’esito ovvio, direi inevitabile, della fine della loro vicenda.

E di Lodovico Festa sul Giornale, di cui segnalo la chiusa:

Comunque quella che stiamo vivendo è la fine di una stagione, in cui l’organizzazione del centrodestra è stata costretta a un modo di agire sia nella definizione del programma sia nella selezione dei candidati molto concentrato, dall’asprezza dello scontro non solo con il centrosinistra ma anche con larghi settori dell’establishment, in tempi abbastanza recenti anche confindustriale. Questa stagione emergenziale sta finendo, il voto quasi sicuramente per il centrodestra del 13 e 14 aprile chiuderà non solo una vicenda politica contingente ma la fase storica della guerra senza tregua a Berlusconi. Nella nuova fase sarà determinante per un centrodestra che vuole governare al meglio, sollecitare in prima persona l’impegno della borghesia produttiva, rimuovendo gli ostacoli organizzativi che ne hanno limitato la mobilitazione.

Bene & Male

Democrazia e diritto naturale

Come ho scritto nel post precedente, le filosofie liberaliste nel XX secolo hanno guardato con diffidenza al diritto naturale. Ne è un esempio questo brano di Ludwig Von Mises tratto dalla sua (grande) opera Socialismo, analisi scientifica e sociologica, apparsa nel 1922 (prima edizione tedesca, successivamente rivista e ampliata):

La dottrina del diritto naturale ha commesso un errore nel considerare questo grande cambiamento, che solleva l’uomo dallo stato dei bruti alla società umana, come un processo intenzionale; come un’azione, cioè, nella quale l’uomo è completamente consapevole dei suoi motivi, dei suoi scopi e dei mezzi per raggiungerli. Così fu supposto essere stato concluso il contratto sociale, attraverso cui sarebbero venuti ad esistenza lo Stato, la comunità, l’ordinamento legale. Il razionalismo non poteva trovare altra possibile spiegazione, dopo che si era disfatto della vecchia credenza che faceva risalire le istituzioni sociali a fonti divine, o almeno all’illuminazione proveniente all’uomo dall’ispirazione divina. Poiché ha condotto alle attuali condizioni, si è considerato lo sviluppo della vita sociale come assolutamente intenzionale e razionale, come sarebbe potuto avvenire questo sviluppo, se non dall’inizio alla fine attraverso una scelta cosciente, intenzionale e razionale? Oggi abbiamo altre teorie con cui spiegare la cosa. […] Noi possiamo “spiegare” la nascita e lo sviluppo delle istituzioni sociali dicendo che esse favorivano la lotta per l’esistenza, dicendo che quelli che le hanno adottate e sviluppate nel modo migliore erano meglio equipaggiati contro i pericoli della vita rispetto a quelli rimasti indietro sotto questo riguardo. […] Il tempo in cui questa interpretazione ci ha soddisfatti e in cui l’abbiamo proposta come una soluzione finale di tutti i problemi dell’essere e del divenire è passato da un pezzo. Essa non ci fa andare un passo più in là della teologia e del razionalismo. Questo è il punto nel quale le scienze particolari cedono alle generalità, nel quale i grandi problemi della filosofia incominciano – il punto nel quale tutto il nostro discernimento finisce.

Veramente non è necessario un grande intuito per mostrare che il Diritto e lo Stato non possono essere ricondotti a dei contratti originari. Non è necessario chiamare in causa l’apparato scientifico delle discipline storiche per dimostrare che nessun contratto sociale ha mai avuto storicamente luogo. […] L’azione economica richiede condizioni stabili. Il processo di produzione è un processo di grande portata e di lunga durata che ha maggior successo quanto più ampi sono i periodi di tempo cui adattarsi. Esso richiede continuità, e siffatta continuità non può essere alterata senza procurare i più seri inconvenienti. Questo significa che l’azione economica richiede la pace, l’esclusione della violenza. La pace, dice il razionalista, è il fine e lo scopo di tutte le istituzioni legali; ma noi asseriamo che la pace è il loro risultato, la loro funzione. Il diritto, dice il razionalista, è un derivato da contratti; noi diciamo che il diritto è un accordo, una fine della lotta, un’eliminazione del conflitto. La Violenza e il Diritto, la Guerra e la Pace, sono i due poli della vita sociale; ma il suo contenuto è l’azione economica.

Tutta la violenza mira alla proprietà degli altri. La persona – cioè a dire la vita e la salute – è l’oggetto di attacco solo nella misura in cui ostacola l’acquisizione della proprietà. (Gli eccessi sadici, i fatti di sangue commessi per amor di crudeltà e nessun altro interesse, sono eccezionali. Per prevenirli, non è necessario un intero sistema legale. Oggi il dottore, non il giudice, è considerata la persona più adatta per combatterli). Così non è un caso che precisamente nella difesa della proprietà il diritto riveli più chiaramente il suo carattere di strumento di pace. Nel duplice sistema di protezione accordato a chi ha beni, nella distinzione tra proprietà e possesso, si manifesta più vivamente l’essenza del diritto come strumento creatore di pace – sì, creatore di pace ad ogni costo.  (Ludwig von Mises, Socialismo, Analisi economica e sociologica, Parte I, Capitolo I)

[…]

Ancora una volta siamo di fronte alla vecchia illusione per cui si pensa che la natura, prescindendo dallo sviluppo storico della società, ci avrebbe fornito i mezzi necessari alla nostra sussistenza. Ma la realtà è che la natura non garantisce affatto alcun diritto e, proprio perché essa dispensa solo molto scarsamente i mezzi di sussistenza, e proprio perché i bisogni sono praticamente illimitati, l’uomo è costretto a intraprendere l’azione economica. Tale azione genera la collaborazione sociale; la sua origine è dovuta alla comprensione che essa aumenta la produttività e migliora lo standard di vita. L’idea, mutuata dalle più ingenue teorie giusnaturalistiche, secondo la quale in società l’individuo starebbe peggio che nell’ “originario e più libero stato di natura”, e secondo cui la società dovrebbe, per così dire, farsi perdonare attraverso il riconoscimento di speciali diritti, è il fondamento di tutte le trattazioni concernenti il diritto al lavoro e il diritto all’esistenza [nel senso rivendicato dai teorici socialisti, NdZ] (Ludwig von Mises, Socialismo, Analisi economica e sociologica, Parte I, Capitolo 2)

Ebbene, io, che sono cristiano e credo nel diritto naturale, a parte l’esagerazione (ma non più di tanto perché, ad esempio, anche i delitti di origine passionale o quelli all’interno della famiglia derivano da un perverso sentimento di possesso dell’altro) di quel “Tutta la violenza mira alla proprietà degli altri” che ritengo in parte origini dall’influenza ancora forte del positivismo in quegli anni, sono in massima parte d’accordo su tutto il resto. Ne fa fede quello che ho scritto qui:

Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli.

In effetti, anche se l’esposizione di Mises è naturalmente assai più articolata, l’essenza del ragionamento, almeno a livello di prassi, non cambia. Non c’è un contratto preliminare tra gli uomini, il famoso contratto sociale, ma solo un accordo, teoricamente anche solo verbale, tra due o più individui, purché provenienti da due differenti cellule autarchiche o claniche; accordo propedeutico all’azione economica, sia essa produttiva o sia essa al puro di livello di scambio. Unicamente questa pace, anche tra sole due persone, in tutta la sua fragilità, rende possibile l’attività economica. La legislazione, sempre più complessa, è il risultato susseguente al riprodursi e all’intrecciarsi di questi rapporti, e si forma man mano senza un disegno prestabilito. Di qui anche l’aspetto disordinato e apparentemente inorganico della common law. La quale, al contrario di quanto comunemente si pensa e si scrive, non è affatto fenomeno antropologicamente anglosassone. Il diritto romano, fino a quando durò la Repubblica non a caso aveva assai più l’aspetto di una specie di common law ante litteram: è noto che Cicerone sentiva la necessità di una sua sistemazione. Il diritto romano, come lo conosciamo oggi, pur in tutta la sua dottrina e sottigliezza, si formò di pari passo con l’Impero, con la necessità di giustificare il potere assoluto del Principe, fino a raggiungere la sua perfezione con Giustiniano, sistemando un po’ alla volta quel ricco retaggio in una costruzione piramidale che vedeva al vertice l’Imperatore.

Ma mentre Von Mises si limita alla prassi e, per così dire, ad osservare con giustezza e con l’occhio freddo dell’entomologo questo primo sviluppo societario, il mio discorso ha una sfumatura diversa. Parlando di fiducia, come faccio io, si entra nel campo dei sentimenti morali. Ora, tra i sentimenti più gratificanti per la psiche umana, c’è quello del potere. E questa forza, perversa, nel fondo irrazionale, si oppone prepotentemente alla collaborazione con l’altro, e quindi al riconoscimento dell’altro, sia esso una persona, una tribù, un’etnia. Pensare che la sola razionalità possa vincere questo prepotente sentimento è illusorio. Chi ama il potere è tendenzialmente autarchico; tollera il servo, non il collaboratore. Vive la collaborazione come una diminuzione di sé. Ciò che è materiale e ciò che è esteriore è tutto per lui. Ma se gli toccasse di servire, allora sarebbe servile.  Certo, si può pensare che l’estrema necessità potrebbe vincere questo sentimento, ma ben difficilmente due estreme necessità s’incontrano al medesimo tempo. Ecco perché allora al fondo di ogni disponibilità ad un accordo bisogna che vi sia un riconoscimento implicito della dignità della persona.

Se conveniamo per comodità nel restringere il significato di liberalismo ad una teoria o una prassi economica, esso pur tuttavia rimane solo l’esito materiale quantitativamente  più  visibile in superficie di processi antropologici che si perdono nel buio della storia, e dai quali non può essere disgiunto.  Ogniqualvolta l’uomo, nel suo processo di emancipazione individuale millenario,  ha rotto le catene che lo tenevano avvolto in un cerchio chiuso, liberandosi via via dalla tutela (e dall’oppressione)  del clan, della tribù, della corporazione, della classe, della razza  e della nazione, egli ha parimenti segnato il superamento nel campo economico di autarchie sempre più grandi e complesse. E’ implicito  in ognuno di questi passaggi, sia pure in  forma primitiva, una vittoria contingente del Diritto Privato sul Diritto Pubblico della superata ristretta entità, fino a quando quest’ultimo non si rimodelli su un ambito allargato. Il sentimento societario è il risultato della crescente libertà dell’uomo e dei suoi bisogni che meglio può soddisfare con l’attiva collaborazione di altri uomini liberi al di fuori della cerchia autarchica. Di qui i commerci,  e la divisione del lavoro. Il liberalismo quindi non è una filosofia prettamente anglosassone. E’ piuttosto una prassi connaturata a quel mondo che nella nostra era storica ha raggiunto il grado più elevato del processo di liberazione individuale, come fu nella storia a suo tempo per la Grecia e poi per Roma e poi ancora nel Medioevo per i Comuni italiani  e in primis per la Repubblica di Venezia.

Il diritto naturale diviene però un problema quando lo si vuole far uscire dall’originario decalogo, che non è una costituzione, e nemmeno un preventivo inquadramento dell’attività legislativa, ma è una fonte vivificatrice di natura morale che non deve mai spegnersi all’interno di una comunità. Se il diritto naturale viene ampliato e codificato arbitrariamente fino a modellare in profondità una società (tipico escamotage del dispotismo totalitario moderno) allora vi sono due conseguenze: esso perde la sua natura morale e problematica (e in pratica nega se stesso), e getta le fondamenta di una società illiberale caratterizzata dalla menzogna e dalla delazione generalizzata. Mentre l’esito, a lungo termine, delle soluzioni di chi nega il diritto naturale e propugna la neutralità della legge, o di chi crede fideisticamente al costituzionalismo o nell’astrattezza di impeccabili procedure formali, è una società incanalata verso un fariseismo di massa che riposa la propria coscienza nel solco accogliente della legge senza più distinguerla dalla  morale. Le filosofie libertarie, che riprendono la dottrina del diritto naturale, non possono però limitarsi a vaghi assiomi di non aggressione, perché anch’essi trovano radice nel non uccidere, come insegna Gesù: “Avete inteso che fu detto dagli antichi: «Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio». Ma io vi dico: chiunque si adira col proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio”. Rimane il fatto che però, in una società libera, dove tutto si tiene, è la pubblica opinione, (la pubblica opinione e i costumi di un popolo, come insegna Tocqueville), il vero baluardo contro le derive della legge. Una pubblica opinione forte (e in una società libera l’opinione pubblica è sempre forte) può rimediare ai guasti di una legislazione pessima, che al contrario può esercitare disastrosamente i suoi perniciosi effetti dove essa manchi. Questo lo dico contro quell’idolatria della legge e delle sue virtù taumaturgiche tipica dei paesi di debole tradizione liberale. Come ho già scritto qui:

Chi vuole cacciare nel privato religione e morale, con ciò rinnegando uno dei tratti fondanti e ineludibili della liberaldemocrazia, la pubblicità, in realtà consegna al diritto positivo l’esclusiva della morale, e fonda uno stato etico per rinuncia al pubblico dibattito sulle questioni etiche, portando passo dopo passo la società ad una sorta di atrofizzazione morale foriera di esiti disastrosi. E invece proprio nella liberaldemocrazia il dibattito sulle questioni etiche dev’essere aperto e vasto in modo direttamente proporzionale a quel processo di allontanamento del diritto positivo dalla rigidità etica chiamato tolleranza. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Questo è in Italia l’unico patto stipulabile tra cosiddetti laici e cosiddetti cattolici.

(A questo riguardo, dobbiamo però notare che nel nostro paese – il paese dei criptogiacobini metamorfizzati in relativisti alla Zagrebelsky che caratteristicamente, però, vogliono tuttavia portare avanti la pratica dell’indottrinamento debole e insegnarci la democrazia – non siamo al secondo punto, ma piuttosto, purtroppo, ancora al primo. Stiamo ancora vivendo l’incubo di una società disegnata dai sogni social-catto-comunisti-millenaristici, detti democratici, che l’attuale compagine governativa incarna. Onde per cui è bene, non mi stancherò di ripeterlo, che ora i liberali di tutte le patrie culturali facciano causa comune contro questa sinistra e non sparpaglino le loro forze: certo mondo radical-libertario-riformatore, ad esempio, che non brilla per senso dell’umorismo, prenda a modello quel grande storico e grande scrittore liberale inglese, ma impregnato di scetticismo scozzese alla Hume,  l’anticristiano Gibbon, ammiratissimo da Winston Churchill che ne adottò lo stile magniloquente e oratoriale,  soffuso d’ironia  e pronto alla battuta. Quando Gibbon lesse le Reflections on the Revolution in France, il manifesto conservatore di Burke, scrisse: “Ammiro la sua eloquenza, approvo la sua politica, adoro il suo spirito cavalleresco e posso perdonargli anche la sua superstizione”.)

Ma quale relazione passa allora tra il decalogo e la legislazione positiva? Ne ho già parlato qui e qui. Voglio sottolineare comunque un grosso fraintendimento concernente il concetto di Rivelazione Divina. Essa viene comunemente sentita solo come illuminazione, con ciò creando l’impressione, falsa, di un mondo che solo grazie all’intervento diretto di Dio nelle cose terrene riesce a sollevarsi dal suo stato di abbruttimento  morale. Ma in realtà, per il Cristianesimo, lo spirito di verità percorre la terra dal giorno della creazione. Il carattere fondamentale della Rivelazione è che essa è una risposta alle ansie dell’uomo che lo spirito di verità e di ragione ha risvegliato. Ad esempio per quanto riguarda l’Antico Testamento si può dire che il decalogo fosse già stato anticipato, quasi alla lettera, dal Capitolo CXXV del Libro dei Morti, specie nella Confessione Negativa. La differenza fondamentale  è che questa volta è Dio stesso che si presenta: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, da una casa di schiavitù. Non avrai altri dei all’infuori di me” (Esodo, 20). Similmente, anche se questo può scandalizzare, ma a torto, stoici ed epicurei avevano già elaborato concetti che sarebbero poi stati espressi da Gesù, in particolare quelli concernenti la ricchezza ed i beni materiali. E questa intima corrispondenza tra diritto naturale e decalogo morale è alla base anche della difesa della proprietà privata da parte della Chiesa Cattolica, così come è stata espressa nel 1891 nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, che forse Ludwig Von Mises non ha mai letto***:

La proprietà privata è di diritto naturale

6. Ciò riesce più evidente se si penetra maggiormente nell’umana natura. Per la sterminata ampiezza del suo conoscimento, che abbraccia, oltre il presente, anche l’avvenire, e per la sua libertà, l’uomo sotto la legge eterna e la provvidenza universale di Dio, è provvidenza a sé stesso. Egli deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che, oltre il dominio dei frutti che dà la terra, spetta all’uomo la proprietà della terra stessa, dal cui seno fecondo deve essergli somministrato il necessario ai suoi bisogni futuri. Giacché i bisogni dell’uomo hanno, per così dire, una vicenda di perpetui ritorni e, soddisfatti oggi, rinascono domani. Pertanto la natura deve aver dato all’uomo il diritto a beni stabili e perenni, proporzionati alla perennità del soccorso di cui egli abbisogna, beni che può somministrargli solamente la terra, con la sua inesauribile fecondità. Non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore allo Stato: quindi prima che si formasse il civile consorzio egli dovette aver da natura il diritto di provvedere a sé stesso.

7. L’aver poi Iddio dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà; poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli. La terra, per altro, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da essi. Chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro; tanto che si può affermare con verità che il mezzo universale per provvedere alla vita è il lavoro, impiegato o nel coltivare un terreno proprio, o nell’esercitare un’arte, la cui mercede in ultimo si ricava dai molteplici frutti della terra e in essi viene commutata. Ed è questa un’altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura. Il necessario al mantenimento e al perfezionamento della vita umana la terra ce lo somministra largamente, ma ce lo somministra a questa condizione, che l’uomo la coltivi e le sia largo di provvide cure. Ora, posto che a conseguire i beni della natura l’uomo impieghi l’industria della mente e le forze del corpo, con ciò stesso egli riunisce in sé quella parte della natura corporea che ridusse a cultura, e in cui lasciò come impressa una impronta della sua personalità, sicché giustamente può tenerla per sua ed imporre agli altri l’obbligo di rispettarla.

La proprietà privata sancita dalle leggi umane e divine

8. Così evidenti sono tali ragioni, che non si sa capire come abbiano potuto trovar contraddizioni presso alcuni, i quali, rinfrescando vecchie utopie, concedono bensì all’uomo l’uso del suolo e dei vari frutti dei campi, ma del suolo ove egli ha fabbricato e del campo che ha coltivato gli negano la proprietà. Non si accorgono costoro che in questa maniera vengono a defraudare l’uomo degli effetti del suo lavoro. Giacché il campo dissodato dalla mano e dall’arte del coltivato non è più quello di prima, da silvestre è divenuto fruttifero, da sterile ferace. Questi miglioramenti prendono talmente corpo in quel terreno che la maggior parte di essi ne sono inseparabili. Ora, che giustizia sarebbe questa, che un altro il quale non ha lavorato subentrasse a goderne i frutti? Come l’effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora. A ragione pertanto il genere umano, senza affatto curarsi dei pochi contraddittori e con l’occhio fisso alla legge di natura, trova in questa legge medesima il fondamento della divisione dei beni; e riconoscendo che la proprietà privata è sommamente consona alla natura dell’uomo e alla pacifica convivenza sociale, l’ha solennemente sancita mediante la pratica di tutti i secoli. E le leggi civili che, quando sono giuste, derivano la propria autorità ed efficacia dalla stessa legge naturale, confermano tale diritto e lo assicurano con la pubblica forza. Né manca il suggello della legge divina, la quale vieta strettissimamente perfino il desiderio della roba altrui: Non desiderare la moglie del prossimo tuo: non la casa, non il podere, non la serva, non il bue, non l’asino, non alcuna cosa di tutte quelle che a lui appartengono.

In ultima analisi, quello che sostengo è che non vi può essere alcuna definitiva soluzione tecnica ai problemi concernenti la democrazia e le libertà individuali. E’ anzi una pericolosa illusione indulgere in simili propositi. E questa consapevolezza dovrebbe essere  in realtà il primo dei rimedi e delle precauzioni.  Avviene nella società quanto capita normalmente alla singola persona: la tentazione di fuggire alla sofferenza spirituale connaturata all’esistenza umana crea l’illusione di poter trovare una formula magica e indolore di pratiche regole di comportamento.

*** Update del 26/09/2007: mi accorgo ora che nell’opera già menzionata (Socialismo, ecc.) Ludwig Von Mises cita in una nota a piè di pagina (Parte seconda, capitolo XV) l’enciclica Rerum Novarum:

Nelle pagine precedenti abbiamo sempre parlato della chiesa in generale, senza considerare la differenza tra le varie confessioni. Questo è perfettamente legittimo. L’evoluzione verso il socialismo è comune a tutte le confessioni. Nel 1891, nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, il cattolicesimo ha riconosciuto che la proprietà privata dipende dal diritto naturale; ma simultaneamente la chiesa ha posto una serie di principi etici fondamentali per la distribuzione dei redditi, che non possono essere messi in pratica che in un socialismo di Stato. Sulla stessa base si pone l’enciclica di Pio XI Quadragesimo anno del 1931. Nel protestantesimo tedesco l’idea del socialismo cristiano è così intimamente legata col socialismo di Stato, che diviene difficile distinguerli.

Propositi, quelli sulla dottrina sociale della Chiesa Cattolica,  che ovviamente non mi trovano d’accordo. Ma sull’atteggiamento di Mises verso il Cristianesimo penso di ritornare prossimamente con più agio.

Bene & Male

Democrazia e libertà

L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. Quindi maneggiata ad arte tutta questa impalcatura giuridica con le sue capillari diramazioni diventa un formidabile mezzo di controllo collettivo. E’ per questo che Tocqueville diceva che in tempi di democrazia, cioè di uguaglianza delle condizioni, il dispotismo poteva raggiungere la sua perfezione. In tempi di aristocrazia questo non poteva succedere, però è ovvio che agli ultimi gradini della scala sociale, nei buchi neri dove lo stato non arrivava e che per altri magari significavano una grande libertà, l’individuo poteva essere oggetto di arbitri inimmaginabili. Laddove il regime aristocratico si è via via naturalmente stemperato fino a sciogliersi in una democrazia (come in Gran Bretagna, dove non a caso esiste ancora la monarchia) questo non ha portato a restrizioni nella libertà individuale, pur in una dinamica di continuo sviluppo della fibrosi statale, mentre nei paesi del continente è altrettanto chiaro che i rivoluzionari democratici nella uguaglianza delle condizioni vedevano soprattutto il mezzo formidabile per ridurre ad una schiavitù uniforme gli individui, ridurre cioè un popolo ad una massa.

Anche se lo sviluppo delle libertà individuali durante i molti secoli che hanno portato alla democrazia moderna obbedisce ad un senso di giustizia di stampo morale, Tocqueville su questo punto, dimostrando una superiore chiarezza non ancora sorpassata, ha sempre tenuto a scindere il fenomeno democratico da ogni moralismo. La democrazia moderna dovette attendere prima di trionfare un’enormità di progressi materiali necessari alla sua logistica complessa di comunicazioni materiali ed immateriali. Il fatto che la nobiltà ad un certo punto potesse essere acquistata e il concomitante e progressivo venir meno dei privilegi di nascita; il gioco dell’appoggio politico del popolo cercato di volta in volta dal re contro l’aristocrazia, o da questa contro il re, che consentì alla classi subalterne un primo, sia pur indiretto, protagonismo politico; la lenta compenetrazione fra le classi dovuta all’attività economica; tutto ciò comportò che un poco alla volta la libera attività economica del singolo si specchiasse nel libero esercizio dei diritti politici: libertà economica e libertà politica camminavano di pari passo. Nel Regno Unito, essendo stato un processo relativamente naturale, nonostante l’esperienza Cromwelliana,  e non traumatico, non vi fu nemmeno bisogno della consacrazione repubblicana e costituzionale. Questa venne alla luce oltre oceano con l’indipendenza delle colonie americane, dove il patriottismo costituzionale funse quasi da surrogato della sacralità regale.

Ma nel resto del mondo si era ben lungi da questo ideale parallelismo economico-politico e il suo strascico più largamente culturale. Le istituzioni democratiche si impiantarono in un tessuto economico-sociale che democratico, ovvero libero, non era. Si scoprì che uguaglianza non significava sempre libertà. Si scoprì che anche in tempi di uguaglianza poteva esistere il dispotismo. E che in tempi di democrazia la forma del dispotismo moderno si chiama socialismo, in tutte le sue varie declinazioni, che nascondono tutte però il germe della pianificazione economica. Dal socialismo internazionalista chiamato comunismo, al socialismo nazionale, al socialismo sedicente antisocialista dello stato corporativo fascista, l’espropriazione delle risorse dalle mani degli individui della società libera nella presunzione di sapere a livello centrale la loro ottimale allocazione al fine di raggiungere obbiettivi pure essi astrattamente concepiti, è sempre stato l’esito inevitabile della pianificazione economica. Ma non esiste al mondo un gruppo di supertecnici salvatori della patria, ai quali invariabilmente il socialismo finisce per affidarsi, che possa sostituirsi al riferimento di un mercato vero col suo sistema di prezzi.

Quindi un sistema democratico, che garantisca la libertà individuale, non può tenersi in piedi laddove manchino i presupposti culturali.  Per non cadere nel socialismo vero e proprio, allora quasi tutti i nuovi stati democratici, quasi come una medicina omeopatica, pur di preservare alcune libertà politiche essenziali, si rifugiano nello statalismo, caratteristico sintomo di insicurezza e di inesperienza. Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli. Perfino Hayek, contraddicendo l’opera di tutta una vita, non resistette alla tentazione di risolvere il problema della preservazione delle libertà fondamentali, cedendo al mito costruttivistico di una costituzione modello.

Nell’attuale situazione politica italiana, coloro i quali ancora non arrivano a capire come mai il gotha del nostro mondo finanziario-industriale, e la sua claque mediatica, non riescano a tagliare di netto con l’attuale governo e nonostante tutto si accomodino a partecipare ai riti umilianti della concertazione (vedi l’orripilante controriforma sul welfare di questi giorni) dovrebbero riflettere sulla natura del progetto politico che Montezemolo & Soci propongono: quel loro ormai annoso insistere sulla mancanza di una Classe Dirigente, che è un mito per gonzi, e che in una società libera non dovrebbe esistere, è solo un escamotage lessicale che nasconde la volontà di una pianificazione economica debole pro domo sua, gestita da un oligarchia finanziario-industriale padrona di allocare a proprio piacimento risorse che dovrebbero competere invece all’iniziativa individuale. L’ho chiamato una volta capitalismo feudale, ma è solo un’altra forma di socialismo, da affiancare a quello del PD e a quello veterocomunista: le tre persone della trinità unionista del Partito della Sfiducia, destinate a cadere assieme.

Italia

La sinistra, il Nord e il cadavere di Craxi

Negli anni ’80 tutti i fermenti della società uscita dal decennio terribile (anche se non in tutti campi) degli anni ’70, che nel teatro europeo avrebbero portato alla caduta del muro di Berlino, si riverberavano all’interno dei singoli stati con dei tangibili mutamenti strutturali della loro rappresentanza politica. A sinistra questo si manifestava ad esempio in Francia con la definitiva emarginazione dei comunisti da parte del socialismo Mitterandiano, con la nascita e l’affermazione del moderno socialismo di Gonzales in Spagna, con il sostanziale filo-occidentalismo della SPD del Cancelliere Helmut Schmidt, dopo l’ambigua Ostpolitik di Willy Brandt;  mentre laddove – nei paesi anglosassoni – la sinistra era immune da esperienze comuniste, si assisteva ai trionfi neo-radical-capitalisti Reaganiani e Thatcheriani.

Nella nostra Italia fu il decennio di Craxi, che seppe rompere o impedire sul finire degli anni ’70 il micidiale patto di potere e conservazione tra il PCI berlingueriano e la DC egemonizzata dalla setta della sua ala sinistra. Insinuandosi come un cuneo tra i due dinosauri della politica, Craxi, sulla scia di una nuova vitalità dell’economia occidentale, e alla vista delle crepe terribili che ormai il mondo comunista non sapeva più nascondere, rappresentò un duraturo (che continua ancor oggi, nonostante le apparenze) momento di modernizzazione nello sclerotizzato panorama politico italiano, pur nel quadro di una spesa pubblica e di un debito pubblico che non accennava minimamente a moderare la sua dinamica di crescita incontrollata.  Fu protagonista in due momenti decisivi, uno di politica interna e economica, e l’altro di politica estera, per l’Italia in quegli anni: l’abolizione della scala mobile e l’installazione degli euromissili, che vide l’ineffabile nostra sinistra, compresa quella dei giornali e degli intellettuali, ancora una volta modernamente dalla parte dei sovietici.

Ma già da allora dovette combattere, giorno dopo giorno,  contro i due nemici che alla fine riuscirono, vergognosamente, a eliminarlo dalla scena politica: la sinistra comunista, che per tutto il decennio alimentò ad arte, sovieticamente, la nomea dei socialisti ladri e del parafascismo del decisionista Craxi; e quel mondo finanziario-industriale, che nella sinistra DC aveva la sua sponda politica, uso a coltivare rapporti incestuosi e privilegiati con i governi e l’amministrazione pubblica, e che dalla trasformazione della società italiana e dallo sviluppo economico esterno allo storico triangolo industriale Milano-Torino-Genova aveva tutto da perdere in termini di influenza.

In questi territori i primi sintomi di ribellione o autonomia rispetto allo status quo si ebbero nel Veneto, dapprima larvatamente e indirettamente con l’evocazione Bisagliana di una DC veneta bavarese, e poi con la nascita, quasi clandestina (tanto modeste erano le origini) della Liga Veneta, in principio fenomeno esclusivamente identitario e quasi folcloristico. In una parola, lo sblocco a sinistra operato da Craxi, che faceva sperare in una possibile uscita del nostro paese dall’anomalia e dall’incubo comunista,  aveva minato le rendite di posizione della DC che in alcune zone del Nord aveva una cassaforte di voti. Il Boss varesino della Lega Lombarda, Umberto Bossi, assai più politico, assai meno educato e morigerato dei suoi confratelli veneti, con geniale e animalesco istinto cominciò a martellare su un tema che fino ad allora era rimasto tabù in Italia, ma che in effetti faceva e fa parte della normale artiglieria propagandistica delle destre liberali in qualsiasi paese occidentale, e che doveva riunificare e qualificare (assai più del tema dell’immigrazione clandestina) il fronte della protesta sopra la linea gotica: le tasse.

La caduta del comunismo nei paesi dell’Est e in Russia mise la sinistra italiana in una posizione drammatica, da lotta per la sopravvivenza. Craxi ne approfittò per lanciare un’ OPA sui naufraghi del comunismo col progetto dell’Unità Socialista e dando il suo placet all’entrata dei postcomunisti Occhettiani nell’Internazionale Socialista. Ma fu proprio l’aprirsi della scatola politico-sociale al Nord ad offrire a comunisti e all’incartapecorito establishment economico-finanziario l’occasione per cavarsi d’impiccio grazie ad una campagna mediatico-giudiziaria. Il fenomeno delle tangenti – un segreto di Pulcinella – e in genere l’esistenza di un malsano intrecciarsi di rapporti tra politica e economia, a tutti i livelli, frutto assai più di un ritardo culturale che di una congenita  criminalità della società italiana, e che piano piano stava diventando una zavorra insopportabile e un ostacolo alla modernizzazione del paese, fino ad allora era stato protetto da un sistema autoreferenziale e dal tacito consenso di tutte le parti sociali, sindacato e magistratura compresi.

La nuova e inedita debolezza della politica tradizionale nel Lombardo-Veneto, che proprio a Milano (Craxi) e a Venezia (De Michelis) vedeva due centri nevralgici del nuovo socialismo italiano, impedì al sistema di chiudersi a riccio di fronte alla ventata moralistica e semidemagogica delle truppe leghiste, di quelle missine escluse dall’arco costituzionale, e dell’opinione pubblica in genere. L’ala militarizzata della magistratura sedicente democratica (che qualche lustro prima si era fatta pure dei gustosi giri di istruzione nella Cina Maoista) sotto la guida politica del piccolo Vishinskij Luciano Violante e quella mediatica di Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, si sentì abbastanza forte e protetta per procedere alla bonifica democratica.  Il ciclone di Mani Pulite perciò, assolutamente non a caso, si abbatté prima in Lombardia e poi nel Veneto, le terre “più libere”.  Solo successivamente si propagò per il resto della penisola e ovviamente – ça va sans dire – risparmiò in sostanza le regioni rosse, dove i magistrati, adusi nel resto dello stivale a sbrigativi teoremi colpevolistici tagliati con l’accetta (“non potevano non sapere”), si dimostravano lenti, svogliati e ultragarantisti.

Poi entrò in scena Berlusconi, come sappiamo tutti, e mandò all’aria il disegno di codirigenza politica dell’Italia da parte dell’establishment reazionario economico-finanziario e dell’establishment reazionario culturale e sociale dei postcomunisti (alleanza ora possibile grazie alla sparizione del pericolo comunista mondiale). In quel momento nel Nord la sinistra che contava, quella in fase ascendente, era costituita dai socialisti. La loro epurazione giudiziaria causò non solo la depauperizzazione di una classe politica, ma anche la fuga dell’elettorato socialista nelle braccia del nuovo soggetto politico dall’incredibile  e beffardo nome di Forza Italia. Il processo di desertificazione di una sinistra già debole di per sé nelle regioni settentrionali comincia da qui.

Ma mentre meritoriamente Berlusconi, politico stilisticamente improbabile ma l’unico vero, in quanto dotato di visione strategica e coraggio, buttando il cuore oltre l’ostacolo della political correctness costruiva il polmone di destra della politica italiana e procedeva alla “costituzionalizzazione” (per usare il termine di Angelo Panebianco) della destra leghista e missina, la sinistra, rimosso ogni sforzo di autocritica e quindi di sviluppo culturale, usciva da Mani Pulite ibernata, nell’ebbrezza comoda di un’autoproclamata purezza morale e democratica. Ragion per cui oggi ci troviamo con un blocco veteromarxista che non ha paragoni in nessun altro paese europeo. E in assenza di un onesto polmone socialdemocratico che medi, filtri ed elabori le diverse pulsioni che agitano la sinistra in una piattaforma programmatica realistica, in modo da permettere la respirazione a un corpo politico vivo, l’altra sinistra, quella sedicente moderna, caduti con i fanatismi anche illusioni e idealità, si è buttata, con stile comunista beninteso, al controllo di sempre più grandi fette dell’economia, omologandosi un passo alla volta all’altro stile, quello dei capitalisti con la mentalità da latifondisti, imperante nei piani alti della Confindustria targata Fiat. Divise tra loro dalla terra di nessuno dove riposa l’ingombrante cadavere del cinghialone socialista, le due forme attuali della sinistra italiana da sole sono condannate a morire rinsecchite.

Oggi, col nuovo governo Prodi è morta definitivamente la speranza di poter tenere insieme queste due anime del Vecchio in Italia, tenendo allo stesso il nostro paese in rotta economica-finanziaria. E allora dalle parti del Corriere e di Montezemolo, invece di fare autocritica, da tossici dell’antipolitica, e con la tacita complicità dell’ala D’Alemiana dei DS, hanno deciso di rilanciare il manipulitismo mediatico, nel tentativo di gettare ad arte il paese in un clima di panico ed emergenza che possa partorire come per miracolo un governo tecnico, emanazione e prima vera incarnazione di un Partito Democratico allargato a settori del centrodestra. Da questo fondo melmoso e avvelenato è spuntata “La casta”.

Un libro che non leggerò. E perché? Perché prendo per buono tutto quello che c’è scritto e che i giornali ci propinano in abbondanza: problemi zero, e nessunissima sorpresa. Un bel mucchio di schifezze, che m’indignano … ma non di più, anzi, forse meno, del puritanesimo a giorni alternati delle grosse firme del Corriere: il peggio del peggio! Vedere come dei polli in batteria, uno dopo l’altro, a comando, i vari Romano, Stella, Di Vico, Monti e compagnia, spargere a piene mani facile moralismo sul malcostume della politica e della pubblica amministrazione, quasi fosse una novità di cui loro hanno la virtuosa esclusiva, è un’esperienza umiliante. Ma non è moralismo! Nooo! “E’ che non ce lo possiamo permettere!!!” come gracchiava qualche giorno fa dagli schermi televisivi Stella. Ma, dico, ci vogliono prendere in giro? E dove erano questi signori quando lo Stato, cioè i contribuenti, facevano il bocca a bocca alla Fiat per mantenerla in vita un anno sì e un anno no? Rievocare (o invocare?) “la marea del ’92” come ha fatto Sergio Romano non equivale forse a gettare un … enorme meteorite e nascondere la mano?

I disegni di potere si fanno sempre scudo di ragioni moralistiche. E questo è un disegno di potere: solo un cieco non lo vede! E quello che è peggio è che questo alzamiento telecomandato dai salotti dei “ricchi” non fa altro che minare ancora di più la fiducia degli italiani in se stessi, e nella loro capacità di venire fuori dalla situazione in cui si trovano. La crisi di consenso e di partecipazione, peraltro smentita a destra nelle ultime amministrative, vede loro tra i principali responsabili. E non a caso. Perché al fondo della loro anima aristocratica, come in quella dei giacobini e dei comunisti, vi è un’enorme sfiducia nel popolo, cioè nel singolo individuo. E se in democrazia l’imprudenza populistica è un grosso errore, la sfiducia – non esplicitata nelle parole, ma trasmessa coi fatti – è un crimine! Quand’anche con questo disegno si riuscisse a rimettere in sesto l’economia italiana (impossibile da parte di un’oligarchia reazionaria), ciò sarebbe solo una vittoria di Pirro, perché sarebbe conseguita al prezzo del fatale indebolimento del sentimento democratico in Italia, che alla successiva epidemia sarebbe spazzata via.

Il governo Berlusconi non aveva solo problemi interni alla sua coalizione, ma si doveva confrontare a tutti i poteri stratificati da decenni di consociativismo, una muta massa di potere che si è innervata in tutti i gangli della nostra società. Da questa massa la coalizione di centrodestra è stata sempre sentita come un nemico da abbattere. Anche perché proprio nel berlusconismo, dico io, proprio nel lazzaronesco ed improbabile berlusconismo, essi istintivamente hanno visto un indizio autentico di quella partecipazione democratica che temono come la morte. Siamo nel mezzo di questa battaglia. Non siamo in una situazione normale. Se vogliamo vincere, ora non è il tempo delle divisioni. L’Italia farà pur schifo, ma è intollerabile lo sfascismo dei bellimbusti dei salotti buoni. Nella sola speranza che non trovino sciocchi alleati.

Bene & Male, Italia

Il prof. Tocqueville e il socialismo

Una Scuola per il partito democratico

Questo si propone di essere l’ULIBO, la nuova Università Libera di Bologna intitolata, ahinoi, ad Alexis de Tocqueville. Siccome le teste dure da convincere all’interno del popolo rossodemocratico saranno molte, ci permettiamo di proporre all’attenzione del senato accademico questa lezione dell’eroe eponimo dell’emerito nuovo istituto, Alexis de Tocqueville in persona. 

PRESENTAZIONE

Ho per le istituzioni democratiche un gusto della mente, ma sono aristocratico per istinto, cioè disprezzo e temo la folla. Amo con passione la libertà, la legalità, il rispetto dei diritti, ma non la democrazia. Questo il fondo dell’anima. Odio la demagogia, l’azione disordinata delle masse, il loro intervento violento e mal illuminato negli affari, le passioni invidiose delle classi basse, le tendenze irreligiose. Questo il fondo dell’anima. Non sono né del partito rivoluzionario né del partito conservatore. Ma tuttavia e dopotutto tengo più al secondo che al primo. Infatti dal secondo differisco nei mezzi piuttosto che nel fine, mentre dal primo differisco, insieme, nei mezzi e nel fine. La libertà è la prima delle mie passioni. Questa è la verità.

IL SOCIALISMO  

Il primo tratto caratteristico, di tutti i sistemi che portano il nome di socialismo, è un appello energico, continuo, immoderato alle passioni materiali dell’uomo […] Il secondo è un attacco talvolta diretto, talvolta indiretto, ma sempre continuo, ai principi stessi della proprietà individuale […] Il terzo è una sfiducia profonda nella libertà, nella ragione umana; è un profondo disprezzo per l’individuo considerato in se stesso, allo stato di uomo; ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana […] Il socialismo è una nuova formula della servitù […] L’assolutismo professava quest’opinione: che la saggezza è solo nello Stato, che i sudditi sono degli esseri deboli e infermi che bisogna sempre tener per mano, per paura che non cadano, non si feriscano […] dunque pensava su tale punto, precisamente come i socialisti di oggi […] Tutto questo grande movimento rivoluzionario non sarebbe sfociato che in questa società, quale ce la dipingono i socialisti, regolamentata, disciplinata, compassata; ove lo Stato si incarica di tutto; ove l’individuo è niente; ove la collettività riunita riassume in se stessa tutta la vita; ove il fine assegnato all’uomo è unicamente il benessere […] ma questa è una società di animali sapienti, piuttosto che di uomini liberi e inciviliti […] Per fare una società di questo tipo, la rivoluzione era inutile; sarebbe bastato perfezionare l’antico regime […] Luigi XVI aveva insegnato pubblicamente nei suoi editti questa teoria, che tutte le terre del regno erano state in origine concesse condizionatamente dallo Stato, che per questa ragione era l’unico vero proprietario, mentre tutti gli altri non erano che dei possessori, il cui titolo restava contestabile e il diritto imperfetto. Questa dottrina trova la sua sorgente nella legislazione feudale, ma non fu professata in Francia che all’estinguersi del feudalesimo, e mai d’altronde fu ammessa dalle corti di giustizia. E’ questa l’idea madre del socialismo moderno. E’ curioso vedere che con le sue radici si rifà al dispotismo regio […] Democrazia e Socialismo sono due cose non soltanto differenti, ma contrarie. Consisterebbe per caso la democrazia nel creare un governo più opprimente, più interessato ai particolari, più limitato degli altri, con  questa sola differenza, che lo si farebbe eleggere dal popolo e che agirebbe nel nome del popolo? Ma in tal caso non si farebbe altro se non dare alla tirannide un volto legittimo che prima non possedeva, e assicurarle così la forza e l’onnipotenza che prima le mancavano. La democrazia allarga la sfera dell’indipendenza individuale; il socialismo la restringe. La democrazia riconosce un valore assoluto ad ogni uomo (in quanto uomo), e assegna a ciascun individuo tutto il suo valore come soggetto politico; il socialismo invece non fa di ogni uomo che un agente, uno strumento di partito, un numero. La democrazia e il socialismo non si incontrano che su una parola: l’uguaglianza; ma anche qui quale differenza: la democrazia vuole l’uguaglianza nella libertà, e il socialismo vuole l’uguaglianza nella soggezione e nella servitù.

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