Una settimana di “Vergognamoci per lui” (156)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EZIO MAURO 09/12/2013 Spiego ai gonzi la genesi del fenomeno editoriale “La casta”, che è questa: 1) Alle elezioni politiche del 2006 Berlusconi doveva essere maciullato dall’armata prodiana, apertamente sostenuta da quegli sfatti poteri forti che già avevano provveduto alla normalizzazione di Confindustria con la nomina di Montezemolo dopo il periodo di rottura di D’Amato, e che in Berlusconi avevano sempre visto un outsider. 2) Prodi uscì invece dalla contesa con Berlusconi sì vittorioso, ma per puro miracolo, barcollante come un pugile suonato, e il suo governo si rivelò fragile fin dall’inizio. 3) Fu proprio durante quel governo Prodi, della cui agenda la casta economica degli sfatti poteri forti aveva sperato di fare da supervisore, che il vento dell’antipolitica cominciò a soffiare forte, e si ebbe l’esplosione del vaffanculismo grillino. 4) La casta economica, vistasi troppo compromessa nel suo sostegno a Prodi, pensò allora di schivare il vento dell’antipolitica assecondandolo, allontanandolo da sé e deviandolo tutto contro la classe politica. 5) Fece le cose alla grandissima, proprio senza vergogna, per cui il libro “La casta” divenne un caso mediatico ancor prima di essere pubblicato: in breve, il libro meglio raccomandato del dopoguerra. 6) Fu così che l’antipolitica del partito del Corriere della Sera andò a sommarsi all’antipolitica del partito della palingenesi vaffanculista, figlia becera, oltranzista e ribelle, a sua volta, dell’antipolitica del partito di Repubblica, organo della “questione morale”. Eppure oggi, nonostante tutto, Ezio Mauro, dopo la “schedatura” grillina di Maria Novella Oppo e di Francesco Merlo, ritiene che il capo del M5S così facendo confermi «che la sua concezione della libertà di stampa è quella tipica della casta». Invece è quella di chi ha imparato alla perfezione sulle pagine di Repubblica e dei suoi cloni a sentirsi moralmente superiore e a dare compulsivamente dei pennivendoli, dei servi e dei lacchè non solo agli scribacchini berlusconiani come il sottoscritto ma anche ai compagni di strada non sufficientemente puri. Quella della “casta”, al confronto, è roba commovente, democristiana, da mammolette.

DON LUIGI CIOTTI 10/12/2013 L’ostinazione, la coerenza, e il bolso militantismo di quest’uomo hanno dell’incredibile. Anche nel giorno dell’Immacolata Concezione il sacerdote che combatte tutte le mafie d’Italia – mafie rigorosamente al plurale e nel senso più largo del termine, quindi mettetevi una mano sulla coscienza e non chiamatevi fuori con frettolosa autoindulgenza – ha voluto recitare la sua parte come da copione. L’apostolo della Costituzione e della Resistenza era a Genova dove ha celebrato la Messa nel ricordo dello scomparso don Andrea Gallo. Durante il rito, obbedendo all’ingiunzione di uno straordinariamente prevedibile e politicamente impegnato Spirito Santo, si è messo a cantare Bella Ciao, dal gregge accompagnato. Uno strazio. Una crocifissione. Un calvario. Un’abominazione. Una desolazione. Un’abominazione della desolazione. Nessuno in chiesa ha riso. Cosa in effetti piuttosto sconveniente. Di solito. In questo caso però, vista la corale buffonata andata in scena, sarebbe stata proprio una cosa come Dio comanda. Una liberazione.

CAROLINA MARCIALIS 11/12/2013 Son brutti tempi, lo sappiamo, ma proprio per questo è bello cogliere fra le erbacce della disastrata quotidianità il fiore raro e prezioso di una notizia non solo divertente ma anche capace di allargare il più intristito dei cuori. Dobbiamo questa perla al carattere verace della signora Cassano, la quale ha chiuso una gagliardissima tirata contro la ex gieffina Guendalina Tavassi, colpevole di una battuta un po’ troppo da malafemmena sul suo Fantantonio, con queste parole: «E poi per mio marito ti leccheresti le dita… Di donne facili come te ne ha già avute 700!! Fatti una vita… Fallita!!» Che la signora Cassano creda davvero alle sparate del signor Cassano direi che è commovente. Ma che se ne mostri in qualche modo perfino orgogliosa è qualcosa di assolutamente esaltante: è una conferma ruspantissima dell’eroismo dell’amore. Anche di quello coniugale. Alla faccia dei tempi e dell’anemica cultura di genere. Fantacarolina.

LA CORPORAZIONE DEI PIAZZAIOLI 12/12/2013 Straordinario il moralismo da quattro soldi che si è abbattuto sulla jacquerie dei Forconi. In effetti non solo si è vista sfilare tanta gente in buona fede, allergica di solito agli schiamazzi di piazza, ma abbiamo anche assistito a brutture come il blocco delle strade; la sguaiataggine, la grossolanità sbrigativa e insieme contraddittoria delle opinioni; l’istinto del branco pronto a trovare il traditore nell’inedita figura del pizzicagnolo crumiro; l’ipocrisia di vocianti consorterie che si lamentano con lo stato solo perché ne reclamano, pure loro, la “protezione”; il vittimismo da finti morti di fame; il furore cieco di chi non sa nemmeno lui cosa vuole, tranne fare piazza pulita; gli insulti rivolti indistintamente a politici, sindacati, banche; i vandalismi; le strumentalizzazioni politiche. Privo della solita etichetta progressista il tanfo della piazza questa volta è arrivato intatto in tutta la sua fetida genuinità anche alla narici di chi ne reclama il monopolio: il bel mondo democratico, che è quasi svenuto, non prima di aver lanciato l’allarme antifascista.

STEFANO FOLLI 13/12/2013 In principio c’era il populismo berlingueriano della “questione morale”, la politica ridotta al principio della lotta dei buoni contro i cattivi: barbaro principio, ma osannato a sinistra e temuto altrove. Questo populismo all’ingrosso partorì il vezzeggiatissimo populismo dei “girotondini”, figli del fior fiore della società civile. Poi venne alla luce il populismo sanculotto dei “vaffanculisti”, di cui mezza sinistra si innamorò. Poi spuntò, per viltà, il populismo degli “anticasta”, sponsorizzato dalla casta economica. Poi si fece sentire il populismo oltranzista degli “antagonisti”, combriccola manesca ma non priva di protezioni e simpatie. Poi fu la volta del populismo salottiero di chi denunciava i guasti del plebiscitarismo democratico ed invocava il commissariamento della democrazia, nel nome, s’intende, del controllo della legalità democratica, salvo poi accusare di cesarismo antidemocratico gli invocati commissari. Poi, felpato, istituzionale, cominciò a pontificare il paludato populismo dei sostenitori del governo tecnico. Infine arrivò il populismo dei “forconi”, poveri fessi senza lo straccio di una raccomandazione: perciò sono stati massacrati. “Sanfedisti”, li ha chiamati Stefano Folli: plebaglia controrivoluzionaria, insomma, l’unica plebe che non ha mai una giustificazione.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (144)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANÇOIS HOLLANDE 16/09/2013 Per due anni la Francia è stato il paese più duro col regime di Assad, la cui dipartita veniva considerata la condizione preliminare e necessaria di qualsiasi processo di pacificazione in Siria. Ma il potente protettore del regime siriano, la Russia, non ha mollato di un centimetro, neanche quando l’attacco militare americano sembrava imminente. E così agli Stati Uniti non è restato che accettare un compromesso concepito a Mosca da Putin e Lavrov, in forza del quale Assad acconsente di sottoporre le proprie armi chimiche al controllo internazionale. Il segretario di stato americano Kerry, con notevole faccia tosta, pur con la premessa che «se l’accordo sulla Siria fallisce, l’uso della forza potrebbe essere necessario», ha voluto «ringraziare il governo russo» e ha detto di essere «orgoglioso che il presidente Obama abbia deciso di percorrere questa strada». Ma il presidente francese, con una faccia tosta inarrivabile, ha parlato di «una tappa importante, non di un punto d’arrivo», cui si è arrivati grazie alla «pressione esercitata da Francia e Usa che è stata abbastanza forte da convincere Vladimir Putin a prendere l’iniziativa». Noi italiani non saremmo mai capaci di tale pacifica improntitudine. Infatti non è solo colpa di Hollande. Un millennio di storia nazionale ha fatto dei francesi il popolo più permaloso del mondo occidentale. Il suo amor proprio è ridicolo, ma è anche assai temibile, e all’occorrenza sa rifornirlo di energie impensabili. Quindi è meglio che Assad se ne stia in guardia.

VICTORIA SILVSTEDT 17/09/2013 Anche se può sembrare strano Victoria ha una vita professionale molto intensa. La sventolona vichinga è una modella, una soubrette televisiva, ogni tanto recita in qualche film non troppo pretenzioso e ha fatto anche la cantante. Io credo che sia un peccato. Io credo che Victoria, se davvero tiene alla fama imperitura, dovrebbe mollare tutte queste mezze professioni e dedicarsi interamente al suo singolare stile di vita, che già adesso è la vera ragione della sua crescente notorietà tra il grande pubblico. Victoria infatti passa la maggior parte del suo tempo in bikini, dividendosi tra una spiaggia dorata e il ponte di uno yacht. Nella bella stagione la troviamo di solito in Costa Azzurra, da dove si muove solo per puntatine in Sardegna e Corsica, oppure a Londra, Parigi e New York. Quando comincia a far freddino si sposta a Miami, al sole perennemente caldo della Florida. Questo l’ho capito dopo qualche anno di assidua frequentazione delle home page dei quotidiani italiani, che all’esaltazione delle forme prorompenti della biondona svedese non rinuncerebbero mai. Oramai non sapremmo neanche più immaginare Victoria vestita. Non ci deluda: segua la sua vera vocazione ed entrerà nella leggenda.

CARLO DE BENEDETTI 18/09/2013 Quando nel 1991 la guerra per il controllo della Mondadori si risolse con l’accordo di spartizione col Berlusca mediato dal mitico Ciarra – sanguigno figlio del popolo e della Lupa, amico del Divo Giulio ma anche amico del grande amico di De Benedetti, il principe Carlo Caracciolo, papà di Espresso e Repubblica – l’ingegnere si mostrò soddisfattissimo nella soddisfazione generale. Che l’avesse preso in quel posto non poteva assolutamente immaginarlo. E con lui non lo immaginò nessuno. Ma poi venne il 1992 e il ciclone di Mani Pulite e la Gioiosa Macchina da Guerra pronta a camminare sulle macerie della prima repubblica e prontamente sbaragliata dal Berlusca. Cominciò allora la caccia all’uomo, anzi, al più grande bandito dell’Italia repubblicana, e l’ingegnere sentì in cuor suo che anche lui, tessera numero uno della società civile, da quell’uomo nefando non poteva non aver subito dei torti. E il misfatto infatti fu scoperto. Risarcito con 500 milioni di euro, l’ingegnere può ora esprimere, ancora una volta, tutta la sua contentezza: «Prendo atto con soddisfazione che dopo più di vent’anni viene definitivamente acclarata la gravità dello scippo che la Cir subì. (…) La spartizione del Gruppo Mondadori-Espresso avvenne a condizioni per me molto sfavorevoli per un grave motivo che all’epoca nessuno conosceva.» Eppure allora nonostante la mazzata non sentì neanche un dolorino. Come oggi. Che l’abbiano fregato ancora?

EZIO MAURO 19/09/2013 E’ andato tutto come previsto. Silvio non è il Caimano e soprattutto è troppo furbo per fare il Caimano. Non ha rovesciato il tavolo, non ha mandato a gambe all’aria il governo, e ha annunciato che sarà protagonista della politica anche standosene comodo nel salotto di casa sua, insieme a due fidi e amorevoli consiglieri come Francesca e Dudù. D’altronde, non è forse vero che i boss mafiosi riescono a governare la loro teppaglia anche dal carcere? Lo dico perché fra non molto lo scriveranno le teste quadre di Repubblica o del Fatto Quotidiano, quando si accorgeranno della pirrica vittoria dei facinorosi pasdaran della legalità. E tanto più, quindi, si stringerà l’assedio attorno al resistente di Arcore, partigiano di quella libertà cui ha inneggiato chiudendo il videomessaggio. Sì, perché una volta espletati i doveri della correttezza istituzionale, si è sentito libero di cannoneggiare l’inestirpabile, torvo giustizialismo della sinistra e di chiamare a raccolta gli italoforzuti del partito dell’amore. I più delusi sono invece quelli del partito di Repubblica e dei fogliacci giacobini: speravano che il Berlusca furioso volesse morire insieme a tutti i Filistei. E già qualcuno comincia a dar segni di nervosismo. Come il direttore di Repubblica che ha parlato di «propaganda elettorale» e di «rottura inevitabile», dove «inevitabile» sta naturalmente per «molto problematica», nonostante una voglia folle e inconfessabile.

STEFANO FOLLI 20/09/2013 In una maniera o nell’altra anche per il centrismo benpensante e pantofolaio la colpa è sempre del Berlusca. Uno dei pezzi forti usati contro il povero Silvio dai melliflui e riguardosi illusionisti del giornalismo moderato comme-il-faut è questo: ti lamenti dei magistrati e non hai mai fatto la riforma della giustizia. Così anche ieri Stefano Folli, dopo aver dato ragione a chi parla di “disco rotto” a riguardo delle cannonate berlusconiane contro i magistrati, e naturalmente muto come un pesce sull’eventuale “persecuzione”, ha scritto: «Per anni e anni, avendo dalla sua la forza parlamentare, il leader del centrodestra non ha voluto o saputo promuovere la riforma della macchina giudiziaria.» Be’, mettiamo il caso che ci avesse provato veramente, il Berlusca, anche con una riformicchia del piffero: cosa sarebbe successo? 1) gli amici della Costituzione sarebbero scesi in piazza dalla Carnia ai Monti Peloritani; 2) l’appello di Saviano avrebbe raccolto un milione di firme su Repubblica; 3) quello di Zagrebelski mezzo milione sul Fatto Quotidiano; 4) il Csm e l’Anm avrebbero parlato di volontà eversive; 5) gli intellettuali avrebbero chiesto all’Europa e all’Onu di monitorare l’ormai conclamata autocrazia berlusconiana; 6) la Cgil avrebbe proclamato uno sciopero generale; 7) il Partito Democratico avrebbe accusato Berlusconi di voler piegare le istituzioni del paese ai suoi interessi personali; 8) e Stefano Folli, invece di urlare “Vai Berlusca!”, avrebbe scritto: «ma una riforma della giustizia, proprio perché così necessaria e sentita, non la si può fare spaccando il paese, non riuscendo a trovare e forse neanche cercando il consenso delle istituzioni, degli ordini, delle forze politiche più responsabili del paese: in questo si vedono, ancora una volta, tutti i limiti di governo di un populismo che sa solo vincere le elezioni».

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (85)

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PIPPO BAUDO 30/07/2012 A mio avviso quella volta Sharon Stone era completamente sbronza, e lo avrebbe fatto anche col primo cameriere, ma che dico?, anche con la prima cameriera dell’albergo che avesse messo piede nella sua stanza, non solo con un irresistibile ancorché stagionato fustacchione come Pippo. «Guardami!» gli disse – a sentire Pippo, disse «Look me!», locuzione tipicamente inglesiana, segno che era proprio andata – «Guardami!» gli disse, gli occhi fiammeggianti, nuda distesa sul letto: la Maya Desnuda sputata, a parte gli slip. «Guardami di nuovo!» gli ingiunse ancora – a sentire Pippo, s’intende, disse «Look me again!» – dopo avergli tolto gli occhiali facendo atto di ripulirli o forse ripulendoli davvero, magari sugli slip, magari strofinandone le lenti con calcolata, torrida indolenza proprio …là, oh mio Dio! Pippo, sbalordito, ebbe la forza di fare finta di nulla. Accennò al programma dell’indomani. Ma l’indomani, prima della trasmissione, la diabolica, ebbra ed infoiata Sharon lo mise nell’angolo, gli ritolse gli occhiali, li ripulì di nuovo, e inchiodò il povero Pippo alle sue responsabilità con un «Guardami!», che ella, perché non restasse dubbio alcuno, volle ancora proferire in inglesiano! Be’, secondo me è una bella storia. Melville scrisse – più o meno, da qualche parte e non ricordo più dove – che grandi tragedie si dipanano in umilissimi palcoscenici: il mondo dimenticherà questi e quelle. Così, dico io, un grande romanzo d’amore può vibrare cosmico al suono di poche parole, anche in inglesiano, e durare lo spazio di poche ore. Solo che un gentiluomo, un vero discepolo del culto di Afrodite, certe cose le tiene per sé, per rispetto di se stesso e di Afrodite. L’oro di una fuggevolissima, casta e un po’ demenziale relazione non lo dà ai porci. A dieci anni di distanza Pippo invece ha capito solo una cosa: che ha «perso un’occasione». Perché si capisce: il vero ominicchio le donne le spupazza, una botta e via! Comunque stia tranquillo: l’occasione non la perse affatto. Glielo dica lei, Sharon.

VICTOR PONTA 31/07/2012 Il referendum che in Romania doveva confermare la rimozione dal suo ufficio del presidente della repubblica, il conservatore Traian Băsescu, non ha raggiunto il quorum. E’ la seconda volta che Băsescu si salva dall’impeachment col voto referendario. Alle urne si è recato circa il 46% degli elettori. Di questi l’87% (ossia il 41% circa del corpo elettorale) ha votato a favore della rimozione. Băsescu era stato sospeso dal suo incarico il 6 luglio scorso da una maggioranza di 256 parlamentari di centro-sinistra guidati dal premier Victor Ponta con l’accusa di aver violato la costituzione e di essere andato al di là delle sue prerogative istituzionali. La procedura di impeachment era stata parecchio muscolosa e disinvolta, suscitando dubbi in ambito internazionale. Per Băsescu, che aveva invitato all’astensionismo, i romeni hanno respinto un «tentativo di colpo di stato». Ponta, il difensore della costituzione, ha fatto spallucce: «il presidente potrà bensì rimanere a Palazzo Cotroceni» ha detto serafico, «ma senza più alcuna legittimità. Qualsiasi politico che ignora la volontà di milioni di elettori è tagliato fuori dalla realtà.» Io l’ho sempre pensato: gratta gratta, sotto il patriottismo costituzionale trovi sempre il populismo costituzionale.

L’INDIA MISTERIOSA 01/08/2012 Nei bei tempi andati accadeva spesso che dall’India misteriosa arrivassero notizie che nella loro tragicità conservavano qualcosa di esotico, curioso, pittoresco. Notizie del tipo: «scontro tra due treni nell’Uttar Pradesh, quattrocento morti»; «piogge torrenziali nell’Assam, il monsone causa diecimila morti»; «esonda un torrentello nel Gujarat, mille morti»; «crolla il tetto di una scuola nel Maharashtra, trecento morti»; «elefante impazzito tra la folla nel Bengala Occidentale, centocinquanta morti»; «vacca impazzita tra la folla nel Bihar, trenta morti»; «scontro frontale tra due automobili nell’Andhra Pradesh, venti morti»; «scontro frontale tra due biciclette nel Kerala, quattro morti»; e via di seguito con questi fantasmagorici tassi di fatalità. Che però in fondo, a pensarci bene, si potevano spiegare coi spaventosi tassi di densità demografica di molte aree dell’immenso formicaio indiano, anche se qualcosa di arcano continuava ad aleggiare sulla strabiliante contabilità di questi sinistri. Ma poi l’India cominciò pian piano a fare notizia per i suoi successi economici. E oggi l’India è ormai una delle grandi potenze del mondo, anche nell’inconscio collettivo dei figli di coloro che un tempo leggevano Kipling, e comincia a fare persino un po’ paura. Tuttavia ogni nazione conserva il suo genio particolare, che è tirannico e ogni tanto rivendica il suo tributo, restituendoci un popolo in tutta la sua irripetibile umanità. Capita agli italiani, capita agli indiani, capiterebbe pure ai marziani. Prendete la notizia di questi giorni, per esempio: «Blackout elettrico in India, seicento milioni di persone al buio.» Seicento milioni. E’ inutile, in certe cose non li potrai mai battere.

NICHI VENDOLA 02/08/2012 Non si sa quando voteremo, ma una cosa sappiamo già: vincerà chi saprà conquistare il voto della massa degli indecisi. Con l’estro poetico che gli è proprio, il subcomandate Vendola ha avuto in merito una formidabile idea: conquistare il voto dei decisi, quelli disposti a tutto, anche a correre sotto la bandiera del «Polo della Speranza». Il nome di un partito o di una coalizione politica dovrebbe trasmettere fiducia: magari perché serioso e tradizionale; magari perché è nuovo ma veicola un’idea di efficienza o di dinamismo; o magari perché è un nome da operetta, ma è una barzelletta che le spara grosse, con convinzione e ottimismo, com’è il caso dei parti immaginifici del berlusconismo. Concettualmente ed esteticamente parlando, il «Polo della Speranza» è un berlusconismo da ammosciati, una cosa contro natura, raccapricciante. Io pensavo che certe croci le dovessimo portare solo noi, «intellettuali» di destra. Vorrà dire che quel giorno voteremo «Grande Italia» con sollievo. Be’, quasi, diciamo.

STEFANO FOLLI 03/08/2012 Stringendo un patto alla sua sinistra con Vendola, Bersani ha dato il benservito a Monti. E in ogni caso ciò significa che alle prossime elezioni la premiership montiana non si potrà più proporre come forza autonoma in grado di coagulare attorno a sé il consenso dei partiti che oggi la sostengono, con la speranza segreta di fonderli al fuoco dell’emergenza, facendosi essa stessa forza politica. Questo era il disegno dei retori del «fare presto», meglio conosciuti nel passato col nome più calzante di «utili idioti». Con questi chiari di luna è chiaro come il sole che al massimo Monti potrà aspirare al ruolo non del tutto onorevole di premier fantoccio del centrosinistra de sinistra. Dite che in quel caso rifiuterà? Io non ci metterei la mano sul fuoco: un grand commis è naturaliter più un caporale che un uomo. Che la situazione sia da allarme rosso, lo dimostra uno degli uomini di punta della squadra del «fare presto», il caporalmaggiore Folli – una delle mie vittime preferite, ormai l’avete capito – il quale scopre improvvisamente che il centro di Casini è una barzelletta come contrappeso alla forza della sinistra, e riscopre l’importanza dei berlusconiani; purché costoro, naturalmente, abbandonino definitivamente una certa sguaiata demagogia anti-europea che ha ancora, decisamente, troppa cittadinanza fra di loro. Questo comunque è solo il primo passo della ritirata strategica. Cosa credete? Un passetto alla volta si può arrivare molto lontano, ve lo dico io, ordinatamente e in tutta naturalezza, finanche al ticket Monti-Caimano.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (68)

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WALTER VELTRONI 02/04/2012 Quando, folgorato dall’amabilità di Walter e sedotto dalle infinite possibilità del ma-anchismo, si era buttato a sinistra, tra lo stupore e le risatine maliziose dei suoi colleghi della Serenissima, l’imprenditore Massimo Calearo aveva subito dato prova del suo ameno carattere, mettendo serafico le mani avanti: “Io non sono di sinistra”, disse. E lo dimostrò ampiamente, e coerentemente, con le sue uscite e le sue trasmigrazioni parlamentari. E’ da tre mesi che in pratica non va in parlamento a lavorare. “Non serve a nulla”, ha detto. Ma non si dimette, l’imprenditore con la Porsche regolarmente immatricolata in Slovacchia, anche perché “con lo stipendio da parlamentare pago il mutuo della casa di 12.000 euro al mese”. Tanto candore non ha trovato il giusto apprezzamento. Ne è nato un putiferio, al cui scoppio questo bizzarro personaggio si è come ridestato, spiegando il suo assenteismo con la volontà di rimanere vicino alla moglie, morta nei giorni scorsi dopo una grave malattia, circostanza fino ad allora misteriosamente taciuta, e decidendo di dimettersi per metter fine alle polemiche e agli insulti, ai quali ha risposto cordialmente dando degli “sciocchini” agli ex colleghi del PD. Walter Veltroni, che con l’ingaggio nelle file democratiche di un pezzo grosso dell’imprenditoria veneta pensava di aver fatto un colpo da maestro in partibus infidelium, ed è invece finito nel mirino delle critiche del popolo progressista, l’ha definito “una persona orrenda”: propria ora che nel tanfo moralistico nel quale siamo caduti la placida sfrontatezza di Calearo sa quasi di virtù.

MATTEO RENZI 03/04/2012 Il rottamatore ce l’ha coi politici che «rinunciano all’idea forte, alla visione di ampio respiro», e che «vivono alla giornata, senza mettere mano, una volta per tutte, alle regole del gioco». Lui invece, par di capire, è di tutt’altra pasta: si nutre di idee e di convinzioni profonde, che sfidano il tempo, le convenienze, le mode, le vane chiacchiere. Per metterlo in chiaro è già al suo secondo libro, «Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter», il cui titolo da cazzeggio iperbolico già ci prepara alle formidabili intuizioni del sindaco di Firenze, vere e proprie minchiate di classe purissima, come quelle di pensare «al granduca Cosimo come a un rottamatore ante litteram», ai «Medici come a banchieri favorevoli alla patrimoniale», a Dante come «modello per la sinistra». Non c’è Madre Teresa, Che Guevara neppure, ma il Jovanotto, quello c’è tutto.

ROBERTO SAVIANO 04/04/2012 Lui l’aveva detto. Cosa? Che la mafia calabrese “interloquiva” col potere politico nel nord Italia, e quindi anche con la Lega. E le indagini di questi giorni lo dimostrerebbero. E che c’è di strano? Sono decenni che le cose vanno così: prima si lanciano i palloni sonda, una paroletta buttata là; poi si comincia a cucinare la preda a fuoco lentissimo; ed infine arriva la nostra coraggiosa magistratura, che sente puzza di bruciato. Come dimostrano le indagini di questi giorni.

L’A.N.P.I. & ALBERTO PERINO 05/04/2012 A sessantasette anni dalla fine della seconda guerra mondiale esiste ancora l’A.N.P.I., l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che non è un club di reduci, perché sennò di novantenni che sparacchiarono col fucilino contro l’invasor ne resterebbero invero pochini, ma una tetra fratellanza di guardiani della democrazia, con la fissa dell’Antifascismo, della Costituzione, della Resistenza. La loro democrazia è così piena di valori indiscussi, di verità da ossequiare, di parole d’ordine, che non potete muovervi di un centimetro al di fuori di questo civico catechismo senza correre il rischio di essere sospettati di fascismo. Occhieggiar di qui e di là, e dare l’allarme, è la sciagurata occupazione di questi mezzi invasati. Alcuni dei quali, non raramente, diventano invasati del tutto, giacché sulla via della perdizione l’estremismo facinoroso è lo stadio immediatamente successivo al roboante legalitarismo. In questi casi c’è da piangere, veri e propri drammi famigliari: chi sta con l’accigliato Partito, chi con i Trotzkisti. Prendete i No-Tav, che più partigiani di loro – a loro giudizio, s’intende – non c’è nessuno. Il loro leader, Alberto Perino, se l’è presa con la sezione A.N.P.I. Vigentina di Milano, che – a sua detta – ha negato la tessera ad un resistente partigiano No-Tav arrestato per gli scontri a Chiomonte, a lui e ai suoi famigliari; e anche con Carlo Smuraglia, amico – a sua detta – della famiglia dell’arrestato, «ma anche l’avvocato di Caselli e si capisce tutto», il quale a marzo aveva organizzata un’assemblea pubblica a Milano col Procuratore Capo della Repubblica di Torino, e aveva criticato duramente l’abuso della parola “partigiano”, a dimostrazione che quando vuole il Partito ha pure il senso dell’umorismo. Perino ha parlato senz’altro di atteggiamento fascista. E la sezione A.N.P.I. di Bussoleno si è schierata con lui. Ecco, nel 2012 queste cose accadono ancora nel nostro paese. Meriterebbero di essere seppellite da una risata, se queste teste di rapa non fossero legioni.

STEFANO FOLLI 06/04/2012 Il segreto di un certo giornalismo dei piani alti è tutto racchiuso nei toni: pacati, paternalisti, guardinghi, vigliacchetti anche quando si fa la voce grossa. Questa musica uniforme, come la nebbia spessa, si adatta a tutto e tutto nasconde, specie le più disinvolte cretinate. All’editorialista del Sole24Ore, per esempio, il Monti che oggi «punta alla stabilità», che ha lavorato con successo al «compromesso possibile» sulla riformicchia del lavoro, che «non ha umiliato» le forze politiche, ma che anzi «ha restituito un ruolo a Pdl, Pd e Udc», dando consistenza politica al governo dei tecnici, pare uno statista coi fiocchi, anche se qualche mese fa il suo piagnucoloso partito, quello del Fare presto! Fare Presto! Fare presto!, lo aveva chiamato al capezzale d’Italia per fare tutto il contrario, ossia tutto il bene della patria, con piglio rivoluzionario, non guardando in faccia nessuno. Se non è proprio ebete, il lettore non manca di cogliere la sfacciata contraddizione, ma i modi felpati lo addormentano e alla fine l’infinocchiano. Cosicché il nostro amabile imbonitore è pronto a ricominciare lo scherzo, due righe più sotto, come se niente fosse: «Se si vuole fare sul serio», scrive «i prossimi nove-dieci mesi dovrebbero scuotere l’albero dei vizi italiani come mai è accaduto in passato. Ci si augura che Monti abbia voglia di rischiare. E che i partiti della grande coalizione mascherata non siano solo un freno, ma vogliano rendere un servigio al Paese. Del resto, il presidente del Consiglio ha detto pochi giorni fa di “non voler tirare a campare”. Dopo il compromesso sul lavoro, ecco l’occasione di dimostrarlo. Con i tre partiti, se vorranno seguirlo. Oppure mettendoli di fronte alle loro responsabilità, se esiteranno.» Oh cazzarola, è così che si parla! Fare sul serio! Fare sul serio! Fare sul serio!

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (58)

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ROBERTO SAVIANO 23/01/2012 L’antiberlusconismo è come l’antifascismo: deve sempre tenere la guardia alta. Sennò la pacchia è finita. Pericolo! Il nostro, che è un fuoriclasse, se n’è accorto subito: «E’ un’ingenuità» ha detto, «pensare che Berlusconi sia finito». (Il che, d’altra parte, è vero: mica è stato sciolto nell’acido.) E nel dubbio, per meglio garantirsi un futuro, ha precisato: Berlusconi o la «sua progettualità politica». Perché si sa: come ci sono infinite forme di fascismo, così ci sono infinite forme di berlusconismo. E quindi tirate tutti un bel sospiro di sollievo.

L’ANNO DEL DRAGO 24/01/2012 Comincia l’anno del Drago in Cina, e in tutti gli angoletti del mondo popolati da cinesi. Saranno due settimane di danze tradizionali, di fuochi artificiali, di colori. Il Drago è ricco di positività, è di buon auspicio, è sinonimo di forza, salute e fortuna, ed è un periodo formidabile per mettere al mondo dei figli. Bah… noi siamo tifosi di Gesù, ma facciamo atto di buona volontà e ci mettiamo nei panni di atei e agnostici: converrete, spero, che anche come superstizione il cristianesimo offra paccottiglia straordinariamente più interessante.

MASSIMO GRAMELLINI 25/01/2012 Da anni ormai tutti i giornali hanno il loro lapidario moralista di fiducia, incaricato di fustigare i costumi col suo motteggiante francobollo quotidiano. A volte sono più di uno, così che se ci si vergogna dell’uno, si può sempre andar fieri dell’altro. E viceversa. La pillola sapida di questi tromboni sentenziosi diventa spesso per i lettori una cattiva abitudine, che vanamente si vorrebbe scacciare. Sono come l’ultima sigaretta per Zeno Cosini: nella noia, ripromettendoci di farlo per l’ultimissima volta, la ingolliamo, non foss’altro che per confermarci nel disgusto. La fauna di questi schiavi dell’aforisma è tuttavia assai variopinta, e non dovete pensare che se qualcuno di questi lo vedete strano, ma proprio strano, ma proprio strano strano strano strano, sia per forza il peggiore: al contrario, magari è proprio il migliore. In fondo, è un mestiere da disgraziati. In quanto ai peggiori, lì potete andare sul sicuro: sono i Severgnini, i Gramellini, gli Enzi Biagini di sempre, intenti a lisciare il pelo al moralismo prêt-a-porter e ad incrociare a distanza di sicurezza da ogni opinione minimamente cazzuta. Ma oggi mi è preso un colpo. Sul sito web della Stampa butto l’occhio sul titolo del pezzullo del giorno di Gramellini: «Dagli all’evasore». Oddio, oddio, mi son detto preoccupato, che abbia drizzato la schiena? Macché, niente! Per il nostro, già dimentico, a pochi giorni dalla sua scomparsa, che Fruttero gli aveva insegnato, a suo dire, la «leggerezza», la sommarietà di quel «Dagli all’evasore» è segno di progresso civile. Ho letto e riletto: non scherzava. E, soddisfattissimo, mi son ripreso dal colpo.

STEFANO FOLLI 26/01/2012 «Dall’altro lato questo stesso governo deve tenere a bada la piazza, usando all’occorrenza il pugno di ferro. Cosa che gli procurerà qualche critica, ma gli farà guadagnare anche molti consensi.» Non l’ha detto Gasparri, e non l’ha scritto Sallusti, al tempo del governo peronista del Caimano. No, l’ha scritto lo svergognato di oggi. Far rigar dritto la plebaglia, come Dio comanda, per il bene del paese, magari a colpi di nodoso bastone, oggi diventa una virtù ed un segno di serietà, di consapevolezza, di responsabilità, di amore della legalità. Lo vuole «la grande maggioranza degli italiani»: è la voce possente del Popolo. E adesso lo vuole pure l’Europa: «E c’è da credere che una prova di severità, volta a garantire gli approvvigionamenti e la libera circolazione delle merci sul territorio nazionale, in base peraltro a una precisa e ben nota normativa dell’Unione, consoliderà la credibilità e il rispetto di cui gode il premier.» Ma infatti è ora di finirla con questi scioperi selvaggi, con queste interruzioni di pubblico servizio, con queste okkupazioni di strade e stazioni ferroviarie, con queste pagliacciate criminali, con questi ricatti. E’ ora di fare piazza pulita. «Quando dunque, o Silvio, farai il tuo dovere?»: così, per anni, se ricordiamo bene, il Demostene del Sole24Ore ammoniva indefesso, con vivo senso d’urgenza, dalle colonne del suo giornalone, andando puntualmente a sbattere contro la neghittosità di un governo sordo alla ragione e a tutto. Una cialtroneria di cui oggi paghiamo il prezzo. Un prezzo intollerabile.

CLAUDIO BAGLIONI 27/01/2012 Si è innamorato della Costituzione. La nostra. Quella dell’immusonita repubblica fondata «sul lavoro». Già questo avrebbe dovuto mettere in pensiero i suoi amici più cari. Molto. Ora ha avuto la follia di cantarla. O meglio, di declamarla in groppa alle onde lunghe di un oceano di musica generosamente melodica, tipicamente sua. Sulla cresta delle più possenti, la declamazione si sfuma in canto e la voce è rotta da una specie di struggimento amoroso. E’ terribile. Per ritrovare me stesso, e forse lui stesso, mi son ascoltato “Sabato pomeriggio” cinque volte di fila, avidamente.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (40)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LE RAGAZZE DI MISS ITALIA 19/09/2011 Ah, non c’è che dire: tutte dei bei pezzi di figliola. Ma perché bramano tutte di farci sapere che, loro, a Palazzo Grazioli non ci sarebbero mai andate? E’ così che si comincia ad acconciarsi ai compromessi: con la piaggeria verso la moda del giorno.

EMMA MARCEGAGLIA 20/09/2011 “Lo scenario italiano è drammatico, la credibilità del paese è minata” sostiene la numero uno di Confindustria, che chiede al governo “un tratto di discontinuità”. Confindustria ha una ricetta chiara: “Serve una forte riforma delle pensioni che liberi risorse da usare per ridurre il cuneo fiscale e servono privatizzazioni e liberalizzazioni, poi una riforma fiscale seria, che abbassi le tasse ai lavoratori e alle imprese e che le alzi su tutto il resto, compresa una piccola tassa sui patrimoni”. Non so a voi, ma a me queste energiche prese di posizione fuori tempo massimo conciliano il sonno. Anzi, credo già di dormire perché sto sognando: vedo infatti che il governo e la maggioranza tutta, fattisi coraggio con una sbronza collettiva, hanno preso in parola la Confindustria decidendo di fare un quarantotto liberale. Nel paese scoppia il finimondo. Passa una settimana ed è un conciso editoriale non firmato del Corriere della Sera a farsi interprete dell’Italia responsabile:

Ancora una volta questo governo dimostra tutta la sua sciatteria e il suo dilettantismo. Una manovra che va, almeno nelle intenzioni, nella giusta direzione viene rovinata da una classe politica che non sa parlare alla gente con la franca serietà imposta dalla gravità del momento, che non riesce a coinvolgere né l’opposizione in parlamento né le parti sociali in un disegno di strutturazione graduata e condivisa delle necessarie riforme, che non riesce a ristrutturare l’edificio nazionale senza distruggerne le fondamenta solidaristiche, che spacca il paese quando si tratta di chiedergli uno sforzo unitario ed eccezionale. Non si guariscono i mali strutturali del paese con le spacconate donchisciottesche, o col “ghe pense mi” berlusconiano. Non è questo che l’Europa ci chiede, come ha fatto intendere ieri, con l’equilibrio e la saggezza che ormai tutti gli riconoscono, il presidente della repubblica. Oggi a parlare è Confindustria che chiede al governo “un tratto di discontinuità”: “chiediamo alla classe politica che ci governa di abbandonare questo unilateralismo che porta il paese verso l’abisso”, ha detto Emma Marcegaglia. Facciamo nostro l’appello, prima che – davvero – sia troppo tardi.

PAOLO GARIMBERTI 21/09/2011 Chi si ricorda del compagno Sandro Curzi? I suoi non erano editoriali, che son robe per anemici scribacchini. Recitava la parte del nonnetto che ha seppellito l’ascia di guerra dopo averle viste tutte: con quest’arietta da saggio, spesso usata dai vecchi compagni per infinocchiare i giovanotti, confezionava fior di comizi. Con lui il TG3 divenne un TG di culto per una bella fetta di sinistra, e Telekabul per quasi tutti gli altri. Tuttavia nessuno raccoglieva firme per farlo cacciare. E che le sue fossero opinioni personalissime, nessuno lo metteva in dubbio. Oggi invece il presidente della RAI si sente in dovere di chiarire che “l’opinione espressa stasera dal Direttore del Tg1 Augusto Minzolini è strettamente personale e non impegna in alcun modo la RAI”: insomma, sia chiaro a tutti che lui non c’entra, e che non ha nulla da spartire con questo “comunista”.

I TABLOID INGLESI 22/03/2011 Proprio loro. Pippa li ha stufati. Adesso a questi debosciati non va più bene niente. Il cappellino, il gonnellino, lo stivaletto: signori miei, tutto denota mancanza di classe. Classe. Di Pippa non importava una pippa a nessuno, fintantoché questi depravati non pensarono bene di mettere la corona britannica sulle chiappe della signorina, sordida infamia che causò un aumento certificato del 10% delle pippe a livello mondiale, del 35% nel Commonwealth, con picchi del 50% nel subcontinente indiano. Io fuggo istintivamente queste pubbliche infatuazioni. Quindi di Pippa me ne impipai alla grande. Ora che questi schifosi viziosi l’hanno messa nel mirino per umiliarla, trovo che Pippa sia un bocconcino irresistibile. Il gonnellino, lo stivaletto, mi vanno benone. Il cappellino, no. Quella è roba da pervertiti.

STEFANO FOLLI 23/09/2011 Al cui giornale, il Sole24Ore, suggerisco inutilmente il vero titolo del giorno: “La maggioranza ce la fa PERFINO sul caso Milanese”. Con sei voti di scarto, nonostante il voto segreto, i sette franchi tiratori, i sei assenti giustificati, le borse a picco, lo spread ai massimi, gli appelli del suo giornale, del Corriere, della Stampa, della Marcegaglia, le sentenze dell’Economist, le suppliche della Papessa al Papa, e l’assedio permanente da parte del branco sinistro dei suoi nemici storici. Con la faccia raggelata di chi è andato a sbattere contro un palo ma fa finta di niente, ammette che “abbiamo la stabilità del governo”, ma che “il governo non ha la credibilità”. E questa è una novità nella nostra storia politica. Sono perfettamente d’accordo. E’ una novità: fino ad ora il senso del ridicolo aveva impedito alla frustrazione di avventurarsi in certe capziose acrobazie dialettiche.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (30)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

I PRESENZIALISTI DELLA CULTURA 11/07/2011 Leggo sul sito internet de L’Unità che al Premio Strega sono intervenute “numerose personalità del cinema, della cultura e della letteratura, tra cui Giuliano Montaldo, Francesco Maselli, Monica Guerritore e Roberto Zaccaria, Sergio Zavoli”. Presenti pure Renato Mieli, in qualità di presidente di Rcs libri, e Luciana Castellina, che era tra i candidati finalisti al premio. Notate: quasi per intero una combriccola di ex comunisti che se la passano alla grande da due, tre, quattro, cinque o sei decenni, ossia da quando, con molta lungimiranza, decisero di opporsi al regime. Mancava solo Napolitano, il più presidente e presenzialista di tutti. Sono onnipresenti. Alcuni, comincio a temere, vista l’età veneranda e la gagliardissima salute, immortali.

L’HEXAGONE 12/07/2011 Dopo che Saif Al-Islam, figlio del “massacratore del suo popolo”, ha spifferato in giro che il regime libico sta trattando con la Francia, il portavoce del ministero degli esteri francese ha precisato che “non ci sono negoziati diretti tra la Francia e il regime di Gheddafi, ma noi facciamo passare i messaggi attraverso il Consiglio nazionale di transizione e i nostri alleati” ed ha voluto ribadire che “la Francia vuole una soluzione politica, come abbiamo sempre detto”. Come hanno sempre detto. No, non innervositevi. La grandezza di un paese si misura anche da questi dettagli: dallo stile, dall’allure, da come si porta in giro con grazia, e sapienza, una portentosa faccia da culo.

STEFANO FOLLI 13/07/2011 E con lui tutti gli isterici. Ci vuole un patto nell’interesse nazionale. Meglio ancora un governo – purtroppo impossibile – di salute pubblica, per dare un segnale “forte”. Allora una vera coesione nazionale. E soprattutto “parole di verità adeguate alla serietà dell’ora”: andare in televisione, indicare una prospettiva, parlare con solennità, rassicurare il popolo. Insomma: alle prime schioppettate andare fuori di testa, e spaventare la truppa.

BEN BERNANKE 14/07/2011 E’ vero: noi non stiamo meglio degli altri. Però comincio a sospettare che gli altri abbiano lo stravagante desiderio di stare peggio di noi. Brutta rogna, la tossicodipendenza. Il presidente della Federal Reserve ha detto che la banca centrale è pronta ad allentare la politica monetaria se la crescita economica statunitense dovesse restare lenta. Crescita, crescita, crescita! Stimoli, stimoli, stimoli! Uno stimolo al giorno toglie il medico di torno. E anche il paziente.

GIORGIO NAPOLITANO 15/07/2011 La manovra è già stata approvata dal Senato. E venerdì dovrebbe avere il via libera dalla Camera. Al netto del teatrino dell’emergenza la ragione è solo una: c’è una maggioranza. Ma il presidente della repubblica fa il finto tonto e da Zagabria commenta: “è un miracolo”. Che si senta già in odore di santità?

L’Italia rivoltata come un calzino. Da Berlusconi.

Rivoltare l’Italia come un calzino era il sogno dei giustizieri democratici di Mani Pulite ma lungi da rappresentare una rivoluzione culturale l’esibita moralizzazione della politica italiana costituì in realtà il più ortodosso dei richiami all’ordine repubblicano da parte delle forze più conservative di una penisola che sfuggiva loro di mano giorno dopo giorno. Una stanca aristocrazia di denari si univa ad una stanca aristocrazia intellettuale per tenere sotto i piedi la marmaglia della gente nova.

I quindici anni della resistenza berlusconiana – quella vera – sono riusciti a mettere in crisi definitivamente quell’Italietta miserabile soffocata e umiliata in modo innaturale dalla dicotomia fascista-antifascista, dai gerarchi di prima e da quelli di dopo. Non è stata un’opera di distruzione. E’ un’Italia che ha ripreso il cammino, è l’Italia in cammino, per riprender il titolo di un libro di ottant’anni fa del grande storico “nazionalista” Gioacchino Volpe; un organismo liberato da una camicia di forza che ha ripreso a respirare e quindi anche a sudare, e pazienza se questa ridiscussione sulle origini e i fondamenti della nazione ha prodotto degli effluvi non proprio deliziosi. Era inevitabile e necessario. Ma visti in prospettiva storica, ad esempio, anche i partiti del nord e i partiti del sud, il revival dei dialetti o delle proteiformi e mai codificate madrelingue regionali che dir si voglia, costituiscono più uno sfogo che la messa in discussione dell’unità nazionale.

E’ la stagione berlusconiana che ha reso possibile la “costituzionalizzazione” della destra; che ha sdoganato il “liberalismo” (fin qui a parole, s’intende, perché con gli antichi appetiti dei capetti della nuova classe politica e col panico intellettuale causato dalla crisi dell’economia mondiale i buoni propositi si sono squagliati come neve al sole: ma almeno il primo passo è stato fatto); che ha fatto germogliare fiori strani – per la nostra epoca storica – ma eloquenti come il “liberismo di sinistra”; che ha permesso di superare in politica con non disprezzabile equilibrio e maturità gli steccati obsoleti fra “laici” e “cattolici”, evitando di cadere, seguendo le sirene dei cattolici “adulti”, in un moderno cesaropapismo nel quale i cattolici si sarebbero dovuti inchinare ai gran sacerdoti del culto feticista della Costituzione laica e repubblicana; perfino lo stesso Fini neo radical-liberaliggiante è un prodotto della “liberazione” berlusconiana.

Interpretata come un sintomo di debolezza di un leader disperato, e anche se messa in moto da vicende particolari, la controffensiva mediatica e giudiziaria delle armate berlusconiane contro Repubblica in particolare, ma non solo, è al contrario il segno che una nuova classe politica, nata dal necessario riequilibrio dei poteri reali nel paese, si sente oramai abbastanza forte e salda per fare quello che da noi nessuno ha mai osato fare da trent’anni a questa parte: rispondere al fuoco col fuoco per far cadere nella polvere i simboli e le statue del Pantheon della casta democratica.

E’ per questo che nell’ultimo atto della revisione politico-culturale berlusconiana, con zelo didattico, nel mirino dei barbari oltre al “giovane” De Benedetti è finito in questi giorni anche il “vecchio” Agnelli, la cui figura è rimasta impigliata miserevolmente nelle maglie di un’assai poco onorevole ed assai “piccolo-borghese” zuffa fra eredi: non è parso vero di contrapporre tacitamente gli omaggi tributati all’elegante libertinaggio dell’Avvocato, quasi un grazioso ricamo sul tessuto della sua vita aristocratica, alle intimazioni rivolte a Berlusconi di consegnarsi al tribunale del popolo delle Dieci Domande.

“La strategia delle ritorsioni non conviene a nessuno” è il titolo di un pezzo di Stefano Folli sul Sole24Ore sul caso Boffo, a proposito del quale, anche per debolezza patriottica – Boffo è trevigiano, come me – in un primo momento ho sperato che Feltri avesse preso una cantonata micidiale. Le reazioni non mi hanno tranquillizzato per niente, al contrario. Ho assistito solo ad una levata di scudi contro l’agguato messo in opera dai bravi berlusconiani tanto corale quanto evasiva nel merito della questione. Per il momento. Faccio solo notare, al di là della tendenziosità di un titolo che allude vagamente all’inadeguatezza e fors’anche all’illegittimità della strategia politica berlusconiana complessiva, che se fosse stato per i chiacchieroni dal garbo conciliante e impeccabile, ossia accomodante, anche la gioiosa macchina da guerra di Occhetto avrebbe avuto vita facile e di un’Italia faticosamente in cammino manco ci sogneremmo.

[pubblicato su Giornalettismo]

POST SCRIPTUM: siccome non riesco a convincere quei testoni dei lettori dei  miei articoli, che anzi si guardano l’un l’altro scuotendo il capo come per dire: “Questo è pazzo!” – cosa lusinghiera in quanto io decido di mia spontanea volontà di interpretarla come un tributo involontario alla genialità – ho replicato alla sfilza delle perplessità e dei dissensi con una lunga spiegazione terra terra:

Ma ragazzi, cercate di vedere le cose con gli occhi della storia e non con quelli della cronaca. Non fatevi incantare dalle chiacchiere sulle prime e le seconde repubbliche. La bella politica non ci sarà mai e i protagonisti della politica saranno sempre in generale degli esempi di mediocrità. La politica, anche se il concetto è necessariamente un po’ vago, dovrebbe rappresentare la società e i rapporti di forze al suo interno. Entra in crisi quando vi è un decifit di rappresentazione e si forma un tappo alla sua porta d’ingresso. Alla fine degli anni ’70, anche a causa della situazione internazionale, l’Italia aveva raggiunto il massimo della mummificazione politica: la balena rossa e la balena bianca, ovvero un elettorato comunista così massiccio da costituire la più grande anomalia delle nazioni occidentali, e un elettorato bianco che votava sempre più turandosi il naso visto che per la DC – sempre a causa in gran parte della situazione internazionale – la politica era una sinecura e del suo elettorato fondamentalmente “conservatore” (non in senso religioso, ma nel senso dell’allergia alle tasse e alla burocrazia, per dirla in soldoni) se ne sbatteva altamente. In campo economico c’era il gruppo di potere intorno alla FIAT e satelliti da una parte e i sindacati storici – soprattutto la CGIL – dall’altra. Queste forze, ciascuno nel suo ambito, “gestivano” il paese. Col craxismo si aprì la prima breccia a sinistra. Il nuovo genera il nuovo e quindi il craxismo insensibilmente, quasi sotto traccia, piano piano cominciò a mettere in crisi le sinecure della DC. Infatti una parte dell’elettorato conservatore, incoraggiato dall’indebolimento dell’egemonia comunista, cominciò a guardarsi intorno per trovare un altro interprete dei suoi interessi e lo trovò nella Lega. Le prime Leghe nacquero in Veneto, me lo ricordo bene, perché la Liga Veneta cominciò a farsi un nome proprio nella Marca Trevigiana. Ma era più che altro un fenomeno culturale, quasi folcloristico, più che politico. La Lega Lombarda, che nacque dopo sull’esempio veneto, fin dall’inizio ebbe un carattere prettamente e quasi violentemente politico. I toni nettamente più duri. Tuttavia non vi fu alcun boom della Lega Lombarda fino a quando, invece di limitarsi ai temi identitari, Bossi non cominciò a battere il pugno sul tavolo al grido di “Basta tasse!”. A parte la breve stagione dell’Uomo Qualunque, questa era la prima volta che da una forza politica si prendesse in mano l’artiglieria retorica antitasse, ma la stranezza non è che la Lega finalmente lo facesse ma che in Italia nessuno mai l’avesse fatto prima, perché in realtà questa retorica è merce comune e naturale di quasi tutti i partiti “conservatori” occidentali. E significava anche che la DC non si era mai evoluta e si era oramai disabituata ad ascoltare il suo elettorato. Non bisogna farsi ingannare che la Lega usasse toni fortemente antisocialisti; Milano era il centro del potere di ambedue le forze politiche; ma tutte e due erano il Nuovo nel panorama politico italiano. Non è un caso che Mani Pulite sia esplosa proprio in Lombardia e poi nel Veneto: era il territorio dove le forze politiche tradizionali risultavano più fragilizzate e i venti di novità si facevano più sentire. In un certo senso Craxi fu vittima di se stesso e dei meccanismi che aveva messo in moto. L’idillio degli italiani con Mani Pulite durò solo qualche mese. Si vide ben presto che in mano a magistrati politicizzati essa doveva servire a eliminare proprio tutti gli avversari del Vecchio rappresentato dal PCI, dalla DC, ossia quella disposta a diventare la ruota di scorta del PCI, dall’incartapecorito establishment confindustriale attorno alla galassia del Nord, dai prefetti della Cultura Egemone, dalla burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione nata dalla Resistenza ecc. ecc. Non a caso per quindici anni questi ultimi hanno sempre sostenuto la sinistra. Non a caso leghisti e socialisti craxiani fanno parte dell’esercito berlusconiano. E’ una lotta di potere che in quindici anni ha visto il Nuovo resistere e fortificarsi. Con le ultime elezioni l’Olimpo Confindustriale si è arreso alla nuova realtà. Per questo oggi i killers di lunghissima milizia di Repubblica fanno meno paura e si risponde loro con le loro stesse armi e perfino sbeffeggiandoli. E’ una lotta di potere ma le ragioni della storia e della democrazia stanno dalla parte di Berlusconi, perché la democrazia reale sta anche nel riequilibrio delle forze rappresentate. Per la bella politica, o meglio, per quella presentabile ci risentiremo quando l’Italia sarà un paese “normalizzato” e quando la sinistra seppellirà definitivamente l’ascia di guerra. Questo è il presupposto necessario per l’Italia fighissima che ognun nel suo pensier si finge…