Romanzo di un depistaggio

E’ uscito nelle sale l’ultimo film di Marco Tullio Giordana, “Romanzo di una strage”, dedicato alla strage di Piazza Fontana. Personalmente trovo poche cose così mortalmente noiose, deprimenti, e piccine come questa fissazione della cricca degli artisti italiani più consapevoli per i “misteri” del recente passato. Il film infatti è già un evento, al quale, qualunque sia la vostra opinione sull’opera e sulla ricostruzione storica della vicenda, dovete pagare un tributo di attenzione, se non volete essere tagliati fuori dal salotto virtuale dei chierici dell’intellighenzia democratica. Ma voi, se siete interessati a cogliere il profilo di una certa Italia, e non alla chiacchiere, fregatevene del film ed osservate l’umanità che vi traffica intorno e che partecipa al “dibattito”. Le reazioni non si sono fatte attendere. Adriano Sofri ha addirittura fatto esplodere una molotov nella piazza mediatica con un pamphlet di cento pagine e passa contro certe tesi sostenute nel film, da lui qualificate assurde. Come per ogni vicenda storica, e umana, anche quella del terrorismo contiene aspetti paradossali, ombre, stranezze. Su questa realtà minuta ci si è tuffati, pur di fuggire la realtà stessa, nell’intento di cogliervi la trama nascosta del grande disegno antidemocratico chiamato strategia della tensione. La stessa cosa è stata replicata qualche anno dopo per le vicende di mafia. Questo assunto di fondo, che è il vero grande depistaggio che distorce la vita politica e culturale italiana, non viene mai veramente meno, cosicché anche quando irrompono nella scena nuove ipotesi, nuove scoperte, ed opinioni eretiche, e il quadro storico si fa più umano, meno schematico, questo travaglio intellettuale sa di muffa, come se sviluppasse in un circolo chiuso frequentato dalla solita famiglia dedita alla superstizione del servizi deviati, specie di categoria dello spirito di un popolo che davvero avrebbe ormai bisogno di respirare aria fresca, invece di passare il tempo a grattarsi con gusto la solita rogna. Sulle trame, sulle “stragi di stato”, sui servizi deviati, l’Italia migliore – quella più tentata dalle spallate antidemocratiche di piazza – ha costruito le sue fortune. Mantenere in vita questa fiction – questo grande romanzo – serve a perpetuarne l’egemonia culturale e il potere di suggestione. L’essenziale è che sia la sinistra a mettere il sigillo ad ogni nuovo capitolo di questa storia, quand’anche fosse in palese contraddizione con quello precedente: fuor di essa, della sinistra, nulla salus.

E’ una patologia che ha distorto perfino il linguaggio e il senso comune. Due esempi di questi giorni a proposito della riforma del lavoro. Prendete Ichino. Non avete mai avuto la tentazione di prender a schiaffi una personcina molto ammodo, molto intelligente, molto preparata, mite, e retta, e tuttavia incapace di buttare il cuore oltre l’ostacolo e di prendere atto di una spiacevole verità? Io Ichino lo prenderei a schiaffi. Per difendere la necessità della riforma presso i compagni di sempre deve per forza ricorrere al più assurdo degli argomenti, quello che associa il buono e il giusto alla sinistra: «Sì alla riforma, è di sinistra la parità tra protetti e non protetti», argomento che appartiene ad un credo filosofico-religioso, non alla politica e alla storia. E non sfugge alla trappola nemmeno Giuliano Ferrara, che peraltro ama épater le bourgeois e perciò ogni tanto inciampa nella sua piacevole irruenza, il quale, richiamandosi al libretto di successo firmato qualche anno fa da Giavazzi ed Alesina, quando certa sinistra voleva insegnarci il vero liberalismo solo perché il liberalismo era alla moda, scrive che in un certo senso non troppo paradossale, “un mercato del lavoro libero è una cosa di sinistra”. La quale invece è una sciocchezza bella e buona, tutta italiana, e non degna di te, Giuliano, che dalla famiglia ti sei emancipato da una vita.

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Belpietro, Battisti e il vizio sinistro dell’oblio

Non occorre tuffarsi nel mare dei media della sinistra militante per sentire con mano i guasti della vulgata che ha ridotto le forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra in cupole criminali. Anzi, è proprio sui giornali moderati che si può cogliere a che punto sia arrivato questo male. Pigliate la Stampa, ad esempio, ex giornale dei padroni: Lucia Annunziata, prendendo spunto da un libro vecchio di dieci anni, fa il punto sulla “strategia dei veleni” e parte da lontano, svelando alle pecore del popolo sedicente democratico come a fianco degli illuministi francesi ruotasse possente la macchina del fango e del gossip. Cose illustrate in pieno ottocento da A. De Tocqueville, da H. Taine, e con più chiarezza ancora da A. Cochin cento anni fa:

Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perché tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? (…) Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero…

Cose dette e ridette da chi “liberale”, ossia quasi fascista, era costretto ad una vita intellettuale catacombale negli anni in cui la Lucia scriveva per il Manifesto, per Repubblica e forse era, ahinoi, komunista. E tutto questo sforzo per cosa? Ma per tirare in ballo a sproposito e vigliaccamente Belpietro, naturalmente! Reo di aver pallidamente imitato – finalmente un po’ di democrazia nella carta stampata, caspita! – chi con questa sbobba e questi metodi banditeschi a sinistra campa da trenta o quarant’anni, e passa per campione della società civile. La Lucia non si è mai accorta di niente, a dimostrazione di come sia difficile uscire dal branco per chi ci vive dentro con profitto da sempre, anche quando col solito e soprattutto innocuo ritardo pluridecennale si acconcia alla verità. Ma brava!

Prendete poi sempre dalla Stampa l’articolo di Cesare Martinetti sul caso Battisti, “simbolo della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.” Arrivati alla fine di tante nobili, acute e colte considerazioni, tra le quali spicca per bassezza l’obbligata e insulsa frecciatina pittoresca contro il Berlusca, ché senno il nostro Cesare non si sentiva tranquillo, nella dura testa dell’uomo che non si fa prendere facilmente per i fondelli, anche quando abbruttito dai riti profani delle feste di fine anno, scatta l’allarme rosso: eh sì, caro mio, bello il quadro, peccato però che ci sia un bel buco in mezzo. Grosso grosso. Un ragionamento elementare, che non hai il coraggio di affrontare. Rimarco: il coraggio. Non l’intelligenza. Nella tua molle testolina scatta l’autocensura (la fredda menzogna appartiene alla razza superiore degli Scalfari). Il ragionamento, semplice semplice, è questo: ammettiamo che l’Italia sia un paese di merda, che non abbia nessuna considerazione di sé, e che quindi non venga tenuto in nessuna considerazione dagli altri; ammettiamo, per pagare l’obolo al conformismo, che il Caimano non abbia fatto niente per migliorarne la reputazione, anzi l’abbia precipitata nel bordello del bunga bunga; resta il fatto che se Battisti fosse considerato quell’assassino puro e semplice di cui ora – ammazza che faccia tosta – perfino i Repubblicones parlano, quando i migliori della loro razza facevano i firmaioli in suo favore qualche anno fa, neanche il Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, ce l’avrebbe negato. (Ambasciatore, stia buono, la sua patria ha perfino abolito la pena di morte, lo so, dopo che ho frugato Wikipedia per trovare una scusa. E’ solo che il nome del suo paese all’orecchio italiano suona irresistibilmente nero e continentale: bungaiolo, non so se mi spiego.) Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la figura del pistolero non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato non nelle case degli italiani ma nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che i loro esuli venivano da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. All’inizio degli anni settanta la Spagna era franchista, il Portogallo e la Grecia sotto regimi militari, mezza Europa sotto il tallone comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato di prendersela col dilettantismo del governo – cui consiglio calma e gesso, non belliche trombette, nel senso dantesco del termine – sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro figlio e fratello. Figli d’un cane.

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Armi improprie

Al Tartaglia andò di lusso. Cose che non succedono neanche in una democrazia di sogno, superinclusiva, rispettosa di tutte le deviazioni che non siano quelle dei poveri servizi segreti, figuriamoci in un’autocrazia mediterranea. La sua fortuna fu d’essere pazzerello – sebbene abbastanza intelligente da essere progressista in una famiglia di progressisti – incapace d’intendere e di volere dal secondo X al secondo Y dell’ora W del giorno Z, secondo l’estro di una natura bizzarra e imprevedibile, che difatti scelse come vittima delle proprie escandescenze il più impensabile degli obbiettivi, il nostro amico Silvio. Tartaglia, che non era padrone di se stesso, che non aveva il coraggio delle proprie azioni, lasciò che fosse il destino a decidere per lui. All’uopo scelse accuratamente un’arma da mezzo terrorista, certo non trovata lì sul momento e per caso; un’arma non arma, un’arma mai vista, un Duomo di Milano in miniatura, con le gugliette gotiche maliziosamente però ben appuntite. L’originale scelta apriva un ventaglio succulento di esiti possibili: 1) Tartaglia non centrava Berlusconi, il lanciatore non veniva identificato, un silenzio provvidenziale veniva a curare l’accesso di pazzia, e di Tartaglia forse non avremmo sentito mai parlare; 2) il briccone non centrava il caimano, ma veniva identificato, acciuffato e ammanettato dagli sbirri: cosa penosissima per il Tartaglia, che oltre al resto si sarebbe beccato anche dell’imbranato; 3) il briccone centrava lo psiconano e gli faceva un male boia, ma gli lasciava solo un dente scheggiato e qualche graffio, così come poi volle il destino, anche a detta dei bollettini medici; 4) il briccone centrava il dittatore e gli portava via un occhio: cosa, converrete, assai poco piacevole, specialmente per uno che tiene alla propria immagine, che crede di essere irresistibile anche se attempato, e che in fatto di donne ci tiene a vedere benissimo; 5) il tirannicida centrava il pappone nazionale in fronte con la forza demoniaca della pazzia e lo mandava al creatore: per Tartaglia sarebbe stata la fama imperitura, sia per il nome della vittima sia per l’arma del delitto, e forse non gli sarebbe del tutto dispiaciuto.

Berlusconi nell’occasione fu perfetto, e magari senza rendersene conto (voglio venirvi incontro) si comportò da vero uomo di stato. Perdonò pubblicamente l’infelice, ma disse che un’azione violenta contro un rappresentante delle istituzioni – uso queste parole per farmi capire dalla folla noiosa dei tromboni – non poteva restare impunita. In pratica, assai saggiamente e piuttosto generosamente, suggeriva alla magistratura, considerata l’attenuante dei problemi psichici, di mandarlo a casa con una pena simbolica, come vuole la cultura della legalità – uso queste altre parole per farmi capire sempre dalla stessa folla noiosa dei tromboni – in un paese dove al delitto segue il castigo, ma non la vendetta. Ma un destino misterioso e imperscrutabile vuole che gli uomini di legge non riescano mai e poi mai a dare veramente soddisfazione al nostro grande presidente, neanche per sbaglio: Tartaglia fu assolto in quanto non imputabile “perché totalmente incapace di intendere e di volere al momento del fatto”. Totalmente. Al momento. Per il resto abbastanza pazzo da dover rimanere in libertà vigilata per un anno in una comunità terapeutica. Sarà contento il Tartaglia di un così lusinghiero verdetto; un verdetto che, come insegnano gli esagerati della sua parrocchia, va sempre religiosamente rispettato, alla lettera.

Non credo che per la giovane okkupazionista che ha preso di mira il capo dei sindacalisti collaborazionisti le cose andranno molto diversamente. Anche se non penso che Rubina Affronte, nome da silfide, cognome da pasionaria, ambisca molto a farsi passare per pazza, sia pur per un minuto e ventidue secondi esatti: ho intravisto un musetto attraente, ma tosto. Tuttavia, se mi permette di essere franco, e di usare i toni di quella condiscendenza maschilista che offende molto le donne cazzute come lei, senza correre il rischio di prendermi anch’io un candelotto fumogeno, che i suoi compagni di battaglia mi ficcherebbero volentieri acceso in quel posto vista la mia onesta militanza intellettuale tra il popolo dei disonesti, devo dire che col caso Tartaglia c’è qualcosa in comune: l’ambiguità dell’arma. Il candelotto fumogeno ha fatto “solo” un buco nel giubbotto di Bonanni, però avrebbe potuto non solo bruciargli i baffetti e gli occhialetti, nei limiti di una rivoluzione estetica dai modi un po’ troppo spicci; ma anche deturpargli il viso, o accecarlo, alla talebana; e, con un concorso di circostanze particolarmente fortunate, persino spedirlo al creatore; o no? Lei cosa voleva fare? Lo sa cosa voleva fare? Non credo.

Lo sa invece qual è stata fin qui la cosa più divertente della faccenda, se posso essere cattivo? Le dichiarazioni di suo padre, magistrato di “una famiglia bene della Toscana” (così dicono le cronache) il quale ha affermato che lei non ha mai manifestato violenza, che “fin da bambina è stata educata al rispetto del prossimo, alla tolleranza, alla non violenza. Da molti anni lavora in alcune associazioni di volontariato e si è sempre adoperata a favore del prossimo”. E’ proprio un sacrilegio supporre che tale educazione politicamente correttissima non l’abbia troppo ostacolata ad elaborare una visione del mondo che senza buzzurri e criminali dall’altra parte non riesce a stare in piedi? E che in obbedienza a quest’ultima lei, studentessa a Torino, è entrata nel Collettivo Universitario dell’Autonomia, e poi nel centro sociale Askatasuna, e poi ha incominciato ad okkupare immobili, e infine ha tirato un bel candelotto contro Bonanni alla festa del PD? Cosa ci sia di nuovo e sorprendente in questa traiettoria lo sa il cielo. Di nuovo e confortante forse c’è che dalla tragedia delle P38, senza ancora essere alla farsa, siamo però arrivati al melodramma dei candelotti fumogeni. Di vecchio che la commedia degli album di famiglia e delle false meraviglie resiste benissimo. Io dico: non sarà che il protagonismo della armi improprie corrisponde ai guasti di politiche improprie? Non è ormai tempo che lei e la sinistra tutta diventiate finalmente adulti e la smettiate di vivere – di “vivere”, invece di ragionare – in uno stato perenne d’emergenza democratica? Non vi rendete conto che non potete continuare a celebrare ogni santo giorno le liturgie della religione democratica, a predicare il rispetto delle regole democratiche, e poi dipingere un paese che libero e democratico non è? Se la democrazia è saltata, le sue regole non valgono più: vi stupite se qualcuno ne prende atto? E’ questo che voleva dire il cattivissimo Brunetta l’altro giorno, godendosela un mondo nel martellare un tasto dolorosissimo della storia della sinistra. Maramaldo assai nel compendiare il tutto denunciando “l’anima squadrista” del PD. Maramaldo nella forma. Nella sostanza, non troppo.

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Le polveri bagnate della guerra civile

Cari concittadini, italiane e italiani, non ci sarà nessuna guerra civile all’indomani del berlusconicidio sventato da la bela Madunina, che certo non poteva farsi complice degli istinti dello sciagurato Tartaglia. La guerra civile vera, tutto sommato “fredda”, nonostante il tributo di sangue pagato alle scariche rabbiose del terrorismo qualche decennio fa, è finita. Doveva finire già nel 1989: la protesi artificiale del manipulitismo l’ha fatta durare per un altro ventennio. E’ finita un anno e mezzo fa, quando con la vittoria berlusconiana alle elezioni politiche una parte importante dei poteri reali del paese coi loro giornali di riferimento si è definitivamente sottratta allo stato di soggezione nei confronti del Partito di Repubblica, ed ha stipulato idealmente col Cavaliere una pace separata. Ci sono battaglie che segnano in guerra un punto di non ritorno: la Beresina, o Midway, ad esempio, oppure quella ancora più epica combattuta il 13 aprile 2008 sul suolo italico. Prendere il monte Berlusconi, dopo la mattanza dello Scudo Crociato, e l’eccidio del Garofano, per poi ricaricare le pile in discesa e raggiungere la pianura della Terra Promessa, si è rivelata un prova troppo dura anche per un’armata formidabilmente dopata come la nostra sinistra, che dal radicalismo di massa, tanto comunista quanto democratico, non si è mai emancipata.

L’ultimissima versione di questa paranoia collettiva vede come principali protagonisti il feticismo costituzionale e la mistica delle “istituzioni”. Vien da ridere a pensare al “rispetto” formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricorda l’ottimo Giuliano Cazzola su l’Occidentale:

Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964, N.d.Z.] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare, N.d.Z.] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978, N.d.Z.] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro [Presidente della Democrazia Cristiana, spedito sotto terra dalle Brigate Rosse comuniste nel 1978, innalzato un po’ alla volta a santino democratico dai post-comunisti, N.d.Z.] gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze” [peggio di Craxi e Berlusconi, N.d.Z.]. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). [Il mammasantissima Eugenio Scalfari, si dice, all’uopo auspicò una perizia psichiatrica, N.d.Z.] All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.

Chi se lo ricorda? Chi glielo ricorda ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle demonizzazioni? Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo “controcorrente”, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista [fantastico! N.d.Z.] oltre che craxista?

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’ opinione, addirittura una tentazione autoritaria.

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.”

Ah ah ah… capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

Cari concittadini, italiane ed italiani, se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto. Gli è andato idealmente dietro, con lo zelo comico e ultraortodosso dell’ex democristiano inghiottito dal Leviatano post-comunista, Dario Franceschini, che ha auspicato, in caso di elezioni anticipate ed in nome dell’emergenza democratica, un Comitato di Liberazione Nazionale. Un altro impalpabile democristiano con già un piede nella tomba politica, o nella bocca del mostro, come Casini, gli ha fatto eco.

Cos’è cambiato, di fondamentale, da allora, ma anche da qualche anno fa? I toni? Non sembra proprio. Di cambiato c’è che le polveri sono bagnate; che l’immensa catasta d’esplosivo si è deteriorata; che il romanzo criminale perde ogni giorno la sua paginetta, così come la schiera dei suoi ammiratori perde ogni giorno qualche rappresentante, tanto da essere diventata, per quanto possente, una netta, visibile, e ben circoscritta minoranza. E soprattutto sempre più isolata. C’è nella società un istinto animalesco che annusa questi cambiamenti. Se da qualche tempo i berlusconiani sono all’attacco e parlano con una franchezza inedita nella storia repubblicana italiana è perché annusano la debolezza dell’avversario. L’attacco ai santuari giacobini delle pratiche d’infamia, eredi della propaganda comunista, è cominciato da tempo. Nelle parole “incendiarie” (ma va’…) pronunciate da Cicchitto in parlamento non c’è niente di nuovo:

A condurre questa campagna è un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, dal quel mattinale delle Procure che è il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio, oltre che da alcuni pubblici ministeri, che hanno nelle mani alcuni processi, tra i più delicati sul terreno del rapporto mafia politica e che vanno in TV a demonizzare Berlusconi. E da un partito come l’IDV, con il suo leader Di Pietro, che in questi giorni sta evocando la violenza, come se volesse trasformare lo scontro politico in atto in guerra civile fredda, che coinvolge anche settori più giustizialisti del suo partito, caro onorevole Bersani.

Niente di nuovo, tranne quel “caro onorevole Bersani” che ha il sapore di un ammonimento, di un invito, e di un incoraggiamento insieme, lanciato da posizioni di forza.

In Italia solo ora sta crollando il Muro di Berlino di una generalizzata menzogna storica. Berlusconi sta portando a termine questa demolizione, meritoriamente. Chi spera nella “sparizione” di Berlusconi si illude. Dissolto l’incubo del Cavaliere, ne spunterebbe subito un altro, per necessità storica, foss’anche lo psiconanerottolo Brunetta. E’ una lotta per la verità che sta arrivando al suo momento decisivo. Ciò sfugge ai quei sedicenti liberali di ineffabile astrattezza e inossidabile conformismo, che praticano la dottrina del giusto mezzo, dell’eterno giusto mezzo, fosse anche tra un bandito e il più onesto degli uomini, e che in realtà usano il loro corpo morto per puntellare quel che resta del Muro in Italia. E che la luce della verità storica si stia facendo strada lo dimostra la chiusa di un articolo sulla Stampa di un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi:

 …è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad «abbassare i toni», a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.

“All’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita”: appunto; una ricostruzione con cui “fare i conti”: appunto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

I fiori del malessere comunista

Mentre la sinistra ciancia di partito democratico dalla sua pancia escono fuori i puri e duri anche se scemi del terrorismo comunista: bella contraddizione che dovrebbe qualcosa pur suggerire all’orecchio delle teste fini acquartierate nei piani nobili dei giornali italiani. Giusto due settimane fa denunciavo la riposta logica comunista che sovrintende ad ambedue le inconciliabili opzioni non politiche che lacerano oggi il maggior partito dell’Unione: quella massimalista e quella tecnocratica. Beh, li guardino in faccia questi nuovi apprendisti sicari dell’ideologia comunista: sono il frutto in carne ed ossa della loro furbizia. Da Togliatti a Berlinguer, dalla caduta del Muro alla Cosa Occhettiana, da Tangentopoli all’Ulivo, mai che abbiano voluto confrontarsi una volta per tutte, virilmente, con la questione centrale della sinistra italiana: la questione socialista. Sperando nell’oblio e nell’arrendevolezza di una popolazione rassegnata al matrimonio combinato nelle altissime sfere coi reduci del marxismo, e fidando a ragione nella complicità vile dei nostri massmedia, hanno creduto di sfangarla per l’ennesima volta con qualche escamotage lessicale.

Ecco che però proprio loro non hanno fatto i conti con quella Storia del cui sacro Tempio si atteggiano a custodi. Se c’è una colpa alla quale li si può tranquillamente inchiodare è proprio quella di aver abbandonato il loro popolo: quello lontano, al pari di quello berlusconiano, dai salotti televisivi, dalle notti bianche, dalle avventure finanziarie tra banche e assicurazioni, dalle fisime piccolissimoborghesi e dalle fregole liceali degli altermondialisti e degli ecopacifisti, dai Pacs e anche dai Dico e dalle filosofie utilitaristiche dei ricchi.

No! Loro volevano bel belli approdare, con il record mondiale del salto della quaglia, infischiandosene con sprezzo e alterigia tutta comunista della realtà, a quel Partito Democratico che come sinistra esiste solo negli Stati Uniti d’America; proprio l’eclatante spudoratezza di tale operazione di marketing doveva servire a nascondere sotto la cipria e il cerone delle feste e dei ludi dell’imperialismo debole veltroniano, e sotto il tappeto delle patinate riviste repubblichine e mieliste titillanti un pubblico ultraborghese e pantofolaio con ogni new entry nel catalogo delle omologate trasgressioni, le enormi arretratezze culturali e le irrisolte questioni interne alla storia del socialismo italiano, sulle quali la perdurante intransigenza bolscevica ha posto il veto ad ogni discussione. Ma la tattica dell’aggiramento sistematico dell’ostacolo di un passato scomodo come unica strategia è stato pagato dalla sinistra a prezzo carissimo col prosciugamento di ogni rigolo di vita politica nel suo organismo. Cosicché l’unica anima rimasta al Partito del partito preso è quella rivoluzionaria.

A sinistra non c’è un vecchiotto ma onesto partito socialdemocratico, onestamente progressista, onestamente liberale, onestamente radicaleggiante e onestamente anche zapaterista, e non c’è nemmeno un onesto sindacato socialdemocratico, bensì un sindacato schizofrenicamente diviso, tale e quale il partito gemello, tra voraci concupiscenze affaristiche ravvivate più che soddisfatte dall’occupazione progressiva della pubblica amministrazione, e la tossica dipendenza dalle zaffate velenose dell’ideologia veterocomunista. In mezzo il nulla della non politica.

E nulla purtroppo ci è impietosamente risparmiato di questa nauseabonda ultradecennale commedia: disperatamente noiose e puntuali ci dobbiamo sorbire, troglodicamente confezionate dal servidorame giornalistico, le solite frasi fatte dei maggiorenti diessini e cigiellini sul tener la guardia alta e sul pericolo delle infiltrazioni e la solita dolorosa sorpresa, quando è perfettamente inutile puntare il dito su qualche cattivo maestro, se non si riesce a venir fuori da decenni di razzismo politico praticato con la regolarmente aggiornata demonizzazione dell’avversario, solo ingentilita nelle espressioni ai massimi livelli, ma contigua nella sostanza, che come un filo rosso, dalla questione morale Berlingueriana, alla pulizia etnica di Mani Pulite, alla Magistratura sedicente Democratica, alla serietà al governo dell’Unione Prodiana, serpeggia sempre sul crinale della guerra civile a bassa intensità.

La via giustizialista al potere, espressione legale dello stesso sentimento giacobino che anima i vecchi e nuovi brigatisti, nelle forme sbracate e parafasciste del Dipietrismo o in quelle auguste e pensose di certi costituzionalisti di laicissima compunzione, è stato il patto col diavolo che Mefistofele-Violante ha offerto alla classe politica postcomunista, che ha lucrato un altro dorato ventennio di vita a sbafo: ora la cambiale sta per scadere. E si mostra con la faccia plebea dei militanti della periferia suburbana e l’urlo belluino dei terroristi con la stella a cinque punte, i figli bastardi concepiti nella lussuria della doppiezza ideologica che gli eredi di Togliatti non hanno voluto mai riconoscere.

La figlia della sinistra

Non c’interessa per nulla sapere perché, nonostante i tre ergastoli, alla non pentita Barbara Balzerani sia stata concessa la libertà condizionata. Non desideriamo saperla in carcere, perché è una perversione morale provare soddisfazione per le afflizioni altrui, chiunque egli sia e qualunque ne sia la causa. E personalmente ci sentiamo persino sollevati che in questo caso non si possa tirare in ballo quel sacro sentimento del pentimento di cui da vent’anni ormai si fa avvilente mercimonio nelle più luride viuzze della giustizia e dei media che onorano il belpaese dei carnascialeschi applausi funerari: un vero pentito è talmente schiacciato dal senso di colpa e talmente illuminato da un’ansia di riscatto morale da chiedere solamente di essere libero di scontare la sua pena.

Né c’interessa sapere se si tratti di uno dei quei  casi in cui il sempre più intollerante fine rieducativo abbia ormai sic e simpliciter del tutto scacciato l’intento punitivo dal concetto di pena, frutto questo di quel nichilismo caramelloso al quale i bei sentimenti di clemenza e di umanità non bastano più, e di quella forma mentis atta a esorcizzare il senso di colpa e di male, tipica di gente che ammazza tanto facilmente quanto facilmente perdona, quando invece perdonare cristianamente significa tenere la porta aperta (ed è un dovere) ad un reale pentimento, ma non vuol dire né dimenticare, né giustificare, né chiedere alla giustizia degli uomini di rinunciare a fare il proprio corso.

L’unica cosa che c’interessa è rimarcare che questa liberazione, nella sua muta e inspiegata meccanica, non è altro che l’estinzione di un debito verso le vite di quei giovani che la sinistra in genere ed il PCI in particolare gettò negli anni ’70 sul tavolo della lotta politica, in un doppio gioco cinico che consisteva nel fomentare con tutta la violenza possibile della sua macchina propagandistica, quella propria del partito, quella della redazioni dei giornali e quella degli intellettuali, utili idioti e non, la criminalizzazione dell’allora classe politica, con la retorica del golpe e quella, oggi come allora, veteroresistenziale; e di ergersi poi cinicamente nel momento supremo, con il paese allo stremo, a garante della legalità. Di questa terroristica intimidazione, di questo profondo impulso veramente golpista, fu interprete e profeta inconsapevole Aldo Moro, quando disse “La DC non si farà processare!”, certo mai immaginando che la sua vita sarebbe terminata davvero, ma non per caso,  in uno di quei orridi Tribunali del Popolo che a certi campioni del giustizialismo di oggi dispiacevano in fondo solo in quanto illegali. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI, materialmente nelle sue sezioni: dai quadri del partito, gli stessi che per anni con disgustosa impudenza sposarono insieme a  tanti altri la tesi delle presunte Brigate Rosse e che aiutarono qualche loro figlioccio a trovarsi un rifugio all’estero, e che senza dubbio non potevano non sapere, venne solo un silenzio omertoso.

Abbiamo sempre immaginato che un giorno o l’altro, in un soprassalto di dignità, uno di questi ex terroristi, interpellato da qualche mancino padreterno della repubblica sul perché dei loro atti passati, gli rispondesse a bruciapelo, col dito puntato e tra il silenzio esterefatto degli astanti: “Perché? Perché? Perché siete stati voi a chiedercelo. Voi!”