Lo stupido conflitto ucraino

Per quanto incerta, ondivaga e diciamo pure sgangherata, sembra che mai come oggi la politica estera di Stati Uniti ed Europa sia stata così concorde. Lo è però per un fattore di debolezza oggettiva (ed incolpevole). Viene comunque smentita la diffusa convinzione che col crollo del comunismo nel nuovo mondo multipolare, che si profilava all’orizzonte, Europa e Stati Uniti sarebbero andati ciascuno per la sua strada. Nel mio piccolo contestai questa predizione già nel 2007, parlando provocatoriamente di inevitabile alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La mia convinzione era che proprio in un mondo caratterizzato da potenze emergenti di stazza continentale (ed alcune di consistenza demografica perfino sgomentevole), nelle quali la crescita economica si sarebbe accompagnata fatalmente a richieste crescenti di libertà individuale, la tentazione di risolvere gli squilibri interni attraverso la politica di potenza (una sorta di proiezione su scala mondiale, mutatis mutandis, dei traumi vissuti nella vecchia Europa all’apparire del novecento dopo la grande corsa del XIX secolo), questa tentazione, dicevo, sarebbe stato il vero pericolo globale (più ancora di un Islam che si sta fragorosamente suicidando) che il vecchio Occidente avrebbe dovuto affrontare, tanto da spingerlo, volente o nolente, a fare quadrato. Tra queste potenze citavo anche la Russia (benché non la considerassi, e non la consideri affatto, la più pericolosa): «La Russia “semidemocratica e neozarista”», scrivevo, «ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale.» Tale sbagliata predizione sulla rottura dell’asse occidentale era figlia del realismo politico, che riesce ad essere la più ottusa delle dottrine politiche quando manca di temperanza. In fin dei conti l’ultra-realista politico ha una visione meramente orizzontale, quantitativa, spaziale della geopolitica. Eccolo lì a compulsare le sue tre mappe del mondo: quella geografica, che illustra la posizione e la consistenza territoriale dei singoli paesi; quella demografica, che disegni scenari molto diversi; e quella economica, che ne disegna di più diversi ancora. Su questo sfondo composito fa agire l’uomo hobbesiano, in tutta la sua astrattezza deterministica.

Vi è infatti anche una dimensione verticale, culturale, temporale della geopolitica. Il 2014 in Europa equivale al 2014 in India solo per la statistica e per la superficie delle cose, non certo per i movimenti che agitano gli strati profondi della società. Nello scritto sopra richiamato identificavo, per mera comodità dialettica, nella Zivilisation il fattore dinamico, libertario, universalista, progressivo che vivifica la società: la sua anima (la perversione rivoluzionaria confonde l’anima col corpo); e nella Kultur il fattore statico, identitario, conservatore che ne attesta l’esistenza: il suo corpo (la perversione reazionaria confonde il corpo con l’anima). In fin dei conti anche le nazioni sono fatte di corpo e di anima: un paese che si chiude in se stesso, nel suo corpo, prepara il suo sarcofago e finisce logicamente nella polvere, non prima magari di aver eliminato qualche corpo estraneo; un paese che corre dietro ai soli bisogni dello spirito finisce invece per rinnegare il suo corpo, e non è un caso che gli auto-genocidi siano una specialità giacobina. Un paese che trova un equilibrio tra le istanze democratiche e civilizzatrici e le resistenze culturali e quelle delle classi dominanti è un paese che trova il suo passo, è un paese in continuo movimento, ma senza strappi. Un paese che perde questo equilibrio diventa instabile, aggressivo, pericoloso. La Francia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo delle idee inglesi? Eppure essa divenne il nemico numero uno della Gran Bretagna. La Russia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo dell’occidentalismo? Eppure essa divenne il nemico numero uno dell’Occidente.

Ciò detto, facciamoci la seguente domanda: la Russia di Putin rappresenta forse una patologia o è un paese che ha trovato un suo accettabile equilibrio? La mia risposta è che la Russia putiniana non rappresenta affatto una patologia. Posso capire il nervosismo di baltici o polacchi, ma pensare che Putin abbia mire su di loro non sta né in cielo né in terra. In realtà la stabilità ritrovata dalla Russia putiniana rappresentava la situazione ideale per l’Occidente: i paesi europei propriamente detti dell’ex Patto di Varsavia o dell’ex Unione Sovietica avevano ritrovato la propria casa, ed erano entrati nella Nato; i paesi non propriamente europei o per niente europei, a vario grado russificati, che facevano parte dell’ex Unione Sovietica, avevano trovato o ritrovato la loro indipendenza e costituivano una vastissima zona cuscinetto tra la Russia e l’Europa e tra la Russia e l’Asia; ciò consentiva all’Occidente di concentrare le proprie forze nella lotta al radicalismo islamico e di monitorare attentamente, e con agio, la crescita di potenze asiatiche semplicemente ciclopiche dal punto di vista demografico. In questo quadro la Russia, anche quella putiniana, era già, almeno in parte, e sicuramente in prospettiva, Occidente.

Invece, stoltamente, si scelse di risvegliare l’orso dal letargo. Quale necessità avesse l’Occidente di patrocinare l’entrata di Georgia e Ucraina nella Nato è un mistero. Non capire poi quale tasto delicato si andasse a toccare nel cercare di strappare l’Ucraina alla storia russa per collocarla artificialmente in quella europea è un mistero ancora più grande. Non un rozzo fanatico qualsiasi, ma un “reazionario” (rigorosamente tra virgolette) come Solzhenitsyn pensava che Russi, Bielorussi e Ucraini costituissero un solo popolo che l’invasione mongola e la colonizzazione polacca avevano separato. Per lo scrittore russo, sotto il dominio lituano e polacco «i Russi Bianchi [Bielorussi] e i Piccoli Russi [Ucraini] si consideravano Russi e combattevano contro la polonizzazione e il cattolicesimo». Eppure Solzhenitsyn non era affatto un imperialista: auspicava anzi la la pronta separazione dalla Russia delle altre nazioni che furono sotto il giogo sovietico, quelle baltiche, quelle caucasiche, quelle centro-asiatiche. Bisognava inoltre tenere in debito conto che la nuova Ucraina indipendente era nei fatti una grande Ucraina che aveva poco a che fare con l’Ucraina storica, un paese nel quale ad una popolazione in parte culturalmente russificata si aggiungeva una popolazione genuinamente russa; che in vent’anni d’indipendenza il processo di ucrainizzazione del paese, nonostante le mene moscovite, aveva camminato con passo spedito nei media e nelle scuole; e che tutto ciò costituiva un crescente motivo di tensione all’interno del paese. Ciononostante, l’Occidente scelse non solo di appoggiare ma di sponsorizzare una linea rivoluzionaria fondata sul sentimento anti-russo: che il paese si spaccasse era inevitabile.

Un grande, inutile errore. Anche per il popolo ucraino. La cui spiegazione è questa: che con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del patriottismo costituzionale? Puntualmente sfoderata quando si tratta di metterla al servizio dell’Onu, o di patrocinare rivoluzioni frivole e insensate contro ragionevolissimi despoti alla camomilla come Mubarak, e puntualmente rinfoderata quando si tratta di far fronte all’Islam puro e duro, questa ideologia democratica non poteva non riconoscere in Putin il diavolo per eccellenza, e nella sua Russia quell’Impero del Male che al tempo del comunismo, nonostante l’immane carneficina e gli arcipelaghi Gulag, i suoi attuali interpreti non vollero mai riconoscere.

[pubblicato su LSblog]

La ferita ucraina

Nella democrazia c’è sempre una corrente di fondo messianica e, per così dire, missionaria. Se questo impulso di fondo viene dominato, esso si confronta con la ragione e con la storia, senza essere peraltro rinnegato. Se non viene dominato, se la democrazia diventa ideologia, la volontà di potenza si ammanta di un principio civilizzatore di tipo giacobino o democraticista. Con il comunismo kaputt e il terrorismo islamico messo sulla difensiva, o almeno ricacciato dentro il mondo musulmano, il messianismo democratico proprio della sinistra europea e dei liberal anglosassoni ha visto nell’attivismo muscolare in politica estera solo vantaggi: l’esportazione della democrazia, derisa ai tempi di Bush, è diventata di nuovo sacra. Quell’Impero del Male che ai tempi di Reagan non si voleva riconoscere nell’Unione Sovietica, lo si vuole ora vedere, con grande sprezzo del ridicolo, nella Russia di Putin.

Questo spiega l’atteggiamento fatuo ed opportunista dell’Occidente nei confronti delle primavere arabe. Questo spiega perché in Ucraina si sia voluto forzare la situazione; perché ci si sia schierati acriticamente per una delle parti; perché si sia deciso, in obbedienza ad un’astratta ideologia democraticista, che l’Ucraina fosse un paese propriamente europeo (mentre solo una sua piccola frazione occidentale può dirsi tale) da mettere sotto l’ombrello della Nato; perché si sia voluto – e questo è stato il peccato più grave – “forgiare” una nazione ucraina sul fondamento del sentimento anti-russo. E tutto questo a dispetto del fatto che da più di mille anni la storia ucraina s’intreccia a quella russa: fin da quando, cioè, nella Rus’ di Kiev il mondo slavo-orientale ortodosso trovò il suo centro d’irradiazione. In un paese ancora in cerca di una sua identità precisa, non ancora perfettamente fuso (non parlo della lingua, ma del sentimento nazionale) ciò voleva dire aprire una ferita. Ed è quello che stiamo vedendo ora: non una guerra civile vera e propria, o almeno non ancora, ma l’inizio di uno di quei sordi conflitti che come ulcere croniche piagano tanti angoli del pianeta.

Chissà cosa avrebbe pensato di questo dramma l’ucraino Gogol’, uno dei padri della letteratura russa. Gogol’ era profondamente legato alla sua terra ucraina, dove ambientò parte delle sue opere, ed ebbe anche dei progetti storiografici in merito. Il padre di Gogol’ scrisse commedie in ucraino. Eppure Gogol’ fu l’autore di quel poema sulla Russia – poema naturalmente al suo particolarissimo modo: disincantato, dissacrante e tuttavia leggiadro e pieno d’affetto – che sono “Le anime morte”. Sappiamo solo che un giorno scrisse: «Solo qualche parola riguardo alla mia anima, se la sento russa o ucraina, dato che – come vedo dalla vostra lettera – ciò è stato oggetto delle vostre riflessioni e anche di qualche dissapore in società. Vi dirò dunque, che io per primo non so se la mia sia un’anima russa o ucraina. So soltanto che non darei mai la precedenza all’una o all’altra natura. Entrambe abbondano di doni dal cielo e, neanche a farlo apposta, contengono l’una ciò che all’altra fa difetto, segno evidente che debbano integrarsi (…) per poi, una volta riunite, formare qualcosa di perfetto per l’umanità.»

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (169)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MICHELE ANZALDI 10/03/2014 Scandalizzato dall’imitazione di Virginia Raffaele della ministra Boschi a “Ballarò”, l’onorevole democratico nonché giornalista Michele Anzaldi ha preso carta e penna e ha scritto alla presidentessa della RAI Anna Maria Tarantola una lettera toccante e preoccupata: «Mi permetto di chiederle», si può leggere fra l’altro nella supplica redatta nello stile contegnoso delle cancellerie municipali «se condivide l’imitazione e se ritiene opportuno che un ministro giovane che finora ha dimostrato preparazione e capacità, sia ritratta come una scaltra ammaliatrice che conta solo sul suo essere affascinante. È questa l’immagine che il servizio pubblico della RAI, e RAI3 in particolare, vuole dare alla vigilia dell’otto marzo?» Ma come può quest’uomo – Anzaldi, dico – pensare che a una donna – e parlo proprio del gender festeggiato l’otto marzo – possa dispiacere di essere ritratta come un’avvenente maliarda in un modo così smaccatamente caricaturale e scherzoso da essere privo anche della più microscopica puntina di veleno? La ministra Boschi, da femmina niente affatto turbata, dell’imitazione ha ritenuto infatti la sola cosa essenziale: «Caspiterina!» ha pensato, «Allora è proprio vero! Sono un irresistibile pezzo di figliola!» E con quale segreto, ineffabile piacere ha poi nascosto le gioie della vanità dietro il paravento della cordiale, amichevolissima accettazione della carinissima ironia di quell’imitatrice così straordinaria che tanto, ma proprio tanto le piace! Scommetto che alla Virginia ha mandato pure un bigliettino di ringraziamento, non senza una perfida allusione a «quel cretino».

LE QUOTE ROSA 11/03/2014 Non seguo molto le fantasmagoriche novità della cultura di genere, anche perché star dietro disciplinatamente a tali lambiccate assurdità sta diventando più faticoso di mandare a memoria il calendario repubblicano della rivoluzione francese, coi suoi frimaio, germinale, pratile, fruttidoro, le decadi, e i giorni sanculottidi, però mi sembra che nelle lande civilizzate che ci dovrebbero far da modello il rosa sia stato da tempo messo in castigo: «pink stinks», dicono laggiù dove se ne intendono; il rosa puzza, il rosa imprigiona la donna, il rosa è uno stigma. Adesso che la Camera ha detto no alle quote rosa in lista, sono sicuro che per dispetto il mondo progressista vorrà immediatamente aggiornare il proprio vocabolario: tempo due settimane e «quote rosa» diverrà ufficialmente un’espressione sessista; solo «parità di genere» sarà tollerata. Fin quando non si sa. Comunque ci sarà da divertirsi.

GIORGIA MELONI 12/03/2014 Giorgia è stata appena eletta presidentessa di “Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale”, la nuova versione dei vecchi fratelli. Il nuovo corso meloniano del partito però sa alquanto di muffa: «Italia fuori dall’Euro!», «sovranità monetaria!», questi gli slogan che hanno accompagnato il trionfo di Giorgia. Quando sento parlare i fautori della sovranità monetaria, quasi quasi, con mio orrore, mi riconcilio coi burocrati di Bruxelles. Come questi ultimi, infatti, o come i Greenspan e i Bernanke, anche i sovranisti monetari hanno una sterminata fiducia nei poteri taumaturgici della moneta, o per meglio dire della manipolazione della moneta da parte dello Stato con la “s” supermaiuscola, ma almeno quelli son uomini di mondo e ai disastri sanno condurci con gradualità ed un certo elegante understatement. I sovranisti invece sono già pronti per il kirchnerismo puro e duro o forse per le sorti magnifiche e progressive della Modern Monetary Theory.

BERNARD-HENRY LÉVY 13/03/2014 Fossi ucraino non sarei tanto tranquillo. L’uomo in bianco e nero un mesetto fa ha fatto tappa a Kiev. In piazza Maidan, davanti a cinquanta, settanta o ottantamila persone – perfino le cronache sono rimaste abbacinate dall’alone di grandezza di quest’uomo – BHL pronunciò parole immortali: «Sono francese, sono europeo e oggi sono ucraino.» Benché sbeffeggiato spesso anche in patria, BHL rappresenta bene la spocchia disinvolta e volubile della Francia. Ai tempi della guerra in Irak, in perfetta armonia con la linea frondista anti-occidentale del ministro degli esteri De Villepin, Lévy denunciò «l’idea messianica [americana] di una democrazia paracadutata con i chewing-gum». In realtà l’idea messianica dell’esportazione della democrazia è figlia autentica e vezzeggiatissima dell’esprit républicain. Col comunismo kaputt e dopo che la clava vagante di Bush aveva in qualche modo abbassata la cresta al terrorismo islamico, dopo che i rischi, insomma, per l’Occidente sembravano svaporati, al bel mondo laico-liberal-progressista per lunghi decenni pacifista non parve vero di poter farsi bello sposando qualsiasi progetto di democrazia esportata, anche il più strampalato. Non c’è stato paese più intransigente della Francia nel sostenere la causa delle primavere arabe, ed ora di quella ucraina. A livello simbolico tutto cominciò con il famoso sbarco a Bengasi di BHL in segno di solidarietà con la lotta degli eroici ribelli cirenaici contro l’oppressore di Tripoli: era l’inizio della caccia grossa a Gheddafi. Oggi, a distanza di qualche anno, siamo quasi allo stesso punto: la tensione fra le milizie del governo centrale e quelle dei federalisti-secessionisti di Bengasi è altissima; il primo ministro Ali Zeidan è fuggito da Tripoli per ricomparire in Germania; di fatto buona parte della Cirenaica è indipendente e controllata da milizie filo Al Qaeda. A completare il quadro manca solo il nostro Bernard-Henry Lévy, troppo impegnato, crediamo, nel preparare, e sognare, la primavera russa

PIERO PELÙ 14/03/2014 Il rocker toscano è incavolato nero con “TV Sorrisi e Canzoni”, che lo ha messo in copertina insieme agli altri coach del talent “The Voice of Italy 2”. I quattro – Piero, Noemi, J-Ax & Raffaella Carrà – sono stati immortalati nell’atto di urlare a squarciagola (o meglio, avrebbero dovuto tutti essere immortalati, visto che Raffaella mostra invece il sorriso di circostanza di chi non ha capito un bel nulla) e bisogna ammettere che sembrano proprio quattro deficienti. Piero in particolare mi ha subito ricordato un settantenne Osvaldo ebbro di felicità dopo aver segnato un gol durante una partita di vecchissime glorie. Però pensavo che un rocker se ne sarebbe sbattuto altamente di questi assilli da effeminati. Invece ha fatto anche di peggio. Per mascherarle, a queste vergognose debolezze ha voluto dare un nobile contenuto politico prendendosela con una redazione «che si preoccupa di far venire bene in foto solo il suo padrone».

Kissinger and I over Ukraine

Il titolo è ovviamente provocatorio: nessuna persona seria si sognerebbe mai di paragonare un uomo pur notevole come Kissinger a Zamax il Grande. Da incondizionato ammiratore di quest’ultimo sento il dovere, però, di confortarlo (non che ne abbia bisogno, s’intende) per l’isolamento in cui si trova dentro il campo conservatore-liberale riguardo alla questione ucraina. Voglio segnalare perciò questo articolo dell’ex segretario di stato americano:

http://www.washingtonpost.com/opinions/henry-kissinger-to-settle-the-ukraine-crisis-start-at-the-end/2014/03/05/46dad868-a496-11e3-8466-d34c451760b9_story.html

Vi si troveranno molte delle considerazioni espresse dal mio idolo quattro-cinque anni fa in questi post:

https://zamax.wordpress.com/2008/08/15/la-russia-e-la-crisi-dellideologia-democratica/

https://zamax.wordpress.com/2008/08/24/la-russia-e-la-crisi-dellideologia-democratica-2/

https://zamax.wordpress.com/2010/02/16/l%E2%80%99equivoco-ucraino/

E nei giorni scorsi nei suoi illuminati commenti a questo articolo di LSblog (bisogna però registrarsi per leggerli):

http://www.lsblog.it/index.php/esteri/1751-maidan-e-la-coscienza-d-europa

And you ain’t seen nothing yet…

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (166)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

VLADIMIR LUXURIA 17/02/2014 Piatto ricco, mi ci ficco. Grande colpo della Vladi, che è riuscita a farsi arrestare nientemeno che dagli sgherri di Putin. Le sue amiche, preoccupatissime, si stanno mangiando le unghie per l’invidia. La sciantosa si è fiondata a Sochi, dove con la sua classe superiore ha abbagliato i poliziotti al suo primo apparire, ma solo per farli rimanere poi a bocca aperta tirando fuori come per magia una bandieretta arcobaleno con la scritta “Gay è OK” in russo. E’ stata arrestata e sbattuta in cella in men che non si dica da certi energumeni che ti raccomando. Un affondo fulmineo, un blitz trionfale: veni, vidi, vici. Ce lo ha confermato Imma Battaglia, presidentessa onoraria di “Dì Gay Project”: «L’atteggiamento degli agenti è stato brutale e aggressivo. Nessuno parla inglese. Ora si trova da sola in una stanza con luci al neon sulla faccia, presumibilmente in stato di fermo. Chiediamo un intervento immediato del ministro Bonino». Insomma, tutto sembra procedere a meraviglia, compresi quei poveri bruti di poliziotti che non parlano inglese. Accadde anche coi tifosi laziali arrestati in Polonia: nessuno lì, dissero, parlava inglese. La cosa non mi ha mai convinto molto: se non siamo noi i peggiori parlatori d’inglese del mondo è solo perché a sopravanzarci ci sono i francesi, che in certe cose, non fosse che per orgoglio, sono inarrivabili. Ma per ritornare alle imprese di Russia: ecco, io non vorrei rovinare la festa, però confesso che ho qualche timore per le sorti della spregiudicatissima Vladimir. Gli orchi di Putin tutto potevano aspettarsi, ma non questo: un’affascinante signora italiana con lo stesso nome dello Zar! Per adesso si stanno grattando vigorosamente il capoccione, nella vana speranza di capirci qualcosa. Ma poi? Non vorrei che con la scusa dello sdegno, stregati dall’intrigantissima Vladi, cedessero ad istinti belluini.

LA GIUSTIZIA PALLOSA 18/02/2014 Milano, vicenda Maugeri: la procura: «processate Formigoni». Roma, vicenda polizza vita: la procura: «processate Gasparri». Napoli, vicenda compravendita senatori: nuovo filone di indagini (mentre è già iniziato il processo contro il Berlusca, quello col Senato che si è costituito parte civile). Napoli, vicenda rimborsi facili: arrestato l’ex braccio destro del governatore Caldoro. Verona, l’accusa è corruzione: arrestato Vito Giacino, ex vice-sindaco della giunta Tosi. Palermo, trattativa stato-mafia: il pm Di Matteo querela Sgarbi, Ferrara, Facci e Deaglio. Piemonte, elezioni regionali 2010: il Consiglio di Stato boccia il ricorso di Cota contro la sentenza del Tar che le aveva annullate. Sant’Agata di Militello (Messina), associazione a delinquere: indagato l’ex sindaco e attuale senatore di Ncd Bruno Mancuso. E’ tutta roba degli ultimi giorni. Ma non pensate anche voi che sia venuto il momento di chiedere alla magistratura di bastonare con calda passione, feroce determinazione, per davvero e non per finta, come fa da vent’anni, pure i sinistrorsi? Non per amor di giustizia, che ci è antropologicamente estranea, ma così, per capriccio, per il gusto del nuovo, per puro estetismo, e soprattutto per non farci morire di noia?

GUIDO BARILLA 19/02/2014 Fino a poco tempo fa solo la zazzera un po’ scarmigliata e la figura atletica gl’impedivano di essere una delle figure pubbliche più noiose e prudenti del paese. Poi per due parole innocenti venne crocifisso dalla setta esaltata degli anti-omofobi. Quello fu il primo trauma. Gli toccò bere l’amaro calice della ritrattazione. E qui ebbe un secondo trauma, o, per meglio dire, qui fu folgorato dalla scoperta di quanto fosse piacevole essere in sintonia con lo spirito del tempo. E così l’altro giorno, intervistato da Gianni Minoli su Radio 24 le ha cantate schiette: Squinzi? Ha fatto bene a essere durissimo col governo Letta. Renzi? Energia rivoluzionaria. La Fiat? Ha usata Confindustria e poi l’ha mollata. Diego Della Valle e John Elkann? Scelgo Della Valle. Berlusconi? Siamo amici ma non mi ha mai chiesto di entrare in politica. Io, a naso, dico che non è finita qui. Lo terrò d’occhio. E’ una parabola umana che si prospetta interessantissima

LA «PRIMAVERA» UCRAINA 20/02/2014 E’ commovente vedere come i giornali occidentali stiano scoprendo solo ora, che siamo alle soglie della guerra civile, che in Ucraina potrebbe aprirsi lo scenario da incubo delle guerre nella ex-Jugoslavia. In fondo la copertura mediatica degli eventi ucraini dai tempi della rivoluzione arancione in poi è stata il modello per quella più recente delle primavere arabe: un misto di pigrizia, di conformismo e di democraticismo da salotto. Non lo dico adesso: lo scrivevo su Giornalettismo quattro anni fa. Adesso veniamo dunque a scoprire che di Ucraine ce ne sono almeno quattro. Due grandi: l’Ucraina ucrainofona (ortodossa) grosso modo ad occidente del Dnjepr; e l’Ucraina russofona (ortodossa) grosso modo ad oriente del Dnjepr. Due piccole: la Crimea, repubblica autonoma abitata da una maggioranza russa (ortodossa) vera e propria, e da una storica minoranza tatara (musulmana); e l’unico lembo di terra ucraina veramente europeo: le province dell’estremo occidente storicamente (oggi molto meno) multi-etniche (ucraini, polacchi, tedeschi, ebrei, rumeni, ecc.) cariche perfino nei nomi (Volinia, Transcarpazia, ad esempio) del loro retaggio polacco e asburgico, che hanno in Leopoli la roccaforte del cattolicesimo ucraino. La stessa Leopoli che in questi giorni molti buontemponi definiscono come la roccaforte del nazionalismo ucraino, neanche sospettando che il vero nazionalismo ucraino di Cattolicesimo ed Europa non vuol nemmeno sentir parlare.

FABIO FAZIO 21/02/2014 Come forse qualcuno di voi ricorderà, una decina di giorni fa, con l’irresistibile sicumera che sempre mi contraddistingue e che fa la mia e, spero, la vostra felicità, avevo predetto che al momento di rievocare la figura dello scomparso Claudio Abbado, il conduttore del Festival di San Remo, strizzando l’occhio all’Italia Migliore, non avrebbe mancato di menzionare “l’impegno civile” del direttore d’orchestra. Fabio Fazio, invece, ha avuto il cattivo gusto di tradire se stesso pur di negarmi un meritato trionfo. Oserei dire che me l’aspettavo. Anzi, me l’aspettavo senz’altro! In compenso, per darmi soddisfazione, Fazio ha preferito ricordare con tatto squisito le parole proferite dal celebre architetto, senatore e oserei dire suo amico Renzo Piano, nel discorso tenuto al Senato in commemorazione del suo amico – amico di Renzo – Claudio: «Abbado è sempre stato convinto di una cosa: che la bellezza, l’arte, la cultura rendono le persone migliori», non prima però di aver ricordato la cosa più importante: «Ho avuto l’onore della sua conoscenza e della sua amicizia». L’amicizia di Claudio, l’amico di Renzo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (163)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA REPUBBLICA & L’ESPRESSO 27/01/2014 Claudio Abbado ci ha lasciati il 20 gennaio. E’ stato stupendo vedere come gli storici organi dell’Italia Migliore abbiano saputo vincere lo sgomento profondissimo per l’immensa perdita e con uno sforzo eroico siano riusciti a rendere al Maestro un omaggio degno quanto dovuto. Ed è così che si è arrivati alla decisione di riproporre «una collana nata in collaborazione» col Sommo: 12 CD «che portano una grande emozione» dedicati al «genio assoluto nella storia della nostra cultura», in uscita settimanale con La Repubblica e L’Espresso a 9,90 €. Il 25 gennaio è uscita la prima delle pietre miliari, un CD con musiche di Beethoven. Il Maestro era morto da appena un centinaio di ore: strepitoso. Ma sacrosanto. Era giustissimo infatti battere il ferro finché era caldo, prima almeno che la coltissima moltitudine degli antiberlusconiani si dimenticasse che Abbado era un grande direttore d’orchestra e non la sua strombazzata protesi: la macchietta dell’impegno civile.

FABRIZIO BARCA 28/01/2014 La testa d’uovo del Partito Democratico l’altro giorno era a New York, a tenere una conferenza all’Onu sulle disuguaglianze nel mondo, organizzata dall’Istituto italiano di cultura, dove “La Stampa” lo ha intervistato. Barca era abbronzato, riportava Alain Elkann, indossava una giacca a vento arancione ed era appena tornato dalla Patagonia reduce da una settimana di trekking. Non è un delitto, sia chiaro, spostarsi fino alla fine del mondo per delle amene escursioni tra boschi, valli, steppe, altipiani, laghi e ghiacci. Però mi chiedo, da berlusconiano – ed è un serio quesito di stampo antropologico quello che pongo – perché da noi l’uomo di sinistra tenda troppo stesso a recitare la parte del figlio del Popolo e della Resistenza, per capirci quel babbeo che si sveglia la mattina belando Bella Ciao, ed imposta tutta la sua giornata di conseguenza; oppure perché, al contrario e sempre troppo spesso, gli scappi di essere così schifosamente trendy. E’ vero che noi a destra abbiamo per modello Silvio; ma meglio un autentico, vitale e pittoresco spaccone come lui che una doppia e funerea caricatura.

EUGENIO FINARDI 29/01/2014 Proprio quando si pensava che ormai avesse appesa definitivamente la chitarra al chiodo, Eugenio ha sorpreso tutti annunciando il suo ritorno in campo. Il fatto è ancora più straordinario se si considera che il suo nuovo album, a quasi quarant’anni di distanza dalla musica ribelle – quella che ti vibrava nelle ossa, che ti entrava nella pelle, che ti diceva di uscire, che ti urlava di cambiare, di mollare le menate e di metterti a lottare – è di nuovo «un disco di lotta» senza se e senza ma. Bravo. Son sicuro che farà un figurone, vista anche la roba che c’è in giro da lustri. Ne sono sicuro perché da tempo mi sono arreso all’evidenza: certi artisti per dare coraggiosamente il meglio di se stessi hanno bisogno di essere in pace con la propria puerile coscienza politica e di credere ancora con candore alla rivoluzione. Dico con candore perché questi non sono frivoli furbacchioni alla Jovanotti, che è nullo in tutto. Sono solo casi disperati: se guarissero dalla malattia non avrebbero più niente da offrire all’umanità.

L’UNIONE EUROPEA 30/01/2014 Barbara Spinelli bastona l’Unione Europea sulla questione ucraina e per una volta posso dire di non essere completamente in disaccordo con una delle mie vittime preferite. La questione se l’Ucraina sia europea o russa è foriera di pericolosi equivoci. Se proprio bisogna scegliere, allora è giusto dire che l’Ucraina è, senza alcun dubbio, molto più russa che europea, per profondissime ragioni culturali, linguistiche, religiose. L’epopea ucraina è fondamentalmente anti-musulmana o anti-ottomana, da una parte, e anti-cattolica o anti-polacca dall’altra, mentre i rapporti con la Russia sono sempre stati conflittuali, ambivalenti, improntati ad un sentimento di odio-amore, tipici di un paese geloso delle proprie peculiarità, ma che, allo stesso tempo ed in larga misura, si è considerato per secoli un bastione e una culla dell’ortodossia e dello slavismo orientale in una vasta zona di frontiera. La conquista dell’indipendenza vide la nascita di un paese ancora molto imperfettamente fuso, abitato per un terzo da russofoni, da gente bilingue, da gente che parla un misto di ucraino e russo, oltre che da altre minoranze. Con tutto questo l’Europa e gli Stati Uniti, invece di esercitare con duttilità un’intelligente azione di sostegno a Kiev nei confronti dell’ingombrante vicino russo, si sono inventati, di sana pianta, con lo stesso spirito frivolo mostrato verso le primavere arabe, un’Ucraina “europea” che non è mai esistita. Se oggi siamo alle soglie della guerra civile non è solo colpa del famigerato Putin.

LUCIA ANNUNZIATA 31/01/2014 «Partigiani o fascisti?» si chiede la direttrice dell’Huffington Post a proposito dei descamisados di Grillo, a conferma che nel 2014 in Italia c’è ancora un popolo numeroso, bacchettone, opportunista, saputello, rompicoglioni, e in definitiva molto ottuso, che non si è ancora arreso alle mordaci e spassose verità di Flaiano («I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.») o di Churchill («Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.»). Fosse solo questo! Nella domanda dell’Annunziata c’è di peggio: c’è l’incapacità della sinistra di vedere nel sanculottismo grillino la caricatura di se stessa, il frutto maturo della stagione moralistica lanciata da Berlinguer per rinverdire, camuffandone i tratti, i fasti della diversità comunista. Per quanto strampalata, la richiesta di impeachment dell’ex compagno Napolitano non è poi tanto più pretestuosa di quella che il Pci preannunciò nei confronti dell’innocente Leone, che però si dimise prima, o di quella avanzata dal Pds nei confronti del picconatore Cossiga. E i complimenti rivolti dal cittadino De Rosa alle colleghe democratiche in Commissione Giustizia alla Camera per la loro naturale predisposizione per le arti lewinskiane, cosa sono se non il riflesso di quelli rivolti dal bel mondo progressista alle parlamentari berlusconiane? Ma sembra che De Rosa abbia un’attenuante, almeno così dice chi lo difende: sarebbe stato insultato. Gli avrebbero dato del «fascista». Tanto per chiudere il cerchio in bellezza.

L’equivoco ucraino

La delusione intrisa di rassegnazione manifestata in Occidente per la vittoria di Viktor Yanukovich nelle elezioni presidenziali in Ucraina è eccessiva. Come eccessivo fu l’entusiasmo che accompagnò qualche anno fa la Rivoluzione Arancione che portò al potere la coalizione del filo-occidentale Yushchenko. Derivano ambedue dall’errata percezione della realtà ucraina e dall’immagine che di essa i media in tutti questi anni hanno veicolato nell’opinione pubblica. L’Ucraina non è uno dei tanti stati dell’Europa Orientale, dalla secolare storia nazionale, che si sono sottratti dopo quarant’anni alla cattività sovietica; non è neanche paragonabile a quei piccoli stati baltici o caucasici, non slavi e dal profilo etnoculturale ben differente, caduti quasi senza soluzione di continuità nel passato nelle grinfie dell’enorme orso prima zarista e poi comunista. L’indipendenza ucraina, così come quella bielorussa, fu possibile soltanto a causa dello stato di debolezza quasi mortale in cui versava la Russia nel momento del disfacimento dell’Unione Sovietica. Perso senza troppe lacrime il pancione turco-asiatico mai veramente russificato, persi gli stati baltici e quelli caucasici più importanti, è assai improbabile però che la Russia appena un po’ meno malferma sulle gambe di qualche anno dopo avrebbe accettato la separazione dalle due nazioni “sorelle” senza quasi muovere un dito. D’altra parte, se la Bielorussia del caudillo slavo Lukashenko non ha mai fatto mostra di voler far parte del consesso politico europeo, anche l’europeismo ostentato da una parte della classe politica ucraina, incoraggiato abbastanza incoscientemente dalla retorica “democratica” occidentale, si è dimostrato una forzatura storica.

L’Ucraina fu la culla della civiltà russa: la Rus’ di Kiev. Più di mille anni fa Kiev era una delle tante fortezze che i Variaghi (i Vichinghi che rivolsero la loro attenzione verso Est: quelli che si diressero a Ovest diventarono i “Normanni”) usavano nelle loro imprese commerciali e piratesche lungo la via d’acqua reticolare, formata dai grandi fiumi della Russia europea, che metteva in comunicazione la regione baltico-orientale coi territori dell’Impero Bizantino. Furono anche degli apprezzatissimi mercenari: la “Guardia Variaga” divenne di lì a poco un corpo di pretoriani al servizio dell’Imperatore bizantino. Sembra – sembra – che fossero chiamati Rus’ dalle genti slave; e il fatto sarebbe confermato dagli Arabi, che chiamavano appunto “russi” le genti del nord – ma non è detto che fossero scandinave – con le quali venivano a contatto. (Si è fatta l’ipotesi che il diffusissimo e tipicamente meridionale cognome “Russo” sia legato al fatto che gli Arabi riconoscessero nei Normanni che li scacciarono dalla Sicilia i “russi” di cui sopra). Il nucleo dello stato russo fu dunque fondato da un’aristocrazia di ceppo germanico, che comunque ben presto si sciolse nell’elemento slavo. Da Constantinopoli arrivò la religione ortodossa e dalla cultura bizantina la nuova civiltà russa ricevette nelle arti figurative e nell’architettura un’impronta mai veramente abbandonata. Devastata dalle invasioni mongole, caduta sotto l’influenza polacco-lituana, l’Ucraina è stata poi per secoli parte integrante dell’Impero Russo, pur conservando quei tratti caratteristici che fanno d’altra parte da sfondo a tante opere della letteratura e della musica propriamente “russa”. Un “padre” della letteratura russa come Gogol’ era ucraino; fu molto legato alla sua terra, cui dedicò ricerche storiografiche, e molti dei suoi racconti. Compositori come Tchaikovsky o Rimski Korsakov vi ambientarono alcune delle loro opere liriche. La lingua ucraina, certo anche per ragioni non nobilissime (nel 1863 si arrivò a proibirne l’uso nella stampa), fu comunemente detta “piccolo russo”, per distinguerla dal “grande russo”, ossia il russo propriamente detto, e dal “russo bianco”, ossia il bielorusso. Tutto questo senza contare che oggi è russofono circa un terzo della popolazione, concentrato nelle zone ad est del Dnjepr, il grande fiume che divide in due il paese, e in Crimea.

Forse ai grandi strateghi moderni della politica internazionale, che dimostrano tanta fiducia nei poteri taumaturgici della democrazia, superiore forse anche a quella degli antichi per i miracoli del dispotismo, un po’ di cultura non farebbe male. Dopo che l’Europa ha potuto ritrovare e consolidare i suoi confini per così dire naturali, non è stata una grande idea concentrare le tensioni, e con così scarsa sensibilità, su un fronte, quello russo-europeo, che in un quadro mondiale segnato dalle convulsioni islamiche e dall’emergere di nuove potenze dalla demografia a nove zeri, extra-europee ed extra-occidentali, rischia di diventare secondario se non obsoleto. Tanto per dire, la Russia attuale, la cui consistenza territoriale quasi sgomenta, ha più o meno gli stessi abitanti del Bangla Desh, di cui è 120 volte più grande. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla semifallimentare politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso solo per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. E così l’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte, trionfando senza nemmeno troppo forzare. Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il solo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi. La vittoria di Yanukovich è anche la punizione di questo velleitarismo. Ma non è una tragedia.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (2)

Le Americhe non sono altro che una grande proiezione dell’Europa Occidentale: gli spagnoli, i portoghesi, gli inglesi e in piccola parte, i francesi, hanno potuto colonizzarle e popolarle in grandi distese uniformi; così come la Russia è la grande proiezione slava dell’Europa Orientale. Bloccati geograficamente nel mezzo dell’Europa continentale settentrionale e meridionale, travagliati dalle vicende del Sacro Romano Impero, arrivati tardi all’unità nazionale, tedeschi e italiani a questa Grande Europa figlia dell’Europa non hanno potuto contribuire altro che con l’immigrazione e con un’indiretta influenza culturale, e ciò non cambia anche se la scoperta e l’esplorazione delle Americhe è legata, fra gli altri, ai nomi di Colombo, di Vespucci, di Verrazzano, di Giovanni e Sebastiano Caboto. La dinamica di questo sviluppo ha comportato un effetto collaterale imprevisto: gli abitanti del Nuovo Mondo, che si sono spartiti lotti ben squadrati di continente, hanno perso la sensibilità per riuscire a penetrare nell’intrico etnogeografico europeo che, benché vecchio, ancor oggi, nel 2008, è lungi dall’aver sciolto tutti i suoi nodi.

Questa insensibilità culturale, accompagnata dall’indefettibile ottimismo democratico degli Americani, che diventa puro e semplice fideismo in quegli Europei reduci da ideologie marxisteggianti che della democrazia hanno un concetto puramente formale-istituzionale, e quasi metafisico; accompagnata dall’ignavia e dalla mancanza di coraggio degli stessi Europei; accompagnata dalla voglia di fare presto e di scrollarsi di dosso una bruttissima gatta da pelare; ha prodotto l’attuale pasticcio post-jugoslavo, una caterva demenziale di stati di nuova fattura (eccetto Slovenia e Croazia), repliche in miniatura di quella stessa Slavia del Sud dalla quale si sono emancipati, nella segreta speranza che la cornice democratica e l’imprimatur della comunità internazionale bastassero da soli a far sì che la realtà si acconciasse alla forma, e non il contrario. Come scrissi qualche tempo fa:

Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo […] una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”.

Il modello di uniformità amministrativa imposto da Napoleone nel suo Impero continentale se trovò grandissima resistenza nei popoli sottomessi, che si sentirono a giusto titolo violentati, fu però preso ad esempio da quegli stessi popoli nel momento della loro rinascita nazionale. Ma anche laddove la statolatria non prenda piede, ricordiamoci sempre che la democrazia ha in ogni caso una sua ingombrante logistica che condiziona pesantemente l’organizzazione dello stato. I tempi di democrazia non sono stati affatto facili per le minoranze etniche, sopravvissute invece all’organizzazione feudale della società. La caduta del muro di Berlino, e non poteva essere altrimenti, ha rimesso in moto processi rimasti per lungo tempo artificiosamente congelati di sistemazione geopolitica del continente europeo: la riunificazione tedesca, la ricostituzione degli stati dell’Europa Orientale seguita al disfacimento dell’Unione Sovietica e la dissoluzione jugoslava ne sono stati i momenti salienti.

Con l’ultima infornata di paesi europei nella NATO del 2004, quando entrarono Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia, si è voluto consacrare una realtà politica più che una realtà militare, sperando – ragionevolmente – che a nessuno venisse in mente di voler vedere le carte. Tutto ciò era giusto e comprensibile: si trattava di guadagnare terreno approfittando della risacca russa. Ma oggi non esiste più alcun Impero Russo. La Russia attuale alla luce di equilibrate considerazioni storiche, alla luce del buon senso, e non in base a concezioni sacrali-metafisiche in ordine all’essenza dello Stato-Nazione, è sostanzialmente tutta dentro il suo alveo naturale, fatte salve alcune propaggini del tragico puzzle caucasico, che però rappresentano una porzione infinitesimale del suo territorio. Ed è difficile stabilire in che misura l’autocrazia putiniana sia l’espressione di una camicia di forza posta alle libertà civili e in che misura sia l’espressione del grado elementare di democrazia sostenibile dalla società russa pena la sua disgregazione, perché non c’è dubbio che l’ampio consenso di cui ancora gode il nuovo Zar di tutte le Russie non è segno solo di un’adesione acritica alla politica di grandeur affettata dal Cremlino, ma è dovuto in parte non trascurabile all’istinto di autoconservazione del popolo russo. Quella di Putin non è la versione russa del Terzo Reich, ma per il momento piuttosto la versione assai ruvida di un gollismo in salsa russa. Ed il gollismo fu la forma pomposa con la quale la grandeur francese, tra uno scossone e l’altro, si adattò nei fatti alla pax americana.

Putin non è un pazzo imbevuto di letture parafilosofiche sui destini di Santa Madre Russia. A Mosca sanno benissimo che staccare la spina energetica farebbe molto male all’Europa, ma sarebbe letale per la poco diversificata economia russa. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare ora nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla pseudotaumaturgica politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, anche per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. L’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte: e l’Occidente non aveva in mano che una misera doppia coppia.

Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il suo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi.

Cari amici del partito filoamericano, nelle cui fila milito da bravo soldatino fin dal raggiungimento dell’età della ragione, lo spirito di Monaco più che sull’Europa stavolta aleggia in troppe bocche – molte delle quali non esattamente conosciute per l’indomito coraggio – per essere una scomoda verità. L’Occidente ha bisogno di assorbire la Russia, con fermezza ma con accortezza, perché è un giocattolone assai delicato. E ne ha bisogno perché la vera grande incognita di questo secolo sono gli sviluppi sociali e politici derivanti dall’improvvisa e inevitabilmente traumatica – se ragioniamo in termini epocali – crescita economica di almeno tre miliardi di asiatici. Il Giappone e la Corea del Sud si sono sviluppati enormemente nel quadro bloccato della Guerra Fredda, e quindi sono stati costretti a metabolizzare al proprio interno, volenti o non volenti, i problemi derivanti dalla loro crescita. Ma oggi non è più così. La pax americana è quindi necessaria, ma gli Stati Uniti semplicemente non hanno i mezzi per gestirla da soli; dovranno cogestirla prima con gli Europei e poi, auspicabilmente, con gli altri nuovi alleati, pur mantenendone la naturale leadership. Una Russia troppo indebolita potrebbe collassare di nuovo, e sarebbe una sciagura per tutto l’Occidente.

Per dirla con l’autore del De Bello Gallico: Russia est omnis divisa in partes quatuor.  Da occidente ad oriente rispettivamente: 1) la Russia cosiddetta europea delimitata ad est dalla catena montuosa degli Urali che attraversa il paese in senso nord-sud; 2) la Siberia Occidentale, o bassopiano siberiano, dominato dalla grandiosa pianura alluvionale dell’Ob’, che giunge fino al fiume Jenissej; 3) dove inizia la Siberia Centrale, o altopiano siberiano, caratterizzato da scarsi rilievi, che giunge fino al fiume Lena; 4) da dove si diparte la più accidentata Siberia Orientale che arriva fino al Pacifico. La Siberia costituisce dunque tre quarti del suolo russo, ma meno di un terzo degli abitanti, circa 40 milioni per 13 milioni di kmq, per una densità di appena 3 abitanti per kmq; il Far East russo è ancora un’enorme distesa spopolata, una frontiera tenuta insieme da una rete a maglie larghissime di avamposti della civiltà – in senso lato – europea-occidentale, o di quella Grande Europa figlia dell’Europa alla quale accennavo all’inizio: vogliamo regalarla ai cinesi, ai quali basterebbe spedirvi 1/20 della propria popolazione per colonizzarla e ridurre in minoranza i russi e tutte le altre etnie presenti?