Il peccato contro lo Spirito

Questa è una libera riflessione sul peccato contro lo Spirito. Come tale deve essere intesa. Il tono assertivo di questo breve scritto solo in parte riflette un certo grado d’intima sicurezza nell’autore; per il resto è dovuto alla sua serrata e inevitabile concisione. Ciò detto, procediamo. I passi evangelici che nominano esplicitamente il peccato contro lo Spirito sono tre. Vediamoli insieme:

«Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.» (Matteo 12, 31-32)

«In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno; sarà reo di colpa eterna.» (Marco 3, 28-29)

«Inoltre vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato.» (Luca 12, 8-10)

Ho scritto sopra esplicitamente perché in realtà vi è nel Vangelo secondo Giovanni un passo che esprime lo stesso concetto illustrato dai tre Vangeli Sinottici, senza però nominare a chiare lettere il peccato contro lo Spirito. Lo vedremo poi. I passi di Matteo e di Marco ci portano ad una prima conclusione: tutti i peccati e le bestemmie sono perdonabili, tranne uno, il peccato contro lo Spirito. La Chiesa Cattolica parla di peccati contro lo Spirito, al plurale. A ben vedere, però, non c’è contraddizione: questi peccati sono solo forme diverse di uno stesso peccato; o, se si vuole, è sempre lo stesso peccato contro lo Spirito visto da angolazioni diverse, come vedremo in seguito.

Tra i peccati perdonabili vi è, dunque, anche il parlar male del Figlio dell’uomo, o il parlar contro il Figlio dell’uomo. Che, nel limitato contesto di questi passi, il Figlio dell’uomo non venga per qualche oscura (ed assurda) ragione distinto dal Figlio di Dio risulta chiaro dal passo di Luca: chi lo rinnega, infatti, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio; si tratta, dunque, proprio di Cristo, del Figlio di Dio. Il passo di Luca sembra però clamorosamente contraddittorio: prima afferma che chi rinnega Cristo sarà rinnegato davanti a Dio; e nella frase immediatamente successiva che chi parla male di Cristo sarà perdonato. Ora, ci sono molti modi, anche pittoreschi, di parlar male di Cristo; ma sostanzialmente si compendiano in uno: affermare che Cristo è un impostore. Ma ciò non equivale forse a rinnegare Cristo? Dobbiamo di necessità rispondere di no. Ma non solo: dobbiamo pure concludere che se rinnegare Cristo ci condanna inevitabilmente davanti a Dio, in ciò consiste quel solo peccato contro lo Spirito che non può essere perdonato. Non è un caso che poco prima dell’accenno al peccato contro lo Spirito Matteo scriva quel famoso «Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me disperde.» (Matteo 12, 30), che è un’esortazione ad una vera e propria scelta di campo. Abbiamo così raggiunto due certezze: che col rinnegamento di Cristo qui si intende proprio il peccato contro lo Spirito; e che parlar male di Cristo, dandogli finanche dell’impostore, non significa necessariamente rinnegare Cristo.

Ma chi è Cristo? Cristo è via, verità, vita; ed è figlio di quel Dio che s’identifica col sommo bene. Perciò rinnegare Cristo, prima ancora che rinnegare il nome di Cristo (questa distinzione verrà utile più in là), significa non credere in una verità che con la vita s’identifica perché si odia la verità e la vita; significa rinunciare a ricercare il sommo bene perché si odia il sommo bene. In una parola, significa non amare Dio. Credere, invece, in quella verità che è la vera vita e ricercare il sommo bene significano avere una fede attiva: quella che comunemente chiamiamo semplicemente fede. Il dono della fede, intesa come la capacità di avvertire la presenza di Dio e di una verità, è stato infatti dato a tutti: se così non fosse saremmo privi di quel libero arbitrio che è la caratteristica dei figli di Dio, nati a sua immagine e somiglianza. Il diavolo sa benissimo chi è Dio: eppure lo rifiuta. E i figli del diavolo fanno lo stesso:

«Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità.» (Giovanni, 8, 43-45)

Si noti bene: «a me voi non credete, perché dico la verità»; cioè: non perché non conoscete la verità, ma perché non volete conoscerla, e perché amate la menzogna. Si noti anche: «non potete dare ascolto alle mie parole»; questo non ascolto è dunque il peccato dei figli del diavolo, ed è ancora, necessariamente, il peccato contro lo Spirito. Abbiamo dunque due definizioni (o manifestazioni, o forme, o modi d’essere) del peccato contro lo Spirito: rinnegare Cristo; non ascoltare le sue parole. Veniamo allora a quel preannunciato passo del Vangelo secondo Giovanni che parla del peccato contro lo Spirito senza menzionarlo espressamente. E’ questo:

«Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno: perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno.» (Giovanni 12, 47-48)

Alla luce di quanto detto sopra potremmo allora tradurre questo passo giovanneo con il linguaggio usato dai Vangeli sinottici all’incirca in questo modo: «Se qualcuno non mi rinnega [ascolta le mie parole] ma pecca [e non le osserva], io lo perdono [non lo condanno]: perché non sono venuto per condannare i peccatori [il mondo], ma per salvare i peccatori [il mondo]. Chi mi rinnega [mi respinge e non accoglie le mie parole] ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno [la parola che ho annunziato] lo condannerà nell’ultimo giorno.» E cioè: «Se qualcuno non pecca contro lo Spirito, ma pecca in tutti gli altri modi, io lo perdono: perché non sono venuto per condannare i peccatori, ma per salvare i peccatori. Chi pecca contro lo Spirito ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno lo condannerà nell’ultimo giorno.»

Il peccato contro lo Spirito, dunque, non dipende dalla fragilità umana: questo è il suo tratto peculiare e decisivo. Consiste nel rifiuto di Dio, della verità, dell’amore, e quindi anche della grazia. Chi pecca contro lo Spirito preferisce essere condannato piuttosto che riconoscere la paternità di Dio. Nel Catechismo di Pio X si può leggere:

(964) Quanti sono i peccati contro lo Spirito Santo? I peccati contro lo Spirito Santo sono sei: disperazione della salvezza; presunzione di salvarsi senza merito; impugnare la verità conosciuta; invidia della altrui grazia; ostinazione nei peccati; impenitenza finale. (965) Perché questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo? Questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo, perché si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.

Quantunque espresso con molto candore e domestiche parole, il concetto decisivo e terribile qui è quel «si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.» Pura malizia: questo è il peccato imperdonabile. E i peccati elencati non sono altro che distinte manifestazioni del medesimo rifiuto di Dio, del medesimo peccato imperdonabile.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (del Concilio Vaticano II) non dice diversamente:

La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. (CCC 1864).

E’ a causa della radicalità di questo volontario allontanamento da Dio che S. Giovanni nella sua Prima Lettera scrive:

Se qualcuno vede suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; così a quelli che commettono un peccato che non conduce alla morte. Vi è un peccato che conduce alla morte; non è per questo che dico di pregare. Ogni iniquità è peccato; ma ci sono peccati che non conducono alla morte. (5, 16-17)

Pregare per questo peccato significherebbe impetrare un’ingiustizia, significherebbe chiedere a Dio di accogliere chi lo rifiuta. Nella realtà di tutti i giorni, non essendo nostra facoltà giudicare, cioè conoscere con certezza assoluta se un’anima sia buona o cattiva, nel senso di liberamente disposta al bene o al male, cosa che spetta a Dio, noi possiamo bensì chiedere a Dio di illuminarla, e di condurla sulla retta via se nel suo intimo è disposta al bene, ma non di trasformarla da cattiva in buona: Dio può tutto, ma non entra mai in contraddizione con se stesso.

Quindi peccare contro lo Spirito significa essenzialmente questo: non amare Dio. Tutti gli altri peccati – che tutti, nessuno escluso, si possono perdonare – quando s’innestano in questo peccato fondamentale, questo peccato fin da principio che è solo in attesa di maturazione, danno forma alle varie manifestazioni del peccato contro lo Spirito, alle sue personificazioni, per così dire. Quando S. Paolo, per esempio, scrive:

O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né gli impuri, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né i cupidi, né gli ubriaconi, né i maldicenti, né i rapaci erediteranno il regno di Dio. (1 Corinzi 6, 9-11)

parla appunto di queste personificazioni del peccato contro lo Spirito. Personificazioni nel senso di attuazioni, giacché il peccato propriamente detto è un atto, mentre il peccato contro lo spirito è qualcosa che precede l’atto, e che muove da una realtà metafisica: esso, per così dire, si nasconde dietro i peccati propriamente detti colorandoli di sé; presenza che noi possiamo scorgere o intuire, ma sulla quale solo Dio può porre il suo sigillo. Che sia così lo conferma anche un altro passo paolino:

Infatti voi la sapete: nessun fornicatore o depravato o avaro, cioè idolatra, ha parte nel regno di Cristo e di Dio. (Efesini, 5, 5)

Si noti, cioè idolatra: siamo ad uno stato, per così dire, di pienezza negativa nella volontà di peccare, dopo che il proprio talento è stato definitivamente sotterrato. Infatti, se le parole di S. Paolo fossero prese alla lettera, non molti davvero potrebbero scampare alla condanna di Dio. La ragione e la carità non ci possono far concludere, per esempio, che tutti gli ubriaconi di questo mondo saranno destinati alla Geenna. Qui S. Paolo parla di chi, dopo aver peccato, non prova un sincero pentimento nemmeno nell’angolo più riposto del cuore, in quel sacro recesso che è magari destinato nel turbine del disordine morale ad essere per lungo tempo non inteso. Ma chi non si pente non ama Dio. E non ama nemmeno se stesso, perché solo chi ama Dio ama veramente se stesso. Chi ama il bene in Dio, ama il bene anche in se stesso. Costui invece si condanna da solo. E’ una perversione? Sì. E’ un non-senso? Sì. Ma il male è anche perversione e non-senso. Il mistero d’iniquità è tale soprattutto perché coerente nella sua assurdità.

Queste considerazioni servono anche per rispondere ad un’obiezione tanto prevedibile quanto umana. Qualcuno infatti potrebbe dire: ma allora i peccati non contano nulla? Se solo il peccato contro lo Spirito è quello che decide la nostra condanna, e tutti gli altri sono perdonabili, non potremmo allora peccare continuamente in tutta tranquillità confidando nel sistematico perdono di un Dio infinitamente misericordioso? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché ciò significherebbe essere sleali con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. In secondo luogo, perché ciò significherebbe non pentirsi sinceramente; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. Chi non pecca contro lo Spirito non può peccare e poi non pentirsi.

Chiarito ciò, è il momento di tornare all’altro corno del problema: se non amare Dio è il peccato contro lo Spirito, il peccato non perdonabile; e se il parlar male del (o contro il) Figlio dell’uomo è un peccato perdonabile; occorre di necessità ammettere che si può amare Dio parlando male di (o contro) Cristo. Come si deve intendere questo? Ricordiamoci quanto detto sopra: Cristo è via, verità, vita; è ricerca del sommo bene nella verità e nella carità. Chi ha l’anima disposta al bene anche nel momento in cui è più lontano dal bene e da Dio, e offende Dio, in qualche modo infinitamente imperfetto continua ad amare Dio, e non se ne stacca mai definitivamente. Il caso classico, il più comune, di parlar male di Cristo senza bestemmiare lo Spirito, si realizza quando nella tribolazione, per malattia o per altri motivi, si cade nell’amarezza e si impreca contro Dio senza tuttavia accompagnare alla parola o al pensiero la parte più profonda del cuore. Questa è una cosa che in realtà, in una forma o nell’altra, da quella più indiretta a quella più schietta, da quella più larvata a quella più grave, avviene quasi ogni giorno. Oppure si può parlar male di Cristo indirettamente, per omissione, per viltà: il più famoso rinnegatore di Cristo, suo malgrado, è l’uomo su cui Cristo fondò la sua Chiesa, Pietro; tre volte lo rinnegò, misurando amaramente tutta la sua fragilità umana; egli peccò per debolezza; ma non peccò contro lo Spirito, sennò non sarebbe stato perdonato. Paolo, invece, non si limitò a parlar male di Cristo, a considerarlo un impostore, ma arrivò a perseguitare i cristiani; se Dio scelse S. Paolo è perché nell’anima di Saulo insieme alla cecità c’era un’autentica sete di verità e di bene; perché in Saulo all’errore, al peccato di confinare meschinamente l’amore di Dio nello zelo verso la Legge, non si accompagnava la menzogna del cuore; perché anche quando odiava Cristo non odiava in cuor suo la verità, e la ricercava, cioè ricercava Cristo; e perciò anche quando perseguitava i cristiani, gravemente peccando, Saulo non bestemmiava lo Spirito.

Bisogna inoltre considerare che nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale, ci sono sempre stati e forse ci saranno sempre uomini che non riconosceranno in Cristo quel bene che onoreranno con l’esempio della loro vita; uomini che in buona fede non onoreranno il nome di Gesù ma albergheranno nel loro cuore sentimenti di giustizia che saranno computati a loro giustificazione; uomini che per i misteriosi ma sapienti disegni della Provvidenza – che se vuole porta qualsiasi persona di buona volontà alla conoscenza di Gesù – ameranno la via, la verità, la vita ma saranno destinati a non amare o non conoscere durante la loro vita terrena il nome di Gesù. I motivi di questa incolpevole ignoranza possono essere infiniti[1].

E d’altra parte: forse che gli uomini che vissero prima di Gesù Cristo non conobbero il bene? Ma se lo conobbero, conobbero anche, senza conoscerlo, Gesù Cristo. E Mosè stesso, forse che non conobbe ed onorò Dio? Ma se lo conobbe, conobbe anche, senza conoscerlo, il Figlio dell’uomo. O forse che l’essenza del bene cambia a seconda dei luoghi e dei tempi? Bisogna sempre stare attenti a non giudicare secondo le apparenze, secondo la carne: anche le parole, in se stesse, sono carne. Il monito sul peccato contro lo Spirito ha un tacito ma importante corollario per i cristiani: si può peccare contro lo Spirito e parlare bene del Figlio dell’uomo, cioè si può rinnegare Cristo parlandone bene. Gesù ce lo fa capire ammonendo gli scribi e i farisei che parlano bene di Dio, proprio nei passi immediatamente successivi a quello sulla bestemmia contro lo Spirito nel Vangelo secondo Matteo:

«O ammettete che l’albero sia buono e allora il frutto sarà buono, oppure ammettete che l’albero sia cattivo e allora il frutto sarà cattivo. Dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere! Come potete dire cose buone voi che siete cattivi? Dalla pienezza del cuore parla la bocca. L’uomo buono da uno scrigno buono trae fuori cose buone, e così l’uomo cattivo da uno scrigno cattivo trae fuori cose cattive. Io vi dico che di ogni parola infondata [vana, insincera] gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato.» (Matteo 12, 33-37)

E’ come se dicesse: «Ho detto prima: chi parlerà male di Dio ma non bestemmierà contro lo Spirito sarà perdonato. Voi, invece, che parlate bene di Dio ma bestemmiate contro lo Spirito non potete fare il bene e non sarete perdonati.» Ed infatti nel Vangelo secondo Luca la medesima reprimenda riportata da Matteo è seguita da queste parole:

«Perché mi chiamate: Signore, Signore, e non fate quel che dico?» (Luca 6, 46)

Il medesimo concetto è illustrato nella Lettera di S. Giacomo:

Ma qualcuno potrà dire: «Hai la fede e io ho le opere». Mostrami la tua fede senza le opere e io ti mostrerò la fede partendo dalle opere. Tu credi che esista un solo Dio? Fai bene: anche i demoni credono e rabbrividiscono. (2, 18-19)

Dunque: anche i demoni credono, hanno la fede in un solo Dio, cioè sanno che esiste un solo Dio; ma rifiutando Dio, non hanno una fede attiva, cioè non hanno la vera fede, cioè non hanno la fede. Se la fede è mossa dalla speranza diventa carità, e vera fede; se l’innata consapevolezza dell’esistenza del Padre ubbidisce allo Spirito essa incontra il Figlio e diventa corpo di Cristo e vera fede; se l’acqua è mossa dallo Spirito diventa sangue. Chi non spera non ubbidisce allo Spirito: bestemmia lo Spirito e si condanna da solo.

Ne deriva che nessuno può fare il bene (il vero bene, s’intende, nel senso più ampio del termine, e se diretto a cose concrete, ben distinto dalla vaga filantropia) se non ha la fede. E nessuno può amare se non ha la fede. Quando Gesù ci dice:

«Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.» (Matteo 10, 37-38)

ci dice implicitamente proprio questo: che nessuno può amare se non ha la fede. Ed infatti, come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto? Più dei nostri genitori e figli? Ma Cristo è la verità, la via e la vita: noi dunque dobbiamo amare la verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Chi sente di amare davvero ama la verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. Se non lo ama nella verità lo ama solo come oggetto, cioè non lo ama: questi famigliari diventano oggetti, cioè ricchezze nel senso evangelico del termine. Nel Vangelo secondo Luca l’evangelista inizia questo discorso così:

«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.» (Luca 14, 25)

Ma lo finisce così:

«Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo.» (Luca 14,33)

«A tutti suoi averi»: famigliari, dunque, come averi. Ai quali, in quanto tali, bisogna rinunciare, come a tutte le ricchezze. Cioè bisogna rinunciare all’idolatria di mettere le ricchezze al posto di Dio; cioè bisogna considerare le cose per quello che sono: cose, che nella loro inferiore natura non potranno mai darci la pace dell’anima; e i famigliari per quello che sono: figli di Dio, non cose. Se l’amore per i famigliari non s’innesta in quella verità che è loro superiore, essi diventano oggetti, ed oggetto di un amore sempre pronto a tramutarsi in violenza, anche contro se stessi, in quanto chi mette Dio nelle proprie cose lo mette prima di tutto in quella cosa che è la propria persona: è una forma demoniaca della comunione di Dio coi propri figli, dove trionfa la morte.

Ne deriva però anche, da questo discorso, che chi fa il bene veramente e ama veramente deve avere necessariamente la fede, anche se non conosce il nome di Cristo o non si riconosce nel nome di Cristo:

Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. (Lumen Gentium, Cap. II, 16)

Ma qualcuno potrebbe dire: e allora la Chiesa non conta nulla? Posso tranquillamente contare su Dio, per la salvezza, se faccio il bene? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché anche Abramo, Mosè e i Profeti si salvarono per mezzo di Gesù Cristo e del suo corpo, la Chiesa Cattolica, benché nella storia questi ultimi dovessero ancora comparire e il loro nome non potesse essere ancora conosciuto. E non solo loro, ma anche tutti gli uomini di buona volontà che fuori d’Israele conobbero la Rivelazione solamente attraverso quello Spirito di verità e quella Provvidenza che agiscono sopra la terra dal giorno della sua creazione, e dai quali furono istruiti, benché imperfettamente: essi – come coloro che oggi in buona fede non onorano perfettamente Gesù Cristo ma fanno il bene – come fratelli adottivi entrano a far parte del corpo di Cristo. In secondo luogo, perché chi pensasse di salvarsi al di fuori della Chiesa con le sole opere,

pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria (Lumen Gentium, Cap. II, 14)

dimostrerebbe di essere in cattiva fede, di essere sleale con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. E peccando contro lo Spirito non si può fare il bene, cioè le opere.

Resta inteso che discernere chi ignora il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa nel senso più largo del termine, comprendente «il parlar male del Figlio dell’uomo», con colpa o senza colpa – nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale – in ultima analisi è prerogativa di Dio. Lo sapremo anche noi quando il nuovo mondo verrà alla luce e tutto sarà svelato.

[pubblicato su Papalepapale]

[1] Nella sua famosa opera “Umanesimo integrale” (cioè l’umanesimo teocentrico opposto alla sua caricatura negativa, l’umanesimo antropocentrico) Jacques Maritain elabora lo stesso concetto nel seguente modo: «Tuttavia, le interferenze dello speculativo e del pratico, nell’ordine etico stesso, non devono indurci in confusione, e il rifiuto speculativo di Dio come fine e come regola suprema della vita umana non è necessariamente, per alcuni spiriti accecati, il rifiuto pratico d’ordinare la propria vita a quel medesimo Dio del quale non conoscono più il nome. Il cristiano sa che Dio ha molte risorse, e che le possibilità della buona fede vanno più lontano di quel che non si creda. Sotto nomi qualunque, che non sono quello di Dio, può darsi (e Dio solo lo sa) che l’atto interiore di pensiero prodotto da un’anima conduca su una realtà che di fatto sia veramente Dio. Perché, per il fatto della nostra infermità spirituale, può esserci discordanza tra ciò che noi crediamo in realtà e le idee mediante le quali esprimiamo a noi stessi ciò che crediamo e mediante le quali prendiamo conoscenza del nostro credere. A ogni anima, anche ignorante il nome di Dio, anche allevata nell’ateismo, nel momento in cui decide di se stessa e sceglie il suo fine ultimo, la grazia è libera di proporre come oggetto, come cosa da amare sopra tutto, sotto qualunque nome l’anima stessa se la rappresenti – ma allora (ed è qui tutta la questione, e Dio solo lo sa) pensando sotto questo nome “tutt’altra cosa” da ciò che il nome significa, andando al di là di questo nome d’idolo – la grazia è libera di proporre quella Realtà assolutamente buona, che merita ogni amore ed è capace di salvare la nostra vita. E se questa grazia non è ricusata, l’anima in questione, optando per questa realtà, crede oscuramente nel vero Dio e sceglie realmente il vero Dio, anche quando trovandosi in buona fede nell’errare e aderendo non per colpa sua, ma per colpa dell’educazione ricevuta, a un sistema filosofico ateo, nasconde questa oscura fede nel vero Dio con formule che la contraddicono. Crede negare Dio, e in realtà nega qualcos’altro che Dio. Un ateo in buona fede – in realtà un pseudo-ateo – contro la propria scelta apparente, avrà allora scelto realmente Dio come fine della sua vita.»

E tutti quanti stiamo già aspettando

Avete presente le solite quattro cavolate che si ripetono in mille diverse fogge migliaia di volte al giorno nelle bocche e negli scritti di quelle anime democratiche che se le cantano e se le suonano nella speranza che anche le teste più dure finalmente si arrendano ai dogmi del romanzo fantasy imbastito da decenni sulla storia d’Italia da questi ossessi, e mai portato a termine, e di cui forse soltanto ora, grazie all’interpretazione della disposizione delle ossa del cadavere riesumato del bandito Giuliano da parte degli infallibili aruspici della nostra amena magistratura, si potranno svelare i più riposti misteri e mettervi fine? Ebbene, qualche giorno fa Fabio Fazio e Roberto Saviano, invece delle solite quattro cavolate che abbondano sulla bocca degli ossessi, hanno detto una volta tanto per sbaglio e per volontà divina, ossia per doppio miracolo, qualcosa di pacificamente vero. Ciò accade più spesso di quanto si pensi nel corso della storia. L’esempio più illustre di manigoldo fatto fesso dalla malizia di quella Divina Provvidenza che ci vede sempre benissimo è Caifa. Ai suoi sodali e ai farisei, impauriti da una possibile reazione romana alle nobilissime gesta del Galileo, disse:

Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera.

 Chiosa l’aquila S. Giovanni, da vero cattolico:

Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Ma che hanno detto i nostri inconsapevoli eroi? Hanno detto, piangendo amare lacrime, e noi piangiamo con loro, che l’Italia

è un Paese in cui è all’opera un’autentica macchina del fango e della delegittimazione. Il gossip serve a distruggere moralmente e fisicamente la vita delle persone. Si usano fatti privati a scopo di estorsione, per condizionare i comportamenti dei personaggi pubblici. Forse è questo che non si voleva sentir raccontare in televisione.

E così loro finalmente ce la racconteranno in televisione questa brutta storia. E tutti quanti stiamo già aspettando. Fiduciosissimi. Saviano come fonte e come persona informata dei fatti ma non indagata è ultra-attendibile: nella macchina ci vive da anni e la conosce a menadito. A meno che non ci faccia, ma ci sia: un fesso, intendo.

Io l’ho sempre detto, e con me ogni essere bene o male in salute: se volete far saltare le mura più spesse e possenti, là dove non riescono cannonate ed arieti, usate la femmina, perché, per quanto l’intellighenzia voglia ottusamente convincerci del contrario, è sempre lì che l’uomo va a sbattere, in tutti i sensi. Cose note e stranote, ma la sinistra è stata capace di arrivarci coi soliti vent’anni di ritardo. Ci ha provato a sparale grosse con le cricche fasciste, con quelle piduiste, con quelle golpiste, con quelle razziste, con quelle mafiose: non essendo composta da gente normale, alla più naturale delle bombe atomiche, la fregna, non ha mai pensato. Se ha pensato al sesso, lo ha fatto soltanto quando s’accompagnava a qualche sordidezza, a qualche efferatezza, a qualche rapporto non proprio ortodosso. Salutiamo quindi di cuore questa riconciliazione con la natura e questo rinnovato interesse della società civile per le donnine. Il popolo, quello, non ha mai avuto di questi problemi, da sempre, massimamente nell’Urbe: l’ambasciatore veneziano Antonio Soriano, in una sua relazione del 1535, al ritorno dalla corte di Roma, narra che Sua Santità, Alessandro Farnese, papa Paolo III, non

manca di opposizioni (ché la sua promozione al cardinalato non fu molto onesta, essendo proceduta per causa oscena, cioè dall’amore e dalla familiarità che avea papa Alessandro VI con la signora Giulia sua sorella: dal che nacque, che per lungo tempo fu chiamato il cardinal Fregnese).

Ma fino ad oggi la sinistra ha avuto di questi problemi. E sì che uno dei suoi eroi, soprattutto del correttamente compassionevole Veltroni, è sempre stato quel fenomenale mandrillo di John Fitzgerald Kennedy, che per di più, al contrario di Berlusconi, non si comportava affatto da gentleman col bel sesso. Fatto sta che, non lontano dai sessant’anni, dopo innumerevoli campagne di guerra a suon di dossieraggi e killeraggi, per disperazione anche D’Avanzo ha capito che la fregna è eterna e si è convinto ad usare la bomba atomica. Non essendo temprato per tale commercio, che esige nervi saldi e rettitudine, dopo l’uso è arrivato prestissimo l’abuso. Ha cominciato con Veronica, della quale probabilmente si è anche innamorato; poi è arrivata Noemi; poi Patrizia; e ora Ruby. E del doman non c’è certezza, perché l’universo femminino nel quale dolcemente naufragare occupa almeno metà del mondo. Convintosi lui, che è un ayatollah, tutto il gregge di sinistra gli è andato dietro, com’è l’abito suo triste. All’Unità della Concita sono arrivati persino i fumetti: che potenza ineguagliata e ineguagliabile, la concha!(*)

(*) Se non sapete cosa significa, guardate su Google: ma tanto avete capito, no?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

I poveri in spirito, gli operatori di pace ed i poveri pacifisti

GLI INDEMONIATI DI “PAX CHRISTI”

Nella gara a chi la spara più grossa che accompagna l’isteria – quella sì temibile – seguita al varo del “decreto sicurezza”, non poteva mancar di far sentire la propria voce “Pax Christi”. Prima l’alto grido di dolore: “Offesa, atto eversivo e bestemmia: un’offesa alla famiglia umana, un atto eversivo della Costituzione italiana, una bestemmia contraria al Vangelo di Cristo”. Poi la chiamata alle armi degli idolatri della Pace: “Una bestemmia civile e cristiana così grande deve essere respinta da un’insurrezione nonviolenta. Rinnoviamo l’appello al Presidente della Repubblica, cui il 2 giugno scorso abbiamo mandato una lettera da Monte Sole, terra della Resistenza e di Dossetti, ad operare con urgente fermezza per respingere la deriva autoritaria e totalitaria basata sulla logica dello straniero-nemico che nasconde i veri pericoli della criminalità organizzata, della corruzione economica e politica, del degrado etico e che alimenta la paura, eccita gli animi al peggio, diffonde modelli di violenza e prepara mali più grandi. In piedi, costruttori di pace!” Cos’abbia a che fare la “Pace di Cristo” con questo gruppo di scalmanati è un mistero sempre più grande. Grosso modo rappresentano una delle tante manifestazioni ereticali di stampo pauperista che infestano la storia del Cristianesimo dalla sua nascita: una Gerusalemme Terrena, e solo quella, fa da sfondo al Sermone della Montagna per gli adepti di queste sette. I versetti del Vangelo secondo S. Matteo “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Matteo, 5,3) e “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figlio di Dio” (Matteo, 5,9) sono sempre stati idealmente i loro gridi di battaglia. Dato il grossolano macello interpretativo che se ne fa da parte di questi scriteriati, ma soprattutto da parte dei sapienti, eccomi qui a far piazza pulita di tante sciocchezze.

LA POVERTA’ IN SPIRITO

Essere povero in spirito non significa ovviamente essere il beota scimunito che certa oleografia relativa alla figura del poverello d’Assisi continua a veicolare ancor oggi. Essere povero in spirito, ossia povero nello spirito, significa non essere schiavo delle ricchezze, ossia non servire Mammona, ossia essere superiore alle cose di questo mondo, non dipenderne nel fondo dell’animo, non respingerle ma essere in grado – auspicabilmente – di rimanere pienamente se stesso quando se ne vanno, e non far dipendere il giudizio umano sulle persone su quanto hanno o non hanno. Ed è un concetto già presente fuori del Cristianesimo, ad esempio nella tradizione socratico-platonica, tra gli stoici e perfino tra gli epicurei, e questo non deve scandalizzare perché se Cristo non era ancora venuto, e con lui la risposta della Rivelazione, il Logos era fin da principio. Il disprezzo delle ricchezze di cui si parla nel Vangelo non significa disprezzare le cose, perché sarebbe come disprezzare la bontà della creazione: questa è un’eresia che ne compendia molte altre, ed è una forma mascherata di materialismo, quella che da secoli tira fuori per esempio la storia del fasto delle chiese, esemplificata nel Vangelo in vari episodi, tra i quali quello celebre dello “spreco” dell’olio profumato molto prezioso che una donna versa sul capo di Gesù e che scandalizza i presenti (Matteo 26, 6-13; Marco 14, 3-9; Giovanni 12, 1-8). Essere povero come sopra spiegato è un obbligo morale e non esiste nella Chiesa nessuna teologica opzione per i poveri nel senso materiale del termine, tranne ovviamente una particolare attenzione per chi si trova nell’indigenza. E quindi come il possessore di ricchezze materiali può essere povero nello spirito, così l’indigente può essere il ricco del linguaggio evangelico. Infatti come scrive S. Agostino: “Cosa vuole dire il Signore con le parole: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago anziché un ricco entri nel Regno di Dio»? In questo passo chiama ricco chi è avido di beni temporali e ne va superbo. All’opposto di questi ricchi ci sono i poveri in spirito, cui appartiene il Regno dei cieli. Che a questa categoria di ricchi, disapprovata dal Signore, appartengano tutti gli avidi di cose mondane, anche se ne sono privi, appare manifesto da quanto è detto dopo dagli uditori: «Chi potrà allora salvarsi?» È certo infatti che la quantità dei poveri è incomparabilmente superiore, per cui occorre comprendere che nel numero di costoro son computati anche quei tali che, pur non avendo ricchezze, sono tutti presi dal desiderio di averne. (S. Agostino, Questioni sui Vangeli, Libro II, 47).

LE TENTAZIONI DI CRISTO

Tutto ciò si ricollega al significato delle tentazioni di Cristo, che sta in questo, e riguarda tutti noi: che io riconosco, e lo riconosco in quanto confesso la mia umana natura, che è la stessa di quella di Cristo, che è la stessa di quella divina, che se anche fosse messa ai miei piedi tutta la potenziale bellezza del mondo – bellezza, perché negarla alla stregua dei cadaverici eretici di tutti i tempi, sarebbe di nuovo come negare la bontà della creazione – essa non saprebbe tuttavia guarire l’inquietudine dell’animo, non saprebbe soddisfarmi compiutamente e per sempre, perché essa rimane nel cerchio dell’incompiutezza e dell’imperfezione. In una parola, questo mondo, nella sua bellezza, nella sua vera bellezza, non è degno dell’uomo. Chi cerca in esso la sua felicità, la sua compiuta felicità, si abbassa e svilisce la sua natura. Non sarà povero nello spirito, sarà ricco, cioè schiavo delle ricchezze. Perché povertà nello spirito ci porta a giudicare le cose per quel che sono: non disprezzarle ma anzi apprezzarle, e anche grandemente, ma sempre per quel che sono. E’ per questo che è proprio del povero in spirito il saper apprezzare tutte le cose. La schiavitù delle ricchezze ci porta invece a passare continuamente dall’idolatria al disprezzo: l’idolatra cerca Dio nel raggiungimento di una cosa, e una volta raggiuntala, dopo un breve momento di ebbrezza, nell’insoddisfazione spirituale – che egli non sa o non vuole riconoscere – la disprezza; e cade nuovamente preda ad un nuovo idolo. In virtù di questa grande ma giusta ambizione i poveri nello spirito hanno un altro grande e giusto obbiettivo: “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Matteo, 5,3)

IL REGNO DEI CIELI

Ciò significa che il regno dei cieli non è la ricompensa (o non tanto, e non solo) per una particolare indigenza patita nella vita terrena, o ottenuta per la libera scelta dell’ascetismo, ma è la logica conclusione di un percorso di chi cerca il proprio bene ultimo fuori delle cose di questo mondo. E la vita terrena non è in contraddizione con quella celeste: cosi come l’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio, pure la terra è stata fatta ad immagine e somiglianza della Gerusalemme Celeste. Di essa è ombra, immagine e promessa: quella nuova, anzi, ci sembrerà più famigliare, perché risponderà perfettamente alla nostra natura. Per dirla con S. Paolo: “Sappiamo infatti che se la nostra abitazione terrena è una tenda che si demolisce, abbiamo un’abitazione in Dio, abitazione non fatta manualmente ma eterna nei cieli. E per questo gemiamo, bramosi di rivestirci del nostro edificio celeste, poiché così rivestiti non ci troveremo nudi. E infatti stando sotto questa tenda gemiamo del peso, perché non vogliamo essere svestiti ma rivestiti, affinché la mortalità sia inghiottita dalla vita. Colui che ci ha fatti proprio per questo è Dio, ed Egli ci dà il pegno dello Spirito. Così, sempre arditi e consapevoli che finché siamo domiciliati nel corpo siamo alienati dal Signore poiché camminiamo nel tempo della fede e non della visione; arditi dunque, giudichiamo un bene l’alienarci piuttosto dal corpo e domiciliarci presso il Signore.” (S. Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi, 5, 1-8)

LA SPADA DELLA VERITA’

Non sarebbe male che le truppe ben inquadrate dei costruttori di Pace nostrani ci spiegassero come conciliano queste parole apparentemente disumane di Gesù col loro pacifismo universale: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.” (Matteo, 10, 34-39). Siccome qualcosa mi dice che il Figlio di Dio non avesse la lingua biforcuta è logico che la pace di cui si parla qui non è la pace degli “operatori”. Qui Gesù è una spada, una spada di verità che esige una risposta, e accende una speranza alla quale non dobbiamo rinunciare. La rinuncia alla speranza, questa mancata risposta, è la bestemmia contro lo Spirito Santo del Vangelo. Perché come la Fede sta al Padre, e la Carità sta al Figlio, così la Speranza sta allo Spirito Santo. “Perciò io vi dico: qualunque e peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. Chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.” (Matteo 12,31) Chi rinuncia alla speranza nasconde sotto terra il proprio talento (Matteo 25, 14-30), o ripone la mina nel fazzoletto (Luca 19,11-26): se il peccato in genere è frutto della fragilità dell’uomo, e il parlar male di Dio o di Gesù può essere frutto di errore in buona fede – anche vita natural durante – , con la rinuncia alla ricerca del bene e alla speranza è l’uomo che attivamente si allontana da Dio: “Se uno vede il suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi e Dio gli darà la vita come a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte. Ma vi sono peccati che conducono alla morte; per questi dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato; ma vi è peccato che non conduce alla morte.” (Giovanni, Prima Lettera).

L’AMORE

Ma come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto? Più dei nostri genitori e figli? Ricordiamoci che Lui è la Verità, la Via e la Vita. E allora noi dobbiamo amare la Verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la Verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Sappia dunque chi sente di amare davvero, che egli ama, in senso evangelico, la Verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. E chi ama, crede, anche se magari non lo sa. Fuori della Verità, l’amore comunemente inteso, quando non è semplice calcolo o un ossequio facile a liturgie mondane, è solo un sentimento di possesso o di orgoglio riflesso che si trasforma facilmente in violenza omicida quando viene deluso. In quel caso, nel linguaggio evangelico, le “mogli e i figli” diventano cose, diventano idoli e “ricchezze” nel senso sopra spiegato.

LA PACE

Ma allora cos’è la pace? Ricordiamoci delle parole di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.” (Giovanni, 14, 27) Quindi anche il mondo può dare la pace. Una falsa pace: qui si intende per “pace” un senso di fiduciosa sicurezza e di tranquillità. Chi la cerca nelle cose terrene non la può trovare. Anche qui il Cristianesimo viene incontro, con la risposta della Rivelazione – la “risposta”, questo è la sua caratteristica saliente -, alle domande che l’uomo sempre si è fatto e alle quali anche  i filosofi dell’antichità cercarono di rispondere: proprio negli anni in cui Paolo e Pietro trovarono la morte a Roma, un cittadino dell’Urbe come Seneca idealmente consegnava al Cristianesimo i frutti di secoli di filosofia morale greco-romana in tante pagine memorabili, come quelle, ad esempio, del “De tranquillitate animi”. “La tua fede ti ha salvato: vai in pace”: quante volte Gesù ripete queste parole, ed è come posasse la sua mano su di noi per calmare le nostre inquietudini. Gli “operatori di pace”, quindi, saranno chiamati figli di Dio perché sull’esempio di Gesù tranquillizzano e rinfrancano il prossimo. Che poi questo possa essere di stimolo alla concordia delle nazioni e delle persone non può essere negato. Ma quest’ultimo tipo di “pace”, per quanto positivo, rimane nel campo del “mondo”. Ciò detto, non vi pare invece che la Pace che tanto piace alla gente che piace somigli tanto alla gran baldracca di Babilonia?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

I poveri in spirito e lo spirito del capitalismo

[Premessa: buona parte del post è un collage di cose già scritte in questo blog, che ho riorganizzato allo scopo di smascherare – in questi tempi di “tribolazione” per la libertà economica – interpretazioni mistificatorie sempre di ritorno del messaggio cristiano]

In un bell’articolo dal titolo “Meglio il capitalismo cattolico di quello anglosassone” (da intendersi nell’ambito del pensiero economico-filosofico non certo in quello della realtà fattuale) Carlo Zucchi scrive:

Infatti, uno dei pregiudizi a tutt’oggi più diffusi è quello che vede il capitalismo come un prodotto del protestantesimo, specie dopo che nel 1906 uscì l’opera di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. In realtà, la tesi weberiana è stata confutata da destra e da sinistra. Più che uno spirito capitalistico protestante e uno spirito anti-capitalistico cattolico, esistono due concezioni differenti dell’economia: una cattolica e una protestante, e quest’ultima è quella che ha prevalso, sull’onda della potenza delle nazioni in cui il protestantesimo si è imposto, come la Gran Bretagna di Adam Smith (1723-1790), il padre dell’economia moderna. In realtà, i pensatori scolastici cattolici seppero cogliere molto bene sin dal Medioevo la realtà economica, riuscendo a descriverla attraverso enunciati teorici assai efficaci. Indagando sul prezzo giusto, scoprirono che esso doveva coincidere con il prezzo che si forma liberamente sul mercato. A differenza delle teorie care ad Adam Smith e a David Ricardo (sui cui Principi di Economia studiò Karl Marx!), secondo cui il valore delle merci sarebbe intrinseco a esse e si approssimerebbe al loro costo di produzione, gli scolastici insistevano sull’utilità soggettiva e sulla scarsità relativa di un bene come aspetti chiave del valore. Il principio relativo all’utilità soggettiva si sviluppò nei paesi cattolici dell’Europa continentale come Francia, Italia e, soprattutto, Austria (con la Scuola Austriaca di Economia), mentre nei paesi anglosassoni protestanti si affermò la teoria smithiana del valore-lavoro, secondo la quale un bene ha tanto più valore quanto più lavoro incorporato contiene. E qui si vede la profonda influenza della religione. Come ha notato l’economista Emil Kauder, gli scolastici cattolici propugnavano il consumo come fine della produzione e consideravano l’utilità soggettiva e la soddisfazione del consumatore come fonti del valore delle merci. Al contrario, la tradizione britannica basata sulla teoria del valore lavoro enunciata da Adam Smith rifletteva l’enfasi tipicamente calvinista fondata sul duro lavoro e sullo sforzo, inteso non solo come qualcosa di buono, ma anche come criterio di assegnazione del valore delle merci. La soddisfazione del consumatore costituiva perciò un requisito meramente accessorio finalizzato a rendere più efficiente il lavoro e la produzione. In poche parole, si vive per produrre.

E perché i cattolici ci vedevano più chiaro? Qual è la ragione di questa superiore lucidità? Se ci si libera da una visione superficiale delle cose si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena. Ora questa ortodossia – questa speranza celeste e questa mancanza d’illusioni terrene (ma non di una felicità relativa) – è una cosa dura da sopportare. Ma essa, nel suo essere superiore alle cose di questo mondo, ci consente di guardare con occhio fermo alla fenomenologia della produzione e dello scambio delle merci, e di accettare il fatto che anche il capriccio, la sorte o il non riconoscimento dei meriti ne sono protagonisti in una misura che nessun regime di libertà può eliminare se non eliminando la libertà stessa. Per cui, essendo tutte in fondo le eresie cristiane forme diverse di millenarismo, testimonianti della sofferenza dell’umanità nel superare il problema della morte, l’etica protestante doveva in qualche modo vedere nel successo economico una retribuzione terrena benedetta da Dio, come tributo da pagare ad una Gerusalemme non ancora perfettamente celeste, e come segno spesso di una farisaica righteouness.

Io considero, retrospettivamente, l’indipendenza dello Stato Pontificio – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo – necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Credo perciò che nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, sia stato il Papato.

Questo spiega anche perché l’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo siano tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico – mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il sentimento nazionale, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare.

Tuttavia all’interno della civiltà cristiana-occidentale la più grande sfida alla libertà economica – non alla licenza di calpestare la dignità delle persone – è venuta dalle manifestazioni ereticali di stampo pauperista, soprattutto attraverso la  loro influenza indiretta nel dibattito filosofico-politico. Una Gerusalemme Terrena, e solo quella, fa da sfondo al Sermone della Montagna per gli adepti di queste sette. Che una Città Ideale Terrena, nella sua schiavitù materialistica, possa contemplare delle disuguaglianze materiali, si capisce, è inconcepibile. Il versetto del Vangelo secondo S. Matteo “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli”  è sempre stato idealmente il loro grido di battaglia. Del tutto a torto.

Essere povero in spirito non significa ovviamente essere il beota scimunito che certa oleografia relativa  alla figura del poverello d’Assisi continua a veicolare ancor oggi. Essere povero in spirito, ossia povero nello spirito, significa non essere schiavo delle ricchezze,  ossia non servire Mammona, ossia essere superiore alle cose di questo mondo, non dipenderne nel fondo dell’animo, non respingerle ma essere in grado di rimanere pienamente se stessi quando se ne vanno, e non far dipendere il giudizio umano sulle persone su quanto hanno o non hanno. Ed è un concetto già presente fuori del Cristianesimo anche tra stoici ed epicurei e questo non deve scandalizzare perché se Cristo non era ancora venuto, e con lui la risposta della Rivelazione, il Logos era fin da principio. Il disprezzo delle ricchezze di cui si parla nel Vangelo non significa disprezzare le cose, perché sarebbe come disprezzare la bontà della creazione: questa è un’eresia che possiamo chiamare per comodità pauperismo ma ne compendia molte altre, ed è una forma mascherata di materialismo, quella che da secoli tira fuori per esempio la storia del fasto delle chiese, esemplificata nel Vangelo in vari episodi, tra i quali quello celebre dello “spreco” dell’olio profumato molto prezioso che una donna versa sul capo di Gesù e che scandalizza i presenti (Matteo 26, 6-13; Marco 14, 3-9; Giovanni 12, 1-8). Essere povero come sopra spiegato è un obbligo morale e non esiste nella Chiesa nessuna teologica opzione per i poveri nel senso materiale del termine, tranne ovviamente una particolare attenzione per chi si trova nell’indigenza. E quindi come il possessore di ricchezze materiali può essere povero nello spirito, così l’indigente può essere il ricco del linguaggio evangelico.

Il significato delle tentazioni di Cristo sta in questo, e riguarda tutti noi: che io riconosco, e lo riconosco in quanto confesso la mia umana natura, che è la stessa di quella di Cristo, che è la stessa di quella divina, che se anche fosse messa ai miei piedi tutta la potenziale bellezza del mondo – bellezza, perché negarla alla stregua dei cadaverici eretici di tutti i tempi, sarebbe di nuovo come negare la bontà della creazione – essa non saprebbe tuttavia guarire l’inquietudine dell’animo, non saprebbe – lo riconosco! – soddisfarmi compiutamente e per sempre. In una parola, questo mondo, nella sua bellezza, nella sua vera bellezza, non è degno dell’uomo. Chi cerca in esso la sua felicità, la sua compiuta felicità, si abbassa e svilisce la sua natura. Non sarà povero nello spirito, sarà ricco, cioè schiavo delle ricchezze. Perché povertà nello spirito comporta giudicare le cose per quel che sono: non disprezzarle ma anzi apprezzarle, e anche grandemente, ma sempre per quel che sono. La schiavitù delle ricchezze comporta invece di passare continuamente dall’idolatria al disprezzo: l’idolatra cerca Dio nel raggiungimento di una cosa, e una volta raggiuntala, dopo un breve momento di ebbrezza, nell’insoddisfazione spirituale – che egli non sa o non vuole riconoscere – la disprezza; e cade nuovamente preda ad un nuovo idolo.

In ragione di questa grande ma giusta ambizione i poveri nello spirito hanno un altro giusto e conseguente obbiettivo:

Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3)

Ciò significa che il regno dei Cieli non è la ricompensa per una particolare indigenza patita nella vita terrena a causa di persecuzioni, o ottenuta per la libera scelta dell’ascetismo, ma è la logica conclusione di un percorso di chi cerca il proprio bene ultimo fuori delle cose di questo mondo.

Ma so già che qualche testone storce il naso di fronte a queste considerazioni, e allora non mi resta che farmi scudo di un plurimedagliato campione della Cristianità:

Cosa vuole dire il Signore con le parole: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago anziché un ricco entri nel Regno di Dio”? In questo passo chiama ricco chi è avido di beni temporali e ne va superbo. All’opposto di questi ricchi ci sono i poveri in spirito, cui appartiene il Regno dei cieli. Che a questa categoria di ricchi, disapprovata dal Signore, appartengano tutti gli avidi di cose mondane, anche se ne sono privi, appare manifesto da quanto è detto dopo dagli uditori: “Chi potrà allora salvarsi?” È certo infatti che la quantità dei poveri è incomparabilmente superiore, per cui occorre comprendere che nel numero di costoro son computati anche quei tali che, pur non avendo ricchezze, sono tutti presi dal desiderio di averne. (S. Agostino, Questioni sui Vangeli, Libro II, 47)

De la préméditation et du n’y pas penser

Premessa: il 2 febbraio 2007 venne alla luce nel mio blog, strombettando sicumera, come spesso capita agli esordienti, pur se non più giovinotti, un post battezzato col nome di: La non-eutanasia di Montaigne; sottotitolato con teutonica precisione: Confutazione di un elzeviro di Massimo Adinolfi apparso su Left Wing il 21 novembre 2005 intitolatoL’eutanasia di Montaigne”. Il ritardo con il quale mi accinsi all’opra di ristabilimento dell’offesa verità si  spiega col fatto che dell’elzeviro feci conoscenza per caso solo qualche mese fa: visto l’argomento, non resistei alla tentazione di tirar fuori lo spadone e difendere valorosamente uno dei miei idoli. E fu così che con enfasi, ineleganza e poca urbanità mi presentai vibrando nell’aere un terribile fendente: sentenziai, ancor prima della disamina, che la sua interpretazione del pensiero del filosofo francese era completamente sbagliata. Lo zelo del discepolo fu per di più ringalluzzito dal nome illustre dell’avversario: quel pomposo titolo di Confutazione corredato da giorno, mese, anno & luogo, si mosse alla pugna come un folle e pericoloso cavaliere errante, che si presenta, oramai quando nessuno più se l’aspetta, alle porte delle mura nemiche, declinando formalmente lignaggio e missione… Solo una settimana fa lo sfidato, non si sa in quali misteriose circostanze, ebbe sentore della sfida. Ebbe la compiacenza di avvertire lo sfidante – oramai, lui, immemore e sbalordito – e di comunicargli la sua disponibilità ad una replica: accettata ed eseguita con fenomenale celerità. Rimessosi in forze, lo sfidante ha ora pronta la sua controreplica: questa.

Adinolfi sottolinea l’andamento autobiografico dei Saggi: potrei rispondere che la loro redazione è stata almeno per un ventennio un cantiere aperto, con continue varianti in corso d’opera. Forse che Montaigne non s’era accorto di questa discrepanza? Forse che se n’era accorto ma, coerente con gl’impegni assunti di registrare con onestà le mille oscillazioni del suo animo, la lasciò al suo posto? O forse che non la considerava affatto una discrepanza? E che giudicava abbastanza intelligenti i suoi lettori da non attaccarsi alla superficie delle parole? Coloro che s’appoggiano a date e a circostanze più o meno particolari della vita di un uomo come Montaigne per spiegare differenze testuali, che con la lettera trascinino con sé anche lo spirito, francamente mi fanno sorridere: dimostrano solo un comodo voyeurismo burocratico da piccoli scribi.

La filosofia nel corso dei secoli, e dei millenni, ha finito per costruire e perfezionare un metalinguaggio tutto suo, oramai ben catalogato e certificato, un suo pietrificato Antico Testamento; non che io disprezzi le logiche e le metafisiche, le ragion pure e quelle pratiche, le volontà e le rappresentazioni, i metodi deduttivi e induttivi, le epistemologie o le ontologie, ma non  le onoro tanto da distogliermi dal soppesare con l’occhio e la mente l’uomo nella sua sferica unicità. Mentre la specialità negativa degli abitanti iscritti nel registro anagrafico di questa città filosofica è quella di cadere nella tentazione di restringere l’analisi dei testi avendo a mira questo o quel particolare, questa o quella stanza filosofica, con un acribia dotta e farisaica, che riesce a fallire, ed essere ottusa, laddove fine sensibilità e larghezza di vedute invece riescono a cogliere, con la penetrante pienezza dei mezzi non codificati, la verità. Tanto più quando ci si trova davanti a questi poco maneggevoli e sfuggenti filosofi morali, che delle luccicanti e geometriche costruzioni intellettuali nomate sistemi filosofici, completi o meno, si sono sempre fatti beffe.

La forzatura retorica tra la prémeditation e la diversion l’ha creata Adinolfi. E gli altri che l’hanno preceduto sulla stessa strada. Io mi sono adeguato. Per contestarla.
“La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire”.  Parole grandiose, dice Adinolfi.  Che significano anche: “Chi ha imparato a morire, ha imparato a vivere”, dico io. Quando scrissi quella confutazione non mi detti pena di rintracciare le grandiose parole. Ora le vado a cercare e vi ritrovo i miei stessi ragionamenti:

“La felicità e la beatitudine che risplendono nella virtù riempiono tutte le sue pertinenze e tutti i suoi aditi, fino al primo ingresso e all’ultima porta. Ora fra i principali benefici della virtù è il disprezzo della morte. E’ un mezzo che fornisce alla nostra vita una dolce tranquillità, ce ne rende il gusto puro ed amabile, senza che ne sia spenta ogni altra voluttà. […] La meta della nostra corsa è la morte, è questo l’oggetto necessario del nostro pensiero: se essa ci spaventa, com’è possibile fare un passo in avanti senza agitazione? Il rimedio del volgo è non pensarci. […] E’ incerto dove la morte ci attenda, aspettiamola dovunque. La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. Il saper morire ci libera da ogni soggezione e da ogni legame. Non c’è niente di male nella vita per colui che ha capito che la privazione della vita non è male. […] La nostra religione non ha avuto alcun più sicuro fondamento umano, che il disprezzo della vita. Non soltanto il linguaggio della ragione ci porta là: infatti perché temeremmo di perdere una cosa, la quale perduta non può essere rimpianta? E poiché noi siamo minacciati di tante specie di morte, non c’è più male a temerle tutte che ad affrontarne una? Che importa quando sia, poiché è inevitabile? A colui che diceva di Socrate: I trenta tiranni t’hanno condannato a morte, – egli rispose – “E la natura ha condannato loro”. Che sciocchezza prenderci pena nel momento del passaggio alla liberazione da ogni pena! Come la nostra nascita ci ha portato la nascita di tutte le cose, così la nostra morte produrrà la morte di tutte le cose. E perciò è uguale follia piangere del fatto che cento anni fa non eravamo vivi. La morte è principio di un’altra vita. Allo stesso modo piangemmo, allo stesso modo ci fu penoso entrare in questa qui. Allo stesso modo ci spogliamo del nostro antico velo entrandovi. […] Proprio questa esistenza che godete, ha parte ugualmente della morte e della vita. Il primo giorno della vostra nascita si incammina a morire come a vivere. […] La vita di per se stessa non è né bene, né male: è il posto del bene e del male secondo che voi ad essi lo date.” (Libro I, Capitolo XX, Filosofare è imparare a morire)

Disprezzo, della vita, come prima della morte, va inteso nel senso stoico, più precisamente senechiano, di non idolatria: è lo stesso del senso cristiano di disprezzo delle ricchezze, che in sé non sono maligne; sennò come potrebbe il disprezzo rendere il gusto della vita “puro e amabile”; sennò che senso avrebbero queste frasi di Montaigne, già citate a chiusura della mia confutazione:

“Io mi preparo pertanto a perderla [la vita] senza rammarico, ma come perdibile per sua propria natura, non come molesta e fastidiosa. […] Quanto a me, dunque, io amo la vita e la coltivo tale e quale è piaciuto a Dio di concedercela. [..] Accetto di buon cuore, e riconoscente, quel che la natura ha fatto per me, e me ne rallegro e me ne compiaccio. Si fa torto a quel grande e onnipotente donatore rifiutando il suo dono, annullandolo e deformandolo. In tutto buono, egli ha fatto tutto buono” (Libro III, Capitolo XIII Dell’esperienza).

A meno di non risolvere la questione, assai comodamente, e falsamente, dicendo che è solo un’altra contraddizione. Ma per la grande confusione dei grammatici della conoscenza aggiungiamoci pure il detto di Gesù, Figlio di Dio, di quel Dio che ci donò la vita (e come può Dio donarci una cosa cattiva?) “Chi ama la sua vita la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 25). E’ del tutto evidente che per Gesù, come per Seneca, come per Montaigne, la vita, la vita di questa terra, si deve disprezzare quando essa diventa il Bene Supremo, diventa l’Idolo messo al posto di Dio e della Verità.  Quando non si rispetta la gerarchia dei beni, anche il bene diventa male, o meglio, occasione del male: allora bisogna odiare anche i figli, per usare il linguaggio apparentemente durissimo di certe espressioni di Gesù, perché odiare i figli, come odiare la vita, significa amare i figli nella verità, e amare la vita nella verità. Perché si può amare solo nella verità.

Ed è del tutto evidente che qui non si parla del momento della morte. Delle circostanze della morte, che nessuno potrà mai prevedere. E degli eventuali disagi del momento della morte. Che sia per me, che per Michel, che per Lucio Anneo, che per l’oggi universalmente noto ex falegname di Nazareth è solo un momento della vita.  Prepararsi alla morte, accettarla adesso, questo significa premeditare la morte, questo bisogna fare: è inutile pensare a cosa faremo quel giorno lì.

Vado ora invece a cercare la diversion. “Del diversivo” è il capitolo più breve (una decina di pagine) di quanti compongono il Terzo Libro dei Saggi, caratterizzato al contrario da lunghe dissertazioni. Si parla, col solito eclettismo, dei “diversivi”, specialmente quando si tratta – ma non solo – di dolori fisici e morali improvvisi. A riguardo della malattia che gli fece amorevole e fedelissima compagnia nell’ultima parte della sua vita scrive:

“La resistenza delle mie pietre, specialmente nella verga, mi ha talvolta posto in lunghe ritenzioni d’orina, di tre, quattro giorni, e tanto avanti verso la morte, che sarebbe stata follia sperare di evitarla, fino a desiderarla, dati i crudeli tormenti che questo stato porta con sé. Oh, come quel buon Imperatore che faceva legare la verga ai suoi criminali per farli morire per non poter orinare, era gran maestro nella scienza del boia! Trovandomi a quel punto, considerai per quanto lievi cause e oggetti l’immaginazione alimentasse in me il fastidio della vita; di quali atomi si costruisse nell’anima mia il peso e la difficoltà di quell’uscita; a quanti pensieri frivoli noi diamo posto in una cosa tanto grossa: un cane, un cavallo, un libro, un bicchiere e che no? avevano importanza nella mia rovina. Per gli altri le loro ambiziose speranze, la loro borsa, la loro scienza, non meno scioccamente secondo me. Guardavo non noncuranza alla morte, quando la vedevo nel suo complesso, come fine della vita; la domino, in blocco; in piccole dosi, essa mi devasta [‘je la gourmande, en bloc; par le menu elle me pille’] Le lagrime di un servo, la distribuzione dei miei mobili, il contatto di una mano conosciuta, una consolazione comune mi sconfortano e m’inteneriscono.” (Libro III, Capitolo IV, Del diversivo)

Se non si riesce a cogliere, in un brano come questo, non la cupa disperazione o la gelida frivolezza di uno scettico universale, ma la virile autoironia (che permea tutta l’opera, dal saluto al lettore del prologo all’addio finale) di chi in nulla è venuto meno alle sue convinzioni profonde, allora significa che nel magnifico palazzo della cultura abbiamo dimenticata quell’ermeneutica elementare, di cui la natura benigna ci ha dotato, che in un testo, istintivamente e senza studio, sa cogliere i toni e le sfumature proprie del mammifero dei vertebrati, ordinato tra i primati, rubricato col nome scientifico di Homo Sapiens e detto volgarmente uomo. Non è proprio Seneca, il filosofo latino dell’incorruttibile virtù, divina già su questa terra, a mostrarsi un precursore di Montaigne, specie nella sua opera più famosa, ed intima,  Le lettere a Lucilio, nella quale, pure lui senza spostare di una virgola le sue convinzioni, è capace di ridere di se stesso, delle sue oscillazioni, del fatto che gli basta fare un giretto per l’Urbe per tornare a casa diverso da come ne era uscito, del fatto che una gitarella in barca gli mette sottosopra non solo lo stomaco ma anche i punti cardinali della sua dottrina, del fatto che la modestia del suo vestiario e del suo equipaggiamento nelle camminate in campagna non riesca a imporsi, nell’animo suo, com’egli vorrebbe, in tutta la sua etica magnificenza, allo splendore palpabile di cavalli e schiavi di un trionfante convoglio?

Pensare sempre alla morte voleva dire averne costantemente coscienza, fino a divenire una seconda natura, un completamento e un perfezionamento della vita. Voleva dire saper vivere davvero il presente. Significava svalutare, se isolato in se stesso, il momento della morte, sottrarsi all’ansia di prevenirla, e all’ansia di sapere, col manualino in mano, come affrontarla nel giorno fatidico. E se l’Imperscrutabile Provvidenza Divina volesse che ad una grande anima capitasse di morire piuttosto ingloriosamente cadendo dalle scale, dovremmo chiamarla un’ingiustizia e una burla dell’Onnipotente?  E non è piuttosto una sorta di infantile carnalità che ci porta ad attribuire tanta importanza alla liturgia esteriore degli ultimi momenti? La préméditation affronta l’aspetto spirituale della morte. La nonchalance, la diversion, l’insouciance, insomma il n’y pas penser, affrontano l’aspetto naturale della morte. Sono l’una la conseguenza dell’altra. Nel trentanovesimo anno d’età, quando Montaigne scrisse il capitolo XX del I Libro, quello della préméditation, egli considera quante persone sue coetanee siano già morte; quanti siano gli incidenti nei quali possiamo stupidamente morire e di come la realtà e la cronaca ce ne offrano innumerevoli esempi; di come la sua natura sognatrice, non malinconica, anche in un’occasione  sfrenata della sua vita, fra le donne e i giochi, lo portasse a isolarsi e pensare ad un “tale che era stato colto nei giorni precedenti da forte febbre e dalla morte, mentre usciva da una festa come quella”; di come, ad ogni piccolo, banalissimo accidente, gli ritorni in mente la fragilità della natura umana. E citando Orazio:

“In quante maniere può venire la morte? ‘Quid quisque vitet, numquam homini satis cautus est in horas’ [Stare lontano da qualunque evento, guardarsene, ogni attimo, non basta (Orazio, Odi, Libro II, 13)] […] Quel che capita una volta sola non può essere doloroso. Che motivo c’è di temere per tanto tempo cosa di sì breve durata? Il vivere a lungo o il vivere poco tempo sono resi una cosa sola dalla morte.” (Libro I, Capitolo XX, Filosofare è imparare a morire)

E nel capitolo precedente:

“Ma in quell’ultima parte della morte e di noi, non c’è più da fingere; bisogna parlare francese, bisogna mostrare che cosa c’è di buono e di limpido nel fondo della pentola, […] E’ il giorno supremo, è il giorno giudice di tutti gli altri: è il giorno, dice un antico, che deve giudicare di tutti i miei anni trascorsi. Io rimetto alla morte la prova del frutto dei miei studi. Là vedremo se i miei ragionamenti mi partono dalla bocca o dal cuore.”  (Libro I, Capitolo XIX, Bisogna giudicare della nostra felicità solo dopo la morte)

Non mancando di notare, qualche riga più sotto, con la solita autoironia, l’autoironia di chi mette in guardia contro le apparenze dei fatti e delle parole:

“… al tempo mio le tre persone più esecrabili e più infami che abbia conosciuto per l’assoluto abominio della loro vita, hanno avuto morti tranquille e in ogni caso composte fino alla perfezione…”

Questo il giovane e in salute Montaigne. Mentre il vecchio e malato Montaigne che ti scrive, nel penultimo dei suoi Saggi?

“A che serve a noi quella curiosità di prevenire tutti gli inconvenienti dell’umana natura, e di prepararci con tanta fatica contro quelli stessi che non ci devono in alcun modo per avventura riguardare? […] Ci turbiamo la vita con la preoccupazione della morte, e la morte con la preoccupazione della vita. L’una ci infastidisce, l’altra ci spaventa. Non è contro la morte che ci prepariamo; è cosa troppo momentanea. Un quarto d’ora di passione senza conseguenza, senza danno, non merita regole particolari. A dire vero, noi ci prepariamo contro i preparativi della morte. La filosofia ci prescrive di avere la morte sempre davanti agli occhi, di prevederla e considerarla in precedenza, e ci dà poi le regole e le precauzioni per provvedere affinché questa preveggenza e questo pensiero non ci ferisca. […] Se non abbiamo saputo vivere, è ingiusto insegnarci a morire e di rendere la fine difforme dal tutto. Se abbiamo saputo vivere con fermezza e tranquillità, sapremo morire con fermezza e tranquillità.” (Libro III, capitolo XII, Della fisionomia)

Così come a ben guardare uno conseguenza dell’altra sono in Montaigne lo scetticismo e la fede. Un apparente scetticismo, un’invincibile ostilità allo spirito di fazione, una freddezza apparentemente apatica da sognatore, l’incapacità ad infiammarsi improvvisamente per questa o quella causa, una certa lentezza a mettersi in  moto, sono attitudini tipiche di chi cerca veramente la verità e di chi ha profonde convinzioni morali, anche quando non ancora maturate o sboccate in una professione di fede. Non è tutto questo nobilmente umano? Laddove un’efficienza pronta ma di corto respiro sembra piuttosto un tributo alla sola animalità? E anche nel caso di una fede religiosa, non è proprio il fatto che quanto più si cementa la saldezza di pochi principi, tanto più l’animo ha la forza per aprire gli occhi sull’indefinitezza e sul disperante relativismo delle cose solo di questo mondo? Non è anche questa umiltà dello spirito? E’ vero che io ritengo Montaigne cristiano. Perché non ritengo che cristiano voglia dire gridare “Signore! Signore!” da mane a sera. Né fare della Croce e di lacerate carni l’estetismo sfatto di un cattolicesimo ubriaco di slanci e punti esclamativi, che è la versione subalpina o oltre-renana, e altrettanto poco digeribile, delle nebbie nibelungiche germaniche.

Detesto l’eretico Pascal. E il suo ascetismo esibizionistico. Aveva proprio torto, eccome. E’ un sapientuccio falsamente umile. Tutto in lui sa di primo della classe. Con pretese di martirio. Con Montaigne è andato a sbattere la testa contro un colosso. Ne è attratto, perché la verità esercita un suo potente fascino, ma gli manca l’innocenza di Montaigne e la sua indipendenza e la sua nobiltà d’animo; e questo Blaise lo sente d’istinto, profondamente: di qui la sua piccineria animosa. Ben documentata da questo miserabile, davvero poco cristiananamente coraggioso e leale,  autoelogio per procura, nel quale si legge:

“Quanto a Montaigne, – del quale volete egualmente che vi parli, – egli, essendo nato in uno Stato cristiano, si professa cattolico; e in ciò nulla ha di speciale. Ma, siccome ha cercato quale morale la ragione dovrebbe dettare senza la luce della fede, ha assunto i propri principî conforme a quest’ipotesi; e cosí, considerando l’uomo come privo di qualsiasi rivelazione, ecco come discorre. Egli sottopone tutte le cose a un dubbio universale e talmente generale che questo dubbio si volge contro di sé, cioè se dubiti, e, dubitando persino di quest’ultima supposizione, la sua incertezza si avvolge su se stessa in un circolo perpetuo e senza sosta: opponendosi in egual modo a quanti affermano che tutto è incerto e a quanti affermano che non tutto è tale, perché egli non vuol affermare nulla. In questo dubbio di sé e in questa ignoranza che si ignora, e ch’egli chiama la sua “forma dominante”, sta l’essenza del suo pensiero, che non ha potuto esprimere mediante nessun termine positivo. Infatti, se afferma di dubitare, si tradisce affermando almeno questo: che dubita; e, siccome questo è formalmente contrario alla sua intenzione, egli non ha potuto spiegarsi se non in forma interrogativa. Dimodoché, non volendo dire: “Non so”, dice: “Che cosa so?”, e ne fa il suo motto, mettendolo sotto bilance che, pesando i contraddittorî, si trovano in perfetto equilibrio: ossia, è un puro pirroniano. Sopra questi principî vertono tutti i suoi discorsi e tutti i suoi Saggi; ed è la sola cosa che pretenda di stabilire fermamente, sebbene non ne manifesti sempre l’intenzione. Egli vi distrugge a poco a poco tutto quel che tra gli uomini passa per maggiormente certo: non per stabilire l’opposto con certezza, – solo di questa è nemico, – bensí per far vedere solamente che, essendo eguali le apparenze da una parte e dall’altra, non si sa su che cosa assidere la propria credenza.”

E’ ben strano che si possa definire scettico, e di uno scetticismo universale e distruttivo, un uomo che scrive – caro Zamax, non attaccarti alla lettera! –  (Libro II, capitolo XXXII, Difesa di Seneca e Plutarco): “La familiarità con questi personaggi qui, e l’assistenza che essi fanno alla mia vecchiaia e al mio libro costruito interamente con le loro spoglie, mi costringe a sposare la loro causa” Seneca e Plutarco scettici? O vogliamo definire scettico un uomo la cui fede non ha bisogno di ripetere, come in una nenia enfatica, il nome di Dio invano, esercizio tipico di chi in fondo non crede? Ma non era stato lo stesso confuso Pascal a scrivere, copiando straccamente, tristemente, Montaigne, come gli capita spessissimo:

“… essa [la nostra condizione] ci rende incapaci sia di conoscere con piena certezza come d’ignorare in maniera assoluta. Noi vaghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiare e di fissarci vacilla e ci lascia; e , se lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. E’ questo lo stato che ci è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un’ultima base sicura per edificarci una torre che s’innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento scricchiola e la terra si apre sino agli abissi. Non cerchiamo, dunque, né sicurezza, né stabilità. La nostra ragione è sempre delusa dalla mutevolezza delle apparenze; nulla può fissare il finito tra due infiniti che lo racchiudono e lo fuggono.” (Pensieri, 230) ?

La teatrale e jusqu’au-boutiste conversione di Pascal è figlia dell’orgoglio e del panico di fronte al nulla dell’esistenza. La fede di Pascal non comunica gioia. E’ la sua incredulità, o meglio la sua indocilità alla fede, a spingerlo ad una concezione totalitaria della Grazia, comune a quasi tutte le eresie, che riduce l’uomo ad un manichino di Dio e il libero arbitrio al suo simulacro. E senza un vero libero arbitrio, la Fede è divisa dalla Carità, tanto quanto Dio è diviso da Gesù Cristo. Nella polemica sulla Grazia tra Giansenisti e quei manigoldi di Gesuiti erano questi ultimi ad avere completamente ragione. Vuol far sapere al popolo tutto che Lui è un Eletto. Un grande Eletto. Il suo settario ascetismo è figlio della carne: è una tutta mondana, visibile rinuncia al Mondo. E’ la sua incredulità che lo spinge a sciogliere ogni relazione tra Fede e Ragione, a vedere una distanza incommensurabile e senza speranza tra Dio e l’uomo. Ma la risposta della Rivelazione non invalida i frutti della Ragione, né quella prima di Cristo, né quella dopo di Cristo: la completa. Per il Cristianesimo tutti siamo figli di Dio: vuol dire che tutti abbiamo la Fede. Perché, com’è scritto nel Vangelo, ad ogni servo il padrone ha dato almeno un talento od una mina: sta a noi fare di questa Fede una Fede viva. Che diventi Speranza e Carità. E questo accade anche in chi, non conoscendo il Cristianesimo o conoscendolo male, fa lo stesso la volontà del Signore. Chi non crede, invece, seppellisce il proprio talento, la propria Fede. Chi ama crede.

E se siamo Figli di Dio, veramente Figli di Dio, come possiamo non essere, a sua immagine e somiglianza, veramente liberi, eh, Blaise?

Il paradosso cristiano

Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio, e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. (Giovanni, 8, 1-11)

In questo famoso episodio evangelico vediamo gli scribi e i farisei – il ramo secco della fede – tendere una trappola a Gesù: se egli avesse raccomandato il rispetto della Legge Mosaica, la sua fama di bontà e longanimità fra i seguaci sarebbe stata scossa; se al contrario avesse comandato di lasciare andare libera l’adultera avrebbe bestemmiato la stessa Legge. Ma Gesù non risponde con la parola. Fa un gesto misterioso: si china e si mette a scrivere per terra. In verità già questo è un gesto dimostrativo ed una risposta; ma che non viene compreso. Significa:

Di quale Legge parlate? La Legge di cui parlate è quella che Dio, nel suo intervento straordinario, abbassandosi come ho fatto io,  ha ordinato a Mosè di mettere in pratica tra la vostra gente, come sta scritto: “In quel tempo mi ha ordinato di insegnarvi prescrizioni e decreti perché li pratichiate nella terra dove state per passare a prenderne possesso” (Deuteronomio, 4, 14). Ma questa Legge è scritta sulla terra perché è fatta per la terra. E come per le cose scritte sulla terra, ecco, viene la tempesta e le porta via. Ricordate invece, piuttosto, che Dio vi ha dato anche un’altra legge, una Legge di Vita, come sta scritto: “Vi ha rivelato la sua alleanza, ordinandovi di praticarla: le dieci parole, e le ha scritte su due tavole di pietra (Deuteronomio, 4,13).  E come per le cose scritte, cioè incise, sulla pietra, ecco, viene la tempesta e non le porta via.

Ma essi non capiscono, e insistono nell’interrogarlo. Allora Gesù alza la testa e dice “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. Che significa:

Voi avete chiuso il vostro cuore alle parole di vita eterna, come sta scritto: “Non odiare il fratello nel tuo cuore; correggi francamente il tuo compatriota e non gravarti di un peccato a causa sua. Non vendicarti e non serbare rancore ai figli del tuo popolo. Ama il prossimo come te stesso. Io sono il Signore.” (Levitico, 19, 17-18,) e come già io stesso vi ho detto: “Amerai il Signore Dio Tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Matteo, 22, 37-40). E avete al contrario pervertito la gerarchia delle due leggi, volendo incidere sulla pietra, eternandolo, quello che sta scritto sulla terra e che è fatto per cambiare e perché sia temperato dalla misericordia. Ma io non vi dico che la Legge che Mosè vi ha data è sbagliata. Sta a voi cambiarla e usare misericordia, oppure applicarla, senza pietà. Avanti dunque, chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. Oppure, volete cambiarla questa Legge che, vedete, scrivo di nuovo sulla terra, e che domani non si vedrà più?

Quando poi Gesù dice alla donna: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” ribadisce due concetti che stanno alla base della civiltà cristiana. L’espressione non condannare (che è un altro modo di dire non giudicare) va intesa in senso biblico e significa che nessuno può sostituirsi, sulla terra, al giudizio finale di Dio. E quindi è una condanna dell’idolatria della Legge Mosaica, nella quale erano caduti gli scribi e i farisei. Significa, per usare un linguaggio moderno, rimettere il diritto positivo al suo posto, marcare la sua natura terrena e cangiante, ed è un invito alla sua continua rimodellazione, che diventa un obbligo morale di misericordia, quando la società sia in grado di assorbire quelle che in concreto diventano delle depenalizzazioni. Nel contempo però Gesù, con quel “non peccare più” ribadisce il valore supremo della Legge Morale, e quindi l’esistenza di un diritto naturale. Come ho già scritto altre volte, questo elastico rapporto tra la Legge Morale e la Legge Positiva definisce il campo delle libertà civili dell’Occidente. Fenomenologicamente esse si ampliano sempre con un primo impulso di trasgressione, in cui la libertà si accompagna alla negazione della Legge Morale e quindi di un diritto naturale; ma lo spirito di autoconservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva: non si torna indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà civile, ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre perseguitati.

La donna Cananea

 OVVERO L’ABOLIZIONE DEL PREGIUDIZIO ETNICO

Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio!” Ma egli non le rivolse neppure la parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro!” “Ma egli rispose: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Ma quella si avvicinò e si prostrò davanti a lui dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cani”. “E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cani si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita. (Matteo 15, 21-28,)

Sentendo le implorazioni della donna Cananea, Gesù decide di mettere tutti, la donna, gli apostoli e il popolo, alla prova. Con la sua ostentata, inusuale e disumana freddezza attira su di sé una muta attenzione. Gli sguardi di tutti sono di lui. Gli apostoli, obbedendo ad un moto del proprio cuore, supplicano – pregano – Gesù di ascoltare le preghiere della donna. Gesù allora, gettando uno sguardo all’intorno e  interrogando la folla cogli occhi, pronuncia con calcolata lentezza e nettezza queste parole: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Gli apostoli e il popolo presi nel laccio della propria contraddizione, nel laccio delle loro stesse parole, quelle della tradizione legalistica farisaica, ammutoliscono. La donna in cuor suo spera. Gli si avvicina, si prostra davanti a lui e dice: “Signore, aiutami!”. In una sospesa atmosfera che vede al centro della scena il Maestro e la donna in ginocchio nel cerchio muto della folla, Gesù, con una spietatezza che inchioda le sue parole alla coscienza degli astanti, ne pronuncia di ancor più dure e nette: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cani”. Gesù non guarda la donna; guarda la folla: che devo fare, signori, con questa cagna? La donna, mossa dallo spirito di una speranza indomabile e incontrollabile, rivolge le sue ultime parole a Gesù: “E’ vero, Signore, ma anche i cani si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Solo adesso, per la prima volta, Gesù abbassa lo sguardo verso il viso della donna con un sorriso complice e commosso e dice: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. Gli apostoli sono sollevati ma disorientati. Il popolo ammirato ma scosso. Se Gesù ha ascoltato le preghiere della donna Cananea, qual è quindi, qual è d’ora in poi il popolo d’Israele, il popolo destinato alla salvezza?

In verità non c’è una vera abolizione del pregiudizio etnico, perché non c’è mai stato: ora abbiamo l’ufficializzazione data da chi ne ha l’autorità di una verità che in nuce era già nell’Antico Testamento, come ho spiegato nel pistolotto chiamato Il Laico Dio, part One & Two.

Il laico Dio 2: il vecchio e il nuovo

Nell’Antico Testamento la circoncisione, il divieto di nutrirsi di cibi impuri, i sacrifici di animali sono fra i segni dell’Alleanza con Dio. Sono segni d’imperfezione e di rinuncia che saranno aboliti con la venuta di Cristo, fenomeni comuni anche fuori dell’Ebraismo e che rispondono ad un oscuro senso di colpa, generato dalla consapevolezza di quel sentimento di sofferenza e angoscia, quella coscienza di essere fuori-posto, che accompagna l’uomo dalla nascita: per così dire la sua innaturale condizione naturale, la radiazione di fondo del suo universo psichico. Perché anche nella gioia più vera e serena l’uomo sente di vivere un momento interlocutorio, sente che qualcosa gli manca: la compiutezza di tale felicità. Per il Cristianesimo l’insoddisfazione bene intesa è segno di santità; non è un segno d’egoismo; e l’immortalità è la giusta ambizione dell’uomo; cosicché ogni vera felicità è in effetti una promessa di felicità, una conferma alle nostre speranze. Da questa condizione, da questo sentimento di sofferenza che è alla base di tutte le nostre conoscenze, nostro educatore, ci sono due modi di sfuggire: verso l’alto o verso il basso. Verso l’alto si accetta questa sofferenza esistenziale, questa nota grave e continua distinta dalle altre normali sofferenze, piccole e grandi, della vita, in vista di un fine più alto.  Verso il basso la si sfugge, come liberandosi di un peso, rinunciando alla speranza.  Questa rinuncia, una droga potente che amplifica false qualità di pazienza e concentrazione, è la bestemmia contro lo Spirito Santo del Vangelo. Perché come la Fede sta al Padre, e la Carità sta al Figlio, così la Speranza sta allo Spirito Santo.

Perciò io vi dico: qualunque e peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. Chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.” (Matteo 12,31)

Chi rinuncia alla speranza nasconde sotto terra il proprio talento (Matteo 25, 14-30), o ripone la mina nel fazzoletto (Luca 19,11-26): se il peccato in genere è frutto della fragilità dell’uomo, e il parlar male di Dio o di Gesù può essere frutto di errore in buona fede – anche vita natural durante – , con la rinuncia alla ricerca del bene e alla speranza è l’uomo che attivamente si allontana da Dio.

Se uno vede il suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi e Dio gli darà la vita come a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte. Ma vi sono peccati che conducono alla morte; per questi dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato; ma vi è peccato che non conduce alla morte. (Giovanni, Prima Lettera)

Ora bisogna dire che la Legge Mosaica, intesa come quell’insieme di ordini e prescrizioni dati da Dio nel suo intervento straordinario in effetti si divide in due Leggi. Una Legge di Vita, i Dieci Comandamenti, che sarà chiarita e completata da Gesù.  Che spiegherà, condensandola:

“Amerai il Signore Dio Tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Matteo, 22, 37-40)

“Il primo è: ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il signore Dio Tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi” (Marco, 12, 29-31)

Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella legge? Che cosa vi leggi?” Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. (Luca 10,26-28,)

Detto che Gesù in queste espressioni usa delle citazioni dell’Antico Testamento (Deuteronomio 6,5; Levitico 19,18,) bisogna notare che più volte  il testo biblico indica Dio stesso come autore materiale del Decalogo sulle due tavole di pietra:

Queste parole disse il Signore a tutta la vostra assemblea sul monte, in mezzo al fuoco, alle nubi e ai nembi: voce grande! Non aggiunse altro; le scrisse su due tavole di pietra e le diede a me. (Deuteronomio, 5, 22)

Vi ha rivelato la sua Alleanza, ordinandovi di praticarla: le dieci parole, e le ha scritte su due tavole di pietra. (Deuteronomio, 4, 13)

In quel tempo il Signore mi disse: “Taglia due tavole di pietra e sali da me sul monte; costruisci anche un’arca di legno. Scriverò sulle tavole le parole che si trovavano sulle prime tavole che tu hai spezzato e tu le metterai nell’arca.” […] Il Signore scrisse sulle tavole com’era scritto prima, le dieci parole che vi aveva detto sul monte, in mezzo al fuoco, nel giorno dell’assemblea, e me le consegnò. (Deuteronomio, 10, 1-4)

“… il Signore mi aveva dato le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali erano tutte le parole che il signore vi aveva detto sul monte, in mezzo al fuoco, nel giorno dell’assemblea.” (Deuteronomio, 9, 10)

 Di questa Legge Gesù dirà ancora:

“Non crediate che io sia venuto ad abrogare la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non uno jota, non un apice cadrà dalla Legge, prima che tutto accada. Chi dunque scioglierà uno di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli; chi invece li metterà in pratica e insegnerà a fare lo stesso sarà considerato grande nel regno dei cieli. Vi dico infatti che, se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Matteo, 5, 17-20)

Allora lo scriba gli disse: “Hai detto bene Maestro, e secondo verità che egli è l’unico e non v’è altri all’infuori di lui.; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente  e con tutta la forza e amare il prossimo come te stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Marco, 12, 33-33)

La seconda legge degli scribi e dei farisei è quella che regola dettagliamente la vita del popolo terreno d’Israele: non, ovviamente, una legge sbagliata, ma una Legge insufficiente, non una Legge di Vita, che Dio elenca a Mosè dopo l’enunciazione del Decalogo.

Queste sono leggi che esporrai davanti a loro. (Esodo, 21, 1)

In quel tempo mi ha ordinato di insegnarvi prescrizioni e decreti perché li pratichiate nella terra dove state per passare a prenderne possesso. (Deuteronomio, 4, 14)

E nell’episodio evangelico già citato è significativo che Gesù attribuisca a Mosè una legge che è pur uscita dalla bocca di Dio:

Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore, Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così”

E questa non fu scritta dal dito di Dio sulle tavole di pietra ma solo dettata a Mosè.

 Mosè scrisse questa legge e l’affidò ai sacerdoti, figli di Levi, che portavano l’arca dell’Allenza del Signore, e a tutti gli anziani d’Israele. (Deuteronomio, 31, 9)

Quando Mosè ebbe finito di scrivere su un libro tutte le parole di questa legge, ordinò ai leviti … (Deuteronomio, 31, 24)

Questa legge già positiva, che con l’affermarsi della civiltà greco-romana, poteva apparire barbara e spietata, aveva però dei punti fermi che mancavano altrove: la condanna in ogni caso dell’incesto, il divieto in ogni caso di sacrifici umani, il divieto in ogni caso della poligamia, la condanna in ogni caso dell’idolatria, il divieto esplicito della prostituzione sacra.

Con la venuta di Cristo, nella maturità dei tempi, i tempi della filosofia greca e dell’universalismo statuale romano, siamo liberati dalla schiavitù del peccato e dalla Legge Mosaica. Non siamo più figli adottivi, ma figli veri in quanto santificati dalla fratellanza col Figlio di Dio: non ci è più richiesta la circoncisione,  né la rinuncia a qualche cibo particolare, segni di vergogna che accompagnavano come un’ombra il piacere; e i sacrifici ripetuti periodicamente di animali sono stati aboliti dal sacrificio fatto una volta per tutte dell’Agnello di Dio. E la Promessa fatta ad un popolo si è estesa ad ogni popolo. E al vecchio popolo d’Israele che aspettava il Messia si è sostituito un nuovo popolo d’Israele che aspetta la fine del mondo, nel quale ogni singolo uomo è partecipe di un’Adunanza Universale, Katholike Ecclesia. Mentre la seconda parte della Legge, quella mortale e positiva,  è lasciata alla raggiunta maturità degli uomini.

Con la venuta di Gesù ogni idolo è distrutto.  Nessuna cosa terrena si potrà più sposare all’assoluto. Deassolutizzato il concetto di famiglia, di clan, di tribù, nazione l’uomo è spiritualmente libero e posto di fronte al suo destino ultraterreno con la forza della testimonianza di Cristo. E questo mondo è posto per sempre sotto il regime di una legge transitoria. Tutto ciò ovviamente è in perfetta armonia con le Leggi di Natura, scritte nel cuore dell’Uomo, indagate da sempre in ogni angolo della terra, ma solo la forza dell’avallo esplicito del Dio cristiano poteva porle per sempre alla base della nostra civiltà. Questa è la dinamica nascosta della civilità occidentale, in perpetua evoluzione e aggiornamento nonostanze le ricadute millenaristiche. Frutti maturi di questo processo,  anche il Rinascimento e l’Illuminismo ad esempio hanno una loro carica millenaristica, che con l’emancipazione dell’uomo da Dio  in realtà tenta di uscire da questo regime transitorio e fondare il Regno di Dio su questa terra, cosicché l’esplosione libertaria si risolve collassando nel dispostismo e nel totalitarismo; ma la civiltà cristiana tuttavia alla lunga progredisce, poggiando sui suoi dogmi teleologici, ed esprimendo tutto il suo relativismo nelle cose di questo mondo. O come altri hanno già detto con altre parole:

Il progresso e il cambiamento – purché siano vissuti come necessità e non come volontà positive da idolatrare – sono perciò alle fondamenta dell’odierna società occidentale, anche nelle sue epifanie atee e postumane – giacché il pesce può ribellarsi al corso del fiume, ma rimane sempre nelle sue acque.
Ecco perché il costume occidentale è sorretto dalla morale cristiana anche quando esibisce lascivia e decadenza: noi uomini non pretendiamo di sbirciare furtivamente il disegno della Provvidenza e di imporlo agli altri, il Dio degli ebrei e dei cristiani rispetta la nostra libertà e non agisce direttamente nella Storia.

Il laico Dio 1: premessa

Il nostro concetto di religione è mutuato dal carattere rivoluzionario del Cristianesimo, quello di religione rivelata frutto dell’intervento diretto di Dio. In verità esiste una sola religione rivelata: per il cristiano, l’Ebraismo è il prologo, il Cristianesimo il completamento, l’Islamismo la deviazione. Se non ci fosse stato Cristo, non solo non avremmo avuto il monoteismo distorto,  spietato, disumano – Fede senza Carità, il Padre senza il Figlio –  di Maometto, ma forse Stoicismo e Epicureismo, come Buddismo e Confucianesimo, sarebbero in qualche misura ancora al giorno d’oggi delle filosofie-religioni. Degnissime, umane e utili indagini non necessariamente in contrasto con la verità, ma indagini, mentre il Cristianesimo è una risposta, la buona novella. Per il Cristianesimo la radice della Libertà (in senso assoluto) si incontra nel nostro essere figli di Dio (prima anche dei nostri genitori naturali), cioè di qualcosa più grande di qualsiasi altra cosa nella terra. Da questo deriva, nei riguardi del mondo, il sentimento della propria individualità e libertà; nei riguardi di Dio, il sentimento dell’ubbidienza. Come già disse Seneca: libertà è ubbidire a Dio.

La laicità è la forma cristiana della società. Avendo il Dio cristiano avocato esplicitamente e irrevocabilmente a sé il giudizio finale, egli ha con ciò ingiunto agli uomini una tregua nella quale nessuno gli si potrà sostituire. Né una nazione, né un popolo, né una razza, né un uomo. Né nelle vesti della Religione, né in quelle della Ragione. Questo è il significato evangelico del “Non giudicare!” Dio è stato il primo relativista e il suo relativismo è stato fecondo: egli ha distinto il diritto degli uomini da quello di Dio, quello imperfetto da quello perfetto,  quello temporaneo da quello eterno, la legge positiva da quella morale, la terra dal Regno di Dio.  Tuttavia il primo non può sottrarsi al cono d’ombra del secondo, perché rimarrebbe privo di radici e diventerebbe un diritto di morte. Il relativismo degli uomini conduce fuori da questo cono d’ombra vivificatore. Tanto il relativismo di Dio è sapienza, tanto quello degli uomini è follia. Ne deriva che il diritto positivo è frutto della misericordia e della sapienza di Dio che, conoscendo la nostra imperfezione, stabilisce un grado inferiore di giustizia. Perciò la legge di Dio, giustamente, non cambia mai. La legge degli uomini, giustamente, e in accordo col disegno di un Dio misericordioso cambia in continuazione: nel senso della tolleranza, non del riconoscimento legale dell’immoralità o non-moralità.

Il Decalogo, il tanto incompreso Decalogo,  non doveva cambiare. La legge Mosaica, sulla quale incancrenirono i Farisei, doveva cambiare. Fin dall’Antico Testamento, al contrario di quanto comunemente si pensa, furono gettati i semi della distinzione tra legge positiva e legge morale. Nel testo biblico alla distinzione tra Gerusalemme terrena (la terra promessa di Canaan)  e Gerusalemme celeste corrispondono una legge positiva, la legge propriamente Mosaica e una legge morale, i Dieci Comandamenti. Queste due ultime sono spesso in contraddizione tra loro come  l’insegnamento di Gesù più volte  mette in evidenza.  Ad esempio (Matteo 19) a chi gli chiede: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?” Gesù risponde: “Per la durezza del vostro cuore  Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli…” Che è come dire: la legge teneva conto della vostra natura imperfetta, ve lo permetteva, ma voi avete fatto male a farlo. Questa logica binaria veterotestamentaria,  è simbolicamente dimostrata dal fatto che Dio non permise a Mosè, dopo aver guidato per tanti anni il suo popolo,  di mettere piede nella terra promessa di Canaan, quella terra – ricordiamolo – sulla quale pesava la maledizione di Noè:

Sia maledetto Canaan! Sia schiavo infimo dei fratelli suoi. […] Benedetto sia il Signore, Dio di Sem! Ma sia Canaan suo schiavo! Dio dilati Iafet e dimori nelle tende di Sem! Ma sia Canaan suo schiavo!

Se Mosè avesse messo il piede in Canaan ciò avrebbe significato l’adempimento della Promessa. Mosè è figura di Cristo: come a Mosè non fu permesso di entrare in Canaan e morì aprendoci la porta ad una speranza più grande, ad un’altra più grande Promessa, similmente Gesù non volle essere Re d’Israele su questa terra ma morì per attendere al suo posto di Re d’Israele – il popolo salvato – nella casa celeste. Maometto cedette alla logica del potere e volle farsi Re: la parola di Dio, espressione di un confuso monoteismo d’importazione, divenne la parola di Maometto, e la parola di Maometto divenne la Legge, con ciò condannando la religione islamica alla schiavitù del tempo e quindi, a tempo debito  ma certissimamente, alla morte,  e per contro la società islamica ad una religiosa mummificazione.

Con questa distinzione già veterotestamentaria  l’uomo acquista interiorità. Sarà chiarita e completata da Gesù. Sarà alla base della civiltà occidentale. Troverà terreno fertile nel  mondo greco-romano, dove il processo di emancipazione individuale era più progredito, parallelo a quello di gerarchizzazione degli Dei, evidente già nell’Odissea, e infine quasi monoteismo (Seneca parla, si può dire, solo di “Dio”), ma dove essa non poteva essere presente in quanto solo il carattere rivoluzionario di religione rivelata, frutto dell’intervento diretto di Dio, e quindi non filosofia, la rende concepibile. Nella visione cristiana, il Logos da solo non sbagliava, ma aveva i suoi limiti, e in un certo senso attendeva una risposta alle sue indagini e speranze.  Il Cristianesimo non è stato modificato nella sua essenza dal contatto col mondo greco-romano. Una religione rivelata non può modificarsi nella sua essenza, ma può trovare un ambiente adatto dove svilupparsi. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura.  Senza quelli in cosa si differenzierebbe da una associazione o un ente? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia.

Invece quanto più una società è sanamente libera, ovvero quanto più le sue solide fondamenta  progressivamente si irrobustiscono permettendo agli individui di ampliare il ventaglio dei loro comportamenti pubblici e privati,  tanto più, mantenendo però  l’autocontrollo,  secerne quei veleni (come il libertinismo) ai quali essa è ormai mitridatizzata. La tolleranza è figlia  di questo processo di maturazione  in cui le brusche accelerazioni hanno solo effetti controproducenti.  La legge positiva ne viene modificata, senza che  questo  significhi sanzionare favorevolmente da un punto di vista morale  tutto ciò che entra nel campo del lecito, come vorrebbe il laicismo estremo che contraddice e mina alla base il principio di distinzione tra Stato e Religione nel momento stesso in cui lo invoca. Non si può recidere quel vitale cordone ombelicale che  lega legge positiva e morale e si allunga progressivamente a perimetrare il sempre più vasto campo delle nostre libertà civili; che  non si restringe solamente se l’etica s’identifica nella legge, ma anche se all’opposto la legge diventa il presupposto dell’etica. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Un diritto positivo an-etico o a-morale – neutro – è solo una una comoda chimera teorica che risolve la questione nel cerchio chiuso e perfetto della logica del discorso (se ci accontentiamo dell’inevitabile esito tautologico) non nella realtà. E’ un’astrazione che nella realtà genera un processo disgregativo al quale alla fine una società sfinita non saprà che contrapporre un puro e quasi bestiale istinto di autoconservazione che attribuirà ad una tirannica legge positiva anche il ruolo di supremo arbitraggio etico, come in un corto circuito:

Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi.

Emanciparsi da Dio e dalla morale è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Nel passato la fine della lunga stagione medievale ha visto con l’Umanesimo  il trionfo del diritto romano (versione giustinianea) – diritto di servitù, lo chiama Alexis de Tocqueville – che servì da base giuridica alla nascita degli stati nazionali centralizzati e in, Italia, alle signorie; mentre l’Illuminismo partorì il primo stato totalitario moderno con la rivoluzione francese. Le idee umanistiche ebbero come sfondo le libertà comunali italiane e le idee illuministiche le libertà inglesi. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.