Articoli Giornalettismo, Italia

Processo al Lombardo-Veneto

Esistono le liste civetta ed esistono pure gli arresti civetta. Come quello del sindaco democratico di Venezia Orsoni. Su di lui calerà ben presto il silenzio. Gli arresti di questi giorni per il caso Mose sono solo il preludio del grande processo retroattivo al potere berlusconiano-leghista in Veneto. In Lombardia il processo mediatico-giudiziario al «sistema Formigoni» è stato seguito dal caso Expo; in Veneto il caso Mose farà da prologo al processo mediatico-giudiziario al «sistema Galan».

Anche il ciclone di Mani Pulite nel 1992 investì prima la Lombardia e subito dopo il Veneto. Molto meno il resto d’Italia, soprattutto quell’Italia in cui il sistema economico-politico era (ed è) così oliato, così osmotico, così organico e per così dire così istituzionale da perdere qualsiasi caratterizzazione criminale. Il Lombardo-Veneto era invece una roccaforte di quel potere democristiano, già indebolito dalla fronda destrorsa leghista, che più di altre sue versioni bisognava consegnare alla damnatio memoriae in quanto meno sensibile ai dogmi laico-progressisti dell’Italia «nata dalla Resistenza» e «fondata» sovieticamente «sul lavoro». Tanto che un importante leader veneto della DC, Antonio Bisaglia, giunse ad abbozzare il progetto di una «DC bavarese» e in un’intervista del 1982 disse: «il Veneto sarebbe maturo per uno Stato federalista, ma questo Stato, centralista e burocratico, alla mia regione l’autonomia non la concederà mai». Non fu un caso se nel 1992 nelle terre della Serenissima in qualità di commissario della DC veneta fu spedita un’esaltata toscana come Rosy Bindi: al solo scopo di liquidarla, come si capì ben presto.

Il Lombardo-Veneto (quindici milioni di abitanti, senza il Friuli-Venezia Giulia) rappresenta un quarto del paese dal punto di vista demografico e assai di più dal punto di vista economico. Questo pezzo d’Italia cronicamente creditore, coi conti a posto, con un sistema sanitario efficiente e in equilibrio, dove perfino la raccolta differenziata funziona da lustri, dove anche recentemente una grande opera come il passante di Mestre è stata portata a termine con successo, sarebbe per una singolarissima coincidenza l’Italia del malaffare, cioè quella parte d’Italia che trascina con sé il resto del paese nel baratro. E’ una barzelletta.

La storia vera è un’altra. Esiste una Vulgata che ha diviso l’Italia nel paese degli onesti e in quello dei disonesti, nell’Italia Migliore e nell’Italia Peggiore. L’intervento dei magistrati arriva buon ultimo a «consacrare» definitivamente con le sentenze un falso storico che è frutto di un lavoro culturale velenoso, antidemocratico e illiberale, che dura dalla fine della seconda guerra mondiale. Alla prima vera prova, Renzi si è subito piegato a quella retorica farisaica della «questione morale» che finora, com’era ovvio fin da principio, non ha risolto un bel nulla e non ha fatto altro che ingrossare le file scalmanate dei sanculotti. Ma a vent’anni da Mani Pulite per viltà e convenienza si fa ancora finta di non capire che il vero problema è il «sistema Italia» regolarmente omologato.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements
Articoli Giornalettismo

Gli strani numeri del referendum sul Veneto indipendente

Alcune semplici considerazioni fanno capire come le cifre diffuse dai promotori del “referendum” online sull’indipendenza del Veneto pongano serissimi dubbi.

Il corpo elettorale veneto, tolti i minori e la popolazione straniera residente, è di circa 3.700.000 individui. Per votare a questo referendum, attraverso internet, col telefono o recandosi ai seggi, bisognava possedere un codice numerico personale, che avrebbe dovuto essere contenuto in una lettera spedita per posta o consegnata a domicilio a questi 3.700.000 elettori. Al sottoscritto non è arrivato nulla, pur vivendo in provincia di Treviso, fulcro dell’organizzazione indipendentista.

La stessa organizzazione non risulta né capillare né omogenea. I seggi sparsi sul territorio veneto elencati sul sito dei promotori sono circa 120, il che significa un seggio – un locale o un gazebo – ogni 30.000 elettori circa, che già non è un gran risultato. Però il 70% di questi seggi risultano dislocati nelle province di Treviso e Padova, e spesso concentrati in alcuni comuni, e non sempre i più grandi. Il resto del 30% dei seggi se lo dividono le altre 5 province: a Vicenza una ventina, a Verona ce ne sono 6, a Venezia 5, a Belluno 3, a Rovigo solo 1. Di fatto, fuori dell’area vicentina-trevigiana-padovana l’organizzazione sembra assente.

E’ plausibile che solo una parte, forse minoritaria, del corpo elettorale abbia ricevuto la lettera col codice. Ciò comporta che per moltissimi votanti sarebbe stato necessario generare il codice mediante registrazione sul sito del comitato promotore. Registrazione piuttosto laboriosa: dati personali, documento d’identità, password, e-mail di conferma. E in ogni caso anche chi aveva il codice avrebbe dovuto poi attivarlo. Qualcuno dirà che è una sciocchezza, ma nel mondo reale dei grandi numeri la gente va in crisi anche per molto meno.

Possiamo poi scalare in via prudenziale dai 3.700.000 elettori complessivi un 15% almeno di astensionisti fisiologici o patologici, più un altro 10% di elettori che non hanno accesso a internet e che non hanno ricevuto la famosa lettera, i quali ultimi per votare avrebbero dovuto recarsi ai pochi seggi (rintracciabili solo sul sito web) o chiamare un apposito numero telefonico (che però si trova solo sul sito web) per chiedere l’aiuto di un operatore (per fare cosa?), o andare a rompere le scatole a conoscenti di presunta fede indipendentista. Tolto questo 25%, il corpo elettorale si riduce a circa 2.800.000 persone.

Possiamo inoltre calcolare, sempre in via prudenziale, su questo resto di 2.800.000 persone un 40% di elettori di centrosinistra, di sinistra (compresa una parte dei grillini) e di un nocciolo duro della destra vera e propria che, ancorché non ostili per principio a forme di autonomia, sono però sicuramente ostili a progetti indipendentisti. Il che riduce l’elettorato potenziale massimo indipendentista a circa 1.700.000.

Risultato massimo che sarebbe raggiunto a patto che tutti questi elettori, indipendentisti vari, leghisti, destrorsi vari, berlusconiani, centristi, grillini secessionisti e microscopici rimasugli di sinistra votassero compatti per l’indipendenza. Molti dopo avere fatta la trafila della generazione del codice. Il che sembra molto, ma molto difficile.

Ciononostante secondo i promotori del referendum i votanti sono stati circa 2.350.000. Sono circa 400.000 voti espressi con attivazione del codice più un numero sconosciuto ma certamente poderoso di operazioni di generazione del codice per ognuno dei sei giorni del referendum. E’ vero che molti avranno votato col telefono, o con lo smartphone, ma se erano sprovvisti di codice bisognava pure che lo generassero collegandosi al sito web. Il che suggerisce che il sito, che non si è mai bloccato, avrebbe dovuto avere, presumibilmente, un numero di contatti giornalieri a sei zeri. E tuttavia sulla sezione “news” del sito gli utenti in linea in questi risultavano in media sui 200-400, anche se non è chiaro se si riferissero al sito nel suo complesso.

I sì all’indipendenza sono stati 2.100.000, ben superiori ai fatidici due milioni necessari a «proclamare l’indipendenza», e 250.000 no. I 2.200.000 voti per il sì corrispondono al 57% dell’intero corpo elettorale veneto. Anche se il confronto non è del tutto pertinente, in una normale tornata elettorale con un tasso di astensione del 20%, corrisponderebbero a circa il 70% dei votanti. Sono numeri stratosferici.

Però a Treviso in piazza a festeggiare la proclamazione d’indipendenza c’era solo qualche centinaio di persone. Fatto significativo, ma non conclusivo: la storia non ha sempre bisogno di grandi palcoscenici. Rimane sempre possibile un’altra spiegazione: che cioè, una volta ammesso il sorprendente tasso di familiarità dei veneti con le nuove tecnologie, i figli della Serenissima di tutte le tendenze politiche abbiano voluto mandare un avvertimento e gridare il loro malcontento, senza per questo sposare tutti quanti sul serio le tesi indipendentistiche. Ci crediamo? Onestamente no.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

P.S. Rispetto a quanto pubblicato su Giornalettismo ho corretto alcuni numeri. Avevo indicato in 2.450.00 il numero dei votanti, invece di 2.350.000, e in 2.200.000 il numero di Sì, invece di 2.100.000. In 60% e 75% le percentuali citate successivamente, invece di 57% e 70%. In sostanza, però, non cambia nulla.

P.S. 2 La mia prima impressione è quella delle adunate di piazza politiche e sindacali, quando gli organizzatori dicono 10 e la questura dice 1. Tuttavia quell’1, date le modalità del voto, il silenzio dei media, le deficienze inevitabili dell’organizzazione, non sarebbe stato affatto male. Anzi, sarebbe stato un risultato eccellente da spendere nella scena politica locale e anche in quella nazionale. La mia seconda impressione è perciò che gli organizzatori si siano impiccati all’idea della “proclamazione dell’Indipendenza” e all’idea di quei due milioni. La mia terza impressione è che l’abbiano fatto per l’italianissimo velleitarismo che contraddistingue la politica anche nel Veneto, fatta di particolarismo, suscettibilità, e piccole ambizioni.

Articoli Giornalettismo, Italia

Caro Luca (Zaia)

Caro Luca, permettimi innanzitutto di chiarire la ragione di questo mio tono confidenziale: sono anch’io di razza Piave, ancorché della Destra Piave, mentre tu sei della Sinistra Piave. Certo, è noto come noi di Destra Piave siamo molto più in gamba di voi, ma non è il caso di fare gli schizzinosi. Io non lo faccio, e credo apprezzerai. Ora che stai per diventare Doge di tutte le Serenissime, è bene che ascolti la parola disinteressata di un tuo compatriota. Caro Luca, è ora di smetterla con queste panzane unilaterali sui prodotti tipici, e contro gli OGM, per il rispetto stesso della nostra tradizione veneta, prima ancora che italiana. Se la nostra penisola avesse difeso l’assoluta ortodossia dei prodotti della sua agricoltura neppure il pomodoro arrivato dalle Americhe e il caffè arrivato dall’Oriente sarebbero oggi quasi universalmente associati all’idea di italianità. Neanche la pizza. Pensa: a quei disgraziati di napoletani, poveretti, sarebbero rimasti solo la Camorra, il Vesuvio, il Golfo, San Gennaro, la mozzarella e la mistica del Regno delle Due Sicilie, o quella della Magna Grecia. Non ti si stringe il cuore? Sulla novità, sulla moda del caffè, il nostro grande compatriota Carlo Goldoni scrisse pure una commedia ambientata a Venezia, “La Bottega del Caffè”; ma la scrisse in italiano, vista la globalità interregionale e internazionale del tema. E come la mettiamo coi semi di cacao portati da Cristoforo Colombo in Europa? Non avremmo neanche la Nutella! La nostra Nutella! E col baccalà alla vicentina? All’origine del più tipico fra i piatti tipici della cucina della Serenissima ci fu una delle nostre partite IVA, un padroncino che un giorno del XV secolo veleggiava bel bello con la sua barchetta – una caracca – e la sua ciurma di una settantina di uomini tra l’Atlantico e la Manica, fischiettando ignaro “La biondina in gondoeta”, quando una tempesta improvvisa sballottò e spinse il suo legno alla deriva al largo dell’Irlanda, per essere poi trascinato dalla Corrente del Golfo su nel Mare del Nord fino alle coste della Norvegia, dove il nostro antenato a bordo di una scialuppa fece naufragio con sedici superstiti sull’isola di Røst; e dove fu folgorato non solo dalle vichinghe dai capelli d’oro ma pure dallo stokkfisk che prendeva aria su delle specie di rastrelliere in legno e profumava i cortili delle casupole dei pescatori. Siccome lo sciagurato era pio, o attaccato più all’oro degli zecchini che all’oro delle bellezze muliebri, cominciò un’attività di import-export centrata sullo stokkfisk, e non sulle vichinghe. Purtroppo. Ma, sia detto in suo onore e a sua scusante, con tale insulto a Venere e alla Natura fece la gloria della cucina nostrana. A maggior gloria provvide un secolo dopo la polenta fatta col mais proveniente dalle Americhe. Tutto facemmo nostro, caro Luca. L’abbiamo sempre fatto. Non lo sai che noi italiani siamo i primi produttori di kiwi nel mondo? Certo che lo sai. Ce l’abbiamo fatta in poco più di un trentennio. E saprai certamente che dopo il Lazio, il Veneto è nel gruppetto di testa delle grandi regioni produttrici dell’esotico frutto giunto dall’australe terra che l’Onnipotente ha posto agli esatti antipodi del Belpaese. Casomai l’unica cosa sorprendente è che siano stati i romani, gente che riposa le chiappe da duemila anni, i pionieri di quest’avventura: son cose che capitano, anche ai peggiori. E adesso perché mai allora ti incaponisci contro quei poveretti di maiscoltori, ossia dei coltivatori di mais, il meno tipico dei prodotti agricoli, che vorrebbero essere liberi, come quasi tutti gli zappaterra del primo, secondo, terzo e quarto mondo di sperimentare le coltivazioni OGM? Tu parli di sete di guadagni facili e di mancanza di lungimiranza, paventando l’abbandono delle nostre eccellenze agroalimentari, come se queste non potessero convivere con le superpannocchie OGM: dai, non fare il difficile! Proprio in questi giorni hai fatto invece un bel passo in avanti sulla via della ragione con il lancio di McItaly, il nuovo superpanino della McDonald’s, da te sponsorizzato e fatto al 100% con prodotti italiani, soprattutto con la carne dei bovini e i formaggi derivati dal latte delle nostre belle mucche padane, tutte bestie coscienziosamente tirate su dai nostri allevatori con mangimi geneticamente modificati. “Sono grato a McDonald’s che si è prestata a questa grande operazione culturale“, hai detto, con gran dispetto degli adepti della bio-religione. E non potevi dir meglio: geniale. E’ venuto fuori in tutto il suo splendore il nostro senso pratico. Ti sei anche permesso il lusso di dare idealmente del bolscevico allo sconvolto critico gastronomico del Guardian. In questo hai tutto il mio appoggio: bravo!

Pensa, caro Luca, se gli altri avessero difeso fino alla morte i loro prodotti tipici, non solo quelli del settore agroalimentare, ma pure quelli culturali, noi veneti non avremmo infettato l’Italia col nostro “ciao”, fino a cent’anni fa sconosciuto tra i paisà della penisola. Adesso stiamo andando alla conquista del mondo, e nessuno sembra in grado di fermarci. Ma noi in realtà abbiamo sempre avuto un gusto innato per la bastardaggine: cementata dai secoli, è diventata stile ed identità. Rifletti, siamo il solo popolo al mondo, noi veneti, che ha avuto il fegato di piazzare dei quadrupedi al centro della facciata di un tempio cristiano, e quale tempio! Ubbidienti e morigerati all’interno, sotto le cupole d’oro, e quasi soggiogati dalla bizantina e ieratica fissità delle figure dei santi, ci siamo scatenati per secoli all’esterno della Basilica di S. Marco con tutti i ghirigori del kitsch medievale. Il tremendo pastrocchio è conosciuto in tutto il mondo e passa per mirabile, tanto è onusto di storia! Ma l’obbrobrio equino è sicuramente il nostro capolavoro e la sua storia è la nostra storia. Che inizia con la quarta Crociata, quando conti, marescialli e baroni di Francia, della Borgogna e dintorni, tutta gente scioperata e danarosa, con la testa piena degli ideali della cavalleria, si diedero appuntamento con la propria soldataglia a Venezia. Il nostro doge guercio e novantenne, Enrico Dandolo, li inquadrò subito, lesse dentro le loro anime leggere, offrì loro la flotta e l’organizzazione del viaggio. In cambio, tanto per cominciare, pretese la ripulita della costa dalmata fino allo Ionio. Le cose furono fatte con metodo e tranquillità. I baroni ci presero gusto. Arrivò pure, provvidenzialmente, a rivendicare i propri delusi diritti, il solito pretendente – che mai mancava – al trono di Bisanzio, ossia ai resti dell’Impero Romano. A quel punto Costantinopoli divenne la Gerusalemme da liberare. Fu liberata e conquistata. Nella spartizione, mentre conti e baroni si scambiavano titoli di re e imperatori, Venezia si attribuì tutte le isole e gli scali che servivano ai suoi commerci, o meglio, al monopolio dei suoi commerci. Il Doge, a scanso di equivoci, divenne “Podestà e despota dell’impero di Romania e dominatore della quarta parte e mezza dello stesso impero”. I Veneziani, che a quell’epoca erano artisticamente analfabeti come i Romani prima della conquista della Grecia, razziarono i cavalli in bronzo dorato del famoso Ippodromo e li posero, col gusto barbaro che era loro proprio, ma con molta soddisfazione, sopra il portale centrale della Basilica di S. Marco. E da lì, non si sono più mossi.

Caro Luca, sii fedele alla nostra storia.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo, Italia

La disfida di Castelbrando del cavalier Zaia

Per far capire al mondo, all’Europa, all’Italia e soprattutto ai suoi compatrioti della Serenissima, specie quelli duretti di comprendonio, che lui non è un bischero qualsiasi, il ministro per le politiche agricole Luca Zaia ha organizzato in quel di Castelbrando, pittoresco maniero arroccato su una delle rotonde e verdi collinette che fanno ala leggiadra alla “strada del Prosecco”, non lontano dalla Conegliano che gli diede i natali, una simpatica kermesse che è passata esageratamente alla cronaca di questi giorni col nome di G8 dell’agricoltura. Castelbrando, che fa da guardia come un maritino geloso dall’occhio di falco, dominandola dall’alto, all’antica e gentile borgata di Cison di Valmarino, è creatura di Massimo Colomban, ex valoroso capitano d’industria, che vi si è ritirato a recitar la parte dell’illuminato signorotto rinascimentale: ha trasformato le vetuste pietre di imponenti caseggiati e mura che si sono affastellati gli uni sulle altre per secoli e millenni in un poliedrico resort medievaleggiante, con un tocco di kitsch per renderlo più malleabile ai gusti del popolo. Oggi è un grande hotel, un museo, un beauty center e un vero e proprio borghetto dove si tengono congressi, spettacoli e eventi vari. Da tale splendida altezza ogni tanto Colomban filosofeggia sui destini dell’economia mondiale. 

Per arrivare fin qui Zaia, un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni, ha cominciato fin da piccolo a mordere i polpacci alla fama. Zaia è un trevigiano doc, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi dipoi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia. 

Sotto la sua presidenza, raggiunta appena trentenne, più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastata la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare – ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza. Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati per una settimana una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Per arginare la popolarità di Zaia tra le sane popolazioni della Marca, da sempre refrattarie alle lusinghe bolsceviche, la sinistra, attraverso i comunisti della Tribuna di Treviso, il locale botolo ringhioso del gruppo L’Espresso, non ha trovato di meglio che appioppare alla calamità leghista dai non folti capelli, apparentemente acconciati o meglio spianati all’indietro dalla leccata di uno di quei cavalli che tanto ama, il nomignolo romanesco e quindi doppiamente insultante di Er Pomata. Ma non c’è stato niente da fare: è arrivato come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, dove però alla prima occasione è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Diventato ministro, ha approfittato della prima vacanza a casa sua per inerpicarsi con una vecchia 500 per la stradina che conduce alla scuola enologica che gli ha dato il primo alloro, dove non ha mancato di spargere una lacrimuccia nel mezzo dei festeggiamenti che professori e allievi gli tributavano. Poi si è fiondato in Campania a rassicurare gli allevatori di bufale nei guai. Impavido si è fatto largo tra la folla per entrare nella prima stalla che gli è capitata sotto gli occhi. Respirando a pieni polmoni e visibilmente deliziato dal puzzo ha dichiarato trionfante: “Questo è un odore che conosco da quando ero ragazzo!” Che uomo! 

Fatto sta che con l’approssimarsi del summit che avrebbe dovuto tracciare i destini futuri dei bovari e degli zappaterra di tutto l’orbe terraqueo, e con il ritorno a casa dell’ingombrante giovanotto, sono incominciate pure le baruffe chiozzotte della grande politica veneta. Lo sceriffo di Treviso ha sparato il primo colpo definendo l’iniziativa di Zaia un mucio de schei butài via par gnente. Luca ha risposto con amore figliale al nonnetto con la pistola dandogli addirittura del no-global: epiteto invero assai strano da uno che è stato capace di fare gli occhi dolci a un personaggio della nomenklatura democratica e progressista, cioè italica, come Carlo Petrini, il Suslov del mangiar politicamente corretto, e che ha dimostrato simpatia – senza tuttavia mai sbilanciarsi troppo – per le panzane luddiste anti-ogm. Peraltro gli scalmanati perditempo anti-ogm si sono fatti sentire per davvero con un raid dimostrativo a colpi di spray nella grande tenuta di Ca’ Tron, di proprietà della Fondazione Cassamarca, mille ettari di terreno miracolosamente scampati al miracolo veneto nella parte sudorientale della provincia di Treviso, ad un tiro di schioppo dalla laguna di Venezia, dove si sperimentano coltivazioni ogm. La Fondazione Cassamarca, nata con l’incorporazione della storica banca trevigiana in Unicredit, è il regno di Dino De Poli, l’Onorevole Avvocato che si è ritagliato il ruolo di mecenate liberaleggiante con numerose iniziative di carattere culturale e di recupero del patrimonio edilizio storico nella Treviso brutalizzata dallo sbrigativo buon senso dello sceriffo. La strana coppia di cordiali nemici funziona a meraviglia: l’uno spazza e l’altro lucida una città già di per sé assai seducente, dall’impianto medievale corso da innumerevoli canali che ne fa la graziosa ancella di terraferma della Regina dei Mari. 

Però Zaia è un furbacchione dalla duttile filosofia, o meglio un non snaturato figlio della sua terra. Le cause le sposa sempre con mucho juicio e realismo: appena è spuntato fuori un sondaggio fatto fra i coltivatori di mais del Veneto e Friuli dal quale risultava che più della metà è favorevole a coltivazioni ogm e solo un quinto contrario, e che comunque quasi i tre quarti ritiene che ogni agricoltore avrebbe il diritto di scegliere cosa produrre, ha precisato di essere anche “liberista”. 

Non contento, Zaia ha ottemperato poi perfidamente agli obblighi istituzionali invitando con una e-mail – qualcuno dice con un sms – alla sola e solita sbobba inaugurale il presidente della regione Galan, il liberale megalomane incoronato Doge da Berlusconi qualche lustro fa con gran dispetto di tutta la famiglia democristiana. Il padovano è un gigante sorridente dal carattere luciferino, uno che nel libro-intervista “Il Nordest sono io” si è inimicato tre-quarti della classe politica veneta che lo sostiene, facendole fare la figura di meschina, retrograda e provinciale; la quale classe tuttavia, dopo un breve fuoco d’artificio di minacciate querele, ha reagito con lo spirito proprio della razza veneta, acquietandosi tatticamente: perché qui si incassa, ma nessuno molla. Galan altro non aspettava per andare su tutte le furie, protestando per l’irridente condotta del ministro. “Motivi protocollari” ha chiarito poi Zaia: 

”Nessuna leggenda metropolitana intorno al mancato invito del presidente Giancarlo Galan. Il presidente della Regione Veneto lo abbiamo invitato ma trattandosi di un vertice internazionale, non è previsto un suo saluto di benvenuto. Galan è il benvenuto, come le altre autorità, ma il protocollo di questi è molto severo nel rispetto delle regole: nessun intervento esterno” 

Galan ha replicato con un piccato e velenoso avvertimento:  

“Regole, norme, procedure, protocolli, ma che bella tutta questa osservanza ministerial-romana-bruxellese di un ministro dai natali federalisti. Caro Luca, non ti sapevo così ministerocentrico e soprattutto elegante al punto da organizzare una conferenza stampa per rendere noto un carteggio che solo una patetica stizza ti ha spinto ad usare in modo improprio. In ogni caso, un ministro con ascendenze federaliste avrebbe dovuto trovare il modo di scegliere momenti più regionalistici per porre nel giusto risalto una iniziativa che comunque si sarebbe tenuta in Veneto. Inoltre, non sono tanto sicuro di quanto tu ritieni essere un obbligo procedurale volto a ignorare del tutto i vertici dell’istituzione comunque ospitante. I protocolli che si limitano ad invitarmi a qualche cena non mi interessano. Dunque, caro Luca, un po’ più di coraggio, ma male non ti farebbe anche un po’ più di prudenza” 

Questo in lingua italiana. Per essere più chiaro gli ha mandato un messaggino conciso e inequivocabile anche nella lingua natìa: “Tosàto, date na soràda” (Ragazzo, datti una calmata). 

Se son rose fioriranno. 

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Schei

De scheorum* natura

[Recentemente mi è capitato di intervenire qua e là nella blogosfera su argomenti di natura economica, con commenti di stampo molto generalista, comodo privilegio del filosofo con la testa fra le nuvole  “che sa di non sapere”. Li raccolgo qui, come appunti. Mi servono anche per contemplare me stesso. All’occhio dell’esperto probabilmente non sfuggirà qualche goffaggine lessicale caratteristica di chi non è mai stato iniziato ai misteri della scienza economica. Non se ne adonti; si diverta piuttosto: io non me la prendo.]

Per quel che mi riguarda guardo con ostilità alla politica degli incentivi, alla politica (eventuale) delle tasse “esternalità”, alla politica del rilancio dei consumi, e diffido pure delle misure anticicliche, che mi sembrano la via attraverso la quale lo statalismo uscito dalla porta rientra dalla finestra, sotto il manto di riverniciata eticità. Quindi non mi sta bene del tutto neanche l’insistenza con la quale il mio amato Cavaliere Berlusconi Silvio insiste sul rilancio dei consumi, anche se capisco, e per questo non lo mando all’inferno, che la sua maggiore preoccupazione è di evitare il panico. Inoltre, se politiche (forzatamente molto accorte) di espansionismo fiscale per invogliare la gente a consumare, avessero solo l’effetto di aumentare il risparmio, – visto che non è vero che la gente i soldi se li mette in tasca – sarebbe proprio un male, nel lungo periodo? Le politiche di rilancio dei consumi finiscono sempre per indirizzarli su determinati settori – quasi forzando la gente – e in ultima analisi a alterare il mercato. Perché mai uno dovrebbe cambiare l’automobile ogni 5 anni, se non ne ha nessun bisogno? Quei soldi irrazionalmente usati per comprarsi un “bene durevole” inutile rientrerebbero nel giro dell’economia in ogni caso più virtuosamente, col risparmio, o con altre spese più utili, che darebbero segnali più veritieri al mercato.

Il mercato dell’auto non sta crollando solo per la disastrosa congiuntura economica, ma anche per cause strutturali. Ossia, l’interventismo dei governi e la pressione di lobbies potenti, che grazie [sic] alla politica degli incentivi hanno convogliato innaturalmente la spesa delle famiglie verso l’acquisto di automobili, preferendolo – spesso immotivatamente – all’acquisto di altri beni durevoli, o di consumo, o al sempre benedetto risparmio. Si chiama distorsione del mercato. La politica degli incentivi non è altro che un surrogato imbellettato dello statalismo, condito di considerazioni politicamente corrette. Un altro giro di incentivi, un’altra “bolla” automobilistica (con l’eccezione dei paesi emergenti), e fra qualche tempo saremo punto a capo. E’ vero che vi sono dei costi per la collettività: l’inquinamento e la sicurezza. Ma questi si risolveranno, o si ridurranno, da soli col tempo, com’è sempre avvenuto, grazie ai miglioramenti tecnologici e al cambiamento impercettibile ma continuo dei costumi della gente. La tentazione di forzare le cose con la politica degli incentivi, oltre al rischio di dirottare risorse da investimenti più razionali in altri settori dell’economia, potrebbe essere pagata dal dover sostenere – prima o poi – i costi sociali degli esuberi di una forza lavoro tenuta artificiosamente alta. Inoltre faccio notare come la stessa mentalità sottilmente etico-dirigistica che informa queste iniziative, potrebbe benissimo spingere a sfornare dei provvedimenti di senso contrario, annullando del tutto il già illusorio beneficio delle prime; provvedimenti del tipo delle “tasse esternalità”, come l’ecopass o come kaiser si chiama, intese a punire l’uso “scriteriato” o “egoistico” dell’auto, nei casi dove, a giudizio dell’onnisciente legislatore o dell’amministratore, i vantaggi del singolo utente siano sproporzionati agli svantaggi causati alla collettività. Insomma, tutti vorremmo auto eco-bio-democratiche condotte da gente con eco-bio-democratica consapevolezza. L’interventismo va solo a ingarbugliare, con un sovrappiù di effetti collaterali negativi, un processo naturale che necessita solo di pazienza.

Coloro che pensano – ritenendosi “capitalisti” – che questo modello economico sia fondato su una specie di “coercizione consumistica” sono singolarmente vicini, per certi versi, al pensiero marxista. Non c’è nessuna ragione perché, in un regime di libertà, l’uomo smetta di consumare o migliorare: sarebbe come andare contro la sua stessa natura. La filosofia dell’ “andate e consumate” non è affatto un corretto “capitalismo”. Mettiamo che adesso si vada in recessione o stagnazione per tre anni: certo alla fine del periodo i numeri complessivi potrebbero essere gli stessi in quanto a PIL, ma chi ci dice che la struttura dell’economia, l’allocazione delle risorse, il rapporto tra risparmi ed investimenti ecc. ecc. non sarebbero molto migliori e propedeutici per un periodo di sana espansione? Diciamo invece che la filosofia della “coercizione consumistica” foraggiata in qualche modo – che non incoraggia il risparmio e anzi spesso lo punisce con politiche monetarie “generose” – è un “must” per le lobbies grand-industriali, per i sindacati, e per una classe politica che non sia abbastanza eroica to suffer the slings and arrows of outrageous fortune.

Il capitalismo come “ismo” non esisteva prima del marxismo (anzi credo che furono i suoi seguaci, nemmeno Marx in persona, a coniare o a diffondere il termine). Ha avuto tanto successo che ancor oggi la pubblica opinione è convinta che il “capitalismo” sia una specie di meccanismo, a volte demonizzato, a volte difeso con ardore, ma solo in quanto “efficace”, insomma un meccanismo tra gli altri meccanismi. In questo “materialismo” i difensori e gli accusatori del capitalismo si accomunano. Un’idea disastrosa, che nasconde il fatto che invece una libera economia è solo un aspetto della libera società. L’anello che congiunge questa idea del capitalismo e il marxismo, è il materialismo. E non a caso: il capitalismo è un concetto d’invenzione marxista, un riduzionismo della libera economia per trasformarlo in un agevole espediente retorico.

Io voglio dire che, in un regime di libertà, nel medio-lungo termine uno stato stazionario dell’economia è impossibile, per ragioni intrinseche alla natura dell’uomo. E quindi non occorre surrogarle con una spinta verso i consumi che distorce il mercato in quanto guidata, in parte, dallo Stato o dalle lobbies più potenti, e che prima o dopo paghiamo cogli interessi. A questa natura dell’uomo il keynesismo di fatto ancora trionfante non crede, e lascia perciò la via aperta all’interventismo. Ragion per la quale le politiche dei governi altro non sanno fare se non avventarsi sul corpo dell’economia con continui stimoli, drogandolo a tal punto da rendere indecifrabile ogni segnale del mercato.

Diciamo che l’uomo è sempre tentato di imboccare invitanti e illusorie scorciatoie. In fin dei conti gli incontrollati debiti privati dei paesi “liberali” sono il surrogato degli incontrollati debiti pubblici dei paesi statalisti. (Parlo a spanne, s’intende, io preferisco di gran lunga i paesi “liberali”, preferibilmente “senza trucchi”) La filosofia facilona del tipo “andate e consumate” non ha niente a che fare con un corretto “capitalismo” (parola mistificatoria che odio, e di concezione “marxista”); il denaro a costo zero non seleziona la qualità degli investimenti, e colpevolmente non premia il risparmio. A cosa servono le banche se non a premiare con un interesse chi mette il proprio capitale – raccolto rinunciando a qualcosa – a disposizione di chi ne ha bisogno per investimenti “giustificati”, in un’ottica di ottimizzazione spazio-temporale delle risorse finanziarie? In senso lato anche il risparmiatore è un imprenditore.

[Sul “liberalismo”] E’ un problema irrisolvibile in questi termini. Mai impiccarsi alle parole, soprattutto agli “ismi”. Già ci siamo fatti fregare dal capitalismo, concetto marxista quanto pochi altri, e anche Mises lo scrisse. Un errore che fanno inoltre pure i “sinceri liberali” è quello di convogliare involontariamente nell’opinione pubblica l’idea di una società liberale quale perfetto approdo dell’evoluzione storica, insomma un “costruttivistico” sol dell’avvenire liberale, per cui – con la stessa forma mentis dei giacobini del mito della “democrazia compiuta” – la società liberale si dà o non si dà indipendentemente dal contesto storico e ci si pongono dei falsi problemi, compresi quelli riguardanti l’attuale società italiana, alla quale alla fine si nega tout-court una patente di liberalismo, senza nemmeno tentarne una valutazione sul grado di questo “liberalismo” in relazione ad altre parti del mondo. “Liberalismo” non può essere altro che un termine convenzionale, e così accettato ed usato per comodità dialettica. Sappiamo bene così significhi “liberal” nei paesi anglosassoni; nell’ottocento non aveva del tutto torto Metternich a pensare il peggio dei liberali dell’Europa continentale; in quella stessa Europa continentale dove per tutto l’ottocento i liberali andavano a braccetto coi nazionalisti (basti pensare ai nazional-liberali tedeschi) ecc. ecc.
Se poi si vuole andare più a fondo, e cominciare a piantare dei paletti, allora bisogna sondare il problema della “libertà”, come ha detto Ismael. Ma anche lì più si scaverà più le cose si faranno difficili, soprattutto intorno ai problemi “etici”. Ma almeno su di un piano più largamente sociologico le cose saranno più chiare.

[Mi segno anche questa, da un commento qui sotto] Mi ricordo che una volta ci educavano, noi campagnoli, al piccolo capitalista intestandoci un libretto di risparmio. Poi è arrivato il liberismo di sinistra, quello intelligente, e lo scialacquatore è divenuto il lodato motore dell’economia. Ora che la frittata è stata fatta, e ci troviamo a corto di liquidità, nel momento in cui il risparmiatore in possesso di un bene “scarso” – secondo i Bignami della scienza economica – dovrebbe celebrare il suo trionfo e guadagnarci come un usuraio (con la benedizione delle leggi), ora dunque interviene lo stato a ripianare le sofferenze e a stampar i bigliettoni mancanti, svalutando il suo amatissimo tesoretto, povero risparmiatore cornuto e mazziato!!! Che vita!

[Mi segno pure questa] Se il sogno americano, invece che quello della responsabilità individuale, è diventato quello dell’irresponsabilità individuale garantita dalla generosità della Banca Centrale, probabilmente lo Stato si è solo ripreso alla fine quello che aveva dato… un mercatismo poco mercatista e molto col trucco, direi. Tutto quello che è successo ha creato un grosso problema di fiducia; ci potranno essere degli opportuni accorgimenti normativi concernenti i mercati finanziari (materia di cui non so assolutamente nulla), ma pensare di risolvere un problema di fiducia mediante sovraregolamentazioni è pura illusione. D’altra parte, se i truffatori prosperavano è perché il sogno era bello per tutti: la greppia del denaro facile era allettante e comoda come quella dello stato sociale e in parte la surrogava. Il “liberismo selvaggio” non può essere che una forma mascherata di statalismo, o perché la libertà o la dignità dell’individuo non viene rispettata, o perché in una maniera o nell’altra è sempre lo Stato ad allargare i cordoni della borsa, o perché tende a distorcere il mercato con perversi eticismi in nome oggi per esempio dell’ambientalismo (ma anche l’utilitarismo prima o poi conduce al socialismo). I marxisti hanno avuto purtroppo successo nel corrompere il significato stesso delle parole. Un “liberista” tutto d’un pezzo come Ludwig Von Mises già negli anni ‘20 scrisse:

I termini “capitalismo” e “produzione capitalistica” sono etichette politiche. Essi furono inventati dai socialisti non per far avanzare la conoscenza ma per persuadere, criticare, condannare. Oggi essi devono soltanto venir pronunciati perché formino l’immagine dello spietato sfruttamento degli schiavi salariati da parte del ricco senza pietà. Essi non vengono mai usati se non per significare una malattia del “corpo” politico. Dal punta di vista scientifico essi sono così oscuri e ambigui da non avere alcun valore. Coloro che li usano sono d’accordo soltanto su di una cosa, che essi indicano le caratteristiche del sistema economico moderno. Ma in che cosa queste caratteristiche consistano è sempre un oggetto di disputa. Il loro uso, quindi, è del tutto pernicioso, e la proposta di espungerli affatto dalla terminologia economica e di lasciarli ai fomentatori dell’agitazione popolare merita una seria considerazione. (Socialismo, analisi economica e sociologia)

Poi però lo stesso Mises non seguì il saggio consiglio!

* [da Wikipedia] Il centesimo della lira italiana veniva detto in veneto “centesimin”, quello austriaco, di valore leggermente inferiore, veniva chiamato però “scheo” per poterlo meglio distinguere. Il termine ebbe origine dal fatto che sui centesimi austriaci era coniata la dicitura “Scheidemünze” (cioè moneta divisionale, nella lingua tedesca pronunciata però [ˈʃaɪ̯dəˌmʏntsə], a quel tempo l’indicazione di una minima frazione monetaria, oggi non più in uso). Probabilmente i veneti non riuscivano a pronunciare bene quella strana e lunga parola e si limitavano a chiamare la moneta solo con l’inizio della dicitura, cioè “schei”, facendone così un termine generale al plurale, dal quale derivarono “scheo” al singolare. Questo termine rimase nel dialetto per indicare in generale il denaro.

Italia

Malelingue

Secondo Roederer [ministro delle finanze di Giuseppe Bonaparte, re di Napoli], mentre i funzionari francesi lavoravano anche senza paga, i Napoletani volevano la paga senza lavorare: “è la divisione del riposo”. […] Pierre Legarde, direttore generale di polizia dei dipartimenti veneti sosteneva che “un popolo destinato ad essere a lungo tributario della Francia non può essere governato dai suoi, interessati anch’essi a pagare il meno possibile e quindi sempre disposti a nascondere le risorse e a gridare all’esagerazione delle imposte”. (Stuart Woolf, Napoleone e la conquista dell’Europa)

Bello & Brutto, Italia

Il Moro del villaggio

Oggi mi sono recato all’Ufficio Tributi del comune dove abito, quassù nel Veneto profondissimo. Dopo un po’ entra un negro dal passo regale, un giovane giraffone ben fatto con le treccine, che si avvicina con la rilassata scioltezza del selvaggio purosangue ad uno degli sportelli per l’ICI. Manco a farlo apposta, ad attendere con piè fermo il leone della foresta c’è – noblesse oblige – il capufficio in persona. Intanto l’esemplare ha attirato su di sé lo sguardo di sottecchi delle femmine presenti, che prima – ci capiamo – erano già tutte mie.
“Ehm…sono venuto per la casa…per ICI…se è cambiata…o come l’anno scorso?”
Al che ora lo fissano tutti, i visi pallidi, maschi e femmine, come fosse veramente una fiera dell’Africa Equatoriale.
“Mah…” dice con un sorriso di sorpresa il capufficio “quest’anno non si paga più per la prima casa”
“Non si paga?” Chiede conferma il bronzeo giovanotto facendo due occhi così, due palle bianche sull’orlo di una crisi di piacere.
“Hai solo la casa? Non hai altro, terreni, altre case?”
“Eh eh eh…casa solo una?… eh eh eh… una… una… eh eh eh… avrei capanna… ma in Africa… eh eh eh… ah ah ah!… ehm… non si paga… niente… non si paga?”
“Non si paga. Niente”
“Ah… bene… posso andare…” E quasi si scusa esibendo soddisfatto da orecchio ad orecchio una batteria terrificante di candide zanne.
“Puoi andare.”
“OK… grazie… buongiorno. Vado.”
Uscendo, l’armonioso energumeno mi passa accanto:
“Regalo di Berlusconi per boveri sbenduradi.” Dico io asciutto asciutto, peggio di Jago.
“Eh eh eh… ciao amico… eh eh eh…”

Italia

Arrivano i nostri!

Tanto abbiamo frignato che finalmente pure noi, figli della Serenissima, abbiamo i nostri eroi al governo. Tre in tutto. Due addirittura sono miei compatrioti, i trevigiani Zaia e Sacconi. L’unico rammarico – ma non si può avere tutto dalla vita – è che arrivino dalla zona di Conegliano, cioè dalla Sinistra Piave, quando invece è notorio che noi della Destra Piave siamo molto più in gamba. Nonostante questo ci incoraggia il fatto che anche da quelle terre parzialmente civilizzate siano usciti grand’uomini come il calciatore Alessandro Del Piero o l’immortale librettista di Mozart, Lorenzo Da Ponte, ebreo convertito, prete spretato, gran puttaniere e valoroso difensore delle patrie lettere quando andò lungamente ramingo in paese straniero.

Luca Zaia, il nuovo ministro per le politiche agricole, è un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni. Zaia è un trevigiano DOC, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi dipoi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia.

Sotto la sua presidenza più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastato la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare – ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza.

Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Arrivato poi come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Farà bene, perché è furbo.

Il nuovo Ministro del Lavoro & della Salute & delle Politiche Sociali (!), Maurizio Sacconi, è un capitano di lungo corso della politica italiana. A riprova della sua intelligenza ha passato tre lustri nella parte giusta della sinistra, quando questa era ancora sotto l’influenza nefasta dello spaventoso moralismo bolscevico dalla lingua biforcuta di Mortimer Berlinguer, cominciando come mozzo del bastimento craxiano alla fine degli anni ’70. Erano i tempi della Milano da bere, ossia della movida ambrosiana, quando Craxi ebbe il merito grandissimo di riportare un pezzo di sinistra sui solchi di una più conciliante umanità. Non toccato dal ciclone di Mani Pulite, rimase però fedele fino all’ultimo al PSI. Profugo, trovò scampo sulla zattera berlusconiana a metà degli anni ’90.

Sacconi, almeno all’orecchio ostrogoto del sottoscritto, favella in italiano senza particolari inflessioni o accenti, cosa notevole per un veneto e notevolissima per uno della Sinistra Piave, e segno di una vocazione mediatrice. Amico e collaboratore di Marco Biagi, conosce il mondo sindacale come le sue tasche. Pur essendo, ripeto, uno della Sinistra Piave, è uomo esperto e capace, e ha capito subito che il Presidente del Consiglio lo ha messo lì per togliergli molte castagne dal fuoco senza rompere troppo i coglioni, ché Silvio ha ben altre cose cui pensare, vista la spettacolare compagine femminile del nuovo governo.

Renato Brunetta, nuovo ministro della funzione pubblica, è un economista ma è soprattutto veneziano. La cosa non è affatto senza conseguenze. Per il veneto dell’entroterra e quindi soprattutto per i campagnoli della Marca – gente coi piedi per terra – fuori dell’ambiente anfibio della laguna il veneziano diventa un tipo poco affidabile, come un pesce fuor d’acqua: per qualcuno ancora della nostra gente che ha conservato i sani principi del buon tempo antico, l’epiteto “veneziano” significa “imbranato” o “bizzarro”. Il veneziano è cittadino del mondo, anche quando è lazzarone, e sarebbe un tipo disincantato anche se il destino gl’impedisse di superare i confini del sestiere di Castello o Dorsoduro. Questo spiega perché Brunetta sia di cultura politica laico-socialista, cosa che suona come una brutta e strana malattia, pericolosamente vicina al comunismo e al libertinismo, agli orecchi dei sani ragazzi terraioli, che sanno ancora distinguere tra la superbia del peccato e il peccato in sé, verso il quale dimostrano al contrario moltissima indulgenza e nel quale si allenano con cristiana sollecitudine pur di non lasciare disoccupata la misericordia.

Oggi il professore veneziano ha fama di liberista. A Brunetta le filosofie tremontiane fanno venire il latte alle ginocchia, ma il professore è uomo di mondo. Senza mai polemizzare apertamente continua a scrivere imperterrito porcherie pericolosamente mercatiste e, in cuor suo, forte della posizione storica di consigliere economico del presidente, mira a diventare l’eunuco che conta alla corte dell’Imperatore Silvio.

Brunetta è di una simpatia contagiosa ma è anche un tipetto assai ostinato e pignolo. Puntiglioso e vivace come una servetta delle baruffe chiozzotte, nelle disfide dialettiche, coi suoi occhi chiari e sgranati e il sorriso perennemente stampato in faccia, riesce puntualmente a mandare fuori dei gangheri gli avversari, specie quelli che alla Natura sono venuti fuori permalosetti, come il Druido della Valtellina ad esempio.

Brunetta è alto un metro e mezzo, ma come Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, ha un coraggio da leone. Al momento della foto di gruppo della nuova compagine ministeriale come un fulmine si è fiondato bel bello a fianco della Prestigiacomo, l’attraente pertica sicula di chiarissimo sangue normanno. Ammetto: io non ci sarei mai riuscito, neppure dall’alto di tutti i miei notevolissimi 176 centimetri nudi e crudi. Piccolo grande Brunetta!

[pubblicato su Movimento Arancione]

Italia

Dalla religione marxista a quella democratica

“Una scatola di preservativi, una lampadina a basso consumo, una copia della Costituzione italiana e la dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: sono i regali che Walter Veltroni ha ricevuto da un gruppo di Giovani democratici di Venezia al suo arrivo a Mestre. I doni erano sistemati dentro una cesta e sono stati definiti «simbolici» dai ragazzi. Per l’ex sindaco di Roma il gruppo ha anche realizzato una maglietta con la frase «Ghe a podemo far», traduzione veneta del «Si può fare» veltroniano.” (Corriere della Sera.it)

Dobbiamo ringraziare l’ingenuità politica dei Piccoli Bigotti Progressisti della Serenissima per averci illuminato sulle regole di condotta previste dal catechismo della Fede Democratica Italica. Doni simbolici al Pontefice Massimo Romano dimostrano che le hanno perfettamente intese:

  1. con una scatola di preservativi risolviamo i problemi etici;
  2. con una lampadina a basso consumo risolviamo i problemi energetici;
  3. la nostra Bibbia è la Costituzione Italiana;
  4. il nostro Credo è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Facendo questo noi facciamo il Bene, è ciò viene computato a nostra Giustificazione, perché:

  1. siamo fornicatori responsabili
  2. siamo consumatori responsabili;
  3. adoriamo il Libro Sacro, che nessuno può toccare;
  4. e quindi entriamo nella comunione della Chiesa Universale dei Diritti dell’Uomo, al di fuori della quale non c’è Salvezza, e si è esclusi dall’Umanità.

Ma io li perdono: perché son giovani, e per la simpatica maglietta.

Italia

Razzismo politicamente corretto

I gironi infernali dell’immondezzaio napoletano, solo l’ultima e quasi artistica interpretazione di quel masochismo circense per il quale il genio italico va giustamente famoso pel mondo, hanno lasciato come percolato immateriale un rifiorire maligno di sbrigativi trattati di antropologia meridionale. Non molti però si sono accorti che la montagna tiepida dei rifiuti partenopei esalava un vapore velenoso che s’alzava verso il cielo sino a diventare un vero e proprio segnale di fumo: un razzismo sottotraccia, inodore, quello sì politicamente corretto. In tutto lo sconclusionato j’accuse che La Repubblica ha fatto scrivere all’esperto di Gomorra Saviano una sola parolina era quella che contava, una parolina d’ordine che il popolo della sinistra, come sempre, ha capito al volo: Nord Est. L’enorme complesso di colpa antidemocratico della sinistra, da sessant’anni, ha bisogno di un nemico, di un colpevole, mentr’essa viaggia sempre con la Grande Giustificazione in tasca, e se la sceglie a seconda dei ruoli del momento: dalla “la legge truffa”, agli “evasori fiscali”, passando per “il golpe”, “le stragi di stato”, “la P2”, “lo stalliere di Arcore”, e compagnia cantante. Ora è il momento del complotto plutogiudaicoserenissimo. Gli intellettuali italici sono un po’ come quelle transgeniche creature dello stato assistenziale chiamate pentiti, quei piagnucolosi collaboratori di giustizia, sfortunatamente sfuggiti alla forca, usi ad annusare l’aria che tira prima di annunziare il Verbo. E’ quindi inutile cercare di far capire a Saviano che, quand’anche la razza rapace dei padroncini veneti tutti chiesa e mignotte fosse riuscita nell’impresa epocale di ficcare nelle viscere della campagna campana un Everest di rifiuti tossici, certo non poteva aver eretta la catena Himalayana di rifiuti ordinari che fa da corona al Golfo, oramai in procinto di trasformarsi essa stessa in una straordinaria attrazione turistica per guaste partite di uomini, stanche del solito turismo sessuale.

Ma Saviano e La Repubblica, tirando fuori dal cilindro il coniglio nordestino, sapevano perfettamente di titillare il razzismo dei salotti buoni, che ogni tanto viene fuori anche dalle pagine insospettabili dei grandi giornali della cosiddetta borghesia. Ne fa fede, ad esempio, un rozzo articolo di Tito Boeri apparso sulla Stampa qualche giorno fa.
Bisogna sapere che in provincia di Treviso gli immigrati hanno superato da tempo la soglia del 10% della popolazione, con ovvie conseguenze sul sistema scolastico: in certe realtà, per ora marginali,  i problemi derivanti da questa crescita hanno spinto gli amministratori comunali a muoversi, nei modi – di scarso sex appeal veltroniano – così riassunti in un articolo non certo simpatetico apparso nel sito internet de La Repubblica (ripreso, credo, dalla Tribuna di Treviso, quotidiano del gruppo L’Espresso):

TREVISO – Dopo l’altolà all’iscrizione degli stranieri all’anagrafe, lanciato dal sindaco Bitonci di Cittadella, arriva il «tetto» al numero degli studenti immigrati, che non dovrà superare il 30% del totale: è la richiesta avanzata dal Comune di Chiarano (Treviso) al ministro dell´Istruzione Giuseppe Fioroni. Il Consiglio comunale, dominato dal Carroccio, ha approvato infatti una mozione in questo senso, tra le proteste dell´opposizione di centrosinistra, che ha abbandonato l´aula al momento del voto. «La questione è semplice – afferma il sindaco Giampaolo Vallardi – in alcune classi elementari del paese gli extracomunitari superano ormai il 50 per cento. Tanti, troppi, perché, se si supera un livello massimo di integrazione, alla fine saranno loro che “integrano” noi. Il razzismo non c’entra per niente, non vogliamo che i nostri ragazzi subiscano un danno, ecco tutto».
Il sindaco leghista traccia uno scenario a tinte fosche del piccolo centro, che conta 3.500 abitanti e vanta la primogenitura delle ronde padane in Veneto: «In una classe della frazione di Fossalta Maggiore i ragazzi extracomunitari sono 7 su 14 e alcuni di loro non conoscono una parola di italiano. Come si fa, in queste condizioni, a svolgere un programma didattico che dovrebbe partire dalle radici, dalla cultura e dall’identità veneta, se la metà degli alunni non sa neanche di cosa si parla?». A sentire Vallardi, l’affluenza multietnica alla scuola dell’obbligo sta provocando seri problemi: «I genitori sono preoccupati, i docenti lamentano gravi difficoltà. Occorre un limite, anche a tutela dei ragazzi stranieri: “paracadutarli” in una classe, spesso nell’impossibilità di comunicare con i compagni e con gli insegnanti, equivale a condannarli all’emarginazione. Quando poi sono in percentuale massiccia, come avviene a Chiarano, impediscono ai professori di portare avanti il programma, penalizzando così i nostri figli».
Alla richiesta di Vallardi si è associato immediatamente il collega “padano” Firmino Vettori, sindaco del vicino Gorgo al Monticano. E il vicepresidente leghista della Regione Veneto, Luca Zaia, ha offerto una sponda istituzionale alla sortita trevigiana: «Propongo che l’ammissione in classe degli alunni stranieri sia vincolata al superamento di una prova d’esame. Chi non dimostrasse sufficiente padronanza della lingua italiana, dovrà seguire corsi di recupero e solo allora potrà essere inserito nelle classi frequentate da bambini italiani».
Ma sui temi dell´immigrazione e dei diritti civili, Zaia è stato spesso in disaccordo con il governatore azzurro Giancarlo Galan (schierato su posizioni più liberali). Ma questa [volta? N.d.Z.] il vicepresidente non ci sta a passare per gendarme della razza Piave: «Questa è una battaglia di civiltà nei confronti di tutti i bambini. È un’ipocrisia fingere che l’integrazione coincida con la semplice coesistenza in classe: per non sentirsi estranei tra estranei, e per apprendere le nozioni, i piccoli immigrati devono conoscere la loro lingua d´adozione. Viceversa, resteranno ai margini e ritarderanno la crescita dei loro compagni italiani».

Filippo Tosatto, la Repubblica.it

Che in lingua Boeriana si traduce così:

In Veneto diverse amministrazioni comunali guidate dal Carroccio intendono introdurre quote al numero dei figli di immigrati iscritti alle scuole elementari. Dato che, in questi centri, quasi solo gli immigrati fanno figli, le quote significano impedire ai figli degli immigrati di andare a scuola. È una «battaglia di civiltà», secondo il vicepresidente della Regione Veneto, Luca Zaia. Peccato che gli «incivili» facciano ricco il nostro Paese: il 50 per cento della nuova occupazione creata nell’ultimo anno sono lavori di immigrati, che hanno contribuito ad almeno un quarto della nostra crescita economica negli ultimi dodici mesi. Li tratteremo come i dittatori di Pechino trattano la manodopera che arriva dalle campagne cinesi. Vogliono proprio mandare i loro figli a scuola? Bene, che se la paghino! Non importa se questo ci condanna ad avere cittadini senza neanche la licenza elementare. Non importa se questo significa ritardare, se non impedire del tutto, l’integrazione.

A parte la menzogna globale della versione di Boeri (è ovvio che i figli d’immigrati sopra la “quota” sarebbero redistribuiti nelle classi di qualche altra frazione: il successivo corollario frivolo e saputo  di osservazioni bigotto-democratiche non merita neanche lo sforzo di una confutazione) vorrei fargli notare alcune cose. 1) Perché dice in questi centri quasi solo gli immigrati fanno figli?” Non lo sa, Boeri, che per quanto basso il tasso di natalità fra gli indigeni in Veneto, non per nobili motivi, s’intende, ma per psicosottosviluppo cattolico, è sempre stato generalmente superiore al resto delle regioni centrosettentrionali? Quello stesso tasso di natalità in fondo alla classifica proprio in quelle regioni da lui lodate, “significativamente non quelle oggi all’avanguardia nel combattere l’integrazione degli immigrati.”? 2) Non lo sa, Boeri, che proprio queste ultime, al contrario, hanno ottenuto il miglior punteggio nell’indice di integrazione degli immigrati secondo gli ultimi Dossier sull’immigrazione della Caritas? 3) Che nel penultimo di questi Dossier la provincia di Treviso otteneva un’onorevolissima posizione attestandosi con bello slancio nella parte alta della classifica di quel centinaio di entità territoriali, addirittura nelle prime venti, anzi, nelle prime dieci, anzi, nelle prime cinque, anzi – è incredibile! – sul podio, anzi, non vorrei bestemmiare, ma era proprio – Signore e Signori – al primo?!

Quisquilie. Boeri aveva solo fretta di arrivare in fondo per formulare la sua accusa:

Perché allora i sindaci che dicono di voler combattere la piaga dell’immigrazione illegale non rivolgono le loro attenzioni agli ispettorati del lavoro, spingendoli a intensificare i controlli sui posti di lavoro nel loro Comune, perché non chiedono ai loro concittadini di aiutarli nel segnalare il lavoro irregolare degli immigrati? Un sospetto ce l’abbiamo: forse tra i loro grandi elettori ci sono anche coloro che assumono illegalmente manodopera immigrata e vogliono pochi controlli sui posti di lavoro per non pagare i contributi sociali e tenere basso il costo del lavoro. C’è solo un modo per convincerci del contrario: ci dimostrino coi fatti che non è vero.

Ecco allora dove i giacobini-liberali alla Boeri e i giacobini-rivoluzionari alla Saviano si danno la mano: calunnia, calunnia, qualcosa resta! E siano coloro mostrati a dito a dimostrare la loro innocenza. Dimostrino che l’economia veneta non sta in piedi per l’importazione di schiavi, dimostrino che non si fonda sull’avvelenamento delle campagne meridionali. Ci sarebbe da sorridere di questi deliri, se non fosse che nutrono l’ormai storica insofferenza di una certa Italia superlaica e de sinistra – in una parola, bigotta – per l’inesplicabile progresso della contrada dei villici. Caro Boeri, quando ci si fa trascinare dalle passioni anche un valente economista assomiglia parecchio a quei fededegni e stimati astrochiromanti con studio a Londra, Parigi, New York e Casalpusterlengo: ci dimostri a noi che non è così.