Articoli Giornalettismo, Esteri

Putin, il catalizzatore

Se si pensa che arriva dopo secoli di zarismo e settant’anni di comunismo, non si capisce cosa vi sia di strano nel fatto che la ventennale democrazia russa mostri un volto ancora così grezzo. Per brutta che paia a noi, la Russia di Putin non rappresenta una patologia; e ci piaccia o non ci piaccia, i progressi di questa Russia autocratica dai tempi dell’Unione Sovietica nel campo delle libertà civili sono stati incalcolabili. E’ strano piuttosto che questo semplice ragionamento faccia così fatica a farsi in strada in Occidente. Da noi la Russia di Putin è diventata il catalizzatore di vecchie e false idee sulla natura della civiltà cristiana-occidentale. In un certo senso la diatriba tra occidentalisti e slavofili che dominò il mondo intellettuale russo soprattutto nel secondo ottocento, e che ora, dopo il lungo inverno comunista, sta rifacendo capolino da quelle parti, sembra essersi spostata da noi capovolgendone i termini: siamo noi, ora, che cerchiamo di definirci guardando alla Russia.

Ed è così che, da una parte, e un po’ alla volta, nel mondo conservatore occidentale è spuntato un partito russo, dai contorni alquanto confusi, che nella Russia di Putin ha visto l’incarnazione di un baluardo identitario, sia esso nazionalista, sia esso cristiano, contro la secolarizzazione dei costumi, contro l’arroganza del laicismo progressista, contro la globalizzazione dei popoli e delle religioni. Mentre dall’altra parte, parlando sempre in termini generalissimi, quello stesso mondo liberal e progressista che per tanti decenni aveva flirtato col marxismo, chiusi gli occhi davanti ai crimini del comunismo, e infine demonizzato l’anticomunismo; quello stesso mondo progressista che tanta indulgenza, se non peggio, aveva mostrato nei confronti della Russia sovietica, ora è diventato, con grande sprezzo del ridicolo, il più spietato fustigatore della Russia di Putin, sentina, oggi, di ogni nefandezza.

Siamo in presenza in effetti di due ideologie che negano i valori migliori dell’Occidente. La civiltà occidentale che si fonda sull’universalismo cristiano è per natura orientata alla democrazia e alla globalizzazione; ma nello stesso tempo non fa violenza alla storia e ai popoli: incanala, modella la storia raccogliendone tutta la ricchezza. Questa duttilità, però, è feconda solo se l’Occidente tiene fede a se stesso facendosi presidio della legge naturale. L’ideologia nazionalista-identitaria, invece, assolutizza la storia e quando si professa cristiana mette ciò che è accidentale nel cristianesimo al posto di ciò che è sostanziale, cadendo nell’idolatria. L’ideologia democraticista-illuminista al contrario nega la storia e fa della democrazia una nuova religione universale ma immanentista, cadendo anch’essa nell’idolatria. Non deve stupire più di tanto, tuttavia, se spesso i due campi tendano a sovrapporsi; se vediamo, ad esempio, comunisti puri e duri difendere le ragioni della Russia di Putin; oppure zelanti neo-conservatori cristiano-occidentalisti fare il contrario: unica è la radice dell’errore.

Oggi l’agenda liberal sembra essersi impadronita di quell’idea dell’Occidente che fu da essa negletta e finanche disprezzata durante i lunghi decenni della guerra fredda. Nello stesso tempo i partiti cosiddetti conservatori dei paesi occidentali sembrano incapaci di resistere all’avanzata del politicamente corretto. Ciò è pericolosissimo anche per la politica estera di Europa e Stati Uniti. Lo si è visto nella disastrosa lettura fatta in Occidente delle primavere arabe. Lo si è visto nei lunghi anni d’incubazione della crisi ucraina. L’incredibile Hollande nei giorni scorsi è arrivato a dire che «Se la nostra proposta di pace fallirà, l’unico scenario è la guerra». Per fortuna gli ha risposto per le rime l’impresentabile Berlusconi: «È inaccettabile che si rischi la guerra con la Russia senza che l’Italia faccia sentire la sua voce per fermare questa follia». Lo stesso impresentabile Berlusconi che vide giusto all’inizio della primavera egiziana e che fu l’unico leader occidentale ad avere il coraggio, prendendosi un sacco di insulti, di difendere Mubarak, improvvisamente scomunicato come despota e dittatore dai politici e dai gazzettieri del fatuo Occidente. Gli stessi politici e gazzettieri che adesso non hanno nulla da ridire sul generalissimo Al-Sisi, e che seppero flirtare coi Fratelli Musulmani. E che a Berlusconi non chiederanno mai scusa.

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Lo «spiritismo di Monaco»

Durante la conferenza di Monaco del 1938 l’Europa cedette alle rivendicazioni territoriali hitleriane su una parte del territorio dell’allora Cecoslovacchia abitata da genti di etnia tedesca, sperando con questo bocconcino di aver preservato la pace e calmato gli appetiti del Führer; il quale Führer al contrario vide naturalmente in questo cedimento tutta la giustezza della sua aggressiva politica: i suoi appetiti si scatenarono allora definitivamente e l’anno successivo scoppiò la guerra. L’attitudine mentale che presiedette alla miope politica di appeasement nei confronti di Hitler prese nel dopoguerra la denominazione assai disprezzata di spirito di Monaco. Espressione che divenne un cavallo di battaglia retorico usato soprattutto negli ambienti politico-culturali filo-occidentali in funzione anti-sovietica: è per questo che lo spirito di Monaco, come concetto, non ha mai goduto di molta popolarità non solo tra la sinistra socialista o liberal ma anche tra gli intellettuali e i giornalisti, i quali, com’è universalmente noto, sono tutti o quasi bolscevichi, antropologicamente parlando. Ma adesso la musica è improvvisamente cambiata. Lo spirito di Monaco è diventato un mantra, soprattutto tra quelli che per più di mezzo secolo l’hanno schifato. E tutto questo grazie a Vladimir Putin, lo Zar di tutte le Russie, che è diventato, suo malgrado, il nemico numero uno del progressismo mondiale. E quindi, in quanto tale, il nuovo Hitler. Da qualche tempo non passa giorno che la stampa liberal non denunci le significative intemperanze verbali del nuovo Hitler. L’ultima rivelazione è di ieri. Secondo la Süddeutsche Zeitung, il grande quotidiano di Monaco di Baviera (anche nel Land più saldamente conservatore di Germania, e forse d’Europa, la stampa è in mano ai liberal, e anche a qualche bolscevico fatto e finito), Putin avrebbe detto questo: «Se voglio posso far arrivare in due giorni le mie armate a Riga, Vilnius, Tallinn, Varsavia, Bucarest.» Lo avrebbe detto, al telefono, al presidente ucraino Poroshenko, che lo avrebbe poi riferito al presidente uscente della Commissione europea, José Manuel Barroso, in visita a Kiev, che poi avrebbe spifferato la cosa in quel di Bruxelles. Insomma, vogliono assolutamente convincerci che Hitler è riapparso. L’evocazione del suo spirito è ossessiva: tutti lo vogliono, tutti lo chiamano. E’ lo spiritismo di Monaco.

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Lo stupido conflitto ucraino

Per quanto incerta, ondivaga e diciamo pure sgangherata, sembra che mai come oggi la politica estera di Stati Uniti ed Europa sia stata così concorde. Lo è però per un fattore di debolezza oggettiva (ed incolpevole). Viene comunque smentita la diffusa convinzione che col crollo del comunismo nel nuovo mondo multipolare, che si profilava all’orizzonte, Europa e Stati Uniti sarebbero andati ciascuno per la sua strada. Nel mio piccolo contestai questa predizione già nel 2007, parlando provocatoriamente di inevitabile alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La mia convinzione era che proprio in un mondo caratterizzato da potenze emergenti di stazza continentale (ed alcune di consistenza demografica perfino sgomentevole), nelle quali la crescita economica si sarebbe accompagnata fatalmente a richieste crescenti di libertà individuale, la tentazione di risolvere gli squilibri interni attraverso la politica di potenza (una sorta di proiezione su scala mondiale, mutatis mutandis, dei traumi vissuti nella vecchia Europa all’apparire del novecento dopo la grande corsa del XIX secolo), questa tentazione, dicevo, sarebbe stato il vero pericolo globale (più ancora di un Islam che si sta fragorosamente suicidando) che il vecchio Occidente avrebbe dovuto affrontare, tanto da spingerlo, volente o nolente, a fare quadrato. Tra queste potenze citavo anche la Russia (benché non la considerassi, e non la consideri affatto, la più pericolosa): «La Russia “semidemocratica e neozarista”», scrivevo, «ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale.» Tale sbagliata predizione sulla rottura dell’asse occidentale era figlia del realismo politico, che riesce ad essere la più ottusa delle dottrine politiche quando manca di temperanza. In fin dei conti l’ultra-realista politico ha una visione meramente orizzontale, quantitativa, spaziale della geopolitica. Eccolo lì a compulsare le sue tre mappe del mondo: quella geografica, che illustra la posizione e la consistenza territoriale dei singoli paesi; quella demografica, che disegni scenari molto diversi; e quella economica, che ne disegna di più diversi ancora. Su questo sfondo composito fa agire l’uomo hobbesiano, in tutta la sua astrattezza deterministica.

Vi è infatti anche una dimensione verticale, culturale, temporale della geopolitica. Il 2014 in Europa equivale al 2014 in India solo per la statistica e per la superficie delle cose, non certo per i movimenti che agitano gli strati profondi della società. Nello scritto sopra richiamato identificavo, per mera comodità dialettica, nella Zivilisation il fattore dinamico, libertario, universalista, progressivo che vivifica la società: la sua anima (la perversione rivoluzionaria confonde l’anima col corpo); e nella Kultur il fattore statico, identitario, conservatore che ne attesta l’esistenza: il suo corpo (la perversione reazionaria confonde il corpo con l’anima). In fin dei conti anche le nazioni sono fatte di corpo e di anima: un paese che si chiude in se stesso, nel suo corpo, prepara il suo sarcofago e finisce logicamente nella polvere, non prima magari di aver eliminato qualche corpo estraneo; un paese che corre dietro ai soli bisogni dello spirito finisce invece per rinnegare il suo corpo, e non è un caso che gli auto-genocidi siano una specialità giacobina. Un paese che trova un equilibrio tra le istanze democratiche e civilizzatrici e le resistenze culturali e quelle delle classi dominanti è un paese che trova il suo passo, è un paese in continuo movimento, ma senza strappi. Un paese che perde questo equilibrio diventa instabile, aggressivo, pericoloso. La Francia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo delle idee inglesi? Eppure essa divenne il nemico numero uno della Gran Bretagna. La Russia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo dell’occidentalismo? Eppure essa divenne il nemico numero uno dell’Occidente.

Ciò detto, facciamoci la seguente domanda: la Russia di Putin rappresenta forse una patologia o è un paese che ha trovato un suo accettabile equilibrio? La mia risposta è che la Russia putiniana non rappresenta affatto una patologia. Posso capire il nervosismo di baltici o polacchi, ma pensare che Putin abbia mire su di loro non sta né in cielo né in terra. In realtà la stabilità ritrovata dalla Russia putiniana rappresentava la situazione ideale per l’Occidente: i paesi europei propriamente detti dell’ex Patto di Varsavia o dell’ex Unione Sovietica avevano ritrovato la propria casa, ed erano entrati nella Nato; i paesi non propriamente europei o per niente europei, a vario grado russificati, che facevano parte dell’ex Unione Sovietica, avevano trovato o ritrovato la loro indipendenza e costituivano una vastissima zona cuscinetto tra la Russia e l’Europa e tra la Russia e l’Asia; ciò consentiva all’Occidente di concentrare le proprie forze nella lotta al radicalismo islamico e di monitorare attentamente, e con agio, la crescita di potenze asiatiche semplicemente ciclopiche dal punto di vista demografico. In questo quadro la Russia, anche quella putiniana, era già, almeno in parte, e sicuramente in prospettiva, Occidente.

Invece, stoltamente, si scelse di risvegliare l’orso dal letargo. Quale necessità avesse l’Occidente di patrocinare l’entrata di Georgia e Ucraina nella Nato è un mistero. Non capire poi quale tasto delicato si andasse a toccare nel cercare di strappare l’Ucraina alla storia russa per collocarla artificialmente in quella europea è un mistero ancora più grande. Non un rozzo fanatico qualsiasi, ma un “reazionario” (rigorosamente tra virgolette) come Solzhenitsyn pensava che Russi, Bielorussi e Ucraini costituissero un solo popolo che l’invasione mongola e la colonizzazione polacca avevano separato. Per lo scrittore russo, sotto il dominio lituano e polacco «i Russi Bianchi [Bielorussi] e i Piccoli Russi [Ucraini] si consideravano Russi e combattevano contro la polonizzazione e il cattolicesimo». Eppure Solzhenitsyn non era affatto un imperialista: auspicava anzi la la pronta separazione dalla Russia delle altre nazioni che furono sotto il giogo sovietico, quelle baltiche, quelle caucasiche, quelle centro-asiatiche. Bisognava inoltre tenere in debito conto che la nuova Ucraina indipendente era nei fatti una grande Ucraina che aveva poco a che fare con l’Ucraina storica, un paese nel quale ad una popolazione in parte culturalmente russificata si aggiungeva una popolazione genuinamente russa; che in vent’anni d’indipendenza il processo di ucrainizzazione del paese, nonostante le mene moscovite, aveva camminato con passo spedito nei media e nelle scuole; e che tutto ciò costituiva un crescente motivo di tensione all’interno del paese. Ciononostante, l’Occidente scelse non solo di appoggiare ma di sponsorizzare una linea rivoluzionaria fondata sul sentimento anti-russo: che il paese si spaccasse era inevitabile.

Un grande, inutile errore. Anche per il popolo ucraino. La cui spiegazione è questa: che con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del patriottismo costituzionale? Puntualmente sfoderata quando si tratta di metterla al servizio dell’Onu, o di patrocinare rivoluzioni frivole e insensate contro ragionevolissimi despoti alla camomilla come Mubarak, e puntualmente rinfoderata quando si tratta di far fronte all’Islam puro e duro, questa ideologia democratica non poteva non riconoscere in Putin il diavolo per eccellenza, e nella sua Russia quell’Impero del Male che al tempo del comunismo, nonostante l’immane carneficina e gli arcipelaghi Gulag, i suoi attuali interpreti non vollero mai riconoscere.

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Il fantasma del neo-imperialismo russo

Ci fu un tempo, che sembrava non finire mai, in cui i sovietici e i loro numerosissimi amici occidentali di fede comunista avevano l’ossessione dell’accerchiamento. E per convincere la numerosa truppa dei perplessi prendevano in mano una carta geografica o il vecchio e caro mappamondo indicando a dito ai miscredenti che qui, e qui, e poi qui, e poi ancora qui, ai confini dell’Urss, stavano in bellicosa attesa i nemici del popolo sovietico, includendo senz’altro nella nefanda lista perfino i compagni cinesi. Era evidente che per questi bei tomi, professionisti della propaganda o candidi allocchi che fossero, solo col raggiungimento delle sponde dell’oceano Atlantico e dell’oceano Indiano l’Unione Sovietica avrebbe potuto considerarsi in uno stato di ragionevole sicurezza. Salvo poi scoprire, naturalmente, che anche degli impenetrabili oceani non era poi il caso di fidarsi ciecamente.

In quel tempo, qui in Occidente, parlare di “Impero Sovietico” era sommamente sconveniente: chi lo faceva passava, lui sì, agli occhi del bel mondo “progressista”, per professionista della propaganda o candido allocco, ossia per cripto-fascista o servo degli amerikani; ma anche agli occhi dello spaurito mondo “moderato” il povero disgraziato sarebbe quantomeno passato, con il suo vocabolario da villano, per uno spirito da dirozzare.

Col crollo del comunismo l’Unione Sovietica propriamente detta perse il Kazakistan, il Turkmenistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, il Kirghistan, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian, la Moldavia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Bielorussia, l’Ucraina e forse qualche altra zolla di terra che non ricordo al momento. L’Impero Sovietico perse inoltre la Polonia, la Cecoslovacchia, la Germania Est, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Di questi stati la Russia cosiddetta neo-imperialista non ne ha riconquistati manco uno. Oggi la Russia è rientrata nei suoi più stretti confini “naturali”, e nella sua pur sempre sgomentevole vastità mi sembra – a naso – la Russia più piccola dai tempi di Pietro il Grande, quando San Pietroburgo era ancora allo stadio palafitticolo. Rimessosi a stento in piedi, il pachiderma russo col tempo ha ricominciato a camminare con qualche sicurezza e oggi cerca di esercitare la sua influenza sulla vasta zona turco-asiatica che ha perduto. Ma non si capisce cosa ci sia di oltraggioso in questo: dovremmo forse chiedere ai francesi di non mettere becco sulle questioni riguardanti il loro ex impero coloniale africano? E di non romperci le scatole con la francophonie nel continente nero? Si offenderebbero a morte!

Eppure oggi, qui in Occidente, parlare di “neo-imperialismo russo” è diventata una moda tirannica che non lascia scampo: chi non si piega passa, agli occhi della società civile più salottiera, per un fiancheggiatore del dispotismo e dell’autocrazia, per un campione della reazione, ossia per un servo di Putin.

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La ferita ucraina

Nella democrazia c’è sempre una corrente di fondo messianica e, per così dire, missionaria. Se questo impulso di fondo viene dominato, esso si confronta con la ragione e con la storia, senza essere peraltro rinnegato. Se non viene dominato, se la democrazia diventa ideologia, la volontà di potenza si ammanta di un principio civilizzatore di tipo giacobino o democraticista. Con il comunismo kaputt e il terrorismo islamico messo sulla difensiva, o almeno ricacciato dentro il mondo musulmano, il messianismo democratico proprio della sinistra europea e dei liberal anglosassoni ha visto nell’attivismo muscolare in politica estera solo vantaggi: l’esportazione della democrazia, derisa ai tempi di Bush, è diventata di nuovo sacra. Quell’Impero del Male che ai tempi di Reagan non si voleva riconoscere nell’Unione Sovietica, lo si vuole ora vedere, con grande sprezzo del ridicolo, nella Russia di Putin.

Questo spiega l’atteggiamento fatuo ed opportunista dell’Occidente nei confronti delle primavere arabe. Questo spiega perché in Ucraina si sia voluto forzare la situazione; perché ci si sia schierati acriticamente per una delle parti; perché si sia deciso, in obbedienza ad un’astratta ideologia democraticista, che l’Ucraina fosse un paese propriamente europeo (mentre solo una sua piccola frazione occidentale può dirsi tale) da mettere sotto l’ombrello della Nato; perché si sia voluto – e questo è stato il peccato più grave – “forgiare” una nazione ucraina sul fondamento del sentimento anti-russo. E tutto questo a dispetto del fatto che da più di mille anni la storia ucraina s’intreccia a quella russa: fin da quando, cioè, nella Rus’ di Kiev il mondo slavo-orientale ortodosso trovò il suo centro d’irradiazione. In un paese ancora in cerca di una sua identità precisa, non ancora perfettamente fuso (non parlo della lingua, ma del sentimento nazionale) ciò voleva dire aprire una ferita. Ed è quello che stiamo vedendo ora: non una guerra civile vera e propria, o almeno non ancora, ma l’inizio di uno di quei sordi conflitti che come ulcere croniche piagano tanti angoli del pianeta.

Chissà cosa avrebbe pensato di questo dramma l’ucraino Gogol’, uno dei padri della letteratura russa. Gogol’ era profondamente legato alla sua terra ucraina, dove ambientò parte delle sue opere, ed ebbe anche dei progetti storiografici in merito. Il padre di Gogol’ scrisse commedie in ucraino. Eppure Gogol’ fu l’autore di quel poema sulla Russia – poema naturalmente al suo particolarissimo modo: disincantato, dissacrante e tuttavia leggiadro e pieno d’affetto – che sono “Le anime morte”. Sappiamo solo che un giorno scrisse: «Solo qualche parola riguardo alla mia anima, se la sento russa o ucraina, dato che – come vedo dalla vostra lettera – ciò è stato oggetto delle vostre riflessioni e anche di qualche dissapore in società. Vi dirò dunque, che io per primo non so se la mia sia un’anima russa o ucraina. So soltanto che non darei mai la precedenza all’una o all’altra natura. Entrambe abbondano di doni dal cielo e, neanche a farlo apposta, contengono l’una ciò che all’altra fa difetto, segno evidente che debbano integrarsi (…) per poi, una volta riunite, formare qualcosa di perfetto per l’umanità.»

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (167)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CORRADO PASSERA 24/02/2014 Quando ormai nessuno più ci credeva, l’ex banchiere e super-ministro del governo Monti ha lanciato quello che i giornali hanno chiamato il suo “movimento politico”. A dire il vero lui l’ha chiamato il suo “progetto politico”. Questo al momento di gettare le fondamenta di quello che dovremmo chiamare il suo “partito”, dopo anni di cincischiato lavoro attorno al “progetto”. Diciamo allora che parrebbe – parrebbe – che il dado sia stato tratto, ma che non si sa ancora se il Rubicone sia stato veramente passato. Sui contenuti l’aria è piuttosto fritta: «bisogna partire dalle cose vere, dai bisogni concreti»; in compenso, però, in piglio è risoluto: «Non è il momento di piccoli passi né di perdere ulteriore tempo». Sulla collocazione politica del nuovo partito siamo alle solite: «non sarà né a destra, né a sinistra»; in compenso, però, il “progetto” vuole parlare alla gente: «il movimento sarà radicato». Come quest’ultima cosa possa avverarsi è un grande mistero, visto che per Passera il nuovo movimento sarà «un incubatore di competenze», una di quelle stravaganze lessicali che fanno la felicità dei tecnici o dei professori prestati alla politica, ma che rendono il popolo profondamente sospettoso. La scelta del nome del partito mi risulta poi abbastanza misteriosa. Io almeno non ci arrivo. Non so a voi, ma a me di primo acchito “Italia Unica” ha fatto pensare al “Modello Unico”, e trovo il fatto ben poco lusinghiero per i cervelloni del team di Passera, non si sa dove incubati.

IL CASO DEL MONTE 25/02/2014 Come ogni inchiesta che tocca la sinistra, anche quella sul disastro del Monte dei Paschi segue il collaudatissimo schema inaugurato con Mani Pulite: una breve fiammata mediatica iniziale; poi, pian pianino, il tempo comincia a scorrere inesorabile, la discrezione si fa totale, il silenzio tombale, e il tonfo sordo sul selciato di uno che si butta dalla finestra raggela più che scuotere. Ogni tanto c’è una novità, ma è robetta. L’ultima, per quanto riguarda l’istituto senese, un nuovo filone d’inchiesta su una truffa di una cinquantina di milioni di euro, che vede indagati ex funzionari della banca e dei broker finanziari, tanto per ribadire quello che tutti avremmo ormai dovuto capire: ad affondare il Monte è stata una cricca di avventurieri capitati da chissà dove e mandati da chissà chi. Insomma, è un caso Lusi all’ennesima potenza. Ebbene, deludendo i tantissimi berlusconiani che mi seguono, voglio dire chiaro e forte che per me questa è un’inchiesta esemplare. Infatti la magistratura qui non ha fatto sociologia da quattro soldi: si è interessata solo di quanto penalmente rilevante, non ha sindacato sulle strategie della banca, legittime anche quando disastrose, non ha messo il naso sui rapporti formali e informali con politici ed istituzioni. Ed è per questo allora che noi tutti abbiamo il diritto/dovere di rispondere a questo quesito di alta rilevanza politica e morale, anche se non penale: i politici, le istituzioni, i clienti, i cittadini, le associazioni, insomma tutto il mondo che ruota da una vita attorno al Monte, come lo dobbiamo chiamare? Complice, ebete, o vittima dei compagni di Roma?

STAFFAN DE MISTURA 26/02/2014 Per quale motivo uno come lui, che durante una quarantennale carriera in giro per il mondo era riuscito a levigare perfettamente una personalità già ben disposta verso quel garbo inconcludente e soddisfatto di sé che si richiede ad un diplomatico dell’Onu, abbia accettato dal governo Letta l’incarico di inviato speciale in India per il caso dei marò è un mistero. E perché il governo Letta gliel’abbia offerto, anche questo è un bel mistero. La missione era fatta apposta per una carogna alla Sergio Marchionne. In un annetto da inviato speciale De Mistura non ha perciò cavato un ragno dal buco. Gli indiani l’hanno inquadrato subito e se la sono presa anche più comoda di prima. Che nell’arte del prender tempo con soporifera imperturbabilità gli indù siano dei campioni, adesso l’ha capito anche lui. Disperato, comincia a mettere le mani avanti: i marò, dice, sono «militari italiani, militari europei e, se dovessero essere mai un giorno giudicati vanno giudicati in Italia. Comunque sia, devono tornare in Italia. Su questo credo che questo governo, come i governi precedenti, non mollerà mai». Espressione volitiva, quest’ultima, del genere di quel mantra che ci ronza negli orecchi da almeno un quarto di secolo: «L’Italia ce la farà!».

LA RUSSIA DEI SOGNATORI 27/02/2014 I sondaggi vanno sempre presi con le molle, e sempre interpretati. Figuriamoci quelli che vengono fuori dalla Russia. Ciò detto, secondo un sondaggio condotto dal centro demoscopico indipendente Levada, anche per molti russi si stava meglio quando si stava (incommensurabilmente) peggio, cioè ai tempi dell’Urss. Al momento attuale quattro russi su dieci la pensano così; due su dieci invece approvano l’attuale stato di cose; e solo altri due su dieci tifano per la democrazia all’occidentale. No, non è che i russi siano diventati matti. Senza che lo sappiano, sono solo diventati abbastanza frivoli da frignare all’occidentale, cioè sproloquiando a bella posta sul buon tempo antico. Fatto sta che però, secondo l’istituto, il 56% dei russi preferirebbe tornare alla pianificazione statale e alla redistribuzione, e solo il 29% sarebbe favorevole all’economia di mercato. Insomma, alla figura del padrone sono tuttora affezionati, e molti lo vorrebbero assai più autorevole, autoritario, paterno e sollecito di quel liberale dello Zar Vladimir. Sono, quest’ultimi, quelli che sotto sotto sognano anche loro, e a loro modo, una bella primavera russa. Ditelo ai sognatori di casa nostra.

GIUSEPPE FIORONI & MASSIMO D’ALEMA 28/02/2014 Manca ancora molto alla fine della tragicommedia ma un primo passo è stato fatto: la direzione del Partito Democratico (Italiano), a terrificante maggioranza, neanche fosse ancora un comitato centrale (121 sì, 1 no, 2 astenuti), ha scelto di entrare nel Partito Socialista Europeo. A suo tempo per i post-comunisti la stravagante opzione “democratica” nasceva da una doppia esigenza: quella di saltare a piè pari la questione socialdemocratica; e quindi quella di acquistare una componente centrista che si ponesse a garanzia della loro moderazione e credibilità e che nel contempo aumentasse la massa critica della sinistra. Per gli ex democristiani di sinistra l’opzione “democratica” servì invece per nascondere la loro resa alla sinistra sotto il manto della resa dei post-comunisti al loro zelo missionario. Eppure c’è ancora qualche giocherellone che fa finta che non sia andata così. «Per quanto mi riguarda avendo un tempo convenuto sulla opportunità di non morire da socialdemocratici, ribadisco la speranza di vivere da democratici», ha detto il cavaliere solitario del “no” Giuseppe Fioroni. All’utile idiota ha risposto caustico Massimo D’Alema: «C’è tra di noi chi teme, non senza ragione, di morire democristiano. C’è poi chi non vuole morire socialista. Io mi limiterei alla prima parte di questa affermazione, che è compresa da tutti i cittadini. (…) La nostra adesione deve avere un forte impegno innovativo, dobbiamo contribuire a creare una vera forza politica europea progressista, dalla politica economica ad una svolta in politica estera europea. (…) Non è una resa, ma un grande passo avanti». Solo che a non voler morir socialista fu anche un padre di questa sinistra come il venerato Enrico Berlinguer, il quale ancora alla fine degli anni settanta proclamava: «non siamo e non diventeremo mai socialdemocratici!» Ma non lo state tradendo, il vostro santino, caro D’Alema? O forse avete finalmente capito anche voi, coi soliti trent’anni di ritardo, che il padre della velenosa questione morale, se non fu un vero e proprio babbeo, quantomeno rappresentò una vera e propria sciagura per la sinistra e per l’Italia?

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (51)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

I FISSATI CON PUTIN 05/12/2011 Tra questi, i più spietati sono quelli che in fondo, qualche decennio fa, non vedevano tutto male nell’esperimento sovietico. Essendo una setta potente, si sono portati dietro anche i liberali senza palle e senza testa e i conservatori più tetragoni. La Russia putiniana è diventata una vergogna antidemocratica ed illiberale. Per i nostri gusti delicati, sicuro, non lo metto in dubbio. Ma non tanto da impedire che si tengano delle regolari elezioni politiche e che in quelle di ieri il partito dell’autocrate Putin, Russia Unita, secondo i primi exit poll, sia passato dal 64% al 48,5%. Queste anime belle saranno finalmente contente, tanto più che oltre a Russia Giusta: Madrepatria-Pensionati-Vita, partito descritto di “centrosinistra” che dal 7,7% passa al 14,1%, a trarre i maggiori vantaggi dal “crollo” putiniano è stata tutta gente di specchiatissima ed illuminata liberalità come i comunisti passati dall’11,57% al 19,8%, e i nazionalisti di Zhirinovski, passati dall’8,1% all’11,4%. Insomma, il colosso si muove, senza neanche il bisogno di una primavera democratica. E anch’io sono contento.

IL SOLE24ORE 06/12/2011 Che ogni anno, abbagliandoci, scorta con una montagna di dati la sua bislacca classifica della qualità della vita nelle PROVINCE italiane: NON nelle città, come si continuerà a ripetere dai media per altri vent’anni, sempre che vada bene. Vedo con buonumore che la provincia di Oristano, senza che si abbia notizia di un qualche maremoto abbattutosi sulla costa occidentale sarda, ha fatto in dodici mesi un capitombolo all’indietro di ben 45 posizioni. Orpo. A naso dico: o la qualità della vita in Italia è talmente omogenea che una bocciofila in meno o un asilo in più ci fanno andare all’inferno o in paradiso; oppure i parametri sono da ricalibrare. Propenderei per la seconda ipotesi. Noto ancora e sempre con buonumore che la mia patria, la Marca Trevigiana, con un balzo felino si è insediata al primissimo posto nella classifica speciale riguardante il “tenore di vita”, proprio ora che mi vedo circondato come non mai da facce sospirose e meste, liete di trovare parole di conforto in un povero disgraziato come me. Questo è un bel mistero. Che nel resto d’Italia si sia alla più nera disperazione? O che dalle sue parti il sottoscritto, a sua beata insaputa, abbia ormai acquisito una discreta fama di amabile gonzo?

LIBERTA’ E GIUSTIZIA 07/12/2011 Se ogni tanto anche il buon Omero dormicchia, perché mai la Sobrietà dovrebbe negarsi per forza un bicchierino? L’ottimo Napolitano, con logica inoppugnabile, converrete, ha avuto parole d’elogio per un decreto, il «Decreto Salva-Italia», “giunto appena in tempo per evitare la catastrofe”. Concetto ribadito dal sempre misurato Monti, ospite del salotto televisivo di Bruno Vespa. Bruno Vespa!?! Monti, il Salvatore, nella casa di un noto pubblicano! A nulla è servito che l’altro ieri il più esclusivo club di bacchettoni d’Italia lanciasse – lanciasse cosa? un appello? – un appello affinché l’uomo della rupture stilistica e morale non varcasse quella soglia impura. Un appello sottoscritto – sottoscritto da chi? da numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo? – da numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo. Tra questi, Ermanno Olmi. Quello delle parabole cinematografiche.

MARIO MONTI 08/12/2011 Come le dicevo, Watson, questa contegnosa macchietta non ha nemmeno il coraggio delle proprie azioni. A “Porta a Porta” è andato, ma con un miserrimo colpo basso si è creduto in dovere di mettere subito in chiaro, coram populo, com’è proprio dei pusillanimi, che “non lo ha fatto per fare un piacere a Vespa”. Il quale naturalmente non ha fatto una piega. Asciutto e amabile come il più compito dei maggiordomi ha fatto un rapido cenno del suo più naturale assenso, com’è uso degli uomini di mondo davanti ad una cafonaggine puerile. Individuo notevole, Watson! Siccome nessuno va da Vespa per fargli un piacere, ma casomai per fare un piacere a se stesso, la mia distaccata opinione, caro Watson, è che quest’uscita stravagante sia il frutto di due giorni di profondo travaglio intellettuale alla ricerca delle parole più consone a rabbonire l’Italia Migliore, quella fissata, lo sapete, coi servi e coi lacchè. In questa fissazione Monti ha infine trovato con intima gioia la giusta ispirazione che gli ha dettato – letteralmente, caro Watson, letteralmente! – le sciocche parole del suo servile tributo. Increscioso, nevvero? Ma ora mi aiuti a mettere la giacca: abbiamo tutti e due bisogno di un po’ d’aria fresca, non crede?

FILIPPO FACCI 09/12/2011 Nel suo articolo sulla prima alla Scala scrive: “È vero, in fondo l’opera è proprio teatro allo stato puro: e il primo a evidenziarlo, anche musicalmente, fu proprio Mozart.” Per me si è espresso in modo infelice, perché sennò non mi limiterei a tirargli gli orecchi. Così non fa altro che perpetuare equivoci che fanno contenti insieme certa critica seriosa e verbosa e il volgo più o meno danaroso che va a vedere il «baraccone» teatrale-musicale, lusingato di partecipare ad un «avvenimento culturale» ufficialmente certificato. Per Mozart era vero il contrario: in un’Opera ben intesa il teatro, il dramma, il libretto, la scenografia, dovevano formare la servitù anche scalcagnata della musica; l’Opera stessa non puro teatro, ma teatro completamente risolto in Musica. Ossia Musica: “In un’Opera la poesia deve essere figlia obbediente della musica. Perché le Opere Comiche italiane, a dispetto della miserabile insignificanza dei loro libretti, hanno successo ovunque, persino a Parigi, come io stesso ho constatato? Perché la musica vi prevale completamente, e la gente dimentica tutto il resto [Olé! N.d.Z]. Così, un’Opera otterrà un successo ancora maggiore se il soggetto è stato bene elaborato, e le parole sono state scritte solo in funzione della musica, senza la presenza di termini o di intere strofe che distruggono completamente l’idea del compositore [del compositore, non del drammaturgo, non del librettista, N.d.Z.] solo per salvare una miserabile rima.” Questa semplice verità continuerà ad essere una pietra d’inciampo nei secoli dei secoli. Le opere, ascoltatele pure a casa, non ci perderete nulla o quasi, e penetrerete nella musica e nella mente del compositore anche meglio. Ciò detto, io non sono affatto un patito di Mozart. Mi piace molto invece Massenet.

P.S. Mi sono spesso chiesto come mai nessuno di questi svergognati risponda: o i miei leggiadri aforismi colpiscono con così infallibile precisione che la miglior cosa è ignorarli, oppure non c’è in giro un cane spelacchiato che li prenda sul serio. Io un’intima certezza ce l’avrei… Ma Filippo Facci mi ha degnato di una risposta. La cosa mi ha talmente colpito che gli ho rivelato tutto!

Filippo Facci: Non ho capito la questione: dal che ritengo che l’essermi espresso male sia un’ipotesi effettiva. Non certa, tuttavia. La mia era una notazione tecnica, riferita al fatto – che poi non ho riportato – che Mozart ha infarcito il Don Giovanni di riferimenti musicali «teatrali», in voga allora, che noi ora non possiamo riconoscere. Per il resto, figurarsi se disconosco l’ammiccamento mozartiano verso la servitù della musica, come la chiami. La musica era poco più che un’occupazione da girovaghi o da servi, un mestiere come un altro, un artigianato, al limite una ricreazione pomeridiana per nobili rampolli. Di rado, nel Settecento, era considerata un’arte, come lo sarà da Beethoven in poi: i musicisti, anche a corte, erano considerati dei domestici e mangiavano con la servitù. I teatri erano molto diversi da come li immaginiamo oggi. La Scala al primo piano aveva una bottega del caffè in cui la gente s’intratteneva a leggere e oziare mentre venivano preparate bevande calde da servire nei palchi; al secondo piano c’era una cucina e una pasticceria e dei camerini per le cene, con gli aromi delle pietanze a spandersi per tutto il Teatro; al terzo piano c’era una stanza per i commerci, come la Borsa di oggi, e una galleria dei giochi dove la gente litigava e non di rado si accoltellava. In ogni palco non mancavano i liquori e un braciere per cucinare o per scaldarsi, e le tende, rivolte verso il palcoscenico, si potevano chiudere così da farsi gli affari propri. La musica, intanto, andava. Nel complesso, un baccano d’inferno: tra sguardi e ventagli, l’arte si mischiava all’intrattenimento, e nei teatri, illuminati con splendidi lampadari in argants, i borghesi e gli aristocratici si ritrovavano anche per fare un po’ di casino. Però quello che dici è molto parziale. Vale per l’opera buffa. Mozart non lo è già più. Io stesso Mozart preferisco sentirmelo a casa, per dire. Ma per Wagner? I testi erano mostruosamente lunghi ed elaborati (raramente in rima) eppure li scriveva lui stesso, e ascoltare le sue opere mille volte (come pure faccio) non vale vederla una volta dal vivo, sempre che la regia non lo ammazzi come alla Scala è accaduto è accadrà nei due anni prossimi.

Massimo Zamarion: Innanzitutto, caro Facci, sarà curioso di sapere cosa le avrei fatto se non si fosse espresso “in modo infelice”: be’, le avrei “strappato con le mani la zazzera biondiccia”. Questo avevo in anima di fare. Ma a parte questa doverosa precisazione, la sua garbata risposta merita la verità. Quest’articoletto è frutto di una vendetta. Sì, vergognamoci per Zamarion! Lei un giorno, in un articolo su una lista di 100 dischi da “possedere assolutamente” proposta da Marco Pasetto, scrisse che l’Aleksandr Nevsky del mio amato Prokofiev faceva “scappar la gente per sempre”. Anche qui non era chiarissima la cosa: forse voleva dire che la musica, la bellissima musica, dell’Aleksandr Nevsky, di quel capolavoro dell’Aleksandr Nevsky, era troppo impegnativa o fine per sedurre un neofita anche di innato buon gusto? Siccome però è musica tutt’altro che cerebrale, ma piena di melodie accattivanti, a me parve che l’Aleksandr Nevsky facesse scappare lei a gambe levate. Scorrendo la lista scoprii poi che lei era un fan di Shostakovich e un detrattore di Stravinsky, il grande Igor, che sta più in alto anche di Berlusconi nella mia personale lista dei più grandi nanerottoli della storia. Avendo l’immaginazione fervida, questa mi sembrò una dichiarazione di guerra e l’uomo del sottosuolo che è in me se la legò al dito. E veniamo all’Opera. Quello che mi dà sommamente fastidio quando si parla di Opera, e che mi sembra un grave errore pedagogico se si vuole avvicinare la gente alla musica “classica”, è che tutta l’attenzione venga rivolta agli interpreti, alla direzione, alla scenografia, ai cantanti, ai “personaggi”, al dramma. Non si finisce più di parlare di chi è Don Giovanni, di chi è Tosca, o di chi è Scarpia. Ed è una noia mortale. Sembra che tutto dipenda dall’esecuzione o da quello che in un’opera – musicale – in ultimissima analisi rimane secondario. E’ tutta roba frigida. Possibile che un capolavoro o un buon pezzo musicale non sappia sopportare una zotica esecuzione? Possibile che la bellezza in mani maldestre sfugga ad un orecchio sensibile? Io non lo credo affatto. Possibile che i critici invece di chiacchierare all’infinito sul “significato” di un’opera, o di quel tal personaggio della malora, e su come dovrebbe essere interpretato, non si adoperino invece a cercare di cogliere e comunicare a parole la segreta musica della musica di Mozart, o la segreta musica della musica di Tchaikovsky? (Io mi sono avvicinato alla musica classica così: ascoltavo un LP degli Area, anni settanta; sul retro, non so per quale strana contro-operazione culturale c’era un pezzetto intitolato: “Il massacro del terzo brandenburghese”, due minutini di musica massacrata per benino. Io ne fui folgorato. Così nel negozio di dischi dove andavo di solito cominciai a frugare negli scaffali dedicati alla musica classica, con la nonchalance sospetta di chi cerca le riviste porno. Trovai i Brandenburghesi diretti da K. Richter, due sontuosi LP della Archiv. Solo dopo qualche mese ebbi il coraggio di comprarli. Avevo 14-15 anni. Non guardai in faccia il negoziante, che sicuramente mi guardava strano. Ma dopo fuggii felice.) Ecco, è per tutto questo che quando lei ha scritto che per Mozart l’Opera è teatro allo stato puro io ho voluto interpretarla a modo mio. Quanto alla Gesamkustwerk, come ho già scritto nel mio blog che conta la bellezza di 150.000 contatti dopo soli cinque anni, mi sembra cosa astratta e tirannica. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è – per me – quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile e bolsa cavalcata della Valchirie). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. (Ma forse a guardarle dal vivo, chissà che riesca a non addormentarmi). In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo. Questa è sempre stata la mia opinione. E non ho ancora cambiato idea. Perlomeno, converrà, è mia. Ringrazio dell’attenzione. Io la seguo spesso con simpatia. Mi dispiace però che sia così anticlericale. E sulla musica ho capito che siamo, in quanto a gusti, su fronti contrapposti.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (34)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

RAFFAELE LOMBARDO 08/08/2011 Il presidente della regione Sicilia è un cannone: non solo abbasserà del 10% da settembre la sua indennità mensile (da 18.500 euro a 16.650 euro netti) e quella di tutti gli assessori (da 12.500 a 11.250 euro), ma ha anche il coraggio di dirlo.

ROSY BINDI 09/08/2011 Quello che non avreste mai osato immaginare sta forse – forse – per succedere: un governo ci farà piangere per davvero, ossia porrà mano a quelle mitiche riforme che tutti invocano da decenni pensando di partecipare ad uno scherzo collettivo. Per la presidentessa del Partito Democratico la cosa è di una gravità inaudita: “Qui dobbiamo denunciare con forza un fatto: il governo affida il risanamento, e addirittura la possibilità della ripresa della crescita, all’abbattimento del sistema di welfare intaccando pesantemente i diritti dei cittadini.” Del tutto dimentica del “commissariamento” da parte di quell’assennata Europa che ha preso per l’orecchio il Berlusca, Rosy propone innanzitutto di “non toccare i fondi destinati a enti locali e regioni perché questo vorrebbe dire colpire i cittadini, poi bisogna tassare le ricchezze e usare la leva fiscale per diminuire le disuguaglianze. Si inaspriscano le norme contro l’evasione fiscale.” E poi si facciano liberalizzazioni “serie”, si punti sulla ricerca, sull’efficienza della pubblica amministrazione, si intervenga sui privilegi di tutte le classi dirigenti, ecc. ecc. Insomma, anche Rosy, come tanti suoi colleghi, ha capito che questo rischia di essere davvero l’ultimo giorno di una vacanza che dura dall’inizio della carriera: tanto vale approfittarne, e finire in bellezza con un’esplosione pirotecnica di corbellerie.

ENRICO BERLINGUER 10/08/2011 Lugubre caricatura di un severo profilo morale, fu l’ideatore e il propugnatore della politica degli onesti; la politica che uccide tutte le politiche; in tempi di democrazia, e al netto della confezione, la più belluina e rozza delle politiche. Intervistato da “Oggi” uno dei suoi epigoni la sintetizza così: “…ai cittadini non basta più la distinzione fra riformisti e moderati: alla gente interessa innanzitutto l’onestà nella politica e distinguere fra il partito degli onesti e il partito dei disonesti”. Che il suo nome sia Antonio di Pietro non è un caso.

LA PROCURA DI TRANI 11/08/2011 Dopo essersi guadagnata una discreta fama in patria con le le frescacce di casa nostra – le trame minzo-berlusconiane – la procura pugliese ha deciso di dare l’assalto a quella mondiale mettendo sotto inchiesta alcuni analisti di Moody’s e di Standard & Poor’s: i primi per aver diffuso “giudizi da ritenersi falsi, infondati o comunque imprudenti” sulla tenuta del sistema economico e bancario italiano, tali da configurare il reato di “manipolazione del mercato”; i secondi, oltre che per lo stesso motivo, anche per “abuso di informazioni privilegiate”, avendo diffuso “anche a mercati aperti notizie non corrette (dunque false anche in parte), comunque esagerate e tendenziose sulla tenuta del sistema economico-finanziario e bancario italiano”. Pare che per la procura queste ipotesi di reato siano da ritenersi pressoché accertate. Comunque ragionevolmente fondate. In ogni caso degne di attenzione. Magari in parte. Vuoi vedere che è la volta buona che il mondo s’insospettisce e si decide a ficcare il naso sui riti singolari della giustizia italiana?

VLADIMIR PUTIN 12/08/2011 Alla sua terza esperienza da sub, si butta nelle acque del Mar Nero e alla sconvolgente profondità di due metri scopre i resti di due anfore greche (bizantine) del VI secolo d.C. Forte di questo auspicio favorevole, e contando sul favore degli dei, sembra che adesso l’eroe fortissimo vagheggi di lasciare la Scizia per veleggiare lungo la costa del Ponto Eusino e puntare sulla Colchide alla conquista del Vello d’Oro.

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La meglio politica estera. Quella di Berlusconi.

Con il crollo del paradiso sovietico molti avevano profetizzato l’obsolescenza della NATO e l’avvento di un mondo multipolare nel quale ogni stato si sarebbe mosso in base ai propri “interessi”. Quest’idea è figlia di un troppo compiaciuto realismo, sia da parte dei protagonisti della politica estera sia da parte degli osservatori: è quindi errata ed in ultima analisi superficiale.

Il nichilismo della politica degli “interessi” è ottuso. Il mondo non si misura solo con grandezze territoriali, demografiche o economiche. Esso poggia su fondamenta sotterranee, non eterne ma profonde, di ordine culturale e religioso, che in qualche modo lo strutturano. In questo quadro, la Russia non è propriamente l’Europa, ma rimane una proiezione slava dell’Europa cristiana, come le Americhe ne sono una proiezione latina ed anglosassone.

Con il crollo del paradiso sovietico molti altri per converso avevano profetizzato per l’Onu un ruolo accresciuto di arbitrato mondiale, preludio ad una democrazia universale one country/one vote. Quest’idea è figlia di un’idea messianica della democrazia, una versione aggiornata del sol dell’avvenire, fondamentalmente materialista, che rifiuta la storia e non rispetta le dimensioni spaziali e temporali sotto la cui schiavitù l’uomo è condannato a vivere su questa terra. Di essa si abbeverano gli infiniti cretini della “democrazia compiuta”, ben conosciuti nel nostro paese.

Il nichilismo dell’ideologia democratica è ottuso. Da quando l’etichetta comunista le si è scollata malinconicamente di dosso, la Russia è divenuta il catalizzatore di tutti gli strali dell’intellighenzia progressista, e anche di quelli dell’intellighenzia neocon con un passato rosseggiante, segno della resistenza di certe malattie. Costoro, che dormivano della grossa ai tempi degli arcipelaghi gulag, ora non perdonano niente alla Russia di Putin, che trovano troppo autoritaria per i loro gusti salottieri: sai che scoperta, in un immenso impero mezzo spopolato, con gli occhi a San Pietroburgo e i piedi a Sachalin e nella Kamčatka, un bestione che viene da secoli di zarismo e settant’anni di comunismo cui tenere le briglie.

Ragion per cui, in barba a questi due opposti estremismi, l’ “Occidente”, inteso non come entità metafisica ma come realtà spazio-temporale cangiante, vivente e strutturante, non è “sparito”. Ma se la linea di confine che lo delimitava tagliando in due l’Europa è fortunatamente scomparsa, essa non si è spostata sui confini russo-baltici, russo-polacchi, russo-ucraini o russo-georgiani; il nuovo limes sta piuttosto sulle rive siberiane dell’Amur, a sud del quale agisce la forza fenomenale e potenzialmente destabilizzante di miliardi di asiatici che escono dalla povertà, che assumerà ben presto le forme dell’aggressività politica, se quest’ultima farà da cassa di compensazione degli squilibri interni. Questo spiega perché, nonostante le paure di ieri contro l’Unione Sovietica e quelle ataviche contro l’Impero Russo degli ex paesi dell’Est, l’isterica insistenza per l’inutile, al momento, entrata nella Nato di Ucraina e Georgia, il coccolato avventurismo dei Saakashvili, e il retaggio delle diffidenze antirusse e antiamericane, l’avvicinamento e la collaborazione russo-americana-europea stia nella stessa forza delle cose, come indicano gli ultimi sviluppi della politica internazionale. Toccherà a Washington leggere con attenzione questo sviluppo e assumerne la naturale leadership. A lungo andare lo farà, col tacito consenso persino della Russia putiniana.

E’ un merito del nostro Caimano aver letto prima di altri dentro questa dinamica mondiale. Con l’ampio credito guadagnatosi per anni a Washington con l’eloquenza dei fatti si è pagato la disinvoltura delle sue pacche sulle spalle con Putin, Medvedev e il beduino nostro vicino. E’ riuscito a fare i nostri “interessi” rimanendo nel quadro delle alleanze strategiche. In breve, ha dato all’Italia una politica estera. E nonostante i malumori l’ha avuta vinta, a riprova che essa si fonda sui fatti, non sul gossip dei rappresentanti diplomatici. Il bizantinismo della politica estera italiana era piuttosto quello di Andreotti: per la società civile, specie per quella dei lettori di Repubblica, e in buona parte proprio per quella politica estera, era un vero beniamino negli anni ottanta, l’unico che si salvava nelle compagini governative craxiane. Ma questo, more solito, e triste, l’hanno puntualmente sbianchettato dalla loro coscienza repubblicana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Putin e Stalin

Ci son tante brutte cose nel mondo, ma in quello dei media va di gran moda, oggi, strapparsi i capelli un po’ troppo per l’autocrazia putiniana, tanto che quest’ultima è stata silenziosamente promossa a campione di riferimento per stabilire se un dato paese sia da includere nel novero delle democrazie o meno. Fateci caso: tra i più spietati censori della Russia attuale ve ne sono parecchi che qualche decennio fa verso l’Unione Sovietica della rincorsa agli armamenti mostravano una partecipe comprensione: in fondo l’Occidente non “istigava odio” con la retorica dell’Impero del Male? Beati personaggi ai quali l’incubo polare degli Arcipelaghi Gulag e l’eco terribile delle purghe staliniane non impedivano di continuare a fare pigramente le carezze al loro credo filosofico e politico. Disgraziatamente costoro hanno avuto buon gioco da quando l’opinione pubblica si è assuefatta, a cagione dell’influenza dei chierici della religione universale democratica, a sterili, astratti ed infantili dibattiti sull’alternativa, ben poco pertinente sul piano storico, della “democrazia sì – democrazia no”. Come potesse un paese col passo pesante che la sua immane stazza transcontinentale gl’impone, nel quale la servitù della gleba fu abolita solo negli anni dell’unità italiana, uscito da secoli e secoli di zarismo, e da un secolo di comunismo, trasformarsi d’incanto in un’accettabile liberaldemocrazia europea è un mistero per chi abbia ancora conservato un minimo di senso comune, e non butti la questione sul tavolo della contesa ideologica, magari per fini di politica interna. Cosicché non deve stupire se oggi i sondaggi dicono che grosso modo un terzo dei russi dichiarino di avere un’opinione favorevole del “piccolo padre” Josif Stalin. Certo, a volte rimpiango il fatto che non vi sia stata una Norimberga anche per i crimini comunisti, col corollario esemplare della fucilazione di qualche centinaio di gerarchi rossi – nel nome dei diritti umani, naturalmente – ma se poi penso che ci saremmo dovuti sorbire un secolo di virtuoso, ostentato e democratico “anticomunismo” istituzionale da parte della solita marmaglia opportunista, allora penso che sia stato meglio così, grazie a Dio.

La Russia è sempre stata un gigante insicuro, che della sua grandezza e delle sue immense pianure ha fatto i suoi bastioni difensivi. Spaventata e umiliata dalla distanza che la separava dall’Europa, per riecheggiare le parole di Dostoevskij in una lettera allo Zar Alessandro III del 1873, ha oscillato continuamente tra l’imitazione servile dell’Occidente e la volontà di potenza, tra il disprezzo di sé e il nazionalismo aggressivo. Fenomeno nient’affatto peculiare se non per la sua inedita dimensione, almeno nel quadro della civiltà cristiana-occidentale in senso lato. Nella figura di Pietro il Grande, che procedette a tappe forzate ad un’occidentalizzazione del paese colossale tanto quanto la mancanza di scrupoli verso la vita umana che dimostrò nel realizzarla, le due pulsioni si combatterono piuttosto che combinarsi armonicamente. Non sorprende allora se per una parte della popolazione russa il dittatore georgiano che “sconfisse” i nazisti; che fu celebrato in patria come un redivivo Aleksandr Nevskij, il difensore-salvatore per antonomasia della Santa Madre Russia; che fu guida dell’URSS quando questa, su basi in realtà fragilissime, divenne un grandioso modello o un grandioso spauracchio per il resto del mondo; non sorprende se rappresenti ancor oggi una figura popolare del quale una memoria ultraselettiva disegna solo un profilo rassicurante e paterno.

E’ difficile stabilire in che misura l’autocrazia putiniana sia l’espressione di una camicia di forza posta alle libertà civili e in che misura sia l’espressione del grado elementare di democrazia sostenibile dalla società russa pena la sua disgregazione, perché non c’è dubbio che l’ampio consenso di cui ancora gode il nuovo Zar di tutte le Russie non è segno solo di un’adesione acritica alla politica di “grandeur” affettata dal Cremlino, ma è dovuto in parte non trascurabile all’istinto di conservazione del popolo russo: così si conciliano gli omaggi tardivi ma ufficiali resi a Solzhenitsyn, con la discreta politica di “laissez faire” intorno al revival staliniano; le aperture “liberali” dell’attuale presidente Medvedev, con gli atteggiamenti da cane di guardia del suo boss. Quella dell’ex agente del KGB non è la versione russa del Terzo Reich, o la riedizione in nuce dell’Unione Sovietica. Per il momento – per il momento – è la politica di un gigante gracile che percorre un sentiero stretto in cerca di stabilità e continuità nello sviluppo, nelle forme assai ruvide di un gollismo in salsa russa. Ed il gollismo fu la forma pomposa con la quale la “grandeur” francese, tra uno scossone e l’altro, si adattò “nei fatti” alla pax americana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Esteri

La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (2)

Le Americhe non sono altro che una grande proiezione dell’Europa Occidentale: gli spagnoli, i portoghesi, gli inglesi e in piccola parte, i francesi, hanno potuto colonizzarle e popolarle in grandi distese uniformi; così come la Russia è la grande proiezione slava dell’Europa Orientale. Bloccati geograficamente nel mezzo dell’Europa continentale settentrionale e meridionale, travagliati dalle vicende del Sacro Romano Impero, arrivati tardi all’unità nazionale, tedeschi e italiani a questa Grande Europa figlia dell’Europa non hanno potuto contribuire altro che con l’immigrazione e con un’indiretta influenza culturale, e ciò non cambia anche se la scoperta e l’esplorazione delle Americhe è legata, fra gli altri, ai nomi di Colombo, di Vespucci, di Verrazzano, di Giovanni e Sebastiano Caboto. La dinamica di questo sviluppo ha comportato un effetto collaterale imprevisto: gli abitanti del Nuovo Mondo, che si sono spartiti lotti ben squadrati di continente, hanno perso la sensibilità per riuscire a penetrare nell’intrico etnogeografico europeo che, benché vecchio, ancor oggi, nel 2008, è lungi dall’aver sciolto tutti i suoi nodi.

Questa insensibilità culturale, accompagnata dall’indefettibile ottimismo democratico degli Americani, che diventa puro e semplice fideismo in quegli Europei reduci da ideologie marxisteggianti che della democrazia hanno un concetto puramente formale-istituzionale, e quasi metafisico; accompagnata dall’ignavia e dalla mancanza di coraggio degli stessi Europei; accompagnata dalla voglia di fare presto e di scrollarsi di dosso una bruttissima gatta da pelare; ha prodotto l’attuale pasticcio post-jugoslavo, una caterva demenziale di stati di nuova fattura (eccetto Slovenia e Croazia), repliche in miniatura di quella stessa Slavia del Sud dalla quale si sono emancipati, nella segreta speranza che la cornice democratica e l’imprimatur della comunità internazionale bastassero da soli a far sì che la realtà si acconciasse alla forma, e non il contrario. Come scrissi qualche tempo fa:

Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo […] una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”.

Il modello di uniformità amministrativa imposto da Napoleone nel suo Impero continentale se trovò grandissima resistenza nei popoli sottomessi, che si sentirono a giusto titolo violentati, fu però preso ad esempio da quegli stessi popoli nel momento della loro rinascita nazionale. Ma anche laddove la statolatria non prenda piede, ricordiamoci sempre che la democrazia ha in ogni caso una sua ingombrante logistica che condiziona pesantemente l’organizzazione dello stato. I tempi di democrazia non sono stati affatto facili per le minoranze etniche, sopravvissute invece all’organizzazione feudale della società. La caduta del muro di Berlino, e non poteva essere altrimenti, ha rimesso in moto processi rimasti per lungo tempo artificiosamente congelati di sistemazione geopolitica del continente europeo: la riunificazione tedesca, la ricostituzione degli stati dell’Europa Orientale seguita al disfacimento dell’Unione Sovietica e la dissoluzione jugoslava ne sono stati i momenti salienti.

Con l’ultima infornata di paesi europei nella NATO del 2004, quando entrarono Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia, si è voluto consacrare una realtà politica più che una realtà militare, sperando – ragionevolmente – che a nessuno venisse in mente di voler vedere le carte. Tutto ciò era giusto e comprensibile: si trattava di guadagnare terreno approfittando della risacca russa. Ma oggi non esiste più alcun Impero Russo. La Russia attuale alla luce di equilibrate considerazioni storiche, alla luce del buon senso, e non in base a concezioni sacrali-metafisiche in ordine all’essenza dello Stato-Nazione, è sostanzialmente tutta dentro il suo alveo naturale, fatte salve alcune propaggini del tragico puzzle caucasico, che però rappresentano una porzione infinitesimale del suo territorio. Ed è difficile stabilire in che misura l’autocrazia putiniana sia l’espressione di una camicia di forza posta alle libertà civili e in che misura sia l’espressione del grado elementare di democrazia sostenibile dalla società russa pena la sua disgregazione, perché non c’è dubbio che l’ampio consenso di cui ancora gode il nuovo Zar di tutte le Russie non è segno solo di un’adesione acritica alla politica di grandeur affettata dal Cremlino, ma è dovuto in parte non trascurabile all’istinto di autoconservazione del popolo russo. Quella di Putin non è la versione russa del Terzo Reich, ma per il momento piuttosto la versione assai ruvida di un gollismo in salsa russa. Ed il gollismo fu la forma pomposa con la quale la grandeur francese, tra uno scossone e l’altro, si adattò nei fatti alla pax americana.

Putin non è un pazzo imbevuto di letture parafilosofiche sui destini di Santa Madre Russia. A Mosca sanno benissimo che staccare la spina energetica farebbe molto male all’Europa, ma sarebbe letale per la poco diversificata economia russa. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare ora nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla pseudotaumaturgica politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, anche per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. L’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte: e l’Occidente non aveva in mano che una misera doppia coppia.

Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il suo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi.

Cari amici del partito filoamericano, nelle cui fila milito da bravo soldatino fin dal raggiungimento dell’età della ragione, lo spirito di Monaco più che sull’Europa stavolta aleggia in troppe bocche – molte delle quali non esattamente conosciute per l’indomito coraggio – per essere una scomoda verità. L’Occidente ha bisogno di assorbire la Russia, con fermezza ma con accortezza, perché è un giocattolone assai delicato. E ne ha bisogno perché la vera grande incognita di questo secolo sono gli sviluppi sociali e politici derivanti dall’improvvisa e inevitabilmente traumatica – se ragioniamo in termini epocali – crescita economica di almeno tre miliardi di asiatici. Il Giappone e la Corea del Sud si sono sviluppati enormemente nel quadro bloccato della Guerra Fredda, e quindi sono stati costretti a metabolizzare al proprio interno, volenti o non volenti, i problemi derivanti dalla loro crescita. Ma oggi non è più così. La pax americana è quindi necessaria, ma gli Stati Uniti semplicemente non hanno i mezzi per gestirla da soli; dovranno cogestirla prima con gli Europei e poi, auspicabilmente, con gli altri nuovi alleati, pur mantenendone la naturale leadership. Una Russia troppo indebolita potrebbe collassare di nuovo, e sarebbe una sciagura per tutto l’Occidente.

Per dirla con l’autore del De Bello Gallico: Russia est omnis divisa in partes quatuor.  Da occidente ad oriente rispettivamente: 1) la Russia cosiddetta europea delimitata ad est dalla catena montuosa degli Urali che attraversa il paese in senso nord-sud; 2) la Siberia Occidentale, o bassopiano siberiano, dominato dalla grandiosa pianura alluvionale dell’Ob’, che giunge fino al fiume Jenissej; 3) dove inizia la Siberia Centrale, o altopiano siberiano, caratterizzato da scarsi rilievi, che giunge fino al fiume Lena; 4) da dove si diparte la più accidentata Siberia Orientale che arriva fino al Pacifico. La Siberia costituisce dunque tre quarti del suolo russo, ma meno di un terzo degli abitanti, circa 40 milioni per 13 milioni di kmq, per una densità di appena 3 abitanti per kmq; il Far East russo è ancora un’enorme distesa spopolata, una frontiera tenuta insieme da una rete a maglie larghissime di avamposti della civiltà – in senso lato – europea-occidentale, o di quella Grande Europa figlia dell’Europa alla quale accennavo all’inizio: vogliamo regalarla ai cinesi, ai quali basterebbe spedirvi 1/20 della propria popolazione per colonizzarla e ridurre in minoranza i russi e tutte le altre etnie presenti?