E’ la democrazia, bellezze!

E allora. Pronti? State ben saldi sulla vostra seggiola e non cominciate subito a fare smorfie come donnicciole bigotte – laiche, s’intende – che vi spiego il significato di questa patetica sollevazione generale contro le magnifiche imprese dei cani da riporto (grazie Eugenio, grazie Concita: sempre impeccabili, gli amici dell’umanità e della democrazia); dei cani da riporto Feltri e Belpietro, dicevo; e del fratello brutto di Nosferatu, il simpatico Sallusti; e del rompiballe Porro, che è un ridente mattacchione e per questo fa infallibilmente imbestialire quegli immusoniti e noiosissimi rompiballe che vanno in giro col patentino rilasciato dalla società civile. Il significato storico, mica quello delle cronachette, ché qui si vola alto, come sempre. Un significato scandaloso, che è questo: la democrazia, a lungo andare, ha spiacevoli conseguenze democratiche. Spiacevoli. Succede infatti che ai profeti della democrazia – che sono sempre in malafede appunto perché profeti – la democrazia piaccia finché le masse sono manovrabili: passive sotto di loro come lo erano sotto il Re. Di esse si servono per scalare i vertici del potere. Ne risulta che la democrazia, per costoro, è bella finché il popolo non è maturo per la democrazia. Ma quando i piccoli popoli eletti, militanti, piazzaioli e firmaioli non riescono più ad intimidire quello grande, quest’ultimo comincia a somigliare per davvero ad una somma d’individui pensanti. E quindi lo temono, l’hanno in dispetto, e sentenziano che la democrazia è “malata”, e cominciano a parlare di “regole”: i codici, di cui loro sono i custodi e gli interpreti, diventano allora il surrogato di una truppa popolare che si è democraticamente squagliata.

Mai la democrazia è stata così bene come adesso nel mondo euro-americano, Russia e America Latina comprese, se guardiamo le cose in termini relativi e con un occhio alla storia, ed anche se il pericolo è sempre latente, mai è stata così bene al riparo dalla minaccia delle ideologie totalizzanti; eppure, per questi damerini dalla lingua velenosa oggi la democrazia è malata. Cosa c’è? Puzza? E’ volgare? Beh, il fetore è quello che le è proprio, e certifica del suo buono stato di salute. Avete voluto la libertà del volgo? E adesso ne sentite l’olezzo solo perché non vi ubbidisce a bacchetta e non resta con la bocca aperta? Perché ha gusti non proprio eccelsi e vi fa marameo se infantilmente vi vendicate trattandolo da zombie e cianciando di forme subliminali di totalitarismo? Scoprite l’acqua calda con decenni e secoli di ritardo e riuscite solo ad incartare il vostro malessere, nel caso foste onesti, e il vostro disappunto, nel caso non lo foste, con quella sociologia verbosa ma pop che oggi impera nelle librerie, e che non vale spesso le lapidarie osservazioni di scrittori del passato. Un poeta “reazionario” come Pound disse di un suo pan-democratico collega:

E Walt Whitman era l’America. Era l’America con la sua crudezza e il suo fetore enorme. E la cavità nella roccia che rimanda l’eco del suo tempo. Egli cantò l’era cruciale dell’America, egli è stato la voce trionfante. E disgustosa. Orribilmente nauseante.

Uno scrittore “liberale” della Francia della Restaurazione, un “sinistrorso” nostalgico dell’Impero, come Stendhal, seppe odiarla ancor prima di vederla, la “vera” democrazia, e scrisse nelle pagine iniziali de “Il rosso e il nero”:

In realtà, codesti saggi [i saggi e i moderati della Franca Contea] esercitano il dispotismo più noioso. Ed è appunto questo dispotismo – triste parola – che rende insopportabile il soggiorno nelle piccole città a chi è vissuto in quella grande repubblica che è Parigi. La tirannia dell’opinione pubblica (e quale opinione!) è altrettanto cretina nelle piccole città della Francia che negli Stati Uniti d’America.

In tempi di democrazia, quando conta il numero, nella repubblica delle lettere e dei media le cose vanno ancor più velocemente che in politica. Anzi, le precedono, visto che qui non si vota con regolari elezioni, e le parrocchiette mafiose, surrogato senza nobiltà, senza storia e senza tradizione di un mondo aristocratico che si vorrebbe perpetuare sotto mentite spoglie, si formano spontaneamente più per impressionare e intimidire che per fare la conta. A metà del diciottesimo secolo, quando la tempesta si stava formando, Voltaire scriveva:

 Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morirei contento.

Riunitevi e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!

Nell’Italia del dopoguerra, un passo alla volta, una dispotica repubblica di questo genere si è radicata nel campo della cultura, dei media e soprattutto della carta stampata; e nella società in genere, senza peraltro trionfare nell’arena democratica per eccellenza, quella politica, dove i voti non si pesano, purtroppo, ma si contano. E un passo alla volta, proprio perché la democrazia ha resistito alle pulsioni radicaleggianti che ci hanno regalato nel passato, succedendo l’uno all’altro, prima il fascismo e poi il più grande partito comunista d’occidente, anche grazie ai democristiani, eh sì!, a Craxi, eh sì!, e soprattutto al Berlusca, ma certo!!!, il campo conservatore, popolato da cani sciolti refrattari allo spirito gregario che domina spesso a sinistra, si è riorganizzato, ed ha cominciato a ribattere colpo su colpo. I più tremebondi fra i moderati oggi sfoggiano con orgoglio il loro “terzismo” in questa guerra. Ma in realtà i “terzisti” sono di due tipi: il primo è quello che vegeta in una grande stampa che per decenni è andata a rimorchio della vulgata progressista, finendone perfettamente addomesticata, e che solo la forza del fenomeno Berlusconi è riuscita a strappare dalla sua paurosa passività; il secondo tipo è quello che dopo aver militato nel campo berlusconiano, deluso nella sua ambizione o per motivi più nobili, ha cominciato a flirtare con le sciocchezze politicamente corrette, ricevendone in cambio bacini e considerazione, ed è ormai sulla bocca del Leviatano. Di “terzisti” con le palle non ne vedo molti in giro.

E così, cari miei, arrendetevi all’evidenza: la sollevazione contro i cani da riporto è la rivolta reazionaria di chi campa grazie a rendite e monopoli, dossieraggi e killeraggi compresi. E l’alacrità dei cani da riporto è segno che oggi la democrazia, in Italia, è più forte.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Update del 13/10/2010: Un “terzista con le palle” (naturalmente io – politicamente – resto “berlusconiano”) come Oscar Giannino su Chicago Blog esprime la sua opinione sul caso.  Il suo post è stato pubblicato ieri l’altro, come il mio su Giornalettismo.com, ma solo ora l’ho letto.  Nella parte che ho evidenziato in neretto, ha il “coraggio” di scrivere una banale verità che ho anch’io esposto nel mio articolo. E’ una questione che nasce da lontano, dice, ed è verissimo. Io mi spingo ancora più in là in questa “lontananza”. E a differenza sua, vedo soprattutto il significato positivo del “muscolarismo” di questa risposta. Senza Berlusconi non ci sarebbe stato il “terzismo”, ma neanche il “dualismo”, cari Folli, De Bortoli, Sorgi e compagnia cantante.

Prima domanda? A mio giudizio, per quanto so di lui e di legge italiana, è Nicola Porro un ricattatore o più precisamente un potenziale attore di violenza privata, il delitto per cui è indagato? No, assolutamente no. Lo sono Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri? In termini di codice penale, la mia risposta è altrettanto ferma, è e resta: assolutamente no. Per loro due, che hanno la responsabilità della direzione e della direzione editoriale del Giornale, la questione è diversa. Non riguarda la legge. Ma il giornalismo muscolare che perseguono e realizzano: con ottimi risultati in termini di lettori, va detto. Io ho avuto occasione anche su queste colonne di criticare ciò che alla fine questo giornalismo muscolare alimenta nel dibattito pubblico italiano. Ma è questione che nasce da lontano: perché è stata la risposta che a un certo punto ha iniziato a organizzarsi rispetto a quello della sinistra, rappresentando Silvio Berlusconi il male assoluto per alcuni, e il minore dei mali per gli altri. La questione per loro è l’effetto del muscolarismo in un’Italia politicamente tribale: ma ricade in pieno nella libertà di stampa, e le mie sono critiche non penali ma di opportunità, perché penso che ne venga talora e spesso più male che bene.

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