Il nuovo governo e il pericolo dell’utile-idiotismo sovranista

salvini_fondogrigio_1_fgSe l’analisi della situazione politica risulta tutto sommato piuttosto semplice, la soluzione per la formazione di un nuovo governo si presenta oltre modo difficile. Il M5S è il nuovo partitone egemone della sinistra senza se e senza ma; dall’altra parte c’è il centrodestra, che è una creatura berlusconiana, e che solo Berlusconi ha tenuto insieme per un quarto di secolo, con Salvini in pole position; in mezzo c’è il Pd che fondamentalmente paga la sua mancanza di identità politica. Un governo che abbia qualche sensatezza (politica, s’intende) si fa solo con le spoglie del Pd. Il M5S ha recitato la commedia per un po’, ma poi il veto, mai esplicitato, verso il Pd è caduto. Salvini invece si è fatto prendere dalla fretta di scomunicare il Pd, piuttosto di lavorare alla sua rottura stando semplicemente alla finestra senza esporsi. Il problema del M5S è che gli mancano molti seggi, e oltre a LeU (il partito che gli è più vicino spiritualmente e che non aspetta altro che un fischio) dovrebbe imbarcare almeno 3/4 del Pd (e satelliti): cosa ardua. Il problema del centrodestra è l’inverso: gli mancano molti meno seggi ma la differenza politica coi piddini è molto più grande. Renzi non c’entra. Lui, per sopravvivere, non può arrendersi né a sinistra né a destra. I fissati col nefando patto del Nazareno (creatura della mitologia antiberlusconiana di sinistra passato pari pari nella destra più ottusa) possono dormire sonni tranquilli. Salvini prenda nota, e invece di emettere imprudentemente veti sui piddini all’ingrosso, li metta di fronte all’incubo di un governo monopolizzato da giacobini puri e duri (M5S-LeU) e giacobini dalle buone maniere che tornano alla barbarie (i reduci dal Pd). Non si faccia intimidire dal bigottismo antiberlusconiano e si serva intelligentemente di Silvio, che gli può essere utile per agganciare la divisione dei responsabili anticomunisti e come copertura sul piano internazionale: impresa quasi impossibile, quasi.

Ci sono dei bei tomi a destra i quali affermano che un governo M5S-Lega non costituirebbe un tradimento degli alleati e degli elettori e che in ogni caso Berlusconi avrebbe tradito la Lega in passato appoggiando il governo Monti e il primo governo Letta, senza neanche parlare dei successivi inciuci col Pd. Sulla prima affermazione non mi soffermo tanto è peregrina: faccio solo notare che l’unico sicuro tradimento dentro il centrodestra fu quello perpetrato alla fine del 1994 dalla Lega ai danni del governo di centrodestra dopo otto mesi scarsi di legislatura, quando Berlusconi veniva colpito dalla raffica degli avvisi a scomparire ed era alle prese con la riforma delle pensioni, sulla quale fu lasciato solo per opportunismo anche dall’establishment economico (e dai giornali di riferimento) che la ritenevano necessaria: volevano incassarla senza pagare il dazio dell’impopolarità, come dimostrò l’appello di Agnelli e De Benedetti, fatto quando ormai la situazione stava precipitando. Sulla seconda dimostrano una certa smemoratezza degli avvenimenti. Per cui procedo ad una succinta ricapitolazione degli stessi.

Berlusconi soccombette al golpe Napolitano nel novembre 2011, dopo aver resistito praticamente da solo per mesi e mesi. Lo fece in modo intelligente, senza farsi travolgere dall’ira. Resistette fino all’ultimo, cioè fino a quando capì che non c’erano più margini ragionevoli per poter superare senza rischi una mozione di sfiducia. Ricordiamoci che la grande campagna di sputtanamento ad personam del 2010 aveva già causati smottamenti nella maggioranza berlusconiana, e che essa veniva già data per morta e sepolta verso la fine di quello stesso anno. Berlusconi diede le dimissioni senza farsi sfiduciare: l’assenza di una formale delegittimazione era un modo per restare legittimamente nel gioco politico. Molti cretinetti isterici di destra, invece, compresi quelli dei giornali che appoggiavano il centrodestra, avrebbero voluto che rovesciasse il tavolo per andare a nuove elezioni. Ipotesi assolutamente scervellata: primo, l’Italia era sotto ricatto finanziario e non era il caso di rispondere con atteggiamenti autodistruttivi; secondo, le elezioni sarebbero state disastrose per il centrodestra e di fatto lo avrebbero fatto scomparire politicamente. Quando non si può vincere, quando si è sotto il tallone di forze nazionali ed internazionali più forti è saggio piegarsi e prendere tempo, almeno fin quando è possibile farlo senza perdere la dignità, e non andare in cerca della bella e stupida morte.

Quanto alla divisione del centrodestra riguardo al governo Monti, essa non era altro, in sostanza, che una tacita divisione tattica. Il Pdl dava l’appoggio esterno al governo, mentre la Lega stava all’opposizione: il centrodestra veniva a configurarsi più per necessità che per scelta come una coalizione di lotta e di governo. Ciò serviva a tenerlo in vita e a farlo uscire col tempo dalla sala di rianimazione. L’inettitudine del governo Monti lo agevolò e Berlusconi tolse per tempo l’appoggio a Monti poco prima della scadenza naturale della legislatura, e in vista delle elezioni del 2013 il centrodestra si ricompose con tutta naturalezza. Il Berlusca fece una campagna elettorale da leone che trasformò quasi miracolosamente, grazie anche al boom grillino, in sconfitta la vittoria sul filo di lana di Bersani, predestinato trionfatore. Col Letta I fece lo stesso che con Monti.

Quanto al Letta 2, al governo Renzi e al governo Gentiloni parlare di sostegno di FI è una scemenza e una menzogna. Curioso: quando qualcuno da sinistra passa a destra è pagato dal Berlusconi; quando invece i traditori di Berlusconi passano a sinistra diventano agenti di Berlusconi. Anche in queste corbellerie certi sovranisti di destra dimostrano di essere succubi della propaganda di sinistra. Una delle cose più divertenti dei destrorsi sovranisti, spezzatori di reni, tutta chiacchiera e distintivo, è che almeno metà del loro cervello è stata colonizzata dal luogocomunismo sinistrorso, che essi nella loro debolezza intellettuale ripetono come pappagalli. Il senso storico-culturale dell’aut-aut di Di Maio a Salvini concernente gli impresentabili italoforzuti sfugge loro completamente. I giornaloni vogliono far fuori Berlusconi, i grillini vogliono fare fuori Berlusconi, e loro pure vogliono farlo, senza che la bella compagnia non li induca a pensare che forse c’è qualcosa non va nelle loro elucubrazioni. La Lega sola egemone nel centrodestra è il sogno dei giornaloni, della sinistra e anche di Bruxelles: è la forte ridotta lepenista, eternamente minoritaria ed eternamente sconfitta. E’ per questo che se l’alleanza di governo tra M5S e Pd non dovesse concretarsi, ai nemici di Berlusconi e di un centrodestra potenzialmente vincitore anche un governo di scopo M5S-Lega, in sottordine, potrebbe andare bene.

Ma forse costoro ambiscono ad impersonare la nuova frontiera dell’utile idiotismo: l’antiberlusconismo acceca. Solo chi si tappa gli occhi non può non vedere la vicinanza politico-culturale tra grillini e piddini. Non parlo di chi ha votato M5S – per buona parte un esercito di fessi o utili idioti – ma dei suoi militanti e del suo – chiamiamolo così – gruppo dirigente. I grillini sono i figli di Berlinguer e dell’immorale questione morale e quindi polli di allevamento del regime culturale sinistrorso: giacobinismo, statalismo, ecologismo cripto-religioso e insieme laicismo sfrenato anticristiano, gay pride ed economia a km zero, antifascismo resistenziale, manipulitismo rosso e antimafiosità di regime. Sono il precipitato del vecchio, altro che il nuovo. Sono il vecchio rimesso a nuovo, e stanno al Pd come i montagnardi stavano ai girondini. Per parte del Pd e del suo elettorato costituiscono tuttavia un richiamo della foresta fortissimo, giacché il Pd non è mai diventato socialdemocratico nel senso culturale del termine, non avendo mai fatta mea culpa, mai fatti i conti con la storia, e mai riabilitato la storia dei socialisti italiani. No, è diventato liberal cambiando etichetta ma senza rinnegare né Togliatti né Berlinguer. Per cui può sempre tornare indietro. Se Renzi oggi viene demonizzato come Berlusconi, non è perché Renzi somigli a Berlusconi, come vuole la nuova vulgata che trova anche tanti sprovveduti discepoli a destra, ma perché, molto più semplicemente, chi di anti-berlusconismo ferisce di anti-berlusconismo perisce. E’ la vecchia fenomenologia delle epurazioni comuniste.

E in conclusione: un M5S di governo può sempre riposizionarsi; abbandonare un po’ del suo estremismo chavista, e diventare un partito radicale di massa ultra-liberal e così unirsi in coito coi resti del Pd, alla stregua di un Podemos normalizzato. Ma i sovranisti alle vongole nel loro accecamento anti-berlusconiano (mutuato dal pensiero dominante, altro che dimostrazione d’indipendenza) non hanno voluto vedere nulla di questo; si sono incartati nella loro ideologica, caricaturale contrapposizione senza sbocchi tra sovranisti e globalisti, fino a diventare più putiniani di Putin, l’amico del loro odiato Berlusca: il quale Vladimir, al contrario di loro, il buon senso l’ha ancora sicuramente conservato, per quante sfumature russe si porti dietro.

P.S. Naturalmente qualcuno potrà pensare che Salvini voglia accordarsi col M5S al solo scopo di fare una nuova legge elettorale che preveda un sistema a doppio turno alla francese. Soluzione buona solo sulla carta. Tra alcuni mesi o tra un anno quale sarà il sentimento di un corpo elettorale alquanto ballerino, tanto più che sia quest’ultimo sia le formazioni politiche si adeguano sempre ai nuovi sistemi elettorali?

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Il vero senso dell’aut-aut del M5S alla Lega

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MANIFESTO ELETTORALE 1953

Il Movimento 5 Stelle ha posto come pregiudiziale per un accordo di governo la Lega l’emarginazione, o meglio, la messa al bando degli impresentabili di Forza Italia e del loro impresentabilissimo leader Silvio Berlusconi. Lasciando da parte per il momento ogni considerazione politica in senso stretto, faccio notare che ciò che viene richiesto alla destra di Salvini è nient’altro che una scelta di campo antropologica,  una specie confessione di fede, consistente nel riconoscersi nei dogmi della vulgata di sinistra della storia dell’Italia repubblicana, al fine di farsi legittimare politicamente, ma solo al prezzo di entrare pure lui, buon ultimo, nell’area della dhimmitudine culturale che la sinistra ha sempre riservato a chi voleva sottrarsi a quella più dura della demonizzazione e della criminalizzazione.

E’ per questo l’Italia politica sembra perennemente sull’orlo di una guerra civile. Ma se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i settant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi scrisse:

«…è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad “abbassare i toni”, a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.»

Ma come nacque quest’idea, questa costruzione intellettuale, questa descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita? Il giorno di nascita preciso non è conosciuto, ma quello del concepimento sì: l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più veramente persa. La guerra l’avevano persa loro, i fascisti. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinse l’esercito delle beghine cattoliche (detto affettuosamente) inquadrate dal generale Gedda, soldato di Pio XII, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 65 anni fa, significava votare per l’onestà contro la corruzione, e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi convertita solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso veramente democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche laico non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

«Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.»

Ma nella Storia Deviata a farla da protagonisti, oltre alla corruzione, erano anche il nuovo fascismo, il golpe, i soliti disegni autoritari. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a quarant’anni anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni dai pasdaran della giustizia democratica:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…»

La paranoia collettiva della Storia Deviata ebbe naturalmente come obbiettivi da colpire anche le istituzioni. Non erano le pistole a sparare, ma l’opera di killeraggio era altrettanto efficiente. Vien da ridere a pensare al rispetto formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricordava qualche anno fa Giuliano Cazzola:

«Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze”. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.»

Ma proseguiamo il racconto. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe capitalista, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste. La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente. La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future. La terza conobbe due sviluppi, paralleli, i cui protagonisti furono solo all’inizio in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: il lancio della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo come garante della propria democraticità per dare compulsivamente del fascista al prossimo. Al millenarismo comunista (che succedeva al millenarismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la democrazia compiuta che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino, col corollario dei suoi provvidenziali nemici, evidentemente: non più intralciato dal marxismo, il giacobinismo ex-comunista poteva convolare a nozze col giacobinismo ex-azionista, e reimpostare la politica supremamente anti-politica del buono contro il cattivo.

Intanto in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea, normale, socialdemocratica da una parte e conservatrice dall’altra.

Fu il turno di Craxi allora di divenire un mostro. Ricordiamolo ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle mostrificazioni. Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Il bastian contrario Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo controcorrente, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

«Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista oltre che craxista?»

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

«Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’opinione, addirittura una tentazione autoritaria.»

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo dell’oggi apparentemente pentito Violante. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

«Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.»

Capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, con la complicità della magistratura democratica s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite: lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo-democratico craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi era stato lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare “per l’onestà contro la corruzione”, e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Si tratta di una malattia antica, già presente ai tempi dell’Italia liberale pre-fascista. Per tutto il novecento gli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il sistema democratico borghese sono stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal ministro della malavita Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere.

La spaziale fake news per cui il M5S degli ammiratori del pessimo Enrico Berlunguer, colui che avvelenò i pozzi della politica italiana col lancio dell’immorale questione morale, pur di non far i conti con la propria storia comunista, non sarebbe né di destra né di sinistra, e non invece quello che è, il nuovo partito di massa liberal-progressista-statalista-giacobino-anticristiano, è incredibilmente ancora in vita per due ragioni: 1) Grillo è stato bravo a imbrogliare le carte col suo vaffanculismo generalizzato per prendere voti a destra e a manca; 2) la sinistra italiana sostiene questa balla perché non vuole riconoscere nei grillini quei purissimi giustizialisti più puri degli altri che stanno epurando i post-comunisti piddini: chi di antiberlusconismo ferisce di antiberlusconismo perisce, e ciò è troppo doloroso ammetterlo. Salvini deve scegliere da quale parte della storia stare: quella della verità (e del vero cambiamento) o quella della menzogna?

[questo post è in buona parte il frutto della rielaborazione di vecchi materiali]

Una citazione senechiana nel “Re Lear” di Shakespeare

Qualche lustro fa mi capitò di leggere un passo delle Lettere a Lucilio di Seneca talmente peculiare ed espressivo da risvegliare immediatamente in me il ricordo di qualcosa che già conoscevo: si trattava di alcuni versi shakespeariani, che ritrovai dopo breve ricerca e senza troppe difficoltà nel King Lear. Questa relativa facilità si spiega con la mia consuetudine di riprendere in mano periodicamente qualche lavoro di questi due autori. Sul momento mi limitai ad adulare me stesso per esser riuscito a inserirmi telepaticamente in questa corrispondenza d’amorosi sensi tra geni; solo in seguito mi resi conto, prendendo in mano edizioni annotate inglesi ed italiane del dramma shakespeariano, che a questa citazione senechiana nessuno faceva alcun riferimento. Echi stoici, attraverso Seneca e Montaigne, di cui fu di fondamentale importanza la traduzione di John (Giovanni) Florio degli Essais in inglese nel 1603, non sono infrequenti in Shakespeare. Però il passo in questione delle Epistulae senechiane ci dà la certezza che Shakespeare ebbe sotto gli occhi, in versione originale ma molto più probabilmente in qualche traduzione, magari non ancora pubblicata, quell’opera di Seneca.

La cosa ha sua spiegazione. Durante la vita di Shakespeare la quasi totalità del corpus filosofico senechiano rimaneva ancora in latino. Mentre le tragedie di Seneca, che sono oggi la parte di grandissima lunga più trascurata della sua opera, ebbero un’influenza enorme sul teatro elisabettiano. In un suo saggio del 1927, intitolato Seneca nelle traduzioni elisabettiane, Thomas Stearns Eliot, scrive:

«Nessun autore ha esercitato più vasta e profonda influenza sul pensiero e la forma della tragedia elisabettiana di quanto abbia fatto Seneca. (…) La maggior parte delle traduzioni più note sono di autori di indiscutibile qualità, e queste traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni in prosa hanno uno stile così puro e sciolto da colpire anche il lettore più sprovveduto. (….) Le “Tenne Tragedies” furono tradotte e pubblicate separatamente nell’arco di circa otto anni, eccezion fatta per “Thebais” che fu tradotta da Newton nel 1581, per completare la sua edizione di tutte le opere di Seneca. L’ordine e la cronologia delle svariate traduzioni sono interessanti. Il primo e il migliore dei traduttori fu Jasper Heywood: il suo “Troas” fu stampato nel 1559, il suo “Tyestes” nel 1560, il suo “Hercules Furens” nel 1561. L’”Œdipus” di Alexander Neviyle (tradotto nel 1560) fu pubblicato nel 1563. Nel 1566 apparvero l’”Octavia” di Nuce, e l’”Agamennon”, la “Medea” e l’”Hercules Œtaeus” di Studley. Probabilmente l’”Hippolytus” di Studley fu pubblicato nel 1567. Passarono poi quattordici anni prima che Newton realizzasse la sua edizione completa, e si può supporre che “Thebais” sia stata tradotta a tal fine.» (T.S. Eliot, Opere 1904-1939, a cura di Roberto Sanesi, Bompiani).

Invece per quanto riguarda l’opera filosofica di Seneca sappiamo che nel 1546-1547 Robert Whittington tradusse tre presunte opere di Seneca: The Forme and Rule of Honest Lyvynge, 1546; The Myrrour or Glasse of Maners, 1547; and De remediis fortuitorum, 1547; le prime due però sono in realtà opere di Martino di Braga; la terza, nel titolo, non corrisponde al alcuna opera di Seneca. Nel 1578 Arthur Golding tradusse il De Beneficiis: The Woorke of Lucius Annaeus Seneca concerning Benefyting, that is to say, the dooing, receyving, and requyting of good turnes, translated out of Latin by A. Golding. J. Day, London, 1578.

Clare Byrne scrisse in An early translation of Seneca :

«…a small volume published apparently in 1577, containing selections from his “Epistolae”, his “De Tranquillitate Animi”, “De Brevitate Vitae”, “De Consolatione”, and “De providentia”. It is, so far as I can discover, not only the earliest English translation of a volume of selections from Seneca, but representes also the earliest English version of these five moral treatises; and after “De Remediis Fortuitorum” translated in 1547, ranks as the second “Englishing” of Seneca as a moral philosopher. Possessing non independent title-page, and masquerading as an appendix to “The Defence of Death”, a translation of Philippe de Mornay’s Excellent “Discours de la Vie et de la Mort” these selections seem hitherto to have escaped notice…»

Il prof. Ben R. Schneider, da parte sua, ha scritto :

«Something called *Seneca’s Morals*, probably a compendium of excerpts, was published in English in 1607».

Il 1606 e il 1607 sono gli anni delle prime rappresentazioni del King Lear di Shakesperare. La cui prima edizione stampata, in-quarto, è del 1608. Lasciamo la parola ad un esperto come Giorgio Melchiori:

«Q1-1608. M. William Shakespeare: “His True Chronicle Historie of the Life and Death of King Lear ecc.”; editore Nathaniel Butter. Questa edizione viene generalmente chiamata Pied Bull Quarto dal nome dell’insegna Butter (il Toro Pezzato) indicato sul frontespizio. Nonostante la registrazione, si tratta probabilmente di edizione abusiva di un testo dettato sulla base del copione da attori infedeli; contiene perciò molti errori e sostituzioni di parole, ma il testo è sostanzialmente completo.» (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori).

Infine nel 1614, e quindi solo due anni prima della morte di Shakespeare, Thomas Lodge pubblicò – ma erano anni e anni che ci lavorava – la prima vera organica traduzione dell’opera filosofica senechiana: The Workes both Morall and Natural of Lucius Annaeus Seneca. La figura di Thomas Lodge può avere giocato una parte importante nel piccolo enigma che stiamo investigando in quanto Lodge è l’autore di Rosalynde, la novella che offrì a Shakespeare l’intreccio per il suo As you like it. Gli si attribuisce inoltre una collaborazione con Shakespeare nella stesura di Henry VI; la possibile influenza di una sua opera poetica, Glaucus and Scilla, sul Venus and Adonis di Shakespeare; una qualche sua mano nella stesura del dramma The True Chronicle of King Leir and his three Daughters del 1594, pubblicato anonimo nel 1605 (proprio negli anni di gestazione del King Lear shakespeariano) nel quale però non c’è traccia del passo in questione. Che è ispirato dalla più famosa opera senechiana, le Lettere a Lucilio (Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX), nella quale, alla Lettera 119, troviamo questo brano (10-11):

LATINO «10 At hic qui se ad quod exigit natura composuit non tantum extra sensum est paupertatis sed extra metum. Sed ut scias quam difficile sit res suas ad naturalem modum coartare, hic ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui. 11 At excaecant populum et in se convertunt opes, si numerati multum ex aliqua domo effertur, si multum auri tecto quoque eius inlinitur, si familia aut corporibus electa aut spectabilis cultu est. Omnium istorum felicitas in publicum spectat: ille quem nos et populo et fortunae sudduximus beatus introsum est.»

ITALIANO «10 Chi, invece, si conforma a ciò che la natura esige, non solo si ritrova libero dalla sensazione della povertà, ma anche dal timore di essa. Ma affinché tu ti renda conto di come sia difficile limitare le proprie sostanze alla misura voluta dalla natura: ebbene, sappi che proprio colui cui tutto togliamo, che tu chiami povero, possiede ancora qualcosa di superfluo. 11 Ma lo spettacolo della ricchezza acceca e seduce la gente, quando da una qualche ricca dimora viene portato fuori un gran mucchio di denaro, quando anche i suoi soffitti sono ricoperti d’oro, quando la stessa servitù spicca per la bellezza fisica e si fa ammirare per le vesti. La felicità di tutti costoro mira sta nell’ostentazione: l’uomo che abbiamo sottratto al condizionamento della pubblica opinione e della fortuna, invece, è felice dentro.»

INGLESE (nella traduzione di Thomas Lodge) «10 But he that hath composed himselfe to that which Nature requireth at his hands, is not only without the sense, but also without the feare of povertie. But to the end thou mayest know how hard a thing it is to restraine a mans affaires according to the measure of Nature: this man whom we suppose to be moulded and fashioned according to his will, and whom thou callest poor, hath something which is superflous. 11 But riches attract and blind the common sort, when great summes of money are carried out of any mans house, when his roofes are enriched and garnished with gold, when his family are either comely in body, or courtly in apparell. All these mens felicitie is in publike ostentation: but he whom we have exempted both from the eye of the people, and the hand of Fortune, is blessed inwardly.»

E’, questo, un tema virtuoso diabolicamente e pretestuosamente ripreso in King Lear dalle sue due prima adulatrici e poi irriconoscenti figlie, Gonerill e Regan, cui ha ceduto il regno (loro contraltare è la figura tragica dell’altra figlia, Cordelia) le quali si rifiutano di mantenere un seguito adeguato di cavalieri al vecchio Re. In un crescendo di stupefazione ed amarezza da una parte, e di spudoratezza dall’altro, si arriva a questo momento cruciale (King Lear, II, 4):

GONERILL: Hear me, my lord;/ What need you five-and-twenty, ten, or five/ To follow, in a house where twice so many/ Have a command to tend you? REGAN: What need one? LEAR: O, reason not the need! Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./ Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s. Thou art a lady;/ If only to go warm were gorgeous,/ Why, nature needs not what thou gorgeous wear’st,/ Which scarcely keeps thee warm. But for true need…

GONERILL: Sentite mio signore;/ che bisogno avete di venticinque, o di dieci o di cinque con voi,/ in una casa ove due volti tanti/ hanno ordine di servirvi? REGAN: Che bisogno avete sia pur d’uno soltanto? LEAR: Non cavillate sul “bisogno”! Gl’infimi mendicanti/ Nella loro miseria hanno qualcosa di superfluo./ Se si concede alla natura nulla più dello stretto indispensabile/ La vita dell’uomo vale meno di quella della bestia./ Tu sei una gentildonna; se tutta l’eleganza consistesse/ Nell’andar caldi, la natura non avrebbe bisogno/ Di codesti tuoi abiti sontuosi, che non ti tengon caldo./ Quanto ai veri bisogni… (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori)

Si possono osservare tre cose in comune nei due brani, partendo da quella meno importante: 1) Accenni alla servitù e allo splendore delle vesti. 2) Le parole di Lear: «O, reason not the need! (…) Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s.» che stravolgono in forma paradossale il ragionamento senechiano illustrato da quel «Chi, invece, si conforma a ciò che la natura esige, non solo si ritrova libero dalla sensazione della povertà, ma anche dal timore di essa. Ma affinché tu ti renda conto di come sia difficile limitare le proprie sostanze alla misura voluta dalla naturaebbene, sappi che proprio colui cui tutto togliamo, che tu chiami povero, possiede ancora qualcosa di superfluo.», non per negarlo, ma per arricchirlo con la puntualizzazione che tale debolezza (o presunta tale) è pur sempre un segno della sua umanità e della sua grandezza. 3) Ma soprattutto quel: «Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./» che è quasi una traduzione in forma di condensazione poetica del «hoc ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui.» di Seneca. Osserviamoli tutti e due da vicino, in una mia traduzione che cerca di avvicinarsi il più possibile alla lettera:

Seneca (latino): HIC IPSE QUEM CIRCUMCIDIMUS  – (italiano): PROPRIO COLUI CUI TUTTO TOGLIAMO

Shakespeare (inglese): OUR BASEST – (italiano): I NOSTRI PIU’ INDIGENTI

Circumcidere in latino significa tagliare tutt’intorno, limitaretogliere via, ridurre radicalmente. Questa riduzione ad uno stato elementare viene riecheggiata dall’aggettivo shakespeareano basest. Così come il verbo alla prima persona plurale in Seneca ha un eco nel pronome possessivo our in Shakespeare.

Seneca (latino): QUEM TU VOCAS PAUPEREM – (Italiano): CHE TU CHIAMI POVERO

Shakespeare(inglese): BEGGARS – (italiano): MENDICANTI

Seneca (latino): HABET ALIQUID ET SUPERVACUI – (italiano): POSSIEDE ANCORA QUALCOSA DI SUPERFLUO

Shakespeare (inglese): ARE IN THE POOREST THING SUPERFLUOUS (italiano): CON LA PIU’ POVERA DELLE LORO COSE GIUNGONO AL SUPERFLUO

«Habet aliquid et supervacui» si potrebbe rendere con «possiede pur qualcosa e in quel qualcosa, per quanto insignificante sia, c’è perfino il superfluo». Shakespeare, che non si nega mai nulla, s’inventa un superfluous riferito alla persona del possessore di cose superflue. In una edizione Penguin del dramma, commentata da George Hunter, il passo è spiegato così: «”Our basest beggars are in the poorest thing superfluous”: even the most deprived of men have among their few possessions something that is beyond their basic needs» ossia «anche i più indigenti degli uomini tra i loro pochi averi possiedono qualcosa che va al di là dei bisogni elementari» che è quasi una traduzione involontaria del passo senechiano.

[Si tratta di una versione sfrondata e riveduta di questo vecchio post.]

Bestiario politico delle elezioni

Bestiary

Movimento 5 Stelle

Il destino del M5S è quello di diventare – per quanto tempo non si sa – il nuovo partito radicale di massa della sinistra statalista e giacobina erede del PCI: il nuovo fattore K, come ha per tempo intuito il vecchietto spelacchiato ma ancora in gamba di Arcore. Il vaffanculismo universale di Grillo è servito sia per nascondere questa sua intima identità sia per raccattare voti un po’ dappertutto fra gli scontenti, ma la sedimentazione a sinistra del movimento si fa sempre più evidente. I grillini sono i polli allevati in batteria nella stagione demagogica della questione morale, la quale incarna il populismo più velenoso, pericoloso e meno riconosciuto che l’Italia repubblicana abbia mai visto sorgere. I loro veri padri spirituali sono Berlinguer e Scalfari. Il primo vide nel giacobinismo puro e duro l’unica possibilità per il PCI di arginare la possibile disgregazione causata dall’uscita dal marxismo, grazie al potenziamento fino alla sublimazione della solidarietà settaria creata dal mito della diversità comunista: la politica, negando la sua ragione d’essere, doveva così ridursi alla pura contrapposizione belluina tra buono e cattivo, onesto e disonesto, incorrotto e corrotto. Il secondo aveva già anticipato questo compiuto fariseismo di massa con la nascita de La Repubblica. Sgombrato il campo dal marxismo, nulla più impedì ad azionisti e post-comunisti di unire i loro destini. E infatti col tempo, insensibilmente, la sinistra si è vieppiù identificata col Partito di Repubblica. I pentastellati rappresentano l’evoluzione montagnarda, ultra-laicista e perciò morbosamente pseudo-religiosa di questo avvitamento rivoluzionario, come attestano la malcelata attrazione per un certo esoterismo da Essere Supremo e paccottiglia varia e per la pratica del culto della madre terra.

Partito Democratico

La storia del PD si specchia in quella del M5S e il suo destino è quello di essere liquidato dai montagnardi pentastellati. Il Partito Democratico si chiama così, e non invece Partito Socialdemocratico, come vorrebbe l’evoluzione naturale di un partito post-comunista, perché non nasce da una Bad Godesberg italiana, ma dalla liquidazione e damnatio memoriae del Partito Socialista di Craxi e dall’oblio della storia del socialismo italiano dopo la scissione di Livorno. Non avendo mai fatti i conti con la storia, i post-comunisti hanno potuto continuare a dipingersi come i rappresentanti dell’Italia Migliore, a cominciare dalla sua gioventù, nonché i soli dignitari di quella Corte di Cassazione dell’Opinione Pubblica di vago sentore mafioso che si fa chiamare Società Civile; il tutto grazie anche ad una presa sulla cultura sempre più egemonica che ha di fatto imposto al volgo col tempo una narrazione favolosa e falsa della storia dell’Italia repubblicana nata dalla mirabolante e santissima Resistenza. Per quest’Italia il 1945 doveva essere l’Anno I dell’Era Antifascista così come il 1922 lo fu per quella Fascista, sennonché la democrazia rimase incompiuta a causa della vittoriosa anti-resistenza di una classe politica corrotta, mafiosa e antropologicamente ancora fascista. Gli insulsi concetti della Resistenza tradita, della democrazia incompiuta e della costituzione da applicare sono i capisaldi di questo strampalato millenarismo pseudo-religioso, fondato su una sorta di fake news all’ennesima potenza, che è persino sfociato nel terrorismo diffuso degli anni settanta. Svuotato del marxismo, ma provvisto ancora del certificato di superiorità antropologica, il contenitore post-comunista ha potuto così riempirsi di tutto senza mai diventare un qualcosa. L’insostenibile frivolezza salottiera del veltronismo lo ha infine trasformato in una specie di partito liberal scimmiottante l’America kennediana ma purtroppo per esso nato in Italì. Il trionfo strepitoso alle elezioni europee 2014 del PD guidato da Renzi il Rottamatore (cioè l’Epuratore scelto dagli ottimati dei salotti buoni, politicamente corretto e dalle buone maniere) aveva illuso molti che questo vuoto pneumatico potesse vivere di vita propria, ma un’analisi corretta del voto avrebbe visto invece in quel trionfo la resa solo momentanea di un paese disilluso e sfiancato «dal mobbing della società civile», come scrissi a botta calda dopo le elezioni, agli influenti sponsor italiani ed esteri del Partito della Nazione. Un po’ alla volta il PD si è afflosciato come un gommone di naufraghi alla deriva sul mare mosso della politica, anche perché il monopolio dell’identitarismo giacobino-giustizialista, che è l’unica e sciagurata ancora di salvezza a cui la sinistra italiana si aggrappa quando è in ambasce, gli è stato definitivamente sottratto dalla Montagna Grillina.

Forza Italia

Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, indipendente dal giudizio sulla sua persona, è che il berlusconismo rappresenta di fatto un tentativo di sana normalizzazione della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un istinto bestiale, la damnatio memoriae) che in caso di successo costringerebbe il paese ad una rilettura complessiva della storia politica e morale dell’Italia repubblicana. Il berlusconismo politico s’identifica sostanzialmente in un progetto (ed è proprio sul presupposto della sua intrinseca impoliticità che gli analisti si sono negati ogni possibilità di comprensione corretta del fenomeno Berlusconi): la riunione di tutto il centrodestra italiano dopo il lungo periodo della progressiva diserzione democristiana dall’elettorato conservatore (che la storia nei fatti le aveva consegnato in custodia) e dopo che la Balena Bianca era stata arpionata a morte dai giustizieri di Mani Pulite senza manco combattere; riunione senza preclusioni di sorta, perché è sensato farlo e perché non c’è alcuna alternativa. Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Forza Italia non è tanto un partito ma piuttosto l’indispensabile architrave di un progetto politico che risponde a bisogni profondi e direi quasi organici della società italiana, per quanto sgangherata e poco consapevole possa poi apparire la sua realizzazione, giacché l’idea berlusconiana continua ad essere feconda e più grande, in generale, della marmaglia vacua che l’interpreta. Ciò spiega due cose: da una parte la demonizzazione e il cannoneggiamento persecutorio cui FI è sottoposta da un quarto di secolo; dall’altra l’altrimenti inesplicabile resilienza di un partito di plastica che nel momento topico sembra sempre miracolosamente rinascere a dispetto della grande setta che gli si oppone e anche a dispetto di alleati più strutturati che lo tiranneggiano spesso e volentieri a livello locale. Il fatto che FI sia il partito più sbertucciato dell’Orbe Terraqueo e quello preferito dalle casalinghe di Voghera è la dimostrazione scientifica della sua indispensabilità.

Lega

In prospettiva l’unica opzione politicamente seria, costruttiva e vincente per il partito ex-nordista era quella di diventare il braccio bavarese dell’ex PDL, una sorta di CSU italiana, limitata sostanzialmente a quel quarto d’Italia che è demograficamente il lombardo-veneto. I leghisti hanno avuto vent’anni di tempo per capirlo, ma non ce l’hanno fatta. Invece, da somarelli, hanno passato il tempo a coltivare la loro diversità dal Berlusca, salvo fare comunella con lui quando le vacanze finivano, ossia in occasione delle elezioni politiche; e a coltivare la loro organizzazione sul mitico territorio del piffero, animati da una specie di eco-statalismo su scala regionale, neanche fossero il PD delle regioni bianche e conservatrici. Eppure il boom leghista degli anni ottanta rintronò negli orecchi dei democristiani padani quale ferale avvertimento quando il boss varesino della Lega Lombarda, Umberto Bossi, assai più politico, assai meno educato e morigerato dei confratelli veneti di allora, cominciò a martellare su un tema che fino ad allora era rimasto tabù in Italia, ma che in effetti faceva e fa parte della normale artiglieria propagandistica delle destre liberali in qualsiasi paese occidentale, e che doveva riunificare e qualificare (assai più del tema dell’immigrazione clandestina) il fronte della protesta sopra la linea gotica: le tasse. Oggi la situazione si è capovolta con la lega nazionale di Salvini, il quale ha sollevate le sorti del partito sposando il sovranismo alle vongole che lo sciagurato Zeitgeist  dei giorni nostri ammannisce alle plebi: vedi sotto alla voce fratelloni d’Italia.

Liberi e uguali

La ragione sociale della truppa capitanata dall’ex magistrato Grasso sembra suggerire propositi ferrei e rivoluzionari. In realtà è il prodotto della classica Sindrome di Stoccolma. LeU si definisce con due proporzioni matematiche: 1) LeU : PD = sxDC : DC; 2) LeU : M5S = sxDC : PCI; ovvero i liberal-egalitari stanno al PD come la sinistra DC stava alla DC; e stanno al M5S come la sinistra DC stava al PCI. In breve hanno una voglia matta di farsi cooptare dai sanculotti del M5S, nella folle speranza di riuscire ad entrare un po’ alla volta nella loro stanza dei bottoni, ma per decenza non possono impersonare il soggetto passivo di questo coito nefando prima delle elezioni.

Fratelli d’Italia

I fratelloni d’Italia sono i più coerenti alfieri della causa sovranista. Quindi sono anche i più confusi. E tale è la confusione in giro pel vasto mondo che da qualche tempo cinesi e francesi – proprio loro!!! – hanno il fegato di presentarsi come difensori del libero scambio e di bastonare il protezionismo altrui. La sensazionale faccia di tolla di questi signori si spiega col fatto che i primi sono ancora comunisti e i secondi sono figli di una nazione che ha mille anni e che fin dai tempi di Ugo Capeto ha avuto una straordinaria considerazione di sé: per questi ultimi, quindi, dire in nome della Francia tutto e il contrario di tutto è diventata una seconda e persino elegante natura. Nella lotta tra globalisti e sovranisti non dovrebbe essere difficile vedere, invece, come spesso queste due visioni del mondo abbiano molto in comune: quella globalista, che per passa per liberale, è in realtà l’espressione di un sovranismo internazionale, globale appunto, che cerca di accentrare su di sé il potere politico e finanziario, lo stato e la moneta; ma è esattamente quello che i sovranisti vogliono fare, nella loro confusione mentale, su scala nazionale, nell’illusione di poter dirigere e far rifiorire l’economia pigiando i bottoni dal quartier generale. A rimetterci sarà sempre la gente comune. Il globalismo e il sovranismo nazionale sono due facce della stessa medaglia: è la lotta fra il sovranismo internazionale e i sovranismi nazionali; è cioè la versione del XXI secolo del confronto fra il socialismo internazionale e i socialismi nazionali del XX secolo. Alati discorsi che l’elettore dei fratelloni degnerebbe di attenzione, senza capirci nulla, solo se a pronunciarli fosse un marziano in persona. Per cui la Meloni fa bene ad infischiarsene ed andare dritta per la sua confusa strada.

Noi con l’Italia

Questa allegra combriccola si riassume antropologicamente nella figura di Raffaele Fitto. Quando Alfano e i ministri pidiellini del governo Letta maturarono lo strappo con Berlusconi che avrebbe portato alla nascita del Nuovo Centrodestra, Raffaele Fitto volle interpretare, con l’ottusa musoneria che gli è caratteristica, la figura del capo dei lealisti, nonostante Silvio lo scongiurasse di non favorire la rottura. Col paventato Patto del Nazareno fece lo stesso, blaterando di confluenza di FI nel Partito della Nazione. Alla rottura del Patto mentre Berlusconi cominciava a riannodare i fili dell’alleanza con Salvini, Fitto si metteva a denunciare la subalternità di Forza Italia alla Lega, come prima aveva denunciato quella nei confronti di Renzi. Al quale ultimo però s’ispirò reinventandosi in seguito Ricostruttore e fondando la sua creatura politica, Conservatori e Riformisti, la quale aderì all’omonimo gruppo al parlamento europeo che riunisce forze conservatrici ed euroscettiche: fu una di quelle stravaganti idee che solo può concepire un democristiano della sua razza, incapace di concepire una sola idea. Alla fine della giostra si ritrova oggi figura forte dell’ennesimo partitino centrista, alleato del Berlusca, insieme a coloro che trattava da traditori quando cominciò a fare i capricci. Gente di questa pasta se la conosci la eviti; ma se non la puoi evitare e impari a conoscerla tanto bene da prevederne le giravolte, può anche diventare una certezza.

+ Europa

Rappresentando l’avanguardia dell’alta borghesia decadente, e quindi della nomenklatura, e quindi nulla in realtà rischiando, l’aureola del martirio posta idealmente sulla testa degli storici leader radicali, a coronamento di una civettuola commedia durata mezzo secolo, è stata conquistata da questi eroi a costo zero. La creatura della grande italiana Emma Bonino è perciò l’incarnazione politica di quel liberalismo senza Dio che andando a male si trasforma in un rancido libertinismo in tutto lo splendore del suo mortifero corollario nichilista. Nella realtà delle cose, però, lo spirito del libertinismo si è sempre sposato con lo spirito dello statalismo proprio delle classi agiate e pantafolaie che usano lo stato contro la gente nova che vorrebbe far loro le scarpe. I sovranisti in buona fede non hanno mai capito che l’ultra-liberalismo che nella loro sprovvedutezza credono di combattere non è altro che un dirigismo su più larga scala, un sovranismo molto più sveglio del loro, che di liberale per l’uomo della strada non ha un bel nulla.

Popolo della Famiglia

La ragione remota della nascita del personalissimo partitino del popolo al 100% cattolico è che a Mario Adinolfi non riuscì di diventare un cattolico adulto di successo: non per mancanza di talento, ma per troppa ambizione. Ritenendosi in gambissima e più sveglio del 99,99% del genere umano, l’ex democristiano di sinistra e co-fondatore del Partito Democratico non ha mai sopportato di essere il N° 2 di qualcosa o qualcuno, figuriamoci il N° 78 o 84. Dopo essersi guardato un po’ attorno (alle elezioni 2013 votò Scelta Civica alla Camera e M5S al Senato), da giocatore di poker qual è decise allora di buttarsi con determinazione dalla parte del cattolicesimo non adulto: all’uopo scrisse un libro/manifesto dal titolo appropriato, Voglio la mamma, per poi iniziare la crociata vera e propria con il lancio del quotidiano La Croce, e per finire in bellezza fondando il partito con la tecnica del colpo di stato, cioè trafficando nell’ombra e mettendo i suoi amici dell’organizzazione dei Family Day di fronte allo scippo compiuto. Il tutto messo in opera con la giovialità fredda e manipolatrice di un uomo che – lo credo fermamente – non crede assolutamente a nulla. L’ipocrisia del cattolico adulto sta nel giustificarsi a posteriori con la teoria del male minore facendo di proposito a monte il male maggiore con scelte politiche assurde che lo condannano all’irrilevanza; Adinolfi, che di quella scuola di potere è figlio, fa di proposito lo stesso in nome del bene maggiore: il primo resta un membro della nomenklatura, il secondo resta a capo della sua setta.

Amoris labores

AmorisLQuesta riflessione nasce da un mio commento, presto abbandonato vista la lungaggine con la quale stava prendendo forma, ad un interessante articolo pubblicato sul sito L’isola di Patmos. L’autore dell’articolo – se ho ben capito – seguendo e citando S. Tommaso ci dice in sostanza questo: che persino quando è priva della luce dell’insegnamento della Chiesa Cattolica, la coscienza è sempre sufficientemente illuminata dalla legge naturale, la quale è anch’essa sempre vivente in noi se noi non abbiamo la volontà di tacitarla, per capire che l’adulterio, qualsiasi sia la situazione in cui avvenga (tranne nei «moti improvvisi» …ma lasciamo stare), è una violazione di un precetto negativo di natura tale a «volgere le spalle all’ultimo fine, che è Dio», e che perciò è una colpa grave: colpa alla quale noi diamo il nome di peccato mortale. Indubbiamente l’adulterio non sta al sesto comandamento come il furto delle pere da parte del …moccioso Agostino sta al settimo comandamento, nonostante il sentimento umiliante di degrado morale patito per quella sciocchezza dovesse restare impresso per tutta la vita nell’animo del santo. Tuttavia la Chiesa, in materia di peccato mortale, parla non solo di avvertenza e di consenso, ma di piena avvertenza e deliberato consenso. Nel caso dell’adulterio questa piena avvertenza e questo deliberato consenso sono sempre raggiunti in qualsivoglia situazione? Sicuramente l’autore mi risponderà che non gli resterebbe altro da fare che ripetere quanto già scritto. Ammettiamo allora che sia così come dice l’autore.

Resta tuttavia il fatto che non tutti i peccati mortali della stessa specie sono uguali, e anzi possono differire grandemente in gravità: le circostanze e le situazioni possono fornire attenuanti rilevanti. Amoris Laetitia, tranne che alla nota 336 (mi sembra, perché è ormai difficile non perdere la tramontana in questo caos), dove accenna effettivamente alla possibilità di colpe non gravi in certe situazioni, non insiste esplicitamente, nella sua vaghezza, sulla non perpetrazione del peccato mortale in alcuni casi di relazioni irregolari, ma piuttosto sulla possibilità che queste coppie non vivano in stato di peccato mortale, e perciò non siano prive della grazia santificante. Ora, lo stato di peccato mortale che segue al peccato mortale non è un atto intrinsecamente cattivo perché non è un atto e non è nemmeno uno stato che in mancanza di confessione pregiudichi la capacità della persona di agire secondo il bene, quasi che il libero arbitrio venisse meno e quasi che tale stato venisse a vanificare la bontà di ogni azione del peccatore: la grazia santificante è sempre in attesa di venire in soccorso al sincero pentimento, il quale predispone poi alla confessione e quindi alla riconciliazione perfetta attraverso il sacramento della penitenza.

A parer mio questa confusione nasce in parte da scelte lessicali infelici, o quantomeno equivocabili, fatte nel passato, che sono a loro volta il risultato di una dialettica non chiaramente impostata tra oggettivo e soggettivo. L’espressione situazione oggettiva di peccato, per esempio, fa pensare a qualcosa come uno stato permanente di peccato. Ora, come già detto e come già chiarito da p. Cavalcoli con la dovuta proprietà di linguaggio (io non sono ferratissimo in cattolicese) in alcuni suoi articoli, come questo ad esempio, il peccato per sua natura non può essere permanente: il peccato è un atto, e un atto non può essere permanente. Il peccato ha delle conseguenze, soprattutto quelle di fiaccarci, di renderci più deboli di fronte alla concupiscenza e di allontanarci da Dio. Ma nella situazione che segue al peccato noi restiamo liberi e capaci di fare il bene: anche se la materia è grave e il peccato commesso mostra tutti i connotati apparenti di quel peccato mortale che ci fa entrare in uno stato di peccato mortale, il quale a sua volta ci fa perdere la grazia santificante, tale grazia santificante può venire in ogni momento riacquistata grazie al sincero pentimento. Perciò noi non ci troviamo mai, in assoluto, in una pretesa situazione di innocenza contrapposta ad una pretesa situazione di peccato (dal sapore luterano): ogni giorno noi siamo in qualche misura, quand’anche minima, reduci da qualche peccato, cioè da qualche atto peccaminoso, perché «l’assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato» (CCC 1459), ma soprattutto perché il Battesimo cancella la colpa del peccato originale ma non le sue conseguenze sulla natura dell’uomo. Non esistono perciò nella Chiesa persone in modalità situazione di innocenza e persone in modalità situazione di colpevolezza. Esistono persone riconciliate o non riconciliate, e fra queste ultime alcune non perfettamente riconciliate ma tuttavia in stato di grazia.

E si presume che in caso di adulterio il pentimento sia tanto più pronto quanto più sia stato commesso in una situazione che concede molte attenuanti. Riassumendo, sembra allora che Amoris Laetitia ci dica questo: che a volte, in una situazione conseguente all’attuarsi di un peccato con le caratteristiche esteriori di quello mortale come l’adulterio, si può vivere in grazia di Dio, o perché tale peccato non è riconosciuto come mortale in quanto non è stato commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso, o perché le attenuanti sono tante e tali che si presume che il pentimento risponda con prontezza al soccorso che la grazia offre dopo ogni peccato mortale. Quindi negli intenti pastorali dell’Esortazione apostolica discernere se un caso d’adulterio si configuri effettivamente come peccato mortale o no, diventa in ultima analisi secondario o comunque non decisivo: il famoso discernimento deve piuttosto cercare di rintracciare i segni di uno stato di grazia che può seguire anche al peccato mortale, naturalmente previo pentimento.

Sembra anche che Amoris Laetitia voglia rispondere alle questioni aperte da un cambiamento dei costumi così profondo da avere ridotto di fatto l’adulterio, nella mentalità comune, ad una specie di corollario fisiologico del matrimonio, e il matrimonio stesso ad una specie di mera prova (susseguente magari ad un’altra mera prova di convivenza, cioè di concubinato), la quale nella sua malintesa prudenza calcolatrice o è già una manifestazione di sfiducia verso Dio, o è già il segno di una scelta contraria alla propria coscienza, e alla quale si accede con tale superficialità o con tali riserve mentali da giustificare il sospetto che vi siano i presupposti per l’accertamento di cause di nullità di massa. Tale cambiamento di mentalità potrebbe costituire un’attenuante importante nei casi sopramenzionati. E perché no? Il filosofo Montaigne scrisse: «Ma il principale effetto della sua potenza [della consuetudine] è che essa ci afferra e ci domina in modo che a malapena possiamo riaverci dalla sua stretta e rientrare in noi stessi per discorrere e ragionare dei suoi comandi. In verità, poiché li succhiamo col latte fin dalla nascita e il volto del mondo si presenta siffatto al nostro primo sguardo, sembra che siamo nati a condizione di seguire quel cammino. E le idee comuni che vediamo aver credito intorno a noi e che ci sono infuse nell’anima dal seme dei nostri padri, sembra siano quelle generali e naturali. Per cui accade che quello che è fuori dei cardini della consuetudine, lo si giudichi fuori dei cardini della ragione: Dio sa quanto irragionevolmente, per lo più.» [1] E per trovare in letteratura un caso illustre in cui i costumi generalmente accettati vengano giudicati da pochi come immorali in base alla legge naturale, senza tornare giocoforza a Sodoma e Gomorra, ci si può rifare ad un passo dell’opera di Platone.

E’ noto come l’opera del grande filosofo greco venga a volte usata per portare argomenti a favore della causa omosessuale, ma assolutamente a torto. Infatti, per chi la legga con un minimo di intelligenza e di sensibilità risulta chiarissimo che l’intento platonico-socratico in materia era quello di riportare alla loro vera, e starei per dire alla loro santa, natura, certi malintesi rapporti di amicizia tra uomini o tra maestri e discepoli rientranti tra i costumi accettabili dell’epoca. Non per niente da questo punto di vista la castità di Socrate assunse dei contorni quasi leggendari. E se non bastasse ciò, nella sua ultima opera, Leggi, Platone – attraverso il suo alter ego, l’Ateniese – scrisse in merito parole chiarissime: «E non c’è da stupirsi se le norme precedentemente stabilite tengono a freno la maggior parte di quelle passioni (…) ma come guardarsi dagli amori dei bambini, maschi e femmine, e da quelli delle donne che assumono il ruolo di uomini, o da quelli degli uomini che assumono il ruolo di donne, donde scaturisce tutta una serie di mali sia per gli uomini in privato, sia per gli stati interi? E quale farmaco, adatto in ciascuno di questi casi, si potrebbe trovare per sfuggire ad un simile rischio? Non è per nulla facile la questione, Clinia. E infatti, se tutta Creta e Sparta ci vengono non poco in aiuto in tutte le altre cose, quando fissiamo delle leggi che sono diverse dalle comuni consuetudini, intorno agli amori – diciamolo con franchezza dato che siamo fra di noi – ci sono assolutamente contrarie. Se qualcuno allora, conformandosi alla natura, ristabilisse la legge in vigore prima di Laio, affermando che è giusto che i maschi non si uniscano con i maschi o con i ragazzi, come se fossero donne, nell’unione sessuale, e chiamasse a testimone la naturale inclinazione degli animali, dimostrando a tal proposito che nessun maschio ha relazioni con un altro maschio perché questo è contro natura, ricorrerebbe forse a un’argomentazione persuasiva, ma in totale disaccordo con i vostri stati. Inoltre, proprio quel fatto su cui diciamo che il legislatore deve riporre la massima attenzione, non si accorda con questa materia. Noi infatti cerchiamo sempre quale, fra le leggi stabilite, conduce alla virtù e quale no: coraggio, allora, se fossimo d’accordo nel stabilire per legge che le consuetudini attuali sono buone o, in ogni caso, nient’affatto vergognose, quale contributo potrebbero darci per incrementare la virtù? Forse esse susciteranno nell’anima di chi viene persuaso l’inclinazione al coraggio, o in quella di chi persuade il genere della temperanza? O nessuno dovrebbe mai lasciarsi persuadere da queste cose, facendo, piuttosto, tutto il contrario? E non biasimerà ognuno la mollezza di chi cede ai piaceri e non è in grado di resistervi? E non criticherà quell’uomo che imita la donna e cerca di farsi simile ad essa? Chi fra gli uomini stabilirà per legge questo costume di vita? Nessuno, credo, se ha in mente che cos’è la vera legge.» [2] Costumi sentiti davvero come accettabili dalla mentalità del tempo se a denunciarli doveva essere Platone attraverso la finzione d’una privata e franca discussione tra amici!

Ma una volta verificato, nei limiti del possibile, l’esistenza di questo stato di grazia, poi cosa succede? L’Esortazione Familiaris Consortio individua una via stretta, realisticamente molto ardua. Al n. 84 si legge: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”.» Siccome questo caso particolare di riconciliazione è stato integrato nel CCC al n. 1650 nel modo seguente: «La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza», ciò induce molti (erroneamente) a credere che esso derivi necessariamente dalla dottrina. Ci sono due osservazioni da fare in merito al passo citato della Familiaris Consortio: 1) l’accento messo sulla «prassi» all’inizio; 2) Il «peculiare motivo pastorale addotto»: ora, questo peculiare motivo («pastorale», si noti bene) si fonda su una ragione di opportunità (l’indurre in confusione ecc. ecc), ma la presenza di questa ragione di opportunità risulterebbe assurda, pleonastica e fuorviante se la non ammissione alla comunione per queste coppie derivasse necessariamente da quella dottrina che nella disciplina ecclesiastica – la quale non contraddice mai la prima, essendo «fondata sulla Sacra Scrittura» – non ha mai avuto uno sbocco univoco, così come la legge naturale non ha mai avuto uno sbocco univoco e necessario nelle leggi positive che lo stato (auspicabilmente) emana in conformità con essa.

Ora, Amoris Laetitia, sulla via della misericordia, vorrebbe in qualche modo allargare questa stretta via …senza trasformarla in quella larga che porta alla perdizione, ma non esplicita bene come. In pratica si guarderebbe con molta longanimità, stante la situazione, ad un peccato abituale, periodicamente cancellato con la confessione, perché si riscontrerebbe nei fatti un sincero pentimento …abituale. E’ ovvio che tale quadro, paradossalmente, potrebbe essere terreno ideale per quel fariseismo e quella degenerazione casuistica (parlo di degenerazione perché la casuistica di per sé non è affatto un male) che proprio gli alfieri più zelanti della stagione della misericordia paventano nella loro confusione. E tuttavia, questa sequenza – che qualcuno di primo acchito potrebbe trovare persino mostruosa – ha una sua non troppo remota plausibilità, giacché essa non è altro che una manifestazione particolare o particolarmente grave di un problema generale e delicatissimo che riguarda tutti i peccatori: infatti nel peccato abituale noi possiamo individuare anche un peccato ampiamente prevedibile (anche dagli stessi che lo commettono) ma non premeditato. Coloro che ammoniscono che un atto intrinsecamente cattivo non è mai giustificabile, neanche quando, nelle presunte intenzioni di chi lo commette, viene attuato o tollerato in vista del bene, hanno perfettamente ragione (giacché un atto intrinsecamente cattivo ha già un suo fine). Ed infatti il peccato in questa particolare sequenza di riconciliazione viene riconosciuto. Coloro che ribattono che Dio non prova gli uomini oltre le loro forze e che col Suo aiuto (sempre necessario) ogni prova può essere superata, hanno pure loro perfettamente ragione, ma va puntualizzato che ciò non significa affatto che, ad immagine di quanto succede nella prova della vita, Dio assicuri loro un percorso netto o che non debbano inciampare a lungo dopo aver imboccato la retta via, anche perché il peccato, che è sempre un male nel quale non si deve incorrere, ha tuttavia una sua pedagogia: ci preserva dalla superbia, ci sprona ad una costanza che rimanga umile, ci tempra ogni volta che ci rialziamo.

L’applicazione, per dir così, anche se l’espressione è rozza, di Amoris laetitia condurrebbe allora in pratica ad una modifica della disciplina sacramentale concernente i divorziati risposati che «non possono soddisfare l’obbligo della separazione» (lasciamo stare per non complicare ancor più le cose il più largo spettro delle situazioni irregolari), così come esposta nella Familiaris Corsortio, motivata più o meno nel modo seguente:

premesso

  • che negli ultimi decenni abbiamo vissuto un cambiamento dei costumi così profondo da avere ridotto di fatto l’adulterio, nella mentalità comune, ad una specie di corollario fisiologico del matrimonio, e il matrimonio stesso ad una specie di mera prova, tale da aver diminuito drammaticamente a livello sociale la percezione dell’intrinseca peccaminosità dell’adulterio e della reale natura del matrimonio;
  • che nella realtà delle cose, pur nella potenzialmente infinita diversità dei casi, e a causa di una potenzialmente infinita diversità di ragioni, la continenza (il vivere come fratello e sorella) risulta una condotta di difficile attuazione nel suo senso più pieno nella grande maggioranza dei casi, specie nell’immediatezza delle risoluzioni, ma che quand’anche non riuscisse tale resta sempre perfettibile;
  • che uno o entrambi i membri di molte di queste coppie di divorziati risposati potrebbero essere intimamente convinti della non validità del loro precedente matrimonio e avanzare cause di nullità dello stesso che potrebbero effettivamente rivelarsi fondate, e nello stesso tempo essere intimamente convinte della potenziale santità della nuova relazione una volta consacrata nel vincolo del matrimonio;
  • che il popolo cattolico – grazie ad un’opera pedagogica diffusa mirata a mettere efficacemente in chiaro il quadro dottrinale che fa da sfondo ad un allentamento misericordioso della legge positiva della Chiesa, in modo tale che la chiarezza faccia, pedagogicamente, contrappeso al perdono, e ne sia al tempo stesso il presupposto – può maturare una coscienza tale che l’accostamento all’eucarestia di queste coppie non gli sia di scandalo per le rette ragioni;

si concede ai divorziati risposati che non soddisfino appieno la condotta illustrata nella Familiaris Consortio, sempre sul presupposto dei buoni propositi e del sincero pentimento e per venire loro in aiuto spirituale, di accedere ai sacramenti della penitenza e della eucarestia, previo discernimento da parte del confessore della fondatezza di suddetti propositi e suddette ragioni, senza che nell’accesso abituale alla penitenza e all’eucarestia debba essere necessariamente vista una scappatoia legalistica alla condizione di peccato abituale.

Scusate lo stile burocratico, e il lessico non del tutto appropriato, ma sono il frutto acrobatico di un parto assai travagliato che le premesse rendevano quasi inevitabile. Restano due domande: 1) Ma davvero si spera fiduciosamente che ciò sia praticabile? O non sarà piuttosto che nella pratica trionferà la soluzione tedesca, quella del rimettersi bellamente alla coscienza di ciascuno, e con essa quella della percezione di un cambio sostanziale della dottrina, visto che della pedagogia diffusa sopra auspicata quale presupposto della misericordia non se ne vede l’ombra e anzi se ne vede trionfare una contraria? 2) Ma siamo proprio sicuri che sul piano dei grandi numeri  la questione dell’accesso all’Eucarestia sia per queste coppie realmente sentita? Io penso che quelle in buona fede possano benissimo trovare la forza di capire la situazione e di pazientare nell’attesa di tempi più maturi nella speranza, in ogni caso, che nel frattempo la loro situazione particolare possa risolversi, tanto più che Dio vede tutto. Penso, inoltre, che in molti casi sia invece un’esigenza mondana, dettata da un sentimento di esclusione sociale, alimentata ad arte da chi vuole adulterare la dottrina.

[1] Saggi, Libro I, Cap. XXIII

[2] Leggi, VIII

Le sospirose sparate di Antonio Spadaro S.J.

antonio spadaro«Perché l’Europa non è una “cosa”, ma un “processo”. Non è un sostantivo, ma un verbo. L’Europa non “è”, ma “si fa”.»

Antonio Spadaro scrive banalità anti-identitarie che al buon senso possono apparire condivisibili (sempre che si superi il muro possente dello zuccheroso quanto astratto gergo inclusivista), ma che essendo unidirezionali celano una rappresentazione falsa della realtà, compresa quella trascendente. Vorrei peraltro appena ricordare all’illustrissimo gesuita che se il Verbo era fin da principio, il Verbo era anche presso Dio, e il Verbo era Dio: era qualcosa, non escludeva l’Essere. Se il mondo in cui viviamo, e di cui costituiamo parte, è sottoposto al Divenire, ciò non significa che l’Essere ci sia stato completamente sottratto e che si sia annullato nel Divenire, pardon, nel politicamente corretto e nichilistico processo: sennò saremmo già all’inferno, giacché è proprio l’Essere a tenere in vita provvidenzialmente il Divenire e ad impedirgli di cadere nell’abisso della divisione da Dio, dove non potrà rimanere nemmeno Divenire. Ciò che ci resta è un Essere sottoposto alla corruzione, che aspira a ritrovare lo splendore dell’Essere che gli dà vita nella dimora eterna.

L’identitarismo cade nell’idolatria perché mette questo Essere diminuito che vive di luce riflessa al posto del vero Essere, cioè Dio. L’illustrissimo Spadaro cade nell’idolatria mettendo il Divenire (l’Essere diminuito nella sua totalità) al posto del vero Essere, cioè facendo la stessa cosa su più larga scala, come poi suggerisce questa sua frasetta tremendamente hegeliana:

«Questa visione dunque è profondamente legata al divenire, al superamento dialettico di muri e ostacoli.»

Ma per ritornare all’accento sul fare sopramenzionato notate come questo tipo di ragionamento riecheggi involontariamente quello di un filosofo ferocemente e coerentemente  anticristiano come Nietzsche: 

«Ma un tale sostrato non esiste: non esiste alcun “essere” al di sotto del fare, dell’agire, del divenire; “colui che fa” non è che fittiziamente aggiunto al fare; il fare è tutto.» (Nietzsche, Genealogia della morale, I, 13) 

Constatate dunque tante nefandezze, chiediamo rispettosamente a Papa Francesco di notificare a Antonio S.J. un foglio di via obbligatorio valido per almeno un decennio. A fin di bene, s’intende.

Santa Milena Gabanelli

gabanelliNonostante l’aria indisponente da maestrina democratica, competente e cazzuta, pronta a degnarvi al massimo di un sorriso di compassione per l’intelletto retrogrado, tetragono e infantile che vi portate fatalmente dietro; nonostante l’aria da Giovanna d’Arco in lotta contro i poteri forti della conservazione, le cabale dell’economia e della politica, e tutte le mafie al plurale della penisola; nonostante un’antropologia negativa che v’inchioda inesorabilmente alle vostre colpe, magari un uso del contante diverso da quello della carta igienica, che andava bene per la Stasi e fa la felicità dei montagnardi del M5S; nonostante tutto ciò, Milena Gabanelli ha trascorso splendidamente i suoi quasi trent’anni in RAI, dove ha fatto quel che ha voluto, passando (temuta) di trionfo in trionfo e di premio in premio, nell’unanime (o quasi) applauso delle gazzette italiche, tanto da venire ingaggiata quale vivente oracolo dal Corrierone. Stanca di tante gratificazioni che non aggiungevano più niente alle glorie della sua professione, Milena ha estorto alla RAI con ostinata petulanza l’alloro di un martirio incruento, che la proietta nell’Empireo dei Santi e Profeti dell’autonominatasi Società Civile; la quale, com’è noto, è la più potente confraternita dell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza.

Aggiornamento 25/11/2017 – Qualche settimana fa avevo esagerato sulla natura della collaborazione della Gabanelli col Corriere di qualche tempo addietro (“vivente oracolo”), ma è giunta nel frattempo notizia che Milena è stata reingaggiata ufficialmente dal quotidiano milanese per una “video-striscia quotidiana”: evidentemente me la sentivo; o forse significa che a parlar di Pizie e di Sibille Cumane del nostro tempo si impara il mestiere.

L’infelice metafora del grigio

Pope Francis Meets Fiances on Valentine's DayMesi or sono, sempre sul tema del discernimento, Papa Francesco usò la metafora del grigio: «Non basta vedere il bianco e il nero.» disse, «Il discernimento è andare avanti nel grigio della vita e cercare lì la volontà di Dio, non nel fissismo del pensiero». Non metto in dubbio i buoni propositi del Papa, ma questa metafora riassume bene i pericoli interpretativi (che sono le porte attraverso le quali i lupi entrano nell’ovile) cui va incontro una cura pastorale che manca di chiarezza, giacché è proprio la chiarezza che dovrebbe fare, pedagogicamente, da contrappeso alla misericordia ed esserne allo stesso tempo il presupposto.

Cosa capisce il popolo di Dio da questo genere di affermazioni? Non solo che la vita è un miscuglio di bene e di male – la qual cosa è una banalità, per il senso comune – ma che essendo espressa dal supremo custode della fede questa banalità acquista un senso più pregnante e sottile: e cioè che la stessa realtà è un miscuglio di male e di bene, e che il male e il bene non esistono di per se stessi. Ma noi sappiamo che il male non si mescola col bene, non si scioglie in esso né si fonde con esso. Il male si attacca al bene come un’erba maligna e cerca di soffocarlo, come tanti neri filamenti che cerchino di oscurare il bianco del bene. E’ per questo che la realtà si presenta all’occhio con toni inevitabilmente grigi vista da lontano o da media distanza; o, per dire più precisamente, se non viene osservata con l’occhio interiore di una coscienza che cerchi la verità.

L’insoddisfazione che fatalmente proviamo quotidianamente verso noi stessi per non essere stati perfettamente all’altezza della situazione da cosa deriva se non dal fatto che il grigio della vita ci condiziona e ci altera? E non ci costringe poi, questo malessere, a raccogliere i pensieri per ritrovare la chiarezza offuscata, staccando pazientemente i neri filamenti che opprimono la nostra anima? E non è questa la strada normalmente battuta per vivere con più serenità e senza nevrosi le nostre debolezze e per fortificarci progressivamente nei confronti delle situazioni concrete? Il che non significa abbracciare ideologicamente il Cristianesimo come il partito del partito preso, ma cercare di coniugare chiarezza di visione, presenza di spirito, longanimità, pazienza nel nostro agire quotidiano.

Quindi il discernimento verso noi stessi e verso gli altri, che è figlio della verità e della carità, serve sì per «andare avanti nel grigio della vita», ma proprio per vedere il bianco e il nero, nettamente distinti, che esso nasconde; serve cioè a cercare la luce nelle tenebre perché essa faciliti l’incontro tra la nostra persona e la volontà di Dio.

Il discernimento confuso genera mostri

lavvenireAlcune note sull’articolo di Luciano Moia su Avvenire in merito ai fatti di Staranzano.

1) L’accostamento del caso con quello del Concilio di Gerusalemme «in cui ci si trovò a decidere come organizzare la convivenza tra i cristiani provenienti dal giudaismo e quelli convertiti dal paganesimo» è assurdo, in quanto lì si trattava di organizzare l’accoglienza di cristiani di diversa provenienza, non di accogliere nella Chiesa chi non ne condivideva gli insegnamenti.

2) Quanto all’atteggiamento non giudicante nel linguaggio evangelico si intende l’atteggiamento di chi non condanna il peccatore, cioè di chi non crocifigge il peccatore alla sua colpa, ma lascia sempre aperta la porta al pentimento, al riscatto, ben sapendo che tutti siamo peccatori. Il discernimento, che proviene sia dalla ragione sia dalla carità, e quindi anche dall’umiltà, serve a valutare le attenuanti, che possono anche essere imponenti, di condotte o più precisamente di atti che non possono però in ultima analisi essere giustificati. Qui invece ci troviamo di fronte ad una sfida aperta e pubblica alle verità cristiane, per piegare la Chiesa Cattolica allo spirito del mondo: cioè ad una “ribellione”, per parlare con la mitica parresia.

3) La dialettica tra i principi astratti e le situazioni concrete non annulla la validità dei primi.

4) L’amore omosessuale non esiste, giacché una pulsione disordinata non può essere amore nel senso vero. E questo l’aveva capito persino Platone quattro secoli prima di Cristo: altro che tematiche inedite!

5) Il cosiddetto discernimento, che viene propagandato come una grande novità, non è altro quell’atteggiamento di mutua e persino sorridente comprensione che dobbiamo avere l’uno verso l’altro, ben sapendo che tutti siamo fragili, ma questa comprensione non si estende al peccato in se stesso.

6) L’essere in grazia, in ultima analisi, viene negato solo a coloro che intimamente rifiutano la Grazia; ma coloro che l’accolgono, bene o male, pur carichi delle loro fragilità, cercano di conformare non per costrizione ma per naturale conseguenza la loro condotta agli insegnamenti del Vangelo.

Abbasso la nonviolenza

lavvenireLa paroletta magica nonviolenza è ormai entrata a far parte del lessico ordinario del cattolicesimo adulto, come prova quest’articolo di Avvenire, il cosiddetto quotidiano dei vescovi. Comincia spesso così, la discesa nell’inferno della subalternità culturale: da una paroletta vuota ma carezzevole usata come esca; dall’illusione di riuscire a mangiare l’esca senza inghiottire l’amo ed essere trascinati sulla riva sbagliata; dall’illusione di accettare la forma esteriore di una parola senza restare avvinghiati al suo significato riposto e a tutto ciò che gli sta dietro. Cosicché sulla pagina Facebook del quotidiano ho avuto un piccolissimo scambio di opinioni in materia con alcuni internauti, che qui riporto.

IO: «La Non-Violenza non è un concetto cristiano. Il Cristianesimo si definisce per quello che è, non per quello che non è; il Cristianesimo, per usare una terminologia filosofica di base, è supremamente Essere, non è un Non-Essere qualcosa. E’ ben vero che il Papa fa capire in qualche modo che per Non-Violenza intende un Essere-Veramente qualcosa, ma perché andare ad usare e legittimare un concetto che nasce a-cristiano se non proprio anti-cristiano, e che in ogni caso è riduttivo dell’essere cristiano, dato che il Non-Uccidere (e sempre se ben inteso) ne è solo un corollario? Il concetto di Non-Violenza nasce in un ambito culturale dove la Verità non è riconosciuta e non viene posta a fondamento dell’etica.»

INTERNAUTA 1: «La nonviolenza si definisce per quello che è e non in contrapposizione a ciò che ne è negazione. Tertium non datur. Senza scomodare il messaggio per la giornata della pace si quest’anno, basta ricordarsi delle parole di Benedetto XVI (in cui per la prima volta nelle parole del papa si fa uso di tale sostantivo), e dove si riferisce di Lc 6,27 come “magna charta della nonviolenza cristiana”»

IO: «”La nonviolenza si definisce per quello che è e non in contrapposizione a ciò che ne è negazione. Tertium non datur.” ??? Ma se si fa chiamare Non-Violenza appunto perché identifica se stessa nel Non-Essere violenza [1], e non in quanto essendo qualcosa rifiuta anche la violenza, cioè l’azione di forza non giustificata? Inoltre le faccio notare che Benedetto XVI parla di nonviolenza cristiana, non parla solo di nonviolenza, non dice che la nonviolenza è cristiana, ma specifica che si tratta di quella cristiana [2], con ciò intendendo che essa non solo è un’emanazione dell’Essere-cristiano, ma ha anche una sua specificità, una sua natura ordinata a quella Verità che i profeti della nonviolenza hanno sempre guardato con ostilità.»

INTERNAUTA 2: «Forse il termine non-violenza non nasce in ambito cristiano ma il concetto di amore fatto a modello del Cristo che sulla croce perdona i suoi aguzzini non solo comprende l’idea della non violenza ma la supera.»

IO: «Non solo la supera, ma la precede. E allora perché i profeti della nonviolenza non si sono rifatti al messaggio cristiano o alla sua integralità? Semplicemente perché non lo accettavano, e lo hanno reso monco, scardinandolo dalla verità. Alla gente non interessano queste sottigliezze, ma chi guida la Chiesa non può non sapere che accettando un certo linguaggio ambiguo e reticente si aprono le porte a chi vuole adulterare la dottrina. “Avete inteso che fu detto: non uccidere, ma io vi dico… ecc. ecc.”: questo è un ammonimento che fu rivolto soprattutto al riduzionismo farisaico della fede; ma vale anche per chi riduce [il Cristianesimo] ad una mera e indefinita operatività. I primi pretendono di avere la fede senza far seguire le opere; i secondi pretendono di fare le opere senza il presupposto della fede (che può essere anche inconsapevole). E’ la solita divisione fra fede ed opere denunciata da S. Giacomo nella sua lettera.»

[1] I teorici della nonviolenza naturalmente negano questo, perché essa sarebbe qualcosa di più ricco, propositivo ecc. ecc. del solo Non-Essere violenti, ma sono tutti sofismi.

[2] Cioè un sinonimo del Non-Uccidere biblico.

Francesco e Jorge Mario

Pope Francis Meets Fiances on Valentine's DaySe, in ultima analisi, il Papa è il Papa proprio per preservare la Chiesa dall’errore (quand’anche fosse un asino in teologia) è anche vero che deve essere in grado di padroneggiarne il timone secolare, che deve avere capacità di governo e in linea di massima essere un animale politico nel senso nobile del termine. Tuttavia la questione è più complessa. Qualcuno, alla luce di questi ragionamenti, potrebbe allora ritenere che il pontificato di Benedetto XVI sia stato pessimo. Ma sbaglierebbe, giacché ogni stagione ha la sua priorità. E il timido Benedetto XVI fu l’uomo giusto al momento giusto quando si trattò di ribadire, coi suoi modi tanto fermi quanto riguardosi, la validità, la continuità e la vitalità della dottrina in un mondo che la riteneva caduca. Senza gli anni del suo pontificato dove saremmo oggi in tempi rivoluzionari? E tuttavia la questione è ancora più complessa giacché l’azione di un pontefice s’inquadra in un disegno provvidenziale che è troppo dilatato nel tempo perché noi lo possiamo cogliere e che può servirsi anche delle mancanze o delle imprudenze di un pontefice.

Sbagliano perciò quei conservatori che, sconcertati dal nuovo corso bergogliano, arrivano insolentemente a mettere senz’altro in dubbio l’intima ortodossia di Papa Francesco. Ma hanno ragione quando gli contestano molti errori. Ne elenco tre, che inevitabilmente s’intrecciano vicendevolmente.

Il primo è quello di circondarsi, o meglio, di farsi circondare, da una guardia pretoriana, un vero e proprio comitato di salute pubblica formato da progressisti, che approfitta del suo misericordioso anelito ad andar incontro alla gente, del suo voler vedere a tutti i costi il lato buono delle cose, della sua idiosincrasia per le vane sottigliezze – tutte cose buone, s’intende, e connaturate allo spirito cristiano – per rivestire quest’empito di una carica velenosamente rivoluzionaria e per adulterare pezzo per pezzo la dottrina attraverso formule ambigue, funzionanti come palloni sonda, veri e propri ponti gettati verso quell’errore che nella maturità dei tempi non avrà remore a manifestarsi.

Il secondo è l’enfasi messa sul discernimento: bella parola, che però indica qualcosa che è difficilissimo possa trovare un qualche inquadramento credibile nella prassi. Noi parliamo di discernimento proprio perché non possiamo sostituirci all’occhio di Dio: è un invito alla prudenza e quindi è una forma di carità. Ma davvero ci illudiamo di poterlo in qualche modo gestire o regolare, soprattutto se si parte dal rifiuto semi-ideologico della casuistica, cosa d’altra parte piuttosto bizzarra per un gesuita? E’ qui che si affollano le reticenze e che nascono i pasticci. Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto. Casca il mondo? No, il mondo non casca. Ma bisognerebbe mettere efficacemente in chiaro il quadro dottrinale che fa da sfondo a quest’allentamento misericordioso della legge positiva della Chiesa, in modo tale che la chiarezza faccia, pedagogicamente,  contrappeso al perdono, e ne sia al tempo stesso il presupposto. Si sta muovendo in questa direzione la Chiesa? Per niente, mi pare, col rischio di trasformare l’incontro con la gente in quello con lo spirito del mondo.

Il terzo è quello di dare un respiro quasi apocalittico, o millenaristico, e perciò involontariamente terreno, alla lotta dentro la Chiesa a quel problema della farisaica falsità e durezza di cuore (e in parallelo a quelli di portata sociale come la povertà e la corruzione) che, in misura variabile, ci porteremo dietro fino alla fine del mondo e non potrà mai essere liquidato. Se il Papa è – per così dire – fissato con l’amore che copre tutto certamente non sbaglia: questo è un insegnamento eterno, parole di vita. Ma, su un altro piano, più politico, che il Papa deve tenere in mente quale reggitore della Chiesa, ci sono ragioni di opportunità da valutare, giacché quest’ultima sarà sempre campo di battaglia tra le tendenze farisaiche e sadducee. E oggi sono proprio le seconde a costituire la grande minaccia. Davvero oggi il pericolo maggiore nella Chiesa e nella nostra civiltà cristiano-occidentale sarebbe costituito dal legalismo farisaico? Francamente sembra di sognare. Non è che a forza di puntare il dito contro i farisei il Papa finirà per far trionfare definitivamente (si fa per dire, naturalmente) la grande fazione sadducea che amorevolmente lo circonda e di cui sembra non accorgersi?

In economia si parla di variabili pro-cicliche o anti-cicliche. Per esempio, durante un ciclo recessivo possono esserci dei fenomeni pro-ciclici che tendono ad accentuare questa negatività. Allora chi governa è posto davanti alla questione di valutare l’opportunità di varare delle misure anti-cicliche. La cosa che colpisce di questo pontificato è che, sulla base di considerazioni astrattamente giuste, si muove in maniera clamorosamente pro-ciclica aggravando le derive progressiste nella Chiesa. Dov’è il discernimento in questo caso? Oggi la vanità e la mondanità è patrimonio quasi esclusivo del prete che, diventando una caricatura di se stesso, si getta in pasto al popolo confondendosi con esso. Non dico che il Papa debba fare calcoli o essere reticente, giacché sarebbe come fuggire i propri doveri, e so bene che è impossibile sfuggire alle strumentalizzazioni, ma egli sembra proprio non rendersi conto del diverso peso delle forze in campo.

Infine, una nota sulla sua personalità. Papa Francesco è un grande ammiratore di Dostoevskij, e nell’opera dello scrittore russo il male e il bene sono spesso concepiti come le due facce di una stessa realtà, cosicché capita che il grande criminale conviva potenzialmente col santo nella stessa persona. E’ una grande sciocchezza che peraltro è piuttosto diffusa anche nella cultura cattolica, ma che Dostoevskij, che è un grandissimo scrittore, tratta in maniera così fine e profonda da riuscire a spacciarla per vera. Quindi, non è solo politica o sapiente e caritatevole gesuitismo quello che gli mette in bocca giudizi assurdamente lusinghieri su Lutero, ma un tratto della sua personalità che gli rende arduo disingannarsi e che lo induce alla faciloneria. Non voglio affatto dire che sia ingenuo: nel suo intimo egli mette in conto gli errori che inevitabilmente si commetteranno nella stagione dello spericolato aprirsi della Chiesa al mondo, ma è convinto che prima o poi, col tempo, nel Divenire, come in un processo di sintesi (ma meglio sarebbe dire di purificazione, per non incorrere – hegelianamente – nell’espulsione dell’Essere dal reale, o della sua omologazione al Divenire, che dir si voglia) tutto ciò si risolverà in bene. Non vorrei, invece, che egli stesso, prima di quel lontano giorno, prigioniero dei meccanismi che ha messo in moto, finisse per diventare una figura alla Re Lear.

Aggiornamento 13/02/2017 – Nel post ho scritto: «Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto.» Vedo, qui, che i tedeschi ci sono già arrivati. Ma si può veramente pensare che nella prassi – è quello il contesto cui faccio riferimento – i sacerdoti avranno il tempo di seguire e la capacità di capire veramente la situazione delle coppie in questione, e di raggiungere dei veri convincimenti o delle ragionevoli conclusioni, ancorché sempre fallibili, circa l’eventuale nullità dei precedenti matrimoni, o sui buoni propositi delle coppie per il futuro ecc. ecc., neanche si trasformassero in psicanalisti – per così dire – a tempo pieno? E’ impossibile. In ogni caso, anche se si trasformassero in detti superuomini, alla fine dovranno rimettersi alla coscienza di queste anime loro affidate. Ma nella pratica è scontato che tutto questo mitico “percorso” sarà saltato. Si rifiuta la casuistica ma si vuole il “discernimento”, che non sembra altro che una casuistica politicamente corretta, informale e impalpabile: bisogna vivere nel mondo delle nuvole per non capire che si tratta di qualcosa di assolutamente impraticabile e che porta logicamente alla soluzione tedesca. Si noti come nell’articolo linkato della Nuova Bussola Quotidiana il cardinale Müller consigli di «non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi» per motivi esattamente opposti a quelli evidenziati dal Papa in questa intervista pubblicata dal Corriere della Sera. Müller si rifà ai noti pericoli insiti nella degenerazione casuistica (i ragionamenti capziosi miranti a giustificare tutto ciò che serve); mentre il Papa (gesuita!!!) vede assai inopinatamente nella casuistica un possibile alleato del legalismo farisaico, inteso nella sua veste rigida e impietosa [1]: dire che ci sia una grande confusione in giro mi sembra il minimo. La casuistica di per sé – e sottolineo di per sé – non è un qualcosa di negativo: può essere una specie di pre-inquadramento dei problemi particolari, una specie di guida che introduca al discernimento vero e proprio. Opporre la vecchia casuistica al discernimento può funzionare come artificio retorico, ma in realtà è un errore, giacché la prima (tralascio le sue degenerazioni) si aggancia in qualche modo ancora alla legge, mentre il secondo fa riferimento alla carità, ma la fede e le opere non si possono dividere.

[1] Che poi le scappatoie legali fondate sui cavilli siano l’altra faccia e l’inevitabile prodotto collaterale dello zelo legalista è certamente vero: lo prova abbondantemente l’Islam.

La musica di Mahler, così come la sento io

gustav-mahler-grandhotel-toblach-dobbiacoImmaginate di uscire di casa per una passeggiata con un motivetto – non necessariamente bello – in testa; appena spalancate la porta, cielo e terra investono l’esile melodia di un respiro cosmico; proseguite lasciandovi assorbire dalle impressioni di un sempre cangiante paesaggio; il vostro motivetto s’imbeverà delle stesse, ed acquisterà di volta di volta aspetti distesi, vibranti, drammatici, pastorali, cupi, fanciulleschi, affettuosi, sardonici, celestiali, a volte fin quasi a scomparire nelle spire della musica, ma solo per ricomparire purissimo prima o poi, come l’argenteo serpeggiare di un fiume lontano che riprende il suo corso; e così andate avanti, inebriato, fino allo sfinimento; riservandovi però gli ultimi spiccioli d’energia per un finale contraddistinto da una specie di frenesia festiva: il tutto portato avanti da un’orchestra avvolgente, la quale, pur giocando molto sui timbri, conserva un colore bruno, tedesco.

R. L. Stevenson su Montaigne

R L Stevenson«Un libro che ha avuto su di me una grande influenza mi capitò fra le mani molto presto – e così possiamo considerarlo innanzi agli altri – sebbene credo di avere avvertito il suo influsso più tardi, tanto è vero che continua a svilupparsi come avviene con quei libri ai quali è difficile sopravvivere. Intendo dire i “Saggi” di Montaigne. E’ un gran dono porre nelle mani di persone del giorno d’oggi una simile pittura della vita, così temperata e geniale. Costoro troveranno in queste pagine sorridenti un vero arsenale di eroismo e di saggezza, entrambi di antico stampo. Ne risulteranno turbati la loro esagitata ortodossia e il loro conformismo, ma se avranno il dono di saper leggere, sapranno anche che tale turbamento è stato prodotto da buone ragioni. E, ancora una volta, se sapranno leggere, finiranno per accorgersi che questo vecchio signore è per tanti aspetti un compagno più sottile, e dotato di più nobile concezione della vita, di quanto abbiano loro stessi o i loro contemporanei.» (Robert Louis Stevenson)

Musica e tempo

stravinski«Le phénomène de la musique nous est donné à seule fin d’instituer un ordre dans les choses, y compris et surtout, un ordre entre l’homme et le temps. Pour être réalisé, il exige donc, nécessairement et uniquement, une construction. La construction faite, l’ordre atteint, tout est dit. Il serait vain d’y chercher ou d’en attendre autre chose. C’est précisément cette construction, cet ordre atteint qui produit en nous une émotion d’un caractère tout à fait spécial qui n’a rien de commun avec nos sensations courantes et nos réactions dues à des impressions de la vie quotidienne.» (Igor Stravinskij)

Instituer un ordre entre l’homme et le temps significa mettere un ordine al divenire delle cose, significa imbrigliare il divenire e il tempo, e lenirne il doloroso processo. E’ un tentativo di sospendere il tempo. Ma è una sospensione del tempo diametralmente opposta a quella provocata dall’angoscia. L’angoscia è una sospensione infernale del tempo: l’uomo anela ad uscirne per entrare nella vanità di un presente inafferrabile che fugge rapinosamente nel futuro per essere immediatamente inghiottito dal passato: ma per chi è nell’angoscia questa vanità è necessaria come l’aria da respirare. La musica, invece, aspira ad essere una sospensione paradisiaca del tempo, un modo per tenere al guinzaglio un presente che non fugga rapinosamente nel futuro per essere immediatamente inghiottito dal passato; un presente che però dall’angoscia non può liberarsi del tutto: non è l’eternità, ma una promessa di eternità. E tuttavia questa construction resterebbe un freddo gioco intellettuale se non fosse innervata e vivificata dalla melodia, che è l’elemento carnale del quale la musica non può fare a meno, così come l’anima del corpo; la quale melodia, a sua volta, è la forma con la quale l’impulso dionisiaco si purifica piegandosi e quasi rinserrandosi nell’apollineo, curvilineo solco.

Campagne d’infamia

padre_giovanni-cavalcoliE’ stata lanciata una campagna d’infamia contro il teologo domenicano p. Giovanni Cavalcoli (il quale non è affatto un acido tradizionalista anti-conciliare) messa in moto con la nota tattica del campionamento di frasi ad effetto e delle provocazioni mediatiche. Il bersaglio non è preso a caso, in quanto la sua opera rappresenta una manifestazione di resistenza allo strisciante processo di protestantizzazione del cattolicesimo italiano.

Nell’uomo vi sono due tentazioni contrastanti: quella di negare il peccato originale; e quella di farsi ventriloquo di un Dio vendicatore, come fece Maometto. Entrambe in realtà costituiscono sia un rifiuto di Dio, sia la pretesa di mettersi al suo posto. Oggi viviamo in un’epoca in cui queste due tentazioni sono particolarmente vive. Da noi soprattutto la prima: e lo testimoniano, ad esempio, le reazioni di fronte alla sofferenza in generale e alle disgrazie in particolare. E’ da questa tentazione, che assume oggi l’aspetto di una concezione totalizzante e perciò riduttiva della Misericordia, che con perseveranza p. Cavalcoli, nella sua veste di teologo, vuole metterci in guardia.

La sofferenza non può venire direttamente da Dio giacché Dio è sommo e solo bene: essa viene dalla caduta da uno stato paradisiaco di grazia. Ma Dio, attraverso la provvidenza, governa la sofferenza al fine di volgere il male in bene. Qual è dunque il ruolo svolto dalla sofferenza nell’economia della salvezza? Molteplice: può essere correzione, può essere castigo, può essere segno; può essere prova per coloro che Dio ama, può essere perfino risparmiata (relativamente, s’intende) a coloro che vogliono perdersi, per allargar loro la via che alla perdizione conduce, come già intese un filosofo come Seneca. Sta all’uomo cercare di discernere, senza però ergersi a giudice, come insegna il libro di Giobbe.

Una concezione totalizzante della Misericordia spiega in parte anche le odierne sbandate luterane in seno al cattolicesimo: essa, infatti, si sposa magnificamente con la concezione totalizzante della Grazia di Lutero, che pure partiva non da una negazione del peccato originale, ma all’opposto da una concezione “diabolica” dello stesso: il peccato originale non avrebbe soltanto ferito (irrimediabilmente, senza l’intervento divino) ma senz’altro ucciso l’uomo, condannandolo al “servo arbitrio”, a servire il male, all’incapacità di fare il bene. Tali concezioni totalizzanti (e riduttive) portano alla divisione della fede dalle opere; ambedue hanno esiti deresponsabilizzanti. Ciò non sorprende, giacché la verità è naturalmente una, mentre l’errore è naturalmente plurimo, in quanto scisso in se stesso.