Le mezze verità di Antonio Spadaro al servizio di una falsa rappresentazione della situazione in Europa

antonio spadaroCome riporta il Giornale, Padre Antonio Spadaro, negli ultimi giorni della campagna elettorale per le Europee, si è lasciato andare sul suo profilo Twitter a dichiarazioni aspramente critiche verso i cosiddetti sovranisti: «c’è chi in campagna elettorale usa Dio e i santi e c’è pure chi vende monete per pregare per la rielezione del proprio candidato. L’uso strumentale della religione sembra non conoscere più decenza (…) Rosari e crocifissi sono usati come segni dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto al passato: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio (…) Radici cristiane dei popoli non sono mai da intendere in maniera etnicista. Le nozioni di ‘radici’ e di ‘identità’ non hanno medesimo contenuto per il cattolico e per l’identitario neo-pagano. Etnicismo trionfalista, arrogante e vendicativo è anzi il contrario del cristianesimo».

C’è ovviamente del vero in ciò che dice Spadaro: se si mette Dio al servizio della Nazione, anche se si mostra di voler fare il contrario, si incorre nell’idolatria e nella negazione del cristianesimo. Spadaro ha gioco facile nel sottolineare questa ovvietà, di fronte a certe grossolanità ostentate dall’area politica cosiddetta sovranista. Ma le sue ragioni finiscono qui. E non sono neanche ragioni, ma mezze verità messe strumentalmente al servizio di una falsa rappresentazione complessiva del periodo che stiamo vivendo in Europa.

C’è innanzitutto un problema di metodo: se Spadaro avesse fatte queste considerazioni con l’intenzione di segnalare il pericolo di un avvitamento anticristiano delle istanze sovraniste, magari agli stessi sovranisti, avrebbe fatta cosa buona e giusta. L’acrimonia e il sarcasmo verso gli stessi denotano in lui, invece, l’atteggiamento di chi, per usare lo sfatto linguaggio oggi in auge nella Chiesa e di cui il gesuita è un campione, non ascolta le ragioni dell’Altro a prescindere: Spadaro, il misericordioso, ha già fatto il processo alle intenzioni ed emesso condanna definitiva.

Inoltre, se il mettere Dio al servizio della Nazione, facendo di fatto quest’ultima il vero Dio, può essere in prospettiva un pericolo di derive sovraniste o identitarie sfocianti potenzialmente in una sorta di cesaropapismo cattolico (vedi la fascinazione per la Russia), piuttosto che in quel fantasmagorico neo-paganesimo con cui si vuole alludere non tanto velatamente al nazismo, è piuttosto straordinario che Spadaro non veda che una deriva con esiti simili anche se di stampo contrario è già concretamente in atto in quell’Europa ufficiale, cioè la sola considerata accettabile, che egli ama tanto.

A livello filosofico-religioso, infatti, i cosiddetti europeisti, superiori a tutte le religioni, hanno finito per sposare la religione laica di stampo giacobino. Il termine europeismo oggi non definisce più soltanto un’adesione al disegno di una più o meno accentuata convergenza politico-economico-amministrativa tra i paesi europei, ma si è caricato, cioè è stato progressivamente caricato col metodo gramsciano dell’okkupazione ideologica, di un corollario arbitrario di valori o pseudo-valori, diciamo politicamente corretti per farla breve. In obbedienza a tale retorica, dunque, l’europeo è diventato un essere astratto, e sta oggi all’Europa come il cittadino stava alla République dei rivoluzionari francesi, e lo spirito europeista è diventato una specie di spirito laico-repubblicano su scala europea: insomma, l’europeismo come religione laica, con un suo Comitato di Salute Pubblica informale a Bruxelles, che nella sua laicità però di fatto non sa neanche più distinguere fra Dio e Cesare, perché non riconosce nulla sopra se stesso, esattamente come i nazionalisti senza Dio o quelli che hanno messo Dio al servizio della Nazione. Chi non s’adegua alla Narrazione Europeista diventa antieuropeo, e forse tra poco nemico dell’umanità. E anche perché le gerarchie cattoliche – incredibilmente, verrebbe da dire, se vivessimo in tempi normali – stanno al gioco dell’europeismo giacobino, i sovranisti rispondono molto confusamente a questa deriva.

Che, essa sì, è anche pagana, caro Spadaro: come fai a non accorgerti che il Climate Change, il mito della Madre Terra, il Nuovo Ordine Verde che si profila magnifico e progressivo all’orizzonte come un tempo quello Rosso (e che ieri pure la popolare Merkel ha omaggiato), con le relative parole d’ordine, con i relativi dogmi pseudo-scientifici, coi suoi impulsi millenaristici, è ormai assurto al ruolo di una nuova pseudo-religione pagana, cui la Chiesa Cattolica si è assurdamente accodata? La religione laica dell’Europa l’ha fatta propria e l’ha messa accanto al carro del Catechismo Laico cui il cittadino europeo deve intimamente aggiogarsi per essere considerato tale: un catalogo sempre aggiornato di opinioni sedicenti democratiche & responsabili promosse a dogmi della convivenza, e quindi non più opinabili. Tornano alla mente le parole di Tocqueville sul socialismo (e non sul turbocapitalismo liberista – qualsiasi cosa si intenda con queste mezzo esoteriche definizioni – del cui dominio si favoleggia nel mondo): «…ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana […] Il socialismo è una nuova formula della servitù […] L’assolutismo professava quest’opinione: che la saggezza è solo nello Stato, che i sudditi sono degli esseri deboli e infermi che bisogna sempre tener per mano, per paura che non cadano, non si feriscano […] dunque pensava su tale punto precisamente come i socialisti di oggi…»

Se l’uomo, per usare il linguaggio di S. Tommaso e Aristotele, è sinolo di anima e di corpo, la nazione non può certo aspirare a una identità simile a quella dell’uomo, giacché l’anima (la forma del corpo) di ogni uomo è nella sua unicità immortale, quando cristianamente intesa. E nemmeno completamente a quella di un ente organico composto di materia e di forma che arriva a una sua contingente e ossimorica, relativa compiutezza: un qualcosa, insomma, che è ma che può essere e non essere, e che è solo relativamente, in quanto sempre in attesa di degenerare prima di trasformarsi in qualcosa d’altro. Tuttavia, per analogia molto imperfetta con l’uomo, in quanto composta di uomini, si può ben dire che anche la nazione (o una confederazione di nazioni, o una comunità sopranazionale) ha un suo corpo e una sua anima. E contrariamente a quanto comunemente si dice, l’anima di una nazione, il suo soffio vitale, non è costituita da ciò che la rende particolare, ma dal suo spirito universalista, che per essere tale senza contraddizioni deve essere cristiano. Ciò che invece viene definito erroneamente come l’anima o lo spirito di una nazione è piuttosto il suo corpo, cioè il suo territorio, la sua lingua, la sua storia, la sua tradizione, la sua cultura, il suo ethnos insomma, il quale però la identifica solo imperfettamente, giacché in ultima analisi l’ethnos soggiace al divenire delle cose. Ecco allora che, entro questi limiti, anche una nazione è composta di anima e di corpo. E il suo spirito universalista non può sopravvivere senza essere innestato in un corpo che la tenga in piedi, così come il suo ethnos, il suo corpo, è destinato a chiudersi in se stesso, a rinsecchire e morire se non sposa l’universalismo.

Il contrasto tra kultur e zivilisation, cioè tra il fattore statico, identitario, conservatore della prima, e il fattore dinamico, cosmopolita, universalistico della seconda si supera solo se la kultur non si rinserra in se stessa e la zivilation è cristiana, non giacobina, annichilatoria, anticristiana, pseudo-cristiana o anti-cristica. Il Cristianesimo rispetta i corpi della nazioni e li avvicina attraverso uno spirito universalistico che li rimodella e li guida con dolcezza nel tempo. E’ sintomatico vedere oggi la Chiesa Cattolica, o almeno una parte importante di essa, sposare oggi di fatto, per sventatezza, ignoranza, confusione, quando non di complicità, la zivilisation giacobina in Occidente e in Europa, e rinunciare, sempre di fatto, alla zivilisation cristiana, cioè al suo spirito missionario, nell’Orbe non cristiano, mostrando un rispetto non leale, ma cortigiano – nella sua ansia di fare ponti e di non fare proselitismo – verso tutte le kultur non cristiane o non cattoliche di questo mondo.

Di questo sbandamento Padre Antonio Spadaro sembra essere più complice che sventato collaboratore. Svelto a denunciare il presunto identitarismo neo-paganeggiante dei suoi avversari politici (giacché lui stesso è divenuto un attivista politico) e le visioni totalizzanti e totalitarie dell’identità nazionale o sopranazionale, lo è altrettanto nel confezionare discorsetti melliflui e politicamente corretti in cui traspare una visione dell’Europa appiattita nichilisticamente sul puro divenire, e quindi su qualsiasi mancanza di identità. Tempo fa, ad esempio, sul futuro del nostro continente si esprimeva hegelianamente così: «Questa visione dunque è profondamente legata al divenire, al superamento dialettico di muri e ostacoli.» O anche: «Perché l’Europa non è una “cosa”, ma un “processo”. Non è un sostantivo, ma un verbo. L’Europa non “è”, ma “si fa”.» Il che, curiosamente, riecheggia pure i ragionamenti di un filosofo ferocemente e coerentemente anticristiano come Nietzsche: «Ma un tale sostrato non esiste: non esiste alcun “essere” al di sotto del fare, dell’agire, del divenire; “colui che fa” non è che fittiziamente aggiunto al fare; il fare è tutto.» (Nietzsche, Genealogia della morale, I, 13) Nietzsche non avrebbe neanche del tutto torto, se si trovasse nella Gerusalemme Celeste: libero dal peso del passato, e dalle ansie del futuro, lì sì l’uomo, nella pienezza del suo corpo glorioso, alla presenza della visione beatifica, potrebbe dire che essere, fare, vedere, vivere sono la stessa cosa. Proclamarlo qui, è cadere nell’immanentismo, nel panteismo, nel millenarismo, nelle ideologie totalitarie, o nell’illusione del superuomo.

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La questione dei migranti in poche parole

profughi-migranti-sbarco-pozzallo-ansaAnche se è contro-intuitiva, la ragione di questo esodo africano non sta nelle guerre e nella fame (le quali vi contribuiscono solo in piccola o infima percentuale) ma nella robusta crescita economica – nonostante tutti gli angoli bui del fenomeno – che da anni l’Africa sta sperimentando, come peraltro l’attuale suo boom demografico dimostra al livello di base, quello del superamento dell’economia di sussistenza e del drastico abbattimento dei pur sempre alti tassi di mortalità infantile. E davvero le prospettive di emancipazione dai suoi secolari ritardi non sono mai come adesso state così promettenti per il continente nero. Ci sono, ad esempio, stati come l’Etiopia (chi l’avrebbe mai detto qualche tempo fa?) che stanno oramai pensando in grande, specie nel campo delle infrastrutture e dell’energia. Cosa ha portato tutto questo? Ha portato agli squilibri tipici dei periodi di crescita, ma in un quadro dove i beni primari sono generalmente a disposizione di tutti, com’è ampiamente dimostrato dalla sana e robusta costituzione fisica dei giovanotti che arrivano sulle nostre coste.

E’ tipico della natura umana, tuttavia, accettare molto più facilmente l’uguaglianza nella miseria che la differenza nella ricchezza, seppur riconducibile in questo caso alla povertà di chi è appena uscito dalla vera miseria. E così fino a qualche tempo fa, fra le popolazioni africane in generale, e almeno a livello inconscio, la miseria era sentita fatalisticamente, e quindi con una specie di morbosa tranquillità, come una componente endemica, congenita e ineluttabile della stessa africanità. Era la rassegnazione degli esclusi dal tavolo del mondo. Ma da quando l’Africa è entrata davvero nel Villaggio Globale (compreso quello dei media) le giovani generazioni sentono più il pungolo di questa differenza che quello della loro relativa e non più assoluta povertà, e la sentono soprattutto nei confronti di quell’idealizzata Europa di Bengodi che oggi i mezzi di comunicazione immateriali fanno sentire, e quelli materiali in parte mettono, a portata di mano. La ricerca di un posto al sole può attivare solo coloro per i quali la meta non è più un miraggio fantastico: è l’inclusione, non l’esclusione – intesi in questo caso come esiti di processi di portata storica – la precondizione che ha portato centinaia di migliaia di persone sulle nostre coste.

Ciò ha provocato uno sciame migratorio di natura irrazionale e semi-isterica, umanamente comprensibile ancorché ingiustificato, che ha ingrossato a dismisura il commercio e le vie di terra e di mare dei trafficanti dei veri profughi. In Africa le autorità politiche e religiose, nonché uomini di cultura e anche personaggi del mondo dello spettacolo – nel silenzio dei media occidentali (e anche della Chiesa Cattolica, purtroppo), tesi a propagandare i dogmi progressisti in materia di migrazioni – hanno quasi unanimemente deprecato questo sommovimento che, oltre a strappare dal continente tanta gioventù (per quanto ancora ben poca cosa sul piano dei numeri complessivi, vista la galoppante demografia), manda anche e soprattutto un messaggio sbagliato alle giovani generazioni in un momento cruciale e pieno di speranza della storia africana.

Così in pochi anni sono sbarcate in Italia circa 700.000 persone. Alla luce delle domande fin qui esaminate si stima che poco meno di un decimo abbia i requisiti per ottenere il diritto di asilo politico, in quanto profugo o rifugiato in senso proprio. Altri, sempre poco meno di un decimo, possono aspirare alla protezione sussidiaria. Altri ancora, un quarto circa, possono aspirare a intrufolarsi nelle maglie larghe del vago permesso di soggiorno per protezione umanitaria.

Ciò significa che se anche l’Italia sbrigasse all’istante tutte le pratiche di richiesta di asilo, e l’Europa in un impeto sbalorditivo di generosità si offrisse di accogliere tutti i veri profughi, all’Italia rimarrebbe in pancia la stragrandissima maggioranza dei migranti, la maggioranza dei quali risulterebbe inoltre irregolare sic et simpliciter. Senza contare che gli ostacoli legali, le lungaggini burocratiche, il costo materiale delle espulsioni di fatto tratterranno in Italia per anni la massa degli irregolari. Ciò era risaputo fin dall’inizio del moto migratorio tra Africa e Europa; e la strategia degli immigrazionisti di tutti i colori, quale che fosse il loro scopo ultimo, fin dall’inizio è stata quella di mettere l’Italia di fronte al fatto compiuto. Possiamo fin d’ora dire che tale strategia ha funzionato per i migranti già arrivati: in un modo o nell’altro la maggior parte è destinata a restare qui, per i problemi tecnico-legali sopramenzionati e anche perché saremo sempre più bombardati dalla retorica sentimentale-sensazionalistica sui casi lacrimevoli (e spesso di per sé umanamente comprensibili) di clandestini oramai integrati.

L’Europa, su questo quadro generale della situazione, che è frutto di dinamiche di eccezionale portata, e non l’esito di movimenti migratori fisiologici, tace farisaicamente, attaccandosi alla lettera della legge, anche perché noi – soprattutto quando abbiamo ragione – non sappiamo nemmeno far valere le nostre giuste ragioni e ci perdiamo in scomposte recriminazioni che nella loro goffaggine fanno ridere i paesi d’oltralpe e facilitano il rimpallo delle responsabilità: è la strada per finire cornuti e mazziati.

In campo cattolico, invece, e fin ai più alti livelli, il fenomeno dei migranti ha dato la stura a interpretazioni distorte, orizzontali, immanentiste, nichiliste o millenariste dell’universalismo cristiano, come se il melting pot a tappe forzate imposto per tacito decreto portasse a compimento l’ineluttabile percorso del Cristianesimo nella storia; quando al contrario l’universalismo cristiano, a differenza di quello laicista-giacobino e di quello teocratico-islamico, si stende sul corpo della storia modellandolo nel tempo con dolce imperio, senza fargli violenza e senza annichilire i corpi specifici delle nazioni; da qui una convergenza universale che non è sinonimo di spoliazione e alienazione, e in ogni caso mai di compimento perfetto, anche giunti alla pienezza dei tempi: quel compimento travalica la realtà di questo mondo ed è destinato al grano, non alla zizzania, piaccia o non piaccia il concetto.

Pensierino su scienza, politica e teologia

Per Aristotele la scienza era, per così dire, la più astratta e la più nobile delle arti. Grazie a essa si arrivava a una conoscenza certa partendo da verità di per sé evidenti dette principi. Era l’attività massimamente deduttiva. Questo schema metafisico, integrato però dalla fede e dalla rivelazione, può essere applicato anche alla teologia, per cui si può pure parlare – con una certa prudenza, direi io, per evitare interpretazioni riduzionistiche del concetto – di scientificità della teologia o di teologia come scienza.

Oggi chiamiamo scienza una cosa diversa e quasi contraria, cioè un’esplorazione rigorosa, sottoposta al vaglio sperimentale, di tutto ciò che entra nel campo del relativo e dell’opinabile, cioè di ciò che costituiva la doxa nel tempo antico. Tuttavia ogni branca della scienza moderna, quando cerca i suoi principi, finisce fatalmente per bussare alla porta della filosofia (e quindi anche delle verità cristiane). Lo scientismo moderno pretende di annullare, con conseguenze a lungo termine disastrose, questa relazione necessaria e vivificante. La Chiesa entra legittimamente a volte nel campo della scienza per difendere e ribadire questa relazione. Oggi lo fa in modo confusionario, invadendo invece proprio il campo della doxa, con esiti purtroppo ridicoli.

Ciò che oggi chiamiamo sapere scientifico con le sue varie branche costituisce per sua natura una materia vastissima in continuo cambiamento e perfezionamento, tanto maggiori quando dal piano astratto delle sue leggi e della ricerca pura si scende verso il piano delle applicazioni pratiche. Il fatto che questa materia sia in continuo movimento non significa che essa si smentisca in continuazione e che perciò si trovi continuamente in contrasto con la verità; significa piuttosto, auspicabilmente, che essa si avvicina insensibilmente e sempre imperfettamente alla verità senza contraddirla nella sua essenza nei vari stadi del suo avvicinamento ad essa. E’ questo che dovrebbe stare a cuore alla Chiesa, invece di avventurarsi imprudentemente nel campo dell’opinabilità e sposare addirittura tesi che odorano molto più di ideologia che di scientificità (vedi il climate change di origine antropica).

Il rapporto tra scienza (nel senso moderno del termine) e religione (nel senso di Cristianesimo) è analogo a quella tra politica e religione. Come ho scritto in passato, il fatto che la politica sia solo un fine intermedio ordinato ad un fine ultimo che è il Sommo Bene, cioè Dio, significa nondimeno che questo fine intermedio determina la sua specificità: se il fine intermedio fosse interamente assorbito dal fine ultimo esso perderebbe la sua specificità e non sarebbe più un fine intermedio. Se la politica e lo stato fossero assolutamente assorbiti dal fine ultimo essi perderebbero la loro specificità. Per converso è sempre latente (e anche maggiormente presente) il pericolo di un’assolutizzazione di un fine intermedio, e quindi quello di piegare il Cristianesimo alle ragioni del mondo; il quale errore, però, ripeto, sarebbe soltanto speculare (e con esiti similari, per eterogenesi dei fini) a quello di chi non si limita di ordinare il fine intermedio al fine ultimo, ma assorbe completamente il fine intermedio nel fine ultimo negandogli perciò la sua specificità, ragione ed esistenza.

Lo scopo della teologia, invece, non è quello di scoprire nuove verità, anche relative o parziali. La Verità intravista al lume naturale (che in ogni caso proviene sempre da Dio) dai filosofi antichi, è stata rivelata compiutamente con l’Incarnazione: «Tutto è compiuto», dice Gesù morendo sulla croce nel Vangelo secondo Giovanni; ma quello di esplorarla nel tentativo di approfondirla o di metterne in luce aspetti ancora nell’ombra: cioè di rischiarare quello che oggi vediamo senza inganno ma imperfettamente sul fondamento della Rivelazione e col contributo della ragione. Infatti il nostro impulso naturale (nel senso proprio di secondo natura, o secondo verità, opposto a quello di contro natura) è quello, secondo l’espressione paolina, di cercare di vedere faccia a faccia la Verità un giorno: in quel giorno Vedere, Conoscere, Vivere ed Essere saranno la stessa cosa. Ma tutti, nel loro piccolo, anche in questa vita dovrebbero naturalmente sentire il bisogno di avvicinarsi alla visione beatifica.

Ne consegue che da un lato – diciamo conservatore – la teologia non può essere un’attività speculativa puramente intellettuale o un’avventura erudita anche rigorosa: essa impegna la volontà ed è guidata dalla fede quale certezza di cose che si sperano, sempre per riprendere un’altra espressione paolina; e che dall’altro lato – diciamo progressista – essa ha come conseguenza che certe definizioni dogmatiche potrebbero un giorno, almeno teoricamente, per quanto sembri arduo anche solo immaginarlo, e sempre se un’esplorazione teologica profonda ed ortodossa lo consentisse, essere riviste (non nell’essenza) e riformulate (non nell’essenza) senza sconfessare una sola virgola di quelle precedentemente in essere. Parliamo di possibilità, ripetiamo, non di necessità o, al momento, di motivata opportunità: ma lo diciamo in un orecchio a quei campioni di un malinteso tradizionalismo che per combattere nominalismo e idealismo riducono il loro realismo al feticismo delle formule.

Le elezioni bavaresi sobriamente considerate

Bayern flagA leggere i giornali (soprattutto i titoli dei giornali) ed ad ascoltare i telegiornali di casa nostra si resta sempre ammirati dal provincialismo chiacchierone e pigro dei media italiani. Nulla riesce a scalfirlo. Cosicché risulta impossibile avere un quadro chiaro della situazione nonostante la logorrea degli inviati e dei mezzibusti televisivi e la prolissità inconcludente degli articoli di stampa. Cerchiamo allora di fare chiarezza sull’esito delle elezioni bavaresi.

  1. La Baviera profonda non è cambiata, la Baviera profonda è sempre la stessa, con un elettorato spostato in grande maggioranza a destra.
  2. Le elezioni hanno sostanzialmente dato luogo ad una ricomposizione politica all’interno degli schieramenti progressista e conservatore.
  3. Il partito dei liberi elettori (Freie Wähler, nato molto prima dell’AFD ma per i giornali italiani una formazione politica ancora pressoché fantomatica) è da lustri una spina al fianco della CSU in Baviera. FW è in sostanza un partito regionalista-conservatore (non solo bavarese) fautore di una semi-antipolitica-dal-basso, incarnata in una sorta di cripto-leghismo perbene (alieno, per esempio, da certe sparate anti-immigrati) radicatosi come da noi nelle roccaforti conservatrici democristiane: quindi – in Baviera – una sorta di CSU dentro la CSU, anche se nel parlamento europeo fa ufficialmente parte del variegato gruppo dell’ALDE. Mentre l’AFD è un partito la cui leadership era in origine liberista-conservatrice prima di essere espugnata dalla sua componente nazionalista-identitaria.
  4. La CSU non ha molte colpe per il crollo dei voti (sempre tenendo a mente che comunque si attesta al 37% dei suffragi!), visto che non risulta che il cielo sopra il paradiso bavarese si sia oscurato negli ultimi tempi. Ciò che essa paga è soprattutto la storica alleanza a livello nazionale con la CDU della Merkel, un partito sempre più convertito al politicamente corretto progressista (e muto sul problema Islam) e perciò sempre più inviso all’elettorato conservatore bavarese. La CSU storicamente (fin dai tempi dell’indimenticato e terragno boss Franz Josef Strauß) si è sempre barcamenata bene o male tra la sua natura schiettamente conservatrice e quella centrista della CDU. Ma oggi questo equilibrio minaccia di saltare a causa dell’appiattimento della CDU su posizioni centriste-progressiste.
  5. I Verdi hanno succhiato metà dei voti ai Socialdemocratici mentre i voti persi dalla CSU sono andati a FW e AFD, nonostante certe recenti uscite ed iniziative di stampo conservatore (crocefissi nei luoghi pubblici, ad esempio) del governo bavarese. Ciò significa che anche in Baviera l’elettorato – nella sua confusione – vuole spesso inconsapevolmente chiarezza, a sinistra come a destra. La politica deve intendere questo riposto bisogno di chiarezza da parte dell’elettorato, se non vuole precipitare nella confusione al cubo rappresentata in Italia dall’inciucio Lega-M5S, il patto del Nazareno dei sovranisti, quello vero e l’unico veramente concretizzatosi, a dispetto della propaganda dei grillini, dei leghisti e della grande stampa, per una volta tutti appassionatamente insieme.
  6. Naturalmente i politici e i media moderati tedeschi non hanno mancato di trovare le cause della sconfitta della CSU nell’atteggiamento populista e divisivo mostrato dal partitone bavarese in campagna elettorale: la verità, invece, è che un atteggiamento contrario avrebbe solamente peggiorato una lose-lose situation.

Perché un governo M5S-Lega sarebbe una violazione dello spirito della democrazia

Lega-M5SUno degli argomenti principali dei sostenitori del governo M5S-Lega è che esso darebbe voce alla maggioranza degli italiani. Tale assunto viene espresso con la tranquilla protervia di chi annuncia verità auto-evidenti. Ma tale assunto è falso. Chi lo usa, consapevolmente o inconsapevolmente, fa demagogia.

La legge elettorale vigente è un sistema misto maggioritario-proporzionale con soglia di sbarramento che consente l’apparentamento delle singole liste in coalizioni. Di tale sistema, per come è congegnato, si può pensare tutto il male possibile, ma rimane democratico e ha un suo spirito, violando il quale si viola lo spirito più largamente democratico da cui è nato.

Prevedendo coalizioni, esso si basa fondamentalmente sulle stesse, perché anche le liste non apparentate acquisiscono, ai fini dell’esito elettorale, la forma di partiti/coalizioni. Per giudicare della correttezza dei passaggi istituzionali susseguenti al voto, bisogna sempre presumere che l’elettore valuti le conseguenze del suo voto in base al sistema elettorale in essere, anche se questo in realtà accade solo per una parte del corpo elettorale.

Chi vota con l’attuale sistema una lista che fa parte di una coalizione o una lista non apparentata, e quindi di fatto un partito/coalizione, ha davanti a sé vari scenari che rispettano lo spirito della legge elettorale, che gli piacciano o no:

  1. un governo formato dalla coalizione o dal partito/coalizione in caso di maggioranza assoluta dei seggi;
  2. un accordo di governo tra due coalizioni o tra una coalizione e un partito/coalizione;
  3. un governo di minoranza formato da una coalizione o da un partito/coalizione che s’insedia grazie all’astensione di una parte del parlamento;
  4. un governo di minoranza formato da una coalizione o da un partito/coalizione sfiduciato che traghetti il paese verso nuove elezioni.

E, a un livello meno cristallino di rispetto del sistema elettorale vigente, giudicabile in base contesto sociale, politico ed economico del paese, quali soluzioni in ultima istanza:

  1. un governo formato da una coalizione priva della maggioranza assoluta dei seggi che cerchi in parlamento l’appoggio di singoli deputati eletti in altre liste in numero sufficiente a raggiungerla;
  2. un governo del presidente che trovi la maggioranza in parlamento.

Tra queste varie possibilità non è lecito includere quella di un accordo tra una coalizione o un partito/coalizione e una lista di un’altra coalizione. In un sistema che prevede coalizioni o partiti/coalizioni, gli accordi post-voto si fanno tra coalizioni o tra coalizioni e partiti/coalizioni. In un sistema che non prevede coalizioni ma solo liste, gli accordi post-voto si fanno tra liste. Questo perché, ripetiamo, bisogna sempre presumere che l’elettore valuti le conseguenze del voto in base al sistema elettorale in essere. E nessuno può presumere che la Lega avrebbe ottenuto lo stesso numero di voti se si fosse presentata da sola alle elezioni del 4 marzo 2018. Magari ne avrebbe ottenuti di più (anche se ciò non si sarebbe affatto riflesso meccanicamente sui seggi, peraltro) ma ciò non cambia il nocciolo della questione. Inoltre, tutto l’elettorato di centrodestra, nonché gli altri partiti della coalizione, avrebbero dovuto ripianificare le proprie scelte.

Questa violazione dello spirito della legge elettorale, a ben vedere, è la stessa che il complottismo pentastellato e leghista imputava ai presunti futuri autori di una riedizione del defunto patto del Nazareno in chiave elettorale. Che essa in realtà fosse una mossa propagandistica senza fondamento lo dimostra un semplice ragionamento. Come scrissi alcune settimana fa:

«I fini calcolatori che avevano congegnato il Rosatellum per non far vincere alcuna coalizione, avrebbero dovuto essere anche abbastanza fini da prevedere che lo stesso consentisse a PD (e satelliti) e FI di conseguire la maggioranza assoluta dei seggi. Questo nuovo patto del Nazareno fatto alle spalle degli elettori, che s’imputava pregiudizialmente al Cavaliere, mancava di presupposti perché implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli, un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse, e quindi impossibilitate ad ottimizzare la somma dei voti raccolti col premio di maggioranza. Era una balla spaziale propagandata da forze politiche e giornali per i propri interessi di bottega o per cattiva coscienza. I sondaggi davano allora il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20%, grazie al Rosatellum, il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.»

A rendere moralmente lecito e politicamente legittimo un governo M5S-Lega potrà essere, quindi, solo una nuova consultazione elettorale, sia che i due partiti si presentino in coalizione, sia che si presentino da soli.

Il peccato originale di Mattarella, quelli che ne sono scaturiti, e quello commesso assieme al M5S e alla Lega

Sergio MattarellaPrima ancora di un vero e proprio atto, il peccato originale commesso da Mattarella consiste in una riserva mentale negativa, per non dire peggio, nei confronti del centrodestra berlusconiano che lo accomuna ai suoi sciagurati predecessori. Tale riserva gli ha impedito di procedere, se vi è un’etica nelle procedure democratiche, per la via maestra istituzionalmente corretta, che era quella di dare l’incarico di formare un nuovo governo a Salvini, leader della coalizione di maggioranza relativa. Per impedirgli ciò, ha subordinato tale incarico alla formazione e alla verifica extraparlamentare di una maggioranza precostituita dai numeri certi. Cosa alquanto bizzarra, talmente bizzarra che ora, alla fine della giostra, Mattarella ha affidato l’incarico ad un tale che può godere solo dell’appoggio della certissima minoranza del parlamento.

Ora, è ben vero che il presidente di una repubblica non presidenziale non è un soprammobile ma, in una certa misura, anche un attore politico. Tuttavia, lo è solamente in maniera riflessa. Non spetta a lui determinare subdolamente o per via indiretta l’indirizzo politico di un governo, non limitandosi ai consigli ma ponendo veti di squisito sapore politico. La firma delle nomine del presidente del consiglio e dei ministri da parte del presidente della repubblica e la controfirma delle stesse da parte del presidente del consiglio nominato hanno significati diversi: la prima è garanzia di correttezza costituzionale delle nomine, la seconda implica responsabilità politiche. Non si può con un’interpretazione estensiva e capziosa trasformare il potere di nomina del capo dello stato da formale in sostanziale: portata alle estreme e logiche conseguenze allora anche le elezioni diverrebbero inutili, e il presidente di una repubblica, per di più non presidenziale, si trasformerebbe in sovrano.

Da questo peccato originale sono nati in successione tutti gli altri. Mattarella ha lasciato che le parti esplorassero tutte le opzioni possibili tranne quella naturale. Quando per forza di cose si è arrivati finalmente ad essa, cioè dare l’incarico a Salvini di formare un governo di centrodestra che cercasse in parlamento i voti necessari a costituire una maggioranza parlamentare di sostegno, ha espresso la sua indisponibilità senza fornire spiegazioni plausibili. Esauriti tutti i tentativi di trovare maggioranze precostituite, l’unica via percorribile (e doverosa) era quella. Il governo Salvini avrebbe potuto avere tre esiti: 1) trovare la maggioranza in parlamento; 2) insediarsi come governo di minoranza grazie all’astensione di alcune forze politiche; 3) essere sfiduciato e gestire la nuova fase pre-elettorale. Ma al centrodestra è stato negato anche questo. Si pensi a quanto accaduto invece negli anni scorsi in Spagna: per due volte di seguito Rajoy ha vinto le elezioni ed è stato messo in minoranza; poi le terze elezioni di fila sono state evitate a seguito di rivolgimenti interni al Partito Socialista, per cui Rajoy ha potuto formare un terzo governo contando sull’astensione dei socialisti.

Fatta questa scelleratezza con la compunta incoscienza del democristiano di sinistra perfettamente addomesticato, Mattarella ha quindi perorato la causa di un tartufesco governo neutrale, di servizio, burocratico understatement che nella sua goffaggine pareva fatto apposta per imbestialire ancor di più le plebi italiche.

Ma prigioniero del suo gioco non ha saputo o potuto poi dire di no a Salvini quando il capo della Lega è tornato alla carica per tentare un accordo di governo in solitario coi pentastellati, questa volta quasi senza neanche fingere di rappresentare il centrodestra. Con ciò Mattarella ha avallato un’altra delle aberrazioni di queste consultazioni. L’accordo M5S-Lega costituiva una violazione dello spirito della legge elettorale e perciò un vulnus democratico. Chi ciancia di maggioranza degli italiani fa consapevolmente o inconsapevolmente demagogia. Un accordo rispettoso della legge poteva essere solo quello tra coalizioni (il M5S è un partito/coalizione) non quello tra una coalizione e un partito di una coalizione avversa. Quest’ultimo costituiva un tradimento di quell’elettorato che aveva votato una lista sapendo bene di averlo fatto (in buona o cattiva fede non cambia la questione) nella logica della coalizione. Senza neanche contare che l’elettorato si adegua sempre allo spirito della legge elettorale, per cui è falso e demagogico parlare di una maggioranza M5S-Lega come se parlassimo nella logica di un sistema perfettamente proporzionale o in ogni caso basato solo sul voto di lista. Nessuno può dire come sarebbe stato l’esito del voto in quei casi, giacché l’elettore valuta sempre le conseguenze del suo voto in base al sistema in essere. Anche se i sovranisti fanno finta di non vederlo, il patto M5S-Lega sarebbe stata proprio la copia sovranista di quell’elitista Patto del Nazareno post-elezioni denunciato con tanta foga dagli stessi sovranisti.

Per fermare l’accordo Mattarella è stato poi costretto a porre il suo veto a Savona con motivazioni tutte politiche che per non apparire tali hanno dovuto essere iscritte al senso supremo di responsabilità di un salvatore della patria cantato dalle più importanti gazzette della penisola.

E quindi ha conferito l’incarico a Cottarelli, forse con l’ambizioso obiettivo di gettare le fondamenta del governo più copiosamente sfiduciato della storia italiana. Che disastro, e che disastrosa pedagogia per la nostra già fin troppo avvelenata democrazia!

Il miope Salvini e l’irresponsabile Mattarella

Mattarella SalviniForse a causa dell’abitudine degli abitanti della penisola di fottersi a vicenda, una delle caratteristiche peggiori dello spirito italico è l’incapacità di pensare politicamente in maniera lineare; cosicché la barbara e stolida sensatezza dello straniero ha avuta spessissimo la meglio sul nostro genio contorto: è per questo che nel mondo si ride molto di noi. Salvini ha in mano la possibilità di diventare premier ma si sta facendo sfuggire l’occasione con scelte cervellotiche e contronatura, dettate in parte dall’impazienza e in parte dalla convinzione tutta italiota di essere il più furbo di tutti o dalla preoccupazione di non volerlo essere meno degli altri: chiare manifestazioni della sindrome tipica degli imbecilli nostrani di qualche ambizione.

Tutti i sondaggi, compresa l’aria che tira, danno il centrodestra in netta ascesa da quel già buon 37% (inimmaginabile solo qualche tempo fa, quando lo stesso centrodestra era dato per morto dai gazzettieri di regime) che gli ha permesso di ottenere la maggioranza relativa alle recenti elezioni. Ma lui niente. La tentazione dell’inciucio coi neo-giacobini grillini pur di metter mano sulla torta del potere e inconfessabilmente di liberarsi dei suoi alleati, o di fagocitarli, è troppo forte, anche a costo di fare il socio di minoranza della nuova compagine governativa, nella prospettiva di giocarsi poi coi grillini l’intera posta alla prossima tornata elettorale.

Alla via maestra suggerita dal buon senso e dalla correttezza istituzionale di chiedere l’incarico per formare un governo di centrodestra che andasse poi alla ricerca di una maggioranza in parlamento, via promossa da Berlusconi fin dall’inizio delle consultazioni, Salvini si è acconciato di mala voglia solo dopo che le altre vie esplorate erano fallite. Il tentativo era assai difficile ma la richiesta era assolutamente legittima e doveva essere esaudita. Mattarella, irresponsabilmente ma non del tutto sorprendentemente, vi si è opposto. Mattarella è un personaggio che brilla per una sua speciale non aurea mediocrità che gli mette in bocca stupefacenti banalità tratte dal bignamino del pensiero laico & repubblicano dell’Italia nata dalla Resistenza, biascicate con lo stile sommesso del democristiano di sinistra perfettamente irregimentato. Per queste rare qualità gli si tessono naturalmente molti elogi. Ricordate quella macchietta seriosa chiamata Monti? Arrivò fra di noi mortali salutato come l’Angelo della Sobrietà e della Competenza, ma quale uomo di governo si rivelò una schiappa memorabile. Mattarella per mediocrità e inadeguatezza invece si è già montato la testa, come provano i suoi recenti spropositi su Einaudi.

Del rifiuto di Mattarella Salvini non si è doluto più di tanto, al contrario di una Meloni che avrebbe dato furente un bel calcio sulle palle al presidente della repubblica, come ogni spirito fine e maschile può cogliere leggendo fra le righe di una lettera indirizzata dalla prima Sorella d’Italia al direttore del Giornale. Anzi, ringalluzzito dalla scorrettezza di Mattarella, si è rituffato nel tentativo di portare a compimento il malsano connubio contronatura leghista-pentastellato fallito in prima istanza, contando sul fragile collante sentimentale della comune credenza nei poteri taumaturgici della superstizione sovranista. Chi si mette in bocca espressioni come establishment globalista dovrebbe capire che in realtà parla di una forma di sovranismo di respiro internazionale, che conculca le libertà particolari e individuali. Credere di combattere questo sovranismo con forme nazionali di sovranismo è un errore che cambia solo le forme esteriori della malattia. Inoltre, sia i fautori del tanto odiato partito tecnocratico globalista sia i grillini, nonché certi nostrani tracotanti sostenitori del sovranismo, si servono abbondantemente della retorica qualunquista della fine della contrapposizione fra destra e sinistra, cioè alimentano quel caos e quella mancanza di chiarezza che sono funzionali ai disegni di chi vuole manovrare sudditi ed elettorato.

Un Salvini uscito dallo stato di ebbrezza dovrebbe invece capire che le strade da battere sono solo due: riformulare la richiesta dell’incarico per formare un governo di centrodestra; in caso di probabilissimo diniego chiedere nuove elezioni. Salvini, insieme al M5S e FdI, ha tutti i mezzi per sfiduciare l’ennesimo governo del presidente, tanto più che anche la FI del riabilitato Berlusconi avrebbe tutte le ragioni per vedere di buon occhio nuove elezioni. In ogni caso, per quanto volesse tirarla per le lunghe, anche un governo del presidente di scopo non potrebbe durare più di una manciata di mesi, utili solo, probabilmente, a rinforzare il sentimento anti-elitista e a cementare l’ipotesi di un nuovo bipolarismo M5S (ed eventuali satelliti) – Cdx.

Un Salvini sobrio e che pensi sanamente in grande dovrebbe capire che un Berlusconi vivo e vegeto con una FI in salute gli potrebbero fare da utile copertura in Europa e nella politica estera in generale. Si ricordi che il suo amico Orbán è a capo di un partito che fa nominalmente parte della famiglia popolare europea; che l’Ungheria anti-Soros, così come la Polonia, fanno parte dell’Unione Europea e della Nato perché a loro conviene moltissimo; che i suoi amici liberal-nazionali austriaci hanno fatto un governo coi popolari del neo-cancelliere Kurz; che la battaglia contro questa Europa e questo Occidente anticristiani e neo-giacobini, rinnegatori di se stessi, e contro il sovranismo globalista che passa per liberale, va fatta attraverso una fronda intelligente, che sappia tessere alleanze e creare massa critica, in nome della stessa Europa e dello stesso Occidente, non attraverso le rodomontate del sovranismo nazionalista tutto chiacchiera e distintivo che risponde alla malattia con la malattia; che l’Italia per il suo peso economico e demografico potrebbe diventare leader di fatto questa fronda costruttiva – se ben guidata – fondamentalmente cattolica che metterebbe insieme il nostro paese, l’Austria, l’Ungheria, la Cechia, la Slovacchia, la Polonia, con una testa di ponte germanica in Baviera; che l’europeista Berlusconi è un amico di Putin e uno dei pochi politici europei veramente amati in Russia, il che potrebbe regalare all’Italia un ruolo di mediazione fra Russia e Occidente. E lasci stare i pasticci col M5S che forse non sarà comunista ma che comunque rimane un partito statalista, giacobino, antimafioso di professione, pro gender, pro centri sociali, anticristiano, eco-pauperista; il che costituisce oggi il massimo del comunismo possibile senza essere marxisti.

Il connubio contronatura e il patto del Nazareno.

Di-Maio-Salvini-960x576Il cosiddetto patto del Nazareno fu un accordo stretto alla luce del sole nel 2014 tra Renzi e Berlusconi al fine di portare a termine alcune riforme costituzionali. Non costituiva in alcun modo un’alleanza politica. La collaborazione in materia finì un anno dopo, ai tempi dell’elezione di Mattarella a presidente della repubblica, a causa della ben collaudata natura fedifraga e manipolatrice del politico Renzi. Su questo accordo ebbe occasione di esercitare la sua arte contorta e sospetta la mentalità complottistica propria delle sette e delle famiglie politiche ideologizzate. In primis, la legione grillina. Ma anche certi settori della destra più ottusa, la quale è notoriamente e tristemente adusa a credere, per affinità antropologiche, a metà dei miti della narrazione politica della sinistra giacobina. Si favoleggiò perciò di clausole segrete e di altre perle di paccottiglia complottistica.

Il patto del Nazareno conobbe una seconda vita, senza aver dismesso la prima, ai tempi del Rosatellum, la legge elettorale promulgata alla fine del 2017. La legge e la realtà tripolare illustrata dai sondaggi politici rendevano però quasi certo un esito elettorale senza vincitori assoluti. E allora si ricominciò a favoleggiare su un tacito accordo tra PD e FI per convolare a nozze dopo il voto al fine di costituire una maggioranza di governo. Tale ipotesi, però, a dispetto del bombardamento propagandistico dello svariato fronte anti-berlusconiano, non aveva nessun fondamento reale. I fini calcolatori che avevano congegnato il Rosatellum per non far vincere alcuna coalizione, avrebbero dovuto essere anche abbastanza fini da prevedere che lo stesso consentisse a PD (e satelliti) e FI di conseguire la maggioranza assoluta dei seggi. Questo nuovo patto del Nazareno fatto alle spalle degli elettori, che s’imputava pregiudizialmente al Cavaliere, mancava di presupposti perché implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli,  un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse, e quindi impossibilitate ad ottimizzare la somma dei voti raccolti col premio di maggioranza. Era una balla spaziale propagandata da forze politiche e giornali per i propri interessi di bottega o per cattiva coscienza. I sondaggi davano allora il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20%, grazie al Rosatellum, il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.

Ma chi lo denunciava con cattiva coscienza adesso tenta di farlo: chi ha cattiva coscienza accusa sempre gli altri dei crimini che gli sono connaturati. Il leghismo professato dall’ala militante del partito – quello che oggi ha sposato per esempio i dogmi caricaturali del sovranismo alle vongole – ha sempre avuto la tentazione di scrollarsi di dosso Berlusconi e i forzisti. Ma mettendo in pratica ciò – di fatto – alla prima occasione, tale leghismo dimostra la sua inadeguatezza a svolgere un ruolo di leadership capace di vedere le cose in prospettiva, e in sostanza, arrivato al crocevia decisivo della sua storia, sceglie di disertare, per mancanza di spessore culturale e politico, da quel ruolo di erede e definitivo artefice del conservatorismo politico italiano che il destino gli aveva offerto, finendo anzi nel suo miope e opportunistico settarismo per rinforzare le fondamenta della favolosa narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana.

Sull’opportunità sciaguarata di un connubio contronatura con una forza politica statalista, giacobina, anticristiana, la più vicina alle ideologie gender del progressismo liberal e cimiteriale allo stesso tempo, la più vicina alle ragioni dei teppisti dei centri sociali, e la più lontana dal popolo leghista meno politicizzato, Salvini dovrebbe riflettere bene. Tenga in conto quanto segue:

  1. FdI pare si sfili dall’accordo. Se sarà così mezzo centrodestra non parteciperà al nuovo eventuale governo.
  2. Con l’accordo che si profila si ritorna allo schema iniziale proposto dal M5S: grillini+leghisti.
  3. Quindi è Salvini che si adegua nella sostanza a Di Maio. Chi glielo fa fare?
  4. Con un rapporto di forze 2:1 a favore dei grillini come può Salvini pretendere di avere un leghista come presidente del consiglio?
  5. Come può Di Maio, visto che di fatto il suo piano ha funzionato, concedere a un leghista la presidenza senza scatenare una rivolta fra i grillini? E una figura terza cosa sarebbe se non una specie di tecnico?
  6. Il centrodestra ha vinto le elezioni, sia pure conquistando solo la maggioranza relativa, col 37% dei voti. I sondaggi lo danno oggi al 40% o quasi: Salvini vuole rischiare tutto questo ben di Dio del quale sarebbe leader per infognarsi in una dubbia avventura che fatalmente demoralizzerà l’elettorato di centrodestra preso nel suo complesso?
  7. Vuole provare a fare una legge elettorale a doppio turno per scrollarsi di dosso gli alleati? Pensa forse che poi li riconquisterà tutti facilmente, visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? Le manovre machiavelliche sono tali appunto perché di rado hanno successo. I rischi si addicono ai disperati, non a chi ha il vento in poppa e le circostanze a suo favore.
  8. Salvini è pazzo o è solo un mediocre inebriato dai suoi successi e dalla volontà di potere?
  9. Si ricordi di Bitonci, la presunta nuova stella della galassia leghista, che grazie al suo stile «Io so’ io e voi non siete un cazzo», si è ridotto a fare opposizione nella città che aveva in mano, Padova.
  10. La sola logica che può spiegare questo connubio contronatura è quella del patto Molotov-Ribbentrop, che com’è noto non portò bene a nessuno.

Piccola nota su gnosticismo e pelagianesimo

XJF359009Anche se non li respingo, personalmente rifuggo dall’uso di termini come gnosi (o gnosticismo) e pelagianesimo. Il primo (che già nell’antichità costituiva un fenomeno articolato e nebuloso, spesso esoterico) perché ha ormai raggiunto uno spettro semantico così vasto da permettere a chi voglia di trovarne le tracce – anche con ragionamenti legittimi e rigorosi – in qualsiasi moderno movimento religioso o filosofico anticattolico o anticristiano; il secondo in parte per lo stesso motivo e in parte perché, per quel che poco che si sa di lui, e quasi sempre per via indiretta, ho dei forti dubbi che Pelagio fosse effettivamente un pelagiano, e mi disturba pensare che un’indubbia eresia abbia preso il nome da uno che forse eretico non era.

Poniamo allora che per gnosticismo intendiamo un’intelligenza superba di se stessa, un’intelligenza che si senta autosufficiente, che si ritenga capace di trovare in se stessa l’alfa e l’omega, la scaturigine e il fine dell’esistenza. Da un punto di vista cristiano ciò può portare a queste conseguenze: il rifiuto della Grazia, in quanto non considerata necessaria; il rifiuto della Rivelazione, per lo stesso motivo; il rifiuto di Dio (almeno di quello cristiano) in quanto l’esistenza non cerca né riconosce un Padre nel quale trovare riposo e pienezza; la negazione del peccato originale giacché l’anima è capace di auto-guarigione o auto-realizzazione; il rifiuto del corpo quale ente inutile; il rifiuto della realtà fenomenica quale oggetto e strumento di conoscenza, e quale manifestazione della Rivelazione in senso lato.

Poniamo invece che per pelagianesimo intendiamo una virtù superba di se stessa, una virtù arida che si senta autosufficiente, che si ritenga capace di giungere alla salvezza coi propri mezzi e grazie alla propria volontà. Le conseguenze: anche qui, un rifiuto della Grazia, in quanto non considerata necessaria; un’assolutizzazione del libero arbitrio (non a caso l’eretico Lutero, padre dell’aberrante servo arbitrio, fu ferocemente anti-pelagiano); un sostanziale ridimensionamento della natura e delle conseguenze del peccato originale; un accento prevaricatore posto sull’importanza della volontà e delle opere, che conduce alla divisione delle opere dalla fede.

Che si possano trovare poi punti di contatto tra gnosticismo e pelagianesimo, o che si possa ugualmente condannare come gnostica o pelagiana la stessa dottrina, non deve sorprendere. La spiegazione sta nella natura dell’errore. Quando si dice che la verità sta nel mezzo, ciò non significa che essa stia a metà strada tra due errori, ma che stando su un altro piano è parimenti lontana da due errori. La verità è una ricca, coerente e stabile ricapitolazione: è un’infinità positiva, ancorché la sua ossimorica compiutezza potrà risplendere pienamente solo sullo sfondo di una nuova terra e di un nuovo cielo, al contrario di quanto pensano panteisti e immanentisti. Mentre l’errore è scisso in se stesso, e ciò conduce ad un’infinità negativa, cioè ad una congenita indefinitezza che per trovare un surrogato di requie e stabilità è costretta a saltare da un errore all’altro, percorrendo la strada tra i due senza trovare alcun giusto mezzo, perché nella strada che congiunge due errori ci sono solo errori. Cosicché si può dire che come in un gioco di specchi ogni errore rimanda giocoforza l’immagine riflessa di un altro errore, e così all’infinito: la menzogna è sfuggente per natura.

Fatte queste premesse, potremmo dire allora schematicamente che gnosticismo e pelagianesimo rappresentano gli esiti infecondi dell’incontro di due grandi filosofie precristiane col Cristianesimo: il platonismo, nel campo della filosofia teoretica; e lo stoicismo, nel campo della filosofia morale.

Ma ci sono anche quelli fecondi: non è possibile, per esempio, immaginare la teologia cattolica senza l’ausilio del linguaggio della filosofia greca. Anche la filosofia dei gentili attendeva una Grazia, una Rivelazione, una risposta divina, una conferma e un’integrazione da Chi aveva autorità a ciò che essa aveva intravisto, come già disse Platone: «Per quanto riguarda la trattazione sull’anima, su quanto essa abbia di mortale e quanto abbia di divino, e come e con quali altri elementi sia in relazione, e per quali ragioni sia stata collocata in sedi separate, saremmo sicuri di affermare la verità soltanto nel caso in cui il dio convenisse con noi: ma di aver però sostenuto delle affermazioni verosimili, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, tanto ora come dopo una riflessione più approfondita, e allora diciamolo.» Come avrebbe potuto restare insensibile un’anima filosofica naturalmente cristiana a questa assicurazione di Gesù: «lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa…»? e a questo suo invito: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»? O dovremmo forse condannare Gesù come gnostico nel primo caso e pelagiano nel secondo? Dico questo – provocatoriamente – perché oggi sembra andare di moda nel deprimente mondo cattolico condannare come altamente sospetta qualsiasi forma di eroismo che non sia quella allineata, coperta e devirilizzata della mezza cartuccia politicamente corretta che ha fatto della belante compiacenza il suo marchio ridicolo di umiltà.

Il nuovo governo e il pericolo dell’utile-idiotismo sovranista

Se l’analisi della situazione politica risulta tutto sommato piuttosto semplice, la soluzione per la formazione di un nuovo governo si presenta oltre modo difficile. Il M5S è il nuovo partitone egemone della sinistra senza se e senza ma; dall’altra parte c’è il centrodestra, che è una creatura berlusconiana, e che solo Berlusconi ha tenuto insieme per un quarto di secolo, con Salvini in pole position; in mezzo c’è il Pd che fondamentalmente paga la sua mancanza di identità politica. Un governo che abbia qualche sensatezza (politica, s’intende) si fa solo con le spoglie del Pd. Il M5S ha recitato la commedia per un po’, ma poi il veto, mai esplicitato, verso il Pd è caduto. Salvini invece si è fatto prendere dalla fretta di scomunicare il Pd, piuttosto di lavorare alla sua rottura stando semplicemente alla finestra senza esporsi. Il problema del M5S è che gli mancano molti seggi, e oltre a LeU (il partito che gli è più vicino spiritualmente e che non aspetta altro che un fischio) dovrebbe imbarcare almeno 3/4 del Pd (e satelliti): cosa ardua. Il problema del centrodestra è l’inverso: gli mancano molti meno seggi ma la differenza politica coi piddini è molto più grande. Renzi non c’entra. Lui, per sopravvivere, non può arrendersi né a sinistra né a destra. I fissati col nefando patto del Nazareno (creatura della mitologia antiberlusconiana di sinistra passato pari pari nella destra più ottusa) possono dormire sonni tranquilli. Salvini prenda nota, e invece di emettere imprudentemente veti sui piddini all’ingrosso, li metta di fronte all’incubo di un governo monopolizzato da giacobini puri e duri (M5S-LeU) e giacobini dalle buone maniere che tornano alla barbarie (i reduci dal Pd). Non si faccia intimidire dal bigottismo antiberlusconiano e si serva intelligentemente di Silvio, che gli può essere utile per agganciare la divisione dei responsabili anticomunisti e come copertura sul piano internazionale: impresa quasi impossibile, quasi.

Ci sono dei bei tomi a destra i quali affermano che un governo M5S-Lega non costituirebbe un tradimento degli alleati e degli elettori e che in ogni caso Berlusconi avrebbe tradito la Lega in passato appoggiando il governo Monti e il primo governo Letta, senza neanche parlare dei successivi inciuci col Pd. Sulla prima affermazione non mi soffermo tanto è peregrina: faccio solo notare che l’unico sicuro tradimento dentro il centrodestra fu quello perpetrato alla fine del 1994 dalla Lega ai danni del governo di centrodestra dopo otto mesi scarsi di legislatura, quando Berlusconi veniva colpito dalla raffica degli avvisi a (s)comparire ed era alle prese con la riforma delle pensioni, sulla quale fu lasciato solo per opportunismo anche dall’establishment economico (e dai giornali di riferimento) che la ritenevano necessaria: volevano incassarla senza pagare il dazio dell’impopolarità, come dimostrò il disperato appello dell’ultimissima ora di Agnelli e De Benedetti, a situazione ormai compromessa. Sulla seconda dimostrano una certa smemoratezza degli avvenimenti. Per cui procedo ad una succinta ricapitolazione degli stessi.

Berlusconi soccombette al golpe Napolitano nel novembre 2011, dopo aver resistito praticamente da solo per mesi e mesi. Lo fece in modo intelligente, senza farsi travolgere dall’ira. Resistette fino all’ultimo, cioè fino a quando capì che non c’erano più margini ragionevoli per poter superare senza rischi una mozione di sfiducia. Ricordiamoci che la grande campagna di sputtanamento ad personam del 2010 aveva già causati smottamenti nella maggioranza berlusconiana, e che essa veniva già data per morta e sepolta verso la fine di quello stesso anno. Berlusconi diede le dimissioni senza farsi sfiduciare: l’assenza di una formale delegittimazione era un modo per restare legittimamente nel gioco politico. Molti cretinetti isterici di destra, invece, compresi quelli dei giornali che appoggiavano il centrodestra, avrebbero voluto che rovesciasse il tavolo per andare a nuove elezioni. Ipotesi assolutamente scervellata: primo, l’Italia era sotto ricatto finanziario e non era il caso di rispondere con atteggiamenti autodistruttivi; secondo, le elezioni sarebbero state disastrose per il centrodestra e di fatto lo avrebbero fatto scomparire politicamente. Quando non si può vincere, quando si è sotto il tallone di forze nazionali ed internazionali più forti è saggio piegarsi e prendere tempo, almeno fin quando è possibile farlo senza perdere la dignità, e non andare in cerca della bella e stupida morte.

Quanto alla divisione del centrodestra riguardo al governo Monti, essa non era altro, in sostanza, che una tacita divisione tattica. Il Pdl dava l’appoggio esterno al governo, mentre la Lega, che nella coalizione ha sempre svolto il ruolo di succhiaruote, mai volendo pagare dazio con scelte impopolari, stava all’opposizione: il centrodestra veniva a configurarsi più per necessità che per scelta come una coalizione di lotta e di governo. Ciò serviva a tenerlo in vita e a farlo uscire col tempo dalla sala di rianimazione. L’inettitudine del governo Monti lo agevolò e Berlusconi tolse per tempo l’appoggio a Monti poco prima della scadenza naturale della legislatura, e in vista delle elezioni del 2013 il centrodestra, a dispetto dei ferrei propositi  leghisti di segno contrario espressi in precedenza, si ricompose con tutta naturalezza. Il Berlusca fece una campagna elettorale da leone che trasformò quasi miracolosamente, grazie anche al boom grillino, in sconfitta la vittoria sul filo di lana di Bersani, predestinato trionfatore. Col Letta I fece lo stesso che con Monti.

Quanto al Letta 2, al governo Renzi e al governo Gentiloni parlare di sostegno di FI è una scemenza e una menzogna. Curioso: quando qualcuno da sinistra passa a destra è pagato da Berlusconi; quando invece i traditori di Berlusconi passano a sinistra diventano agenti al servizio di Berlusconi. Anche in queste corbellerie certi sovranisti di destra dimostrano di essere succubi della propaganda di sinistra. Una delle cose più divertenti dei destrorsi sovranisti, spezzatori di reni, tutta chiacchiera e distintivo, è che almeno metà del loro cervello è stata colonizzata dal luogocomunismo sinistrorso, che essi nella loro debolezza intellettuale ripetono come pappagalli. Il senso storico-culturale dell’aut-aut di Di Maio a Salvini concernente gli impresentabili italoforzuti sfugge loro completamente. I giornaloni vogliono far fuori Berlusconi, i grillini vogliono fare fuori Berlusconi, e loro pure vogliono farlo, senza che la bella compagnia non li induca a pensare che forse c’è qualcosa non va nelle loro elucubrazioni. La Lega sola egemone nel centrodestra è il sogno dei giornaloni, della sinistra e anche di Bruxelles: è la forte ridotta lepenista, eternamente minoritaria ed eternamente sconfitta. E’ per questo che se l’alleanza di governo tra M5S e Pd non dovesse concretarsi, ai nemici di Berlusconi e di un centrodestra potenzialmente vincitore anche un governo di scopo M5S-Lega, in sottordine, potrebbe andare bene.

Ma forse costoro ambiscono ad impersonare la nuova frontiera dell’utile idiotismo: l’antiberlusconismo acceca. Solo chi si tappa gli occhi non può non vedere la vicinanza politico-culturale tra grillini e piddini. Non parlo di chi ha votato M5S – per buona parte un esercito di fessi o utili idioti – ma dei suoi militanti e del suo – chiamiamolo così – gruppo dirigente. I grillini sono i figli di Berlinguer e dell’immorale questione morale e quindi polli di allevamento del regime culturale sinistrorso: giacobinismo, statalismo, ecologismo cripto-religioso e insieme laicismo sfrenato anticristiano, gay pride ed economia a km zero, antifascismo resistenziale, manipulitismo rosso e antimafiosità di regime. Sono il precipitato del vecchio, altro che il nuovo. Sono il vecchio rimesso a nuovo, e stanno al Pd come i montagnardi stavano ai girondini. Per parte del Pd e del suo elettorato costituiscono tuttavia un richiamo della foresta fortissimo, giacché il Pd non è mai diventato socialdemocratico nel senso culturale del termine, non avendo mai fatta mea culpa, mai fatti i conti con la storia, e mai riabilitato la storia dei socialisti italiani. No, è diventato liberal cambiando etichetta ma senza rinnegare né Togliatti né Berlinguer. Per cui può sempre tornare indietro. Se Renzi oggi viene demonizzato come Berlusconi, non è perché Renzi somigli a Berlusconi, come vuole la nuova vulgata che trova anche tanti sprovveduti discepoli a destra, ma perché, molto più semplicemente, chi di anti-berlusconismo ferisce di anti-berlusconismo perisce. E’ la vecchia fenomenologia delle epurazioni comuniste.

E in conclusione: un M5S di governo può sempre riposizionarsi; abbandonare un po’ del suo estremismo chavista, e diventare un partito radicale di massa ultra-liberal e così unirsi in coito coi resti del Pd, alla stregua di un Podemos normalizzato. Ma i sovranisti alle vongole nel loro accecamento anti-berlusconiano (mutuato dal pensiero dominante, altro che dimostrazione d’indipendenza) non hanno voluto vedere nulla di questo; si sono incartati nella loro ideologica, caricaturale contrapposizione senza sbocchi tra sovranisti e globalisti, fino a diventare più putiniani di Putin, l’amico del loro odiato Berlusca: il quale Vladimir, al contrario di loro, il buon senso l’ha ancora sicuramente conservato, per quante sfumature russe si porti dietro.

P.S. Naturalmente qualcuno potrà pensare che Salvini voglia accordarsi col M5S al solo scopo di fare una nuova legge elettorale che preveda un sistema a doppio turno alla francese. Soluzione buona solo sulla carta. Tra alcuni mesi o tra un anno quale sarà il sentimento di un corpo elettorale alquanto ballerino, tanto più che sia quest’ultimo sia le formazioni politiche si adeguano sempre ai nuovi sistemi elettorali?