Abbasso la nonviolenza

La paroletta magica nonviolenza è ormai entrata a far parte del lessico ordinario del cattolicesimo adulto, come prova quest’articolo di Avvenire, il cosiddetto quotidiano dei vescovi. Comincia spesso così, la discesa nell’inferno della subalternità culturale: da una paroletta vuota ma carezzevole usata come esca; dall’illusione di riuscire a mangiare l’esca senza inghiottire l’amo ed essere trascinati sulla riva sbagliata; dall’illusione di accettare la forma esteriore di una parola senza restare avvinghiati al suo significato riposto e a tutto ciò che gli sta dietro. Cosicché sulla pagina Facebook del quotidiano ho avuto un piccolissimo scambio di opinioni in materia con alcuni internauti, che qui riporto.

IO: «La Non-Violenza non è un concetto cristiano. Il Cristianesimo si definisce per quello che è, non per quello che non è; il Cristianesimo, per usare una terminologia filosofica di base, è supremamente Essere, non è un Non-Essere qualcosa. E’ ben vero che il Papa fa capire in qualche modo che per Non-Violenza intende un Essere-Veramente qualcosa, ma perché andare ad usare e legittimare un concetto che nasce a-cristiano se non proprio anti-cristiano, e che in ogni caso è riduttivo dell’essere cristiano, dato che il Non-Uccidere (e sempre se ben inteso) ne è solo un corollario? Il concetto di Non-Violenza nasce in un ambito culturale dove la Verità non è riconosciuta e non viene posta a fondamento dell’etica.»

INTERNAUTA 1: «La nonviolenza si definisce per quello che è e non in contrapposizione a ciò che ne è negazione. Tertium non datur. Senza scomodare il messaggio per la giornata della pace si quest’anno, basta ricordarsi delle parole di Benedetto XVI (in cui per la prima volta nelle parole del papa si fa uso di tale sostantivo), e dove si riferisce di Lc 6,27 come “magna charta della nonviolenza cristiana”»

IO: «”La nonviolenza si definisce per quello che è e non in contrapposizione a ciò che ne è negazione. Tertium non datur.” ??? Ma se si fa chiamare Non-Violenza appunto perché identifica se stessa nel Non-Essere violenza [1], e non in quanto essendo qualcosa rifiuta anche la violenza, cioè l’azione di forza non giustificata? Inoltre le faccio notare che Benedetto XVI parla di nonviolenza cristiana, non parla solo di nonviolenza, non dice che la nonviolenza è cristiana, ma specifica che si tratta di quella cristiana [2], con ciò intendendo che essa non solo è un’emanazione dell’Essere-cristiano, ma ha anche una sua specificità, una sua natura ordinata a quella Verità che i profeti della nonviolenza hanno sempre guardato con ostilità.»

INTERNAUTA 2: «Forse il termine non-violenza non nasce in ambito cristiano ma il concetto di amore fatto a modello del Cristo che sulla croce perdona i suoi aguzzini non solo comprende l’idea della non violenza ma la supera.»

IO: «Non solo la supera, ma la precede. E allora perché i profeti della nonviolenza non si sono rifatti al messaggio cristiano o alla sua integralità? Semplicemente perché non lo accettavano, e lo hanno reso monco, scardinandolo dalla verità. Alla gente non interessano queste sottigliezze, ma chi guida la Chiesa non può non sapere che accettando un certo linguaggio ambiguo e reticente si aprono le porte a chi vuole adulterare la dottrina. “Avete inteso che fu detto: non uccidere, ma io vi dico… ecc. ecc.”: questo è un ammonimento che fu rivolto soprattutto al riduzionismo farisaico della fede; ma vale anche per chi riduce [il Cristianesimo] ad una mera e indefinita operatività. I primi pretendono di avere la fede senza far seguire le opere; i secondi pretendono di fare le opere senza il presupposto della fede (che può essere anche inconsapevole). E’ la solita divisione fra fede ed opere denunciata da S. Giacomo nella sua lettera.»

[1] I teorici della nonviolenza naturalmente negano questo, perché essa sarebbe qualcosa di più ricco, propositivo ecc. ecc. del solo Non-Essere violenti, ma sono tutti sofismi.

[2] Cioè un sinonimo del Non-Uccidere biblico.

Francesco e Jorge Mario

Se, in ultima analisi, il Papa è il Papa proprio per preservare la Chiesa dall’errore (quand’anche fosse un asino in teologia) è anche vero che deve essere in grado di padroneggiarne il timone secolare, che deve avere capacità di governo e in linea di massima essere un animale politico nel senso nobile del termine. Tuttavia la questione è più complessa. Qualcuno, alla luce di questi ragionamenti, potrebbe allora ritenere che il pontificato di Benedetto XVI sia stato pessimo. Ma sbaglierebbe, giacché ogni stagione ha la sua priorità. E il timido Benedetto XVI fu l’uomo giusto al momento giusto quando si trattò di ribadire, coi suoi modi tanto fermi quanto riguardosi, la validità, la continuità e la vitalità della dottrina in un mondo che la riteneva caduca. Senza gli anni del suo pontificato dove saremmo oggi in tempi rivoluzionari? E tuttavia la questione è ancora più complessa giacché l’azione di un pontefice s’inquadra in un disegno provvidenziale che è troppo dilatato nel tempo perché noi lo possiamo cogliere e che può servirsi anche delle mancanze o delle imprudenze di un pontefice.

Sbagliano perciò quei conservatori che, sconcertati dal nuovo corso bergogliano, arrivano insolentemente a mettere senz’altro in dubbio l’intima ortodossia di Papa Francesco. Ma hanno ragione quando gli contestano molti errori. Ne elenco tre, che inevitabilmente s’intrecciano vicendevolmente.

Il primo è quello di circondarsi, o meglio, di farsi circondare, da una guardia pretoriana, un vero e proprio comitato di salute pubblica formato da progressisti, che approfitta del suo misericordioso anelito ad andar incontro alla gente, del suo voler vedere a tutti i costi il lato buono delle cose, della sua idiosincrasia per le vane sottigliezze – tutte cose buone, s’intende, e connaturate allo spirito cristiano – per rivestire quest’empito di una carica velenosamente rivoluzionaria e per adulterare pezzo per pezzo la dottrina attraverso formule ambigue, funzionanti come palloni sonda, veri e propri ponti gettati verso quell’errore che nella maturità dei tempi non avrà remore a manifestarsi.

Il secondo è l’enfasi messa sul discernimento: bella parola, che però indica qualcosa che è difficilissimo possa trovare un qualche inquadramento credibile nella prassi. Noi parliamo di discernimento proprio perché non possiamo sostituirci all’occhio di Dio: è un invito alla prudenza e quindi è una forma di carità. Ma davvero ci illudiamo di poterlo in qualche modo gestire o regolare, soprattutto se si parte dal rifiuto semi-ideologico della casuistica, cosa d’altra parte piuttosto bizzarra per un gesuita? E’ qui che si affollano le reticenze e che nascono i pasticci. Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto. Casca il mondo? No, il mondo non casca. Ma bisognerebbe mettere efficacemente in chiaro il quadro dottrinale che fa da sfondo a quest’allentamento misericordioso della legge positiva della Chiesa, in modo tale che la chiarezza faccia, pedagogicamente,  contrappeso al perdono, e ne sia al tempo stesso il presupposto. Si sta muovendo in questa direzione la Chiesa? Per niente, mi pare, col rischio di trasformare l’incontro con la gente in quello con lo spirito del mondo.

Il terzo è quello di dare un respiro quasi apocalittico, o millenaristico, e perciò involontariamente terreno, alla lotta dentro la Chiesa a quel problema della farisaica falsità e durezza di cuore (e in parallelo a quelli di portata sociale come la povertà e la corruzione) che, in misura variabile, ci porteremo dietro fino alla fine del mondo e non potrà mai essere liquidato. Se il Papa è – per così dire – fissato con l’amore che copre tutto certamente non sbaglia: questo è un insegnamento eterno, parole di vita. Ma, su un altro piano, più politico, che il Papa deve tenere in mente quale reggitore della Chiesa, ci sono ragioni di opportunità da valutare, giacché quest’ultima sarà sempre campo di battaglia tra le tendenze farisaiche e sadducee. E oggi sono proprio le seconde a costituire la grande minaccia. Davvero oggi il pericolo maggiore nella Chiesa e nella nostra civiltà cristiano-occidentale sarebbe costituito dal legalismo farisaico? Francamente sembra di sognare. Non è che a forza di puntare il dito contro i farisei il Papa finirà per far trionfare definitivamente (si fa per dire, naturalmente) la grande fazione sadducea che amorevolmente lo circonda e di cui sembra non accorgersi?

In economia si parla di variabili pro-cicliche o anti-cicliche. Per esempio, durante un ciclo recessivo possono esserci dei fenomeni pro-ciclici che tendono ad accentuare questa negatività. Allora chi governa è posto davanti alla questione di valutare l’opportunità di varare delle misure anti-cicliche. La cosa che colpisce di questo pontificato è che, sulla base di considerazioni astrattamente giuste, si muove in maniera clamorosamente pro-ciclica aggravando le derive progressiste nella Chiesa. Dov’è il discernimento in questo caso? Oggi la vanità e la mondanità è patrimonio quasi esclusivo del prete che, diventando una caricatura di se stesso, si getta in pasto al popolo confondendosi con esso. Non dico che il Papa debba fare calcoli o essere reticente, giacché sarebbe come fuggire i propri doveri, e so bene che è impossibile sfuggire alle strumentalizzazioni, ma egli sembra proprio non rendersi conto del diverso peso delle forze in campo.

Infine, una nota sulla sua personalità. Papa Francesco è un grande ammiratore di Dostoevskij, e nell’opera dello scrittore russo il male e il bene sono spesso concepiti come le due facce di una stessa realtà, cosicché capita che il grande criminale conviva potenzialmente col santo nella stessa persona. E’ una grande sciocchezza che peraltro è piuttosto diffusa anche nella cultura cattolica, ma che Dostoevskij, che è un grandissimo scrittore, tratta in maniera così fine e profonda da riuscire a spacciarla per vera. Quindi, non è solo politica o sapiente e caritatevole gesuitismo quello che gli mette in bocca giudizi assurdamente lusinghieri su Lutero, ma un tratto della sua personalità che gli rende arduo disingannarsi e che lo induce alla faciloneria. Non voglio affatto dire che sia ingenuo: nel suo intimo egli mette in conto gli errori che inevitabilmente si commetteranno nella stagione dello spericolato aprirsi della Chiesa al mondo, ma è convinto che prima o poi, col tempo, nel Divenire, come in un processo di sintesi (ma meglio sarebbe dire di purificazione, per non incorrere – hegelianamente – nell’espulsione dell’Essere dal reale, o della sua omologazione al Divenire, che dir si voglia) tutto ciò si risolverà in bene. Non vorrei, invece, che egli stesso, prima di quel lontano giorno, prigioniero dei meccanismi che ha messo in moto, finisse per diventare una figura alla Re Lear.

Aggiornamento 13/02/2017 – Nel post ho scritto: «Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto.» Vedo, qui, che i tedeschi ci sono già arrivati. Ma si può veramente pensare che nella prassi – è quello il contesto cui faccio riferimento – i sacerdoti avranno il tempo di seguire e la capacità di capire veramente la situazione delle coppie in questione, e di raggiungere dei veri convincimenti o delle ragionevoli conclusioni, ancorché sempre fallibili, circa l’eventuale nullità dei precedenti matrimoni, o sui buoni propositi delle coppie per il futuro ecc. ecc., neanche si trasformassero in psicanalisti – per così dire – a tempo pieno? E’ impossibile. In ogni caso, anche se si trasformassero in detti superuomini, alla fine dovranno rimettersi alla coscienza di queste anime loro affidate. Ma nella pratica è scontato che tutto questo mitico “percorso” sarà saltato. Si rifiuta la casuistica ma si vuole il “discernimento”, che non sembra altro che una casuistica politicamente corretta, informale e impalpabile: bisogna vivere nel mondo delle nuvole per non capire che si tratta di qualcosa di assolutamente impraticabile e che porta logicamente alla soluzione tedesca. Si noti come nell’articolo linkato della Nuova Bussola Quotidiana il cardinale Müller consigli di «non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi» per motivi esattamente opposti a quelli evidenziati dal Papa in questa intervista pubblicata dal Corriere della Sera. Müller si rifà ai noti pericoli insiti nella degenerazione casuistica (i ragionamenti capziosi miranti a giustificare tutto ciò che serve); mentre il Papa (gesuita!!!) vede assai inopinatamente nella casuistica un possibile alleato del legalismo farisaico, inteso nella sua veste rigida e impietosa [1]: dire che ci sia una grande confusione in giro mi sembra il minimo. La casuistica di per sé – e sottolineo di per sé – non è un qualcosa di negativo: può essere una specie di pre-inquadramento dei problemi particolari, una specie di guida che introduca al discernimento vero e proprio. Opporre la vecchia casuistica al discernimento può funzionare come artificio retorico, ma in realtà è un errore, giacché la prima (tralascio le sue degenerazioni) si aggancia in qualche modo ancora alla legge, mentre il secondo fa riferimento alla carità, ma la fede e le opere non si possono dividere.

[1] Che poi le scappatoie legali fondate sui cavilli siano l’altra faccia e l’inevitabile prodotto collaterale dello zelo legalista è certamente vero: lo prova abbondantemente l’Islam.

Campagne d’infamia

E’ stata lanciata una campagna d’infamia contro il teologo domenicano p. Giovanni Cavalcoli (il quale non è affatto un acido tradizionalista anti-conciliare) messa in moto con la nota tattica del campionamento di frasi ad effetto e delle provocazioni mediatiche. Il bersaglio non è preso a caso, in quanto la sua opera rappresenta una manifestazione di resistenza allo strisciante processo di protestantizzazione del cattolicesimo italiano.

Nell’uomo vi sono due tentazioni contrastanti: quella di negare il peccato originale; e quella di farsi ventriloquo di un Dio vendicatore, come fece Maometto. Entrambe in realtà costituiscono sia un rifiuto di Dio, sia la pretesa di mettersi al suo posto. Oggi viviamo in un’epoca in cui queste due tentazioni sono particolarmente vive. Da noi soprattutto la prima: e lo testimoniano, ad esempio, le reazioni di fronte alla sofferenza in generale e alle disgrazie in particolare. E’ da questa tentazione, che assume oggi l’aspetto di una concezione totalizzante e perciò riduttiva della Misericordia, che con perseveranza p. Cavalcoli, nella sua veste di teologo, vuole metterci in guardia.

La sofferenza non può venire direttamente da Dio giacché Dio è sommo e solo bene: essa viene dalla caduta da uno stato paradisiaco di grazia. Ma Dio, attraverso la provvidenza, governa la sofferenza al fine di volgere il male in bene. Qual è dunque il ruolo svolto dalla sofferenza nell’economia della salvezza? Molteplice: può essere correzione, può essere castigo, può essere segno; può essere prova per coloro che Dio ama, può essere perfino risparmiata (relativamente, s’intende) a coloro che vogliono perdersi, per allargar loro la via che alla perdizione conduce, come già intese un filosofo come Seneca. Sta all’uomo cercare di discernere, senza però ergersi a giudice, come insegna il libro di Giobbe.

Una concezione totalizzante della Misericordia spiega in parte anche le odierne sbandate luterane in seno al cattolicesimo: essa, infatti, si sposa magnificamente con la concezione totalizzante della Grazia di Lutero, che pure partiva non da una negazione del peccato originale, ma all’opposto da una concezione “diabolica” dello stesso: il peccato originale non avrebbe soltanto ferito (irrimediabilmente, senza l’intervento divino) ma senz’altro ucciso l’uomo, condannandolo al “servo arbitrio”, a servire il male, all’incapacità di fare il bene. Tali concezioni totalizzanti (e riduttive) portano alla divisione della fede dalle opere; ambedue hanno esiti deresponsabilizzanti. Ciò non sorprende, giacché la verità è naturalmente una, mentre l’errore è naturalmente plurimo, in quanto scisso in se stesso.

Montaigne, Pascal e i cattolici

Nel mondo cattolico vi è una sostanziale incomprensione di Montaigne e Pascal. Sul primo, benché dichiaratamente cattolico, agisce un pregiudizio negativo; sul secondo, benché fideista e giansenista, agisce un pregiudizio positivo. E’ ben nota agli studiosi, benché quasi nascosta all’opinione pubblica, l’enorme influenza esercitata dal primo sul secondo. Non si esagera troppo se si afferma che in quasi ogni pagina dei “Pensieri” pascaliani risuona l’eco di qualche passo dei “Saggi” di Montaigne. E’ stupefacente, ad esempio, che dopo quasi quattro secoli si continui imperterriti ad attribuire a Pascal – a riprova del suo genio e perfino del suo cristianesimo – un passo che è di Montaigne: “L’homme n’est ni ange ni bête, et le malheur veut que qui veut faire l’ange fait la bête.” Si tratta infatti di una sintesi di un passo di Montaigne, scritto più di mezzo secolo prima: “Ils veulent se mettre hors d’eux, et échapper à l’homme. C’est folie: au lieu de se transformer en anges ils se transforment en bêtes; au lieu de se hausser, ils s’abattent” (Montaigne, Essais, III, 13). Questo passo da solo dimostra, peraltro, che non c’è in Montaigne alcuna equiparazione tra uomini e bestie.

Montaigne, figlio del Rinascimento e imbevuto di letture classiche, rappresentò in realtà una resistenza alle intemperanze e alla superbia dell’uomo rinascimentale. Il suo “scetticismo”, quello che cristianamente si traduce con “prudenza”,  – lo scetticismo a tutto tondo di Montaigne è anzi un’invenzione, una stigmatizzazione pascaliana –  è rivolto contro le pretese dell’uomo “nuovo”. Il senso di impotenza e di piccolezza dell’uomo di fronte al cosmo, che viene fuori dai passi citati da Fighera, sarà ripreso poi da Pascal. Ma mentre in Montaigne queste considerazioni rimangono nel cerchio di un’amabile ironia, in Pascal sprofondano nella disperazione tipica e ostentata del fideista. E il bello è che molti cristiani e cattolici in particolare sono pronti a commuoversi di fronte al piccolo uomo confrontato agli abissi impenetrabili di Pascal, quasi fosse una prova di grande cristianesimo! La ragione vera dell’odio che Pascal porta a Montaigne sta proprio in questo: che il secondo non “dispera”.

Distinzione dei fini

Non per difendere Maritain a prescindere (figuriamoci: io non ho problemi a definirmi conservatore in politica e perfino liberista in economia) ma mi sembra che l’analisi di Brachetta sia così precisa da sfiorare la malizia. Voglio dire: bisogna anche cercare di fare uno sforzo d’interpretazione senza bloccarsi davanti a certe, magari solo apparenti, incongruenze del linguaggio (faccio qui riferimento all’appunto sui semina verbi, per esempio). Infatti ciascuno ha il suo linguaggio. Se quello di S. Tommaso è preciso, non è che per questo debba essere oggetto – lo dico senza alcun intento polemico – di un’adorazione quasi feticistica. Anch’esso deve essere – stante la natura del linguaggio – interpretato.

Il fatto che la politica sia solo un fine intermedio propedeutico ad un fine ultimo che è il Sommo Bene, cioè Dio, significa anche che questo fine intermedio determina la sua specificità: se il fine intermedio fosse interamente assorbito dal fine ultimo esso perderebbe la sua specificità e non sarebbe più un fine intermedio. Se la politica e lo stato fossero assolutamente assorbiti dal fine ultimo essi perderebbero la loro specificità. Il bene comune, che è il loro fine, da raggiungere (auspicabilmente, anche se ciò non sarà mai possibile perfettamente) nel rispetto delle verità naturali e divine (e ciò è propedeutico al Sommo Bene) arriva fino ad un certo punto, e riguarda sia il grano sia la zizzania. Oltre quel punto è l’uomo singolo ad avere il destino fra le sue mani. Semplificando all’estremo i ragionamenti, sembra che Brachetta veda in Maritain il pericolo di un’assolutizzazione di un fine intermedio, e quindi quello di piegare il Cristianesimo alle ragioni del mondo; il quale errore, però, sarebbe soltanto speculare a quello di chi non si limita ad ordinare il fine intermedio al fine ultimo, ma assorbe completamente il fine intermedio nell’ultimo negandogli perciò la sua specificità, ragione ed esistenza. E’ nella distinzione dei fini, pur ordinati al Sommo Bene, che si crea lo spazio della secolarizzazione cristiana, la sola che abbia solide fondamenta sulle quali costruire una società libera ma non libertina, e la sola che alla lunga possa sopravvivere.

In quanto poi alla dichiarazione di Pio XI sulla intrinseca perversità del comunismo, ciò non implica, come pretende un po’ troppo sbrigativamente e drasticamente Brachetta, che «perverso “intrinsecamente” significa che nulla è salvabile nel comunismo, nemmeno le luci, come nulla era salvabile nell’Arianesimo, nel Catarismo o in altri regimi totalizzanti e totalitari, religiosi e non»; ma che perverso intrinsecamente è un pensiero la cui essenza, la cui direzione di marcia, il cui racchiuso messaggio, sono perversi, cioè ordinati al male o alla menzogna; ma ciò non implica affatto che esso non contenga accidentalmente delle proposizioni vere, e che di alcune verità, che restano però verità, non si serva strumentalmente: caratteristica questa, peraltro, di quasi ogni dottrina erronea [1]. Per cui l’atteggiamento di Maritain verso il marxismo non va inteso come un atteggiamento di parziale comprensione, ché anzi la condanna è nettissima; ma è l’atteggiamento di chi cerca di capire perché esso, strumentalizzando alcune verità o alcuni fatti oggettivi, abbia avuto tanta influenza su tante persone anche in buona fede. Che egli poi da questo lato si sia dimostrato fin troppo magnanimo, lo ammetto anch’io, ma non certo fino al punto da uscire dall’ortodossia. Risulta poi piuttosto contraddittorio che Brachetta puntelli la sua affermazione citando il fideista Pascal; delle due l’una: o il fideista era ortodosso; oppure anche un fideista poteva dire delle «grandi verità».

[1] Aggiornamento del 02/12/2016 – Ho trovato nel web questo passo di Gilbert K. Chesterton che esprime con altre parole il mio stesso pensiero: «For the true consistent heresies generally look very clear indeed; like Calvinism then or Communism now. They sometimes even look very true; they sometimes even are very true, in the limited sense of a truth that is less than the Truth. They are at once more thin and more brittle than the diamond. For a heresy is not often a mere lie; as Thomas More himself said, “Never was there a heretic that spoke all false.” A heresy is a truth that hides all the other truths.» (The well and the shallows, G. K. Chesterton)

Breve e chiara spiegazione dell’ “Ama e fa ciò che vuoi” agostiniano.

L’espressione si trova nel commento alla Prima Lettera di S. Giovanni. Proprio in questa Lettera troviamo scritto: «il perfetto amore scaccia il timore». Naturalmente si tratta di un’esortazione: sulla terra solo un uomo e una donna, non toccati dal peccato originale, furono capaci di perfetto amore. Ma qual è l’effetto del perfetto amore sulla volontà? L’effetto è di guidarla perfettamente. Quando una volontà è perfetta? Quando si trova in perfetta consonanza con quella di Dio, che è presidio di Verità. Quindi S. Agostino, imitando da una parte lo stile di Gesù che a volte usa espressioni apparentemente sconcertanti per smuovere la polvere dagli animi, e dall’altra servendosi dei privilegi del poeta per impregnare un insegnamento morale di un sentimento lieto e liberatorio, vuole dire: «Stai in pace, ama perfettamente e vorrai tu stesso quello che Dio vuole in tutto quello che farai».

La “situazione oggettiva di peccato” non è un peccato

Questo post costituisce una (amichevole) risposta a un articolo di Stefano Fontana pubblicato dalla Nuova Bussola Quotidiana.

La Veritatis Splendor più che condannare rotondamente la teologia dell’opzione fondamentale, condannava l’eventuale dissociazione tra l’opzione fondamentale e gli atti della persona (insomma: tra la fede e le opere). Essa ribadiva che una scelta fondamentale ostile nei confronti di Dio s’incarnava inevitabilmente in atti contrari alla volontà di Dio. Così come, dico io, il peccato contro lo spirito s’incarna inevitabilmente in peccati che portano alla morte. L’enciclica ribadiva, inoltre, che “è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso”. Questa “piena consapevolezza ecc. ecc.” è dunque condizione necessaria all’attuarsi del peccato mortale. Ma essa non è altro che una manifestazione di quella scelta fondamentale sulla quale l’ultimo giudizio spetta a Dio. Di qui la prudenza della Chiesa.

Vi è poi la questione della situazione oggettiva di peccato. A me personalmente l’espressione non piace, come non piace l’espressione situazione irregolare. Nel primo caso, se male intesa, potrebbe far pensare ad una situazione che di per sé inficia negativamente qualsiasi atto compiuto dalla persona che in tale situazione si trova, quasi che il libero arbitrio venisse meno: in quel caso, cioè, solo uscendo da tale situazione la persona sarebbe in grado di fare il bene. Ma ciò è palesemente assurdo. Qui si confonde la situazione con un atto intrinsecamente cattivo, il quale è sempre condannabile anche se fatto, a detta di coloro che lo giustificano, in vista del bene (come se non esistesse la Provvidenza, come se Dio fosse così sadico da costringerci a fare il male in vista del bene!). Il peccato è un atto che ha delle conseguenze, potenzialmente anche mortali: sono queste a individuare la situazione di peccato. Ma la situazione di peccato di per sé non è un peccato; non è un atto; non è un atto intrinsecamente cattivo che si trascina nel tempo (al contrario delle sue conseguenze, le quali sì predispongono a ulteriori atti intrinsecamente cattivi) e che rende incapace la persona di fare il bene: l’atto, per sua natura, non può essere permanente. Nel secondo caso l’espressione situazione irregolare potrebbe far pensare ad una situazione alla cui origine o base non ci sia un peccato, una trasgressione, ma una condotta imperfetta.

Questa nebulosità lessicale (alla quale tuttavia non si potrà mai porre perfettamente rimedio, stante la natura del linguaggio) si riflette nel passo incriminato di Amoris Laetitia: “è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa”. Così espresso, il concetto in questione sembra adombrare ambiguamente una sintesi dialettica tra oggettivo e soggettivo di stampo hegeliano che non è affatto pertinente e che genera sconcerto (anche perché, forse, chi l’ha materialmente steso non è esente da certe influenze) [1]. Ma in realtà esso può benissimo essere inteso come il corollario di quanto detto dalla Veritatis Splendor in materia di peccato mortale, volendo semplicemente affermare che in una situazione conseguente all’attuarsi di un peccato formalmente mortale, se questo peccato non è stato commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso, si può vivere in grazia di Dio ecc. ecc.. A mio parere la verbosità e l’ambiguità di Amoris Laetitia sono il frutto di un lavoro a più mani a volte eterodosse. Ma la Provvidenza spesso si muove in maniera assai discreta. E’ proprio l’ambiguità a salvare l’enciclica dall’accusa di eterodossia. E non mi stupirei se fosse stata proprio la mano del Papa a salvare il tutto in fase di revisione generale. Ciò a prescindere, naturalmente, dalle interpretazioni che ne possono dare Schönborn e soprattutto padre Antonio Spadaro.

[1] Vedo peraltro che questa dialettica tra tra soggettivo e oggettivo – espressa però in termini meno ambigui, ma a mio avviso sempre fuorvianti – si trova pure nella “Familiaris consortio”(84): «Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.» e «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia.» 

Eternità temporale e atemporale (2)

Se lo spazio-tempo venisse inteso olisticamente come un organismo, oppure come un ente a se stante ospitante la materia, in ultima analisi sarebbe un corpo; ed un corpo presuppone un luogo, e un luogo un’infinità di luoghi: questo spazio-tempo, quale che fosse la sua forma, sarebbe racchiuso dentro un altro spazio-tempo, quale che fosse la sua forma. Ed ecco che si ritornerebbe all’eternità del moto, del tempo e del mondo visibile. Su questo Aristotele aveva ragione.

In realtà, infatti, ripercorrendo all’indietro la fase di espansione dell’universo (io direi piuttosto: della materia, quale che sia la sua forma) nella quale si sostanzia la teoria del Big Bang, non giungeremmo mai al tempo dell’originaria esplosione, ma assisteremmo allo spettacolo di un’infinita implosione, o più precisamente, di un’infinita contrazione, in quanto il momento dell’originaria implosione sarebbe parimenti irrintracciabile. L’infinitezza [1] dell’universo rende perciò ogni concetto di grandezza relativo. L’espansione della materia coincide con la sua rarefazione; la sua contrazione con la sua concentrazione. In ogni caso ogni tipo di grandezza rilevabile nasce dalla relazione della materia con se stessa: questa grandezza inafferrabile è sorella dell’inafferrabile presente che caratterizza la vita dell’uomo.

Se Aristotele fosse stato coerente, però, avrebbe dovuto scegliere fra immanenza e trascendenza, invece di farli convivere in modo posticcio. Nel primo caso un Dio non creatore si sarebbe identificato con l’Eterno Temporale, e specificamente (nel sistema di Aristotele) nel Primo Mobile. Nel secondo caso Dio si sarebbe identificato con l’Eterno Atemporale, e avrebbe creato dal nulla l’Eterno Temporale, eterno in potenza ma non in atto, in quanto sia l’inizio sia la fine di questo Eterno Temporale sarebbero stati deliberati da Dio, e avrebbero lasciato dietro e davanti a sé un infinito passato e un infinito futuro in potenza [2]. L’esistenza di un Eterno Temporale soggetto alla trascendenza, d’altra parte, ubbidisce al criterio dell’analogia e della somiglianza delle creature col loro Creatore. Si tratta, naturalmente, di una somiglianza corrotta, ancorché di per se stessa buona, non solo perché l’Eterno Temporale è asservito alla volontà di Dio, ma perché la sua eternità è nella sua essenza inferiore al modello, in quanto si caratterizza dall’incompiutezza; quasi una dolorosa caricatura dell’Eterno Atemporale, dell’Essere, dove la materia è perennemente costretta a rimodellarsi, e le creature a perpetuarsi solo attraverso la specie: il mito di Sisifo è una buona metafora dell’Eterno Temporale, del Divenire.

La devozione per il Dottore Angelico (e il desiderio di contrastare certe derive idealistiche del cristianesimo) ha condotto spesso i suoi estimatori a commettere un grave errore: a definirsi aristotelici, o quantomeno a vedere una certa affinità o vicinanza dell’aristotelismo col cristianesimo. In realtà, il cristianesimo dell’aristotelismo, per così dire, è di natura più accidentale che sostanziale; mentre il cristianesimo del platonismo, sempre per così dire, è di natura più sostanziale che accidentale. Semplificando ancora, e nei limiti di un giudizio concernente filosofie pre-cristiane, l’aristotelismo è naturalmente anti-cristiano; mentre il platonismo, o meglio, certo platonismo (così come certo stoicismo) è naturalmente cristiano. Ciò fu sentito istintivamente nell’antichità, a cominciare dai Padri della Chiesa. La polemica di S. Agostino coi neo-platonici, ad esempio, non coinvolge mai, sostanzialmente, la persona di Platone: è piuttosto un rimprovero rivolto ai filosofi che si rifiutano di risolvere il loro platonismo nel cristianesimo. E lo stesso cammino di conversione dell’Ipponense cominciò dalla lettura stoica dell’Ortensio ciceroniano e passò per il platonismo prima del definitivo approdo cristiano. Mille anni di sedimentazione cristiana impedirono all’aristotelismo, al tempo della sua rinascita dovuta ai commentatori arabi, di attaccare frontalmente il Cristianesimo. Ma la sua speciosità ne faceva il veicolo ideale di dottrine eterodosse: S. Tommaso addomesticò l’aristotelismo usando il linguaggio stesso di Aristotele, per il quale aveva una straordinaria predisposizione.

[1] Uso il termine “infinitezza” perché esso rende bene l’idea d’imperfezione o di manchevolezza insita – che lo si riconosca o no – nel concetto di “infinito”.  D’altra parte lo stesso concetto di “perfezione” risulta manchevole se applicato a Dio o all’eterno, in quanto a rigore può essere riferito solo a ciò che è finito. Cosicché anche il finito soffre a sua volta di “finitezza”. E’ l’altro corno del problema. Aveva perciò a suo modo ragione quel “magnifico” scrittore anticristiano che fu Schopenhauer quando scriveva: «”Perfetto” è quasi solo un sinonimo di “completo”, in quanto afferma che in un caso dato, o in un individuo, tutti i predicati che si trovano nel concetto del suo genere, sono rappresentati o realmente presenti. Perciò il concetto di “perfezione” quando viene usato semplicemente in “abstracto” è una parola vuota di pensiero, ed egualmente il discorso sull’ “essere perfettissimo” e simili.» Il divino e l’eterno sono perciò superiori sia al finito che all’infinito (cioè sia alla finitezza che all’infinitezza) i quali non sono altro che nomi dati dall’uomo agli aspetti manchevoli del presente in cui si trova a vivere.

[2] Che vi possano essere un infinito passato e un infinito futuro in potenza può sembrare un’assurdità; ma non è così in quanto il tempo di per sé (come “misura del movimento” e non come sinonimo del “divenire”) non esiste (solo nella mente dell’uomo esiste il tempo) e quindi il problema nemmeno si pone. Nel momento stesso in cui fu creata la materia, lo stato di questa materia implicava un infinito passato in potenza: ma l’individuazione del momento della creazione e dell’esistenza di questo infinito passato in potenza sono problemi solo per la mente dell’uomo, in quanto la creazione – al di fuori dell’uomo – conosce solo il presente ed è solo presente. Ed è solo in un altro presente, superiore ad esso, che noi chiamiamo eternità, che questa creazione può riscattarsi, e ritrovare l’originale splendore.

Eternità temporale e atemporale (1)

In risposta ad un commento al suo articolo “Il panteismo” Gianni Pardo scrive: «Mi viene in mente un’ipotesi. Ammettiamo che, prima del Big Bang, vi fosse una massa di materia così “piccola” e così compressa da non permettere l’esistenza di atomi come li conosciamo. Per così dire un’enorme palla fatta di nuclei soltanto. Tutta questa massa sarebbe stata inerte e senza movimento, sicché non vi sarebbe stato il tempo. Ma la pressione è stata tale che si è verificato il Big Bang, con quel che segue, e in particolare con l’inizio del tempo. Chiaro? Nient’affatto. Se la massa era totalmente inerte e “ferma” non sarebbe potuta scoppiare, perché non ci sarebbe mai stato nulla di nuovo. E se c’è stato qualcosa di nuovo, che ha provocato il Big Bang, significa che già prima c’era una forza in movimento, che alla fine ha causato quello scoppio. Il Big Bang, essendosi verificato nel tempo, postula un evento precedente che lo ha prodotto.»

Il ragionamento di Pardo ripropone, a suo modo, una vecchia, geniale e difficilmente confutabile intuizione di quell’Aristotele che io non amo: e cioè che il tempo è per sua natura eterno, intendendo per eterno l’infinito temporale nel passato e nel futuro. Ciò è in contrasto con la dottrina cristiana, come notò S. Tommaso, che pure piegò prodigiosamente il linguaggio di Aristotele alle ragioni del Cristianesimo, e che pure non sembra nel caso in questione confutare il ragionamento del Filosofo nelle sue ragioni fisiche. Ora, l’eternità sarebbe un attributo di Dio. E tuttavia il Filosofo per altre vie arriva alla trascendenza: il motore immobile, quella sostanza non soggetta al tempo e allo spazio dove essenza ed esistenza coincidono. In effetti la teologia di Aristotele rimane un miscuglio irrisolto di trascendenza e immanenza. Il Dio di Aristotele non è un Dio creatore e personale com’è quello cristiano e com’era già quello platonico. Sembra quasi una specie di cuore pulsante, e tuttavia separato e nascosto, sottratto al tempo e allo spazio, che quel mondo fatto di tempo e spazio informa di sé e mette in moto (“l’Amor che move il sole e l’altre stelle”): l’eternità del moto (e quindi del tempo) sarebbe, per così dire, la più perfetta delle sue partecipazioni all’esistenza del mondo, e il Primo Mobile l’espressione più nobile dentro la sfera temporale dell’Eterno Temporale mosso dall’Eterno Atemporale. Se si accetta l’idea della naturale eternità del tempo, ciò implica che in una visione cristiana Dio, l’Eterno Atemporale, superiore a tutti i tempi, crea invece di propria volontà il tempo e con esso un infinito passato che, per usare il linguaggio di Aristotele, fu in potenza e giammai in atto. E similmente la fine del mondo, e del tempo, e dell’eterno inteso come infinito temporale, avverrà per un atto d’imperio di Dio, non per ragioni naturali: e quindi un infinito futuro rimarrà in potenza.

A chi dice che «che la geometria euclidea e la meccanica newtoniana sono talmente annidate nelle nostre menti da rendere difficilissimo il poterne pensare altre», e che «per la relatività, e non solo, tempo e spazio sono intimamente legati ed il primo non è affatto “eterno” nel senso aristotelico», rispondo che certamente spazio e tempo sono intimamente legati: era chiaro, in qualche modo, anche ad Aristotele. Laddove c’è materia, lo spazio e il tempo misurano i rapporti tra i diversi componenti della materia; anzi, il tempo e lo spazio nascono dalla relazione della materia (intesa nel senso più largo del termine) con se stessa. In un certo senso – stretto – il tempo e lo spazio nemmeno esistono: esistono solo nella mente dell’uomo che ha bisogno di qualche punto di riferimento cui appigliarsi [1]. La (limitata) regolarità di certi movimenti astrali gli fu d’aiuto. Che il progresso scientifico abbia dimostrato che la linearità del suo sistema di riferimento abbia un campo di validità limitato, non inficia la giustezza dell’idea del Filosofo sull’eternità del tempo. Per Aristotele il tempo era la misura del movimento: laddove c’è cambiamento, mutazione, lì, per la mente dell’uomo, c’è tempo (e spazio). Che fuori dal piccolo mondo dell’uomo il tempo possa essere deformato, o assumere altre forme geometriche, esso presuppone – sopra o sotto, a destra o sinistra, per così dire, di questa forma geometrica – altro tempo (o spazio).

La creazione, cioè la materia incompiuta ed irrisolta, è un’eternità corrotta, che conserva tracce vere di eternità, e che tuttavia è solo ombra di quella vera, e che perciò «nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (S. Paolo, Romani 8, 20-21).

[1] Questo passo riecheggia un po’ la concezione kantiana del tempo e dello spazio. Sia questa concezione, sia il mondo delle “conoscenze a priori”, mi sono state sempre in qualche modo famigliari. Ciò che Kant non spiega è da dove esse derivino. Perché in effetti esse derivano da qualche cosa, e precisamente da un rapporto fra due forme (due realtà) di presente o di eternità che le riconcilia con la religione rivelata, e quindi con quel “dogmatismo scolastico” che egli pensava di aver smascherato per sempre. Ma ne riparlerò in futuro. 

L’implosione dell’Islam

La recente ondata di attentati terroristici in Kuwait, Tunisia e Francia (anche se sulla vera natura di quest’ultimo rimangono ancora dei dubbi) hanno riaperto il dibattito sulla natura e sulla pericolosità dell’integralismo islamico. Siccome, a nostro immodesto avviso, c’è in giro un sacco di confusione e reticenza, abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo, sgombrando drasticamente il campo da vari equivoci. Il primo: la presunta debolezza cristiana-occidentale e la presunta forza islamica, o, se volete, la presunta identità debole dell’Occidente e quella forte dell’Islam. Quest’opinione, che ha largo seguito, è frutto di una grandiosa illusione ottica. In realtà, la secolarizzazione sta stritolando a poco a poco un Islam in preda a convulsioni mortali. La secolarizzazione, infatti, è figlia del Cristianesimo. Senza di esso è inconcepibile. E’ il Cristianesimo ad aver distinto lo stato dalla chiesa (e così la politica dalla religione, e il diritto positivo dal diritto naturale). Li ha distinti (ma non separati [1], in quanto essi agiscono nello stesso universo morale, e una doppia morale non esiste) a ragione dei fini diversi ai quali mirano: la conservazione e il benessere della società l’uno, la salvezza dell’anima l’altra. Così, nel corso dei secoli, si sono sviluppate le libertà civili dell’occidente, e fra queste sono comprese molte cose che il Cristianesimo moralmente condanna. La civiltà cristiana – sul piano sociale – non si contrappone alla libertà dei costumi in quanto tale, ma ad una libertà orgogliosa di sé, una libertà tesa ad emanciparsi dalla morale, e a negare la verità. E se è fatale che la secolarizzazione avanzi in genere attraverso la trasgressione e lo spirito anticristiano, è anche inevitabile che prima o dopo, pena l’autodistruzione della società, la civiltà al decalogo ritorni. Questo ritorno, che è un ritorno inconfessato al Cristianesimo, purifica, senza per questo necessariamente assolverle dal punto di vista morale, le libertà conquistate obbedendo a pulsioni trasgressive. E in realtà tanto maggiore sarà il grado di consapevolezza della civiltà cristiana – civiltà che non sarà mai, neanche imperfettamente, e spesso neanche prevalentemente, una società di cristiani – tanto maggiore sarà la sua capacità di tollerare la libertà dei costumi al suo interno, e allo stesso tempo di neutralizzarne la carica nichilistica.

Il tradizionalismo cattolico, qui inteso nella sua espressione ereticale, non ha mai voluto capire o accettare il fatto, indiscutibile, che la secolarizzazione – perimetro delle libertà civili – è figlia del Cristianesimo. Per la forma mentis tradizionalista la secolarizzazione è sempre un male; un male che la civiltà cristiana può sopportare, corrompendosi via via, fino ad un certo punto di rottura, oltre il quale essa non può più esistere. (Naturalmente il progressismo cattolico, sempre inteso nella sua espressione ereticale, fa il ragionamento inverso: l’accettazione della secolarizzazione implicherebbe una revisione dei dogmi, cioè la loro distruzione, cioè la distruzione della Chiesa). Curiosamente, anzi, significativamente, questa interpretazione si attaglia perfettamente alla crisi dell’Islam. L’Islam è una religione-società che si sostanzia nella precettistica, e che sa essere elastica non nella misericordia, ma solo attraverso un armamentario di scappatoie religiose-legali di stampo farisaico. Ma a lungo andare ciò non può bastare al sentimento di libertà (libertà anche di peccare, ossia di piegarsi al peccato) che è innato nell’uomo proprio perché prima di tutto figlio di Dio, e non di una tribù, di una razza, o di una società. La secolarizzazione cristiana offre la soluzione, non la scappatoia, che permette alla società di respirare, cioè di vivere, senza per questo rinnegare la religione: oggi essa, insensibilmente e senza premeditazione, ma per la forza ineluttabile delle cose, sta assediando un Islam che con essa può venire a patti solo riconoscendo la propria fine. E qui veniamo al secondo equivoco: il terrorismo islamico come espressione di un integralismo che tradisce i principi dell’Islam. La verità è che moderatismo o integralismo non intaccano la sostanza dell’Islam, né lo definiscono. E’ vano, infatti, chiedersi quale sia il vero Islam al riguardo di una religione-società che non conosce veri dogmi, ma che appunto si sostanzia in una precettistica variamente e limitatamente modulabile, ma non per nobili motivi. La ferocia quasi caricaturale di certe sue espressioni odierne è la forma parossistica di una vitalità che sta venendo meno.

E’ corretto dire, piuttosto, che questo Islam in fase violentemente agonica si trova di fronte ad un Occidente (inteso in senso lato come civiltà cristiana, non identificabile col Cristianesimo in quanto tale, dotata di una carica universalistica che la trascende e che ne esalta le capacità assimilatrici) che oggi vive una delle sue periodiche fasi d’indocilità nei confronti di Dio e della ragione, manifestantesi attraverso un assurdo e capriccioso universalismo dei diritti (scimmiottatura anticristiana dell’universalismo cristiano), protervo nelle sue stravaganze, comprese quelle linguistiche (tipiche dei fenomeni rivoluzionario-millenaristici tesi a ri-definire la verità), e che trova appoggio nell’opinione pubblica, oltre che per l’attivismo di minoranze militanti e dei media, anche per l’istinto alla ribellione sempre latente nell’uomo, ma non per un vero senso di solidarietà verso le categorie interessate da questi nuovi presunti diritti: è la secolarizzazione anticristiana, contraddizione vivente che può durare solo durante il caos della breve stagione rivoluzionaria, prima di venire piegata alle inflessibili esigenze del nuovo ordine, incardinato su un nuovo decalogo di principi laici (sempre aggiornabile) che però, disconoscendo quella morale che per natura non può che incardinarsi su principi di verità, non conosce distinzione fra legge e morale, e quindi non conosce la secolarizzazione, e quindi il perimetro delle libertà civili. Per ritrovarle la società dovrà per forza di cose – non fosse altro che per istinto di autoconservazione – tornare alla secolarizzazione cristiana, e ri-piegarsi al diritto naturale: lo farà nei fatti, anche se con la bocca e col cuore per una sua larga parte non si ri-piegherà a Dio. In questo quadro la malattia mortale dell’Islam ha di buono (e di provvidenziale) che agisce da pungolo sull’Occidente, costringendolo a ritrovare le sue veri radici.

Passiamo ora al terzo equivoco: il fatto che spesso i terroristi islamici siano persone apparentemente ben integrate in Occidente, o apparentemente occidentalizzate, quantunque provenienti da paesi islamici, dimostrerebbe l’impermeabilità dell’uomo islamico alla cultura occidentale. Ma ciò non è esatto. Se è vero che l’Islam non può sopravvivere a lungo in tempi di democrazia (come scrisse Tocqueville 170 anni fa), non bisogna tuttavia sopravvalutare il significato di questi casi. L’uomo sente per natura il bisogno di assoluto, anche se molto spesso trasforma questo bisogno in una molto più meschina voglia di protagonismo, nella voglia di sentirsi in qualche modo qualcuno, o nella ricerca di gratificazione nella cieca obbedienza al branco o alla setta, in un annullamento di sé disumanizzante ma anche totalizzante e quindi, per un certo verso morboso, appagante. Oggi, per esempio, il giovanotto italiano ha a disposizione la No-Tav; il giovanotto islamico ha la Jihad: che sia un brillante studente universitario, o un deficiente modaiolo maniaco del rap (entrambi, a loro modo, esempi di conclamato occidentalismo), non fa alcuna differenza.

Il quarto equivoco è che l’instabilità del mondo islamico (a parte quello dell’estremo oriente) sarebbe in buona misura la conseguenza degli interventi militari occidentali in Afghanistan e in Iraq. Ma ciò non è vero. Essa dipende, come detto sopra, in primo luogo da un problema strutturale interno all’Islam, da un suo difetto costitutivo ed ineliminabile, che la modernità mette impietosamente a nudo.

Il quinto equivoco è che l’insipienza della politica americana di Obama sarebbe la continuazione di quella di Bush, lo stesso tipo di maldestro interventismo, ancorché molto meno massiccio e pianificato. Ma anche questo non è vero. L’interventismo obamiano è stato dominato dall’opportunismo, mentre quello di Bush, più che una risposta diretta al terrorismo globale, fu un progetto strategico di presenza militare a lungo termine che aveva un senso, se portato avanti con la necessaria determinazione, e rappresentò inoltre la volontà di rispondere alla passività occidentale. Ci ricordiamo bene, infatti, di come la guerra in Iraq fece scorrere fiumane di pacifisti in tutto il mondo occidentale, e di come l’intervento in Libia, o i minacciati interventi in Siria, non abbiano invece spinto in strada neanche i fanatici della pace. E questo perché in teoria si trattava di mettere il cappello sulle apparentemente trionfanti primavere arabe, senza correre molti rischi. Cosicché fu generale l’appoggio conformistico alla folle ed erratica politica occidentale verso il mondo islamico, della quale vogliamo elencare brevemente i misfatti: il tradimento dei propri amici Mubarak e Ben Alì (dittatori solo per gli standard occidentali, non certo per quelli mediorientali) quando invece sarebbe stato saggio esercitare un ruolo di mediazione fra i governi al potere e le istanze di primavere arabe che spesso erano solo figlie di microscopiche avanguardie liberali urbane pronte ad essere fagocitate da forze ben più grandi di loro; il tradimento di una canaglia, per lunghi anni terrorista su scala mondiale, come Gheddafi, dopo che questi si era di fatto arreso all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo proprio paese e dopo che l’Occidente aveva siglato – di fatto – la pace con lui, mostrando nello stesso tempo di voler credere ad una primavera araba che in Libia non è mai scoppiata; aver dato prova di mollezza per decenni nei confronti del regime di Assad e di aver aspettato a demonizzarlo solo nel momento in cui un’ambigua primavera araba siriana scoppiava, e poi di aver chiuso gli occhi dinanzi agli sviluppi di questa ambigua primavera araba, completamente in mano in brevissimo tempo a fanatici sunniti sponsorizzati dalle monarchie del Golfo (Assad è alawita, cioè scita, e il suo regime è alleato con l’Iran scita), e poi ancora di non aver avuto il coraggio di scegliere il male minore (cioè Assad); aver dimenticato altre primavere scomode della penisola arabica, pur di non disturbare le monarchie del Golfo, come quella in Bahrein; o come quella nello Yemen, che ora si è trasformata in una specie di guerra civile tra i ribelli sciti e i sunniti sostenuti da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, che sta spingendo il conflitto verso esiti catastrofici.

E infine il sesto equivoco, che li riassume tutti: l’Islam starebbe vivendo uno dei suoi periodi di aggressiva espansione. L’Islam sta invece grandiosamente implodendo: gli attentati terroristici non sono altro che le schegge e i detriti che questa incontrollata implosione produce e in parte fa piovere sulle nostre teste.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[1] Il concetto di separazione tra stato e chiesa viene spesso ipocritamente inteso come se si avesse a che fare con sfere appartenenti a mondi diversi, come se per l’appunto l’universo morale fosse diverso per le due sfere. Ma non è così. Se fosse così lo stato potrebbe assurdamente proporsi come entità a-morale. Ad un livello inferiore, per un fare un’analogia forse non del tutto pertinente ma abbastanza indicativa, lo stesso concetto di separazione dei poteri del costituzionalismo liberale non implica che questi poteri possano andare ciascuno per i cavoli propri. E’ una separazione che va intesa come distinzione delle funzioni, collegata ad una ben circoscritta autonomia, all’interno di uno stesso stato.