Le origini della crisi del governo M5S-Lega

Se volessimo cercare di veder chiaro nella crisi politica che stiamo vivendo, e nel comportamento di Salvini, potremmo partire da Berluschino. Il nomignolo velenoso venne affibbiato a Renzi dalla sinistra anti-renziana dentro il PD, dalla sinistra a sinistra del PD, e dalla setta a parole né di destra né di sinistra, ma in realtà palpabilmente neo-comunista del M5S. Essendo Berlusconi – per la sinistra italiana che già aveva condannati alla damnatio memoriae i democristiani e i socialisti che si erano ribellati alla dhimmitudine, culturale prima ancora che politica, imposta dai sempre più potenti Pasdaran dell’Ideologia Resistenziale – essendo Berlusconi, dicevo, l’ennesima personificazione di Satana, ovvero l’ennesima incarnazione politica dell’italiano antropologicamente fascista, il nomignolo equivaleva a una scomunica, o meglio, a una fatwa.

In realtà, politicamente parlando, Renzi non aveva e non ha nulla a che vedere con Berlusconi, come invece professano legioni di mezze cartucce radicalizzate di sinistra e anche di destra. Berlusconi aveva sdoganato la destra per fondare il centrodestra e dare all’elettorato conservatore italiano un contenitore politico non ambiguamente centrista ma allo stesso tempo immune da tentazioni nazionaliste. Era un tentativo – non velleitario perché obbediva a un impulso magari inconsapevole ma profondo del corpo della nazione – di normalizzazione e modernizzazione della politica italiana, analogo a quello fatto per l’elettorato progressista da Craxi nei tre lustri che precedettero Mani Pulite: con la differenza che il leader socialista tentò di spostare in terra socialdemocratica, ossia verso il centro, il baricentro di una sinistra fin lì comunista, settaria e giacobina; mentre Berlusconi cercò di smuovere verso un baricentro liberal-conservatore,  ossia verso destra, un centrismo democristiano sempre più remissivo nei confronti della sinistra. Ciò significava però riscrivere, in omaggio alla verità, la storia dell’Italia repubblicana veicolata dalla vulgata giacobino-comunista e terremotare le rendite di posizione di poteri ben sedimentati. L’odio profondo, fanatico, per Craxi e Berlusconi nasce da qui, non dalle loro particolari personalità.

Renzi, sulla scia di Veltroni, cui non assomiglia per nulla, pensò di trasformare il PD in un partito superficialmente liberal senza mettere in discussione nulla del passato della sinistra, e anzi usando, al di là della messa in scena gioviale e giovanilistica, la retorica sostanzialmente giacobina della rottamazione. Ragion per cui: 1) nemmeno la trasformazione socialdemocratica si è mai veramente realizzata in una sinistra italiana che ancora venera Berlinguer; 2) al richiamo della foresta del giacobinismo puro e duro il PD è sempre pronto a rispondere.

Questa mancata normalizzazione della politica italiana – al di là dell’influenza dovuta ai sommovimenti della storia recente europea e mondiale, che pure hanno avuto una grande importanza, generando effetti simili fuori d’Italia – ha preparato il terreno sia all’emergere di neo-radicalismi politici a destra e sinistra, sia all’emergere di un centrismo tecnocratico antidemocratico, sorta di dirigismo politico-economico igienizzato che si contrappone a quello sudaticcio e puzzolente dei sovranisti: sono fenomeni collegati tra loro, anzi, sono le due facce della stessa sciagurata medaglia.

Il binomio Renzi-Berlusconi quale simbolo d’infamia nasce quindi a sinistra, ma è stato recuperato dall’estremismo politico di destra – sia in quello duro e cupo di un certo nazionalismo ateo; sia in quello acido e incattivito di un certo malinteso tradizionalismo cattolico – per una affinità illiberale di fondo col giacobinismo statalista di sinistra, alla quale la fazione salviniana della Lega ha dimostrato di essere recettiva (come lo fu, peraltro, la Lega di Bossi al tempo del ribaltone del 1995), un sentire politico che però si scontra antropologicamente con una parte importante dell’elettorato leghista settentrionale. D’altra parte, per quanto goliardica tale denominazione potesse essere, qualcosa dove aver pur spinto Salvini a far parte dei Giovani Comunisti Padani ai tempi in cui era ancora un attacchino.

Questa malsana affinità, per quanto residuale, venne fuori un anno fa durante le consultazioni di Mattarella che poi sfociarono nella formazione del governo M5S-Lega. Mattarella, con grave scorrettezza, non diede l’incarico esplorativo a Salvini, quale rappresentante della coalizione arrivata in testa alle elezioni, ma lasciò che le parti esplorassero tutte le opzioni possibili tranne quella che il galateo istituzionale avrebbe dovuto imporre. Quando per forza di cose si arrivò finalmente ad essa, espresse la sua indisponibilità senza fornire spiegazioni plausibili: non volle nemmeno correre il rischio che il centrodestra potesse trovare in parlamento i voti necessari a costituire una maggioranza di sostegno. Questo fu l’alto e riconosciuto senso di responsabilità di Mattarella, cioè l’insulsa fotocopia di quello posticcio e compuntamente fazioso ostentato da Scalfaro, Ciampi e Napolitano.

Il vero peccato originale di Salvini fu quello di non perorare la propria causa quale candidato alla presidenza del consiglio dei ministri del centrodestra emerso dalla contesa elettorale, e di non mettere il presidente della repubblica davanti alle proprie vere responsabilità, non tanto o non solo per averne ragione, ma per una questione di trasparenza sottoposta al giudizio dell’opinione pubblica. Non lo fece perché fin dal primo momento gli sorrise l’idea di un governo coi grillini che l’esito del voto rendeva possibile. Perché in questo connubio innaturale – ma con qualche affinità residuale, ripetiamo – vide il mezzo non per fagocitare parte dell’elettorato grillino, come scrivono certi dietrologi cortigiani o faziosi, ma per rottamare le altre formazioni politiche, a cominciare dal PD e da FI, presentando il nuovo governo M5S-Lega quale incarnazione politica della Nuova Italia destinata a liquidare la Vecchia Italia corrotta, maneggiona, incapace e servile con lo straniero, in attesa del momento opportuno per i nuovi padroni della politica italiana di scontrarsi fra loro in un campo ripulito dalla concorrenza. Tale patto era in qualche modo facilitato dalla retorica del né di destra né di sinistra comune, anche se in misura alquanto diversa, oltre che al qualunquismo tecnocratico centrista alla Monti o à la Macron, anche al M5S e alla Lega, nonostante la realtà dei fatti dimostrasse clamorosamente il contrario: è per reticenza, infatti, che nella bocca dei maggiorenti della Lega abbonda il sovranismo, ma la parola destra quasi mai viene articolata. Tale patto, inoltre, costituiva una ferita allo spirito democratico del sistema elettorale vigente, per quanto pessimo lo si possa giudicare, in quanto siglato tra una coalizione (cioè tra un partito che faceva coalizione a sé) e un partito che faceva parte di un’altra coalizione, e non tra due coalizioni. Salvini ritornò a tale idea dopo lo stop del presidente della repubblica all’opzione naturale sopramenzionata; e Mattarella, con lo spettro davanti di nuove elezioni a breve che vedevano il centrodestra in ascesa, vi si piegò vedendo in essa il male minore.

Per Salvini ciò significava agire da animale politico spregiudicato, ma culturalmente sprovveduto. Al momento di governare per davvero, lo stentoreo vaffanculismo né di destra né di sinistra dei grillini si afflosciò passo dopo passo, lasciando scoprire la vera natura neo-comunista del M5S. Il movimento fondato da Beppe Grillo non seppe prendere il toro per le corna, cioè gettare la maschera, confessare la propria natura, perdere il sostegno di una parte cospicua del proprio bacino elettorale, e ricostituirlo gettando un’OPA sul PD e sul resto della sinistra italiana, conquistandone l’egemonia e guadagnando in compattezza: fare cioè quello che andava fatto subito dopo il voto rinunciando ad ogni ipotesi di innaturale connubio coi leghisti. Prevalse il tatticismo. Ragion per la quale la parte cospicua fu perduta lo stesso a beneficio di Salvini e il PD ritornò a nuova vita radicalizzandosi.

Non c’è una visione politica di fondo che davvero divida irreparabilmente PD e M5S. La guerra mossa dai grillini ai democratici è tutta interna alla sinistra; somiglia, alla sua maniera incruenta, più a un tentativo di purga di stampo rivoluzionario, la modalità con la quale i compagni vincenti massacrano i compagni perdenti accusandoli di pratiche controrivoluzionarie. Ma per causa di forza maggiore o per convenienza tale guerra può essere anche messa da parte. Anche il contesto internazionale aiuta: la sinistra, che fu ostile al processo di costruzione dell’Unione Europea (chi se lo ricorda, e chi glielo ricorda alle giovani ignare generazioni?) fino quasi agli anni ottanta del secolo scorso, quando il Moloch Sovietico cominciò a dare segnali preoccupanti di cedimento; e che fino al crollo del Muro di Berlino considerava lo stesso concetto di Occidente come un barbaro frutto dell’oscurantismo anticomunista; ebbene, la sinistra si è convertita poco a poco prima a quell’europeismo antecedentemente considerato come creatura amerikana, e poi allo stesso occidentalismo, pervertendo i contenuti di entrambi i concetti per poi imporli, così sfigurati e pena la scomunica, a liberali sempre più liberal e popolari sempre più remissivi se non complici, alla stregua dei democristiani suicidi di casa nostra.

Cosa sia oggi l’Europeismo ciascun lo vede: il ricettacolo di tutte le patologie progressiste, dal burocratismo invadente alla fissazione di tutto prevedere, programmare, standardizzare e tener sotto controllo; dalle politiche gender al nichilismo multiculti; dall’ideologia del politicamente corretto per la quale tutti possono avere la propria opinione a patto che ci si adegui all’unica permessa, giacché i suoi sacerdoti non credono a nulla ma sui principi non transigono, all’odio per l’identitarismo cristiano-nazionalista – certamente spesso molto equivoco – nato nelle terre dell’Europa orientale un tempo soggette all’ex-Impero Sovietico, Russia compresa, la stessa Russia oggetto di tante simpatie da parte della sinistra quando ancora si chiamava URSS e spediva gli oppositori nell’Arcipelago Gulag; dall’ecologismo apocalittico e millenaristico al dirigismo tecnocratico sul quale tutti vogliono mettere le mani a dispetto dell’ostentato liberalismo anti-nazionalista. Il Super-Glospan della transizione energetica è la concreta esemplificazione di questo spirito: ecco il Grande Balzo in Avanti, coi suoi folli corollari dirigistici, in forza del quale tutti gli agenti economici, a cominciare dall’irregimentato consumatore, dovranno concorrere al moto che ci trasporterà nella Nuova Era quando l’Uomo Nuovo vivrà finalmente in pace con la Natura scoprendo in essa quel Giardino dell’Eden dal quale pensava di essere stato scacciato a causa del peccato originale. Insomma: The Age of Aquarius evocata da una magnifica canzone degli anni sessanta; oppure il mondo cantato, o meglio, belato da Imagine, la melensissima sbobba composta da John Lennon, verosimilmente dopo essersi fumato una canna, se non un cannone, visto l’effetto oppiaceo e molesto insieme che provoca sul povero ascoltatore con ancora l’orecchio sano. E perché mai il movimento fondato da Grillo e dal guru Casaleggio, dopo una bella levigata ai suoi propositi più estremistici o bizzarri, dovrebbe essere ostile a tutto questo? Non erano loro che proposero la saccente e sempre aggiornatissima maestrina di citoyenneté Milena Gabanelli, che ora pontifica dalle colonne del Corriere della Sera, alla presidenza della repubblica?

In questo europeismo si stanno pian piano ritrovando e saldando, sia pur disordinatamente e in chiave negativa, sia la sinistra diciamo classica, sia la sinistra diciamo antagonista alla Podemos o alla Syriza, alla quale appartiene di fatto il M5S, sia il centrismo tecnocratico liberal che fa capo a Bruxelles. E a questa convergenza, che somiglia sempre più a un’offensiva contro i controrivoluzionari, non manca la benedizione delle comunità protestanti e di una Chiesa Cattolica sempre più allineate ad una religione civile animata da una sorta di esprit républicain su scala europea.

Salvini non ha visto niente di tutto questo, o meglio, ha visto solo gli effetti, ma non le cause, i nessi, i processi, in questo perfettamente in linea con la rozzezza settaria del pensiero sovranista, che si è ridotto a schematiche e insulse contrapposizioni senza senso, non arrivando o non volendo arrivare a capire, per esempio, che di per sé non c’è nulla di male nella globalizzazione o nell’europeismo. Cosicché, nella loro insipienza, ciò che i sovranisti ci propongono in buona sostanza è di buttare via il bambino insieme con l’acqua sporca, e di replicare su scala nazionale gli errori di coloro che dicono di combattere; e basti come esempio a questo riguardo la fede ingenua nei miracoli promessi dai giochi di prestigio di natura monetaria o finanziaria ideati per rimediare ai problemi debitori del paese e dare slancio alla sua economia, dopo aver per anni denunciati i mali causati dalla cosiddetta finanziarizzazione alla cosiddetta economia reale.

Il machiavellismo leghista non è riuscito a tenere insieme ciò che non poteva stare insieme fin da principio, e nemmeno è riuscito a farlo il tempo necessario a far maturare i progetti sopramenzionati. Il guaio è che ciò che non era concepibile un anno fa, nelle settimane seguite al voto, ora lo è: malgrado le vicendevoli scomuniche, piddini e grillini hanno avuto un anno di tempo per esplorare le proprie affinità elettive, e il clima emergenziale antipopulista, cioè antifascista, ha fatto da tacito mediatore, tanto più che il ricorso alle elezioni appare suicida in questo momento, senza una qualche forma di coalizione a sinistra.

Salvini, toccato nell’amor proprio, ha parlato confusamente di un «tutti contro la Lega». Si noti: contro la Lega, non contro il centrodestra. Non poteva infatti farlo senza implicitamente ammettere l’errore e la rinuncia alle velleità sue e della Lega di primeggiare in perfetta solitudine. E’ scontato che nel caso di un possibilissimo governo M5S-PD o di un acrobatico governo tecnico o di garanzia o di tregua che dir si voglia, egli continuerà a giocare da solo, presentando se stesso e la Lega come soli vittime del ribaltone e soli rappresentanti della vera opposizione di popolo. Nel caso si andasse invece alle elezioni la tentazione sarebbe ancora più grossa, ma si scontrerebbe con il fatto, pressoché certo, che malgrado le divisioni interne alla sinistra si formerebbe sul ricomposto asse M5S-PD un vasto Fronte Popolare con l’appoggio di tutte le nomenklature italiane ed europee. Andando da solo le probabilità di vittoria sarebbero ridotte al lumicino; e per Salvini un disastro personale forse definitivo in caso di sconfitta. Il problema è che per il leader della Lega, e per certo leghismo che lui impersona, non si tratta solo di una questione di amor proprio o di far bene i conti: alla base c’è una messa in discussione dell’essenza stessa del sovranismo e del suo rapporto col liberalismo, discussione che non condurrà mai a nulla se si limiterà a una vuota contrapposizione tra “ismi” di vaghissimo significato, buona soltanto per alimentare opposte demagogie, invece di mirare a una corretta e feconda definizione di concetti quali libertà e identità. E siccome tale alata discussione mai si farà, c’è solo da sperare in un onesto buon senso, o in una resa alla ragionevolezza per sfinimento.

E se per qualche stranissimo scherzo del destino un disperatissimo Salvini dovesse riuscire a ricucire coi grillini – ammesso e non concesso che un presidente della repubblica organico alla sinistra, che già aveva disinvoltamente boicottato il centrodestra alle consultazioni dello scorso anno, possa lasciare via libera a tale farsesca soluzione – vista la mala parata e il ritorno a cuccia da sconfitto, non sarebbe più lui il dominus della situazione. Se dovesse tirare la corda, i grillini non gli baderebbero più lasciando che sia lui a fare la figura di chi rompe il giocattolo. Anzi, ora sarebbero piuttosto i grillini, usciti vincitori dal braccio di ferro, a tirare la corda e a saggiarne la lealtà. In ogni caso, una riconciliazione sarebbe talmente clamorosa da togliere credibilità a tutti e due i partiti, ma soprattutto a una Lega ridotta nei fatti a partner di minoranza di un governo con priorità di sinistra; situazione che metterebbe a pericolo di crollo l’ampio consenso che i sondaggi elettorali ora le attribuiscono.

Più in generale ancora, e per concludere, lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi è quello di una pochade in cui tutti gli attori in scena, in qualsiasi maniera si muovano, restano come intrappolati nelle proprie contraddizioni e nella tela di ragno che si sono costruiti addosso con le furbizie del passato: una politica sull’orlo di una crisi di nervi, dalla quale si può uscire solo con un onesto, limpido e temperato bipolarismo, con tanti saluti allo sprovveduto e demagogico modernismo politico che con infantile presunzione proclama il definitivo superamento dei vecchi concetti di destra e sinistra. Tali etichette convenzionali certo non designano alcuna verità metafisica o assoluta, ma nel percorso accidentato della storia individuano delle tendenze politico-culturali ben reali per quanto informi; tendenze che però spesso a verità metafisiche, o alla loro negazione, indirettamente e anche confusamente rimandano. E con ciò non intendo dire che la ragione stia sempre da una parte, soprattutto quando questa parte attraversa una fase di involuzione ideologica. Ma tali considerazioni di natura prudenziale non devono arrivare a negare la realtà delle cose: il pragmatismo né di destra né di sinistra non è che l’altra faccia dell’ideologia, e il superamento di tali etichette non sottende altro che la millenaristica e insieme nichilistica fine della politica.

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Perché un governo giallo-rosso sarebbe un governo rosso-rosso

Costituendo la trama e l’ordito con cui è tessuta la cara, vecchia propaganda di tutti i tempi, le fake news sono sempre esistite. L’enfasi con la quale oggi vengono denunciate deriva sostanzialmente dal timore del mondo progressista di vedere scalfita la propria egemonia in materia, che si era perfino accentuata con l’avvento dell’era di internet. Quest’accentuazione si spiega con due ragioni: la prima è che di per sé internet rappresenta oggettivamente una forma di democratizzazione nel mondo dell’informazione, per quanto disordinata e maleodorante possa apparire; la seconda che i fenomeni di democratizzazione premiano sempre, in un primo tempo, l’avanzata del giacobinismo.

Il giacobinismo è una patologia connaturata alla democrazia che non sarà mai possibile completamente estirpare. E’ la modalità con cui si esprime e si organizza uno spirito settario, senza veri valori ma costituzionalmente finalizzato alla conquista del potere, in tempi di democrazia. La sua strategia, in breve, consiste nell’aggirare la democrazia in nome della salvaguardia della democrazia. Tra i suoi mezzi: la creazione di un clima emergenziale; la demonizzazione degli avversari politici; una solidarietà senza comunione, in negativo, di tipo mafioso, tra i propri adepti; l’occupazione delle piazze.

L’occupazione delle piazze è la forma concreta con la quale la setta esercita il suo potere d’intimidazione. Il successo pieno arriva quando effettivamente essa riesce a irretire psicologicamente la vera società civile, cioè quella di tutti i cittadini, mettendola quasi di fronte a un fatto compiuto che compiuto però ancora non è, ma lo prepara. E’ per questo che da noi la setta giacobina si fa chiamare società civile, mentre non ne rappresenta che una specie di frazione armata incaricata di mettere in riga quella più ampia di cui ha usurpato il nome. Ed infine bisogna considerare che, oltre alle piazze propriamente dette, vi sono anche le piazze mediatiche, fin dal tempo delle gazzette settecentesche.

Da qualche tempo – diciamo pure da qualche decennio – si assiste a una malcelata insofferenza del mondo progressista nei confronti della democrazia – diciamo pure degli esiti non graditi della democrazia – sotto forma di tartufesca preoccupazione per i segnali di una sua presunta degenerazione populista. Questa dinamica, più recentemente, ha avuto una replica nel mondo dell’informazione in generale e in quella che emana da internet in particolare. Cos’è successo? E’ successo semplicemente che il mondo non progressista si è riorganizzato nel campo della propaganda e ha cominciato a rispondere, come sempre succede in tempi democratici se gli avversati politici non vengono annientati dalla setta giacobina e con loro muore anche la democrazia. A tal riguardo si fa notare che i totalitarismi neri del passato, nel loro uso massiccio, e giacobino, a modo loro, della propaganda, furono aiutati da una forma mentis che nasceva e rimaneva per molti aspetti socialista-radicale.

Ecco allora la ragione del fuoco che le artiglierie della propaganda progressista hanno aperto, quasi senza soluzione di continuità, contro le cosiddette fake news, per definizione di destra. Solo che per il momento le fake news, accertate o meno che siano, non sono altro che la propaganda dei poveri, se non proprio degli sprovveduti. Le fake news all’ennesima potenza sono ancora le narrazioni che la propaganda progressista impone al mondo, che s’impongono alla nostra vista come le grandi navi nel bacino di S. Marco a Venezia: troppo grandi per dubitare della loro veridicità.

Il fraintendimento, più o meno voluto, sulla vera natura del movimento fondato da Beppe Grillo, non nasce solo dal furbo vaffanculismo palingenetico, camaleontico, scagliato contro tutto e tutti e perciò atto a raccogliere voti a destra e a manca, ma anche dal bisogno di non offendere, da parte della sinistra, la narrazione della storia dell’Italia repubblicana da essa stessa veicolata. Infatti, era lampante fin dall’inizio dell’avventura grillina che il nucleo duro, militante del movimento era perfettamente in linea con le fondamenta ideologiche del radicalismo di sinistra italiano del dopoguerra, aggiornate al nuovo millennio: antifascismo vetero-resistenziale, antimafiosità da professionisti dell’antimafia, giustizialismo, statalismo statolatrico, laicismo radicale sui temi etici, pauperismo, terzomondismo, ecologismo apocalittico, se non proprio cripto-religioso. Era una manifestazione di un giacobinismo montagnardo che nasceva a sinistra di quello berlingueriano-scalfariano rappresentato dal partito de La Repubblica e dai post-comunisti, del quale era figlio.

I grillini e Il Fatto Quotidiano, loro giornale di riferimento, hanno usate per un decennio verso i post-comunisti del PD le stesse pratiche d’infamia usate dai comunisti del PCI e de La Repubblica verso Craxi e i socialisti negli anni ottanta del secolo scorso: la riduzione dei primi e dei secondi a una cricca di ladri e corrotti. Solo che denunciare correttamente il fenomeno da parte della sinistra ufficiale rappresentata da PD e satelliti, avrebbe implicato per questi ultimi fare veramente mea culpa e fare veramente quei conti col passato che la sinistra post-comunista non ha mai fatti. E quindi diventava impossibile riconoscere nel Movimento 5 Stelle un fenomeno di sinistra. E così, anche per la grande stampa, sempre al rimorchio dell’agenda culturale progressista, divenne d’uopo qualificare tale movimento – con gran sprezzo del ridicolo – come populista, ma inclassificabile, se non addirittura cripto-fascista.

La decisione di Salvini di presentare una mozione di sfiducia contro Conte ha avuto almeno il merito involontario di fare chiarezza svelando l’affinità elettiva fra le due sinistre del PD e del M5S, ora anche nella base elettorale, visto che l’esperienza di governo ha fatta scomparire quella di destra del M5S, turlupinata dal vaffanculismo erga omnes di Grillo. Fine degli imbrogli, almeno sul punto in questione. Salvini ha agito da scaltro animale politico inebriato dai successi finora conseguiti; e ha agito anche da figlio di questo mondo, per dirla con le parole del Vangelo: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce». Ma quel tipo di scaltrezza non è vera intelligenza della realtà e delle forze che si muovono sotto la superficie delle cose e che spesso legano gli uomini fra loro senza che essi se ne rendano conto. Di questa realtà l’avevo messo – nel mio immaginario – sull’avviso un anno fa, ai tempi della formazione del governo giallo-verde.

Salvini era certo di ottenere le elezioni contando sulle divisioni all’interno del PD e su quelle tra PD e M5S, apparentemente insanabili. Certo è stato un gran spettacolo, a suo modo, vedere il PD del segretario Zingaretti, il più vicino alla temperie grillina, puntare di primo acchito alle elezioni con l’obbiettivo di far fuori la classe dirigente renziana, e l’atterrito PD renziano, il più lontano dai grillini, mostrarsi disposto quasi a tutto pur di impedirle. Ma la forza di una realtà più profonda, come se il copione fosse già scritto, ha preso un po’ alla volta il sopravvento sulle velleità degli attori in scena e sugli interessi di bottega particolari e tutto sembra ormai pronto per la formazione di un governo giallo-rosso. Cioè rosso-rosso. Benedetto dal presidente della repubblica Mattarella, l’ennesimo di una serie che da Scalfaro a Napolitano, passando per Ciampi, ha sempre lavorato indecentemente al servizio della sinistra. E benedetto pure dalla grande stampa, dall’Europa e dalla Chiesa Rivoluzionaria dell’Italia nata dalla Resistenza, da Antonio Spadaro a Luigi Ciotti, passando per la tremebonda, quando non complice, truppa dei vescovi. Io spero in un miracolo, soprattutto per far restare questi ultimi con un palmo di naso. Impari intanto Salvini che per fronteggiare le sedimentate forze che ha davanti ha bisogno di tutte le alleanze possibili – possibili, credibili e compatibili, e non solo politiche – e non faccia come quella cima esaltata del suo sodale Bitonci – espressione di una Lega attratta dal settarismo fascio-comunista, e quindi in qualche modo anche dal mondo grillino,  e caduta nella trappola della rozza, schematica e fallacissima contrapposizione globalizzazione versus sovranismo –  il quale, avendo gli alleati in gran dispitto, finì per perdere quella Padova su cui pensava di regnare splendidamente.

Il peccato originale di Mattarella, quelli che ne sono scaturiti, e quello commesso assieme al M5S e alla Lega

Prima ancora di un vero e proprio atto, il peccato originale commesso da Mattarella consiste in una riserva mentale negativa, per non dire peggio, nei confronti del centrodestra berlusconiano che lo accomuna ai suoi sciagurati predecessori. Tale riserva gli ha impedito di procedere, se vi è un’etica nelle procedure democratiche, per la via maestra istituzionalmente corretta, che era quella di dare l’incarico di formare un nuovo governo a Salvini, leader della coalizione di maggioranza relativa. Per impedirgli ciò, ha subordinato tale incarico alla formazione e alla verifica extraparlamentare di una maggioranza precostituita dai numeri certi. Cosa alquanto bizzarra, talmente bizzarra che ora, alla fine della giostra, Mattarella ha affidato l’incarico ad un tale che può godere solo dell’appoggio della certissima minoranza del parlamento.

Ora, è ben vero che il presidente di una repubblica non presidenziale non è un soprammobile ma, in una certa misura, anche un attore politico. Tuttavia, lo è solamente in maniera riflessa. Non spetta a lui determinare subdolamente o per via indiretta l’indirizzo politico di un governo, non limitandosi ai consigli ma ponendo veti di squisito sapore politico. La firma delle nomine del presidente del consiglio e dei ministri da parte del presidente della repubblica e la controfirma delle stesse da parte del presidente del consiglio nominato hanno significati diversi: la prima è garanzia di correttezza costituzionale delle nomine, la seconda implica responsabilità politiche. Non si può con un’interpretazione estensiva e capziosa trasformare il potere di nomina del capo dello stato da formale in sostanziale: portata alle estreme e logiche conseguenze allora anche le elezioni diverrebbero inutili, e il presidente di una repubblica, per di più non presidenziale, si trasformerebbe in sovrano.

Da questo peccato originale sono nati in successione tutti gli altri. Mattarella ha lasciato che le parti esplorassero tutte le opzioni possibili tranne quella naturale. Quando per forza di cose si è arrivati finalmente ad essa, cioè dare l’incarico a Salvini di formare un governo di centrodestra che cercasse in parlamento i voti necessari a costituire una maggioranza parlamentare di sostegno, ha espresso la sua indisponibilità senza fornire spiegazioni plausibili. Esauriti tutti i tentativi di trovare maggioranze precostituite, l’unica via percorribile (e doverosa) era quella. Il governo Salvini avrebbe potuto avere tre esiti: 1) trovare la maggioranza in parlamento; 2) insediarsi come governo di minoranza grazie all’astensione di alcune forze politiche; 3) essere sfiduciato e gestire la nuova fase pre-elettorale. Ma al centrodestra è stato negato anche questo. Si pensi a quanto accaduto invece negli anni scorsi in Spagna: per due volte di seguito Rajoy ha vinto le elezioni ed è stato messo in minoranza; poi le terze elezioni di fila sono state evitate a seguito di rivolgimenti interni al Partito Socialista, per cui Rajoy ha potuto formare un terzo governo contando sull’astensione dei socialisti.

Fatta questa scelleratezza con la compunta incoscienza del democristiano di sinistra perfettamente addomesticato, Mattarella ha quindi perorato la causa di un tartufesco governo neutrale, di servizio, burocratico understatement che nella sua goffaggine pareva fatto apposta per imbestialire ancor di più le plebi italiche.

Ma prigioniero del suo gioco non ha saputo o potuto poi dire di no a Salvini quando il capo della Lega è tornato alla carica per tentare un accordo di governo in solitario coi pentastellati, questa volta quasi senza neanche fingere di rappresentare il centrodestra. Con ciò Mattarella ha avallato un’altra delle aberrazioni di queste consultazioni. L’accordo M5S-Lega costituiva una violazione dello spirito della legge elettorale e perciò un vulnus democratico. Chi ciancia di maggioranza degli italiani fa consapevolmente o inconsapevolmente demagogia. Un accordo rispettoso della legge poteva essere solo quello tra coalizioni (il M5S è un partito/coalizione) non quello tra una coalizione e un partito di una coalizione avversa. Quest’ultimo costituiva un tradimento di quell’elettorato che aveva votato una lista sapendo bene di averlo fatto (in buona o cattiva fede non cambia la questione) nella logica della coalizione. Senza neanche contare che l’elettorato si adegua sempre allo spirito della legge elettorale, per cui è falso e demagogico parlare di una maggioranza M5S-Lega come se parlassimo nella logica di un sistema perfettamente proporzionale o in ogni caso basato solo sul voto di lista. Nessuno può dire come sarebbe stato l’esito del voto in quei casi, giacché l’elettore valuta sempre le conseguenze del suo voto in base al sistema in essere. Anche se i sovranisti fanno finta di non vederlo, il patto M5S-Lega sarebbe stata proprio la copia sovranista di quell’elitista Patto del Nazareno post-elezioni denunciato con tanta foga dagli stessi sovranisti.

Per fermare l’accordo Mattarella è stato poi costretto a porre il suo veto a Savona con motivazioni tutte politiche che per non apparire tali hanno dovuto essere iscritte al senso supremo di responsabilità di un salvatore della patria cantato dalle più importanti gazzette della penisola.

E quindi ha conferito l’incarico a Cottarelli, forse con l’ambizioso obiettivo di gettare le fondamenta del governo più copiosamente sfiduciato della storia italiana. Che disastro, e che disastrosa pedagogia per la nostra già fin troppo avvelenata democrazia!

Il miope Salvini e l’irresponsabile Mattarella

Forse a causa dell’abitudine degli abitanti della penisola di fottersi a vicenda, una delle caratteristiche peggiori dello spirito italico è l’incapacità di pensare politicamente in maniera lineare; cosicché la barbara e stolida sensatezza dello straniero ha avuta spessissimo la meglio sul nostro genio contorto: è per questo che nel mondo si ride molto di noi. Salvini ha in mano la possibilità di diventare premier ma si sta facendo sfuggire l’occasione con scelte cervellotiche e contronatura, dettate in parte dall’impazienza e in parte dalla convinzione tutta italiota di essere il più furbo di tutti o dalla preoccupazione di non volerlo essere meno degli altri: chiare manifestazioni della sindrome tipica degli imbecilli nostrani di qualche ambizione.

Tutti i sondaggi, compresa l’aria che tira, danno il centrodestra in netta ascesa da quel già buon 37% (inimmaginabile solo qualche tempo fa, quando lo stesso centrodestra era dato per morto dai gazzettieri di regime) che gli ha permesso di ottenere la maggioranza relativa alle recenti elezioni. Ma lui niente. La tentazione dell’inciucio coi neo-giacobini grillini pur di metter mano sulla torta del potere e inconfessabilmente di liberarsi dei suoi alleati, o di fagocitarli, è troppo forte, anche a costo di fare il socio di minoranza della nuova compagine governativa, nella prospettiva di giocarsi poi coi grillini l’intera posta alla prossima tornata elettorale.

Alla via maestra suggerita dal buon senso e dalla correttezza istituzionale di chiedere l’incarico per formare un governo di centrodestra che andasse poi alla ricerca di una maggioranza in parlamento, via promossa da Berlusconi fin dall’inizio delle consultazioni, Salvini si è acconciato di mala voglia solo dopo che le altre vie esplorate erano fallite. Il tentativo era assai difficile ma la richiesta era assolutamente legittima e doveva essere esaudita. Mattarella, irresponsabilmente ma non del tutto sorprendentemente, vi si è opposto. Mattarella è un personaggio che brilla per una sua speciale non aurea mediocrità che gli mette in bocca stupefacenti banalità tratte dal bignamino del pensiero laico & repubblicano dell’Italia nata dalla Resistenza, biascicate con lo stile sommesso del democristiano di sinistra perfettamente irregimentato. Per queste rare qualità gli si tessono naturalmente molti elogi. Ricordate quella macchietta seriosa chiamata Monti? Arrivò fra di noi mortali salutato come l’Angelo della Sobrietà e della Competenza, ma quale uomo di governo si rivelò una schiappa memorabile. Mattarella per mediocrità e inadeguatezza invece si è già montato la testa, come provano i suoi recenti spropositi su Einaudi.

Del rifiuto di Mattarella Salvini non si è doluto più di tanto, al contrario di una Meloni che avrebbe dato furente un bel calcio sulle palle al presidente della repubblica, come ogni spirito fine e maschile può cogliere leggendo fra le righe di una lettera indirizzata dalla prima Sorella d’Italia al direttore del Giornale. Anzi, ringalluzzito dalla scorrettezza di Mattarella, si è rituffato nel tentativo di portare a compimento il malsano connubio contronatura leghista-pentastellato fallito in prima istanza, contando sul fragile collante sentimentale della comune credenza nei poteri taumaturgici della superstizione sovranista. Chi si mette in bocca espressioni come establishment globalista dovrebbe capire che in realtà parla di una forma di sovranismo di respiro internazionale, che conculca le libertà particolari e individuali. Credere di combattere questo sovranismo con forme nazionali di sovranismo è un errore che cambia solo le forme esteriori della malattia. Inoltre, sia i fautori del tanto odiato partito tecnocratico globalista sia i grillini, nonché certi nostrani tracotanti sostenitori del sovranismo, si servono abbondantemente della retorica qualunquista della fine della contrapposizione fra destra e sinistra, cioè alimentano quel caos e quella mancanza di chiarezza che sono funzionali ai disegni di chi vuole manovrare sudditi ed elettorato.

Un Salvini uscito dallo stato di ebbrezza dovrebbe invece capire che le strade da battere sono solo due: riformulare la richiesta dell’incarico per formare un governo di centrodestra; in caso di probabilissimo diniego chiedere nuove elezioni. Salvini, insieme al M5S e FdI, ha tutti i mezzi per sfiduciare l’ennesimo governo del presidente, tanto più che anche la FI del riabilitato Berlusconi avrebbe tutte le ragioni per vedere di buon occhio nuove elezioni. In ogni caso, per quanto volesse tirarla per le lunghe, anche un governo del presidente di scopo non potrebbe durare più di una manciata di mesi, utili solo, probabilmente, a rinforzare il sentimento anti-elitista e a cementare l’ipotesi di un nuovo bipolarismo M5S (ed eventuali satelliti) – Cdx.

Un Salvini sobrio e che pensi sanamente in grande dovrebbe capire che un Berlusconi vivo e vegeto con una FI in salute gli potrebbero fare da utile copertura in Europa e nella politica estera in generale. Si ricordi che il suo amico Orbán è a capo di un partito che fa nominalmente parte della famiglia popolare europea; che l’Ungheria anti-Soros, così come la Polonia, fanno parte dell’Unione Europea e della Nato perché a loro conviene moltissimo; che i suoi amici liberal-nazionali austriaci hanno fatto un governo coi popolari del neo-cancelliere Kurz; che la battaglia contro questa Europa e questo Occidente anticristiani e neo-giacobini, rinnegatori di se stessi, e contro il sovranismo globalista che passa per liberale, va fatta attraverso una fronda intelligente, che sappia tessere alleanze e creare massa critica, in nome della stessa Europa e dello stesso Occidente, non attraverso le rodomontate del sovranismo nazionalista tutto chiacchiera e distintivo che risponde alla malattia con la malattia; che l’Italia per il suo peso economico e demografico potrebbe diventare leader di fatto questa fronda costruttiva – se ben guidata – fondamentalmente cattolica che metterebbe insieme il nostro paese, l’Austria, l’Ungheria, la Cechia, la Slovacchia, la Polonia, con una testa di ponte germanica in Baviera; che l’europeista Berlusconi è un amico di Putin e uno dei pochi politici europei veramente amati in Russia, il che potrebbe regalare all’Italia un ruolo di mediazione fra Russia e Occidente. E lasci stare i pasticci col M5S che forse non sarà comunista ma che comunque rimane un partito statalista, giacobino, antimafioso di professione, pro gender, pro centri sociali, anticristiano, eco-pauperista; il che costituisce oggi il massimo del comunismo possibile senza essere marxisti.

Il connubio contronatura e il patto del Nazareno

Il cosiddetto patto del Nazareno fu un accordo stretto alla luce del sole nel 2014 tra Renzi e Berlusconi al fine di portare a termine alcune riforme costituzionali. Non costituiva in alcun modo un’alleanza politica. La collaborazione in materia finì un anno dopo, ai tempi dell’elezione di Mattarella a presidente della repubblica, a causa della ben collaudata natura fedifraga e manipolatrice del politico Renzi. Su questo accordo ebbe occasione di esercitare la sua arte contorta e sospetta la mentalità complottistica propria delle sette e delle famiglie politiche ideologizzate. In primis, la legione grillina. Ma anche certi settori della destra più ottusa, la quale è notoriamente e tristemente adusa a credere, per affinità antropologiche, a metà dei miti della narrazione politica della sinistra giacobina. Si favoleggiò perciò di clausole segrete e di altre perle di paccottiglia complottistica.

Il patto del Nazareno conobbe una seconda vita, senza aver dismesso la prima, ai tempi del Rosatellum, la legge elettorale promulgata alla fine del 2017. La legge e la realtà tripolare illustrata dai sondaggi politici rendevano però quasi certo un esito elettorale senza vincitori assoluti. E allora si ricominciò a favoleggiare su un tacito accordo tra PD e FI per convolare a nozze dopo il voto al fine di costituire una maggioranza di governo. Tale ipotesi, però, a dispetto del bombardamento propagandistico dello svariato fronte anti-berlusconiano, non aveva nessun fondamento reale. I fini calcolatori che avevano congegnato il Rosatellum per non far vincere alcuna coalizione, avrebbero dovuto essere anche abbastanza fini da prevedere che lo stesso consentisse a PD (e satelliti) e FI di conseguire la maggioranza assoluta dei seggi. Questo nuovo patto del Nazareno fatto alle spalle degli elettori, che s’imputava pregiudizialmente al Cavaliere, mancava di presupposti perché implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli,  un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse, e quindi impossibilitate ad ottimizzare la somma dei voti raccolti col premio di maggioranza. Era una balla spaziale propagandata da forze politiche e giornali per i propri interessi di bottega o per cattiva coscienza. I sondaggi davano allora il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20%, grazie al Rosatellum, il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.

Ma chi lo denunciava con cattiva coscienza adesso tenta di farlo: chi ha cattiva coscienza accusa sempre gli altri dei crimini che gli sono connaturati. Il leghismo professato dall’ala militante del partito – quello che oggi ha sposato per esempio i dogmi caricaturali del sovranismo alle vongole – ha sempre avuto la tentazione di scrollarsi di dosso Berlusconi e i forzisti. Ma mettendo in pratica ciò – di fatto – alla prima occasione, tale leghismo dimostra la sua inadeguatezza a svolgere un ruolo di leadership capace di vedere le cose in prospettiva, e in sostanza, arrivato al crocevia decisivo della sua storia, sceglie di disertare, per mancanza di spessore culturale e politico, da quel ruolo di erede e definitivo artefice del conservatorismo politico italiano che il destino gli aveva offerto, finendo anzi nel suo miope e opportunistico settarismo per rinforzare le fondamenta della favolosa narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana.

Sull’opportunità sciaguarata di un connubio contronatura con una forza politica statalista, giacobina, anticristiana, la più vicina alle ideologie gender del progressismo liberal e cimiteriale allo stesso tempo, la più vicina alle ragioni dei teppisti dei centri sociali, e la più lontana dal popolo leghista meno politicizzato, Salvini dovrebbe riflettere bene. Tenga in conto quanto segue:

  1. FdI pare si sfili dall’accordo. Se sarà così mezzo centrodestra non parteciperà al nuovo eventuale governo.
  2. Con l’accordo che si profila si ritorna allo schema iniziale proposto dal M5S: grillini+leghisti.
  3. Quindi è Salvini che si adegua nella sostanza a Di Maio. Chi glielo fa fare?
  4. Con un rapporto di forze 2:1 a favore dei grillini come può Salvini pretendere di avere un leghista come presidente del consiglio?
  5. Come può Di Maio, visto che di fatto il suo piano ha funzionato, concedere a un leghista la presidenza senza scatenare una rivolta fra i grillini? E una figura terza cosa sarebbe se non una specie di tecnico?
  6. Il centrodestra ha vinto le elezioni, sia pure conquistando solo la maggioranza relativa, col 37% dei voti. I sondaggi lo danno oggi al 40% o quasi: Salvini vuole rischiare tutto questo ben di Dio del quale sarebbe leader per infognarsi in una dubbia avventura che fatalmente demoralizzerà l’elettorato di centrodestra preso nel suo complesso?
  7. Vuole provare a fare una legge elettorale a doppio turno per scrollarsi di dosso gli alleati? Pensa forse che poi li riconquisterà tutti facilmente, visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? Le manovre machiavelliche sono tali appunto perché di rado hanno successo. I rischi si addicono ai disperati, non a chi ha il vento in poppa e le circostanze a suo favore.
  8. Salvini è pazzo o è solo un mediocre inebriato dai suoi successi e dalla volontà di potere?
  9. Si ricordi di Bitonci, la presunta nuova stella della galassia leghista, che grazie al suo stile «Io so’ io e voi non siete un cazzo», si è ridotto a fare opposizione nella città che aveva in mano, Padova.
  10. La sola logica che può spiegare questo connubio contronatura è quella del patto Molotov-Ribbentrop, che com’è noto non portò bene a nessuno.

Il nuovo governo e il pericolo dell’utile-idiotismo sovranista

Se l’analisi della situazione politica risulta tutto sommato piuttosto semplice, la soluzione per la formazione di un nuovo governo si presenta oltre modo difficile. Il M5S è il nuovo partitone egemone della sinistra senza se e senza ma; dall’altra parte c’è il centrodestra, che è una creatura berlusconiana, e che solo Berlusconi ha tenuto insieme per un quarto di secolo, con Salvini in pole position; in mezzo c’è il Pd che fondamentalmente paga la sua mancanza di identità politica. Un governo che abbia qualche sensatezza (politica, s’intende) si fa solo con le spoglie del Pd. Il M5S ha recitato la commedia per un po’, ma poi il veto, mai esplicitato, verso il Pd è caduto. Salvini invece si è fatto prendere dalla fretta di scomunicare il Pd, piuttosto di lavorare alla sua rottura stando semplicemente alla finestra senza esporsi. Il problema del M5S è che gli mancano molti seggi, e oltre a LeU (il partito che gli è più vicino spiritualmente e che non aspetta altro che un fischio) dovrebbe imbarcare almeno 3/4 del Pd (e satelliti): cosa ardua. Il problema del centrodestra è l’inverso: gli mancano molti meno seggi ma la differenza politica coi piddini è molto più grande. Renzi non c’entra. Lui, per sopravvivere, non può arrendersi né a sinistra né a destra. I fissati col nefando patto del Nazareno (creatura della mitologia antiberlusconiana di sinistra passato pari pari nella destra più ottusa) possono dormire sonni tranquilli. Salvini prenda nota, e invece di emettere imprudentemente veti sui piddini all’ingrosso, li metta di fronte all’incubo di un governo monopolizzato da giacobini puri e duri (M5S-LeU) e giacobini dalle buone maniere che tornano alla barbarie (i reduci dal Pd). Non si faccia intimidire dal bigottismo antiberlusconiano e si serva intelligentemente di Silvio, che gli può essere utile per agganciare la divisione dei responsabili anticomunisti e come copertura sul piano internazionale: impresa quasi impossibile, quasi.

Ci sono dei bei tomi a destra i quali affermano che un governo M5S-Lega non costituirebbe un tradimento degli alleati e degli elettori e che in ogni caso Berlusconi avrebbe tradito la Lega in passato appoggiando il governo Monti e il primo governo Letta, senza neanche parlare dei successivi inciuci col Pd. Sulla prima affermazione non mi soffermo tanto è peregrina: faccio solo notare che l’unico sicuro tradimento dentro il centrodestra fu quello perpetrato alla fine del 1994 dalla Lega ai danni del governo di centrodestra dopo otto mesi scarsi di legislatura, quando Berlusconi veniva colpito dalla raffica degli avvisi a (s)comparire ed era alle prese con la riforma delle pensioni, sulla quale fu lasciato solo per opportunismo anche dall’establishment economico (e dai giornali di riferimento) che la ritenevano necessaria: volevano incassarla senza pagare il dazio dell’impopolarità, come dimostrò il disperato appello dell’ultimissima ora di Agnelli e De Benedetti, a situazione ormai compromessa. Sulla seconda dimostrano una certa smemoratezza degli avvenimenti. Per cui procedo ad una succinta ricapitolazione degli stessi.

Berlusconi soccombette al golpe Napolitano nel novembre 2011, dopo aver resistito praticamente da solo per mesi e mesi. Lo fece in modo intelligente, senza farsi travolgere dall’ira. Resistette fino all’ultimo, cioè fino a quando capì che non c’erano più margini ragionevoli per poter superare senza rischi una mozione di sfiducia. Ricordiamoci che la grande campagna di sputtanamento ad personam del 2010 aveva già causati smottamenti nella maggioranza berlusconiana, e che essa veniva già data per morta e sepolta verso la fine di quello stesso anno. Berlusconi diede le dimissioni senza farsi sfiduciare: l’assenza di una formale delegittimazione era un modo per restare legittimamente nel gioco politico. Molti cretinetti isterici di destra, invece, compresi quelli dei giornali che appoggiavano il centrodestra, avrebbero voluto che rovesciasse il tavolo per andare a nuove elezioni. Ipotesi assolutamente scervellata: primo, l’Italia era sotto ricatto finanziario e non era il caso di rispondere con atteggiamenti autodistruttivi; secondo, le elezioni sarebbero state disastrose per il centrodestra e di fatto lo avrebbero fatto scomparire politicamente. Quando non si può vincere, quando si è sotto il tallone di forze nazionali ed internazionali più forti è saggio piegarsi e prendere tempo, almeno fin quando è possibile farlo senza perdere la dignità, e non andare in cerca della bella e stupida morte.

Quanto alla divisione del centrodestra riguardo al governo Monti, essa non era altro, in sostanza, che una tacita divisione tattica. Il Pdl dava l’appoggio esterno al governo, mentre la Lega, che nella coalizione ha sempre svolto il ruolo di succhiaruote, mai volendo pagare dazio con scelte impopolari, stava all’opposizione: il centrodestra veniva a configurarsi più per necessità che per scelta come una coalizione di lotta e di governo. Ciò serviva a tenerlo in vita e a farlo uscire col tempo dalla sala di rianimazione. L’inettitudine del governo Monti lo agevolò e Berlusconi tolse per tempo l’appoggio a Monti poco prima della scadenza naturale della legislatura, e in vista delle elezioni del 2013 il centrodestra, a dispetto dei ferrei propositi  leghisti di segno contrario espressi in precedenza, si ricompose con tutta naturalezza. Il Berlusca fece una campagna elettorale da leone che trasformò quasi miracolosamente, grazie anche al boom grillino, in sconfitta la vittoria sul filo di lana di Bersani, predestinato trionfatore. Col Letta I fece lo stesso che con Monti.

Quanto al Letta 2, al governo Renzi e al governo Gentiloni parlare di sostegno di FI è una scemenza e una menzogna. Curioso: quando qualcuno da sinistra passa a destra è pagato da Berlusconi; quando invece i traditori di Berlusconi passano a sinistra diventano agenti al servizio di Berlusconi. Anche in queste corbellerie certi sovranisti di destra dimostrano di essere succubi della propaganda di sinistra. Una delle cose più divertenti dei destrorsi sovranisti, spezzatori di reni, tutta chiacchiera e distintivo, è che almeno metà del loro cervello è stata colonizzata dal luogocomunismo sinistrorso, che essi nella loro debolezza intellettuale ripetono come pappagalli. Il senso storico-culturale dell’aut-aut di Di Maio a Salvini concernente gli impresentabili italoforzuti sfugge loro completamente. I giornaloni vogliono far fuori Berlusconi, i grillini vogliono fare fuori Berlusconi, e loro pure vogliono farlo, senza che la bella compagnia non li induca a pensare che forse c’è qualcosa non va nelle loro elucubrazioni. La Lega sola egemone nel centrodestra è il sogno dei giornaloni, della sinistra e anche di Bruxelles: è la forte ridotta lepenista, eternamente minoritaria ed eternamente sconfitta. E’ per questo che se l’alleanza di governo tra M5S e Pd non dovesse concretarsi, ai nemici di Berlusconi e di un centrodestra potenzialmente vincitore anche un governo di scopo M5S-Lega, in sottordine, potrebbe andare bene.

Ma forse costoro ambiscono ad impersonare la nuova frontiera dell’utile idiotismo: l’antiberlusconismo acceca. Solo chi si tappa gli occhi non può non vedere la vicinanza politico-culturale tra grillini e piddini. Non parlo di chi ha votato M5S – per buona parte un esercito di fessi o utili idioti – ma dei suoi militanti e del suo – chiamiamolo così – gruppo dirigente. I grillini sono i figli di Berlinguer e dell’immorale questione morale e quindi polli di allevamento del regime culturale sinistrorso: giacobinismo, statalismo, ecologismo cripto-religioso e insieme laicismo sfrenato anticristiano, gay pride ed economia a km zero, antifascismo resistenziale, manipulitismo rosso e antimafiosità di regime. Sono il precipitato del vecchio, altro che il nuovo. Sono il vecchio rimesso a nuovo, e stanno al Pd come i montagnardi stavano ai girondini. Per parte del Pd e del suo elettorato costituiscono tuttavia un richiamo della foresta fortissimo, giacché il Pd non è mai diventato socialdemocratico nel senso culturale del termine, non avendo mai fatta mea culpa, mai fatti i conti con la storia, e mai riabilitato la storia dei socialisti italiani. No, è diventato liberal cambiando etichetta ma senza rinnegare né Togliatti né Berlinguer. Per cui può sempre tornare indietro. Se Renzi oggi viene demonizzato come Berlusconi, non è perché Renzi somigli a Berlusconi, come vuole la nuova vulgata che trova anche tanti sprovveduti discepoli a destra, ma perché, molto più semplicemente, chi di anti-berlusconismo ferisce di anti-berlusconismo perisce. E’ la vecchia fenomenologia delle epurazioni comuniste.

E in conclusione: un M5S di governo può sempre riposizionarsi; abbandonare un po’ del suo estremismo chavista, e diventare un partito radicale di massa ultra-liberal e così unirsi in coito coi resti del Pd, alla stregua di un Podemos normalizzato. Ma i sovranisti alle vongole nel loro accecamento anti-berlusconiano (mutuato dal pensiero dominante, altro che dimostrazione d’indipendenza) non hanno voluto vedere nulla di questo; si sono incartati nella loro ideologica, caricaturale contrapposizione senza sbocchi tra sovranisti e globalisti, fino a diventare più putiniani di Putin, l’amico del loro odiato Berlusca: il quale Vladimir, al contrario di loro, il buon senso l’ha ancora sicuramente conservato, per quante sfumature russe si porti dietro.

P.S. Naturalmente qualcuno potrà pensare che Salvini voglia accordarsi col M5S al solo scopo di fare una nuova legge elettorale che preveda un sistema a doppio turno alla francese. Soluzione buona solo sulla carta. Tra alcuni mesi o tra un anno quale sarà il sentimento di un corpo elettorale alquanto ballerino, tanto più che sia quest’ultimo sia le formazioni politiche si adeguano sempre ai nuovi sistemi elettorali?

Il vero senso dell’aut-aut del M5S alla Lega

Il Movimento 5 Stelle ha posto come pregiudiziale per un accordo di governo la Lega l’emarginazione, o meglio, la messa al bando degli impresentabili di Forza Italia e del loro impresentabilissimo leader Silvio Berlusconi. Lasciando da parte per il momento ogni considerazione politica in senso stretto, faccio notare che ciò che viene richiesto alla destra di Salvini è nient’altro che una scelta di campo antropologica,  una specie confessione di fede, consistente nel riconoscersi nei dogmi della vulgata di sinistra della storia dell’Italia repubblicana, al fine di farsi legittimare politicamente, ma solo al prezzo di entrare pure lui, buon ultimo, nell’area della dhimmitudine culturale che la sinistra ha sempre riservato a chi voleva sottrarsi a quella più dura della demonizzazione e della criminalizzazione.

E’ per questo l’Italia politica sembra perennemente sull’orlo di una guerra civile. Ma se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i settant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi scrisse:

«…è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad “abbassare i toni”, a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.»

Ma come nacque quest’idea, questa costruzione intellettuale, questa descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita? Il giorno di nascita preciso non è conosciuto, ma quello del concepimento sì: l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più veramente persa. La guerra l’avevano persa loro, i fascisti. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinse l’esercito delle beghine cattoliche (detto affettuosamente) inquadrate dal generale Gedda, soldato di Pio XII, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 65 anni fa, significava votare per l’onestà contro la corruzione, e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi convertita solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso veramente democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche laico non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

«Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.»

Ma nella Storia Deviata a farla da protagonisti, oltre alla corruzione, erano anche il nuovo fascismo, il golpe, i soliti disegni autoritari. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a quarant’anni anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni dai pasdaran della giustizia democratica:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…»

La paranoia collettiva della Storia Deviata ebbe naturalmente come obbiettivi da colpire anche le istituzioni. Non erano le pistole a sparare, ma l’opera di killeraggio era altrettanto efficiente. Vien da ridere a pensare al rispetto formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricordava qualche anno fa Giuliano Cazzola:

«Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze”. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.»

Ma proseguiamo il racconto. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe capitalista, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste. La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente. La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future. La terza conobbe due sviluppi, paralleli, i cui protagonisti furono solo all’inizio in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: il lancio della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo come garante della propria democraticità per dare compulsivamente del fascista al prossimo. Al millenarismo comunista (che succedeva al millenarismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la democrazia compiuta che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino, col corollario dei suoi provvidenziali nemici, evidentemente: non più intralciato dal marxismo, il giacobinismo ex-comunista poteva convolare a nozze col giacobinismo ex-azionista, e reimpostare la politica supremamente anti-politica del buono contro il cattivo.

Intanto in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea, normale, socialdemocratica da una parte e conservatrice dall’altra.

Fu il turno di Craxi allora di divenire un mostro. Ricordiamolo ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle mostrificazioni. Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Il bastian contrario Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo controcorrente, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

«Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista oltre che craxista?»

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

«Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’opinione, addirittura una tentazione autoritaria.»

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo dell’oggi apparentemente pentito Violante. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

«Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.»

Capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, con la complicità della magistratura democratica s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite: lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo-democratico craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi era stato lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare “per l’onestà contro la corruzione”, e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Si tratta di una malattia antica, già presente ai tempi dell’Italia liberale pre-fascista. Per tutto il novecento gli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il sistema democratico borghese sono stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal ministro della malavita Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere.

La spaziale fake news per cui il M5S degli ammiratori del pessimo Enrico Berlinguer, colui che avvelenò i pozzi della politica italiana col lancio dell’immorale questione morale, pur di non far i conti con la propria storia comunista, non sarebbe né di destra né di sinistra, e non invece quello che è, il nuovo partito di massa liberal-progressista-statalista-giacobino-anticristiano, è incredibilmente ancora in vita per due ragioni: 1) Grillo è stato bravo a imbrogliare le carte col suo vaffanculismo generalizzato per prendere voti a destra e a manca; 2) la sinistra italiana sostiene questa balla perché non vuole riconoscere nei grillini quei purissimi giustizialisti più puri degli altri che stanno epurando i post-comunisti piddini: chi di antiberlusconismo ferisce di antiberlusconismo perisce, e ciò è troppo doloroso ammetterlo. Salvini deve scegliere da quale parte della storia stare: quella della verità (e del vero cambiamento) o quella della menzogna?

[questo post è in buona parte il frutto della rielaborazione di vecchi materiali]

Tosi e Salvini, la brevissima ma veridica storia di due cime della politica

Fino a qualche anno fa Flavio Tosi era considerato uno dei capifila dell’ala più ruspante della Lega Nord. In tale veste aveva scalati i vertici del partito in Veneto, guadagnandosi nel contempo la fama di orco fra le anime belle del giornalismo progressista, le quali rappresentano, com’è universalmente noto, oltre che scientificamente provato, il novanta per cento dell’informazione. Flavio Tosi cominciò a scoprire le delizie del politicamente corretto quattro-cinque anni fa, quando la poderosa macchina del fango de La Repubblica, per nobilissimi e democratici motivi, si acconciò graziosamente ad usare contro Berlusconi la bomba nucleare dello sputtanamento puro e semplice, nobile esempio di giornalismo subito seguito diligentemente dalle illustri gazzette dell’Italia dell’ex triangolo industriale. Fu allora che Tosi cominciò a pensare veramente in grande, cioè ad immaginare se stesso come il futuro leader del centrodestra, e alla bisogna seppe agire come un democristiano di sinistra dei bei tempi andati, viscido furbacchione che allo scopo di conquistare il potere in casa sua era uso accreditarsi come politico aperto, responsabile e lungimirante presso la sinistra. Ed è così che in breve tempo Tosi divenne la faccia presentabile della Lega Nord. Di lui piaceva soprattutto l’intransigenza verso Berlusconi e il Pdl, caduti nell’ignominia. Nell’ignominia di lì a breve tempo cadde anche la Lega di Bossi, grazie all’intervento dell’artiglieria pesante della nostra solerte magistratura. Tosi ne approfittò per rafforzare il suo potere nel Veneto quale nuovo segretario della Liga Veneta, già pregustando il trono della Lega Nord tutta intera.

Senonché ai militanti puri e duri l’inusitato perbenismo di Tosi era diventato sospetto: Flavio riusciva a parlare con rispetto perfino di Monti, e con Passera, altro esemplare di fauna politica antropologicamente indigeribile per qualsiasi leghista ancora in salute, era in ostentati, cordialissimi rapporti. A ciò si aggiungeva l’ostilità dei lombardi, ai quali neanche la fratellanza padana avrebbe potuto far mandar giù l’amaro boccone di farsi fare le scarpe dai veneti. Cosicché al trono leghista s’insediò un lumbard ruspantissimo come Matteo Salvini, l’ex leader dei comunisti padani, la lista che alle prime elezioni del Parlamento della Padania nel 1997 prese la bellezza di 5 seggi su 210: ennesima conferma che in Italia la conquista del potere inizia quasi sempre con la militanza nei ranghi dell’estremismo di sinistra. Essere stato comunista, ancorché padano, fu per Matteo un vantaggio decisivo: primo, perché ogni comunista è un populista fatto e finito, ancorché faccia mostra di schifare il populismo, e questo gli consentì, sparata dopo sparata, di conquistare il cuore del popolo statalista-conservatore; secondo, perché il comunismo è per sua natura universalista, e questo lo agevolò nel buttarsi a corpo morto nel suo progetto di costruire una Lega Nazionale.

Bisogna riconoscere che la stampa di sinistra, compresa quella che passa per motivi sempre più misteriosi per centrista (come La Stampa, ad esempio), nel trattare queste vicende ha fatto con maestria il proprio dovere: prima ha lusingato Tosi, facendogli credere di essere una cima, come fece con geni quali Follini, Tabacci, o Fini; poi, vista la mala parata, allo scopo di annichilire il berlusconismo una volta per tutte, ha fatto a gara per dare al fenomeno Salvini, pur dicendone peste e corna, il massimo della pubblicità possibile; ed adesso, gongolando, si è rimessa a tifare per lo scissionista Tosi, nella speranza di vedere la sinistra vincere clamorosamente le regionali nelle ostiche terre della Serenissima. Le divisioni leghiste hanno però fatta la felicità anche di Berlusconi, non per il fatto in se stesso, che è negativo, ma a motivo del sempre più scoperto sconcerto del potenziale elettorato di centrodestra di fronte allo spappolamento dei partiti a destra del Partito Democratico; il quale Berlusconi ha preso perciò la palla al balzo per auspicare con forza, di nuovo, dopo tanto tempo, quell’unità del centrodestra che è il suo cavallo di battaglia dal momento della sua discesa in campo. Vuoi vedere che a forza di dividerlo e frammentarlo si finirà per ricompattare il centrodestra?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Perché Berlusconi non ha (ancora) un successore

Le reazioni di media e politici di area potenzialmente conservatrice ai risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria spiegano chiaramente perché Berlusconi è ancora il leader del centrodestra italiano: è infatti l’unico ad aver parlato schietto e con qualche grado di ragionevolezza; tutto il resto della ciurma si è abbandonato alla disperazione o al velleitarismo. Berlusconi ha ribadito ancora una volta la bontà del suo progetto politico originale: la riunione di tutto il centrodestra italiano, senza preclusioni di sorta. Primo: perché è sensato farlo; secondo: perché non c’è alcuna alternativa.

Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Ma sembra che a parte Berlusconi nessun altro abbia tratto le conseguenze di questa elementare verità; che nessuno abbia avuto veramente coscienza di cosa voglia dire affondare la piattaforma politica berlusconiana. Sembra invece prevalere l’insofferenza, l’incapacità di non farsi travolgere dalle delusioni, la voglia di far fruttare le rendite di posizione. Per andare dove? Verso l’irrilevanza, il nulla.

Qualcuno, ingenuamente, si è fatto perfino infinocchiare dalle lusinghe della grande stampa borghese, che all’elettorato conservatore aveva spedito questo messaggio gravido di promesse ineffabili: il berlusconismo è populismo; il berlusconismo è un’anomalia; ci si liberi di Berlusconi e finalmente anche l’Italia avrà un centrodestra perbene, normale, europeo. Si è ben visto, invece, cosa abbia significato l’indebolimento di Berlusconi: l’esplosione del populismo vero e proprio alla sua destra; e del perbenismo democristiano alla sua sinistra. Qualcuno, per frustrazione o per qualche altro meno nobile motivo, ha cominciato ad usare il linguaggio della sinistra, lagnandosi del padre-padrone Berlusconi. Ma dire che Berlusconi è (o è stato) il padre-padrone del centrodestra, oltre che una grossolana esagerazione, è anche un modo per dire che se Berlusconi è il perno attorno al quale ruota tutto il centrodestra, non lo è in virtù del suo, propriamente suo, progetto politico. Che così sia, invece, dall’altra parte l’hanno sempre capito benissimo, fosse solo per istinto.

E’ per questo che i media, che gli sono ostili quasi in blocco, hanno sempre amplificato non solo le divisioni all’interno del centrodestra, ma anche le avanzate elettorali dei leghisti a scapito (apparentemente) degli italo-forzuti. E’ assai divertente, per esempio, rileggere per l’ennesima volta, come se fosse la prima volta, e come se tutti l’avessero dimenticata, la storiella della Lega – il partito strutturato, legato al territorio e vicino alla mitica gente – destinata a mangiarsi Forza Italia, il partito di plastica. Quante volte abbiamo sentita questa profezia, poi puntualmente smentita dai fatti? Capisco benissimo che siano proprio i giornali ostili al centrodestra a lusingare Salvini in questa direzione. Sorprende, anche se non troppo, che anche in quelli vicini al centrodestra si flirti con quest’ipotesi, che farebbe la felicità del partito de La Repubblica.

Quali siano poi gli straordinari meriti della svolta lepenista, nazionale, di Salvini è difficile capire. Forse – ma è ancora tutto da vedere – quello di aver semplificato il quadro della politica identitaria a destra. La sua rimane comunque un’operazione di chi massimizza i vantaggi di una posizione di minoranza, infischiandosi del quadro generale. Non occorre intelligenza politica per fare una cosa del genere: basta l’istinto. Ma è la politica di un perdente, o meglio, di chi in cuor suo non pensa veramente in grande. In una parola, è ancora velleitarismo. Come quello di Fitto, la cui “rivolta” viene in questi giorni cantata dalla stessa stampa di sinistra che lusinga Salvini. E’ lo stesso Fitto che tempo fa metteva il broncio (il tipo è di una musoneria spaventosa) perché Berlusconi non era abbastanza brutale col traditore Alfano; mentre oggi, esattamente come Alfano, dice «mai con Salvini». Mentre Salvini dice «mai con Alfano». Dove vogliano arrivare queste cime, lo sa Iddio!

Ma non sono poi troppo diversi da loro i quattro gatti liberali che non hanno perdonato a Berlusconi – con tutti i suoi voti! – la mancata rivoluzione liberale. Dimenticano troppo facilmente la guerra a tutti i livelli che Berlusconi ha dovuto subire; il fatto che spesso la sua azione politica si è ridotta giocoforza al primum vivere (e che Berlusconi vivesse era …vitale); il fatto che spesso a remare contro erano gli stessi alleati e che le resistenze stavano anche dentro il suo partito; il fatto che spesso in realtà al popolo italiano (il popolo italiano vero, anche di centrodestra, non quello immaginato dai liberali) le ricette liberali in economia piacciono solo sulla carta; il fatto che lo stesso Berlusconi probabilmente non ha idee chiarissime e propositi ferrei, ma gli altri meno ancora di lui. Se anche fossero giustificate tutte le lagne dei liberali contro Berlusconi (e molte lo sono) ciò non significa che per dispetto bisogna cadere nell’irrazionalità, e cominciare a coltivare illusioni stranissime, a volte flirtando con soluzioni palingenetiche, come se dai cataclismi e dalle ceneri della vecchia Italia potesse spuntare all’improvviso quel paese d’elezione dove loro hanno sempre sognato di far politica; quel paese d’elezione che in realtà non esiste nemmeno in Europa.

E che dire di quei cattolici che adesso denunciano la svolta moderatamente libertina di Forza Italia, dopo che se sono andati lasciando il campo libero alla vecchia corrente liberal-socialista, e che fanno finta di non vedere che i partiti popolari europei cui dicono di rifarsi questo libertinismo moderato l’hanno abbracciato da anni, se non da lustri? Meglio stendere un velo pietoso.

La verità è che se all’orizzonte non si vede alcun successore di Berlusconi è prima di tutto perché non si fa avanti nessuno che sia veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine; cioè che dimostri quell’ampiezza di visione politica che è il miglior retaggio del berlusconismo, al di là di quegli aspetti pittoreschi (e a volte anche ridicoli, se vogliamo) che catturano l’attenzione dei pedanti, dei faziosi e dei mediocri.

[pubblicato su LSblog]

[RISPOSTA AD UN COMMENTO SU LSBLOG – Il fatto è che “per essere veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine”, oltre a non avere, auspicabilmente, i difetti di Berlusconi, bisogna anche avere, in un contesto come quello italiano, e per parlar chiaro, “due palle così” (scusate). Cioè qualcuno che, oltre a fare bei discorsi, sappia anche resistere al fuoco delle polemiche politiche, a quello dei media, e magari alle attenzioni della magistratura, nel momento in cui dimostrasse di voler veramente incamminarsi verso il progetto di un centrodestra “fusionista” aperto anche alla destra “identitaria” (tranne ovviamente gli estremisti fatti e finiti). Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, è che il berlusconismo rappresenta un tentativo di “normalizzazione” della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un riflesso animalesco, la damnatio memoriae). Il successo definitivo del progetto berlusconiano costringerebbe anche il resto dello spettro politico a normalizzarsi; spettro politico oggi diviso, non a caso, tra l’anomalia Renzi, sempre più simile ad una specie di veltronismo muscolare, e l’anomalia di una sinistra massimalista (compreso Grillo) di proporzioni nient’affatto fisiologiche. Dietro queste anomalie c’è tutta la nomenklatura (e a tutti i livelli) di quell’Italia “antifascista” che i conti con la storia non ha ancora veramente fatti. Davvero pensa che i personaggi dai lei citati saprebbero e avrebbero saputo raccogliere questa sfida, non dalle sale ovattate del quartier generale, ma sotto il fuoco delle pallottole?]

Rigenerazione nord-coreana

Matteo Salvini è tornato quasi rigenerato dal suo viaggio nella Corea del Nord insieme all’irresistibile senatore Razzi. Lì ha potuto fare un’esperienza fantastica: cinque giorni senza telefonino, senza Internet, senza Facebook, senza Twitter. Lì ha scoperto che tutti i ragazzini fanno sport: per strada, lusso che i nostri figli non si possono più permettere. Lì Salvini ha potuto constatare coi propri occhi che la fama leggendaria delle strade nord-coreane è assolutamente meritata: tutto fila splendidamente, non ci sono code né imbottigliamenti, e le automobili si tengono ad una distanza di sicurezza di almeno 200 chilometri l’una dall’altra. Lì Matteo non ha trovato traccia né di criminalità né di prostituzione. Lì Matteo ha incontrato l’ex calciatore che col suo storico gol ci fece subito tornare a casa durante il Mondiale inglese del 1966, e che fece della Corea la Caporetto dell’Italia calcistica: un Pak-Doo-Ik in forma splendida, asciutto come un ragazzino. E lì Matteo, fatto mirabile, ha trovato una pulizia da far schiattare d’invidia perfino quei fanatici di svizzeri: non una cartaccia che sia una ha visto per terra. E’ un peccato, però, che non ci abbia specificato se si trattasse veramente della nuda terra o se qualche ciuffo d’erba ne insozzasse ancora la superficie.

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