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Tosi e Salvini, la brevissima ma veridica storia di due cime della politica

Fino a qualche anno fa Flavio Tosi era considerato uno dei capifila dell’ala più ruspante della Lega Nord. In tale veste aveva scalati i vertici del partito in Veneto, guadagnandosi nel contempo la fama di orco fra le anime belle del giornalismo progressista, le quali rappresentano, com’è universalmente noto, oltre che scientificamente provato, il novanta per cento dell’informazione. Flavio Tosi cominciò a scoprire le delizie del politicamente corretto quattro-cinque anni fa, quando la poderosa macchina del fango de La Repubblica, per nobilissimi e democratici motivi, si acconciò graziosamente ad usare contro Berlusconi la bomba nucleare dello sputtanamento puro e semplice, nobile esempio di giornalismo subito seguito diligentemente dalle illustri gazzette dell’Italia dell’ex triangolo industriale. Fu allora che Tosi cominciò a pensare veramente in grande, cioè ad immaginare se stesso come il futuro leader del centrodestra, e alla bisogna seppe agire come un democristiano di sinistra dei bei tempi andati, viscido furbacchione che allo scopo di conquistare il potere in casa sua era uso accreditarsi come politico aperto, responsabile e lungimirante presso la sinistra. Ed è così che in breve tempo Tosi divenne la faccia presentabile della Lega Nord. Di lui piaceva soprattutto l’intransigenza verso Berlusconi e il Pdl, caduti nell’ignominia. Nell’ignominia di lì a breve tempo cadde anche la Lega di Bossi, grazie all’intervento dell’artiglieria pesante della nostra solerte magistratura. Tosi ne approfittò per rafforzare il suo potere nel Veneto quale nuovo segretario della Liga Veneta, già pregustando il trono della Lega Nord tutta intera.

Senonché ai militanti puri e duri l’inusitato perbenismo di Tosi era diventato sospetto: Flavio riusciva a parlare con rispetto perfino di Monti, e con Passera, altro esemplare di fauna politica antropologicamente indigeribile per qualsiasi leghista ancora in salute, era in ostentati, cordialissimi rapporti. A ciò si aggiungeva l’ostilità dei lombardi, ai quali neanche la fratellanza padana avrebbe potuto far mandar giù l’amaro boccone di farsi fare le scarpe dai veneti. Cosicché al trono leghista s’insediò un lumbard ruspantissimo come Matteo Salvini, l’ex leader dei comunisti padani, la lista che alle prime elezioni del Parlamento della Padania nel 1997 prese la bellezza di 5 seggi su 210: ennesima conferma che in Italia la conquista del potere inizia quasi sempre con la militanza nei ranghi dell’estremismo di sinistra. Essere stato comunista, ancorché padano, fu per Matteo un vantaggio decisivo: primo, perché ogni comunista è un populista fatto e finito, ancorché faccia mostra di schifare il populismo, e questo gli consentì, sparata dopo sparata, di conquistare il cuore del popolo statalista-conservatore; secondo, perché il comunismo è per sua natura universalista, e questo lo agevolò nel buttarsi a corpo morto nel suo progetto di costruire una Lega Nazionale.

Bisogna riconoscere che la stampa di sinistra, compresa quella che passa per motivi sempre più misteriosi per centrista (come La Stampa, ad esempio), nel trattare queste vicende ha fatto con maestria il proprio dovere: prima ha lusingato Tosi, facendogli credere di essere una cima, come fece con geni quali Follini, Tabacci, o Fini; poi, vista la mala parata, allo scopo di annichilire il berlusconismo una volta per tutte, ha fatto a gara per dare al fenomeno Salvini, pur dicendone peste e corna, il massimo della pubblicità possibile; ed adesso, gongolando, si è rimessa a tifare per lo scissionista Tosi, nella speranza di vedere la sinistra vincere clamorosamente le regionali nelle ostiche terre della Serenissima. Le divisioni leghiste hanno però fatta la felicità anche di Berlusconi, non per il fatto in se stesso, che è negativo, ma a motivo del sempre più scoperto sconcerto del potenziale elettorato di centrodestra di fronte allo spappolamento dei partiti a destra del Partito Democratico; il quale Berlusconi ha preso perciò la palla al balzo per auspicare con forza, di nuovo, dopo tanto tempo, quell’unità del centrodestra che è il suo cavallo di battaglia dal momento della sua discesa in campo. Vuoi vedere che a forza di dividerlo e frammentarlo si finirà per ricompattare il centrodestra?

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Perché Berlusconi non ha (ancora) un successore

Le reazioni di media e politici di area potenzialmente conservatrice ai risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria spiegano chiaramente perché Berlusconi è ancora il leader del centrodestra italiano: è infatti l’unico ad aver parlato schietto e con qualche grado di ragionevolezza; tutto il resto della ciurma si è abbandonato alla disperazione o al velleitarismo. Berlusconi ha ribadito ancora una volta la bontà del suo progetto politico originale: la riunione di tutto il centrodestra italiano, senza preclusioni di sorta. Primo: perché è sensato farlo; secondo: perché non c’è alcuna alternativa.

Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Ma sembra che a parte Berlusconi nessun altro abbia tratto le conseguenze di questa elementare verità; che nessuno abbia avuto veramente coscienza di cosa voglia dire affondare la piattaforma politica berlusconiana. Sembra invece prevalere l’insofferenza, l’incapacità di non farsi travolgere dalle delusioni, la voglia di far fruttare le rendite di posizione. Per andare dove? Verso l’irrilevanza, il nulla.

Qualcuno, ingenuamente, si è fatto perfino infinocchiare dalle lusinghe della grande stampa borghese, che all’elettorato conservatore aveva spedito questo messaggio gravido di promesse ineffabili: il berlusconismo è populismo; il berlusconismo è un’anomalia; ci si liberi di Berlusconi e finalmente anche l’Italia avrà un centrodestra perbene, normale, europeo. Si è ben visto, invece, cosa abbia significato l’indebolimento di Berlusconi: l’esplosione del populismo vero e proprio alla sua destra; e del perbenismo democristiano alla sua sinistra. Qualcuno, per frustrazione o per qualche altro meno nobile motivo, ha cominciato ad usare il linguaggio della sinistra, lagnandosi del padre-padrone Berlusconi. Ma dire che Berlusconi è (o è stato) il padre-padrone del centrodestra, oltre che una grossolana esagerazione, è anche un modo per dire che se Berlusconi è il perno attorno al quale ruota tutto il centrodestra, non lo è in virtù del suo, propriamente suo, progetto politico. Che così sia, invece, dall’altra parte l’hanno sempre capito benissimo, fosse solo per istinto.

E’ per questo che i media, che gli sono ostili quasi in blocco, hanno sempre amplificato non solo le divisioni all’interno del centrodestra, ma anche le avanzate elettorali dei leghisti a scapito (apparentemente) degli italo-forzuti. E’ assai divertente, per esempio, rileggere per l’ennesima volta, come se fosse la prima volta, e come se tutti l’avessero dimenticata, la storiella della Lega – il partito strutturato, legato al territorio e vicino alla mitica gente – destinata a mangiarsi Forza Italia, il partito di plastica. Quante volte abbiamo sentita questa profezia, poi puntualmente smentita dai fatti? Capisco benissimo che siano proprio i giornali ostili al centrodestra a lusingare Salvini in questa direzione. Sorprende, anche se non troppo, che anche in quelli vicini al centrodestra si flirti con quest’ipotesi, che farebbe la felicità del partito de La Repubblica.

Quali siano poi gli straordinari meriti della svolta lepenista, nazionale, di Salvini è difficile capire. Forse – ma è ancora tutto da vedere – quello di aver semplificato il quadro della politica identitaria a destra. La sua rimane comunque un’operazione di chi massimizza i vantaggi di una posizione di minoranza, infischiandosi del quadro generale. Non occorre intelligenza politica per fare una cosa del genere: basta l’istinto. Ma è la politica di un perdente, o meglio, di chi in cuor suo non pensa veramente in grande. In una parola, è ancora velleitarismo. Come quello di Fitto, la cui “rivolta” viene in questi giorni cantata dalla stessa stampa di sinistra che lusinga Salvini. E’ lo stesso Fitto che tempo fa metteva il broncio (il tipo è di una musoneria spaventosa) perché Berlusconi non era abbastanza brutale col traditore Alfano; mentre oggi, esattamente come Alfano, dice «mai con Salvini». Mentre Salvini dice «mai con Alfano». Dove vogliano arrivare queste cime, lo sa Iddio!

Ma non sono poi troppo diversi da loro i quattro gatti liberali che non hanno perdonato a Berlusconi – con tutti i suoi voti! – la mancata rivoluzione liberale. Dimenticano troppo facilmente la guerra a tutti i livelli che Berlusconi ha dovuto subire; il fatto che spesso la sua azione politica si è ridotta giocoforza al primum vivere (e che Berlusconi vivesse era …vitale); il fatto che spesso a remare contro erano gli stessi alleati e che le resistenze stavano anche dentro il suo partito; il fatto che spesso in realtà al popolo italiano (il popolo italiano vero, anche di centrodestra, non quello immaginato dai liberali) le ricette liberali in economia piacciono solo sulla carta; il fatto che lo stesso Berlusconi probabilmente non ha idee chiarissime e propositi ferrei, ma gli altri meno ancora di lui. Se anche fossero giustificate tutte le lagne dei liberali contro Berlusconi (e molte lo sono) ciò non significa che per dispetto bisogna cadere nell’irrazionalità, e cominciare a coltivare illusioni stranissime, a volte flirtando con soluzioni palingenetiche, come se dai cataclismi e dalle ceneri della vecchia Italia potesse spuntare all’improvviso quel paese d’elezione dove loro hanno sempre sognato di far politica; quel paese d’elezione che in realtà non esiste nemmeno in Europa.

E che dire di quei cattolici che adesso denunciano la svolta moderatamente libertina di Forza Italia, dopo che se sono andati lasciando il campo libero alla vecchia corrente liberal-socialista, e che fanno finta di non vedere che i partiti popolari europei cui dicono di rifarsi questo libertinismo moderato l’hanno abbracciato da anni, se non da lustri? Meglio stendere un velo pietoso.

La verità è che se all’orizzonte non si vede alcun successore di Berlusconi è prima di tutto perché non si fa avanti nessuno che sia veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine; cioè che dimostri quell’ampiezza di visione politica che è il miglior retaggio del berlusconismo, al di là di quegli aspetti pittoreschi (e a volte anche ridicoli, se vogliamo) che catturano l’attenzione dei pedanti, dei faziosi e dei mediocri.

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[RISPOSTA AD UN COMMENTO SU LSBLOG – Il fatto è che “per essere veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine”, oltre a non avere, auspicabilmente, i difetti di Berlusconi, bisogna anche avere, in un contesto come quello italiano, e per parlar chiaro, “due palle così” (scusate). Cioè qualcuno che, oltre a fare bei discorsi, sappia anche resistere al fuoco delle polemiche politiche, a quello dei media, e magari alle attenzioni della magistratura, nel momento in cui dimostrasse di voler veramente incamminarsi verso il progetto di un centrodestra “fusionista” aperto anche alla destra “identitaria” (tranne ovviamente gli estremisti fatti e finiti). Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, è che il berlusconismo rappresenta un tentativo di “normalizzazione” della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un riflesso animalesco, la damnatio memoriae). Il successo definitivo del progetto berlusconiano costringerebbe anche il resto dello spettro politico a normalizzarsi; spettro politico oggi diviso, non a caso, tra l’anomalia Renzi, sempre più simile ad una specie di veltronismo muscolare, e l’anomalia di una sinistra massimalista (compreso Grillo) di proporzioni nient’affatto fisiologiche. Dietro queste anomalie c’è tutta la nomenklatura (e a tutti i livelli) di quell’Italia “antifascista” che i conti con la storia non ha ancora veramente fatti. Davvero pensa che i personaggi dai lei citati saprebbero e avrebbero saputo raccogliere questa sfida, non dalle sale ovattate del quartier generale, ma sotto il fuoco delle pallottole?]

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Rigenerazione nord-coreana

Matteo Salvini è tornato quasi rigenerato dal suo viaggio nella Corea del Nord insieme all’irresistibile senatore Razzi. Lì ha potuto fare un’esperienza fantastica: cinque giorni senza telefonino, senza Internet, senza Facebook, senza Twitter. Lì ha scoperto che tutti i ragazzini fanno sport: per strada, lusso che i nostri figli non si possono più permettere. Lì Salvini ha potuto constatare coi propri occhi che la fama leggendaria delle strade nord-coreane è assolutamente meritata: tutto fila splendidamente, non ci sono code né imbottigliamenti, e le automobili si tengono ad una distanza di sicurezza di almeno 200 chilometri l’una dall’altra. Lì Matteo non ha trovato traccia né di criminalità né di prostituzione. Lì Matteo ha incontrato l’ex calciatore che col suo storico gol ci fece subito tornare a casa durante il Mondiale inglese del 1966, e che fece della Corea la Caporetto dell’Italia calcistica: un Pak-Doo-Ik in forma splendida, asciutto come un ragazzino. E lì Matteo, fatto mirabile, ha trovato una pulizia da far schiattare d’invidia perfino quei fanatici di svizzeri: non una cartaccia che sia una ha visto per terra. E’ un peccato, però, che non ci abbia specificato se si trattasse veramente della nuda terra o se qualche ciuffo d’erba ne insozzasse ancora la superficie.

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Salvini e Quagliariello pari sono

Da un punto di vista berlusconiano la stampa berlusconiana non solo è rachitica, ma spesso è pure una palla al piede. Da quelle parti oggi si sente dire: Salvini ha salvato la Lega, Salvini ha vinto. Non ha mica cincischiato, Matteo: ha puntato sull’anti-europeismo senza se e senza ma, sulle mirabolanti proprietà taumaturgiche della «sovranità monetaria» (nuovo rifugio dei gonzi, detto tra noi), ha usato l’accetta nei comizi, e così ha ricompattato un partito ed un elettorato. Un esempio, questo giovanotto! Così dicono al Giornale. Ma, ragazzi, che razza di esempio sarebbe questo? Questa è la classica strategia (se così si può chiamare un indirizzo privo di qualsiasi respiro strategico) di chi si accontenta di vincere tutte le battagliette di quarta categoria andando sul sicuro; di chi si accontenta di marcare il proprio territorio come un gatto; per poi prepararsi a perdere infallibilmente la guerra con l’aria di chi dice: «io ce l’ho messa tutta». E che razza di ambizione sarebbe questa? Un’ambizione da mezze cartucce, una vocazione ad essere minoranza, pervasa da un’intima certezza di sconfitta che si cerca di soffocare con le spacconate: se v’inabissate nel profondo della destra identitaria ad un certo punto – non potrete sbagliarvi – sentirete sempre un odore di muffa e un profumo di crisantemi.

E che dire poi dei berlusconiani «perbene», cioè di quelli riabilitati dalla grande stampa, sempre da un punto di vista berlusconiano? Ma che sono anch’essi una palla al piede, naturalmente. Sentite cosa dice Quagliariello, rivolgendosi agli italoforzuti: «Chi propone la ricostruzione dell’area moderata deve prima rispondere a queste domande: con Merkel o con Le Pen? Con l’Europa o contro? Nell’Euro o fuori?». In pratica l’esponente Ncd, tutto contento di mostrare la sua sciocca e astratta ortodossia, vorrebbe che Berlusconi si tagliasse gli zebedei: che non solo facesse una scelta di campo europeista (peraltro mai sconfessata da Berlusconi) ma che la facesse in modo così reciso da non poter poi più parlare politicamente all’elettorato marcatamente di destra. In pratica, cioè, Berlusconi dovrebbe fare lo stesso errore che condusse al suicidio la Dc. Il fatto curioso è che il liberale Quagliariello adora la figura del generale De Gaulle, cui ha dedicato studi e libri: sì, proprio lui, l’artefice della Quinta Repubblica francese, che «perbene» non fu mai, e che negli anni ruggenti della sua avventura politica fu considerato dalla sinistra italiana un fascista o quasi.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (172)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA DEMOCRAZIA DI TWITTER 31/03/2014 Speriamo che qualcuno cominci a capire. Anche perché era facilissimo capirlo senza dover per forza sorbirsi le dure smentite della storia. Ma niente, leggere la realtà di un paese scosso da fremiti confusi di libertà attraverso i social networks, megafoni di un giovane ceto urbano spesso benestante e distante mille miglia dalle plebi dei villaggi, e partecipare da lontano all’atmosfera eccitante della rivoluzione in diretta era troppo seducente per gli accidiosi democratici occidentali. Era un miraggio, ma perfino la politica estera da questo miraggio si è fatta rapire. E così, mentre in Egitto un «laico» dal pugno di ferro come al-Sisi, già oggetto di manifestazioni di “culto della personalità” che avrebbero fatto morire d’invidia il pacioso Mubarak, si prepara con tutta calma ad essere regolarmente eletto Faraone, dalla Turchia giungono notizie che il «Sultano» Erdogan, promosso piuttosto repentinamente negli ultimi tempi dai nostri media a sanguinoso autocrate dopo anni di benevola attenzione verso un fenomeno politico dipinto come un esempio di riuscito compromesso fra islamismo e modernità, ha vinto nettamente le elezioni amministrative che dovevano sancirne la fine. Degli scandali e delle repressioni il popolo turco non sembra aver tenuto gran conto, quello verace dell’Anatolia se ne è anzi infischiato alla grande.

IL CONSIGLIO COMUNALE DI TORINO 01/04/2014 Il Consiglio comunale della prima capitale del Regno D’Italia ha revocato la cittadinanza onoraria al Duce Benito Mussolini. Il fatto è di tale momento che l’animo mio è stato subito lacerato da dubbi atroci, mai prima provati: può un uomo restare veramente cittadino onorario per sempre, anche dopo aver esalato l’ultimo respiro ed essere stato inumato con tutti i crismi? E a coloro che mi rispondessero che la cittadinanza onoraria è solo un’onorificenza, e che quindi il dubbio non è pertinente, porrei allora un altro possente quesito: è possibile strappare una medaglietta dal petto di un morto? Son certo di non essere il solo a porsi queste domande: di persone responsabili è ancora piena la nostra povera Italia, nonostante tutto. Pare invece che il capogruppo del Pd in consiglio comunale Michele Paolino preferisca riflessioni di cortissimo respiro come questa: «la Città sana un vulnus che durava da 90 anni, dimostrando quanto Torino sia legata profondamente alla sua storia e alla sua identità antifascista». Di cortissimo respiro perché son sicurissimo che anche novant’anni fa non mancò in quel di Torino qualche maggiorente spinto da un nobile zelo a vantare la profondissima e naturale affinità della città con la nuova identità fascista.

MATTEO SALVINI 02/04/2014 E’ noto come il segretario della Lega si compiaccia di non mostrarsi mai particolarmente elegante nei suoi ragionamenti. Spesso è brutale, ma è la brutalità – si lascia intendere – di chi va dritto al sodo con terragna intelligenza ed è pieno di sollecitudine per il popolo. «C’ho il popolo che mi aspetta e scusate vado di fretta», cantava il terrone Pino Daniele qualche decennio fa, e vide nel futuro, sbagliando solo l’accento. Possiamo perciò immaginare con quale piacere l’altro ieri a “Radio Capital” Matteo abbia annunciato una sua nuova luminosa idea: «Si deve controllare e tassare la prostituzione; porterebbe 4 miliardi di euro con i quali potremmo pagare le rette degli asili nido». Con questa alzata d’ingegno vecchia come il cucco – tassare il vizio per finanziare le buone opere – Matteo è convinto di sedurre una bella fetta di popolo laborioso e tartassato. Io però non sarei così fiducioso. Perché, al netto dello stile, l’idea è in fondo politicamente correttissima. Da anni i politici stanno raschiando il fondo del barile con tasse ad alto valore etico aggiunto pur di infinocchiare una ciurma sull’orlo dell’ammutinamento e pronta ormai a fiutare l’imbroglio anche quando magari non c’è.

LA PROCURA DI BRESCIA 03/04/2014 Farebbero ridere anche se fossero veri. Cosa? I terroristi e i carri armati, i terroristi coi carri armati. Non si potrebbe immaginare un mezzo più stupido per portare a termine imprese caratterizzate necessariamente da segretezza, rapidità, dissimulazione, tempismo. Certo, potrebbe restare in piedi l’ipotesi dell’attacco suicida contro un’inespugnabile fortezza dell’oppressore: ma prima bisognerebbe caricare il bestione cingolato su un camion di non piccola stazza, trasportarlo sul luogo del delitto e farlo scendere a terra facendo finta di niente, così, fischiettando, tra il divertito stupore del popolo, e non la vedo niente affatto facile. Oppure tutto si potrebbe spiegare, per l’appunto, per dirla con la procura, con il gusto per «un’azione eclatante», come quelle delle Femen, ad esempio, che tanto piacciono alle gazzette democratiche. Ma per gesta del genere il carro armato non va affatto bene. Ci vuole una pala meccanica blindata: in una parola il Tanko, il mitico crossover veneto lanciato nel 1997 a Venezia, in Piazza San Marco. Il Tanko 2 è stato completato un anno e mezzo fa ma non è mai entrato in produzione. Lo sappiamo perché sono anni che i Serenissimi sono spiati ed intercettati dagli agenti della controrivoluzione, che finora si sono divertiti assai. Poi è arrivato il «plebiscito» e questi ultimi si sono sentiti in dovere, con un po’ di rimpianto, di vedere il lato oscuro, inquietante e sicuramente deviato dell’epopea del Tanko.

MASSIMO CACCIARI 04/04/2014 «Di indipendentismo veneto parliamo da vent’anni e sinceramente ne avrei piene le tasche. Riemerge ora? Ma riemerge come farsa, in mano a un gruppo di malati mentali». Non dovete pensare che il famoso filosofo della laguna veneta volesse offendere più del dovuto gli incolti tankisti dell’entroterra con questi termini grevi tratti da un’intervista all’Huffington Post. Per lui dare del «malato mentale» a qualcuno significa semplicemente dargli del «citrullo» o dell’«ignorante», ma con la paterna comprensione che si usa coi bambini o coi villici, magari accompagnando l’apprezzamento con un pizzicotto sulla guancia. Mi sovviene or ora che anch’io ho usato qualche volta le stesse simpatiche parole in questa rubrica, e non parliamo poi di come mi piaccia riciclare in continuazione epiteti come «deficiente», «ebete» o «babbeo», autentiche colonne dell’estetica del sottoscritto. No, il problema …è un altro. Eh sì! Il problema è che Massimo (Cacciari) quando parla di politica usa da decenni, invariabilmente, un registro tutto suo, che ormai potremmo a buon diritto definire cacciariano, a metà tra l’annoiato e l’apocalittico. Massimo non parla, sbuffa, e sbuffando come un dandy adombra scenari da tregenda. Perciò nell’intervista dice ancora: «L’Italia era malata vent’anni fa, e invece di curarla hanno deciso di aggravare la sua condizione. Ora le sue condizioni sono gravissime e la situazione intollerabile.» E se non bastasse continua: «Per loro [i veneti], che hanno conosciuto il vero benessere, è come cadere dal quinto piano. Questo malessere può prendere derive folli ma non è, ripeto, colpa degli indipendentisti se coloro che tentano di fare un discorso federalista vengono puntualmente presi a calci nel sedere. Per forza di cose poi il sentimento antistatalista e secessionista prende piede.» Suvvia Cacciari, non sia sempre così scoglionato e tragico. Cambi canzone. Vedrà che cominceranno ad ascoltarla. Certo, poi le sarà più difficile sbuffare. Ma non si può avere tutto nella vita.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (157)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 16/12/2013 Nel suo primo discorso da segretario della Lega Matteo doveva spararla grossa e l’ha sparata nel più frusto dei modi: «L’Euro», ha detto infatti, «è un crimine contro la nostra umanità». Ha anche aggiunto che per l’indipendenza della Padania i suoi sono pronti a disubbidire: «abbiamo centinaia di sezioni pronte a essere centri di lotta e di controinformazione». “Crimini contro l’umanità”, “centri di lotta e di controinformazione”: dovete capirlo, Matteo usa questo linguaggio da soldatino dell’antagonismo perché il suo cuore in gioventù fece in tempo a battere per l’estremismo rosso, tanto che alle elezioni del Parlamento Padano del 1997 fu il candidato dei Comunisti Padani. Dal Comunismo Padano al Socialismo Nazionale Padano non c’è che un passo e infatti col tempo Salvini è diventato un forzanovista padano meno tradizionalista, acculturato e romantico di quelli italici. E con queste premesse Matteo non poteva che essere, naturalmente, anche il più antiberlusconiano dei leghisti.

EUGENIO SCALFARI & BARBARA SPINELLI 17/12/2013 Cronache esilaranti dall’Olimpo dell’Italia Migliore. Svelenito dall’espulsione dal parlamento del Pregiudicato, Eugenio Scalfari si è ormai abbandonato senza più infingimenti a quello spirito termidoriano che tanto si addice alle barbe dei vegliardi giacobini. E’ diventato lettiano, e perfino su Alfano non sputacchia. Per Travaglio e Grillo mostra invece il solito disprezzo e per le intemperanze di Renzi aperta insofferenza. E’ così disgustato da questa brodaglia di demagogia e velleitarismo che nell’attaccare il cripto-grillismo della sua carissima collega e amica Barbara Spinelli non esita a richiamare dall’oltretomba il fantasma del suo illustre padre. Toccata sul vivo dal cattivo gusto di questa scomunica, la sua carissima collega e amica accusa il perfido nonnetto di “violenza”. In quanto al Movimento 5 Stelle, afferma che va ascoltato: «non è solo l’Italia peggiore che ha votato per lui a febbraio.» Dice proprio così (mi son quasi commosso): «l’Italia peggiore». E chiude con queste parole: «è inutile e quantomeno scorretto accusare Grillo di condannare alla gogna i giornalisti, quando all’interno d’una stessa testata appaiono attacchi di questo tipo ai colleghi». Che è come dire – quantomeno – che per certe pratiche non proprio simpatiche si ispirano tutti alla scuola de “La Repubblica”.

ENRICO LETTA 18/12/2013 «Nonostante molti fuori da qui non ci credessero, abbiamo mangiato il panettone e se continuiamo a lavorare bene contiamo di mangiarlo anche il prossimo anno». Così ha detto ieri un gasato Enrico Letta rivolgendosi ai dipendenti della Presidenza del Consiglio. La convivialità del discorsetto è stata un po’ infelice visti i tempi di magra, e difatti è stata subissata dai fischi del popolo del web, ma io, che non sono malizioso, non me ne sono affatto scandalizzato. Anche perché, lo ricordo agli indignados di giornata, il panettone è ormai da decenni il più plebeo ed economico dei dolci e dei piatti natalizi, e forse l’unico lusso commestibile a portata dei morti di fame nei giorni delle feste. Ma non capisco proprio in cosa consista la grande impresa della squadra di Letta. Il suo governo è figlio delle larghe intese, è stato benedetto dal Presidente della Repubblica, da Bruxelles, dai Vescovi, da Confindustria. Ciononostante non ha combinato un bel nulla. E’ questa per lui è stata una rivelazione. Perché ha scoperto come fosse possibile nei momenti di crisi puntellare la propria posizione senza muovere un dito, lasciando che fossero i partiti a logorarsi fra di loro. E’ stata una riscoperta dell’arte resistenziale democristiana. A Letta son bastati appena otto mesi (scarsi) per deliziarsene.

CHARLOTTE GAINSBOURG 19/12/2013 A detta dell’attrice francese, sul set di “Nymphomaniac”, l’ultima opera del noto malato di mente Lars Von Trier, le cose funzionavano sostanzialmente così: «Io e Shia Labeouf, Stellan Skarsgård, Willem Dafoe, Uma Thurman e Stacy Martin (…) non abbiamo mai fatto sesso davanti alla cinepresa. Ho accettato di mostrarmi nuda, ma per le scene più spinte entravano in azione le controfigure (…) c’erano due cast completi – noi attori tradizionali e loro attori porno – che si alternavano continuamente». E’ consolante per noi mortali scoprire questi residui di doppiezza borghese in gente di così larghe vedute. Se all’arte di questi bolsi e noiosissimi aedi della trasgressione è lecito sacrificare ogni pudore perché non partecipare in pieno alla grande impresa? Ci si vergogna forse della grande arte del grande maestro? Subappaltare copule ed eiaculazioni a dei professionisti del sesso è forse più dignitoso che esibirle schiettamente in prima persona, una volta che si è avallata la magnifica operazione? Non ci siamo proprio. Non capisco proprio come Lars possa sopportare questa gentucola. O forse anche lui è un filisteo.

L’ANCI 20/12/2013 Mettiamo che sia vero. Mettiamo che, come dice il presidente dell’Anci Piero Fassino, la legge di stabilità «configura una secca ed inaccettabile riduzione delle risorse a disposizione dei Comuni con gravi ed inevitabili conseguenze sulla erogazione dei servizi ai cittadini e sulle condizioni di vita di milioni di persone e di famiglie». Ma sono vent’anni ormai che lo stato è incatenato al proprio debito pubblico, è da un lustro che siamo piombati nella Grande Recessione, ed è da un bel pezzo che tutti hanno capito che agli enti locali è stato chiesto di arrangiarsi fino a nuovo ordine per il bene della patria. E anche se fosse ingiusto, a che serve ogni volta lagnarsi dell’inevitabile? I brutti tempi servono per farsi venire buone idee. E la necessità aguzza pure l’ingegno dei cretini. Non posso credere che in una così valorosa associazione, rappresentata da un Presidente, un Segretario Generale, un Ufficio di Presidenza, un Consiglio Nazionale, un Comitato Direttivo, un Comitato di Indirizzo Scientifico, e organizzata intorno ad una trentina di Uffici e Dipartimenti vari, una ventina di Commissioni, una ventina di Sedi Regionali, ecc. ecc., non ci sia gente in grado di raccogliere la sfida e con una voglia matta di far vedere a quei cazzoni del governo cosa sono capaci di fare, loro, con le misere risorse a propria disposizione.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (116)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 04/03/2013 Tra i leghisti che hanno festeggiato in piazza a Milano il neo-presidente della regione Lombardia Roberto Maroni, non poteva mancare il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini. Perché lo sia è sempre stato un grande, inesplicabile mistero. Altri esponenti leghisti hanno abbinato l’incontinenza verbale alla furbizia e alla ragionevolezza politica. A lui non è riuscito nemmeno quello. La sinistra ha sempre riposto molte speranze nei leghisti oltranzisti, che la odiano, ma che sono anche i più facili da infinocchiare, giacché su molte cose la pensano esattamente come l’Italia Migliore. Matteo non ha mai potuto vedere i berluscones. Fosse stato per lui alle regionali la Lega sarebbe andata da sola. Poi Silvio ha messo fine alle bambinate, ha fatto la sua offerta, Roberto ci ha pensato cinque secondi, ha detto OK, e Matteo è tornato a cuccia. Ora lo spaccone può a giusto titolo gioire. Attingendo nell’ebbrezza della vittoria dal romanesco, ha detto: «Se abbiamo vinto è perché ci siamo fatti un mazzo così, alla faccia dei rosiconi della sinistra.» Per poi concludere, beato: «Siamo qui a festeggiare, ma da domani tutti a lavorare per questa nuova grande avventura. Mentre gli altri litigano per mettersi insieme, noi siamo già a posto. A Roma lasciamoli litigare, noi siamo un’altra cosa, siamo la Lombardia». Lui è fatto così. Non svegliatelo: fareste di quest’uomo un’infelice.

ILVO DIAMANTI 05/03/2013 Il professore è da tempo convinto che il berlusconismo sia finito. A sua detta, le ultime elezioni hanno clamorosamente confermato tale certezza. Non c’è stata nessuna rimonta: l’emorragia di voti che il Pdl ha subito rispetto alle precedenti competizioni elettorali è enorme e le tabelline preparate dal professore, alle quali per rispetto della mia intelligenza non ho dato nemmeno un’occhiata, sono lì a dimostrare la disfatta. Quando folleggiano gli scienziati fanno così: mettono in fila un numeretto dietro l’altro, implacabili, pur di non fare un ragionamento serio, ed elementare. Tipo il seguente. Berlusconi era dato per morto dopo l’incoronazione di Monti. Solo verso l’estate, quando il governo di Supermario si era ormai del tutto arenato, e aveva scassato non poco gli zebedei al popolo, il cadaverico Pdl aveva ripreso un po’ di colore, ma tutti lo davano ancora per morto, Galli della Loggia in primis, nonostante i sondaggi non fossero disastrosi. Poi vennero le campagne d’autunno dei giustizieri in Lazio e Lombardia. Tre mesi fa il Pdl era già dentro la cassa da morto pronto per la sepoltura. In questo lasso di tempo il Cavaliere è riuscito a: rivitalizzare il Pdl; rimettere il piedi la coalizione (questo ve lo siete scordato, vero?); prendere, nonostante la concorrenza del centro montiano e la conquista grillina di un quarto dell’elettorato, il trenta per cento dei voti; vincere al senato in molte regioni importanti e non solo nel mitico Ohio; vincere le regionali in Lombardia; e mancare la presa della Camera per un pugno di voti: sarebbe bastato qualche astenuto o un Giannino in meno. Ora che al centro non crede più nessuno, nemmeno Schauble, e nemmeno Bagnasco; ora che il Pd, sentendo sul collo il fiato grillino, ha una mezza voglia di tornare partito di lotta; ora che per i figli delle stelle-senza storia-senza età-eroi di un sognoooo le vacanze sono finite; Berlusconi annusa perfino aria di vittoria e in cuor suo sta già attendendo sulla soglia di casa il ritorno di una legione di prodighi figlioli. Se non fosse per l’intervento della solita cavalleria giudiziaria, caro Ilvo, ci sarebbe da spararsi.

MASSIMO GRAMELLINI 06/03/2013 La neo-capogruppo dei grillini alla Camera scrisse sul suo blog lo scorso 21 gennaio queste parole: «Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia.» Non ci trovo un’apologia del fascismo. Più che scandalose sono parole rivelatrici del profondo sentimento anti-liberale, statolatrico e millenarista che anima molti militanti del M5S, in contrasto peraltro con una fetta non trascurabile del suo ancor confuso elettorato. Il guaio purtroppo per gli imam della nostra società civile è che questo discorsetto sbilenco contiene una verità assai sgradevole: i tanti cromosomi di sinistra del fascismo. La Lombardi in una frase sola ha messo ingenuamente insieme le due parole fatali: «socialismo» e «nazionale», che sposate fanno socialismo nazionale, e che tradotte in tedesco fanno nazional-socialismo, l’ideologia propugnata dal partito fondato da Hitler, il «Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori», una denominazione che a quei tempi a molti doveva suonare innocua, perfettamente naturale, e perfino progressista. A quasi un secolo dalla nascita del fascismo se ne potrebbe parlare tranquillamente. Ma all’opinione pubblica non è ancora concessa la libertà conquistata a fatica dai chierici. La ridicola retorica resistenziale, con la sua cattiva coscienza, è sempre lì pronta a silenziare il «dibattito», spesso con anatemi grossolani. Ma a volte con metodi più vellutati. Così l’opinionista e scrittore Massimo Gramellini si è detto sicuro che la signora Lombardi presenterà ad horas le sue scuse e le sue dimissioni. Voleva essere un’indignazione condita d’ironia, secondo i dettami dell’arte della «leggerezza» che oggi furoreggia tra i vagheggini engagé. Invece è un riflesso pavloviano. Davvero.

ROMANO PRODI 07/03/2013 Allora è vero: Romano in questi ultimi tempi è stato davvero in giro per il mondo. Io non ci credevo troppo. Io credevo che i «prestigiosi incarichi» di respiro internazionale fossero per eccellenza delle splendide sinecure. Invece un pochettino almeno ti tocca trottare. E’ un sogno che svanisce: troppa fatica, non fanno per me. Dicevo di Romano, che è stato in giro. Infatti, lui, che è uno spietato ripetitore di formulette in voga, è rimasto a quelle di qualche tempo fa. Interrogato sull’attuale situazione politica, ha detto: «Bisogna abbassare i toni. Se tutti urlano, non si può dialogare.» E’ un pezzo che non sentivo più parlare di «abbassare i toni». Due o tre anni fa ci spaccavano gli orecchi con gli inviti ad «abbassare i toni». La sola espressione aveva in sé qualcosa di taumaturgico. Poi la febbre è andata scemando. Ma lui che ne sapeva? Era in Cina, era in Africa, a vigilare sulle sorti del mondo. Se lo fanno presidente della repubblica si rimetterà linguisticamente in carreggiata in un battibaleno. Sarà dura sopravvivere.

FUTURO E LIBERTA’ 08/03/2013 Il partito che ha bruciato le tappe, lasciandosi con la velocità della luce un grande futuro dietro le spalle, non pensa, almeno ufficialmente, di smobilitare. Nelle prossime settimane, annuncia, sarà avviato «un ampio confronto che si concluderà con un’assemblea di fondazione che vedrà protagonista una nuova generazione e un nuovo gruppo dirigente». Per un club che alle elezioni ha ottenuto lo 0,4% dei voti mi sembrano propositi ambiziosi e incoraggianti. Anche troppo. L’accorto ex senatore Euprepio Curto ha già detto sibillino che bisognerà «andare oltre». E infatti secondo me non hanno alternative: dovranno mettere annunci sui giornali al fine di reclutare personale sufficiente a condurre in porto l’impresa.