Il miope Salvini e l’irresponsabile Mattarella

Mattarella SalviniForse a causa dell’abitudine degli abitanti della penisola di fottersi a vicenda, una delle caratteristiche peggiori dello spirito italico è l’incapacità di pensare politicamente in maniera lineare; cosicché la barbara e stolida sensatezza dello straniero ha avuta spessissimo la meglio sul nostro genio contorto: è per questo che nel mondo si ride molto di noi. Salvini ha in mano la possibilità di diventare premier ma si sta facendo sfuggire l’occasione con scelte cervellotiche e contronatura, dettate in parte dall’impazienza e in parte dalla convinzione tutta italiota di essere il più furbo di tutti o dalla preoccupazione di non volerlo essere meno degli altri: chiare manifestazioni della sindrome tipica degli imbecilli nostrani di qualche ambizione.

Tutti i sondaggi, compresa l’aria che tira, danno il centrodestra in netta ascesa da quel già buon 37% (inimmaginabile solo qualche tempo fa, quando lo stesso centrodestra era dato per morto dai gazzettieri di regime) che gli ha permesso di ottenere la maggioranza relativa alle recenti elezioni. Ma lui niente. La tentazione dell’inciucio coi neo-giacobini grillini pur di metter mano sulla torta del potere e inconfessabilmente di liberarsi dei suoi alleati, o di fagocitarli, è troppo forte, anche a costo di fare il socio di minoranza della nuova compagine governativa, nella prospettiva di giocarsi poi coi grillini l’intera posta alla prossima tornata elettorale.

Alla via maestra suggerita dal buon senso e dalla correttezza istituzionale di chiedere l’incarico per formare un governo di centrodestra che andasse poi alla ricerca di una maggioranza in parlamento, via promossa da Berlusconi fin dall’inizio delle consultazioni, Salvini si è acconciato di mala voglia solo dopo che le altre vie esplorate erano fallite. Il tentativo era assai difficile ma la richiesta era assolutamente legittima e doveva essere esaudita. Mattarella, irresponsabilmente ma non del tutto sorprendentemente, vi si è opposto. Mattarella è un personaggio che brilla per una sua speciale non aurea mediocrità che gli mette in bocca stupefacenti banalità tratte dal bignamino del pensiero laico & repubblicano dell’Italia nata dalla Resistenza, biascicate con lo stile sommesso del democristiano di sinistra perfettamente irregimentato. Per queste rare qualità gli si tessono naturalmente molti elogi. Ricordate quella macchietta seriosa chiamata Monti? Arrivò fra di noi mortali salutato come l’Angelo della Sobrietà e della Competenza, ma quale uomo di governo si rivelò una schiappa memorabile. Mattarella per mediocrità e inadeguatezza invece si è già montato la testa, come provano i suoi recenti spropositi su Einaudi.

Del rifiuto di Mattarella Salvini non si è doluto più di tanto, al contrario di una Meloni che avrebbe dato furente un bel calcio sulle palle al presidente della repubblica, come ogni spirito fine e maschile può cogliere leggendo fra le righe di una lettera indirizzata dalla prima Sorella d’Italia al direttore del Giornale. Anzi, ringalluzzito dalla scorrettezza di Mattarella, si è rituffato nel tentativo di portare a compimento il malsano connubio contronatura leghista-pentastellato fallito in prima istanza, contando sul fragile collante sentimentale della comune credenza nei poteri taumaturgici della superstizione sovranista. Chi si mette in bocca espressioni come establishment globalista dovrebbe capire che in realtà parla di una forma di sovranismo di respiro internazionale, che conculca le libertà particolari e individuali. Credere di combattere questo sovranismo con forme nazionali di sovranismo è un errore che cambia solo le forme esteriori della malattia. Inoltre, sia i fautori del tanto odiato partito tecnocratico globalista sia i grillini, nonché certi nostrani tracotanti sostenitori del sovranismo, si servono abbondantemente della retorica qualunquista della fine della contrapposizione fra destra e sinistra, cioè alimentano quel caos e quella mancanza di chiarezza che sono funzionali ai disegni di chi vuole manovrare sudditi ed elettorato.

Un Salvini uscito dallo stato di ebbrezza dovrebbe invece capire che le strade da battere sono solo due: riformulare la richiesta dell’incarico per formare un governo di centrodestra; in caso di probabilissimo diniego chiedere nuove elezioni. Salvini, insieme al M5S e FdI, ha tutti i mezzi per sfiduciare l’ennesimo governo del presidente, tanto più che anche la FI del riabilitato Berlusconi avrebbe tutte le ragioni per vedere di buon occhio nuove elezioni. In ogni caso, per quanto volesse tirarla per le lunghe, anche un governo del presidente di scopo non potrebbe durare più di una manciata di mesi, utili solo, probabilmente, a rinforzare il sentimento anti-elitista e a cementare l’ipotesi di un nuovo bipolarismo M5S (ed eventuali satelliti) – Cdx.

Un Salvini sobrio e che pensi sanamente in grande dovrebbe capire che un Berlusconi vivo e vegeto con una FI in salute gli potrebbero fare da utile copertura in Europa e nella politica estera in generale. Si ricordi che il suo amico Orbán è a capo di un partito che fa nominalmente parte della famiglia popolare europea; che l’Ungheria anti-Soros fa parte dell’Unione Europea e della Nato; che i suoi amici liberal-nazionali austriaci hanno fatto un governo coi popolari del neo-cancelliere Kurz; che la battaglia contro questa Europa e questo Occidente anticristiani e neo-giacobini, rinnegatori di se stessi, e contro il sovranismo globalista che passa per liberale, va fatta attraverso una fronda intelligente, che sappia tessere alleanze e creare massa critica, in nome della stessa Europa e dello stesso Occidente, non attraverso le rodomontate del sovranismo nazionalista tutto chiacchiera e distintivo che risponde alla malattia con la malattia; che l’Italia per il suo peso economico e demografico potrebbe diventare leader di fatto di questa fronda intelligente fondamentalmente cattolica che metterebbe insieme il nostro paese, l’Austria, l’Ungheria, la Cechia, la Slovacchia, la Polonia, con una testa di ponte germanica in Baviera; che l’europeista Berlusconi è un amico di Putin e uno dei pochi politici europei veramente amati in Russia, il che potrebbe regalare all’Italia un ruolo di mediazione fra Russia e Occidente. E lasci stare i pasticci col M5S che forse non sarà comunista ma che comunque rimane un partito statalista, giacobino, antimafioso di professione, pro gender, pro centri sociali, anticristiano, eco-pauperista; il che costituisce oggi il massimo del comunismo possibile senza essere marxisti.

 

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Il connubio contronatura e il patto del Nazareno.

Di-Maio-Salvini-960x576Il cosiddetto patto del Nazareno fu un accordo stretto alla luce del sole nel 2014 tra Renzi e Berlusconi al fine di portare a termine alcune riforme costituzionali. Non costituiva in alcun modo un’alleanza politica. La collaborazione in materia finì un anno dopo, ai tempi dell’elezione di Mattarella a presidente della repubblica, a causa della ben collaudata natura fedifraga e manipolatrice del politico Renzi. Su questo accordo ebbe occasione di esercitare la sua arte contorta e sospetta la mentalità complottistica propria delle sette e delle famiglie politiche ideologizzate. In primis, la legione grillina. Ma anche certi settori della destra più ottusa, la quale è notoriamente e tristemente adusa a credere, per affinità antropologiche, a metà dei miti della narrazione politica della sinistra giacobina. Si favoleggiò perciò di clausole segrete e di altre perle di paccottiglia complottistica.

Il patto del Nazareno conobbe una seconda vita, senza aver dismesso la prima, ai tempi del Rosatellum, la legge elettorale promulgata alla fine del 2017. La legge e la realtà tripolare illustrata dai sondaggi politici rendevano però quasi certo un esito elettorale senza vincitori assoluti. E allora si ricominciò a favoleggiare su un tacito accordo tra PD e FI per convolare a nozze dopo il voto al fine di costituire una maggioranza di governo. Tale ipotesi, però, a dispetto del bombardamento propagandistico dello svariato fronte anti-berlusconiano, non aveva nessun fondamento reale. Questo nuovo patto del Nazareno fatto alle spalle degli elettori, che s’imputava in via preventiva al Cavaliere, mancava di presupposti perché implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli,  un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse. Era una balla spaziale propagandata da forze politiche e giornali per i propri interessi di bottega o per cattiva coscienza. I sondaggi davano allora il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20% il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.

Ma chi lo denunciava con cattiva coscienza adesso tenta di farlo: chi ha cattiva coscienza accusa sempre gli altri dei crimini che gli sono connaturati. Il leghismo professato dall’ala militante del partito – quello che oggi ha sposato per esempio i dogmi caricaturali del sovranismo alle vongole – ha sempre avuto la tentazione di scrollarsi di dosso Berlusconi e i forzisti. Ma mettendo – di fatto – in pratica ciò alla prima occasione tale leghismo dimostra la sua inadeguatezza a svolgere un ruolo di leadership capace di vedere le cose in prospettiva, e in sostanza, arrivato al crocevia decisivo della sua storia, sceglie di disertare, per mancanza di spessore culturale e politico, da quel ruolo di erede e definitivo artefice del conservatorismo politico italiano che il destino gli aveva offerto, finendo anzi nel suo miope e opportunistico settarismo per rinforzare le fondamenta della favolosa narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana.

Sull’opportunità sciaguarata di un connubio contronatura con una forza politica statalista, giacobina, anticristiana, la più vicina alle ideologie gender del progressismo liberal e cimiteriale allo stesso tempo, la più vicina alle ragioni dei teppisti dei centri sociali, e la più lontana dal popolo leghista meno politicizzato, Salvini dovrebbe riflettere bene. Tenga in conto quanto segue:

1) FdI pare si sfili dall’accordo. Se sarà così mezzo centrodestra non parteciperà al nuovo eventuale governo. 2) Con l’accordo che si profila si ritorna allo schema iniziale proposto dal M5S: grillini+leghisti. 3) Quindi è Salvini che si adegua nella sostanza a Di Maio. Chi glielo fa fare? 4) Con un rapporto di forze 2:1 a favore dei grillini come può Salvini pretendere di avere un leghista come presidente del consiglio? 5) Come può Di Maio, visto che di fatto il suo piano ha funzionato, concedere a un leghista la presidenza senza scatenare una rivolta fra i grillini? E una figura terza cosa sarebbe se non una specie di tecnico? 6) Il centrodestra ha vinto le elezioni, sia pure conquistando solo la maggioranza relativa, col 37% dei voti. I sondaggi lo danno oggi al 40% o quasi: Salvini vuole rischiare tutto questo ben di Dio del quale sarebbe leader per infognarsi in una dubbia avventura che fatalmente demoralizzerà l’elettorato di centrodestra preso nel suo complesso? 7) Vuole provare a fare una legge elettorale a doppio turno per scrollarsi di dosso gli alleati? Pensa forse che poi li riconquisterà tutti facilmente, visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? Le manovre machiavelliche sono tali appunto perché di rado hanno successo. I rischi si addicono ai disperati, non a chi ha il vento in poppa e le circostanze a suo favore. 8) Salvini è pazzo o è solo un mediocre inebriato dai suoi successi e dalla volontà di potere? 9) Si ricordi di Bitonci, la presunta nuova stella della galassia leghista, che grazie al suo stile «Io so’ io e voi non siete un cazzo», si è ridotto a fare opposizione nella città che aveva in mano, Padova. 10) La sola logica che può spiegare questo connubio contronatura è quella del patto Molotov-Ribbentrop, che com’è noto non portò bene a nessuno.

Il nuovo governo e il pericolo dell’utile-idiotismo sovranista

salvini_fondogrigio_1_fgSe l’analisi della situazione politica risulta tutto sommato piuttosto semplice, la soluzione per la formazione di un nuovo governo si presenta oltre modo difficile. Il M5S è il nuovo partitone egemone della sinistra senza se e senza ma; dall’altra parte c’è il centrodestra, che è una creatura berlusconiana, e che solo Berlusconi ha tenuto insieme per un quarto di secolo, con Salvini in pole position; in mezzo c’è il Pd che fondamentalmente paga la sua mancanza di identità politica. Un governo che abbia qualche sensatezza (politica, s’intende) si fa solo con le spoglie del Pd. Il M5S ha recitato la commedia per un po’, ma poi il veto, mai esplicitato, verso il Pd è caduto. Salvini invece si è fatto prendere dalla fretta di scomunicare il Pd, piuttosto di lavorare alla sua rottura stando semplicemente alla finestra senza esporsi. Il problema del M5S è che gli mancano molti seggi, e oltre a LeU (il partito che gli è più vicino spiritualmente e che non aspetta altro che un fischio) dovrebbe imbarcare almeno 3/4 del Pd (e satelliti): cosa ardua. Il problema del centrodestra è l’inverso: gli mancano molti meno seggi ma la differenza politica coi piddini è molto più grande. Renzi non c’entra. Lui, per sopravvivere, non può arrendersi né a sinistra né a destra. I fissati col nefando patto del Nazareno (creatura della mitologia antiberlusconiana di sinistra passato pari pari nella destra più ottusa) possono dormire sonni tranquilli. Salvini prenda nota, e invece di emettere imprudentemente veti sui piddini all’ingrosso, li metta di fronte all’incubo di un governo monopolizzato da giacobini puri e duri (M5S-LeU) e giacobini dalle buone maniere che tornano alla barbarie (i reduci dal Pd). Non si faccia intimidire dal bigottismo antiberlusconiano e si serva intelligentemente di Silvio, che gli può essere utile per agganciare la divisione dei responsabili anticomunisti e come copertura sul piano internazionale: impresa quasi impossibile, quasi.

Ci sono dei bei tomi a destra i quali affermano che un governo M5S-Lega non costituirebbe un tradimento degli alleati e degli elettori e che in ogni caso Berlusconi avrebbe tradito la Lega in passato appoggiando il governo Monti e il primo governo Letta, senza neanche parlare dei successivi inciuci col Pd. Sulla prima affermazione non mi soffermo tanto è peregrina: faccio solo notare che l’unico sicuro tradimento dentro il centrodestra fu quello perpetrato alla fine del 1994 dalla Lega ai danni del governo di centrodestra dopo otto mesi scarsi di legislatura, quando Berlusconi veniva colpito dalla raffica degli avvisi a scomparire ed era alle prese con la riforma delle pensioni, sulla quale fu lasciato solo per opportunismo anche dall’establishment economico (e dai giornali di riferimento) che la ritenevano necessaria: volevano incassarla senza pagare il dazio dell’impopolarità, come dimostrò l’appello di Agnelli e De Benedetti, fatto quando ormai la situazione stava precipitando. Sulla seconda dimostrano una certa smemoratezza degli avvenimenti. Per cui procedo ad una succinta ricapitolazione degli stessi.

Berlusconi soccombette al golpe Napolitano nel novembre 2011, dopo aver resistito praticamente da solo per mesi e mesi. Lo fece in modo intelligente, senza farsi travolgere dall’ira. Resistette fino all’ultimo, cioè fino a quando capì che non c’erano più margini ragionevoli per poter superare senza rischi una mozione di sfiducia. Ricordiamoci che la grande campagna di sputtanamento ad personam del 2010 aveva già causati smottamenti nella maggioranza berlusconiana, e che essa veniva già data per morta e sepolta verso la fine di quello stesso anno. Berlusconi diede le dimissioni senza farsi sfiduciare: l’assenza di una formale delegittimazione era un modo per restare legittimamente nel gioco politico. Molti cretinetti isterici di destra, invece, compresi quelli dei giornali che appoggiavano il centrodestra, avrebbero voluto che rovesciasse il tavolo per andare a nuove elezioni. Ipotesi assolutamente scervellata: primo, l’Italia era sotto ricatto finanziario e non era il caso di rispondere con atteggiamenti autodistruttivi; secondo, le elezioni sarebbero state disastrose per il centrodestra e di fatto lo avrebbero fatto scomparire politicamente. Quando non si può vincere, quando si è sotto il tallone di forze nazionali ed internazionali più forti è saggio piegarsi e prendere tempo, almeno fin quando è possibile farlo senza perdere la dignità, e non andare in cerca della bella e stupida morte.

Quanto alla divisione del centrodestra riguardo al governo Monti, essa non era altro, in sostanza, che una tacita divisione tattica. Il Pdl dava l’appoggio esterno al governo, mentre la Lega, che nella coalizione ha sempre svolto il ruolo di succhiaruote, mai volendo pagare dazio con scelte impopolari, stava all’opposizione: il centrodestra veniva a configurarsi più per necessità che per scelta come una coalizione di lotta e di governo. Ciò serviva a tenerlo in vita e a farlo uscire col tempo dalla sala di rianimazione. L’inettitudine del governo Monti lo agevolò e Berlusconi tolse per tempo l’appoggio a Monti poco prima della scadenza naturale della legislatura, e in vista delle elezioni del 2013 il centrodestra, a dispetto dei ferrei propositi  leghisti di segno contrario espressi in precedenza, si ricompose con tutta naturalezza. Il Berlusca fece una campagna elettorale da leone che trasformò quasi miracolosamente, grazie anche al boom grillino, in sconfitta la vittoria sul filo di lana di Bersani, predestinato trionfatore. Col Letta I fece lo stesso che con Monti.

Quanto al Letta 2, al governo Renzi e al governo Gentiloni parlare di sostegno di FI è una scemenza e una menzogna. Curioso: quando qualcuno da sinistra passa a destra è pagato dal Berlusconi; quando invece i traditori di Berlusconi passano a sinistra diventano agenti di Berlusconi. Anche in queste corbellerie certi sovranisti di destra dimostrano di essere succubi della propaganda di sinistra. Una delle cose più divertenti dei destrorsi sovranisti, spezzatori di reni, tutta chiacchiera e distintivo, è che almeno metà del loro cervello è stata colonizzata dal luogocomunismo sinistrorso, che essi nella loro debolezza intellettuale ripetono come pappagalli. Il senso storico-culturale dell’aut-aut di Di Maio a Salvini concernente gli impresentabili italoforzuti sfugge loro completamente. I giornaloni vogliono far fuori Berlusconi, i grillini vogliono fare fuori Berlusconi, e loro pure vogliono farlo, senza che la bella compagnia non li induca a pensare che forse c’è qualcosa non va nelle loro elucubrazioni. La Lega sola egemone nel centrodestra è il sogno dei giornaloni, della sinistra e anche di Bruxelles: è la forte ridotta lepenista, eternamente minoritaria ed eternamente sconfitta. E’ per questo che se l’alleanza di governo tra M5S e Pd non dovesse concretarsi, ai nemici di Berlusconi e di un centrodestra potenzialmente vincitore anche un governo di scopo M5S-Lega, in sottordine, potrebbe andare bene.

Ma forse costoro ambiscono ad impersonare la nuova frontiera dell’utile idiotismo: l’antiberlusconismo acceca. Solo chi si tappa gli occhi non può non vedere la vicinanza politico-culturale tra grillini e piddini. Non parlo di chi ha votato M5S – per buona parte un esercito di fessi o utili idioti – ma dei suoi militanti e del suo – chiamiamolo così – gruppo dirigente. I grillini sono i figli di Berlinguer e dell’immorale questione morale e quindi polli di allevamento del regime culturale sinistrorso: giacobinismo, statalismo, ecologismo cripto-religioso e insieme laicismo sfrenato anticristiano, gay pride ed economia a km zero, antifascismo resistenziale, manipulitismo rosso e antimafiosità di regime. Sono il precipitato del vecchio, altro che il nuovo. Sono il vecchio rimesso a nuovo, e stanno al Pd come i montagnardi stavano ai girondini. Per parte del Pd e del suo elettorato costituiscono tuttavia un richiamo della foresta fortissimo, giacché il Pd non è mai diventato socialdemocratico nel senso culturale del termine, non avendo mai fatta mea culpa, mai fatti i conti con la storia, e mai riabilitato la storia dei socialisti italiani. No, è diventato liberal cambiando etichetta ma senza rinnegare né Togliatti né Berlinguer. Per cui può sempre tornare indietro. Se Renzi oggi viene demonizzato come Berlusconi, non è perché Renzi somigli a Berlusconi, come vuole la nuova vulgata che trova anche tanti sprovveduti discepoli a destra, ma perché, molto più semplicemente, chi di anti-berlusconismo ferisce di anti-berlusconismo perisce. E’ la vecchia fenomenologia delle epurazioni comuniste.

E in conclusione: un M5S di governo può sempre riposizionarsi; abbandonare un po’ del suo estremismo chavista, e diventare un partito radicale di massa ultra-liberal e così unirsi in coito coi resti del Pd, alla stregua di un Podemos normalizzato. Ma i sovranisti alle vongole nel loro accecamento anti-berlusconiano (mutuato dal pensiero dominante, altro che dimostrazione d’indipendenza) non hanno voluto vedere nulla di questo; si sono incartati nella loro ideologica, caricaturale contrapposizione senza sbocchi tra sovranisti e globalisti, fino a diventare più putiniani di Putin, l’amico del loro odiato Berlusca: il quale Vladimir, al contrario di loro, il buon senso l’ha ancora sicuramente conservato, per quante sfumature russe si porti dietro.

P.S. Naturalmente qualcuno potrà pensare che Salvini voglia accordarsi col M5S al solo scopo di fare una nuova legge elettorale che preveda un sistema a doppio turno alla francese. Soluzione buona solo sulla carta. Tra alcuni mesi o tra un anno quale sarà il sentimento di un corpo elettorale alquanto ballerino, tanto più che sia quest’ultimo sia le formazioni politiche si adeguano sempre ai nuovi sistemi elettorali?

Il vero senso dell’aut-aut del M5S alla Lega

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MANIFESTO ELETTORALE 1953

Il Movimento 5 Stelle ha posto come pregiudiziale per un accordo di governo la Lega l’emarginazione, o meglio, la messa al bando degli impresentabili di Forza Italia e del loro impresentabilissimo leader Silvio Berlusconi. Lasciando da parte per il momento ogni considerazione politica in senso stretto, faccio notare che ciò che viene richiesto alla destra di Salvini è nient’altro che una scelta di campo antropologica,  una specie confessione di fede, consistente nel riconoscersi nei dogmi della vulgata di sinistra della storia dell’Italia repubblicana, al fine di farsi legittimare politicamente, ma solo al prezzo di entrare pure lui, buon ultimo, nell’area della dhimmitudine culturale che la sinistra ha sempre riservato a chi voleva sottrarsi a quella più dura della demonizzazione e della criminalizzazione.

E’ per questo l’Italia politica sembra perennemente sull’orlo di una guerra civile. Ma se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i settant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi scrisse:

«…è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad “abbassare i toni”, a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.»

Ma come nacque quest’idea, questa costruzione intellettuale, questa descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita? Il giorno di nascita preciso non è conosciuto, ma quello del concepimento sì: l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più veramente persa. La guerra l’avevano persa loro, i fascisti. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinse l’esercito delle beghine cattoliche (detto affettuosamente) inquadrate dal generale Gedda, soldato di Pio XII, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 65 anni fa, significava votare per l’onestà contro la corruzione, e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi convertita solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso veramente democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche laico non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

«Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.»

Ma nella Storia Deviata a farla da protagonisti, oltre alla corruzione, erano anche il nuovo fascismo, il golpe, i soliti disegni autoritari. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a quarant’anni anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni dai pasdaran della giustizia democratica:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…»

La paranoia collettiva della Storia Deviata ebbe naturalmente come obbiettivi da colpire anche le istituzioni. Non erano le pistole a sparare, ma l’opera di killeraggio era altrettanto efficiente. Vien da ridere a pensare al rispetto formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricordava qualche anno fa Giuliano Cazzola:

«Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze”. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.»

Ma proseguiamo il racconto. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe capitalista, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste. La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente. La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future. La terza conobbe due sviluppi, paralleli, i cui protagonisti furono solo all’inizio in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: il lancio della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo come garante della propria democraticità per dare compulsivamente del fascista al prossimo. Al millenarismo comunista (che succedeva al millenarismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la democrazia compiuta che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino, col corollario dei suoi provvidenziali nemici, evidentemente: non più intralciato dal marxismo, il giacobinismo ex-comunista poteva convolare a nozze col giacobinismo ex-azionista, e reimpostare la politica supremamente anti-politica del buono contro il cattivo.

Intanto in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea, normale, socialdemocratica da una parte e conservatrice dall’altra.

Fu il turno di Craxi allora di divenire un mostro. Ricordiamolo ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle mostrificazioni. Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Il bastian contrario Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo controcorrente, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

«Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista oltre che craxista?»

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

«Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’opinione, addirittura una tentazione autoritaria.»

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo dell’oggi apparentemente pentito Violante. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

«Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.»

Capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, con la complicità della magistratura democratica s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite: lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo-democratico craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi era stato lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare “per l’onestà contro la corruzione”, e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Si tratta di una malattia antica, già presente ai tempi dell’Italia liberale pre-fascista. Per tutto il novecento gli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il sistema democratico borghese sono stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal ministro della malavita Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere.

La spaziale fake news per cui il M5S degli ammiratori del pessimo Enrico Berlunguer, colui che avvelenò i pozzi della politica italiana col lancio dell’immorale questione morale, pur di non far i conti con la propria storia comunista, non sarebbe né di destra né di sinistra, e non invece quello che è, il nuovo partito di massa liberal-progressista-statalista-giacobino-anticristiano, è incredibilmente ancora in vita per due ragioni: 1) Grillo è stato bravo a imbrogliare le carte col suo vaffanculismo generalizzato per prendere voti a destra e a manca; 2) la sinistra italiana sostiene questa balla perché non vuole riconoscere nei grillini quei purissimi giustizialisti più puri degli altri che stanno epurando i post-comunisti piddini: chi di antiberlusconismo ferisce di antiberlusconismo perisce, e ciò è troppo doloroso ammetterlo. Salvini deve scegliere da quale parte della storia stare: quella della verità (e del vero cambiamento) o quella della menzogna?

[questo post è in buona parte il frutto della rielaborazione di vecchi materiali]

Tosi e Salvini, la brevissima ma veridica storia di due cime della politica

Fino a qualche anno fa Flavio Tosi era considerato uno dei capifila dell’ala più ruspante della Lega Nord. In tale veste aveva scalati i vertici del partito in Veneto, guadagnandosi nel contempo la fama di orco fra le anime belle del giornalismo progressista, le quali rappresentano, com’è universalmente noto, oltre che scientificamente provato, il novanta per cento dell’informazione. Flavio Tosi cominciò a scoprire le delizie del politicamente corretto quattro-cinque anni fa, quando la poderosa macchina del fango de La Repubblica, per nobilissimi e democratici motivi, si acconciò graziosamente ad usare contro Berlusconi la bomba nucleare dello sputtanamento puro e semplice, nobile esempio di giornalismo subito seguito diligentemente dalle illustri gazzette dell’Italia dell’ex triangolo industriale. Fu allora che Tosi cominciò a pensare veramente in grande, cioè ad immaginare se stesso come il futuro leader del centrodestra, e alla bisogna seppe agire come un democristiano di sinistra dei bei tempi andati, viscido furbacchione che allo scopo di conquistare il potere in casa sua era uso accreditarsi come politico aperto, responsabile e lungimirante presso la sinistra. Ed è così che in breve tempo Tosi divenne la faccia presentabile della Lega Nord. Di lui piaceva soprattutto l’intransigenza verso Berlusconi e il Pdl, caduti nell’ignominia. Nell’ignominia di lì a breve tempo cadde anche la Lega di Bossi, grazie all’intervento dell’artiglieria pesante della nostra solerte magistratura. Tosi ne approfittò per rafforzare il suo potere nel Veneto quale nuovo segretario della Liga Veneta, già pregustando il trono della Lega Nord tutta intera.

Senonché ai militanti puri e duri l’inusitato perbenismo di Tosi era diventato sospetto: Flavio riusciva a parlare con rispetto perfino di Monti, e con Passera, altro esemplare di fauna politica antropologicamente indigeribile per qualsiasi leghista ancora in salute, era in ostentati, cordialissimi rapporti. A ciò si aggiungeva l’ostilità dei lombardi, ai quali neanche la fratellanza padana avrebbe potuto far mandar giù l’amaro boccone di farsi fare le scarpe dai veneti. Cosicché al trono leghista s’insediò un lumbard ruspantissimo come Matteo Salvini, l’ex leader dei comunisti padani, la lista che alle prime elezioni del Parlamento della Padania nel 1997 prese la bellezza di 5 seggi su 210: ennesima conferma che in Italia la conquista del potere inizia quasi sempre con la militanza nei ranghi dell’estremismo di sinistra. Essere stato comunista, ancorché padano, fu per Matteo un vantaggio decisivo: primo, perché ogni comunista è un populista fatto e finito, ancorché faccia mostra di schifare il populismo, e questo gli consentì, sparata dopo sparata, di conquistare il cuore del popolo statalista-conservatore; secondo, perché il comunismo è per sua natura universalista, e questo lo agevolò nel buttarsi a corpo morto nel suo progetto di costruire una Lega Nazionale.

Bisogna riconoscere che la stampa di sinistra, compresa quella che passa per motivi sempre più misteriosi per centrista (come La Stampa, ad esempio), nel trattare queste vicende ha fatto con maestria il proprio dovere: prima ha lusingato Tosi, facendogli credere di essere una cima, come fece con geni quali Follini, Tabacci, o Fini; poi, vista la mala parata, allo scopo di annichilire il berlusconismo una volta per tutte, ha fatto a gara per dare al fenomeno Salvini, pur dicendone peste e corna, il massimo della pubblicità possibile; ed adesso, gongolando, si è rimessa a tifare per lo scissionista Tosi, nella speranza di vedere la sinistra vincere clamorosamente le regionali nelle ostiche terre della Serenissima. Le divisioni leghiste hanno però fatta la felicità anche di Berlusconi, non per il fatto in se stesso, che è negativo, ma a motivo del sempre più scoperto sconcerto del potenziale elettorato di centrodestra di fronte allo spappolamento dei partiti a destra del Partito Democratico; il quale Berlusconi ha preso perciò la palla al balzo per auspicare con forza, di nuovo, dopo tanto tempo, quell’unità del centrodestra che è il suo cavallo di battaglia dal momento della sua discesa in campo. Vuoi vedere che a forza di dividerlo e frammentarlo si finirà per ricompattare il centrodestra?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Perché Berlusconi non ha (ancora) un successore

Le reazioni di media e politici di area potenzialmente conservatrice ai risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria spiegano chiaramente perché Berlusconi è ancora il leader del centrodestra italiano: è infatti l’unico ad aver parlato schietto e con qualche grado di ragionevolezza; tutto il resto della ciurma si è abbandonato alla disperazione o al velleitarismo. Berlusconi ha ribadito ancora una volta la bontà del suo progetto politico originale: la riunione di tutto il centrodestra italiano, senza preclusioni di sorta. Primo: perché è sensato farlo; secondo: perché non c’è alcuna alternativa.

Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Ma sembra che a parte Berlusconi nessun altro abbia tratto le conseguenze di questa elementare verità; che nessuno abbia avuto veramente coscienza di cosa voglia dire affondare la piattaforma politica berlusconiana. Sembra invece prevalere l’insofferenza, l’incapacità di non farsi travolgere dalle delusioni, la voglia di far fruttare le rendite di posizione. Per andare dove? Verso l’irrilevanza, il nulla.

Qualcuno, ingenuamente, si è fatto perfino infinocchiare dalle lusinghe della grande stampa borghese, che all’elettorato conservatore aveva spedito questo messaggio gravido di promesse ineffabili: il berlusconismo è populismo; il berlusconismo è un’anomalia; ci si liberi di Berlusconi e finalmente anche l’Italia avrà un centrodestra perbene, normale, europeo. Si è ben visto, invece, cosa abbia significato l’indebolimento di Berlusconi: l’esplosione del populismo vero e proprio alla sua destra; e del perbenismo democristiano alla sua sinistra. Qualcuno, per frustrazione o per qualche altro meno nobile motivo, ha cominciato ad usare il linguaggio della sinistra, lagnandosi del padre-padrone Berlusconi. Ma dire che Berlusconi è (o è stato) il padre-padrone del centrodestra, oltre che una grossolana esagerazione, è anche un modo per dire che se Berlusconi è il perno attorno al quale ruota tutto il centrodestra, non lo è in virtù del suo, propriamente suo, progetto politico. Che così sia, invece, dall’altra parte l’hanno sempre capito benissimo, fosse solo per istinto.

E’ per questo che i media, che gli sono ostili quasi in blocco, hanno sempre amplificato non solo le divisioni all’interno del centrodestra, ma anche le avanzate elettorali dei leghisti a scapito (apparentemente) degli italo-forzuti. E’ assai divertente, per esempio, rileggere per l’ennesima volta, come se fosse la prima volta, e come se tutti l’avessero dimenticata, la storiella della Lega – il partito strutturato, legato al territorio e vicino alla mitica gente – destinata a mangiarsi Forza Italia, il partito di plastica. Quante volte abbiamo sentita questa profezia, poi puntualmente smentita dai fatti? Capisco benissimo che siano proprio i giornali ostili al centrodestra a lusingare Salvini in questa direzione. Sorprende, anche se non troppo, che anche in quelli vicini al centrodestra si flirti con quest’ipotesi, che farebbe la felicità del partito de La Repubblica.

Quali siano poi gli straordinari meriti della svolta lepenista, nazionale, di Salvini è difficile capire. Forse – ma è ancora tutto da vedere – quello di aver semplificato il quadro della politica identitaria a destra. La sua rimane comunque un’operazione di chi massimizza i vantaggi di una posizione di minoranza, infischiandosi del quadro generale. Non occorre intelligenza politica per fare una cosa del genere: basta l’istinto. Ma è la politica di un perdente, o meglio, di chi in cuor suo non pensa veramente in grande. In una parola, è ancora velleitarismo. Come quello di Fitto, la cui “rivolta” viene in questi giorni cantata dalla stessa stampa di sinistra che lusinga Salvini. E’ lo stesso Fitto che tempo fa metteva il broncio (il tipo è di una musoneria spaventosa) perché Berlusconi non era abbastanza brutale col traditore Alfano; mentre oggi, esattamente come Alfano, dice «mai con Salvini». Mentre Salvini dice «mai con Alfano». Dove vogliano arrivare queste cime, lo sa Iddio!

Ma non sono poi troppo diversi da loro i quattro gatti liberali che non hanno perdonato a Berlusconi – con tutti i suoi voti! – la mancata rivoluzione liberale. Dimenticano troppo facilmente la guerra a tutti i livelli che Berlusconi ha dovuto subire; il fatto che spesso la sua azione politica si è ridotta giocoforza al primum vivere (e che Berlusconi vivesse era …vitale); il fatto che spesso a remare contro erano gli stessi alleati e che le resistenze stavano anche dentro il suo partito; il fatto che spesso in realtà al popolo italiano (il popolo italiano vero, anche di centrodestra, non quello immaginato dai liberali) le ricette liberali in economia piacciono solo sulla carta; il fatto che lo stesso Berlusconi probabilmente non ha idee chiarissime e propositi ferrei, ma gli altri meno ancora di lui. Se anche fossero giustificate tutte le lagne dei liberali contro Berlusconi (e molte lo sono) ciò non significa che per dispetto bisogna cadere nell’irrazionalità, e cominciare a coltivare illusioni stranissime, a volte flirtando con soluzioni palingenetiche, come se dai cataclismi e dalle ceneri della vecchia Italia potesse spuntare all’improvviso quel paese d’elezione dove loro hanno sempre sognato di far politica; quel paese d’elezione che in realtà non esiste nemmeno in Europa.

E che dire di quei cattolici che adesso denunciano la svolta moderatamente libertina di Forza Italia, dopo che se sono andati lasciando il campo libero alla vecchia corrente liberal-socialista, e che fanno finta di non vedere che i partiti popolari europei cui dicono di rifarsi questo libertinismo moderato l’hanno abbracciato da anni, se non da lustri? Meglio stendere un velo pietoso.

La verità è che se all’orizzonte non si vede alcun successore di Berlusconi è prima di tutto perché non si fa avanti nessuno che sia veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine; cioè che dimostri quell’ampiezza di visione politica che è il miglior retaggio del berlusconismo, al di là di quegli aspetti pittoreschi (e a volte anche ridicoli, se vogliamo) che catturano l’attenzione dei pedanti, dei faziosi e dei mediocri.

[pubblicato su LSblog]

[RISPOSTA AD UN COMMENTO SU LSBLOG – Il fatto è che “per essere veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine”, oltre a non avere, auspicabilmente, i difetti di Berlusconi, bisogna anche avere, in un contesto come quello italiano, e per parlar chiaro, “due palle così” (scusate). Cioè qualcuno che, oltre a fare bei discorsi, sappia anche resistere al fuoco delle polemiche politiche, a quello dei media, e magari alle attenzioni della magistratura, nel momento in cui dimostrasse di voler veramente incamminarsi verso il progetto di un centrodestra “fusionista” aperto anche alla destra “identitaria” (tranne ovviamente gli estremisti fatti e finiti). Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, è che il berlusconismo rappresenta un tentativo di “normalizzazione” della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un riflesso animalesco, la damnatio memoriae). Il successo definitivo del progetto berlusconiano costringerebbe anche il resto dello spettro politico a normalizzarsi; spettro politico oggi diviso, non a caso, tra l’anomalia Renzi, sempre più simile ad una specie di veltronismo muscolare, e l’anomalia di una sinistra massimalista (compreso Grillo) di proporzioni nient’affatto fisiologiche. Dietro queste anomalie c’è tutta la nomenklatura (e a tutti i livelli) di quell’Italia “antifascista” che i conti con la storia non ha ancora veramente fatti. Davvero pensa che i personaggi dai lei citati saprebbero e avrebbero saputo raccogliere questa sfida, non dalle sale ovattate del quartier generale, ma sotto il fuoco delle pallottole?]

Rigenerazione nord-coreana

Matteo Salvini è tornato quasi rigenerato dal suo viaggio nella Corea del Nord insieme all’irresistibile senatore Razzi. Lì ha potuto fare un’esperienza fantastica: cinque giorni senza telefonino, senza Internet, senza Facebook, senza Twitter. Lì ha scoperto che tutti i ragazzini fanno sport: per strada, lusso che i nostri figli non si possono più permettere. Lì Salvini ha potuto constatare coi propri occhi che la fama leggendaria delle strade nord-coreane è assolutamente meritata: tutto fila splendidamente, non ci sono code né imbottigliamenti, e le automobili si tengono ad una distanza di sicurezza di almeno 200 chilometri l’una dall’altra. Lì Matteo non ha trovato traccia né di criminalità né di prostituzione. Lì Matteo ha incontrato l’ex calciatore che col suo storico gol ci fece subito tornare a casa durante il Mondiale inglese del 1966, e che fece della Corea la Caporetto dell’Italia calcistica: un Pak-Doo-Ik in forma splendida, asciutto come un ragazzino. E lì Matteo, fatto mirabile, ha trovato una pulizia da far schiattare d’invidia perfino quei fanatici di svizzeri: non una cartaccia che sia una ha visto per terra. E’ un peccato, però, che non ci abbia specificato se si trattasse veramente della nuda terra o se qualche ciuffo d’erba ne insozzasse ancora la superficie.

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Salvini e Quagliariello pari sono

Da un punto di vista berlusconiano la stampa berlusconiana non solo è rachitica, ma spesso è pure una palla al piede. Da quelle parti oggi si sente dire: Salvini ha salvato la Lega, Salvini ha vinto. Non ha mica cincischiato, Matteo: ha puntato sull’anti-europeismo senza se e senza ma, sulle mirabolanti proprietà taumaturgiche della «sovranità monetaria» (nuovo rifugio dei gonzi, detto tra noi), ha usato l’accetta nei comizi, e così ha ricompattato un partito ed un elettorato. Un esempio, questo giovanotto! Così dicono al Giornale. Ma, ragazzi, che razza di esempio sarebbe questo? Questa è la classica strategia (se così si può chiamare un indirizzo privo di qualsiasi respiro strategico) di chi si accontenta di vincere tutte le battagliette di quarta categoria andando sul sicuro; di chi si accontenta di marcare il proprio territorio come un gatto; per poi prepararsi a perdere infallibilmente la guerra con l’aria di chi dice: «io ce l’ho messa tutta». E che razza di ambizione sarebbe questa? Un’ambizione da mezze cartucce, una vocazione ad essere minoranza, pervasa da un’intima certezza di sconfitta che si cerca di soffocare con le spacconate: se v’inabissate nel profondo della destra identitaria ad un certo punto – non potrete sbagliarvi – sentirete sempre un odore di muffa e un profumo di crisantemi.

E che dire poi dei berlusconiani «perbene», cioè di quelli riabilitati dalla grande stampa, sempre da un punto di vista berlusconiano? Ma che sono anch’essi una palla al piede, naturalmente. Sentite cosa dice Quagliariello, rivolgendosi agli italoforzuti: «Chi propone la ricostruzione dell’area moderata deve prima rispondere a queste domande: con Merkel o con Le Pen? Con l’Europa o contro? Nell’Euro o fuori?». In pratica l’esponente Ncd, tutto contento di mostrare la sua sciocca e astratta ortodossia, vorrebbe che Berlusconi si tagliasse gli zebedei: che non solo facesse una scelta di campo europeista (peraltro mai sconfessata da Berlusconi) ma che la facesse in modo così reciso da non poter poi più parlare politicamente all’elettorato marcatamente di destra. In pratica, cioè, Berlusconi dovrebbe fare lo stesso errore che condusse al suicidio la Dc. Il fatto curioso è che il liberale Quagliariello adora la figura del generale De Gaulle, cui ha dedicato studi e libri: sì, proprio lui, l’artefice della Quinta Repubblica francese, che «perbene» non fu mai, e che negli anni ruggenti della sua avventura politica fu considerato dalla sinistra italiana un fascista o quasi.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (172)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA DEMOCRAZIA DI TWITTER 31/03/2014 Speriamo che qualcuno cominci a capire. Anche perché era facilissimo capirlo senza dover per forza sorbirsi le dure smentite della storia. Ma niente, leggere la realtà di un paese scosso da fremiti confusi di libertà attraverso i social networks, megafoni di un giovane ceto urbano spesso benestante e distante mille miglia dalle plebi dei villaggi, e partecipare da lontano all’atmosfera eccitante della rivoluzione in diretta era troppo seducente per gli accidiosi democratici occidentali. Era un miraggio, ma perfino la politica estera da questo miraggio si è fatta rapire. E così, mentre in Egitto un «laico» dal pugno di ferro come al-Sisi, già oggetto di manifestazioni di “culto della personalità” che avrebbero fatto morire d’invidia il pacioso Mubarak, si prepara con tutta calma ad essere regolarmente eletto Faraone, dalla Turchia giungono notizie che il «Sultano» Erdogan, promosso piuttosto repentinamente negli ultimi tempi dai nostri media a sanguinoso autocrate dopo anni di benevola attenzione verso un fenomeno politico dipinto come un esempio di riuscito compromesso fra islamismo e modernità, ha vinto nettamente le elezioni amministrative che dovevano sancirne la fine. Degli scandali e delle repressioni il popolo turco non sembra aver tenuto gran conto, quello verace dell’Anatolia se ne è anzi infischiato alla grande.

IL CONSIGLIO COMUNALE DI TORINO 01/04/2014 Il Consiglio comunale della prima capitale del Regno D’Italia ha revocato la cittadinanza onoraria al Duce Benito Mussolini. Il fatto è di tale momento che l’animo mio è stato subito lacerato da dubbi atroci, mai prima provati: può un uomo restare veramente cittadino onorario per sempre, anche dopo aver esalato l’ultimo respiro ed essere stato inumato con tutti i crismi? E a coloro che mi rispondessero che la cittadinanza onoraria è solo un’onorificenza, e che quindi il dubbio non è pertinente, porrei allora un altro possente quesito: è possibile strappare una medaglietta dal petto di un morto? Son certo di non essere il solo a porsi queste domande: di persone responsabili è ancora piena la nostra povera Italia, nonostante tutto. Pare invece che il capogruppo del Pd in consiglio comunale Michele Paolino preferisca riflessioni di cortissimo respiro come questa: «la Città sana un vulnus che durava da 90 anni, dimostrando quanto Torino sia legata profondamente alla sua storia e alla sua identità antifascista». Di cortissimo respiro perché son sicurissimo che anche novant’anni fa non mancò in quel di Torino qualche maggiorente spinto da un nobile zelo a vantare la profondissima e naturale affinità della città con la nuova identità fascista.

MATTEO SALVINI 02/04/2014 E’ noto come il segretario della Lega si compiaccia di non mostrarsi mai particolarmente elegante nei suoi ragionamenti. Spesso è brutale, ma è la brutalità – si lascia intendere – di chi va dritto al sodo con terragna intelligenza ed è pieno di sollecitudine per il popolo. «C’ho il popolo che mi aspetta e scusate vado di fretta», cantava il terrone Pino Daniele qualche decennio fa, e vide nel futuro, sbagliando solo l’accento. Possiamo perciò immaginare con quale piacere l’altro ieri a “Radio Capital” Matteo abbia annunciato una sua nuova luminosa idea: «Si deve controllare e tassare la prostituzione; porterebbe 4 miliardi di euro con i quali potremmo pagare le rette degli asili nido». Con questa alzata d’ingegno vecchia come il cucco – tassare il vizio per finanziare le buone opere – Matteo è convinto di sedurre una bella fetta di popolo laborioso e tartassato. Io però non sarei così fiducioso. Perché, al netto dello stile, l’idea è in fondo politicamente correttissima. Da anni i politici stanno raschiando il fondo del barile con tasse ad alto valore etico aggiunto pur di infinocchiare una ciurma sull’orlo dell’ammutinamento e pronta ormai a fiutare l’imbroglio anche quando magari non c’è.

LA PROCURA DI BRESCIA 03/04/2014 Farebbero ridere anche se fossero veri. Cosa? I terroristi e i carri armati, i terroristi coi carri armati. Non si potrebbe immaginare un mezzo più stupido per portare a termine imprese caratterizzate necessariamente da segretezza, rapidità, dissimulazione, tempismo. Certo, potrebbe restare in piedi l’ipotesi dell’attacco suicida contro un’inespugnabile fortezza dell’oppressore: ma prima bisognerebbe caricare il bestione cingolato su un camion di non piccola stazza, trasportarlo sul luogo del delitto e farlo scendere a terra facendo finta di niente, così, fischiettando, tra il divertito stupore del popolo, e non la vedo niente affatto facile. Oppure tutto si potrebbe spiegare, per l’appunto, per dirla con la procura, con il gusto per «un’azione eclatante», come quelle delle Femen, ad esempio, che tanto piacciono alle gazzette democratiche. Ma per gesta del genere il carro armato non va affatto bene. Ci vuole una pala meccanica blindata: in una parola il Tanko, il mitico crossover veneto lanciato nel 1997 a Venezia, in Piazza San Marco. Il Tanko 2 è stato completato un anno e mezzo fa ma non è mai entrato in produzione. Lo sappiamo perché sono anni che i Serenissimi sono spiati ed intercettati dagli agenti della controrivoluzione, che finora si sono divertiti assai. Poi è arrivato il «plebiscito» e questi ultimi si sono sentiti in dovere, con un po’ di rimpianto, di vedere il lato oscuro, inquietante e sicuramente deviato dell’epopea del Tanko.

MASSIMO CACCIARI 04/04/2014 «Di indipendentismo veneto parliamo da vent’anni e sinceramente ne avrei piene le tasche. Riemerge ora? Ma riemerge come farsa, in mano a un gruppo di malati mentali». Non dovete pensare che il famoso filosofo della laguna veneta volesse offendere più del dovuto gli incolti tankisti dell’entroterra con questi termini grevi tratti da un’intervista all’Huffington Post. Per lui dare del «malato mentale» a qualcuno significa semplicemente dargli del «citrullo» o dell’«ignorante», ma con la paterna comprensione che si usa coi bambini o coi villici, magari accompagnando l’apprezzamento con un pizzicotto sulla guancia. Mi sovviene or ora che anch’io ho usato qualche volta le stesse simpatiche parole in questa rubrica, e non parliamo poi di come mi piaccia riciclare in continuazione epiteti come «deficiente», «ebete» o «babbeo», autentiche colonne dell’estetica del sottoscritto. No, il problema …è un altro. Eh sì! Il problema è che Massimo (Cacciari) quando parla di politica usa da decenni, invariabilmente, un registro tutto suo, che ormai potremmo a buon diritto definire cacciariano, a metà tra l’annoiato e l’apocalittico. Massimo non parla, sbuffa, e sbuffando come un dandy adombra scenari da tregenda. Perciò nell’intervista dice ancora: «L’Italia era malata vent’anni fa, e invece di curarla hanno deciso di aggravare la sua condizione. Ora le sue condizioni sono gravissime e la situazione intollerabile.» E se non bastasse continua: «Per loro [i veneti], che hanno conosciuto il vero benessere, è come cadere dal quinto piano. Questo malessere può prendere derive folli ma non è, ripeto, colpa degli indipendentisti se coloro che tentano di fare un discorso federalista vengono puntualmente presi a calci nel sedere. Per forza di cose poi il sentimento antistatalista e secessionista prende piede.» Suvvia Cacciari, non sia sempre così scoglionato e tragico. Cambi canzone. Vedrà che cominceranno ad ascoltarla. Certo, poi le sarà più difficile sbuffare. Ma non si può avere tutto nella vita.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (157)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 16/12/2013 Nel suo primo discorso da segretario della Lega Matteo doveva spararla grossa e l’ha sparata nel più frusto dei modi: «L’Euro», ha detto infatti, «è un crimine contro la nostra umanità». Ha anche aggiunto che per l’indipendenza della Padania i suoi sono pronti a disubbidire: «abbiamo centinaia di sezioni pronte a essere centri di lotta e di controinformazione». “Crimini contro l’umanità”, “centri di lotta e di controinformazione”: dovete capirlo, Matteo usa questo linguaggio da soldatino dell’antagonismo perché il suo cuore in gioventù fece in tempo a battere per l’estremismo rosso, tanto che alle elezioni del Parlamento Padano del 1997 fu il candidato dei Comunisti Padani. Dal Comunismo Padano al Socialismo Nazionale Padano non c’è che un passo e infatti col tempo Salvini è diventato un forzanovista padano meno tradizionalista, acculturato e romantico di quelli italici. E con queste premesse Matteo non poteva che essere, naturalmente, anche il più antiberlusconiano dei leghisti.

EUGENIO SCALFARI & BARBARA SPINELLI 17/12/2013 Cronache esilaranti dall’Olimpo dell’Italia Migliore. Svelenito dall’espulsione dal parlamento del Pregiudicato, Eugenio Scalfari si è ormai abbandonato senza più infingimenti a quello spirito termidoriano che tanto si addice alle barbe dei vegliardi giacobini. E’ diventato lettiano, e perfino su Alfano non sputacchia. Per Travaglio e Grillo mostra invece il solito disprezzo e per le intemperanze di Renzi aperta insofferenza. E’ così disgustato da questa brodaglia di demagogia e velleitarismo che nell’attaccare il cripto-grillismo della sua carissima collega e amica Barbara Spinelli non esita a richiamare dall’oltretomba il fantasma del suo illustre padre. Toccata sul vivo dal cattivo gusto di questa scomunica, la sua carissima collega e amica accusa il perfido nonnetto di “violenza”. In quanto al Movimento 5 Stelle, afferma che va ascoltato: «non è solo l’Italia peggiore che ha votato per lui a febbraio.» Dice proprio così (mi son quasi commosso): «l’Italia peggiore». E chiude con queste parole: «è inutile e quantomeno scorretto accusare Grillo di condannare alla gogna i giornalisti, quando all’interno d’una stessa testata appaiono attacchi di questo tipo ai colleghi». Che è come dire – quantomeno – che per certe pratiche non proprio simpatiche si ispirano tutti alla scuola de “La Repubblica”.

ENRICO LETTA 18/12/2013 «Nonostante molti fuori da qui non ci credessero, abbiamo mangiato il panettone e se continuiamo a lavorare bene contiamo di mangiarlo anche il prossimo anno». Così ha detto ieri un gasato Enrico Letta rivolgendosi ai dipendenti della Presidenza del Consiglio. La convivialità del discorsetto è stata un po’ infelice visti i tempi di magra, e difatti è stata subissata dai fischi del popolo del web, ma io, che non sono malizioso, non me ne sono affatto scandalizzato. Anche perché, lo ricordo agli indignados di giornata, il panettone è ormai da decenni il più plebeo ed economico dei dolci e dei piatti natalizi, e forse l’unico lusso commestibile a portata dei morti di fame nei giorni delle feste. Ma non capisco proprio in cosa consista la grande impresa della squadra di Letta. Il suo governo è figlio delle larghe intese, è stato benedetto dal Presidente della Repubblica, da Bruxelles, dai Vescovi, da Confindustria. Ciononostante non ha combinato un bel nulla. E’ questa per lui è stata una rivelazione. Perché ha scoperto come fosse possibile nei momenti di crisi puntellare la propria posizione senza muovere un dito, lasciando che fossero i partiti a logorarsi fra di loro. E’ stata una riscoperta dell’arte resistenziale democristiana. A Letta son bastati appena otto mesi (scarsi) per deliziarsene.

CHARLOTTE GAINSBOURG 19/12/2013 A detta dell’attrice francese, sul set di “Nymphomaniac”, l’ultima opera del noto malato di mente Lars Von Trier, le cose funzionavano sostanzialmente così: «Io e Shia Labeouf, Stellan Skarsgård, Willem Dafoe, Uma Thurman e Stacy Martin (…) non abbiamo mai fatto sesso davanti alla cinepresa. Ho accettato di mostrarmi nuda, ma per le scene più spinte entravano in azione le controfigure (…) c’erano due cast completi – noi attori tradizionali e loro attori porno – che si alternavano continuamente». E’ consolante per noi mortali scoprire questi residui di doppiezza borghese in gente di così larghe vedute. Se all’arte di questi bolsi e noiosissimi aedi della trasgressione è lecito sacrificare ogni pudore perché non partecipare in pieno alla grande impresa? Ci si vergogna forse della grande arte del grande maestro? Subappaltare copule ed eiaculazioni a dei professionisti del sesso è forse più dignitoso che esibirle schiettamente in prima persona, una volta che si è avallata la magnifica operazione? Non ci siamo proprio. Non capisco proprio come Lars possa sopportare questa gentucola. O forse anche lui è un filisteo.

L’ANCI 20/12/2013 Mettiamo che sia vero. Mettiamo che, come dice il presidente dell’Anci Piero Fassino, la legge di stabilità «configura una secca ed inaccettabile riduzione delle risorse a disposizione dei Comuni con gravi ed inevitabili conseguenze sulla erogazione dei servizi ai cittadini e sulle condizioni di vita di milioni di persone e di famiglie». Ma sono vent’anni ormai che lo stato è incatenato al proprio debito pubblico, è da un lustro che siamo piombati nella Grande Recessione, ed è da un bel pezzo che tutti hanno capito che agli enti locali è stato chiesto di arrangiarsi fino a nuovo ordine per il bene della patria. E anche se fosse ingiusto, a che serve ogni volta lagnarsi dell’inevitabile? I brutti tempi servono per farsi venire buone idee. E la necessità aguzza pure l’ingegno dei cretini. Non posso credere che in una così valorosa associazione, rappresentata da un Presidente, un Segretario Generale, un Ufficio di Presidenza, un Consiglio Nazionale, un Comitato Direttivo, un Comitato di Indirizzo Scientifico, e organizzata intorno ad una trentina di Uffici e Dipartimenti vari, una ventina di Commissioni, una ventina di Sedi Regionali, ecc. ecc., non ci sia gente in grado di raccogliere la sfida e con una voglia matta di far vedere a quei cazzoni del governo cosa sono capaci di fare, loro, con le misere risorse a propria disposizione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (116)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 04/03/2013 Tra i leghisti che hanno festeggiato in piazza a Milano il neo-presidente della regione Lombardia Roberto Maroni, non poteva mancare il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini. Perché lo sia è sempre stato un grande, inesplicabile mistero. Altri esponenti leghisti hanno abbinato l’incontinenza verbale alla furbizia e alla ragionevolezza politica. A lui non è riuscito nemmeno quello. La sinistra ha sempre riposto molte speranze nei leghisti oltranzisti, che la odiano, ma che sono anche i più facili da infinocchiare, giacché su molte cose la pensano esattamente come l’Italia Migliore. Matteo non ha mai potuto vedere i berluscones. Fosse stato per lui alle regionali la Lega sarebbe andata da sola. Poi Silvio ha messo fine alle bambinate, ha fatto la sua offerta, Roberto ci ha pensato cinque secondi, ha detto OK, e Matteo è tornato a cuccia. Ora lo spaccone può a giusto titolo gioire. Attingendo nell’ebbrezza della vittoria dal romanesco, ha detto: «Se abbiamo vinto è perché ci siamo fatti un mazzo così, alla faccia dei rosiconi della sinistra.» Per poi concludere, beato: «Siamo qui a festeggiare, ma da domani tutti a lavorare per questa nuova grande avventura. Mentre gli altri litigano per mettersi insieme, noi siamo già a posto. A Roma lasciamoli litigare, noi siamo un’altra cosa, siamo la Lombardia». Lui è fatto così. Non svegliatelo: fareste di quest’uomo un’infelice.

ILVO DIAMANTI 05/03/2013 Il professore è da tempo convinto che il berlusconismo sia finito. A sua detta, le ultime elezioni hanno clamorosamente confermato tale certezza. Non c’è stata nessuna rimonta: l’emorragia di voti che il Pdl ha subito rispetto alle precedenti competizioni elettorali è enorme e le tabelline preparate dal professore, alle quali per rispetto della mia intelligenza non ho dato nemmeno un’occhiata, sono lì a dimostrare la disfatta. Quando folleggiano gli scienziati fanno così: mettono in fila un numeretto dietro l’altro, implacabili, pur di non fare un ragionamento serio, ed elementare. Tipo il seguente. Berlusconi era dato per morto dopo l’incoronazione di Monti. Solo verso l’estate, quando il governo di Supermario si era ormai del tutto arenato, e aveva scassato non poco gli zebedei al popolo, il cadaverico Pdl aveva ripreso un po’ di colore, ma tutti lo davano ancora per morto, Galli della Loggia in primis, nonostante i sondaggi non fossero disastrosi. Poi vennero le campagne d’autunno dei giustizieri in Lazio e Lombardia. Tre mesi fa il Pdl era già dentro la cassa da morto pronto per la sepoltura. In questo lasso di tempo il Cavaliere è riuscito a: rivitalizzare il Pdl; rimettere il piedi la coalizione (questo ve lo siete scordato, vero?); prendere, nonostante la concorrenza del centro montiano e la conquista grillina di un quarto dell’elettorato, il trenta per cento dei voti; vincere al senato in molte regioni importanti e non solo nel mitico Ohio; vincere le regionali in Lombardia; e mancare la presa della Camera per un pugno di voti: sarebbe bastato qualche astenuto o un Giannino in meno. Ora che al centro non crede più nessuno, nemmeno Schauble, e nemmeno Bagnasco; ora che il Pd, sentendo sul collo il fiato grillino, ha una mezza voglia di tornare partito di lotta; ora che per i figli delle stelle-senza storia-senza età-eroi di un sognoooo le vacanze sono finite; Berlusconi annusa perfino aria di vittoria e in cuor suo sta già attendendo sulla soglia di casa il ritorno di una legione di prodighi figlioli. Se non fosse per l’intervento della solita cavalleria giudiziaria, caro Ilvo, ci sarebbe da spararsi.

MASSIMO GRAMELLINI 06/03/2013 La neo-capogruppo dei grillini alla Camera scrisse sul suo blog lo scorso 21 gennaio queste parole: «Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia.» Non ci trovo un’apologia del fascismo. Più che scandalose sono parole rivelatrici del profondo sentimento anti-liberale, statolatrico e millenarista che anima molti militanti del M5S, in contrasto peraltro con una fetta non trascurabile del suo ancor confuso elettorato. Il guaio purtroppo per gli imam della nostra società civile è che questo discorsetto sbilenco contiene una verità assai sgradevole: i tanti cromosomi di sinistra del fascismo. La Lombardi in una frase sola ha messo ingenuamente insieme le due parole fatali: «socialismo» e «nazionale», che sposate fanno socialismo nazionale, e che tradotte in tedesco fanno nazional-socialismo, l’ideologia propugnata dal partito fondato da Hitler, il «Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori», una denominazione che a quei tempi a molti doveva suonare innocua, perfettamente naturale, e perfino progressista. A quasi un secolo dalla nascita del fascismo se ne potrebbe parlare tranquillamente. Ma all’opinione pubblica non è ancora concessa la libertà conquistata a fatica dai chierici. La ridicola retorica resistenziale, con la sua cattiva coscienza, è sempre lì pronta a silenziare il «dibattito», spesso con anatemi grossolani. Ma a volte con metodi più vellutati. Così l’opinionista e scrittore Massimo Gramellini si è detto sicuro che la signora Lombardi presenterà ad horas le sue scuse e le sue dimissioni. Voleva essere un’indignazione condita d’ironia, secondo i dettami dell’arte della «leggerezza» che oggi furoreggia tra i vagheggini engagé. Invece è un riflesso pavloviano. Davvero.

ROMANO PRODI 07/03/2013 Allora è vero: Romano in questi ultimi tempi è stato davvero in giro per il mondo. Io non ci credevo troppo. Io credevo che i «prestigiosi incarichi» di respiro internazionale fossero per eccellenza delle splendide sinecure. Invece un pochettino almeno ti tocca trottare. E’ un sogno che svanisce: troppa fatica, non fanno per me. Dicevo di Romano, che è stato in giro. Infatti, lui, che è uno spietato ripetitore di formulette in voga, è rimasto a quelle di qualche tempo fa. Interrogato sull’attuale situazione politica, ha detto: «Bisogna abbassare i toni. Se tutti urlano, non si può dialogare.» E’ un pezzo che non sentivo più parlare di «abbassare i toni». Due o tre anni fa ci spaccavano gli orecchi con gli inviti ad «abbassare i toni». La sola espressione aveva in sé qualcosa di taumaturgico. Poi la febbre è andata scemando. Ma lui che ne sapeva? Era in Cina, era in Africa, a vigilare sulle sorti del mondo. Se lo fanno presidente della repubblica si rimetterà linguisticamente in carreggiata in un battibaleno. Sarà dura sopravvivere.

FUTURO E LIBERTA’ 08/03/2013 Il partito che ha bruciato le tappe, lasciandosi con la velocità della luce un grande futuro dietro le spalle, non pensa, almeno ufficialmente, di smobilitare. Nelle prossime settimane, annuncia, sarà avviato «un ampio confronto che si concluderà con un’assemblea di fondazione che vedrà protagonista una nuova generazione e un nuovo gruppo dirigente». Per un club che alle elezioni ha ottenuto lo 0,4% dei voti mi sembrano propositi ambiziosi e incoraggianti. Anche troppo. L’accorto ex senatore Euprepio Curto ha già detto sibillino che bisognerà «andare oltre». E infatti secondo me non hanno alternative: dovranno mettere annunci sui giornali al fine di reclutare personale sufficiente a condurre in porto l’impresa.