La protervia di Obama ed Erdogan

Se non fosse per i barconi carichi di disgraziati che s’inabissano senza soluzione di continuità nel Mediterraneo, dello scatolone di sabbia, cioè della Libia, non si parlerebbe quasi più: per vergogna. Nel paese delle piramidi, intanto, il laico Al-Sisi, che già scruta con voluttà il caos libico nella speranza di fare dell’ex regno di Gheddafi un protettorato egiziano, si rivela un autocrate molto più ruvido e megalomane del laico Mubarak: ma nessuno lo chiama dittatore. Mentre in Siria la guerra civile che si è voluto con incredibile leggerezza far scoppiare a tutti i costi ha fatto 200.000 morti e siamo ormai ridotti al punto di dover quasi tifare per Assad. Ecco dove ci ha condotto la politica estera di un Occidente fatuo e furbacchione.

Eppure non era poi tanto difficile prevedere questo disastro se tre anni e mezzo fa, all’inizio della caccia grossa a Gheddafi scrivevo, proprio su queste colonne, prendendo per l’orecchio i vari Sarkozy, Cameron e Obama: «Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. (…) Visioni parziali conducono a vicoli cechi.» 

Ed infatti adesso nessuno sa più dove diavolo andare a sbattere la testa. Tanto più che nascosta dai fumi del caos è prosperata nel frattempo la potenza dell’Isis; e tanto è prosperata che ad un certo punto il nero Califfo del XXI secolo ha deciso di mostrarsi al mondo. Ciononostante, anche nella decisione di Obama ed Erdogan di fare finalmente la guerra sul serio al Califfo a farla da protagonisti sono una certa doppiezza ed un machiavellismo da strapazzo. I nostri due strateghi si sono infatti accorti che in fondo, con la scusa della guerra all’Isis, americani e turchi possono prendere due piccioni con una fava, possono cioè mettere piede in Siria e far fuori anche Assad: gli americani perché preoccupati di un eventuale asse scita tra Iran, quello che resta dell’Irak, e la Siria di Assad; il leader turco per cominciare a mettere in atto quella politica di potenza con la quale flirta da lustri. Segno che la lezione non è stata affatto imparata.

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Da Mubarak a Super Mubarak

Di “primavere arabe” ce ne sono state svariate, alcune false, alcune autentiche. Quella egiziana fu sicuramente autentica. Il motivo è semplice: l’Egitto era uno dei paesi medio-orientali più “liberi”. Le rivoluzioni non avvengono mai quando un popolo è chiuso in una prigione, ma quando la porta di questa prigione comincia ad aprirsi lasciando passare spifferi di libertà. Un popolo rassegnato accetta tutto; ad un popolo che invece comincia ad assaporare la libertà quel poco di libertà appena conquistato non sembra mai abbastanza; un popolo siffatto, e specialmente quella sua parte più vicina alla porta, pensa che basti spalancare quella stessa porta per trovarsi in paradiso e non immagina che quella libertà bisogna anche governarla; ritrovatosi nel caos e non nel paradiso della libertà è quello stesso popolo che dopo non molto comincia ad invocare di essere rinchiuso di nuovo in prigione. Noi in Occidente sapevamo tutto questo. E’ la nostra storia. Abbiamo visto che a popolare la piazza, come da copione, e a chiedere più libertà era l’Egitto più libero ed occidentalizzato: i figli delle avanguardie liberali urbane. E tuttavia, per viltà ed opportunismo, abbiamo appoggiato la rivoluzione ed abbiamo chiamato despota, pure noi, l’ex militare che da trent’anni rappresentava un punto d’equilibrio fra le istanze di libertà e la necessità di tenere a bada i fratelli musulmani. C’è stata la prima rivoluzione, da noi appoggiata, e poi la “vera rivoluzione”, cioè la controrivoluzione, sempre da noi appoggiata, che hanno polarizzato più che mai il paese, e reso spietato lo scontro tra i militari e i fratelli musulmani. Il nuovo Egitto due volte rivoluzionario, cioè controrivoluzionario, processa e condanna a pene durissime non solo i fratelli musulmani ma anche i giornalisti: è la caricatura feroce del “regime” di Mubarak, è l’Egitto di Super Mubarak Al-Sisi. L’Occidente è sgomento e costernato. E non è nemmeno pentito. E’ proprio rimbecillito.

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I trionfi della campagna di Libia

Che si stia ripetendo in Libia la tristissima parabola della primavera egiziana?

Ricorderete certo che in Egitto governò per trent’anni un grande amico dell’Occidente, l’uomo forte Hosni Mubarak, vaso di saggezza celebrato, sempre per trent’anni, dalle nostre gazzette per la sua temperata laicità e per la sua moderazione politica, oltre che per essere lo zio di Ruby. Poi tre anni fa scoppiò la primavera egiziana e nel giro di una settimana per le stesse gazzette lo zio Hosni diventò un dittatore fatto e finito. Fu una pagina vergognosa. Poi ci fu il colpetto di stato, in nome della democrazia. Poi le elezioni vinte, inevitabilmente, dai Fratelli Musulmani. Poi il governo muscoloso di questi ultimi. E poi il nuovo colpetto di stato, in nome della democrazia. Col ritorno della quale centinaia di Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte (anche se probabilmente in appello le condanne saranno modificate, se non altro per motivi di opportunità). Il tribunale degli “Affari Urgenti” del Cairo ha intanto dichiarato fuorilegge il “Movimento 6 Aprile”, protagonista della cacciata del “dittatore” Mubarak. E ora è tutto pronto per il ritorno del Faraone, del Rais, del Boss, insomma dell’uomo fortissimo Al-Sisi, al quale le folle già tributano onori quasi divini, e al quale le nostre gazzette riconosceranno, subito dopo l’intronizzazione, un profilo di temperata laicità e di moderazione politica.

Ricorderete, invece, che in Libia per decenni governò un grande nemico dell’Occidente, il terrorista su scala industriale Muammar Gheddafi. A dire il vero per le nostre gazzette progressiste Muammar non era poi tanto malaccio: aveva il merito di essere la bestia nera di Reagan. Poi Muammar, a modo suo laicissimo e nemico degli islamisti, negoziò la sua resa all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo paese. Il patto era vergognoso ma fu siglato. I rapporti tra Libia e Occidente (e quindi Italia, soprattutto) divennero intensi e anche proficui dal punto di vista economico. Muammar divenne più strambo di Lady Gaga ma chissà perché non venne apprezzato da un mondo che è riuscito di recente ad incapricciarsi di una Conchita Wurst con la quale avrebbe potuto formare per davvero la coppia del secolo. Poi venne la primavera libica, cioè la sceneggiata degli islamisti di Bengasi capitanati dal filosofo e raffinato donnaiolo Bernard-Henri Lévy, ribelli in nome della democrazia. In loro soccorso corse l’Occidente. L’intervento fu una canagliata e una follia, certificata scientificamente dalla mancanza di qualsiasi protesta pacifista e dall’approvazione di una sinistra finalmente guerrafondaia. Muammar venne cacciato come una fiera della foresta, ucciso e la sua carcassa esposta come un trofeo. Poi furono due anni di caos e anarchia. Adesso la situazione sembra chiarirsi. Un vecchio generale ex gheddafiano, Khalifa Haftar, per vent’anni in asilo politico negli Stati Uniti, ha riunito attorno a sé le milizie laiche anti-islamiche, ed è ad un passo dal solito colpetto di stato, che se avrà successo a naso sarà benedetto dall’Occidente, in nome della democrazia, s’intende, specie se Haftar saprà tenere unita la Libia col pugno di ferro alla stregua di Gheddafi.

Quello che scoccia è che dopo tutto il casino combinato Sarkozy, Cameron e Obama non abbiano ancora detto una parolina di scusa. Del tipo: siamo stati fessi. Almeno quello. Quanto a Bernard-Henri Lévy le scuse non basterebbero. Io lo prenderei per un orecchio, lo denuderei, gli taglierei i capelli a spazzola, lo costringerei con l’aiuto di qualche aguzzino, e dopo qualche ragionevole e meritata tortura, a mettersi un paio di jeans larghi col risvolto, una felpa, un paio di sneakers fosforescenti ai piedi e un cappellino da baseball in testa. Certo l’uomo in bianco e nero soffrirebbe enormemente. Ma per lo shock potrebbe anche guarire e tornare ad essere un uomo normale.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (161)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIORGIO NAPOLITANO 13/01/2014 Alla bella età di novantotto anni è morto Arnoldo Foà. Il Presidente della Repubblica non ha mancato di rendere omaggio al personaggio, evocando «una figura esemplare di artista, di interprete della poesia e del teatro, animato da straordinaria passione civile e capace di trasmettere emozioni e ideali al pubblico più vasto». Non si sa perché, ma da noi a quasi tutti gli artisti, scrittori o intellettuali capita di essere ricordati, al momento della loro dipartita da questo mondo, soprattutto per loro «straordinaria passione civile». Trovo la cosa straordinariamente spiacevole e assai pericolosa per il buon nome di tanti protagonisti della cultura italiana, in quanto al popolino questa incontrollata retorica celebrativa potrebbe un po’ alla volta suggerire che il caro estinto di turno senza quella «straordinaria passione civile» sarebbe stato in realtà un perfetto buono a nulla; o che i suoi non eccelsi talenti senza un’ostentata «passione civile» non sarebbero stati sufficienti ad aprirgli le porte del successo; o che il suo genio, se non si fosse inchinato a quello stracco conformismo politico che va sotto il nome di «passione civile», sarebbe stato scoperto almeno cent’anni dopo i suoi funerali.

LA CURVA SUD MILANO 14/01/2014 Ci risiamo: questi qui non hanno ancora capito niente. Nel salutare il «vero uomo» Allegri si rammaricano della «totale assenza di un progetto per il futuro e di un mercato minimamente degno di nota …principali cause dei Mali del Milan!» Mi domando cosa serva passare mezze giornate a leggere le gazzette dello sport, a guardare e riguardare le partite, a chiacchierare per ore di moduli, e di giocatori da vendere e comprare, se poi ci si rifiuta di osservare, con sereno distacco, come funziona all’ingrosso il «gioco del calcio». A niente, se non a credere ai miracoli del calciomercato, come capita a tutti quelli che non hanno neanche una mezza idea su quello che sta succedendo. Facciano uno sforzo, si fingano nel pensiero azerbaigiani o paraguayani, e scopriranno subito che il vero problema del calcio italiano non è la sua relativa neo-povertà, non il tasso tecnico dei giocatori, ma la povertà di un gioco sconclusionato, casuale, che i numeretti esoterici delle tattichine e dei moduletti della malora nobilitano agli occhi di tanti gonzi appassionati. Un campionario stupefacente di compagini slegatissime, dominate da un triennio da una squadra appena un po’ più compatta delle altre, che però sbatte spesso contro un muro non appena mette il naso al di là delle Alpi. Per quanto mi riguarda, visto che arriva Seedorf, che grazie al cielo come allenatore è ancora un pivello non ancora guastato dall’esperienza, sarei felicissimo se il Milan riuscisse a giocare come l’Ajax dei ragazzini: con cinque nazionali italiani e il resto della compagnia faremo faville! Dite di no? Tranquilli: in Italia sono i risultati che a posteriori fanno la qualità dei giocatori. E’ anche questo un frutto del vero male del Milan e del calcio italiano: la mistica tediosissima del calciomercato, roba buona per gente senza palle e senza vere ambizioni.

MARCO IMARISIO 15/01/2013 L’inviato del Corriere della Sera è indignato non solo dalle allarmanti e vili minacce di alcune frange violente del movimento No Tav al giornalista della Stampa Massimo Numa e al parlamentare del Pd Stefano Esposito, ma anche dal silenzio omertoso su questi fatti di una certa Torino progressista. La stessa Torino che «è sempre stata fiera della sua tradizione antifascista. Quello che stanno subendo Massimo e Stefano si chiama fascismo.» Bravo! Ma che c’entra il fascismo? E’ comunismo della più bell’acqua, vecchio come il cucco, compresa la firma con falce e martello in calce al filmato spedito qualche giorno fa dagli spioni del giornalista della Stampa alla loro vittima. Ed anche la storia è vecchia come il cucco: la storia di una sinistra che quando si accorge che alcuni suoi figli sono veramente facinorosi di prima categoria, li chiama, per disperazione, poveretta, «fascisti». E perché? Perché è essa stessa, sociologicamente parlando, quell’Italia vecchia come il cucco che nel 2014 sfoggia ancora la retorica resistenziale per la semplice ragione che non ha ancora superato i sensi di colpa per il suo passato fascista. Che pena.

FRANCESCO MERLO 16/01/2014 Che mai ha combinato Franceschiello nostro? Niente, proprio niente. Purtroppo per lui mi è bastato un piccolo assaggio mediatico della Waterloo Hollandiana di questi giorni per riportarmi alla mente, quasi fosse una madeleine proustiana, un suo pezzo del 2007 sul quale ho sempre avuto in animo di sfogare la mia viscida malignità. Era il giorno dell’insediamento di Sarkò all’Eliseo, ma per Franceschiello (lo chiamo così, con volgare e italiota confidenza, apposta per urtarlo) fu soprattutto il giorno di una foto, la foto di “una famiglia plurale che non stupisce la Francia”: «I vescovi di Francia, rosei e sereni monsignori con il fegato sano, ministri di un Dio che è Dio e che dunque non fa l’imbonitore di piazza,» scriveva Merlo su “La Repubblica”, «capiscono bene che in quella foto c’è il presupposto della Grazia. E’ infatti la foto di una bella e grande famiglia benedetta da Dio, di una moderna e riuscita famiglia di famiglie come ce ne sono tante, quella che è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Due sono figli di lei, altri due sono figli di lui, il quinto è il figlio di entrambi, e anche i francesi più pettegoli si imbrogliano con le immagini e non sanno bene chi è il padre di chi e chi la madre di chi, un po’ come, guardando il famoso fumetto, nessuno è in grado di dire chi è Tom e chi è Jerry.» In parte era giustificato: chi non è mai rimasto a bocca aperta davanti all’elegante disinvoltura con la quale i figli dell’Esagono gestiscono i loro casini sessuali e sentimentali? Quale prova migliore del grado di civiltà di un paese? Ma Merlo era addirittura rapito: «La Francia è un paese cattolico ma i vescovi sono sereni, anche loro si accorgono che in quella foto non c’è Feydeau ma c’è Truffaut, ci sono insomma tutta l’Autorità e tutta la Tradizione dell’amore, di una deliziosa storia d’amore a corollario di una stagione politica vincente.» Spero per lui che Hollande non gli abbia rovinato questo bel sogno. Intendiamoci, Hollande si è dimostrato un bel mandrillo, degno di tutti i suoi predecessori, da Valéry Giscard d’Estaing in poi, e nessuno ci avrebbe scommesso un vecchio franco. Disgraziatamente, c’è molto più Feydeau in lui che Truffaut. Speriamo bene. Anche perché in quei giorni François Merlò, parisien come Arrigo Beyle era milanese, coltivava un’ineffabile speranza, nonostante tutto, per il nostro paese: «Ma stiamo cambiando anche noi. Non so quando manderemo al Quirinale una stramba e perciò normale famiglia com’è quella di Sarkozy, con tanto di matrigna bella e buona.» Eppure, se non fosse per la nostra giustizia nord-coreana, quella famiglia ce l’avremmo già! E’ la più stramba del mondo! Tutta insieme farà un figurone! La Perla del Marocco, adottata, darà il tocco decisivo! E Dudù, mi dimenticavo di Dudù!

L’AUTUNNO EGIZIANO 17/01/2014 Sfiancati da tre anni di casini, già stufi dei miracoli della democrazia e dei partiti, neanche metà degli egiziani ha detto sì al referendum sulla nuova Costituzione voluto dal generale Abdel Fatah al-Sisi, vicepremier, ministro della Difesa, capo delle Forze armate egiziane, golpista e prossimo Faraone d’Egitto, mentre il resto è rimasto a casa, chi in preda alla rassegnazione, chi covando vendetta. L’Egitto è tornato ai blocchi di partenza, con i militari al potere, i Fratelli Musulmani sullo sfondo, e le piccole minoranze liberali urbane uscite bastonate dai giochetti rivoluzionari che l’Occidente più salottiero aveva entusiasticamente sostenuto. L’unica vera differenza è l’uomo forte: al posto di quella pasta d’uomo di Mubarak c’è un tipo duro e mezzo esaltato come al-Sisi. Fino allo scoppio della prossima rivoluzione sarà lui il presidente egiziano regolarmente eletto e universalmente riconosciuto: solo allora il Corriere della Sera lo chiamerà «dittatore».

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (143)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FLAVIA PERINA 09/09/2013 Ecco un altro esempio degli esiti nefasti della patologia antiberlusconiana su una psiche a lungo destrorsa: scrivere sul “Fatto Quotidiano”, come fa l’ex direttrice del “Secolo d’Italia”, stupidaggini in linea col “Fatto Quotidiano”, rivelando però ad ogni passo di essere entrata nella famiglia antiberlusconiana per cooptazione, non per una vocazione naturale. La Perina ironizza sul nuovo corso morigerato, costumato, seriosetto, delle ex Papi-girl e delle ex Olgettine, a suo dire le ex «icone dell’Italia femmina scatenata e rampante, i volti dello yuppismo in short e autoreggenti, la gioventù bruciata del berlusconismo». Icone? Ma quando mai. Non le conosceva nessuno fino a quando la corazzata di “Repubblica” e i bastimenti al seguito non spararono quei curvilinei mostricciatoli in prima pagina per mesi di seguito. Roba da malati mentali. Poi, con la stessa facilità, i giornali e il popolo della sinistra le dimenticarono. Del nuovo corso delle Papi-girl non potevano infischiarsene meno. Son cose che solo un foresto o un dilettante può prendere sul serio.

IGNAZIO MARINO 10/09/2013 Le grandi manifestazioni: i sindaci di mezza tacca le amano alla follia. Ma in fondo sono sempre una grande tentazione, anche per i grandi spiriti prestati alla politica. Ciò detto, confesso che il sindaco di Roma mi ha sorpreso. E’ vero che sotto sotto è sempre stato incline al radicalismo, ma non a quello burino. Anche se sembra appena tirata fuori dal freezer, l’immagine che Marino ha coltivato di sé è infatti quella di un uomo in pieno autocontrollo, raziocinante, ammodo anche nelle rare asprezze, e allo stesso tempo cordiale e paziente, specialmente coi babbei delle parrocchie politiche altrui. Ma è bastato che il premier Letta accennasse ad una possibile candidatura italiana alle Olimpiadi del 2024, perché Marino ritrovasse un’improvvisa affinità col volgo. Il sindaco ha parlato di straordinaria opportunità per Roma e delle sue ottime condizioni di partenza per essere candidata; e nell’ebbrezza si è detto certo della leale collaborazione del sindaco meneghino Pisapia, perché «la gara non è fra Roma e Milano ma fra Roma e il resto del mondo».

LA RIVOLUZIONE TRADITA 11/09/2013 Le rivoluzioni della primavera araba sono state perfettamente coerenti con se stesse, avendo seguito il copione di tutte le rivoluzioni del passato, con gli utili idioti liberali del ceto urbano, sideralmente lontani dalle masse, a fare da pionieri, e le grandi sette in attesa del momento buono per impadronirsi di un regime fiaccato. Ma all’intellighenzia smidollata ed opportunista di casa nostra è sempre piaciuto credere il contrario. E’ la stessa intellighenzia che oggi spera magari in una «primavera russa», convinta che al posto della Russia dello zar Putin ci ritroveremmo dopo la rivoluzione con l’accattivante Russia del blogger Navalny. E quindi? E quindi contrordine, compagni! Le rivoluzioni arabe sono state tradite! E’ stato bello, in nome della democrazia, correre in soccorso del vincitore, oppure scoprirsi guerrafondai contro un nemico isolato, braccato, e destinato ad essere schiacciato come una mosca. Ma poi i nuovi amici dell’occidente e della democrazia si sono rivelati pressoché dei banditi, e il nuovo nemico da combattere un osso un po’ troppo duretto, e soprattutto sostenuto da potenti alleati, poco inclini a farsi infinocchiare due volte di seguito. E quindi? E quindi è meglio andarci piano, e riconoscere che i mitici ribelli per la maggior parte sono una marmaglia assai poco raccomandabile. E quindi? E quindi le rivoluzioni arabe sono state «tradite»! E quindi? E quindi è meglio e pure gratificante ritornare tranquillamente pacifisti dopo un periodo di astinenza durato troppo a lungo. Sempre in prima fila, e sempre dalla parte giusta, questi furfanti.

BOB GELDOF 12/09/2013 Il cantante, attivista e uomo d’affari irlandese ha annunciato che l’anno prossimo viaggerà nello spazio. Ma prima dovrà allenarsi e pagare un biglietto da centomila dollari. In attesa di andare in orbita, Bob è però già in estasi e non riesce a trattenere l’entusiasmo. Dice Bob: «Essere il primo irlandese a volare nello spazio non è solo un fantastico onore ma anche assolutamente incredibile.» Mah. Questa fregola spaziale in un uomo di sessantadue primavere mi sembra poco virile. Più virile mi sembra invece la sfida alle malelingue sul costo del biglietto pagato da una celebrità in lotta da decenni contro la povertà nel mondo in un momento di magra anche qui da noi. Il fervore patriottico però non lo capisco proprio. Oddio, è vero che l’isola verde che presidia i confini oceanici nord-occidentali del nostro continente emana un fascino domestico universale: è quasi un luogo dell’anima, come la Contea Tolkieniana. Però, diciamolo, è anche piccoletta: sei-sette milioni di persone in tutto compresa l’Irlanda del Nord. Capisco l’orgoglio del primo uomo nello spazio; capisco un po’ meno quello del primo europeo, americano, africano, asiatico, bianco, nero, giallo o rosso; quello del primo di una nazione popolosa già mi fa un po’ ridere; quello del primo di un angoletto del mondo mi fa un po’ pensare.

FIORENZA SARZANINI 13/09/2013 Come sempre succede quando gli scandali sfiorano i feudi della sinistra, anche nel caso del disastro del Monte dei Paschi l’inchiesta sui presunti rapporti tra banca e politica procede con esemplare riservatezza e alla velocità sonnacchiosa di una prudente tartaruga in pensione in fase di decelerazione. Ma intanto qualcosa viene fuori. “Così Pd e Pdl si dividevano le nomine di Monte Paschi”, questo il titolo, per esempio, di un articolo dell’ormai mitica ficcanaso del Corriere della Sera. Magari il titolo non è suo, ma il contenuto non lo tradisce affatto. Scopriamo infatti che mentre tutto il resto della ciurma obbediva alle varie anime del Pd, anche il Pdl aveva il suo uomo dentro la banca: uno, l’uomo di Verdini, di Letta (Gianni), del Berlusca! Quest’uomo fu poi spedito da Mussari alla presidenza della controllata Antonveneta perché dalle parti della Serenissima era opportuno mandare un “destrorso”. Insomma, per i noti delinquenti berlusconiani poco più di un misero diritto di tribuna, tanto per salvare le apparenze. Ma ciò basta alla nostra impavida Sarzanini e al Corrierone per parlare di «spartizione». Tanto la nostra incivilita società è pronta a credere a tutto.

(RISPOSTA AI COMMENTI) Io non capisco se lei faccia il finto tonto o lei sia tonto. Così come gli altri. Nel mio articoletto non nego affatto queste cose. Son segreti di Pulcinella, come quelli a suo tempo di Tangentopoli. Se per il PDL questa era la prassi, lo stesso vale per il PD. Solamente ci sarebbe anche una questione di proporzioni: di 1 a 10 o di 1 a 20 a favore del PD. E quindi parlare vagamente di “spartizione”, alla luce del buon senso, significa giocare con gli equivoci. Ma no, diciamo che è semplicemente disonesto. Ciò detto, tutto questo significa che in questi rapporti tra banca e politica vi sia qualcosa di penalmente rilevante? Non necessariamente. Certo, lo spettacolo è brutto, ma fino a prova contraria per quel che leggo finora non vedo reati. Grosso modo la verità sul disastro del colosso senese la sappiamo già. Vi concorsero vari fattori: la natura ultra-politica della banca, la sbronza finanziaria di quegli anni, le ambizioni dei manager, la spinta che veniva dagli ambienti del PD – impegnati anche su altri fronti dell’economia, come ben sappiamo – per gonfiare gli asset dell’impero economico indirettamente riconducibili al partito. Ma ripeto: una cosa è l’ambizione, l’avidità, l’incapacità, un’altra il crimine. E questo, curiosamente, è un argomento che fa presa sui “legalisti” della sinistra, che nel loro tipico quietismo della ragione adesso si “accontentano” del fatto che il “reato non ci sia”. E lo dicono ai cafoni dell’altra parte. Ma è ancor più curioso il fatto che in altri casi, riguardanti altre sponde politiche, il legalismo della magistratura e dei sinistrorsi ragioni al contrario: non è più il magistrato che deve dimostrare l’esistenza di un reato, ma l’inquisito a dimostrarne l’inesistenza; e quel “brutto” di cui parlavo prima diventa allora bruttissimo, inaccettabile, che per cui deve esserci per forza un reato; e sia le pagine vergate dai magistrati, sia quelle vergate dai giornalisti si riempiono di un sacco di parolette ridondanti, suggestive pur di dare corpo al fumo, e di giustificare l’esistenza del famigerato reato. Questa è la semplice verità. [Ossia: nel primo caso il legalismo, cioè l’amore feticistico per la legge, diventa garantismo però assolve anche moralmente o politicamente; nel secondo caso il legalismo vuole che ad una, giustificata o no, condanna morale o politica la legge si adegui a tutti costi con una condanna penale. In tutti e due i casi la legge s’identifica con la morale, e la morale con le proprie mire.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (142)

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BARACK OBAMA 02/09/2013 Eppure, per capire che nell’infatuazione dell’Occidente per le primavere arabe c’era qualcosa che non quadrava affatto, bastava osservare le strade e le piazze: non si vedeva un pacifista in giro. E quei marmittoni, si sa, le sbagliano tutte. Ma noi, e dico io e la minoranza temprata degli occidentalisti della prima ora, lo avevamo detto subito che andava a finire male, nonostante l’unanimismo malsano dei media. Non so se abbia ragione il perfido Luttwak quando dice che Obama spera in un “no” del Congresso ad un attacco alla Siria, ma sicuramente non sbaglia in un concetto che riassumo così: che in questa guerra civile che l’Occidente ha alimentato sottobanco una limpida vittoria di Assad sarebbe una grande vittoria per i nemici degli Stati Uniti; mentre una vittoria dei ribelli sarebbe una grandissima vittoria per i nemici… degli Stati Uniti. In un contesto meno tragico è finita così anche in Egitto. La celebrata rivoluzione ha dato il potere all’Islam politico anti-occidentale; per farli sloggiare è intervenuta l’ala dura del laicismo in divisa militare, anch’esso anti-occidentale; ed in mezzo ai due grandi contendenti è rimasta tanta gente che, per un motivo e per l’altro, dall’Occidente si è sentita tradita. Mentre la folle impresa libica è servita solo a prendere per i fondelli senza alcuna necessità Cina e Russia, che infatti, incattivite ed ammaestrate, non hanno arretrato di un pollice le loro posizioni contrarie a qualsiasi intervento militare esterno in Siria. Insomma, l’Occidente e suoi ragazzotti al potere sono caduti nel ridicolo. E Putin, agli occhi di mezzo mondo, passa ormai per un leader con le palle, e con la testa sulle spalle.

LA SINISTRA ANORMALE 03/09/2013 Al contrario di quanto pensano gli allocchi, ciò che la sinistra teme mortalmente nel berlusconismo è la sua normalità. Berlusconi ha sdoganato e fondato la grande destra italiana democratica, che prima di lui non aveva cittadinanza nemmeno come concetto. Essa è quello che è, bastarda, contraddittoria, volgare, ma anche costruttiva e rappresentativa di un parte reale del paese, come lo sono tutte le grandi formazioni politiche. La sinistra rifiuta la patente di normalità alla destra berlusconiana perché la propagandata anormalità del berlusconismo serve a distogliere lo sguardo dalla propria autentica anormalità. E’ per questo che anche l’altro ieri Scalfari ha auspicato la costruzione di una destra democratica, europea, non populista, capace di buttare il berlusconismo nella pattumiera della storia. Ma questa destra la conosciamo già: è quella inodore, insapore, irreale e salottiera di Monti; oppure quella Democrazia Cristiana super perbene che a forza di guardare a sinistra si suicidò. No, la destra berlusconiana è la destra italiana reale, e perciò è anche una destra europea: un po’ democristiana, un po’ populista, un po’ conservatrice, un po’ tanto statalista e un po’ poco liberale. Mentre la sinistra italiana è tutto fuorché europea, dove sinistra fa rima con socialdemocrazia. Dov’è il partito socialista o socialdemocratico italiano? Perché la sinistra sfugge al suo destino? Mezza se la sono mangiata i giustizialisti e i pasdaran della legalità, al resto sembra ci stiano pensando i rottamatori, mentre la truppa degli antagonisti violenti è sempre ben nutrita: una sinistra fondata sul Non Essere, perché Essere vorrebbe dire accettare Berlusconi.

L’OMO-SUSCETTIBILITA’ 04/09/2013 Colpo da maestro di Alain Delon. Punzecchiato dalla conduttrice della trasmissione di France 5 “C à vous” a proposito di un’intervista rilasciata tempo addietro dall’attore a “Le Figaro Magazine” sul tema dell’omosessualità, Alain non ha battuto ciglio e con l’insuperabile, contagiosa tranquillità di chi ha bevuto un bicchierino di troppo ha detto: «Bah, sì, è contro natura, mi spiace, è contro natura. Siamo fatti per amare una donna, per farle la corte, insomma… non per rimorchiare un tizio o farsi rimorchiare da lui.» Che bomba questa eloquenza terra terra! E nonostante questo figlia di una tradizione millenaria che va da Omero a Dante, e da Dante a Berlusconi, e che c’invita a guardare in alto, al bello, all’ineffabile e alla donna! Right to the point! Non seriosa, non moralistica, non cupa, ma supremamente gaia! Infatti nello studio sono rimasti tutti tramortiti. Poi è cominciata la valanga compulsiva dei commenti scandalizzati da questo capolavoro di schiettezza, civiltà e convivialità. Barbari!

NOURIEL ROUBINI 05/09/2013 Il New York Post, che è un’autorità in materia di gossip, parla di veri e propri “festini selvaggi” con “giovani modelle”. Sarebbero quelli ospitati dal famoso economista nel suo super-attico di Manhattan, del valore di 5,5 milioni di dollari. Epicentro del bunga bunga newyorkese una gigantesca vasca Jacuzzi, capace di contenere una dozzina di persone, piazzata sul tetto a terrazza dell’attico, che però il gagliardo economista dovrà rimuovere per violazione di destinazione d’uso: detto in soldoni, è abusiva. Io ero un po’ scettico sulla veridicità della notizia. Però mi è bastato fare un giretto per il web per ricredermi. Non c’è alcun dubbio: Nouriel è un uomo di gusti schiettamente berlusconiani, è un festaiolo cui piace buttarsi a pesce tra le braccia di avvenenti e gaie fanciulle. E come il Berlusca è uno che scherza volentieri sulla propria esuberante personalità. Diceva qualche anno al New York Magazine del suo successo con le donne: «Amano la mia bella mente. Io sono brutto, ma loro sono attratte dai cervelloni.» Ed inoltre: «Sono una rock star tra i tipi strani, i secchioni e i nerd.» E cosa rende così speciali le sue feste nel suo attico dalle pareti, dicono le leggende, decorate da stucchi a forma di vagina? «Gente divertente e belle ragazze. La mia ratio è dieci girls per ogni guy. E il mio amico Clinton è d’accordo con me.» Certo, l’abbondanza è un po’ sospetta, ma non credo che tutte quelle sventole siano per forza escort. Olgettine, piuttosto: belle ragazze attratte dall’anfitrione ricco, famoso, influente, simpatico e magari anche generoso, contente di partecipare a serate forse non elegantissime ma neanche sordide, anche se certamente non al livello di quelle di Arcore. Il buontempone ne era ben conscio anche due anni fa, quando a Davos, roso dall’invidia, a proposito dei guai dell’inarrivabile Berlusca disse: «Siete di fronte ad accuse di una vera e propria prostituzione di Stato, orge con minorenni, ostruzione alla giustizia. Avete un serio problema di leadership che blocca le riforme necessarie.»

I NO DAL MOLIN 06/09/2013 Forse l’ampliamento della base americana di Vicenza è stata davvero una iattura. Infatti ha partorito un gruppetto di esaltati che ha scoperto col tempo come sia dolce la carriera del piazzaiolo antagonista: ti senti protagonista, diventi protagonista, dici scemenze e nessuno ti bacchetta sulle mani, ti batti contro il sistema e il sistema ti adotta, flirti coi rivoluzionari e non rischi nulla, fai il martire e sei il cocco della società civile, la più potente mafia del nostro paese. E’ una pacchia. A tutto vantaggio della tua carriera futura: le cosiddette classi dirigenti di questo paese hanno sempre avuto un occhio di riguardo per i reduci dell’estremismo rosso con le mani non sporche di sangue. Ed infatti la battaglia continua, nonostante i lavori di ampliamento siano stati completati e le opere di compensazione per la cittadinanza, strade e parchi, deliberate. Gli orizzonti si allargano a tutte le grandi battaglie democratiche del nostro paese e del mondo. E cominci a sentirti importante. E allora insieme col branco vai anche tu a tagliare le recinzioni della base, a lanciare contro il nemico il tuo fumogeno del piffero, ad issare i tuoi manifesti di amore universale. E ti filmi per dimostrare il tuo coraggio civile. Nulla temi. Ed hai ragione: sei un raccomandato di ferro.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (139)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO RENZI 12/08/2013 Per far sua la sinistra il sindaco di Firenze ci ha provato in tutto in modi: ha cominciato col cripto-berlusconismo e sta finendo col trinariciutismo. Nell’anniversario della Liberazione ha detto: «Rispetto umano e pietas per tutti i morti, ma c’è chi è morto dalla parte giusta e chi è morto dalla parte sbagliata. Ogni tentativo di revisionismo va respinto al mittente.» Quando sento queste pompose esagerazioni mi scappa da ridere. E’ come se qualcuno con fiero cipiglio vi guardasse in faccia e mettesse alla prova la vostra ortodossia antifascista. Costui si considera naturalmente un erede spirituale di coloro che combatterono dalla parte giusta. Un paese cattolico come l’Italia non ha mai conosciuto un bigottismo più radicato di quello di questo marmittone: ragionare con lui è un’impresa. Se gli dite che l’apporto militare dei partigiani alla Liberazione fu poco più che nullo; che rispetto alle armate di tedeschi ed alleati i partigiani erano meno che quattro gatti; che anche sull’aspetto morale della questione c’è parecchio da dire; che per molta gente comune questi giovanotti dai modi spicci, i partigiani, erano poco meno che banditi; che molti di questi sputavano sulla democrazia liberale tanto quanto i fascisti; che fra di loro la truppa dei voltagabbana s’ingrossava in modo sbalorditivo man mano che gli yankees risalivano la penisola; che essi non rappresentavano «la parte giusta» del popolo italiano semplicemente perché il popolo italiano assisteva passivo ai disastri della guerra; che «la parte giusta» del popolo italiano si formò politicamente solo dopo, per motivi tutt’altro che nobili e magnanimi, elevando la Resistenza a fondamento della nazione; che «la parte giusta» del popolo italiano era in realtà la sua parte più schizofrenica e compromessa col regime, come la fascistissima Toscana del ventennio; se gli dite tranquillamente tutte queste cose, prima di contorcersi per lo scandalo, vi guarderà a bocca aperta come un marziano. Mentre il marziano, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, è lui. Se lo capisce, bene. Sennò, che la smetta di rompere.

ROBERTO BALZANI 13/08/2013 Quali sono le regioni che hanno la più alta densità di inceneritori nel loro territorio? L’Emilia Romagna e la Toscana, anche se la regione che singolarmente presa ne ha di più è la Lombardia, che però ha più abitanti di Emilia Romagna e Toscana messe insieme. Fatto sta che un inceneritore italiano su tre si trova nelle due grandi regioni rosse. Strano, se si pensa che al popolo di sinistra viene l’orticaria solo a parlare di inceneritori. Ma si sa come sono i compagni: quello che agli altri intimano di non fare, in casa loro lo fanno tranquillamente. Mica sono scemi. Ne ricavano un doppio vantaggio: politico a livello nazionale, e gestionale a livello locale. Ed è così che il sindaco di Forlì sul suo blog de “Il Fatto Quotidiano” può scrivere: «…Rispetto alle realtà del Paese ancora alle prese con l’emergenza – discariche, termovalorizzatori ipotizzati o in costruzione, esportazione di ecoballe -, qui siamo di sicuro un passo avanti; ma proprio perché lo siamo, l’impostazione di un approccio in linea con la politica europea diviene, a mio giudizio, inevitabile. I fatti. L’Emilia-Romagna ha scelto per tempo la via dell’incenerimento, quando essa appariva un’opzione ambientalmente più accettabile dei pessimi sistemi di smaltimento precedenti (il seppellimento dei rifiuti, tanto per esser chiari). Le multiutility del territorio hanno investito in impianti assai costosi e poi li hanno via via ammodernati nel corso degli anni, inserendosi in uno dei business pubblici fra i più rilevanti e redditizi. I problemi sono sorti quando la sensibilità dei cittadini nei confronti della questione ambientale è progressivamente cresciuta, influenzando le politiche dei partiti e delle amministrazioni. Da percezioni “di nicchia” si è passati a orientamenti più vasti e diffusi: col risultato che gli eletti incaricati di reggere le sorti dei comuni, per convinzione o per convenienza, hanno cominciato ad inserire nei loro programmi di mandato obiettivi più ambiziosi: il potenziamento della differenziata fino alla domiciliare, il recupero di materia, la riduzione della quota da incenerire, l’idea – in particolare – che il rifiuto sia una risorsa e non una maledizione biblica…» Come si può vedere, i compagni sono sempre più avanti degli altri, ed anche ragionando a ritroso hanno sempre ragione. La costruzione di inceneritori? Opera meritoria, necessaria e in quegli anni perfino lungimirante. Ma perché, agli inizi del millennio, non lo hanno fatto sapere anche al resto d’Italia, invece di alimentare una campagna di terrore intorno agli inceneritori? E perché non hanno voluto consigliare all’Italia della munnezza di percorrere la nobile via che loro stessi hanno percorso, quella saggia dei passi fatti uno alla volta, cominciando dalla costruzione di una bella serie di meravigliosi inceneritori?

IL PREGIUDICATO 14/08/2013 Pregiudicato! Pregiudicato! Pregiudicato! Da quando il Berlusca è stato condannato in via definitiva l’esercito petulante ed isterico delle femminucce della sinistra non la smette di berciare. E’ da una vita che attendevano il Giudizio Divino e non riescono a capacitarsi che il Berlusca non sia ancora sparito dalla circolazione e con lui i berluscones. Il coro è possente e livoroso, ma è bene dire subito che a noi, berluscones, del nomignolo di “pregiudicato” non ce ne frega proprio niente. Anzi, consiglio al Berlusca di accettarlo di buon grado, insieme a tanti altri gloriosi trofei lessicali vinti sul campo di battaglia e sulla via del martirio, come Psiconano, Caimano, Al Tappone, il Nano di Arcore ecc.ecc. Si può fare politica anche agli arresti domiciliari e anche senza essere eletto in Parlamento. La dorata prigione diventerà meta di pellegrinaggi, in primo luogo di italo-forzuti, ma poi anche di turisti venuti da ogni parte del mondo: il presidente della repubblica, gli uomini di governo e i parlamentari di sinistra, di centro e parte anche di destra schiatteranno d’invidia. Quando poi anche le olgettine saranno di ritorno, in visita al nonnetto perseguitato, l’ora del trionfo sarà vicina.

MOHAMED EL BARADEI 16/08/2013 Ci sono gli uomini: come il Pregiudicato, ad esempio, l’unico statista occidentale a non essersi fatto travolgere dall’opportunismo, dal voltagabbanismo, dall’isterismo e dalla mancanza di buon senso quando in Egitto scoppiò la primavera araba. All’inizio di febbraio 2011 Al Tappone era a Bruxelles per il Consiglio Europeo: «Mi auguro», disse, «che in Egitto ci possa essere una continuità di governo. Il presidente Hosni Mubarak ha già annunciato che né lui né i suoi figli si presenteranno alle prossime elezioni e confido, come tutti gli occidentali, che ci possa essere una transizione verso un regime più democratico senza rotture con un presidente come Mubarak che è sempre stato considerato l’uomo più saggio e un punto di riferimento preciso per tutto il Medio Oriente. L’Egitto è un Paese di 80 milioni di abitanti, povero, dove il 40% delle persone vive al di sotto della soglia di povertà e dove c’è stato un forte aumento dei prezzi degli alimentari. A questo si è aggiunto il vento della libertà e della democrazia che quando soffia è contagioso. Questo vento sta soffiando e sta interessando molte persone.» Il Caimano poi, da democratico cazzuto, fece un’osservazione sempre pertinente in tempi rivoluzionari, un’osservazione banale e coraggiosa: «Le persone che sono in piazza rispetto agli 80 milioni della popolazione sono veramente poche, ma al tempo stesso sono espressione di un malessere generale che non c’è solo in Egitto ma anche in altri Paesi come Giordania e Libano.» Per queste parole controcorrente il valoroso Berlusca fu irriso dal gregge delle società civili occidentali, i cui svampiti capetti lavorarono invece a far precipitare gli eventi, con gli splendidi risultati cui stiamo assistendo. E poi ci sono i caporali: come, per esempio, il diplomatico e per lunghi anni direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Mohamed El Baradei. Costui è un vaghissimo e tipico “liberale” amante del quieto vivere, ossia un liberale che guarda a sinistra, ossia un uomo fatto per non combinare un tubo e per collezionare di conseguenza vagonate di onorificenze. Nel 2005, in odio a Bush Jr., ebbe il Nobel per la Pace. Leggo su Wikipedia che, solo per rimanere in Italia, le Università di Firenze e di Perugia gli conferirono Lauree Honoris Causa in questo e quell’altro, e che l’istituto Archivio Disarmo lo insignì del “Premio Colombe d’oro per la pace”, guiderdone disgustosamente zuccheroso già solo nel nome. Anche El Baradei, come l’Occidente più frivolo – in prima fila gli opinionisti di tutti i Corrieroni della Sera del mondo civilizzato – scoprì con trent’anni di ritardo e con le manifestazioni di Piazza Tahrir che il nostro amico Mubarak, uno degli autocrati più bonaccioni e ragionevoli che il Medio Oriente abbia mai conosciuto, era un “dittatore”. Fatuo e furbacchione, questo burocrate pensò di cavalcare la rivoluzione ponendosi a capo dell’Egitto cautamente laico e liberale. Perse la partita non riuscendo nemmeno ad entrare in campo. La partita la vinsero naturalmente i Fratelli Musulmani, i quali pur con tutta la loro buona volontà dimostrarono in poco tempo che con il liberalismo democratico non avevano niente a che fare. E allora, in nome della democrazia, e applauditi dagli irriducibili boccaloni di Piazza Tahrir, i militari s’incaricarono del golpe che doveva cacciare il democraticamente eletto presidente Morsi. Non avendo imparato nulla, El Baradei avallò anche il golpe, ricevendone in cambio la solita nomina: Vicepresidente dell’Egitto. Ora siamo sull’orlo della guerra civile. Le notizie parlano di centinaia di morti in soli due giorni. El Baradei ha prontamente dato le dimissioni. Come a dire: io non c’entro. Cretino.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (136)

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L’ANTIRAZZISMO DA OPERETTA 22/07/2013 Angelo Romano Garbin, consigliere del comune di Cavarzere (VE), fa parte a pieno titolo della sinistra. Prima di tutto Garbin, detto “El Maestron” – credo par la stazza – è un docente in pensione settantenne: quindi la sua statura intellettuale è certificata. Secondo, sulla parte superiore del braccio spicca il tatuaggio dell’iconico volto del Che: quindi è uno che crede ancora nella revolución. In più, El Maestron è un tipo ruspante, ruspantissimo, esattamente ciò che manca alla sinistra del nostro paese per essere veramente popolare e rotondamente umana. In una parola: vincente. El Maestron è anche piuttosto cattivello. Se l’è presa con una sua collega leghista di Padova, quella che su Facebook aveva scritto: «Ma mai nessuno che se la stupri [la Kyenge], così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato delitto???????? Vergogna!» Per questa cretinata, simile per civiltà a migliaia di altri garbati complimenti che ogni giorno spuntano sul web nostrano, Dolores Velandro è stata espulsa dalla Lega e la nostra solerte magistratura ha appena condannata la poveretta a tredici mesi di reclusione e al pagamento di tredicimila euro di risarcimento danni. El Maestron non ha mostrato pietà e sempre su Facebook, in un dialetto più padovano che veneziano (Cavarzere è veneziana più per storia che per geografia), ha scritto anche lui la sua cretinata da Bar Sport: «Ma varda che rassa de femena. La saria da molare in on recinto cò na ventina de negri assatanà e nesuno che la iuta e stare a vedare la sua reassion.» Il suo partito, SEL, che non ha il senso dell’umorismo terra terra, lo ha subito espulso. Mentre, a detta dei legali della Valandro, suppongo inorriditi dal rutto verace del Maestron, la signora appena condannata sta meditando se sporgere querela nei confronti del Maestron per la frase «palesemente diffamatoria». Insomma, siamo alle baruffe chiozzotte. Io propongo di mandare El Maestron ai lavori forzati per un anno, oltre a condannarlo al pagamento di – diciamo – tredicimila euro di risarcimento danni. Gli faranno bene. Tornerà a casa asciutto come un ciclista alla fine del Tour de France. Sempre se lo faranno lavorare come un negro.

[P.S. Qualcuno ha pensato che volessi davvero vedere El Maestron dietro le sbarre. Siamo messi bene.]

LA FRASE CHOC 23/07/2013 Questa volta è toccato al deputato francese e sindaco di Cholet essere iscritto nel registro degli infami per una frase dal sen fuggita. Sembra che gli attriti tra il sindaco di Cholet, una mammoletta centrista, e i nomadi siano di vecchia data. L’ennesimo battibecco è nato dopo l’okkupazione da parte della “gens du voyage” di terreni di proprietà comunale affittati a degli agricoltori. I nomadi in Francia sono chiamati ufficialmente “gens du voyage” da qualche tempo (va da sé che i giornali si adeguano religiosamente a questa vacua denominazione) perché la République vuole essere impeccabile: nomadi, zingari, gitani e perfino rom, sono dei termini o troppo legati all’etnia o sentiti come ben poco lusinghieri; inoltre, non tutti i rom sono nomadi e non tutti i nomadi sono rom. Essendo un’insulsaggine questo brutto parto della burocrazia democraticista arriverà ben presto anche in Italia. Sembra dunque che in risposta al sindaco Bourdouleix, che ostentava a parole tutto il suo legalismo, i nomadi abbiano risposto salutandolo per scherno alla maniera hitleriana, ossia dandogli del nazista. Il sindaco allora, a voce bassa, avrebbe detto che «forse Hitler non ne ha fatti fuori abbastanza». Ma è stato fregato da un giornalista locale che da tempo in queste occasioni registra tutti i suoi vivaci scambi di vedute coi nomadi, nella speranza di coglierlo in fallo. Una storia pietosa, quella del giornalista, dico. L’UDI ha subito espulso Bourdouleix dal partito. C’è comunque un lato positivo in questo ennesimo trionfo dell’infantilismo di massa: la noia comincia a serpeggiare. Una frase choc al giorno toglie lo choc di torno. Quando saremo stufi di queste pagliacciate ricominceremo a ragionare.

VITTORIO AGNOLETTO 24/07/2013 Nonostante l’Italia migliore lo voglia far passare alla storia a tutti i costi, grazie ad una propaganda martellante ed intimidatoria, il “massacro della Diaz” rimane un episodio di cronaca. La cronaca di un brutale pestaggio da parte delle forze di polizia, durante il quale nessuno passò a miglior vita, e al quale non fu estraneo il contesto. La genesi della mistica del “massacro della Diaz” è presto spiegata. Nel G8 2001 la pancia della sinistra vide l’occasione per dare una spallata all’appena insediato, ed odiatissimo, governo Berlusconi. Tutta la sinistra lasciò che una tacita pulsione antidemocratica, quasi palingenetica, lievitasse nella speranza che esplodesse nelle strade e nelle piazze di Genova in faccia al Caimano. L’agguato sostanzialmente fallì, nonostante una città messa a ferro e fuoco dai teppisti di mezza Europa, e dai figli di papà di casa nostra, mentre la massa pacifica dei dimostranti cadeva dalle nuvole, e faceva la vittima, non avendo il coraggio di guardare in fondo a se stessa: quella massa era lì proprio per non mancare ad un appuntamento con la storia dato per certo. Il “martire” Giuliani morì in circostanze troppo chiare per certificare il conclamato fascismo del governo Berlusconi. E il pestaggio della Diaz fu un episodio minore della battaglia di Genova. E infatti non esplose subito. Ma quello era il solo materiale sul quale riforgiare il mancato appuntamento con la storia e tacitare i sensi di colpa di chi in cuor suo aveva flirtato con l’eversione. Da quella misera e menzognera sorgente nacque giorno dopo giorno l’epopea del “massacro della Diaz”: un baraccone condannato ad essere continuamente alimentato, se vuole stare in piedi. E infatti ad una riunione di reduci, Vittorio Agnoletto, il portavoce del Genoa Social Forum di quei giorni ruggenti, ha fatto una modesta e misurata proposta: «La scuola Diaz sia dichiarata monumento d’interesse nazionale e all’entrata, a fianco del portone divelto dalla violenza della polizia, sia posta una targa con incise le frasi più significative della sentenza pronunciata dai giudici». Su, non fate i musoni. Fatevi una bella sghignazzata. Liberatevi da questo fardello. E’ tutta salute.

ABDEL FATTAH AL-SISSI 25/07/2013 Capo dell’esercito e artefice primo del siluramento dell’ex premier Morsi, l’attuale ministro della Difesa egiziano ha deciso di andare ancora una volta incontro al suo popolo, che ama evidentemente con tutto l’amore di cui è capace un Piccolo Padre. Il giorno del colpo di stato mandò gli elicotteri a salutare dall’alto, bandiere al vento, i manifestanti di Piazza Tahrir: quelli risposero con ovazioni e tripudi. Incoraggiato da tanta gonzaggine, Al-Sissi si è presentato alla televisione di stato in divisa militare, onusta di mille gloriose onorificenze, col berretto rigido e con gli occhiali da sole: sembrava Gheddafi da giovane, prima che Muhammar cedesse al pittoresco. Poi ha parlato chiaro: «Io chiedo agli egiziani una sola cosa: una sola. Venerdì prossimo tutti gli egiziani di buona volontà devono scendere in piazza. Scendete in strada per darmi un mandato forte per prendere il comando e porre fine alla violenza e al terrorismo». Non è tuttavia il caso di essere troppo pessimisti: in fondo Mubarak è ancora vivo.

GUGLIELMO EPIFANI 26/07/2013 Forse perché ogni tanto ci si stanca di recitare, forse perché ogni tanto è bello fare qualche chiacchiera col nemico, forse perché lo spirito di fazione stanca e alla lunga annoia pure, e forse perché lo spirito pacificatore, e per questo odiato, del berlusconismo sta producendo i suoi benefici effetti, il viceministro dell’Economia Stefano Fassina ad un convegno della Confcommercio si è lasciato andare ad una ragionevole riflessione sul tema scottante e divisivo dell’evasione fiscale: «Esiste un’evasione di sopravvivenza. Senza voler strizzare l’occhio a nessuno, senza ambiguità nel contrastare l’evasione, ci sono ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno». Con queste parole Fassina, che pure è “democratico” solo per disciplina di partito, in quanto il suo cuore batte in realtà per uno schietto e sanguigno partito socialista, si è quasi rovinato la reputazione tra i compagni. A venire in suo aiuto è stato però lo stesso segretario PD Epifani, dichiarando che «le parole di Fassina sono state interpretate con troppa malevolenza: non si può farlo passare come uno che pensa che gli evasori abbiano ragione, non è così, non è quello che sta facendo. E’ stata equivocata una sua frase relativa a una constatazione, che non voleva essere una giustificazione». Ma è vero! Verissimo! Solo che, Guglielmo, perché questo ragionamento non lo fai anche nei confronti dei berlusconiani, con buona pace di certe sussiegose e pazzerelle sentenze della magistratura che non possono importare un tubo a persone serie come noi?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (133)

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MARIO MONTI 01/07/2013 «Mi sento in dovere di affermare che, senza un cambio di marcia, non riteniamo di poter contribuire a lungo a sostenere una coalizione affetta da crescente ambiguità. (…) Piccoli passi non bastano. Il governo Letta ha iniziato bene, ma la sua missione – trasformare l’Italia in un Paese competitivo e capace di crescere, mantenendo la ritrovata disciplina di bilancio – richiede riforme radicali.» A fare queste critiche è l’ex Presidente del Consiglio, l’ex Super Mario Monti, il cui governo palesava le stesse insufficienze rimproverate a quello di Letta. A quel tempo certe uscite sarebbero state tacciate d’irresponsabilità da quel partito montiano che per una brevissima stagione signoreggiò tra i media. Oggi la claque è sparita ma Monti, nonostante le apparenze, è rimasto lo stesso signore che nella sua vita pubblica ha recitato con garbo noioso la sua parte senza mai uscire dai binari e senza aver mai nulla da dire veramente. Da commissario europeo e da membro di vari salotti internazionali vergava per il Corrierone articoli intrisi di europeismo moraleggiante e vacuo. Da Presidente del Consiglio predicava sobrietà e responsabilità, ma a parte le pose seriose non combinava un tubo. Ora che Scelta Civica, la sua creatura politica, non solo non combina, ma non conta un tubo, si è ritagliato il ruolo di coscienza critica dell’attuale maggioranza di governo e ricomincia a mettere una certa distanza tra sé e il suo disgraziato paese. Ché non si sa mai.

MARIO MAURO 02/07/2013 Quando si crede, non per fideismo ma per solidissime e sante ragioni, nei dogmi, nei miracoli e nella provvidenza, ci si può prendere il lusso di dare generosamente corda al proprio naturale, divertito ma costruttivo scetticismo su tutto il resto dello scibile, senza per questo sentirsi inghiottire dalla nebbia. Ho sempre guardato, per esempio, con una grande sufficienza, mista a scherno, alla presunta efficienza o alla leggendaria diabolicità dei mitici servizi segreti, massimamente quando l’attività di intelligence aveva fini politici. In quel caso l’indipendenza di giudizio e una mente serena vedono più in profondità senza il disturbo di rivoli di verità particolari e di mille spifferi interessati, anche se non per questo gli stati rinunciano all’azione della truppa degli ottusi spioni, nei confronti di amici e nemici. Ragion per cui il “Datagate” mi sembra interessante solo per le reazioni scandalizzate che ha suscitato in Europa, dove all’improvviso abbiamo scoperto una bella fetta di classe politica composta di verginelle. Poteva il nostro ministro della difesa non allinearsi al coro di queste facce di bronzo? Non poteva. Ma Mario Mauro, essendo troppo buono e troppo onesto, ha voluto brillare per solerzia. Mentre altri ostentavano con paragoni davvero un po’ troppo arditi la loro indignazione e la loro inquietudine, lui, a “Repubblica Tv”, e forse proprio per dimostrare di fare sul serio ai republicones, è stato lesto a trarre le possibili conseguenze del grande misfatto: «L’eventualità che le ambasciate europee, compresa quella italiana, fossero spiate a Washington e New York è tutta da verificare», ha detto il ministro, «ma se fosse vero, i rapporti tra Italia e Usa sarebbero compromessi». Compromessi. Addirittura. Non ci crede neanche lui. Eppure lo dice. Perché agli esteri o alla difesa da un po’ di tempo in qua la gente diventa isterica? Caro Mauro, calma e gesso. Si contenga. Non è successo niente.

FLAVIO ZANONATO 03/07/2013 Il ministro per lo Sviluppo Economico è la grande rivelazione del governo Letta. Nessuno l’avrebbe mai detto. Zanonato è un politico della vecchia scuola, funzionario di partito per vocazione, uomo capace di vivere con superiore placidità la sua totale mancanza di brillantezza, imbattibile nell’arte di addormentarvi, come ha fatto con i padovani, della cui città, anch’essa mezza tramortita, è stato sindaco quattro volte. Per fare un figurone tra i molti pivelli del governo Letta gli è bastato smorzare sul nascere ogni trepida attesa e ogni principio d’entusiasmo sul futuro prossimo della nazione. Serafico e quasi di buon umore, infischiandosi dei fischi, lontano anni luce dalle fredde asprezze tremontiane, ha detto papale papale che non c’è una lira, che lo stop all’aumento dell’IVA per ora sta scritto solo nel libro dei sogni, che siamo ad un punto di non ritorno e che siamo ormai impegnati in una corsa contro il tempo per impedire il trapasso della nostra economia. Uno spettacolo. Son cose che ti tirano su, se non altro per la spaventosa ma promettente chiarezza normalmente ascritta a lode di chi sa bene ciò che bisogna fare. Ma Zanonato, da vero fenomeno, ha smorzato anche questo tipo d’entusiasmo. In un’intervista al Corriere della Sera ha rispolverato la retorica dei campioni nazionali, si è detto contrario allo stato imprenditore ma non a quello saggiamente interventista, e ha auspicato l’intervento della Cassa depositi e prestiti «per non disperdere il patrimonio delle grandi imprese italiane» ecc. ecc. Tranquillo tranquillo, come sempre.

IL LUNCH BEAT 04/07/2013 Arriva anche in Italia il Lunch Beat. Se ne sentiva in effetti la mancanza. Il Lunch Beat sarebbe un nuovo concetto di pausa pranzo, un modo rivoluzionario per dimenticare completamente le rogne, il gergo, i tic del vostro lavoro di merda e per rilassarvi veramente – ma veramente – per un’ora. A Torino lo stress sarà combattuto e vinto nel modo seguente. Acquistate un kit da 7 € comprendente un panino, una bottiglietta d’acqua e un caffè. Buttato giù tutto quel ben di Dio, un DJ set, approntato nel locale scelto per il rito di purificazione, vi aspetta per il ballo. S’intende che per non perder tempo potete anche ballare masticando, col panino in una mano e la bottiglietta nell’altra. Il tutto infatti deve svolgersi rigorosamente dalle 13.00 alle 14.00: siate puntuali. Ballare è obbligatorio. E’ altresì vietato parlare di lavoro. L’imperativo è divertirsi, senza alcool e trasgressioni. E’ fondamentale che capiate la filosofia del Lunch Beat, per poterne sfruttare a fondo le potenzialità. Non dovete prendere sottogamba questa faccenda. Lo stress va ucciso, minuto per minuto, secondo per secondo. Non deve restarne traccia. Spiega l’organizzatore della prima torinese Enrico Pronzati che il Lunch Beat, a differenza delle normali pause pranzo vissute alla carlona, da debosciati, «concentra invece in un’ora relax, divertimento e possibilità di fare nuove conoscenze». Concentra, avete capito? Non perdete un minuto dunque. Cogliete l’attimo. Mettetecela tutta. Tanto avrete tutto un pomeriggio di lavoro per riposarvi.

BARACK OBAMA 05/07/2013 Il commento più divertente sul colpo di stato che ha destituito il presidente egiziano Morsi è stato fatto dal presidente siriano Bashar al-Assad. Fin troppo ringalluzzito dalla piega sfavorevole che la primavera araba sta prendendo nel suo paese, e così laicamente illuminato da non prendere in nessuna considerazione le potenzialità jettatorie delle sue parole, l’angioletto Bashar, contento come una pasqua, ha detto: «Questo è il destino di chiunque nel mondo provi a usare la religione per interessi politici o di parte. L’esperienza di governo dei Fratelli musulmani», che perfidamente il ministro dell’Informazione siriano Omran al-Zouby aveva appena definito come un’organizzazione terroristica strumento degli USA, «è fallita prima ancora di cominciare, perché va contro la natura del popolo». Il controrivoluzionario dittatore siriano sta perciò con l’eroico popolo della primavera egiziana che manifesta in piazza e coi militari golpisti, tutti unanimi nel descrivere il colpo di stato contro un presidente democraticamente eletto come la rivincita dello spirito rivoluzionario e, s’intende, veramente democratico, tradito dal governo Morsi. Basta questo esempio di teatro dell’assurdo per capire tutta la scelleratezza dell’atteggiamento servile e furbacchione dell’amministrazione Obama nei confronti delle primavere arabe. Nel teatro egiziano prima ha avallato il colpo di stato contro l’amico di una vita Mubarak, senza nemmeno provare a perorare la causa di una transizione morbida dal regime di quell’autocrate bonaccione, e senza capire che nel migliore dei casi una rivoluzione non poteva produrre che una democrazia ad immagine e somiglianza della fratellanza musulmana, che poi ha creduto di poter circuire con la cooperazione economica. Adesso ha avallato di fatto anche il colpo di stato contro Morsi, nonostante ne abbia ricordato la legittimità dell’investitura, e nonostante le inquietudini, anche perché in piazza Tahrir i venticelli anti-americani si fanno sempre più forti. Per molti aspetti quest’ultimo sussulto rivoluzionario somiglia molto ad una controrivoluzione. Ma non si può dirlo: la rivoluzione è santa e ha sempre ragione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (130)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANÇOIS HOLLANDE 10/06/2013 Monsieur le Président, in visita in Giappone, andando ben al di là della normale cortesia istituzionale, ha lodato assai l’azione del premier Abe. Per il socialista francese la politica economica del liberal-conservatore Shinzo Abe è una buona notizia anche per l’Europa. L’Abenomics mette in primo piano la crescita e la capacità di sprigionare fiducia. Ed è un gran vantaggio per il Giappone poter decidere in modo sovrano la propria politica monetaria. Ah, se potessimo farlo anche noi europei! Così dice Hollande, dimostrando di pensarla su questa materia esattamente come quel mattacchione del Berlusca. Dovrei allora essere contento in quanto berlusconiano? Per niente, è la conferma che la sinistra apprezza solo le minchiate di Silvio. E’ la conferma che le politiche espansive che hanno affossato le economie anglosassoni e quella dello stesso Giappone sono l’ultima frontiera dell’interventismo, dello statalismo, e del socialismo democratico, ora che lo statalismo classico ha grattato il fondo del barile. Col cannone della sovranità monetaria tutto si può fare, così spera il popolo bue, incurante del fatto che la prima regola del socialismo finanziario è non aver alcun rispetto per i vostri già poveri risparmi, e la seconda foraggiare una sua nomenklatura e una sua burocrazia.

CLAUDIA GERINI 11/06/2013 Da un po’ di tempo in qua sembra che lo sport preferito dalle attrici cinematografiche sia di andare a caccia di ruoli trasgressivi e di esibirsi in performance al limite del porno-soft. Nessuna vuole rimanere indietro, men che mai le quarantenni. L’attrice romana, per esempio, è la protagonista di “Tulpa”, un nuovo giallo a luci rosse, dicono le cronache. “Tulpa” è il nome di un sex club. Avrebbe potuto benissimo chiamarsi “Bunga Bunga”, ma non sarebbe stato abbastanza fine per la nostra smidollata borghesia. Sembra che il film sia a luci rosse per davvero: «ci sono scene di eros estremo, tanto forti che rivedermi è stato uno choc», ha detto la Gerini, augurandosi che la figlia invece lo possa vedere solo quando sarà trentenne. E allora perché lo ha fatto? Perché il personaggio interpretato è troppo seducente: la classica donna dalla doppia vita, puritana e mignotta, algida e operosa di giorno, lussuosa e lussuriosa di notte. L’unica vera sfida che avrebbe potuto giustificare questo frustissimo parto della fantasia sarebbe stata quella di dire tutto senza far veder niente, col massimo e arrapante decoro. Invece ci viene promesso che vedremo qualcosa di più. Andateci pure. Non ci sarà niente da vergognarsi. Non vi scambieranno per un berlusconiano. E’ sesso, ma griffato.

MASSIMO BRAY 12/06/2013 Durante un convegno organizzato dal patron di Eataly Oscar Farinetti, il ministro della cultura ha incontrato il gotha dell’alta cucina italiana, critici gastronomici compresi. Siccome sono sospettoso di tutte le combriccole saccenti, specie quelle italiane, non so se fosse veramente il gotha – sono scarso in materia – o se fosse il solito sinedrio in cui si entra grazie al valore aggiunto di pseudo-meriti politico-culturali, che sono per definizione progressisti, anche quando tendono al protezionismo. Comunque non cambia nulla. Il ministro ha ascoltato i pareri di tutte le auguste eccellenze sullo stato del settore e poi ha parlato. Del più e del meno, all’inizio, mi sembra di capire. Sarebbe stato saggio attenersi a questa diplomatica ostentazione di disponibilità. Invece il ministro ha voluto strafare e andando più sul concreto ha indicato delle priorità, tra le quali «realizzare una Scuola Normale per la gastronomia, porre il problema delle licenze e della provenienza del cibo e ricominciare a pianificare», a dimostrazione che se non viene tenuta a bada con consapevole durezza, la passione per il socialismo è la malattia professionale di qualsiasi uomo di governo.

EMMA BONINO 13/06/2013 «È un errore guardare alla Turchia con un occhio offuscato da modelli ingannevoli. Si è parlato di primavera turca, ma non è così. I turchi non sono arabi e Piazza Taksim non è Piazza Tahrir.» Cara signora ministro, lei meriterebbe di essere sculacciata. Chi li ha costruiti i «modelli ingannevoli» se non voi? Avete sposato la demagogia per due anni di fila e adesso chiamate stupida la coerenza di coloro che se la sono bevuta? Le due primavere arabe genuine, quella tunisina e quella egiziana, riguardavano due paesi retti da lungo tempo da governi “laici” e “moderati”. La storia insegna che la voglia di libertà cresce là dove se ne vedono gli spiragli, non dove essa è invisibile. Governare l’accesso delle masse all’uguaglianza dei diritti è una sfida tanto pericolosa da aver conosciuto le cadute disastrose nei vari totalitarismi, fenomeni che solo in tempi di incipiente universalismo democratico si possono concepire: una massa uniforme di sudditi ben inquadrata e livellata è infatti la forma democratica del dispotismo moderno. Immemori della nostra storia avete avallato senza alcun prudente discernimento non solo le ragioni delle piazze egiziane e tunisine, ma anche quelle dei ribelli libici e siriani, che di gaio e primaverile non avevano un bel nulla. L’unica differenza tra le primavere arabe genuine – e già degenerate – e quella turca, è che quest’ultima riguarda un paese molto più occidentalizzato. Ma alla radice vi è la stessa tensione tra l’Islam e la secolarizzazione, tra l’Islam e la democrazia. Ora predicate prudenza e fate bene. Ma siamo sempre noi che non capiamo. E già.

[(RISPOSTA AI COMMENTI) Rispondo a lei per tutti. Tengo d’occhio da giorni la Bonino sulla questione turca. So benissimo che la Bonino ha parlato di “occupy” a proposito della protesta turca. In parte, ma solo in parte, è vero. Anch’io ho scritto di una rivolta che riguarda un paese molto più “occidentalizzato”. Poi non raccontiamo frottole (ma avete letto quel che ho scritto?): le primavere egiziane e tunisine (e anche le altre) sono state “cantate” dai media occidentali come rivolte “laiche e democratiche”. Era chi criticava questo apriorismo che metteva in guardia contro le grandi forze islamiste che si muovevano dietro le proteste per coglierne i frutti al momento giusto. Le proteste di piazza erano fatte da una infima minoranza di ceto urbano e “liberale” (questa era appunto la parte genuina del movimento di protesta), almeno all’inizio) che ben presto sarebbe stato inghiottita dalla massa islamica manovrata dalla setta più forte. Con ciò confermando la solita fenomenologia rivoluzionaria. Senza alcuna prudenza, per opportunismo, l’Occidente ha sposato la causa rivoluzionaria. Adesso abbiano gli islamisti al potere in Egitto e in Tunisia. Abbiamo la Libia in piena anarchia. In Siria il macello va avanti senza che si veda una qualche soluzione, anche perché, come avevo previsto (ebbene sì), dopo la presa in giro libica la Russia non avrebbe mollato di un millimetro, e la Cina non avrebbe fatto un passo verso le posizioni occidentali. Non ho sentito nessun mea culpa. Oggi che la protesta investe la Turchia, vedo la Bonino fare discorsi ultraragionevoli e ultrariguardosi. Stiamo attenti a distinguere, per l’amor di Dio! Ma ha ragione! Non l’ho scritto anch’io: “predicate prudenza e fate bene”? La voglia però di distinguere a tutti i costi l’europeizzante primavera turca da quelle arabe serve appunto più a nascondere sotto il tappeto gli errori commessi in questi due anni passati che a rilevarne la specificità. Abbiamo voluto chiamare “dittatori” Ben Alì e Mubarak, dopo che per trent’anni l’Occidente non li aveva mai chiamati così? Anche se per il contesto mediorientale quei due personaggi erano piuttosto bonaccioni, ancorché di gusti autocratici? E perché allora, se tanto mi dà tanto, Erdogan adesso non dovrebbe essere chiamato un mezzo autocrate? Come mai adesso la Bonino mostra tutto questo saggio equilibrio verso la situazione turca?]

LA CONFEDERATIONS CUP 14/06/2013 Per quanto mi riguarda alla fine della stagione calcistica mancano al massimo due partite, quelle della nazionale agli Europei Under 21 in Israele. Poi tirerò giù la saracinesca fino all’inizio del prossimo campionato. Di calcio ne ho fin sopra i capelli, figuriamoci se perderò tempo a sorbirmi quello fasullo. Ha ragione Moggi: la Confederations Cup è un torneo inutile, senza alcun prestigio, che serve solo agli sponsor. Non mi è rimasta in testa una partita che sia una delle edizioni precedenti. Non mi ricordo chi le ha vinte. Niente di niente. A cosa può servire questa coppa, oltre che a gonfiare l’immenso oceano di chiacchiere in cui il calcio ormai annega? Al massimo a inflazionare i trofei, ossia a svalutarli. Se non puoi incrementare la ricchezza di una nazione stampando banconote, nemmeno puoi aumentare la torta complessiva del prestigio sportivo riconosciuto ai risultati ottenuti sul campo inventandoti nuove competizioni e coppette del piffero. Anche se le chiami Supercoppe.