Il connubio contronatura e il patto del Nazareno.

Di-Maio-Salvini-960x576Il cosiddetto patto del Nazareno fu un accordo stretto alla luce del sole nel 2014 tra Renzi e Berlusconi al fine di portare a termine alcune riforme costituzionali. Non costituiva in alcun modo un’alleanza politica. La collaborazione in materia finì un anno dopo, ai tempi dell’elezione di Mattarella a presidente della repubblica, a causa della ben collaudata natura fedifraga e manipolatrice del politico Renzi. Su questo accordo ebbe occasione di esercitare la sua arte contorta e sospetta la mentalità complottistica propria delle sette e delle famiglie politiche ideologizzate. In primis, la legione grillina. Ma anche certi settori della destra più ottusa, la quale è notoriamente e tristemente adusa a credere, per affinità antropologiche, a metà dei miti della narrazione politica della sinistra giacobina. Si favoleggiò perciò di clausole segrete e di altre perle di paccottiglia complottistica.

Il patto del Nazareno conobbe una seconda vita, senza aver dismesso la prima, ai tempi del Rosatellum, la legge elettorale promulgata alla fine del 2017. La legge e la realtà tripolare illustrata dai sondaggi politici rendevano però quasi certo un esito elettorale senza vincitori assoluti. E allora si ricominciò a favoleggiare su un tacito accordo tra PD e FI per convolare a nozze dopo il voto al fine di costituire una maggioranza di governo. Tale ipotesi, però, a dispetto del bombardamento propagandistico dello svariato fronte anti-berlusconiano, non aveva nessun fondamento reale. Questo nuovo patto del Nazareno fatto alle spalle degli elettori, che s’imputava in via preventiva al Cavaliere, mancava di presupposti perché implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli,  un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse. Era una balla spaziale propagandata da forze politiche e giornali per i propri interessi di bottega o per cattiva coscienza. I sondaggi davano allora il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20% il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.

Ma chi lo denunciava con cattiva coscienza adesso tenta di farlo: chi ha cattiva coscienza accusa sempre gli altri dei crimini che gli sono connaturati. Il leghismo professato dall’ala militante del partito – quello che oggi ha sposato per esempio i dogmi caricaturali del sovranismo alle vongole – ha sempre avuto la tentazione di scrollarsi di dosso Berlusconi e i forzisti. Ma mettendo – di fatto – in pratica ciò alla prima occasione tale leghismo dimostra la sua inadeguatezza a svolgere un ruolo di leadership capace di vedere le cose in prospettiva, e in sostanza, arrivato al crocevia decisivo della sua storia, sceglie di disertare, per mancanza di spessore culturale e politico, da quel ruolo di erede e definitivo artefice del conservatorismo politico italiano che il destino gli aveva offerto, finendo anzi nel suo miope e opportunistico settarismo per rinforzare le fondamenta della favolosa narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana.

Sull’opportunità sciaguarata di un connubio contronatura con una forza politica statalista, giacobina, anticristiana, la più vicina alle ideologie gender del progressismo liberal e cimiteriale allo stesso tempo, la più vicina alle ragioni dei teppisti dei centri sociali, e la più lontana dal popolo leghista meno politicizzato, Salvini dovrebbe riflettere bene. Tenga in conto quanto segue:

1) FdI pare si sfili dall’accordo. Se sarà così mezzo centrodestra non parteciperà al nuovo eventuale governo. 2) Con l’accordo che si profila si ritorna allo schema iniziale proposto dal M5S: grillini+leghisti. 3) Quindi è Salvini che si adegua nella sostanza a Di Maio. Chi glielo fa fare? 4) Con un rapporto di forze 2:1 a favore dei grillini come può Salvini pretendere di avere un leghista come presidente del consiglio? 5) Come può Di Maio, visto che di fatto il suo piano ha funzionato, concedere a un leghista la presidenza senza scatenare una rivolta fra i grillini? E una figura terza cosa sarebbe se non una specie di tecnico? 6) Il centrodestra ha vinto le elezioni, sia pure conquistando solo la maggioranza relativa, col 37% dei voti. I sondaggi lo danno oggi al 40% o quasi: Salvini vuole rischiare tutto questo ben di Dio del quale sarebbe leader per infognarsi in una dubbia avventura che fatalmente demoralizzerà l’elettorato di centrodestra preso nel suo complesso? 7) Vuole provare a fare una legge elettorale a doppio turno per scrollarsi di dosso gli alleati? Pensa forse che poi li riconquisterà tutti facilmente, visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? Le manovre machiavelliche sono tali appunto perché di rado hanno successo. I rischi si addicono ai disperati, non a chi ha il vento in poppa e le circostanze a suo favore. 8) Salvini è pazzo o è solo un mediocre inebriato dai suoi successi e dalla volontà di potere? 9) Si ricordi di Bitonci, la presunta nuova stella della galassia leghista, che grazie al suo stile «Io so’ io e voi non siete un cazzo», si è ridotto a fare opposizione nella città che aveva in mano, Padova. 10) La sola logica che può spiegare questo connubio contronatura è quella del patto Molotov-Ribbentrop, che com’è noto non portò bene a nessuno.

Advertisements

Il nuovo governo e il pericolo dell’utile-idiotismo sovranista

salvini_fondogrigio_1_fgSe l’analisi della situazione politica risulta tutto sommato piuttosto semplice, la soluzione per la formazione di un nuovo governo si presenta oltre modo difficile. Il M5S è il nuovo partitone egemone della sinistra senza se e senza ma; dall’altra parte c’è il centrodestra, che è una creatura berlusconiana, e che solo Berlusconi ha tenuto insieme per un quarto di secolo, con Salvini in pole position; in mezzo c’è il Pd che fondamentalmente paga la sua mancanza di identità politica. Un governo che abbia qualche sensatezza (politica, s’intende) si fa solo con le spoglie del Pd. Il M5S ha recitato la commedia per un po’, ma poi il veto, mai esplicitato, verso il Pd è caduto. Salvini invece si è fatto prendere dalla fretta di scomunicare il Pd, piuttosto di lavorare alla sua rottura stando semplicemente alla finestra senza esporsi. Il problema del M5S è che gli mancano molti seggi, e oltre a LeU (il partito che gli è più vicino spiritualmente e che non aspetta altro che un fischio) dovrebbe imbarcare almeno 3/4 del Pd (e satelliti): cosa ardua. Il problema del centrodestra è l’inverso: gli mancano molti meno seggi ma la differenza politica coi piddini è molto più grande. Renzi non c’entra. Lui, per sopravvivere, non può arrendersi né a sinistra né a destra. I fissati col nefando patto del Nazareno (creatura della mitologia antiberlusconiana di sinistra passato pari pari nella destra più ottusa) possono dormire sonni tranquilli. Salvini prenda nota, e invece di emettere imprudentemente veti sui piddini all’ingrosso, li metta di fronte all’incubo di un governo monopolizzato da giacobini puri e duri (M5S-LeU) e giacobini dalle buone maniere che tornano alla barbarie (i reduci dal Pd). Non si faccia intimidire dal bigottismo antiberlusconiano e si serva intelligentemente di Silvio, che gli può essere utile per agganciare la divisione dei responsabili anticomunisti e come copertura sul piano internazionale: impresa quasi impossibile, quasi.

Ci sono dei bei tomi a destra i quali affermano che un governo M5S-Lega non costituirebbe un tradimento degli alleati e degli elettori e che in ogni caso Berlusconi avrebbe tradito la Lega in passato appoggiando il governo Monti e il primo governo Letta, senza neanche parlare dei successivi inciuci col Pd. Sulla prima affermazione non mi soffermo tanto è peregrina: faccio solo notare che l’unico sicuro tradimento dentro il centrodestra fu quello perpetrato alla fine del 1994 dalla Lega ai danni del governo di centrodestra dopo otto mesi scarsi di legislatura, quando Berlusconi veniva colpito dalla raffica degli avvisi a scomparire ed era alle prese con la riforma delle pensioni, sulla quale fu lasciato solo per opportunismo anche dall’establishment economico (e dai giornali di riferimento) che la ritenevano necessaria: volevano incassarla senza pagare il dazio dell’impopolarità, come dimostrò l’appello di Agnelli e De Benedetti, fatto quando ormai la situazione stava precipitando. Sulla seconda dimostrano una certa smemoratezza degli avvenimenti. Per cui procedo ad una succinta ricapitolazione degli stessi.

Berlusconi soccombette al golpe Napolitano nel novembre 2011, dopo aver resistito praticamente da solo per mesi e mesi. Lo fece in modo intelligente, senza farsi travolgere dall’ira. Resistette fino all’ultimo, cioè fino a quando capì che non c’erano più margini ragionevoli per poter superare senza rischi una mozione di sfiducia. Ricordiamoci che la grande campagna di sputtanamento ad personam del 2010 aveva già causati smottamenti nella maggioranza berlusconiana, e che essa veniva già data per morta e sepolta verso la fine di quello stesso anno. Berlusconi diede le dimissioni senza farsi sfiduciare: l’assenza di una formale delegittimazione era un modo per restare legittimamente nel gioco politico. Molti cretinetti isterici di destra, invece, compresi quelli dei giornali che appoggiavano il centrodestra, avrebbero voluto che rovesciasse il tavolo per andare a nuove elezioni. Ipotesi assolutamente scervellata: primo, l’Italia era sotto ricatto finanziario e non era il caso di rispondere con atteggiamenti autodistruttivi; secondo, le elezioni sarebbero state disastrose per il centrodestra e di fatto lo avrebbero fatto scomparire politicamente. Quando non si può vincere, quando si è sotto il tallone di forze nazionali ed internazionali più forti è saggio piegarsi e prendere tempo, almeno fin quando è possibile farlo senza perdere la dignità, e non andare in cerca della bella e stupida morte.

Quanto alla divisione del centrodestra riguardo al governo Monti, essa non era altro, in sostanza, che una tacita divisione tattica. Il Pdl dava l’appoggio esterno al governo, mentre la Lega, che nella coalizione ha sempre svolto il ruolo di succhiaruote, mai volendo pagare dazio con scelte impopolari, stava all’opposizione: il centrodestra veniva a configurarsi più per necessità che per scelta come una coalizione di lotta e di governo. Ciò serviva a tenerlo in vita e a farlo uscire col tempo dalla sala di rianimazione. L’inettitudine del governo Monti lo agevolò e Berlusconi tolse per tempo l’appoggio a Monti poco prima della scadenza naturale della legislatura, e in vista delle elezioni del 2013 il centrodestra, a dispetto dei ferrei propositi  leghisti di segno contrario espressi in precedenza, si ricompose con tutta naturalezza. Il Berlusca fece una campagna elettorale da leone che trasformò quasi miracolosamente, grazie anche al boom grillino, in sconfitta la vittoria sul filo di lana di Bersani, predestinato trionfatore. Col Letta I fece lo stesso che con Monti.

Quanto al Letta 2, al governo Renzi e al governo Gentiloni parlare di sostegno di FI è una scemenza e una menzogna. Curioso: quando qualcuno da sinistra passa a destra è pagato dal Berlusconi; quando invece i traditori di Berlusconi passano a sinistra diventano agenti di Berlusconi. Anche in queste corbellerie certi sovranisti di destra dimostrano di essere succubi della propaganda di sinistra. Una delle cose più divertenti dei destrorsi sovranisti, spezzatori di reni, tutta chiacchiera e distintivo, è che almeno metà del loro cervello è stata colonizzata dal luogocomunismo sinistrorso, che essi nella loro debolezza intellettuale ripetono come pappagalli. Il senso storico-culturale dell’aut-aut di Di Maio a Salvini concernente gli impresentabili italoforzuti sfugge loro completamente. I giornaloni vogliono far fuori Berlusconi, i grillini vogliono fare fuori Berlusconi, e loro pure vogliono farlo, senza che la bella compagnia non li induca a pensare che forse c’è qualcosa non va nelle loro elucubrazioni. La Lega sola egemone nel centrodestra è il sogno dei giornaloni, della sinistra e anche di Bruxelles: è la forte ridotta lepenista, eternamente minoritaria ed eternamente sconfitta. E’ per questo che se l’alleanza di governo tra M5S e Pd non dovesse concretarsi, ai nemici di Berlusconi e di un centrodestra potenzialmente vincitore anche un governo di scopo M5S-Lega, in sottordine, potrebbe andare bene.

Ma forse costoro ambiscono ad impersonare la nuova frontiera dell’utile idiotismo: l’antiberlusconismo acceca. Solo chi si tappa gli occhi non può non vedere la vicinanza politico-culturale tra grillini e piddini. Non parlo di chi ha votato M5S – per buona parte un esercito di fessi o utili idioti – ma dei suoi militanti e del suo – chiamiamolo così – gruppo dirigente. I grillini sono i figli di Berlinguer e dell’immorale questione morale e quindi polli di allevamento del regime culturale sinistrorso: giacobinismo, statalismo, ecologismo cripto-religioso e insieme laicismo sfrenato anticristiano, gay pride ed economia a km zero, antifascismo resistenziale, manipulitismo rosso e antimafiosità di regime. Sono il precipitato del vecchio, altro che il nuovo. Sono il vecchio rimesso a nuovo, e stanno al Pd come i montagnardi stavano ai girondini. Per parte del Pd e del suo elettorato costituiscono tuttavia un richiamo della foresta fortissimo, giacché il Pd non è mai diventato socialdemocratico nel senso culturale del termine, non avendo mai fatta mea culpa, mai fatti i conti con la storia, e mai riabilitato la storia dei socialisti italiani. No, è diventato liberal cambiando etichetta ma senza rinnegare né Togliatti né Berlinguer. Per cui può sempre tornare indietro. Se Renzi oggi viene demonizzato come Berlusconi, non è perché Renzi somigli a Berlusconi, come vuole la nuova vulgata che trova anche tanti sprovveduti discepoli a destra, ma perché, molto più semplicemente, chi di anti-berlusconismo ferisce di anti-berlusconismo perisce. E’ la vecchia fenomenologia delle epurazioni comuniste.

E in conclusione: un M5S di governo può sempre riposizionarsi; abbandonare un po’ del suo estremismo chavista, e diventare un partito radicale di massa ultra-liberal e così unirsi in coito coi resti del Pd, alla stregua di un Podemos normalizzato. Ma i sovranisti alle vongole nel loro accecamento anti-berlusconiano (mutuato dal pensiero dominante, altro che dimostrazione d’indipendenza) non hanno voluto vedere nulla di questo; si sono incartati nella loro ideologica, caricaturale contrapposizione senza sbocchi tra sovranisti e globalisti, fino a diventare più putiniani di Putin, l’amico del loro odiato Berlusca: il quale Vladimir, al contrario di loro, il buon senso l’ha ancora sicuramente conservato, per quante sfumature russe si porti dietro.

P.S. Naturalmente qualcuno potrà pensare che Salvini voglia accordarsi col M5S al solo scopo di fare una nuova legge elettorale che preveda un sistema a doppio turno alla francese. Soluzione buona solo sulla carta. Tra alcuni mesi o tra un anno quale sarà il sentimento di un corpo elettorale alquanto ballerino, tanto più che sia quest’ultimo sia le formazioni politiche si adeguano sempre ai nuovi sistemi elettorali?

Bestiario politico delle elezioni

Bestiary

Movimento 5 Stelle

Il destino del M5S è quello di diventare – per quanto tempo non si sa – il nuovo partito radicale di massa della sinistra statalista e giacobina erede del PCI: il nuovo fattore K, come ha per tempo intuito il vecchietto spelacchiato ma ancora in gamba di Arcore. Il vaffanculismo universale di Grillo è servito sia per nascondere questa sua intima identità sia per raccattare voti un po’ dappertutto fra gli scontenti, ma la sedimentazione a sinistra del movimento si fa sempre più evidente. I grillini sono i polli allevati in batteria nella stagione demagogica della questione morale, la quale incarna il populismo più velenoso, pericoloso e meno riconosciuto che l’Italia repubblicana abbia mai visto sorgere. I loro veri padri spirituali sono Berlinguer e Scalfari. Il primo vide nel giacobinismo puro e duro l’unica possibilità per il PCI di arginare la possibile disgregazione causata dall’uscita dal marxismo, grazie al potenziamento fino alla sublimazione della solidarietà settaria creata dal mito della diversità comunista: la politica, negando la sua ragione d’essere, doveva così ridursi alla pura contrapposizione belluina tra buono e cattivo, onesto e disonesto, incorrotto e corrotto. Il secondo aveva già anticipato questo compiuto fariseismo di massa con la nascita de La Repubblica. Sgombrato il campo dal marxismo, nulla più impedì ad azionisti e post-comunisti di unire i loro destini. E infatti col tempo, insensibilmente, la sinistra si è vieppiù identificata col Partito di Repubblica. I pentastellati rappresentano l’evoluzione montagnarda, ultra-laicista e perciò morbosamente pseudo-religiosa di questo avvitamento rivoluzionario, come attestano la malcelata attrazione per un certo esoterismo da Essere Supremo e paccottiglia varia e per la pratica del culto della madre terra.

Partito Democratico

La storia del PD si specchia in quella del M5S e il suo destino è quello di essere liquidato dai montagnardi pentastellati. Il Partito Democratico si chiama così, e non invece Partito Socialdemocratico, come vorrebbe l’evoluzione naturale di un partito post-comunista, perché non nasce da una Bad Godesberg italiana, ma dalla liquidazione e damnatio memoriae del Partito Socialista di Craxi e dall’oblio della storia del socialismo italiano dopo la scissione di Livorno. Non avendo mai fatti i conti con la storia, i post-comunisti hanno potuto continuare a dipingersi come i rappresentanti dell’Italia Migliore, a cominciare dalla sua gioventù, nonché i soli dignitari di quella Corte di Cassazione dell’Opinione Pubblica di vago sentore mafioso che si fa chiamare Società Civile; il tutto grazie anche ad una presa sulla cultura sempre più egemonica che ha di fatto imposto al volgo col tempo una narrazione favolosa e falsa della storia dell’Italia repubblicana nata dalla mirabolante e santissima Resistenza. Per quest’Italia il 1945 doveva essere l’Anno I dell’Era Antifascista così come il 1922 lo fu per quella Fascista, sennonché la democrazia rimase incompiuta a causa della vittoriosa anti-resistenza di una classe politica corrotta, mafiosa e antropologicamente ancora fascista. Gli insulsi concetti della Resistenza tradita, della democrazia incompiuta e della costituzione da applicare sono i capisaldi di questo strampalato millenarismo pseudo-religioso, fondato su una sorta di fake news all’ennesima potenza, che è persino sfociato nel terrorismo diffuso degli anni settanta. Svuotato del marxismo, ma provvisto ancora del certificato di superiorità antropologica, il contenitore post-comunista ha potuto così riempirsi di tutto senza mai diventare un qualcosa. L’insostenibile frivolezza salottiera del veltronismo lo ha infine trasformato in una specie di partito liberal scimmiottante l’America kennediana ma purtroppo per esso nato in Italì. Il trionfo strepitoso alle elezioni europee 2014 del PD guidato da Renzi il Rottamatore (cioè l’Epuratore scelto dagli ottimati dei salotti buoni, politicamente corretto e dalle buone maniere) aveva illuso molti che questo vuoto pneumatico potesse vivere di vita propria, ma un’analisi corretta del voto avrebbe visto invece in quel trionfo la resa solo momentanea di un paese disilluso e sfiancato «dal mobbing della società civile», come scrissi a botta calda dopo le elezioni, agli influenti sponsor italiani ed esteri del Partito della Nazione. Un po’ alla volta il PD si è afflosciato come un gommone di naufraghi alla deriva sul mare mosso della politica, anche perché il monopolio dell’identitarismo giacobino-giustizialista, che è l’unica e sciagurata ancora di salvezza a cui la sinistra italiana si aggrappa quando è in ambasce, gli è stato definitivamente sottratto dalla Montagna Grillina.

Forza Italia

Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, indipendente dal giudizio sulla sua persona, è che il berlusconismo rappresenta di fatto un tentativo di sana normalizzazione della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un istinto bestiale, la damnatio memoriae) che in caso di successo costringerebbe il paese ad una rilettura complessiva della storia politica e morale dell’Italia repubblicana. Il berlusconismo politico s’identifica sostanzialmente in un progetto (ed è proprio sul presupposto della sua intrinseca impoliticità che gli analisti si sono negati ogni possibilità di comprensione corretta del fenomeno Berlusconi): la riunione di tutto il centrodestra italiano dopo il lungo periodo della progressiva diserzione democristiana dall’elettorato conservatore (che la storia nei fatti le aveva consegnato in custodia) e dopo che la Balena Bianca era stata arpionata a morte dai giustizieri di Mani Pulite senza manco combattere; riunione senza preclusioni di sorta, perché è sensato farlo e perché non c’è alcuna alternativa. Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Forza Italia non è tanto un partito ma piuttosto l’indispensabile architrave di un progetto politico che risponde a bisogni profondi e direi quasi organici della società italiana, per quanto sgangherata e poco consapevole possa poi apparire la sua realizzazione, giacché l’idea berlusconiana continua ad essere feconda e più grande, in generale, della marmaglia vacua che l’interpreta. Ciò spiega due cose: da una parte la demonizzazione e il cannoneggiamento persecutorio cui FI è sottoposta da un quarto di secolo; dall’altra l’altrimenti inesplicabile resilienza di un partito di plastica che nel momento topico sembra sempre miracolosamente rinascere a dispetto della grande setta che gli si oppone e anche a dispetto di alleati più strutturati che lo tiranneggiano spesso e volentieri a livello locale. Il fatto che FI sia il partito più sbertucciato dell’Orbe Terraqueo e quello preferito dalle casalinghe di Voghera è la dimostrazione scientifica della sua indispensabilità.

Lega

In prospettiva l’unica opzione politicamente seria, costruttiva e vincente per il partito ex-nordista era quella di diventare il braccio bavarese dell’ex PDL, una sorta di CSU italiana, limitata sostanzialmente a quel quarto d’Italia che è demograficamente il lombardo-veneto. I leghisti hanno avuto vent’anni di tempo per capirlo, ma non ce l’hanno fatta. Invece, da somarelli, hanno passato il tempo a coltivare la loro diversità dal Berlusca, salvo fare comunella con lui quando le vacanze finivano, ossia in occasione delle elezioni politiche; e a coltivare la loro organizzazione sul mitico territorio del piffero, animati da una specie di eco-statalismo su scala regionale, neanche fossero il PD delle regioni bianche e conservatrici. Eppure il boom leghista degli anni ottanta rintronò negli orecchi dei democristiani padani quale ferale avvertimento quando il boss varesino della Lega Lombarda, Umberto Bossi, assai più politico, assai meno educato e morigerato dei confratelli veneti di allora, cominciò a martellare su un tema che fino ad allora era rimasto tabù in Italia, ma che in effetti faceva e fa parte della normale artiglieria propagandistica delle destre liberali in qualsiasi paese occidentale, e che doveva riunificare e qualificare (assai più del tema dell’immigrazione clandestina) il fronte della protesta sopra la linea gotica: le tasse. Oggi la situazione si è capovolta con la lega nazionale di Salvini, il quale ha sollevate le sorti del partito sposando il sovranismo alle vongole che lo sciagurato Zeitgeist  dei giorni nostri ammannisce alle plebi: vedi sotto alla voce fratelloni d’Italia.

Liberi e uguali

La ragione sociale della truppa capitanata dall’ex magistrato Grasso sembra suggerire propositi ferrei e rivoluzionari. In realtà è il prodotto della classica Sindrome di Stoccolma. LeU si definisce con due proporzioni matematiche: 1) LeU : PD = sxDC : DC; 2) LeU : M5S = sxDC : PCI; ovvero i liberal-egalitari stanno al PD come la sinistra DC stava alla DC; e stanno al M5S come la sinistra DC stava al PCI. In breve hanno una voglia matta di farsi cooptare dai sanculotti del M5S, nella folle speranza di riuscire ad entrare un po’ alla volta nella loro stanza dei bottoni, ma per decenza non possono impersonare il soggetto passivo di questo coito nefando prima delle elezioni.

Fratelli d’Italia

I fratelloni d’Italia sono i più coerenti alfieri della causa sovranista. Quindi sono anche i più confusi. E tale è la confusione in giro pel vasto mondo che da qualche tempo cinesi e francesi – proprio loro!!! – hanno il fegato di presentarsi come difensori del libero scambio e di bastonare il protezionismo altrui. La sensazionale faccia di tolla di questi signori si spiega col fatto che i primi sono ancora comunisti e i secondi sono figli di una nazione che ha mille anni e che fin dai tempi di Ugo Capeto ha avuto una straordinaria considerazione di sé: per questi ultimi, quindi, dire in nome della Francia tutto e il contrario di tutto è diventata una seconda e persino elegante natura. Nella lotta tra globalisti e sovranisti non dovrebbe essere difficile vedere, invece, come spesso queste due visioni del mondo abbiano molto in comune: quella globalista, che per passa per liberale, è in realtà l’espressione di un sovranismo internazionale, globale appunto, che cerca di accentrare su di sé il potere politico e finanziario, lo stato e la moneta; ma è esattamente quello che i sovranisti vogliono fare, nella loro confusione mentale, su scala nazionale, nell’illusione di poter dirigere e far rifiorire l’economia pigiando i bottoni dal quartier generale. A rimetterci sarà sempre la gente comune. Il globalismo e il sovranismo nazionale sono due facce della stessa medaglia: è la lotta fra il sovranismo internazionale e i sovranismi nazionali; è cioè la versione del XXI secolo del confronto fra il socialismo internazionale e i socialismi nazionali del XX secolo. Alati discorsi che l’elettore dei fratelloni degnerebbe di attenzione, senza capirci nulla, solo se a pronunciarli fosse un marziano in persona. Per cui la Meloni fa bene ad infischiarsene ed andare dritta per la sua confusa strada.

Noi con l’Italia

Questa allegra combriccola si riassume antropologicamente nella figura di Raffaele Fitto. Quando Alfano e i ministri pidiellini del governo Letta maturarono lo strappo con Berlusconi che avrebbe portato alla nascita del Nuovo Centrodestra, Raffaele Fitto volle interpretare, con l’ottusa musoneria che gli è caratteristica, la figura del capo dei lealisti, nonostante Silvio lo scongiurasse di non favorire la rottura. Col paventato Patto del Nazareno fece lo stesso, blaterando di confluenza di FI nel Partito della Nazione. Alla rottura del Patto mentre Berlusconi cominciava a riannodare i fili dell’alleanza con Salvini, Fitto si metteva a denunciare la subalternità di Forza Italia alla Lega, come prima aveva denunciato quella nei confronti di Renzi. Al quale ultimo però s’ispirò reinventandosi in seguito Ricostruttore e fondando la sua creatura politica, Conservatori e Riformisti, la quale aderì all’omonimo gruppo al parlamento europeo che riunisce forze conservatrici ed euroscettiche: fu una di quelle stravaganti idee che solo può concepire un democristiano della sua razza, incapace di concepire una sola idea. Alla fine della giostra si ritrova oggi figura forte dell’ennesimo partitino centrista, alleato del Berlusca, insieme a coloro che trattava da traditori quando cominciò a fare i capricci. Gente di questa pasta se la conosci la eviti; ma se non la puoi evitare e impari a conoscerla tanto bene da prevederne le giravolte, può anche diventare una certezza.

+ Europa

Rappresentando l’avanguardia dell’alta borghesia decadente, e quindi della nomenklatura, e quindi nulla in realtà rischiando, l’aureola del martirio posta idealmente sulla testa degli storici leader radicali, a coronamento di una civettuola commedia durata mezzo secolo, è stata conquistata da questi eroi a costo zero. La creatura della grande italiana Emma Bonino è perciò l’incarnazione politica di quel liberalismo senza Dio che andando a male si trasforma in un rancido libertinismo in tutto lo splendore del suo mortifero corollario nichilista. Nella realtà delle cose, però, lo spirito del libertinismo si è sempre sposato con lo spirito dello statalismo proprio delle classi agiate e pantafolaie che usano lo stato contro la gente nova che vorrebbe far loro le scarpe. I sovranisti in buona fede non hanno mai capito che l’ultra-liberalismo che nella loro sprovvedutezza credono di combattere non è altro che un dirigismo su più larga scala, un sovranismo molto più sveglio del loro, che di liberale per l’uomo della strada non ha un bel nulla.

Popolo della Famiglia

La ragione remota della nascita del personalissimo partitino del popolo al 100% cattolico è che a Mario Adinolfi non riuscì di diventare un cattolico adulto di successo: non per mancanza di talento, ma per troppa ambizione. Ritenendosi in gambissima e più sveglio del 99,99% del genere umano, l’ex democristiano di sinistra e co-fondatore del Partito Democratico non ha mai sopportato di essere il N° 2 di qualcosa o qualcuno, figuriamoci il N° 78 o 84. Dopo essersi guardato un po’ attorno (alle elezioni 2013 votò Scelta Civica alla Camera e M5S al Senato), da giocatore di poker qual è decise allora di buttarsi con determinazione dalla parte del cattolicesimo non adulto: all’uopo scrisse un libro/manifesto dal titolo appropriato, Voglio la mamma, per poi iniziare la crociata vera e propria con il lancio del quotidiano La Croce, e per finire in bellezza fondando il partito con la tecnica del colpo di stato, cioè trafficando nell’ombra e mettendo i suoi amici dell’organizzazione dei Family Day di fronte allo scippo compiuto. Il tutto messo in opera con la giovialità fredda e manipolatrice di un uomo che – lo credo fermamente – non crede assolutamente a nulla. L’ipocrisia del cattolico adulto sta nel giustificarsi a posteriori con la teoria del male minore facendo di proposito a monte il male maggiore con scelte politiche assurde che lo condannano all’irrilevanza; Adinolfi, che di quella scuola di potere è figlio, fa di proposito lo stesso in nome del bene maggiore: il primo resta un membro della nomenklatura, il secondo resta a capo della sua setta.

Renzi tra partito e setta

La nascita del partito della nazione, secondo la felpata propaganda di quella grande stampa sempre un po’ vile che se ne faceva paladina qualche anno fa, doveva essere la conseguenza inevitabile (ma anche costruttiva) della presa d’atto che il ventennale tentativo di bipolarismo politico all’italiana era ormai abortito e che gli opposti populismi al quale invece si era ridotto necessitavano di un argine poderoso. La sua prima versione, quella montiana, si risolse però in un prodigioso fallimento, molto simile a quello di certe squadre che nella partita decisiva della stagione non sembrano neanche scendere in campo. Si pensò allora di arrivare allo stesso risultato attraverso la trasformazione, di nome o di fatto, del Partito Democratico nel partito della nazione. Più tardi l’energica figura di Renzi sembrò ridare corpo al progetto.

Tuttavia proprio in questi giorni abbiamo potuto vedere ancora una volta come questa idea sia nata da ragioni di opportunismo e si porti dietro insanabili contraddizioni. Non esiste, infatti, in Italia un populismo più diffuso, pericoloso e grossolano di quello giustizialista; eppure anche nei giorni del caso Azzollini, com’è sempre accaduto quando Renzi si è dovuto scontrare con la setta della questione morale, né il Corriere, né la Stampa, né il Sole 24 Ore hanno fatto sentire la loro voce in sostegno del premier.

Ciò è dovuto al fatto che anche l’idea del partito della nazione nacque nel solco dell’antipolitica: ne era la versione paludata, compunta, propria delle sale ovattate. Era il modo perbenista, istituzionale, di cedere al conformismo vaffanculista. Ciò che essa denunciava era pur sempre l’insufficienza della politica; ciò che essa perorava era pur sempre la necessità di un suo superamento; e ciò che essa incarnava era in ogni caso una sorta di palingenesi dai tratti rassicuranti e perfino borghesi. Ma nel profondo, senza ostentazioni, quest’idea contribuiva tuttavia ad alimentare quelle correnti populiste che diceva di voler neutralizzare.

Ecco perché quando si tocca una questione dirimente, anzi identitaria, come quella della giustizia, prima ancora sul piano culturale che su quello meramente tecnico, legioni di autorevoli e sagaci editorialisti, di solito prodighi di consigli, invece di buttare il cuore oltre l’ostacolo, fanno i pesci in barile. Ma allora come si può pretendere di porre le basi di un partito votato virtuosamente all’interesse nazionale, e perciò supremamente politico, nel miglior senso del termine, venendo nello stesso tempo a patti con ciò che ne rappresenta la negazione, l’incivile caricatura, cioè la setta?

Questa contraddizione interna è la stessa che agita il Partito Democratico vero e proprio. E non vi è modo di uscirne in modo indolore. Se Renzi decidesse di tagliare il cordone ombelicale con la setta giustizialista per davvero, il Pd andrebbe incontro ad un drammatico ridimensionamento. Non solo: si può star sicuri che questa svolta non avrebbe l’appoggio della grande stampa sopramenzionata. E il presidente Mattarella, che non è certo un cuor di leone, e che dimostra ogniqualvolta apre la bocca di essere fedele in maniera perfino comica ai frusti e tristissimi codicilli della vulgata della repubblica nata dalla Resistenza, gli si rivolterebbe contro. Sotto altre forme, il caso Berlusconi verrebbe a riproporsi. E sarebbe la dimostrazione che non è Berlusconi la vera anomalia della politica italiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

L’irrisolto Renzi e l’irrisolto Pd

Che la caratteristica più vistosa della politica e del giornalismo politico italiano sia l’isterismo, è cosa ormai risaputa. In questo il nostro paese conferma la sua secolare passione per il melodramma. Ricorderete certo che fino a qualche settimana fa il centrodestra era dato per morto: anche ai nemici oramai faceva più compassione che ribrezzo. Oggi è ritornato una minaccia. Mentre quel Renzi che fino qualche mese fa sembrava avviato ad una dittatura democratica ventennale, oggi viene quasi dato sulla via del tramonto. Sono bastati la botta alle elezioni regionali e i sondaggi in picchiata per il Pd a far cambiare canzone ai ragazzi del coro.

Il brusco ridimensionamento del renzismo merita invece una spiegazione razionale. La presunta popolarità di Renzi poggiava su un equivoco. Per capirlo bisogna ritornare ai tempi della deposizione di Berlusconi e dell’intronizzazione di Monti. Fu allora che si cominciò a parlare del partito della nazione. Il piano era semplice quanto pretenzioso: Super Mario, il tecnocrate europeo doc, personificazione un po’ caricaturale dell’autorevolezza e della competenza, grazie al successo della sua azione di governo, e grazie al discredito generale in cui erano precipitati i partiti politici, doveva coagulare intorno a sé il favore del mondo politico migliore, di destra e di sinistra, e farne il nucleo fondante di una nuova formazione politica, il partito della nazione, appunto, destinato a trionfare alla prima tornata elettorale.

Monti si rivelò una macchietta. Da grand commis prestato alla politica, non dimostrò né idee né leadership. In compenso incantò per la sua sobrietà, talmente ostentata da meritare le pernacchie delle persone con ancora qualche rimasuglio di spina dorsale. Il partito della nazione, nelle sue fredde mani, restò congelato. Invece di ritirarsi dignitosamente dalla scena politica, Monti decise di morire politicamente coprendosi di ridicolo e fondò Scelta Civica, partito che anche nel nome confessava le ambizioni rionali di una lista civica più che quelle di un partito della nazione.

I presunti poteri forti optarono allora per il piano B; ossia pensarono, nella loro impotenza, di fare dello stesso Pd il partito della nazione. Bersani stette al gioco, perché stimò che non gli potessero venire che vantaggi. Ma alle elezioni la rivitalizzazione del centrodestra da parte di quel diavolo del Berlusca e la concomitante esplosione del M5S combinarono il disastro: il Pd riuscì a vincere le elezioni per un soffio, ma non ottenne la maggioranza al senato. Il risultato morale fu un pareggio equivalente a una cocente sconfitta.

Le circostanze perciò giocarono per mantenere in vita l’idea balzana del partito della nazione. Nacque un governo delle larghe intese, centrato su un Pd che guardava al centro e che veniva guidato da un centrista per storia e temperamento, il democratico Letta. Il giovanotto neanche cinquantenne non si rivelò una macchietta ma nemmeno dimostrò la tempra churchilliana necessaria a tenere a bada nemici esterni ed interni, in un periodo difficilissimo per l’economia e in un contesto di montante insofferenza popolare per soluzioni politiche calate dall’alto, anche a sinistra (a cominciare dal guru Zagrebelsky) dove quelle stesse soluzioni qualche anno prima erano state invocate con molesta petulanza (sempre a cominciare dal guru Zagrebelsky, naturalmente) pur di liquidare Berlusconi.

Cosicché ai presunti poteri forti, quando il simpatico pirata Renzi abbordò con successo il bastimento Pd e mostrò, a forza di rassicurazioni, di voler fare le scarpe al suo grande amico Letta, sembrò che la figura del Rottamatore potesse riverniciare a nuovo un disegno vecchio. Il grande amico Letta fu esautorato e sulle prime il disegno sembrò avviarsi verso orizzonti di gloria. Alle elezioni europee il Pd stravinse. Ma proprio qui si cadde nell’equivoco. In realtà la straordinaria vittoria renziana era il segno di un paese sfinito che si arrendeva, dopo anni di lavoro ai fianchi, a una soluzione da partito degli ottimati cui Renzi offriva, suo malgrado, una faccia accattivante, più che l’esito di una franca adesione dell’elettorato al cosiddetto renzismo.

L’ascesa al potere di Renzi si caricava perciò di una doppia ambiguità: da un lato la scarsa legittimazione democratica, che il risultato delle europee non cancellava del tutto, e la natura opaca dei suoi rapporti col partito del partito della nazione, per così dire; dall’altro l’ambiguità di un partito democratico che si vergogna di farsi chiamare socialista ma sta coi socialisti in Europa e nel contempo onora Berlinguer, colui che per furbizia e per necessità rimpiazzò il marxismo col giacobinismo nel vecchio Pci.

Non avendo mai affrontato queste contraddizioni strutturali della sinistra il renzismo non riesce a darsi un minimo d’identità politica; identità che nemmeno il forsennato (e spesso cinico, nei confronti delle persone) attivismo del premier può surrogare all’infinito. Ed è così che un po’ alla volta il Pd sembra progressivamente subire la pressione di due identità politiche più forti: da una parte il M5S, vero erede del radicalismo di massa incarnato dal vecchio Pci, fortezza montagnarda in trepida attesa di liquidare i girondini piddini, a dimostrazione che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è mai avvenuta; dall’altra un centrodestra che pur nella sua frammentazione politica al momento buono riesce sempre a ritrovare una certa compattezza in virtù di un elettorato molto più coeso dei suoi rappresentanti politici, a dimostrazione che il berlusconismo, piaccia o non piaccia, non si esaurisce nella figura del Cavaliere, ma è anche un progetto politico sensato.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Renzi e i giustizieri

Ero stato facile profeta, due mesi fa, nel parlare di «lento assedio della sinistra giustizialista a Renzi». La vera battaglia per la riforma della sinistra Renzi non l’ha nemmeno cominciata. Renzi è stato bravo a presentarsi come l’uomo che rompe gli schemi e parla una lingua nuova, ma tutto questo suo accattivante agitarsi nascondeva una reticenza di fondo. Era un modo di far finta di prendere il toro per le corna, quando invece si prendeva per le corna una capretta. A sinistra il vero toro da rispedire in stalla era il giustizialismo, non quel vetero-socialismo che peraltro, col perdurare della crisi, sta tornando di moda anche fra chi in questi anni si era politicamente accampato fra i democratici con veltroniana fatuità.

D’altra parte anche la filosofia della rottamazione, a ben vedere, costituiva una specie di giustizialismo giocoso, che permetteva a Renzi di essere allo stesso tempo dirompente ed ambiguo. Ciò gli ha conservato in qualche modo, e per qualche tempo, le simpatie di ampie schiere del popolo di sinistra, ma gli anche assicurato l’appoggio di quella grande stampa dell’ex triangolo industriale che da anni ormai si è piegata al verbo giacobino, nell’illusione di potersene servire per patrocinare disegni politici tecnocratici o centristi. Il risultato è però che il Pd di Renzi ha sfondato al centro conquistando i voti di un certo elettorato moderato sfiancato dalla pedagogia ossessiva del circo mediatico-giudiziario, elettorato che ha scelto di arrendersi a Renzi piuttosto di non votare; ma non ha affatto ridimensionato quella specie d’identitarismo di sinistra costituito dalla mistica della questione morale, credo politico che dopo il crollo del Muro di Berlino ha occupati nel mondo post-comunista gli spazi lasciati vuoti dalla dottrina marxista.

Era inevitabile, perciò, che con la fine della luna di miele fra Renzi e gli italiani – fine che non gli si può imputare più di tanto in quanto nell’attuale situazione anche a un santo o a un genio sarebbe capitato lo stesso – l’anima giustizialista della sinistra in generale e del suo partito in particolare cominciasse a prendere per il bavero il condottiero fiorentino e a chiedergli sempre più insistentemente una confessione di fede. Ed è così che sono saltate fuori le liste di proscrizione della Bindi a mettere brutalmente sul tappeto la questione sulla natura del Partito Democratico: qual è il vero Pd? Il partito entrato nella famiglia dei socialisti europei o il partito giacobino di massa del quale, sulla fine degli anni settanta del secolo scorso, partendo da lidi diversi, Scalfari e Berlinguer posero le basi?

Singolari, ed eloquenti, le ragioni che hanno spinto uno dei guru del partito della legalità, Roberto Saviano, a criticare le liste bindiane. E significativo il fatto che tali ragioni nella sostanza siano state fatte proprie, dopo qualche dichiarazione ambigua, dal presidente dell’Anticorruzione Cantone, la cui nomina è stato il primo vistoso segno di cedimento di Renzi alle istanze giacobine. Secondo Saviano, il peccato commesso dalla Bindi starebbe in questo: inchiodando pubblicamente alcuni personaggi alle loro presunte colpe, avrebbe di fatto assolto tutti gli altri. Infatti, l’essenza politica del giustizialismo, al quale della legalità e dei modi lungimiranti di mettere un freno al malaffare non importa in realtà un bel nulla, non sta tanto, o non sta solo, nel far rotolare un certo numero di teste, piccolo o grande che sia; sta piuttosto nel tenere tutti quanti sotto scacco, esercitare un sempre più ampio potere di veto, imporre un nuovo linguaggio – come quello che, oggi, mira demagogicamente e spudoratamente ad assimilare alla mafia qualsiasi tipo di malaffare – e infine puntare al potere tout-court.

Intanto, per la prima volta, Renzi, sul tema della giustizia, sembra quasi costretto a dare spiegazioni. Ma non può illudersi più di tanto: per i giacobini il compromesso dura solo un giorno, e costituisce una piattaforma sulla quale erigere nuove torri d’assedio.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Renzi e la sinistra (tutta) alla resa dei conti

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata l’occasione per quell’Italia che della legalità ha fatto un feticcio ad uso meramente politico, e della quale una parte rumorosa della nostra magistratura si sente l’avanguardia sul campo di battaglia, di rispolverare il personaggio di Berluschino. Il presidente della Corte di Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, è arrivato a dire, papale papale: «Pensavo, finito un certo periodo, che le cose potessero cambiare», parole che esprimono uno schietto giudizio politico, e non un giudizio di politica giudiziaria. Renzi, col piglio giovialmente napoleonico che gli è consueto, ha risposto per le rime alle critiche, duro e beffardo come se avesse a che fare con dei bacucchi fuori della realtà. Se lo può ancora permettere, essendo, almeno nominalmente, di sinistra e al momento vincente. Quindi il fascismo non è alle porte, come invece sarebbe immancabilmente accaduto se al posto di Berluschino ci fosse stato Berlusconi.

Intanto però i cannoneggiamenti arrivano anche dalla corazzata di Repubblica. L’augusto fondatore Eugenio Scalfari l’ha scritto chiaro e tondo nel suo pezzo domenicale: «Renzi è l’autore della riabilitazione berlusconiana». L’articolo nella sostanza è una specie di ultimo avvertimento; il tono non ultimativo e quasi lepido è quello che si usa coi destinatari di tali messaggi quando li si vuole ancora recuperare alla causa. E un altro segnale non incoraggiante per Berluschino arriva dalle elezioni politiche in Grecia. Non tanto dal risultato, che era previsto, ma dalla reazione dell’italico popolo di sinistra alla vittoria di Tsipras: ostentatamente entusiasta nella sinistra che non si riconosce nel Pd (compresi i grillini, naturalmente) e pudicamente soddisfatta in una parte non trascurabile di quella che nel Pd si riconosce.

Questi fatti provano ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante i suoi successi politici Renzi non è riuscito a riformare la sinistra. Se il radicalismo di massa, che è la malattia endemica della sinistra italiana dai tempi della scissione di Livorno, attira ancora tanta parte dell’Italia rossa, significa che l’approccio liberal in un paese come il nostro (e in gran parte dell’Europa) a sinistra non funziona, non parla al cuore dell’elettorato, è fuori di quella storia con la quale la politica deve fare i conti. E’ solo nello sciocco e fatuo universo veltroniano, là dove tutto si compone in meravigliosa armonia, che Berlinguer e Blair possono andare a braccetto: nessuno di questi due personaggi, però, può essere una figura di riferimento per una sinistra italiana matura e pacificata. Ma ciò significa anche che la “terra di mezzo” socialista, suo naturale approdo, per la sinistra italiana è ancora taboo, per motivi che non elenco per non offendere l’intelligenza dei lettori.

Cosicché adesso, alla vigilia della grande partita politica che si giocherà intorno all’elezione del nuovo presidente della repubblica, per Renzi si aprono due scenari, che però lasciano congelati i problemi di fondo sopramenzionati: o riesce a tenere il partito insieme, rilanciando la posta come ha sempre fatto, sull’onda dei successi fin qui ottenuti, ottenendo così una vittoria dal sapore termidoriano sulla vecchia classe dirigente comunista; oppure si rassegna ad una scissione (l’ennesima della storia della sinistra italiana) che però farebbe del Pd un partito a caratterizzazione sempre più apertamente centrista: sogno segreto di Berlusconi, non perché miri anche lui al partito della nazione, ma perché un Pd “centrista” avrebbe scarso appeal fra gli elettori di sinistra e tuttavia incontrerebbe ancora la diffidenza del popolo di destra. Ce ne sarebbe anche una terza, dal vago sapore fantascientifico: che Berluschino si faccia prendere dal panico e cominci a correre dietro a Tsipras; e neanche questa follia forse dispiacerebbe a Berlusconi, pronto a quel punto ad accogliere come figlioli prodighi vagonate di elettori.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Chi di Costituzione ferisce di Costituzione perisce

Insieme alla «questione morale», sulla genesi della quale non torno (anche perché ho scritte parole definitive in merito), il «patriottismo costituzionale» è l’espressione più popolare del bigottismo di sinistra in Italia, e come quella è un frutto del crollo del comunismo; crollo che per il nostro paese significò la fine della glaciazione politica imposta dalla Guerra Fredda. Sintomi politici di questo disgelo furono negli ottanta non solo l’affermarsi del socialismo craxiano a sinistra e del fenomeno leghista a destra, che interpretava in modo confuso la protesta dell’elettorato conservatore nelle roccaforti democristiane del Lombardo-Veneto, ma anche il protagonismo, per esempio, di un democristiano sui generis come Cossiga, il presidente delle «esternazioni». Il feticismo costituzionale della sinistra, prima di esplodere strumentalmente nel «ventennio» berlusconiano, cominciò a mettere radici proprio negli anni ottanta, insieme ad un inedito amore per il tricolore, che il «garibaldino» Craxi per primo aveva rispolverato a sinistra. Infatti si può dire che fino a tutti gli anni settanta per la nostra straordinaria Costituzione il popolo di sinistra non mostrò alcun segno di affetto particolare; e che al tricolore nazionale guardò perfino con sospetto. Alla sinistra post-comunista il «patriottismo costituzionale» servì per una battaglia di retroguardia, per combattere il nuovo, per agitare l’arma della Costituzione contro il «decisionista» Craxi e il «picconatore» Cossiga, e per rivendicare la propria italianità nella lotta contro il «secessionismo» leghista. Il «patriottismo costituzionale», perciò, è figlio di un conformismo settario, che ha avuto in tutti questi anni anche i suoi cantori di regime. Il più illustre dei quali è Roberto Benigni, il celebrato autore ed interprete de “La più bella del mondo”. Glielo ricordano ora i nuovi campioni di questo conformismo, i settari puri e duri di Grillo, impegnati nella lotta ad oltranza contro le riforme renziane, riuscendo in un colpo solo ad essere dei babbei e ad aver ragione.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La gioiosa macchina da guerra renziana

C’è l’onesto e c’è l’onesto furbacchione iscritto al partito degli onesti. La fortuna elettorale del partito degli onesti è sempre stata alterna; storicamente parlando, piuttosto scarsa. La natura più vera del partito degli onesti è quella di una corporazione, una fazione, una falange, una setta. La segreta attrazione per il giacobinismo deriva dal fatto che se non vi promette la vittoria con la rivoluzione, vi assicura quantomeno una protezione e una promozione di tipo mafioso dei vostri interessi. E’ una cosa che il disonesto capisce al volo, per puro istinto. E’ per questo che il partito degli onesti, a dispetto dei rovesci elettorali e del Sistema cui s’oppone da sempre, ha okkupato progressivamente tutta la società italiana. Arriva un giorno che si stenta a trovare un solo notabile di un qualsiasi angoletto dell’establishment, dall’associazione dei raccattapalle a quella dei banchieri, dal Festival di Sanremo alla Corte Costituzionale, che non faccia idealmente parte dell’onesta falange chiagnifottista. E’ il giorno in cui il partito degli onesti s’accorge che non c’è più bisogno di alcuna rivoluzione, visto che ormai si è pappato tutto: si è sistemato benissimo, senza aver avuto bisogno di rifondare la società. Ed è il giorno in cui spunta un nuovo partito degli onesti pronto a ripetere l’operazione ai suoi danni: rivoluzione o okkupazione.

Il grande cruccio di questo partito egemone (che non c’entra un bel nulla con la vecchia DC, la cui presa sulla società era molle, paternalista e tutt’altro che pervasiva) è di non esser mai riuscito a convincere la plebe a plebiscitarlo. Sono lustri e lustri che questo matrimonio s’ha da fare. Alla sventurata l’hanno fatto capire in tutti i modi possibili i bravi della magistratura, i predicatori sui giornali, i felpati attori istituzionali. Bisognava prendere la recalcitrante promessa sposa per stanchezza, come in un matrimonio combinato, e farle capire che non c’erano alternative. Col trionfo alle elezioni europee di Renzi, candidato unico di Repubblica, Corriere, Stampa, Sole 24 Ore, Unità, Confindustria, Sindacati, e compagnia cantante (e nonostante ciò il perspicace Scanzi è riuscito a paragonare la vittoria del 2014 di Renzi a quella del 1994 di Berlusconi!), questo disegno sembra essersi concretizzato, e la gioiosa macchina da guerra renziana pare pronta per nuove vittoriose campagne, anche se in giro più che l’entusiasmo si respira la rassegnazione di un paese sfiancato dal mobbing della società civile.

Ma è un’illusione ottica. Più di quattro elettori su dieci non hanno votato. Per ragioni giuste o sbagliate l’appeal del voto europeo è così scarso che qualcuno avrà votato perfino per sport. E l’offerta politica era ridotta in sostanza al Candidato Unico, al Fuori di Testa, e allo Sputtanato. In futuro il PD non potrà all’infinito raccogliere i frutti dell’ambiguità di un partito che con Renzi presenta una faccia giovanilistica, democrat, liberal; che però s’intruppa in Europa nella famiglia socialista; e che rivendica nel contempo l’eredità di Berlinguer: tre cose che si escludono l’una con l’altra. E il M5S invece dovrà prima o poi (dolorosamente) chiarire a che genere di vaffanculismo appartiene: a quello di sinistra (che è senza dubbio quello originario) o a quello di destra? Tale mancanza di progettualità politica spiega in parte anche la straordinaria e per molti inesplicabile resistenza del fenomeno Berlusconi, nonostante viva sotto i bombardamenti da vent’anni: il berlusconismo – al netto di quell’aspetto pittoresco o di quel lato questurino che interessa gli spiriti superficiali, faziosi e tremendamente noiosi – è il progetto di un rassemblement politico che presidi tutta la destra, senza cedere ad infecondi identitarismi o a centrismi equivoci. E’ l’unico progetto politico serio e coerente degli ultimi vent’anni, e per questo è sempre pronto a rifiorire. Si è ben visto come l’indebolimento di Berlusconi non abbia partorito la “destra perbene” promessaci dagli imbonitori della grande stampa. Al contrario: leghisti e fratelloni d’Italia si son riscoperti lepenisti, e i berlusconiani perbene o rinsaviti son tornati alle acrobatiche pratiche del centrismo parallelamente convergente.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Piccolo mondo comunista

L’ultimissimo capitolo delle avventure del Compagno G ci ha regalato una perla: il mitico Primo, nonostante tutti i pasticci combinati nel passato, era da anni iscritto al Pd. Quando Primo cadde nella rete di Mani Pulite (fu arrestato due volte nel 1993) si capì subito che era di una pasta diversa da quella delle signorine socialiste o democristiane: un professionista in mezzo a tanti piagnucolosi dilettanti, un comunista solido, tarchiato, tranquillo e perfino simpatico, che di fronte alle accuse dei magistrati e a quelle ancora più velenose del suo partito, il Pci-Pds occhettiano, che lo incolpava di millantato credito, cioè di aver usato la sua militanza e le sue note entrature nei quartieri altissimi del partito per farsi i suoi affarucci personali, rispondeva serafico: niet, niet, niet e ancora niet. Uno spettacolo. Fu condannato per finanziamento illecito al partito; il quale partito naturalmente si salvò dall’infamia, oltre che per lo stoicismo del Compagno G, anche per due altri motivi: la tenaglia mediatico-giudiziaria, come sempre accade quando il malaffare spurga dai tombini della sinistra, non si chiude mai perfettamente; e per il fatto che noti sillogismi accusatori si applicano solo ai nemici dell’Italia per definizione onesta e democratica. Una parte non trascurabile del popolo di sinistra, e forse la maggioranza silenziosa, vide in Primo l’eroismo e la saldezza dell’apostolo, ed una conferma della superiorità antropologica e perfino morale del comunista. E tuttavia, ufficialmente, agli occhi dell’elettore post-comunista e democratico, col suo culto feticistico e un po’ bambinesco della legalità, Greganti non poteva essere che due cose: o un corrotto semplice o, peggio ancora, un corrotto-diffamatore, cioè, ripetiamo, uno che aveva scientemente infamato il nome del Pci-Pds per intascare cospicue mazzette. Ciononostante, il Compagno C, sempre ufficialmente, è tornato a casa e a partecipare alla vita di partito nella sua Torino: sono dell’avviso che anche questo “premio” dovrebbe essere oggetto di un’indagine approfondita. Psichiatrica s’intende.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (167)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CORRADO PASSERA 24/02/2014 Quando ormai nessuno più ci credeva, l’ex banchiere e super-ministro del governo Monti ha lanciato quello che i giornali hanno chiamato il suo “movimento politico”. A dire il vero lui l’ha chiamato il suo “progetto politico”. Questo al momento di gettare le fondamenta di quello che dovremmo chiamare il suo “partito”, dopo anni di cincischiato lavoro attorno al “progetto”. Diciamo allora che parrebbe – parrebbe – che il dado sia stato tratto, ma che non si sa ancora se il Rubicone sia stato veramente passato. Sui contenuti l’aria è piuttosto fritta: «bisogna partire dalle cose vere, dai bisogni concreti»; in compenso, però, in piglio è risoluto: «Non è il momento di piccoli passi né di perdere ulteriore tempo». Sulla collocazione politica del nuovo partito siamo alle solite: «non sarà né a destra, né a sinistra»; in compenso, però, il “progetto” vuole parlare alla gente: «il movimento sarà radicato». Come quest’ultima cosa possa avverarsi è un grande mistero, visto che per Passera il nuovo movimento sarà «un incubatore di competenze», una di quelle stravaganze lessicali che fanno la felicità dei tecnici o dei professori prestati alla politica, ma che rendono il popolo profondamente sospettoso. La scelta del nome del partito mi risulta poi abbastanza misteriosa. Io almeno non ci arrivo. Non so a voi, ma a me di primo acchito “Italia Unica” ha fatto pensare al “Modello Unico”, e trovo il fatto ben poco lusinghiero per i cervelloni del team di Passera, non si sa dove incubati.

IL CASO DEL MONTE 25/02/2014 Come ogni inchiesta che tocca la sinistra, anche quella sul disastro del Monte dei Paschi segue il collaudatissimo schema inaugurato con Mani Pulite: una breve fiammata mediatica iniziale; poi, pian pianino, il tempo comincia a scorrere inesorabile, la discrezione si fa totale, il silenzio tombale, e il tonfo sordo sul selciato di uno che si butta dalla finestra raggela più che scuotere. Ogni tanto c’è una novità, ma è robetta. L’ultima, per quanto riguarda l’istituto senese, un nuovo filone d’inchiesta su una truffa di una cinquantina di milioni di euro, che vede indagati ex funzionari della banca e dei broker finanziari, tanto per ribadire quello che tutti avremmo ormai dovuto capire: ad affondare il Monte è stata una cricca di avventurieri capitati da chissà dove e mandati da chissà chi. Insomma, è un caso Lusi all’ennesima potenza. Ebbene, deludendo i tantissimi berlusconiani che mi seguono, voglio dire chiaro e forte che per me questa è un’inchiesta esemplare. Infatti la magistratura qui non ha fatto sociologia da quattro soldi: si è interessata solo di quanto penalmente rilevante, non ha sindacato sulle strategie della banca, legittime anche quando disastrose, non ha messo il naso sui rapporti formali e informali con politici ed istituzioni. Ed è per questo allora che noi tutti abbiamo il diritto/dovere di rispondere a questo quesito di alta rilevanza politica e morale, anche se non penale: i politici, le istituzioni, i clienti, i cittadini, le associazioni, insomma tutto il mondo che ruota da una vita attorno al Monte, come lo dobbiamo chiamare? Complice, ebete, o vittima dei compagni di Roma?

STAFFAN DE MISTURA 26/02/2014 Per quale motivo uno come lui, che durante una quarantennale carriera in giro per il mondo era riuscito a levigare perfettamente una personalità già ben disposta verso quel garbo inconcludente e soddisfatto di sé che si richiede ad un diplomatico dell’Onu, abbia accettato dal governo Letta l’incarico di inviato speciale in India per il caso dei marò è un mistero. E perché il governo Letta gliel’abbia offerto, anche questo è un bel mistero. La missione era fatta apposta per una carogna alla Sergio Marchionne. In un annetto da inviato speciale De Mistura non ha perciò cavato un ragno dal buco. Gli indiani l’hanno inquadrato subito e se la sono presa anche più comoda di prima. Che nell’arte del prender tempo con soporifera imperturbabilità gli indù siano dei campioni, adesso l’ha capito anche lui. Disperato, comincia a mettere le mani avanti: i marò, dice, sono «militari italiani, militari europei e, se dovessero essere mai un giorno giudicati vanno giudicati in Italia. Comunque sia, devono tornare in Italia. Su questo credo che questo governo, come i governi precedenti, non mollerà mai». Espressione volitiva, quest’ultima, del genere di quel mantra che ci ronza negli orecchi da almeno un quarto di secolo: «L’Italia ce la farà!».

LA RUSSIA DEI SOGNATORI 27/02/2014 I sondaggi vanno sempre presi con le molle, e sempre interpretati. Figuriamoci quelli che vengono fuori dalla Russia. Ciò detto, secondo un sondaggio condotto dal centro demoscopico indipendente Levada, anche per molti russi si stava meglio quando si stava (incommensurabilmente) peggio, cioè ai tempi dell’Urss. Al momento attuale quattro russi su dieci la pensano così; due su dieci invece approvano l’attuale stato di cose; e solo altri due su dieci tifano per la democrazia all’occidentale. No, non è che i russi siano diventati matti. Senza che lo sappiano, sono solo diventati abbastanza frivoli da frignare all’occidentale, cioè sproloquiando a bella posta sul buon tempo antico. Fatto sta che però, secondo l’istituto, il 56% dei russi preferirebbe tornare alla pianificazione statale e alla redistribuzione, e solo il 29% sarebbe favorevole all’economia di mercato. Insomma, alla figura del padrone sono tuttora affezionati, e molti lo vorrebbero assai più autorevole, autoritario, paterno e sollecito di quel liberale dello Zar Vladimir. Sono, quest’ultimi, quelli che sotto sotto sognano anche loro, e a loro modo, una bella primavera russa. Ditelo ai sognatori di casa nostra.

GIUSEPPE FIORONI & MASSIMO D’ALEMA 28/02/2014 Manca ancora molto alla fine della tragicommedia ma un primo passo è stato fatto: la direzione del Partito Democratico (Italiano), a terrificante maggioranza, neanche fosse ancora un comitato centrale (121 sì, 1 no, 2 astenuti), ha scelto di entrare nel Partito Socialista Europeo. A suo tempo per i post-comunisti la stravagante opzione “democratica” nasceva da una doppia esigenza: quella di saltare a piè pari la questione socialdemocratica; e quindi quella di acquistare una componente centrista che si ponesse a garanzia della loro moderazione e credibilità e che nel contempo aumentasse la massa critica della sinistra. Per gli ex democristiani di sinistra l’opzione “democratica” servì invece per nascondere la loro resa alla sinistra sotto il manto della resa dei post-comunisti al loro zelo missionario. Eppure c’è ancora qualche giocherellone che fa finta che non sia andata così. «Per quanto mi riguarda avendo un tempo convenuto sulla opportunità di non morire da socialdemocratici, ribadisco la speranza di vivere da democratici», ha detto il cavaliere solitario del “no” Giuseppe Fioroni. All’utile idiota ha risposto caustico Massimo D’Alema: «C’è tra di noi chi teme, non senza ragione, di morire democristiano. C’è poi chi non vuole morire socialista. Io mi limiterei alla prima parte di questa affermazione, che è compresa da tutti i cittadini. (…) La nostra adesione deve avere un forte impegno innovativo, dobbiamo contribuire a creare una vera forza politica europea progressista, dalla politica economica ad una svolta in politica estera europea. (…) Non è una resa, ma un grande passo avanti». Solo che a non voler morir socialista fu anche un padre di questa sinistra come il venerato Enrico Berlinguer, il quale ancora alla fine degli anni settanta proclamava: «non siamo e non diventeremo mai socialdemocratici!» Ma non lo state tradendo, il vostro santino, caro D’Alema? O forse avete finalmente capito anche voi, coi soliti trent’anni di ritardo, che il padre della velenosa questione morale, se non fu un vero e proprio babbeo, quantomeno rappresentò una vera e propria sciagura per la sinistra e per l’Italia?

Il governo Letta e le prospettive della sinistra

Giudico la nascita del governo Letta una cosa positiva per l’Italia. Tuttavia non credo che la sua politica economica avrà qualche efficacia. Per vari motivi: l’eterogeneità della maggioranza di governo; la generale, bipartizan mancanza di idee chiare; la profondità strutturale dei problemi economici, che sono poi comuni a quelli dell’Occidente. Penso che l’azione del governo resterà nel solco di quelle che l’hanno preceduta. Anche se sulla carta sembra aprire cautamente le porte a una politica economica più espansiva, il governo, volente o nolente, sarà costretto a privilegiare la politica abbastanza meschina dei saldi contabili al fine di impedire l’esplosione del debito. Si giocherà ancora sulla quantità più che sulla qualità, pareggiando qualche limatura con qualche aggravio occulto alle imposte. Questa stabilità ragionieristica non ha risolto e non risolverà un bel nulla. Ciò nonostante nella sua mediocre costanza essa ha avuto un merito: dimostrare che la malattia italiana non era isolata, che la non-crescita italiana e il debito pubblico italiano erano spesso solo l’altra faccia della medaglia delle crescite fasulle e dei debiti privati, e quindi in un certo modo nascosti, di altri paesi occidentali; che con l’evolvere della crisi il tempo avrebbe svelato il bluff e “italianizzato” anche sul piano contabile la maggioranza delle economie occidentali; e che perciò non era giusto che l’Italia ne pagasse un prezzo esorbitante in termini di interessi sul proprio debito. Per quanto drogati, anche i mercati finanziari prima o dopo tendono a risintonizzarsi sulla realtà.

Penso inoltre che, in generale, gli attuali governi dei paesi occidentali non possano fare molto di più – dal punto di vista prettamente statistico, ossia del Pil – che governare la stagnazione. Ma “governare la stagnazione” è un concetto che può nascondere comportamenti contrapposti, sia l’immobilismo sia un’azione profondamente risanatrice. La trionfante mistificazione dei concetti di “austerità” e “crescita” serve a nascondere questa verità. Oggi l’austerità è dileggiata e la crescita è venerata. Ma noi non abbiamo avuto una vera austerità e rischiamo di avere una falsa crescita. L’austerità l’hanno praticata le famiglie, non certo lo stato, che ha chiamato “austerità” la copertura attraverso l’aumento delle imposte delle sue non tagliate spese, che le stesse famiglie peraltro poi non volevano tagliate, in un avvitamento fatale di reciproche e comode reticenze. Ognuno poi capisce che la crescita del Pil non vale un piffero, se essa nel lungo termine non sopravanza quella delle spese, compreso il costo del debito. Le politiche “keynesiane” di aumento della spesa pubblica o delle iniezioni di liquidità sul mercato sono le stesse che ci hanno portato a questa situazione, non un fantomatico “laissez-faire”: una ben intesa economia “di mercato” è naturalmente “austera” ed è l’unica veramente “sostenibile”. Noi dobbiamo appunto governare un traumatico, ed epocale, ritorno alla normalità ed è un po’ difficile farlo attraverso la retorica dell’emergenza e dei piani salvifici.

Sul piano delle riforme istituzionali le prospettive sono più incoraggianti, perché le forze politiche potrebbero trovare conveniente rifarsi qui dell’impotenza che dimostreranno nell’affrontare la crisi economica. Tuttavia, né un’organica riforma istituzionale, né tanto meno una riforma elettorale, sarebbe di per sé sufficiente a ovviare al male principale di cui soffre l’Italia: la mancanza di una normale architettura politica fondata su un grosso partito popolare-conservatore e un altro socialdemocratico-progressista. Normale non perché la preferibile in astratto, ma perché in armonia con la storia e la geografia di un paese europeo nell’anno di grazia 2013. Normale, e quindi meno guastata dallo spirito di fazione, e quindi più aperta. Ecco perché la migliore e la più feconda prerogativa del governo Letta è proprio quella che da molte parti gli viene rimproverata: di essere un “inciucio”. Il bacio col rospo berlusconiano costringerà la sinistra a ripensarsi senza essere zavorrata dalla pregiudiziale antiberlusconiana. E la condurrà fatalmente a uscire dal vuoto involucro “democratico” per trovare una sua identità in un progetto socialdemocratico, che però per essere tale dovrà essere ripulito dai fumi intossicanti dell’antiberlusconismo e del moralismo giustizialista, e che quindi la porterà a ripensare dolorosamente tutta la sua storia. Come dimostra la nascita di questo governo la sinistra oggi non può trovare un’identità in positivo: per essere di governo, la sinistra diventa democristiana; se vuole essere di sinistra, ricade in quella di lotta, e si sente grillina. L’odio per Berlusconi si spiega anche col fatto che la razionalità di fondo del berlusconismo – la creazione del centrodestra italiano, una realtà che non si può negare correndo dietro alle peculiarità del personaggio – mette in luce la perdurante anomalia della sinistra italiana, prima comunista e poi tutto fuorché “socialdemocratica”. Sono cose che dicevo proprio qui quattro anni fa, parlando dalla sponda berlusconiana. Ma vedo che anche loro, adesso, ci stanno arrivando.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Update 04/05/2013: Ecco un altro che ci sta arrivando (naturalmente dicendo solo un terzo della verità, ma c’è tempo, c’è tempo…)

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.

MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.

L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.

IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.

IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.

Cosa significa il rigetto di Prodi da parte della sinistra

La sinistra prima ha bocciato Marini, un esponente del Pd, anzi un fondatore del Pd, ex democristiano ma non antiberlusconiano. Poi la sinistra ha bocciato Prodi, un nume tutelare del Pd, ex democristiano ma antiberlusconiano. Ciò significa che i piddini sono caduti nel panico. Comanda “La Repubblica” e comanda sempre di più “Il Fatto Quotidiano”. Comandano i fanatici patrioti costituzionali antiberlusconiani di Libertà e Giustizia cogli appelli per il loro sodale Rodotà. Senza l’antiberlusconismo la sinistra è priva di un’identità. Ciò significa che ad agire è la logica del giacobinismo: i montagnardi si stanno mangiando i girondini. Ciò significa che, orfana del marxismo, la sinistra italiana è rimasta solo giacobina. Il giacobinismo è un vuoto riempito di odio. E’ un moralismo senza principi e senza misericordia. E’ una Chiesa senza un Credo e senza Comunione. E’ il Non-Essere politico. In Italia questo nulla velenoso va sotto il nome di Questione Morale, un Idolo al quale solo pochi non si sono piegati. La Questione Morale è un Idolo che va abbattuto. Ciò significa che tutto questo sarebbe impensabile se la sinistra in Italia, come in Europa, fosse rappresentata da un Partito Socialista o Socialista Democratico, perché in quel caso sarebbe una forza temperata e temprata. Quello del Pd è un giacobinismo all’acqua di rose, incline alle mode, capace di abbandonare le bandiere rosse, capace di strizzare l’occhio al liberalismo, farsi obamiano e kennedyano, ma incapace di porre barriere al giacobinismo puro e duro. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che alla sinistra manca il baricentro socialdemocratico, ossia autenticamente di sinistra ma non giacobino. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana.Che noia mortale.

Cosa significa il rigetto di Marini da parte della sinistra

Ciò significa che l’unica cosa che “tocca le corde profonde dell’elettorato progressista” è ancora l’antiberlusconismo. Ciò significa, anche se questo non piace agli orecchi delicati, che la sinistra non è ancora uscita dal “comunismo”. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che il Pd è formato da giacobini in doppiopetto – i sanculotti sono alla sua sinistra – e relitti democristiani cooptati solo per puro pragmatismo, con l’eccezione di quelli che si sono piegati al verbo. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana. Che noia mortale.