Renzi tra partito e setta

La nascita del partito della nazione, secondo la felpata propaganda di quella grande stampa sempre un po’ vile che se ne faceva paladina qualche anno fa, doveva essere la conseguenza inevitabile (ma anche costruttiva) della presa d’atto che il ventennale tentativo di bipolarismo politico all’italiana era ormai abortito e che gli opposti populismi al quale invece si era ridotto necessitavano di un argine poderoso. La sua prima versione, quella montiana, si risolse però in un prodigioso fallimento, molto simile a quello di certe squadre che nella partita decisiva della stagione non sembrano neanche scendere in campo. Si pensò allora di arrivare allo stesso risultato attraverso la trasformazione, di nome o di fatto, del Partito Democratico nel partito della nazione. Più tardi l’energica figura di Renzi sembrò ridare corpo al progetto.

Tuttavia proprio in questi giorni abbiamo potuto vedere ancora una volta come questa idea sia nata da ragioni di opportunismo e si porti dietro insanabili contraddizioni. Non esiste, infatti, in Italia un populismo più diffuso, pericoloso e grossolano di quello giustizialista; eppure anche nei giorni del caso Azzollini, com’è sempre accaduto quando Renzi si è dovuto scontrare con la setta della questione morale, né il Corriere, né la Stampa, né il Sole 24 Ore hanno fatto sentire la loro voce in sostegno del premier.

Ciò è dovuto al fatto che anche l’idea del partito della nazione nacque nel solco dell’antipolitica: ne era la versione paludata, compunta, propria delle sale ovattate. Era il modo perbenista, istituzionale, di cedere al conformismo vaffanculista. Ciò che essa denunciava era pur sempre l’insufficienza della politica; ciò che essa perorava era pur sempre la necessità di un suo superamento; e ciò che essa incarnava era in ogni caso una sorta di palingenesi dai tratti rassicuranti e perfino borghesi. Ma nel profondo, senza ostentazioni, quest’idea contribuiva tuttavia ad alimentare quelle correnti populiste che diceva di voler neutralizzare.

Ecco perché quando si tocca una questione dirimente, anzi identitaria, come quella della giustizia, prima ancora sul piano culturale che su quello meramente tecnico, legioni di autorevoli e sagaci editorialisti, di solito prodighi di consigli, invece di buttare il cuore oltre l’ostacolo, fanno i pesci in barile. Ma allora come si può pretendere di porre le basi di un partito votato virtuosamente all’interesse nazionale, e perciò supremamente politico, nel miglior senso del termine, venendo nello stesso tempo a patti con ciò che ne rappresenta la negazione, l’incivile caricatura, cioè la setta?

Questa contraddizione interna è la stessa che agita il Partito Democratico vero e proprio. E non vi è modo di uscirne in modo indolore. Se Renzi decidesse di tagliare il cordone ombelicale con la setta giustizialista per davvero, il Pd andrebbe incontro ad un drammatico ridimensionamento. Non solo: si può star sicuri che questa svolta non avrebbe l’appoggio della grande stampa sopramenzionata. E il presidente Mattarella, che non è certo un cuor di leone, e che dimostra ogniqualvolta apre la bocca di essere fedele in maniera perfino comica ai frusti e tristissimi codicilli della vulgata della repubblica nata dalla Resistenza, gli si rivolterebbe contro. Sotto altre forme, il caso Berlusconi verrebbe a riproporsi. E sarebbe la dimostrazione che non è Berlusconi la vera anomalia della politica italiana.

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L’irrisolto Renzi e l’irrisolto Pd

Che la caratteristica più vistosa della politica e del giornalismo politico italiano sia l’isterismo, è cosa ormai risaputa. In questo il nostro paese conferma la sua secolare passione per il melodramma. Ricorderete certo che fino a qualche settimana fa il centrodestra era dato per morto: anche ai nemici oramai faceva più compassione che ribrezzo. Oggi è ritornato una minaccia. Mentre quel Renzi che fino qualche mese fa sembrava avviato ad una dittatura democratica ventennale, oggi viene quasi dato sulla via del tramonto. Sono bastati la botta alle elezioni regionali e i sondaggi in picchiata per il Pd a far cambiare canzone ai ragazzi del coro.

Il brusco ridimensionamento del renzismo merita invece una spiegazione razionale. La presunta popolarità di Renzi poggiava su un equivoco. Per capirlo bisogna ritornare ai tempi della deposizione di Berlusconi e dell’intronizzazione di Monti. Fu allora che si cominciò a parlare del partito della nazione. Il piano era semplice quanto pretenzioso: Super Mario, il tecnocrate europeo doc, personificazione un po’ caricaturale dell’autorevolezza e della competenza, grazie al successo della sua azione di governo, e grazie al discredito generale in cui erano precipitati i partiti politici, doveva coagulare intorno a sé il favore del mondo politico migliore, di destra e di sinistra, e farne il nucleo fondante di una nuova formazione politica, il partito della nazione, appunto, destinato a trionfare alla prima tornata elettorale.

Monti si rivelò una macchietta. Da grand commis prestato alla politica, non dimostrò né idee né leadership. In compenso incantò per la sua sobrietà, talmente ostentata da meritare le pernacchie delle persone con ancora qualche rimasuglio di spina dorsale. Il partito della nazione, nelle sue fredde mani, restò congelato. Invece di ritirarsi dignitosamente dalla scena politica, Monti decise di morire politicamente coprendosi di ridicolo e fondò Scelta Civica, partito che anche nel nome confessava le ambizioni rionali di una lista civica più che quelle di un partito della nazione.

I presunti poteri forti optarono allora per il piano B; ossia pensarono, nella loro impotenza, di fare dello stesso Pd il partito della nazione. Bersani stette al gioco, perché stimò che non gli potessero venire che vantaggi. Ma alle elezioni la rivitalizzazione del centrodestra da parte di quel diavolo del Berlusca e la concomitante esplosione del M5S combinarono il disastro: il Pd riuscì a vincere le elezioni per un soffio, ma non ottenne la maggioranza al senato. Il risultato morale fu un pareggio equivalente a una cocente sconfitta.

Le circostanze perciò giocarono per mantenere in vita l’idea balzana del partito della nazione. Nacque un governo delle larghe intese, centrato su un Pd che guardava al centro e che veniva guidato da un centrista per storia e temperamento, il democratico Letta. Il giovanotto neanche cinquantenne non si rivelò una macchietta ma nemmeno dimostrò la tempra churchilliana necessaria a tenere a bada nemici esterni ed interni, in un periodo difficilissimo per l’economia e in un contesto di montante insofferenza popolare per soluzioni politiche calate dall’alto, anche a sinistra (a cominciare dal guru Zagrebelsky) dove quelle stesse soluzioni qualche anno prima erano state invocate con molesta petulanza (sempre a cominciare dal guru Zagrebelsky, naturalmente) pur di liquidare Berlusconi.

Cosicché ai presunti poteri forti, quando il simpatico pirata Renzi abbordò con successo il bastimento Pd e mostrò, a forza di rassicurazioni, di voler fare le scarpe al suo grande amico Letta, sembrò che la figura del Rottamatore potesse riverniciare a nuovo un disegno vecchio. Il grande amico Letta fu esautorato e sulle prime il disegno sembrò avviarsi verso orizzonti di gloria. Alle elezioni europee il Pd stravinse. Ma proprio qui si cadde nell’equivoco. In realtà la straordinaria vittoria renziana era il segno di un paese sfinito che si arrendeva, dopo anni di lavoro ai fianchi, a una soluzione da partito degli ottimati cui Renzi offriva, suo malgrado, una faccia accattivante, più che l’esito di una franca adesione dell’elettorato al cosiddetto renzismo.

L’ascesa al potere di Renzi si caricava perciò di una doppia ambiguità: da un lato la scarsa legittimazione democratica, che il risultato delle europee non cancellava del tutto, e la natura opaca dei suoi rapporti col partito del partito della nazione, per così dire; dall’altro l’ambiguità di un partito democratico che si vergogna di farsi chiamare socialista ma sta coi socialisti in Europa e nel contempo onora Berlinguer, colui che per furbizia e per necessità rimpiazzò il marxismo col giacobinismo nel vecchio Pci.

Non avendo mai affrontato queste contraddizioni strutturali della sinistra il renzismo non riesce a darsi un minimo d’identità politica; identità che nemmeno il forsennato (e spesso cinico, nei confronti delle persone) attivismo del premier può surrogare all’infinito. Ed è così che un po’ alla volta il Pd sembra progressivamente subire la pressione di due identità politiche più forti: da una parte il M5S, vero erede del radicalismo di massa incarnato dal vecchio Pci, fortezza montagnarda in trepida attesa di liquidare i girondini piddini, a dimostrazione che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è mai avvenuta; dall’altra un centrodestra che pur nella sua frammentazione politica al momento buono riesce sempre a ritrovare una certa compattezza in virtù di un elettorato molto più coeso dei suoi rappresentanti politici, a dimostrazione che il berlusconismo, piaccia o non piaccia, non si esaurisce nella figura del Cavaliere, ma è anche un progetto politico sensato.

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Renzi e i giustizieri

Ero stato facile profeta, due mesi fa, nel parlare di «lento assedio della sinistra giustizialista a Renzi». La vera battaglia per la riforma della sinistra Renzi non l’ha nemmeno cominciata. Renzi è stato bravo a presentarsi come l’uomo che rompe gli schemi e parla una lingua nuova, ma tutto questo suo accattivante agitarsi nascondeva una reticenza di fondo. Era un modo di far finta di prendere il toro per le corna, quando invece si prendeva per le corna una capretta. A sinistra il vero toro da rispedire in stalla era il giustizialismo, non quel vetero-socialismo che peraltro, col perdurare della crisi, sta tornando di moda anche fra chi in questi anni si era politicamente accampato fra i democratici con veltroniana fatuità.

D’altra parte anche la filosofia della rottamazione, a ben vedere, costituiva una specie di giustizialismo giocoso, che permetteva a Renzi di essere allo stesso tempo dirompente ed ambiguo. Ciò gli ha conservato in qualche modo, e per qualche tempo, le simpatie di ampie schiere del popolo di sinistra, ma gli anche assicurato l’appoggio di quella grande stampa dell’ex triangolo industriale che da anni ormai si è piegata al verbo giacobino, nell’illusione di potersene servire per patrocinare disegni politici tecnocratici o centristi. Il risultato è però che il Pd di Renzi ha sfondato al centro conquistando i voti di un certo elettorato moderato sfiancato dalla pedagogia ossessiva del circo mediatico-giudiziario, elettorato che ha scelto di arrendersi a Renzi piuttosto di non votare; ma non ha affatto ridimensionato quella specie d’identitarismo di sinistra costituito dalla mistica della questione morale, credo politico che dopo il crollo del Muro di Berlino ha occupati nel mondo post-comunista gli spazi lasciati vuoti dalla dottrina marxista.

Era inevitabile, perciò, che con la fine della luna di miele fra Renzi e gli italiani – fine che non gli si può imputare più di tanto in quanto nell’attuale situazione anche a un santo o a un genio sarebbe capitato lo stesso – l’anima giustizialista della sinistra in generale e del suo partito in particolare cominciasse a prendere per il bavero il condottiero fiorentino e a chiedergli sempre più insistentemente una confessione di fede. Ed è così che sono saltate fuori le liste di proscrizione della Bindi a mettere brutalmente sul tappeto la questione sulla natura del Partito Democratico: qual è il vero Pd? Il partito entrato nella famiglia dei socialisti europei o il partito giacobino di massa del quale, sulla fine degli anni settanta del secolo scorso, partendo da lidi diversi, Scalfari e Berlinguer posero le basi?

Singolari, ed eloquenti, le ragioni che hanno spinto uno dei guru del partito della legalità, Roberto Saviano, a criticare le liste bindiane. E significativo il fatto che tali ragioni nella sostanza siano state fatte proprie, dopo qualche dichiarazione ambigua, dal presidente dell’Anticorruzione Cantone, la cui nomina è stato il primo vistoso segno di cedimento di Renzi alle istanze giacobine. Secondo Saviano, il peccato commesso dalla Bindi starebbe in questo: inchiodando pubblicamente alcuni personaggi alle loro presunte colpe, avrebbe di fatto assolto tutti gli altri. Infatti, l’essenza politica del giustizialismo, al quale della legalità e dei modi lungimiranti di mettere un freno al malaffare non importa in realtà un bel nulla, non sta tanto, o non sta solo, nel far rotolare un certo numero di teste, piccolo o grande che sia; sta piuttosto nel tenere tutti quanti sotto scacco, esercitare un sempre più ampio potere di veto, imporre un nuovo linguaggio – come quello che, oggi, mira demagogicamente e spudoratamente ad assimilare alla mafia qualsiasi tipo di malaffare – e infine puntare al potere tout-court.

Intanto, per la prima volta, Renzi, sul tema della giustizia, sembra quasi costretto a dare spiegazioni. Ma non può illudersi più di tanto: per i giacobini il compromesso dura solo un giorno, e costituisce una piattaforma sulla quale erigere nuove torri d’assedio.

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Renzi e la sinistra (tutta) alla resa dei conti

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata l’occasione per quell’Italia che della legalità ha fatto un feticcio ad uso meramente politico, e della quale una parte rumorosa della nostra magistratura si sente l’avanguardia sul campo di battaglia, di rispolverare il personaggio di Berluschino. Il presidente della Corte di Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, è arrivato a dire, papale papale: «Pensavo, finito un certo periodo, che le cose potessero cambiare», parole che esprimono uno schietto giudizio politico, e non un giudizio di politica giudiziaria. Renzi, col piglio giovialmente napoleonico che gli è consueto, ha risposto per le rime alle critiche, duro e beffardo come se avesse a che fare con dei bacucchi fuori della realtà. Se lo può ancora permettere, essendo, almeno nominalmente, di sinistra e al momento vincente. Quindi il fascismo non è alle porte, come invece sarebbe immancabilmente accaduto se al posto di Berluschino ci fosse stato Berlusconi.

Intanto però i cannoneggiamenti arrivano anche dalla corazzata di Repubblica. L’augusto fondatore Eugenio Scalfari l’ha scritto chiaro e tondo nel suo pezzo domenicale: «Renzi è l’autore della riabilitazione berlusconiana». L’articolo nella sostanza è una specie di ultimo avvertimento; il tono non ultimativo e quasi lepido è quello che si usa coi destinatari di tali messaggi quando li si vuole ancora recuperare alla causa. E un altro segnale non incoraggiante per Berluschino arriva dalle elezioni politiche in Grecia. Non tanto dal risultato, che era previsto, ma dalla reazione dell’italico popolo di sinistra alla vittoria di Tsipras: ostentatamente entusiasta nella sinistra che non si riconosce nel Pd (compresi i grillini, naturalmente) e pudicamente soddisfatta in una parte non trascurabile di quella che nel Pd si riconosce.

Questi fatti provano ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante i suoi successi politici Renzi non è riuscito a riformare la sinistra. Se il radicalismo di massa, che è la malattia endemica della sinistra italiana dai tempi della scissione di Livorno, attira ancora tanta parte dell’Italia rossa, significa che l’approccio liberal in un paese come il nostro (e in gran parte dell’Europa) a sinistra non funziona, non parla al cuore dell’elettorato, è fuori di quella storia con la quale la politica deve fare i conti. E’ solo nello sciocco e fatuo universo veltroniano, là dove tutto si compone in meravigliosa armonia, che Berlinguer e Blair possono andare a braccetto: nessuno di questi due personaggi, però, può essere una figura di riferimento per una sinistra italiana matura e pacificata. Ma ciò significa anche che la “terra di mezzo” socialista, suo naturale approdo, per la sinistra italiana è ancora taboo, per motivi che non elenco per non offendere l’intelligenza dei lettori.

Cosicché adesso, alla vigilia della grande partita politica che si giocherà intorno all’elezione del nuovo presidente della repubblica, per Renzi si aprono due scenari, che però lasciano congelati i problemi di fondo sopramenzionati: o riesce a tenere il partito insieme, rilanciando la posta come ha sempre fatto, sull’onda dei successi fin qui ottenuti, ottenendo così una vittoria dal sapore termidoriano sulla vecchia classe dirigente comunista; oppure si rassegna ad una scissione (l’ennesima della storia della sinistra italiana) che però farebbe del Pd un partito a caratterizzazione sempre più apertamente centrista: sogno segreto di Berlusconi, non perché miri anche lui al partito della nazione, ma perché un Pd “centrista” avrebbe scarso appeal fra gli elettori di sinistra e tuttavia incontrerebbe ancora la diffidenza del popolo di destra. Ce ne sarebbe anche una terza, dal vago sapore fantascientifico: che Berluschino si faccia prendere dal panico e cominci a correre dietro a Tsipras; e neanche questa follia forse dispiacerebbe a Berlusconi, pronto a quel punto ad accogliere come figlioli prodighi vagonate di elettori.

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Chi di Costituzione ferisce di Costituzione perisce

Insieme alla «questione morale», sulla genesi della quale non torno (anche perché ho scritte parole definitive in merito), il «patriottismo costituzionale» è l’espressione più popolare del bigottismo di sinistra in Italia, e come quella è un frutto del crollo del comunismo; crollo che per il nostro paese significò la fine della glaciazione politica imposta dalla Guerra Fredda. Sintomi politici di questo disgelo furono negli ottanta non solo l’affermarsi del socialismo craxiano a sinistra e del fenomeno leghista a destra, che interpretava in modo confuso la protesta dell’elettorato conservatore nelle roccaforti democristiane del Lombardo-Veneto, ma anche il protagonismo, per esempio, di un democristiano sui generis come Cossiga, il presidente delle «esternazioni». Il feticismo costituzionale della sinistra, prima di esplodere strumentalmente nel «ventennio» berlusconiano, cominciò a mettere radici proprio negli anni ottanta, insieme ad un inedito amore per il tricolore, che il «garibaldino» Craxi per primo aveva rispolverato a sinistra. Infatti si può dire che fino a tutti gli anni settanta per la nostra straordinaria Costituzione il popolo di sinistra non mostrò alcun segno di affetto particolare; e che al tricolore nazionale guardò perfino con sospetto. Alla sinistra post-comunista il «patriottismo costituzionale» servì per una battaglia di retroguardia, per combattere il nuovo, per agitare l’arma della Costituzione contro il «decisionista» Craxi e il «picconatore» Cossiga, e per rivendicare la propria italianità nella lotta contro il «secessionismo» leghista. Il «patriottismo costituzionale», perciò, è figlio di un conformismo settario, che ha avuto in tutti questi anni anche i suoi cantori di regime. Il più illustre dei quali è Roberto Benigni, il celebrato autore ed interprete de “La più bella del mondo”. Glielo ricordano ora i nuovi campioni di questo conformismo, i settari puri e duri di Grillo, impegnati nella lotta ad oltranza contro le riforme renziane, riuscendo in un colpo solo ad essere dei babbei e ad aver ragione.

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La gioiosa macchina da guerra renziana

C’è l’onesto e c’è l’onesto furbacchione iscritto al partito degli onesti. La fortuna elettorale del partito degli onesti è sempre stata alterna; storicamente parlando, piuttosto scarsa. La natura più vera del partito degli onesti è quella di una corporazione, una fazione, una falange, una setta. La segreta attrazione per il giacobinismo deriva dal fatto che se non vi promette la vittoria con la rivoluzione, vi assicura quantomeno una protezione e una promozione di tipo mafioso dei vostri interessi. E’ una cosa che il disonesto capisce al volo, per puro istinto. E’ per questo che il partito degli onesti, a dispetto dei rovesci elettorali e del Sistema cui s’oppone da sempre, ha okkupato progressivamente tutta la società italiana. Arriva un giorno che si stenta a trovare un solo notabile di un qualsiasi angoletto dell’establishment, dall’associazione dei raccattapalle a quella dei banchieri, dal Festival di Sanremo alla Corte Costituzionale, che non faccia idealmente parte dell’onesta falange chiagnifottista. E’ il giorno in cui il partito degli onesti s’accorge che non c’è più bisogno di alcuna rivoluzione, visto che ormai si è pappato tutto: si è sistemato benissimo, senza aver avuto bisogno di rifondare la società. Ed è il giorno in cui spunta un nuovo partito degli onesti pronto a ripetere l’operazione ai suoi danni: rivoluzione o okkupazione.

Il grande cruccio di questo partito egemone (che non c’entra un bel nulla con la vecchia DC, la cui presa sulla società era molle, paternalista e tutt’altro che pervasiva) è di non esser mai riuscito a convincere la plebe a plebiscitarlo. Sono lustri e lustri che questo matrimonio s’ha da fare. Alla sventurata l’hanno fatto capire in tutti i modi possibili i bravi della magistratura, i predicatori sui giornali, i felpati attori istituzionali. Bisognava prendere la recalcitrante promessa sposa per stanchezza, come in un matrimonio combinato, e farle capire che non c’erano alternative. Col trionfo alle elezioni europee di Renzi, candidato unico di Repubblica, Corriere, Stampa, Sole 24 Ore, Unità, Confindustria, Sindacati, e compagnia cantante (e nonostante ciò il perspicace Scanzi è riuscito a paragonare la vittoria del 2014 di Renzi a quella del 1994 di Berlusconi!), questo disegno sembra essersi concretizzato, e la gioiosa macchina da guerra renziana pare pronta per nuove vittoriose campagne, anche se in giro più che l’entusiasmo si respira la rassegnazione di un paese sfiancato dal mobbing della società civile.

Ma è un’illusione ottica. Più di quattro elettori su dieci non hanno votato. Per ragioni giuste o sbagliate l’appeal del voto europeo è così scarso che qualcuno avrà votato perfino per sport. E l’offerta politica era ridotta in sostanza al Candidato Unico, al Fuori di Testa, e allo Sputtanato. In futuro il PD non potrà all’infinito raccogliere i frutti dell’ambiguità di un partito che con Renzi presenta una faccia giovanilistica, democrat, liberal; che però s’intruppa in Europa nella famiglia socialista; e che rivendica nel contempo l’eredità di Berlinguer: tre cose che si escludono l’una con l’altra. E il M5S invece dovrà prima o poi (dolorosamente) chiarire a che genere di vaffanculismo appartiene: a quello di sinistra (che è senza dubbio quello originario) o a quello di destra? Tale mancanza di progettualità politica spiega in parte anche la straordinaria e per molti inesplicabile resistenza del fenomeno Berlusconi, nonostante viva sotto i bombardamenti da vent’anni: il berlusconismo – al netto di quell’aspetto pittoresco o di quel lato questurino che interessa gli spiriti superficiali, faziosi e tremendamente noiosi – è il progetto di un rassemblement politico che presidi tutta la destra, senza cedere ad infecondi identitarismi o a centrismi equivoci. E’ l’unico progetto politico serio e coerente degli ultimi vent’anni, e per questo è sempre pronto a rifiorire. Si è ben visto come l’indebolimento di Berlusconi non abbia partorito la “destra perbene” promessaci dagli imbonitori della grande stampa. Al contrario: leghisti e fratelloni d’Italia si son riscoperti lepenisti, e i berlusconiani perbene o rinsaviti son tornati alle acrobatiche pratiche del centrismo parallelamente convergente.

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Piccolo mondo comunista

L’ultimissimo capitolo delle avventure del Compagno G ci ha regalato una perla: il mitico Primo, nonostante tutti i pasticci combinati nel passato, era da anni iscritto al Pd. Quando Primo cadde nella rete di Mani Pulite (fu arrestato due volte nel 1993) si capì subito che era di una pasta diversa da quella delle signorine socialiste o democristiane: un professionista in mezzo a tanti piagnucolosi dilettanti, un comunista solido, tarchiato, tranquillo e perfino simpatico, che di fronte alle accuse dei magistrati e a quelle ancora più velenose del suo partito, il Pci-Pds occhettiano, che lo incolpava di millantato credito, cioè di aver usato la sua militanza e le sue note entrature nei quartieri altissimi del partito per farsi i suoi affarucci personali, rispondeva serafico: niet, niet, niet e ancora niet. Uno spettacolo. Fu condannato per finanziamento illecito al partito; il quale partito naturalmente si salvò dall’infamia, oltre che per lo stoicismo del Compagno G, anche per due altri motivi: la tenaglia mediatico-giudiziaria, come sempre accade quando il malaffare spurga dai tombini della sinistra, non si chiude mai perfettamente; e per il fatto che noti sillogismi accusatori si applicano solo ai nemici dell’Italia per definizione onesta e democratica. Una parte non trascurabile del popolo di sinistra, e forse la maggioranza silenziosa, vide in Primo l’eroismo e la saldezza dell’apostolo, ed una conferma della superiorità antropologica e perfino morale del comunista. E tuttavia, ufficialmente, agli occhi dell’elettore post-comunista e democratico, col suo culto feticistico e un po’ bambinesco della legalità, Greganti non poteva essere che due cose: o un corrotto semplice o, peggio ancora, un corrotto-diffamatore, cioè, ripetiamo, uno che aveva scientemente infamato il nome del Pci-Pds per intascare cospicue mazzette. Ciononostante, il Compagno C, sempre ufficialmente, è tornato a casa e a partecipare alla vita di partito nella sua Torino: sono dell’avviso che anche questo “premio” dovrebbe essere oggetto di un’indagine approfondita. Psichiatrica s’intende.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (167)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CORRADO PASSERA 24/02/2014 Quando ormai nessuno più ci credeva, l’ex banchiere e super-ministro del governo Monti ha lanciato quello che i giornali hanno chiamato il suo “movimento politico”. A dire il vero lui l’ha chiamato il suo “progetto politico”. Questo al momento di gettare le fondamenta di quello che dovremmo chiamare il suo “partito”, dopo anni di cincischiato lavoro attorno al “progetto”. Diciamo allora che parrebbe – parrebbe – che il dado sia stato tratto, ma che non si sa ancora se il Rubicone sia stato veramente passato. Sui contenuti l’aria è piuttosto fritta: «bisogna partire dalle cose vere, dai bisogni concreti»; in compenso, però, in piglio è risoluto: «Non è il momento di piccoli passi né di perdere ulteriore tempo». Sulla collocazione politica del nuovo partito siamo alle solite: «non sarà né a destra, né a sinistra»; in compenso, però, il “progetto” vuole parlare alla gente: «il movimento sarà radicato». Come quest’ultima cosa possa avverarsi è un grande mistero, visto che per Passera il nuovo movimento sarà «un incubatore di competenze», una di quelle stravaganze lessicali che fanno la felicità dei tecnici o dei professori prestati alla politica, ma che rendono il popolo profondamente sospettoso. La scelta del nome del partito mi risulta poi abbastanza misteriosa. Io almeno non ci arrivo. Non so a voi, ma a me di primo acchito “Italia Unica” ha fatto pensare al “Modello Unico”, e trovo il fatto ben poco lusinghiero per i cervelloni del team di Passera, non si sa dove incubati.

IL CASO DEL MONTE 25/02/2014 Come ogni inchiesta che tocca la sinistra, anche quella sul disastro del Monte dei Paschi segue il collaudatissimo schema inaugurato con Mani Pulite: una breve fiammata mediatica iniziale; poi, pian pianino, il tempo comincia a scorrere inesorabile, la discrezione si fa totale, il silenzio tombale, e il tonfo sordo sul selciato di uno che si butta dalla finestra raggela più che scuotere. Ogni tanto c’è una novità, ma è robetta. L’ultima, per quanto riguarda l’istituto senese, un nuovo filone d’inchiesta su una truffa di una cinquantina di milioni di euro, che vede indagati ex funzionari della banca e dei broker finanziari, tanto per ribadire quello che tutti avremmo ormai dovuto capire: ad affondare il Monte è stata una cricca di avventurieri capitati da chissà dove e mandati da chissà chi. Insomma, è un caso Lusi all’ennesima potenza. Ebbene, deludendo i tantissimi berlusconiani che mi seguono, voglio dire chiaro e forte che per me questa è un’inchiesta esemplare. Infatti la magistratura qui non ha fatto sociologia da quattro soldi: si è interessata solo di quanto penalmente rilevante, non ha sindacato sulle strategie della banca, legittime anche quando disastrose, non ha messo il naso sui rapporti formali e informali con politici ed istituzioni. Ed è per questo allora che noi tutti abbiamo il diritto/dovere di rispondere a questo quesito di alta rilevanza politica e morale, anche se non penale: i politici, le istituzioni, i clienti, i cittadini, le associazioni, insomma tutto il mondo che ruota da una vita attorno al Monte, come lo dobbiamo chiamare? Complice, ebete, o vittima dei compagni di Roma?

STAFFAN DE MISTURA 26/02/2014 Per quale motivo uno come lui, che durante una quarantennale carriera in giro per il mondo era riuscito a levigare perfettamente una personalità già ben disposta verso quel garbo inconcludente e soddisfatto di sé che si richiede ad un diplomatico dell’Onu, abbia accettato dal governo Letta l’incarico di inviato speciale in India per il caso dei marò è un mistero. E perché il governo Letta gliel’abbia offerto, anche questo è un bel mistero. La missione era fatta apposta per una carogna alla Sergio Marchionne. In un annetto da inviato speciale De Mistura non ha perciò cavato un ragno dal buco. Gli indiani l’hanno inquadrato subito e se la sono presa anche più comoda di prima. Che nell’arte del prender tempo con soporifera imperturbabilità gli indù siano dei campioni, adesso l’ha capito anche lui. Disperato, comincia a mettere le mani avanti: i marò, dice, sono «militari italiani, militari europei e, se dovessero essere mai un giorno giudicati vanno giudicati in Italia. Comunque sia, devono tornare in Italia. Su questo credo che questo governo, come i governi precedenti, non mollerà mai». Espressione volitiva, quest’ultima, del genere di quel mantra che ci ronza negli orecchi da almeno un quarto di secolo: «L’Italia ce la farà!».

LA RUSSIA DEI SOGNATORI 27/02/2014 I sondaggi vanno sempre presi con le molle, e sempre interpretati. Figuriamoci quelli che vengono fuori dalla Russia. Ciò detto, secondo un sondaggio condotto dal centro demoscopico indipendente Levada, anche per molti russi si stava meglio quando si stava (incommensurabilmente) peggio, cioè ai tempi dell’Urss. Al momento attuale quattro russi su dieci la pensano così; due su dieci invece approvano l’attuale stato di cose; e solo altri due su dieci tifano per la democrazia all’occidentale. No, non è che i russi siano diventati matti. Senza che lo sappiano, sono solo diventati abbastanza frivoli da frignare all’occidentale, cioè sproloquiando a bella posta sul buon tempo antico. Fatto sta che però, secondo l’istituto, il 56% dei russi preferirebbe tornare alla pianificazione statale e alla redistribuzione, e solo il 29% sarebbe favorevole all’economia di mercato. Insomma, alla figura del padrone sono tuttora affezionati, e molti lo vorrebbero assai più autorevole, autoritario, paterno e sollecito di quel liberale dello Zar Vladimir. Sono, quest’ultimi, quelli che sotto sotto sognano anche loro, e a loro modo, una bella primavera russa. Ditelo ai sognatori di casa nostra.

GIUSEPPE FIORONI & MASSIMO D’ALEMA 28/02/2014 Manca ancora molto alla fine della tragicommedia ma un primo passo è stato fatto: la direzione del Partito Democratico (Italiano), a terrificante maggioranza, neanche fosse ancora un comitato centrale (121 sì, 1 no, 2 astenuti), ha scelto di entrare nel Partito Socialista Europeo. A suo tempo per i post-comunisti la stravagante opzione “democratica” nasceva da una doppia esigenza: quella di saltare a piè pari la questione socialdemocratica; e quindi quella di acquistare una componente centrista che si ponesse a garanzia della loro moderazione e credibilità e che nel contempo aumentasse la massa critica della sinistra. Per gli ex democristiani di sinistra l’opzione “democratica” servì invece per nascondere la loro resa alla sinistra sotto il manto della resa dei post-comunisti al loro zelo missionario. Eppure c’è ancora qualche giocherellone che fa finta che non sia andata così. «Per quanto mi riguarda avendo un tempo convenuto sulla opportunità di non morire da socialdemocratici, ribadisco la speranza di vivere da democratici», ha detto il cavaliere solitario del “no” Giuseppe Fioroni. All’utile idiota ha risposto caustico Massimo D’Alema: «C’è tra di noi chi teme, non senza ragione, di morire democristiano. C’è poi chi non vuole morire socialista. Io mi limiterei alla prima parte di questa affermazione, che è compresa da tutti i cittadini. (…) La nostra adesione deve avere un forte impegno innovativo, dobbiamo contribuire a creare una vera forza politica europea progressista, dalla politica economica ad una svolta in politica estera europea. (…) Non è una resa, ma un grande passo avanti». Solo che a non voler morir socialista fu anche un padre di questa sinistra come il venerato Enrico Berlinguer, il quale ancora alla fine degli anni settanta proclamava: «non siamo e non diventeremo mai socialdemocratici!» Ma non lo state tradendo, il vostro santino, caro D’Alema? O forse avete finalmente capito anche voi, coi soliti trent’anni di ritardo, che il padre della velenosa questione morale, se non fu un vero e proprio babbeo, quantomeno rappresentò una vera e propria sciagura per la sinistra e per l’Italia?

Il governo Letta e le prospettive della sinistra

Giudico la nascita del governo Letta una cosa positiva per l’Italia. Tuttavia non credo che la sua politica economica avrà qualche efficacia. Per vari motivi: l’eterogeneità della maggioranza di governo; la generale, bipartizan mancanza di idee chiare; la profondità strutturale dei problemi economici, che sono poi comuni a quelli dell’Occidente. Penso che l’azione del governo resterà nel solco di quelle che l’hanno preceduta. Anche se sulla carta sembra aprire cautamente le porte a una politica economica più espansiva, il governo, volente o nolente, sarà costretto a privilegiare la politica abbastanza meschina dei saldi contabili al fine di impedire l’esplosione del debito. Si giocherà ancora sulla quantità più che sulla qualità, pareggiando qualche limatura con qualche aggravio occulto alle imposte. Questa stabilità ragionieristica non ha risolto e non risolverà un bel nulla. Ciò nonostante nella sua mediocre costanza essa ha avuto un merito: dimostrare che la malattia italiana non era isolata, che la non-crescita italiana e il debito pubblico italiano erano spesso solo l’altra faccia della medaglia delle crescite fasulle e dei debiti privati, e quindi in un certo modo nascosti, di altri paesi occidentali; che con l’evolvere della crisi il tempo avrebbe svelato il bluff e “italianizzato” anche sul piano contabile la maggioranza delle economie occidentali; e che perciò non era giusto che l’Italia ne pagasse un prezzo esorbitante in termini di interessi sul proprio debito. Per quanto drogati, anche i mercati finanziari prima o dopo tendono a risintonizzarsi sulla realtà.

Penso inoltre che, in generale, gli attuali governi dei paesi occidentali non possano fare molto di più – dal punto di vista prettamente statistico, ossia del Pil – che governare la stagnazione. Ma “governare la stagnazione” è un concetto che può nascondere comportamenti contrapposti, sia l’immobilismo sia un’azione profondamente risanatrice. La trionfante mistificazione dei concetti di “austerità” e “crescita” serve a nascondere questa verità. Oggi l’austerità è dileggiata e la crescita è venerata. Ma noi non abbiamo avuto una vera austerità e rischiamo di avere una falsa crescita. L’austerità l’hanno praticata le famiglie, non certo lo stato, che ha chiamato “austerità” la copertura attraverso l’aumento delle imposte delle sue non tagliate spese, che le stesse famiglie peraltro poi non volevano tagliate, in un avvitamento fatale di reciproche e comode reticenze. Ognuno poi capisce che la crescita del Pil non vale un piffero, se essa nel lungo termine non sopravanza quella delle spese, compreso il costo del debito. Le politiche “keynesiane” di aumento della spesa pubblica o delle iniezioni di liquidità sul mercato sono le stesse che ci hanno portato a questa situazione, non un fantomatico “laissez-faire”: una ben intesa economia “di mercato” è naturalmente “austera” ed è l’unica veramente “sostenibile”. Noi dobbiamo appunto governare un traumatico, ed epocale, ritorno alla normalità ed è un po’ difficile farlo attraverso la retorica dell’emergenza e dei piani salvifici.

Sul piano delle riforme istituzionali le prospettive sono più incoraggianti, perché le forze politiche potrebbero trovare conveniente rifarsi qui dell’impotenza che dimostreranno nell’affrontare la crisi economica. Tuttavia, né un’organica riforma istituzionale, né tanto meno una riforma elettorale, sarebbe di per sé sufficiente a ovviare al male principale di cui soffre l’Italia: la mancanza di una normale architettura politica fondata su un grosso partito popolare-conservatore e un altro socialdemocratico-progressista. Normale non perché la preferibile in astratto, ma perché in armonia con la storia e la geografia di un paese europeo nell’anno di grazia 2013. Normale, e quindi meno guastata dallo spirito di fazione, e quindi più aperta. Ecco perché la migliore e la più feconda prerogativa del governo Letta è proprio quella che da molte parti gli viene rimproverata: di essere un “inciucio”. Il bacio col rospo berlusconiano costringerà la sinistra a ripensarsi senza essere zavorrata dalla pregiudiziale antiberlusconiana. E la condurrà fatalmente a uscire dal vuoto involucro “democratico” per trovare una sua identità in un progetto socialdemocratico, che però per essere tale dovrà essere ripulito dai fumi intossicanti dell’antiberlusconismo e del moralismo giustizialista, e che quindi la porterà a ripensare dolorosamente tutta la sua storia. Come dimostra la nascita di questo governo la sinistra oggi non può trovare un’identità in positivo: per essere di governo, la sinistra diventa democristiana; se vuole essere di sinistra, ricade in quella di lotta, e si sente grillina. L’odio per Berlusconi si spiega anche col fatto che la razionalità di fondo del berlusconismo – la creazione del centrodestra italiano, una realtà che non si può negare correndo dietro alle peculiarità del personaggio – mette in luce la perdurante anomalia della sinistra italiana, prima comunista e poi tutto fuorché “socialdemocratica”. Sono cose che dicevo proprio qui quattro anni fa, parlando dalla sponda berlusconiana. Ma vedo che anche loro, adesso, ci stanno arrivando.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Update 04/05/2013: Ecco un altro che ci sta arrivando (naturalmente dicendo solo un terzo della verità, ma c’è tempo, c’è tempo…)

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.

MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.

L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.

IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.

IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.