Sul golpe di Adinolfi (a futura memoria)

Sulla fondazione del partito “Popolo della Famiglia” ho lasciato alcuni commenti su Facebook. Li trascrivo qui, a futura memoria.

Non posso dire di essere sorpreso, ma di essere amareggiato sì, nel constatare la cecità, l’ingenuità, la colpevole – sì, colpevole – indulgenza con la quale molti scusano i modi della nascita del partito di Adinolfi, alias il Popolo della Famiglia. Un partito partorito seguendo i dettami della dottrina leninista (il lavorio sotterraneo, il mettere gli altri davanti al fatto compiuto, il tentativo di egemonizzare la piazza giacché il nemico è alle porte e non c’è tempo per discutere ecc.ecc.) non può partorire alcun bene e denuncia pure la mentalità vera di chi l’ha ideato. Parlo di Adinolfi perché voglio sperare che Amato si sia fatto solo sedurre da Marione, il che non è lusinghiero, ma lascia qualche speranza. Non mi sono mai fidato di Adinolfi. Dieci anni fa, quando teneva un blog di successo, non mi pareva che avesse molto a cuore le cose cattoliche. Anche allora era, fondamentalmente, abile e superficiale. Poi passò qualche anno da cattolico intelligente, simpaticone e moderno dentro il Pd. La mia impressione è che non essendo riuscito a sfondare dentro il partito, non essendo riuscito, cioè, a diventare un cattolico adulto di successo, forse perché ha trovato qualcuno più furbo di lui, si sia buttato dall’altra parte con la disinvoltura del giocatore di poker quale egli è. La non concordata ed improvvisa iniziativa del partito cattolico – che ha preso alla sprovvista anche gli organizzatori del Family Day – dimostra tutta la sua spregiudicatezza. In questo è figlio del cattolicesimo politico di sinistra, bravo cioè a prendere i voti del gregge per farsi una posizione.

Adinolfi, che è furbo, contava proprio su quelli che ora si autocensurano e fanno finta di non vedere la sua slealtà e la sua spregiudicatezza. Lui pensa: “diranno che io faccio finalmente qualcosa di concreto, che io do loro una possibilità, e non vorranno vedere che mi sono comportato da imbroglione”. E’ la tattica dei demagoghi, è la vecchia scuola leninista, di chi manovra nell’ombra, colpisce e non lascia il tempo di riflettere. E non vedete poi che la sua gioviale disinvoltura è così simile a quella di un giovanotto in carriera uscito dalla sua stessa parrocchietta politica? E non vi ricordate che chi non entra per la porta nell’ovile delle pecore, ma vi sale da un’altra parte, quello è un ladro e un brigante? Quanto alla dichiarazione di Amato (“Tutto nasce dal grande tradimento infame del 25 febbraio, se si fosse fermato il ddl Cirinnà, e Alfano non avesse votato la fiducia, non sarebbe nato il Popolo della famiglia.”) essa è palesemente falsa, perché quell’esito era ampiamente prevedibile, e ampiamente previsto da tutti, a cominciare dal popolo del Family Day, che non era così scemo da non sapere che la battaglia sulla Cirinnà era solo l’inizio di un lungo percorso, di una lunga guerra. Loro invece avevano preordinato tutto di nascosto, com’è chiaro dagli sviluppi successivi, e nel parlare enfaticamente di tradimento infame (come se fosse stato qualcosa di assolutamente imprevedibile, mentre era praticamente scontato) cercano solo un pretesto per nascondere la loro slealtà e scusare la brusca urgenza del loro agire. Questa iniziativa è una ferita, è una piaga che si allargherà sempre più, se non sarà energicamente sconfessata; e pazienza se molti sciocchi piangeranno di rabbia.

Si noti come il nostro Adinolfi si comporti come i rivoluzionari golpisti: parla di democrazia dal basso e di volontà popolare, nel momento stesso in cui calpesta il dibattito interno attraverso il fatto compiuto e le parole d’ordine. E si noti come parli tranquillamente di grillismo cattolico, come se il grillismo non fosse una caricatura o un simulacro di democrazia. Il signor Adinolfi si pente di non aver annunciato la nascita del Pdf e di non averne srotolato il logo nel giorno del Family Day. Già allora aveva dunque in mente di prendersi la piazza e di solleticarne gli istinti settari sotto il vostro naso! E ve lo dice in faccia! E’ chiaro che per lui voi non contate più nulla, che ormai non vuole nemmeno fare la fatica di fingere, che dei poveri ingenui come voi non meritano tale sforzo da parte sua. Questo dà la misura del personaggio.

“Il Comitato ribadirà quindi la sua natura trasversale, civica e a-partitica ma il neurochiurugo di Brescia si guarderà bene dal fare valutazioni di carattere personale, tanto più dall’emettere scomuniche ufficiali o considerazioni palesemente negative riguardo al Pdf.” State facendo un errore perché così non vi opponete con sufficiente energia alla logica rivoluzionaria delle mosse di Adinolfi, la quale, come da copione, e implacabilmente, sta già trasformando le vittime in carnefici. Questa logica ha già stimolato gli istinti settari dentro il Pdf ed è per questo che voi, che avete subito lo strappo, siete già in posizione difensiva di fronte a coloro che vi accusano di frazionismo e vi tocca premurarvi di dire che pur criticando i modi della nascita del partito non volete assolutamente danneggiarlo e anzi gli augurate ogni bene. E’ un errore, ripeto, perché un partito-setta (nei fatti) nato con questi presupposti (a-cristiani) farà solo guai, e in più la fredda correttezza del vostro comportamento non vi risparmierà, al momento dovuto, l’accusa di tradimento.

La Croce, cioè il giornale di Adinolfi, fondatore del Popolo della Famiglia, cioè il partito di Adinolfi, titola a tutta pagina: “Uniti”. Il golpista ha scommesso sul riallineamento, e ottenutolo o no, già lo impone mediaticamente a mezzo stampa. Non si sa se ridere o piangere. Certo che l’umanità è un grande spettacolo…

Vedo (Renzo Pucetti su Libertà e persona) che si continua a scusare il comportamento di Adinolfi accettando per buona la spiegazione – cioè la balla spaziale (purtroppo una balla spaziale è una balla spaziale e non si può chiamarla in modo diverso) – di Amato, il quale ci ha assicurato che solo l’immondo, il nefando, l’incredibile comportamento di Ncd & C., ha causato quell’empito generoso che buttando il cuore oltre l’ostacolo ha partorito il Pdf, passo reso necessario e improcrastinabile – manco il tempo di avvisare i compagni di strada – dal tradimento dei politici cattolici. E’ una balla spaziale perché quel tradimento era previsto da tutti e già messo in conto, anche se si sperava in qualche miracolo. Il bello è che si denunciano i traditori nel momento stesso in cui si procede coll’inganno, e nel nome dell’Onnipotente, di Suo Figlio e di Sua Madre, e magari anche di suo zio se ci fosse… Ma non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere…

Advertisements

Ncd, l’ultimo capitolo della saga centrista

Uno dei grandi privilegi che la politica italiana offre impunemente ai suoi protagonisti è quello dell’inversione di marcia: nessuno ve ne chiederà la ragione; potrete anzi presentarla all’opinione pubblica come un esempio di coerenza – che solo i disonesti potranno fraintendere – con le vere, profonde ragioni dell’impegno politico di tutta una vita: il vostro. Così non vi è nulla di strabiliante nel fatto che un campione di garbata amabilità come il capogruppo Ncd alla Camera Maurizio Lupi abbia il fegato di prodursi in questa strabiliante affermazione in merito alle elezioni comunali milanesi del prossimo anno: «Credo che Milano – ma non solo io, credo che tutti noi lo condividiamo – possa essere la grande opportunità, la grande occasione storica per dimostrare che ci si può rimettere insieme, non dimenticando le nostre diversità, ma anzi facendo diventare le nostre diversità una ricchezza.»

Il Nuovo Centrodestra si chiama così non perché al momento della sua fondazione fosse nuovo, ma perché intendeva distinguersi da quel centrodestra volgare che infatti il volgo ha continuato imperterrito a preferire, nonostante le patenti di affidabilità democratica rilasciate dalla sinistra e dai grandi giornali agli alfaniani. Era l’ennesimo capitolo della saga infinita del centrismo italiano perbene aperta dal Partito Popolare di Martinazzoli nei giorni di Mani Pulite, destinato con ogni probabilità a finire come tutti i precedenti: nella sparizione tranquilla nella bocca del nulla o in quella della sinistra della truppa centrista.

Ora, è a tutti noto che il Nuovo Centrodestra nacque, a detta dei suoi campioni, sulla base della definitiva presa di coscienza del fatto che il vecchio centrodestra berlusconiano si era ormai ridotto ad un’alleanza impresentabile – populista e antisistema – tra Forza Italia e dei partiti – in primis la Lega Nord – sempre più attratti dalle sirene lepeniste. Oggi che la Lega Nord si presenta come il partito forte (ancorché io non lo dia affatto per scontato) di una nuova eventuale coalizione di centrodestra (o addirittura la corrente egemonica di un futuro grande partito conservatore) una parte del Ncd pare aver cambiato completamente idea, e una natura maliziosa potrebbe vedere in ciò solo l’effetto dell’Italicum nella sua versione attuale.

Tuttavia nelle disperate acrobazie dei neo-centrodestristi pentiti si avverte oggi qualcosa di nuovo: una certa stanchezza, i sintomi incipienti di una resa di fronte alle dure e ostinate repliche di una storia ormai ultraventennale; che va di pari passo con l’ammorbidimento guardingo verso Berlusconi di una Lega Nord che proprio nel momento in cui i sondaggi la danno ai massimi si sta rendendo conto che da sola non potrà mai diventare un partito nazionale. Insomma, è il vecchio disegno berlusconiano che torna a galla, più forte di tutto: della vecchiaia, degli errori e dell’indebolimento del Cavaliere; delle persecuzioni giudiziarie; delle demonizzazioni; dei capricci e degli egoismi dei suoi alleati; e dei petulanti giudizi liquidatori che oggi la grande stampa riserva, con qualche grado di condiscendenza, alle sue fortune politiche.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Stati di alterazione antimafiosa

E’ veramente un peccato che l’Italia antimafiosa (quella che prima era, soprattutto, antifascista) non abbia apprezzato a dovere il funerale dell’ottavo Re di Roma Vittorio Casamonica. Quel magnifico tiro di cavalli in ghingheri; quella carrozza barocca fino alla nausea; quella banda musicale che piangeva sulle note del Padrino con molto sentimento ma con evidente soddisfazione, quasi sorridendo tra le lacrime; quella marea di corone; quell’elicottero che lanciava petali di rosa, straordinario aggiornamento tecnologico di ancestrali e sempre vive pratiche indiane; e per ultimo quell’aristocratico pezzo di automobile chiamato Rolls Royce; tutti questi elementi andavano a rappresentare una versione magniloquente e un po’ megalomane di una liturgia funebre zingaresca: un pezzo di cultura, secondo la cultura dominante. E allora perché disprezzarlo? Forse per ignoranza? Ma ciò sarebbe comprensibile in un berlusconiano o in un leghista, non in chi fa parte dell’Italia plurale ed inclusiva, esperta ed appassionata di ethnos e di gender. Ci è parso inoltre scarsamente elegante e pochissimo democratico scagliare con leggerezza l’anatema antimafioso contro questa famiglia potente e facoltosa di etnia Sinti, sospettata di malaffare di piccolo cabotaggio su vasta scala più che di attività criminale in grande scala, quasi che, come per un Salvini qualsiasi, zingaro fosse sinonimo di poco di buono.

Insomma, anche il politicamente corretto è andato a farsi friggere di fronte alla priorità delle priorità: rafforzare quella narrazione dell’Italia antropologicamente mafiosa e corrotta da ripulire dalla testa ai piedi che si sta sostituendo a quella un po’ ammuffita dell’Italia antropologicamente sempre corrotta ma in primo luogo fascista. Facendo leva sulla carica intimidatoria di quest’ultima la sinistra ha costruito le sue fortune, occupando passo dopo passo tutto l’occupabile durante i regimi democristiani, pentapartitici e berlusconiani. Facendo leva sulla prima la sinistra della sinistra spera ora di riuscire a replicare il misfatto. E così oggi tutto è mafia, perfino il bullismo a scuola, vedrete, grazie soprattutto all’indefessa predicazione dei sacerdoti dell’antimafia.

Pure il Vaticano, dopo qualche titubanza, si è adeguato allo spirito dei tempi e così l’Osservatore Romano ha tuonato fuori tempo massimo contro lo scandalo delle sontuose e pacchiane esequie del boss Sinti. D’altro canto una parte influente più che consistente del cattolicesimo italiano fa da tempo l’occhiolino al populismo giustizialista, giungendo ad usare perfino la figura di De Gasperi per servirne gli scopi, come ha fatto nei giorni scorsi l’ineffabile monsignor Galantino, contrapponendo la figura integerrima (fino alla caricatura, a dire il vero) dello statista trentino all’odierno serraglio di cooptati e furbi che popolerebbe il nostro parlamento, finendo però per incappare in una significativa contraddizione. Infatti, rievocando le vicende della legge truffa, il disinvolto Galantino scrive: «Quando nel 1953, preoccupato degli scricchiolii della propria maggioranza, propose una nuova legge elettorale maggioritaria, contro cui si scatenò una pesante campagna denigratoria, il suo premio di maggioranza sarebbe comunque scattato solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza dei voti, il 50%!» Ma Galantino omette di dire che la campagna denigratoria che affondò la benedetta legge truffa fu portata avanti soprattutto da quel Pci che di De Gasperi e della Dc pensava esattamente quello che oggi il sedicente neo-degasperiano Galantino pensa dei politici attuali. Durante la campagna elettorale del 1953, per esempio, sui manifesti elettorali comunisti si potevano leggere slogan di questo tenore: «Allontaniamo dalla greppia profittatori democristiani e gerarchi fascisti»; «La Forchettoni Associated Films presenta: “L’ultima truffa”, distribuito dalla Premiocrazia Grattiana, diretto da Aspide de Capperi»; oppure, con l’originalità dei falsi moralizzatori di sempre, «Per l’onestà contro la corruzione vota comunista», in un manifesto raffigurante i forchettoni De Gasperi, Gonella e Scelba, tovagliolo al collo, rispettivamente con una forchetta, un cucchiaio e un coltello in spalla, in trepida attesa del magna-magna.

Ho sempre pensato che il soffocante antifascismo militante che avvelena l’Italia da 70 anni non sia dovuto solo a ragioni di opportunismo, ma serva anche a tacitare sensi di colpa e a mimetizzare una segreta fascinazione per il fascismo. Lo stesso fenomeno avviene ora con l’antimafia militante. La compulsiva, traboccante ed infine mortalmente noiosa mediatizzazione (anche artistica) di fascismo e mafia è sostanzialmente figlia della stessa ambigua pseudo-cultura che nutre l’antifascismo e l’antimafia militante: fascismo e mafia vengono sottratti alla storia per venire imposti come eterne categorie dello spirito, sennò il baraccone s’affloscia, e le carriere si bloccano. E grazie a questi incoscienti, intanto, ci facciamo disprezzare dagli stranieri. Per due motivi: perché ci dipingiamo come una stirpe antropologicamente fascista e mafiosa; e per la ridicola e servile mancanza di amor proprio che dimostriamo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Galantino, il populista di Dio

Facendo qualche generoso sforzo potrei anche essere d’accordo col segretario generale della Cei, monsignor Galantino, quando dice – sostanzialmente – che la presunta invasione dei migranti – lo scrivo tra virgolette perché non mi sono ancora abituato a questa espressione equivoca, poetica e sognante, che mi fa pensare a ombre puntinate proiettate sull’ampia distesa del mare da nuvole leggiadre di uccelli migratori – che questa presunta invasione, dicevo, si fonda sull’allarmismo, su numeri percepiti più che reali. A dire il vero, quando si faranno i conti si scoprirà che nel biennio 2014-2015 gli arrivi sulle nostre coste saranno stati non meno di 300.000, una cifra pari cioè allo 0,5% della popolazione italiana, il che mi sembra un risultato di tutto rispetto; tuttavia ammetto un certo grado d’isteria, causato più dalle incognite dell’avvenire – non solo di tipo economico, ma anche culturali, come quelle relative, per esempio, alla temuta importazione di patologie da un mondo islamico in preda alle convulsioni – che dai numeri nudi e crudi, almeno per il momento.

Il partito di Galantino, per così dire, è emanazione di quel cattolicesimo adulto e maneggione che con la complicità dei media si è assunto il compito di formare una specie di guardia pretoriana intorno a Papa Francesco, filtrandone il magistero e riducendolo ad una caricatura pauperistica attraverso la ben nota e sfatta retorica del ritorno al Vangelo autentico, la quale, nonostante lo sguardo compunto rivolto alle mitiche origini, ha la rara capacità di essere sempre straordinariamente in sintonia con lo spirito del tempo, se non proprio con le mode dell’oggi; e i cui corifei, nonostante l’umanesimo sciropposo che ostentatamente contrappongono alla durezza del mondo e ai potenti della terra, hanno tuttavia il privilegio di essere regolarmente ospitati sulle prime pagine di tutti i grandi giornali in qualità di ermeneuti di regime del cristianesimo illuminato, oltre a quello non meno dilettevole di collezionare premi dalla società civile in quantità industriale.

Ciò detto, questa presa di posizione verso «quattro piazzisti da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!» risulta irritante, oltre che per i toni sarcastici che il partito di Galantino riserva solo ad alcune formazioni politiche, quando su altri temi sensibili si mostra sommamente riguardoso verso lidi politici di diverso colore, anche per la reticenza intrisa d’insofferenza nell’affrontare il problema dei migranti nel suo complesso e con un minimo di ragionevolezza: in genere si passa disinvoltamente dalla negazione del problema, fino a trasformarlo in un’opportunità per le nostre senescenti società che nel nostro cieco egoismo non sapremmo cogliere, alla constatazione che ci troviamo di fronte a dinamiche colossali cui non resta che adeguarsi, quasi scorgendo in esse, con una sorta di fatalismo malsano più che alla luce del provvidenzialismo cristiano, un segno del disegno divino. E risulta irritante, inoltre, che non appena il popolo duro di cervice manifesta coi suoi modi notoriamente non troppo forbiti preoccupazioni di ordine pubblico, gli amici della pace e dei poveri, invece di operare con paziente pedagogia, si esibiscano in subitanee geremiadi, e la mistica del dialogo ad ogni costo che li contraddistingue si trasformi nelle loro bocche nella pratica sbrigativa dell’anatema.

D’altra parte è singolare notare come Galantino e i suoi amici usino toni apocalittici quando parlano dei problemi che attanagliano il nostro paese: la crisi economica è di proporzioni inaudite, la disoccupazione è inaccettabile, le famiglie non arrivano adesso neanche alla terza settimana del mese, e le mafie (rigorosamente al plurale) hanno ormai colonizzato anche la Carnia e il Parco Nazionale del Gran Paradiso conquistando alla loro causa pure gli stambecchi e le marmotte, mentre per Roberto Saviano il sud è talmente messo male che perfino le mafie (rigorosamente al plurale) stanno ormai pensando di abbandonare la madrepatria. A sentir loro, insomma, l’Italia è un paese alla fame; prendendo le loro farneticazioni alla lettera, insomma, si dovrebbe dedurne che proprio l’italiano, fra tutti i disgraziati dell’orbe terracqueo, avrebbe tutte le carte in regola per richiedere asilo in un qualsiasi paese appena un po’ civile, magari anche africano, senza fare tanto lo schizzinoso.

Anzi, la crisi economica italiana sarebbe la vera causa dell’esplodere dell’odio ingiustificato verso lo straniero. «In Italia e in Europa» diceva qualche mese fa monsignor Galantino «a far paura sono i drammi dell’economia, l’inefficienza e la corruzione politica e non i migranti disperati che arrivano sulle nostre coste. Guardando all’Italia la paura è figlia di una politica debole che crea instabilità. La disoccupazione o la non occupazione è il primo problema che in Italia i cittadini sentono in famiglia» ai quali rimediare attraverso «modelli economici che, oltre a garantire i beni comuni (salute, scuola, previdenza) consentano un reddito minimo». Come si vede, populismo della più bell’acqua: giustizialismo alle vongole, statalismo alle vongole, e redditi minimi garantiti; le solite ricette egoistiche e farisaiche che il partito di Galantino condivide, in tutto o in parte, coi populismi ai quali si contrappone. Sono le contraddizioni della demagogia, anche quando è politicamente corretta e dice corbellerie in odio a quella politicamente scorretta che gli fa concorrenza.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[P.S. Quando ho scritto l’articolo non ero ancora al corrente della nuova sparata di Galantino “sul puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi”. Ma ciò conferma in pieno quanto ho scritto sul populismo e sul giustizialismo alle vongole di questo personaggio, che parla il linguaggio tanto grossolano quanto prevedibile del donciottismo.]

Renzi tra partito e setta

La nascita del partito della nazione, secondo la felpata propaganda di quella grande stampa sempre un po’ vile che se ne faceva paladina qualche anno fa, doveva essere la conseguenza inevitabile (ma anche costruttiva) della presa d’atto che il ventennale tentativo di bipolarismo politico all’italiana era ormai abortito e che gli opposti populismi al quale invece si era ridotto necessitavano di un argine poderoso. La sua prima versione, quella montiana, si risolse però in un prodigioso fallimento, molto simile a quello di certe squadre che nella partita decisiva della stagione non sembrano neanche scendere in campo. Si pensò allora di arrivare allo stesso risultato attraverso la trasformazione, di nome o di fatto, del Partito Democratico nel partito della nazione. Più tardi l’energica figura di Renzi sembrò ridare corpo al progetto.

Tuttavia proprio in questi giorni abbiamo potuto vedere ancora una volta come questa idea sia nata da ragioni di opportunismo e si porti dietro insanabili contraddizioni. Non esiste, infatti, in Italia un populismo più diffuso, pericoloso e grossolano di quello giustizialista; eppure anche nei giorni del caso Azzollini, com’è sempre accaduto quando Renzi si è dovuto scontrare con la setta della questione morale, né il Corriere, né la Stampa, né il Sole 24 Ore hanno fatto sentire la loro voce in sostegno del premier.

Ciò è dovuto al fatto che anche l’idea del partito della nazione nacque nel solco dell’antipolitica: ne era la versione paludata, compunta, propria delle sale ovattate. Era il modo perbenista, istituzionale, di cedere al conformismo vaffanculista. Ciò che essa denunciava era pur sempre l’insufficienza della politica; ciò che essa perorava era pur sempre la necessità di un suo superamento; e ciò che essa incarnava era in ogni caso una sorta di palingenesi dai tratti rassicuranti e perfino borghesi. Ma nel profondo, senza ostentazioni, quest’idea contribuiva tuttavia ad alimentare quelle correnti populiste che diceva di voler neutralizzare.

Ecco perché quando si tocca una questione dirimente, anzi identitaria, come quella della giustizia, prima ancora sul piano culturale che su quello meramente tecnico, legioni di autorevoli e sagaci editorialisti, di solito prodighi di consigli, invece di buttare il cuore oltre l’ostacolo, fanno i pesci in barile. Ma allora come si può pretendere di porre le basi di un partito votato virtuosamente all’interesse nazionale, e perciò supremamente politico, nel miglior senso del termine, venendo nello stesso tempo a patti con ciò che ne rappresenta la negazione, l’incivile caricatura, cioè la setta?

Questa contraddizione interna è la stessa che agita il Partito Democratico vero e proprio. E non vi è modo di uscirne in modo indolore. Se Renzi decidesse di tagliare il cordone ombelicale con la setta giustizialista per davvero, il Pd andrebbe incontro ad un drammatico ridimensionamento. Non solo: si può star sicuri che questa svolta non avrebbe l’appoggio della grande stampa sopramenzionata. E il presidente Mattarella, che non è certo un cuor di leone, e che dimostra ogniqualvolta apre la bocca di essere fedele in maniera perfino comica ai frusti e tristissimi codicilli della vulgata della repubblica nata dalla Resistenza, gli si rivolterebbe contro. Sotto altre forme, il caso Berlusconi verrebbe a riproporsi. E sarebbe la dimostrazione che non è Berlusconi la vera anomalia della politica italiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Ombre siciliane

Sembrerebbe quasi che la mafia siciliana sia andata in coma. Non se ne sente più parlare, l’avete notato? Parlo di mafia in senso stretto, s’intende, non del barocco corollario dell’antimafia, perché quest’ultima ha ormai da qualche anno letteralmente soppiantata la cara e vecchia mafia d’un tempo nell’accaparrarsi l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Sembrerebbe anche che nel rubare la scena alla mafia l’antimafia ne abbia acquisito certi spiacevoli tratti distintivi. Questo suo straripare, infatti, è stato dal punto di vista dell’affabulazione giornalistica fecondo come quello del Nilo per le aride distese del basso Egitto: oscuri intrighi, misteri, derivazioni, deviazioni, diramazioni, avvertimenti, gerghi stravaganti, parole d’ordine ossessive, gustosi personaggi in cerca d’autore, lotte sotterranee fra cosche antimafiose, mappe occulte del potere, rapporti col terzo livello, regolamenti di conti. Insomma, tutto quello sfondo pittoresco che la mafia non sembrava più in grado di offrirci a parziale risarcimento delle proprie scelleratezze, adesso ce lo regala lo spettacolo spassoso dell’antimafia. In un certo senso, almeno quello estetico, si può dire che l’antimafia è diventata la nuova frontiera della mafia, un po’ come l’antifascismo lo è stato per il fascismo.

Questo quadro paradossale potrebbe replicarsi nella parte continentale dello Stivale nella sciagurata eventualità che la cosiddetta cultura della legalità dovesse trionfare definitivamente in Italia. Tre decenni e mezzo di questione morale, che fu la maniera cinica e immorale con la quale il marxismo sconfitto avvelenò i pozzi della politica italiana, hanno distrutto perfino il concetto stesso di una ben circoscritta autonomia della politica. Spaventa pensare che un’intera generazione di italiani sia stata costretta a vivere la politica se non come lotta tra onesti e disonesti, e forse ora non sappia nemmeno immaginare qualcosa di diverso da questo squallido schema.

Oggi sono proprio gli eredi del partito della questione morale a sentire sul collo il fiato dei fanatici che hanno tirati su nel culto caricaturale della legalità. Questi ultimi giustificano l’incontrollato protagonismo della magistratura col fatto che essa sarebbe stata costretta ad un ruolo di supplenza democratica a causa delle deficienze della politica. Ma se la politica si riduce a lotta fra onesti e disonesti, così come vuole la rozza filosofia giacobina che si è cercato d’imporre agli italiani con la complicità vile e colpevole della grande stampa, semplicemente annulla se stessa annullando il suo campo d’azione. E se per converso la politica cercasse di riprendersi le proprie prerogative sarebbe immediatamente accusata di autoritarismo e complicità col malaffare. Oggi che la sinistra è al governo, in quella grande sinistra che oltre ai democratici comprende idealmente grillini, vendoliani e altra minutaglia, la questione morale viene agitata periodicamente come un manganello sopra la testa di chi vorrebbe uscire da questa logica imbecille. Ma lo scontro tra questione morale e politica è nelle cose. E non potrà essere rimandato all’infinito. Altrimenti gli scenari siciliani di lotta per bande tra i trionfanti campioni della legalità diventeranno sempre più plausibili.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La Liberazione dalle bubbole

Se seguissimo la logica che sovrintende agli alati discorsi che accompagnano la festa sempre più becera del 25 aprile, dovremmo concludere che nell’immediato dopoguerra la vita democratica dell’ex Germania Ovest nacque sotto i peggiori auspici: il paese teutonico non aveva conosciuta nessuna mitica Resistenza, il recente passato nazista costituiva un’eredità ben più pesante di quella mussoliniana, e non c’era in giro nemmeno un partitone comunista che si ponesse come vero baluardo degli autentici valori antifascisti; in più, nel 1954, in piena guerra fredda, la Germania Ovest ebbe anche il cattivo gusto di mettere al bando qualsiasi partito comunista.

Eppure, nonostante questa partenza ad handicap, la Germania Ovest (e poi la Germania riunificata) dal culturame di scelbiana memoria, devoto al culto della Resistenza, è sempre stata indicata alle plebi nostrane come un paese che al contrario del Belpaese ha fatto esemplarmente i conti con la storia: la democrazia tedesca è compiuta, compiutissima dai tempi di Adenauer. Ammesso, e solo parzialmente concesso, in quanto la democrazia compiuta è una fesseria concettuale, che ciò sia vero, vediamo allora di spiegare la ragione dello strano ma fausto accadimento.

La causa fondamentale è che la Germania nazista e i tedeschi persero la guerra senza che nessun crucco abbia mai avuta l’idea balzana di metterlo in dubbio. Foss’anche stato per costrizione, foss’anche stato perché la Cortina di Ferro aveva fatto della Germania Ovest un avamposto amerikano che non poteva sopportare ombre, i tedeschi si ritrovarono uniti nel farsi un serio esame di coscienza, sul disastro militare e sulle vergogne del loro recente passato.

In quello strano paese che è il nostro, invece, niente di tutto questo. Per incredibile che possa sembrare al marziano appena sbarcato sulla penisola, se da noi c’è ancora un qualche generale consenso sul fatto che l’Italia abbia persa la guerra, ciò non vale per tutti gli italiani come popolo. Noi siamo il solo paese che festeggia giulivo una guerra persa, perché in fondo, grazie ai partigiani, quella guerra l’abbiamo moralmente vinta. L’ha vinta, cioè, l’Italia partigiana nel senso antropologico del termine. Ma ciò significa necessariamente che ci sono pure gli italiani che la guerra l’hanno persa anche dal punto di vista morale e che continuano a perderla dopo settant’anni non allineandosi al verbo resistenziale, decennio dopo decennio sempre più gravido d’implicazioni pedagogico-istituzionali.

Ciò spiega perché l’Italia dell’era repubblicana sia stata caratterizzata fin dalla sua nascita da una specie di guerra civile a bassa intensità che si può risolvere veramente solo in due maniere: o con la democrazia compiuta, cioè con la conversione di tutti gli italiani al verbo resistenziale e alle sue sopramenzionate implicazioni, che un sinedrio di sacerdoti del culto costituzionale saprà sempre aggiornare alla bisogna; progetto politico che peraltro, a ben vedere, alla loro maniera un po’ manesca, cioè all’originaria maniera rivoluzionaria, era anche quello delle Brigate Rosse, secondo le quali la Resistenza era stata tradita; oppure con l’abbandono del sogno cretino, illiberale, messianico ed infantile della democrazia compiuta, e con la smitizzazione della Resistenza.

Ma davvero la Resistenza ci ha data quella libertà che noi oggi prendiamo per scontata, come recitano in questi giorni alcuni commossi spot televisivi? No, non è vero. Se non ci fosse stata la Resistenza gli Anglo-americani avrebbero risalita e liberata l’Italia lo stesso. Ma davvero la Resistenza ha significato per l’Italia quel riscatto morale che ha cambiato tutto e che ha posate le fondamenta democratiche della repubblica? No, in Germania si sono arrangiati tranquillamente senza il portentoso riscatto morale resistenziale. Inoltre, una parte importante del mondo partigiano tifava per l’Italia Democratica nel vecchio senso tedesco-orientale, al cui confronto anche il fascismo puzzava di liberalismo. Ma non ci fu almeno una guerra civile, e chi in questa guerra fratricida stava dalla parte giusta e chi stava dalla parte sbagliata? Una vera guerra civile nemmeno per sogno, per il semplice fatto che guerra civile è una parola davvero troppo grossa per un paese allo sbando e per un popolo che aspettava passivamente che la nottata passasse e che gli anglo-americani arrivassero alle Alpi senza dover pagare troppo dazio alle operazioni militari: in questo quadro le azioni dei partigiani e della RSI facevano solo da contorno al dramma principale, e se certamente i partigiani erano dalla parte giusta, è anche vero che tanti non lo erano affatto per motivi nobili e disinteressati, come comprovarono le molte infamie dell’immediato dopoguerra, e che tanti furono i voltagabbana, specie tra i capetti più zelanti.

Si dice sovente che il 25 aprile dovrebbe unire tutti gli italiani: lo dicono i fanatici della Resistenza e della Costituzione dei miracoli; ma lo dicono anche coloro che vorrebbero la festa libera da ogni spirito settario. Ma è un’illusione: il 25 aprile può sopravvivere solo se serve per dividere l’Italia Migliore dall’Italia Peggiore. Se lo si svuota di questa sua funzione appare per quel che è: ridicolo, e spudorato.

Il vero male italiano

Fino a qualche tempo fa il male italiano per antonomasia, secondo la dottrina del culto della legalità, erano le mafie al plurale. Qualche settimana fa l’ispirato e un po’ scalmanato Don Ciotti ha aperto gli occhi agli esaltati dello sbrigativo partito giustizialista confermandoli in quello che nel segreto del loro cuore avevano sempre saputo: mafia uguale corruzione. Perciò non è strano che l’ultimo libro del presidente dell’Anticorruzione – come quasi tutti i magistrati impegnati nella lotta contro le mafie al plurale, anche Raffaele Cantone è un grafomane: sette-otto libri scritti negli ultimi sette-otto anni, ad occhio: un cannone – non è strano, dicevo, che l’ultima sua fatica letteraria, scritta in collaborazione col giornalista Di Feo, si intitoli “Il male italiano. Liberarsi della corruzione per cambiare il Paese”. Anche il libro, possiamo ben dire, è il coronamento di un percorso.

La lotta alla corruzione è sempre stata la fissazione dei regimi comunisti: se il paradiso marxista non funzionava la colpa era delle cricche corruttrici e del rilassamento dei costumi. Anche le epurazioni al vertice dello stato, risultato di una vera e propria guerra fra cricche, venivano giustificate da questo genere di accuse. Ora, io onestamente non credo che Raffaele Cantone sia un bolscevico; però leggo nelle anticipazioni giornalistiche che secondo lui per combattere l’Anticristo, cioè la corruzione, oltre alla repressione e alla prevenzione «è indispensabile una presa di coscienza della pericolosità del male, del danno che crea a tutti i cittadini, una vera rivoluzione culturale». Il che suona sinistramente maoista.

E’ preoccupante, piuttosto, che un po’ alla volta certe espressioni da sanculotti siano diventate moneta corrente in Italia, e che ormai nessuno ci faccia più caso. Pur di fare la guerra a Berlusconi, accusato – vien da ridere, oggi, considerati i pazzi a piede libero che si vedono in giro – di populismo, sia la sinistra sia la grande stampa per anni hanno solleticato il populismo più becero, che è appunto quello giustizialista-giacobino, il più vecchio, elementare e fallimentare del mondo. Il partito della palingenesi, per metà popolato da ingenui, per metà da furbacchioni senza scrupoli, è fortissimamente convinto che con la liquidazione dei corrotti tutti i problemi dell’Italia si risolveranno d’incanto. E tuttavia si osserva un fatto strano: quasi tutti i politici tuonano contro la corruzione, così come gli enti, le associazioni, gli ordini, la società civile, perfino la chiesa, tutti, tutti tuonano contro la corruzione; eppure il business della corruzione sembra essere più florido che mai.

Ed infatti tutto questo pigia pigia, questo sgomitare legalitario obbedisce più a logiche di potere ed opportunismo che a crescente civismo. E’ l’ennesima manifestazione del vero male italiano, di quel voltagabbanismo che ci spinge a lucrare sulle disgrazie dell’altro, facendo ridere lo straniero. Si capisce che in questo quadro lo spazio per la politica, che per natura è preposta a non dare mai risposte definitive, e tuttavia funzionali, ai problemi della convivenza civica, è ridotto al lumicino: fare cioè da ancella ai grandi sacerdoti della rivoluzione. Questo pericolo è sempre presente in tempi di democrazia. Il problema è che mentre in altri paesi europei il sentimento nazionale sembra ancora preservare un istinto di autoconservazione capace di evitare l’avvitamento fatale, nel nostro paese, dopo settant’anni di vita repubblicana fondata sulla divisione antropologica fra buoni e cattivi questo sentimento sembra invece molto indebolito.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La vera storia di “1992”

La vera storia di “1992” inizia l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente del tutto secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinsero le beghine cattoliche, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 62 anni fa, significava votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta anche alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. E anche in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea. Alla minaccia del nuovo la sinistra rispose con la berlingueriana questione morale: da marxista-giacobina la sinistra si ridusse a giacobina, sic et simpliciter.

Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite. Lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Tangentopoli non colpì solo il mondo politico (peraltro con esemplare parzialità: c’è chi poteva non sapere, c’è chi non poteva non sapere), ma anche il mondo imprenditoriale. Sotto le forche caudine di Mani Pulite caddero un po’ tutti, compresa la Fiat e De Benedetti. Ma non Berlusconi, come qualcuno ha forse dimenticato, e come tanti giovanotti ignari forse immaginano. La verità è che Tangentopoli doveva essere propedeutica al trionfo della sinistra e a quello della democrazia compiuta. Avendoli infranti bisognò poi vedere in Berlusconi lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta. Ed è solo per questo, cioè in piena obbedienza alla ridicola vulgata di regime (e come avrebbe potuto essere altrimenti?) che Stefano Accorsi nella serie “1992” indossa i panni di un esperto di marketing di Publitalia che viene coinvolto da Dell’Utri nel progetto che porterà alla nascita di Forza Italia. Della serie: balle ultra-spaziali.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Don Ciotti, il demagogo

Le fortune dell’antifascismo di professione si sono basate su un trucco da quattro soldi: sottrarre il fascismo alla storia e quindi spogliarlo delle sue peculiarità per elevarlo a qualcosa di simile ad una categoria dello spirito, ad una delle patologie fondamentali della natura umana. E’ così che il fascismo è potuto entrare trionfante nella metafisica del male, e trasformarsi in un concetto nebuloso quanto maneggevole, almeno quel tanto che bastava per poterlo poi usare come clava retorica sulla testa dei tiepidi verso il verbo resistenziale e i suoi cascami ideologici o su quella degli avversari politici. Tanto più il fascismo eterno si dimostrava capace di penetrare, a detta della propaganda antifascista, che poi era semplicemente marxista, il tessuto della nazione, tanto più i profili dei sacerdoti dell’antifascismo acquistavano in grandezza e prestigio. E potere, naturalmente.

Le fortune dell’antimafia di professione si stanno oggi progressivamente sostituendo a quelle dell’antifascismo di professione, grazie anche al fatto che col crollo del comunismo sovietico in Italia la questione morale ha sostituito la lotta di classe quale campo di battaglia tra i sostenitori del bene e del male. Oggi il male non è più rappresentato dai fascisti, ma dai corrotti, contro i quali si muove il partito della legalità incarnato dal popolo degli onesti. S’intende che la lotta per la rappresentanza di questo fariseismo di massa ha acceso rivalità sotterranee ma feroci. Alla bisogna, gli antimafiosi di professione si stanno servendo dello stesso trucco degli antifascisti di professione: sottrarre la mafia alla storia ed elevare la mafiosità a categoria dello spirito. In quanto tale il concetto di mafiosità, con grande sprezzo del ridicolo, si può perciò applicare a qualsiasi genere di malaffare. Più l’ombra delle mafie (al plurale) si allunga sul corpo della nazione, più giganteggia l’immagine dei sacerdoti dell’antimafia.

Ed è stato proprio un sacerdote come Don Ciotti, a trasformare in un dogma, finalmente, questo miserabile teorema da pataccari fin qui solo adombrato attraverso suggestive allusioni. Alla Giornata contro le mafie svoltasi a Bologna questo demagogo grossolano ha detto infatti a chiare lettere che «corruzione e mafia sono due facce della stessa medaglia, lo dicono qui migliaia di giovani. Siamo qui non per commemorare ma per graffiare dentro le coscienze di tutti». Gli ha fatto eco un codazzo di politici di livello locale e nazionale che ha ritenuto suo dovere ripetere le solite frasi fatte in uso nel circo legalitario, e ostentare nel contempo l’osceno compiacimento moralistico di cui s’inebria quotidianamente l’Italia Migliore. Il corteo di questo popolo degli onesti era aperto da uno striscione con la scritta “La verità illumina la giustizia”: stravagante slogan per un calderone populistico nel quale sono state ficcate a forza persino le vittime delle “stragi dei terrorismi”.

Le cronache parlano di 150.000 o addirittura 200.000 persone partecipanti alla manifestazione. Voglio credere che gran parte di questa gente sia in buona fede. Ma la verità è che essa, se ne renda conto o no, rappresenta la cara vecchia plebe di tutti i tempi, un partito dell’odio giacobino manovrato dai demagoghi di turno per intimorire e condizionare il potere politico e l’opinione pubblica; e naturalmente anche i vertici della Chiesa Cattolica. Riuscendovi pure, a quanto si può constatare, visto che l’altro giorno persino il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, si è appellato a questo popolo degli onesti cui l’umiltà cristiana risulta perfettamente estranea. Cose turche.

[pubblicato su Giornalettismo.com]