Una settimana di “Vergognamoci per lui” (131)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

DITA VON TEESE 17/06/2013 Ci son certi personaggi famosi, soprattutto del mondo dello spettacolo, ma non solo, che sembrano andare incontro ad un volontario processo d’imbalsamazione. Me lo sono sempre chiesto: chissà che fatica, anche mentale, essere maniacalmente fedeli allo stesso look, avere i capelli sempre pettinati alla stessa maniera e sempre della stessa lunghezza! Non credo che il trasformismo di Lady Gaga sia meno faticoso. Suppongo però che sia il frutto della stessa schiavitù, la schiavitù del successo. La regina del burlesque costituisce invece un caso particolarmente crudele di questa patologia. Questa signora da un bel po’ di anni ormai è prigioniera della sua lingerie old-fashioned, dei suoi mossi capelli corvini, delle sue ciglia finte, della sua bocca rossa. Ma Dita oggi ha postato su Twitter alcune foto della sua vita precedente, e abbiamo scoperto che è una bionda naturale. I mass media non hanno capito niente di questa drammatica storia. Ma per fortuna c’è questa perspicace tribuna. No, ascoltatemi, non è un vezzo! E’ un grido di dolore! Soccorretela! Salviamola!

ANGELA MERKEL 18/06/2013 Il premier turco Erdogan, con le sue mire da signorotto regionale, ha cavalcato spudoratamente il fenomeno delle primavere arabe. Per far pagare il fio a questo furbacchione non abbiamo avuto bisogno di aspettare la storia. Ha provveduto la cronaca con la velocità del fulmine. Qualche mese fa vedeva crimini contro l’umanità dappertutto, e adesso è lui che protesta contro le inaccettabili ingerenze straniere. E’ davvero qualcosa di spassoso. Ora che è il suo turno di subire la pratica d’infamia della fatua compagnia di giro democraticista mondiale, quella col cuore sempre in piazza a lottare dietro le barricate, e a lucrare vittorie dal salotto di casa, vien quasi voglia di difenderlo. Dall’ipocrisia dei suoi amici occidentali, ad esempio, che prima non vedevano quasi niente e adesso, pur con prudente riguardo, si sentono in dovere di stigmatizzare i metodi piuttosto sbrigativi messi in mostra dalla polizia turca durante le manifestazioni di protesta: in realtà nulla di particolarmente efferato per un paese in via di democratizzazione come la Turchia. Banale constatazione, irricevibile però nel mondo settario dell’idealismo democratico, che della storia (quando vuole) si fa un baffo. Anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, prima di partire per il G8, si è detta perciò «scioccata» per le violenze. «Quel che sta accadendo non corrisponde alla nostra idea di libertà di manifestare», ha aggiunto, invitando il governo turco a rispettare la libertà di espressione e di manifestazione, come ogni «società sviluppata». Appunto: perché poi la società turca dovrebbe essere già «sviluppata»? Forse per prepararsi per tempo a dichiarare «dittatore» l’amico Erdogan nel caso dovesse fare la fine dell’ex amico Mubarak?

LUCA ZAIA 19/06/2013 Il governatore veneto apre allo “ius soli”. Dice: «Sollevo il tema dei bambini che sono nati qui e vanno a scuola qui, sui quali un ragionamento al di là dello “ius soli” credo debba essere fatto anche perché spesso parlano il dialetto quasi meglio di me. Sono bambini che in molti casi hanno identità veneta e non quella del Paese d’origine della loro famiglia, cosa che è accaduta spesso ai nostri emigranti». Il discorso sembra inficiato da una palese panzana. Non è vero infatti che questi bambini parlino spesso il dialetto meglio di lui, ma è vero che spesso parlano l’italiano con più naturalezza di un esemplare tipico della razza Piave, anche istruito, come lui. Non ci vuole molto, d’altra parte: il veneto di solito parla un italiano grammaticalmente corretto (perché si sorveglia, anche coi congiuntivi), ma foneticamente più piatto della pianura padana, e sintatticamente angoloso, come di chi inconsapevolmente traduca ancora dalla madrelingua. Ma Zaia è un mago delle pubbliche relazioni sin da quando, da perfetto sconosciuto, sbaragliò tutti gli avversari nella corsa alla presidenza della Marca Gioiosa et Amorosa. Non dice panzane a caso. E’ bravo ad annusare il vento e ad adeguarvisi senza mettere in discussione le sue idee politiche, giuste o sbagliate che siano. Il leghismo multietnico è solo l’ultimo esempio della sua duttilità. La stessa che ha permesso a Zaia di essere sempre ferocemente contrario al nucleare, senza esserlo per principio. E di essere sempre ferocemente contrario agli OGM, senza esserlo per principio. Nel frattempo, non contento, ha aperto anche un nuovo fronte, quello della questione omosessuale: «Per me non esiste il problema. Non mi avventuro su temi quali quelli delle coppie di fatto. I gay hanno diritto di rispetto e basta, non c’è nulla da aggiungere». Così ha detto, sornione, con l’aria di chi non vuole farsi tagliare fuori come uno sprovveduto.

IL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE 20/06/2013 L’esame di maturità: non riuscii a prenderlo sul serio neanche quando lo feci; figuratevi se questa farsa poteva interessarmi in seguito. Questa volta però un particolare – per meglio dire, una serie di nomi – ha attirato la mia attenzione. Trattasi degli autori dei brani a corredo delle tracce della prova d’italiano: il vivente scrittore Claudio Magris, grande collezionista di premi, sempre in odore di premio Nobel, con molta fascinosa muffa mitteleuropea addosso, uomo della sinistra laica e repubblicana, non tanto di quella giacobina, ma di quella piena di sofferta compunzione; Pier Paolo Pasolini, famoso scrittore, cineasta, polemista, beatificato dalla sinistra dopo morto; Elias Canetti, solido scrittore novecentesco (lo dico a naso, in quanto a casa ho quattro suoi libri, ma li devo ancora leggere) insignito del premio Nobel, di ascendenza ebraica sefardita (ossia originaria della Spagna) e di lingua tedesca, nato in Bulgaria: un bel miscuglio che fa molto mitteleuropa e che diventa cult se pubblicato da Adelphi; il premio Nobel Eugenio Montale, l’inevitabile, l’ostaggio del piccolo burocrate scolastico, il prigioniero che forse un giorno andando in un’aria di vetro, arida, rivolgendosi, vedrà compirsi il miracolo: la maturità alle sue spalle, il vuoto dietro di sé, con una felicità da ubriaco; il filosofo Remo Bodei, vivente, uomo di sinistra, noto sottoscrittore di appelli che, nonostante le illustri frequentazioni intellettuali coi pensatori di tutti i tempi, riesce a vedere in Berlusconi poco meno che il male assoluto, il non-essere in persona; il premio Nobel Paul Krugman, economista liberal (nel senso americano di sinistrorso); Luigi Zingales, economista liberal (nel senso tutto italico di liberista di sinistra: tra i suoi santini c’è pure lo spaventoso Berlinguer); Mario Pirani, storica firma di Repubblica, soprattutto in campo economico, ex funzionario PCI (lo dico non solo perché sono fissato, ma per dimostrare ancora una volta che il regime democristiano favoriva smaccatamente le carriere dei bolscevichi). Dove non c’è l’alloro c’è il progressismo: la cricca del pensiero debole fabio-fazista è ormai arrivata anche al Ministero dell’Istruzione, in tutta la sua meschina ignoranza, col suo rachitismo intellettuale, nello splendore dei suoi obbligati percorsi culturali.

LORENZO CESA 21/06/2013 Incontro fra Titani oggi a Palazzo Giustiniani. Protagonisti: Mario Monti e Pier Ferdinando Casini. In programma: la separazione consensuale. Gli Udc, infatti, hanno nuovi progetti e anche questa volta pensano in grande. Il segretario nazionale Lorenzo Cesa ha scritto ai segretari provinciali e regionali del partito in vista di «una grande assemblea nazionale» che si terrà in luglio a Roma: «E’ giunto il momento di riprendere l’iniziativa politica dell’Udc. E’ il momento di ripartire. Vi invito a una mobilitazione generale.» Giacché «manca oggi nella politica italiana quella coscienza critica che noi abbiamo rappresentato nella scorsa legislatura». Ammettiamolo: sono ammirevoli. Nel prendersi ancora sul serio, nel credersi indispensabili e decisivi, nel credersi il sale della politica ed il lievito di ogni benefica azione di governo. Anche il gusto non disprezzabile della pura e semplice sopravvivenza diventa esaltante se condito di tali ineffabili convincimenti. Se è umanamente impossibile sopravvalutarli, bisogna tuttavia confessare che nella loro mediocrità sono straordinari: neanche del trapasso dalla vita alla morte politica si sono accorti.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (111)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANNI RIOTTA 28/01/2013 Ieri era il Giorno della Memoria. Sapete com’è: per un giorno si fa a gara per dimostrarsi più compunti e ortodossi che mai nel condannare fermissimamente l’orrore della Shoah e le ideologie razziste. Neanche un capello fuori posto. Non si sa bene dove finisca la consapevolezza e dove cominci il conformismo e l’opportunismo. Ciò si spiega con il fatto che il Giorno della Memoria è diventato una specie di ricorrenza sacra nel calendario della moderna religione dei Diritti Umani. Così un po’ alla volta, subdolamente, insensibilmente, pericolosamente, la Shoah è uscita dalla storia per entrare nella metafisica del dogma, che è un’arma a doppio taglio, perché se da una parte risparmia all’opinione pubblica i problematici chiaroscuri delle vicende storiche, dall’altra è molto più facile, ed eccitante, negare rotondamente un dogma che confutare il massacro pianificato di milioni di ebrei da parte del regime nazista. Fatto sta che per un giorno sono tutti allineatissimi. Anche se il giorno dopo magari le cose cambiano da così a così. Silvio Berlusconi invece è il politico più candido e chiacchierone del mondo, forse perché ha pochi scheletri nell’armadio della sua testa. Anche a costo di farsi massacrare. Per questo mi è simpatico. Così anche ieri è riuscito a dire la sua fregnaccia: «Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene». Faccio solo notare che dicendo «la peggiore colpa» Silvio ne ha caricate altre sulle spalle del Duce. Ma rimane un discorso da bar, da cretino. Al contrario per Gianni Riotta, cui non sfugge nulla, ieri Silvio è stato un furbacchione. Quella del Berlusca non è stata una gaffe, ma «un amo lanciato a voto estrema destra in cerca di interlocutori». Ai neanche quattro gatti alla destra della Lega, dei Fratelli d’Italia e di Storace? All’uno per cento degli elettori? Col rischio di perdere la partita al centro? Col rischio di pagare salato il costo di una bufera mediatica? O forse con lo scopo diabolico di distogliere l’attenzione dei media dal caso del Monte dei Paschi?

LA REGINA BEATRICE DEI PAESI BASSI 29/01/2013 Io non sono ostile alle monarchie per principio. Penso però che abbiano fatto il loro tempo. Lo dico con simpatia e affetto ai sovrani e ai principi del nostro tempo: non sarebbe meglio finire in bellezza e chiudere definitivamente i conti con la storia con una romantica festa d’addio in mondovisione, prima di finire invece come pittoreschi soprammobili presi sul serio solo dai giornali di gossip? Adesso poi che la vita si è allungata a dismisura, che i re non muoiono più in battaglia, e nemmeno tirano le cuoia in provvidenziali battute di caccia cadendo da cavallo, il rischio di vedere vecchi barbogi trattati come figli a carico salire sul trono è altissimo. Purtroppo non c’è niente da fare. Abdicare solo per fare posto al figlio regalmente disoccupato è indegno di un monarca e umiliante per l’erede al trono. Ma la regina Beatrice non l’ha capito. L’amore filiale per il quarantacinquenne Willem-Alexander ha prevalso sulla dignità dell’istituzione: «E’ giunto il momento di lasciare le responsabilità per il paese a una nuova generazione», ha detto profetica, pensando al figlio, e non piuttosto ad un’epoca che si sta chiudendo.

PIER LUIGI BERSANI 30/01/2013 Altro che accorciare o allungare le vacanze estive! Prima di tutto le scuole devono stare in piedi! Bisogna allentare il patto di stabilità per i comuni ed avviare un grande piano di manutenzione. Così si crea anche lavoro. E così ragiona il segretario del Pd. Da politico: le deroghe, il grande piano, il lavoro. Un leggero sfondamento dei conti. Ma per la crescita. Tutto andrà a meraviglia. Gira e rigira siamo sempre lì, all’economia del debito e della pianificazione, in uno dei suoi mille travestimenti: demagogiche e perdonabili fellonie, tipiche di qualsiasi campagna elettorale. Ma a Pier Luigi non posso perdonare un’altra idea, sommamente liberticida: quella di tenere «le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche». Ma certo. Per parcheggiare i ragazzini a scuola. Per trasformare gli insegnanti in badanti di mocciosi. Per impedire ai mocciosi di capire la differenza tra lo studio e il tempo libero. Per impedire ai mocciosi di farsi nel loro piccolo i meritati cazzi loro. Per tenerli nel recinto da mane a sera. Per ingozzarli di mille cose come oche da foie-gras. E per tenerli rigorosamente lontani da qualsiasi libertà, da qualsiasi proficua solitudine, da qualsiasi cripto-filosofica fantasticheria e dal sentimento dell’angoscia del tempo. Tanto loro non votano, povere bestie.

ANTONIO INGROIA 31/01/2013 L’ex sostituto procuratore è passato alla politica ma lo stile è sempre lo stesso. Inviperito per una stilettata infertogli dalla ex collega Ilda la rossa, ha chiuso il suo contrattacco con queste velenose parolette: «Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo.» Invece noi vorremmo proprio sapere cosa pensava Borsellino della Boccassini. Sarebbe una franca novità. Ingroia ha una sua specialità: adombrare, suggerire scenari. Disegnarli, sarebbe troppo: necessiterebbero di contorni, di colori, di cose. A lui invece piacciono le brume misteriose, promesse di nefandezze indicibili, sulle quali fa intendere di aver già buttato l’occhio birichino. Forte di questa sua straordinaria cognizione delle segrete cose, lui aspetta paziente che la verità e i colpevoli stessi gli si inginocchino davanti: vinti, supplici e in adorazione. E noi da anni aspettiamo il fausto evento.

LUCA ZAIA 01/02/2013 Folgorato dallo splendore scenografico della caduta nella polvere del Monte dei Paschi, al governatore del Veneto è venuta una voglia matta di replicare il patatrac. Il Monte ha l’acqua alla gola e Luca sogna di riportare a casa l’Antonveneta, qualora se ne presentasse l’occasione, nonostante i reiterati progetti di fusione dell’istituto padovano nella capogruppo. Perciò ha fatto appello al patriottismo degli imprenditori e delle banche del «territorio» al fine di creare una cordata per tentare la grande impresa. Da veneto faccio tutti gli auguri possibili all’Antonveneta, sia che venga definitivamente inghiottita (e digerita) dal Monte, sia che cada nelle grinfie di qualche altro grosso gruppo bancario, magari anche della Serenissima. Ma quando vedo muoversi queste quattro cose assieme: 1) la regia politica; 2) i «capitani coraggiosi»; 3) la filosofia della grandeur bancaria e la sua fissazione per la «massa critica»; 4) la retorica del «territorio»; allora penso ai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse e invito vivamente clienti e risparmiatori a invocare la protezione di Sant’Antonio.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (89)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PICCOLO MONDO COMUNISTA 27/08/2012 Ovvero la grande guerra tra La Repubblica–L’Unità–PD e Il Fatto Quotidiano–Di Pietro–Grillo. Non avendo mai risolto la sua questione morale, ossia la questione comunista, ossia la questione socialdemocratica, l’unica di cui vale veramente la pena di parlare, nell’anno 2012 la sinistra italiana è ancora all’anno zero. Il più ridicolo di tutti è stato Ezio Mauro: «oggettivamente di destra» ha definiti i comportamenti e le pulsioni dei montagnardi, a dimostrazione che a dispetto delle cosmesi kennediano-democratiche quando il gioco si fa duro gli avverbi preferiti sono quelli di sempre. «E chiamiamoli col loro nome: fascisti!», «Populisti berlusconiani!», han detto altri. «Amici dei Piduisti!», ha risposto Grillo. E allora mettiamoli in fila questi epiteti: oggettivamente di destra, fascisti, populisti, berlusconiani, amici dei piduisti! In pratica: traditori, corrotti e controrivoluzionari. S’intende che questi esaltati, e quello stesso popolo di sinistra che assiste sgomento alla lotta fratricida, hanno tutti per nume tutelare Enrico Berlinguer. Sono tutti figli della Questione Morale, la continuazione del comunismo con altri mezzi, la maschera compunta sotto la quale si nasconde il settarismo, la politica allo stato belluino: come essi, coi loro comportamenti e con le loro pulsioni, mostrano alla perfezione.

ACHILLE BONITO OLIVA 28/08/2012 Sono sicuro che l’anziana signora artefice del famigerato restauro del Cristo del Santuario di Borja fosse soddisfattissima al termine dei lavori. Tanto amore aveva messo nell’opera, e tanto di se stessa, che del Figlio di Dio aveva fatto un figlio tutto suo, una specie di icona rupestre – all’occhio dell’esperto non può sfuggire – di purissima scuola neanderthaliana: un Cristo delle Caverne, nei cui tratti scimmieschi la mamma poteva però vedere solo le perfezioni. Non so invece come si potesse sentire esattamente il povero parroco che aveva armata di pennello la mano della vecchietta. Certamente aveva confidato in parte nella Provvidenza e certamente si stava ora chiedendo perché la Provvidenza gli avesse giocato un tiro così brutto, visto che la Provvidenza non può giocare mai brutti tiri, bensì ammaestra anche quando sembra avversa. Insomma, una fantozziana storia di umili, nel senso di poveri cristi, o, nelle mani di un artista, il canovaccio di un garbato vaudeville sul sacro, e comunque una vicenda che nel silenzio e nella discrezione un po’ alla volta avrebbe trovato la sua soluzione. Ed invece la storia è stata data in pasto all’opinione pubblica, sempre affamata di sordide distrazioni. E sempre più s’ingrossa la fila di gente in attesa di vedere il «mostro». E magari di toccarlo. Che non si sa mai che non faccia il miracolo, e allora chi oserà mai discutere un restauro guidato evidentemente dalla mano di Dio? Per il nostro critico d’arte, tuttavia, questa corsa a vedere il Cristo di Neanderthal è un pellegrinaggio misto di devozione e contemplazione dell’arte: nel Cristo sfigurato ci sono tutte le spagnolesche stimmate di una Passione nuova. Questo è il guaio dei critici d’arte: quando non sono elitari, amano davvero un po’ troppo il popolo.

LUCA ZAIA 29/08/2012 Vedo con raccapriccio che Formigoni non ha ancora rinunciato al suo cavallo bolso da battaglia: la macroregione del nord. E allora ripetiamolo. La Lombardia è già un gigante: da un punto di vista demografico coi suoi dieci milioni di abitanti equivale grosso modo a nazioni come Ungheria, Svezia, Repubblica Ceca, Belgio, o al “Libero Stato” di Baviera. Mettendoci dentro l’Emilia Romagna, la macroregione del Nord conterebbe circa venticinque milioni di abitanti, e come entità politico-amministrativa in Europa starebbe dietro per grandezza solo alla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Spagna e alla Polonia e forse a quel che resta dell’Italia, se si mettesse insieme. Io sono convinto che lui queste cose non le sappia, non perché sia un imbecille, ma perché da vero italiano ha sviluppato un timore superstizioso per l’eloquenza dei numeri più semplici. Vedo perciò con sollievo che il suo collega veneto boccia lo stravagante progetto di questa Superlombardia. Vedo però, con ancor più profondo raccapriccio, che lo stesso collega veneto riesce ancora a credere, non si sa come, al progetto della macroregione del Nord. Non so, provo ad indovinare: forse una macroregione del Nord di stampo federale, composta dai liberi stati di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e degli altri liberi stati nanerottoli? Federata con le macroregioni del Centro e del Sud, ammesso, e non concesso, che Siciliani e Sardi siano della partita? Da coordinare col programmato taglio delle provincie e con la programmata istituzione delle città metropolitane? Di solito le idee che funzionano sulla carta nella realtà falliscono poi miseramente. Figuriamoci quelle che già sulla carta mostrano una certa qual traballante ebbrezza alcolica.

ENRICO LETTA 30/08/2012 Intervistato nel corso della convention estiva di VeDrò (in quel di Drò, nel Trentino) il molto costumato (o imbalsamato, a seconda dei gusti) vicesegretario del Pd non ha voluto definire una «boiata pazzesca» la recente proposta del ministro della Salute di tassare le bibite gassate, come lo spingevano a fare i maramaldi della Zanzara, il programma di Radio24, ripiegando ironicamente su «un’idea poco geniale, da ritirare subito». Per non sembrare però un becero qualunquista come tutti quelli che vedono rosso appena ci sono nell’aria nuovi balzelli, ha voluto dare un tocco distintivo alla sua protesta, rimarcando il fatto che alla sua festa a fare furore sono stati proprio il vecchio caro chinotto e la vecchia cara spuma, roba da normali cafoni una volta, ma roba da gente avvertita, responsabile, consapevole, e pure colta, adesso. «Salviamo il chinotto e la spuma bionda!», ha concluso, da difensore di un pezzo pregiato del patrimonio culturale nazionale, pronto ad entrare nell’Olimpo gastronomico di Slow Food.

EMILIO FEDE 31/08/2012 L’ex direttore del Tg4 fonda a ottantun anni un movimento d’opinione. Un movimento d’opinione è una specie di pallone sonda lanciato nel cielo della politica. Se lassù gli auspici sono favorevoli il movimento diventa un partito. Di questo movimento, a parte la sua naturale collocazione nel centrodestra berlusconiano, e la sua naturalissima attenzione verso il mondo femminile, cose che destano tutta la mia simpatia, si sa solo il nome: «Vogliamo vivere». Che come nome, peraltro, è tutto un programma. E niente affatto sorprendente. Emilio infatti, da direttore del Tg4, era sempre attentissimo a tutte quelle piccole, piccolissime, infinitesimali scoperte scientifiche, o presunte tali, che nel campo della medicina sembravano promettere l’elisir di lunga vita e magari l’immortalità. E quando chiedeva al recalcitrante esperto di turno, con tono penosamente spensierato: «E allora professore, vivremo tutti fino a centoventi anni?» era come preso da una smania o da una febbre che gli ardeva negli occhi. Deluso dai progressi della scienza, e sentendo che ormai il tempo comincia insopportabilmente a stringere; disdegnando la filosofia, e ancor più la religione, che son cose da vecchi moribondi; il sempiterno Emilio ha deciso allora di prendere in mano personalmente la questione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (32)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ROSY BINDI 25/07/2011 Ci sono due categorie disgraziate di politici: quelli che sentono solo l’odore dei soldi, e quelli, i peggiori, che sentono solo l’odore del sangue. L’inimitabile Rosy è una valorosissima rappresentante della seconda categoria. Nel 1993 venne incaricata dal becchino Martinazzoli di liquidare la federazione regionale veneta della Democrazia Cristiana, che di morire “popolare”, ossia di morire tout-court, non voleva proprio sapere. Quest’esaltata cattocomunista fece un lavoro splendido: della vecchia e potente DC veneta non restò neanche la più piccola traccia. Ora l’inimitabile Rosy dice di non voler vedere il PD morire come la DC: che lo voglia ammazzare?

LUCA ZAIA 26/07/2011 “È arrivato il momento di portare a casa i nostri ragazzi”. Questo il commento del presidente della regione Veneto alla notizia dell’ennesimo soldato caduto in Afghanistan. La cosa non sorprende per nulla: pensare in piccolo per lui è un dovere. Ma insomma, farlo con fanatica assiduità dev’essere pure faticoso. Suvvia, non abbia paura, si prenda una vacanza: da compatriota a compatriota le garantisco che i figli della Serenissima sapranno perdonarle un pizzico di umana larghezza di spirito.

LA COLDIRETTI 27/07/2011 Per protestare contro la concorrenza sleale dei prodotti stranieri e per difendere i salami, i prosciutti e le braciole di maiale made in Italy, un presidio di allevatori ha scaricato in Piazza Affari una decina di simpatici porcellini rosa. Si dice che il cane sia il più grande amico dell’uomo: macellai e allevatori – avete notato? – vorrebbero convincerci che i porcellini sono i loro più grandi amici. Del maiale, si sa, non si butta via niente: lo ringraziamo così, confiscandogli la psiche insieme a tutto il corpo, con questa disumana presa per il culo.

PIER LUIGI BERSANI 28/07/2011 La “macchina del fango” è vecchia come la “questione morale”. Sul finire degli anni settanta il comunismo stava infilandosi pian piano nella pattumiera della storia. La “diversità” comunista rischiava di non pagare più. Occorreva inventarsi una nuova “diversità”, quella degli onesti, per continuare ad uccidere la politica italiana con le liste velenose dei buoni e dei cattivi. Berlinguer ne fu il disgraziato padre. La “macchina del fango” nacque, necessariamente, insieme ad essa. E fu insieme sua sorella gemella, la sua faccia oscura e il suo braccio violento. Il suo scopo: condannare al pubblico disprezzo. Scalfari ne fu il disgraziato padre. Questo moralismo settario, fondato sulle mezze verità, ossia sulla menzogna, non poteva offrire alla politica neanche un grammo di virtù civica in più, come poi si è ben visto, perché questa si fonda sulla verità e sulla fiducia. L’ha invece immobilizzata nella paura, facendone, più ancora di prima, pascolo grasso per untori e maneggioni. Ma tu, Pier Luigi, non te ne accorgi. Non vuoi.

LE PARTI SOCIALI 29/07/2011 Per dimostrare al popolo che in Italia esiste ancora una classe dirigente, di tutt’altra tempra rispetto alla classe politica, banche, imprese e sindacati hanno siglato un vibrante, coraggioso e inequivocabile appello: “serve una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti, serve una discontinuità per realizzare un progetto di sviluppo”, serve insomma un Patto (con la “p” maiuscola) per la crescita.” Servirebbe, a dire il vero, anche qualche propedeutico, virtuoso e assai draconiano taglio “non lineare”: ma solo per provare a realizzare quello ci vorrebbe una grande, disinteressata e donchisciottesca assunzione d’irresponsabilità.

Caro Luca (Zaia)

Caro Luca, permettimi innanzitutto di chiarire la ragione di questo mio tono confidenziale: sono anch’io di razza Piave, ancorché della Destra Piave, mentre tu sei della Sinistra Piave. Certo, è noto come noi di Destra Piave siamo molto più in gamba di voi, ma non è il caso di fare gli schizzinosi. Io non lo faccio, e credo apprezzerai. Ora che stai per diventare Doge di tutte le Serenissime, è bene che ascolti la parola disinteressata di un tuo compatriota. Caro Luca, è ora di smetterla con queste panzane unilaterali sui prodotti tipici, e contro gli OGM, per il rispetto stesso della nostra tradizione veneta, prima ancora che italiana. Se la nostra penisola avesse difeso l’assoluta ortodossia dei prodotti della sua agricoltura neppure il pomodoro arrivato dalle Americhe e il caffè arrivato dall’Oriente sarebbero oggi quasi universalmente associati all’idea di italianità. Neanche la pizza. Pensa: a quei disgraziati di napoletani, poveretti, sarebbero rimasti solo la Camorra, il Vesuvio, il Golfo, San Gennaro, la mozzarella e la mistica del Regno delle Due Sicilie, o quella della Magna Grecia. Non ti si stringe il cuore? Sulla novità, sulla moda del caffè, il nostro grande compatriota Carlo Goldoni scrisse pure una commedia ambientata a Venezia, “La Bottega del Caffè”; ma la scrisse in italiano, vista la globalità interregionale e internazionale del tema. E come la mettiamo coi semi di cacao portati da Cristoforo Colombo in Europa? Non avremmo neanche la Nutella! La nostra Nutella! E col baccalà alla vicentina? All’origine del più tipico fra i piatti tipici della cucina della Serenissima ci fu una delle nostre partite IVA, un padroncino che un giorno del XV secolo veleggiava bel bello con la sua barchetta – una caracca – e la sua ciurma di una settantina di uomini tra l’Atlantico e la Manica, fischiettando ignaro “La biondina in gondoeta”, quando una tempesta improvvisa sballottò e spinse il suo legno alla deriva al largo dell’Irlanda, per essere poi trascinato dalla Corrente del Golfo su nel Mare del Nord fino alle coste della Norvegia, dove il nostro antenato a bordo di una scialuppa fece naufragio con sedici superstiti sull’isola di Røst; e dove fu folgorato non solo dalle vichinghe dai capelli d’oro ma pure dallo stokkfisk che prendeva aria su delle specie di rastrelliere in legno e profumava i cortili delle casupole dei pescatori. Siccome lo sciagurato era pio, o attaccato più all’oro degli zecchini che all’oro delle bellezze muliebri, cominciò un’attività di import-export centrata sullo stokkfisk, e non sulle vichinghe. Purtroppo. Ma, sia detto in suo onore e a sua scusante, con tale insulto a Venere e alla Natura fece la gloria della cucina nostrana. A maggior gloria provvide un secolo dopo la polenta fatta col mais proveniente dalle Americhe. Tutto facemmo nostro, caro Luca. L’abbiamo sempre fatto. Non lo sai che noi italiani siamo i primi produttori di kiwi nel mondo? Certo che lo sai. Ce l’abbiamo fatta in poco più di un trentennio. E saprai certamente che dopo il Lazio, il Veneto è nel gruppetto di testa delle grandi regioni produttrici dell’esotico frutto giunto dall’australe terra che l’Onnipotente ha posto agli esatti antipodi del Belpaese. Casomai l’unica cosa sorprendente è che siano stati i romani, gente che riposa le chiappe da duemila anni, i pionieri di quest’avventura: son cose che capitano, anche ai peggiori. E adesso perché mai allora ti incaponisci contro quei poveretti di maiscoltori, ossia dei coltivatori di mais, il meno tipico dei prodotti agricoli, che vorrebbero essere liberi, come quasi tutti gli zappaterra del primo, secondo, terzo e quarto mondo di sperimentare le coltivazioni OGM? Tu parli di sete di guadagni facili e di mancanza di lungimiranza, paventando l’abbandono delle nostre eccellenze agroalimentari, come se queste non potessero convivere con le superpannocchie OGM: dai, non fare il difficile! Proprio in questi giorni hai fatto invece un bel passo in avanti sulla via della ragione con il lancio di McItaly, il nuovo superpanino della McDonald’s, da te sponsorizzato e fatto al 100% con prodotti italiani, soprattutto con la carne dei bovini e i formaggi derivati dal latte delle nostre belle mucche padane, tutte bestie coscienziosamente tirate su dai nostri allevatori con mangimi geneticamente modificati. “Sono grato a McDonald’s che si è prestata a questa grande operazione culturale“, hai detto, con gran dispetto degli adepti della bio-religione. E non potevi dir meglio: geniale. E’ venuto fuori in tutto il suo splendore il nostro senso pratico. Ti sei anche permesso il lusso di dare idealmente del bolscevico allo sconvolto critico gastronomico del Guardian. In questo hai tutto il mio appoggio: bravo!

Pensa, caro Luca, se gli altri avessero difeso fino alla morte i loro prodotti tipici, non solo quelli del settore agroalimentare, ma pure quelli culturali, noi veneti non avremmo infettato l’Italia col nostro “ciao”, fino a cent’anni fa sconosciuto tra i paisà della penisola. Adesso stiamo andando alla conquista del mondo, e nessuno sembra in grado di fermarci. Ma noi in realtà abbiamo sempre avuto un gusto innato per la bastardaggine: cementata dai secoli, è diventata stile ed identità. Rifletti, siamo il solo popolo al mondo, noi veneti, che ha avuto il fegato di piazzare dei quadrupedi al centro della facciata di un tempio cristiano, e quale tempio! Ubbidienti e morigerati all’interno, sotto le cupole d’oro, e quasi soggiogati dalla bizantina e ieratica fissità delle figure dei santi, ci siamo scatenati per secoli all’esterno della Basilica di S. Marco con tutti i ghirigori del kitsch medievale. Il tremendo pastrocchio è conosciuto in tutto il mondo e passa per mirabile, tanto è onusto di storia! Ma l’obbrobrio equino è sicuramente il nostro capolavoro e la sua storia è la nostra storia. Che inizia con la quarta Crociata, quando conti, marescialli e baroni di Francia, della Borgogna e dintorni, tutta gente scioperata e danarosa, con la testa piena degli ideali della cavalleria, si diedero appuntamento con la propria soldataglia a Venezia. Il nostro doge guercio e novantenne, Enrico Dandolo, li inquadrò subito, lesse dentro le loro anime leggere, offrì loro la flotta e l’organizzazione del viaggio. In cambio, tanto per cominciare, pretese la ripulita della costa dalmata fino allo Ionio. Le cose furono fatte con metodo e tranquillità. I baroni ci presero gusto. Arrivò pure, provvidenzialmente, a rivendicare i propri delusi diritti, il solito pretendente – che mai mancava – al trono di Bisanzio, ossia ai resti dell’Impero Romano. A quel punto Costantinopoli divenne la Gerusalemme da liberare. Fu liberata e conquistata. Nella spartizione, mentre conti e baroni si scambiavano titoli di re e imperatori, Venezia si attribuì tutte le isole e gli scali che servivano ai suoi commerci, o meglio, al monopolio dei suoi commerci. Il Doge, a scanso di equivoci, divenne “Podestà e despota dell’impero di Romania e dominatore della quarta parte e mezza dello stesso impero”. I Veneziani, che a quell’epoca erano artisticamente analfabeti come i Romani prima della conquista della Grecia, razziarono i cavalli in bronzo dorato del famoso Ippodromo e li posero, col gusto barbaro che era loro proprio, ma con molta soddisfazione, sopra il portale centrale della Basilica di S. Marco. E da lì, non si sono più mossi.

Caro Luca, sii fedele alla nostra storia.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La disfida di Castelbrando del cavalier Zaia

Per far capire al mondo, all’Europa, all’Italia e soprattutto ai suoi compatrioti della Serenissima, specie quelli duretti di comprendonio, che lui non è un bischero qualsiasi, il ministro per le politiche agricole Luca Zaia ha organizzato in quel di Castelbrando, pittoresco maniero arroccato su una delle rotonde e verdi collinette che fanno ala leggiadra alla “strada del Prosecco”, non lontano dalla Conegliano che gli diede i natali, una simpatica kermesse che è passata esageratamente alla cronaca di questi giorni col nome di G8 dell’agricoltura. Castelbrando, che fa da guardia come un maritino geloso dall’occhio di falco, dominandola dall’alto, all’antica e gentile borgata di Cison di Valmarino, è creatura di Massimo Colomban, ex valoroso capitano d’industria, che vi si è ritirato a recitar la parte dell’illuminato signorotto rinascimentale: ha trasformato le vetuste pietre di imponenti caseggiati e mura che si sono affastellati gli uni sulle altre per secoli e millenni in un poliedrico resort medievaleggiante, con un tocco di kitsch per renderlo più malleabile ai gusti del popolo. Oggi è un grande hotel, un museo, un beauty center e un vero e proprio borghetto dove si tengono congressi, spettacoli e eventi vari. Da tale splendida altezza ogni tanto Colomban filosofeggia sui destini dell’economia mondiale. 

Per arrivare fin qui Zaia, un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni, ha cominciato fin da piccolo a mordere i polpacci alla fama. Zaia è un trevigiano doc, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi dipoi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia. 

Sotto la sua presidenza, raggiunta appena trentenne, più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastata la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare – ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza. Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati per una settimana una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Per arginare la popolarità di Zaia tra le sane popolazioni della Marca, da sempre refrattarie alle lusinghe bolsceviche, la sinistra, attraverso i comunisti della Tribuna di Treviso, il locale botolo ringhioso del gruppo L’Espresso, non ha trovato di meglio che appioppare alla calamità leghista dai non folti capelli, apparentemente acconciati o meglio spianati all’indietro dalla leccata di uno di quei cavalli che tanto ama, il nomignolo romanesco e quindi doppiamente insultante di Er Pomata. Ma non c’è stato niente da fare: è arrivato come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, dove però alla prima occasione è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Diventato ministro, ha approfittato della prima vacanza a casa sua per inerpicarsi con una vecchia 500 per la stradina che conduce alla scuola enologica che gli ha dato il primo alloro, dove non ha mancato di spargere una lacrimuccia nel mezzo dei festeggiamenti che professori e allievi gli tributavano. Poi si è fiondato in Campania a rassicurare gli allevatori di bufale nei guai. Impavido si è fatto largo tra la folla per entrare nella prima stalla che gli è capitata sotto gli occhi. Respirando a pieni polmoni e visibilmente deliziato dal puzzo ha dichiarato trionfante: “Questo è un odore che conosco da quando ero ragazzo!” Che uomo! 

Fatto sta che con l’approssimarsi del summit che avrebbe dovuto tracciare i destini futuri dei bovari e degli zappaterra di tutto l’orbe terraqueo, e con il ritorno a casa dell’ingombrante giovanotto, sono incominciate pure le baruffe chiozzotte della grande politica veneta. Lo sceriffo di Treviso ha sparato il primo colpo definendo l’iniziativa di Zaia un mucio de schei butài via par gnente. Luca ha risposto con amore figliale al nonnetto con la pistola dandogli addirittura del no-global: epiteto invero assai strano da uno che è stato capace di fare gli occhi dolci a un personaggio della nomenklatura democratica e progressista, cioè italica, come Carlo Petrini, il Suslov del mangiar politicamente corretto, e che ha dimostrato simpatia – senza tuttavia mai sbilanciarsi troppo – per le panzane luddiste anti-ogm. Peraltro gli scalmanati perditempo anti-ogm si sono fatti sentire per davvero con un raid dimostrativo a colpi di spray nella grande tenuta di Ca’ Tron, di proprietà della Fondazione Cassamarca, mille ettari di terreno miracolosamente scampati al miracolo veneto nella parte sudorientale della provincia di Treviso, ad un tiro di schioppo dalla laguna di Venezia, dove si sperimentano coltivazioni ogm. La Fondazione Cassamarca, nata con l’incorporazione della storica banca trevigiana in Unicredit, è il regno di Dino De Poli, l’Onorevole Avvocato che si è ritagliato il ruolo di mecenate liberaleggiante con numerose iniziative di carattere culturale e di recupero del patrimonio edilizio storico nella Treviso brutalizzata dallo sbrigativo buon senso dello sceriffo. La strana coppia di cordiali nemici funziona a meraviglia: l’uno spazza e l’altro lucida una città già di per sé assai seducente, dall’impianto medievale corso da innumerevoli canali che ne fa la graziosa ancella di terraferma della Regina dei Mari. 

Però Zaia è un furbacchione dalla duttile filosofia, o meglio un non snaturato figlio della sua terra. Le cause le sposa sempre con mucho juicio e realismo: appena è spuntato fuori un sondaggio fatto fra i coltivatori di mais del Veneto e Friuli dal quale risultava che più della metà è favorevole a coltivazioni ogm e solo un quinto contrario, e che comunque quasi i tre quarti ritiene che ogni agricoltore avrebbe il diritto di scegliere cosa produrre, ha precisato di essere anche “liberista”. 

Non contento, Zaia ha ottemperato poi perfidamente agli obblighi istituzionali invitando con una e-mail – qualcuno dice con un sms – alla sola e solita sbobba inaugurale il presidente della regione Galan, il liberale megalomane incoronato Doge da Berlusconi qualche lustro fa con gran dispetto di tutta la famiglia democristiana. Il padovano è un gigante sorridente dal carattere luciferino, uno che nel libro-intervista “Il Nordest sono io” si è inimicato tre-quarti della classe politica veneta che lo sostiene, facendole fare la figura di meschina, retrograda e provinciale; la quale classe tuttavia, dopo un breve fuoco d’artificio di minacciate querele, ha reagito con lo spirito proprio della razza veneta, acquietandosi tatticamente: perché qui si incassa, ma nessuno molla. Galan altro non aspettava per andare su tutte le furie, protestando per l’irridente condotta del ministro. “Motivi protocollari” ha chiarito poi Zaia: 

”Nessuna leggenda metropolitana intorno al mancato invito del presidente Giancarlo Galan. Il presidente della Regione Veneto lo abbiamo invitato ma trattandosi di un vertice internazionale, non è previsto un suo saluto di benvenuto. Galan è il benvenuto, come le altre autorità, ma il protocollo di questi è molto severo nel rispetto delle regole: nessun intervento esterno” 

Galan ha replicato con un piccato e velenoso avvertimento:  

“Regole, norme, procedure, protocolli, ma che bella tutta questa osservanza ministerial-romana-bruxellese di un ministro dai natali federalisti. Caro Luca, non ti sapevo così ministerocentrico e soprattutto elegante al punto da organizzare una conferenza stampa per rendere noto un carteggio che solo una patetica stizza ti ha spinto ad usare in modo improprio. In ogni caso, un ministro con ascendenze federaliste avrebbe dovuto trovare il modo di scegliere momenti più regionalistici per porre nel giusto risalto una iniziativa che comunque si sarebbe tenuta in Veneto. Inoltre, non sono tanto sicuro di quanto tu ritieni essere un obbligo procedurale volto a ignorare del tutto i vertici dell’istituzione comunque ospitante. I protocolli che si limitano ad invitarmi a qualche cena non mi interessano. Dunque, caro Luca, un po’ più di coraggio, ma male non ti farebbe anche un po’ più di prudenza” 

Questo in lingua italiana. Per essere più chiaro gli ha mandato un messaggino conciso e inequivocabile anche nella lingua natìa: “Tosàto, date na soràda” (Ragazzo, datti una calmata). 

Se son rose fioriranno. 

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