Francesco e Jorge Mario

Se, in ultima analisi, il Papa è il Papa proprio per preservare la Chiesa dall’errore (quand’anche fosse un asino in teologia) è anche vero che deve essere in grado di padroneggiarne il timone secolare, che deve avere capacità di governo e in linea di massima essere un animale politico nel senso nobile del termine. Tuttavia la questione è più complessa. Qualcuno, alla luce di questi ragionamenti, potrebbe allora ritenere che il pontificato di Benedetto XVI sia stato pessimo. Ma sbaglierebbe, giacché ogni stagione ha la sua priorità. E il timido Benedetto XVI fu l’uomo giusto al momento giusto quando si trattò di ribadire, coi suoi modi tanto fermi quanto riguardosi, la validità, la continuità e la vitalità della dottrina in un mondo che la riteneva caduca. Senza gli anni del suo pontificato dove saremmo oggi in tempi rivoluzionari? E tuttavia la questione è ancora più complessa giacché l’azione di un pontefice s’inquadra in un disegno provvidenziale che è troppo dilatato nel tempo perché noi lo possiamo cogliere e che può servirsi anche delle mancanze o delle imprudenze di un pontefice.

Sbagliano perciò quei conservatori che, sconcertati dal nuovo corso bergogliano, arrivano insolentemente a mettere senz’altro in dubbio l’intima ortodossia di Papa Francesco. Ma hanno ragione quando gli contestano molti errori. Ne elenco tre, che inevitabilmente s’intrecciano vicendevolmente.

Il primo è quello di circondarsi, o meglio, di farsi circondare, da una guardia pretoriana, un vero e proprio comitato di salute pubblica formato da progressisti, che approfitta del suo misericordioso anelito ad andar incontro alla gente, del suo voler vedere a tutti i costi il lato buono delle cose, della sua idiosincrasia per le vane sottigliezze – tutte cose buone, s’intende, e connaturate allo spirito cristiano – per rivestire quest’empito di una carica velenosamente rivoluzionaria e per adulterare pezzo per pezzo la dottrina attraverso formule ambigue, funzionanti come palloni sonda, veri e propri ponti gettati verso quell’errore che nella maturità dei tempi non avrà remore a manifestarsi.

Il secondo è l’enfasi messa sul discernimento: bella parola, che però indica qualcosa che è difficilissimo possa trovare un qualche inquadramento credibile nella prassi. Noi parliamo di discernimento proprio perché non possiamo sostituirci all’occhio di Dio: è un invito alla prudenza e quindi è una forma di carità. Ma davvero ci illudiamo di poterlo in qualche modo gestire o regolare, soprattutto se si parte dal rifiuto semi-ideologico della casuistica, cosa d’altra parte piuttosto bizzarra per un gesuita? E’ qui che si affollano le reticenze e che nascono i pasticci. Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto. Casca il mondo? No, il mondo non casca. Ma bisognerebbe mettere efficacemente in chiaro il quadro dottrinale che fa da sfondo a quest’allentamento misericordioso della legge positiva della Chiesa, in modo tale che la chiarezza faccia, pedagogicamente,  contrappeso al perdono, e ne sia al tempo stesso il presupposto. Si sta muovendo in questa direzione la Chiesa? Per niente, mi pare, col rischio di trasformare l’incontro con la gente in quello con lo spirito del mondo.

Il terzo è quello di dare un respiro quasi apocalittico, o millenaristico, e perciò involontariamente terreno, alla lotta dentro la Chiesa a quel problema della farisaica falsità e durezza di cuore (e in parallelo a quelli di portata sociale come la povertà e la corruzione) che, in misura variabile, ci porteremo dietro fino alla fine del mondo e non potrà mai essere liquidato. Se il Papa è – per così dire – fissato con l’amore che copre tutto certamente non sbaglia: questo è un insegnamento eterno, parole di vita. Ma, su un altro piano, più politico, che il Papa deve tenere in mente quale reggitore della Chiesa, ci sono ragioni di opportunità da valutare, giacché quest’ultima sarà sempre campo di battaglia tra le tendenze farisaiche e sadducee. E oggi sono proprio le seconde a costituire la grande minaccia. Davvero oggi il pericolo maggiore nella Chiesa e nella nostra civiltà cristiano-occidentale sarebbe costituito dal legalismo farisaico? Francamente sembra di sognare. Non è che a forza di puntare il dito contro i farisei il Papa finirà per far trionfare definitivamente (si fa per dire, naturalmente) la grande fazione sadducea che amorevolmente lo circonda e di cui sembra non accorgersi?

In economia si parla di variabili pro-cicliche o anti-cicliche. Per esempio, durante un ciclo recessivo possono esserci dei fenomeni pro-ciclici che tendono ad accentuare questa negatività. Allora chi governa è posto davanti alla questione di valutare l’opportunità di varare delle misure anti-cicliche. La cosa che colpisce di questo pontificato è che, sulla base di considerazioni astrattamente giuste, si muove in maniera clamorosamente pro-ciclica aggravando le derive progressiste nella Chiesa. Dov’è il discernimento in questo caso? Oggi la vanità e la mondanità è patrimonio quasi esclusivo del prete che, diventando una caricatura di se stesso, si getta in pasto al popolo confondendosi con esso. Non dico che il Papa debba fare calcoli o essere reticente, giacché sarebbe come fuggire i propri doveri, e so bene che è impossibile sfuggire alle strumentalizzazioni, ma egli sembra proprio non rendersi conto del diverso peso delle forze in campo.

Infine, una nota sulla sua personalità. Papa Francesco è un grande ammiratore di Dostoevskij, e nell’opera dello scrittore russo il male e il bene sono spesso concepiti come le due facce di una stessa realtà, cosicché capita che il grande criminale conviva potenzialmente col santo nella stessa persona. E’ una grande sciocchezza che peraltro è piuttosto diffusa anche nella cultura cattolica, ma che Dostoevskij, che è un grandissimo scrittore, tratta in maniera così fine e profonda da riuscire a spacciarla per vera. Quindi, non è solo politica o sapiente e caritatevole gesuitismo quello che gli mette in bocca giudizi assurdamente lusinghieri su Lutero, ma un tratto della sua personalità che gli rende arduo disingannarsi e che lo induce alla faciloneria. Non voglio affatto dire che sia ingenuo: nel suo intimo egli mette in conto gli errori che inevitabilmente si commetteranno nella stagione dello spericolato aprirsi della Chiesa al mondo, ma è convinto che prima o poi, col tempo, nel Divenire, come in un processo di sintesi (ma meglio sarebbe dire di purificazione, per non incorrere – hegelianamente – nell’espulsione dell’Essere dal reale, o della sua omologazione al Divenire, che dir si voglia) tutto ciò si risolverà in bene. Non vorrei, invece, che egli stesso, prima di quel lontano giorno, prigioniero dei meccanismi che ha messo in moto, finisse per diventare una figura alla Re Lear.

Aggiornamento 13/02/2017 – Nel post ho scritto: «Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto.» Vedo, qui, che i tedeschi ci sono già arrivati. Ma si può veramente pensare che nella prassi – è quello il contesto cui faccio riferimento – i sacerdoti avranno il tempo di seguire e la capacità di capire veramente la situazione delle coppie in questione, e di raggiungere dei veri convincimenti o delle ragionevoli conclusioni, ancorché sempre fallibili, circa l’eventuale nullità dei precedenti matrimoni, o sui buoni propositi delle coppie per il futuro ecc. ecc., neanche si trasformassero in psicanalisti – per così dire – a tempo pieno? E’ impossibile. In ogni caso, anche se si trasformassero in detti superuomini, alla fine dovranno rimettersi alla coscienza di queste anime loro affidate. Ma nella pratica è scontato che tutto questo mitico “percorso” sarà saltato. Si rifiuta la casuistica ma si vuole il “discernimento”, che non sembra altro che una casuistica politicamente corretta, informale e impalpabile: bisogna vivere nel mondo delle nuvole per non capire che si tratta di qualcosa di assolutamente impraticabile e che porta logicamente alla soluzione tedesca. Si noti come nell’articolo linkato della Nuova Bussola Quotidiana il cardinale Müller consigli di «non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi» per motivi esattamente opposti a quelli evidenziati dal Papa in questa intervista pubblicata dal Corriere della Sera. Müller si rifà ai noti pericoli insiti nella degenerazione casuistica (i ragionamenti capziosi miranti a giustificare tutto ciò che serve); mentre il Papa (gesuita!!!) vede assai inopinatamente nella casuistica un possibile alleato del legalismo farisaico, inteso nella sua veste rigida e impietosa [1]: dire che ci sia una grande confusione in giro mi sembra il minimo. La casuistica di per sé – e sottolineo di per sé – non è un qualcosa di negativo: può essere una specie di pre-inquadramento dei problemi particolari, una specie di guida che introduca al discernimento vero e proprio. Opporre la vecchia casuistica al discernimento può funzionare come artificio retorico, ma in realtà è un errore, giacché la prima (tralascio le sue degenerazioni) si aggancia in qualche modo ancora alla legge, mentre il secondo fa riferimento alla carità, ma la fede e le opere non si possono dividere.

[1] Che poi le scappatoie legali fondate sui cavilli siano l’altra faccia e l’inevitabile prodotto collaterale dello zelo legalista è certamente vero: lo prova abbondantemente l’Islam.

Eugenio & Jorge

Il lungo corteggiamento di Eugenio Scalfari a Jorge Mario Bergoglio sta assumendo i contorni di una farsa piuttosto divertente. Non solo possiamo ammirare la serafica, tranquilla e perfino riguardosa spudoratezza con la quale l’augusto ed anziano senatore de “La Repubblica” cinge d’assedio Papa Francesco; ma possiamo anche gustare appieno la stolidità di molti lettori del giornalone della sinistra: c’è chi – il progressista tetragono – è sempre più perplesso, se non scandalizzato dalla sbandata spiritualistica del mitico fondatore; c’è chi – il cattolico adulto – quasi sviene dal melenso piacere di questa presunta corresponsione d’amorosi sensi tra i due personaggi.

Nella sua ultima pubblica epistola Eugenio scrive a Jorge col tono affettuoso e indulgente col quale ci si rivolge ad un amico cui da lungo tempo si legge nel pensiero, un amico impegnato in un’impresa titanica e meritoria, di cui il volgo impaziente non sa cogliere il significato epocale, e di cui non vede le mille difficoltà, i mille impedimenti da abbattere o aggirare; ma scrive anche, Eugenio, parole dalle quali l’immagine del vecchio amico Jorge viene trasfigurata, o meglio sfigurata, nella macchietta di un Papa riformista in piena sintonia con lo spirito del mondo nella sua versione stucchevolmente umanitarista; in piena sintonia, cioè, col simulacro dello spirito di carità più facilmente smerciabile in tempi democratici.

Io non credo che Eugenio pensi veramente di poter infinocchiare Jorge. Credo piuttosto che faccia questo calcolo: con le mie discrete (nella forma) ma smaccate (nella sostanza) adulazioni in realtà non faccio altro che esercitare pressione su una Chiesa Cattolica già mezza circondata dagli eserciti nemici; se poi Jorge è tanto grullo da farsi sedurre da questa mia familiarità falsamente partecipe e, a dirla tutta, anche abbastanza oscena, meglio ancora; per me soprattutto, che con la mia superiorità sono riuscito a dimostrare chi è il vero Papa.

Quanto a Papa Francesco, credo che la sua formazione gesuitica e la sua stessa personalità lo portino a non lasciare nulla d’intentato quando si tratta di illuminare la mente ai gentili o di riportare sulla retta via i peccatori, anche a costo di passare, appunto, per boludo, per dirla coi figli della pampa, almeno per un tempo ragionevole. In quanto Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo arrivato dalla fine del mondo, Papa Francesco nel momento in cui accettò le attenzioni di Eugenio non poteva essere così addentro alle cose italiane per capire esattamente con quale leggendario filibustiere della cultura e del giornalismo di casa nostra andasse ad attaccar bottone: forse non lo consigliarono bene, forse lui nella sua testardaggine cristianamente ottimistica non volle farsi consigliare.

Tanto più allora è da prevedere che quando Papa Francesco deciderà di metterci una pietra sopra, questa sarà una pietra davvero tombale, avvolta in quella offesa cupezza che nel latino-americano vivace ed espansivo sa toccare, quando vuole, vertici metafisici.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Il Papa non ha detto che non si può bombardare

Di ritorno dalla visita in Corea del Sud, sull’aereo che lo stava riportando in Italia, Papa Francesco ha risposto ad alcune domande dei giornalisti, compresa una sulla drammatica situazione dei cristiani in Iraq e sulle modalità dell’intervento militare intrapreso in loro aiuto. I media hanno sintetizzato la risposta del Papa così: «E’ lecito fermare l’aggressore, ma non bombardare.» Ma non è questo che il Papa ha detto. Le sue esatte parole sono state queste: «In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito “fermare” l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo “fermare”, non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si può fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto la vera guerra di conquista.» Il discorso è chiarissimo, per chi lo vuole intendere. Il Papa ha detto che è lecito reagire ad un’aggressione, ma bisogna commisurare la forza della risposta alle necessità della situazione. La violenza subita non deve diventare il pretesto per andare oltre la legittima difesa, e nei casi in cui essa coinvolga intere popolazioni, non deve tramutarsi “automaticamente” in azioni ingiustificate di guerra aperta, ivi compresi i bombardamenti. L’uccidere, e anche il “bombardare”, in sé, e sottolineo “in sé”, non sono atti che hanno sempre, necessariamente, una valenza morale negativa. Il “non uccidere” biblico comprende nel divieto tutti gli atti di violenza e di sopraffazione immaginabili, anche di tipo psicologico: però, in certi casi, estremi, l’azione di forza, finanche potenzialmente omicida, può essere giustificata. E’ la volontà, il libero arbitrio che qualifica l’azione di forza: quasi sempre è “violenza”, cioè male; ma a volte è una risposta che non equivale a rispondere al male con il male. I comandamenti biblici vanno sempre letti alla luce della volontà. Quel “non desiderare la donna d’altri”, per esempio, non significa affatto “non provare attrazione” per quella donna, che magari è bellissima: sarebbe una cosa contro natura, oltre che ridicola, e Dio non apprezza le cose contro natura. Significa “volerla”, significa essere disposti a “possederla” se se ne presentasse la possibilità. Lo stesso pleonasmo usato dal Papa, “aggressore ingiusto” (cioè una persona che usa la forza ingiustificatamente contro un’altra persona) indica che vi può essere, per così dire, un “aggressore giusto” (cioè una persona che usa giustificatamente la forza contro un’altra persona). Anche se è chiaro che la Chiesa userà sempre la massima cautela prima di giustificare qualsiasi azione di forza.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[P.S. – Le stesse parole del Papa, a leggerle bene, non hanno messo un limite “tecnico” all’intervento militare. E non lo potevano fare: bombe o moschetti non hanno una diversa consistenza etica, perché non ne hanno alcuna: restano sempre dei mezzi. Il male e il bene, il giusto l’ingiusto, sono questioni che riguardano l’uso. “In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito “fermare” l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo ‘fermare’, non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si può fermare dovranno essere valutati. In video, arricchita dalla gestualità e dall’espressione facciale del Papa, il significato della frase risulta ancora più chiaro. Il Papa vuole dire, in soldoni: “E’ lecito fermare l’aggressore. Ma attenzione: ho detto fermare, non necessariamente bombardare, o fare la guerra. La cosa va valutata.”  D’altronde basta consultare il catechismo della Chiesa Cattolica, che non esclude il ricorso alla guerra, per capire che quella è la posizione del Papa. Poi ci sono le sfumature più propriamente politiche della questione, e lì si può criticare fin che si vuole…]

Mi dicono che non è vero

E’ rimasta famosa l’imitazione che negli anni settanta Alighiero Noschese faceva del giornalista Mario Pastore, leggendario conduttore del TG2. Costui, ridotto ad una maschera di sorridente timidezza, farfugliava quasi scusandosi le notizie del giorno, fino a quando, immancabilmente, gli arrivava in studio una telefona di smentita: «Mi dicono che non è vero», diceva poi Pastore, come se leggesse un’altra notizia, smarrito e riguardoso come prima. Un giorno, invece della telefonata, gli arrivò in mano un foglietto con una notizia bomba: «Mi dicono che è vero», disse Pastore dopo averlo letto, senza peraltro mutare di una virgola il suo stile sommesso e trepidante.

E’ un po’ quello che sta succedendo dopo ogni incontro tra Papa Francesco e Eugenio Scalfari. I due papi chiacchierano da buoni amici e si aprono il cuore l’un l’altro. Non si è ancora capito bene come esca di solito il Santo Padre da questi abboccamenti, ma sappiamo che il Papa Laico ne esce commosso (lo dice lui) anche se con ogni probabilità non esattamente edificato (lo dico io). Tanto che quando ritorna a casa sente il bisogno di fissare lestamente su carta il contenuto degli augusti dialoghi, virgolettati a memoria compresi. E puntualmente, su quei frutti di una memoria prodigiosa, dopo ogni pubblicazione arriva da padre Lombardi una smentita il cui succo, in virgolettato, è questo: «Scalfari fa il furbacchione e mette in bocca a Papa Francesco parole che non sono sue. Per ora gli tiriamo le orecchie, ma in futuro sappia regolarsi.» E puntualmente Repubblica, come se niente fosse, registra la «precisazione» di padre Lombardi. Adesso manca solo la notizia bomba.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.

ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.

[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano  – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]

HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.

LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.

DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.

[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l’appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa – a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall’inizio dopo l’errore fatale dell’attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell’uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli “affari” e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]