Belpietro, Battisti e il vizio sinistro dell’oblio

Non occorre tuffarsi nel mare dei media della sinistra militante per sentire con mano i guasti della vulgata che ha ridotto le forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra in cupole criminali. Anzi, è proprio sui giornali moderati che si può cogliere a che punto sia arrivato questo male. Pigliate la Stampa, ad esempio, ex giornale dei padroni: Lucia Annunziata, prendendo spunto da un libro vecchio di dieci anni, fa il punto sulla “strategia dei veleni” e parte da lontano, svelando alle pecore del popolo sedicente democratico come a fianco degli illuministi francesi ruotasse possente la macchina del fango e del gossip. Cose illustrate in pieno ottocento da A. De Tocqueville, da H. Taine, e con più chiarezza ancora da A. Cochin cento anni fa:

Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perché tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? (…) Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero…

Cose dette e ridette da chi “liberale”, ossia quasi fascista, era costretto ad una vita intellettuale catacombale negli anni in cui la Lucia scriveva per il Manifesto, per Repubblica e forse era, ahinoi, komunista. E tutto questo sforzo per cosa? Ma per tirare in ballo a sproposito e vigliaccamente Belpietro, naturalmente! Reo di aver pallidamente imitato – finalmente un po’ di democrazia nella carta stampata, caspita! – chi con questa sbobba e questi metodi banditeschi a sinistra campa da trenta o quarant’anni, e passa per campione della società civile. La Lucia non si è mai accorta di niente, a dimostrazione di come sia difficile uscire dal branco per chi ci vive dentro con profitto da sempre, anche quando col solito e soprattutto innocuo ritardo pluridecennale si acconcia alla verità. Ma brava!

Prendete poi sempre dalla Stampa l’articolo di Cesare Martinetti sul caso Battisti, “simbolo della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.” Arrivati alla fine di tante nobili, acute e colte considerazioni, tra le quali spicca per bassezza l’obbligata e insulsa frecciatina pittoresca contro il Berlusca, ché senno il nostro Cesare non si sentiva tranquillo, nella dura testa dell’uomo che non si fa prendere facilmente per i fondelli, anche quando abbruttito dai riti profani delle feste di fine anno, scatta l’allarme rosso: eh sì, caro mio, bello il quadro, peccato però che ci sia un bel buco in mezzo. Grosso grosso. Un ragionamento elementare, che non hai il coraggio di affrontare. Rimarco: il coraggio. Non l’intelligenza. Nella tua molle testolina scatta l’autocensura (la fredda menzogna appartiene alla razza superiore degli Scalfari). Il ragionamento, semplice semplice, è questo: ammettiamo che l’Italia sia un paese di merda, che non abbia nessuna considerazione di sé, e che quindi non venga tenuto in nessuna considerazione dagli altri; ammettiamo, per pagare l’obolo al conformismo, che il Caimano non abbia fatto niente per migliorarne la reputazione, anzi l’abbia precipitata nel bordello del bunga bunga; resta il fatto che se Battisti fosse considerato quell’assassino puro e semplice di cui ora – ammazza che faccia tosta – perfino i Repubblicones parlano, quando i migliori della loro razza facevano i firmaioli in suo favore qualche anno fa, neanche il Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, ce l’avrebbe negato. (Ambasciatore, stia buono, la sua patria ha perfino abolito la pena di morte, lo so, dopo che ho frugato Wikipedia per trovare una scusa. E’ solo che il nome del suo paese all’orecchio italiano suona irresistibilmente nero e continentale: bungaiolo, non so se mi spiego.) Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la figura del pistolero non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato non nelle case degli italiani ma nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che i loro esuli venivano da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. All’inizio degli anni settanta la Spagna era franchista, il Portogallo e la Grecia sotto regimi militari, mezza Europa sotto il tallone comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato di prendersela col dilettantismo del governo – cui consiglio calma e gesso, non belliche trombette, nel senso dantesco del termine – sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro figlio e fratello. Figli d’un cane.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Brutto, sporco e vandeano

Quanti anni ha Eugenio Scalfari? Tanti, e inutili: è penoso vedere un vecchio cui una lunga vita non ha allargato il cuore né la mente, un vecchio imbalsamato nella gelida frivolezza che tanto s’addice alla razza superiore dei sapienti servitori dello spirito dei tempi. Giovanotto fascista, fu comunista per un bel po’ di anni. Quando cominciò a sentire puzza di cadavere, divenne radical-socialista. Da molto tempo sdottoreggia di liberalismo, però nella più pura versione azionista. Da quasi settant’anni ormai, additare al popolo la banda dei malfattori è l’occupazione costante del suo talento. E’ un esercizio che richiede qualche destrezza lessicale, ma il più bieco opportunismo basta e avanza per evitare costosi infortuni. Dare dell’ebreo a qualcuno, per esempio, oggi non è più di moda, dopo la Shoah; dargli del kulako oramai è sconveniente anche tra i vetero-marxisti, dopo l’Holodomor; ma dargli del vandeano è ancora abbastanza chic, solo perché agli occhi dell’opinione pubblica la Vandea non è – ancora – ufficialmente associata all’idea del crimine all’ingrosso pianificato, all’orrore freddo delle “soluzioni finali”. Moralista senza morale, Scalfari è rimasto il vecchio e tranquillo giacobino di sempre, per cui non si fa il minimo scrupolo di usarlo:

Ho scritto domenica scorsa che la Lega somiglia per molti aspetti ad una Vandea. Questo delle banche è un elemento qualificante di una concezione vandeana dell’economia. Anche la Chiesa di papa Ratzinger sta assumendo aspetti vandeani e per questo è aumentata la sua attenzione (ricambiata) verso la Lega. Ma qui il discorso è più complesso e ne parleremo una prossima volta. (La Repubblica, 18 aprile 2010)

Ai suoi ammiratori perciò proponiamo le due seguenti e crediamo gustose letture sulle gloriose imprese dei civili estirpatori della mala genia vandeana.

Dal canto loro i giacobini vollero fare la guerra in Vandea. Si sa bene con quali risultati, e il modo in cui i loro generali, Léchelle, Rossignol, Ronsin e “gli eroi da 500 lire” furono rinviati, la falce alle reni, alle loro tribune e ai loro club dai contadini di La Rochejaquelein. Si dovettero chiamare i veri soldati, quelli di Mayence. Ciascuno dei due patriottismi se lo diede per inteso e rimase da quel momento nella propria sfera. Uno fece la guerra ai nemici della Francia, come d’abitudine. L’altro inventò una guerra speciale, la guerra ai nemici dell’umanità, una guerra senza precedenti. E’ una guerra che ha le sue armi, le picche; i suoi combattimenti, le giornate (rivoluzionarie); i suoi campi di battaglia, le prigioni; il suo corpo speciale, l’esercito rivoluzionario; i suoi avversari, i “nemici di dentro”, il fanatismo, il moderatismo, il federalismo, il dispotismo, e altri mostri in “ismo”. E’ quella che si chiama “la guerra della libertà”, “la guerra alla guerra”, quella che deve fondare la pace e la felicità universali. Sarà l’ultima e la definitiva: “Se il sangue cola ancora” dice Billaud, “almeno esso servirà per l’ultima volta a sigillare per sempre i diritti dell’umanità. E’ l’ultimo sacrificio sanguinoso di cui essa dovrà gemere, visto che viene offerto per assicurare il ritorno in terra dell’apprezzamento degli uomini, della stima che essi si devono e della fiducia che essa ispira… e dell’armonia civile che lega strettamente tutti i cittadini con il fascino di una così bella esistenza.” Sarebbe certo assai interessante studiare da vicino questa guerra nuova, giacché essa è la sola del suo tipo, e visto che soltanto in quest’epoca si vede all’opera, al naturale, quel patriottismo umanitario che ai nostri giorni [Cochin scrive all’inizio del ‘900 N.d.Z.] si mostra solo in marsina da conferenziere, dietro un tavolo verde e un bicchiere d’acqua zuccherata. Segnaliamone soltanto il tratto caratteristico, la ferocia. Bisognava aspettarselo. Si può risparmiare un nemico del proprio paese, del proprio partito. Ma che fare di quelli del genere umano se non distruggerli? Distruggere è il termine, con tutti i mezzi: “Si tratta meno di punirli che di annientarli”, dice Couthon. “Non bisogna deportare nessuno, bisogna distruggere tutti i cospiratori“ dice Collot. In una guerra simile non c’è nessuna legge, né di giustizia, né di amore, né di pietà. Riconoscerne una, vuol dire “uccidere giuridicamente la patria e l’umanità”. “Cosa c’è in comune,” dice Robespierre, “fra la libertà e il dispotismo, fra il crimine e la virtù? Si può ancora capire che i soldati che combattono per i despoti abbiano dato la mano ai soldati vinti per tornare poi all’ospedale: ma che un uomo libero si accordi con un tiranno o col suo satellite, che il coraggio venga a patti con la vigliaccheria, e la virtù col crimine, ecco ciò che non si comprende, che è impossibile […] ci vuole distanza tra i soldati della libertà e gli schiavi della tirannia” E’ per segnare questa distanza che si decreta che i prigionieri siano fucilati. La nuova guerra, dice un oratore giacobino, è una guerra della nazione contro dei “briganti”. Ecco il termine che resterà a designare i nemici dell’umanità; in senso proprio, non si tratta di uomini. Li si tratta di conseguenza. Di qui vengono le ingiurie grossolane contro i nemici, così incredibili per dei veri soldati eppure naturali in questo caso. La nuova guerra è brutale per istinto più che per principio. Essa erige a principio l’indegnità dell’avversario, come l’onore antico supponeva il suo valore. I nemici sono dei “mostri”, degli “animali feroci che cercano di divorare il genere umano”. Pitt [primo ministro britannico N.d.Z.] viene dichiarato “nemico dell’umanità”. Di qui il disprezzo del diritto delle genti, i massacri di parlamentari e di prigionieri di guerra. Di qui, soprattutto, le distruzioni di uomini, di donne, persino di bambini, come i bambini di Bicêtre nel settembre 1792, o i 300 piccoli sventurati del deposito di Nantes. L’orrore ci impedisce in genere di avvertirne la stranezza. Si erano viste nel passato sommosse di contadini, massacri perpetrati nel fuoco dell’assalto, crudeltà di proconsoli. Solo allora si vedono piccoli gruppi di uomini, come le autorità repubblicane e i club patriottici, tanto abituati all’assassinio da praticarlo a freddo per mesi, all’ingrosso e al dettaglio, come un’operazione. Eppure non si tratta di folli né di bruti, almeno non in tutti i casi. Si tratta spesso di piccoli borghesi terribilmente simili agli altri. Ma il loro addestramento li ha trasformati in modo incredibile. I puri – sono una ventina, oltre alle 80 picche della “armée Marat” – è gente capace di spogliare 100 giovani donne o ragazze dai sedici ai trent’anni, molte delle quali incinte, molte col bambino al seno, legarle nude alle famose barche, e poi, una volta aperte le valvole, guardarle mentre affondano lentamente, tagliando a colpi di spada le mani supplicanti che escono dai portelli. A Nantes vengono fucilati da 150 a 200 contadini vandeani al giorno, dice tranquillamente Carrier. Ne vengono annegati fino a 800 alla volta. A Lione, i patrioti dovettero rinunciare alle mitragliate perché i dragoni incaricati di sciabolare i sopravvissuti si ammutinarono per disgusto, e i morti venivano buttai nel Rodano per mancanza di gente che li seppellisse, e gli abitanti dei dintorni del fiume si lamentavano dell’infezione: nella prima settimana c’erano già 150 cadaveri sulla ghiaia di Ivours. La stessa protesta si registra ad Arras, dove il sangue della ghigliottina infetta il quartiere. Il generale Turreau, in Vandea, dà l’ordine di “passare alla baionetta uomini, donne e bambini e di incendiare tutto”. Questa è l’opera del patriottismo umanitario. Queste orge di sangue ci rivoltano perché le giudichiamo come dei comuni patrioti. E abbiamo torto. Un umanitario potrebbe risponderti che sono legittime. La guerra umanitaria è la sola che uccida per uccidere, essa ne ha il diritto ed è proprio in ciò che si distingue dalla guerra nazionale. “Colpisci senza pietà, cittadino” dice ad un giovane soldato il presidente dei giacobini “colpisci tutto ciò che ha a che fare con la monarchia. Non deporre il tuo fucile se non sulla tomba di tutti i nostri nemici – è il consiglio dell’umanità” E’ per “umanità” che Marat reclama 260.000 teste. “Che mi importa di essere chiamato bevitore si sangue!” grida Danton, “ebbene beviamo il sangue dei nemici dell’umanità, se è necessario!” Cattier scrive alla Convenzione che “la disfatta dei briganti è così completa che essi arrivano a centinaia ai nostri avamposti. Ho deciso di farli fucilare. Ne vengono altrettanti da Angers, gli assegno la stessa sorte e invito Francastel a fare altrettanto…” Non è orribile? Immaginiamo le grida di Jaurès [politico socialista francese ai tempi di Cochin, N.d.Z.] alla lettura di un simile lettera del generale d’Amade. Eppure la Convenzione applaude e fa stampare la lettera. E Jaurès non grida di indignazione, che io sappia, nella sua “Storia socialista”. La conclusione di Carrier ci dice perché: “E’ per principio di umanità che io purgo la terra della libertà da questi mostri.” Ecco la risposta. La Convenzione, Carrier e Jaurès hanno ragione: il generale d’Amade non può fare nulla di simile, giacché si batte soltanto per la Francia, Carrier è umanitario, ghigliottina, fucila ed annega per il genere umano, per la virtù; per la felicità universale, per il popolo in sé. Entrambi sono nel loro ruolo. Dobbiamo dunque aver cura di distinguere due patriottismi, quello umanitario o sociale, e quello nazionale. Il primo riconoscibile per la sua crudeltà, il secondo per la sua devozione. Confonderli vorrebbe dire ingiuriare il secondo, che non massacra, e far torto al primo, che ha il diritto di massacrare. Essi erano per caso alleati nel 1793, si sono opposti per principio in ogni epoca. [doveva ancora nascere il nazifascismo, ai tempi di Cochin, che era un intelligente, ed eroico “reazionario”: qui sta la sua inferiorità nei confronti di Tocqueville N.d.Z.] (Augustin Cochin, Lo spirito del giacobinismo)

Per arrivare alle fonti dell’ideologia rivoluzionaria, lo studio del linguaggio non è più la sola via, ma una fra le più sicure. Noi ricercavamo le origini intellettuali dello sterminio dei vandeani. Ci è parso quindi logico prestare una certa attenzione al linguaggio degli sterminatori e più precisamente al modo di qualificare le loro vittime. Abbiamo tratto questi epiteti dai rapporti dei membri del Consiglio esecutivo provvisorio e del Comitato di salute pubblica, da lettere, rapporti, ordini e proclami dei rappresentanti in missione, degli amministratori e generali repubblicani. Ecco l’elenco: «campagnoli feroci», «briganti», «briganti fanatici», «scellerati della Vandea», «tigri assetate di sangue francese», «orda», «orda di schiavi», «banda scellerata», «miserabile esercito di briganti», «accozzaglia insensata e feroce», «barbari», «aristocratici», «razza ribelle», «razza di briganti», «razza abominevole infatuata di monarchismo e superstizione», «mostri», «mostri fanatizzati, affamati di sangue e massacro». La litania termina qui. Si possono contare altre espressioni, ma non sono che varianti. Il repertorio è povero, le medesime parole si ripresentano incessantemente e l’intenzione e sempre la stessa: esecrare il male assoluto. Si vede che qui siamo in un’altra sfera di linguaggio, quello della «lingua inversa», la lingua che divide anziché riunire, in breve, quella dell’ideologia. L’umanità reale è abolita, le parole e i concetti sostituiscono le persone. Certo, la Rivoluzione ha arricchito questo linguaggio, ma il merito di averlo inventato spetta ai filosofi dei Lumi. Le parole del nostro elenco non sono tutte frutto dell’Illuminismo; ma si riferiscono tutte alla filosofia dei Lumi. Le considereremo successivamente. Prendiamo innanzitutto «campagnoli feroci», «fanatici», «briganti», «barbari» e «orda». «Razza» e «mostri» saranno analizzati più oltre. I vandeani sono definiti «campagnoli» come se appartenessero tutti a questo ceto sociale e il vocabolo e infuso di senso peggiorativo. Questi «campagnoli» sono reputati «feroci», «rozzi» e abbrutiti da una lunga schiavitù: «l’abitudine alla schiavitù» li «rende ancora insensibili ai vantaggi della libertà». Chi dice «contadino» dice anche «fanatismo» e il «fanatismo delle campagne» è sempre presentato come uno fra i fattori essenziali della rivolta. Ora, questa immagine del campagnolo feroce, fanatico e insensibile, corrisponde puntualmente all’interpretazione illuminista della gente di campagna. «Per ‘selvaggi’ intendete dunque» chiede Voltaire, «dei primitivi che vivono in capanne con le loro donne e qualche animale… parlando un gergo incomprensibile nelle città, con poche idee di conseguenza poche espressioni… che in determinati giorni si raccolgono in una specie di fienile per celebrare riti di cui non capiscono nulla…? Bisogna convenire che i popoli del Canada e i cafri che ci siamo compiaciuti di chiamare selvaggi sono infinitamente superiori ai nostri.» Buffon condivide lo stesso giudizio squalificante: «… persino da noi», scrive, «i campagnoli sono pin brutti dei cittadini». Lo stesso Buffon tenderebbe a considerare i campagnoli «una varietà della specie umana», «varietà» non sempre degenerata, ma che lo è in grado elevato nei paesi poveri. Se «fanatico» e «fanatismo» sono spesso abbinati a «contadini», l’impiego è molto pin esteso. «Fanatico» è persino uno fra gli epiteti più spesso lanciati contro i vandeani. È noto che cos’è un fanatico nel linguaggio della filosofia: un pazzo e inoltre estremamente pericoloso. «Oggi s’intende per fanatismo», scrive Voltaire, «una follia religiosa cupa e crudele, un fanatismo sta alla superstizione come il contagio alla malattia.» I fanatici, sempre secondo Voltaire, sono fomentatori di guerra civile. Nell’Henriade si leggono questi versi a proposito delle guerre di religione: “I tanti mali di cui la Francia è offesa/Hanno ahinoi la loro fonte in chiesa:/È la religione il cui zelo inumano/ Pone a tutti i francesi le armi in mano.” Quando i rappresentanti Richard e Choudieu accusano i vandeani di voler «assassinare la patria in nome del fanatismo» non fanno un discorso diverso. Tuttavia, l’appellativo più frequente è quello di «briganti». Non appare immediatamente, e a nostra conoscenza il primo a usarlo è il direttore della fonderia di Indret, in una lettera del 17 marzo 1793: «Stamane», scrive questo funzionario, «sono stato informato di un raduno di briganti». Nella seconda quindicina di marzo si parla di «briganti», ma ancor più sovente di «ribelli» e «cospiratori». Solo a partire dal mese successivo l’impiego diviene più frequente e sistematico. Il 2 aprile, Lebrun, presidente del Consiglio esecutivo provvisorio, ondina «una marcia concentrata per ripulire il paese infestato dai briganti». Il 15 aprile, Villers e Fouché rivolgendosi agli «abitanti delle campagne» denunciano i «briganti» che li hanno «sedotti». Da quel momento il termine è ufficializzato: per la Repubblica, i vandeani non saranno altro che «briganti». Indicarli con questa parola denigratrice, sinonimo di ladro e assassino, che ricorda la «Grande Paura», è certamente un modo per coprirli d’infamia e mobilitare contro di loro l’opinione pubblica. Ma vi e forse anche un sottinteso filosofico, che comunque non va scartato a priori. Poiché col termine «briganti» si vuol ricordare ai vandeani la loro condizione di esclusi dalla città. Infatti, i rivoltosi devono sapere che non sono più cittadini a tutti gli effetti, poiché si sono posti contro la legge: «..qualsiasi malfattore che infrange il diritto sociale», scrive Jean-Jacques Rousseau, «diviene per questo un ribelle e traditore della patria. Cessa di farne parte avendo violato le sue leggi». D’altro canto, i vandeani non sono i soli fuorilegge; tutti i sospetti lo saranno. Lo è stato lo stesso re: «Luigi ha combattuto il popolo», aveva dichiarato Saint-Just dalla tribuna della Convenzione il 13 novembre 1792. «È uno straniero… poiché appena un uomo è colpevole, esce dalla città». E si richiede un tribunale speciale. I vandeani sono criminali dello stesso tipo del re, ecco perché è giusto considerarli esclusi, «briganti». In un rapporto del 15 brumaio, anno II, (5 novembre 1793), Barère, il miglior teorico della repressione, abbina le due espressioni «orda di briganti» e «uomini indegni di chiamarsi francesi». Accostamento significativo: «brigante» in bocca a Barère, indica bene il colpevole di un crimine contro la società, il crimine antisociale di Rousseau, l’emarginato, l’indegno nazionale. «Barbaro» va nella stessa direzione. «Invasione dei barbari», è così che nel giugno 1793 i «patrioti» dei club di Nantes qualificano l’esercito cattolico e realista in marcia verso la loro città. Nutriti di storia antica, considerandosi greci minacciati da medi e persiani, attribuiscono così al termine «barbaro» il significato antico di straniero alla città, straniero rispetto al mondo dell’ondine e della nazionalità. Ma perché questo «barbaro» non potrebbe anche essere l’escluso dalla filosofia? I «patrioti» di Nantes non parlano forse dei vandeani come Saint-Just del re prima di consegnarlo al boia? «Luigi ha combattuto il popolo», aveva detto, «è un barbaro, uno straniero prigioniero di guerra.» Se il re era un barbaro, i vandeani pure. Essendosi schierati con il barbaro si erano imbarbariti. Opponendosi alla libertà in nome del re, si sono autocondannati all’oscurità del disordine e dell’irrazionalità. Il loro esercito non è degno di questo nome, è una «banda», un’«orda», un’«accozzaglia». La barbarie dilaga, e quale barbarie! La vista di questi selvaggi e agghiacciante; la loro sola presenza fisica insozza tutto ciò che tocca. Crétineau-Joly racconta che nel momento in cui «i vandeani rinunciano all’assedio di Angers, i difensori della città indissero una processione lustrale… e bruciarono l’incenso della patria per purificare i muri dalla lordura dei realisti». Cerimonia sorprendente. Si trattò di una riesumazione dei riti romani della lustratio e procuratio oppure di un’imitazione della liturgia cattolica della riconciliazione delle chiese? La seconda interpretazione è plausibile quanto la prima. La città rivoluzionaria non è forse un tempio? Non esiste in Francia dal 1790 una religione civica, quella stessa definita da Rousseau nel Contratto Sociale, con il suo Stato-Chiesa e la sua divinità, la Legge? Il rinnegato di una tale religione non e meno nocivo dell’eretico nelle religioni rivelate: come il contatto con l’eretico profana il santuario, quello del «barbaro» vandeano imbratta i bastioni della città. Nel linguaggio rivoluzionario, il significato delle parole non ne esaurisce tutto il valore. Le parole rivoluzionarie sono in funzione dell’azione; definiscono il male, ma prescrivono anche il trattamento radicale che deve essergli riservato. Dire «fanatici», «briganti», «barbari» significa esprimere il male assoluto, ma anche, per coloro che vengono così identificati, essere oggetto d’intolleranza, disprezzo e monte. Intolleranza: Nessuna tolleranza per i vandeani. Poiché secondo il precetto filosofico non è possibile tollerare il fanatismo. Scrive Voltaire: «Occorre non essere fanatici per meritare la tolleranza». Per Jean-Jacques Rousseau, il fanatismo deve essere proscritto: «Chiunque osi dire: “Fuori dalla Chiesa nessuna salvezza”, deve esser cacciato dallo Stato». Disprezzo: perché secondo la morale «illuminata» chiunque è subumano a causa del suo fanatismo, dell’insensibilità ai Lumi, dell’aspetto ributtante e della volgarità merita il dispregio. Voltaine ha chiaramente mostrato la via di tale disprezzo. Per lui, molte specie umane, fra cui lapponi, ottentotti, neri in generale, contadini francesi ed ebrei sono disprezzabili. Non solo inferiori, ma anche disprezzabili e disprezzabili perché inferiori. Scrive, per esempio, a proposito degli ebrei: «… non troverete in essi che un popolo ignorante e barbaro, che da tempo immemorabile accoppia la più sordida avarizia alla più detestabile superstizione e l’odio insopprimibile per i popoli che lo tollerano e lo arricchiscono» Ma Voltaire è ben lontano dall’essere il solo. Questo tono di superiorità sdegnosa e malevola è quello di tutta la «filosofia» nei riguardi delle varietà umane giudicate inferiori. Per esempio, Buffon definisce i lapponi «popolo abietto» e disprezzabile e l’abate Prévost, riferendo sulla rivista Pour et Contre su una rivolta di schiavi neri nell’isola di Antigua, scrive: «Una massa di miserabili che di umano ha solo l’apparenza, non meriterebbe maggior attenzione del fastidio causato dalle rane o dalle mosche, se la forza e l’odio che dimostrano, più temibili del loro intelletto e ragione, non costringessero a prendere maggiori precauzioni per difendersene». È la scuola del disprezzo. Il torrente d’insulti rovesciato sui vandeani dimostra il grande profitto che i «patrioti» hanno saputo trarre dalla lezione. È vero che sin dall’inizio della Rivoluzione i club e le società patriottiche avevano dato il cambio, in questo come in molti altri campi, alla «filosofia». Per esempio, nella Société de 1789, Condoncet e André Chénier, uno dopo l’altro, avevano elaborato la dottrina del disprezzo rivoluzionario, figlio del disprezzo filosofico. Nel 1790, fornendo nel quadro di questa società un Ammonimento al popolo francese sui suoi veri nemici, Chénier aveva concluso in questi termini: «Così sapremo a quali uomini dobbiamo i mali passati e presenti e noi li puniremo con un ripudio eterno e un disprezzo inestinguibile». Comunque, il male vandeano richiede altri rimedi. Questo male è così profondo che né l’intolleranza né il disprezzo sarebbero sufficienti per estirparlo. La cura completa, quella della «medicina politica», comprende obbligatoriamente lo sterminio: «Il Comitato», dice Barère, «ha preso misure tendenti a sterminare questa razza ribelle dei vandeani… A Mortagne, a Cholet, a Chemillé la medicina politica deve impiegane gli stessi mezzi e le stesse medicine». Medicina politica, in conformità alla politica filosofica. Abbiamo visto come, e in quali termini, nel Contratto Sociale, Rousseau segnalava al criminale sociale la sua condizione di emarginato dalla città. Leggiamo ora il passaggio che segue, in cui, avendolo dichiarato fuorilegge, lo condanna a morte: «Qualsiasi malfattore che infrange il diritto sociale… diventa… traditore della patria. Cessa di esserne membro violando le sue leggi e gli fa persino guerra. L’integrità dello Stato è incompatibile con la sua, occorre che uno dei due perisca… non è più membro dello Stato. Essendosi riconosciuto come tale… dovrà essere eliminato con l’esilio… o con la morte, come nemico pubblico; poiché un tale nemico non è una entità morale, e un uomo, e il diritto di guerra impone di uccidere il vinto». Vi sarebbe molto da dire su questo testo. Ci soffermeremo qui sulle due espressioni «diritto di guerra» e «nemico pubblico». Qual è il diritto di guerra invocate da Rousseau? Qual è il diritto di guerra che consente di uccidere il vinto? Non è certo il diritto delle genti formulate dalla scolastica medioevale e dai filosofi di Salamanca. Non è più il diritto secondo Grozio, malgrado questo autore si mostri più permissivo dei teologici scolastici. È piuttosto la legge inesorabile delle guerre antiche. Quanto all’espressione «nemico pubblico», Rousseau intende evidentemente il nemico imperdonabile, irriconciliabile, nei cui riguardi è persino inconcepibile pensare di riconoscerne i diritti, tanto che la sola soluzione è ucciderlo. La logica di Rousseau è la logica dell’esclusione che conduce allo sterminio. È la logica del Terrore, la logica della Rivoluzione nella sua totalità. E non si creda che si sia atteso il Terrore per formularla. Almeno tre volte, dal 1789, è stata esplicitamente invocata al fine d’indicare al furore popolare i nemici da eliminare. La prima volta nel 1790, quando Condorcet e André Chénier dopo di lui hanno definito «l’insurrezione contro una legge» come «crimine contro lo Stato»: «Quando la Costituzione», ha detto Chénier, «fornisce uno strumento legale per riformare «una legge che l’esperienza ha dimostrate carente, l’insurrezione contro una legge è il delitto più grande di cui un cittadino possa macchiarsi; in questo mode disgrega la società per quanto è nelle sue possibilità. Questo è il vero crimine di lesa nazione». La seconda volta, nel 1791 e 1792, quando i religiosi refrattari sono stati definiti criminali indegni e destinati dapprima all’esilio, poi alla morte: «Ah», esclamò nel febbraio 1791 un membro del club giacobino di Lorient, «chiunque rifiuti questa pubblica testimonianza di attaccamento alla patria [il giuramento civico] sia considerato indegno dell’esistenza che ha ricevute nel suo seno». La terza volta, infine, il 13 novembre 1792, quando Saint-Just, avendo negato al re la qualifica di cittadino, insisté perché fosse trattato come nemico: «Cittadini, il tribunale che deve giudicare Luigi non è un tribunale ordinario…» Il terrore preesisteva al Terrore. Il sistema di pensiero che giustificava l’emarginazione e, di conseguenza, lo sterminio, è stato messo in atto dal 1789 contro gli avversari reali o presunti della Rivoluzione e questo sistema funzionava seconde la logica del Contratto Sociale. Molto prima della rivolta vandeana aveva fatto le sue prove. D’altra parte, uccidere i vandeani ribelli era più facile da giustificare del massacro dei preti e dell’esecuzione del re. Ma perché tutti i vandeani? Perché tutta la popolazione di questa regione? A prima vista su questo punto sorgono le difficoltà. La logica di Rousseau dell’esclusione a causa di delitti contro la società spiega perfettamente perché si uccidevano i ribelli presi con le armi in mano. Non spiega però perché si uccidessero anche le loro mogli e i bambini. Ma erano proprio questi che si volevano uccidere e così fu fatto. «Occorre», ordinava Turreau, «sterminare tutti gli uomini che hanno preso le armi e con essi i padri, le mogli, le sorelle e i figli.» Si presenta quindi l’interrogativo del perché sopprimere anche gli innocenti. Semplicemente per la ragione che innocenti non erano. Menzionando «il numero incredibile di donne, bambini… che seguono l’esercito vandeano, il rappresentante Laplanche qualificava questa gente «folla d’individui colpevoli». Tutti erano imputabili di colpevolezza collettiva, di una colpevolezza popolare o piuttosto di razza. Ricordiamoci la litania: «razza ribelle», «razza di briganti», «razza abominevole». Razza, nel linguaggio dei Lumi, significava «varietà della specie umana». Abbiamo visto che agli occhi dei filosofi queste varietà e razze, come i lapponi o i neri, erano ritenute inferiori. Per esempio, così si esprime Buffon sui lapponi: «Sembra si tratti di una specie particolare i cui individui sono tutti minorati… sono in maggioranza idolatri e assai superstiziosi». Unitamente alla bruttezza fisica, la superstizione è considerata dalla maggioranza di questi autori come uno fra i criteri principali dell’inferiorità razziale. Cosicché i francesi «illuminati» della fine dell’Ancien Régime tendono a classificare in una specie di subumanità le popolazioni, anche europee, la cui confermazione fisica non corrisponde ai canoni parigini della bellezza e dell’eleganza e le cui pratiche religiose indicano una fervida devozione. Significativo a queste proposito il modo in cui gli ufficiali francesi del corpo di spedizione del 1769 parlavano dei corsi: «Il carattere di questo popolo», scriveva per esempio il cavaliere di Mautort, «è diffidente e chiuso… I preti, e soprattutto i monaci, hanno sempre avuto grande influenza su questa gente superstiziosa, abusando spesso del loro potere per armare la loro mano… Quando si parla delle donne di queste paese non ci si può servire dell’espressione abituale ‘il bel sesso’, poiché generalmente sono assai brutte». Esisteva già dunque la subumanità corsa. Ecco quindi un’altra «varietà» inferiore, i vandeani, «razza abominevole». Era una varietà della specie che si voleva uccidere, una razza. Non erano individui, né tanto meno un determinato popolo. Il termine «Vandea» con cui si sarebbe indicata sempre più frequentemente questa massa di uomini, a partire dall’estate del 1793, non doveva più dare adito a illusioni. Certo, si parlò di sterminare la Vandea: «Schiacciate totalmente questa orribile Vandea», scrisse a Dembarrère il Comitato di salute pubblica. Ma la Vandea, nel linguaggio rivoluzionario, non indicava un popolo con la sua storia e una propria personalità. In questo discorso non era che il campione estremamente rappresentativo di una razza inferiore di uomini superstiziosi e fanatici, stupidi esseri incapaci di riconoscere i benefici della libertà. Questa subumanità la s’incontrava ovunque sul territorio della Repubblica, ma era particolarmente numerosa in queste zone occidentali, dov’era concentrata tutta una popolazione di fanatici. Questa «razza abominevole» la natura avrebbe potuto anche produrla altrove, solo il caso ha voluto farla nascere qui. Le era state date il nome di Vandea, perché occorreva pure chiamarla in qualche modo e perché un gran numero di quegli esseri inferiori abitava un dipartimento con quel nome. Ma non era il nome di un popolo, bensì l’etichetta di una cattiva varietà da cui occorreva ripulire il suolo della patria. Cattiva e mostruosa. Occorreva sbarazzarsene in nome della «medicina politica», poiché quella mostruosità presentava i pericoli di un tumore maligno, da estirpare a qualunque costo. «È per un principio d’umanità», scrive Carrière, «che purgo la terra della libertà da questi mostri.» La purga di Carrière ricorda il rito romano della procuratio, con cui si eliminavano le tracce dei prodigi, compresi i mostri. Per esempio, gli ermafroditi venivano annegati. Ma i mostri del proconsole di Nantes erano quelli dell’antropologia dell’Illuminismo: persone volgari, selvatiche, insensibili e fanatiche. I vandeani erano esclusi così non solo dalla città ma dall’umanità stessa. Si diceva purgare, ma anche «annientare». I termini «annientare» e «annientamento» tornano incessantemente sotto la penna dei terroristi. La frase di Couthon a proposito dei sospetti — «Non si tratta tanto di punirli quanto di annientarli» — ne chiarisce il senso. In effetti si puniscono solo i colpevoli ed è veramente colpevole chi è responsabile. Ora, dato che la maggior parte dei filosofi dell’Illuminismo negava il libero arbitrio — «La libertà», dice Voltaire, «è in effetti una chimera assurda» — respingeva pertanto qualsiasi responsabilità personale. Come scrive Diderot: «Nessuno è personalmente responsabile del male che si commette». La colpevolezza vandeana era essenzialmente generica, e non implicava responsabilità personale. Punire gli individui chiamati vandeani non avrebbe quindi avuto senso. Per contro, aveva senso, anzi era necessario, l’annientamento di quell’umanità viziosa e mostruosa, oltraggio alla natura e suo disonore. Annientare significava risanare. Tuttavia, il carattere punitivo non è completamente cancellato. Avviene a volte che il discorso rivoluzionario leghi l’annientamento alla colpa. Per esempio, in questa frase: «La Vandea dev’essere annientata, perché ha osato dubitare dei benefici della Libertà». Allo stesso modo in cui la disperazione conduce all’inferno, il dubbio riguardo ai diritti dell’uomo richiede la distruzione completa. L’annientamento rivoluzionario, contraffazione della dannazione… È forse anche un modo di vendicarsi di Dio, di quel Dio creatore che ha tratto tutto dal nulla. Ci si vendicherà di Lui riportando tutto nel nulla. Il termine ha pertanto il suo senso originario: annientare non è sole distruggere, è votare tutte le cose al nulla, significa proclamare contemporaneamente che dopo la monte non vi e nulla. Al tribunale rivoluzionario che lo interroga sul suo domicilio Danton rispende: «La mia dimora sarà presto nel nulla». Lo sterminio ridurrà nel nulla la Vandea. Si verificheranno così le parole di Voltaire: “Dal nulla tutto sembra provenire. Nel nulla tutto ripiomba.” Si noterà che i nostri testi parlano sempre di «annientare» — o «distruggere» o «sterminare» — mai d’immolare. Anche gli uccisori hanno divinità di cui praticano il culto, le più venerate fra queste sono la Libertà e la Ragione. Ma bisogna credere che si tratti di divinità astratte e senza esigenze. Non sembra che richiedano sacrifici. Hanno sete solo del nulla. Sono divinità del nulla. Rispetto a questa apparenza di religione, la fede dei vandeani costituisce un contrasto straordinario. All’inanità di queste divinità rivoluzionarie oppongono la pienezza del Dio dei cristiani, alla disperazione del nulla la speranza di una vita eterna. In una tesi recente si e dimostrato questo desiderio del Cielo che animava la loro spiritualità, desiderio testimoniato più che da qualsiasi altro testo dalla strofa seguente della Marsigliese dei Bianchi: “Questa morte di cui ci minacciano/ Sarà la fine dei nostri mali./Quando saremo di fronte a Dio,/ La sua mano benedirà le nostre opere.” Esiste una logica dello sterminio e se ne possono discernere chiaramente le origini, rintracciabili essenzialmente nella filosofia illuminista, ma probabilmente anche, in minima parte, nei costumi e riti del paganesimo antico. Per completezza si sarebbe dovuto risalire alle fonti della filosofia dei Lumi, ossia al pensiero di Spinoza, alla corrente libertina e naturalista. Ma il quadro limitato di questo studio non consentiva di introdurre queste ricerche. Per quanto riguarda il filo conduttore che lega l’Illuminismo allo sterminio, pensiamo che non si tratti di un’ipotesi di ricerca ma di una quasi certezza… Ci verrà obiettato che esistono diverse letture dell’Illuminismo; forse, ma occorre comunque iniziare dalla prima, quella che consiste semplicemente nel prendere conoscenza degli autori nelle versioni integrali delle loro opere. Come interpretare ciò che non si conosce? Non si potrebbe d’altronde ridurre tutte alla logica. Nessuna logica, per quanto forte, è onnipotente. Nessuna è necessariamente efficace. La logica delle sterminio non spiega tutta la tragedia. In particolare non spiega perché tanti uomini hanno accettato di asservirsi, perché sono divenuti massacratori e per quale motivo si sono comportati così selvaggiamente… Una cosa, sarete d’accordo, è assuefarsi all’idea di uccidere, un’altra è uccidere e un’altra ancora farlo con tanta crudeltà come si è visto in Vandea — donne arse nei forni, bambini fatti a pezzi. La logica spiega il consenso concettuale, non quello reale. Dice come si sia indetti a uccidere, non perché si uccide. Solo in virtù di ordini ricevuti? Con l’allenamento alla follia omicida e attraverso la liberazione del male insito nell’uomo? Tutto questo va prese in considerazione, ma occorre aggiungervi il disprezzo. Si uccidono i vandeani perché si disprezzano, ma soprattutto poiché, per loro tramite, si dispregia l’uomo stesso. Cos’è infatti l’uomo per la filosofia dei Lumi? Nient’altro che una componente della natura, interamente soggetta alle leggi fisiche che governano l’universo e totalmente priva di libertà: «Tutti i suoi movimenti», scrive d’Holbach, «non sono null’altro che spontanei… dal momento in cui nasce fino a quando muore, è continuamente modificato da cause che, suo malgrado, influiscono sui suo meccanismi e dispongono della sua condotta». Unicamente un aggregato di bisogni e di appetiti: «Dico innanzitutto», scrive Morelly, «che la vera libertà politica dell’uomo consiste nel godere, senza ostacoli e timori, di tutto quanto può soddisfare i suoi appetiti naturali». Nient’altro che una macchina, che solo il suo funzionamento lo distingue dal rimanente dell’universo: “L’uomo è una macchina», afferma La Mettrie, «e in tutto l’universo non esiste che una sola sostanza, diversamente modificata» Nient’altro, infine che un animale, la cui superiorità rispetto agli altri è data dall’istruzione: «È solo l’educazione che fa gli uomini; esiste solo ciò che essa vuole» (Philipon de la Madeleine). Allora, se l’uomo non è che questa pochezza, come rispettarlo? Nel migliore dei casi lo s’ignora e diventa facile ucciderlo. Se non è altro che questo essere in preda ai bisogni e ai godimenti, come non disprezzarlo? È dunque qui la molla segreta di quella frenesia che s’impadronisce dei massacratori, di quella follia morbosa che li spinge a voler cambiare la Vandea in cimitero. È stato dimostrato che un disprezzo troppo spinto di se stessi produce irrazionalità. «Non bisogna», osserva giudiziosamente Bossuet, «permettere all’uomo di disprezzarsi totalmente, per evitare che credendo con i pagani che la nostra vita non sia altro che un gioco regolato dal caso, si comporti senza regole e senza ritegno, alla mercé dei suoi ciechi desideri.» Le sterminio furioso dei vandeani significa la rivincita della morte. Gli spiriti illuminati avevano voluto negarla — «Questo nemico non è nulla», aveva scritte il cavaliere di Jaucourt — ma riducendo l’uomo a un frammento di materia, ne avevano inconsciamente preparato il ritorno. Non diremo il suo trionfo. Lo storico deve tener conto anche della fede dei vandeani e questi non hanno riconosciuto il trionfo della Morte, ma il trionfo della Croce, che è in effetti morte, ma una morte che si apre alla vita. (Jean De Viguerie, in AA. VV., La Vandea)

L’isolamento de La Repubblica

La sera di qualche giorno fa, guardando la televisione, m’imbattei sul canale Rai Storia del digitale terrestre in una vecchia intervista dei primi anni ’80 fatta da Minoli a Berlinguer. Il santino democratico mi parve ancor più mediocre e antropologicamente comunista del solito mentre recitava, accompagnandolo con la barriera impenetrabile di due occhi spenti, qualche verso della triste litania della democrazia incompiuta e della questione morale. Dopodiché, con un salto di un quarto di secolo, sbucava fuori dal video un Alfredo Reichlin quasi commosso che con tanto di occhioni e calde parole sgorgate dal povero cuoricino suo rosso perorava l’attualità e il valore profetico delle parole di Berlinguer. “Sembrano parole dei nostri giorni, e invece sono passati quasi trent’anni. Lui aveva capito tutto.” Questo disse, più o meno. 

Ah sì, somaro? Ah sì? E come mai? Non c’era mica il Berlusca allora. C’era stata e c’era ancora la brutta razza democristiana, per natura infingarda e faccendiera. Essa costituiva già un “regime”, pur se sberciato dalle pallottole brigatiste e dalle prime vittime della questione morale, come il poi riabilitato presidente della repubblica Leone, il primo trofeo della caccia grossa avviata dal partito de La Repubblica. Ma Craxi non era ancora l’uomo nero e il capo della Banda Bassotti, tutt’al più in quegli anni nel suo cammino verso la depravazione aveva raggiunto solo il grado “decisionista”, ossia di fascista in pectore nel vocabolario untuoso delle gazzette democratiche, anche se non mi ricordo se nei giornali lo avessero già equipaggiato di ben lucidati stivaloni. L’eterno Andreotti non era ancora Belzebù, né il referente della mafia, anzi di lì a qualche tempo e per qualche anno – ma questo adesso l’hanno sbianchettato dalla loro vulgata, nessuno se lo ricorda e nessuno lo vuole ricordare – specie nella veste di ministro degli esteri dei governi Craxi, giocando abilmente e miserabilmente di sponda col PCI, fu il chouchou del gregge benpensante di sinistra; era l’unico a salvarsi dei barbari al governo lo zietto Giulio.

Osservando Alfredo Reichlin ho capito che a sinistra per rimettersi al passo con la verità storica e il più elementare buon senso devono fare una bella e semplice rivoluzione copernicana nella loro testa. Io suggerirei loro di prendersela l’un l’altro con le due mani ruotandola con ferma delicatezza di 180 gradi: finalmente cadranno loro le scaglie dagli occhi; e anche per loro, come per il resto del genere umano, uno più uno farà due. Reichlin infatti con plastica evidenza mostrava di non aver capito assolutamente una mazza: la continuità da lui ravvisata nell’Italia di ieri e quella d’oggi non era affatto quel male oscuro variamente nomato che a detta dei sacerdoti dell’emergenza democratica ci perseguita dal dopoguerra; la continuità e la vera anomalia è quella forma di paranoia di massa da cui è affetta la sinistra italiana e che mutatis mutandis – a destra e in casa propria – la costringe a parlare lo stesso linguaggio di sempre.

Con la morte di Berlinguer il partito de La Repubblica rimase il vero padrone della sinistra italiana e ne dettò la linea. Se il politico sardo e Scalfari presero in mano la bandiera della questione morale come succedaneo giacobino alla perdita di credibilità del mito del civismo democratico connaturato alla sinistra italiana e imposto all’opinione pubblica dalla propaganda del PCI, ciò costituì una via di fuga necessaria alla crisi del comunismo mondiale. Vi fu quindi anche una rivalità sotterranea fra i due personaggi che esplose con fragore quando Scalfari scrisse sarcastico sulla prima pagina de La Repubblica che Berlinguer non era “la Madonna”.

Come ho già scritto questa strategia ha una sola via d’uscita vittoriosa: la rivoluzione. Sul giacobinismo quasi un secolo fa Augustin Cochin scriveva:

“Quella che così si palesa è l’immagine esteriore di una setta vigorosa e armata quanto basta per intimorire il nemico e imporsi alla curiosità dei passanti. Perché dietro mura così grandi, ci si attende di trovare una grande città, o una bella cattedrale. Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima.”

Ed infatti il trentennio scalfariano ha condotto la sinistra al vuoto di questi giorni; ha prodotto dei replicanti sgraziati in Di Pietro e in Grillo; ha azzerato una tradizione cacciando nell’angolo del veterocomunismo una parte non trascurabile dell’elettorato di sinistra allergico a camaleontici nichilismi; costringe sia i nostalgici del “partito” della fazione D’Alemiana sia i giovani-vecchi nuovisti patrocinatori della tabula rasa a dar prova di legittimità democratica nell’ubbidire ad un vecchissimo decalogo oggi antiberlusconiano. E nell’assenza di un messaggio politico costruttivo riduce progressivamente la base del consenso.

Oggi le grida de La Repubblica somigliano sempre più a quelle dei girotondini che a quelle di una setta potente. L’ultima “spallata” di questa guerra di trincea trentennale ha trovato risposte insolitamente schiette da parte delle vittime predestinate. Non è nervosismo, come ha scritto un illustre commentatore politico della penisola. E’ la fine delle paure, che consente perfino al mite Biondi di prendere il toro per le corna e replicare oggi l’attacco frontale di qualche giorno fa; che consente a Minzolini di sopravvivere con disinvoltura alla sua disinvoltura; che consente al Giornale di sparare vagonate di contromerda dall’altra parte del fronte; che spinge i grandi giornali del nord ad attenersi ad una linea di prudenza in merito alle eventuali conseguenze politiche delle donnesche imprese del premier, nella quale il bene della stabilità politica fa premio su qualsiasi altra considerazione; che rende agevole al popolo cattolico, nonostante il dibattito interno, sfuggire alla seduzione di forme moralistiche dello Spirito del Mondo.

Oggi, tra i grandi giornali, La Repubblica è sola, a torto o a ragione e con l’esemplare asprezza dei toni usati da Scalfari o Boeri, nel non dare un parere favorevole sulla manovrina varata dal governo Berlusconi. Nel frattempo la forza delle cose fa sì che a sinistra faccia capolino la candidatura alla segreteria del PD di Chiamparino, esiziale in caso di successo per la consorteria de La Repubblica, una delle poche voci autenticamente socialdemocratiche della sinistra, uno che parla di laicità e di sicurezza, che non si vergogna del suo passato comunista ma che è alieno dall’antiberlusconismo. E a ben vedere l’unico successo conseguito da La Repubblica è il riverbero grottesco della sua campagna estiva nei coccodrilli sul nostro duce apparsi in questi giorni sui sempre autorevoli giornali stranieri.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Contrordine compagni: turatevi il naso!

Sappiamo bene che arrivarci con due o tre decenni di ritardo è un geloso privilegio dell’intellighenzia di sinistra. Singolarmente refrattaria, per nobiltà di lignaggio, alle più palpabili evidenze, non ha mai voluto riconoscere alcun merito alla saggezza popolare, che non fosse quello di obbedire pedissequamente al verbo della casta degli imbroglioni della democrazia. Ci voleva l’ottimo Eugenio Scalfari per riabilitare la plebe destrorsa che per lustri e decenni si turò il naso votando DC. Tutta brava gente che aveva ed ebbe mille volte ragione, ed in cambio ne ricevette solo disprezzo. Ora che a giudizio dell’infallibile sciamano della tribù laica & democratica siamo alla vigilia di un nuovo 1922; ora che finalmente dopo quasi un ventennio di maldestri tentativi pure un povero pagliaccio come Berlusconi sta per diventare un dittatore fatto e finito; ora dunque non bisogna assolutamente ripetere l’errore di popolari e socialisti di allora, quando, stupidamente attaccati alla propria purezza identitaria, rifiutarono di far fronte comune contro la barbarie mussoliniana.

Apprendiamo allora dal prefetto della fede democratica che “Le persone politicamente mature” – così sono rinominati i cittadini responsabili e non più fessacchiotti che mentre con una mano vergano il proprio voto sulla scheda elettorale, con l’indice e il pollice dell’altra stringono la punta del loro delicato nasino –

“sanno che in un sistema democratico occorre raccogliere i consensi attorno alla forza politica che rappresenti il meno peggio nel panorama dei partiti in campo.”

A noi popolani della libertà in fondo fa piacere che pure a sinistra si cominci a ragionare come normali esseri umani, ma fossi una pecorella del loro gregge drizzerei gli orecchi con particolare attenzione all’avvertimento lanciato dalla Pravda di Largo Fochetti. Chi non s’adeguasse infatti alle direttive del partito de La Repubblica sarebbe oggettivamente colpevole di frazionismo, di collaborazionismo col nemico e, in ultima analisi, un nemico del popolo; un atteggiamento solo nel migliore dei casi spiegabile con qualche forma subdola di turba mentale (con tutte le ovvie conseguenze del caso) giacché

“Aldo Schiavone ha scritto ieri che la polverizzazione del voto è frutto di un narcisismo patologico: per dimostrare la nobiltà e la purezza della propria scelta si getta nel secchio dei rifiuti la sovranità popolare.”

 E per essere ancor più chiari cari scribacchini, artisti, filosofi e “anime belle” tutte, sappiate che oggi sono finite le vacanze, perché se è vero che

“l’analfabetismo politico degli italiani è molto diffuso tra quelli che parteggiano per la destra” il flagello purtroppo “non risparmia la sinistra.”

 Anzi,

“per certi aspetti a sinistra questa assenza di educazione politica è uno dei suoi connotati, in particolare tra i sedicenti intellettuali che sono forse i più analfabeti di tutti.”

Capito cari compagni di viaggio o utili idioti che dir si voglia? Ecco una bella, classica e vivente lezione di mentalità comunista in pieno XXI secolo, la vera e grande anomalia italiana, tanto grande che a chiamarla ancora col suo nome s’alzano a sproposito torme di sopraccigli – non certo il mio né quello di tutte le persone sagge che non si fanno minimamente impressionare dagli schiamazzi delle gazzette della penisola – e tanto connaturata alla vostra fazione per cui voi manco ve ne accorgete, neanche ora che come da perfetta logica di partito, mille volte tristemente replicata nella storia miserabile dei trinariciuti, vi si accomuna nell’analfabetismo politico con i furfanti della destra. Perché, ça va sans dire, il male non può essere che geneticamente di destra. Sarebbe perfino spassoso, e antropologicamente interessante, se voi non continuaste a dormire il sonno degli ebeti, osservare questo vecchio e incorreggibile trombone, il nostro, o meglio il vostro vero Mikhail Suslov da ormai quattro decenni, scrivere panzane così irrimediabilmente plateali e oscene da condannare allo scherno chiunque ne fosse l’autore, se non fossero buttate giù da vero maestro della menzogna con la più distaccata e ipnotizzante serietà.

Nonostante la veneranda età, e col conforto, s’intende, di un parere medico qualificato, io sono del parere che tirare la barbetta e mollare qualche sonoro ceffone a mo’ d’esempio al più grande e sistematico divulgatore dell’antipolitica del dopoguerra sarebbe cosa assai utile all’educazione dei nostri concittadini. Io credo che in un quadro di civiltà certe provocazioni come questa:

“Col passar degli anni questo analfabetismo è diventato drammatico. Il rifiuto della politica ne è la conseguenza più negativa. Gli italiani si sono convinti che la politica sia il male che corrode il paese. Perciò una larga parte dei nostri concittadini ha delegato la sua rappresentanza ad un giocoliere che ostenta il suo odio contro la politica e il suo qualunquismo congenito e festevole, all’ombra del quale sta nascendo un potere intrusivo, autoritario, concentrato nelle mani di un solo individuo.”

dovrebbero essere punite mandando l’asino dietro la lavagna. Scriveva un intelligente ed eroico reazionario come Augustin Cochin, all’inizio del secolo scorso:

“…un’altra pratica caratteristica delle sette è quella di perseguitare. Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alembert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata.”

Il gran maestro di cerimonie della setta de La Repubblica, il Grande Vecchio di questa generale opera di diffamazione della politica italiana, dai clerico-fascisti, corrotti e golpisti democristiani, ai ladri socialisti, ai corrotti, ladri e mafiosi berlusconiani, dall’epoca del centrosinistra in poi è stato proprio lui, il nostro immarcescibile Eugenio. Ha costretto l’Italia moderata alla scelta obbligata del primum vivere, ha ostacolato ogni modernizzazione del confronto politico, ha creato i suoi figli degeneri, dal celodurismo giustizialista dei dipietrini, allo sgangherato sanculottismo dei grillini, sui quali ora, come da copione, aleggia sinistramente l’accusa di trozkismo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La setta di Repubblica

Fossimo solo sotto la minaccia pestifera e moderna del politicamente corretto, sarei contento: l’Italia sarebbe un paese passabilmente evoluto.  No: dobbiamo ancora liberarci del giacobinismo degli orfani del marxismo. Per sopravvivere son tornati all’antico. Fu la geniale intuizione del fondatore di Repubblica, che già negli anni settanta sentiva puzza di cadavere. E si abbeverò alla vecchia scuola, che qualcuno così ben descrisse:

Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perchè tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? Ma lasciamo pure le rilegature, il loro grazioso dorso bruno e oro, e parliamo del libro, che non avete mai aperto, e dopo tutto, grazie a Dio, non serve, lo conoscete già. Tutto è mutato in centocinquant’anni, tranne la filosofia, che ha cambiato solo di nome – oggi diciamo libero pensiero – e varia da un uomo a un’altro altrettanto poco che da un’epoca all’altra. Diderot conversatore e letterato ha certo una fisionomia e una piacevolezza proprie. Diderot philosophe è identico a tutti i suoi “fratelli” e ve lo risparmio.
Ma se descrivere è superfluo, spiegare è molto difficile. Che cos’è la filosofia? Una setta, si dice di solito: e in effetti, le apparenze sono proprio queste.
L’ortodossia, in primo luogo: «La ragione», scrive Diderot nell’Enciclopedia, «è in rapporto al filosofo ciò che la grazia è in rapporto al cristiano». E’ il principio dei nostri liberi pensatori: «Noi abbiamo fede nella ragione». Così ciò che si chiede ai fratelli è più credere che servire la ragione. Secondo questo culto, non diversamente dagli altri, è sempre la buona volontà che salva. «Ci sono filosofi», dice Voltaire, «fin nelle botteghe», frase che corrisponde alla nostra «fede del carbonaio» [una fede da semplicione N.d.Z.] E d’Alambert scrive a Federico II nel 1776: «Riempiamo i posti vacanti all’Accademia di Francia come possiamo, al modo del banchetto evangelico del buon padre di famiglia, con gli storpi e gli zoppi della letteratura». Uno spirito zoppicante sarà dunque ammesso, se è buon filosofo, mentre un altro verrà escluso anche se sta ritto, ma in modo indipendente. Il partito preso è netto e incoraggia un quietismo della ragione che è anche più nocivo dell’intelligenza di quanto non lo sia alla volontà il quietismo della fede. Niente danneggia più il progresso della ragione quanto il suo culto: non ci si serve più di ciò che si adora.
Esigente in fatto di ortodossia, la filosofia non lo è da meno in fatto di disciplina. Voltaire non si stanca di predicare l’unità ai fratelli: «Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morirei contento», scrive a d’Alambert, e ancora, nel 1758: «Riunitevi e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!» Questi voti del patriarca saranno esauditi e superati a partire dal 1770: la repubblica delle lettere è fondata, organizzata, armata, e intimidisce la corte. Ha i suoi legislatori, l’Enciclopedia; il suo parlamento, due o tre salotti; la sua tribuna, l’Accademia di Francia, dove Ducos ha fato entrare e d’Alambert ha fatto regnare la filosofia, dopo quindici anni di lotta perseverante e di politica accorta. Soprattutto, in tutte le provincie, ha le sue colonie e le botteghe. Accademie nelle grandi città, dove, come a palazzo Mazzarino, philosophes e indipendenti si scontrano, questi ultimi regolarmente battuti; società letterarie, sale di lettura, nelle città più piccole; e da un lato all’altro di questa grande rete di società, è un perpetuo andirivieni di corrispondenze, di indirizzi, voti, mozioni, un immenso concerto di parole, di una stupefacente armonia; non una nota discordante: l’esercito dei philosophes disseminato su tutto il paese, dove ogni città ha la sua guarnigione di pensatori, il suo “foyer de lumières”, si addestra dappertutto, con lo stesso spirito, con gli stessi metodi, allo stesso lavoro verbale di discussioni platoniche. Di tanto in tanto, al segnale che viene da Parigi, ci si raccoglie per le grandi manovre, gli “affaires”, come già si dice, incidenti giudiziari e politici. Ci si coalizza contro il clero, contro la corte, a volte contro un singolo imprudente, Palissot o Pompignan, o Linguet, che ha creduto di prendersela con un gruppo qualsiasi e con stupore vede improvvisamente levarsi in volo, da Marsiglia ad Arras, da Rennes a Nancy, tutto intero lo sciame dei philosophes.
Giacché un’altra pratica caratteristica delle sette è quella di perseguitare. Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero: Frèron, Pompignan, Palissot, Gilbert, Linguet, l’abate di Voisenon, l’abate Barthélemy, Chabanon, Dorat, Sedaine, il presidente de Brosses, lo stesso Rousseau, per non citare che gli uomini di lettere, giacché il massacro nel mondo politico fu molto più vasto.
Quella che così si palesa è l’immagine esteriore di una setta vigorosa e armata quanto basta per intimorire il nemico e imporsi alla curiosità dei passanti. Perchè dietro mura così grandi, ci si attende di trovare una grande città, o una bella cattedrale. Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima. (Augustin Cochin, Lo Spirito del Giacobinismo, dal primo capitolo intitolato “I filosofi”, testo di una conferenza del 1912)

Europa-USA: l’inevitabile alleanza

In terra francese, la glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, come i legami tra la rivoluzione francese, e quindi tra la natura del moderno stato francese e dei suoi replicanti continentali, e il comunismo, e più in generale i totalitarismi, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, si ebbe agio di vedere la significativa prospettiva storica di quel boulevard che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. La retorica laicista dell’esprit républicain, che politicamente signoreggiava incontrastata a destra e a manca nell’Hexagone, si trovò improvvisamente con un fianco scoperto; il varco pericoloso attraverso il quale le vecchie verità che già nell’Ottocento Taine e Tocqueville avevano rivelato nelle loro opere, ribadite all’inizio nel secolo scorso da un geniale ed eroico reazionario come Augustin Cochin, e infine assurte al rango di dignità accademica con i lavori revisionisti di Furet o di Chaunu, potevano finalmente acquisire un inedito peso politico. Ricondotti per così dire all’origine,  ritornavano a galla gli antagonismi tra la statolatria gallica e il liberalismo anglosassone, che la lunga emergenza dei pericoli totalitaristi aveva sopito. Che il crollo del comunismo potesse risolversi in una destabilizzante messa in discussione dei principi stessi della République del 14 luglio, tutto ciò venne istintivamente percepito dalla classe politica francese. Ecco allora che lo sganciamento progressivo dall’atlantismo, oltre che obbedire agli istinti profondi della Francia più retriva, diventava il modo per non fare i conti col passato: un problema interno, per l’ennesima volta, veniva dirottato fuori dei propri confini. Con un corollario di campi di propaganda politica di facile aratura intellettuale: la difesa delle conquiste sociali, un nuovo dinamismo nei territori della francophonie africana, le strizzate d’occhio all’antioccidentalismo no-global acrobaticamente accompagnate da forme pseudovirtuose di protezionismo economico.  Il socialgollismo di Chirac e De Villepin aveva una nuova parola d’ordine: l’Europe c’est moi. L’Europa villica degli ex paesi comunisti e i leader più consapevoli dell’atlantismo europeo speronarono questo primo tentativo, mentre l’Europa seriosa degli apparati si limitò ad un timidissimo rifiuto, con un progetto costituzionale che pure andava fin troppo incontro alle pulsioni antiliberali dei transalpini; e i francesi, con gran gaudio dei liberali, rifiutarono l’Europa.

Tutto questo mestare nel torbido, sempre latente nel mondo intellettuale e ora senza più freni inibitori anche nei corridoi della diplomazia in forza dell’avallo datogli dalla pianificata attitudine dal governo francese (alla faccia di chi parlava delle gaffes di Chirac), ha notevolmente alimentato il risorgere di sentimenti antiamericani anche in ambienti culturali e politici di dichiarato moderatismo. La carta dell’obsolescenza dell’alleanza atlantica giocata dapprima come ballon d’essai e poi sempre più scopertamente nel nome della riscoperta del sentimento identitario europeo, anche dalla sinistra originariamente e storicamente antieuropeista, doveva servire a dare dignità all’involuzione isolazionista e statalista dello stanco continente. L’antiamericanismo come collante negativo europeo trovò l’occasione per uscire ufficialmente allo scoperto con la guerra in Irak, appoggiandosi ad opinioni pubbliche narcotizzate da mezzo secolo di politiche estere dalle quali l’elemento bellico era stato rimosso, in quanto fornito per tacita intesa dagli USA, le cui forze militari hanno costituito a tutti gli effetti anche il braccio armato europeo nella lunga serie di guerre e guerricciole, combattute quasi sempre dentro il quadro della guerra fredda, che hanno insanguinato il mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale.  La campana di vetro sotto la quale l’europeo ha vissuto pacificamente per sessant’anni è stato il risultato non della consapevolezza dell’inutilità dell’impegno bellico di cui si straparla ipocritamente nel nostro continente, ma dall’essere, in virtù della contrapposizione democrazia-comunismo e della deterrenza nucleare, l’occhio del ciclone pacifico attorno al quale ruotavano più o meno vorticosamente i venti di guerra nel resto del mondo. Come per un’arto da lungo tempo inutilizzato e in pericolo di atrofizzazione, i primi passi dell’opzione militare chiestaci ora apertamente e senza infingimenti lessicali dagli Stati Uniti – una specie di invito alla piena maturità dopo la lunga rieducazione democratica del dopoguerra, ma anche un’occasione, se le prefiche della sovranità limitata non avessero i paraocchi, di cogestione della pax americana – hanno provocato dolori lancinanti. Su questo trauma culturale contano coloro, e in primo luogo i reduci del marxismo, che vogliono trasformare l’Europa in una sorta d’Impero d’Oriente, dividendo il campo occidentale. Ma questa sindrome bizantina è strategicamente cieca e altro non porterà, nel miglior dei casi, che ad una lunga e dorata decadenza. E tuttavia questa volta Bisanzio non finirà, come nel passato, in bocca ai Turchi, cioè all’Islam, come qualcuno potrebbe credere: nel suo sfolgorio, il terrorismo globale dell’estremismo islamico è l’epifania di una malattia mortale che sta portando la civiltà fondata da Maometto alla tomba. No: il pericolo è un altro.

Il XXI secolo sarà un periodo di eccezionale sviluppo, foriero però anche di grossi problemi. Una sorta di replica, su scala mondiale questa volta, di quello che significò nel continente europeo – Russia compresa – per tutto il secolo XIX la vittoriosa cavalcata della democrazia e dello sviluppo economico seguito alla rivoluzione industriale; fenomeno contraddistinto da tendenze antireligiose, conati rivoluzionari, plebisciti, le cui deleterie conseguenze non sono state riassorbite completamente ancor oggi. E anche quando alla fine si giunse all’interno dei singoli stati, alcuni di nuovo conio, come l’Italia e la Germania, ad una relativa composizione delle forze in campo, si era ben lontani da quell’armonia ideale tra costumi e architettura costituzionale propria di una democrazia matura. In una nazione infatti, il trionfo della democrazia e della libertà accelerato da fattori esterni, maschera sempre le insufficienze delle proprie basi culturali e la propria insicurezza  con la pompa dei proclami, col nazionalismo (per tutto l’ottocento nell’Europa continentale il liberalismo andò a braccetto col nazionalismo), con la centralizzazione e l’invasività  dell’apparato amministrativo. Si videro insomma in quel secolo tutti gli sconquassi, senza contare quelli nascenti dal progresso economico, che dilaniano il corpo delle nazioni  quando il fattore dinamico, cosmopolita, progressivo della Zivilisation non riesce a trovare un modus vivendi proficuo col fattore statico, identitario, conservatore della Kultur, cioè quell’equilibrio pur nella continua trasformazione che permette una navigazione tranquilla e che porta molto lontano. Dal collasso liberale che ne seguì, nel XX secolo, avremmo dovuto apprendere che un paese che diventi una grande forza economica o militare senza sviluppare un’adeguata maturità democratica – che permetta di bruciare le proprie energie in un lavorio di continuo aggiustamento degli equilibri interni e di governo della richiesta crescente di libertà individuale – è fatalmente tentato da una politica di potenza, non solo strettamente militare, quando è squassato da rivolgimenti interni. Pensiamo solo alla Cina e ai problemi derivanti dalla proletarizzazione di decine, se non centinaia, di milioni di contadini inurbati, e da quelli derivanti da un progresso economico che non s’accompagna al miglioramento dei diritti dell’individuo. Chi ci rassicura che un regime disperato non faccia la sciocchezza di tentare di risolverli, atteggiandosi a vittima, con la sbornia nazionalistica della conquista di Taiwan? Ci saranno quattro o cinque giganti di questo tipo fra qualche decennio. Il Brasile, grande territorialmente come gli Stati Uniti e con una popolazione equivalente a 2/3 di quella del gemello nordamericano, non può dirsi ancora una democrazia stabile. La Russia semidemocratica e neozarista ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale. E qui finisce l’Occidente cristiano in senso lato. E quindi solo in Europa e negli USA – col contorno del Canada, del Giappone, dell’Australia e della Nuova Zelanda – ci potranno essere condizioni riunite e stabili di ricchezza economica, potenza militare e solidità democratica. Solo l’unione di esse costituirà un deterrente sufficiente a garantire l’equilibrio e a sconsigliare avventure. Se l’Europa si tirerà indietro da questo suo compito storico, sarà condannata all’emarginazione e sarà, ben prima degli Stati Uniti, vittima dell’instabilità mondiale.