Caos libico ed italiche facce di bronzo

Il vizio della memoria è una di quelle vezzose espressioni con le quali periodicamente si fa bella l’Italia Migliore, al solo scopo, s’intende, di mascherare la propria naturale spudoratezza; per cui in realtà nel suo caso si dovrebbe piuttosto parlare di vizio di memoria. Quel bel tomo di Romano Prodi, per esempio, ieri l’altro, col felpato ma sussiegoso opportunismo che da sempre lo accompagna, ha detto che il caos libico è frutto degli errori dell’Occidente; e che «L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi: Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra». 

Ora, non occorre certo tuffarsi nel web per farsi ritornare la memoria e scoprire come andarono veramente le cose in quel fatale inverno del 2011. Berlusconi resistette fino all’ultimo. Ad assediarlo non furono solo le cancellerie occidentali, ma anche il coro della gran parte dei media italiani; l’illustre presidente della Repubblica, Napolitano Giorgio, strenuo sostenitore dell’intervento armato; il Partito Democratico, la cui segreteria nazionale denunciò «la drammatica inadeguatezza della iniziativa politica del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri di fronte alla sanguinaria risposta del colonnello Gheddafi nei confronti della richiesta di democrazia da parte del popolo libico»; l’esaltato Di Pietro e tutto il resto della compagnia cantante. Anche Confindustria pressò Berlusconi affinché il governo prendesse posizione in merito alla «cessazione di questo genocidio che certamente è drammatico». E persino il suo ministro degli esteri, il pavido Frattini, dopo qualche titubanza iniziale prese a remargli contro, diventando il ventriloquo di Cameron, Sarkozy e Al Jazeera. Berlusconi, insomma, era dipinto come l’irresponsabile che resisteva, resisteva, resisteva.

E questo senza contare che, al momento dello scoppio della fantomatica primavera libica, Berlusconi era da qualche settimana nel mirino dei nuovi campioni liberal-progressisti dell’Occidente per non aver ceduto all’isteria generale e aver parlato con ragionevolezza (e lungimiranza, oggi possiamo davvero ben dirlo) in difesa di Mubarak, un autocrate talmente placido da essere stato considerato per trent’anni di fila un amico dell’Occidente e un campione di ragionevolezza nel mondo arabo dagli stessi figuri – per esempio molti attempati e autorevoli editorialisti della nostra stampa – che nel giro di 24 ore lo abbandonarono al suo destino, salutandolo col nome stravagante di dittatore.

Non risulta che in quei giorni di fuoco l’ottimo Prodi abbia levato la sua voce alta e forte a sostegno del Cavalier Riluttante. Pensò solo a fare il pesce in barile e a mettere in evidenza la diversità di stile dei suoi rapporti con Gheddafi rispetto a Silvio il cafone: in una parola, aria fritta. Solo qualche mese dopo l’inizio della caccia grossa a Gheddafi, visto che le cose sul terreno andavano per le lunghe, accennò prudentemente al fatto che forse la via negoziale alla risoluzione dei torbidi libici non era stata sufficientemente esplorata. Il che non gl’impedì di dire, nel giugno del 2011, che «Le rivolte in atto in Medio Oriente e Nord Africa hanno portato ad un indebolimento della nostra presenza e dei nostri interessi a vantaggio di altri» riferendosi soprattutto a «Francia e Gran Bretagna che avanzano dove noi arretriamo», e che a nuocere all’Italia erano state «le continue oscillazioni di posizione come avvenuto sulla Libia». Come interpretare queste “continue oscillazioni” se non come quelle dovute alla riluttanza berlusconiana a piegarsi ai dettami del trio Obama, Sarkozy, Cameron?

Ma di questo brutto vizio della smemoria Prodi non è che un campione fra i tanti dell’Italia Migliore. L’ineffabile Antonella Rampino, per esempio, ieri su La Stampa, in un articolo intitolato “Un disastro frutto anche della rivalità Roma-Parigi” ha riassunto così la genesi dell’intervento militare occidentale in Libia: «Ma prima, durante e dopo un intervento tutto calato dal cielo, c’è la divisione tra Paesi europei. È la Francia anzitutto a premere sulla Nato prima e sul Consiglio di Sicurezza Onu poi per la copertura multilaterale ai bombardamenti francesi ed inglesi, cui si aggiungeranno per breve tempo anche gli americani. Occorre detronizzare un feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo (era anche quella una primavera araba) dall’alto dei suoi Mig. La Nato ha le prove: il tracciato dei voli. L’Italia si accoda per non lasciare le risorse energetiche in mano a francesi e inglesi. La Germania, invece, preda della sua storia di disinteresse al Mediterraneo, passa la mano.» Sbaglio, o sento una punta di sarcasmo in quell’«intervento tutto calato dal cielo», in quel «feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo», e una punta di disprezzo per quell’Italia servile «che si accoda»?

Eppure nel marzo del 2011 La Stampa non aveva paura di raccontare la verità, grazie alla penna di Ugo Magri, visto che evidentemente questa verità, a parere di chi scriveva, metteva in una luce ridicola Berlusconi: «Quando il Cavaliere si rende conto che l’Onu sta per decidere la “no-fly zone”, in pratica l’intervento militare, di corsa provvede a emendarsi. (…) E tuttavia, una volta dato a Silvio quel che è di Silvio, nessuno degli sviluppi successivi sarebbe stato possibile senza l’intervento di Napolitano. Il suo richiamo alle “decisioni difficili” attese nella giornata di ieri, ma soprattutto l’appello a valori più alti della pura realpolitik (“non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”) hanno avuto l’effetto di sgombrare il campo da ostacoli su cui Berlusconi sembrava destinato a inciampare.(…) Si vede a occhio nudo che intervenire contro Gheddafi non lo convince per niente. (…) Piuttosto Berlusconi si adegua alle decisioni Onu in quanto costretto, forzato dalle circostanze, senza l’intima convinzione di chi sventola una bandiera ideale, e senza neppure la certezza di fare la scelta giusta.» Che però, per la grande stampa italiana, era giustissima.

Nel frattempo, di fronte all’avanzata e alle mattanze dei tagliagole dell’Isis in Libia, Berlusconi si è detto favorevole all’eventuale partecipazione dell’Italia ad un intervento di forze militari internazionali. Prodi, dal canto suo, non solo si è dichiarato fortemente scettico ma ha sottolineato la necessità, di fronte alla complessità del caso libico, di «esperire, prima di tutto, tutte le azioni diplomatiche e civili». E’ sempre lo stesso Prodi del 2011: il pesce in barile, in attesa di pontificare seriosamente a cose fatte.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (150)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA CITTADINANZA ONORARIA 28/10/2013 Il premio Nobel per la Pace 1991 Aung San Suu Kyi, in visita in Italia, ha potuto finalmente ritirare la cittadinanza onoraria romana che l’Urbe le aveva assegnata nel 1994. La Città Eterna aveva premiata la leader birmana anche nel 2007, col celeberrimo Premio Roma per la Pace, allora ritirato in sua vece da Roberto Baggio, ieri al fianco dell’eroina birmana. Aung San Suu Kyi domani sarà invece in quella Torino che, per associare l’illustre nome della città sabauda a quello dell’illustre premio Nobel, si pregiò di conferirle la cittadinanza onoraria nel 2009, al tempo in cui il sindaco Fassino faceva l’Inviato Speciale dell’Unione Europea per la Birmania. Dopodomani sarà il turno della malata di protagonismo Bologna, ombelico della democrazia mondiale, dove Aung San Suu Kyi riceverà non solo la cittadinanza onoraria, ma anche una laurea honoris causa in filosofia che l’Università felsinea le aveva conferito tredici anni fa. E il 31 ottobre toccherà a Parma la gioia d’incontrare la sua famosissima concittadina onoraria già dal 2007. Dopodiché la signora, ormai tramortita dai salamelecchi, e con un gran sospiro di sollievo, se ne partirà dall’Italia.

GIANFRANCO RAVASI 29/10/2013 E’ morto Lou Reed ed anche il Cardinale che parla ai Gentili non ha mancato di twittare la sua, citando alcuni versi di una famosa canzone dell’artista newyorkese. La mia franca impressione è che il Cardinale abbia risposto più all’evento che a un moto del cuore. Sono andato a guardarmi i suoi tweet, una serie quasi ininterrotta di citazioni, dei veri e propri Baci Perugina cardinalizi, e ho scoperto che le tre precedenti incursioni del Cardinale nel recinto della musica pop hanno riguardato Bruce Springsteen, Patty Smith e i Coldplay. Questa lista di nomi mi ha dogmaticamente convinto del fatto che Ravasi della loro musica non sappia quasi nulla. Penso che il Cardinale si sia mosso come coloro che non amando e non conoscendo, con loro pieno diritto, la musica classica, dovendo dirne per forza qualche cosa pronunciano sospirosi i nomi di Bach, Mozart & Beethoven. A me per esempio Bach piace quasi sempre, Mozart qui e là, Beethoven quasi mai, e se devo essere sincero del tutto, trovo nella musica di quest’ultimo anche una vena di volgarità melodica. Amen. L’ho detto. Ah sì, ci sarebbe pure Lou Reed. Be’, penso che fosse noioso, e che la sua fama, come spesso capita nel mondo del rock, fosse dovuta a suggestioni extra-musicali.

CORRIERE & STAMPA 30/10/2013 Oddio, la natura umana è capace di tutto. E della supposta efficienza dei servizi segreti, compresi quelli «deviati», mi son sempre fatto beffe. Però, che i nipotini del KGB, al servizio di un governo guidato da un ex del KGB, durante il G20 di San Pietroburgo del settembre scorso siano andati a regalare ai leader di tutto il mondo dei gadget-spia sotto forma di chiavette e cavi Usb, sperando anche di farla franca, è una cosa capace di mettere in crisi le stesse fondamenta filosofico-intellettuali della mia esistenza. Quindi non ci voglio credere assolutamente. Tanto più che a darne notizia al mondo intero sono due illustri segugi di casa nostra, il mitico Guido Ruotolo e la mitica Fiorenza Sarzanini. I casi sono due: o solo i nostri hanno avuto la soffiata; o tutto il resto della truppa giornalistica mondiale ha preferito aspettare che qualche spericolato volontario rotto a tutto si facesse avanti: a dimostrazione che, di riffa o di raffa, il Berlusca c’entra sempre.

GIANFRANCO FINI 31/10/2013 L’ex leader di Alleanza Nazionale ha scritto un libro dal titolo emblematico, “Il Ventennio”, e dal sottotitolo sintomatico, “Io, Berlusconi e la destra tradita”. Prima considerazione: è noto che “ventennio” è una paroletta suggestiva vomitata dalla pancia dell’antiberlusconismo per rivestire pretestuosamente di panni fascisti l’epopea italoforzuta-pidiellina, pretestuosamente non fosse altro perché il Caimano ha governato l’Italia per meno della metà di questo ventennio, perché la sua parabola politica non è ancora finita, e perché non è affatto detto che la sua creatura politica debba morire con lui. Seconda considerazione: “destra tradita” sta naturalmente per “destra perbene tradita”, destra perbene o potenzialmente tale, degna di un paese moderno, depurata dal populismo berlusconiano. Terza considerazione: perché Gianfranco Fini usa questo linguaggio omologato? Per dimostrare a tutti che il suo approdo alla società civile, ossia alla dhimmitudine, è definitivo. E buonanotte.

DARIO FO 01/11/2013 A ottantasette anni compiuti, dopo una lunghissima e fortunata carriera a cui nessuno da mezzo secolo almeno mette il bastone fra le ruote, vezzeggiato, riverito e premiato come solo ad un artista di regime può capitare, nonostante o stante appunto l’arte grossolana, a Dario piace ancora recitare la parte del perseguitato, ed ostentare quella faccia divertita, sconcertata e indignata insieme che è diventata la sua maschera e che forse abbandona solo quando è costretto a lottare con la stipsi fra le quattro pareti del bagno. E’ con ineffabile voluttà, perciò, che il nostro giullare ha ricevuta la notizia del rifiuto imposto dalla Santa Sede alla rappresentazione all’Auditorium della Conciliazione del suo nuovo spettacolo teatrale, basato sul libro “In fuga dal Senato” scritto da Franca Rame. Una censura, scrive Dario il piagnucolone tracotante in una lettera aperta di denuncia dell’accaduto, che butta «un’ombra lunga e grigia sullo splendore e la gioia che Papa Francesco ci sta regalando». Infatti il succo non esplicitato della lettera è questo: 1) trattandosi di un atto clamorosamente contrario allo spirito rinnovatore che guida questo eccezionale pontificato, solo la cricca dei falchi del Vaticano può averlo firmato; 2) la Chiesa li metta a tacere; 3) Chiesa avvisata, mezza salvata.

Perché in Italia un partito liberaldemocratico non può esistere

Le elezioni politiche in Giappone sono state vinte dai liberaldemocratici. Per Il Sole 24 Ore è una svolta a destra. Per Il Fatto Quotidiano è una svolta a destra. Per La Stampa il Giappone vira a destra. Per La Repubblica si afferma il partito conservatore. Per Il Corriere della Sera Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per L’Unità Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per Il Messaggero Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Insomma: liberaldemocratici = conservatori = destra. Lo scrivono le gazzette della Meglio Italia, okkupate da decenni dalle truppe della rincoglionita Meglio Gioventù. Le stesse che frignano per il fatto che in Italia non ci sia un vero partito liberaldemocratico. Per forza: non lo vogliono né di destra, né conservatore. Ma ammodo, centrista di centro, ed urbanamente occhieggiante a sinistra. Perché in Italia la vera liberaldemocrazia, quella veramente liberale e quella veramente democratica, in fondo in fondo è di sinistra o quasi. Come se fossimo in USA o UK o nell’Europa della prima metà dell’ottocento. Imbroglioni. Ricattatori. E ignoranti.

Giustizialisti, con juicio

E’ molto spiaciuta alla nostra stampa sobriamente benpensante la Lega poco forcaiola che si è divisa sul voto sulla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Napoli nei riguardi di Nicola Cosentino, contribuendo in modo decisivo alla «salvezza» del reprobo. Il quale reprobo, però, è indagato da una vita, e da una vita è sotto i riflettori. Cosa possa combinare in queste condizioni lo sa solo l’Onnipotente o la nostra onnisciente magistratura. La richiesta di arresto era palesemente pretestuosa, e il suo arresto avrebbe voluto solo un valore, o meglio, un disvalore «esemplare», perché così piace ai cultori della legalità del nostro paese, abituati a vivere di simboli positivi e negativi, ai quali stringersi attorno o sui quali lanciare l’anatema, obbligatoriamente. Si è così confermato che il «moderatismo» messo in pratica da queste penne guardinghe è un conformismo che con molta urbanità sa venire a patti anche con le pulsioni peggiori, quando siano abbastanza diffuse. Sono i casi in cui «ascoltare la pancia della gente» diventa una virtù. Qui la sobrietà, se vi interessa saperlo, sta nell’adeguarvisi giudiziosamente, senza sbracare.

C’è qualcosa di vile e di ostinatamente meschino nel non voler riconoscere che proprio in casi come questi si vedono i frutti positivi della lunga stagione berlusconiana. Evidentemente sul lento processo di maturazione leghista fa premio la necessità di sganciare la Lega dal PDL, sia che essa ritorni al celodurismo originario, sia che diventi una «costola» della sinistra a forza di lusinghe e legittimazioni verso i «maroniani» di turno, nella speranza di trovare un giorno un Fini leghista. Per i nordisti sono due opzioni suicide, e perciò incoraggiate. L’unico futuro per la Lega è un’alleanza sempre più organica col partito di Berlusconi: i dirigenti del partito e i suoi elettori in cuor loro lo sanno, anche se il concetto non è ancora entrato nella loro testa.

Il voto è anche un segno che col tempo, dopo il colpo di mano che ha messo Monti alla guida del governo, le forze politiche si stanno naturalmente riaggregando. E si è visto che il terzo polo, quello fieramente indipendente, alla prima conta un po’ delicata, senza aver alle spalle qualche diktat europeo, si è diligentemente piegato ai dettami della stagione giustizialista. Sua Vacuità Pier Ferdinando Casini, con la tipica voluttà dei democristiani convertiti alla vulgata sinistrorsa, ha parlato di eutanasia del Parlamento, di suicidio in diretta, solo perché i suoi alleati di un tempo hanno salutato con qualche applauso l’esito del voto, come se non avvenisse ogni volta che nell’attività parlamentare si esce dall’ordinaria amministrazione. Per quanto fragile questa rinnovata intesa tra Berlusconi e Bossi ha messo in allarme la vasta platea dei corifei del «governo del presidente», tanto più che il professor Monti, a parte le pose garbatamente efficientiste, fin qui non ha affatto dimostrato il nerbo necessario per farsi sentire in Europa e per mettere in cantiere le mitiche e sanguinose riforme di cui abbiamo tanto bisogno, i due fronti sui quali è stato chiamato a combattere, «facendo presto». Che dovesse fare presto non c’è dubbio, ma non per i ben martellati motivi di emergenza che gli hanno spianato la strada, ma per cogliere l’occasione offertagli da una classe politica in stato comatoso.

E così oggi con tutta naturalezza si biasima la debolezza della Lega nei confronti di Berlusconi come non tanto tempo fa si biasimava la debolezza di Berlusconi nei confronti della Lega, e l’immobilismo che ne derivava. Tali capriole si spiegano facilmente: virtù vere se ne vedono poche in giro. Chiarezza di idee e coerenza sono merce rara. E’ molto più facile illudersi che sia possibile vellicare gli istinti peggiori dell’opinione pubblica, purché rientrino nel catalogo aggiornato del politicamente corretto, e nello stesso tempo sfoggiare la retorica della ragionevolezza e della responsabilità; sciocchi esercizi impersonati in questi giorni dai due rumorosi impostori chiamati Equità e Rigore.

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C’è chi può e chi non può

GLI INSULTI. Avete presente l’elettore tipo oggi democratico e repubblicano e una volta comunista o qualcos’altro di sinistro? Se gl’indirizzi una paroletta franca, viene e galla tutta la sua inconsistenza e suscettibilità: sono “insulti”. Quando nello stesso tempo egli recita quotidianamente il suo rosario di contumelie – conosciutissime, quindi ve le risparmio – contro la sub-umanità dei berlusconiani con tutta intera l’inconsapevole naturalezza dei bestemmiatori compulsivi, quand’è sgraziata, o con quella di una casta braminica, quand’è fredda e distaccata. In effetti il popolo berlusconiano è l’erede dei minus habentes che votavano DC o dei rampanti bricconi che votavano per Craxi. O meglio, di tutti e due. E’ la stessa continuità di questo fenomeno a smentire il dogma dell’anomalia berlusconiana, e a mettere in evidenza la continuità di un’altra anomalia.

LA CACCIA ALL’UOMO. Nota anche come “metodo Boffo”. Il metodo Boffo esplose in tutta la sua bruttezza quando lo usò con somma goffaggine una gazzetta berlusconiana per colpire e affondare uno che non era affatto un avversario della compagine governativa. Il caso conserva ancora i suoi lati misteriosi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il brutto, una volta tanto, si svelò in tutta la sua bruttezza solo perché ad usare il metodo – ora e solo ora chiamato Boffo – fu chi era stato escluso fino ad allora dal monopolio di tale graziosa attività di demolizione ad personam, che come tutti sanno è il biglietto di visita e il marchio di fabbrica da quattro decenni di Repubblica e dei suoi cloni, che vantano ormai un catalogo di vittime più lungo di quello di Don Giovanni. A tale bassa pratica si sono adeguati anche i grandi giornali del Nord, ingaggiando penne in gamba nel riassumere con maniacale seriosità verbali e intercettazioni telefoniche. Un mestiere tristissimo, degradante, da infelici. Peggio del bunga bunga.

IL POPULISMO. Come ai tempi della DC la balena bianca non riusciva a mandare in piazza neanche un cane, visto che per andare in piazza regolarmente ci vuole gente fatta apposta e fatta male, diciamo ben provvista di spirito gregario, e quella che votava DC era lontana mille miglia dal militantismo politico, così oggi il PDL brilla per la sua assenza nelle piazze. Si dà il caso però che ogni tanto anche i vermi berlusconiani nel loro piccolo s’incazzino, e nelle loro menti vagheggino manifestazioni di piazza. Basta questo perché si scaraventi loro addosso l’accusa di “populismo”, di disprezzo delle regole, e ritornino i fantasmi di Mussolini e di Perón. Il tutto mentre le piazze italiane sono perennemente occupate dalle divisioni democratiche che hanno in uggia la brutta politica gridata e volgare, e per farlo a capire al resto della plebe gridano come ossesse e svillaneggiano in coro.

LA COSTITUZIONE. Come ai tempi, invece, di Mani Pulite, alla stregua di una consorteria ben cementata da interessi comuni, detta anche volgarmente cricca quando si tratta di poveri diavoli, La Repubblica, Il Corriere della Sera & La Stampa ieri titolavano pudicamente ma all’unisono – la forma vile della speranza e delle disoneste intenzioni dei manovratori – sul “rischio elezioni”. Ero stato facilissimo profeta qualche settimana fa quando scrissi che questi irresponsabili desperados si sarebbero attaccati ad un’interpretazione allegrissima e totalitaria dell’art. 88 della Costituzione [“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”] per intimare al Colle di mandare a casa il Parlamento e con esso un Presidente del Consiglio e un Governo non sfiduciati. E’ un imbroglio, un golpetto da quattro soldi, che può reggersi solo sul quietismo della ragione del gregge della società civile devota alla Costituzione, ossia ai suoi autoproclamati Sacerdoti. Per qual dannato motivo il “Notaio della Repubblica” sente i Presidenti delle Camere, se non per farsi dire ufficialmente che le maggioranze ci sono o non ci sono? Ma oggi, per fortuna, siamo in una situazione di “emergenza”: tutto è permesso; e il devoto, che per quanto idiota qualche dubbio l’aveva, si tranquillizza meravigliosamente.

LA SPIEGAZIONE. Se vi chiedete la ragione per la quale oggi a sinistra questa schizofrenia ha raggiunto il massimo grado ve la spiego subito: l’Italia, dopo settant’anni di resistenza democristiana, craxiana e berlusconiana è più forte e più democratica; anche i minus habentes cominciano ad “insultare”, a “dare la caccia all’uomo”, a sfilare in piazza, e a “interpretare” la Costituzione come tutti comuni mortali. Un regime sta crollando. Ma non è quello di Berlusconi.

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Belpietro, Battisti e il vizio sinistro dell’oblio

Non occorre tuffarsi nel mare dei media della sinistra militante per sentire con mano i guasti della vulgata che ha ridotto le forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra in cupole criminali. Anzi, è proprio sui giornali moderati che si può cogliere a che punto sia arrivato questo male. Pigliate la Stampa, ad esempio, ex giornale dei padroni: Lucia Annunziata, prendendo spunto da un libro vecchio di dieci anni, fa il punto sulla “strategia dei veleni” e parte da lontano, svelando alle pecore del popolo sedicente democratico come a fianco degli illuministi francesi ruotasse possente la macchina del fango e del gossip. Cose illustrate in pieno ottocento da A. De Tocqueville, da H. Taine, e con più chiarezza ancora da A. Cochin cento anni fa:

Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perché tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? (…) Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero…

Cose dette e ridette da chi “liberale”, ossia quasi fascista, era costretto ad una vita intellettuale catacombale negli anni in cui la Lucia scriveva per il Manifesto, per Repubblica e forse era, ahinoi, komunista. E tutto questo sforzo per cosa? Ma per tirare in ballo a sproposito e vigliaccamente Belpietro, naturalmente! Reo di aver pallidamente imitato – finalmente un po’ di democrazia nella carta stampata, caspita! – chi con questa sbobba e questi metodi banditeschi a sinistra campa da trenta o quarant’anni, e passa per campione della società civile. La Lucia non si è mai accorta di niente, a dimostrazione di come sia difficile uscire dal branco per chi ci vive dentro con profitto da sempre, anche quando col solito e soprattutto innocuo ritardo pluridecennale si acconcia alla verità. Ma brava!

Prendete poi sempre dalla Stampa l’articolo di Cesare Martinetti sul caso Battisti, “simbolo della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.” Arrivati alla fine di tante nobili, acute e colte considerazioni, tra le quali spicca per bassezza l’obbligata e insulsa frecciatina pittoresca contro il Berlusca, ché senno il nostro Cesare non si sentiva tranquillo, nella dura testa dell’uomo che non si fa prendere facilmente per i fondelli, anche quando abbruttito dai riti profani delle feste di fine anno, scatta l’allarme rosso: eh sì, caro mio, bello il quadro, peccato però che ci sia un bel buco in mezzo. Grosso grosso. Un ragionamento elementare, che non hai il coraggio di affrontare. Rimarco: il coraggio. Non l’intelligenza. Nella tua molle testolina scatta l’autocensura (la fredda menzogna appartiene alla razza superiore degli Scalfari). Il ragionamento, semplice semplice, è questo: ammettiamo che l’Italia sia un paese di merda, che non abbia nessuna considerazione di sé, e che quindi non venga tenuto in nessuna considerazione dagli altri; ammettiamo, per pagare l’obolo al conformismo, che il Caimano non abbia fatto niente per migliorarne la reputazione, anzi l’abbia precipitata nel bordello del bunga bunga; resta il fatto che se Battisti fosse considerato quell’assassino puro e semplice di cui ora – ammazza che faccia tosta – perfino i Repubblicones parlano, quando i migliori della loro razza facevano i firmaioli in suo favore qualche anno fa, neanche il Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, ce l’avrebbe negato. (Ambasciatore, stia buono, la sua patria ha perfino abolito la pena di morte, lo so, dopo che ho frugato Wikipedia per trovare una scusa. E’ solo che il nome del suo paese all’orecchio italiano suona irresistibilmente nero e continentale: bungaiolo, non so se mi spiego.) Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la figura del pistolero non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato non nelle case degli italiani ma nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che i loro esuli venivano da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. All’inizio degli anni settanta la Spagna era franchista, il Portogallo e la Grecia sotto regimi militari, mezza Europa sotto il tallone comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato di prendersela col dilettantismo del governo – cui consiglio calma e gesso, non belliche trombette, nel senso dantesco del termine – sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro figlio e fratello. Figli d’un cane.

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Torture e solletichi

Come forse sapete, la Pizia, la Papessa, la Cassandra della stampa italiana e della Stampa propriamente detta ha preso idealmente armi e bagagli e si è trasferita a Repubblica. Idealmente, perché Barbara Spinelli rimane ottimamente alloggiata nel suo appartamento parigino anche a spese del nuovo giornale, come lo era del vecchio. Almeno così dicono i giornali.* Se sia vero non so, però mi sembra un tratto strepitosamente elegante d’autentica civiltà europea, che noi in Italia ci sogniamo. Il passo è del tutto naturale: Repubblica è un quotidiano di fanatici, e la Spinelli è un’estremista. E’ cosa nota a tutti, ma non si può dire. La Stampa è un quotidiano che pende paurosamente a sinistra: è cosa anche questa nota a tutti, ma anche questa non si può dire. Non abbastanza comunque per la Spinelli. Il solito comitato di redazione bolscevico comune a tutte le gazzette italiane, tranne tre o quattro, non l’ha presa affatto bene. Ma io penso che il direttore Calabresi sia tranquillissimo.

Il quotidiano torinese la nuova Barbara Spinelli ce l’ha in casa: è Michele Ainis, uomo a dire il vero, e pure professore, costituzionalista. Ecco, “costituzionalista”: uomo delle regole, uomo dalla parola esatta, una sentinella della democrazia, per dirla con Staino, un guardiano della democrazia, per dirla con la Spinelli, un commissario della democrazia, per dirla col sottoscritto e con chi non è affetto da gonzaggine acuta. In definitiva uno dei prevedibilissimi, preoccupatissimi e tristissimi – nel senso di tristo – sacerdoti del Sinedrio Laicista & Repubblicano, la Casta degli uccelli del malaugurio.

Costui, tutto compreso dunque del suo nuovo ruolo di primo iettatore, ha scritto serissimo una baggianata fenomenale, “La censura goccia a goccia”, con tanto di citazione colta, del poeta Béranger (à vrai dire, je ne le connais pas, et ça, c’est embêtant!). Una citazione, non dieci, come abitudine di Barbara, ma siamo sulla buona strada. La censura goccia a goccia sarebbe quella berlusconiana nei confronti dei soliti imbonitori della controinformazione democratica alla RAI: i nomi li conoscete, e sono veramente troppi per ricordarmeli tutti. “E’ insomma il metodo della goccia cinese, che alla fine ti lascia il buco in fronte. Ma le torture, almeno quelle, sarebbero vietate”, chiosa, spassosamente, l’Ainis, il difensore degli okkupazionisti della RAI, quando un buco nel cervello degli italiani l’hanno scavato proprio questi raccomandati di ferro, avvitati ai loro posti per superiori meriti democratici, ossia per obbedienza alla loro parrocchia, chi da trent’anni, chi da venti, chi da lustri; e ad ogni cambio di stagione un nuovo arrivo. Si sono moltiplicati come conigli. Sì, sono riusciti a far credere a questo maledetto popolo di teledipendenti di essere indispensabili, anche quando non sapevano fare una minchia, soprattutto far ridere. Un po’ alla volta sono diventati dei piccoli boss, che nelle loro zone franche fanno quello che vogliono. Gli intoccabili della RAI. Dei direttori generali, mezze figure che non fanno male ad una mosca, al massimo fanno il solletico, se ne infischiano alla grande. Delle regole, pure. Una cupola. Una cricca. Anche danarosa. Il metodo: piangere, e puntare il dito; puntare il dito, e piangere, ossessivamente. E’ il metodo, se mi si permette un’analogia che mi è venuta in mente proprio adesso, della goccia cinese. Una tortura.

* Update del 21/10/2010: la signora Spinelli paga l’appartamento di tasca propria, secondo quanto scrive in una lettera al giornale che leggo di solito: quello, naturalmente.

La meglio democrazia

Non ho mai fatto della democrazia il mio vitello d’oro. Quindi non mi scandalizzo se a qualcuno puzza questo barbaro condominio politico che la modernità impone a belli e brutti, a colti e bruti, e perfino a maschi e femmine. E trans. Con l’articolo maschile o femminile. Gradirei, però, che coloro che da qualche tempo arricciano il naso di fronte al pargolo, a quanto pare mostruoso, generato da questo coito universale, cominciassero a parlar schietto e non deviassero il corso della ragione, per spiegar le magagne, verso le zone pericolose dell’antropologia e magari della genetica. Non lo possono fare; parlar schietto, voglio dire; avendola adorata, la democrazia; e fatta adorare al popolo.

La democrazia per funzionare e per essere salda ha bisogno di una vasta logistica materiale ed immateriale, creata ed intessuta pezzo per pezzo per lunghissima pezza nella società. Si può anzi dire che prima di diventare forma di una società, essa debba vivere nei costumi di un popolo. In quell’auspicabile e raro caso la democrazia trionfa attraverso una rivoluzione incruenta che altro non fa che ratificare e ordinare i cambiamenti prima sotterranei e poi sempre più manifesti che insensibilmente ma profondamente hanno attraversato per secoli la società. Non è un caso, per restare in un contesto europeo, che proprio là dove questa metamorfosi dallo stato aristocratico a quello democratico è avvenuta senza troppe scosse telluriche, come in Gran Bretagna, la “forma” democratica conviva ancora con re, regine, pari e parrucche; mentre là dove la democrazia ha trionfato violentemente dentro un corpo acerbo, come in Francia e poi nel continente, la sua carica universalistica abbia annichilito ogni vestigia del passato. E in ogni caso l’avanzata tumultuosa della democrazia moderna è stata caratterizzata fin quasi all’altro ieri dal lungo tirocinio del suffragio ristretto, che ritagliava, per intima necessità in tempi ufficialmente non aristocratici ma nei costumi non ancora interamente democratici – come provano abbondantemente i collassi novecenteschi – aristocrazie di fatto nel corpo della nazione, col nome fittizio di “classi dirigenti”. E non è un caso, però, che proprio nell’Europa continentale, e più largamente nell’Occidente non anglosassone – e massime disgraziatamente in Italia, sembrerebbe – una volta portato a termine questo infinito apprendistato, anche in tempi di suffragio universale rifiorisca periodicamente il mito delle “classi dirigenti”. Cos’è, oggi, questa nostalgia canaglia delle “classi dirigenti” nel nostro paese, se non l’inconfessato desiderio di una democrazia sotto la tutela di una casta di bramini? Beninteso, nel nome della democrazia? Dai montagnardi che sognano un Comitato di Salute Pubblica a “controllo della legalità”; al Partito della Società Civile che mira a guidare, intimidendolo, il paese in forza di qualche centinaio di migliaia di firme di gente “qualificata”; ai vecchi arnesi di una spompata aristocrazia di denari che vorrebbe arruffianarsi anche l’Italia Futura facendo l’occhiolino al politicamente corretto; ai liberali di molta illiberale intransigenza e poco giudizio che oramai sperano solo in un agente esogeno sul quale saltare in groppa?

E’ tutto un gran sospirare, un gran sbuffare spazientito contro questa umanità maledetta che misteriosamente popola la nostra penisola. Uno scherzo di natura che nemmeno l’acribia dello storico ormai riesce a giustificare. Curioso che gente che pratica con generoso esibizionismo la religione della razionalità e che agita ogni santo giorno in faccia al volgo la retorica “dei fatti e dei numeri” arrivi poi a tali astrochiromantiche conclusioni. Non c’è proprio speranza. Un deserto mai visto, nel tempo e nello spazio. Di questo dotto e tranquillo isterismo, dello stesso livello scientifico dei trattati sul buon tempo antico, che farà sorridere qualcuno fra qualche anno e moltissimi fra qualche decennio, nei giorni scorsi abbiamo avuto illustri esempi. Per Giovanni Sartori, firma del Corriere della Sera, dal crollo delle ideologie è stata purtroppo travolta anche quella tensione ideale che vivifica la democrazia, e la insana e sfibrante bonaccia che oggi paralizzerebbe moralmente l’Italia ne sarebbe testimone. Per la sacerdotessa della Stampa, Barbara Spinelli, che vorrebbe ipnotizzarci con le spire suggestive delle citazioni colte intrecciate con quelle allusive dei riferimenti ai fatti di cronaca, viviamo tempi particolari, e particolarmente da noi, chiaro; momenti che secernono veleni. Il peggio di sé non poteva darlo che l’inevitabile Eugenio Scalfari, che su Repubblica, portandosi dietro quale pezza d’appoggio un’opera di Diderot – se non l’avete capito uno dei precursori del suo genio – s’imbarca in un microsaggio di sbrigativa sociologia razzial-progressista, in stile diciamo giorgiobocchesco, sulla natura della truppa berlusconiana. Così parla l’oracolo, prima di accennare ad alcuni casi individuali particolarmente disgraziati, come “l’Alano da riporto” Belpietro (un cane grosso e minaccioso, sembra di capire, senza la maestà e la nobiltà di un cane di razza: divertente, se fossi il direttore di Libero mi farei incidere questa lusinghiera definizione come esergo su un medaglione sotto il proprio profilo, come un imperatore romano):

“A parte il fatto che la nostra attualità è da qualche tempo trita e ritrita e non presenta eccezionali novità, sta di fatto che il tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] delineato da Diderot sta diventando al giorno d’oggi sempre più numeroso. È un settore della società in crescita esponenziale. Nella classe dirigente, ma anche nei ceti sottostanti. Del resto l’uomo del sottosuolo non fa parte della classe dirigente se non in funzione servile. Servile, ma essenziale: ne riecheggia i desideri, ne soddisfa i bisogni, si incarica di condurre a termine le operazioni abiette, è la controfigura dei potenti quando si tratti di questioni troppo delicate e rischiose. Funge anche da buffone di corte; per divertire il suo signore e ricordargli qualche spiacevole verità.(…) Bisognerebbe chiedersi la ragione per cui la popolazione di quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] sia tanto in crescita. La risposta è già stata data molte volte: insicurezza, paura del futuro, ripiegamento sul presente, percezione rachitica della felicità scandita sull’attimo d’un presente fuggitivo senza proiezioni verso l’avvenire, indifferenza diffusa verso la sorte degli altri, gelosia verso le fortune altrui, sopravvalutazione dei meriti propri. Furbizia nell’elusione delle regole. Cortigianeria. Crollo (apparente) delle ideologie in favore d’un pragmatismo diventato a sua volta ideologico. Vi basta? Molti di questi elementi psicologici fanno parte da gran tempo dei connotati italici [mio neretto, N.d.Z]. Ma in certi segmenti della nostra storia diventano dominanti e questo è uno di quei momenti. Ecco perché quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] è diventato moltitudine.”

Senza voler essere troppo indulgenti verso il miserabile consesso della schiatta italica, direi però che è il momento di darsi una calmata. Se la conditio sine qua non per essere ammessi nella cerchia delle persone equilibrate e raziocinanti è di riconoscere che in Italia siamo alle soglie di una dittatura, o quasi – la qual cosa fa ridere chi abbia ancora la testa sulle spalle – è chiaro come la paranoia antiberlusconiana, che è il riflesso della cattiva coscienza della meglio Italia, arrivi a scambiare per sintomi mortali ed eccezionali cose vecchie come il mondo. Anch’io nel mio ragionamento mi porto dietro una pezza d’appoggio. In una lettera a Louis de Kergolay del 25 ottobre 1842, Alexis de Tocqueville, sempre lui (e che ci possiamo fare se vide meglio degli altri?), scriveva:

Hai mai letto la storia d’Inghilterra successiva alla rivoluzione del 1688? Sono attualmente impegnato in questa lettura e vi trovo un grande piacere, anche se lo storico Smollet è il più pedante che esiste sulla terra. Dopo questa lettura comincio a credere che giudichiamo talvolta con troppa severità il nostro paese e i nostri tempi. Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca delle storture, delle debolezze e dei vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenze degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

I nuovi mostri

Hanno creato il mostro Berlusconi. Ma tanto i mullah della società civile nazionale e democratica hanno rotto l’anima e i timpani agli stranieri, ossia ai rappresentanti della società civile internazionale, che giustamente questi ultimi oggi si domandano per quale misterioso motivo le plebi italiche continuino a mostrargli il proprio favore. Sconcertati, non resta loro che chiedere lumi ai nostri Lumi. Uno di questi, Gian Enrico Rusconi, tra i legittimi aspiranti alla nomina di Primo Trombone dell’Orchestra Nazionale Democratica, ha preso carta e penna e di buzzo buono ha tentato di spiegare l’arcano ai lettori della Süddeutsche Zeitung. Tranquilli: delle contorsioni logiche e lessicali del nostro eroe i crucchi non ci hanno capito assolutamente un kaiser. Come avrebbero potuto, dopo che si sono bevuti fin qui tutte le balle spaziali arrivate dal Belpaese? Tranne questo, e questo, oltre che stare non poco sugli zebedei del sottoscritto quale umile esemplare della fin troppo bistrattata schiatta italica, che pure ogni tanto a fin di bene anch’io bastono con gusto, è già un po’ più preoccupante: che se gli italiani sono così affezionati al mostro è perché loro stessi sono un caso mostruoso. Grazie, Augusto Professor Dottor Tromboneggiator Rusconi: ci conforta sapere che per la nostra intellighenzia l’italiano resta pur sempre il miglior amico dell’uomo.

Escrescenze plutocapitaliste

Il fatto è che nel frattempo il mondo è cambiato, attorno a lui. Berlusconi è figlio di un’epoca di vacuità della politica: il mercato la scavalcava impunemente, ignorando ogni regola; l’imprenditore-speculatore sembrava più lungimirante e realista del politico di professione. Il liberalismo dogmatico regnò per decenni, e Berlusconi fu una sua escrescenza. Ma questo mondo giace oggi davanti a noi, squassato dalla crisi divampata nel 2008. La regola e la norma tornano a essere importanti, il realismo dei boss della finanza è screditato, la domanda di politica cresce. È quel che Fini presagisce: senza dirlo si esercita in toni presidenziali, conscio del prestigio miracolosamente sopravvissuto del Colle. La crisi del 2007-2008 è sfociata in America nella sconfitta di Bush, ma quel che Pierluigi Bersani ha detto in una recente conferenza è verosimile: «Il capitalismo non finisce, ma finisce una fase ad impronta liberista della globalizzazione. E non finisce perché c’è Obama, ma c’è Obama perché finisce». Questo spiega come mai Berlusconi – a seguito della sentenza Mills che lo indica come corruttore di testimoni e della vicenda Noemi in cui appare come boss che esibisce private sregolatezze fino a sfidare il tabù della minorenne – irrita più che mai chi ci guarda da fuori. (…) Berlusconi va oggi controcorrente: all’estero non ha altra sponda se non quella di Putin, figura tipica di politico-boss. Tuttavia la società italiana gli crede ancora, e questo consenso varrà la pena studiarlo, con la stessa umile immedesimazione mostrata da Obama. Varrà la pena studiare perché gli italiani somigliano tanto ai russi, come se anch’essi avessero alle spalle regimi disastrosi. (Barbara Spinelli, La Stampa)

Berlusconi “escrescenza” del liberalismo dogmatico: sarebbe sufficiente perlustrare velocemente qualche motore di ricerca per scoprire la notevole frequenza di certi termini nel linguaggio dei nazisti e dei comunisti; pur avendo la ragionevole certezza che la Spinelli non faccia parte né dei primi né – con qualche riserva – dei secondi, non posso però non annusare nell’espressione un vago istinto “liquidatorio”. Tanto più che la diaconessa dell’eurodemocrazia, pur risparmiandoci la parola “cricca”, ci rifila poi però tre volte la parola “boss”, il che non è bel segnale di magnanimità liberale, sia di quella dogmatica sia di quella addomesticata. Tanto più che se il nostro Silvio si presenta alla festa di compleanno di una diciottenne – pubblicamente, non di nascosto, insieme a decine di persone e ai genitori della ragazza – alla nostra allarmata signora appare come un “boss che esibisce private sregolatezze fino a sfidare il tabù della minorenne”: come s’adoprano, quando vogliono, in sbrigative crocifissioni queste anime sensibili e democratiche! Tanto più che secondo la Pizia di Parigi gli italiani oramai somigliano tanto ai quei russi che nello spirito son rimasti ancora per molti aspetti servi della gleba. Curioso: per i Soloni – sempre gli stessi – che ci rompono i marroni da mezzo secolo e passa, fino a qualche decennio fa somigliare ai russi sarebbe stato un gran complimento. Oggi è un’offesa sanguinosa.

Ecco, lo dico con la massima serenità, io credo nell’uso di questo linguaggio vi siano tutti i segni di una sorta d’arianesimo intellettuale; e credo perciò che con grande senso della responsabilità nei confronti dell’Italia tutta la signora Spinelli dovrebbe chiarire la propria posizione rispondendo senza ambiguità a queste tre domande:

  1. Perché ha definito Berlusconi “escrescenza”?
  2. Perché ha usato per ben tre volte la parola “boss”?
  3. Perché ha scritto che gli italiani somigliano ai russi?