Una settimana di “Vergognamoci per lui” (77)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

VITTORIO MESSORI 04/06/2012 «Una sana provocazione.» La chiama così la sua proposta di ritornare ai matrimoni combinati. Il compito dei cattolici sarebbe quello di combattere l’amore romantico, quando il matrimonio invece non può invece basarsi sul sentimento, per sua natura mutevole. «Solo la fede in Gesù, che per il nostro bene ci ha “comandato” questo tipo di rapporto, può giustificare tale unione indissolubile. La nostra è una scommessa sulla fede che agli occhi dei non credenti appare giustamente “folle”». Be’, abbiate fede in me, che in queste cose sono un cannone: è una straordinaria fesseria. Primo: la fede è “sostanza, certezza di cose sperate” per dirla con S. Paolo; la fede come “scommessa” è una ridicola romanticheria intellettuale e il successo che le arride lo prova ampiamente. Secondo: se l’amore tra uomo e donna che porta al matrimonio non deve essere romantico, certo non può essere meno di romantico, sennò il cristianesimo che cacchio di religione da mezze cartucce sarebbe? E’ più che romantico, è l’amore delle anime gemelle, cui credeva perfino Platone, e che la buona, esaltante, lietissima novella, quella che ci fa stringere i pugni in segno di vittoria dicendoci che è tutto vero, ci confermò. Terzo: è scritto nel Vangelo: «Non divida l’uomo ciò che Dio ha unito.» E’ Dio che unisce, non l’uomo. L’uomo che gli si sostituiva, nel passato, doveva stare molto, ma molto attento a non sbagliar colpo.

STEFANO FASSINA 05/06/2012 Il responsabile economico del Partito Democratico sarebbe stato troppo rosso anche per un partito socialdemocratico dei bei tempi andati, quando la fede nello stato sociale signoreggiava in Europa. Che arda dal desiderio di dare il benservito a Monti, non lo trovo affatto strano. Che lo motivi col fatto che «Monti non ha la forza di portare avanti altre riforme» potrei trovarlo persino divertente, se riconoscessi nell’uomo un perfido burlone. Invece costui è spaventosamente serio anche quando ci prende involontariamente per i fondelli: miracoli di un’inveterata doppiezza che di socialdemocratico ed europeo, appunto, ha ben poco.

JAY CARNEY 06/06/2012 Il portavoce della Casa Bianca sbotta contro i posapiano del Vecchio Continente: «I mercati» dice, «restano scettici sul fatto che le misure prese finora siano sufficienti per garantire una ripresa in Europa e per rimuovere il rischio che la crisi si aggraverà. Altri passi devono essere compiuti». I passi da compiere sarebbero quelli che gli Stati Uniti hanno fatto qualche anno fa, dopo la prima scossa del terremoto economico-finanziario che ha colpito il mondo occidentale: in una parola, iniettare un bel po’ di droga monetaria per impedire un collasso per crisi d’astinenza. Almeno lo si dicesse chiaro e tondo, come si fa con un tossicodipendente, prima di prepararci a scalare una montagna di debiti ancora più alta di prima. Ma in questo caso a parlare dovrebbe essere un medico, qualcuno di consapevole, e non un tossico.

IL CENTRO STUDI DI CONFINDUSTRIA 07/06/2012 Per far capire con palpabile evidenza a noi testoni che l’industria italiana sta andando in malora, gli economisti di Viale dell’Astronomia lanciano l’allarme: l’Italia passa dal quinto all’ottavo posto nella classifica mondiale per produzione manifatturiera. Chi ci ha sorpassato? La Corea del Sud, un paese entrato nel numero dei paesi “ricchi” ma ancora in fase ascendente, che ha una dimensione demografica grosso modo paragonabile a quella italiana; il Brasile, che demograficamente vale tre volte l’Italia; l’India, che di Italie ne vale venti. Se anche lo Stivale si mettesse a correre il suo destino non cambierebbe: sarà inghiottito, in classifica, dalla marea montante delle economie dei barbari. Che le cose vadano male, lo vediamo dai noi. Spaventarci con questi mezzucci da imbonitori, ci fa solo girare gli zebedei.

ENRICO MENTANA 08/06/2012 Se non facesse un altro mestiere, il direttore del Tg La7, in questo momento drammatico per le sorti della patria, fonderebbe «un movimento per dare lavoro ai giovani, da portare al voto». Il programma sarebbe semplice: ribaltare tutto l’impianto sociale e normativo, che oggi va a scapito delle nuove generazioni (comprese quelle ormai non più tanto giovani, dico io). Programma un tantino stravagante e settario per essere «di governo», ma che fa tendenza, anche se si rischia (a parole, ben inteso, e a conferma che si tratta della solita corbelleria italica) di passare da un estremo all’altro. Solo che non si è mai visto un rivoluzionario che rinunci alla chiamata del destino perché «fa un altro mestiere». Il nostro è infatti un rivoluzionario piacione. Glielo si legge in faccia, chiaro come il sole. Ma se non bastasse questa acuta osservazione lombrosiana, per farvi convinti basterebbe leggere come Mister Mitraglietta intenderebbe fare dell’Italia il paradiso dei nuovi lavoratori: 1) Senza smantellare lo stato sociale; 2) spostando i pesi di incentivi e ammortizzatori; 3) spostando i pesi di defiscalizzazioni e finanziamenti. Insomma, l’ultimo della lunga lista dei nostri specialisti nel taglio della torta delle entrate statali. A saldi invariati, s’intende. Per qualche mese.

La lunga marcia berlusconiana (e i suoi effetti)

Continua, passo dopo passo, la lunga marcia della democratizzazione berlusconiana, non molto appariscente ma terribilmente reale per chi deve temerne gli effetti. Essa è così solidamente incardinata sul lato giusto della storia da proseguire il suo cammino senza trovare alcun serio ostacolo nonostante le bombe e bombette che ogni giorno le scoppiano intorno. Anzi, a ben vedere, è proprio il clima epocale di bonaccia, un senso generale d’ineluttabilità, a dare la stura a tante manifestazioni di nervosismo impotente, sia nel campo dei mori sia in quello dei cristiani. Tanto si strepita in un senso, tanto le cose marciano tranquillamente e impietosamente in direzione contraria. All’occhio superficiale può sembrare una cosa sorprendente che Berlusconi resti in sella in barba agli attacchi concentrici di cui è oggetto quotidianamente; che sopravviva baldanzosamente ad un’allure non propriamente presidenziale, e all’assedio oramai internazionale dei firmaioli democratici, sempre numerosi quando si tratta di sparare con frivolezza sulla Croce Rossa; che sia più forte delle proprie debolezze e stravaganze, del cerone e dei capelli tinti; più forte della crisi economica; più forte del neostatalismo municipale di certi legaioli dai denti robustissimi e di quello parafilosofico di certi guru del suo governo; ma questa blindatura è solo il meritato premio per l’uomo politico italiano che con più determinazione e coraggio ha imboccato la strada giusta.

Il muro di Berlino in Italia non è mai completamente crollato: ci è voluto l’impareggiabile o inqualificabile conquistatore di giovani e romantiche femmine che tutto il mondo c’invidia per finire degnamente il lavoro. La glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo per l’establishment: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, il Risorgimento, la Resistenza, le contiguità tra fascismo e comunismo, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, l’opinione pubblica ebbe agio – pericolosamente – di vedere la significativa prospettiva storica di quell’ampio viale che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. Vecchie verità potevano finalmente acquisire un inedito peso politico, scomode per tutte quelle rendite di posizione che il Muro indirettamente aveva puntellato. Nei libretti di storia del futuro – quelli più stringati – si troverà scritto che Mani Pulite fu un tentativo da parte dell’establishment peninsulare – culturale ed economico – di fermare la storia. Dopo averlo sventato, aver tenuto duro, rimesso in moto il processo naturale di unificazione del paese, ché questo significano i mal di pancia di questi anni, oggi, portata quasi di peso dalle onde lunghe della riconciliazione con la verità storica, la controffensiva della plebe berlusconiana si concentra sui personaggi emblematici della casta laico-repubblicana. E così ora che si rumoreggia di una ripresa possibile delle inchieste sulle stragi mafiose in chiave antiberlusconiana, in mezzo a tanto fumo e nella “maturità dei tempi”, per usare un’espressione biblica, il dato nuovo e saliente riguardo ai fatti del 1992 è però che a finire nel mirino delle artiglierie del Cavaliere con sempre più decisione è proprio l’ideologo principe dell’antimafia, l’eccellente dottor Violante: il che significa che l’opera meritoria di demolizione continua.

E’ spassoso veder lamentarsi di “dossieraggi”, di “killeraggi”, di “trame oscure”, insomma delle vecchie “pratiche d’infamia” di volterriana memoria, gente che di queste cose si è nutrita fin dalla pubertà, che vi è cresciuta dentro tanto da fare dell’allarmismo democratico più o meno intimidatorio una specie di seconda e pavloviana natura: per questo non se ne accorge nemmeno. A differenza della truppa berlusconiana, temprata dal manganello democratico, costoro sono abituati solo a darle, e con gran comodità, e rimangono sbalorditi se il bonaccione brianzolo per una volta si ricorda di essere un autocrate. E si sentono dolorosamente feriti se il piccolo energumeno Brunetta, come tutti i politici di questo mondo, si butta nella mischia armato di appena un po’ di sana e solida demagogia populista: sai che tradimento! che crimine contro l’umanità! E dall’altra parte i berlusconiani sono talmente poco abituati a darle, che al primo colpo hanno affondato naviglio amico, il Boffo. L’Avvenire del duo Boffo-Ruini è stato sostanzialmente un discreto compagno di strada – per così dire – del politico Berlusconi, tant’è che gli articoli critici delle ultime settimane erano più il risultato di un cedimento alle lamentele di parte del mondo cattolico, che il segno di un cambiamento della linea editoriale. Gli è che il Feltri Furioso, oltremodo assorbito dal suo ruolo di cannoniere principe dell’armata berlusconiana, appena ha visto un bersaglio scoperto – a mo’ d’ammonimento – ha fatto fuoco.

Berlusconi è forte perché si è fatto interprete della necessità di un epocale “resettamento” della vita democratica in Italia; per questo chi ha qualcosa da perdere da questo cambiamento evoca fantomatiche dittature e ciancia di popoli ipnotizzati; per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo. Il berlusconismo è più forte di Berlusconi; il giorno della sua tanto auspicata eliminazione chi ne raccogliesse apertamente l’eredità, quasi un Antonio moderno col cadavere di Cesare tra le braccia, diverrebbe immediatamente l’uomo politico più forte del paese.

Ma se la marcia berlusconiana ha prodotto pure un generale e comprensibile risentimento tra i vinti, ne ha prodotto pure uno di più sottile e malsano nel campo teorico dei vincitori. Che la vittoria nelle elezioni del 1994 abbia avuto effetti devastanti sulla psiche dei sopravvissuti della Balena Bianca non credo vi siano ormai più dubbi. Quando nell’anno fatale l’elettorato bianco saggiamente decise di ridere in faccia all’offerta suicida del polo di centro, la grigia forma di resa firmata senza nemmeno l’ebbrezza estetica di un tragico e preventivo harakiri dal becchino Martinazzoli, degno epilogo a sua volta dell’estenuante eutanasia che l’egemone sinistra democristiana stava mettendo in atto da un ventennio e più, in quel solo momento rivelatore tastarono con mano la superiorità di un dilettante coraggioso fornito una visione strategica nei confronti di tutte le tattiche dei professionisti dell’agone politico, quali essi si credevano. Videro con sollievo – e umiliazione – che non era scontato l’atterraggio morbido in terra postcomunista del nostro paese; che esso dipendeva in gran parte invece dalla diserzione dalla lotta e dalla rappresentitività politica di un partito nominalmente moderato che non aveva saputo mettere argine all’aggressività della falange marxista che da decenni si stava mangiando il paese dal di dentro in virtù di quell’autentica solidarietà mafiosa o piduista tra compagni che caratteristicamente rinfacciava agli avversari politici. Non ebbero allora la necessaria tranquillità di scandagliare in profondità la misura del risentimento verso quel parvenu che pure li aveva raccolti naufraghi. E da allora, son passati ormai tre lustri, questo “post traumatic stress disorder” viene declinato in tutte le sue più diverse forme a seconda dell’individuo affetto dalla patologia. Ma nell’ex democristiano recuperato alla vita politica dal Cavaliere (direttamente o indirettamente, perché anche Andreotti – lodato dagli ipocriti per la “correttezza” dimostrata durante le lunghe vicende processuali che lo hanno coinvolto – sarebbe stato sbrigativamente consegnato al boia senza la creazione di una vera “opposizione” nel paese) esso assume soprattutto le forme del sogno di una grande, scintillante giocata in contropiede che faccia saltare il banco della politica e che mai non arriva, dall’ultima Thule dell’Italia di Mezzo, la nuvoletta di fumo che avvolgeva l’esoterico mistero del Genio Politico di Marco Follini, alle grosse puntate del funambolico pensionato Cossiga, agli Adepti della Setta del Grande Centro e i loro mai dissigillati Libri Sibillini. C’è poi chi, come Buttiglione, si consola non combinando nulla, sprofondandosi in poltrona, incrociando le gambe e gettando uno sguardo profetico nel futuro, vedendo cose negate a qualsiasi altro essere umano, e si crede pure molto in gamba. Poveretto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

P.S. Che noia Berlusconi. Ossia l’antiberlusconismo. Ossia l’Italia. Sono annoiato a morte. Per riuscire a scrivere qualcosa devo recuperare vecchie cose, ché tanto ai testoni fanno sempre bene. Ecco le risposte ai commenti:

1) Come ho già scritto altrove Mani Pulite scoppiò proprio là dove i venti di novità erano più forti, nel Lombardo-Veneto. Il crollo del comunismo internazionale, prima con le crepe degli anni ’70 e ’80 e poi con la cadutra del Muro nell 1989, sbloccò la situazione italiana. Le novità negli anni ’80 furono Craxi e la Lega. Dove il panorama politico era più fragilizzato, insomma là dove DC e PCI erano o più in crisi o erano meno forti, nel Lombardo-Veneto scoppiò Mani Pulite, perché i magistrati si sentivano sufficientemente forti grazie al malumore generale. Fu una grande occasione per una “confessione generale” e per ripartire da nuove e più civili basi ma una magistratura politicizzata ed esemplarmente parziale, sostenuta dagli ex-comunisti e dall’oligarchia industrial-finanziaria, ne approfittò per fare un repulisti di tutti i possibili avversari della conservazione politica ed economica. Mani Pulite ebbe l’appoggio degli italiani per pochi mesi, finché si capì dove si voleva andare a parare.

2) Qualcuno si sorprende perché dico che la sinistra si stava mangiando dal di dentro il paese. Mi sorprendo io. Vogliamo tirar fuori un qualche segmento della società che progressivamente non fosse caduto in mano ad uomini di sinistra: sindacati, pubblica amministrazione, cultura, università, giornali ecc, e perfino in campo economico? La verità è che la DC garantiva solo per la posizione occidentale in politica estera; per il resto il PCI e i suoi satelliti cogestivano il paese insieme alla DC ma se ne impadronivano sempre di più perché assai più spregiudicato, e perché per la mentalità comunista la solidarietà politica (che io chiamo provocatoriamente “mafiosa” e “piduista”) faceva premio sul rispetto dei meriti professionali, e i compagnucci si sostenevano tutti in cordata, trasversalmente nella società, con la tattica delle minoranze militarizzate. Erano insomma gli imbroglioni della democrazia. (P.S. La mafia, i cui effetti sono tanto disastrosi per la società, non è però un “grande potere”; la P2 – non che non esistesse – ma fu una barzelletta)

3) Fa ridere sentire quelli di sinistra elogiare – ora – i De Gasperi e i Moro: a loro tempo per il verbo progressista non erano meno peggio di Berlusconi. Sissignori, anche Moro, di cui non ho affatto una grande opinione. Tanto per capire l’atmosfera di quei tempi un anno prima di morire o forse solo qualche mese prima, non ricordo bene, Moro, guarda un po’ investito dal solito “scandalo” – l’affare Lockeed – e dalla solita gragnuola antifascista, lui che era un uomo che non si sbilanciava mai, disse quelle parole famose che tanto dispiacerebbero ai Di Pietro, ai Zagrebelsky, alle anime democratiche d’oggigiorno: “la DC non si farà processare!”. Tutto dimenticato, tutto digerito, come al solito succede per il gregge di sinistra.

4) Dispiace vedere gente intelligente ripetere come un pappagallo i soliti refrain della vulgata della sinistra. Il CAF, i nani e ballerine, Craxi e il debito pubblico ecc.

“Nani e Ballerine” fu una battuta di Formica, uno dei colonnelli craxiani, segno che da quelle parti c’era almeno il senso dell’umorismo, cosa negata all’uomo democratico di razza purissima. I nani e le ballerine di Craxi erano quattro gatti, i nani e le ballerine della sinistra odierna sono un esercito, ma vanno rubricati sotto il nome di personalità significative della cultura e dello spettacolo. Del CAF faceva parte pure quell’Andreotti amico di tutti che durante i governi Craxi, nelle veci di ministro filoarabo degli esteri, per alcuni anni fu il beniamino del popolo di sinistra (“Lui è l’unico che si salva, l’unico decente! ecce. ecc): ma anche questo se lo sono dimenticato. Dimenticato e digerito, come al solito. Come al solito il gregge di sinistra. Del debito pubblico durante l’era Craxi la sinistra se ne infischiò in lungo e in largo. Era l’ultimo dei problemi. Per il resto Berlinguer e compagnia, che giammai ne combinarono una di giusta, promossero un referendum (che persero) luddista-reazionario-sfondacassedellostato contro il taglio della scala mobile voluto da Craxi.

4) I processi di democratizzazione non si misurano solo col successo delle riforme, ma anche, non mi stanco di ripetere, col riequilibrio dei poteri reali nel paese. Anche una lotta di potere, se combatte le oligarchie, e se fa sì che lo spettro politico del paese rispecchi quello economico-sociale del paese, è importante. E’ necessaria. E’ la base. E’ quello che sta succedendo. Mi compiaccio di una cosa: di capire bene il berlusconismo. Per coincidenza proprio in queste ore Brunetta – non il capo – sta sparando a palle incatenate contro le élites. Domani mi sa che sentiremo tuoni e fulmini, e lagne.

Sapete perché oggi Brunetta cannoneggia contro le élites ed evoca apertamente il “colpo di stato”? Sapete perché? Non certo perché lo tema veramente il colpo dello stato. Il “colpo di stato” le “élites” lo hanno sognato per quindici anni. Ma quando i “poteri forti” sono veramente forti, le parole si misurano, ci si muove con circospezione, nonostante la tensione latente, e si grida solo quando le cose precipitano. Mentre ora sono stati indeboliti, com’è stata indebolita la sinistra, e i berlusconiani hanno meno paura e sentono che è il momento di sfondare. Nel post ho scritto “per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo”: questo intendevo. Ma è sempre stato così nella storia: quanto più un dittatore è debole, o quanto più un’oligarchia (quella vera, non Berlusconi & C.) è debole, tanto più il popolo (quello vero, non la setta dei firmaioli) rumoreggia. Quanto più il giogo è pesante, e quanto più le speranze di liberazione sono lontane, tanto più si rassegna. Umano, troppo umano. (P.S. ahò, so’ l’infame Franti, l’infame Franti, mica il secchione della classe…)

Esagerato. Moooolto esagerato. Consapevolmente esagerato. E’ vero che l’eliminazione dei corpi intermedi è sempre stato il modo per rinsaldare un potere centralizzato. Così con l’Assolutismo – specie nel caso francese, il più classico – il Re, così paterno col popolo, giorno dopo giorno indeboliva l’Aristocrazia corrompendola coi privilegi e sottraendole ogni potere politico. E i demagoghi vecchi e moderni si sono sempre appoggiati sulle masse dei diseredati – all’uopo ipnotizzati, ça va sans dire – per sciogliere i grumi duri della resistenza. Ma qui stiamo solo mettendo le cose in pari, per il bene dell’Italia. Come fece la gloriosa Serenissima quando conquistò i territori della terraferma. Sparse campagne e città di leoni alati, per far capire discretamente chi comandava, tagliò le unghie alla nobiltà della terraferma, che rosicò assai. Fu così che nel momento più critico della storia veneziana, all’epoca della Lega di Cambrai, Machiavelli, che pur odiando i veneziani rimaneva abbastanza sveglio, si accorse – cosa rarissima per uno stato italiano a quei tempi – che i contadini erano tutti “marcheschi”, ossia tifavano per S. Marco. Oggi c’intronano gli orecchi da mane a sera con le tirate contro il dittatore, con l’evocazione di scenari disastrosi, e vorrebbero far credere, tutti in coro, non una nota stonata, che la libertà è in pericolo: cerchiamo di non essere ridicoli. Un po’ di populismo è inevitabile. Ma quello ce lo mettevano perfino De Gaulle o Reagan. (P.S. Sarei curioso di conoscere Silvietto. Siccome mi conosco fin troppo bene, so che comincerei a prenderlo simpaticamente per il culo per tutte le sue manie, così, per tastare il suo grado di suscettibilità, che è una caratteristica ben poco virile…)

MANI PULITE in pillole disposte con ordine

Anni ’70: segni di crisi del comunismo internazionale. In Italia le due balene, l’una rossa e l’altra bianca. Per riciclarsi a sinistra qualcuno inventa “l’eurocomunismo”; poi Berlinguer, siccome il bel sol dell’avvenire rosso non incanta più, lancia la “questione morale”: i cattivi non sono più i “non rossi” ma “i corrotti”, all’uopo sempre “fascisti”.

Anni ’80: il comunismo piano piano crolla. Lo scioglimento dei ghiacci fa sì le pulsioni modernizzatici, per quanto confusamente espresse e costrette al mutismo da troppo tempo, vengano a galla. A sinistra si afferma il socialismo di Craxi. Naturalmente per la gazzette antifasciste – ossia sovietiche – prima il “decisionismo” di Craxi viene usato retoricamente per alludere a derive fasciste, poi si incomincia la pratica d’infamia contro “i ladri socialisti”. A destra, nell’enorme roccaforte bianca lombardo-veneta, il popolo che votava DC turandosi il naso in funziona anticomunista premia la Lega Nord, che ha il suo boom all’inizio degli anni ’90 quando comincia a pigiare sul tasto della protesta fiscale.

Inizio anni ’90: in Lombardia il quadro politico e sociale è sempre più instabile a causa dei malumori del popolo di “destra”. A farne le spese sono proprio i socialisti, che a Milano hanno la loro capitale morale, ma che in realtà vengono presi di mira in quanto omologati ai rappresentanti del potere politico tradizionale. Mani Pulite scoppia a Milano PROPRIO PERCHE’ I MAGISTRATI SI SENTIVANO CON LE SPALLE ABBASTANZA COPERTE DALL’APPOGGIO DELL’OPINIONE PUBBLICA DI DESTRA DEL NORD, E LOMBARDA IN PARTICOLARE. Il giornale dei “rivoluzionari” di Mani Pulite fu L’Indipendente preso in mano da – guarda un po’ – Vittorio Feltri. All’inizio di Mani Pulite la sinistra fu completamente assente e rimase per un po’ a guardare.

Poi i magistrati cominciarono la loro opera di “selezione”. Apparentemente tutti, forze politiche, piccoli e grandi imprenditori, potentati economici (tranne quello – guarda un po’ – di Berlusca) caddero nelle grinfie dei giustizieri democratici. Ma in realtà con alcuni si usavano metodi sbrigativi, con altri le procure manipulitesche erano dei veri e propri porti delle nebbie. Il popolo di “destra”, quella parte dell’opinione pubblica che in realtà aveva permesso con la sua forza l’avvio di Mani Pulite, si sentì tradito e in seguito costituì il grosso dell’elettorato di Berlusconi, che nel frattempo aveva reclutato Feltri per il Giornale. Solo Di Pietro aveva mantenuto una certa popolarità a destra, in quanto veniva considerato meno politicizzato dei suoi colleghi. Berlusconi gli offrì addirittura un posto di ministro!

Perché, una volta accesa la miccia – dalla destra – vi fu un’alleanza naturale fra l’establishment industrial-finanziario e la sinistra post-comunista, per dirottare l’impresa di Mani Pulite? Perché erano due fazioni che non avevano più niente da dire nella storia; perché con l’eliminazione dei partitini, dei socialisti, dei DC non di sinistra, erano l’espressione di forze puramente conservative le quali, ciascuna nel proprio ambito, controllavano i centri di potere nel paese: banche, finanza, grandi gruppi industriali boccheggianti da una parte; cultura, scuola, buona parte dei sindacati, pubblico impiego ecc. dall’altra. Erano pezzi di Vecchio, ché essendo perfettamente stagionati, e avendo perso ogni originaria potenzialità conflittuale vicendevole, come dei materiali inerti si incastravano uno nell’altro. I loro giornali parlarono con una stupefacente unità d’intenti, fin quando non furono messi in crisi dalla forza berlusconiana. Il loro nemico comune principale l’immensa classe media fatta di piccoli e piccolissimi imprenditori, cui si unirono poi buona parte del mondo delle professionali liberali e dei dipendenti del settore privato almeno al Nord. E pure una grossa parte dei socialisti di allora, che con tutti loro difetti, costituivano pur sempre un elemento di rottura in un’Italia pietrificata. Una plebe, magari non attraente, con le sue grossolanità, ma certo la parte più dinamica ed attiva del paese. Quella che aveva dato inizio – essa, non la sinistra – a Mani Pulite.

Il consolidamento del berlusconismo, sia che si trovi al governo, sia che si trovi all’opposizione, ossia l’accettazione della realtà e la rinuncia a considerarlo un’anomalia, è il presupposto necessario per qualsiasi riforma “liberale” in Italia.

La forza delle cose

Non è il titolo di una pellicola di Wim Wenders. Ma la chiave per leggere la storia oramai non più solo recente d’Italia.

Voci dal sen sfuggite, o voci dal sen lasciate sfuggire, e come di prammatica prontamente smentite, le accuse di Berlusconi a Casini di aver ucciso la CDL, col suo pervicace tentativo sotterraneo di creare un centro politico in prospettiva alleato con la sinistra, sono la fotografia di fatto delle forze reali che si muovono sotto la superficie vociante e concitata della politica italiana. La rinnovata freddezza di spezzaferro D’Alema nei confronti di Veltroni e le sue strizzate d’occhio alla misteriosa Cosa Bianca dei vari Montezemolo, Pezzotta, Mastella, l’operazione sponsorizzata dal Partito del Corriere della Sera per rimpolpare a destra la nuova Unione egemonizzata dal Partito Democratico e per permetterle di abbandonare al proprio destino la Cosa Rossa, riportano indietro le lancette dell’orologio all’immediato dopo elezioni del 2006. Il disegno di disarcionare Prodi e portare alla guida del governo l’ala dalemiana dei DS, come premio contrattato con il piccolo establishment confindustriale per l’epurazione dei trozkisti, fallì con la peraltro naturale ascesa alla leadership del nuovo Partito Democratico di Veltroni e della sua ecumenica filosofia pansinistrorsa, sponsorizzata dal Partito di Repubblica. Acconciatisi alla sconfitta, i grandi strateghi del Corriere – che non ne imbroccano una ma hanno sempre l’aria di aver ragione – hanno cominciato a lanciare dolci messaggi d’amore a Veltroni affinché si acconciasse Lui, l’Unto della Nuova Sinistra, a riuscire là dove D’Alema aveva fallito. Il laico e vero Papa Re dell’Urbe, che non si nega anzitempo nessuna entratura nelle stanze del potere, è andato al Lingotto a titillare gli orecchi del bel mondo della grande industria e della grande banca coi soliti discorsi ispirati ad un cerchiobottismo à la page che molto promette e nulla impegna. Questo succedeva nel campo d’Agramante, Re dei Mori; frattanto nel campo dei Cristiani, l’Udc di Cesa e Casini per rispondere alle accuse di tiepidezza verso la causa berlusconiana e di doppiogiochismo, si rifugiava con calore in una mezza verità, cioè in una menzogna, rivendicando che la priorità del partitino uscito dai lombi stremati della balena bianca morente era sempre quella di mandare a casa Prodi, senza però specificare cosa avrebbe fatto poi.

Scavando dunque sotto la superficie, e al di là dei nomi dei protagonisti, andiamo ad impigliarci sempre nelle radici profonde del fenomeno più caratteristico della politica italiana degli ultimi decenni, il coagularsi progressivo intorno alla sinistra di tutte le forze conservative del paese. Dentro le mura di Bisanzio il Partito della Conservazione di Repubblica si batte con quello della Conservazione del Corriere della Sera per la leadership del potere. Ogni tanto, per gettare fumo negli occhi, nella pubblica piazza viene frustato qualche rappresentante delle piccole corporazioni che non contano un piffero. Oggi Bertinotti, mentre i suoi compagni di partito accusano il governo di essersi appiattito su Confidustria, manda un avvertimento pesante a Prodi e indirettamente a Veltroni, annunciando che “il progetto dell’Unione è fallito”. Il che fa scrivere ad un preoccupato Edmondo Berselli, su Repubblica:

A questo punto, affidare la crisi dell’Unione a un rito come la verifica di gennaio equivale a un atto di ottimismo implausibile. Se il centrosinistra ha una speranza, essa dipende semmai dalla capacità residua dei suoi due leader principali, Prodi e Veltroni, di reinventare un profilo strategico. Ormai per Prodi non è più possibile il galleggiamento: si tratta di provare a mobilitare il governo su alcuni punti di programma, in cui il suo riformismo possa misurarsi costruttivamente con le aspettative frustrate della sinistra radicale (e magari anche offrendo finalmente agli italiani l’idea di un’azione visibile contro problemi quotidiani come l’inflazione, il prezzo del carburante, l’aumento delle tariffe a parità di servizi scadenti). Per Veltroni, il compito è ancora più difficile: deve tessere la tela della politica futura, con il suo partito a vocazione maggioritaria, senza giocarsi la politica presente, ossia ciò che resta dell’Unione. Ma entrambi, Prodi e Veltroni, non possono pensare di muoversi fuori sintonia. Lo devono a una certa idea di politica, ma soprattutto a quei cittadini che hanno votato alle primarie di due anni fa, hanno scelto l’Unione alle elezioni del 2006 e hanno designato il leader del Pd alle primarie del 14 ottobre. Perché prima degli interessi di parte, e alla pur legittima logica di ogni forza politica, non bisognerebbe dimenticare che il centrosinistra si è formato come somma di partiti, ma è stato indicato nelle urne da un voto di popolo: verso il quale quei partiti e i loro leader dovrebbero avvertire qualche perdurante senso di responsabilità.

Capito? Adesso qualcuno mi spieghi come dalla sinistra, dalla sinistra-centro o dal centro-sinistra, o dalla collaborazione con essa, ci si possa aspettare una raddrizzata economico-istituzionale liberale della penisola. Non è forse meglio, non è forse semplicemente più razionale, aspettare che questo castello marcio crolli e lavorare invece per diventare una mafia influente all’interno di una futura maggioranza popolar-liberale per ora alquanto all’amatriciana? O forse qualcuno in alternativa preferisce ancora credere ai miti liberal-chic molto italioti di una salvifica classe dirigente? Dirigente, appunto.

Alea iacta est

Innanzitutto un rimpianto. Per il fatto che la CDL non abbia saputo attendere con pazienza il momento della vittoria. La sinistra era un cittadella assediata da prendere per fame. Il partito dell’immobilismo che il governo Prodi incarnava era sceso al livello più basso di popolarità che la storia recente d’Italia ricordi. Il cicaleccio sulle miracolose riforme elettorali e istituzionali, le poderose offensive mediatiche contro tutta la casta politica, le leggende metropolitane sui liberismi di sinistra, che istituzioni, politici e giornali ci riservavano ogni santo giorno, servivano solo a stendere un velo semiassolutorio sull’impotenza dell’attuale maggioranza. Era solo questione di tempo. Se l’azione del governo fosse continuata non al riparo della cortina fumogena del dibattito sulle riforme ma sotto i riflettori dell’opinione pubblica, anche il celebrato nuovo segretario del novissimo partito democratico sempre della sinistra si sarebbe dovuto esporre e fatalmente sarebbe stato coinvolto nel pantano del governo Prodi. La strategia berlusconiana era giusta: nessuna mano tesa alla sinistra. Prima o dopo il redde rationem sarebbe arrivato. La gente stava constatando palpabilmente la differenza sostanziale tra il cammino difficoltoso ma sensato del governo Berlusconi e l’arroccamento delle forze conservative del paese che il governo Prodi rappresenta e di cui Romano Prodi è il sensale. E l’operazione di smarcamento dall’esecutivo attuata clamorosamente dalla Confindustria montezemoliana , e con più tatto dal PD veltroniano, avrebbe rivelato sempre più il suo carattere opportunitisco, vista la contrarietà a nuove elezioni.

Finora è stata proprio l’attitudine tiepida degli alleati, dovuta non solo all’ambizione personale ma anche al loro profilo psicologico di insiders della politica italiana, a costringere l’outsider Berlusconi a tener vivo il sentimento unitario del popolo del centrodestra con dichiarazioni ad effetto; ma ora che i poco combattivi generali dell’armata berlusconiana si sono abboccati col nemico, è stato giocoforza per Berlusconi passare il Rubicone, buttando sul tavolo della partita per la conquista del potere politico nel nostro paese tutto il peso di una leadership carismatica che va ben oltre i limiti di Forza Italia e scommette sulla sovranità limitata di Fini e Casini sui rispettivi partiti e soprattutto sugli elettori di AN e UDC. Ci sono voluti quindici anni, ma ora siamo davvero all’uno contro tutti, e quel che è certo è che in vista della battaglia finale Giulio Cesare Berlusconi potrà contare sul grosso delle sue legioni. Grazie all’effetto drammatico di questa ridiscesa in campo, che ha messo sotto pressione i capi tribù alleati costretti ora a scegliere tra la sottomissione a Berlusconi e il rischio di perdere i propri eserciti, qualche nervosismo comincia a serpeggiare anche nell’Urbe dove l’immagine edulcorata dell’amor et deliciae generis humanis del XXI secolo rischia col tempo di sovrapporsi insensibilmente passo dopo passo a quella del grigio Prodi quale garante dello status quo. Cambiata la situazione, Berlusconi, rimangiandosi con disinvoltura e decisione un bel po’ di parole spese in passato a favore del sistema elettorale maggioritario e facendo un po’ il verso alle giravolte di Veltroni, allo scopo di stanarlo ha offerto la sua disponibilità a discutere su una legge elettorale proporzionale non machiavellica che ci porti fuori da questo bipolarismo: da questo, non dal bipolarismo tout-court. E poi si vada alle elezioni.

E apriamo una parentesi. L’Italia, com’è noto, è il paese delle parole in libertà. Se si guardasse semplicemente al significato letterale delle parole, si scoprirebbe ben presto che i discorsi che si fanno sono al novantanovepercento senza senso. Tanto per dirne una: neanche l’attuale sistema elettorale è maggioritario, bensì proporzionale con premio di maggioranza su base nazionale alla Camera e su base regionale al Senato. Nel voto per la Camera dei Deputati in pratica l’attuale sistema ha trasformato l’Italia in un unico collegio elettorale uninominale maggioritario nel quale si elegge solo un leader, per di più azzoppato, che si porta dietro una foltissima cordata di compagni con salmerie al seguito. Un sistema siffatto non ha assolutamente niente a che fare con lo spirito del sistema maggioritario, che vuole che tutti gli eletti vincano la loro personale battaglia. Sia col lambiccatissimo meccanismo fifty-fifty messo a punto dai professorini di Veltroni, sia con l’assai più chiara e schietta legge elettorale partorita da un eventuale successo del referendum Guzzetta, rimarremmo fondamentalmente sempre nell’ambito culturale del sistema proporzionale, corretto, o meglio, alterato più o meno drasticamente in modo da limitare la frammentazione partitica e premiare le formazioni più forti. Ma non è piuttosto illusorio e frutto di un residuo di mentalità costruttivista pensare di risolvere mediante espedienti tecnici problemi culturali che ci portiamo dietro dalla fine della seconda guerra mondiale?

Se intendiamo per bipolarismo la presenza in un paese di due grosse formazioni di diversa ispirazione politica, diciamo a spanne – e all’europea – socialdemocratica e liberale, ma entrambe saldamente democratiche e quindi entrambe opzioni di governo praticabili, possiamo vedere che ciò si realizza nel continente europeo indipendentemente dai diversissimi sistemi elettorali dei singoli stati. Senza neanche parlare della vecchia e ricca Europa occidentale – e annotando tra parentesi come anche nelle nazioni di più recente tradizione democratica di quella stessa vecchia Europa, vale a dire la Spagna (Partito Popolare e Partito Socialista), il Portogallo (Partito Socialdemocratico, conservatore a dispetto del nome, e Partito Socialista) e la Grecia (Nuova Democrazia e Partito Socialista) lo schema classico bipolare si è rapidamente realizzato – noi ci accorgiamo che pure lo sviluppo dell’Europa una volta chiamata dell’Est testimonia questo fenomeno.

In Italia il bipolarismo era virtuale e continuerà ad essere virtuale fin quando gli eredi non pentiti del comunismo continueranno a essere parte integrante e imprescindibile della sinistra italiana. Per il momento, qualunque sia il sistema elettorale scelto, esso non impedirà la formazione di una robusta minoranza veterocomunista, una Izquierda Unida numericamente necessaria alla sinistra per poter aspirare al governo. E’ ovvio che la formazione di un sedicente centro formato dai vari Montezemolo, Casini, Pezzotta, Mastella, Monti ecc., sostenuto dalle corazzate della grande stampa ma esso stesso espressione di nomenklature economico-finanziarie, non potrà che essere strategicamente propedeutico alla ricomposizione di una sinistra sgravata infine della zavorra massimalista; e nel migliore dei casi non potrà che nascere da questa simbiosi un allargato partito democratico ispirato ad un aggiornato, riverniciato statalismo. Che Veltroni può ragionevolmente sperare di guidare al prossimo appuntamento col voto. Nel frattempo però gli scontenti e i disillusi andranno ad ingrossare le file dell’outsider Berlusconi mentre la prolungata agonia del governo Prodi, che il segretario del Partito Democratico dovrà per forza sostenere fino a che i tempi saranno giudicati maturi, finirà per gettare un’ombra di vecchiezza – e di verità – sull’uomo nuovo della sinistra.

Quand’anche con la consumazione del matrimonio col centro dei salotti buoni Veltroni riuscisse a liberarsi dei comunisti di nome – perché l’anima dei comunisti di fatto resiste alla grande anche nel neonato PD, come dimostra la rinnovellata e tempestiva corresponsione d’amorosi sensi tra la magistratura milanese e il foglio principe dei giacobini italiani – egli rimarrebbe pur sempre lo splendido cerimoniere di un’alleanza tra poteri consolidati attorno ai quali gravitano vaste clientele e burocrazie, mentre Berlusconi scenderebbe dalle Gallie a capo di una moltitudine di popolo minuto confuso, arruffone e magari volgare, che però da una rivoluzione liberale avrebbe molto meno da perdere.

Ora che la pianura di Farsalo comincia a distinguersi all’orizzonte, resisteranno i nostri liberali mangiapreti & clericali alla sempiterna tentazione di rinchiudersi nelle loro chiesuole e riusciranno finalmente a solidarizzare pragmaticamente in una massa critica significativa ed influente all’interno dell’unico schieramento che abbia un futuro?
(Ciò detto, naturalmente io duemila anni fa sarei stato, nonostante tutto, dalla parte della vecchia e corrotta aristocrazia senatoria repubblicana.)

Gli eufemismi del piccolo stratega

A Luca Cordero di Montezemolo, che al momento della sua ascesa allo scranno più alto della Confindustria predicava il ritorno alla concertazione e alla moderazione dei toni, e oggi, sul punto di lasciarlo, predica uno sbracato decisionismo, vorremmo sommessamente ricordare che le decisioni difficili un leader di governo le può prendere quando riesca a raccogliere il consenso di una solida maggioranza parlamentare; meglio ancora quando auspicabilmente, in forza di un carisma inusuale, riesca nel contempo a trascinarsi dietro quello della maggioranza dell’opinione pubblica. Ma se il problema della mancanza di queste decisioni sta nei numeri, allora non è vero che esso dipenda dalla legge elettorale. Perfino questa orribile legge elettorale ha dato ad una coalizione, che l’ha spuntata alle ultime elezioni per poche migliaia di voti, una maggioranza parlamentare che, per quanto esigua al Senato, le avrebbe permesso di governare, se questa maggioranza parlamentare fosse stata lo specchio di una maggioranza politica. Solo che la coalizione Unionista, avallata dalla sua Confindustria, non era fondata su un progetto di governo, ma sull’antiberlusconismo: per questo i notabili dei salotti buoni vi si erano accodati, nella riposta speranza di poterla egemonizzare. Se il problema stesse semplicemente nei numeri, com’è chiaro a qualsiasi persona non ancora stordita dalla grancassa dei media nostrani, allora anche questa legge elettorale con ogni probabilità oggi darebbe, in caso di elezioni, una solida maggioranza al centrodestra.

E quindi bisogna essere conseguenti. Cosa c’entrano i problemi del paese e in particolare, dal punto di vista economico verosimilmente più caro a Montezemolo, quelli della produttività del lavoro e del debito pubblico, con la necessità di un governo istituzionale o tecnico che faccia, non si sa perché, solo e rapidamente una nuova legge elettorale? Se invece di essere quella figura mediocre che è, specializzata nell’arte tutta italica del dire e non dire, esattamente come i tanti piccoli protagonisti di una politica additata ultimamente dai giornali allineati al pubblico disprezzo, il Piccolo Napoleone della sedicente Classe Dirigente Confindustriale invocherebbe, urbi et orbi, la necessità di un governo detto istituzionale, detto tecnico, detto – più propriamente – di Salute Pubblica, che avochi a sé le improcrastinabili decisioni di cui l’Italia ha bisogno e che con la legge elettorale non hanno niente a che fare: tagli draconiani alla spesa pubblica prima ancora che abbassamento delle tasse. Sennonché anche un governo di Salute Pubblica, a meno di un vero e proprio commissariamento della democrazia in Italia – nell’Anno Domini 2007 -, avrebbe bisogno di una maggioranza parlamentare che lo sostenga. Un governo tecnico è solo un gioco di parole. Non esiste. Un tecnico, solitamente un esperto nel campo dell’economia, nell’esercizio del suo mandato parlamentare oppure quando è chiamato a guidare un ministero o addirittura un governo, diventa ipso facto un politico, come lo diventerebbero, al suo posto, un calciatore, un giornalista, una ballerina o un operatore ecologico. Problemi politici deve affrontare.

Ah se potessimo tornare ai tempi di Cavour, di Sella e Minghetti! Quando la centralizzazione si sposava con un liberalismo ottocentesco tagliato con l’accetta, e con pochi scrupoli democratici! Quale scenario ideale per soluzioni tecniche! E com’è concupito dai Sergio Romano & C. del Corriere della Sera! Che sconsideratamente non riflettono sul vulnus democratico di tali soluzioni, sull’esemplare lezione di diseducazione politica, prima o poi pagata a carissimo prezzo.

Ma creare un clima emergenziale tale da realizzare questo disegno da apprendisti stregoni per ora e per fortuna  è solo un bel sogno. Da impotenti. Nell’attesa e nella dura realtà agli strateghi del Corsera non resta che spiare affannosamente dal buco della serratura ogni più piccolo indizio di rupture da parte dello stupor mundi Veltroni.

Il perimetro dell’Antipolitica

Cos’è l’antipolitica? Probabilmente nient’altro che un nome che vivrà per una sola breve stagione. Ma per avere un’idea chiara di cosa essa rappresenti concretamente in Italia oggi, ed evitare la trappola dell’amalgame – per dirla alla francese – tesa a bella posta dai media nostrani, conviene stabilirne i confini culturali e politici entro i quali si manifesta. Se noi col termine antipolitica intendiamo forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose –  di azione e lotta politica, allora al momento attuale ne possiamo contare tre:

L’antipolitica della Casta Economica ovvero il partito del Corriere della Sera

A leggere oggi gli editoriali del Corriere della Sera ci si potrebbe chiedere come sia possibile che questo sia lo stesso giornale che appoggiò, appena un anno fa, la campagna elettorale di Prodi. La ragione è semplice. Il Corriere della Sera è espressione di poteri economici conservativi, i quali riconoscono se stessi come una specie di nobiltà industriale e finanziaria, nella quale al massimo si può essere cooptati. Von Mises considerava una forma di socialismo di stato i tentativi dell’aristocrazia che ancora sopravviveva nella Germania guglielmina di subordinare i processi economici al mantenimento dello status quo giuridico-sociale, al quale la libera economia invece si oppone per natura. Similmente, con la restaurazione Montezemoliana alla testa di Confindustria, dopo il periodo di rottura di D’Amato, espressione della piccola e media impresa, la causa di questa Nobiltà Economica ha preso le sembianze, nel vasto apparato mediatico che essa controlla, della necessità di una nuova Classe Dirigente; concetto vaghissimo e in realtà senza senso, ma facile da contrabbandare in Italia, dove la figura dell’imprenditore dalla cultura imperante ufficiale non è mai una figura banale o normale, ma piuttosto disprezzabile, almeno fin tanto che non entri nel recinto dei salotti buoni, altra tipica espressione solo della nostra penisola, quando allora essa diventa spesso oggetto di adulazione. Quest’aristocrazia, che diventa casta quando siano venuti meno le ragioni storiche della sua esistenza, nel 2006 appoggiò Prodi perché aveva un nemico in comune: l’outsider Berlusconi, che era riuscito a dare una forma politica alle rivendicazioni del vasto popolo delle categorie economicamente più attive e meno protette del paese, irretendone le espressioni estremistiche e distruttive. Il calcolo era semplice: l’armata berlusconiana doveva essere letteralmente spazzata via, la vittoria talmente rotonda che il peso della sinistra comunista sarebbe risultato ininfluente alla sopravvivenza di una maggioranza di governo, sulla quale la Casta Economica avrebbe da parte sua esercitato, naturalmente, una sorta di patronato. Ma la situazione venutasi invece a creare dopo le elezioni del 2006 imponeva di arrivare allo stesso risultato per altre vie. La formazione di un governo tecnico di emergenza, che evitasse assolutamente nuove elezioni e l’esito nefasto di una vittoria della destra, e che fosse allo stesso tempo incubatrice di una nuova sinistra sulla quale imporre il proprio marchio; o, nel caso non si riuscisse ad evitare le elezioni, la disgregazione politica sia della sinistra che della destra; tutto questo abbisognava allora della delegittimazione e l’indebolimento dell’intera classe politica. Il libro La casta costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come l’onorevole Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto. Il libro di Giavazzi e Alesina, se ne rendano conto o no, è solo il secondo capitolo di questa strategia, indirizzato a tutti coloro i quali, a sinistra, vogliano intendere. E specchietto per le allodole per i Volenterosi di tutti gli schieramenti. Per i DS il premio è quello di essere cooptati nella Nobiltà Economica e Dirigenziale di questo paese. Fin dove vorrà arrivare il Corriere con la sua antipolitica? Giovanni Sartori così scriveva qualche giorno fa (Ichino ha nulla da dire?):

Hegel elogiava la guerra come un colpo di vento che spazza via i miasmi dalle paludi. Io non elogio la guerra, e nemmeno approvo le ricette politiche «al positivo» del grillismo […] Ciò fermamente fermato, confesso che una ventata – solo una ventata – che spazzi via i miasmi di questa imputridita palude che è ormai la Seconda Repubblica, darebbe sollievo anche a me. E certo questa ventata non verrà fermata dalla ormai logora retorica del gridare al qualunquismo, al fascismo, e simili.

L’antipolitica dei post-comunisti ovvero il Partito di Repubblica

Qualche giorno fa l’ex entusiasta fascista da giovane; l’ex celebratore degli inevitabili successi del comunismo sovietico degli anni della maturità; e finalmente solo l’arido giacobino degli anni della vecchiaia; l’aristocraticissimo, non per nobiltà d’animo ma per la puzza sotto il naso, fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha attaccato Beppe Grillo con la violenza dei Grandi Accusatori del Sant’Uffizio Comunista, tacciandolo – ovviamente – di fascismo. Non gli è passato nemmeno per il cervello che la non-politica del blogger non sia altro che un riflesso della non-politica di quella Sinistra Mitologica di cui Egli si crede il Demiurgo o il Duce Spirituale. Una maligna congiunzione astrale di avvenimenti storici ha voluto che l’Italia sia oggi l’unico paese europeo in cui il Muro di Berlino non sia ancora veramente caduto. Mentre nei paesi dell’Europa orientale il disastro del socialismo reale ha trascinato con sé anche l’idea del comunismo, nell’Europa Occidentale, persino in quelli di più recente democrazia, come la Spagna, il Portogallo o la Grecia, i partiti socialdemocratici hanno ben presto emarginato le forze politiche comuniste, sulle quali gli avvenimenti legati al crollo dell’Impero Sovietico hanno agito solo come una definitiva condanna della storia. Anche nei paesi, come la Russia, dove la mentalità comunista, che non poteva scomparire da un giorno all’altro, si è incanalata, insieme ad altre componenti culturali della vecchia Russia, a rafforzare forme mascherate e forse inevitabili di socialismo nazionale alla Putin, persino là l’idea del comunismo, col settarismo ideologico che le era proprio, è caduta nella polvere. Invece è proprio il settarismo ideologico quello che è sopravvissuto della Chiesa Comunista Italiana. Come scrivevo qualche giorno fa:

Col crollo del comunismo sovietico, la “sharia” comunista si è evoluta: la professione di fede nel marxismo-leninismo è stata rimpiazzata da quella nella Sinistra – ente metafisico – ed è la sola cosa richiesta ormai da una nomenklatura che diventa ogni giorno tanto più vasta quanto minore il consenso che raccoglie nelle plebi italiche.

Il processo di Norimberga all’ideologia comunista in Italia non si è mai potuto celebrare. Ed è stato, con un colpo di bacchetta magica, sostituito da quello di Mani Pulite, con il quale una Parte del Vecchio si è sbarazzata dell’Altra Parte del Vecchio, quest’ultima con le mani i pasta negli affari né più né meno della prima, ma con il merito di aver tenuto la rotta di un Italia sgangherata finché si vuole, ma democratica e occidentale. Ma con Mani Pulite la sinistra postcomunista ha reciso anche il ramo del socialismo italiano, l’unico sul quale avrebbe potuto trovare appigli e appoggi per una sua rifondazione non comunista. La damnatio memoriae del socialismo italiano impedisce alla sinistra l’approdo naturale alla socialdemocrazia. Essa vuole rivendicare, con questa rimozione della sua storia e nonostante tutte le evidenze contrarie, una linea di continuità nella rappresentanza del partito della ragione, della legalità e della democrazia. Questo spiega anche la fuga in avanti necessaria ma antistorica del Partito Democratico e le assurde poesie celebrative liberiste dei Giavazzi & C. E così non soltanto una truppa assai consistente del mondo comunista si è rifiutata di impegnarsi in queste acrobazie intellettuali, rimanendo tale e quale al tempo del sogno sovietico, ma coloro che hanno passato il Rubicone, in realtà, senza alcuna vera evoluzione, si sono limitati a rinunciare al marxismo, per tornare indietro all’originario giacobinismo, l’ideologia del partito del partito preso, del partito della mafia dei buoni e degli onesti, del partito razzista della società civile, non a caso evocata appena ieri dal moderno Veltroni quale presenza qualificante nelle liste che appoggiano la sua candidatura alla leadership del Partito Democratico. Ora il Partito di Repubblica, il Partito che tenta, nonostante tutto, di tener insieme il Vecchio Comunista e il Vecchio Giacobino alias Democratico, si è accorta che il suo vecchio alleato del 1992, il Vecchio della Casta Economica, insieme al quale forma la Nomenklatura Italiana, sta tentando di farle quello scherzo che insieme fecero al Vecchio Democristiano: cavalcare la stanchezza e l’insofferenza degli italiani per costruirsi una nuova verginità e procacciarsi una nuova, statica e reazionaria rendita di posizione, tenendo nel contempo al suo posto la gente nova cui dà voce la Casa delle Libertà.

L’antipolitica degli orfani della politica ovvero il Partito di Grillo

Il background psicologico, chiamiamolo così, che sostiene la piattaforma programmatica antipolitica del novello Savonarola del panorama politico italiano, non è che la brutale semplificazione delle altre due antipolitiche già descritte. Il problema sta tutto in una classe politica o in un avversario politico moralmente e intellettualmente indegni. Per cui la soluzione si trova, indipendentemente da ogni questione di rappresentatività democratica, e a parole ben s’intende, nella qualità di questo personale politico: il Governo dei Migliori, secondo gli Ottimati del Partito del Corriere della Sera; il certificato di appartenenza alla Sinistra per il Partito Giacobino di Repubblica; il certificato di Grillo per il Partito Supergiacobino della Palingenesi Vaffanculista. Tempo fa scrissi:

Ma mentre meritoriamente Berlusconi, politico stilisticamente improbabile ma l’unico vero, in quanto dotato di visione strategica e coraggio, buttando il cuore oltre l’ostacolo della “political correctness” costruiva il polmone di destra della politica italiana e procedeva alla “costituzionalizzazione” (per usare il termine di Angelo Panebianco) della destra leghista e missina, la sinistra, rimosso ogni sforzo di autocritica e quindi di sviluppo culturale, usciva da Mani Pulite ibernata, nell’ebbrezza comoda di un’autoproclamata purezza morale e democratica. Ragion per cui oggi ci troviamo con un blocco veteromarxista che non ha paragoni in nessun altro paese europeo. E in assenza di un onesto polmone socialdemocratico che medi, filtri ed elabori le diverse pulsioni che agitano la sinistra in una piattaforma programmatica realistica, in modo da permettere la respirazione a un corpo politico vivo, l’altra sinistra, quella sedicente moderna, caduti con i fanatismi anche illusioni e idealità, si è buttata, con stile comunista beninteso, al controllo di sempre più grandi fette dell’economia, omologandosi un passo alla volta all’altro stile, quello dei capitalisti con la mentalità da latifondisti, imperante nei piani alti della Confindustria targata Fiat. Divise tra loro dalla terra di nessuno dove riposa l’ingombrante cadavere del “cinghialone socialista”, le due forme attuali della sinistra italiana da sole sono condannate a morire rinsecchite.

Per il momento non muoiono, ma cominciano a lasciare dei buchi. La nomenklatura non può alimentare all’infinito le proprie clientele e mettere così a tacere i mal di pancia ideologici. Gli esclusi dalla nomenklatura, gli orfani dell’ideologia e la folla di coloro che a sinistra non hanno nulla da perdere, costituiscono il grosso dei supporters di Grillo. Il grosso, ho detto, perché infatti essa raccoglie, anche se in misura nettamente minoritaria, altri orfani, per loro scelta, della politica: i gruppuscoli dell’estrema destra. Non solo il sostegno – interessato – manifestato da uomini di dubbio profilo ideologico ma sicuramente uomini d’ordine e sostenitori del più ferreo giustizialismo come Travaglio e Di Pietro, ma anche quella degli idealisti in fondo necrofili, cioè nichilisti, del Movimento Zero di Massimo Fini, è un fatto che non può essere sottovalutato.

Conclusioni

Questa sinistra, della quale, come forza conservativa, anche il partito montezemoliano è un alleato, non è riformabile. Essa deve crollare, com’è avvenuto in tutto l’Occidente, prima di rinascere. La piazza pulita che deve essere fatta non è quella dei politici, ma quella degli equivoci e degli inganni. Molti dei reduci del socialismo reale, richiesti su quale fosse la cosa più insopportabile e caratteristica di quei regimi, rispondono: la menzogna. Che si respirava come l’aria e giorno dopo giorno diventava una perversa seconda natura. Noi in Italia respiriamo ancora una forma non così pervasiva ma tuttavia reale di questa menzogna. In Italia il Muro di Berlino dovrà cadere realmente. Solo così si potrà svelenire e normalizzare la situazione politica italiana. Chi presta orecchio alle sirene temporeggiatrici delle riforme elettorali e alle iniziative miracolistiche liberali bipartisan non fa altro che procrastinare l’esito inevitabile di una commedia che dura dalla  fine della seconda guerra mondiale.

Links: Ismael

E il socialismo è di destra?

Certo, si può uscire dall’Italia, si può uscire dall’Europa, varcare i confini del globo terraqueo, e infine uscire dal mondo materiale, e allora sì, già tra il terzo e il quarto cielo, quando la musica delle sfere celesti si sposa con la luce azzurrina, nel puro mondo della Teoria dove tutto si concilia, anche la Sinistra può essere liberista. Ma con questi artifizi retorici da dopolavoro ferroviario non credo che si possa gabbare all’infinito il buon senso dell’uomo in carne ed ossa. Non di più di quanto si potrebbe farlo accingendosi a buttar giù, senza molta fatica, anzi con un bel po’ di copia-incolla dal pamphlet del duo Giavazzi-Alesina, un libretto dal titolo birbantello: “Il socialismo è di destra”.

Certo, destra e sinistra sono nomi, convenzioni; come conservatorismo e progressismo. Definizioni che vanno prese con le pinze. E usate in modo intelligente, con un tacito accordo, per la comodità di tutti. Tuttavia noi viviamo nella storia. Perciò sinistra e destra non possono essere buttati e giocati nel tavolo della polemica culturale e politica come se fossero materiali inerti dal taglio geometrico che nella loro forma più sublime s’incastrano uno nell’altro, annullandosi a vicenda. Questo lavarsi le mani, questo uscire dalla storia, è già invece una scelta politica, clamorosamente contraddittoria, ma nei fatti funzionale alla parte politica – non prendiamoci in giro, suvvia – di gran lunga più statalista.

E’ sintomatico piuttosto che la liquidazione del common sense (che ai liberali qualcosa dovrebbe pur importare) riguardo ai significati di destra e sinistra accomuni, nella realtà materiale del nostro paese, nella realtà concreta di questi giorni, sia il qualunquismo confindustriale montezemoliano sia quello dei vaffanculisti.
Che ci dicono oggi gli agit-prop del Corriere della Sera?
Che destra e sinistra non significano più nulla.
Che ci dice oggi il nuovo Conducator dalle ossessioni anali? Qualcosa di solo leggermente diverso:
Che destra, centro e sinistra non significano più nulla.
Che vanno dicendo i neomoralisti della casta di Via Solferino?
Che il parlamento è un ricettacolo di parassiti.
Che va dicendo in piazza il Savonarola rosso non a caso applaudito dall’uomo d’ordine Di Pietro?
Che il parlamento è un ricettacolo di parassiti.
Che ci dice oggi il giovane-vecchio di belle speranze Casini, portavoce nominalmente destrorso del partito montezemoliano?
Che ci vuole un Governo di Salute Pubblica: un’elegante soluzione autoritaria.
Che cosa sogna in fondo il giacobino-fascista vaffanculista?
Un bel Comitato di Salute Pubblica: una sbracata soluzione autoritaria.

Ho scritto una volta che le colpe del Corsera, e del suo direttore Mieli, dal 1992 in poi, nel degrado della vita politica italiana sono enormi: lo ribadisco. L’antipolitica salottiera, sussiegosa e danarosa degli happy few ha alimentata quella della piazza. La sinistra, stoltamente, ha creduto di salvare capra e cavoli cavalcandola senza fare i conti con la propria storia. Adesso, nel 2007, si ritrova in casa ancora qualche epigono del terrorismo e nelle orecchie l’urlo belluino dei veri fascisti della piazza vaffanculista. Questa sinistra, che non riesce nemmeno a essere socialdemocratica (magari lo fosse! L’Italia – io parlo della penisola che s’addentra nel Mediterraneo, a scanso d’equivoci – avrebbe fatto un grande passo in avanti) dovrebbe mutarsi, con un colpo di bacchetta magica, in una sinistra liberale, che dico?, liberista! Vedo, oggi, nella pagine del Corriere qualcuno evocare perfino in Veltroni il possibile Sarkozy (lo Zar di Francia) italiano. Veltroni, il compagno di notti bianche (detto senza insinuazioni) del sindaco di Parigi Delanöe?
Ma dai, cari amici, liberisti per un giorno poco ruspanti, diciamo che siamo andati al bar, abbiamo alzato un po’ il gomito, e ci siamo divertiti a sparare cazzate in santa pace.

Update: se c’è una cosa che detesto sono proprio questi giochetti di parole, questi paralogismi su destra e sinistra, con i quali si può dimostrare tutto e il contrario di tutto. E quando vanno in onda strombazzati sulle nostre piazze mediatiche significa che sotto sotto c’è qualche imbroglio. L’ho detto, sono nomi, convenzioni il cui uso ha una sua ragione: la comodità dialettica. S’intende, la dialettica di tutti i giorni. Non quella delle profonde speculazioni filosofiche e gli approfondimenti storici. In quest’ultimo caso è assai più fruttuoso e sensato contrapporre socialismo e liberalismo. E allora sì, nel primo fenomeno rientrano esperienze storiche come il fascismo e il nazismo. Ma allora potremmo agevolmente anche noi giocare con le parole e chiederci: ma Mussolini, ex massimalista di sinistra, era di sinistra o di destra? E Adolfino Hitler, fondatore del PARTITO NAZIONALE SOCIALISTA DEI LAVORATORI TEDESCHI, ché questo significa partito nazista anche se, significativamente, molti ancora non lo sanno, era di destra o piuttosto di sinistra? Queste vane discussioni su destra e sinistra, che non possono portare a nulla, perché il problema, semplicemente, non esiste, sono fatte apposta per creare un clima di confusione. Il titolo del libro di coloro che gridano nel deserto, non vestiti di stracci, ma con l’appoggio dei potentati economici e mediatici italiani altro non è che una miserrima trappola retorica per il popolo evidentemente considerato babbeo.
La vera questione, e l’onesta domanda, cari Giavazzi e Alesina, non è se il liberismo sia di sinistra, ma:

La sinistra italiana del 2007, questa sinistra fatta di uomini in carne ed ossa, di politici, di militanti, di elettori può essere liberista?

E può esserlo più degli uomini in carne ed ossa, i politici, i militanti e gli elettori che compongono la destra italiana del 2007?

E può, in Italia, nel 2007, dopo Cristo,  intraprendere una qualsiasi parvenza di politiche liberiste un governo, una maggioranza di governo che non abbia al suo centro un partito che si chiama Forza Italia? La qual cosa invece è  la Conventio ad excludendum del progetto montezemoliano?

La domanda sono elementari. Le risposte pure. Io parlo dell’Italia. I-T-A-L-I-A: non so voi.

E poi, scusate, non avete un po’ di considerazione di voi stessi? Non avete paura che da qui a qualche anno sarete ricordati, non per i vostri contributi accademici e scientifici, ma per aver partecipato a questa farsa?
Pensateci.

Quanto a Grillo, vabbè, non sarà il duce. Facciamo l’Eremita Pietro?

Nota di Maedhros: [….] non basta fare proposte liberiste in economia per essere dei liberali. I tre ambiti sacrali (vita, libertà e proprietà) sono indissolubilmente legati, non sono concepibili separatamente (altra cosa che Mingardi sembra non capire). Puoi liberalizzare tutto quello che vuoi in campo economico, ma se non rispetti l’intangibilità del miracolo che sta alla base della nostra esistenza, se non ti arresti attònito ed ossequioso di fronte ad esso a partire dai primi istanti, quella sarà solo farina del diavolo, un mero giocattolo dal buon funzionamento che l’apprendista stregone elargirà graziosamente a soggetti che rimarranno dei sottoposti, materiale per il costruttivista.

Link: Leggete questa analisi del “Giavazzismo” by Ismael, il superstite della baleniera Pequod, ex pallido scudiere del grande ramponiere Queequeg, il superbo selvaggio sgusciato fuori dall’uovo nel cuore del continente nero…. Insomma, leggetevi Moby Dick, altro che “Il liberismo è di sinistra”… P.S. L’analisi di Ismael è molto sottile, e va al di là del problema dell’insostenibilità della posizione politica di Giavazzi; è una vera e propria messa in discussione dello stesso pensiero liberale di Giavazzi.

Democrazia e libertà

L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. Quindi maneggiata ad arte tutta questa impalcatura giuridica con le sue capillari diramazioni diventa un formidabile mezzo di controllo collettivo. E’ per questo che Tocqueville diceva che in tempi di democrazia, cioè di uguaglianza delle condizioni, il dispotismo poteva raggiungere la sua perfezione. In tempi di aristocrazia questo non poteva succedere, però è ovvio che agli ultimi gradini della scala sociale, nei buchi neri dove lo stato non arrivava e che per altri magari significavano una grande libertà, l’individuo poteva essere oggetto di arbitri inimmaginabili. Laddove il regime aristocratico si è via via naturalmente stemperato fino a sciogliersi in una democrazia (come in Gran Bretagna, dove non a caso esiste ancora la monarchia) questo non ha portato a restrizioni nella libertà individuale, pur in una dinamica di continuo sviluppo della fibrosi statale, mentre nei paesi del continente è altrettanto chiaro che i rivoluzionari democratici nella uguaglianza delle condizioni vedevano soprattutto il mezzo formidabile per ridurre ad una schiavitù uniforme gli individui, ridurre cioè un popolo ad una massa.

Anche se lo sviluppo delle libertà individuali durante i molti secoli che hanno portato alla democrazia moderna obbedisce ad un senso di giustizia di stampo morale, Tocqueville su questo punto, dimostrando una superiore chiarezza non ancora sorpassata, ha sempre tenuto a scindere il fenomeno democratico da ogni moralismo. La democrazia moderna dovette attendere prima di trionfare un’enormità di progressi materiali necessari alla sua logistica complessa di comunicazioni materiali ed immateriali. Il fatto che la nobiltà ad un certo punto potesse essere acquistata e il concomitante e progressivo venir meno dei privilegi di nascita; il gioco dell’appoggio politico del popolo cercato di volta in volta dal re contro l’aristocrazia, o da questa contro il re, che consentì alla classi subalterne un primo, sia pur indiretto, protagonismo politico; la lenta compenetrazione fra le classi dovuta all’attività economica; tutto ciò comportò che un poco alla volta la libera attività economica del singolo si specchiasse nel libero esercizio dei diritti politici: libertà economica e libertà politica camminavano di pari passo. Nel Regno Unito, essendo stato un processo relativamente naturale, nonostante l’esperienza Cromwelliana,  e non traumatico, non vi fu nemmeno bisogno della consacrazione repubblicana e costituzionale. Questa venne alla luce oltre oceano con l’indipendenza delle colonie americane, dove il patriottismo costituzionale funse quasi da surrogato della sacralità regale.

Ma nel resto del mondo si era ben lungi da questo ideale parallelismo economico-politico e il suo strascico più largamente culturale. Le istituzioni democratiche si impiantarono in un tessuto economico-sociale che democratico, ovvero libero, non era. Si scoprì che uguaglianza non significava sempre libertà. Si scoprì che anche in tempi di uguaglianza poteva esistere il dispotismo. E che in tempi di democrazia la forma del dispotismo moderno si chiama socialismo, in tutte le sue varie declinazioni, che nascondono tutte però il germe della pianificazione economica. Dal socialismo internazionalista chiamato comunismo, al socialismo nazionale, al socialismo sedicente antisocialista dello stato corporativo fascista, l’espropriazione delle risorse dalle mani degli individui della società libera nella presunzione di sapere a livello centrale la loro ottimale allocazione al fine di raggiungere obbiettivi pure essi astrattamente concepiti, è sempre stato l’esito inevitabile della pianificazione economica. Ma non esiste al mondo un gruppo di supertecnici salvatori della patria, ai quali invariabilmente il socialismo finisce per affidarsi, che possa sostituirsi al riferimento di un mercato vero col suo sistema di prezzi.

Quindi un sistema democratico, che garantisca la libertà individuale, non può tenersi in piedi laddove manchino i presupposti culturali.  Per non cadere nel socialismo vero e proprio, allora quasi tutti i nuovi stati democratici, quasi come una medicina omeopatica, pur di preservare alcune libertà politiche essenziali, si rifugiano nello statalismo, caratteristico sintomo di insicurezza e di inesperienza. Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli. Perfino Hayek, contraddicendo l’opera di tutta una vita, non resistette alla tentazione di risolvere il problema della preservazione delle libertà fondamentali, cedendo al mito costruttivistico di una costituzione modello.

Nell’attuale situazione politica italiana, coloro i quali ancora non arrivano a capire come mai il gotha del nostro mondo finanziario-industriale, e la sua claque mediatica, non riescano a tagliare di netto con l’attuale governo e nonostante tutto si accomodino a partecipare ai riti umilianti della concertazione (vedi l’orripilante controriforma sul welfare di questi giorni) dovrebbero riflettere sulla natura del progetto politico che Montezemolo & Soci propongono: quel loro ormai annoso insistere sulla mancanza di una Classe Dirigente, che è un mito per gonzi, e che in una società libera non dovrebbe esistere, è solo un escamotage lessicale che nasconde la volontà di una pianificazione economica debole pro domo sua, gestita da un oligarchia finanziario-industriale padrona di allocare a proprio piacimento risorse che dovrebbero competere invece all’iniziativa individuale. L’ho chiamato una volta capitalismo feudale, ma è solo un’altra forma di socialismo, da affiancare a quello del PD e a quello veterocomunista: le tre persone della trinità unionista del Partito della Sfiducia, destinate a cadere assieme.

Le confessioni di Calearo

Mentre Montezemolo, after a week or two in the wilderness vainly practising lion-heartedness, is already taking the not so long way home, praising the mellifluos nonentity Veltroni just as he used to give credit to the mumbling nonentity Prodi; quando ormai il disegno del partito del Corriere della Sera e di Montezemolo sta per fallire, e non c’è più tempo per vorticosi e interminabili giri di parole; è ora la disperazione di Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, presidente contestatissimo dell’Associazione degli Industriali di Vicenza, e importante vassallo nel sistema feudale della Confindustria nouvelle vague di Re Montezemolo, a mettere nero su bianco quello che per mesi la schiena non diritta, la parola non schietta, e la provincialissima furbizia di questi campioni della modernità hanno impedito loro di dire. Se l’avessero detto subito, mi sarei risparmiato mesi di traduzioni dal Corrierone. Riporto per intero l’intervista concessa a Paolo Possamai, e pubblicata oggi 28 giugno 2007 nella Tribuna di Treviso. Le evindeziazioni in grassetto sono mie.

VICENZA. Nel giorno dell’assemblea vicentina, Calearo spiega senso e obiettivi del suo incontro con Enrico Letta. Il presidente vicentino ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio alla fine della scorsa settimana a Verona. “Letta è un amico e una persona che stimo – dice Calearo – e voleva spiegarmi come il governo punta al recupero del Nord, e voleva ascoltare come il Nord sente il governo”.

Cosa è emerso dal confronto tra voi?

“Innanzitutto, lo stesso Letta mi pare ammetta che il governo è in grave difficoltà. Lui stesso dubita molto possa durare a lungo. Il malessere del Nord è palpabile. Gli studi di settore e in generale le politiche fiscali attuate da Visco generano una sorta di Stato di polizia, un’atmosfera di paura e di sfiducia generalizzata verso Roma. il distacco tra Roma e Nord è palese, non ci sentiamo affatto rappresentati da questo governo. I migliori dei nostri parlamentari, come Paolo Giaretta, non sono ascoltati. Esponenti capaci e stimabili di questo governo, come Bersani e Letta, non sono posti nella condizione di realizzare pur ottimi progetti di liberalizzazioni e sviluppo per l’economia”.

Ma il governo non ha fatto nulla di buono? Non ha nemmeno tentato di sistemare i conti pubblici?

Il riassetto della finanza pubblica è avvenuto. Il merito va riconosciuto. Ma non sanno spiegare le poche cose buone che hanno saputo fare. E comunque il governo paga pure la distanza siderale che esiste tra la gente e la CASTA. Se giro per le aziende o in aeroporto, al ristorante o tra gli amici, NON SI FA CHE PARLARE del libro di Stella. Mette a nudo un livello scandaloso di privilegio, una dimensione di spreco che fa a pugni con la vita agra e piena di sacrifici cui la gente è costretta.  Pure in questo senso appare urgente una seria riforma della politica. Badate che la vittoria di Tosi a sindaco di Verona, come quella di altri candidati leghisti, individua un bisogno di politica semplice e di buona amministrazione. La gente sente vicino Tosi, distante Prodi.

A questo punto quale evoluzione si augura?

“Il cuore di tutto è la modifica della legge elettorale. Sono convinto che non andremo a elezioni anticipate, anche perché ci sono troppi parlamentari new entry che aspettano la pensione. Penso che andremo ad un governo tecnico, a una formula istituzionale. In questo sfacelo, VINCEREBBE DI SICURO BERLUSCONI, ma non credo che sarebbe una situazione ottimale. Il paese ha bisogno di cambiare leadership, a destra come a sinistra. Siamo bloccati da una dozzina d’anni nell’antagonismo tra Prodi e Berlusconi, occorre voltare pagina. Ma soprattutto occorre rifare la legge elettorale, per consentire ai cittadini di scegliere davvero i propri rappresentanti in Parlamento. Altrimenti sarà sempre il segretario di partito o il potentato di turno a decidere di mettere in lista la moglie o l’amante, e noi ce la dovremo sorbire”.

Di cos’altro dovrebbe occuparsi il governo tecnico?

“Partiamo intanto dicendo che questo governo è morto, non vedo come possa recuperare la fiducia del Nord: non riesce a fare scelte forti sul futuro, avendo una visione strabica generata da una sinistra di stampo cubano e una sinistra laburista senza attributi. Da questo commistione mistico-catto-comunista emerge sempre un compromesso al ribasso. Detto questo, e messo in archivio Prodi, occorre un governo che governi, che faccia la legge elettorale, che investa sul futuro del paese in termini di infrastrutture e riduzione del debito, che punti davvero al federalismo fiscale”.

E quale arco temporale di azione dovrebbe avere questo governo futuro?

“Il traguardo dovrebbe consistere nel 2009. Potremmo andare a votare in un turno unico per le politiche e le europee. In questo periodo dovremmo cercare di perseguire il più difficile degli obiettivi: ricreare una classe dirigente degna di questo nome, degna degli ideali di cui furono portatori Dc e Pci, capace di fare sognare ancora il paese e di fargli correre davvero una sfida su scala europea. In questo senso mi pare necessario superare il dualismo Prodi-Berlusconi, che sono limiti oggettivi al cambiamento. Perché Sarkozy in Francia o la Merkel in Germania possono affermare la loro leadership e i loro programmi di rinnovamento, e in Italia questo processo non può avvenire? Non è un’utopia”.

Che giudizio dà al riguardo della candidatura di Veltroni alla guida del nascente Partito Democratico?

“Dovrei dire che non mi riguarda, non essendo iscritto a quel partito, e a nessun altro. Ma in generale, in termini di metodo, la designazione non mi piace perché proviene dall’alto. Non giudico la persona, osservo che viene interpretata come una sorta di salvatore. Sicuramente la persona è capace e esperta, magari non è l’unica scelta per chi sta a sinistra”

La sconfitta del Corriere

 Appena sette mesi fa, era il primo post del mio blog, scrivevo questo:

[…] Montezemolo ha scaricato apertamente Berlusconi, parlando di “occasione perduta” e ha dato pubblicamente e spudoratamente atto di forte impegno riformista (sic) al presente governo. Chi, nel centrodestra, pensi di avere una visione strategica della lotta politica è bene che una volta per tutte perimetri per bene il campo nemico: perché qui non ci troviamo di fronte solo al problema di una fazione massimalista di sinistra, di per se stessa micidiale zavorra per qualsiasi ipotetico riformismo, ma ad un processo di sedimentazione trentennale che ha depositato in quel fondale chiamato Unione le polveri reazionarie di tutte le oligarchie economiche, politiche, sindacali e culturali italiane; processo che è ormai giunto a maturazione, simile ad un’inerte stratificazione geologica. Aspettarsi un segno di vitalità da tale composto è un’illusione.

Quello che oggi è in crisi è questo coacervo. Non tutta la politica, come alcuni componenti di questo coacervo cercano ora furbescamente di contrabbandare. Nel momento del crollo dell’Italia dell’Est si cerca di creare la massima confusione.  La Grandissima Stampa, la Grandissima Confindustria, le Grandissimissime Banche, avevano appoggiato la campagna elettorale di Prodi. Erano sicure, o costrette a essere sicure,  che l’anomalia Berlusconi sarebbe stata polverizzata cosicché anche la farfugliante nullità Don Abbondio Prodi, con una maggioranza così schiacciante da parcheggiare in parlamento la sinistra pura e dura, sarebbe riuscita a  contemperare i loro conservativi interessi con il riaggiustamento economico-finanziario del paese. Una mezza modernizzazione, giusta quel tanto per non toccare chi non doveva toccare. Le cose andarono in maniera diversa. Hanno pazientato per un po’, facendo finta di niente, non vedendo e scrivendo assolutamente nulla del malessere del volgo. Poi hanno detto basta. Bisognava fare un casino mondiale, in cui nessuno capiva più nulla. Intanto beccatevi ’sta Casta, politici! Politica anno zero. O 1992. E poi, via al bombardamento a tappeto: malessere? Macché malessere, rivolta sociale! Però Berlusca con la sua truppa di schifosi padroncini padani e cafoni siculi non pensi di approfittare della situazione, chiedendo, come un malfattore, anzi, un golpista, le elezioni. Ma chi crede di essere? E allora giù a scrivere che il Cavaliere per paura cavalca il malcontento, mentre la verità è che sono loro che se la stanno facendo sotto e hanno paura di esserne travolti assieme al governo Prodi. Montezemolo, lo stesso che definiva “pericoloso, questo federalismo”, e che durante la campagna per il referendum costituzionale remò contro sostenendo la sostanziale inutilità della riforma berlusconiana, oggi parla di improcrastinabili riforme costituzionali; lo stesso che invitava un ritorno alla concertazione, al momento del suo insediamento, oggi parla del sindacato dei fannulloni.

Ma il lancio, se confermato, di Veltroni a guida del PD e futuro candidato Premier è una sconfitta del Partito del Corriere della Sera e di Montezemolo, e una vittoria di quello di Repubblica. Vittoria logica, perché fondata su presupposti più solidi. La sinistra aziendalista prima corteggiata e poi maltrattata dal quotidiano di Mieli ha preferito tornare, spaventata e indispettita, a casa.  La politica ha risposto all’offensiva della Casta, che doveva dividere la destra e la sinistra,  e mettere insieme gran parte della sinistra con una piccola parte della destra,  non dividendosi, né a destra né a sinistra. All’ecumenismo mancino e paesano di Prodi succederà l’ecumenismo mancino e dorato dell’incantatore Veltroni, ma la filosofia rimarrà la stessa. La decadenza ha bisogno, per sopravvivere, del fasto: quale miglior cerimoniere allora dell’imperatore romano, come ostinatamente continuava a chiamare se stesso il basileus bizantino di Costantinopoli fino alla caduta della città sul Bosforo nel 1453?

Tanta è la confusione che perfino Vittorio Feltri arriva all’ingenuità davvero rimarchevole di parlare di ostracismo del centrodestra nei confronti di Montezemolo: ma, caro Feltri, sarà lo stesso reggitore di Confindustria a respingere qualsiasi cooptazione. Ora, vista la mala parata, tornerà a cuccia, scommettiamo? E al momento di scegliere da che parte stare, politicamente, la pax montezemoliana all’interno del mondo delle imprese salterà come un tappo. Non mancano poi coloro, tra i reduci pannelliani dell’avventura Unionista, che nell’universale scomunica montezemoliana della politica vedono una scappatoia dai propri errori troppo seducente  per resistervi. E non manca poi chi, con quindici anni di ritardo, scopre la verità, e non la dice nemmeno tutta.
Per costoro, oggi, ci sarebbe solo Canossa.