Ezio Mauro, reazionario inconsapevole

Una decina di giorni fa Ezio Mauro scriveva su Repubblica questa sciocchezza ridondante: «Scopriamo quel che dovevamo sapere, e cioè che l’anima imperiale e imperialista della Russia è eterna e insopprimibile, dunque non è una creatura ideologica del sovietismo ma lo precede, lo accompagna e gli sopravvive.» Ora, quest’idea che ogni nazione abbia un suo incancellabile carattere che non solo ne colora la condotta, ma che ne domina pure la volontà, è un concetto tipicamente conservatore-reazionario. Se il progressismo giacobino adora talmente la civilizzazione da annichilire tranquillamente popoli e tradizioni, il conservatorismo reazionario fa il contrario: adora talmente i popoli e le tradizioni da non ammettere affatto il fattore cosmopolita ed universalista della civilizzazione. Sono due forme di negazione della storia. Quello del conservatore-reazionario è un errore profondo che nega alla radice l’umana fratellanza, ma che raramente assume i caratteri dell’ideologia e dell’odio propri, ad esempio, di quel nazifascismo che uscì dai lombi generosi del socialismo ottocentesco. Questo perché il conservatore-reazionario, nel negare la storia, rispetta troppo la realtà di questo mondo per cadere in tale genere di arbitri. Mentre il giacobino-progressista, nel negare la storia, accetta alcuni brandelli di realtà ma solo per interpretarli alla luce del suo spirito messianico: le idee fisse del conservatore-reazionario in lui diventano “totalitarie”. Quando vuole il giacobino sa essere un reazionario non temperato, anzi, solo così può esserlo. E infatti furono gli illuministi a porre le basi del razzismo “scientifico”, nonostante il loro cosmico umanitarismo. Perciò il fatto che questo bel pensiero reazionario sia uscito dalla penna del direttore della più influente e diffusa gazzetta giacobino-progressista che l’Italia abbia mai conosciuto non deve stupire affatto. E che la sua sia, in fondo, tutta superstizione, lo dimostra un fatto inoppugnabile: le Pussy Riot, nel corso di una lezione tenuta all’Università di Harvard (stanno facendo un tour negli Stati Uniti), hanno rivelato che anche quando stavano in carcere in Russia non avevano affatto perso il loro status di star, tanto che i secondini chiedevano loro l’autografo. Ecco la dimostrazione che anche nella Russia di Putin si fa ormai comodamente – sì, comodamente – carriera attraverso il più spudorato e stucchevole esibizionismo. Ma va benissimo: ho sempre pensato che un tasso eccezionale di pubblica volgarità fosse sintomatico della presenza di una sana, vibrante e consapevole democrazia.

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E adesso la sinistra si prende pure l’Occidente

Abbiamo un nuovo grande difensore dell’Occidente: il pugnace Ezio Mauro, direttore de La Repubblica. Siccome la strenua presa di posizione deve aver sbalordito più di qualcuno, vi spiego io la vera ragione del misfatto. Che è questa: il comunismo, il grande nemico dell’Occidente è crollato; il radicalismo islamico ormai lo conosciamo: può terrorizzare, può spargere sangue, ma non può vincere; ergo: fino a quando una grande potenza emergente o un’alleanza di potenze emergenti non si contrapporrà all’Occidente (cosa che finora l’ancor debole e fragile Russia di Putin, media potenza economica e demografica, non ha fatto: è per questo che tutti ne parlano male), l’Occidente, malgrado tutti i suoi guai, avrà poco da temere; ergo: impadronirsi dell’idea dell’Occidente, allo scopo d’impadronirsi dell’Occidente stesso, e di plasmarlo a propria immagine e somiglianza, è diventato un affare molto appetibile per tutti quegli opportunisti che per mezzo secolo hanno disertato la battaglia contro il vero Impero del Male.

Questo opportunismo in Italia ha interpreti di classe assolutamente eccezionale fin da quando, settant’anni fa, nel giro di qualche settimana, la pancia fascista dell’Italia si convertì all’antifascismo. Per poi cominciare ad arraffare ciò che, a forza di sconfitte, non riusciva a liquidare. Lo scrissi, profetico, qualche giorno fa: «La sinistra ha sempre vituperato ciò di cui successivamente si è impadronita. E’ successo con la figura di Aldo Moro, col tricolore, col Festival di Sanremo, con l’Ubalda tutta nuda e tutta calda. E’ successo, in definitiva, con l’Italia repubblicana, il paese di merda per eccellenza, il paese mai “compiutamente” democratico, così intimamente clerico-fascista, così repellente, così corrotto, così volgare, che è davvero difficile capire perché l’insaziabile società civile progressista non ne voglia lasciare neanche un pezzettino ai bifolchi.» Ecco, adesso è la volta dell’idea dell’Occidente, su cui per tanto tempo l’Italia Migliore ha sputato, su di essa e sui suoi impresentabili sostenitori. Ed è solo l’inizio, naturalmente, perché fra non molto comincerà ad accusare di anti-occidentalismo proprio chi ha sempre difeso l’Occidente: è una razza di voltagabbana che non si smentisce mai.

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I voltagabbana neo-occidentalisti

Lo so: è antipatico dire «l’avevo detto». Ma mi preme far luce su un importante rivolgimento culturale che sta completamente sfuggendo all’occhio del nostro mondo conservatore-liberale e che è il vero motivo per cui da qualche tempo ci stiamo dividendo in quella materia della politica estera che tradizionalmente ci ha invece sempre visti uniti: i progressisti si stanno impadronendo dell’idea dell’Occidente. Per quale motivo? Perché l’Occidente in realtà sta vincendo. E questo durerà fino a quando una qualche Cina o India si ergerà minacciosa contro di esso: allora gli opportunisti torneranno pacifisti.

Ne scrissi per esempio qualche giorno fa: «… con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del “patriottismo costituzionale”?»

Ma di questo fenomeno scorsi i primi sintomi già nel 2011: «Ai tempi della guerra fredda, quando, col mondo diviso in blocchi, ogni conflitto locale aveva valenza strategica, i progressisti – senza neanche parlare dei rossi di qua della cortina di ferro – erano fautori di una politica di delicatissima circospezione nei confronti dell’orbe comunista. Caduto il muro, sono divenuti in tempo relativamente breve i più pedanti censori delle insufficienze delle nuove democrazie dell’ex blocco sovietico. Abbastanza concilianti e comprensivi ai tempi del Moloch comunista, non riescono a perdonare ai nuovi arrivati neanche il minimo difettuccio. Il punto comune fra i due contraddittori atteggiamenti è questo: il rischio è nullo, e vi s’intravede la possibilità di guadagno. (…) Analogamente, al tempo degli interventi in Iraq e Afghanistan, i quali, al netto degli orpelli retorici tirati fuori per giustificare la scelta di dirigere l’azione militare proprio contro questi due paesi, preservavano tuttavia il significato “morale” di un’accettazione globale, e quindi strategica, della sfida con l’estremismo islamico da parte del mondo libero, i progressisti si distinsero soprattutto per i distinguo, nel migliore dei casi, giacché in tutti gli altri casi andarono ad ingrossare le fiumane dei pacifisti. Ora che il braccio di ferro con l’Occidente sta producendo vaste crepe all’interno del mondo islamico, perché il tempo lavora contro le sue strutture sociali, così come lavorava contro quelle del mondo comunista, e la minaccia sembra svaporare, i progressisti sono stati i primi ad abbracciare acriticamente i protagonisti delle insorgenze “democratiche” nel mondo arabo, e ad incitare al tirannicidio.»

Il voltagabbanismo nel nostro paese ha una tradizione gloriosa: per cui non sorprende che il manifesto dei neo-occidentalisti italiani appaia ora sulle pagine de La Repubblica, per la firma del direttore Ezio Mauro. Dobbiamo stare attenti. Dobbiamo fermare questo imbroglio. Ricordiamoci, per esempio, che nella nostra bella Italia, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale su nessun manuale di storia si può leggere che le roccaforti del fascismo si trasformarono nel giro di qualche mese nelle roccaforti del comunismo; che il cuore del consenso fascista divenne poi quello del consenso antifascista. Il radicalismo islamico è un falò che può bruciacchiare il mondo, non farlo suo. E’ un mondo che muore. Quando ciò apparirà chiaro i laico-progressisti non avranno più remore. Saranno loro che si dimostreranno i più sprezzanti verso gli islamici. E subito dopo cominceranno a scomunicare e ad accusarci di essere – noi – anti-occidentali.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (156)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EZIO MAURO 09/12/2013 Spiego ai gonzi la genesi del fenomeno editoriale “La casta”, che è questa: 1) Alle elezioni politiche del 2006 Berlusconi doveva essere maciullato dall’armata prodiana, apertamente sostenuta da quegli sfatti poteri forti che già avevano provveduto alla normalizzazione di Confindustria con la nomina di Montezemolo dopo il periodo di rottura di D’Amato, e che in Berlusconi avevano sempre visto un outsider. 2) Prodi uscì invece dalla contesa con Berlusconi sì vittorioso, ma per puro miracolo, barcollante come un pugile suonato, e il suo governo si rivelò fragile fin dall’inizio. 3) Fu proprio durante quel governo Prodi, della cui agenda la casta economica degli sfatti poteri forti aveva sperato di fare da supervisore, che il vento dell’antipolitica cominciò a soffiare forte, e si ebbe l’esplosione del vaffanculismo grillino. 4) La casta economica, vistasi troppo compromessa nel suo sostegno a Prodi, pensò allora di schivare il vento dell’antipolitica assecondandolo, allontanandolo da sé e deviandolo tutto contro la classe politica. 5) Fece le cose alla grandissima, proprio senza vergogna, per cui il libro “La casta” divenne un caso mediatico ancor prima di essere pubblicato: in breve, il libro meglio raccomandato del dopoguerra. 6) Fu così che l’antipolitica del partito del Corriere della Sera andò a sommarsi all’antipolitica del partito della palingenesi vaffanculista, figlia becera, oltranzista e ribelle, a sua volta, dell’antipolitica del partito di Repubblica, organo della “questione morale”. Eppure oggi, nonostante tutto, Ezio Mauro, dopo la “schedatura” grillina di Maria Novella Oppo e di Francesco Merlo, ritiene che il capo del M5S così facendo confermi «che la sua concezione della libertà di stampa è quella tipica della casta». Invece è quella di chi ha imparato alla perfezione sulle pagine di Repubblica e dei suoi cloni a sentirsi moralmente superiore e a dare compulsivamente dei pennivendoli, dei servi e dei lacchè non solo agli scribacchini berlusconiani come il sottoscritto ma anche ai compagni di strada non sufficientemente puri. Quella della “casta”, al confronto, è roba commovente, democristiana, da mammolette.

DON LUIGI CIOTTI 10/12/2013 L’ostinazione, la coerenza, e il bolso militantismo di quest’uomo hanno dell’incredibile. Anche nel giorno dell’Immacolata Concezione il sacerdote che combatte tutte le mafie d’Italia – mafie rigorosamente al plurale e nel senso più largo del termine, quindi mettetevi una mano sulla coscienza e non chiamatevi fuori con frettolosa autoindulgenza – ha voluto recitare la sua parte come da copione. L’apostolo della Costituzione e della Resistenza era a Genova dove ha celebrato la Messa nel ricordo dello scomparso don Andrea Gallo. Durante il rito, obbedendo all’ingiunzione di uno straordinariamente prevedibile e politicamente impegnato Spirito Santo, si è messo a cantare Bella Ciao, dal gregge accompagnato. Uno strazio. Una crocifissione. Un calvario. Un’abominazione. Una desolazione. Un’abominazione della desolazione. Nessuno in chiesa ha riso. Cosa in effetti piuttosto sconveniente. Di solito. In questo caso però, vista la corale buffonata andata in scena, sarebbe stata proprio una cosa come Dio comanda. Una liberazione.

CAROLINA MARCIALIS 11/12/2013 Son brutti tempi, lo sappiamo, ma proprio per questo è bello cogliere fra le erbacce della disastrata quotidianità il fiore raro e prezioso di una notizia non solo divertente ma anche capace di allargare il più intristito dei cuori. Dobbiamo questa perla al carattere verace della signora Cassano, la quale ha chiuso una gagliardissima tirata contro la ex gieffina Guendalina Tavassi, colpevole di una battuta un po’ troppo da malafemmena sul suo Fantantonio, con queste parole: «E poi per mio marito ti leccheresti le dita… Di donne facili come te ne ha già avute 700!! Fatti una vita… Fallita!!» Che la signora Cassano creda davvero alle sparate del signor Cassano direi che è commovente. Ma che se ne mostri in qualche modo perfino orgogliosa è qualcosa di assolutamente esaltante: è una conferma ruspantissima dell’eroismo dell’amore. Anche di quello coniugale. Alla faccia dei tempi e dell’anemica cultura di genere. Fantacarolina.

LA CORPORAZIONE DEI PIAZZAIOLI 12/12/2013 Straordinario il moralismo da quattro soldi che si è abbattuto sulla jacquerie dei Forconi. In effetti non solo si è vista sfilare tanta gente in buona fede, allergica di solito agli schiamazzi di piazza, ma abbiamo anche assistito a brutture come il blocco delle strade; la sguaiataggine, la grossolanità sbrigativa e insieme contraddittoria delle opinioni; l’istinto del branco pronto a trovare il traditore nell’inedita figura del pizzicagnolo crumiro; l’ipocrisia di vocianti consorterie che si lamentano con lo stato solo perché ne reclamano, pure loro, la “protezione”; il vittimismo da finti morti di fame; il furore cieco di chi non sa nemmeno lui cosa vuole, tranne fare piazza pulita; gli insulti rivolti indistintamente a politici, sindacati, banche; i vandalismi; le strumentalizzazioni politiche. Privo della solita etichetta progressista il tanfo della piazza questa volta è arrivato intatto in tutta la sua fetida genuinità anche alla narici di chi ne reclama il monopolio: il bel mondo democratico, che è quasi svenuto, non prima di aver lanciato l’allarme antifascista.

STEFANO FOLLI 13/12/2013 In principio c’era il populismo berlingueriano della “questione morale”, la politica ridotta al principio della lotta dei buoni contro i cattivi: barbaro principio, ma osannato a sinistra e temuto altrove. Questo populismo all’ingrosso partorì il vezzeggiatissimo populismo dei “girotondini”, figli del fior fiore della società civile. Poi venne alla luce il populismo sanculotto dei “vaffanculisti”, di cui mezza sinistra si innamorò. Poi spuntò, per viltà, il populismo degli “anticasta”, sponsorizzato dalla casta economica. Poi si fece sentire il populismo oltranzista degli “antagonisti”, combriccola manesca ma non priva di protezioni e simpatie. Poi fu la volta del populismo salottiero di chi denunciava i guasti del plebiscitarismo democratico ed invocava il commissariamento della democrazia, nel nome, s’intende, del controllo della legalità democratica, salvo poi accusare di cesarismo antidemocratico gli invocati commissari. Poi, felpato, istituzionale, cominciò a pontificare il paludato populismo dei sostenitori del governo tecnico. Infine arrivò il populismo dei “forconi”, poveri fessi senza lo straccio di una raccomandazione: perciò sono stati massacrati. “Sanfedisti”, li ha chiamati Stefano Folli: plebaglia controrivoluzionaria, insomma, l’unica plebe che non ha mai una giustificazione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (144)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANÇOIS HOLLANDE 16/09/2013 Per due anni la Francia è stato il paese più duro col regime di Assad, la cui dipartita veniva considerata la condizione preliminare e necessaria di qualsiasi processo di pacificazione in Siria. Ma il potente protettore del regime siriano, la Russia, non ha mollato di un centimetro, neanche quando l’attacco militare americano sembrava imminente. E così agli Stati Uniti non è restato che accettare un compromesso concepito a Mosca da Putin e Lavrov, in forza del quale Assad acconsente di sottoporre le proprie armi chimiche al controllo internazionale. Il segretario di stato americano Kerry, con notevole faccia tosta, pur con la premessa che «se l’accordo sulla Siria fallisce, l’uso della forza potrebbe essere necessario», ha voluto «ringraziare il governo russo» e ha detto di essere «orgoglioso che il presidente Obama abbia deciso di percorrere questa strada». Ma il presidente francese, con una faccia tosta inarrivabile, ha parlato di «una tappa importante, non di un punto d’arrivo», cui si è arrivati grazie alla «pressione esercitata da Francia e Usa che è stata abbastanza forte da convincere Vladimir Putin a prendere l’iniziativa». Noi italiani non saremmo mai capaci di tale pacifica improntitudine. Infatti non è solo colpa di Hollande. Un millennio di storia nazionale ha fatto dei francesi il popolo più permaloso del mondo occidentale. Il suo amor proprio è ridicolo, ma è anche assai temibile, e all’occorrenza sa rifornirlo di energie impensabili. Quindi è meglio che Assad se ne stia in guardia.

VICTORIA SILVSTEDT 17/09/2013 Anche se può sembrare strano Victoria ha una vita professionale molto intensa. La sventolona vichinga è una modella, una soubrette televisiva, ogni tanto recita in qualche film non troppo pretenzioso e ha fatto anche la cantante. Io credo che sia un peccato. Io credo che Victoria, se davvero tiene alla fama imperitura, dovrebbe mollare tutte queste mezze professioni e dedicarsi interamente al suo singolare stile di vita, che già adesso è la vera ragione della sua crescente notorietà tra il grande pubblico. Victoria infatti passa la maggior parte del suo tempo in bikini, dividendosi tra una spiaggia dorata e il ponte di uno yacht. Nella bella stagione la troviamo di solito in Costa Azzurra, da dove si muove solo per puntatine in Sardegna e Corsica, oppure a Londra, Parigi e New York. Quando comincia a far freddino si sposta a Miami, al sole perennemente caldo della Florida. Questo l’ho capito dopo qualche anno di assidua frequentazione delle home page dei quotidiani italiani, che all’esaltazione delle forme prorompenti della biondona svedese non rinuncerebbero mai. Oramai non sapremmo neanche più immaginare Victoria vestita. Non ci deluda: segua la sua vera vocazione ed entrerà nella leggenda.

CARLO DE BENEDETTI 18/09/2013 Quando nel 1991 la guerra per il controllo della Mondadori si risolse con l’accordo di spartizione col Berlusca mediato dal mitico Ciarra – sanguigno figlio del popolo e della Lupa, amico del Divo Giulio ma anche amico del grande amico di De Benedetti, il principe Carlo Caracciolo, papà di Espresso e Repubblica – l’ingegnere si mostrò soddisfattissimo nella soddisfazione generale. Che l’avesse preso in quel posto non poteva assolutamente immaginarlo. E con lui non lo immaginò nessuno. Ma poi venne il 1992 e il ciclone di Mani Pulite e la Gioiosa Macchina da Guerra pronta a camminare sulle macerie della prima repubblica e prontamente sbaragliata dal Berlusca. Cominciò allora la caccia all’uomo, anzi, al più grande bandito dell’Italia repubblicana, e l’ingegnere sentì in cuor suo che anche lui, tessera numero uno della società civile, da quell’uomo nefando non poteva non aver subito dei torti. E il misfatto infatti fu scoperto. Risarcito con 500 milioni di euro, l’ingegnere può ora esprimere, ancora una volta, tutta la sua contentezza: «Prendo atto con soddisfazione che dopo più di vent’anni viene definitivamente acclarata la gravità dello scippo che la Cir subì. (…) La spartizione del Gruppo Mondadori-Espresso avvenne a condizioni per me molto sfavorevoli per un grave motivo che all’epoca nessuno conosceva.» Eppure allora nonostante la mazzata non sentì neanche un dolorino. Come oggi. Che l’abbiano fregato ancora?

EZIO MAURO 19/09/2013 E’ andato tutto come previsto. Silvio non è il Caimano e soprattutto è troppo furbo per fare il Caimano. Non ha rovesciato il tavolo, non ha mandato a gambe all’aria il governo, e ha annunciato che sarà protagonista della politica anche standosene comodo nel salotto di casa sua, insieme a due fidi e amorevoli consiglieri come Francesca e Dudù. D’altronde, non è forse vero che i boss mafiosi riescono a governare la loro teppaglia anche dal carcere? Lo dico perché fra non molto lo scriveranno le teste quadre di Repubblica o del Fatto Quotidiano, quando si accorgeranno della pirrica vittoria dei facinorosi pasdaran della legalità. E tanto più, quindi, si stringerà l’assedio attorno al resistente di Arcore, partigiano di quella libertà cui ha inneggiato chiudendo il videomessaggio. Sì, perché una volta espletati i doveri della correttezza istituzionale, si è sentito libero di cannoneggiare l’inestirpabile, torvo giustizialismo della sinistra e di chiamare a raccolta gli italoforzuti del partito dell’amore. I più delusi sono invece quelli del partito di Repubblica e dei fogliacci giacobini: speravano che il Berlusca furioso volesse morire insieme a tutti i Filistei. E già qualcuno comincia a dar segni di nervosismo. Come il direttore di Repubblica che ha parlato di «propaganda elettorale» e di «rottura inevitabile», dove «inevitabile» sta naturalmente per «molto problematica», nonostante una voglia folle e inconfessabile.

STEFANO FOLLI 20/09/2013 In una maniera o nell’altra anche per il centrismo benpensante e pantofolaio la colpa è sempre del Berlusca. Uno dei pezzi forti usati contro il povero Silvio dai melliflui e riguardosi illusionisti del giornalismo moderato comme-il-faut è questo: ti lamenti dei magistrati e non hai mai fatto la riforma della giustizia. Così anche ieri Stefano Folli, dopo aver dato ragione a chi parla di “disco rotto” a riguardo delle cannonate berlusconiane contro i magistrati, e naturalmente muto come un pesce sull’eventuale “persecuzione”, ha scritto: «Per anni e anni, avendo dalla sua la forza parlamentare, il leader del centrodestra non ha voluto o saputo promuovere la riforma della macchina giudiziaria.» Be’, mettiamo il caso che ci avesse provato veramente, il Berlusca, anche con una riformicchia del piffero: cosa sarebbe successo? 1) gli amici della Costituzione sarebbero scesi in piazza dalla Carnia ai Monti Peloritani; 2) l’appello di Saviano avrebbe raccolto un milione di firme su Repubblica; 3) quello di Zagrebelski mezzo milione sul Fatto Quotidiano; 4) il Csm e l’Anm avrebbero parlato di volontà eversive; 5) gli intellettuali avrebbero chiesto all’Europa e all’Onu di monitorare l’ormai conclamata autocrazia berlusconiana; 6) la Cgil avrebbe proclamato uno sciopero generale; 7) il Partito Democratico avrebbe accusato Berlusconi di voler piegare le istituzioni del paese ai suoi interessi personali; 8) e Stefano Folli, invece di urlare “Vai Berlusca!”, avrebbe scritto: «ma una riforma della giustizia, proprio perché così necessaria e sentita, non la si può fare spaccando il paese, non riuscendo a trovare e forse neanche cercando il consenso delle istituzioni, degli ordini, delle forze politiche più responsabili del paese: in questo si vedono, ancora una volta, tutti i limiti di governo di un populismo che sa solo vincere le elezioni».

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (43)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FILIPPO ROSSI 10/10/2011 Il direttore de “il futurista” ha invitato tutti gli amici della rivista on line ad un evento, un happening, un’autoconvocazione dal basso dal titolo “Oltre l’antiberlusconismo. Il racconto di una destra repubblicana”. Per ripartire dai contenuti: “laicità, patriottismo, modernità, diritti civili, libertà, Italia, cultura, integrazione, legalità, persona, giustizia giusta, ambiente: queste le parole dalle quali abbiamo voluto (ri)cominciare.” A me sembra la solita sbobba democratica, pari pari, ora che a sinistra si sono (ri)presi pure il patriottismo. I futuristi della “destra repubblicana”, ossia della destra per bene, non sono altro che i figli spirituali dei vecchi arnesi della “sinistra DC”, ossia della DC per bene: cambia solo la targhetta.

EZIO MAURO 11/10/2011 E’ con l’usuale, tranquilla serietà dei bari di professione che il direttore di Repubblica ci racconta della fine della Lega come soggetto autonomo e di Bossi ridottosi a fare il portaborracce del Cavaliere. Identica a quella con la quale lui, e tutti gli altri posati tartufi delle gazzette dei miei stivali, fino a poco tempo addietro deploravano il fatto che il Senatur e la Lega fossero i soggetti che da dietro le quinte tenevano in pugno i destini del centrodestra e della patria. Mio Dio, in che mani eravamo! E in che mani siamo adesso! Io deploro piuttosto il fatto che oggi la quintessenza dell’essere di sinistra sia il contegno. O meglio, un contegno: una contegnosa bronzea faccia.

GIOVANNI BAZOLI 12/10/2011 Umile tra gli umili, per il suo ultimo sofferto film Ermanno Olmi si è avvalso della collaborazione del pluridecorato scrittore Claudio Magris e del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Il più grande istituto bancario italiano, Intesa Sanpaolo, ha finanziato la produzione dell’opera sugli ultimi del nostro tempo. Per chiudere il cerchio di questa vicenda di poveri diavoli, il presidente dell’istituto, Giovanni Bazoli, ha scritto una sofferta recensione sul giornale di casa, il Corriere della Sera. Sofferta nel senso che da tutto l’articolo del cattolico piacione trasuda quella tristezza giansenista che mi ha sempre fatto scoppiare dal ridere, Pascal compreso. Non voglio mica dire che la mancanza di senso dell’umorismo sia un peccato mortale per un cristiano. Qualche sant’uomo serioso ci sarà pur stato. Forse. Ma un paradiso popolato da spaventapasseri mi sembra più diabolico delle bisbocce di Arcore.

JIGME KHESAR NAMGYEL WANGCHUCKE’ 13/10/2011 Be’, è il re del Bhutan: un nome così può anche permetterselo. Il trentunenne “principe azzurro dell’Himalaya” si sposa oggi – incrociamo le dita, non vorremmo avere sulla coscienza qualche disgrazia – con la dolce, bella, tenera, sensibile e intelligente Jetsun Pema, studentessa di dieci anni più giovane di lui, che non vanta neanche un sessantaquattresimo di nobiltà. Per i giornali è “una favola moderna”: il monarca sarebbe stato infatti folgorato dalla nobiltà dei tratti e dell’animo di questa figlia del popolo. Non dubito. Però il volpone ha preparato scrupolosamente per anni questa folgorazione. Fin da adolescente ha vissuto con un cruccio terribile: com’era possibile che lui, futuro re del magico Bhutan, un paese più vicino al cielo e agli dei anche del Liechtenstein, dovesse per forza impalmare una delle racchie dell’esigua nobiltà bhutanese? La provvidenza, che presidia anche l’orbe non cristiano, gli venne in aiuto. I suoi infatti mandarono il ragazzetto a studiare negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. E lì, il non volgare adoratore del bel sesso fu folgorato da un’altra cosa: la democrazia, la soluzione di tutti i suoi problemi! E così da qualche anno il Bhutan è una monarchia costituzionale, e vi si tengono elezioni democratiche. E, guarda un po’, proprio in questo torno di tempo il re ha pescato l’anima gemella! Eh eh… io penso che bisognerebbe studiare di più l’importanza del fattore femmina sugli sviluppi “democratici” nelle società antiche e moderne. La donna è capace di rompere con molta naturalezza ogni barriera tribale o etnica nel cervellino angusto di ogni ominide di genere maschile. Pensiamo a Roma, la prima grande città del mondo antico che dovette la sua crescita al superamento del pregiudizio etnico sin da quando era un avamposto al confine della potenza etrusca. In un certo senso, il Ratto delle Sabine fu una seconda fondazione di Roma, e, possiamo ben dirlo, quella decisiva: da allora i Romani furono tutti bastardi. E lo sono ancora, lo sono ancora!

FRANCESCO CARUSO 14/10/2011 Il pezzo grosso dei No-Global non sta più nella pelle, come sempre gli succede quando fiuta, estatico, aria di tafferugli. Anche questa volta la rivoluzione, con la sua geometrica potenza, è alle porte: “La manifestazione di sabato a Roma prefigura una deflagrazione sociale e si configura come un momento di esplosione della rabbia ingovernabile che, in Italia, non trova canali di espressione in nessuna forma organizzata…” e si trasfigura in una conflagrazione finale e catartica dei disvalori economicistici che hanno devastato le strutture solidaristiche intergenerazionali che reggono da sempre i territori della democrazia e della libertà, distorcendo infine anche le forme basilari che caratterizzano la rappresentanza politica, nonché le reti di comunicazione, attraverso linee parallele di sistemi corruttivi e mafiosi, ponendo in essere quindi un passo necessario al fine di poter mettere in campo un percorso permanente di giustizia sociale lungo tutte le coordinate di una società irrimediabilmente disarticolata dalle strategie destabilizzatrici del neoliberismo finanziario. Penso.

E già, la dignità!

E’ tutto divertente. Molto divertente. Ci sono quelli che tifano per; quelli che tifano contro; quelli che come Ezio Mauro, flemmatico chief executive officer dei pirati della corazzata Repubblica, emettono concisi, freddi, e allarmati bollettini di guerra sullo stato dei dossieraggi e killeraggi contro l’alta carica istituzionale oggi occupata da Fini; ci son quelli, più ridicoli, che come i Battista e i Romano, ufficiali di lungo corso della corazzata Corriere, fanno boccuccia e osservano sgomenti ed allibiti insieme con l’opinione pubblica l’irresistibile pochade che va in scena attorno all’appartamento monegasco ora da tutti rinnegato, neanche fosse proprio quella disponibilissima e popolarissima bella di giorno che perfino tu e Lapo ed io…

Io non ci ho capito niente, perché non me ne sono minimamente interessato, alla trama voglio dire: dopo decenni e decenni e decenni di dossieraggi e killeraggi da parte dei soliti noti che oggi tremano compunti per le sorti della democrazia, le paginate dedicate agli affaires politico-giudiziari mi fanno lo stesso effetto dei volantini pubblicitari nella cassetta della posta. Mi restano in testa con contorni onirici solo le figure dei protagonisti che via via entrano in una rappresentazione in cui la forma e il contorno avvincono e spiegano più del contenuto: l’alto presidente della Camera, rigido come un baccalà, l’eloquio secco che non ammette repliche, uguale a se stesso, immaginiamo, dalla camera dei deputati alla sala da pranzo, dalla sala da pranzo alla camera da letto; la gattina flessuosa e sottile dai boccoli biondi e dalla grande bocca che gli sta – magnificamente, dobbiamo dire – al fianco, il cui sovrabbondante sex appeal rimedia quasi ai guasti della di lui freddezza; il di lei fratello belloccio e viveur, gaglioffo non sappiamo; un bestione ruspante come Gaucci, uscito vittorioso dalle battaglie con tutti i cinghiali dell’Appennino, colpito e affondato come da copione nell’ebbrezza della gloria dalla volpina femminilità di una zazzera bionda, che ora furioso come l’accecato Polifemo scaglia anatemi da qualche suo maniero campagnolo o caraibico; e la testa dell’avvocatino che spunta timida da dietro le quinte con un “posso?” affettato e gravido di promesse poteva mancare? Certo che no: Renato di nome, Ellero di cognome. Ellero quello lì? Ellero quello lì. Ah, ma non malignate troppo sul suo ziz-zagante percorso politico di ex senatore leghista, ex berlusconiano, ora fan di Grillo e sostenitore dei comitati “No Dal Molin”: un avvocato, le cause, non le sposa mica. (E’ una battuta, avvocato, una battuta!)

Non sono riuscito a sciropparmi il video del discorso di Fini. Non ho fatto nemmeno lo sforzo: tanto ci sono anime eroiche, ancor giovani ed ignare, che sacrificano un po’ degli anni migliori della loro vita per farne il riassunto nel web. Avrà volato alto, senza dubbio, anche perché sennò sarebbe apparsa troppo come una difesa, e su quel piano giustamente non doveva scendere. Quando si è attaccati da destra ci si sente meno soli, in Italia, nonostante il regime, e quindi si ragiona di più. Ma tutto ciò è tedioso, ripetitivo. Io cerco l’intrattenimento vero. E’ più dilettevole ed istruttivo registrare da lontano lo scandalo dei grandi professionisti dello sputtanamento democratico e consapevole, gente che in trenta e passa anni ha azzoppato un sacco di pesci piccoli e grossi, perfino istituzionali, perfino innocenti; e la vasta platea dei loro lettori, adusa a sparare sulla Croce Rossa, che a comando scatta indignata contro i pallidi imitatori dei loro predicatori, i Feltri e i Belpietro, fior di gentiluomini al confronto di quelli, e per questo conseguentemente chiamati sgherri.

Ma i più divertenti di tutti sono quelli che oggi si preoccupano della “spirale di imbarbarimento della vita politica”, di una “soglia della decenza” che è stata superata, firme di un quotidiano che dei duri e puri della pratica quotidiana del dossieraggio è andato per viltà e per calcolo a rimorchio, tanto che da tempo si è assicurate le prestazioni di una specialista del grossolano genere gossip + servizi deviati, che oggi va per la maggiore tra i sinistrati della penisola, come la mitica e seriosissima Sarzanini. (Contenta lei. Io non so veramente che ambizione sia. Ma non ha visto a quali abissi di cupezza si è ridotto il D’Avanzo dopo una vita in trincea a difesa della democrazia?)

Oggi costoro arricciano un nasino sorprendentemente delicato, il cui olfatto si è fatto improvvisamente finissimo, dopo aver fatto cilecca anche quando le bombette puzzolenti partivano dalle stanze dei loro colleghi di via Solferino, solo perché la geografia dell’ennesimo bordello politico-giudiziario è un affare tutto interno alla destra. Ecco allora che questi essere di solito miti e pacati, insomma queste pappamolle di tutti i giorni, ritrovano il coraggio per vivere un giorno da leoni e chiedono a tutti, con animo vibrante, di “riacquistare un profilo di dignità”. Orpo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Il richiamo della foresta

L’Internazionale degli Squadristi Democratici nel suo eterno peregrinare turistico per il vasto mondo ha fatto tappa stavolta a Londra, in occasione del G20, col solito corollario di scontri, feriti e assalti alle banche. In un modo o nell’altro c’è scappato pure il morto. I metodi della polizia sono sotto il fuoco della critica, di certa critica. Anche il Guardian s’interroga in questo senso. Stranamente, perché, viste le puntate precedenti,  la coerenza intellettuale dell’integerrimo democratico dovrebbe racchiudere in un solo quesito le due possibili spiegazioni del fattaccio: è Berlusconi che porta sfiga o il fascismo sta facendo capolino pure oltre Manica?

Quindi l’Orda Distruttiva dei Costruttori di Pace si è trasferita a Strasburgo dov’era in programma il vertice della Nato, un’occasione succulentissima per menare le mani e per acquistare l’alone imperituro del martirio al modico prezzo di un cazzotto sul naso, che ha sempre la provvidenziale tendenza a sanguinare con facilità. I vandali si sono dati bel tempo per un giorno, fino a che i celerini di Sarkozy hanno deciso che il tempo dei giochi e dei balocchi era finito: ne hanno schiaffati in guardina in numero di trecento, come gli eroi delle Termopili. Malauguratamente, invece di esser passati per le armi – come sarebbe stato sacrosanto, à la guerre comme à la guerre, per Dio! – duecento mocciosi sono già stati rimessi in libertà, mentre il resto dei giovanotti è in stato di fermo, in trepidante attesa di essere restituito integro a papà, a mammà, e soprattutto alla morosa.

Ma che succede intanto a Milano, mentre i figli della sinistra muovono all’assalto delle banche e dei poteri forti? L’Internazionale della Destra Pura & Dura si raduna ad un convegno organizzato da Forza Nuova, dal titolo “La nostra Europa: popoli e tradizione contro – udite, udite, – banche e poteri forti”. Non riesco a capire come mai quei vecchi marmittoni dell’A.N.P.I., invece di cogliere l’occasione per celebrare questa corresponsione d’amorosi sensi con una riedizione antimondialista del patto Molotov-Ribbentrop, dimentichi del virile realismo della gloriosa schiatta leninista d’un tempo, si siano subito adeguati alla moscia retorica delle mezze calzette della società civile cianciando di offesa alla città di Milano, pure quella – chi l’avrebbe mai detto? – medaglia d’oro della Resistenza. Ad ogni modo se le autorità non se la faranno sotto e non cancelleranno la manifestazione, son già pronti gli Arditi Democratici, le truppe scelte dei centri sociali, a mandare a picco con geometrica potenza l’obbrobrio nazifascista.

Fatto sta che se ai neri non viene neppure concessa una sbornia in compagnia alla salute malferma della cricca plutocapitalista, i primi peccatucci di violenza dei rossi contro la piovra incominciano già a trovare qualche “comprensione” nella stampa che conta, quella col culto della legalità a giorni alterni; vedi l’incipit nebuloso, da cattivo maestrino in erba, di quest’editoriale del direttore di Repubblica, Ezio Mauro:

Come una legge meccanica, prima o poi la crisi economica che stiamo vivendo doveva produrre effetti culturali, politici e sociali: ci siamo. I nodi che vengono al pettine, l’altro ieri a Londra per strada, con la morte di un uomo, l’altro giorno in Francia, domani in Italia o dovunque nelle capitali del Primo Mondo – tutte uguali e indifferenti come paesaggio della crisi – sono l’inizio del secondo atto di questa rivoluzione in corso nella vita dell’uomo occidentale. Proviamo a misurarne cause, ragioni ed effetti liberandoci subito dal ricatto che ogni volta pesa sulla discussione pubblica, dicendo per oggi e per domani che gli atti violenti sono sempre inaccettabili, da qualunque motivazione siano sorretti. Ma subito dopo domandiamoci: quanta violenza c’è in questa crisi che brucia lavoro, valore, progetti di vita incompiuti, destini? La politica, la cultura, qualcuno di noi si è preoccupato di misurarla, di darle un peso e quindi un nome e un significato di cui tenere conto?

Mauro è stato abbastanza sveglio da non usare l’espressione “violenza oggettiva”, al contrario di quanto fece qualche tempo fa nonno Eugenio. Ma attenzione, questo linguaggio non è che la replica edulcorata della tiritera legalista e tartufesca del PCI degli anni ’70, quando “la sinistra gettò la vita di molti giovani sul tavolo della lotta politica, in un doppio gioco cinico che consisteva nel fomentare con tutta la violenza possibile della sua macchina propagandistica, quella propria del partito, quella della redazioni dei giornali e quella degli intellettuali, utili idioti e non, la criminalizzazione dell’allora classe politica, con la retorica del golpe e quella, oggi come allora, veteroresistenziale; e di ergersi poi cinicamente nel momento supremo, con il paese allo stremo, a garante della legalità.” Il trucco sta nel dire, apertamente o untuosamente fra le righe: e sì, ragazzi, avete ragione, sono fascisti, sono golpisti, sono antidemocratici, sono mafiosi, sono affamatori dell’umanità; ma… ma vanno combattuti con metodi democratici. E perché poi con metodi democratici, verrebbe da dire? Con quelli si combattono gli incapaci, o i faccendieri della politica, non i tiranni. Se la realtà è quella che dite, perché non dovremmo metterci il fucile in spalla?

Il resto dell’articolo è un impasto maleodorante e contraddittorio di costituzionalismo universale, suggestioni marxiste, socialismo ottocentesco, e di affinità elettive – tradotte in sinistrese – con alcuni temi cruciali del pensiero del gran reazionario Carl Schmitt: la sovranità nello “stato d’eccezione”, l’onnipotenza di un commercio distruttore del diritto internazionale e dell’ordine mondiale. Roba che neanche Tremonti in his wildest dreams…

Il capitale senza il lavoro è così diventato uno dei motori di questa crisi, perché ha ridotto la complessità della globalizzazione ad una sola dimensione, quella economica, ha sostituito l’autonomia della finanza all’autonomia della politica, resa marginale o servente fino a consumare il nesso che nelle democrazie ha sempre legato i ricchi e i poveri. Col risultato di far saltare il tavolo della responsabilità democratica che in Occidente teneva insieme i vincenti e i perdenti della globalizzazione e che nello Stato-nazione era anche il tavolo di compensazione dei conflitti, il nucleo stesso del progetto occidentale di modernità, con l’incontro regolato e consapevole tra il capitalismo, il lavoro, lo stato sociale e la democrazia.

E’ quell’alleanza che oggi è andata in crisi, con devastazioni prima culturali e politiche, poi per forza di cose sociali. Qui è cresciuta la nuovissima separatezza delle élite, che le rinchiude in una legittima aristocrazia dei talenti, incapace però di riconoscere obblighi generali, doveri pubblici, di produrre un dibattito che parli all’insieme del paese e distribuisca valori collettivi.

Attraverso questo meccanismo l’élite si trasforma in classe separata invece di diventare establishment, cioè gruppo dirigente testimone di regole che valgono per tutti e dunque parlano a tutti, esercitando pubblicamente il privilegio di avere responsabilità. Da qui nasce la frattura sociale che abbiamo davanti e che la crisi porta per strada. Senza questa alleanza occidentale tra capitale e lavoro, tra responsabilità e democrazia può succedere che l’orgia speculativa non solo distorca il mercato finanziario, ma acquisti come già prima del disastro del ’29 – lo notava Galbraith – una stupefacente centralità culturale nel nostro tempo, dunque una legittimazione collettiva. Col risultato denunciato da Michael Walzer quando “il denaro oltrepassa i confini” e senza più alcuna barriera culturale prova ad acquisire beni sociali come fossero merce, privilegi, favori, esenzioni, ruoli, incarichi, corrompendo.

Ecco perché la crisi economica rischia di diventare crisi di legittimità, deficit di uguaglianza, problema di democrazia. Mai il sentimento di esclusione degli sconfitti è stato così forte. Mai l’impotenza della governance mondiale è stata così evidente, aggravata dalla crescita dei bisogni reali, che con i ritmi della disoccupazione sta diventando emergenza. Va in crisi il principio stesso di cittadinanza, il rapporto con lo Stato, la relazione tra libertà e potere, mentre i nuovi perdenti della globalizzazione non hanno più nemmeno un sovrano certo e un territorio definito per muovere la loro protesta.

Com’è lontano il giorno in cui la sinistra compiaciuta poteva assistere all’omaggio reso dai tre Re Magi delle grandi banche della penisola all’Unto Prodi in occasione delle primarie uliviste; com’è lontano il tempo in cui si portava un rispetto religioso per gli oracoli delle grandi banche d’affari; com’è lontano il tempo in cui la fascinazione per l’eleganza salottiera del gran mondo della finanza e dell’industria andava di pari passo col disprezzo per la volgarità dei bottegai, degli artigiani, degli operai divenuti “padroncini”, del mondo piccolo delle casse rurali.

Contrordine! Compagni.

Update: Si è svolto senza incidenti il convegno organizzato da Forza Nuova, grazie anche alle forze dell’ordine che hanno blindato l’area intorno all’Hotel dei Cavalieri di Piazza Missori. Gli organizzatori parlano della bellezza di 700 – diconsi settecento – partecipanti; secondo la questura erano 300 – diconsi trecento – i partecipanti. I numeri vanno a tutto onore dei nazifascisti: erano anni che non si imbrogliava con tanta onestà. In contemporanea, in Piazza della Scala migliaia, sembra, di persone hanno partecipato alla contromanifestazione organizzata dai partiti di sinistra e dai centri sociali. Sul Teatro alla Scala campeggiava un grande striscione nero con scritta rossa: RESISTENZA. Un temporale improvviso ha costretto la tribù antifascista a rifugiarsi sotto la  galleria Vittorio Emanuele; passata la tempesta, come la gallina di leopardiana memoria, è tornata in su la via, a ripetere il suo verso.