Le quattro moschettiere

Jules Massenet è uno dei miei idoli artistici. Avendo la sua musica il potere di deliziare la sensibilità di chi ha orecchio per quest’arte, egli è inviso a molti tristi grammatici del pentagramma. E continua a subire l’ostracismo di molti critici con la puzza sotto il naso, i quali, avendo molta dottrina ma scarsa sensibilità musicale, si rifugiano nell’ortodossia tedesca, che abbonda di provvidenziali stampelle filosofiche. Sono convintissimo che nei prossimi decenni anche per lui le barriere crolleranno, com’è già successo quasi completamente per il nostro Giacomo Puccini. Ma non sono qui per parlare di musica, bensì ancora una volta del fattore F come femme, cioè di donne. Il grande compositore Claude Debussy, uomo di squisita sensibilità e direi quasi di squisita sensualità, ma con un fondo di misoginia nel cuore, così descrisse la musica di Massenet, nel suo ameno libretto Il signor Croche antidilettante:

E’ noto, d’altra parte, come questa musica sia scossa da fremiti, da slanci, da abbracci che vorrebbero essere eterni. Le armonie son come braccia, le melodie come nuche [è vero: per questo l’amo, NdZ]; ci si china sulla fronte delle donne per sapere ad ogni costo che cosa accada all’interno… I filosofi e la gente in buona salute affermano che non vi accade nulla, ma questo non basta a distruggere in modo assoluto l’opinione contraria, e l’esempio di Massenet ne è una prova (almeno in senso melodico); questa preoccupazione, inoltre, gli varrà nell’arte contemporanea un posto che già suscita verso di lui una sorda invidia, il che dimostra che non si tratta di un posto disprezzabile.
La fortuna, che è donna, non poteva negare i suoi favori a Massenet, sia pure riservandosi il diritto di essergli qualche volta infedele; e non mancò di farlo.

E’ imperdonabile questa leggerezza, che tuttavia colpisce spesso l’uomo colto più ancora dell’uomo della strada, che del fattore F ha, nel peggiore dei casi, una bestiale consapevolezza. Se infatti tutta la creazione primordiale o primaria origina da Dio, tutta la creazione derivata, ossia quella umana, e quella artistica in particolare, origina dalla donna. L’amor che move il sole e l’altre stelle, scrisse Dante alla fine del Paradiso riferendosi a Dio, ma avrebbe mai scritto questo verso senza la sua Beatrice? E che sarebbe stato dell’arte di Petrarca senza la sua Laura? E di quella di Boccaccio senza le sue graziosissime donne? Fu l’amor d’Angelica a minare l’equilibrio strategico fra le potenze del mondo ariostesco dell’Orlando Furioso, e senza Dulcinea del Toboso mai si sarebbe incamminato verso la gloria e l’immortalità El ingenioso hidalgo Don Qujote de la Mancha. Il romanzo moderno manco sarebbe nato. E sarebbe mai nata la grande letteratura russa senza la Tatjana di Puškin? E non è forse vero che tutta la letteratura tedesca sbocciò nello stesso istante in cui Goethe andò a sbattere contro gli occhi di Lotte a Wetzlar? E’ vero, è Dio l’amor che move il sole e l’altre stelle, ma gli uomini spesso dimenticano ch’è la donna a far girare la terra.

Nonostante tutta la verbosa aria fritta sul progresso e sulla civiltà, ne abbiamo avuta una clamorosa conferma in questi giorni. Sembrava proprio una delle tante, inimitabili gaffe del nostro condottiero brianzolo, il lussuoso parco femmine del nuovo governo. Invece ha avuto ancora ragione lui. Chi s’attendeva accigliate reprimende sulle pagine dei sempre autorevoli giornali stranieri, è rimasto spiazzato: anch’essi hanno dovuto piegarsi all’ondata di entusiasmo popolare sollevata dalle quattro moschettiere di Re Silvio. A riprova che il caldo e conciliante Cattolicesimo delle Madonne e delle Marie Maddalene sta trionfando, i popoli delle civili latitudini settentrionali d’oltralpe come un sol uomo hanno alzato il loro grido di rivolta contro la tristezza disumana del Protestantesimo: anche per Crucchi e Britons è tempo finalmente di avere le loro belle pollastrelle al governo.

Ma ecco qui, uno dopo l’altra, in ordine rigorosamente alfabetico, le nostre quattro fuoriserie:

1. Nominare Ministro delle Pari Opportunità un privilegiatissimo fiore della Natura come Mara Carfagna, è una di quelle alzate d’ingegno per cui la patria di Leonardo Da Vinci va giustamente famosa pel mondo. Ma nel tumulto generale neppure l’autorevolissima Bild, la gazzetta più letta di tutta la Germania e forse del pianeta, se n’è accorta; e anzi ha già sistemato sulla capigliatura corvina di Mara Karfagna la corona di più bella ministra del globo. Io credo che la sapienza sempre discreta di Dio l’abbia promossa a simbolo del riscatto partenopeo dalla piaga biblica della munnezza; e credo anche che l’Onnipotente, che tutto vede, abbia avuto compassione dei salernitani e li abbia voluti compensare per tutti i disgraziati, tipo Pecoraro Scanio, ai quali la città tirrenica ha dato i natali coi suoi leggendari e generosi lombi. Ma il suo esordio non è stato felice, anche a causa dei maramaldi della blogosfera come il sottoscritto, che temo l’abbiano terrorizzata. Oltremodo preoccupata dell’effetto poco istituzionale della sua prorompente, naturale e non volgare carnalità, Mara si è presentata scioccamente al giuramento col grembiulino del primo giorno di scuola, un completino grigio, giacca e pantaloni, da direttrice del personale con problemi di frigidità, e un caschetto di capelli neri da collegio militare in testa. Voglio tuttavia credere che la lava vulcanica che scorre nelle vene di una figlia del Vesuvio erutti in superficie rivestendola dello splendore di fuoco dei suoi veri colori: Mara è veramente un frutto privilegiato dell’attività genitale meridionale, concepito assai piacevolmente in una notte gravida di auspici straordinariamente favorevoli. Passava una cometa quel giorno? 

2. Mariastella Gelmini, nuovo Ministro dell’Istruzione e della Ricerca, ammorbidisce la maniacale appropriatezza del gesto e della parola con un sorrisetto consapevole che può dare alla testa all’uomo fatto più ancora che allo sbarbatello. Questo dovrebbe bastare. Ma per il grande pubblico, della TV soprattutto, Mariastella cala sempre l’asso nella manica: un paio di occhialetti da dottoressa sexy, o meglio, professoressa sexy, che non lasciano adito a dubbi.  Il messaggio è inequivocabile: in un quadro legale e sentimentale ortodosso Mariastella è pronta ad incendiarsi. Questa è la quintessenza della carica erotica del cattolicesimo lombardo.

3. Fianco a fianco delle sue slanciate compagne d’armi, Giorgia Meloni, nuovo Ministro delle Politiche Giovanili, fa figura di trottolina delle Silvio’s Angels. La pasionaria derechista ha gli occhioni blu da fanciulletta del Mulino Bianco, e forse proprio per questo l’hanno scelta per il ministero che si prende cura dei mocciosi, ma lo sguardo deciso e quasi duro, oltremodo piccante, è quello di una tipa cazzuta, o “tosta” come dicono i compaesani del suo villaggio natale, Roma, presso Tivoli. Fosse stata ragazza negli anni ’70 avrebbe costretto il suo compagno a ore e ore di massacranti discussioni politiche – senza alcuna pietà perché in politica i sentimenti non contano – prima di concedersi con impeto rivoluzionario. In quello la vedo focosa.

4. La morbida spilungona Stefania Prestigiacomo, la decana delle moschettiere, è la bella Limousine del parco femmine del nuovo governo; un’aristocratica Rolls Royce per eleganti scampagnate tra i laghi e i colli, ed è per questo che è stata nominata Ministro dell’Ambiente. Lady Prestigiacomo, Princess of Sicily, la cui famiglia vanta fra gli antenati Roberto il Guiscardo, ha già ricevuto l’applauso galante della Coldiretti per aver affermato la necessità d’introdurre a scuola l’educazione ambientale portando i bambini “in campagna a zappare la terra e a mungere le mucche”. Madame Jobert, Duchessa di Montmorency, sua vecchia amica, a exprimé toute sa confiance en disant “C’est une fille merveilleuse, elle se débrouillera magnifiquement. Le peuple l’aimera, j’en suis sûre.”

Intanto gli opposti schieramenti del Parlamento in questi primi giorni di legislatura sembrano i campi d’Agramante re dei Mori e di Carlo imperator romano in una scena dell’Orlando Furioso, il cui ordinato sferragliar d’armi è mandato in vacca dalle Angeliche di turno. Grida entusiastiche e gran sfregamenti di mani accompagnano l’arrivo delle nuove elette; i dardi di Cupido colpiscono a destra e a manca; l’Amore Universale s’installa, celebrato da Don Silvio; e i nomi delle nuove gnoccone fanno già il titolo dei giornali. Ma siccome poi non posso credere che un luogo di perdizione pur rozzo come il Parlamento sia popolato solo da bruti, non ho alcun dubbio che il bel volto soave ed espressivo di Maria Antonietta Coscioni farà segretamente battere molti cuori, specie fra i discepoli più fini del culto di Afrodite.

Tuttavia, fra le stelle della politica, la più bella del reame non è una delle nostre moschettiere. Per una volta il sottoscritto è lieto di conformarsi con voluttà alla schiavitù del politicamente corretto; confesso infatti di aver perso la testa per una magnifica negra, un’autentica gazzella della savana subsahariana, quale si disperava ancora di trovarne traccia, la Segretaria di Stato agli Esteri del governo transalpino dell’era Sarkozy, Rama Yade; costei ha soggiogato la piazza di Parigi, sulla quale però s’addensano fin d’ora nubi tempestose, scatenate dalla fredda rivalità della Regina di Francia Carla Bruni. Ciò forse farà scattare il dardo della gelosia e dell’invidia anche nelle quattro moschettiere, che si sentiranno in dovere di vedere malizia e offesa laddove ci sono puro amore e ammirazione. Se chiederanno vendetta, non fuggirò, ché non voglio in alcun modo dispiacere al bel sesso: sono pronto a farmi gettare nudo e indifeso nella gabbia delle quattro leonesse, e a subire il martirio.

Update del 18 maggio 2008:

New entry. Per una sorta di legge del contrappasso il Meridione delle cornacchie avvizzite e nere sta sfornando ultimamente tutta una serie di ragazzone ben carrozzate che non guardano in faccia nessuno. Però, questa Elvira Savino: è laureata in economia con 110 e lode, e chi lo mette in dubbio? Ha fatto il Master ecc.ecc., e chi lo mette in dubbio? Ha fatto cinque anni ecc.ecc., e chi lo mette in dubbio? Poi sfila in Parlamento col suo bel corpo strizzato in abitini attillatissimi, troneggiante dall’alto di vertiginosi e sgargianti tacchi a spillo da pornostar; e provoca una mezza tempesta ormonale tra i maschi dell’emiciclo; che si riverbera nelle pagine di gossip dei giornali. Ma lei ha qualcosa da ridire. Simpatica. Adorabile, pure questa. Femmena.

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Arrivano i nostri!

Tanto abbiamo frignato che finalmente pure noi, figli della Serenissima, abbiamo i nostri eroi al governo. Tre in tutto. Due addirittura sono miei compatrioti, i trevigiani Zaia e Sacconi. L’unico rammarico – ma non si può avere tutto dalla vita – è che arrivino dalla zona di Conegliano, cioè dalla Sinistra Piave, quando invece è notorio che noi della Destra Piave siamo molto più in gamba. Nonostante questo ci incoraggia il fatto che anche da quelle terre parzialmente civilizzate siano usciti grand’uomini come il calciatore Alessandro Del Piero o l’immortale librettista di Mozart, Lorenzo Da Ponte, ebreo convertito, prete spretato, gran puttaniere e valoroso difensore delle patrie lettere quando andò lungamente ramingo in paese straniero.

Luca Zaia, il nuovo ministro per le politiche agricole, è un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni. Zaia è un trevigiano DOC, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi dipoi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia.

Sotto la sua presidenza più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastato la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare – ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza.

Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Arrivato poi come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Farà bene, perché è furbo.

Il nuovo Ministro del Lavoro & della Salute & delle Politiche Sociali (!), Maurizio Sacconi, è un capitano di lungo corso della politica italiana. A riprova della sua intelligenza ha passato tre lustri nella parte giusta della sinistra, quando questa era ancora sotto l’influenza nefasta dello spaventoso moralismo bolscevico dalla lingua biforcuta di Mortimer Berlinguer, cominciando come mozzo del bastimento craxiano alla fine degli anni ’70. Erano i tempi della Milano da bere, ossia della movida ambrosiana, quando Craxi ebbe il merito grandissimo di riportare un pezzo di sinistra sui solchi di una più conciliante umanità. Non toccato dal ciclone di Mani Pulite, rimase però fedele fino all’ultimo al PSI. Profugo, trovò scampo sulla zattera berlusconiana a metà degli anni ’90.

Sacconi, almeno all’orecchio ostrogoto del sottoscritto, favella in italiano senza particolari inflessioni o accenti, cosa notevole per un veneto e notevolissima per uno della Sinistra Piave, e segno di una vocazione mediatrice. Amico e collaboratore di Marco Biagi, conosce il mondo sindacale come le sue tasche. Pur essendo, ripeto, uno della Sinistra Piave, è uomo esperto e capace, e ha capito subito che il Presidente del Consiglio lo ha messo lì per togliergli molte castagne dal fuoco senza rompere troppo i coglioni, ché Silvio ha ben altre cose cui pensare, vista la spettacolare compagine femminile del nuovo governo.

Renato Brunetta, nuovo ministro della funzione pubblica, è un economista ma è soprattutto veneziano. La cosa non è affatto senza conseguenze. Per il veneto dell’entroterra e quindi soprattutto per i campagnoli della Marca – gente coi piedi per terra – fuori dell’ambiente anfibio della laguna il veneziano diventa un tipo poco affidabile, come un pesce fuor d’acqua: per qualcuno ancora della nostra gente che ha conservato i sani principi del buon tempo antico, l’epiteto “veneziano” significa “imbranato” o “bizzarro”. Il veneziano è cittadino del mondo, anche quando è lazzarone, e sarebbe un tipo disincantato anche se il destino gl’impedisse di superare i confini del sestiere di Castello o Dorsoduro. Questo spiega perché Brunetta sia di cultura politica laico-socialista, cosa che suona come una brutta e strana malattia, pericolosamente vicina al comunismo e al libertinismo, agli orecchi dei sani ragazzi terraioli, che sanno ancora distinguere tra la superbia del peccato e il peccato in sé, verso il quale dimostrano al contrario moltissima indulgenza e nel quale si allenano con cristiana sollecitudine pur di non lasciare disoccupata la misericordia.

Oggi il professore veneziano ha fama di liberista. A Brunetta le filosofie tremontiane fanno venire il latte alle ginocchia, ma il professore è uomo di mondo. Senza mai polemizzare apertamente continua a scrivere imperterrito porcherie pericolosamente mercatiste e, in cuor suo, forte della posizione storica di consigliere economico del presidente, mira a diventare l’eunuco che conta alla corte dell’Imperatore Silvio.

Brunetta è di una simpatia contagiosa ma è anche un tipetto assai ostinato e pignolo. Puntiglioso e vivace come una servetta delle baruffe chiozzotte, nelle disfide dialettiche, coi suoi occhi chiari e sgranati e il sorriso perennemente stampato in faccia, riesce puntualmente a mandare fuori dei gangheri gli avversari, specie quelli che alla Natura sono venuti fuori permalosetti, come il Druido della Valtellina ad esempio.

Brunetta è alto un metro e mezzo, ma come Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, ha un coraggio da leone. Al momento della foto di gruppo della nuova compagine ministeriale come un fulmine si è fiondato bel bello a fianco della Prestigiacomo, l’attraente pertica sicula di chiarissimo sangue normanno. Ammetto: io non ci sarei mai riuscito, neppure dall’alto di tutti i miei notevolissimi 176 centimetri nudi e crudi. Piccolo grande Brunetta!

[pubblicato su Movimento Arancione]

E’ finito il dopoguerra

Le facce della sconfitta 

Sono quelle, da schiaffi, dei direttori del Sole 24 Ore, del Corriere della Sera e della Stampa, gli ineffabili e inossidabili Ferruccio Serenissimo De Bortoli, Paolo Buddha Mieli, Giulio Mummia Anselmi, e del presidente uscente di Confindustria, Luca Cordero y Lopez y Gonzales y Martinez de Vallombrosa di Montezemolo. Mallevadori dell’avventura prodiana nel 2006 presso l’opinione pubblica italiana moderata; patrocinatori dei vari tentativi di scalzare dal posto di primo ministro un Prodi troppo ben disposto verso le forze politiche bolsceviche, naturalmente senza passare per le elezioni; sponsorizzatori, a nome della casta veteroindustriale della campagna mediatica contro gli ex compagni della casta politica, per dire “noi non c’entriamo”, per tirarsi fuori dal pasticcio che loro stessi avevano combinato, per schivare il fuoco dell’antipolitica, e per favorire la nascita di un governo di salute pubblica guidato dagli amici degli amici; silenziosamente àuspici, fino all’ultimo, di un pareggio elettorale, grazie anche all’ufficialmente orribile ma provvidenziale Porcellum, che avrebbe ricondotto le parti ad una debole soluzione istituzionale, permeabile a influenze extrapolitiche; questi signori, dunque, si sono acconciati con sapienza, da stagionati cortigiani d’altri tempi – verosimilmente sotto lo sguardo sbalordito del povero, sedotto, abbandonato e volenteroso Tabacci – all’esito senza discussione del voto, salutando amabilmente i miracoli della schiarita bipartitica: una possibile nuova stagione politica per l’Italia, una promettente governabilità, una costruttiva bipartisanship nelle riforme istituzionali. Bravi! Con tutta probabilità il loro nome sopravvivrà alla cronaca di questi anni, come protagonisti di un eccezionale case history di antropologia comparata.

Il suicidio della sinistra

Il risultato complessivo della sinistra è disastroso. Veltroni, in virtù dell’istinto gregario, della disciplina di partito ancora comunista dell’elettorato di sinistra, è riuscito a compattare i ranghi e a fare il pieno di voti dalla sua parte, prosciugando quasi tutte le fonti di approvvigionamento. Ma questa compattezza fagocitante insieme alla modestia del risultato significa che la sinistra è sterile e non offre più nulla di appetibile all’uomo della strada. Geograficamente, ha difeso con ostinazione il suo recinto emilianoromagnolo-toscano-umbro-marchigiano, anche se le mura a difesa della linea del Po risultano piuttosto sbrecciate; ha conquistato qualche isolata piazzaforte: una piccola regione di appena 300.000 abitanti come il Molise, grazie all’enfant du pays Di Pietro; ha vinto in una regione un pelino più grande, di all’incirca 600.000 abitanti, come la Basilicata, da tempo oggetto di investimenti pubblici-grandindustriali; ed è politicamente maggioranza nella città, e solo la città, di Roma, fulcro dell’apparato burocratico-amministrativo italiano. Ciò significa che la superficiale riverniciatura democratica non riesce più a nascondere il fatto che essa rappresenta il volto politico delle nomenklature peninsulari. E’ accaduta una cosa straordinaria: nel parlamento del paese con lo storicamente più forte partito comunista occidentale non vi sarà più spazio per nemmeno un singolo rappresentante nominalmente socialista o comunista. Questo è il redde rationem del patto mefistotelico di Mani Pulite, che ha esentato la sinistra dal travaglio di una reale e sofferta trasformazione socialdemocratica, in armonia con la realtà continentale europea, che è la nostra realtà. Senza nemmeno prendere in considerazione l’evoluzione del Partito Laburista britannico, in qualche modo i socialismi tedesco, francese o spagnolo hanno cercato di reinventarsi un’identità che permettesse loro di entrare come corpi ancor vivi nel nuovo mondo globalizzato. La sinistra italiana ha saputo rispondere solo con il mimetismo democratico. E’ pacifico che la scomparsa di socialisti e comunisti è solo virtuale. E’ assolutamente certo che il problema di questo sdoppiamento della personalità, passato il momento delle convulsioni postelettorali, sarà l’oggetto del dibattito politico interno alla nuova opposizione.

L’astrattezza dei liberali

Cari liberali, voi rimproverate chi ha una concezione statica dell’economia, la cui variabile è solo la ridistribuzione della ricchezza; una visione statica, e quindi astratta e ideologica. Ma chi, sconfortato dal panorama politico, da colbertismi e criptonazionalismi, ha deciso di astenersi dal voto ha fatto lo stesso sbaglio: come spesso è capitato in passato ai seguaci nostrani più intransigenti di questa confraternita filosofica, ha ragionato con un piedino almeno fuori della realtà, senza fare i conti con le dinamiche della storia e della politica. Non siete proprio voi che c’insegnate che una società libera e democratica si forma laddove si possa sviluppare il più aperto, e a lungo andare proficuo, scontro, incontro o conflitto di interessi fra gli individui e i blocchi sociali? E che esiste anche una competitività politica e sociale, sorella di quella economica? E allora come non accorgersi che la vittoria della barbara gentaglia leghista-berlusconiana segna un riequilibrio e uno sblocco epocale, culturale e politico, nel nostro ingessato paese? Sono la vittoria, e solo la vittoria, berlusconiana; e la sconfitta, e solo la sconfitta, della fazione giacobina – antifascista – veteroresistenziale – comunista – postcomunista – democratica; che sanciscono la pacificazione italiana, non quella stretta di mano di scenografica teatralità che piace tanto, da sempre, alla vanesia furbizia italica. Chi avrebbe mai immaginato di poter leggere un giorno, nel giornale principe della fazione, queste parole:

Le critiche e le perplessità che questo giornale ha manifestato nei suoi confronti restano tutte. Il leader di Forza Italia è il campione di un’Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni. È il videocrate che riduce l’etica ad estetica, e che vive la politica come opportunità e non come responsabilità. Ma nonostante tutto questo, bisogna prendere atto che la “pancia” del Paese è con lui. Il muro di Arcore è caduto per sempre: le demonizzazioni e le ghettizzazioni non servono più a niente e a nessuno.

Egregio Massimo Giannini, non è però il muro di Arcore quello che è caduto; è il Muro di Berlino crollato in Europa vent’anni fa e che il golpe di Mani Pulite ha tenuto in piedi in Italia fino ai nostri giorni, a perpetuare l’infinito dopoguerra di una redditizia intimidazione antifascista: sono gli anni del ritardo italiano.

Update del giorno dopo:

Uomini ma anche caporali.

Il dilettante allo sbaraglio, l’attempato giovinotto, l’eterno bamboccione, e il falso modesto Zamax, nonostante le sue pose filosofiche, sovente si fa ancora prendere al laccio – voluttuosamente – dalla vanità. Sono piccole e umilianti vergogne che aiutano a vivere, purché le si riconosca. Come disse nella sua consolante saggezza il vecchio Catone, cattolico ante literam, citato da Seneca, già citato una volta a memoria da Zamax, che non ha voglia di verificare perché scopo della sua vita è eguagliare l’ineguagliabile Enzo Biagi: “non è un gran peccato entrare in un bordello, l’importante è venirne fuori”. Ora dunque costui si è ficcato in testa che Galli della Loggia da qualche tempo occhieggi l’unprofessional blog per trarne nutrimento. Come tutto il mitico Corrierone, che ultimamente è soprattutto una scuola di vita, anche l’augusto suo editorialista primeggia nel sentenziare amabilmente a cose fatte. Ma qualche tempo fa, nel fumo della battaglia e quando fischiavano le pallottole, era tutta un’altra canzone

Update di qualche giorno dopo:

Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l’aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo… (Paolo Mieli, Corriere della Sera, 20 Aprile 2008,)

E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica… (Zamax, 28 Febbraio 2008,)

La posta in gioco

Democratico fin che si vuole, Veltroni non ha resistito ad usare la riposta violenza dialettica preventiva tipica dello spirito giacobino-comunista, la fredda retorica manganellatrice che sotto compunte preoccupazioni legalistiche mira in realtà ad intimidire l’avversario politico. Così facendo, la nuova democraticità veltroniana manifesta la continuità con la prassi politica della sinistra italiana del dopoguerra e la solidarietà ideologica con la vulgata vetero-resistenziale che in forma patologica alimentò anche il fanatismo del terrorismo rosso degli anni ’70 e ’80. Ancor oggi, dunque, nel 2008, per chiamare a raccolta il suo elettorato, il nuovo corso della sinistra si appella all’istinto settario, autoassolutorio e autogratificante, di rivendicare a sé l’esclusiva dello spirito democratico e dell’interpretazione del dettato di quella Costituzione del ’48 alla quale si è progressivamente legata in un rapporto feticistico, che ricorda gli splendori islamici della religione del libro.

Mette il carro davanti ai buoi, dunque, chi pensa che oggi la priorità del nostro paese sia un più o meno accentuato tasso di liberalismo politico ed economico. La triste realtà, che spiega l’inesplicabile immobilismo italiano, è che l’Italia sconta ancora gli effetti di un’anomalia culturale che non ha paragoni in Europa. Senza il riallineamento del panorama politico italiano a quello continentale (questo, per ora, è il nostro naturale e realistico traguardo, purtroppo, non la terra promessa anglosassone), pensare, progettare, battersi per politiche liberali è come costruire sulla sabbia. In questi giorni Veltroni parla di stagione di odio e di violenza, nel momento stesso in cui, alla stregua di tutti i suoi predecessori da sessant’anni a questa parte, la pone in atto con retorica melliflua nel confronto politico. Quella stesso confronto politico – quella regolare lotta politica – che da sempre la propaganda della sinistra ha il fine di inibire, mettendo preventivamente sotto accusa le forze politiche avversarie e creando un senso di colpa nell’elettorato. L’anomalia non è affatto Berlusconi: al contrario, il magnate brianzolo è riuscito nell’impresa di mettere in piedi un partitone di centrodestra che bene o male rispecchia la temperie culturale dell’Italia destrorsa.

A volte i liberali italiani sembrano in preda alla schizofrenia, barcollando tra un fideismo economicistico nei numeri e nelle statistiche che nel giudizio politico si sottrae tendenzialmente a considerazioni più profonde, e un ideologismo che non tollera nessun compromesso: i cattolici in questo mostrano spesso un maggior realismo, forse perché una fede già ce l’hanno. Giudicando solo dai “crudi fatti”, ad esempio, anche l’accelerata secolarizzazione dei costumi nei primi momenti delle rivoluzioni marxiste, avrebbe potuto far credere a qualche loro dinamica positiva. Così oggi la sinistra nostrana offre opportunisticamente alla benevola attenzione dei mainstream media qualche scampolo riverniciato di innocuo liberalismo. In un quadro siffatto le diatribe sulle filosofie tremontiane e sui pruriti nazionalistici della vicenda Alitalia passano in secondo piano.

Il Partito Democratico non può essere, realisticamente, il futuro della sinistra italiana nei prossimi anni. Se la vittoria berlusconiana sarà netta, nell’amarezza della sconfitta il popolo di sinistra comincerà fatalmente a chiedersi perché, al contrario di tutte le formazioni politiche sorelle del continente, il suo partito non possa chiamarsi socialista o socialdemocratico. Prima o dopo la sinistra si conformerà onestamente a quelle europee; ma per poterlo fare dovrà dismettere quell’abito mentale comunista che informa – ancor oggi – il Partito Democratico, e che è la sua sola e vera identità. E non potrà più essere quella fazione che irretisce e attira a sé tutti i poteri consolidati del paese, immobilizzandolo. L’eliminazione di questa fazione è la vera posta in gioco delle prossime elezioni.

Su po’ Italia!

Ragazzi, su po’!*, non è proprio il momento di essere schizzinosi. Questa è una partita con la storia (non con la “s” maiuscola ma neanche esattamente con la minuscola) da chiudere al più presto, pazienza per lo stile da magnaccia della politica, favorito dal Porcellum. Bisogna assolutamente votare per il PDL, perché la vittoria di Berlusconi in questa sorta di guerra civile a bassa intensità, artatamente protratta per quindici anni dagli eredi del comunismo, muterà definitivamente gli equilibri del potere reale in Italia. Il popolo di sinistra trova ormai sempre più faticoso ostentare la maschera della purezza democratica da opporre all’avversario di turno. E’ importante che Berlusconi vinca bene: quindi turiamoci il naso, resistiamo allo scoramento, e facciamo il nostro dovere. Sarà la fine di un’epoca: la fine – solo ora – dell’egemonia culturale comunista in tutte le sue varie incarnazioni; la fine dell’ostracismo del parterre di banchieri e industriali comme il faut verso il parvenu di Arcore, con il quale dovranno venire a patti. Non è bello né romantico, ma di qui passa anche la via per dar voce a quell’Italia non assistita che affronta da sola le sfide della globalizzazione, e per dar voce pure agli happy few del liberalismo senza se e senza ma che troppo spesso cedono alla tentazione di rinchiudersi in un’autogratificante quanto impotente torre eburnea. Su questa base l’Italia entrerà malferma sulle gambe e in veste dimessa nella normale arena politica europea. Una non piccola cosa. E non illudiamoci che in futuro il teatrino della politica ci offra degli spettacoli molto migliori. La politica sarà sempre – in tempi normali – il pascolo preferito degli opportunisti maneggioni pronti a cantare la canzone del momento, foss’anche “voglio fare il liberal-liberista”, e a essere premiati per questo.

Comunque, non tutto il male vien per nuocere: si riesce perfino a provare un’intima, virile soddisfazione nel guardare con occhio asciutto, senza scoramento e senza perdere la testa, questo bel reality-show di merda e sangue, per dirla brutalmente col vecchio Rino Formica.

Per gli apostoli disarmati e disinteressati della rivoluzione liberale la politica sarà sempre amara: anche quando saranno ammirati, i voti arriveranno col contagocce, e la gente premierà il mediocre patrocinatore di interessi particolari, tanto più a livello locale. Ma potranno sperare in tempi eccezionali, tempi di guerra, quando le mene di bassa lega perderanno tutto il loro meschino appeal, e allora agli ambiziosi non sarà impossibile imitare la fulminea carriera dei piccoli caporali in gamba promossi generali sul campo.

Poi ci sarà la pace e allora spero veramente che dall’altra parte la banda dei giovani virgulti democratici faccia le scarpe ai dinosauri della sinistra: per il bene dell’Italia, beninteso. Noi non abbiamo proprio di questi problemi, adesso che Giulio Cesare Berlusca ha arruolato tra le coorti della nostra armata popolare di liberazione lo spompato centurione della Ciociaria, er mittico Ciarrapico, redduce dalla milizia co’ Mmario, co’ SSilla, e ppure co’ Pompeo…

* venetismo: significa “dài!”, “e dài!”, “forza!”, “e muoviti!”, “e tirati su!”, ecc. ecc.

Dalla religione marxista a quella democratica

“Una scatola di preservativi, una lampadina a basso consumo, una copia della Costituzione italiana e la dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: sono i regali che Walter Veltroni ha ricevuto da un gruppo di Giovani democratici di Venezia al suo arrivo a Mestre. I doni erano sistemati dentro una cesta e sono stati definiti «simbolici» dai ragazzi. Per l’ex sindaco di Roma il gruppo ha anche realizzato una maglietta con la frase «Ghe a podemo far», traduzione veneta del «Si può fare» veltroniano.” (Corriere della Sera.it)

Dobbiamo ringraziare l’ingenuità politica dei Piccoli Bigotti Progressisti della Serenissima per averci illuminato sulle regole di condotta previste dal catechismo della Fede Democratica Italica. Doni simbolici al Pontefice Massimo Romano dimostrano che le hanno perfettamente intese:

  1. con una scatola di preservativi risolviamo i problemi etici;
  2. con una lampadina a basso consumo risolviamo i problemi energetici;
  3. la nostra Bibbia è la Costituzione Italiana;
  4. il nostro Credo è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Facendo questo noi facciamo il Bene, è ciò viene computato a nostra Giustificazione, perché:

  1. siamo fornicatori responsabili
  2. siamo consumatori responsabili;
  3. adoriamo il Libro Sacro, che nessuno può toccare;
  4. e quindi entriamo nella comunione della Chiesa Universale dei Diritti dell’Uomo, al di fuori della quale non c’è Salvezza, e si è esclusi dall’Umanità.

Ma io li perdono: perché son giovani, e per la simpatica maglietta.