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Coronavirus: considerazioni generali sui numeri

Covid 19Ho concentrato la mia attenzione soprattutto sui paesi europei (ma non solo) spulciando le statistiche ufficiali sull’epidemia, per capire perché i tassi di letalità variino così fortemente da paese a paese. E sono giunto alla conclusione che i costumi e l’età media della popolazione (almeno nel contesto del ricco occidente, dove non esistono variazioni vistose) abbiano scarsissima influenza su tale tasso. No: l’unica cosa sicura è che la causa prossima – la più importante, ma non la sola – di queste differenze è la diversa, e a volte diversissima, consistenza percentuale della popolazione anziana (ma soprattutto molto anziana) sul totale dei contagiati: in alcuni paesi gli anziani ne costituiscono una fetta importante, in altri la fetta si riduce a una fettina trasparente.

Paesi simili come Germania e Olanda, per esempio, o come Norvegia e Svezia, o come Spagna e Portogallo, nonostante abbiano culture, costumi, e composizioni demografiche della popolazione simili, risultano assai dissimili in quanto a consistenza della popolazione anziana contagiata, e quindi a tasso di letalità. Se per i paesi nordici citati, a parziale spiegazione vi sono certamente anche le diverse strategie adottate contro l’epidemia, ciò non è certo il caso di Spagna e Portogallo. Fenomeni simili accadono ovviamente all’interno degli stessi paesi.

E’ inoltre evidente come il morbo non abbia nemmeno lontanamente morso l’Europa orientale e la Russia, oppure le due Americhe (Stati Uniti compresi, malgrado i numeri assoluti possano far pensare il contrario), con la stessa ferocia iniziale con cui si è avventato contro l’Italia o la Spagna, a prescindere dagli sviluppi futuri.

Come ha detto il presidente della regione Veneto Zaia, col senno di poi la prima cosa da fare era isolare preventivamente gli anziani a scopo di protezione. Certo, sulla carta, una tale strategia avrebbe dimezzato e forse ridotto a una piccola frazione il numero dei decessi in Italia. Sulla carta, però: primo, perché porre in atto tale strategia presenta notevoli problemi logistici e psicologici, e per essere veramente efficace dovrebbe tradursi in concreto in una specie di segregazione; secondo, perché, in ragione della sua maggiore o minore forza intrinseca, il virus in alcuni luoghi aggredisce fin dall’inizio una parte importante della popolazione anziana, in altri no.

Il caso Corea e i suoi limiti di replicabilità

Faccio una parentesi. Sull’efficacia della strategia coreana dei test a tappeto si è molto parlato. Qui non se ne vuole assolutamente negare la validità, ma relativizzarne il portato. Infatti la gran parte del contagio coreano è legato a una singola persona, a un singolo evento e a una singola zona del paese. La persona è un adepto di una setta, che dopo aver cominciato a contagiare singolarmente altri seguaci, fece scoppiare la vera e propria epidemia contagiando decine di persone durante un evento di gruppo della stessa setta. Questa circostanza ha facilitato in modo decisivo la strategia delle autorità coreane, che hanno potuto fare terra bruciata a forza di test intorno ai singoli infetti e a una mirata parte dei seguaci della setta, e alla rete di conoscenze e di contatti di questi ultimi, senza disperdere le proprie energie, e concentrando tutto il fuoco della reazione contro l’epidemia su obbiettivi ben identificati. Così hanno spento il focolaio più importante dell’epidemia, responsabile di quasi il 70% del contagio coreano. E’ da notare che però nel resto del paese la curva dei contagi, seppur relativa a numeri molto modesti, non si è ancora appiattita.

Il falso problema del numero reale dei contagiati ai fini di un giudizio sull’evoluzione dell’epidemia

Qualcuno potrebbe osservare, e spesso lo si fa, che non si possono trarre conclusioni né fare ipotesi sui dati rilevati in quanto non sappiamo quanti sono i contagiati reali. Tale osservazione è errata. Perché i dati rilevati funzionano come un campione sul reale. Ed è ragionevole che i risultati di tale campione riflettano grosso modo in maniera proporzionale la consistenza del fenomeno reale, funzionando un po’ come i voti scrutinati per le proiezioni sull’esito finale del voto. La regolarità con cui si evolve il volume dei dati rilevati (certi e virtuali allo stesso tempo) ci conferma che ciò è vero, giacché altrimenti i numeri si manifesterebbero in maniera erratica giorno dopo giorno. Per valutare l’evoluzione dell’epidemia a noi non serve sapere se i contagiati rilevati corrispondano a 1/10 o a un 1/50  dei reali: il risultato in decessi – macabro, purtroppo – è lo stesso.

Conclusioni

Queste dunque sono le conclusioni cui sono arrivato (non riporto tabelle, perché è un lavoro immane – ci ho provato, e magari ci riproverò se ho voglia e tempo – stante la variabilità quotidiana dei numeri e il lavoro di ricerca che comporta a causa della non omogeneità nei modi di presentazione dei dati nei singoli paesi e spesso la non completezza degli stessi, per cui si è costretti a ricostruire):

  1. L’epidemia, per ragioni ancora da decifrare, non colpisce allo stesso modo ovunque.
  2. Il tasso di letalità generale (non per fascia d’età) cresce col crescere dell’età dei contagiati.
  3. Maggiore è la violenza con la quale l’epidemia attacca, maggiore è, in percentuale sul totale, la parte della popolazione anziana che viene contagiata fin dall’inizio; e viceversa: minore è la violenza con la quale l’epidemia attacca, minore è, in percentuale sul totale, la parte della popolazione anziana che viene contagiata fin dall’inizio.
  4. Maggiore è la violenza con la quale l’epidemia attacca, maggiore è il tasso di letalità di tutte, in genere, le singole fasce d’età prese in considerazione. Per fare un esempio, il tasso di letalità della fascia d’età 70-80, così come di tutte le altre, sarà maggiore dove l’epidemia è più violenta rispetto a dove è meno violenta, cosa che potrebbe non sembrare scontata, se si guarda solamente alla consistenza soverchiante della popolazione anziana nel numero dei decessi. Ciò significa che numeri iniziali scarsi di contagiati (in proporzione alla popolazione) e in lenta progressione, indizio di scarsa o moderata forza iniziale intrinseca dell’epidemia,  si accompagnano a numeri scarsi nei tassi di letalità (chiaro che se il numero dei tamponi è scarso tale effetto non si vede). Quindi il tasso di letalità generale è legato da una parte alla consistenza, in percentuale sul totale, della popolazione anziana sul totale dei contagiati, dall’altra al tasso di letalità di tutte le singole fasce d’età prese in considerazione, omogeneamente più o meno elevato a seconda dei casi, e questi due fattori sono legati alla forza intrinseca iniziale dell’epidemia.
  5. Più l’epidemia si espande col passare del tempo e maggiore è: a) in percentuale sul totale, la parte della popolazione anziana contagiata (e fin lì risparmiata: segno che l’epidemia tende a penetrare là dove all’inizio non arriva); b) il tasso di letalità delle singole fasce d’età; c) e quindi il tasso di letalità generale. Questo si nota soprattutto là dove l’epidemia ha meno forza intrinseca iniziale.
  6. Misure di profilassi, qualità del sistema sanitario e numero di test influiscono sul quadro epidemico creato dai precedenti fattori.
Esteri

Coronavirus: gli strani conteggi del Robert Koch-Institut

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La sede del Robert Koch-Institut (RKI) a Berlino

Premessa

Qualche giorno fa terminavo con queste considerazioni un lungo articolo dedicato al primo contagio da Coronavirus avvenuto direttamente sul suolo tedesco:

Ciò che questo articolo insinua, ovviamente, è che le autorità tedesche fossero a conoscenza della presenza del Coronavirus in Germania prima di quel 27 gennaio 2020. D’altra parte, da almeno due mesi a questa parte il loro atteggiamento è strano, ma costante: più che dal Coronavirus sembrano spaventate, con un occhio anche all’economia, dal fatto che la sua presenza e progressione possano creare panico. Ora, la preoccupazione di evitare il panico di per sé è perfettamente giustificata, anzi, doverosa, se pensiamo anche alla superficialità italiana su questo aspetto della gestione della crisi, a patto di non cadere nel …panico e cedere a pratiche consone più all’opaco dirigismo cinese che alla trasparenza europea. La strategia tedesca sembra quella di portare progressivamente, a fari spenti, a dosi omeopatiche, la popolazione a rendersi conto della gravità della situazione. A immunizzarla dal panico, prima ancora che dalla malattia. Manzoni direbbe: «sopire, troncare; troncare, sopire». Così si spiega, per esempio, la tranquillità con la quale la Merkel parla della possibilità di un 70% della popolazione infetto, o quella con la quale i media, che sembrano aver capito l’antifona, riportano come se fosse nulla le fosche previsioni dell’Istituto Koch sulla straordinaria velocità di espansione dell’epidemia. Sulle notizie in merito a questa vicenda prevale, o almeno è prevalsa fin qui, una sorta di opacità e pigrizia generale. La quale però un po’ alla volta ha portato a dei veri propri imbrogli: altro non si possono definire le ridicole statistiche sui contagiati e soprattutto sui morti a causa del Coronavirus. In Germania di Coronavirus non muore nessuno o quasi: in un paese, cioè, che non è meno vecchio di quell’Italia nella quale la grande maggioranza dei morti col Coronavirus è costituita da 80enni con patologie pregresse. Le autorità si affrettano a dire che col tempo anche i numeri tedeschi avranno una fisionomia normale, e può darsi che stiano pianificando, senza dare nell’occhio, come hanno fatto fin qui, un graduale rientro dalla non credibilità contabile. Ma intanto si può già stare ragionevolmente certi che fin dall’inizio, in obbedienza alla strategia della comunicazione sopramenzionata, le autorità tedesche avevano deciso di escludere dalle statistiche dei contagiati e dei decessi la gran parte delle persone anziane. C’è il sospetto, cioè, che fin qui la Germania abbia giocato ambiguamente sul fatto che per molte persone anziane e malate il Coronavirus è stato solo la complicazione finale e fatale che le ha portate alla morte: persone di cui dal punto di vista del buon senso (non so da quello dei protocolli medici) sarebbe abbastanza ridicolo dire che sono morte di Coronavirus. La grande ondata d’influenza (quella vera) che ha colpito la Baviera e la Germania nei primi due mesi dell’anno è stata più che sufficiente, fin qui, alla vigilia dell’arrivo della bella stagione, per annegare questi decessi in una contabilità per così dire rassicurante.

Tuttavia non ci pare che il timore di creare il panico generale, con tutte le conseguenze sociali e economiche del caso, sia una ragione sufficiente per il ricorso a una pratica così drastica. La ragione ultima, invece, potrebbe essere questa: che se le autorità tedesche avessero cominciato fin da fine febbraio a usare una metodologia italiana per le statistiche sull’epidemia COVID-19, fin da subito i numeri avrebbero spinto molti a riconsiderare i casi di tante persone anziane morte nelle settimane precedenti, di febbraio, ma anche, e soprattutto, di gennaio.

Vi prego ora di porre l’attenzione su due periodi del capitoletto finale dell’articolo:

Le autorità si affrettano a dire che col tempo anche i numeri tedeschi avranno una fisionomia normale, e può darsi che stiano pianificando, senza dare nell’occhio, come hanno fatto fin qui, un graduale rientro dalla non credibilità contabile.

La grande ondata d’influenza (quella vera) che ha colpito la Baviera e la Germania nei primi due mesi dell’anno è stata più che sufficiente, fin qui, alla vigilia dell’arrivo della bella stagione, per annegare questi decessi in una contabilità per così dire rassicurante.

Cosa volevo dire, in pratica? Che col proseguire dell’epidemia, l’ingrossarsi dei numeri e l’arrivo della primavera il governo tedesco sarebbe stato costretto a inserire nelle statistiche, il più possibile sapientemente, quella parte molto anziana della popolazione che col Coronavirus stava effettivamente morendo. I numeri dei morti sarebbero rimasti estremamente bassi all’inizio, ma col tempo non così incredibilmente bassi da non poter spiegare il gap cogli altri paesi con la straordinaria efficienza del sistema sanitario tedesco, anche se molti avrebbero continuato a mugugnare e grattarsi la testa.

Ma per il momento non sta ancora chiaramente accadendo, ma forse si cominciano a vederne timidamente i segni. E le statistiche tedesche continuano a non essere credibili.  E lo sono ancor meno dando un’occhiata più ravvicinata ai documenti pubblicati dal Robert Koch-Institut (RKI).

Dati anormali e stranamente presentati

Il Robert Koch-Institut (RKI) è un’agenzia federale e un istituto di ricerca per il monitoraggio e la prevenzione delle malattie. Come tale è sotto la supervisione del Ministero della Salute tedesco. Il RKI è l’istituto di riferimento del governo tedesco per quanto riguarda l’epidemia COVID-19. I dati emanati dall’istituto sono da considerarsi quelli ufficiali del governo tedesco.

L’istituto ha cominciato a pubblicare i quotidiani bollettini sull’epidemia il 4 marzo. La lettura di alcuni di essi è alquanto illuminante. Abbiamo tralasciato quelli dei primi  giorni quando i numeri dell’epidemia erano ancora troppo modesti. C’è da dire che i dati ufficiali escono con grande flemma dall’Istituto Koch, e perciò sono sempre abbastanza in ritardo rispetto all’attualità. Ma ciò non ha nessuna importanza per il nostro scopo. Di seguito dei grafici del 18-19-20 marzo, che raggruppano i casi di contagio per fasce d’età.

Koch Institut 18 marzo

Koch Institut 19 marzo

Koch Institut 20 marzo.jpg.png

Una prima curiosità è data dal fatto che per alcune fasce di età ci si possa fare un’idea della consistenza solo a occhio, visto che quella numerica, piuttosto stranamente, è indicata espressamente, nelle righe al di sopra del grafico, solo per quelle da 0 a 5 anni e da 5 a 14, mentre sono raggruppate insieme quelle da 15 a 34 e da 35 a 59 (le più importanti) e quelle da 60 a 79 e da 80 in su. Assurdo. Per capire ciò che mi interessava, la consistenza della fascia da 80 in su, ho cerchiato allora di rosso le fasce d’età dai 5 ai 14, e dagli 80 in su. Sono similari nella consistenza e della prima abbiamo il dato; che indica 324 il 20 marzo 2020: un raffronto visivo col grafico conferma questa cifra. La fascia degli 80+ risulta, forse, leggermente meno consistente, ma possiamo indicarne abbastanza precisamente in circa 300.

La somma totale dei casi presi in considerazione, si legge al di sotto del grafico, dovrebbe essere 13.856. Dico dovrebbe perché sommando maschi e femmine si arriva 13.907, mentre sommando i dati relativi alle fasce, così come sono stati organizzati, il risultato dà 13.888. Mistero. Facciamo 13.900 e non se ne parli più, visto che abbiamo indicato in cifra tonda (300) la consistenza della fascia d’età 80+. Ne risulterebbe che gli over 80 costituirebbero solo circa il 2% dei contagiati dal Coronavirus in Germania. Mentre in Italia, secondo i dati dell’Istituto Superiore della Sanità, rappresentano circa il 18% dei contagiati e circa il 50% dei deceduti. L’età media dei deceduti risulta simile in Italia e in Germania (è indicata in un’altra pagina del bollettino): sugli 81 anni.

Inoltre: in Germania gli over 60 (2.342 persone) costituirebbero circa il 17% dei contagiati: in Italia, secondo i dati dell’ISS, circa il 56% dei contagiati, e il 96% dei deceduti. La scomposizione per fasce dei contagiati sarebbe la seguente: Germania, fascia 60-79 15%, fascia 80+ 2%; Italia, fascia 60-79 38%, fascia 80+ 18%.

Spiegazioni che non spiegano nulla

Pudiche perplessità sono state espresse in varie parti del mondo per il quasi arcano tasso di letalità del morbo in Germania. Oggi, 24 marzo, nel momento in cui scrivo, con più di 30.000 contagiati è al 0,4%, l’equivalente di 130 morti. La Spagna, con 40.000 contagiati e 3.000 morti si sta avvicinando al 7%. In Italia, epicentro fin qui dell’epidemia in Europa, è al 9,5%. In Francia è ormai al 4,5%. Nel Regno Unito è già al 5,0%. Anche ammettendo che queste cifre riguardanti il tasso di letalità siano – come sono, ovviamente – virtuali, in quanto nessuno sa quanti siano i contagiati reali in ogni singolo paese, il contrasto ha dell’incredibile. I dati ufficiali dell’Istituto Koch ci dicono in sostanza che in Germania non ci sono (quasi) morti perché le persone molto anziane nella quasi totalità sembrano impermeabili al contagio.

La risposta delle autorità tedesche a tali perplessità è stata evasiva, gassosa, evanescente. Si è detto che il morbo in Germania ha attaccato soprattutto i giovani, facendo anche riferimento all’età media dei morti italiani, che però è uguale a quella della sparutissima partita dei morti tedeschi. O bella, è perché mai il morbo avrebbe una preferenza particolare per i giovani o gli adulti non ancora imbiancati dalla canizie in Germania? L’Italia è un paese vecchio, ma più o meno come la Germania. E poi le differenze statistiche fra i due paesi è così grande da sembrare paradossale, se si pensa che, come detto prima, gli over 60 costituiscono il 17% dei contagiati tedeschi, mentre costituiscono il 56% di quelli italiani: più di tre volte tanto! Si sono poi tirati fuori i diversi stili di vita che contraddistinguono i due paesi: l’Italia sarebbe un paese ancora contagiato dal familismo; generazioni diverse vivono ancora spesso sotto gli stessi tetti e nella vita sociale l’interazione fra le generazioni è ancora assai forte (peraltro non sembrerebbe affatto una brutta cosa, o no?). Il che significherebbe che nell’Italia caricaturale cui si fa riferimento sono – chissà perché – i giovani o i meno vecchi a contagiare gli anziani, e non il contrario; anziani altrimenti privi, evidentemente, di qualsiasi vita sociale.  E significherebbe ancora che dovremmo piangere calde lacrime di commiserazione per la sorte dei poveri anziani tedeschi, i quali, in quanto praticamente immuni dal morbo, non solo non hanno la disgrazia italica di interagire nella vita di tutti i giorni con le giovani generazioni, ma non hanno neanche una minimo di vita sociale, o che quantomeno vivono in uno specialissimo mondo a parte, speriamo non delimitato da una rete. Tutto questo è semplicemente grottesco, e non si capisce come i mezzi di comunicazione possano riportare con serietà tale tesi.

Si è anche fatto cenno al grande numero di posti letto di terapia intensiva in Germania, rispetto agli altri paesi europei. Spiegazione risibile, pure questa, per tre motivi: 1) neanche l’Italia, nel complesso, ha avuto problemi insormontabili di tali posti letto; 2) l’anomalia statistica della Germania è emersa fin dall’inizio e si è sempre riconfermata, anche quando l’epidemia era ancora agli inizi e nessun paese poteva avere problemi di tali posti letto; 3) i pazienti tedeschi in terapia intensiva pare si contino in poche …decine.

Si è parlato del gran numero di test che la Germania avrebbe condotto per tempo – eh, l’efficienza e la previdenza teutonica! – sulla popolazione, il che avrebbe permesso di individuare in proporzione molti più contagiati reali che nel resto dei paesi europei, abbassando il tasso di letalità del morbo.  Il ragionamento non tiene.

In primo luogo, i primi casi di contagio ufficializzati (tralasciando il caso Webasto, di cui abbiamo già parlato) sono in ritardo di appena tre-quattro giorni dallo scoppio dell’epidemia nel lodigiano: se davvero l’armata sanitaria tedesca stava facendo test a tutto spiano, magari anche prima del manifestarsi del morbo in Italia, e suoi centinaia di migliaia di test riuscivano infallibilmente a trovare già le poche decine di infetti, creando così le condizioni per andare alla caccia della rete di conoscenze e di frequentazioni di questi primi infettati, e fare per così dire terra bruciata intorno a questi, perché poi non è riuscita a controllare meglio la diffusione dell’epidemia? Perché a guardare la dinamica di quest’ultima si ha invece l’impressione di una pigrizia iniziale, di una specie di riluttante accettazione della realtà, con tassi di crescita ancor oggi dei contagi ostinatamente alti, che ha portato negli ultimi giorni gli uomini politici a formulare ipotesi apocalittiche, almeno riguardo ai numeri dell’infezione.

In secondo luogo, non pare proprio che la popolazione tedesca abbia avvertito la presenza di questo massiccio spiegamento di forze, e abbia avuto la sensazione che stava accadendo qualcosa di grave. Ancor oggi, sui social o nei commenti agli articoli dei giornali, molti si lamentano proprio della difficoltà a farsi fare i test, se non si dimostrano sintomi di una certa importanza.

In terzo luogo, le autorità tedesche non hanno mai pubblicato dati ufficiali sui test, relativi alla Repubblica federale tedesca e ai singoli Länder. Per cui il resto del mondo è pregato di fidarsi sulla parola. Domanda che viene spontanea: e perché mai? In un articolo del 20 marzo 2020 del Financial Times si può leggere quanto segue:

Secondo Lothar Wieler, presidente del Robert Koch Institute, i laboratori tedeschi stanno conducendo circa 160.000 test di Coronavirus alla settimana – più di quanto hanno fatto in totale alcuni paesi europei dall’inizio della crisi. Perfino la Corea del Sud, che sta conducendo 15.000 test al giorno ed è stata indicata dai virologi come esempio da seguire, sembra fare meno test della Germania. «Si tratta di capacità. La capacità in Germania è molto, molto significativa. Siamo in grado di condurre più di 160.000 test a settimana, e questo può essere ulteriormente aumentato», ha detto il professor Wieler ai giornalisti questa settimana.

Rimane la domanda: perché la Germania non pubblica statistiche ufficiali sui test? Per quale curioso motivo, visto che ciò sarebbe anche un motivo d’orgoglio per i tedeschi? Inoltre, prendiamo per buone le indimostrate cifre snocciolate da Wieler: è passato un mese dall’inizio dell’epidemia; quattro settimane; 160.000 x 4 = 640.000, facciamo pure 650.000 test eseguiti in Germania nel totale. Se l’Italia avesse dimostrato la stessa meravigliosa potenza della macchina sanitaria teutonica nel fare i test, ne avrebbe condotti a termine circa 475.000  (82.000.000 : 650.000 = 60.000.000 : X > X = 650.000 x 60.000.000 : 82.000.00 = 475.609). Ad oggi la povera Italietta ne ha eseguiti circa 300.000: il che non sembra affatto male.

Ultima osservazione. Dal Ministero della Salute tedesco hanno assicurato che col tempo le statistiche tedesche sul COVID-19 assumeranno un profilo più simile a quella degli altri paesi europei. E perché poi, se per comprendere quello attuale, così grottescamente dissimile, bastano spiegazioni che riconducono tutto alla normalità, benché una normalità tedesca, che esclude alla radice occorrenze eccezionali?

Cambio di casacca, errori grafici, e qualche primo debolissimo segnale di un mimetizzato rientro dalla non-credibilità statistica

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Dal giorno 21 marzo – chissà perché – è stata introdotta una grafica rinnovata che di fatto non altera la sostanza dei numeri – a guardarla bene – ma che presenta, anch’essa, delle notevoli e questa volta confusionarie stranezze. E’ cambiato il colore con cui si indica il sesso femminile, la scala graduata verticale non fa più riferimento ai numeri assoluti del contagio, ma ai casi di contagio per 100.000 abitanti. Le stranezze consistono:

1) Le fasce d’età 15-34 e 80+ differiscono troppo da quelle del giorno precedente: la prima risulta assai sovradimensionata, la seconda vede un quasi raddoppio della popolazione maschile over 80.

2) Le barre verticali del grafico sono fra loro fuori scala: le fasce 15-34 + 35-59, che rappresentano un totale di 13.220 persone, dovrebbero insieme essere 35 volte più alte di quella 5-14, che ne rappresenta 377: invece lo sono solamente circa 12 volte. Ora, è evidente che in un diagramma fatto su scala nazionale (su scala regionale o distrettuale ovviamente è diverso), che lo si faccia in riferimento a tutta la popolazione (82.000.000) o in riferimento a un campione virtuale di 100.000 abitanti che la rappresenta omogeneamente, i rapporti di proporzione fra le barre dovrebbero essere gli stessi. 

3) La scala graduata verticale, che rappresenta i casi di contagio per 100.000 abitanti, è sbagliata. Prendiamo la barra celeste (maschi) della fascia d’età 35-59. Nel grafico del bollettino del giorno precedente indicava grosso modo 4.300 persone. Aggiungiamo un 20% che incorpori la progressione numerica dei contagiati corrispondenti alla fascia d’età, e arriviamo a 5.150 circa. Ora, la popolazione della Germania è di circa 82 milioni di abitanti. Ora facciamo questa proporzione: 82.000.000 : 100.000 = 5,150 : X; che mi dà per l’incognita X il seguente risultato: 100.000 x 5.150 : 82.000.000 = 6,28. Che però sulla scala graduata corrispondono a un’improbabile 35 (quasi 6 volte di più) visto che per il totale dei contagiati di tutte le fascia d’età il bollettino del giorno indica la cifra (arrotondata) di 20, che è giusta: 82.000.000 : 100.000 = X : 20 > X = 82.000.000 x 20 : 100.000 = 16.400, molto simile al totale di 16.662 contagiati indicati nel bollettino. Se prendiamo in considerazione la fascia color amaranto (femmine) della fascia d’età 5-14 l’esito è ancora più sorprendente, dato che, ricordiamo, le barre verticali sono fra loro fuori scala. Infatti, sappiamo – è scritto – che il totale della fascia d’età è 377. Quindi la barra verticale amaranto, leggermente più alta della celeste, indica una cifra attorno ai 200, forse meno. Facciamo la solita proporzione: 82.000.000 : 100.000 = 377 : X > X= 100.000 x 200 : 82.000.000 = 0,24. Che però sulla scala graduata corrisponde a un ancor più improbabile 5 (almeno 20 volte di più).

Per quanto riguarda la fascia d’età 80+ (coi maschi stranamente raddoppiati in un giorno) facendo una comparazione visiva con la fascia 5-14, di cui abbiamo il dato, si può calcolarne la consistenza in circa 600, che porterebbe la percentuale sul totale dei contagiati in Germania a circa il 3%, da circa il 2% del giorno precedente.

Koch Institut 23 marzo

Il giorno 23 marzo la consistenza della fascia d’età 80+, facendo un raffronto visivo con quella 5-14, che rappresenta 495 persone, può essere stimata sulle 1.000 persone, che porterebbe la percentuale sul totale dei contagiati (22.479) a circa il 4,5%: più che raddoppiata nel giro di 3 giorni! Sono questi i primi segnali della strategia del rientro di cui parlavo in premessa? E tutte questa serie di stranezze, cambi, errori nella presentazione grafica delle statistiche, è forse solo una – non so quanto abile – operazione di camuffamento di un programmato e artificioso rientro in un minimo di credibilità statistica dei dati ufficiali sull’epidemia COVID-19 in Germania?

AGGIORNAMENTO DEL 28 MARZO 2020

Koch Institut 24 marzo

Grafici e numeri incompatibili

Facendo un raffronto visivo con la fascia d’età 5-14 (570 persone, dato espressamente dichiarato nel bollettino) per quella 80+ si può calcolare una consistenza di circa 1.300 unità, che equivalgono a circa il 4,8% del totale dei casi. Come già dimostrato, le varie barre verticali sono fra loro fuori scala. Per cui se calcolassimo la consistenza della fascia 80+ basandoci sulle 5.165 persone di cui consiste il raggruppamento over60 (60-79 e 80+) verrebbe fuori un risultato diverso. Facendo un raffronto visivo (non è possibile fare altro) fra le due fasce d’età c’è un rapporto di circa 3 a 2. Quindi per trovare la consistenza della fascia 80+ facciamo: 5.165 : (2+3) x 2 = 2066, che arrotondato a 2050 risulta pari al 7,5% del totale e superiore di 750 unità alle 1.300 unità calcolate in base al raffronto con la fascia d’età 5-14. Noi abbiamo sempre seguito questo ultimo raffronto, perché fino al cambio di grafica del 21/03/2020 le due fasce d’età 5-14 e 80+ sono andate per due settimane grosso modo di conserva rappresentando ciascuna circa il 2% del totale dei contagiati, e perché facendo un raffronto interno al gruppo over60, la fascia d’età 80+ sarebbe passata in un giorno dal 2% al 6% del totale. Cosa assolutamente non credibile. Quindi noi resteremmo senza dubbio fedeli al nostro calcolo del 4,8%, se non fosse che in una nota dello stesso bollettino si dice che: «79 decessi (69%) riguardano persone dagli 80 anni compiuti in su (solo il 3%, tuttavia, del totale dei casi)». Ora, risulta incomprensibile come le barre celeste-amaranto della fascia 80+ possano rappresentare il 3% del totale dei casi.

Koch Institut 26 marzo

Strategia della confusione

Facendo il solito raffronto visivo con la fascia d’età 5-14 (740 persone, dato espressamente dichiarato nel bollettino) per quella 80+ si può calcolare una consistenza di circa 1.900 unità, che equivalgono a circa il 5,2% del totale dei casi. Non ci dà nessun chiarimento la nota sui decessi del bollettino: «Di tutti i decessi, 155 (78%) riguardano persone dai 70 anni compiuti in su (solo il 9%, tuttavia, del totale dei casi).» C’è qualcosa di cervellotico in questo modo erratico di presentazione dei dati dei decessi: due giorni prima si faceva riferimento alla fascia 80+; oggi non a una fascia ma agli over70. Che sarebbero (9% di 36.508) circa 3.300. Ora noi sappiamo (è espressamente detto) che gli over60 sono 7.344. Quindi la fascia virtuale 60-69 dovrebbe consistere in circa 4.000 persone. Quella 70-79 in circa 1.400 (3.300 – 1.900). Quella 80+, in 1.900, appunto. Ma questa sequenza 4.000-1.400-1.900 appare priva di qualsiasi plausibilità, visto che nelle statistiche di altri paesi è possibile constatare che le fasce 60-69 e 70-79 sono piuttosto simili in consistenza. Se fossero esatte, saremmo di nuovo di fronte al mistero di una popolazione anziana messa sostanzialmente al riparo dal morbo, in misura tale che nessuna considerazione sociologica o sapiente profilassi può spiegare. Tutta questa incertezza deriva dal fatto che sin dal primo momento il RKI non ha diviso la popolazione in fasce d’età omogenee di 10 anni ciascuna, e per quelle che invece ha scelto non ha fornito le cifre esatte, tranne che per le prime due – le più insignificanti! – raggruppando le restanti in blocchi di due ciascuno. Fatto sta che ad oggi, 28 marzo, noi non sappiamo con certezza, ad esempio, quanti siano stati gli over80 contagiati. E’ grottesco! Sembra una specie di lambiccata strategia della confusione.

Arrivano i dati sui test. Di sicuro c’è solo una cosa: dai dati non emerge proprio nulla di tanto speciale nello sforzo compiuto dalla Germania per prevenire e combattere l’epidemia.

In questo bollettino annuncia per la prima volta i dati sui test condotti. Ma ancora una volta molte cose non tornano.

Test di laboratorio

RKI ha lanciato un’indagine a livello nazionale per determinare il numero dei test di laboratorio eseguiti per il SARS-CoV-2 in Germania. L’indagine è integrata da 3 ulteriori raccolte di dati provenienti dalla Rete per le malattie respiratorie (RespVir, RKI), la Rete nazionale per la sorveglianza di resistenza agli antibiotici in Germania (ARS, RKI) e l’Associazione dei laboratori medici accreditati in Germania (ALM e.V.). Dalla risposta finora di 174 laboratori, un totale di almeno 483.295 campioni sono stati testati fino alla dodicesima settimana di calendario compresa, la maggior parte nelle settimane di calendario 11 e 12. Di questi, 33.491 campioni (6,9%) sono risultati positivi per il SARS-CoV-2.

Allora: i test eseguiti fino al 22/03/2020 (giorno che chiude al dodicesima settimana di calendario) sarebbero 483.295. Di questi, come specificato nel riquadro sottostante, 348.619 nella dodicesima settimana, e 127.457 nell’undicesimo. Ciò significa dall’inizio dell’epidemia all’8 marzo 2020 (giorno che chiude la decima settimana) in Germania sarebbero stati fatti solo 7.219 test! Il giorno 8 marzo la Germania faceva registrare 847 casi, che equivalgono all’11,7% dei 7.219 test. Una percentuale realistica.

Però c’è una cosa che non torna: i 33.491 campioni risultati positivi. Perché il 22 marzo i testati positivi in Germania erano 18.610! I 33.491 s’avvicinano di più ai 36.508 casi dello stesso bollettino del 26 marzo. Ma allora quando terminava questa dodicesima settimana? Non si capisce, anzi, non torna nulla!

In ogni caso, da questi dati incoerenti risulterebbe che tutta la narrazione della previdente e possente opera di profilassi messa in opera dalla macchina sanitaria tedesca sarebbe una menzogna. E anzi, proprio l’enorme numero di test condotto nella dodicesima settimana di calendario, indicherebbe un’affannosa e ritardata rincorsa all’epidemia: l’esatto contrario di quanto si favoleggia. Inoltre, anche il numero complessivo dei test eseguiti in Germania, circa 480.000 – al 22 marzo o più in là, non si capisce – non avrebbe nulla di veramente straordinario, se pensiamo che in Italia ad oggi, 28 marzo, sono stati condotti circa 430.000 test, che proiettati sulla grandezza demografica della Germania danno una cifra di circa 590.000 test.

Ma qualcuno potrebbe obiettare che la frase «From the response of 174 laboratories thus far, a total of at least…» potrebbe suggerire che un grande e magari grandissimo numero di test non è ancora stato comunicato al RKI. Però anche qui, tanto per cambiare, c’è un problema grosso come un casa: tale ammasso di test non avrebbe rilevato nessun caso positivo. Perché i 33.000 e rotti campioni positivi annunciati dal bollettino già esauriscono il numero di casi totale registrato dalla Germania ben al di là del 22 marzo, fino a quasi il 26 marzo, data di pubblicazione del bollettino. O no?

O no?

AGGIORNAMENTO DEL 31 MARZO 2020

Koch Institut 30 marzo

Nei giorni seguenti al nostro primo aggiornamento i grafici hanno continuato a essere sballati e non consentono di capire con certezza quali siano le consistenze precise delle fasce d’età dei casi dai 15 anni in su. In una tabella vengono effettivamente indicate le classi d’età suddivise in classiche decadi (novità!) ma riguardano i decessi e quindi ci sono di scarso aiuto. Ci si chiede, per inciso, a riguardo di questa tabella così diversamente suddivisa, il senso di questa erratica, sfuggente, disallineata e incoerente presentazione complessiva dei dati.

Vi è tuttavia una nota interessante: «Of all reported cases only 11% were 70 years or older”. Tale percentuale il 26 marzo era al 9%: un aumento del 2% in 4 giorni. Questo dato ci consente di fare un confronto con altri paesi europei di cui disponiamo di dati più o meno precisi sulla percentuale della popolazione over70 contagiata. Li arrotondiamo in quanto cambiano gradualmente ogni giorno:

Paesi Bassi 40%; Italia 40%; Spagna 35%; Francia 30%*, Belgio 30%, Portogallo 20%, Germania 10%.

* Stimato: ufficiale 35% over65

AGGIORNAMENTO DEL 2 APRILE 2020

Finalmente è possibile calcolare la consistenza delle fasce d’età 60-69, 70-79, 80+

Koch Institut 1 aprile

Infatti, a partire dal bollettino del 31 marzo, viene indicata la consistenza numerica delle fasce d’età 60-79 e 80+. Inoltre abbiamo la percentuale – arrotondata all’unità – dei contagiati con età superiore ai 70 anni. Non mi ero ancora accorto, inoltre, che all’indirizzo web https://corona.rki.de (il sito del RKI non sembra fatto per il grande pubblico in quanto a immediatezza comunicativa, e nasconde un po’ i link presentandosi con fin troppa discrezione) era già possibile nella relativa infografica sapere la consistenza delle fasce d’età di strana suddivisione adottate dal RKI. In quelle qui sotto il numero dei contagiati (67.366) è lo stesso del bollettino, e la data del 01/04/2020 in basso a sinistra lo conferma. A destra c’è il diagramma per fasce d’età, con due possibilità di lettura: una con riferimento ai numeri assoluti, un’altra per 100.000 abitanti. Quest’ultima è quella – incomprensibile – che usa il RKI nei bollettini, con la sola differenza che le barre delle singole fasce si scambiano di posto, con i maschi che passano da sinistra a destra, e viceversa per le femmine. In quella che fa riferimento ai numeri assoluti ritornano i rapporti di grandezza fra le barre ritornano (grosso modo, ovviamente, stante i giorni passati) quelli antecedenti al cambio di grafica del bollettino. Cliccando sulle barre si possono leggere le consistenze numeriche delle varie barre, arrotondate al centinaio per quelle più importanti. Ho riportato i numeri sopra le barre. La somma totale corrisponde sostanzialmente a quella del bollettino e della schermata generale dell’infografica.

Koch Institut schermata1

Koch Institut schermata3

Koch Institut schermata2.jpg

Abbiamo dunque tre numeri precisi: la fascia d’età 60-79 consiste 12.394 persone, quella 80+ di 3.784, il totale dei contagiati è 67.366. Sappiamo inoltre che gli over70 sono circa il 12% dei contagiati. Quindi: over70 = 67.366 x 12% = 8.084; fascia 70-79 = 8.084 – 3.784 = 4.300; fascia 60-69 = 12.394 – 4.300 = 8.094

Queste le fasce dunque: 60-69 8.094; 70-79 4.300; 80+ 3.784; tot. 16.178, il che significa che gli over60 costituiscono il 24% dei 67.366 contagiati, mentre gli under60 sono il 76% de contagiati.

Grazie alla tabella dei decessi possiamo impostare questa nostra tabella riassuntiva:

Koch Institut 1 aprileD

Questo è almeno quanto si ricava dai dati del RKI. Altro dato interessante: gli over70 contagiati sono passati dal 26 marzo al 1° aprile dal 9% al 12% (circa 8.000 persone) del totale dei contagiati. A tal proposito, pongo l’attenzione sulla nota del bollettino, da me sottolineata in verde, che comunica la notizia di una crescita dei focolai nelle case di riposo, e dell’alto tasso di mortalità che caratterizza tali eventi. Ricordiamoci anche che la fascia d’età 80+, oggi al 5,6%, fino al 20 marzo è stata stabile intorno al 2%, e era ancora intorno al 3% in data 24 marzo, come da nota del bollettino relativo. E che i 459 decessi di questa fascia costituiscono il 62,7% del totale dei decessi in Germania (732).

AGGIORNAMENTO DEL 6 APRILE 2020

La popolazione anziana contagiata s’ingrossa sempre più

Koch Institut 4 aprile

Grazie ai dati riportati del bollettino del 4 aprile possiamo ricostruire, grosso modo, le percentuali e i numeri assoluti delle tre fasce d’età 60-69, 70-79 e 80+. Gli over70 sono circa: 85.778 (casi totali) x 14% = 12.000. Quindi: fascia d’età 80+ = 5.925 (dato già presente); fascia 70-79: 12.000 (over70) – 5.925 (80+) = 6.075; fascia 60-69: 16.333 (60-79) – 5.925 = 10.408.

Riepilogo con percentuali contagiati e decessi sul totale nazionale:

fascia 60-69: casi 10.408, pari al 12,1% del totale; decessi 101, pari all’8,7% del totale;

fascia 70-79: casi 6.075, pari al 7,1% del totale; decessi 282, pari al 24,4% del totale;

fascia 80+: casi 5.925, pari al 6,9% del totale; decessi 716, pari al 61,8% del totale.

Annotazioni:

La fascia d’età 80+, ora quasi al 7% dei casi totali, e che vale quasi il 62% dei decessi totali, fino al 20 marzo è stata stabile intorno al 2%, e era ancora intorno al 3% in data 24 marzo, come da nota del bollettino relativo. 

Gli over 70 dal 26 marzo al 4 aprile sono passati dal 9% al 14% del totale dei casi, in gran parte per l’aumento dei casi della fascia 80+ (grosso modo la ripartizione tra fascia 70-79 e 80+ al 26 marzo era 6% e 3%; al 4 aprile è 7% e 7%).

I test: numeri e incongruenze

Koch Institut TEST

kalenderwochenLe autorità tedesche, e certi virologi mediatici al seguito, nelle ultime settimane hanno molto insistito sul gran numero di test eseguiti in Germania nella lotta contro l’epidemia COVID-19. Si sono sentite cifre favolose, vaghissime e spesso contraddittorie, sia in merito alla potenza di fuoco dei laboratori tedeschi, sia in merito al numero di test effettivamente eseguiti. Il 26 marzo, finalmente, sono usciti i primi dati parziali sui test. Come riporta il bollettino dell’Istituto, «Il RKI ha lanciato un’indagine a livello nazionale per determinare il numero dei test di laboratorio eseguiti per il SARS-CoV-2 in Germania. L’indagine è integrata da 3 ulteriori raccolte di dati provenienti dalla Rete per le malattie respiratorie (RespVir, RKI), la Rete nazionale per la sorveglianza di resistenza agli antibiotici in Germania (ARS, RKI) e l’Associazione dei laboratori medici accreditati in Germania (ALM e.V.).»

Nel bollettino del 26 marzo si faceva riferimento ai test eseguiti e comunicati dai vari laboratori fino alla dodicesima settimana di calendario compresa, cioè fino al 22 marzo. I test erano in numero di 483.295, di cui 348.619 dal 16 al 22 marzo, 127.457 dal 9 al 15 marzo, e 7.219 (cifra ottenuta per sottrazione dal totale) nel periodo precedente all’8 marzo compreso.

Nel bollettino del 2 aprile sono stati aggiunti i test della tredicesima settimana di calendario, ed in più sono stati integrati i dati riferiti al periodo precedente l’8 marzo compreso. Per cui la situazione è questa: fino all’8 marzo 87.863; 9-15 marzo 127.457; 16-22 marzo 348.619; 23-29 marzo 354.521; per un totale di 918.460 test.

Incongruenze

Prima, piccola stranezza: la cifra dei test per la dodicesima settimana è lo stessa (348.619) nei due bollettini, ma nel primo sono indicati 176 laboratori, nel secondo 152.

Seconda stranezza: nel secondo bollettino il numero dei test eseguiti prima dell’8 marzo compreso si è decuplicato, pur rimanendo su una cifra complessiva piuttosto modesta, che passa da 7.219 a 87.863; la stranezza consiste nel fatto i casi di positività riscontrati cambiano di pochissimo: 2.089 (33.491 – 7.582 – 23.820) su 7.219 test nel primo bollettino; 2.763 su 87.863 nel secondo bollettino.

Terza e grossa stranezza: dai dati sui casi di positività riscontrati dai laboratori si rileva che all’8 marzo i positivi erano 2.763; al 15 marzo 10.345; al 22 marzo 34.165; al 29 marzo 64.906. Ma alle medesime date le statistiche ufficiali tedesche registravano le seguenti cifre: 847 (-1.916), 4.838 (-5.507), 18.610 (-15.555), 52.547 (-12.359)!

Conclusioni

Ciò significa che i dati fin qui pervenuti sui test eseguiti e sui relativi casi di positività riscontrati esauriscono e anzi oltrepassano le cifre ufficiali al 29 marzo 2020, tredicesima settimana di calendario. Ciò significa, inoltre, che eventuali dati integrativi sul periodo antecedente l’8 marzo, concernenti nuovi casi di positività, andrebbero ancor più a gonfiare questa incongruenza.

In ogni caso, da questa serie di dati incoerenti risulterebbe che tutta la narrazione sulla previdente e possente opera di profilassi messa in opera dalla macchina sanitaria tedesca non sarebbe nient’altro che, appunto, una narrazione fabbricata a posteriori. E anzi, proprio il grande numero di test condotto nella dodicesima e nella tredicesima settimana di calendario, indicherebbe piuttosto un’affannosa e ritardata rincorsa all’epidemia: l’esatto contrario di quanto si favoleggia. Inoltre, anche la cifra dei 900.000 test complessivi eseguiti, seppur notevole nel contesto internazionale, non ha nulla di veramente speciale se rapportata alla popolazione (e specie se frutto delle ultime due settimane di cui abbiamo i dati); vari paesi – più piccoli, a dir la verità – hanno fatto meglio, e l’Italia stessa, sostanzialmente, fin qui non ha fatto peggio. Della Germania.

AGGIORNAMENTO DEL 9 APRILE 2020

Bollettino dell’8/04/2020:

Gli over 70 dal 26 marzo all’8 aprile sono passati dal 9% al 16% del totale dei casi.

Di questi gli over80 sono più dell’8% del totale dei casi. Ricordiamo che fino al 20 marzo la fascia d’età 80+è stata stabile intorno al 2%, e era ancora intorno al 3% in data 24 marzo, come da nota del bollettino relativo. 

Grosso modo la ripartizione tra fascia 70-79 e 80+ al 26 marzo era 6% e 3%; all’8 aprile è circa 8% e 8%).

Test – Confronto Italia / Germania

Sono stati pubblicati col bollettino gli aggiornamenti sui test eseguiti:

Koch Institut 8 aprile

Test Italia-Germania

Esteri

Coronavirus: gli strani contagi alla Webasto

Webasto

I fatti di Weßling

Sul sito internet della Süddeutsche Zeitung, si può leggere il seguente articolo, datato 22 gennaio 2020:

Distretto di Starnberg

CHIUSE SCUOLE ELEMENTARI A CAUSA DELL’INFLUENZA

L’influenza si sta propagando nel distretto: l’ufficio igiene di Starnberg ha chiuso le scuole elementari di Weßling-Oberpfaffenhofen, nonché l’assistenza di mezzogiorno a Weßling e il doposcuola di Hochstadt a causa di un’ondata di infezioni. Più di uno scolaro su quattro è attualmente malato, 56 bambine e bambini su un totale di 199, così come alcuni collaboratori scolastici, riferisce l’ufficio distrettuale. Le lezioni sono state cancellate fino al 26 gennaio. Ciò ha lo scopo di prevenire ulteriori infezioni di una malattia respiratoria che si manifesta con febbre alta. «I casi di malattia sono aumentati negli ultimi giorni», riferisce la direttrice Maria Streifinger. La scuola ha informato l’ufficio igiene del cluster. Purtroppo, al momento non è possibile occuparsi dei bambini sani. «Sospettiamo un’infezione influenzale dietro un’ondata di infezioni caratterizzata da un alto tasso di trasmissione e da febbre alta. Ciò è già stato dimostrato in almeno due casi.», spiega il capo dell’ufficio igiene del distretto di Starnberg, il medico Lorenz Schröfl. Un bambino addirittura risulta infettato nonostante sia stato vaccinato. Il vaccino potrebbe non coprire l’intero spettro dei patogeni dei sottotipi del virus dell’influenza A che dilagano quest’anno. Schröfl presume che si tratti delle varianti H3N2 e H1N1. Secondo Schröfl, l’ufficio igiene distrettuale ha appreso di singoli casi «sparsi in tutto il distretto». Diverse scuole, asili e doposcuola sono stati colpiti. I malati sono rimasti contagiosi per 4-5 giorni, e ciò spiega la durata della chiusura a Weßling. È importante interrompere «l’effetto boomerang» creato dalla diffusione del virus da parte dei bambini infetti. «Non possiamo trattarlo alla stregua del solito naso che cola», dice, giustificando la chiusura. Nel frattempo, i locali della scuola vengono disinfettati in conformità alle indicazioni dell’ufficio distrettuale. Corrimano, maniglie di porte e finestre, pavimenti, scrivanie e servizi igienici vengono accuratamente puliti. Perché i virus che causano l’influenza si diffondono «oltre che attraverso la tosse e gli starnuti, soprattutto a causa della mancata disinfezione delle mani», sottolinea Schröfl. La chiusura è stata decisa dopo consultazione con il governo dell’Alta Baviera. La direttrice ha informato tutti i genitori martedì pomeriggio. L’influenza è conosciuta anche come “grippe” e, secondo l’ufficio igiene distrettuale, a differenza del raffreddore, non colpisce solo il tratto respiratorio, ma anche il resto del corpo. «Si possono visibilmente constatare gli effetti dell’influenza nei bambini: sono assai pallidi e flaccidi», si dice nell’ambulatorio pediatrico del dottor Manfred Praun a Gilching. E i casi si sono accumulati con estrema rapidità in zona a partire da lunedì a detta dell’assistente Franca Fuchslechner. Nei soli lunedì e martedì i genitori di dieci bambini hanno chiesto assistenza medica perché i loro figli avevano febbre a oltre 40 gradi, soffrivano di forti mal di testa, con dolori muscolari e tosse. Con un rapido test si può accertare un caso d’influenza. A tal fine una striscia reattiva, simile a un bastoncino di ovatta, viene inserita nel naso. Si può leggerne l’esito dopo dieci minuti. All’ufficio igiene distrettuale si presume che l’onda influenzale aumenti.

Ciò accadeva a Weßling, comune nel distretto di Starnberg, nei pressi di Monaco di Baviera. Ciò accadeva, inoltre, quando a Wuhan, l’enorme città aggredita dal Coronavirus nel cuore della Cina, la situazione stava precipitando, e la gravità della situazione era oramai di dominio pubblico in tutto il mondo, sebbene le statistiche ufficiali del regime non contassero ancora che qualche misero e ridicolo centinaio di contagiati. Nel web perciò circolarono voci di un possibile arrivo del Coronavirus a Weßling. Così riporta infatti BF24 in fondo a un articolo del 2 marzo 2020 intitolato “Coronavirus, teorie del complotto e video allarmistici online”:

24/01/2020 – «Scuole elementari di Starnberg chiuse a causa del virus» La voce si diffonde su Twitter. In effetti, due scuole elementari del distretto di Starnberg, così come l’assistenza di mezzogiorno a Weßling e il doposcuola di Hochstadt sono state chiuse per un breve periodo. Ciò non aveva nulla a che fare con il Coronavirus, ha detto un portavoce del provveditorato agli studi del distretto di Starnberg, quando gli è stato chiesto da BR24. Le scuole volevano prevenire la diffusione del virus dell’influenza perché evidentemente molti scolari l’avevano contratto.

Il contagio alla Webasto

Il 27 gennaio 2020, però, un destino particolarmente perfido vuole che venga annunciato dal Ministero della Salute della Baviera il primo contagio da Coronavirus avvenuto direttamente in terra di Germania, ad appena 11 km di distanza in linea d’aria dalle scuole elementari di Weßling-Oberpfaffenhofen. A essere contagiato è un dipendente della Webasto, azienda bavarese di componentistica per auto. La sede principale della Webasto – Webasto SE – è a Stockdorf, frazione di Gauting, comune del distretto di Starnberg. La Webasto SE è una holding che detiene il 100% di due società: la Webasto Roof & Components SE e la Webasto Thermo & Comfort SE. La Webasto Thermo & Comfort SE ha sede a Gilching, comune anch’esso del distretto di Starnberg. La Webasto ha vari insediamenti produttivi in Cina, tra cui uno a Shanghai e uno a Wuhan, ambedue sotto la direzione della Webasto (Shanghai) Ltd.

Secondo quanto comunicato dalle autorità tedesche, una dipendente (cinese) della Webasto di Shanghai sarebbe sbarcata all’aeroporto di Monaco di Baviera il 19 gennaio, per partecipare a un corso di formazione (forse in qualità di docente: nel sito internet Merkur.de viene definita Schulungsleiterin) al quartier generale della Webasto a Stockdorf, per ripartire poi da Monaco di Baviera il 23 gennaio. Durante il ritorno, o poco dopo, si sarebbe sentita male per risultare poi positiva al Coronavirus. La causa addotta per il contagio starebbe nel fatto che nei giorni precedenti la partenza la donna avrebbe ospitato i suoi genitori provenienti da Wuhan. Una volta avvisata la Webasto del caso di contagio, i controlli in azienda e fra i possibili contatti della donna avrebbero condotto all’individuazione di un primo contagiato, un 33enne dipendente della ditta, abitante nel distretto di Landsberg am Lech (a Kaufering, per il sito The Local.de) limitrofo di quello di Starnberg. Costui incontrò la collega cinese il 21 gennaio, durante il sopramenzionato corso di formazione. Perciò fu facile determinare il luogo e il momento del contagio. Nei giorni successivi al 27 gennaio 2020, una dozzina di persone circa, fra dipendenti della Webasto e famigliari degli stessi, tranne uno, di cui parleremo in seguito, risultarono contagiate. Bisognò poi aspettare la fine di febbraio per sentire parlare ancora in Germania di contagiati dal Coronavirus, dopo che l’epidemia era scoppiata in Italia.

Ora, il fatto che la sede della Webasto di Stockdorf disti in linea d’aria solo 11 km dalle scuole elementari di Weßling-Oberpfaffenhofen risulta molto suggestivo per chi vede complotti e trame misteriose in qualsiasi curioso concorso di circostanze. Ma la tempistica del contagio rende apparentemente impossibile qualsiasi legame fra il contagio alla Webasto e la virulenta influenza di Weßling di cui abbiamo parlato. Infatti quest’ultima divampò o ebbe un’improvvisa accelerazione fra lunedì 20 gennaio e martedì 21 gennaio. Il giorno 21 è proprio il giorno esatto del contagio alla Webasto. E’ perciò impossibile che scolari e collaboratori scolastici manifestassero sintomi presunti di Coronavirus il giorno stesso del contagio alla Webasto, quand’anche fossero stati davvero contagiati in giornata; tanto più impossibile in quanto i malori a Weßling erano cominciati il giorno prima. Ma ci sono molte cose che non quadrano in questa narrazione dei fatti. Innanzitutto la storia della collega cinese.

La storia della cinese

Dal momento che questa signora o signorina cominciò a sentire i sintomi del Coronavirus verosimilmente non prima della notte fra il 23 e il 24 gennaio, ciò implica che la data del suo contagio deve essere retrodatata con ogni probabilità verso il 17-18-19 gennaio. E’ vero che teoricamente i tempi di incubazione che vanno dal contagio allo sviluppo dei sintomi clinici può arrivare al massimo fino a 14 giorni, ma di solito essi si riducono a circa una settimana. Il 19 gennaio è la data del suo arrivo a Monaco di Baviera. Se ne deduce che la donna è stata infettata dai genitori (evidentemente asintomatici) alla vigilia della partenza, o addirittura nel giorno stesso della partenza. Se ne deduce ancora che i genitori dovevano essere arrivati a Shanghai probabilmente non prima di due-tre giorni da quello della partenza per l’Europa della donna, perché altrimenti la figlia avrebbe risentito dell’infezione già in Germania, se non addirittura nella Cina stessa. Sul sito The Local.de è indicata la data precisa del 16 gennaio, ma l’abbiamo trovata solo qui. Ora appare stranissimo che i genitori siano arrivati a Shanghai da Wuhan sapendo che la figlia stava per partire per la Germania e avrebbero avuto in pratica la possibilità di vederla solo per un paio di giorni. Che i genitori abbiano altri figli nella zona di Shanghai e che avessero progettato di dimorare lì per qualche settimana, un tempo più che sufficiente per rivedere la figlia? O forse che, profetici, stessero fuggendo da Wuhan visto che il 23 gennaio il governo cinese avrebbe imposto, piuttosto a sorpresa visto che per due mesi aveva ignorato o minimizzato la gravità della situazione, il blocco della città?

Inoltre, c’è un altro aspetto della vicenda della cinese da considerare. Un aspetto che mette in discussione, oltre che le autorità tedesche, anche quelle cinesi. Infatti, ad oggi, a epidemia ufficialmente e trionfalmente “debellata”, a Shanghai i contagiati dal Coronavirus ufficialmente dichiarati sono 380: trecentottanta. Ricordiamoci che, secondo le statistiche ufficiali, degli 80.000 contagiati in Cina, 67.000 vengono dallo Hubei. Lo Hubei ha circa 60 milioni di abitanti. La Cina circa 1.400. Ciò significa che durante i due mesi, almeno, che passarono dall’inizio della diffusione dell’epidemia alla presa d’atto del governo cinese della gravità della situazione e dall’inizio dell’implementazione delle drastiche misure per affrontarla, e che permisero all’epidemia di penetrare da Wuhan e dallo Hubei nel resto del paese e poi nel mondo, tale infiltrazione del morbo nel resto della Cina – 1.340 milioni di abitanti – avrebbe causato complessivamente, a epidemia finita, il contagio di sole 13.000 persone. Riassumendo: 13.000 contagiati nel resto della Cina, 380 a Shanghai. Quando invece, se la storia della cinese raccontata dalle autorità tedesche e mai smentita da quelle cinesi è vera, verso il 20 gennaio 2020 il morbo era già presente a Shanghai, una città di 25 milioni di abitanti! E una città che ancora accoglieva viaggiatori da Wuhan! Chi potrà mai conciliare queste cifre assurde?

E infatti, come mostra questa pagina di un bollettino del 21 gennaio della World Health Organization, alla data del 20 gennaio il morbo era presente a Shanghai; ma solo una persona – curiosamente, una donna arrivata da Wuhan il 12 gennaio – era stata ufficialmente riconosciuta come contagiata! Ciò significherebbe che la cinese della Webasto sarebbe stata in assoluto una delle primissime persone contagiate a Shanghai, e che la sfortuna volesse che portasse subito il virus in Germania. Quale diabolico concorso di circostanze!

WHO Covid

Ma andiamo avanti. Da un articolo pubblicato sul sito internet della Süddeutsche Zeitung il 28 gennaio si apprende che la donna cinese avrebbe saputo della sua positività domenica 26 gennaio, informandone poi immediatamente, presumiamo, la sede tedesca della Webasto. Appare quindi assai improbabile che i dipendenti della sede di Stockdorf fossero stati informati della collega cinese contagiata durante il weekend, più precisamente di domenica, col rischio peraltro di creare una fuga di notizie che avrebbe portato al caos, tanto più che il giorno dopo sarebbero tornati al lavoro e la cosa resa pubblica. Ma magari qualcuno fu informato, chi lo sa? Ci fu una conferenza stampa il 28 gennaio 2020, seguita all’annuncio della sera prima da parte del Ministero della Salute bavarese del contagio del dipendente della Webasto. Nello stesso articolo sopramenzionato della si riporta inoltre quanto segue:

Andreas Zapf, il presidente dell’Ufficio per la Salute della Baviera, ha illustrato il caso. Si tratta di un uomo di 33 anni che vive nel distretto di Landsberg am Lech e lavora nel distretto di Starnberg. Ha avuto contatti con la collega cinese in una riunione della scorsa settimana. Durante il fine settimana si sentiva “grippig”, ma non lo aveva collegato al virus. Il 33enne era andato a lavorare lunedì mattina. Da un attento esame lunedì sera [27 gennaio] risultava evidente che il 33enne era infetto. Le autorità hanno quindi deciso di sorvegliarlo in ospedale. L’uomo ha anche un figlio, motivo per cui viene controllato anche l’asilo che frequenta. Ci sono circa 40 persone che potrebbero aver avuto contatti con il contagiato. Finora nessun altro malato è stato identificato. Ora è importante non diffondere il panico.

Ora questa descrizione dei fatti presenta parecchi problemi. Se il dipendente infettato era a conoscenza (ma solo da domenica) del fatto che la cinese era stata contagiata, sarebbe stato assurdo (ci si immagini l’inquietudine) che il dipendente della Webasto non avesse collegato, seppur in via ipotetica, il suo sentirsi “grippig” al Coronavirus. Se non ne era a conoscenza, perché mai avrebbe dovuto collegarlo al Coronavirus? E perché mai Zapf si sarebbe sentito in dovere di fare questa assurda precisazione a tale riguardo? Risulta poi curiosa l’attenzione posta sulle 40 persone che l’uomo avrebbe potuto infettare a sua volta, e non si parli di tutte quelle che la cinese avrebbe potuto infettare nei suoi giorni di permanenza in Germania dal 19 al 23 gennaio. E risulta infine sospetto lo zelo col quale si sottolinea la necessità di non diffondere il panico, in consonanza peraltro con l’atteggiamento sempre mostrato dalle autorità tedesche, quasi ossessionate da questo aspetto della vicenda e del problema Coronavirus in generale.

Sul sito The Local.de citato in precedenza, quello dell’indicazione precisa dell’arrivo a Shanghai dei genitori della cinese e che fornisce informazioni di cui non ho trovato conferma altrove (ma può darsi che vi siano) si dice, in data 5 febbraio 2020:

24 gennaio: l’uomo, che non aveva problemi di salute, soffrì di mal di gola, brividi e dolori muscolari. Il giorno seguente ebbe la febbre a 39,1 gradi e una tosse persistente.
26 gennaio: la donna cinese risultò positiva per il Coronavirus. L’uomo di 33 anni, tuttavia, si sentì meglio la sera e tornò al lavoro il giorno seguente.

Ancora stranezze. 1) Zapf dice che il dipendente della Webasto si sentiva “grippig” durante il weekend (25-26 gennaio); quanto riportato da The Local.de ci fa capire invece che proprio nel weekend cominciò a sentirsi meglio. 2) Ecco poi l’ennesima curiosa circostanza di questa storia: dando credito alla versione di The Local.de, ne viene necessariamente fuori che sia la cinese sia il primo contagiato della Webasto avrebbero avvertito i sintomi del Coronavirus a pochissima distanza di tempo l’una dall’altro, forse lo stesso giorno 24, forse nelle stesse ore, anche se la cinese sarebbe stata contagiata dai genitori il 16, mentre il tedesco il 21.

Il contagiato delle Canarie

Ma ritorniamo a quell’unico infettato né dipendente della Webasto né famigliare di un dipendente. Si tratta di un turista bavarese che si trovava in Spagna, nelle Isole Canarie, e specificatamente nell’isola di La Gomera. Fu il primo caso di Coronavirus registrato nel suolo spagnolo. Asintomatico, fu trovato positivo il 31 gennaio, a seguito di informazioni trasmesse dalle autorità tedesche a quelle spagnole. I suoi compagni di viaggio risultarono negativi e furono messi in quarantena. Come riporta il sito internet della Süddeutsche Zeitung in data 6 febbraio:

Il contagiato tedesco dal Coronavirus sull’isola spagnola di La Gomera viene dalla Baviera. L’Ufficio di Stato per la salute e la sicurezza alimentare (LGL) ha dichiarato giovedì che avuto contatti con un dipendente Webasto. (…) L’uomo trovato positivo ha 26 anni e vive nel distretto di Landsberg am Lech.

Ricordiamoci che nel distretto di Landsberg am Lech vive anche il dipendente della Webasto contagiato dalla cinese; quindi si può presumere che sia stato lui stesso a contagiare il turista, anche se non vi può essere alcuna certezza in merito. La storia del turista tedesco, ufficialmente uno dei primissimi contagiati dal Coronavirus in suolo tedesco, che appena contagiato porta il virus in Spagna, fa curiosamente il paio con quella della cinese della Webasto, giocoforza una delle primissime persone contagiate a Shanghai, che appena contagiata porta il virus in Germania.

Miracoli di fortuna ed efficienza

Fatto sta che nel giro di una decina di giorni il caso dei contagiati della Webasto fu sostanzialmente chiuso. Tutti i contagiati risultarono contagiati dal …contagiato dalla collega cinese, o si erano contagiati a vicenda dopo essere stati contagiati dal contagiato tedesco (scusate la cacofonia, ma queste cose vanno trattate con precisione teutonica), e non ebbero malesseri particolari. A quanto pare, durante i 5 giorni di viaggio tra Cina e Germania e di permanenza in Germania l’infettata cinese avrebbe infettato solo quell’unico dipendente della Webasto. Né si ebbero notizie di controlli particolari sui voli di andata e ritorno presi dalla donna, né in Germania né in Cina. Se il concorso di circostanze che portò al contagio del tedesco (si pensi al fatto che la cinese, una delle primissime contagiate – 5? 10? 20? – a Shanghai, la città dai 25 milioni di abitanti, fu infettata al momento di partire per la Germania, ed ebbe i sintomi dell’infezione appena ritornata in Cina) appare diabolicamente perfido, il fatto che la donna non abbia contagiato nessuno a parte il dipendente della Webasto, insieme a quello che il contagiato tedesco l’abbia incontrata una sola volta in quel dato luogo di quel dato giorno, appare un frutto miracoloso della bontà divina, in quanto ha permesso di rintracciare su un’unica pista facile facile tutte le poche persone coinvolte nel contagio, compresa quella che aveva già portato con velocità fulminea il Coronavirus fuori dei confini tedeschi.

Miracolosa appare anche la provvidenziale sequenza temporale, calcolata con la precisione di un orologio svizzero, grazie alla quale tale ricostruzione dei fatti disinnesca il sospetto sui casi di virulenta influenza nelle scuole di Weßling e nel distretto, e va ad acciuffare con un balzo felino il bavarese contagiato scappato in vacanza alle Canarie.

La Webasto e i traffici con la Cina

Il giorno 27 gennaio, in concomitanza con l’annuncio ufficiale del primo contagiato, la Webasto annullò tutti i viaggi di lavoro da e verso la Cina per almeno due settimane e per una settimana ai dipendenti della sede di Stockdorf fu data la possibilità di lavorare nel loro ufficio a casa; inoltre la sede di Stockdorf fu temporaneamente chiusa per una settimana, poi prorogata di un’altra, il tempo necessario per disinfettarla. Anche il sito di Wuhan, pare, fu chiuso fino al 14 febbraio per le opere di pulizia e disinfezione. Da ciò veniamo a sapere che i viaggi di lavoro dei manager e dei dipendenti della Webasto tra la Germania e la Cina erano continui, a cadenza almeno infrasettimanale. Dal sito della Webasto veniamo inoltre a sapere che due settimane prima dell’annuncio del contagio, esattamente il 13 gennaio 2020 fu inaugurato a Jiaxing, nei pressi di Shanghai (mentre a Wuhan, nonostante i dinieghi delle autorità, già dilagava il contagio) un nuovo insediamento produttivo, alla presenza del Presidente del consiglio d’amministrazione Holger Engelmann: si presume che tale occorrenza avesse provocato un notevole viavai di persone tra Monaco di Baviera e Shanghai. E’ davvero azzardato avanzare l’ipotesi che tutto questo flusso (non solo concernente la Webasto, ma tutte le numerosissime aziende tedesche presenti in Cina e a Wuhan) nei due mesi che vanno dall’inizio di dicembre 2019 alla fine di gennaio 2020, che precedettero il riconoscimento ufficiale da parte del governo cinese dell’epidemia Covid-19, e durante i quali il Coronavirus aveva cominciato a diffondersi nello Hubei e in Cina, avesse già portato in qualche modo il contagio in Germania? Nel sito della Süddeutsche Zeitung in data 1 febbraio 2020 si legge:

Un aereo della Bundeswehr tedesca ha trasportato 102 tedeschi e altre 26 persone a Francoforte dalla città di Wuhan in Cina, gravemente colpita dal Coronavirus. (…) Secondo il ministro della sanità Jens Spahn (CDU), nessuno dei tedeschi a bordo del velivolo della Bundeswehr mostra sintomi. «Tornano da noi in Germania innanzitutto i cittadini sani e senza sintomi», ha detto sabato pomeriggio a Bonn.

Ma qualche giorno dopo, il 6 febbraio, sempre sullo stesso sito si legge:

Inoltre, risulta contagiata una donna che viene dalla Baviera, trasportata a Francoforte l’1 febbraio dalla regione di Wuhan in Cina, che è stata particolarmente colpita dal virus. Insieme ad un altro rimpatriato – un 45enne che viene dal distretto di Frisinga [sempre in Baviera], come annunciato dall’ufficio distrettuale locale – è stata giudicata positiva al virus. Dalla scoperta dell’infezione la paziente è in stato di quarantena presso il reparto malattie infettive della Clinica universitaria di Francoforte sul Meno. È clinicamente in buone condizioni.

Chi sono questi due contagiati bavaresi? Una risposta assai plausibile a questa domanda viene dal quotidiano online Affaritaliani.it in un articolo del 4 febbraio:

Il caso più clamoroso è quello di Webasto, produttore di componenti in plastica per il settore auto (…) Risultato: sono risultati contagiati 7 impiegati (2 in Cina e 5 in Germania, dove i casi finora accertati sono 12, tra i quali il figlio di un dipendente Webasto rimasto contagiato e due dei 120 cittadini tedeschi rimpatriati dalla Cina), mentre altri 122 sono risultati sani e si attende ancora l’esito degli ultimi test.

Il periodo è alquanto disordinato, ma non sembrano esservi dubbi che i due impiegati della Webasto contagiati in Cina e i due cittadini tedeschi rimpatriati dalla Cina siano le stesse persone. E che siano pure i due contagiati di cui parla la Süddeutsche Zeitung.

Ritorno a Weßling

A questo punto ricorderete forse che nel primo articolo linkato sulle scuole elementari di Weßling-Oberpfaffenhofen si parlava dell’ambulatorio pediatrico del dottor Manfred Praun a Gilching, al quale «nei soli lunedì e martedì i genitori di dieci bambini hanno chiesto assistenza medica perché i loro figli avevano febbre ad oltre 40 gradi, soffrivano di forti mal di testa, con dolori muscolari e tosse». Gilching infatti è un comune molto vicino a Weßling. E a Gilching si trova anche, come già detto, la sede della Webasto Thermo & Comfort SE, la quale dista in linea d’aria dalle scuole elementari di Weßling-Oberpfaffenhofen la bellezza di 3.000 metri.

Webasto 1

In ogni caso il Coronavirus ha veramente finito per raggiungere le scuole di Weßling-Oberpfaffenhofen. Lo si legge nella solita Süddeutsche Zeitung, in un articolo datato 11 marzo 2020:

L’ufficio igiene ha chiuso la scuola elementare di Weßling perché un’insegnante si è rivelata positiva al Coronavirus. Fino a martedì 17 marzo compreso, i 201 studenti e circa 20 insegnanti devono rimanere a casa, ha affermato l’ufficio distrettuale. Anche il centro diurno “Villa Kunterbunt” a Hochstadt resterà chiuso per questo periodo. Dopo il liceo di Tutzing e il liceo tecnico di Starnberg, la scuola elementare Weßlinger è la terza scuola del distretto in cui sono stati conosciuti i casi di Coronavirus. Come riportato dall’ufficio distrettuale, l’insegnante è una donna di 49 anni. Anche il suo compagno, un uomo di 50 anni, è stato infettato dal Coronavirus. Entrambi stanno bene, e restano isolati in casa, secondo la portavoce del distretto Barbara Beck. Come dice la direttrice di Weßling, Maria Streifinger, tutti i genitori sono stati informati del fatto martedì sera. (…) Mercoledì l’ufficio distrettuale ha riferito di sei nuovi casi di coronavirus: quattro uomini di 32, 36, 53 e 67 anni, un adolescente di 16 anni e una donna di 37 anni. Tutti restano isolati in casa. Ciò ha aumentato il numero di contagiati nel distretto a 22, otto dei quali vengono monitorati nell’ospedale di Starnberg.

Si noti come in Germania le persone anziane sembrino sconosciute a quel Coronavirus che in giro per il vasto mondo pare invece avercela a morte, nel vero senso della parola, con loro. Nel frattempo a Weßling anche il municipio è stato chiuso.

L’atteggiamento della Germania

Ciò che questo articolo insinua, ovviamente, è che le autorità tedesche fossero a conoscenza della presenza del Coronavirus in Germania prima di quel 27 gennaio 2020. D’altra parte, da almeno due mesi a questa parte il loro atteggiamento è strano, ma costante: più che dal Coronavirus sembrano spaventate, con un occhio anche all’economia, dal fatto che la sua presenza e progressione possano creare panico. Ora, la preoccupazione di evitare il panico di per sé è perfettamente giustificata, anzi, doverosa, se pensiamo anche alla superficialità italiana su questo aspetto della gestione della crisi, a patto di non cadere nel …panico e cedere a pratiche consone più all’opaco dirigismo cinese che alla trasparenza europea. La strategia tedesca sembra quella di portare progressivamente, a fari spenti, a dosi omeopatiche, la popolazione a rendersi conto della gravità della situazione. A immunizzarla dal panico, prima ancora che dalla malattia. Manzoni direbbe: «sopire, troncare; troncare, sopire». Così si spiega, per esempio, la tranquillità con la quale la Merkel parla della possibilità di un 70% della popolazione infetto, o quella con la quale i media, che sembrano aver capito l’antifona, riportano come se fosse nulla le fosche previsioni dell’Istituto Koch sulla straordinaria velocità di espansione dell’epidemia. Sulle notizie in merito a questa vicenda prevale, o almeno è prevalsa fin qui, una sorta di opacità e pigrizia generale. La quale però un po’ alla volta ha portato a dei veri propri imbrogli: altro non si possono definire le ridicole statistiche sui contagiati e soprattutto sui morti a causa del Coronavirus. In Germania di Coronavirus non muore nessuno o quasi:  in un paese, cioè,  che non è meno vecchio di quell’Italia nella quale la grande maggioranza dei morti col Coronavirus è costituita da 80enni con patologie pregresse. Le autorità si affrettano a dire che col tempo anche i numeri tedeschi avranno una fisionomia normale, e può darsi che stiano pianificando, senza dare nell’occhio, come hanno fatto fin qui, un graduale rientro dalla non credibilità contabile. Ma intanto si può già stare ragionevolmente certi che fin dall’inizio, in obbedienza alla strategia della comunicazione sopramenzionata, le autorità tedesche avevano deciso di escludere dalle statistiche dei contagiati e dei decessi la gran parte delle persone anziane. C’è il sospetto, cioè, che fin qui la Germania abbia giocato ambiguamente sul fatto che per molte persone anziane e malate il Coronavirus è stato solo la complicazione finale e fatale che le ha portate alla morte: persone di cui dal punto di vista del buon senso (non so da quello dei protocolli medici) sarebbe abbastanza ridicolo dire che sono morte di Coronavirus. La grande ondata d’influenza (quella vera) che ha colpito la Baviera e la Germania nei primi due mesi dell’anno è stata più che sufficiente, fin qui, alla vigilia dell’arrivo della bella stagione, per annegare questi decessi in una contabilità per così dire rassicurante.

Tuttavia non ci pare che il timore di creare il panico generale, con tutte le conseguenze sociali e economiche del caso, sia una ragione sufficiente per il ricorso a una pratica così drastica. La ragione ultima, invece, potrebbe essere questa: che se le autorità tedesche avessero cominciato fin da fine febbraio a usare una metodologia italiana per le statistiche sull’epidemia COVID-19, fin da subito i numeri avrebbero spinto molti a riconsiderare i casi di tante persone anziane morte nelle settimane precedenti, di febbraio, ma anche, e soprattutto, di gennaio.

Italia

Le origini della crisi del governo M5S-Lega

Se volessimo cercare di veder chiaro nella crisi politica che stiamo vivendo, e nel comportamento di Salvini, potremmo partire da Berluschino. Il nomignolo velenoso venne affibbiato a Renzi dalla sinistra anti-renziana dentro il PD, dalla sinistra a sinistra del PD, e dalla setta a parole né di destra né di sinistra, ma in realtà palpabilmente neo-comunista del M5S. Essendo Berlusconi – per la sinistra italiana che già aveva condannati alla damnatio memoriae i democristiani e i socialisti che si erano ribellati alla dhimmitudine, culturale prima ancora che politica, imposta dai sempre più potenti Pasdaran dell’Ideologia Resistenziale – essendo Berlusconi, dicevo, l’ennesima personificazione di Satana, ovvero l’ennesima incarnazione politica dell’italiano antropologicamente fascista, il nomignolo equivaleva a una scomunica, o meglio, a una fatwa.

In realtà, politicamente parlando, Renzi non aveva e non ha nulla a che vedere con Berlusconi, come invece professano legioni di mezze cartucce radicalizzate di sinistra e anche di destra. Berlusconi aveva sdoganato la destra per fondare il centrodestra e dare all’elettorato conservatore italiano un contenitore politico non ambiguamente centrista ma allo stesso tempo immune da tentazioni nazionaliste. Era un tentativo – non velleitario perché obbediva a un impulso magari inconsapevole ma profondo del corpo della nazione – di normalizzazione e modernizzazione della politica italiana, analogo a quello fatto per l’elettorato progressista da Craxi nei tre lustri che precedettero Mani Pulite: con la differenza che il leader socialista tentò di spostare in terra socialdemocratica, ossia verso il centro, il baricentro di una sinistra fin lì comunista, settaria e giacobina; mentre Berlusconi cercò di smuovere verso un baricentro liberal-conservatore,  ossia verso destra, un centrismo democristiano sempre più remissivo nei confronti della sinistra. Ciò significava però riscrivere, in omaggio alla verità, la storia dell’Italia repubblicana veicolata dalla vulgata giacobino-comunista e terremotare le rendite di posizione di poteri ben sedimentati. L’odio profondo, fanatico, per Craxi e Berlusconi nasce da qui, non dalle loro particolari personalità.

Renzi, sulla scia di Veltroni, cui non assomiglia per nulla, pensò di trasformare il PD in un partito superficialmente liberal senza mettere in discussione nulla del passato della sinistra, e anzi usando, al di là della messa in scena gioviale e giovanilistica, la retorica sostanzialmente giacobina della rottamazione. Ragion per cui: 1) nemmeno la trasformazione socialdemocratica si è mai veramente realizzata in una sinistra italiana che ancora venera Berlinguer; 2) al richiamo della foresta del giacobinismo puro e duro il PD è sempre pronto a rispondere.

Questa mancata normalizzazione della politica italiana – al di là dell’influenza dovuta ai sommovimenti della storia recente europea e mondiale, che pure hanno avuto una grande importanza, generando effetti simili fuori d’Italia – ha preparato il terreno sia all’emergere di neo-radicalismi politici a destra e sinistra, sia all’emergere di un centrismo tecnocratico antidemocratico, sorta di dirigismo politico-economico igienizzato che si contrappone a quello sudaticcio e puzzolente dei sovranisti: sono fenomeni collegati tra loro, anzi, sono le due facce della stessa sciagurata medaglia.

Il binomio Renzi-Berlusconi quale simbolo d’infamia nasce quindi a sinistra, ma è stato recuperato dall’estremismo politico di destra – sia in quello duro e cupo di un certo nazionalismo ateo; sia in quello acido e incattivito di un certo malinteso tradizionalismo cattolico – per una affinità illiberale di fondo col giacobinismo statalista di sinistra, alla quale la fazione salviniana della Lega ha dimostrato di essere recettiva (come lo fu, peraltro, la Lega di Bossi al tempo del ribaltone del 1995), un sentire politico che però si scontra antropologicamente con una parte importante dell’elettorato leghista settentrionale. D’altra parte, per quanto goliardica tale denominazione potesse essere, qualcosa dove aver pur spinto Salvini a far parte dei Giovani Comunisti Padani ai tempi in cui era ancora un attacchino.

Questa malsana affinità, per quanto residuale, venne fuori un anno fa durante le consultazioni di Mattarella che poi sfociarono nella formazione del governo M5S-Lega. Mattarella, con grave scorrettezza, non diede l’incarico esplorativo a Salvini, quale rappresentante della coalizione arrivata in testa alle elezioni, ma lasciò che le parti esplorassero tutte le opzioni possibili tranne quella che il galateo istituzionale avrebbe dovuto imporre. Quando per forza di cose si arrivò finalmente ad essa, espresse la sua indisponibilità senza fornire spiegazioni plausibili: non volle nemmeno correre il rischio che il centrodestra potesse trovare in parlamento i voti necessari a costituire una maggioranza di sostegno. Questo fu l’alto e riconosciuto senso di responsabilità di Mattarella, cioè l’insulsa fotocopia di quello posticcio e compuntamente fazioso ostentato da Scalfaro, Ciampi e Napolitano.

Il vero peccato originale di Salvini fu invece quello di non perorare la propria causa quale candidato alla presidenza del consiglio dei ministri del centrodestra emerso naturalmente dalla contesa elettorale, e di non mettere il presidente della repubblica davanti alle proprie vere responsabilità, non tanto o non solo per averne ragione, ma per una questione di trasparenza sottoposta al giudizio dell’opinione pubblica. Non lo fece perché fin dal primo momento gli sorrise l’idea di un governo coi grillini che l’esito del voto rendeva possibile. Perché in questo connubio innaturale – ma con qualche affinità residuale, ripetiamo – vide il mezzo non per fagocitare parte dell’elettorato grillino, come scrivono certi dietrologi cortigiani o faziosi, ma per rottamare le altre formazioni politiche, a cominciare dal PD e da FI, presentando il nuovo governo M5S-Lega quale incarnazione politica della Nuova Italia destinata a liquidare la Vecchia Italia corrotta, maneggiona, incapace e servile con lo straniero, in attesa del momento opportuno per i nuovi padroni della politica italiana di scontrarsi fra loro in un campo ripulito dalla concorrenza. Tale patto era in qualche modo facilitato dalla retorica del né di destra né di sinistra comune, anche se in misura alquanto diversa, oltre che al qualunquismo tecnocratico centrista alla Monti o à la Macron, anche al M5S e alla Lega, nonostante la realtà dei fatti dimostrasse clamorosamente il contrario: è per reticenza, infatti, che nella bocca dei maggiorenti della Lega abbonda il sovranismo, ma la parola destra quasi mai viene articolata. Tale patto, inoltre, costituiva una ferita allo spirito democratico del sistema elettorale vigente, per quanto pessimo lo si possa giudicare, in quanto siglato tra una coalizione (cioè tra un partito che faceva coalizione a sé) e un partito che faceva parte di un’altra coalizione, e non tra due coalizioni. Salvini ritornò a tale idea dopo lo stop del presidente della repubblica all’opzione naturale sopramenzionata; e Mattarella, con lo spettro davanti di nuove elezioni a breve che vedevano il centrodestra in ascesa, vi si piegò vedendo in essa il male minore.

Per Salvini ciò significava agire da animale politico spregiudicato, ma culturalmente sprovveduto. Al momento di governare per davvero, lo stentoreo vaffanculismo né di destra né di sinistra dei grillini si afflosciò passo dopo passo, lasciando scoprire la vera natura neo-comunista del M5S. Il movimento fondato da Beppe Grillo non seppe prendere il toro per le corna, cioè gettare la maschera, confessare la propria natura, perdere il sostegno di una parte cospicua del proprio bacino elettorale, e ricostituirlo gettando un’OPA sul PD e sul resto della sinistra italiana, conquistandone l’egemonia e guadagnando in compattezza: fare cioè quello che andava fatto subito dopo il voto rinunciando ad ogni ipotesi di innaturale connubio coi leghisti. Prevalse il tatticismo. Ragion per la quale la parte cospicua fu perduta lo stesso a beneficio di Salvini e il PD ritornò a nuova vita radicalizzandosi.

Non c’è una visione politica di fondo che davvero divida irreparabilmente PD e M5S. La guerra mossa dai grillini ai democratici è tutta interna alla sinistra; somiglia, alla sua maniera incruenta, più a un tentativo di purga di stampo rivoluzionario, la modalità con la quale i compagni vincenti massacrano i compagni perdenti accusandoli di pratiche controrivoluzionarie. Ma per causa di forza maggiore o per convenienza tale guerra può essere anche messa da parte. Anche il contesto internazionale aiuta: la sinistra, che fu ostile al processo di costruzione dell’Unione Europea (chi se lo ricorda, e chi glielo ricorda alle giovani ignare generazioni?) fino quasi agli anni ottanta del secolo scorso, quando il Moloch Sovietico cominciò a dare segnali preoccupanti di cedimento; e che fino al crollo del Muro di Berlino considerava lo stesso concetto di Occidente come un barbaro frutto dell’oscurantismo anticomunista; ebbene, la sinistra si è convertita poco a poco prima a quell’europeismo antecedentemente considerato come creatura amerikana, e poi allo stesso occidentalismo, pervertendo i contenuti di entrambi i concetti per poi imporli, così sfigurati e pena la scomunica, a liberali sempre più liberal e popolari sempre più remissivi se non complici, alla stregua dei democristiani suicidi di casa nostra.

Cosa sia oggi l’Europeismo ciascun lo vede: il ricettacolo di tutte le patologie progressiste, dal burocratismo invadente alla fissazione di tutto prevedere, programmare, standardizzare e tener sotto controllo; dalle politiche gender al nichilismo multiculti; dall’ideologia del politicamente corretto per la quale tutti possono avere la propria opinione a patto che ci si adegui all’unica permessa, giacché i suoi sacerdoti non credono a nulla ma sui principi non transigono, all’odio per l’identitarismo cristiano-nazionalista – certamente spesso molto equivoco – nato nelle terre dell’Europa orientale un tempo soggette all’ex-Impero Sovietico, Russia compresa, la stessa Russia oggetto di tante simpatie da parte della sinistra quando ancora si chiamava URSS e spediva gli oppositori nell’Arcipelago Gulag; dall’ecologismo apocalittico e millenaristico al dirigismo tecnocratico sul quale tutti vogliono mettere le mani a dispetto dell’ostentato liberalismo anti-nazionalista. Il Super-Glospan della transizione energetica è la concreta esemplificazione di questo spirito: ecco il Grande Balzo in Avanti, coi suoi folli corollari dirigistici, in forza del quale tutti gli agenti economici, a cominciare dall’irregimentato consumatore, dovranno concorrere al moto che ci trasporterà nella Nuova Era quando l’Uomo Nuovo vivrà finalmente in pace con la Natura scoprendo in essa quel Giardino dell’Eden dal quale pensava di essere stato scacciato a causa del peccato originale. Insomma: The Age of Aquarius evocata da una magnifica canzone degli anni sessanta; oppure il mondo cantato, o meglio, belato da Imagine, la melensissima sbobba composta da John Lennon, verosimilmente dopo essersi fumato una canna, se non un cannone, visto l’effetto oppiaceo e molesto insieme che provoca sul povero ascoltatore con ancora l’orecchio sano. E perché mai il movimento fondato da Grillo e dal guru Casaleggio, dopo una bella levigata ai suoi propositi più estremistici o bizzarri, dovrebbe essere ostile a tutto questo? Non erano loro che proposero la saccente e sempre aggiornatissima maestrina di citoyenneté Milena Gabanelli, che ora pontifica dalle colonne del Corriere della Sera, alla presidenza della repubblica?

In questo europeismo si stanno pian piano ritrovando e saldando, sia pur disordinatamente e in chiave negativa, sia la sinistra diciamo classica, sia la sinistra diciamo antagonista alla Podemos o alla Syriza, alla quale appartiene di fatto il M5S, sia il centrismo tecnocratico liberal che fa capo a Bruxelles. E a questa convergenza, che somiglia sempre più a un’offensiva contro i controrivoluzionari, non manca la benedizione delle comunità protestanti e di una Chiesa Cattolica sempre più allineate ad una religione civile animata da una sorta di esprit républicain su scala europea.

Salvini non ha visto niente di tutto questo, o meglio, ha visto solo gli effetti, ma non le cause, i nessi, i processi, in questo perfettamente in linea con la rozzezza settaria del pensiero sovranista, che si è ridotto a schematiche e insulse contrapposizioni senza senso, non arrivando o non volendo arrivare a capire, per esempio, che di per sé non c’è nulla di male nella globalizzazione o nell’europeismo. Cosicché, nella loro insipienza, ciò che i sovranisti ci propongono in buona sostanza è di buttare via il bambino insieme con l’acqua sporca, e di replicare su scala nazionale gli errori di coloro che dicono di combattere; e basti come esempio a questo riguardo la fede ingenua nei miracoli promessi dai giochi di prestigio di natura monetaria o finanziaria ideati per rimediare ai problemi debitori del paese e dare slancio alla sua economia, dopo aver per anni denunciati i mali causati dalla cosiddetta finanziarizzazione alla cosiddetta economia reale.

Il machiavellismo leghista non è riuscito a tenere insieme ciò che non poteva stare insieme fin da principio, e nemmeno è riuscito a farlo il tempo necessario a far maturare i progetti sopramenzionati. Il guaio è che ciò che non era concepibile un anno fa, nelle settimane seguite al voto, ora lo è: malgrado le vicendevoli scomuniche, piddini e grillini hanno avuto un anno di tempo per esplorare le proprie affinità elettive, e il clima emergenziale antipopulista, cioè antifascista, ha fatto da tacito mediatore, tanto più che il ricorso alle elezioni appare suicida in questo momento, senza una qualche forma di coalizione a sinistra.

Salvini, toccato nell’amor proprio, ha parlato confusamente di un «tutti contro la Lega». Si noti: contro la Lega, non contro il centrodestra. Non poteva infatti farlo senza implicitamente ammettere l’errore e la rinuncia alle velleità sue e della Lega di primeggiare in perfetta solitudine. E’ scontato che nel caso di un possibilissimo governo M5S-PD o di un acrobatico governo tecnico o di garanzia o di tregua che dir si voglia, egli continuerà a giocare da solo, presentando se stesso e la Lega come soli vittime del ribaltone e soli rappresentanti della vera opposizione di popolo. Nel caso si andasse invece alle elezioni la tentazione sarebbe ancora più grossa, ma si scontrerebbe con il fatto, pressoché certo, che malgrado le divisioni interne alla sinistra si formerebbe sul ricomposto asse M5S-PD un vasto Fronte Popolare con l’appoggio di tutte le nomenklature italiane ed europee. Andando da solo le probabilità di vittoria sarebbero ridotte al lumicino; e per Salvini un disastro personale forse definitivo in caso di sconfitta. Il problema è che per il leader della Lega, e per certo leghismo che lui impersona, non si tratta solo di una questione di amor proprio o di far bene i conti: alla base c’è una messa in discussione dell’essenza stessa del sovranismo e del suo rapporto col liberalismo, discussione che non condurrà mai a nulla se si limiterà a una vuota contrapposizione tra “ismi” di vaghissimo significato, buona soltanto per alimentare opposte demagogie, invece di mirare a una corretta e feconda definizione di concetti quali libertà e identità. E siccome tale alata discussione mai si farà, c’è solo da sperare in un onesto buon senso, o in una resa alla ragionevolezza per sfinimento.

E se per qualche stranissimo scherzo del destino un disperatissimo Salvini dovesse riuscire a ricucire coi grillini – ammesso e non concesso che un presidente della repubblica organico alla sinistra, che già aveva disinvoltamente boicottato il centrodestra alle consultazioni dello scorso anno, possa lasciare via libera a tale farsesca soluzione – vista la mala parata e il ritorno a cuccia da sconfitto, non sarebbe più lui il dominus della situazione. Se dovesse tirare la corda, i grillini non gli baderebbero più lasciando che sia lui a fare la figura di chi rompe il giocattolo. Anzi, ora sarebbero piuttosto i grillini, usciti vincitori dal braccio di ferro, a tirare la corda e a saggiarne la lealtà. In ogni caso, una riconciliazione sarebbe talmente clamorosa da togliere credibilità a tutti e due i partiti, ma soprattutto a una Lega ridotta nei fatti a partner di minoranza di un governo con priorità di sinistra; situazione che metterebbe a pericolo di crollo l’ampio consenso che i sondaggi elettorali ora le attribuiscono.

Più in generale ancora, e per concludere, lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi è quello di una pochade in cui tutti gli attori in scena, in qualsiasi maniera si muovano, restano come intrappolati nelle proprie contraddizioni e nella tela di ragno che si sono costruiti addosso con le furbizie del passato: una politica sull’orlo di una crisi di nervi, dalla quale si può uscire solo con un onesto, limpido e temperato bipolarismo, con tanti saluti allo sprovveduto e demagogico modernismo politico che con infantile presunzione proclama il definitivo superamento dei vecchi concetti di destra e sinistra. Tali etichette convenzionali certo non designano alcuna verità metafisica o assoluta, ma nel percorso accidentato della storia individuano delle tendenze politico-culturali ben reali per quanto informi; tendenze che però spesso a verità metafisiche, o alla loro negazione, indirettamente e anche confusamente rimandano. E con ciò non intendo dire che la ragione stia sempre da una parte, soprattutto quando questa parte attraversa una fase di involuzione ideologica. Ma tali considerazioni di natura prudenziale non devono arrivare a negare la realtà delle cose: il pragmatismo né di destra né di sinistra non è che l’altra faccia delle ideologie degli opposti estremismi, e il superamento di tali etichette non sottende altro che la millenaristica e insieme nichilistica fine della politica.

Italia

Perché un governo giallo-rosso sarebbe un governo rosso-rosso

Costituendo la trama e l’ordito con cui è tessuta la cara, vecchia propaganda di tutti i tempi, le fake news sono sempre esistite. L’enfasi con la quale oggi vengono denunciate deriva sostanzialmente dal timore del mondo progressista di vedere scalfita la propria egemonia in materia, che si era perfino accentuata con l’avvento dell’era di internet. Quest’accentuazione si spiega con due ragioni: la prima è che di per sé internet rappresenta oggettivamente una forma di democratizzazione nel mondo dell’informazione, per quanto disordinata e maleodorante possa apparire; la seconda che i fenomeni di democratizzazione premiano sempre, in un primo tempo, l’avanzata del giacobinismo.

Il giacobinismo è una patologia connaturata alla democrazia che non sarà mai possibile completamente estirpare. E’ la modalità con cui si esprime e si organizza uno spirito settario, senza veri valori ma costituzionalmente finalizzato alla conquista del potere, in tempi di democrazia. La sua strategia, in breve, consiste nell’aggirare la democrazia in nome della salvaguardia della democrazia. Tra i suoi mezzi: la creazione di un clima emergenziale; la demonizzazione degli avversari politici; una solidarietà senza comunione, in negativo, di tipo mafioso, tra i propri adepti; l’occupazione delle piazze.

L’occupazione delle piazze è la forma concreta con la quale la setta esercita il suo potere d’intimidazione. Il successo pieno arriva quando effettivamente essa riesce a irretire psicologicamente la vera società civile, cioè quella di tutti i cittadini, mettendola quasi di fronte a un fatto compiuto che compiuto però ancora non è, ma lo prepara. E’ per questo che da noi la setta giacobina si fa chiamare società civile, mentre non ne rappresenta che una specie di frazione armata incaricata di mettere in riga quella più ampia di cui ha usurpato il nome. Ed infine bisogna considerare che, oltre alle piazze propriamente dette, vi sono anche le piazze mediatiche, fin dal tempo delle gazzette settecentesche.

Da qualche tempo – diciamo pure da qualche decennio – si assiste a una malcelata insofferenza del mondo progressista nei confronti della democrazia – diciamo pure degli esiti non graditi della democrazia – sotto forma di tartufesca preoccupazione per i segnali di una sua presunta degenerazione populista. Questa dinamica, più recentemente, ha avuto una replica nel mondo dell’informazione in generale e in quella che emana da internet in particolare. Cos’è successo? E’ successo semplicemente che il mondo non progressista si è riorganizzato nel campo della propaganda e ha cominciato a rispondere, come sempre succede in tempi democratici se gli avversati politici non vengono annientati dalla setta giacobina e con loro muore anche la democrazia. A tal riguardo si fa notare che i totalitarismi neri del passato, nel loro uso massiccio, e giacobino, a modo loro, della propaganda, furono aiutati da una forma mentis che nasceva e rimaneva per molti aspetti socialista-radicale.

Ecco allora la ragione del fuoco che le artiglierie della propaganda progressista hanno aperto, quasi senza soluzione di continuità, contro le cosiddette fake news, per definizione di destra. Solo che per il momento le fake news, accertate o meno che siano, non sono altro che la propaganda dei poveri, se non proprio degli sprovveduti. Le fake news all’ennesima potenza sono ancora le narrazioni che la propaganda progressista impone al mondo, che s’impongono alla nostra vista come le grandi navi nel bacino di S. Marco a Venezia: troppo grandi per dubitare della loro veridicità.

Il fraintendimento, più o meno voluto, sulla vera natura del movimento fondato da Beppe Grillo, non nasce solo dal furbo vaffanculismo palingenetico, camaleontico, scagliato contro tutto e tutti e perciò atto a raccogliere voti a destra e a manca, ma anche dal bisogno di non offendere, da parte della sinistra, la narrazione della storia dell’Italia repubblicana da essa stessa veicolata. Infatti, era lampante fin dall’inizio dell’avventura grillina che il nucleo duro, militante del movimento era perfettamente in linea con le fondamenta ideologiche del radicalismo di sinistra italiano del dopoguerra, aggiornate al nuovo millennio: antifascismo vetero-resistenziale, antimafiosità da professionisti dell’antimafia, giustizialismo, statalismo statolatrico, laicismo radicale sui temi etici, pauperismo, terzomondismo, ecologismo apocalittico, se non proprio cripto-religioso. Era una manifestazione di un giacobinismo montagnardo che nasceva a sinistra di quello berlingueriano-scalfariano rappresentato dal partito de La Repubblica e dai post-comunisti, del quale era figlio.

I grillini e Il Fatto Quotidiano, loro giornale di riferimento, hanno usate per un decennio verso i post-comunisti del PD le stesse pratiche d’infamia usate dai comunisti del PCI e de La Repubblica verso Craxi e i socialisti negli anni ottanta del secolo scorso: la riduzione dei primi e dei secondi a una cricca di ladri e corrotti. Solo che denunciare correttamente il fenomeno da parte della sinistra ufficiale rappresentata da PD e satelliti, avrebbe implicato per questi ultimi fare veramente mea culpa e fare veramente quei conti col passato che la sinistra post-comunista non ha mai fatti. E quindi diventava impossibile riconoscere nel Movimento 5 Stelle un fenomeno di sinistra. E così, anche per la grande stampa, sempre al rimorchio dell’agenda culturale progressista, divenne d’uopo qualificare tale movimento – con gran sprezzo del ridicolo – come populista, ma inclassificabile, se non addirittura cripto-fascista.

La decisione di Salvini di presentare una mozione di sfiducia contro Conte ha avuto almeno il merito involontario di fare chiarezza svelando l’affinità elettiva fra le due sinistre del PD e del M5S, ora anche nella base elettorale, visto che l’esperienza di governo ha fatta scomparire quella di destra del M5S, turlupinata dal vaffanculismo erga omnes di Grillo. Fine degli imbrogli, almeno sul punto in questione. Salvini ha agito da scaltro animale politico inebriato dai successi finora conseguiti; e ha agito anche da figlio di questo mondo, per dirla con le parole del Vangelo: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce». Ma quel tipo di scaltrezza non è vera intelligenza della realtà e delle forze che si muovono sotto la superficie delle cose e che spesso legano gli uomini fra loro senza che essi se ne rendano conto. Di questa realtà l’avevo messo – nel mio immaginario – sull’avviso un anno fa, ai tempi della formazione del governo giallo-verde.

Salvini era certo di ottenere le elezioni contando sulle divisioni all’interno del PD e su quelle tra PD e M5S, apparentemente insanabili. Certo è stato un gran spettacolo, a suo modo, vedere il PD del segretario Zingaretti, il più vicino alla temperie grillina, puntare di primo acchito alle elezioni con l’obbiettivo di far fuori la classe dirigente renziana, e l’atterrito PD renziano, il più lontano dai grillini, mostrarsi disposto quasi a tutto pur di impedirle. Ma la forza di una realtà più profonda, come se il copione fosse già scritto, ha preso un po’ alla volta il sopravvento sulle velleità degli attori in scena e sugli interessi di bottega particolari e tutto sembra ormai pronto per la formazione di un governo giallo-rosso. Cioè rosso-rosso. Benedetto dal presidente della repubblica Mattarella, l’ennesimo di una serie che da Scalfaro a Napolitano, passando per Ciampi, ha sempre lavorato indecentemente al servizio della sinistra. E benedetto pure dalla grande stampa, dall’Europa e dalla Chiesa Rivoluzionaria dell’Italia nata dalla Resistenza, da Antonio Spadaro a Luigi Ciotti, passando per la tremebonda, quando non complice, truppa dei vescovi. Io spero in un miracolo, soprattutto per far restare questi ultimi con un palmo di naso. Impari intanto Salvini che per fronteggiare le sedimentate forze che ha davanti ha bisogno di tutte le alleanze possibili – possibili, credibili e compatibili, e non solo politiche – e non faccia come quella cima esaltata del suo sodale Bitonci – espressione di una Lega attratta dal settarismo fascio-comunista, e quindi in qualche modo anche dal mondo grillino,  e caduta nella trappola della rozza, schematica e fallacissima contrapposizione globalizzazione versus sovranismo –  il quale, avendo gli alleati in gran dispitto, finì per perdere quella Padova su cui pensava di regnare splendidamente.

Esteri

L’accordo sulle nomine UE: cronaca semiseria di un disastro ancora evitabile

EUAveva aperte le danze Macron, annunziando, papale papale, che la candidatura Weber non aveva una maggioranza alle spalle, che Manfred era troppo di destra, e che inoltre non aveva l’esperienza sufficiente per ricoprire il ruolo di Presidente della Commissione. Mezzo storditi dalla sciolta e secca cafonaggine del bulletto francese, e mezzo intimiditi dal silenzio eloquente e tranquillo della Merkel, i popolari, invece di esplodere, erano andati a cuccia, dove però, com’è naturale, non avevano tardato a concepire confusi disegni di rivalsa.

Alla Merkel in realtà la bocciatura di Weber non dispiaceva affatto. L’aveva fatta sua a malincuore, la candidatura, per dare uno zuccherino ai bavaresi della CSU (e a parte della CDU) che di Angela e del suo centro-sinistrismo politicamente corretto ne hanno pieni gli zebedei. Similmente la Cancelliera aveva agito al momento della formazione del suo attuale governo, con la nomina a ministro dell’interno di Seehofer, ex Presidente della Baviera.

Così quando il duo Macron-Merkel ha tirato fuori dal cilindro il nome del socialista Timmermans, il malumore dei popolari, spronati dalla loro celebre pecora nera, il magiaro Viktor Orbán – che senza chiamarli senz’altro utili idioti, come aveva fatto in passato, aveva però rispolverato lo stesso concetto usando termini più urbani – si è trasformato in rivolta. La Merkel, figlia di Eva ma astuta come il serpente, ha battuto in ritirata da brava scolaretta prendendo atto della situazione e meditando in cuor suo nuovi inganni.

Che hanno prese le sembianze di una sua protetta, Ursula von der Leyen, gentile signora che di destra, di centrodestra e forse anche di centro, nonostante i sette figli, non ha un bel nulla, a parte la tessera della CDU. Ursula è l’esatto contrario di Manfred Weber, e non solo perché è femmina. Lei è luterana, cosmopolita, poliglotta (è vissuta in Belgio da ragazzina e negli Stati Uniti da sposata), estranea alla vita di partito, ed è apertamente favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso tanto da aver votato (con successo) al Bundestag per la sua legalizzazione. In obbedienza alla moda recente e strana (nel senso affine a contronatura, se non fosse abbastanza chiaro) che vuole femmine a capo dei dicasteri della difesa, anche se a loro manifestamente non piace, nel 2013 è stata nominata Bundesministerin der Verteidigung, con lo scopo non dichiarato ma evidente di smantellare definitivamente la Wehrmacht e trasformare i marmittoni teutonici in signorine politicamente corrette: umiliazione cocente che impedirà probabilmente a parecchi generali teutonici di lunghissimo corso di tirare le cuoia serenamente tra qualche lustro o decennio.

Lui invece è cattolico, è bavarese, parla bavarese e forse anche tedesco (parla anche inglese, naturalmente, ma voi immaginatelo come ve lo dipingo io, che s’intona meglio col taglio del racconto). Prima di andare a Bruxelles e diventare capogruppo del PPE, l’ingegner Weber è vissuto solo in Baviera dove è arrivato ai piani alti del partito partendo dalla qualifica onoraria di attacchino. In materia economica Manfred è un liberal-conservatore con fama di falco, ma non alla maniera fraudolenta e melliflua dei tecnocrati, bensì a quella terragna dei suoi compatrioti che molto hanno conservato di campagnolo. Da cattolico, merita di essere sottolineato, ha avuto il fegato di votare, in minoranza anche nel suo partito, contro una mozione sui diritti umani del Parlamento Europeo, poi approvata a stragrande maggioranza, che conteneva fra l’altro la condanna delle cosiddette terapie riparative gay.

La mossa della Merkel (e di Macron, che nonostante la sua megalomania di più oggettivamente non poteva sperare) ha avuto un successo persino insperato. E’ bastato usare l’arma gender e proporre astutamente il nome di una donna per mettere la museruola a tutte le destre europee e fare cappotto.

Ma per spiegare questo sorprendente corso degli eventi, bisogna fare un salto all’indietro nel recente passato, e precisamente all’affaire Strache, scoppiato come un fulmine a ciel sereno alla vigilia delle elezioni europee. In un video diffuso da Der Spiegel e dalla Süddeutsche Zeitung e realizzato nell’estate del 2017 in una villa di Ibiza, il Vice-cancelliere austriaco, leader del partito di destra FPÖ, in un contesto più di serata scollacciata che di lavoro, discuteva, assieme al suo braccio destro, con la sedicente figlia di un oligarca russo di eventuali affari e favori reciproci, tra i quali la presa di controllo del più diffuso quotidiano austriaco. Gli organizzatori di questa trappola avevano scelto come esca una lolita nella versione classica di una bionda sventola russa (o finta russa), a dimostrazione che quando si fa sul serio neanche i nemici della destra credono alle bubbole della letteratura gender e all’appeal della recchioneria – pardon, della gayezza — bensì, piuttosto, all’infallibile e non guasto senso estetico del camionista.

Il modo in cui la notizia fu confezionata costituì un perfetto esempio di disinformazione per omissione da parte dei giornaloni tutti ben allineati. Infatti, di per sé la registrazione non dimostrava alcun legame coi russi: anzi, il dilettantismo di Strache e compagni casomai dimostrava l’assenza di qualsiasi esperienza in tal senso. Inoltre, il fatto che il video fosse stato girato prima delle elezioni austriache del 2017 allo scopo evidente di screditare il politico austriaco, fa pensare che i giornali tedeschi, che un anno dopo l’hanno diffuso alla vigilia delle europee, avessero il video da tempo, ma dubitassero dell’opportunità di renderlo pubblico in quanto tale atto avrebbe potuto configurarsi come complicità in comportamenti illeciti di cui Strache era vittima; giacché, fino a prova contraria, filmare indebitamente a sua insaputa un’altra persona in una dimora privata è un illecito penale; e cercare attivamente di indurre quest’altra persona ad atti, gesti o dichiarazioni che di per sé non hanno rilevanza penale ma che compromettono la sua immagine pubblica costituisce un’aggravante; e diffondere quanto ottenuto coi modi sopramenzionati è un altro illecito penale, anche se commesso da chi non si è reso responsabile del primo illecito. Inoltre ancora, che tale video fosse rivelatore (non conclusivo, perché uno può anche dire corbellerie sapendo di dirle e fare il gradasso per una vasta serie di ragioni diverse) di certe idee e di certi tratti della personalità di Strache, non poteva giustificare pratiche giustizialiste in ultima analisi antidemocratiche e illiberali.

E’ straordinario ma non sorprendente che il giornalista collettivo democratico & progressista non vedesse l’enormità di tutto ciò. D’altra parte, come oggi testimoniano le avventure della Capitana Carola, per legioni di magistrati e giornalisti impegnati ogni mezzo è lecito quando si combatte in nome dell’antifascismo. Fatto sta che Strache e il suo braccio destro si dimisero perché la loro posizione era diventata politicamente  insostenibile agli occhi dell’opinione pubblica, e che l’ostentatamente schifato e un po’ paraculo cancelliere Kurz sciolse senza alcun indugio la coalizione di governo.

La cosa sospetta è che Kurz non parve minimamente sorpreso da una vicenda che avrebbe dovuto in qualche misura scuotere il pur gelido, compostissimo, ben pettinato, elegante e occhiceruleo giovanottone. Mentre mi avevano personalmente sorpreso, nelle settimane antecedenti al caso Strache, certe dichiarazioni trancianti sull’impossibilità di qualsiasi collaborazione coi populisti, dopo il voto delle europee, da parte di alcuni politici del mondo germanico. Pazienza per la Merkel, che comunque aveva usati accenti esagerati per un tipo guardingo come lei; ma anche Söder, leader della conservatrice CSU bavarese, che pure in Baviera governa coi liberali ma semi-populisti Freie Wähler; la Karrenbauer, nuova leader della CDU, cattolica e più a destra della Merkel, e a volte poco politicamente corretta; e infine lo stesso cancelliere austriaco Kurz, che coi populisti governava, ci avevano dato dentro. E adesso niente mi toglie dalla testa il sospetto che tutta questa improvvisa intransigenza fosse in realtà dovuta al fatto che del caso Strache erano già perfettamente a conoscenza.

In questo clima Manfred Weber cadde vergognosamente in un errore fatale. Manfred, figlio dell’orgoglioso Freistaat Bayern, cattolico e conservatore, è stato in questi ultimi anni in genere uno dei membri più concilianti verso i variegati populismi dell’Europa orientale. A facilitare tale disposizione d’animo c’è anche il fatto che questi stati non hanno, per il momento, grossi problemi sul fronte della spesa pubblica, sui quali egli non ha mai dimostrato molta elasticità, benché lontano dalla stupidità ragionieristica dei tecnocrati. Ma, alla vigilia delle elezioni europee, nel tentativo smaccato di compiacere le altre famiglie politiche, l’ambizione spinse sciaguratamente e vigliaccamente lo spitzenkandidat del PPE a dichiarare pubblicamente di non voler contare sull’appoggio del partito di Orbán. Il quale, furibondo, anche perché si sentì tradito, lo prese talmente in parola da dipingerlo come una specie di nemico pubblico del mortalmente offeso popolo ungherese.

Questa attitudine falsamente schietta, ma in realtà obliqua, gli alienò tutte le possibili simpatie del gruppetto di Visegrád, che nello spappolato, imprevedibile e confuso panorama politico attuale avrebbero potuto venirgli utili, in un modo o nell’altro. Cosicché, ringalluzziti dalla bocciatura di uno dei loro più spietati fustigatori, il socialista Timmermans, colti da un improvviso accesso di masochismo, e forse timorosi di accrescere la loro fama di trogloditi reazionari dicendo no a una signora tanto ammodo, alcuni paesi dell’ex Patto di Varsavia, invece di vincere virilmente l’amor proprio offeso e riproporre provocatoriamente in faccia alla Merkel e soprattutto a Macron la candidatura di Weber, cogliendo così l’occasione per mettere i peones del popolarismo di fronte all’ambiguità di boss centristi che si piegano sempre più a sinistra, hanno pensato bene, cioè male, di chiudere in fretta la partita da presunti semi-vincitori esplicitando il loro parere favorevole sulla nomina della Von der Leyen, e quindi a cascata sul resto. Il quale resto, anche dal loro punto di vista, è piuttosto terrificante.

Dunque, la Von der Leyen, che già appartiene ad honorem al centro-sinistrismo europeo, ha annunciato che come Vice-presidenti nominerà il socialista olandese Timmermans e la liberale danese Vestager. Il primo proviene da una famiglia cattolica, è l’attuale Commissario Europeo per la Migliore Legislazione ecc. ecc., ed è un campione del progressismo colto (detto senza ironia: non è ignorante come Veltroni, che del tipo colto è la contraffazione) e fatuo (come Veltroni): cosmopolita (è vissuto in Belgio, Italia, Francia, Russia), poliglotta, e tetragonamente in linea con lo Zeitgeist sinistrorso, inclusivo, equo e solidale. Narra Wikipedia, che cita il nostro Corrierone, che Franciscus Cornelis Gerardus Maria detto Frans si definisce «ecologista e femminista» e appoggia politicamente «la transizione verso la green economy, salario minimo, lotta al cambiamento climatico che può essere combattuta solo a livello Ue, una tassa sul carbone, una giustizia sociale che sia anche giustizia fiscale»: un liceale impegnato, cioè di allevamento, non avrebbe saputo sintetizzare meglio.

Sembrava invece scritto nel destino della seconda, figli di ministri luterani, che dovesse diventare membro di un partito chiamato Sinistra Radicale. Di primo acchito parrebbe perciò strano che tale partito sia affiliato ai liberali europei e che la Vestager sia l’attuale Commissaria Europea per la Concorrenza, se non fosse che nella denominazione del partito di provenienza l’accento va posto sul radicalismo molto più che sul sinistrismo. Ed è noto che i radicali possono arrivare spesso a sposare un loro liberalismo arci-liberal attraverso la via a loro connaturata del libertinismo settario. Ciò detto, nel suo ruolo di Commissario, a torto o a ragione a seconda dei casi, la Vestager ha dimostrato non trascurabili attributi.

Alla BCE va Christine Lagarde, attuale direttrice generale del FMI, che è una liberal-tecnocrate di altissimo bordo e quindi per definizione progressista, benché non passi assolutamente per tale. Il grande pubblico, senza ricordarsene il nome e la funzione, la conosce soprattutto per averla vista non di rado spuntare dai teleschermi mettendo vistosamente in mostra, sotto il bianco compatto e metallico dei capelli, quel tipo di abbronzatura simile a cuoio che un muratore si guadagna come una croce di guerra solo dopo una vita di duro lavoro, al centro della quale, con sapiente effetto cromatico, splendono all’occasione zanne poderose e bianchissime degne di un erculeo figlio dell’Africa equatoriale. La Lagarde in politica ha passato solo sei anni della sua carriera (2005-2011) chiamata da governi di centrodestra francesi per dicasteri legati a economia e finanza. Non è mai stata un personaggio politico prima e non lo è stata dopo, se non indirettamente per il peso politico che certe cariche implicano. E non ho mai visto tecnocrati della sua fatta navigare contro lo Zeitgeist sopramenzionato: se Macron la vuole alla BCE ci sarà pur un motivo, oltre a quello sciovinista.

Alla presidenza del Consiglio Europeo, al posto di Donald Tusk, va, o ci dovrebbe andare, Charles Michel, primo ministro belga, dimissionario e in carica per gli affari correnti. Charles è figlio e fotocopia di Louis, politico di area centrista-liberale di lungo corso e già Commissario Europeo, ed è presidente del partito chiamato Movimento Riformatore, come lo fu un tempo – indovinate un po’ – suo padre. Questo pedigree da notabile democristiano in salsa nordica ha fatto di lui un politico che veleggia guardingo sempre sul sicuro, alla Prodi tanto per capirci, così da resistere seraficamente anche ai malumori della piazza, come gli capitò con la politica di austerità intrapresa dal suo governo qualche anno fa. Il suo conformismo antropologico fa di lui perciò un liberal al cento per cento, ma moderatissimo nei toni, perché non si sa mai. Questo spiega perché Charles, sentendosi in quel particolarissimo frangente in una botte di ferro, visse un solo giorno da leone nella sua vita quando definì «allucinanti, scandalose, irresponsabili» alcune affermazioni di Benedetto XVI sui preservativi.

A prima vista pare pochissimo opportuna la scelta di nominare Josep Borrell quale rappresentante della politica estera, se non forse per impedirgli d’immischiarsi negli affari interni dell’Europa, perché Josep, membro del PSOE da poco meno di mezzo secolo, è un catalano contrario all’indipendenza della Catalogna. Già Presidente del Parlamento Europeo nella prima decade del nuovo millennio, si distinse soprattutto per l’astio verso il protopopulista governo Berlusconi e soprattutto contro il povero Buttiglione, che fu bocciato nel suo tentativo di diventare Commissario alla giustizia nel 2004, quando s’immolò in fase di esame dicendo ai suoi torturatori democratici di considerare l’omosessualità un peccato, ma non un crimine, anche se personalmente ho dei dubbi sul fatto che si trattasse di vera virtù, perché da politico si è sempre comportato con l’insopportabile ambivalenza della schiatta maneggiona dei centristi democristiani.

Dulcis in fundo, è arrivata la notizia ferale, almeno da un punto di vista del morale, dell’elezione del democratico nostrano David Sassoli come Presidente del Parlamento Europeo. Sassoli, come suo padre, è il classico giornalista mezzo politico, o politico mezzo giornalista, che popola le redazioni sinistrorse dei media di casa nostra. Nasce democristiano di sinistra: parliamo dell’ala dura, tosco-emiliana, dossettiana, lapiriana, antifascista, resistenziale, tutta Vangelo e Costituzione, a parole innamorata fino al piagnucolio sentimentale dei poveri e degli ultimi, come belano oggi greggi sempre più poderose di pecore, ma nei fatti adusa a mettere in funzione mascelle d’acciaio per strappare brani sempre più grossi di potere dalla carcassa dello stato e della società civile. Con questi presupposti da rampollo dell’autoproclamatasi Italia Migliore risulta del tutto normale che la carriera di Sassoli abbia cominciato a prendere il volo al TG3, ai tempi indimenticabili di Telekabul, il megafono del PCI.

Insomma un disastro. E la conferma che a sinistra sanno giocare sporco con spregiudicatezza mentre posano con affettazione da democratici responsabili e a destra domina la coglionaggine soprattutto tra chi passa il tempo a spararle sempre più grosse con aria di sfida, invece di lasciar funzionare con un minimo di tranquillità il cervellino. Tuttavia non tutto è ancora perduto. Tra le nomine e l’insediamento dei nominati c’è il voto del Parlamento di Strasburgo. Tra i popolari regna la perplessità, i socialisti – chissà perché – si ritengono buggerati dal risultato provvisorio, i verdi sono verdi di rabbia, e i populisti stanno solo ora realizzando di non aver ottenuto una bella minchia. Aggiungiamoci che con queste nomine i terroni mediterranei, gli slavi e i balcanici sembrano siano stati espulsi dall’Unione. Speriamo. Magari nell’impasse. Anni fa il Belgio restò un anno e mezzo senza governo, e senza grandi timonieri navigò alla grande. Senza contare che in ogni caso quello europeo non è (ancora) un governo vero.

Italia

Incubo sociopolitico di una notte insonne di mezza estate

Quasi un anno e mezzo fa avevo profetizzato – la profezia è un’attività nella quale mi piace spesso indulgere per una sorta di vocazione naturale e con una sorta di generoso sprezzo della prudenza, assaporandone con signorile modestia i trionfi e chiudendo un occhio e mezzo, con squisita magnanimità, sugli oracoli sballati – avevo dunque profetizzato, un anno e mezzo fa, quasi, che «il destino del M5S è quello di diventare – per quanto tempo non si sa – il nuovo partito radicale di massa della sinistra statalista e giacobina erede del PCI». Il mio ragionamento era semplice, ma forse fin troppo sensato per una banda come quella grillina, composta in gran parte, con tutta evidenza, da una massa di disturbati: dopo le elezioni, vittoriose a livello di partito anche se non di coalizione, il M5S avrebbe gettato la maschera, mostrando la sua vera natura di sinistra senza se e senza ma, mettendo in conto la perdita di una parte cospicua dei consensi ricevuti, quelli presi grazie alla retorica truffaldina del vaffanculismo erga omnes né di destra né di sinistra, che sarebbero stati però più che compensati nel medio termine da quelli guadagnati dall’Offerta Pubblica di Acquisto gettata sull’elettorato del Pd e magari pure sul partito stesso.

Così non è stato. E’ prevalso il tatticismo, cioè la furbizia dei mediocri, cominciando dalla decisione di governare con la Lega, che ha sprofondato ancor di più il movimento nell’ambiguità, e che da una parte non ha impedito che una parte del suo elettorato (quella di destra), constatasse la palpabile differenza fra la destra senza complessi di Salvini e quella reticente di qualche esponente grillino, e finisse così per preferire l’originale all’imitazione, e dall’altra creasse definitivamente diffidenza in quella parte dell’elettorato democratico pronta a traslocare fra i trionfanti grillini, e la blindasse quindi dentro una sinistra con qualche carattere visibile, vetero o liberal che fosse. Così facendo, il Movimento 5 Stelle ha offerto un’insperata ancora di salvezza al Partito Democratico, svelto a sterzare verso sinistra, a rinnegare quel renzismo cui il fatuo trasformismo efficentista e giovanilista non è bastato alle lunghe per mascherare la mancanza di un’identità riconoscibile, e a tornare a uno spirito radicale, barricadero e terzomondista che ha avuto echi anche nel giornale di riferimento, La Repubblica. Ora che l’occasione per il takeover di gran parte dell’elettorato democratico è stata persa non vedo altra concreta prospettiva per il M5S che quella di trasformarsi nel partito verde non di nicchia che in Italia non è mai esistito, cui oggi l’empito millenaristico, apocalittico, angéliste e totalitario della pseudo-religione dell’Indifferenziazione Sessuale e del Climate Change offre spazi insperati di manovra politica.

Col Partito Democratico l’ambiguità si ripropone, anche se di altro tipo, perché radicata, a differenza del caso grillino, in una storia di doppiezza genetica che non sembra conoscere l’oblio. Ho detto spesso che essendo per natura l’errore privo di coerenza e scisso in se stesso, è costretto a oscillare fra due poli contrari, entrambi fallaci. Così, senza sorpresa peraltro, abbiamo assistito nei giorni scorsi alle stucchevoli e oramai perfino morbose celebrazioni della figura di Enrico Berlinguer in occasione del trentacinquesimo avversario della sua morte, alle quali hanno partecipato, con grado alquanto diverso di entusiasmo, sia Renzi sia il nuovo segretario dei democratici Zingaretti. Ora, Berlinguer è quel freddo giacobino che solo con enorme riluttanza cercò di smarcarsi da Mosca senza per questo mai sganciarsi dall’Unione Sovietica; colui per il quale i comunisti italiani furono sempre dalla parte della ragione, e per questo fino alla morte fu antropologicamente ostile a ogni trasformazione dichiaratamente socialdemocratica del Pci, tanto più a qualsiasi svolta liberal; e che s’inventò l’immorale Questione Morale al solo scopo di evitare qualsiasi serio esame di coscienza e perpetuare, velenosamente per il nostro paese, la diversità comunista rispetto agli avversari politici, ancor di più di un tempo corrotti, disonesti, mafiosi, e fascisti per definizione. Oggi il Pd è intruppato in Europa nella famiglia socialista, esibisce allo stesso tempo l’etichetta democratica cucitagli addosso dal veltronismo farfallone e salottiero, e tuttavia venera come un santo laico il comunista Berlinguer in tutto il suo gelido e sepolcrale giacobinismo.

Guardando altrove il panorama politico è quasi altrettanto desolato. Il qualunquismo centrista, perbene e politicamente corretto, ostentante superiorità per i concetti considerati superati di destra e sinistra, sull’altare del quale il popolarismo europeo mostra di voler suicidarsi come un tempo fece la Dc in Italia, si sta avvitando in un liberalismo caricaturale, tanto aggressivo nei confronti dei principi della civiltà cristiana, quanto ostile nei fatti – in consonanza ipocrita, tacita e perbenista con la piuttosto esoterica narrazione anticapitalista di sinistra e di destra che imperversa nel mondo occidentale – ai principi della libera economia. La quale ultima non ha niente a che fare col libertinismo economico, mentre è il libertinismo dei liberal che quasi infallibilmente si sposa con lo statalismo. Il fatto che tale liberalismo abbia sposato il super-glospan della transizione energetica – con tutti i suoi folli corollari dirigistici su scala mondiale, buoni per arricchire gli amici degli amici e i boss di quella forma di socialismo chiamata capitalismo di stato, come prima aveva sposato quella finanziarizzazione dell’economia basata sulla manomissione sistematica della moneta cui dovremmo appioppare, con maggior rispetto della verità, il nome di socialismo finanziario (come ogni socialismo al servizio di una cupola) – lo dimostra ad abundantiam.

Ed inoltre, tale qualunquismo centrista, sta producendo in Italia e in Europa per reazione e successiva sedimentazione destre e sinistre altrettanto caricaturali. Il punto comune fra le tre tendenze è un fenomeno in cui si coagulano tre tendenze perniciose, declinate magari su scale diverse e diversi orizzonti: statalismo, bancocentrismo, giustizialismo. Nel caso centrista il paternalismo dirigista e antidemocratico che lo caratterizza può assumere forme sovranazionali e tecnocratiche; negli altri due, di destra e di sinistra, forme cosiddette populiste. La Chiesa Cattolica in questo quadro generale, invece di dire una parola chiara, come seppe fare ai tempi della Rerum Novarum, sembra persino brillare per demagogia e confusione: scegliete voi se ridere o piangere.

Bene & Male, Esteri

Le mezze verità di Antonio Spadaro al servizio di una falsa rappresentazione della situazione in Europa

Come riporta il Giornale, Padre Antonio Spadaro, negli ultimi giorni della campagna elettorale per le Europee, si è lasciato andare sul suo profilo Twitter a dichiarazioni aspramente critiche verso i cosiddetti sovranisti: «c’è chi in campagna elettorale usa Dio e i santi e c’è pure chi vende monete per pregare per la rielezione del proprio candidato. L’uso strumentale della religione sembra non conoscere più decenza (…) Rosari e crocifissi sono usati come segni dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto al passato: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio (…) Radici cristiane dei popoli non sono mai da intendere in maniera etnicista. Le nozioni di ‘radici’ e di ‘identità’ non hanno medesimo contenuto per il cattolico e per l’identitario neo-pagano. Etnicismo trionfalista, arrogante e vendicativo è anzi il contrario del cristianesimo».

C’è ovviamente del vero in ciò che dice Spadaro: se si mette Dio al servizio della Nazione, anche se si mostra di voler fare il contrario, si incorre nell’idolatria e nella negazione del cristianesimo. Spadaro ha gioco facile nel sottolineare questa ovvietà, di fronte a certe grossolanità ostentate dall’area politica cosiddetta sovranista. Ma le sue ragioni finiscono qui. E non sono neanche ragioni, ma mezze verità messe strumentalmente al servizio di una falsa rappresentazione complessiva del periodo che stiamo vivendo in Europa.

C’è innanzitutto un problema di metodo: se Spadaro avesse fatte queste considerazioni con l’intenzione di segnalare il pericolo di un avvitamento anticristiano delle istanze sovraniste, magari agli stessi sovranisti, avrebbe fatta cosa buona e giusta. L’acrimonia e il sarcasmo verso gli stessi denotano in lui, invece, l’atteggiamento di chi, per usare lo sfatto linguaggio oggi in auge nella Chiesa e di cui il gesuita è un campione, non ascolta le ragioni dell’Altro a prescindere: Spadaro, il misericordioso, ha già fatto il processo alle intenzioni ed emesso condanna definitiva.

Inoltre, se il mettere Dio al servizio della Nazione, facendo di fatto quest’ultima il vero Dio, può essere in prospettiva un pericolo di derive sovraniste o identitarie sfocianti potenzialmente in una sorta di cesaropapismo cattolico (vedi la fascinazione per la Russia), piuttosto che in quel fantasmagorico neo-paganesimo con cui si vuole alludere non tanto velatamente al nazismo, è piuttosto straordinario che Spadaro non veda che una deriva con esiti simili anche se di stampo contrario è già concretamente in atto in quell’Europa ufficiale, cioè la sola considerata accettabile, che egli ama tanto.

A livello filosofico-religioso, infatti, i cosiddetti europeisti, superiori a tutte le religioni, hanno finito per sposare la religione laica di stampo giacobino. Il termine europeismo oggi non definisce più soltanto un’adesione al disegno di una più o meno accentuata convergenza politico-economico-amministrativa tra i paesi europei, ma si è caricato, cioè è stato progressivamente caricato col metodo gramsciano dell’okkupazione ideologica, di un corollario arbitrario di valori o pseudo-valori, diciamo politicamente corretti per farla breve. In obbedienza a tale retorica, dunque, l’europeo è diventato un essere astratto, e sta oggi all’Europa come il cittadino stava alla République dei rivoluzionari francesi, e lo spirito europeista è diventato una specie di spirito laico-repubblicano su scala europea: insomma, l’europeismo come religione laica, con un suo Comitato di Salute Pubblica informale a Bruxelles, che nella sua laicità però di fatto non sa neanche più distinguere fra Dio e Cesare, perché non riconosce nulla sopra se stesso, esattamente come i nazionalisti senza Dio o quelli che hanno messo Dio al servizio della Nazione. Chi non s’adegua alla Narrazione Europeista diventa antieuropeo, e forse tra poco nemico dell’umanità. E anche perché le gerarchie cattoliche – incredibilmente, verrebbe da dire, se vivessimo in tempi normali – stanno al gioco dell’europeismo giacobino, i sovranisti rispondono molto confusamente a questa deriva.

Che, essa sì, è anche pagana, caro Spadaro: come fai a non accorgerti che il Climate Change, il mito della Madre Terra, il Nuovo Ordine Verde che si profila magnifico e progressivo all’orizzonte come un tempo quello Rosso (e che ieri pure la popolare Merkel ha omaggiato), con le relative parole d’ordine, con i relativi dogmi pseudo-scientifici, coi suoi impulsi millenaristici, è ormai assurto al ruolo di una nuova pseudo-religione pagana, cui la Chiesa Cattolica si è assurdamente accodata? La religione laica dell’Europa l’ha fatta propria e l’ha messa accanto al carro del Catechismo Laico cui il cittadino europeo deve intimamente aggiogarsi per essere considerato tale: un catalogo sempre aggiornato di opinioni sedicenti democratiche & responsabili promosse a dogmi della convivenza, e quindi non più opinabili. Tornano alla mente le parole di Tocqueville sul socialismo (e non sul turbocapitalismo liberista – qualsiasi cosa si intenda con queste mezzo esoteriche definizioni – del cui dominio si favoleggia nel mondo): «…ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana […] Il socialismo è una nuova formula della servitù […] L’assolutismo professava quest’opinione: che la saggezza è solo nello Stato, che i sudditi sono degli esseri deboli e infermi che bisogna sempre tener per mano, per paura che non cadano, non si feriscano […] dunque pensava su tale punto precisamente come i socialisti di oggi…»

Se l’uomo, per usare il linguaggio di S. Tommaso e Aristotele, è sinolo di anima e di corpo, la nazione non può certo aspirare a una identità simile a quella dell’uomo, giacché l’anima (la forma del corpo) di ogni uomo è nella sua unicità immortale, quando cristianamente intesa. E nemmeno completamente a quella di un ente organico composto di materia e di forma che arriva a una sua contingente e ossimorica, relativa compiutezza: un qualcosa, insomma, che è ma che può essere e non essere, e che è solo relativamente, in quanto sempre in attesa di degenerare prima di trasformarsi in qualcosa d’altro. Tuttavia, per analogia molto imperfetta con l’uomo, in quanto composta di uomini, si può ben dire che anche la nazione (o una confederazione di nazioni, o una comunità sopranazionale) ha un suo corpo e una sua anima. E contrariamente a quanto comunemente si dice, l’anima di una nazione, il suo soffio vitale, non è costituita da ciò che la rende particolare, ma dal suo spirito universalista, che per essere tale senza contraddizioni deve essere cristiano. Ciò che invece viene definito erroneamente come l’anima o lo spirito di una nazione è piuttosto il suo corpo, cioè il suo territorio, la sua lingua, la sua storia, la sua tradizione, la sua cultura, il suo ethnos insomma, il quale però la identifica solo imperfettamente, giacché in ultima analisi l’ethnos soggiace al divenire delle cose. Ecco allora che, entro questi limiti, anche una nazione è composta di anima e di corpo. E il suo spirito universalista non può sopravvivere senza essere innestato in un corpo che la tenga in piedi, così come il suo ethnos, il suo corpo, è destinato a chiudersi in se stesso, a rinsecchire e morire se non sposa l’universalismo.

Il contrasto tra kultur e zivilisation, cioè tra il fattore statico, identitario, conservatore della prima, e il fattore dinamico, cosmopolita, universalistico della seconda si supera solo se la kultur non si rinserra in se stessa e la zivilation è cristiana, non giacobina, annichilatoria, anticristiana, pseudo-cristiana o anti-cristica. Il Cristianesimo rispetta i corpi della nazioni e li avvicina attraverso uno spirito universalistico che li rimodella e li guida con dolcezza nel tempo. E’ sintomatico vedere oggi la Chiesa Cattolica, o almeno una parte importante di essa, sposare oggi di fatto, per sventatezza, ignoranza, confusione, quando non di complicità, la zivilisation giacobina in Occidente e in Europa, e rinunciare, sempre di fatto, alla zivilisation cristiana, cioè al suo spirito missionario, nell’Orbe non cristiano, mostrando un rispetto non leale, ma cortigiano – nella sua ansia di fare ponti e di non fare proselitismo – verso tutte le kultur non cristiane o non cattoliche di questo mondo.

Di questo sbandamento Padre Antonio Spadaro sembra essere più complice che sventato collaboratore. Svelto a denunciare il presunto identitarismo neo-paganeggiante dei suoi avversari politici (giacché lui stesso è divenuto un attivista politico) e le visioni totalizzanti e totalitarie dell’identità nazionale o sopranazionale, lo è altrettanto nel confezionare discorsetti melliflui e politicamente corretti in cui traspare una visione dell’Europa appiattita nichilisticamente sul puro divenire, e quindi su qualsiasi mancanza di identità. Tempo fa, ad esempio, sul futuro del nostro continente si esprimeva hegelianamente così: «Questa visione dunque è profondamente legata al divenire, al superamento dialettico di muri e ostacoli.» O anche: «Perché l’Europa non è una “cosa”, ma un “processo”. Non è un sostantivo, ma un verbo. L’Europa non “è”, ma “si fa”.» Il che, curiosamente, riecheggia pure i ragionamenti di un filosofo ferocemente e coerentemente anticristiano come Nietzsche: «Ma un tale sostrato non esiste: non esiste alcun “essere” al di sotto del fare, dell’agire, del divenire; “colui che fa” non è che fittiziamente aggiunto al fare; il fare è tutto.» (Nietzsche, Genealogia della morale, I, 13) Nietzsche non avrebbe neanche del tutto torto, se si trovasse nella Gerusalemme Celeste: libero dal peso del passato, e dalle ansie del futuro, lì sì l’uomo, nella pienezza del suo corpo glorioso, alla presenza della visione beatifica, potrebbe dire che essere, fare, vedere, vivere sono la stessa cosa. Proclamarlo qui, è cadere nell’immanentismo, nel panteismo, nel millenarismo, nelle ideologie totalitarie, o nell’illusione del superuomo.

Esteri, Italia

La questione dei migranti in poche parole

Anche se è contro-intuitiva, la ragione di questo esodo africano non sta nelle guerre e nella fame (le quali vi contribuiscono solo in piccola o infima percentuale) ma nella robusta crescita economica – nonostante tutti gli angoli bui del fenomeno – che da anni l’Africa sta sperimentando, come peraltro l’attuale suo boom demografico dimostra al livello di base, quello del superamento dell’economia di sussistenza e del drastico abbattimento dei pur sempre alti tassi di mortalità infantile. E davvero le prospettive di emancipazione da secolari ritardi non sono mai state come adesso così promettenti per il continente nero. Ci sono, ad esempio, stati come l’Etiopia (chi l’avrebbe mai detto qualche tempo fa?) che stanno oramai pensando in grande, specie nel campo delle infrastrutture e dell’energia. Cosa ha portato tutto questo? Ha portato agli squilibri tipici dei periodi di crescita, ma in un quadro dove i beni primari sono generalmente a disposizione di tutti, com’è ampiamente dimostrato dalla sana e robusta costituzione fisica dei giovanotti che arrivano sulle nostre coste.

E’ tipico della natura umana, tuttavia, accettare molto più facilmente l’uguaglianza nella miseria che la differenza nella ricchezza, seppur riconducibile in questo caso alla povertà di chi è appena uscito dalla vera miseria. E così fino a qualche tempo fa, fra le popolazioni africane in generale, e almeno a livello inconscio, la miseria era sentita fatalisticamente, e quindi con una specie di morbosa tranquillità, come una componente endemica, congenita e ineluttabile della stessa africanità. Era la rassegnazione degli esclusi dal tavolo del mondo. Ma da quando l’Africa è entrata davvero nel Villaggio Globale (compreso quello dei media) le giovani generazioni sentono più il pungolo di questa differenza che quello della loro relativa e non più assoluta povertà, e la sentono soprattutto nei confronti di quell’idealizzata Europa di Bengodi che oggi i mezzi di comunicazione immateriali fanno sentire, e quelli materiali in parte mettono, a portata di mano. La ricerca di un posto al sole può attivare solo coloro per i quali la meta non è più un miraggio fantastico: è l’inclusione, non l’esclusione – intesi in questo caso come esiti di processi di portata storica – la precondizione che ha portato centinaia di migliaia di persone sulle nostre coste.

Ciò ha provocato uno sciame migratorio di natura irrazionale e semi-isterica, umanamente comprensibile ancorché ingiustificato, che ha ingrossato a dismisura il commercio e le vie di terra e di mare dei trafficanti dei veri profughi. In Africa le autorità politiche e religiose, nonché uomini di cultura e anche personaggi del mondo dello spettacolo – nel silenzio dei media occidentali (e anche della Chiesa Cattolica, purtroppo), tesi a propagandare i dogmi progressisti in materia di migrazioni – hanno quasi unanimemente deprecato questo sommovimento che, oltre a strappare dal continente tanta gioventù (per quanto ancora ben poca cosa sul piano dei numeri complessivi, vista la galoppante demografia), manda soprattutto un messaggio sbagliato alle giovani generazioni in un momento cruciale e pieno di speranza della storia africana.

Così in pochi anni sono sbarcate in Italia circa 700.000 persone. Alla luce delle domande fin qui esaminate si stima che poco meno di un decimo abbia i requisiti per ottenere il diritto di asilo politico, in quanto profugo o rifugiato in senso proprio. Altri, sempre poco meno di un decimo, possono aspirare alla protezione sussidiaria. Altri ancora, un quarto circa, possono aspirare a intrufolarsi nelle maglie larghe del vago permesso di soggiorno per protezione umanitaria.

Ciò significa che se anche l’Italia sbrigasse all’istante tutte le pratiche di richiesta di asilo, e l’Europa in un impeto sbalorditivo di generosità si offrisse di accogliere tutti i veri profughi, all’Italia rimarrebbe in pancia la stragrandissima maggioranza dei migranti, la maggioranza dei quali risulterebbe inoltre irregolare sic et simpliciter. Senza contare che gli ostacoli legali, le lungaggini burocratiche, il costo materiale delle espulsioni di fatto tratterranno in Italia per anni la massa degli irregolari. Ciò era risaputo fin dall’inizio del moto migratorio tra Africa e Europa; e la strategia degli immigrazionisti di tutti i colori, quale che fosse il loro scopo ultimo, fin dall’inizio è stata quella di mettere l’Italia di fronte al fatto compiuto. Possiamo fin d’ora dire che tale strategia ha funzionato per i migranti già arrivati: in un modo o nell’altro la maggior parte è destinata a restare qui, per i problemi tecnico-legali sopramenzionati e anche perché saremo sempre più bombardati dalla retorica sentimentale-sensazionalistica sui casi lacrimevoli (e spesso di per sé umanamente comprensibili) di clandestini oramai integrati.

L’Europa, su questo quadro generale della situazione, che è frutto di dinamiche di eccezionale portata, e non l’esito di movimenti migratori fisiologici, tace farisaicamente, attaccandosi alla lettera della legge, anche perché noi – soprattutto quando abbiamo ragione – non sappiamo nemmeno far valere le nostre giuste ragioni e ci perdiamo in scomposte recriminazioni che nella loro goffaggine fanno ridere i paesi d’oltralpe e facilitano il rimpallo delle responsabilità: è la strada per finire cornuti e mazziati.

In campo cattolico, invece, e fin ai più alti livelli, il fenomeno dei migranti ha dato la stura a interpretazioni distorte, orizzontali, immanentiste, nichiliste o millenariste dell’universalismo cristiano, come se il melting pot a tappe forzate imposto per tacito decreto portasse a compimento l’ineluttabile percorso del Cristianesimo nella storia; quando al contrario l’universalismo cristiano, a differenza di quello laicista-giacobino e di quello teocratico-islamico, si stende sul corpo della storia modellandolo nel tempo con dolce imperio, senza fargli violenza e senza annichilire i corpi specifici delle nazioni; da qui una convergenza universale che non è sinonimo di spoliazione e alienazione, e in ogni caso mai di compimento perfetto, anche giunti alla pienezza dei tempi: quel compimento travalica la realtà di questo mondo ed è destinato al grano, non alla zizzania, piaccia o non piaccia il concetto.

Bene & Male

Pensierino su scienza, politica e teologia

Per Aristotele la scienza era, per così dire, la più astratta e la più nobile delle arti. Grazie a essa si arrivava a una conoscenza certa partendo da verità di per sé evidenti dette principi. Era l’attività massimamente deduttiva. Questo schema metafisico, integrato però dalla fede e dalla rivelazione, può essere applicato anche alla teologia, per cui si può pure parlare – con una certa prudenza, direi io, per evitare interpretazioni riduzionistiche del concetto – di scientificità della teologia o di teologia come scienza.

Oggi chiamiamo scienza una cosa diversa e quasi contraria, cioè un’esplorazione rigorosa, sottoposta al vaglio sperimentale, di tutto ciò che entra nel campo del relativo e dell’opinabile, cioè di ciò che costituiva la doxa nel tempo antico. Tuttavia ogni branca della scienza moderna, quando cerca i suoi principi, finisce fatalmente per bussare alla porta della filosofia (e quindi anche delle verità cristiane). Lo scientismo moderno pretende di annullare, con conseguenze a lungo termine disastrose, questa relazione necessaria e vivificante. La Chiesa entra legittimamente a volte nel campo della scienza per difendere e ribadire questa relazione. Oggi lo fa in modo confusionario, invadendo invece proprio il campo della doxa, con esiti purtroppo ridicoli.

Cosicché ciò che oggi chiamiamo sapere scientifico con le sue varie branche costituisce per sua natura una materia vastissima in continuo cambiamento e perfezionamento, tanto maggiori quando dal piano astratto delle sue leggi e della ricerca pura si scende verso il piano delle applicazioni pratiche. Il fatto che questa materia sia in continuo movimento non significa che essa si smentisca in continuazione e che perciò si trovi continuamente in contrasto con la verità; significa piuttosto, auspicabilmente, che essa si avvicina insensibilmente e sempre imperfettamente alla verità senza contraddirla nella sua essenza nei vari stadi del suo avvicinamento ad essa. E’ questo che dovrebbe stare a cuore alla Chiesa, invece di avventurarsi imprudentemente nel campo dell’opinabilità e sposare addirittura tesi che odorano molto più di ideologia che di scientificità (vedi il climate change di origine antropica).

Il rapporto tra scienza (nel senso moderno del termine) e religione (nel senso di Cristianesimo) è analogo a quella tra politica e religione. Come ho scritto in passato, il fatto che la politica sia solo un fine intermedio ordinato ad un fine ultimo che è il Sommo Bene, cioè Dio, significa nondimeno che questo fine intermedio determina la sua specificità: se il fine intermedio fosse interamente assorbito dal fine ultimo esso perderebbe la sua specificità e non sarebbe più un fine intermedio. Se la politica e lo stato fossero assolutamente assorbiti dal fine ultimo essi perderebbero la loro specificità. Per converso è sempre latente (e anche maggiormente presente) il pericolo di un’assolutizzazione di un fine intermedio, e quindi quello di piegare il Cristianesimo alle ragioni del mondo; il quale errore, però, ripeto, sarebbe soltanto speculare (e con esiti similari, per eterogenesi dei fini) a quello di chi non si limita di ordinare il fine intermedio al fine ultimo, ma assorbe completamente il fine intermedio nel fine ultimo negandogli perciò la sua specificità, ragione ed esistenza.

Lo scopo della teologia, invece, non è quello di scoprire nuove verità, anche relative o parziali. La Verità intravista al lume naturale (che in ogni caso proviene sempre da Dio) dai filosofi antichi, è stata rivelata compiutamente con l’Incarnazione: «Tutto è compiuto», dice Gesù morendo sulla croce nel Vangelo secondo Giovanni; ma quello di esplorarla nel tentativo di approfondirla o di metterne in luce aspetti ancora nell’ombra: cioè di rischiarare quello che oggi vediamo senza inganno ma imperfettamente sul fondamento della Rivelazione e col contributo della ragione. Infatti il nostro impulso naturale (nel senso proprio di secondo natura, o secondo verità, opposto a quello di contro natura) è quello, secondo l’espressione paolina, di cercare di vedere faccia a faccia la Verità un giorno: in quel giorno Vedere, Conoscere, Vivere ed Essere saranno la stessa cosa. Ma tutti, nel loro piccolo, anche in questa vita dovrebbero naturalmente sentire il bisogno di avvicinarsi alla visione beatifica.

Ne consegue che da un lato – diciamo conservatore – la teologia non può essere un’attività speculativa puramente intellettuale o un’avventura erudita anche rigorosa: essa impegna la volontà ed è guidata dalla fede quale certezza di cose che si sperano, sempre per riprendere un’altra espressione paolina; e che dall’altro lato – diciamo progressista – essa ha come conseguenza che certe definizioni dogmatiche potrebbero un giorno, almeno teoricamente, per quanto sembri arduo anche solo immaginarlo, e sempre se un’esplorazione teologica profonda ed ortodossa lo consentisse, essere riviste (non nell’essenza) e riformulate (non nell’essenza) senza sconfessare una sola virgola di quelle precedentemente in essere. Parliamo di possibilità, ripetiamo, non di necessità o, al momento, di motivata opportunità: ma lo diciamo in un orecchio a quei campioni di un malinteso tradizionalismo che per combattere nominalismo e idealismo riducono il loro realismo al feticismo delle formule.