Le origini della crisi del governo M5S-Lega

Se volessimo cercare di veder chiaro nella crisi politica che stiamo vivendo, e nel comportamento di Salvini, potremmo partire da Berluschino. Il nomignolo velenoso venne affibbiato a Renzi dalla sinistra anti-renziana dentro il PD, dalla sinistra a sinistra del PD, e dalla setta a parole né di destra né di sinistra, ma in realtà palpabilmente neo-comunista del M5S. Essendo Berlusconi – per la sinistra italiana che già aveva condannati alla damnatio memoriae i democristiani e i socialisti che si erano ribellati alla dhimmitudine, culturale prima ancora che politica, imposta dai sempre più potenti Pasdaran dell’Ideologia Resistenziale – essendo Berlusconi, dicevo, l’ennesima personificazione di Satana, ovvero l’ennesima incarnazione politica dell’italiano antropologicamente fascista, il nomignolo equivaleva a una scomunica, o meglio, a una fatwa.

In realtà, politicamente parlando, Renzi non aveva e non ha nulla a che vedere con Berlusconi, come invece professano legioni di mezze cartucce radicalizzate di sinistra e anche di destra. Berlusconi aveva sdoganato la destra per fondare il centrodestra e dare all’elettorato conservatore italiano un contenitore politico non ambiguamente centrista ma allo stesso tempo immune da tentazioni nazionaliste. Era un tentativo – non velleitario perché obbediva a un impulso magari inconsapevole ma profondo del corpo della nazione – di normalizzazione e modernizzazione della politica italiana, analogo a quello fatto per l’elettorato progressista da Craxi nei tre lustri che precedettero Mani Pulite: con la differenza che il leader socialista tentò di spostare in terra socialdemocratica, ossia verso il centro, il baricentro di una sinistra fin lì comunista, settaria e giacobina; mentre Berlusconi cercò di smuovere verso un baricentro liberal-conservatore,  ossia verso destra, un centrismo democristiano sempre più remissivo nei confronti della sinistra. Ciò significava però riscrivere, in omaggio alla verità, la storia dell’Italia repubblicana veicolata dalla vulgata giacobino-comunista e terremotare le rendite di posizione di poteri ben sedimentati. L’odio profondo, fanatico, per Craxi e Berlusconi nasce da qui, non dalle loro particolari personalità.

Renzi, sulla scia di Veltroni, cui non assomiglia per nulla, pensò di trasformare il PD in un partito superficialmente liberal senza mettere in discussione nulla del passato della sinistra, e anzi usando, al di là della messa in scena gioviale e giovanilistica, la retorica sostanzialmente giacobina della rottamazione. Ragion per cui: 1) nemmeno la trasformazione socialdemocratica si è mai veramente realizzata in una sinistra italiana che ancora venera Berlinguer; 2) al richiamo della foresta del giacobinismo puro e duro il PD è sempre pronto a rispondere.

Questa mancata normalizzazione della politica italiana – al di là dell’influenza dovuta ai sommovimenti della storia recente europea e mondiale, che pure hanno avuto una grande importanza, generando effetti simili fuori d’Italia – ha preparato il terreno sia all’emergere di neo-radicalismi politici a destra e sinistra, sia all’emergere di un centrismo tecnocratico antidemocratico, sorta di dirigismo politico-economico igienizzato che si contrappone a quello sudaticcio e puzzolente dei sovranisti: sono fenomeni collegati tra loro, anzi, sono le due facce della stessa sciagurata medaglia.

Il binomio Renzi-Berlusconi quale simbolo d’infamia nasce quindi a sinistra, ma è stato recuperato dall’estremismo politico di destra – sia in quello duro e cupo di un certo nazionalismo ateo; sia in quello acido e incattivito di un certo malinteso tradizionalismo cattolico – per una affinità illiberale di fondo col giacobinismo statalista di sinistra, alla quale la fazione salviniana della Lega ha dimostrato di essere recettiva (come lo fu, peraltro, la Lega di Bossi al tempo del ribaltone del 1995), un sentire politico che però si scontra antropologicamente con una parte importante dell’elettorato leghista settentrionale. D’altra parte, per quanto goliardica tale denominazione potesse essere, qualcosa dove aver pur spinto Salvini a far parte dei Giovani Comunisti Padani ai tempi in cui era ancora un attacchino.

Questa malsana affinità, per quanto residuale, venne fuori un anno fa durante le consultazioni di Mattarella che poi sfociarono nella formazione del governo M5S-Lega. Mattarella, con grave scorrettezza, non diede l’incarico esplorativo a Salvini, quale rappresentante della coalizione arrivata in testa alle elezioni, ma lasciò che le parti esplorassero tutte le opzioni possibili tranne quella che il galateo istituzionale avrebbe dovuto imporre. Quando per forza di cose si arrivò finalmente ad essa, espresse la sua indisponibilità senza fornire spiegazioni plausibili: non volle nemmeno correre il rischio che il centrodestra potesse trovare in parlamento i voti necessari a costituire una maggioranza di sostegno. Questo fu l’alto e riconosciuto senso di responsabilità di Mattarella, cioè l’insulsa fotocopia di quello posticcio e compuntamente fazioso ostentato da Scalfaro, Ciampi e Napolitano.

Il vero peccato originale di Salvini fu quello di non perorare la propria causa quale candidato alla presidenza del consiglio dei ministri del centrodestra emerso dalla contesa elettorale, e di non mettere il presidente della repubblica davanti alle proprie vere responsabilità, non tanto o non solo per averne ragione, ma per una questione di trasparenza sottoposta al giudizio dell’opinione pubblica. Non lo fece perché fin dal primo momento gli sorrise l’idea di un governo coi grillini che l’esito del voto rendeva possibile. Perché in questo connubio innaturale – ma con qualche affinità residuale, ripetiamo – vide il mezzo non per fagocitare parte dell’elettorato grillino, come scrivono certi dietrologi cortigiani o faziosi, ma per rottamare le altre formazioni politiche, a cominciare dal PD e da FI, presentando il nuovo governo M5S-Lega quale incarnazione politica della Nuova Italia destinata a liquidare la Vecchia Italia corrotta, maneggiona, incapace e servile con lo straniero, in attesa del momento opportuno per i nuovi padroni della politica italiana di scontrarsi fra loro in un campo ripulito dalla concorrenza. Tale patto era in qualche modo facilitato dalla retorica del né di destra né di sinistra comune, anche se in misura alquanto diversa, oltre che al qualunquismo tecnocratico centrista alla Monti o à la Macron, anche al M5S e alla Lega, nonostante la realtà dei fatti dimostrasse clamorosamente il contrario: è per reticenza, infatti, che nella bocca dei maggiorenti della Lega abbonda il sovranismo, ma la parola destra quasi mai viene articolata. Tale patto, inoltre, costituiva una ferita allo spirito democratico del sistema elettorale vigente, per quanto pessimo lo si possa giudicare, in quanto siglato tra una coalizione (cioè tra un partito che faceva coalizione a sé) e un partito che faceva parte di un’altra coalizione, e non tra due coalizioni. Salvini ritornò a tale idea dopo lo stop del presidente della repubblica all’opzione naturale sopramenzionata; e Mattarella, con lo spettro davanti di nuove elezioni a breve che vedevano il centrodestra in ascesa, vi si piegò vedendo in essa il male minore.

Per Salvini ciò significava agire da animale politico spregiudicato, ma culturalmente sprovveduto. Al momento di governare per davvero, lo stentoreo vaffanculismo né di destra né di sinistra dei grillini si afflosciò passo dopo passo, lasciando scoprire la vera natura neo-comunista del M5S. Il movimento fondato da Beppe Grillo non seppe prendere il toro per le corna, cioè gettare la maschera, confessare la propria natura, perdere il sostegno di una parte cospicua del proprio bacino elettorale, e ricostituirlo gettando un’OPA sul PD e sul resto della sinistra italiana, conquistandone l’egemonia e guadagnando in compattezza: fare cioè quello che andava fatto subito dopo il voto rinunciando ad ogni ipotesi di innaturale connubio coi leghisti. Prevalse il tatticismo. Ragion per la quale la parte cospicua fu perduta lo stesso a beneficio di Salvini e il PD ritornò a nuova vita radicalizzandosi.

Non c’è una visione politica di fondo che davvero divida irreparabilmente PD e M5S. La guerra mossa dai grillini ai democratici è tutta interna alla sinistra; somiglia, alla sua maniera incruenta, più a un tentativo di purga di stampo rivoluzionario, la modalità con la quale i compagni vincenti massacrano i compagni perdenti accusandoli di pratiche controrivoluzionarie. Ma per causa di forza maggiore o per convenienza tale guerra può essere anche messa da parte. Anche il contesto internazionale aiuta: la sinistra, che fu ostile al processo di costruzione dell’Unione Europea (chi se lo ricorda, e chi glielo ricorda alle giovani ignare generazioni?) fino quasi agli anni ottanta del secolo scorso, quando il Moloch Sovietico cominciò a dare segnali preoccupanti di cedimento; e che fino al crollo del Muro di Berlino considerava lo stesso concetto di Occidente come un barbaro frutto dell’oscurantismo anticomunista; ebbene, la sinistra si è convertita poco a poco prima a quell’europeismo antecedentemente considerato come creatura amerikana, e poi allo stesso occidentalismo, pervertendo i contenuti di entrambi i concetti per poi imporli, così sfigurati e pena la scomunica, a liberali sempre più liberal e popolari sempre più remissivi se non complici, alla stregua dei democristiani suicidi di casa nostra.

Cosa sia oggi l’Europeismo ciascun lo vede: il ricettacolo di tutte le patologie progressiste, dal burocratismo invadente alla fissazione di tutto prevedere, programmare, standardizzare e tener sotto controllo; dalle politiche gender al nichilismo multiculti; dall’ideologia del politicamente corretto per la quale tutti possono avere la propria opinione a patto che ci si adegui all’unica permessa, giacché i suoi sacerdoti non credono a nulla ma sui principi non transigono, all’odio per l’identitarismo cristiano-nazionalista – certamente spesso molto equivoco – nato nelle terre dell’Europa orientale un tempo soggette all’ex-Impero Sovietico, Russia compresa, la stessa Russia oggetto di tante simpatie da parte della sinistra quando ancora si chiamava URSS e spediva gli oppositori nell’Arcipelago Gulag; dall’ecologismo apocalittico e millenaristico al dirigismo tecnocratico sul quale tutti vogliono mettere le mani a dispetto dell’ostentato liberalismo anti-nazionalista. Il Super-Glospan della transizione energetica è la concreta esemplificazione di questo spirito: ecco il Grande Balzo in Avanti, coi suoi folli corollari dirigistici, in forza del quale tutti gli agenti economici, a cominciare dall’irregimentato consumatore, dovranno concorrere al moto che ci trasporterà nella Nuova Era quando l’Uomo Nuovo vivrà finalmente in pace con la Natura scoprendo in essa quel Giardino dell’Eden dal quale pensava di essere stato scacciato a causa del peccato originale. Insomma: The Age of Aquarius evocata da una magnifica canzone degli anni sessanta; oppure il mondo cantato, o meglio, belato da Imagine, la melensissima sbobba composta da John Lennon, verosimilmente dopo essersi fumato una canna, se non un cannone, visto l’effetto oppiaceo e molesto insieme che provoca sul povero ascoltatore con ancora l’orecchio sano. E perché mai il movimento fondato da Grillo e dal guru Casaleggio, dopo una bella levigata ai suoi propositi più estremistici o bizzarri, dovrebbe essere ostile a tutto questo? Non erano loro che proposero la saccente e sempre aggiornatissima maestrina di citoyenneté Milena Gabanelli, che ora pontifica dalle colonne del Corriere della Sera, alla presidenza della repubblica?

In questo europeismo si stanno pian piano ritrovando e saldando, sia pur disordinatamente e in chiave negativa, sia la sinistra diciamo classica, sia la sinistra diciamo antagonista alla Podemos o alla Syriza, alla quale appartiene di fatto il M5S, sia il centrismo tecnocratico liberal che fa capo a Bruxelles. E a questa convergenza, che somiglia sempre più a un’offensiva contro i controrivoluzionari, non manca la benedizione delle comunità protestanti e di una Chiesa Cattolica sempre più allineate ad una religione civile animata da una sorta di esprit républicain su scala europea.

Salvini non ha visto niente di tutto questo, o meglio, ha visto solo gli effetti, ma non le cause, i nessi, i processi, in questo perfettamente in linea con la rozzezza settaria del pensiero sovranista, che si è ridotto a schematiche e insulse contrapposizioni senza senso, non arrivando o non volendo arrivare a capire, per esempio, che di per sé non c’è nulla di male nella globalizzazione o nell’europeismo. Cosicché, nella loro insipienza, ciò che i sovranisti ci propongono in buona sostanza è di buttare via il bambino insieme con l’acqua sporca, e di replicare su scala nazionale gli errori di coloro che dicono di combattere; e basti come esempio a questo riguardo la fede ingenua nei miracoli promessi dai giochi di prestigio di natura monetaria o finanziaria ideati per rimediare ai problemi debitori del paese e dare slancio alla sua economia, dopo aver per anni denunciati i mali causati dalla cosiddetta finanziarizzazione alla cosiddetta economia reale.

Il machiavellismo leghista non è riuscito a tenere insieme ciò che non poteva stare insieme fin da principio, e nemmeno è riuscito a farlo il tempo necessario a far maturare i progetti sopramenzionati. Il guaio è che ciò che non era concepibile un anno fa, nelle settimane seguite al voto, ora lo è: malgrado le vicendevoli scomuniche, piddini e grillini hanno avuto un anno di tempo per esplorare le proprie affinità elettive, e il clima emergenziale antipopulista, cioè antifascista, ha fatto da tacito mediatore, tanto più che il ricorso alle elezioni appare suicida in questo momento, senza una qualche forma di coalizione a sinistra.

Salvini, toccato nell’amor proprio, ha parlato confusamente di un «tutti contro la Lega». Si noti: contro la Lega, non contro il centrodestra. Non poteva infatti farlo senza implicitamente ammettere l’errore e la rinuncia alle velleità sue e della Lega di primeggiare in perfetta solitudine. E’ scontato che nel caso di un possibilissimo governo M5S-PD o di un acrobatico governo tecnico o di garanzia o di tregua che dir si voglia, egli continuerà a giocare da solo, presentando se stesso e la Lega come soli vittime del ribaltone e soli rappresentanti della vera opposizione di popolo. Nel caso si andasse invece alle elezioni la tentazione sarebbe ancora più grossa, ma si scontrerebbe con il fatto, pressoché certo, che malgrado le divisioni interne alla sinistra si formerebbe sul ricomposto asse M5S-PD un vasto Fronte Popolare con l’appoggio di tutte le nomenklature italiane ed europee. Andando da solo le probabilità di vittoria sarebbero ridotte al lumicino; e per Salvini un disastro personale forse definitivo in caso di sconfitta. Il problema è che per il leader della Lega, e per certo leghismo che lui impersona, non si tratta solo di una questione di amor proprio o di far bene i conti: alla base c’è una messa in discussione dell’essenza stessa del sovranismo e del suo rapporto col liberalismo, discussione che non condurrà mai a nulla se si limiterà a una vuota contrapposizione tra “ismi” di vaghissimo significato, buona soltanto per alimentare opposte demagogie, invece di mirare a una corretta e feconda definizione di concetti quali libertà e identità. E siccome tale alata discussione mai si farà, c’è solo da sperare in un onesto buon senso, o in una resa alla ragionevolezza per sfinimento.

E se per qualche stranissimo scherzo del destino un disperatissimo Salvini dovesse riuscire a ricucire coi grillini – ammesso e non concesso che un presidente della repubblica organico alla sinistra, che già aveva disinvoltamente boicottato il centrodestra alle consultazioni dello scorso anno, possa lasciare via libera a tale farsesca soluzione – vista la mala parata e il ritorno a cuccia da sconfitto, non sarebbe più lui il dominus della situazione. Se dovesse tirare la corda, i grillini non gli baderebbero più lasciando che sia lui a fare la figura di chi rompe il giocattolo. Anzi, ora sarebbero piuttosto i grillini, usciti vincitori dal braccio di ferro, a tirare la corda e a saggiarne la lealtà. In ogni caso, una riconciliazione sarebbe talmente clamorosa da togliere credibilità a tutti e due i partiti, ma soprattutto a una Lega ridotta nei fatti a partner di minoranza di un governo con priorità di sinistra; situazione che metterebbe a pericolo di crollo l’ampio consenso che i sondaggi elettorali ora le attribuiscono.

Più in generale ancora, e per concludere, lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi è quello di una pochade in cui tutti gli attori in scena, in qualsiasi maniera si muovano, restano come intrappolati nelle proprie contraddizioni e nella tela di ragno che si sono costruiti addosso con le furbizie del passato: una politica sull’orlo di una crisi di nervi, dalla quale si può uscire solo con un onesto, limpido e temperato bipolarismo, con tanti saluti allo sprovveduto e demagogico modernismo politico che con infantile presunzione proclama il definitivo superamento dei vecchi concetti di destra e sinistra. Tali etichette convenzionali certo non designano alcuna verità metafisica o assoluta, ma nel percorso accidentato della storia individuano delle tendenze politico-culturali ben reali per quanto informi; tendenze che però spesso a verità metafisiche, o alla loro negazione, indirettamente e anche confusamente rimandano. E con ciò non intendo dire che la ragione stia sempre da una parte, soprattutto quando questa parte attraversa una fase di involuzione ideologica. Ma tali considerazioni di natura prudenziale non devono arrivare a negare la realtà delle cose: il pragmatismo né di destra né di sinistra non è che l’altra faccia dell’ideologia, e il superamento di tali etichette non sottende altro che la millenaristica e insieme nichilistica fine della politica.

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Il miope Salvini e l’irresponsabile Mattarella

Forse a causa dell’abitudine degli abitanti della penisola di fottersi a vicenda, una delle caratteristiche peggiori dello spirito italico è l’incapacità di pensare politicamente in maniera lineare; cosicché la barbara e stolida sensatezza dello straniero ha avuta spessissimo la meglio sul nostro genio contorto: è per questo che nel mondo si ride molto di noi. Salvini ha in mano la possibilità di diventare premier ma si sta facendo sfuggire l’occasione con scelte cervellotiche e contronatura, dettate in parte dall’impazienza e in parte dalla convinzione tutta italiota di essere il più furbo di tutti o dalla preoccupazione di non volerlo essere meno degli altri: chiare manifestazioni della sindrome tipica degli imbecilli nostrani di qualche ambizione.

Tutti i sondaggi, compresa l’aria che tira, danno il centrodestra in netta ascesa da quel già buon 37% (inimmaginabile solo qualche tempo fa, quando lo stesso centrodestra era dato per morto dai gazzettieri di regime) che gli ha permesso di ottenere la maggioranza relativa alle recenti elezioni. Ma lui niente. La tentazione dell’inciucio coi neo-giacobini grillini pur di metter mano sulla torta del potere e inconfessabilmente di liberarsi dei suoi alleati, o di fagocitarli, è troppo forte, anche a costo di fare il socio di minoranza della nuova compagine governativa, nella prospettiva di giocarsi poi coi grillini l’intera posta alla prossima tornata elettorale.

Alla via maestra suggerita dal buon senso e dalla correttezza istituzionale di chiedere l’incarico per formare un governo di centrodestra che andasse poi alla ricerca di una maggioranza in parlamento, via promossa da Berlusconi fin dall’inizio delle consultazioni, Salvini si è acconciato di mala voglia solo dopo che le altre vie esplorate erano fallite. Il tentativo era assai difficile ma la richiesta era assolutamente legittima e doveva essere esaudita. Mattarella, irresponsabilmente ma non del tutto sorprendentemente, vi si è opposto. Mattarella è un personaggio che brilla per una sua speciale non aurea mediocrità che gli mette in bocca stupefacenti banalità tratte dal bignamino del pensiero laico & repubblicano dell’Italia nata dalla Resistenza, biascicate con lo stile sommesso del democristiano di sinistra perfettamente irregimentato. Per queste rare qualità gli si tessono naturalmente molti elogi. Ricordate quella macchietta seriosa chiamata Monti? Arrivò fra di noi mortali salutato come l’Angelo della Sobrietà e della Competenza, ma quale uomo di governo si rivelò una schiappa memorabile. Mattarella per mediocrità e inadeguatezza invece si è già montato la testa, come provano i suoi recenti spropositi su Einaudi.

Del rifiuto di Mattarella Salvini non si è doluto più di tanto, al contrario di una Meloni che avrebbe dato furente un bel calcio sulle palle al presidente della repubblica, come ogni spirito fine e maschile può cogliere leggendo fra le righe di una lettera indirizzata dalla prima Sorella d’Italia al direttore del Giornale. Anzi, ringalluzzito dalla scorrettezza di Mattarella, si è rituffato nel tentativo di portare a compimento il malsano connubio contronatura leghista-pentastellato fallito in prima istanza, contando sul fragile collante sentimentale della comune credenza nei poteri taumaturgici della superstizione sovranista. Chi si mette in bocca espressioni come establishment globalista dovrebbe capire che in realtà parla di una forma di sovranismo di respiro internazionale, che conculca le libertà particolari e individuali. Credere di combattere questo sovranismo con forme nazionali di sovranismo è un errore che cambia solo le forme esteriori della malattia. Inoltre, sia i fautori del tanto odiato partito tecnocratico globalista sia i grillini, nonché certi nostrani tracotanti sostenitori del sovranismo, si servono abbondantemente della retorica qualunquista della fine della contrapposizione fra destra e sinistra, cioè alimentano quel caos e quella mancanza di chiarezza che sono funzionali ai disegni di chi vuole manovrare sudditi ed elettorato.

Un Salvini uscito dallo stato di ebbrezza dovrebbe invece capire che le strade da battere sono solo due: riformulare la richiesta dell’incarico per formare un governo di centrodestra; in caso di probabilissimo diniego chiedere nuove elezioni. Salvini, insieme al M5S e FdI, ha tutti i mezzi per sfiduciare l’ennesimo governo del presidente, tanto più che anche la FI del riabilitato Berlusconi avrebbe tutte le ragioni per vedere di buon occhio nuove elezioni. In ogni caso, per quanto volesse tirarla per le lunghe, anche un governo del presidente di scopo non potrebbe durare più di una manciata di mesi, utili solo, probabilmente, a rinforzare il sentimento anti-elitista e a cementare l’ipotesi di un nuovo bipolarismo M5S (ed eventuali satelliti) – Cdx.

Un Salvini sobrio e che pensi sanamente in grande dovrebbe capire che un Berlusconi vivo e vegeto con una FI in salute gli potrebbero fare da utile copertura in Europa e nella politica estera in generale. Si ricordi che il suo amico Orbán è a capo di un partito che fa nominalmente parte della famiglia popolare europea; che l’Ungheria anti-Soros, così come la Polonia, fanno parte dell’Unione Europea e della Nato perché a loro conviene moltissimo; che i suoi amici liberal-nazionali austriaci hanno fatto un governo coi popolari del neo-cancelliere Kurz; che la battaglia contro questa Europa e questo Occidente anticristiani e neo-giacobini, rinnegatori di se stessi, e contro il sovranismo globalista che passa per liberale, va fatta attraverso una fronda intelligente, che sappia tessere alleanze e creare massa critica, in nome della stessa Europa e dello stesso Occidente, non attraverso le rodomontate del sovranismo nazionalista tutto chiacchiera e distintivo che risponde alla malattia con la malattia; che l’Italia per il suo peso economico e demografico potrebbe diventare leader di fatto questa fronda costruttiva – se ben guidata – fondamentalmente cattolica che metterebbe insieme il nostro paese, l’Austria, l’Ungheria, la Cechia, la Slovacchia, la Polonia, con una testa di ponte germanica in Baviera; che l’europeista Berlusconi è un amico di Putin e uno dei pochi politici europei veramente amati in Russia, il che potrebbe regalare all’Italia un ruolo di mediazione fra Russia e Occidente. E lasci stare i pasticci col M5S che forse non sarà comunista ma che comunque rimane un partito statalista, giacobino, antimafioso di professione, pro gender, pro centri sociali, anticristiano, eco-pauperista; il che costituisce oggi il massimo del comunismo possibile senza essere marxisti.

Il connubio contronatura e il patto del Nazareno

Il cosiddetto patto del Nazareno fu un accordo stretto alla luce del sole nel 2014 tra Renzi e Berlusconi al fine di portare a termine alcune riforme costituzionali. Non costituiva in alcun modo un’alleanza politica. La collaborazione in materia finì un anno dopo, ai tempi dell’elezione di Mattarella a presidente della repubblica, a causa della ben collaudata natura fedifraga e manipolatrice del politico Renzi. Su questo accordo ebbe occasione di esercitare la sua arte contorta e sospetta la mentalità complottistica propria delle sette e delle famiglie politiche ideologizzate. In primis, la legione grillina. Ma anche certi settori della destra più ottusa, la quale è notoriamente e tristemente adusa a credere, per affinità antropologiche, a metà dei miti della narrazione politica della sinistra giacobina. Si favoleggiò perciò di clausole segrete e di altre perle di paccottiglia complottistica.

Il patto del Nazareno conobbe una seconda vita, senza aver dismesso la prima, ai tempi del Rosatellum, la legge elettorale promulgata alla fine del 2017. La legge e la realtà tripolare illustrata dai sondaggi politici rendevano però quasi certo un esito elettorale senza vincitori assoluti. E allora si ricominciò a favoleggiare su un tacito accordo tra PD e FI per convolare a nozze dopo il voto al fine di costituire una maggioranza di governo. Tale ipotesi, però, a dispetto del bombardamento propagandistico dello svariato fronte anti-berlusconiano, non aveva nessun fondamento reale. I fini calcolatori che avevano congegnato il Rosatellum per non far vincere alcuna coalizione, avrebbero dovuto essere anche abbastanza fini da prevedere che lo stesso consentisse a PD (e satelliti) e FI di conseguire la maggioranza assoluta dei seggi. Questo nuovo patto del Nazareno fatto alle spalle degli elettori, che s’imputava pregiudizialmente al Cavaliere, mancava di presupposti perché implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli,  un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse, e quindi impossibilitate ad ottimizzare la somma dei voti raccolti col premio di maggioranza. Era una balla spaziale propagandata da forze politiche e giornali per i propri interessi di bottega o per cattiva coscienza. I sondaggi davano allora il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20%, grazie al Rosatellum, il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.

Ma chi lo denunciava con cattiva coscienza adesso tenta di farlo: chi ha cattiva coscienza accusa sempre gli altri dei crimini che gli sono connaturati. Il leghismo professato dall’ala militante del partito – quello che oggi ha sposato per esempio i dogmi caricaturali del sovranismo alle vongole – ha sempre avuto la tentazione di scrollarsi di dosso Berlusconi e i forzisti. Ma mettendo in pratica ciò – di fatto – alla prima occasione, tale leghismo dimostra la sua inadeguatezza a svolgere un ruolo di leadership capace di vedere le cose in prospettiva, e in sostanza, arrivato al crocevia decisivo della sua storia, sceglie di disertare, per mancanza di spessore culturale e politico, da quel ruolo di erede e definitivo artefice del conservatorismo politico italiano che il destino gli aveva offerto, finendo anzi nel suo miope e opportunistico settarismo per rinforzare le fondamenta della favolosa narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana.

Sull’opportunità sciaguarata di un connubio contronatura con una forza politica statalista, giacobina, anticristiana, la più vicina alle ideologie gender del progressismo liberal e cimiteriale allo stesso tempo, la più vicina alle ragioni dei teppisti dei centri sociali, e la più lontana dal popolo leghista meno politicizzato, Salvini dovrebbe riflettere bene. Tenga in conto quanto segue:

  1. FdI pare si sfili dall’accordo. Se sarà così mezzo centrodestra non parteciperà al nuovo eventuale governo.
  2. Con l’accordo che si profila si ritorna allo schema iniziale proposto dal M5S: grillini+leghisti.
  3. Quindi è Salvini che si adegua nella sostanza a Di Maio. Chi glielo fa fare?
  4. Con un rapporto di forze 2:1 a favore dei grillini come può Salvini pretendere di avere un leghista come presidente del consiglio?
  5. Come può Di Maio, visto che di fatto il suo piano ha funzionato, concedere a un leghista la presidenza senza scatenare una rivolta fra i grillini? E una figura terza cosa sarebbe se non una specie di tecnico?
  6. Il centrodestra ha vinto le elezioni, sia pure conquistando solo la maggioranza relativa, col 37% dei voti. I sondaggi lo danno oggi al 40% o quasi: Salvini vuole rischiare tutto questo ben di Dio del quale sarebbe leader per infognarsi in una dubbia avventura che fatalmente demoralizzerà l’elettorato di centrodestra preso nel suo complesso?
  7. Vuole provare a fare una legge elettorale a doppio turno per scrollarsi di dosso gli alleati? Pensa forse che poi li riconquisterà tutti facilmente, visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? Le manovre machiavelliche sono tali appunto perché di rado hanno successo. I rischi si addicono ai disperati, non a chi ha il vento in poppa e le circostanze a suo favore.
  8. Salvini è pazzo o è solo un mediocre inebriato dai suoi successi e dalla volontà di potere?
  9. Si ricordi di Bitonci, la presunta nuova stella della galassia leghista, che grazie al suo stile «Io so’ io e voi non siete un cazzo», si è ridotto a fare opposizione nella città che aveva in mano, Padova.
  10. La sola logica che può spiegare questo connubio contronatura è quella del patto Molotov-Ribbentrop, che com’è noto non portò bene a nessuno.

Il nuovo governo e il pericolo dell’utile-idiotismo sovranista

Se l’analisi della situazione politica risulta tutto sommato piuttosto semplice, la soluzione per la formazione di un nuovo governo si presenta oltre modo difficile. Il M5S è il nuovo partitone egemone della sinistra senza se e senza ma; dall’altra parte c’è il centrodestra, che è una creatura berlusconiana, e che solo Berlusconi ha tenuto insieme per un quarto di secolo, con Salvini in pole position; in mezzo c’è il Pd che fondamentalmente paga la sua mancanza di identità politica. Un governo che abbia qualche sensatezza (politica, s’intende) si fa solo con le spoglie del Pd. Il M5S ha recitato la commedia per un po’, ma poi il veto, mai esplicitato, verso il Pd è caduto. Salvini invece si è fatto prendere dalla fretta di scomunicare il Pd, piuttosto di lavorare alla sua rottura stando semplicemente alla finestra senza esporsi. Il problema del M5S è che gli mancano molti seggi, e oltre a LeU (il partito che gli è più vicino spiritualmente e che non aspetta altro che un fischio) dovrebbe imbarcare almeno 3/4 del Pd (e satelliti): cosa ardua. Il problema del centrodestra è l’inverso: gli mancano molti meno seggi ma la differenza politica coi piddini è molto più grande. Renzi non c’entra. Lui, per sopravvivere, non può arrendersi né a sinistra né a destra. I fissati col nefando patto del Nazareno (creatura della mitologia antiberlusconiana di sinistra passato pari pari nella destra più ottusa) possono dormire sonni tranquilli. Salvini prenda nota, e invece di emettere imprudentemente veti sui piddini all’ingrosso, li metta di fronte all’incubo di un governo monopolizzato da giacobini puri e duri (M5S-LeU) e giacobini dalle buone maniere che tornano alla barbarie (i reduci dal Pd). Non si faccia intimidire dal bigottismo antiberlusconiano e si serva intelligentemente di Silvio, che gli può essere utile per agganciare la divisione dei responsabili anticomunisti e come copertura sul piano internazionale: impresa quasi impossibile, quasi.

Ci sono dei bei tomi a destra i quali affermano che un governo M5S-Lega non costituirebbe un tradimento degli alleati e degli elettori e che in ogni caso Berlusconi avrebbe tradito la Lega in passato appoggiando il governo Monti e il primo governo Letta, senza neanche parlare dei successivi inciuci col Pd. Sulla prima affermazione non mi soffermo tanto è peregrina: faccio solo notare che l’unico sicuro tradimento dentro il centrodestra fu quello perpetrato alla fine del 1994 dalla Lega ai danni del governo di centrodestra dopo otto mesi scarsi di legislatura, quando Berlusconi veniva colpito dalla raffica degli avvisi a (s)comparire ed era alle prese con la riforma delle pensioni, sulla quale fu lasciato solo per opportunismo anche dall’establishment economico (e dai giornali di riferimento) che la ritenevano necessaria: volevano incassarla senza pagare il dazio dell’impopolarità, come dimostrò il disperato appello dell’ultimissima ora di Agnelli e De Benedetti, a situazione ormai compromessa. Sulla seconda dimostrano una certa smemoratezza degli avvenimenti. Per cui procedo ad una succinta ricapitolazione degli stessi.

Berlusconi soccombette al golpe Napolitano nel novembre 2011, dopo aver resistito praticamente da solo per mesi e mesi. Lo fece in modo intelligente, senza farsi travolgere dall’ira. Resistette fino all’ultimo, cioè fino a quando capì che non c’erano più margini ragionevoli per poter superare senza rischi una mozione di sfiducia. Ricordiamoci che la grande campagna di sputtanamento ad personam del 2010 aveva già causati smottamenti nella maggioranza berlusconiana, e che essa veniva già data per morta e sepolta verso la fine di quello stesso anno. Berlusconi diede le dimissioni senza farsi sfiduciare: l’assenza di una formale delegittimazione era un modo per restare legittimamente nel gioco politico. Molti cretinetti isterici di destra, invece, compresi quelli dei giornali che appoggiavano il centrodestra, avrebbero voluto che rovesciasse il tavolo per andare a nuove elezioni. Ipotesi assolutamente scervellata: primo, l’Italia era sotto ricatto finanziario e non era il caso di rispondere con atteggiamenti autodistruttivi; secondo, le elezioni sarebbero state disastrose per il centrodestra e di fatto lo avrebbero fatto scomparire politicamente. Quando non si può vincere, quando si è sotto il tallone di forze nazionali ed internazionali più forti è saggio piegarsi e prendere tempo, almeno fin quando è possibile farlo senza perdere la dignità, e non andare in cerca della bella e stupida morte.

Quanto alla divisione del centrodestra riguardo al governo Monti, essa non era altro, in sostanza, che una tacita divisione tattica. Il Pdl dava l’appoggio esterno al governo, mentre la Lega, che nella coalizione ha sempre svolto il ruolo di succhiaruote, mai volendo pagare dazio con scelte impopolari, stava all’opposizione: il centrodestra veniva a configurarsi più per necessità che per scelta come una coalizione di lotta e di governo. Ciò serviva a tenerlo in vita e a farlo uscire col tempo dalla sala di rianimazione. L’inettitudine del governo Monti lo agevolò e Berlusconi tolse per tempo l’appoggio a Monti poco prima della scadenza naturale della legislatura, e in vista delle elezioni del 2013 il centrodestra, a dispetto dei ferrei propositi  leghisti di segno contrario espressi in precedenza, si ricompose con tutta naturalezza. Il Berlusca fece una campagna elettorale da leone che trasformò quasi miracolosamente, grazie anche al boom grillino, in sconfitta la vittoria sul filo di lana di Bersani, predestinato trionfatore. Col Letta I fece lo stesso che con Monti.

Quanto al Letta 2, al governo Renzi e al governo Gentiloni parlare di sostegno di FI è una scemenza e una menzogna. Curioso: quando qualcuno da sinistra passa a destra è pagato da Berlusconi; quando invece i traditori di Berlusconi passano a sinistra diventano agenti al servizio di Berlusconi. Anche in queste corbellerie certi sovranisti di destra dimostrano di essere succubi della propaganda di sinistra. Una delle cose più divertenti dei destrorsi sovranisti, spezzatori di reni, tutta chiacchiera e distintivo, è che almeno metà del loro cervello è stata colonizzata dal luogocomunismo sinistrorso, che essi nella loro debolezza intellettuale ripetono come pappagalli. Il senso storico-culturale dell’aut-aut di Di Maio a Salvini concernente gli impresentabili italoforzuti sfugge loro completamente. I giornaloni vogliono far fuori Berlusconi, i grillini vogliono fare fuori Berlusconi, e loro pure vogliono farlo, senza che la bella compagnia non li induca a pensare che forse c’è qualcosa non va nelle loro elucubrazioni. La Lega sola egemone nel centrodestra è il sogno dei giornaloni, della sinistra e anche di Bruxelles: è la forte ridotta lepenista, eternamente minoritaria ed eternamente sconfitta. E’ per questo che se l’alleanza di governo tra M5S e Pd non dovesse concretarsi, ai nemici di Berlusconi e di un centrodestra potenzialmente vincitore anche un governo di scopo M5S-Lega, in sottordine, potrebbe andare bene.

Ma forse costoro ambiscono ad impersonare la nuova frontiera dell’utile idiotismo: l’antiberlusconismo acceca. Solo chi si tappa gli occhi non può non vedere la vicinanza politico-culturale tra grillini e piddini. Non parlo di chi ha votato M5S – per buona parte un esercito di fessi o utili idioti – ma dei suoi militanti e del suo – chiamiamolo così – gruppo dirigente. I grillini sono i figli di Berlinguer e dell’immorale questione morale e quindi polli di allevamento del regime culturale sinistrorso: giacobinismo, statalismo, ecologismo cripto-religioso e insieme laicismo sfrenato anticristiano, gay pride ed economia a km zero, antifascismo resistenziale, manipulitismo rosso e antimafiosità di regime. Sono il precipitato del vecchio, altro che il nuovo. Sono il vecchio rimesso a nuovo, e stanno al Pd come i montagnardi stavano ai girondini. Per parte del Pd e del suo elettorato costituiscono tuttavia un richiamo della foresta fortissimo, giacché il Pd non è mai diventato socialdemocratico nel senso culturale del termine, non avendo mai fatta mea culpa, mai fatti i conti con la storia, e mai riabilitato la storia dei socialisti italiani. No, è diventato liberal cambiando etichetta ma senza rinnegare né Togliatti né Berlinguer. Per cui può sempre tornare indietro. Se Renzi oggi viene demonizzato come Berlusconi, non è perché Renzi somigli a Berlusconi, come vuole la nuova vulgata che trova anche tanti sprovveduti discepoli a destra, ma perché, molto più semplicemente, chi di anti-berlusconismo ferisce di anti-berlusconismo perisce. E’ la vecchia fenomenologia delle epurazioni comuniste.

E in conclusione: un M5S di governo può sempre riposizionarsi; abbandonare un po’ del suo estremismo chavista, e diventare un partito radicale di massa ultra-liberal e così unirsi in coito coi resti del Pd, alla stregua di un Podemos normalizzato. Ma i sovranisti alle vongole nel loro accecamento anti-berlusconiano (mutuato dal pensiero dominante, altro che dimostrazione d’indipendenza) non hanno voluto vedere nulla di questo; si sono incartati nella loro ideologica, caricaturale contrapposizione senza sbocchi tra sovranisti e globalisti, fino a diventare più putiniani di Putin, l’amico del loro odiato Berlusca: il quale Vladimir, al contrario di loro, il buon senso l’ha ancora sicuramente conservato, per quante sfumature russe si porti dietro.

P.S. Naturalmente qualcuno potrà pensare che Salvini voglia accordarsi col M5S al solo scopo di fare una nuova legge elettorale che preveda un sistema a doppio turno alla francese. Soluzione buona solo sulla carta. Tra alcuni mesi o tra un anno quale sarà il sentimento di un corpo elettorale alquanto ballerino, tanto più che sia quest’ultimo sia le formazioni politiche si adeguano sempre ai nuovi sistemi elettorali?

Il vero senso dell’aut-aut del M5S alla Lega

Il Movimento 5 Stelle ha posto come pregiudiziale per un accordo di governo la Lega l’emarginazione, o meglio, la messa al bando degli impresentabili di Forza Italia e del loro impresentabilissimo leader Silvio Berlusconi. Lasciando da parte per il momento ogni considerazione politica in senso stretto, faccio notare che ciò che viene richiesto alla destra di Salvini è nient’altro che una scelta di campo antropologica,  una specie confessione di fede, consistente nel riconoscersi nei dogmi della vulgata di sinistra della storia dell’Italia repubblicana, al fine di farsi legittimare politicamente, ma solo al prezzo di entrare pure lui, buon ultimo, nell’area della dhimmitudine culturale che la sinistra ha sempre riservato a chi voleva sottrarsi a quella più dura della demonizzazione e della criminalizzazione.

E’ per questo l’Italia politica sembra perennemente sull’orlo di una guerra civile. Ma se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i settant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi scrisse:

«…è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad “abbassare i toni”, a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.»

Ma come nacque quest’idea, questa costruzione intellettuale, questa descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita? Il giorno di nascita preciso non è conosciuto, ma quello del concepimento sì: l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più veramente persa. La guerra l’avevano persa loro, i fascisti. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinse l’esercito delle beghine cattoliche (detto affettuosamente) inquadrate dal generale Gedda, soldato di Pio XII, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 65 anni fa, significava votare per l’onestà contro la corruzione, e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi convertita solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso veramente democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche laico non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

«Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.»

Ma nella Storia Deviata a farla da protagonisti, oltre alla corruzione, erano anche il nuovo fascismo, il golpe, i soliti disegni autoritari. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a quarant’anni anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni dai pasdaran della giustizia democratica:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…»

La paranoia collettiva della Storia Deviata ebbe naturalmente come obbiettivi da colpire anche le istituzioni. Non erano le pistole a sparare, ma l’opera di killeraggio era altrettanto efficiente. Vien da ridere a pensare al rispetto formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricordava qualche anno fa Giuliano Cazzola:

«Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze”. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.»

Ma proseguiamo il racconto. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe capitalista, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste. La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente. La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future. La terza conobbe due sviluppi, paralleli, i cui protagonisti furono solo all’inizio in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: il lancio della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo come garante della propria democraticità per dare compulsivamente del fascista al prossimo. Al millenarismo comunista (che succedeva al millenarismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la democrazia compiuta che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino, col corollario dei suoi provvidenziali nemici, evidentemente: non più intralciato dal marxismo, il giacobinismo ex-comunista poteva convolare a nozze col giacobinismo ex-azionista, e reimpostare la politica supremamente anti-politica del buono contro il cattivo.

Intanto in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea, normale, socialdemocratica da una parte e conservatrice dall’altra.

Fu il turno di Craxi allora di divenire un mostro. Ricordiamolo ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle mostrificazioni. Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Il bastian contrario Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo controcorrente, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

«Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista oltre che craxista?»

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

«Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’opinione, addirittura una tentazione autoritaria.»

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo dell’oggi apparentemente pentito Violante. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

«Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.»

Capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, con la complicità della magistratura democratica s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite: lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo-democratico craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi era stato lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare “per l’onestà contro la corruzione”, e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Si tratta di una malattia antica, già presente ai tempi dell’Italia liberale pre-fascista. Per tutto il novecento gli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il sistema democratico borghese sono stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal ministro della malavita Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere.

La spaziale fake news per cui il M5S degli ammiratori del pessimo Enrico Berlinguer, colui che avvelenò i pozzi della politica italiana col lancio dell’immorale questione morale, pur di non far i conti con la propria storia comunista, non sarebbe né di destra né di sinistra, e non invece quello che è, il nuovo partito di massa liberal-progressista-statalista-giacobino-anticristiano, è incredibilmente ancora in vita per due ragioni: 1) Grillo è stato bravo a imbrogliare le carte col suo vaffanculismo generalizzato per prendere voti a destra e a manca; 2) la sinistra italiana sostiene questa balla perché non vuole riconoscere nei grillini quei purissimi giustizialisti più puri degli altri che stanno epurando i post-comunisti piddini: chi di antiberlusconismo ferisce di antiberlusconismo perisce, e ciò è troppo doloroso ammetterlo. Salvini deve scegliere da quale parte della storia stare: quella della verità (e del vero cambiamento) o quella della menzogna?

[questo post è in buona parte il frutto della rielaborazione di vecchi materiali]

Perché la destra è ancora Berlusconi

Le parole d’ordine da spedire all’opinione pubblica italiana si originano a sinistra, passano per il centro e poi arrivano anche a destra. Prendiamo questa fregnaccia, oramai elevata a dogma: la rinascita del centrodestra comincia dal giorno del pensionamento di Berlusconi. Sulla carta sembra ragionevole: Silvio è un vecchietto, di battaglie ne ha combattute perfino troppe, e i sondaggi, che nel caso delle recenti elezioni britanniche hanno fatto furore, danno il suo partito ai minimi storici; anche se, converrete, è già un fatto straordinario (e rivelatore) che Forza Italia, il partito più spernacchiato del mondo, sia ancora in vita dopo una campagna di denigrazione di durata ventennale.

Ciò avrebbe senso se l’Italia fosse un paese normale, dove un normale partito di destra potesse avere cittadinanza. Sappiamo invece bene cosa intenda per destra perbene il giornalista collettivo perbene: una specie di sinistra democristiana del nuovo millennio, inodore ed insapore, alla quale è vietato di parlare al popolo di destra nella sua terragna complessità e varietà, sotto minaccia di anatema e relative persecuzioni.

Che sia così, l’hanno dimostrato palpabilmente gli sviluppi immediatamente successivi alla dimissioni di Berlusconi e alla nascita del governo Monti nel 2011. Pareva che Berlusconi avesse già un piede nella tomba politica, ma non ci fu nessuno capace di proporre una rifondazione della sua piattaforma politica sulla base di una visione complessiva – cioè berlusconiana – della destra. Non era una semplice questione d’intelligenza: era anche una questione di fegato. Non vi ricordate il caso del riformatore Segni? Ci fu un momento, al tempo di Mani Pulite, nel quale il politico sardo, sì democristiano ma forte della sua immagine di uomo nuovo, avrebbe potuto far suo quel progetto. Berlusconi, prima di scendere in campo, lo propose quale leader del centrodestra, di un centrodestra, cioè, che prima non esisteva nemmeno come sostantivo nel dizionario della politica italiana. Ma Segni rifiutò. E perché? Perché ebbe paura.

E così, dopo l’insediamento di Monti, invece della rinascita della destra perbene pronosticata dai begli spiriti de “Il Sole 24 Ore”, magari con lo stesso improbabilissimo Monti alla sua testa, l’indebolimento di Berlusconi ha prodotto solo una serie di nuovi capetti intenti a presidiare il loro territorio di competenza e a farsi la guerra fra di loro: molto più facile (nonché tollerato ed incoraggiato obliquamente da quella grande stampa che poi farisaicamente lamenta la mancanza di una destra moderna) rinchiudersi nella ridotta della destra responsabile, cioè del nulla centrista; oppure in quella della destra identitaria; che buttare il cuore oltre l’ostacolo con un disegno di largo respiro.

Lo si è visto anche in questi giorni: solo l’ostinato Berlusconi ha avuta la presenza di spirito di trarre immediatamente le conseguenze del varo della nuova legge elettorale, rispolverando la vecchia idea di un partito repubblicano che non sia l’espressione astratta, settaria e perdente di un nobile consesso di happy few anglofili, ma la casa dei conservatori italiani; e solo l’ostinato Berlusconi ha saputo trovare parole pacate di dissenso dalla politica occidentale verso la Russia, senza per questo cadere nell’ambiguità anti-occidentale. E’ colpa di questo personaggio pittoresco se gli altri restano muti, quando si arriva al dunque?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La vera storia di “1992”

La vera storia di “1992” inizia l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente del tutto secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinsero le beghine cattoliche, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 62 anni fa, significava votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta anche alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. E anche in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea. Alla minaccia del nuovo la sinistra rispose con la berlingueriana questione morale: da marxista-giacobina la sinistra si ridusse a giacobina, sic et simpliciter.

Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite. Lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Tangentopoli non colpì solo il mondo politico (peraltro con esemplare parzialità: c’è chi poteva non sapere, c’è chi non poteva non sapere), ma anche il mondo imprenditoriale. Sotto le forche caudine di Mani Pulite caddero un po’ tutti, compresa la Fiat e De Benedetti. Ma non Berlusconi, come qualcuno ha forse dimenticato, e come tanti giovanotti ignari forse immaginano. La verità è che Tangentopoli doveva essere propedeutica al trionfo della sinistra e a quello della democrazia compiuta. Avendoli infranti bisognò poi vedere in Berlusconi lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta. Ed è solo per questo, cioè in piena obbedienza alla ridicola vulgata di regime (e come avrebbe potuto essere altrimenti?) che Stefano Accorsi nella serie “1992” indossa i panni di un esperto di marketing di Publitalia che viene coinvolto da Dell’Utri nel progetto che porterà alla nascita di Forza Italia. Della serie: balle ultra-spaziali.

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L’umorismo di monsignor Galantino

Con sorprendente senso dell’umorismo monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, ha definita coraggiosa la scelta del direttore di “Avvenire” di sparare sulla Croce Rossa, cioè sul nostro povero Silvio Berlusconi, reo di essere stato assolto anche in Cassazione dalle imputazioni di concussione per induzione e prostituzione minorile, reati di cui era accusato nel cosiddetto processo Ruby, la pochade che ha preso il nome da Ruby Rubacuori, famosa Sventola del Marocco e famigerata nipote di Mubarak l’Egiziano. Tarquinio il Pedante, in perfetta omogeneità di vedute col suo collega de “La Repubblica”, il grigio fustigatore giacobino Ezio Mauro, nel suo editoriale aveva sottolineato con malcelato disappunto che «che un’assoluzione con le motivazioni sinora conosciute non coincide con un diploma di benemerenza politica e di approvazione morale». Proprio questa straordinaria scoperta dell’acqua calda ha trovata l’approvazione caldissima di monsignor Galantino, il quale ha voluto riformularla alla sua maniera per ben due volte, prima affermando che «la legge arriva fino a un certo punto, ma il discorso morale è altro», e poi ribadendo «se un fatto è legale non è detto che sia morale».

Andrebbe ricordato a monsignor Galantino che questa sacrosanta verità ha però un suo corollario, e cioè che, per parafrasare le sue stesse parole, «se un fatto è immorale non è detto che sia illegale». E la cosa straordinaria è che la scoperta dell’acqua calda è stata per anni uno dei cavalli di battaglia dei difensori di Berlusconi, sia di quelli togati sia di quelli che scribacchiano sui giornali. Tanto è vero che per una altrettanto straordinaria coincidenza il concetto è stato espresso dallo stesso avvocato di Berlusconi quasi in contemporanea con le accigliate osservazioni di Tarquinio, Galantino, Mauro e tutto il resto della compagnia cantante: «non bisognerebbe mai scambiare questioni di confessionale con questioni di diritto penale», ha detto infatti il valoroso Coppi. Non sembra che “Avvenire” e quel settimanale mezzo estremista che è diventato “Famiglia Cristiana”, accodandosi a quasi tutta la stampa italiana, abbiano avuta molta considerazione per la scoperta dell’acqua calda durante gli anni della pochade. Al contrario, il fatto che pur di impiccare Berlusconi a qualche stravagante fattispecie di reato si sia messo fuorilegge il buon senso, che per sputtanarlo si sia ricorso a mezzi degni di uno stato di polizia, e che nel farlo non si abbia tenuto nel minimo conto il nome dell’Italia, non ha mai turbato più di tanto queste anime belle: la macchina del fango, quella vera, ha funzionato per anni a pieni giri senza che loro avessero molto da eccepire.

In questo quadro le moralistiche puntualizzazioni di un certo partito bergogliano caricaturale, animato più dallo zelo ideologico o dall’opportunismo servile che dallo spirito di Francesco, e spesso in cordialissimi rapporti coi mammasantissima del mondo laicista, appaiono per quel che sono: meschine. Anche perché per dare giudizi morali bisognerebbe almeno avere qualche certezza sul contenuto delle cene eleganti di Arcore. D’altra parte gli sputtanatori non hanno mai l’intenzione di arrivare a qualche verità: l’importante è adombrare, evocare, suggerire l’innominabile. Nel caso in questione, molto dipende anche dai protagonisti e dal milieu: è così che il burlesque si trasforma dallo spettacolino erotico politicamente corretto e democraticamente responsabile proprio della migliore società civile, nell’anticamera del bordello proprio dell’inferiore umanità berlusconiana.

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Berlusconi, ovvero la normalità in politica

Il berlusconismo è stato, ed è ancora, a dispetto delle apparenze, un grande tentativo di normalizzazione della politica italiana, dopo che la guerra fredda aveva condannata l’Italia per quasi mezzo secolo ad essere rappresentata politicamente dal più grosso partito comunista d’Occidente e da una Democrazia Cristiana che, pur prendendone i voti, si rifiutò sempre di ascoltare la voce della parte più conservatrice del suo elettorato.

Il primo impulso alla normalizzazione in realtà venne da sinistra con l’ascesa del socialismo craxiano negli anni in cui la crisi dei paesi marxisti si faceva sempre più manifesta. Oltre che dai comunisti, Craxi fu odiato dalla gran parte della classe politica democristiana, in quanto una sinistra maggioritariamente socialista o socialdemocratica, sulla scia degli esempi che venivano dai grandi paesi dell’Europa continentale, con Mitterand in Francia, Schmidt in Germania Ovest o Gonzales in Spagna, avrebbe costretto la balena bianca ad uscire dalla sua indeterminatezza e ridefinirsi come partito di centrodestra; vocabolo, quest’ultimo, lo ricordiamo agli smemorati, che al momento della discesa in campo del Cavaliere non aveva ancora cittadinanza politica in Italia.

Non potendo opporre argomenti politici ad uno sviluppo storico tanto lineare e naturale, la sinistra conservatrice mise allora in soffitta la politica, e la sostituì col moralismo giacobino, che è la negazione di ogni politica. Gli effetti devastanti di questa scelta sciagurata li vediamo ancor oggi; anzi, soprattutto oggi, dopo che un’intera generazione è cresciuta respirando a pieni polmoni i veleni di quelle suggestioni palingenetiche che non a caso furono proprie anche del fascismo.

La strada verso la normalizzazione politica a sinistra fu brutalmente stroncata al tempo di Mani Pulite. Il repulisti lasciò in piedi solo il blocco politico dei moralisti, e i suoi compiacenti comprimari. Ma non poteva uccidere completamente il bisogno di modernizzazione della politica italiana. Perciò quest’impulso verso la normalizzazione riemerse come un fiume carsico a destra. A farsene interprete fu Berlusconi.

Berlusconi volle porre le basi per la costruzione di un grosso partito di centrodestra, agendo in due direzioni contrapposte: verso il centro, allo scopo di liberarlo dallo stato di dipendenza culturale nei confronti della sinistra; e verso la nuova destra leghista ed ex-missina, allo scopo di sottrarla a un giustizialismo infecondo e di riportarla alla politica. Si trattava, storicamente parlando, di un processo di europeizzazione della destra italiana nel senso più largo del termine; processo che in caso di successo avrebbe costretto questa volta i post-comunisti a fare i conti con la storia e ridefinirsi come partito socialdemocratico. E proprio perché si trattava, anche questa volta, di uno sviluppo storico perfettamente lineare e naturale, che si volle propagandarlo come l’anomalia Berlusconi, venendo facile spostare l’attenzione sul suo stato di magnate dei media.

Oggi la politica italiana è dominata da formazioni politiche anomale o portatrici di patologie: a sinistra un blocco montagnardo di vaffanculisti; in mezzo un grosso partito con aspirazioni egemoniche che si chiama democratico, che però ha dentro di sé gente che guarda con simpatia a Tsipras che non è nemmeno socialdemocratico, e che in Europa fa parte del gruppo socialista; più in là un partitino neo-centrodestrista che in Europa fa parte del gruppo popolare, mentre in Italia fa da stampella ad un partito che in Europa fa parte del gruppo socialista; e infine, al di là della creatura politica berlusconiana, una destra leghista-nazionale che si sta saldando nel nome del più becero identitarismo. Questi sono i risultati dell’attuale indebolimento di Berlusconi e della lunga guerra fatta al Cavaliere: cioè alla normalità e alla ragionevolezza.

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Fitto il Demolitore

Quando Alfano e i ministri pidiellini del governo Letta maturarono lo strappo con Berlusconi che avrebbe portato alla nascita del Nuovo Centrodestra, Raffaele Fitto volle interpretare, con l’ottusa intransigenza che non pochi danni aveva già causati alla causa del centrodestra, la figura del capo dei lealisti. Non gli credeva nessuno, naturalmente. E men che mai il suo antico mentore Silvio, che tentava disperatamente di tener insieme le anime del partito: troppa scoperta era la voglia del musone pugliese di spingere i traditori alla rottura col partito. In quei giorni di burrasca, meno di un anno e mezzo fa, ad Alfano che rilanciava l’idea delle primarie del centrodestra, Fitto rispondeva che a decidere sul candidato premier sarebbe stato il solo Berlusconi fintantoché il fondatore fosse rimasto al timone del partito.

Oggi Fitto è a capo di una vera e propria corrente di Forza Italia, dipinge se stesso come un dissidente mezzo perseguitato e come tale usa i giornali dell’anti-berlusconismo antropologico come megafono; e in più chiede a gran voce le primarie per eleggere i nuovi vertici del partito. Col Patto del Nazareno ha usato la stessa tattica. Lo ha propagandato a destra e a manca come un asservimento di Forza Italia alla politica del governo, ed ha agitato lo spettro di una sua possibile confluenza nel futuro Partito della Nazione renziano. Alla rottura del Patto (peraltro non del tutto consumata) mentre Berlusconi cominciava a riannodare i fili dell’alleanza con Salvini, senza nel contempo rompere con Alfano, non badando, saggiamente, agli sciocchi veti vicendevoli dei due giovanotti, Fitto si metteva a denunciare la subalternità di Forza Italia alla Lega, come prima aveva denunciato quella nei confronti di Renzi.

Fitto non è nuovo a queste alzate d’ingegno. Nel 2010 regalò la Puglia alla sinistra incaponendosi contro la candidatura della Poli Bortone che aveva buone possibilità di vincere; ad opporsi alla fondatrice di “Io Sud” restarono solo Fitto e suoi sodali, tenacemente sordi a ogni buon senso; Berlusconi, sempre troppo buono, preferì non guastare i rapporti col genio del Salento ed incassare una sconfitta scritta in partenza.

Nonostante queste corbellerie, di cui non ha mai fatto ammenda, Fitto il Ricostruttore va dritto per la sua strada: distruggendo tutto, dice di voler «ricostruire il centrodestra, dare un contributo alla ricostruzione del nostro partito e del nostro paese». Quali siano però le sue idee, nessuno lo sa. E probabilmente nemmeno lui. In questo l’imbronciato Fitto è tremendamente democristiano. Alla Convention dei Ricostruttori ha voluto parlare «per prima cosa» dei contenuti dell’impegno politico della sua corrente. L’espressione «per prima cosa» è servita naturalmente per puntellare il nulla che ne sarebbe seguito: per intenderci, una premessa «forte» tanto quanto una «forte» risposta prodiana.

Infatti Fitto ha tirato fuori dal cilindro nientepopodimeno che la minestra riscaldata dello sforamento del 3% del rapporto deficit/Pil, rinfacciando a Renzi di aver mancato alla promessa di ottenere in sede europea quella flessibilità nei conti pubblici tanto necessaria alla nostra economia. Inoltre, ha attaccato il governo per non essere riuscito «ad ottenere altri portafogli in Europa» e di essersi accontentato «dell’Alto rappresentante della politica estera». In sostanza: finanze allegre e cariche, il pane della politica dai tempi di Tiberio e Caio Gracco.

Il fatto grave è però che Fitto, esattamente come tutti gli altri aspiranti piccoli leader del Centrodestra, è intimamente anti-berlusconiano proprio in ciò che ha costituito e costituisce l’essenza del berlusconismo come fenomeno strettamente politico, e che è il motivo vero per cui ancor oggi la vecchia e malandata figura del Cavaliere è combattuta con ogni mezzo: la volontà pervicace di riunire in un’unica piattaforma politica tutte le possibili destre del paese.

[pubblicato su Giornalettismo.com]