Perché la destra è ancora Berlusconi

Le parole d’ordine da spedire all’opinione pubblica italiana si originano a sinistra, passano per il centro e poi arrivano anche a destra. Prendiamo questa fregnaccia, oramai elevata a dogma: la rinascita del centrodestra comincia dal giorno del pensionamento di Berlusconi. Sulla carta sembra ragionevole: Silvio è un vecchietto, di battaglie ne ha combattute perfino troppe, e i sondaggi, che nel caso delle recenti elezioni britanniche hanno fatto furore, danno il suo partito ai minimi storici; anche se, converrete, è già un fatto straordinario (e rivelatore) che Forza Italia, il partito più spernacchiato del mondo, sia ancora in vita dopo una campagna di denigrazione di durata ventennale.

Ciò avrebbe senso se l’Italia fosse un paese normale, dove un normale partito di destra potesse avere cittadinanza. Sappiamo invece bene cosa intenda per destra perbene il giornalista collettivo perbene: una specie di sinistra democristiana del nuovo millennio, inodore ed insapore, alla quale è vietato di parlare al popolo di destra nella sua terragna complessità e varietà, sotto minaccia di anatema e relative persecuzioni.

Che sia così, l’hanno dimostrato palpabilmente gli sviluppi immediatamente successivi alla dimissioni di Berlusconi e alla nascita del governo Monti nel 2011. Pareva che Berlusconi avesse già un piede nella tomba politica, ma non ci fu nessuno capace di proporre una rifondazione della sua piattaforma politica sulla base di una visione complessiva – cioè berlusconiana – della destra. Non era una semplice questione d’intelligenza: era anche una questione di fegato. Non vi ricordate il caso del riformatore Segni? Ci fu un momento, al tempo di Mani Pulite, nel quale il politico sardo, sì democristiano ma forte della sua immagine di uomo nuovo, avrebbe potuto far suo quel progetto. Berlusconi, prima di scendere in campo, lo propose quale leader del centrodestra, di un centrodestra, cioè, che prima non esisteva nemmeno come sostantivo nel dizionario della politica italiana. Ma Segni rifiutò. E perché? Perché ebbe paura.

E così, dopo l’insediamento di Monti, invece della rinascita della destra perbene pronosticata dai begli spiriti de “Il Sole 24 Ore”, magari con lo stesso improbabilissimo Monti alla sua testa, l’indebolimento di Berlusconi ha prodotto solo una serie di nuovi capetti intenti a presidiare il loro territorio di competenza e a farsi la guerra fra di loro: molto più facile (nonché tollerato ed incoraggiato obliquamente da quella grande stampa che poi farisaicamente lamenta la mancanza di una destra moderna) rinchiudersi nella ridotta della destra responsabile, cioè del nulla centrista; oppure in quella della destra identitaria; che buttare il cuore oltre l’ostacolo con un disegno di largo respiro.

Lo si è visto anche in questi giorni: solo l’ostinato Berlusconi ha avuta la presenza di spirito di trarre immediatamente le conseguenze del varo della nuova legge elettorale, rispolverando la vecchia idea di un partito repubblicano che non sia l’espressione astratta, settaria e perdente di un nobile consesso di happy few anglofili, ma la casa dei conservatori italiani; e solo l’ostinato Berlusconi ha saputo trovare parole pacate di dissenso dalla politica occidentale verso la Russia, senza per questo cadere nell’ambiguità anti-occidentale. E’ colpa di questo personaggio pittoresco se gli altri restano muti, quando si arriva al dunque?

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La vera storia di “1992”

La vera storia di “1992” inizia l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente del tutto secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinsero le beghine cattoliche, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 62 anni fa, significava votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta anche alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. E anche in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea. Alla minaccia del nuovo la sinistra rispose con la berlingueriana questione morale: da marxista-giacobina la sinistra si ridusse a giacobina, sic et simpliciter.

Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite. Lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Tangentopoli non colpì solo il mondo politico (peraltro con esemplare parzialità: c’è chi poteva non sapere, c’è chi non poteva non sapere), ma anche il mondo imprenditoriale. Sotto le forche caudine di Mani Pulite caddero un po’ tutti, compresa la Fiat e De Benedetti. Ma non Berlusconi, come qualcuno ha forse dimenticato, e come tanti giovanotti ignari forse immaginano. La verità è che Tangentopoli doveva essere propedeutica al trionfo della sinistra e a quello della democrazia compiuta. Avendoli infranti bisognò poi vedere in Berlusconi lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta. Ed è solo per questo, cioè in piena obbedienza alla ridicola vulgata di regime (e come avrebbe potuto essere altrimenti?) che Stefano Accorsi nella serie “1992” indossa i panni di un esperto di marketing di Publitalia che viene coinvolto da Dell’Utri nel progetto che porterà alla nascita di Forza Italia. Della serie: balle ultra-spaziali.

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L’umorismo di monsignor Galantino

Con sorprendente senso dell’umorismo monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, ha definita coraggiosa la scelta del direttore di “Avvenire” di sparare sulla Croce Rossa, cioè sul nostro povero Silvio Berlusconi, reo di essere stato assolto anche in Cassazione dalle imputazioni di concussione per induzione e prostituzione minorile, reati di cui era accusato nel cosiddetto processo Ruby, la pochade che ha preso il nome da Ruby Rubacuori, famosa Sventola del Marocco e famigerata nipote di Mubarak l’Egiziano. Tarquinio il Pedante, in perfetta omogeneità di vedute col suo collega de “La Repubblica”, il grigio fustigatore giacobino Ezio Mauro, nel suo editoriale aveva sottolineato con malcelato disappunto che «che un’assoluzione con le motivazioni sinora conosciute non coincide con un diploma di benemerenza politica e di approvazione morale». Proprio questa straordinaria scoperta dell’acqua calda ha trovata l’approvazione caldissima di monsignor Galantino, il quale ha voluto riformularla alla sua maniera per ben due volte, prima affermando che «la legge arriva fino a un certo punto, ma il discorso morale è altro», e poi ribadendo «se un fatto è legale non è detto che sia morale».

Andrebbe ricordato a monsignor Galantino che questa sacrosanta verità ha però un suo corollario, e cioè che, per parafrasare le sue stesse parole, «se un fatto è immorale non è detto che sia illegale». E la cosa straordinaria è che la scoperta dell’acqua calda è stata per anni uno dei cavalli di battaglia dei difensori di Berlusconi, sia di quelli togati sia di quelli che scribacchiano sui giornali. Tanto è vero che per una altrettanto straordinaria coincidenza il concetto è stato espresso dallo stesso avvocato di Berlusconi quasi in contemporanea con le accigliate osservazioni di Tarquinio, Galantino, Mauro e tutto il resto della compagnia cantante: «non bisognerebbe mai scambiare questioni di confessionale con questioni di diritto penale», ha detto infatti il valoroso Coppi. Non sembra che “Avvenire” e quel settimanale mezzo estremista che è diventato “Famiglia Cristiana”, accodandosi a quasi tutta la stampa italiana, abbiano avuta molta considerazione per la scoperta dell’acqua calda durante gli anni della pochade. Al contrario, il fatto che pur di impiccare Berlusconi a qualche stravagante fattispecie di reato si sia messo fuorilegge il buon senso, che per sputtanarlo si sia ricorso a mezzi degni di uno stato di polizia, e che nel farlo non si abbia tenuto nel minimo conto il nome dell’Italia, non ha mai turbato più di tanto queste anime belle: la macchina del fango, quella vera, ha funzionato per anni a pieni giri senza che loro avessero molto da eccepire.

In questo quadro le moralistiche puntualizzazioni di un certo partito bergogliano caricaturale, animato più dallo zelo ideologico o dall’opportunismo servile che dallo spirito di Francesco, e spesso in cordialissimi rapporti coi mammasantissima del mondo laicista, appaiono per quel che sono: meschine. Anche perché per dare giudizi morali bisognerebbe almeno avere qualche certezza sul contenuto delle cene eleganti di Arcore. D’altra parte gli sputtanatori non hanno mai l’intenzione di arrivare a qualche verità: l’importante è adombrare, evocare, suggerire l’innominabile. Nel caso in questione, molto dipende anche dai protagonisti e dal milieu: è così che il burlesque si trasforma dallo spettacolino erotico politicamente corretto e democraticamente responsabile proprio della migliore società civile, nell’anticamera del bordello proprio dell’inferiore umanità berlusconiana.

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Berlusconi, ovvero la normalità in politica

Il berlusconismo è stato, ed è ancora, a dispetto delle apparenze, un grande tentativo di normalizzazione della politica italiana, dopo che la guerra fredda aveva condannata l’Italia per quasi mezzo secolo ad essere rappresentata politicamente dal più grosso partito comunista d’Occidente e da una Democrazia Cristiana che, pur prendendone i voti, si rifiutò sempre di ascoltare la voce della parte più conservatrice del suo elettorato.

Il primo impulso alla normalizzazione in realtà venne da sinistra con l’ascesa del socialismo craxiano negli anni in cui la crisi dei paesi marxisti si faceva sempre più manifesta. Oltre che dai comunisti, Craxi fu odiato dalla gran parte della classe politica democristiana, in quanto una sinistra maggioritariamente socialista o socialdemocratica, sulla scia degli esempi che venivano dai grandi paesi dell’Europa continentale, con Mitterand in Francia, Schmidt in Germania Ovest o Gonzales in Spagna, avrebbe costretto la balena bianca ad uscire dalla sua indeterminatezza e ridefinirsi come partito di centrodestra; vocabolo, quest’ultimo, lo ricordiamo agli smemorati, che al momento della discesa in campo del Cavaliere non aveva ancora cittadinanza politica in Italia.

Non potendo opporre argomenti politici ad uno sviluppo storico tanto lineare e naturale, la sinistra conservatrice mise allora in soffitta la politica, e la sostituì col moralismo giacobino, che è la negazione di ogni politica. Gli effetti devastanti di questa scelta sciagurata li vediamo ancor oggi; anzi, soprattutto oggi, dopo che un’intera generazione è cresciuta respirando a pieni polmoni i veleni di quelle suggestioni palingenetiche che non a caso furono proprie anche del fascismo.

La strada verso la normalizzazione politica a sinistra fu brutalmente stroncata al tempo di Mani Pulite. Il repulisti lasciò in piedi solo il blocco politico dei moralisti, e i suoi compiacenti comprimari. Ma non poteva uccidere completamente il bisogno di modernizzazione della politica italiana. Perciò quest’impulso verso la normalizzazione riemerse come un fiume carsico a destra. A farsene interprete fu Berlusconi.

Berlusconi volle porre le basi per la costruzione di un grosso partito di centrodestra, agendo in due direzioni contrapposte: verso il centro, allo scopo di liberarlo dallo stato di dipendenza culturale nei confronti della sinistra; e verso la nuova destra leghista ed ex-missina, allo scopo di sottrarla a un giustizialismo infecondo e di riportarla alla politica. Si trattava, storicamente parlando, di un processo di europeizzazione della destra italiana nel senso più largo del termine; processo che in caso di successo avrebbe costretto questa volta i post-comunisti a fare i conti con la storia e ridefinirsi come partito socialdemocratico. E proprio perché si trattava, anche questa volta, di uno sviluppo storico perfettamente lineare e naturale, che si volle propagandarlo come l’anomalia Berlusconi, venendo facile spostare l’attenzione sul suo stato di magnate dei media.

Oggi la politica italiana è dominata da formazioni politiche anomale o portatrici di patologie: a sinistra un blocco montagnardo di vaffanculisti; in mezzo un grosso partito con aspirazioni egemoniche che si chiama democratico, che però ha dentro di sé gente che guarda con simpatia a Tsipras che non è nemmeno socialdemocratico, e che in Europa fa parte del gruppo socialista; più in là un partitino neo-centrodestrista che in Europa fa parte del gruppo popolare, mentre in Italia fa da stampella ad un partito che in Europa fa parte del gruppo socialista; e infine, al di là della creatura politica berlusconiana, una destra leghista-nazionale che si sta saldando nel nome del più becero identitarismo. Questi sono i risultati dell’attuale indebolimento di Berlusconi e della lunga guerra fatta al Cavaliere: cioè alla normalità e alla ragionevolezza.

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Fitto il Demolitore

Quando Alfano e i ministri pidiellini del governo Letta maturarono lo strappo con Berlusconi che avrebbe portato alla nascita del Nuovo Centrodestra, Raffaele Fitto volle interpretare, con l’ottusa intransigenza che non pochi danni aveva già causati alla causa del centrodestra, la figura del capo dei lealisti. Non gli credeva nessuno, naturalmente. E men che mai il suo antico mentore Silvio, che tentava disperatamente di tener insieme le anime del partito: troppa scoperta era la voglia del musone pugliese di spingere i traditori alla rottura col partito. In quei giorni di burrasca, meno di un anno e mezzo fa, ad Alfano che rilanciava l’idea delle primarie del centrodestra, Fitto rispondeva che a decidere sul candidato premier sarebbe stato il solo Berlusconi fintantoché il fondatore fosse rimasto al timone del partito.

Oggi Fitto è a capo di una vera e propria corrente di Forza Italia, dipinge se stesso come un dissidente mezzo perseguitato e come tale usa i giornali dell’anti-berlusconismo antropologico come megafono; e in più chiede a gran voce le primarie per eleggere i nuovi vertici del partito. Col Patto del Nazareno ha usato la stessa tattica. Lo ha propagandato a destra e a manca come un asservimento di Forza Italia alla politica del governo, ed ha agitato lo spettro di una sua possibile confluenza nel futuro Partito della Nazione renziano. Alla rottura del Patto (peraltro non del tutto consumata) mentre Berlusconi cominciava a riannodare i fili dell’alleanza con Salvini, senza nel contempo rompere con Alfano, non badando, saggiamente, agli sciocchi veti vicendevoli dei due giovanotti, Fitto si metteva a denunciare la subalternità di Forza Italia alla Lega, come prima aveva denunciato quella nei confronti di Renzi.

Fitto non è nuovo a queste alzate d’ingegno. Nel 2010 regalò la Puglia alla sinistra incaponendosi contro la candidatura della Poli Bortone che aveva buone possibilità di vincere; ad opporsi alla fondatrice di “Io Sud” restarono solo Fitto e suoi sodali, tenacemente sordi a ogni buon senso; Berlusconi, sempre troppo buono, preferì non guastare i rapporti col genio del Salento ed incassare una sconfitta scritta in partenza.

Nonostante queste corbellerie, di cui non ha mai fatto ammenda, Fitto il Ricostruttore va dritto per la sua strada: distruggendo tutto, dice di voler «ricostruire il centrodestra, dare un contributo alla ricostruzione del nostro partito e del nostro paese». Quali siano però le sue idee, nessuno lo sa. E probabilmente nemmeno lui. In questo l’imbronciato Fitto è tremendamente democristiano. Alla Convention dei Ricostruttori ha voluto parlare «per prima cosa» dei contenuti dell’impegno politico della sua corrente. L’espressione «per prima cosa» è servita naturalmente per puntellare il nulla che ne sarebbe seguito: per intenderci, una premessa «forte» tanto quanto una «forte» risposta prodiana.

Infatti Fitto ha tirato fuori dal cilindro nientepopodimeno che la minestra riscaldata dello sforamento del 3% del rapporto deficit/Pil, rinfacciando a Renzi di aver mancato alla promessa di ottenere in sede europea quella flessibilità nei conti pubblici tanto necessaria alla nostra economia. Inoltre, ha attaccato il governo per non essere riuscito «ad ottenere altri portafogli in Europa» e di essersi accontentato «dell’Alto rappresentante della politica estera». In sostanza: finanze allegre e cariche, il pane della politica dai tempi di Tiberio e Caio Gracco.

Il fatto grave è però che Fitto, esattamente come tutti gli altri aspiranti piccoli leader del Centrodestra, è intimamente anti-berlusconiano proprio in ciò che ha costituito e costituisce l’essenza del berlusconismo come fenomeno strettamente politico, e che è il motivo vero per cui ancor oggi la vecchia e malandata figura del Cavaliere è combattuta con ogni mezzo: la volontà pervicace di riunire in un’unica piattaforma politica tutte le possibili destre del paese.

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Renzi, ovvero lo schema Ponzi in politica

Con l’elezione di Sergio Mattarella alla carica di Presidente della repubblica Matteo Renzi ha vinto ma ha anche perso. E non poteva essere altrimenti. Infatti, solo un uomo a cui il Presidente del Consiglio avesse dato il via libera avrebbe potuto vincere; allo stesso tempo, però, agli occhi dell’opinione pubblica e del mondo politico tale scelta sarebbe equivalsa a una scelta di campo, ancorché dettata dalle convenienze e non dalle convinzioni. E questo perché Renzi, nel suo pragmatismo muscolare, non ha mai proposto un suo progetto politico per la sinistra. Se Renzi ne incarnasse uno, scelte realistiche anche se non omogenee alle sue idee politiche non correrebbero il rischio di essere viste come figlie del puro opportunismo. Il risultato è che di Renzi ormai non si fida più nessuno; che il Rottamatore si sta tagliando i ponti alle spalle, a destra e a sinistra; e che d’ora in poi potrà contare solo su appoggi interessati.

C’è una differenza sostanziale tra Berlusconi e Renzi; che Berlusconi, al di là dei tatticismi politici ai quali non si può sempre sfuggire, incarnava e incarna ancora un progetto politico sensato e storicamente plausibile: la riunione del centrodestra, dai centristi alla Lega. Tutti i tatticismi berlusconiani, in questo momento, sono mirati alla sopravvivenza, alla resistenza, nell’attesa di riproporlo. Non piace? E’ una questione secondaria. A destra non ci sono altre soluzioni politiche reali. Tutto il resto, politicamente, se prendiamo in considerazione il paese reale e non l’Italia dei sogni, è solo chiacchiera. Solo dopo che gli attori politici del centrodestra, e il suo elettorato, avranno preso coscienza di questa realtà (e sarà un passaggio fondamentale) si potrà cominciare la battaglia per tirare fuori il meglio possibile da questo coacervo. Questo, se parliamo di politica. Se poi parliamo di qualcos’altro, è tutta un’altra faccenda. Se Berlusconi è sopravvissuto a tante batoste politiche, alla caccia grossa della magistratura, all’umiliazione delle condanne penali, alla gogna mediatica, è perché, piaccia o non piaccia, rappresenta un progetto politico. E’ questo il segreto vero della sua altrimenti inesplicabile resilienza.

Per la sinistra italiana l’unico progetto politico e storicamente fondato è quello socialdemocratico, nel senso più largamente culturale del termine, implicante il rifiuto del giustizialismo e una dolorosa revisione della propria storia. Fa sinceramente ridere che si possa pensare di riunire la sinistra (o gran parte di essa) in una piattaforma liberal in un momento in cui il radicalismo la sta divorando, non solo in Italia. Se Renzi sposasse con coerenza un progetto liberal andrebbe fatalmente incontro a una scissione, farebbe del Pd – nella realtà italiana – un partito centrista, e consegnerebbe il grosso della sinistra al radicalismo. Con l’elezione di Mattarella Renzi ha invece scelto di ricompattare il Pd intorno a una persona che rappresenta l’Italia nata dalla Resistenza con tutto il corollario dei suoi cascami ideologici. Il fatto che Mattarella sia cattolico ed ex-democristiano non significa un bel nulla. Sappiamo bene come molti ex-democristiani di sinistra, espressione di un cristianesimo catacombale, dopo esser stati esemplarmente risparmiati dal diluvio di Tangentopoli e inghiottiti dal Moloch ex-comunista, siano diventati tra i più zelanti (e ridicoli) sacerdoti della religione civile fondata sulla Costituzione: in una parola, i pasdaran della conservazione. Questo fa di Mattarella un personaggio pericoloso per Renzi. Primo, perché anche una nullità una volta messi i gradi di Presidente della repubblica si sente in dovere di dimostrare di essere qualcuno, tanto più che la Costituzione materiale ha da lungo tempo emancipato il primo cittadino della repubblica dal ruolo noioso di primo notaio della repubblica. Secondo, perché se si monterà la testa Mattarella ubbidirà a Scalfari piuttosto che al Rottamatore; lo stesso Scalfari che, dopo aver spedito un ultimatum a Matteo qualche giorno fa, ieri ha lodato (insieme al Pd) questo Renzi riallineato. D’altronde è palpabile la soddisfazione che si respira fra i non-renziani del partito, in Sel, e persino tra i grillini. Ma è una soddisfazione che sa di rivalsa e ha qualcosa di maligno. Diceva Bersani appena dopo l’elezione: «se tutto va come deve andare sarà un ottimo presidente. È un giurista. Non è uno che fa passare qualsiasi cosa. Certe sciocchezze incostituzionali non le farà passare». A buon intenditor, poche parole.

Sarebbe anche bene che i commentatori smettessero di giudicare le vittorie e le sconfitte politiche in termini di politique politicienne. Queste vanno valutate in prospettiva, e sullo sfondo più ampio del consenso elettorale. Il Pd sta già subendo da qualche tempo una perdita fisiologica di consensi tra gli ex elettori del centrodestra; la sterzata renziana non farà altro che renderla strutturale, passato il breve momento del trionfo, senza peraltro fargli guadagnare voti tra gli aficionados della sinistra radicale, che oggi non si fidano di Renzi più di quanto non facessero ieri. Se il tempo lavora a favore delle cose sensate, vuol dire che lavora contro le ambiguità del trionfante Renzi; mentre la forza delle cose spinge, a dispetto dello stato comatoso e delle sue divisioni, ad un ricompattamento del centrodestra. Ed un ricompattamento del centrodestra significa una sola cosa: berlusconismo, sia l’Impresentabile o no a guidare l’indistruttibile Armata Brancaleone. E’ assai probabile che l’atteggiamento collaborativo di Berlusconi nei confronti di Renzi non verrà meno per vari motivi: il primo è che non ci sono alternative; il secondo è che Berlusconi non vuole lasciare a Renzi alcun alibi in caso di rottura; il terzo è che Berlusconi spera che sulle riforme non sia la sua Forza Italia ad implodere, ma sia proprio la ringalluzzita sinistra del Pd a creare problemi a Renzi. Matteo, con la solita simpatica spudoratezza, e con qualche contorsione lessicale, ha fatto finta che i problemi riguardino solo il Cavaliere, affermando che quest’ultimo, poveretto, «ha due opzioni di fronte a sé: decidere se soffrire nel fare delle riforme che condivide oppure decidere di offrirsi per fare delle riforme importanti e avere così la possibilità di poter raccogliere e condividere i dividendi con noi».

Il fatto è che Renzi in politica ha un problema strutturale. Se vuole essere liberal (cioè statalista moderato e modernizzatore) la sinistra (e non parlo solo del Pd) non lo segue; se rinuncia ad essere liberal si mette nelle mani della sinistra conservatrice. Non avendo un progetto politico realistico, che è quello menzionato all’inizio dell’articolo, e dal quale potrebbe ripartire in caso d’insuccesso, è come un generale costretto a vincere in continuazione, e destinato a sparire alla prima sconfitta. Il renzismo, perciò, assomiglia ad una sorta di schema Ponzi applicato alla politica: un rilancio continuo, un attivismo frenetico, che intontisce e disarma i critici, e che gli assicura un carisma da vincitore, fino al momento fatale in cui inciamperà e tutti gli saranno addosso.

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Renzi e la sinistra (tutta) alla resa dei conti

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata l’occasione per quell’Italia che della legalità ha fatto un feticcio ad uso meramente politico, e della quale una parte rumorosa della nostra magistratura si sente l’avanguardia sul campo di battaglia, di rispolverare il personaggio di Berluschino. Il presidente della Corte di Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, è arrivato a dire, papale papale: «Pensavo, finito un certo periodo, che le cose potessero cambiare», parole che esprimono uno schietto giudizio politico, e non un giudizio di politica giudiziaria. Renzi, col piglio giovialmente napoleonico che gli è consueto, ha risposto per le rime alle critiche, duro e beffardo come se avesse a che fare con dei bacucchi fuori della realtà. Se lo può ancora permettere, essendo, almeno nominalmente, di sinistra e al momento vincente. Quindi il fascismo non è alle porte, come invece sarebbe immancabilmente accaduto se al posto di Berluschino ci fosse stato Berlusconi.

Intanto però i cannoneggiamenti arrivano anche dalla corazzata di Repubblica. L’augusto fondatore Eugenio Scalfari l’ha scritto chiaro e tondo nel suo pezzo domenicale: «Renzi è l’autore della riabilitazione berlusconiana». L’articolo nella sostanza è una specie di ultimo avvertimento; il tono non ultimativo e quasi lepido è quello che si usa coi destinatari di tali messaggi quando li si vuole ancora recuperare alla causa. E un altro segnale non incoraggiante per Berluschino arriva dalle elezioni politiche in Grecia. Non tanto dal risultato, che era previsto, ma dalla reazione dell’italico popolo di sinistra alla vittoria di Tsipras: ostentatamente entusiasta nella sinistra che non si riconosce nel Pd (compresi i grillini, naturalmente) e pudicamente soddisfatta in una parte non trascurabile di quella che nel Pd si riconosce.

Questi fatti provano ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante i suoi successi politici Renzi non è riuscito a riformare la sinistra. Se il radicalismo di massa, che è la malattia endemica della sinistra italiana dai tempi della scissione di Livorno, attira ancora tanta parte dell’Italia rossa, significa che l’approccio liberal in un paese come il nostro (e in gran parte dell’Europa) a sinistra non funziona, non parla al cuore dell’elettorato, è fuori di quella storia con la quale la politica deve fare i conti. E’ solo nello sciocco e fatuo universo veltroniano, là dove tutto si compone in meravigliosa armonia, che Berlinguer e Blair possono andare a braccetto: nessuno di questi due personaggi, però, può essere una figura di riferimento per una sinistra italiana matura e pacificata. Ma ciò significa anche che la “terra di mezzo” socialista, suo naturale approdo, per la sinistra italiana è ancora taboo, per motivi che non elenco per non offendere l’intelligenza dei lettori.

Cosicché adesso, alla vigilia della grande partita politica che si giocherà intorno all’elezione del nuovo presidente della repubblica, per Renzi si aprono due scenari, che però lasciano congelati i problemi di fondo sopramenzionati: o riesce a tenere il partito insieme, rilanciando la posta come ha sempre fatto, sull’onda dei successi fin qui ottenuti, ottenendo così una vittoria dal sapore termidoriano sulla vecchia classe dirigente comunista; oppure si rassegna ad una scissione (l’ennesima della storia della sinistra italiana) che però farebbe del Pd un partito a caratterizzazione sempre più apertamente centrista: sogno segreto di Berlusconi, non perché miri anche lui al partito della nazione, ma perché un Pd “centrista” avrebbe scarso appeal fra gli elettori di sinistra e tuttavia incontrerebbe ancora la diffidenza del popolo di destra. Ce ne sarebbe anche una terza, dal vago sapore fantascientifico: che Berluschino si faccia prendere dal panico e cominci a correre dietro a Tsipras; e neanche questa follia forse dispiacerebbe a Berlusconi, pronto a quel punto ad accogliere come figlioli prodighi vagonate di elettori.

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Perché Berlusconi non ha (ancora) un successore

Le reazioni di media e politici di area potenzialmente conservatrice ai risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria spiegano chiaramente perché Berlusconi è ancora il leader del centrodestra italiano: è infatti l’unico ad aver parlato schietto e con qualche grado di ragionevolezza; tutto il resto della ciurma si è abbandonato alla disperazione o al velleitarismo. Berlusconi ha ribadito ancora una volta la bontà del suo progetto politico originale: la riunione di tutto il centrodestra italiano, senza preclusioni di sorta. Primo: perché è sensato farlo; secondo: perché non c’è alcuna alternativa.

Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Ma sembra che a parte Berlusconi nessun altro abbia tratto le conseguenze di questa elementare verità; che nessuno abbia avuto veramente coscienza di cosa voglia dire affondare la piattaforma politica berlusconiana. Sembra invece prevalere l’insofferenza, l’incapacità di non farsi travolgere dalle delusioni, la voglia di far fruttare le rendite di posizione. Per andare dove? Verso l’irrilevanza, il nulla.

Qualcuno, ingenuamente, si è fatto perfino infinocchiare dalle lusinghe della grande stampa borghese, che all’elettorato conservatore aveva spedito questo messaggio gravido di promesse ineffabili: il berlusconismo è populismo; il berlusconismo è un’anomalia; ci si liberi di Berlusconi e finalmente anche l’Italia avrà un centrodestra perbene, normale, europeo. Si è ben visto, invece, cosa abbia significato l’indebolimento di Berlusconi: l’esplosione del populismo vero e proprio alla sua destra; e del perbenismo democristiano alla sua sinistra. Qualcuno, per frustrazione o per qualche altro meno nobile motivo, ha cominciato ad usare il linguaggio della sinistra, lagnandosi del padre-padrone Berlusconi. Ma dire che Berlusconi è (o è stato) il padre-padrone del centrodestra, oltre che una grossolana esagerazione, è anche un modo per dire che se Berlusconi è il perno attorno al quale ruota tutto il centrodestra, non lo è in virtù del suo, propriamente suo, progetto politico. Che così sia, invece, dall’altra parte l’hanno sempre capito benissimo, fosse solo per istinto.

E’ per questo che i media, che gli sono ostili quasi in blocco, hanno sempre amplificato non solo le divisioni all’interno del centrodestra, ma anche le avanzate elettorali dei leghisti a scapito (apparentemente) degli italo-forzuti. E’ assai divertente, per esempio, rileggere per l’ennesima volta, come se fosse la prima volta, e come se tutti l’avessero dimenticata, la storiella della Lega – il partito strutturato, legato al territorio e vicino alla mitica gente – destinata a mangiarsi Forza Italia, il partito di plastica. Quante volte abbiamo sentita questa profezia, poi puntualmente smentita dai fatti? Capisco benissimo che siano proprio i giornali ostili al centrodestra a lusingare Salvini in questa direzione. Sorprende, anche se non troppo, che anche in quelli vicini al centrodestra si flirti con quest’ipotesi, che farebbe la felicità del partito de La Repubblica.

Quali siano poi gli straordinari meriti della svolta lepenista, nazionale, di Salvini è difficile capire. Forse – ma è ancora tutto da vedere – quello di aver semplificato il quadro della politica identitaria a destra. La sua rimane comunque un’operazione di chi massimizza i vantaggi di una posizione di minoranza, infischiandosi del quadro generale. Non occorre intelligenza politica per fare una cosa del genere: basta l’istinto. Ma è la politica di un perdente, o meglio, di chi in cuor suo non pensa veramente in grande. In una parola, è ancora velleitarismo. Come quello di Fitto, la cui “rivolta” viene in questi giorni cantata dalla stessa stampa di sinistra che lusinga Salvini. E’ lo stesso Fitto che tempo fa metteva il broncio (il tipo è di una musoneria spaventosa) perché Berlusconi non era abbastanza brutale col traditore Alfano; mentre oggi, esattamente come Alfano, dice «mai con Salvini». Mentre Salvini dice «mai con Alfano». Dove vogliano arrivare queste cime, lo sa Iddio!

Ma non sono poi troppo diversi da loro i quattro gatti liberali che non hanno perdonato a Berlusconi – con tutti i suoi voti! – la mancata rivoluzione liberale. Dimenticano troppo facilmente la guerra a tutti i livelli che Berlusconi ha dovuto subire; il fatto che spesso la sua azione politica si è ridotta giocoforza al primum vivere (e che Berlusconi vivesse era …vitale); il fatto che spesso a remare contro erano gli stessi alleati e che le resistenze stavano anche dentro il suo partito; il fatto che spesso in realtà al popolo italiano (il popolo italiano vero, anche di centrodestra, non quello immaginato dai liberali) le ricette liberali in economia piacciono solo sulla carta; il fatto che lo stesso Berlusconi probabilmente non ha idee chiarissime e propositi ferrei, ma gli altri meno ancora di lui. Se anche fossero giustificate tutte le lagne dei liberali contro Berlusconi (e molte lo sono) ciò non significa che per dispetto bisogna cadere nell’irrazionalità, e cominciare a coltivare illusioni stranissime, a volte flirtando con soluzioni palingenetiche, come se dai cataclismi e dalle ceneri della vecchia Italia potesse spuntare all’improvviso quel paese d’elezione dove loro hanno sempre sognato di far politica; quel paese d’elezione che in realtà non esiste nemmeno in Europa.

E che dire di quei cattolici che adesso denunciano la svolta moderatamente libertina di Forza Italia, dopo che se sono andati lasciando il campo libero alla vecchia corrente liberal-socialista, e che fanno finta di non vedere che i partiti popolari europei cui dicono di rifarsi questo libertinismo moderato l’hanno abbracciato da anni, se non da lustri? Meglio stendere un velo pietoso.

La verità è che se all’orizzonte non si vede alcun successore di Berlusconi è prima di tutto perché non si fa avanti nessuno che sia veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine; cioè che dimostri quell’ampiezza di visione politica che è il miglior retaggio del berlusconismo, al di là di quegli aspetti pittoreschi (e a volte anche ridicoli, se vogliamo) che catturano l’attenzione dei pedanti, dei faziosi e dei mediocri.

[pubblicato su LSblog]

[RISPOSTA AD UN COMMENTO SU LSBLOG – Il fatto è che “per essere veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine”, oltre a non avere, auspicabilmente, i difetti di Berlusconi, bisogna anche avere, in un contesto come quello italiano, e per parlar chiaro, “due palle così” (scusate). Cioè qualcuno che, oltre a fare bei discorsi, sappia anche resistere al fuoco delle polemiche politiche, a quello dei media, e magari alle attenzioni della magistratura, nel momento in cui dimostrasse di voler veramente incamminarsi verso il progetto di un centrodestra “fusionista” aperto anche alla destra “identitaria” (tranne ovviamente gli estremisti fatti e finiti). Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, è che il berlusconismo rappresenta un tentativo di “normalizzazione” della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un riflesso animalesco, la damnatio memoriae). Il successo definitivo del progetto berlusconiano costringerebbe anche il resto dello spettro politico a normalizzarsi; spettro politico oggi diviso, non a caso, tra l’anomalia Renzi, sempre più simile ad una specie di veltronismo muscolare, e l’anomalia di una sinistra massimalista (compreso Grillo) di proporzioni nient’affatto fisiologiche. Dietro queste anomalie c’è tutta la nomenklatura (e a tutti i livelli) di quell’Italia “antifascista” che i conti con la storia non ha ancora veramente fatti. Davvero pensa che i personaggi dai lei citati saprebbero e avrebbero saputo raccogliere questa sfida, non dalle sale ovattate del quartier generale, ma sotto il fuoco delle pallottole?]

Renzi e il Muro

E’ appena il caso di ricordare che alla caduta del Muro di Berlino, 25 anni fa, il Partito Comunista Italiano era ancora in piedi. L’anomalo ritardo della sinistra italiana di allora spiega lo stravagante balzo in avanti sulla via liberal-democrat dell’attuale sinistra renziana. Oggi come allora, a ben vedere, il maggior partito della sinistra italiana costituisce un’anomalia in Europa. Oggi come allora, nei maggiori paesi dell’Europa Occidentale la sinistra è presidiata da grossi partiti socialdemocratici, socialisti, laburisti; mentre in Italia, al posto del Partito Comunista abbiamo uno strano Partito Democratico americanizzante.

Ciò è dovuto alla mancata socialdemocratizzazione della sinistra italiana. Si dirà: ma come è possibile questo se Renzi ha già superato la socialdemocrazia? Se perfino il partito dei D’Alema e dei Bersani era già socialdemocratico da tanto tempo? Se il prestigio della socialdemocrazia dà segni di sgretolamento un po’ dappertutto nel mondo occidentale e già si guarda ad un suo superamento o a una sua rimodulazione?

In primo luogo bisogna chiarire cos’è nei fatti la socialdemocrazia o il socialismo-democratico. Il socialismo, inteso come sistema, è incompatibile con la democrazia liberale. Socialismo-democratico è quindi un eufemismo per democraticismo-sociale: è solo una denominazione che ha reso meno dolorosa la resa della sinistra al sistema liberal-democratico. Col socialismo-democratico i socialisti hanno abbandonato la lettura rivoluzionaria-marxista della realtà, hanno legittimato i loro avversari politici, e sono diventati dei democratici fautori dello stato sociale. In breve, i partiti socialdemocratici sono stati i partiti dello statalismo classico in un contesto liberal-democratico.

In secondo luogo se è vero che, a parole, la socialdemocrazia ha perso molto del suo prestigio; è anche vero che che il liberalismo (nel significato europeo-continentale legato alle implicazioni economiche del termine) oggigiorno viene indicato come causa strutturale dell’epocale crisi economica occidentale. In ciò vi è una lampante contraddizione. Che si spiega col fatto che in realtà, nel mondo occidentale, gli spazi per l’economia liberale si stanno progressivamente stringendo da almeno un secolo. La crisi che stiamo vivendo è stata prodotta da due forme di interventismo statale: lo statalismo classico, indirizzato a scopi sociali, fondato sul welfare e il debito pubblico, che confisca i redditi; il libertinismo economico di origine anglosassone, indirizzato alla crescita economica, fondato sul governo disinvolto del sistema bancario, la politica monetaria e i debiti privati, che confisca i risparmi. In tutti due i casi è la logica di mercato a venire penalizzata, se non bellamente ignorata. E non è un caso, infatti, che nella speranza di risolvere la crisi con ricette miracolistiche, molti guardino all’intervento dello Stato o a quello della Banca Centrale, indulgendo perciò negli stessi errori che alla crisi ci hanno portato.

In terzo luogo socialdemocratizzazione non significa solo abbandonare ricette politico-economiche per abbracciarne altre; implica pure un cambiamento della forma mentis, una rivisitazione dolorosa ed onesta della propria storia, riconoscere finalmente le ragioni degli altri. La sinistra italiana non ha mai fatto questo: ha preferito saltare a piè pari la questione socialista ed approdare direttamente al democraticismo. Ne è venuta fuori una specie di schizofrenia il cui frutto più caratteristico è stato il veltronismo, salottiera filosofia grazie alla quale si poteva civettare con Kennedy e l’America senza per questo rinunciare ad uno solo dei miti della vulgata antifascista della storia dell’Italia repubblicana, a cominciare dal culto di Berlinguer, incompatibile con qualsiasi svolta socialdemocratica.

Nel fare suo il Pd Renzi non ha risolto questa contraddizione, ma ha anzi portato al punto di rottura le tensioni interne alla sinistra. Il suo è quel Partito della Nazione che era nella mente (e anche nelle parole, ce lo siamo forse dimenticato?) dei fautori del “Fare presto!”, cioè dei fautori del populismo tecnocratico (sì, populismo, anche se con la puzza sotto il naso), e che doveva essere guidato da quella macchietta seriosa dal nome di Mario Monti. Neanche un’Italia sfiancata dai consigli degli ottimati poteva accettare una così libresca ipotesi. L’outsider Renzi colse l’occasione per dare a questa proposta un’immagine più genuina, giovanilista ed accattivante, più democratica nello spirito se non ancora nelle forme: i grandi giornali che avevano appoggiato Monti vi si acconciarono di buona o mala grazia, una parte dell’Italia moderata vi si arrese per stanchezza.

E così, almeno sulla carta, in Italia siamo in presenza di una situazione paradossale: abbiamo a sinistra il più grosso partito liberal e nello stesso tempo, come per il passato, la più vasta sacca di radicalismo politico di massa della vecchia Europa occidentale: una frangia massimalista valutabile in circa un quarto dell’elettorato italiano (Movimento 5 Stelle più sinistra varia), senza contare che la fronda anti-renziana all’interno del partito e dell’elettorato democratico non aspetta altro che un indebolimento delle fortune di Renzi per venire allo scoperto senza infingimenti.

Da ciò si capisce che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è ancora avvenuta, che Renzi ha sfondato, per così dire, sfondando al centro, e che il problema strutturale costituito dal radicalismo di massa di sinistra è ancora drammaticamente vivo, e che questo Muro di Berlino della politica italiana è ancora in piedi. Coloro che per opposte ragioni, positive e negative, accostano la figura di Renzi a quelle di Craxi e Berlusconi, sbagliano. Al di là degli aspetti superficiali che li accomunano (una forte impronta personalistica, per esempio, declinata naturalmente ciascuno a suo modo), Craxi e Berlusconi, a sinistra e a destra, hanno rappresentato un tentativo di normalizzazione della politica italiana: riunire la sinistra in una piattaforma socialdemocratica, il primo; riunire la destra in una piattaforma liberal-conservatrice, il secondo. Ma ciò significava rivoluzionare non solo la politica italiana ma anche la cultura italiana, intesa nel senso più largo; significava costringere gli italiani ad un esame di coscienza e a rivisitare la propria storia; ed è per questo che sono stati tanto odiati. Mentre Renzi ha fatto esattamente il contrario. Il suo modernismo è monco: guarda al futuro, quasi ossessivamente, senza però fare i conti col passato. Ciò gli ha permesso di vincere, fin qui, a mani basse, e forse gli consentirà di diventare il dominus della politica italiani dei prossimi anni e forse, volendo essere oltraggiosamente ottimisti, di modernizzare davvero l’Italia. Il suo progetto politico è però infecondo: se la politica italiana vorrà ritrovare una salutare normalità, e strutturarsi in armonia coi tempi ma anche con la propria storia, ai solchi tracciati da Craxi e Berlusconi dovrà per forza tornare.

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Il depistaggio del “metodo Boffo”

Era da un po’ che non si sentiva parlare del metodo Boffo. Alla riunione della Direzione del Pd Bersani doveva avere proprio l’animo esacerbato per tirar fuori dal cilindro questo sfiancato cavallo di battaglia della sinistra più tetragona, quella, per capirci, che ciancia continuamente di depistaggi e di tutto il resto della paccottiglia. E perché ne parla continuamente? Ma perché essa vive di depistaggi. Tutta la narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana è un grandioso depistaggio. E anche il metodo Boffo è un depistaggio. Vi spiego perché, anche se lo dovreste già sapere.

Le pratiche d’infamia sono vecchie quanto la stampa e la democrazia. Da noi il fenomeno ebbe una potente accelerazione durante gli anni settanta, quando nacque La Repubblica, il giornale dell’Italia onesta e democratica. Fino ad allora la pur esibita diversità comunista trovava nella fede marxista una casa ma anche delle briglie. Libera da quella, la diversità potè diventare puro e freddo settarismo. Da allora la vita politica italiana, in senso lato, è stata caratterizzata da campagne di stampa senza scrupoli condotte allo scopo di sputtanare, sic et simpliciter, alcuni dei suoi protagonisti: alcuni democristiani, Craxi, e naturalmente Berlusconi in primo luogo.

Per trovare un nome adeguato a queste porcherie gli sputtanatori della società civile dovettero però aspettare il primo siluro sparato dalla stampa della società incivile: quello lanciato, appunto, dal Giornale di Feltri contro il direttore dell’Avvenire. Per dire dell’inesperienza dei fessacchiotti del Giornale in queste pratiche d’infamia, basti pensare che spararono ad un amico. Infatti l’Avvenire del duo Ruini-Boffo sostenne per anni, naturalmente con molta discrezione, la compagine politica berlusconiana. Ma nel 2009 – fu la stagione gloriosa di Patrizia D’Addario – la nostra stampa democratica e civile diede inizio alla più grande campagna di letterale sputtanamento contro un singolo uomo – l’utilizzatore finale – che la storia abbia mai conosciuto. Il mondo cattolico adulto dimenticò ogni misericordia cristiana e cantò nel coro dei fanatici. Boffo si sentì sotto pressione e scrisse qualche articolo contro Berlusconi. Feltri non capì un cavolo, e combinò, anche politicamente, una minchiata colossale.

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