Caos libico ed italiche facce di bronzo

Il vizio della memoria è una di quelle vezzose espressioni con le quali periodicamente si fa bella l’Italia Migliore, al solo scopo, s’intende, di mascherare la propria naturale spudoratezza; per cui in realtà nel suo caso si dovrebbe piuttosto parlare di vizio di memoria. Quel bel tomo di Romano Prodi, per esempio, ieri l’altro, col felpato ma sussiegoso opportunismo che da sempre lo accompagna, ha detto che il caos libico è frutto degli errori dell’Occidente; e che «L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi: Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra». 

Ora, non occorre certo tuffarsi nel web per farsi ritornare la memoria e scoprire come andarono veramente le cose in quel fatale inverno del 2011. Berlusconi resistette fino all’ultimo. Ad assediarlo non furono solo le cancellerie occidentali, ma anche il coro della gran parte dei media italiani; l’illustre presidente della Repubblica, Napolitano Giorgio, strenuo sostenitore dell’intervento armato; il Partito Democratico, la cui segreteria nazionale denunciò «la drammatica inadeguatezza della iniziativa politica del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri di fronte alla sanguinaria risposta del colonnello Gheddafi nei confronti della richiesta di democrazia da parte del popolo libico»; l’esaltato Di Pietro e tutto il resto della compagnia cantante. Anche Confindustria pressò Berlusconi affinché il governo prendesse posizione in merito alla «cessazione di questo genocidio che certamente è drammatico». E persino il suo ministro degli esteri, il pavido Frattini, dopo qualche titubanza iniziale prese a remargli contro, diventando il ventriloquo di Cameron, Sarkozy e Al Jazeera. Berlusconi, insomma, era dipinto come l’irresponsabile che resisteva, resisteva, resisteva.

E questo senza contare che, al momento dello scoppio della fantomatica primavera libica, Berlusconi era da qualche settimana nel mirino dei nuovi campioni liberal-progressisti dell’Occidente per non aver ceduto all’isteria generale e aver parlato con ragionevolezza (e lungimiranza, oggi possiamo davvero ben dirlo) in difesa di Mubarak, un autocrate talmente placido da essere stato considerato per trent’anni di fila un amico dell’Occidente e un campione di ragionevolezza nel mondo arabo dagli stessi figuri – per esempio molti attempati e autorevoli editorialisti della nostra stampa – che nel giro di 24 ore lo abbandonarono al suo destino, salutandolo col nome stravagante di dittatore.

Non risulta che in quei giorni di fuoco l’ottimo Prodi abbia levato la sua voce alta e forte a sostegno del Cavalier Riluttante. Pensò solo a fare il pesce in barile e a mettere in evidenza la diversità di stile dei suoi rapporti con Gheddafi rispetto a Silvio il cafone: in una parola, aria fritta. Solo qualche mese dopo l’inizio della caccia grossa a Gheddafi, visto che le cose sul terreno andavano per le lunghe, accennò prudentemente al fatto che forse la via negoziale alla risoluzione dei torbidi libici non era stata sufficientemente esplorata. Il che non gl’impedì di dire, nel giugno del 2011, che «Le rivolte in atto in Medio Oriente e Nord Africa hanno portato ad un indebolimento della nostra presenza e dei nostri interessi a vantaggio di altri» riferendosi soprattutto a «Francia e Gran Bretagna che avanzano dove noi arretriamo», e che a nuocere all’Italia erano state «le continue oscillazioni di posizione come avvenuto sulla Libia». Come interpretare queste “continue oscillazioni” se non come quelle dovute alla riluttanza berlusconiana a piegarsi ai dettami del trio Obama, Sarkozy, Cameron?

Ma di questo brutto vizio della smemoria Prodi non è che un campione fra i tanti dell’Italia Migliore. L’ineffabile Antonella Rampino, per esempio, ieri su La Stampa, in un articolo intitolato “Un disastro frutto anche della rivalità Roma-Parigi” ha riassunto così la genesi dell’intervento militare occidentale in Libia: «Ma prima, durante e dopo un intervento tutto calato dal cielo, c’è la divisione tra Paesi europei. È la Francia anzitutto a premere sulla Nato prima e sul Consiglio di Sicurezza Onu poi per la copertura multilaterale ai bombardamenti francesi ed inglesi, cui si aggiungeranno per breve tempo anche gli americani. Occorre detronizzare un feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo (era anche quella una primavera araba) dall’alto dei suoi Mig. La Nato ha le prove: il tracciato dei voli. L’Italia si accoda per non lasciare le risorse energetiche in mano a francesi e inglesi. La Germania, invece, preda della sua storia di disinteresse al Mediterraneo, passa la mano.» Sbaglio, o sento una punta di sarcasmo in quell’«intervento tutto calato dal cielo», in quel «feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo», e una punta di disprezzo per quell’Italia servile «che si accoda»?

Eppure nel marzo del 2011 La Stampa non aveva paura di raccontare la verità, grazie alla penna di Ugo Magri, visto che evidentemente questa verità, a parere di chi scriveva, metteva in una luce ridicola Berlusconi: «Quando il Cavaliere si rende conto che l’Onu sta per decidere la “no-fly zone”, in pratica l’intervento militare, di corsa provvede a emendarsi. (…) E tuttavia, una volta dato a Silvio quel che è di Silvio, nessuno degli sviluppi successivi sarebbe stato possibile senza l’intervento di Napolitano. Il suo richiamo alle “decisioni difficili” attese nella giornata di ieri, ma soprattutto l’appello a valori più alti della pura realpolitik (“non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”) hanno avuto l’effetto di sgombrare il campo da ostacoli su cui Berlusconi sembrava destinato a inciampare.(…) Si vede a occhio nudo che intervenire contro Gheddafi non lo convince per niente. (…) Piuttosto Berlusconi si adegua alle decisioni Onu in quanto costretto, forzato dalle circostanze, senza l’intima convinzione di chi sventola una bandiera ideale, e senza neppure la certezza di fare la scelta giusta.» Che però, per la grande stampa italiana, era giustissima.

Nel frattempo, di fronte all’avanzata e alle mattanze dei tagliagole dell’Isis in Libia, Berlusconi si è detto favorevole all’eventuale partecipazione dell’Italia ad un intervento di forze militari internazionali. Prodi, dal canto suo, non solo si è dichiarato fortemente scettico ma ha sottolineato la necessità, di fronte alla complessità del caso libico, di «esperire, prima di tutto, tutte le azioni diplomatiche e civili». E’ sempre lo stesso Prodi del 2011: il pesce in barile, in attesa di pontificare seriosamente a cose fatte.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

L’Italia non fallirà! (E poi forse ce la farà)

Nel dicembre del 2013, a “Piazza Pulita”, Romano Prodi disse una cosa abbastanza intelligente, anche se mi scoccia riconoscerlo. Mortadella (devo pur rifarmi in qualche modo), Mortadella, dunque (caspiterina, mi è venuta l’acquolina in bocca: domani la compro), Mortadella, dicevo, affermò che l’Italia ce l’avrebbe fatta …in quindici anni, con la politica della formica. Però anche lui quando era al timone dell’Italia si diceva sicuro che il Belpaese ce l’avrebbe fatta nel giro di qualche mese o poco più. Parlando con l’ “Economist” nel 2007, per esempio, Mortadella disse: «…e io sono fiducioso che il paese ce la farà». Certo non è stato il solo. «L’Italia ce la farà!» è diventata la professione di fede di qualsiasi politico italiano con qualche responsabilità di governo o istituzionale da vent’anni a questa parte. La cosa divertente – avete notato? – è che costui la recita sempre con una qualche solennità, quasi che il popolo italiano non fosse ancora pronto per annunci di così grande momento. «Non ho mai avuto dubbi sul fatto che l’Italia ce la farà.», disse, sempre per esempio, Berlusconi a Marsiglia nel 2011, durante il XX congresso del PPE. Pochi mesi dopo Romano Prodi, intervistato dalla Radio Svizzera di lingua italiana vaticinava: «Ho estrema fiducia in Monti, con lui l’Italia ce la farà.» E qualche altro mese dopo il presidente del Consiglio Monti scriveva a Napolitano: «Il Paese sta attraversando una fase difficile della sua storia ma, come Lei ama dire, l’Italia ce la farà…». E in effetti è difficile immaginare un presidente della Repubblica Italiana che non dica, almeno una volta al mese: «L’Italia ce la farà!». Nel 2013 il presidente del Consiglio Letta, durante la conferenza stampa di fine anno (nonostante le profezie da menagramo di Prodi) sentenziò fiducioso: «Sono fermamente convinto che l’Italia ce la farà perché abbiamo dietro le spalle la parte più complessa di questa crisi». E bisogna pur dire che in fin dei conti l’Italia ce l’ha sempre fatta in questi vent’anni, se ancora sta in piedi. Ed è forse per questo che neanche Renzi ha avuto il coraggio di rottamare la professione di fede. Però qualcosa si è incrinato. Mesi fa, a “Quinta Colonna”, la fede si era già stemperata in un fiducioso ottimismo: «Non mi piacciono tutti quelli che dicono che l’Italia non ce la farà mai, sono convinto che ce la faremo…». E l’altro giorno Matteo ha detto: «La situazione è complicata e delicata e va gestita con grande responsabilità e serietà. Ma l’Italia non fallirà.» L’Italia non fallirà! Ecco una novità che suona alquanto sinistra! Tranquilli comunque: per vent’anni ancora, quantomeno, abbiamo il futuro assicurato.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (151)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CALCIOMERCATO 04/11/2013 Vanno male i rossoneri e i tifosi rossoneri non sanno fare altro che biasimare la dirigenza rossonera per il cattivo mercato estivo. Con ciò dimostrano di non essere migliori dei bersagli delle loro critiche. Il calciomercato rompe i coglioni tutto l’anno annoiando a morte chi ha ancora, come me, la testa sulle spalle e ogni tanto parlerebbe volentieri anche di «calcio». Il calciomercato è diventato da qualche tempo la spiegazione – a posteriori, s’intende – di tutto, dei successi e delle sconfitte, delle annate buone e di quelle cattive. Al trionfo di questa sorta di disturbo mentale di massa hanno contribuito tutti: le società fissate coi top player, i giornali sportivi gossippari, le tifoserie viziate. A dispetto del nome le presunte proprietà taumaturgiche del calciomercato stanno al calcio come quelle dell’interventismo statale stanno alla politica economica. I pezzi grossi le promettono, il popolo le invoca, i giornali le celebrano. E le dure repliche della storia non riescono a scuotere minimamente questa fede. Solo il calciomercato può riparare ai guasti del calciomercato. Teste di rapa.

ROMANO PRODI 05/11/2013 «Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni. Il 3% di deficit/Pil ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Un accordo presuppone una politica che lo gestisca e la politica non si fa con le tabelline.» In una cosa Romano non è mai cambiato: il suo modo felpato di accodarsi alle stupidate alla moda con l’aria sofferta ma composta dello stoico che le dice da una vita nell’indifferenza generale. Che abbia detto una stupidata non ci piove: un parametro in continua oscillazione da gestire con accortezza è un non senso. Nel caso in questione è come dire che non si tratta di un parametro sul quale si possa incardinare una politica economica, ma di una grandezza variabile giudicabile solo alla luce di altre variabili grandezze, e tuttavia di voler considerarlo ancora un parametro; è come confessare di avere fatto una scelta arbitraria e di volerci rimediare con delle scelte dettate da un arbitrio più duttile; è come continuare a pretendere con protervia di essere in grado di dirigere con successo l’economia determinandone preventivamente i numeri.

IVANO DIONIGI 06/11/2013 Profondamente indignato dalla politica di tagli alle università che anche questo governo dimostra di voler attuare, e soprattutto dalla bocciatura dell’emendamento alla manovra che prevedeva uno stanziamento di 41 milioni di euro per gli atenei virtuosi, il rettore dell’Università di Bologna lunedì ha fatto recapitare una letterina a tutti i docenti dell’ateneo. Scrive l’augusto rettore: «Vi invito domani [ieri, martedì 5 novembre, NdZ] a dedicare cinque minuti della vostra lezione (eventualmente dando lettura anche di questo messaggio), nei quali condividere con gli studenti e stigmatizzare sia il sottofinanziamento cronico degli atenei, sia in particolare questo ennesimo affossamento del principio del merito.» Frase che si potrebbe più schiettamente riformulare così: «Vi invito domani a condividere tutti, docenti e studenti, questa mia riflessione che certo non potete non condividere.» I moltissimi – non dubito – docenti “condividenti” si saranno scocciati tuttavia non poco di mettersi sull’attenti e trasmettere alla truppa il pensiero del magnifico rettore. I pochi in cuor loro dissenzienti, invece, hanno meritato tutta la nostra compassione.

BUITONI 07/11/2013 Quando Guido Barilla – allora era ancora un uomo – rivendicando con fanciullesca fierezza l’immagine tradizionalista di un’azienda famigliare ben decisa a tenere qualsiasi coppia gay a distanza di sicurezza da Casa Barilla, si offrì al plotone d’esecuzione della fanatica marmaglia progressista, la Buitoni ne approfittò per lanciare su Facebook il proprio inclusivo messaggio: “A casa Buitoni c’è posto per tutti”. Sappiamo tutti che da allora, quaranta giorni fa, Guido ha intrapreso un folgorante percorso spirituale che l’ha portato a penetrare tutti i misteri della religione gender. Mi pare al contrario che alla Buitoni abbiano fatto un passo indietro. Vedo infatti su internet un banner che recita: “Pasta Ripiena Buitoni – Carne bovina 100% italiana – La tradizione è servita, pronta da gustare”. Ciò si spiega col fatto che il gruppo Nestlé (proprietario del marchio Buitoni) recentemente è stato al centro di uno scandaletto provocato dalla scoperta di carne equina in alcuni prodotti di pasta fresca. E’ bastato questo per riportare in auge il tradizionalismo, ancorché nelle vesti dello sciovinismo culinario e del patriottismo economico: a Casa Buitoni, adesso, c’è posto solo per la carne italiana.

IL NUOVO PENTITO DELLA MINCHIA 08/11/2013 Anche se non sono ancora in grado di mettere insieme un solidissimo impianto accusatorio fatto di suggestive mezze verità, meglio ancora se depistanti, il mio personalissimo teorema sulla “trattativa” è questo: l’industria del pentitismo deviato ha lo scopo preciso di non venire a capo di nulla, ma di adombrare e di sottendere, di inquinare con le sue emissioni nocive la storia recente dell’Italia repubblicana, di tenere il paese sotto lo scacco della Strategia della Confusione. E’ per questo che ai pentiti di mafia, anche gli ex picciotti di quartiere, piace moltissimo contraddirsi fra di loro e dialogare con la giustizia sopra i massimi sistemi del mondo mafioso e politico. L’ultimo della serie è un tale Francesco Onorato che ci ha rivelato finalmente i nomi dei mandanti dell’assassinio del generale Dalla Chiesa nella tarda estate del 1982: Andreotti e Craxi, il Divo e il Cinghialone. Queste le sue parole: «I politici a Riina prima gli hanno fatto fare le cose, poi l’hanno mollato. Prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere.» Resta da capire perché i malfattori si sentissero il fiato addosso. Craxi nel 1982 era ancora un uomo abbastanza nuovo della politica. Da qualche anno era il leader di un Partito Socialista che si era scrollato di dosso ogni senso d’inferiorità nei confronti del Pci. Divenne Presidente del Consiglio nel 1983 dopo un buon successo elettorale del Psi, ma tra i laici alla guida del governo lo aveva preceduto perfino Spadolini del piccolo Partito Repubblicano. Non mi pare fosse mai stato ministro in precedenza. E con la Sicilia i suoi legami politici erano pressoché nulli. Ma ci sarebbe il caso Moro. Secondo altri bei tomi del pentitismo, infatti, Dalla Chiesa sarebbe stato a conoscenza di segreti inerenti al sequestro Moro molto pregiudizievoli per il buon nome del Divo, che avrebbe perciò spedito il generale a Palermo al solo scopo di sbarazzarsene. Si dà il caso però che durante il sequestro Moro Craxi fu uno dei pochi, causando anche qualche clamore, a non conformarsi alla linea della fermezza propugnata dalla Dc e dal Pci. E quindi in quel caso certo non agì in combutta con Belzebù. Debbo perciò pensare che anche Craxi fosse mafioso, se solo ne fossi in grado: non sono Superman.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (135)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA LEGA NORD 15/07/2013 In prospettiva l’unica opzione politicamente seria, costruttiva e vincente per il partito nordista era quella di diventare il braccio “bavarese” del PDL, una sorta di CSU italiana, limitata sostanzialmente al lombardo-veneto. I leghisti hanno avuto vent’anni di tempo per capirlo, ma non ce l’hanno fatta. Invece, da somarelli, e in fin dei conti anche da pecore, hanno passato il tempo a coltivare la loro “diversità” dal Berlusca, salvo fare comunella con lui quando le vacanze finivano, ossia in occasione delle elezioni politiche; e a coltivare la loro organizzazione sul mitico territorio del piffero, animati da una specie di eco-statalismo su scala regionale, neanche fossero il PCI delle regioni bianche e “conservatrici”; organizzazione che fino a due anni fa strappava qualche sommesso gridolino d’ammirazione perfino a sinistra, dove si vedeva volentieri in essa una specie di premonizione del crollo del partito di plastica berlusconiano, che naturalmente è rimasto bellamente in piedi, nonostante i bombardamenti, a differenza della Lega, che è crollata, nonostante le lusinghe. In preda ad una micidiale crisi d’identità, i leghisti superstiti ora sbandano paurosamente a sinistra e a destra, dividendosi tra gli opportunisti che flirtano timidamente col politicamente corretto, e quelli che sguazzano per disperazione in un reducismo da ubriachi o, se volete, da cavernicoli.

L’ITALIETTA ANTI-REVISIONISTA 16/07/2013 A Ferrara il Comune – a guida PD, naturalmente – l’Università e l’Istituto di storia contemporanea hanno istituito un premio per opere inedite di giovani studiosi dedicate alla “storia del giornalismo e della comunicazione pubblica”. Premio intitolato a Nello Quilici, “rilevante figura di intellettuale e giornalista, direttore a Ferrara del Corriere Padano”, nonché rilevante figura del fascismo locale, il quale negli anni dell’avvitamento razzista del fascismo fece in tempo a dare il suo virulento contributo scritto alla nobilissima causa antisemita. Come altri padreterni del futuro giornalismo repubblicano e democratico, peraltro. A strappare il velo della reticenza istituzionale sul passato di questa rilevante figura di intellettuale ha pensato Ranieri Varese, professore del Dipartimento di Scienze Storiche dell’Università di Ferrara, scrivendo al sindaco e al rettore dell’Università «per dichiarare, da cittadino, tutto il mio sconcerto e amarezza per una riproposizione che non poteva e non può, in questi termini, essere assunta». Non avendo ricevuto risposta, dopo un mese il docente si è rivolto ai giornali. Solo allora l’assessore alla Cultura del Comune ha spiegato che è in fase di preparazione una risposta ufficiale a Varese, nella quale sarà chiarita la genesi particolare del premio, cui diede impulso una donazione della famiglia Quilici, ribadendo in ogni caso che «il giudizio di Ranieri Varese è assolutamente condiviso e che non c’è nessuno tentativo revisionista o di attenuare le colpe storiche di Nello Quilici». Della figura dell’ex direttore del Corriere Padano non so assolutamente nulla. Magari in realtà era un galantuomo. Magari un fanatico della peggior risma. Il punto veramente interessante della vicenda è un altro: è l’universale rifiuto della politica e della cultura italiana di prendere atto di come i fantasmi fascisti del passato abbiano una netta tendenza a frequentare gli album di famiglia dell’Italia rossa, e di come siano proprio le roccaforti dell’antifascismo tutto d’un pezzo ad essere travagliate continuamente da questi piccoli drammi generazionali di massa, dopo aver rotto non poco i marroni, traendone profitto, all’Italia meno inquadrata e zelante, oggi come allora.

GLI AMICI DELL’AMICO DI SILVIO 17/07/2013  PROBLEMI DI DIRITTI UMANI? QUALI PROBLEMI? I POLITICI EUROPEI CHE FANNO DA SPALLA ALL’AUTOCRATE KAZAKO di Walter Mayr (da Spiegel On line International, 13 marzo 2013) 

Ci sono socialdemocratici europei che si lasciano manipolare dall’autocratico leader del Kazakistan. Non solo patrocinano la causa del regime all’estero, ma lo sostengono in una disputa di famiglia con il suo genero. E cospicue somme di denaro stanno a quanto pare passando di mano.

Per gli attivisti dei diritti umani, il presidente kazako Nursultan Nazarbayev è un despota fatto e finito. Ha costruito una “dittatura postmoderna”, dice la Human Rights Foundation con base a New York, “svaligiando le casse del paese di decine di miliardi di dollari per arricchirsi personalmente”. E secondo l’ultimo bollettino annuale di Amnesty International, Nazarbayev controlla un sistema nel quale la tortura è ancora impiegata. Per essere un tiranno, tuttavia, il signore del Kazakistan ha a sua disposizione alcuni insoliti avvocati: gli ex cancellieri tedesco e austriaco Gerhard Schröder e Alfred Gusenbauer, gli ex primi ministri britannico e italiano Tony Blair e Romano Prodi, così come l’ex presidente polacco Aleksander Kwaniewski e l’ex ministro degli interni tedesco Otto Schily. Tutti costoro sono membri nei loro paesi di partiti socialdemocratici. [L’Italia è sempre un caso specialissimo, naturalmente… NdZ] Gusenbauer, Kwaniewski e Prodi sono ufficialmente membri dell’International Advisory Board di Nazarbayev. S’incontrano spesso ogni anno – nella più recente occasione due settimane fa nella capitale kazaka Astana – e ciascuno di loro percepisce onorari annuali che raggiungono le sette cifre. Secondo la stampa britannica, l’ex primo ministro britannico Blair, pure lui advisor, riceve ogni anno compensi che possono arrivare a 9 milioni di euro (11,7 milioni di dollari). Schröder, per quanto lo riguarda, nega di essere membro dell’Advisory Board. Ciononostante, s’incontra di quando in quando faccia a faccia con l’autocrate venuto dalle steppe asiatiche, ed elogia il Kazakistan come un “paese internazionalmente riconosciuto e aperto”. Nel novembre del 2012, Schröder si congratulò col Kazakistan in quanto paese scelto per ospitare l’Expo 2017, che descrisse come il “prossimo passo verso la modernizzazione”. Nazarbayev, ex capo del Partito Comunista in Kazakistan, aveva già governato la repubblica durante l’era sovietica. Nel 2010 fece passare una legge che lo nominava “Leader della nazione”, che lo rendeva immune da qualsiasi procedimento giudiziario e dal sequestro dei suoi beni per il resto della sua vita. Ciononostante l’Occidente continua a corteggiare Nazarbayev. “I partners internazionali più importanti del Kazakistan non hanno saputo reagire a serie violazioni dei diritti umani”, dice Human Rights Watch. Il paese ha enormi risorse minerarie, inclusi petrolio, gas naturale, oro ed uranio, che lo rendono un assai appetito fornitore d’energia e il suo presidente un attore importante nel teatro internazionale.

UNA FAIDA FAMIGLIARE. IL 18 febbraio il nome di Otto Schily venne alla ribalta in un caso concernente il Kazakistan. Nella sua qualità di procuratore, Schily chiese l’emissione di un mandato d’arresto per l’autoproclamatosi nemico pubblico N° 1 del paese, Rakhat Aliyev, [non c’entra nulla col “dissidente” Ablyazov, ora agli onori delle cronache in Italia, NdZ] l’ex genero del presidente, che era scomparso scappando a Malta. Nel suo nuovo libro “Tatort Österreich”, o “Luogo del crimine: Austria”, Aliyev critica il tentativo, attuato con l’aiuto di Schily, di propagandare il suo caso issandolo sul palcoscenico europeo. Per anni Aliyev e Nazarbayev sono stati coinvolti in una faida nella quale è arduo tracciare una linea netta tra bene e male, anche se i lobbisti della causa kazaka provenienti dagli ex alti ranghi dei partiti socialdemocratici europei potrebbero permettersi di non essere d’accordo. Aliyev è stato un intimo consigliere del presidente kazako. Ha servito come vicecapo dei servizi segreti, alto funzionario del fisco e ambasciatore in Austria. Ma soprattutto è stato il genero di Nazarbayev. Nel 2007 è caduto in disgrazia ed è stato condannato in contumacia a 40 anni di prigione per sequestro di persona e per tentativo di colpo di stato. E’ anche accusato di omicidio, tortura e riciclaggio. E’ al momento sotto inchiesta a Vienna e nella città di Krefeld, nella Germania settentrionale. Aliyev non solo nega ogni accusa, ma di fatto accusa a sua volta il presidente di crimini gravissimi. Secondo Aliyev, Nazarbayev è colpevole dell’assassinio e della tortura di membri dell’opposizione, del furto di miliardi di dollari e del trasferimento di fondi in conti segreti all’estero. Fonti russe stimano gli asset della famiglia al potere sui 7 miliardi di dollari (5,4 miliardi di euro). Ambedue le parti della faida famigliare stanno cercando di manipolare l’opinione pubblica. Da una parte il presidente, coi suoi illustri avvocati occidentali; dall’altra Aliyev, che segue il procedimento istruito contro di lui in Austria dal suo nascondiglio maltese. Allo SPIEGEL Aliyev dice di essere disponibile a presentarsi nei tribunali austriaci. Ma dice anche e prima di tutto della sua paura di essere oggetto di un sequestro di persona. Ogni volta che ha la sensazione di essere seguito da qualcuno, egli lo fotografa e scarica le immagini su un dispositivo rigido. In una conferenza stampa a Vienna in febbraio, l’ex ministro dell’interno tedesco Otto Schily disse che il fatto che Aliyev “potesse girare liberamente in Europa” era qualcosa di “macabro”, prima di fare una severa ramanzina, con uno stile tedesco assai imperiale, a quelle cui implicitamente si riferì come le deboli autorità austriache. Seduto accanto a Schily stava Gabriel Lansky, visibilmente compiaciuto.

IN GINOCCHIO DAI KAZAKI. L’avvocato viennese è un mediatore politico in un gioco miliardario di Monopoli che ora si sta manifestando sulla scena europea. Sta facendo tutto quello che è in suo potere tutto per portare in tribunale Aliyev. Con le sue eccellente entrature nei partiti socialdemocratici e non solo, egli contribuì a garantire che il caso Aliyev fosse assegnato a Schily, in modo tale che esso fosse pure al centro dell’attenzione in Germania. Ma ciò che fu forse ancora più d’aiuto è il fatto che l’ex cancelliere austriaco Gusenbauer, un membro dell’Advisory Board di Nazarbayev, fu testimone di nozze al matrimonio di Lansky. In risposta alle accuse di essere pagato per i suoi servizi direttamente col denaro dei forzieri dell’autocrate kazako, Lansky elogia l’affidabilità dei suoi collaboratori. Per esempio, c’è un direttore in pensione della Europol law enforcement agency che gli fornisce a pagamento dei preziosi rapporti. Ha perfettamente senso che sia proprio Gabriel Lansky ad opporglisi con ogni trucco legale a suo disposizione, dice Aliyev ironicamente da Malta, spiegando che all’inizio degli anni novanta lo studio legale di Lansky rappresentava parecchie compagnie registrate in Austria strumentali nel gettare le fondamenta della fortuna di Nazarbayev. Il complesso della disputa dinastica è difficile da sbrogliare, per i tedeschi non meno che per gli altri. Non desta sorpresa che il governo della cancelliera Angela Merkel stia tenendo un profilo basso sul caso, specialmente dopo la firma apposta, durante la visita di Nazarbayev a Berlino lo scorso anno, su contratti del valore di qualcosa come 3 miliardi di euro. Le relazioni tra i due paesi sono “così buone che difficilmente io le potrei migliorare”, disse l’ambasciatore tedesco a Astana in novembre. Il Kazakistan, aggiunse, rifulge in conseguenza della sua “saggia guida politica” e della sua determinazione a non farsi suggestionare dal “problema artificiale” dei diritti umani. Il fatto che un diplomatico tedesco si pieghi davanti ai kazaki fino a tale punto è già abbastanza brutto, dice la deputata dei Verdi Viola von Cramon. Ma peggio ancora, sottolinea, è il fatto che politici come Schröder, Schily, Prodi e Blair si lascino coinvolgere nei giochetti di Nazarbayev. “Specialmente perché ora il suo regime è impegnato in un giro di vite. Ma grazie all’influenza dei lobbisti occidentali, poco di quello che succede oltrepassa i confini”, dice.

[Tradotto volenterosamente in italiano – dalla versione inglese di Christopher Sultan dell’originale tedesco – dal tenutario di questa rubrica.]

I KAZAKOFOBI 18/07/2013 Ecco, non vorrei che dopo quer pasticciaccio brutto de Casal Palocco, finissimo come al solito cornuti e mazziati, disprezzati da tutti i kazaki, dai kazaki del Kazakistan, dai russi del Kazakistan, dal regime, dagli aspiranti golpisti, dai dissidenti veri e persino dalla sottospecie kazakistana, recentissimamente venuta alla luce. Vedo gente a destra e a manca, tutta infervorata nella polemica politica, che parla a ruota libera dei kazaki come fossero una razza mezza selvatica, che si muove per branchi, e come se il Kazakistan da oggi fosse stato espulso dal campo di gioco internazionale. Non vorrei insomma che andasse distrutto, a causa del nostro atavico e garrulo provincialismo, tutto il lavoro fatto in questi ultimi anni dal nostro più rinomato ambasciatore nel vastissimo paese centro-asiatico, Toto Cutugno: meglio il suo italiano “vero”, fiero, con la chitarra in mano, con la 600 giù in carrozzeria, meglio quel mandolinista farfallone e sentimentale che l’isterico di questi giorni.

NINO DI MATTEO 19/07/2013 Il Tribunale di Palermo ha assolto il generale Mori e il colonnello Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura di Provenzano nel 1995, perché «il fatto non costituisce reato». La vaporosità dei reati contestati è una costante nei processi che mirano a scrivere pagine decisive della storia d’Italia. Barocchi impianti accusatori poggiano spesso su avvilenti giochi degli equivoci. E’ ovvio, ad esempio, che anche l’azione dei corpi di polizia, così come ad un livello più alto quella dei ministeri dai quali dipendono, si svolge dentro una sua legittima e limitata sfera di discrezionalità; è ovvio che anche i poliziotti hanno una loro politica operativa, duttile e sempre aggiornabile, nei confronti del piccolo e grande crimine, che detta i modi e i tempi del loro agire; è perfettamente comprensibile che nella sua guerra alla criminalità organizzata la polizia usi anche l’arma informale degli abboccamenti, delle lusinghe, dei messaggi in codice; ed è di tutta evidenza che quand’anche queste strategie investigative si rivelassero disastrose, ammesso e non concesso che questo sia il caso di Mori, rimarrebbero pur sempre nell’alveo della legalità. Incurante di tutto questo, ieri il pm Nino Di Matteo, durante un sit-in davanti al Tribunale di Palermo organizzato dalle Agende Rosse, ha detto: «La nostra è una lotta continua, lo dobbiamo a chi crede alla democrazia. Una lotta quotidiana per conoscere la verità di quegli anni. Guai se la ricerca della verità si fermasse. In questi vent’anni si sono scoperti tanti elementi concreti. Ma ancora dobbiamo scoprire tanto dei mandanti e dei moventi delle stragi.» Qualcuno troverà questo discorsetto inopportuno, incendiario, smaccatamente politico, e anche populista, e tuttavia lecito. Ma mettiamo che ci sia qualche esaltato con strane teorie in teste, che pensi male, ma veramente male, tanto da vedere in questo proclama la prova di un concorso esterno in associazione politica dai fini oltremodo loschi: non sarebbe correre un po’ troppo?

Cosa significa il rigetto di Prodi da parte della sinistra

La sinistra prima ha bocciato Marini, un esponente del Pd, anzi un fondatore del Pd, ex democristiano ma non antiberlusconiano. Poi la sinistra ha bocciato Prodi, un nume tutelare del Pd, ex democristiano ma antiberlusconiano. Ciò significa che i piddini sono caduti nel panico. Comanda “La Repubblica” e comanda sempre di più “Il Fatto Quotidiano”. Comandano i fanatici patrioti costituzionali antiberlusconiani di Libertà e Giustizia cogli appelli per il loro sodale Rodotà. Senza l’antiberlusconismo la sinistra è priva di un’identità. Ciò significa che ad agire è la logica del giacobinismo: i montagnardi si stanno mangiando i girondini. Ciò significa che, orfana del marxismo, la sinistra italiana è rimasta solo giacobina. Il giacobinismo è un vuoto riempito di odio. E’ un moralismo senza principi e senza misericordia. E’ una Chiesa senza un Credo e senza Comunione. E’ il Non-Essere politico. In Italia questo nulla velenoso va sotto il nome di Questione Morale, un Idolo al quale solo pochi non si sono piegati. La Questione Morale è un Idolo che va abbattuto. Ciò significa che tutto questo sarebbe impensabile se la sinistra in Italia, come in Europa, fosse rappresentata da un Partito Socialista o Socialista Democratico, perché in quel caso sarebbe una forza temperata e temprata. Quello del Pd è un giacobinismo all’acqua di rose, incline alle mode, capace di abbandonare le bandiere rosse, capace di strizzare l’occhio al liberalismo, farsi obamiano e kennedyano, ma incapace di porre barriere al giacobinismo puro e duro. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che alla sinistra manca il baricentro socialdemocratico, ossia autenticamente di sinistra ma non giacobino. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana.Che noia mortale.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (121)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’OMICIDIO DI STATO 08/04/2013 Italiani, fratelli e sorelle, non sarebbe ora di finirla con le recite? Anche sulla scena tristissima del triplo suicidio di Civitanova Marche non avete fatto mancare le sguaiate parole che sempre accompagnano, profanandoli, i lutti che da noi, per un motivo o per l’altro, pertinente o no che sia, acquistano rilevanza pubblica. Non sapete che buona parte di quella «casta» sulla quale puntate il dito è venuta su succhiando il latte dallo stesso epos deficiente sullo stato malfattore che ora vi detta parole d’odio, e sul quale essa ha costruito una carriera? Non capite che essa guardando la vostra indignazione da operetta scopre se stessa? Tanto che qualcuno dei più imbecilli della «casta», pur di trovare un colpevole qualsiasi, ha già organizzato una protesta fantozziana «contro la povertà», poveretta di una povertà? Non capite che tutti insieme siete come un cane che continua a mangiarsi la coda senza venire a capo di nulla? Ma quanto avete rotto.

ANTONIO INGROIA 09/03/2013 Non so se avete presente le vite agre dei magistrati, dei giornalisti e degli intellettuali in lotta contro le autocrazie corrotte dei loro sciagurati paesi: vi domina l’isolamento, la solitudine, la precarietà e spesso sono più conosciute all’estero che in patria. Da noi invece costoro straripano. Antonio Ingroia da magistrato sgobbava di più e dormiva meno di Berlusconi, il suo grande avversario, cosa quasi impossibile per un comune mortale. Infatti non si limitava solo a fare il suo mestiere. Era anche perennemente in giro per convegni, parlava coi giornalisti, scriveva sui giornali ed era ormai una faccia famigliare sul piccolo schermo. Non contento, trovava inoltre il tempo di scrivere libri: cinque o sei almeno sono usciti dalla sua penna, tutti inesplicabilmente pubblicati. Un cannone. Il «prestigioso» incarico in Guatemala per conto dell’ONU dovette sembrargli una specie di consacrazione definitiva. Con tutte queste medaglie al petto pensò fosse giunto il momento di buttarsi in politica per condurre, crediamo, la battaglia finale. Si buttò. E si sfracellò pure. Ma non fece tragedie. Aspettò paziente. Di andare a fare il giudice ad Aosta, come gli aveva proposto il Csm, non aveva nessuna voglia, nonostante il luogo ameno e tranquillissimo, ideale per scrivere almeno un paio di libri all’anno. In Guatemala è probabile che non lo volessero più vedere, specie i suoi antichi fans nel paese degli Aztechi. Alla fine è arrivata una proposta accettabilissima dal governatore siciliano Crocetta: fare il presidente della “Riscossioni Sicilia Spa”. In pratica Ingroia sarà il Befera della Trinacria. E non si dimetterà dalla magistratura. Sul suo nuovo compito ha le idee chiarissime. Sono quelle di sempre. «C’è chi teme sempre Ingroia» ha detto infatti, rispondendo alle battute sarcastiche di quel bravo figliolo di Gasparri, «lo temeva come magistrato, lo temeva come politico e adesso ovviamente lo teme alla guida di una società pubblica che in Sicilia è snodo di certi interessi. Non mi sorprende che io faccia paura a certi grumi di potere, ma vado avanti». “Snodo di certi interessi”, “certi grumi di potere”: è sempre lui, il nostro Ingroia. Vada, vada avanti. E chi lo ha mai fermato?

ROMANO PRODI 10/03/2013 A sentire l’ineffabile Romano sembrerebbe quasi che col decennio thatcheriano, finito più di vent’anni fa, lo stato in Occidente sia stato cacciato nelle catacombe; che i carichi fiscali si siano ridotti al lumicino; che il welfare system sia stato pressoché smantellato; e che lo stato abbia smesso di fare il ficcanaso. Naturalmente non è successo niente di tutto questo. Anzi, è molto più vero il contrario. In realtà, sul piano pratico, il cambio di rotta epocale non è mai avvenuto, e non poteva avvenire. Lo statalismo è un treno che corre su un piano inclinato da più di un secolo. Il merito principale della Iron Lady fu quello di ridare dignità politica al liberalismo economico, e con quello ad un semplice buon senso intriso, a differenza di quanto si favoleggia, di valori etici. Fu solo l’inizio di una Reconquista che durerà ancora per decenni e decenni. Per Prodi invece tale sdoganamento fu una specie di atto blasfemo. Sentitelo: «Margaret Thatcher ha cambiato più di tutti il suo paese e ha cambiato l’idea stessa dello stato che fino ad allora era prevalente nel mondo occidentale. Diciamolo come va detto: la Thatcher ha ridotto lo stato a niente. Come nessun altro ha inteso modificare alla radice il patto fiscale tra cittadini e ha dato forma politica e dignità istituzionale alla ribellione anti-tasse trasformandola in una vera e propria dottrina economica diventata addirittura senso comune.» Per Prodi anche la crisi attuale è figlia delle idee della Iron Lady, e ancor di più degli atti dei suoi stupidi epigoni: «Oggi non si può non notare come la matrice innovativa delle idee thatcheriane si sia poi scontrata con fasi applicativi a dir poco drastiche che hanno finito con lo svuotare la carica di innovazione di quelle stesse politiche e hanno anzi creato le condizioni per l’esplosione della più drammatica crisi finanziaria (e ormai anche economica) del dopoguerra. Oggi però diventa legittimo domandarsi se questi disastrosi risultati siano stati prodotti da lei e dalle sue idee o dai suoi interpreti un po’ fessi.» Prodi dimentica che oggi viviamo una crisi debitoria; debiti pubblici e privati; che un’economia libera di «mercato», quella che piaceva a Maggie, la figlia del droghiere, raramente conosce spirali debitorie; che i debiti, pubblici e privati, crescono quando qualcuno li incoraggia e se ne fa garante, contro ogni logica di «mercato», sia esso lo stato o la banca centrale; e che quindi anche il «turbo-capitalismo finanziario» è figlio, in ultima analisi, dell’interventismo statale: quello classico rapina il reddito, quello «derivato», possiamo ben dirlo, rapina il risparmio.

IL REGIME DI PYONGYANG 11/03/2013 La Corea del Nord è alla canna del gas, e il regime dà ormai segni di squilibrio. Qualche settimana fa le forze armate fecero sapere di aspettare solo «l’ordine finale» del Leader Supremo per «trasformare in un batter d’occhio i regimi marionetta degli Stati Uniti e della Corea del Sud in un mare di fuoco». Oggi la Corea del Nord minaccia le basi militari americane in Giappone e le stesse città giapponesi. Di queste mirabolanti spacconate – quelle del sottoscritto, al confronto, sono perle di ragionevolezza – ride ormai anche qualche cazzuto nord-coreano, ben nascosto nella sua tana, s’intende. Il Leader Supremo – è quello cicciotello che spicca nella marea di morti fame, non potete sbagliare – teme una congiura di palazzo, è evidente. Manifestazioni di fedeltà così tafazziane da parte delle forze armate suonano strane anche in un paese fuori di testa come il suo. Quindi c’è da sperare. E tuttavia il cazzuto nord-coreano è preoccupato. Vedi mai che in questo clima un po’ isterico un super-missile nord-coreano di ultimissima generazione parta davvero: per essere sicuri di schivarlo bisognerà quantomeno espatriare.

IL PARTITO LIBERALE ITALIANO 12/03/2013 Metterei l’accento in particolar modo su “italiano”. Perché in altre lande europee, da soli o intruppati nei grossi partiti, i liberali qualcosa riescono pur a combinare. Da noi, niente. Uno zero tondo tondo, senza neanche una virgola. Una spiegazione c’è: i liberali italiani non hanno mai amato la democrazia. I liberali italiani sono rimasti a Cavour, quando a votare erano pochini. Al progressivo allargamento del suffragio elettorale non si sono mai abituati. Alla volgare pratica della ricerca del consenso, che non significa necessariamente demagogia, non si sono mai abbassati. Al volgo non hanno mai parlato. E il volgo ha sempre visto in loro, nel migliore dei casi, e con un certo intuito, una curiosa cricca libresca, e nel peggiore dei casi i chierici dei padroni. Giunge ora notizia che il Partito Liberale Italiano, il partito che fu di Malagodi, ha candidato Ilona Staller, in arte Cicciolina, alle prossime elezioni amministrative della capitale. Vi sembra strano dopo quanto detto prima? Sbagliate. E’ la tragicomica conferma di come i liberali italiani dimostrino una scarsissima considerazione per l’uomo della strada anche quando, per disperazione, scendono dal piedistallo e gli parlano.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (116)

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MATTEO SALVINI 04/03/2013 Tra i leghisti che hanno festeggiato in piazza a Milano il neo-presidente della regione Lombardia Roberto Maroni, non poteva mancare il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini. Perché lo sia è sempre stato un grande, inesplicabile mistero. Altri esponenti leghisti hanno abbinato l’incontinenza verbale alla furbizia e alla ragionevolezza politica. A lui non è riuscito nemmeno quello. La sinistra ha sempre riposto molte speranze nei leghisti oltranzisti, che la odiano, ma che sono anche i più facili da infinocchiare, giacché su molte cose la pensano esattamente come l’Italia Migliore. Matteo non ha mai potuto vedere i berluscones. Fosse stato per lui alle regionali la Lega sarebbe andata da sola. Poi Silvio ha messo fine alle bambinate, ha fatto la sua offerta, Roberto ci ha pensato cinque secondi, ha detto OK, e Matteo è tornato a cuccia. Ora lo spaccone può a giusto titolo gioire. Attingendo nell’ebbrezza della vittoria dal romanesco, ha detto: «Se abbiamo vinto è perché ci siamo fatti un mazzo così, alla faccia dei rosiconi della sinistra.» Per poi concludere, beato: «Siamo qui a festeggiare, ma da domani tutti a lavorare per questa nuova grande avventura. Mentre gli altri litigano per mettersi insieme, noi siamo già a posto. A Roma lasciamoli litigare, noi siamo un’altra cosa, siamo la Lombardia». Lui è fatto così. Non svegliatelo: fareste di quest’uomo un’infelice.

ILVO DIAMANTI 05/03/2013 Il professore è da tempo convinto che il berlusconismo sia finito. A sua detta, le ultime elezioni hanno clamorosamente confermato tale certezza. Non c’è stata nessuna rimonta: l’emorragia di voti che il Pdl ha subito rispetto alle precedenti competizioni elettorali è enorme e le tabelline preparate dal professore, alle quali per rispetto della mia intelligenza non ho dato nemmeno un’occhiata, sono lì a dimostrare la disfatta. Quando folleggiano gli scienziati fanno così: mettono in fila un numeretto dietro l’altro, implacabili, pur di non fare un ragionamento serio, ed elementare. Tipo il seguente. Berlusconi era dato per morto dopo l’incoronazione di Monti. Solo verso l’estate, quando il governo di Supermario si era ormai del tutto arenato, e aveva scassato non poco gli zebedei al popolo, il cadaverico Pdl aveva ripreso un po’ di colore, ma tutti lo davano ancora per morto, Galli della Loggia in primis, nonostante i sondaggi non fossero disastrosi. Poi vennero le campagne d’autunno dei giustizieri in Lazio e Lombardia. Tre mesi fa il Pdl era già dentro la cassa da morto pronto per la sepoltura. In questo lasso di tempo il Cavaliere è riuscito a: rivitalizzare il Pdl; rimettere il piedi la coalizione (questo ve lo siete scordato, vero?); prendere, nonostante la concorrenza del centro montiano e la conquista grillina di un quarto dell’elettorato, il trenta per cento dei voti; vincere al senato in molte regioni importanti e non solo nel mitico Ohio; vincere le regionali in Lombardia; e mancare la presa della Camera per un pugno di voti: sarebbe bastato qualche astenuto o un Giannino in meno. Ora che al centro non crede più nessuno, nemmeno Schauble, e nemmeno Bagnasco; ora che il Pd, sentendo sul collo il fiato grillino, ha una mezza voglia di tornare partito di lotta; ora che per i figli delle stelle-senza storia-senza età-eroi di un sognoooo le vacanze sono finite; Berlusconi annusa perfino aria di vittoria e in cuor suo sta già attendendo sulla soglia di casa il ritorno di una legione di prodighi figlioli. Se non fosse per l’intervento della solita cavalleria giudiziaria, caro Ilvo, ci sarebbe da spararsi.

MASSIMO GRAMELLINI 06/03/2013 La neo-capogruppo dei grillini alla Camera scrisse sul suo blog lo scorso 21 gennaio queste parole: «Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia.» Non ci trovo un’apologia del fascismo. Più che scandalose sono parole rivelatrici del profondo sentimento anti-liberale, statolatrico e millenarista che anima molti militanti del M5S, in contrasto peraltro con una fetta non trascurabile del suo ancor confuso elettorato. Il guaio purtroppo per gli imam della nostra società civile è che questo discorsetto sbilenco contiene una verità assai sgradevole: i tanti cromosomi di sinistra del fascismo. La Lombardi in una frase sola ha messo ingenuamente insieme le due parole fatali: «socialismo» e «nazionale», che sposate fanno socialismo nazionale, e che tradotte in tedesco fanno nazional-socialismo, l’ideologia propugnata dal partito fondato da Hitler, il «Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori», una denominazione che a quei tempi a molti doveva suonare innocua, perfettamente naturale, e perfino progressista. A quasi un secolo dalla nascita del fascismo se ne potrebbe parlare tranquillamente. Ma all’opinione pubblica non è ancora concessa la libertà conquistata a fatica dai chierici. La ridicola retorica resistenziale, con la sua cattiva coscienza, è sempre lì pronta a silenziare il «dibattito», spesso con anatemi grossolani. Ma a volte con metodi più vellutati. Così l’opinionista e scrittore Massimo Gramellini si è detto sicuro che la signora Lombardi presenterà ad horas le sue scuse e le sue dimissioni. Voleva essere un’indignazione condita d’ironia, secondo i dettami dell’arte della «leggerezza» che oggi furoreggia tra i vagheggini engagé. Invece è un riflesso pavloviano. Davvero.

ROMANO PRODI 07/03/2013 Allora è vero: Romano in questi ultimi tempi è stato davvero in giro per il mondo. Io non ci credevo troppo. Io credevo che i «prestigiosi incarichi» di respiro internazionale fossero per eccellenza delle splendide sinecure. Invece un pochettino almeno ti tocca trottare. E’ un sogno che svanisce: troppa fatica, non fanno per me. Dicevo di Romano, che è stato in giro. Infatti, lui, che è uno spietato ripetitore di formulette in voga, è rimasto a quelle di qualche tempo fa. Interrogato sull’attuale situazione politica, ha detto: «Bisogna abbassare i toni. Se tutti urlano, non si può dialogare.» E’ un pezzo che non sentivo più parlare di «abbassare i toni». Due o tre anni fa ci spaccavano gli orecchi con gli inviti ad «abbassare i toni». La sola espressione aveva in sé qualcosa di taumaturgico. Poi la febbre è andata scemando. Ma lui che ne sapeva? Era in Cina, era in Africa, a vigilare sulle sorti del mondo. Se lo fanno presidente della repubblica si rimetterà linguisticamente in carreggiata in un battibaleno. Sarà dura sopravvivere.

FUTURO E LIBERTA’ 08/03/2013 Il partito che ha bruciato le tappe, lasciandosi con la velocità della luce un grande futuro dietro le spalle, non pensa, almeno ufficialmente, di smobilitare. Nelle prossime settimane, annuncia, sarà avviato «un ampio confronto che si concluderà con un’assemblea di fondazione che vedrà protagonista una nuova generazione e un nuovo gruppo dirigente». Per un club che alle elezioni ha ottenuto lo 0,4% dei voti mi sembrano propositi ambiziosi e incoraggianti. Anche troppo. L’accorto ex senatore Euprepio Curto ha già detto sibillino che bisognerà «andare oltre». E infatti secondo me non hanno alternative: dovranno mettere annunci sui giornali al fine di reclutare personale sufficiente a condurre in porto l’impresa.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (73)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ROMANO PRODI 07/05/2012 Il Sole24Ore intervista Romano Prodi, in trasferta in Africa, giacché lui, da quando non è più al timone della penisola, si occupa del mondo. Le chiacchierate col professore hanno di bello che non mettono in soggezione nessuno: vi si ritrovano immancabilmente i ragionamenti del grande mister ma soprattutto del grande uomo. In questa in particolare fa capolino un certo tremontismo da tinello, ossia sempre bislacco ma per niente escatologico, ridotto alle quattro baggianate che hanno conquistato ogni focolare domestico italico, ché sennò Romano non avrebbe nemmeno osato: lui va sempre sul sicuro, anche quando con fare ammiccante, alludendo a ben altri che la sua diritta persona, ricorda la pavidità congenita di Don Abbondio. E’ per questa strada ben lastricata che il professore arriva infine tranquillo tranquillo in porto con la sua proposta per il rilancio dell’Europa, qualcosa di mai sentito: «un patto per la crescita e la finanza», e in particolare un patto per la crescita tra Italia, Spagna e Francia per smuovere la Germania dalla sua cieca autoreferenzialità. Tutti per uno, uno per tutti. La mistica del «patto», sulla cui forza di suggestione politici e sindacalisti italiani tentano ostinatamente di costruire le loro fortune, non prevede dettagli, ragion per cui l’intervista finisce qua. Tanto siamo già da un pezzo fra le braccia di Morfeo.

FRANCESCO PAPAMANOLIS 08/05/2012 Non sembra che la gente greca ce l’avesse troppo con i famigerati grandi partiti negli anni della bonanza ellenica, quando con l’entrata nell’euro cominciò l’era dell’economia drogata dal denaro a buonissimo mercato, l’epoca felice dell’esplosione della spesa pubblica e del posto statale e della pensione baby per tutti. Non potendo essere cretina per definizione una schiatta che diede al mondo Odisseo costante, luminoso, l’eroe dal multiforme ingegno, la verità è che i greci si presero una sbronza, sapendo in cuor loro che la fiesta non poteva durare. Per cui non è affatto bello che un cattolico come il presidente dei vescovi cattolici della Grecia, invece d’impugnare il bastone nodoso della verità, lisci il pelo alla demagogia puntando ora fin troppo comodamente il dito contro i politici: «La gente ha fame», dice Monsignor Papamanolis, «e questo voto rischia di non segnare svolte positive. Gli elettori hanno sfiduciato i due grandi partiti, Nuova Democrazia e Pasok, che per anni hanno governato il Paese portandolo al disastro in cui ci troviamo oggi». Ma soprattutto non è bello che parli di «fame», un flagello terribile di cui ancora si muore per davvero in qualche buco nero del nostro mondo.

MARIO MONTI 09/05/2012 E’ da mesi che il governo Monti non riesce più a combinare nulla, a parte ammonticchiare un balzello dopo l’altro. Lo zoccolo duro – e grosso – della resistenza alle «riforme» e alla potatura dell’apparato pubblico staziona a sinistra, e si muove compatto non appena si accenna a fare sul serio. Da qualche tempo, però, il supertecnico bacchetta Berlusconi e i berlusconiani, quelli sbattuti fuori per far posto a lui, che pure stanno pagando il prezzo più alto del loro «responsabile» sostegno al governo, ingoiando rospi ogni giorno. Mario Monti non è mai stato un leone, e il coniglio che è in lui comincia pian piano a negoziare il suo fallimento con quella sinistra che in Italia ha il monopolio delle panzane durature. Perché non si sa mai. Si accontenterà allora, in caso di esito infausto, di essere accompagnato alla porta sollevato da ogni colpa, il tutto certificato per qualche anno dai manuali di storia della scuola dell’obbligo.

FRANÇOIS HOLLANDE 10/05/2012 Nuovo di zecca, il presidente della Repubblica francese si fa già sentire in Europa: dice chiaro e tondo di non volere un direttorio franco-tedesco. Magnanimo? Manco per sogno: mica si è francesi per nulla. Sarkozy restava disperatamente aggrappato ad un direttorio franco-tedesco dove zampettava da pettoruto bastardino di Frau Merkel al solo scopo di dimostrare che l’Hexagone non è secondo a nessuno. Hollande lo rinnega per lo stesso motivo; per cui il corollario dell’inversione di marcia è questo: cari amici europei, siamo noi, che non siamo secondi a nessuno – ça va sans dire – i leader naturali del fronte anti-tedesco.

CORRADO PASSERA 11/05/2012 Possiamo dirlo? Possiamo dirlo. Siamo qui per spararle grosse. Erano anni che non si vedeva una tale schiappa al governo. Il ministro dello Sviluppo Economico ecc. ecc., che doveva essere il braccio destro del capo, e forse anche il suo braccio violento, passa il tempo a zampettare intorno agli altri ministri e al presidente del consiglio, a girare intorno alle cose, a girarsi i pollici, e ogni tanto butta là la sua frasetta inodore, insapore, temporeggiatrice, come se per la testa non gli passasse non solo un’ideona ma neanche la più pallida ideuzza: il vuoto, dipinto in faccia, nella disperata ricerca di una via d’uscita, che è la sua specialità. Fu co-ammininistratore delegato dell’Olivetti quando alla gloriosa azienda informatica, mezza defunta, si volle, a parole, cercare un futuro nelle telecomunicazioni, grazie alla provvidenziale firmetta all’ultimo secondo di un Ciampi in uscita da Palazzo Chigi, che diede a De Benedetti la vittoria nella gara d’appalto per il secondo gestore della telefonia mobile in Italia. Il futuro doveva chiamarsi Omnitel-Infostrada ma il “gioiello” fu venduto ai tedeschi poco dopo, con guadagni colossali, tanto poco era costato. Fu poi amministratore delegato delle Poste, che lui trasformò in Banca, senza che nessuno ne avvertisse il minimo bisogno, soprattutto quei poveri diavoli, degni di ogni rispetto, che ancora oggi vanno in posta a pagare le bollette sbuffando per mezze ore dietro i clienti della banca, senza sapere chi ringraziare. Ma passò per risanatore. Così arrivò in carrozza ai vertici manageriali di Banca Intesa, a capo cioè di una grande grande grande banca, lavoro che s’addice perfettamente a chi ha l’attitudine a fare il pesce in barile. In sei mesi di governo al nostro è riuscito solo di imparare il politichese, o il sindacalese che dir si voglia. «A rischio la tenuta sociale del paese», ha detto ieri, per esempio, suscitando l’invidia di Casini e Bonanni, che per certe frasi scipite farebbero pazzie.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (64)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIUSEPPE MUSSARI 05/03/2012 Cavolata tira cavolata. E’ Raffaele Bonanni ad aprire le danze invocando una legge (ti pareva se non ci voleva una legge!) che «fissi» il ruolo sociale delle banche. Già m’immagino una nuova branca dello stato sociale, finanziato dai risparmi invece che dalle imposte, e guidato da criteri decisi in alto da un’Authority ad hoc (ti pareva se non ci voleva un’Authority!), e decisi in basso dagli amici degli amici. Voi vi sentireste tranquilli a lasciare i vostri risparmi in una banca del genere? Se avete l’animo del postulante, la faccia tosta dell’intrigante, la tessera del partito o quella del sindacato, forse sì. Gli risponde il presidente dell’Abi, mettendo in chiaro che le banche non sono un servizio pubblico, ma sono imprese ed hanno il diritto/dovere di fare profitti. Esagerato. Le banche intermediano il risparmio. I profitti dovrebbero essere il riflesso di quest’attività di intermediazione. In teoria, in un periodo di vacche magrissime, un modestissimo profitto potrebbe essere il risultato di un’eccellente attività di intermediazione del risparmio. Ma se le banche devono fare profitti ad ogni costo, se per farlo si mettono a giocare in proprio con ardite operazioni finanziarie, e corrono dietro alle fette di mercato e alle nevrosi degli analisti assecondando l’economia delle bolle; e sono tanto fissate con la «crescita» da lanciarsi in acquisizioni pazze pur di non farsi mangiare un giorno da un pesce più grosso, come accadde per esempio al Monte dei Paschi di Siena quando il generale Mussari lo guidò alla conquista a carissimo prezzo di Antonveneta, impresa dalla quale il colosso senese non si è più rialzato; be’, allora direi che il diritto/dovere di fare profitti è la quintessenza del capitalismo alle vongole.

ROMANO PRODI 06/03/2012 Solo tre mesi fa, miracoli dell’antiberlusconismo, ci sentivamo tutti una razza nuova, insofferente alle vecchie liturgie, ai linguaggi cifrati della politica, ai tempi biblici dei tavoli di discussione, ai salamelecchi perditempo, impaziente di uscire vittoriosa dal pantano dell’immobilismo. Ora siamo tutti tornati a cuccia. Fiutata l’aria è rispuntata come il sole al mattino la faccia di mortadella col ditino alzato e l’occhio sgranato di sempre a certificare che la ricreazione è finita: «È giunto il momento» ha detto, «in cui il governo si deve assumere la responsabilità di ricercare con Fiat e sindacati una strada comune per ricostruire una presenza italiana forte e concorrenziale nel settore dell’automobile.» Il governo. Con la Fiat. Coi sindacati. Una strada «comune». E una presenza «forte». Forte: l’aggettivo vago ma baldanzoso che ha segnato l’era dell’aria fritta.

MUSTAFA ABDEL JALIL 07/03/2012 E’ nato a Bengasi un Consiglio provvisorio della Cirenaica. Il presidente del Consiglio nazionale transitorio libico, Mustafa Abdel Jalil, ha parlato da Tripoli di complotto internazionale: “E’ l’inizio di una cospirazione contro il Paese. E’ una vicenda molto pericolosa che minaccia l’unità nazionale e che può condurre ad una Libia divisa e non-democratica”. La faccenda promette faville. Ora si attende lo sbarco di Bernard-Henri Lévy. Ma dove? A Tripoli o a Bengasi?

LEOLUCA ORLANDO & FABRIZIO FERRANDELLI 08/03/2012 L’outsider Ferrandelli, ex capogruppo dell’Italia dei Valori in Consiglio comunale a Palermo, vince a sorpresa le primarie del centrosinistra nel capoluogo siciliano. Leoluca è verde di rabbia e vuol far saltare tutto. Con lo stile da galantuomo che lo ha sempre contraddistinto punta il dito: abbiamo migliaia di denunce, dice, e ci sono stati episodi che provano che certi elettori sono stati pagati; e anche se le irregolarità vanno accertate, continua, «l’inquinamento politico» resta in ogni caso; sono primarie inquinate e drogate, conclude. Il bello è che il povero Ferrandelli alla vigilia delle elezioni denunciava una manovra subdola del Pid di Saverio Romano a favore della peraltro ignara Borsellino: di questi retroscena, diceva, la mia segretaria ha prove certe e dimostrabili; dal canto nostro, concludeva, vigileremo contro ogni forma di «inquinamento» del voto. Ora che è accusato di «inquinamento» Ferrandelli parla di «metodo Boffo». No, caro Ferrandelli: è il vostro metodo.

LA TRATTATIVA 09/03/2012 Alzi la mano chi ci ha capito qualcosa. Certi nostri magistrati antimafia sono come le Sibille Cumane e le Pizie del mondo antico: alludono, adombrano, suggeriscono, insinuano, evocano con ieratica gravità. E’ tutto fumo, ma col peso specifico delle certezze metafisiche. Essi infatti officiano un culto misterico sui misteri di stato che è la seconda religione del nostro paese dopo il cristianesimo di confessione cattolica. Essendo misteriosa è una fede che non ha paura di contraddirsi, perché sotto un mistero c’è sempre un altro provvidenziale mistero. Venerate verità processuali vengono così buttate nel bidone della spazzatura insieme a pentiti ingaggiati un tempo dagli stessi aruspici come manovalanza oracolare: depistaggi!, sentenziano oggi coloro che ieri davano del depistatore al miscredente che quelle verità e quei bulletti spernacchiava. Ma per fortuna ora hanno una certezza. Ve la scrivo col “c” maiuscolo – ecco qua: Certezza – così capite che si tratta di un’altra insondabile divinità entrata nel Pantheon Misterico al posto di quella decaduta, il Papello. La Trattativa, invece, è ancora ben salda al suo posto.

Il populismo dalle buone maniere

L’affermarsi del populismo presuppone un’acritica adesione di massa ad una visione politica, ad un leader e ad un programma non di rado ridotto a vacue parole d’ordine. E’ frutto di un isterismo collettivo alimentato ad arte che le circostanze possono rendere quasi onnipotente. Quello particolare che ha portato Mario Monti al governo è il risultato, oltre che delle decisive circostanze, di un lungo e mediocre lavorio ai fianchi che dura da anni, e somiglia ad un matrimonio combinato, un matrimonio che “s’aveva da fare”, cui la promessa sposa ha ceduto per sfinimento, in un tripudio generale e manierato, mirato ad incoraggiare la sventurata, nella speranza che col tempo la poverina arrivi perfino ad amare il vecchio bacucco. Insomma, sono tutti contenti, si sentono in dovere di attestarlo, molti senza sapere neanche il perché, ma nessuno ci crede. Che sia populismo lo conferma il fatto che dopo aver detto tutto il male possibile dei salvatori della patria, il nuovo Presidente del Consiglio venga dipinto esattamente come un salvatore della patria da coloro che di una “normalità” aliena dai personalismi della vita politica italiana, a fini naturalmente anti-berlusconiani, si erano fatti pretestuosamente patrocinatori. La contraddizione è palese, ed è per questo che l’opinione pubblica è stata affettuosamente bombardata da un surrogato dell’agognata “normalità”: l’immagine della compostezza del nuovo premier e della sua compagine governativa, che d’altro canto gli spropositi agiografici hanno dovuto porre a fondamento della talismanica “credibilità” del nuovo corso, ribadendo così che di populismo si tratta, anche se rovesciato rispetto ai termini convenzionali.

Il governo Monti è figlio dell’Antipolitica, per meglio dire di una forma particolare di antipolitica che ha assunto nitidi contorni durante il biennio dell’ultimo governo Prodi. Come si ricorderà l’Unione prodiana ebbe alle elezioni del 2006 l’avallo esplicito dei grandi giornali del nord. Elezioni che si prospettavano trionfali ma che videro invece Prodi vittorioso per un pugno di voti, e con molta fortuna. La risicata vittoria rese indispensabile l’appoggio dell’estrema sinistra. Anche per questo le aspettative sul suo governo andarono deluse. Il malumore serpeggiava nel paese. “L’antipolitica” incanalò questo malumore. I potentati che si erano esposti nell’appoggio a Prodi, una casta come le altre, corresponsabile non meno degli altri protagonisti dell’immobilismo del paese, ebbero paura che il fuoco dell’antipolitica li investisse. E così pianificarono di concentrarlo unicamente contro quella stessa classe politica con cui fornicavano da decenni appassionatamente. Ne scrivevo in questi termini nel 2007:

Se noi col termine antipolitica intendiamo forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose – di azione e lotta politica, allora al momento attuale ne possiamo contare tre: 1) L’ANTIPOLITICA DELLA CASTA ECONOMICA OVVERO IL PARTITO DEL CORRIERE DELLA SERA. A leggere oggi gli editoriali del Corriere della Sera ci si potrebbe chiedere come sia possibile che questo sia lo stesso giornale che appoggiò, appena un anno fa, la campagna elettorale di Prodi. La ragione è semplice. Il Corriere della Sera è espressione di poteri economici conservativi, i quali riconoscono se stessi come una specie di nobiltà industriale e finanziaria, nella quale al massimo si può essere cooptati. (…) con la restaurazione Montezemoliana alla testa di Confindustria, dopo il periodo di rottura di D’Amato, espressione della piccola e media impresa, la causa di questa Nobiltà Economica ha preso le sembianze, nel vasto apparato mediatico che essa controlla, della necessità di una nuova Classe Dirigente; concetto vaghissimo e in realtà senza senso, ma facile da contrabbandare in Italia, dove la figura dell’imprenditore dalla cultura imperante non è mai una figura banale o normale, ma piuttosto disprezzabile, almeno fin tanto che non entri nel recinto dei salotti buoni, altra tipica espressione solo della nostra penisola, quando allora essa diventa spesso oggetto di adulazione. Quest’aristocrazia, che diventa casta quando siano venuti meno le ragioni storiche della sua esistenza, nel 2006 appoggiò Prodi perché aveva un nemico in comune: l’outsider Berlusconi, che era riuscito a dare una forma politica alle rivendicazioni del vasto popolo delle categorie economicamente più attive e meno protette del paese, irretendone le espressioni estremistiche e distruttive. Il calcolo era semplice: l’armata berlusconiana doveva essere letteralmente spazzata via, la vittoria talmente rotonda che il peso della sinistra comunista sarebbe risultato ininfluente alla sopravvivenza di una maggioranza di governo, sulla quale la Casta Economica avrebbe da parte sua esercitato, naturalmente, una sorta di patronato. Ma la situazione venutasi invece a creare dopo le elezioni del 2006 imponeva di arrivare allo stesso risultato per altre vie. La formazione di un governo tecnico di emergenza, che evitasse assolutamente nuove elezioni e l’esito nefasto di una vittoria della destra, e che fosse allo stesso tempo incubatrice di una nuova sinistra sulla quale imporre il proprio marchio; o, nel caso non si riuscisse ad evitare le elezioni, la disgregazione politica sia della sinistra che della destra; tutto questo abbisognava allora della delegittimazione e l’indebolimento dell’intera classe politica. Il libro LA CASTA costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come l’onorevole Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto.

Questo disegno si è concretizzato ora, dopo un lustro, ma ha dovuto giovarsi dell’eccezionalità della crisi economica senza precedenti che ha investito l’Occidente. Ed è solo una fragile mezza vittoria, perché ora bisognerà veramente fare sul serio. Tanto problematica che il giorno dopo l’insediamento del governo Monti alla retorica del “fare presto” è succeduta quella del manzoniano “adelante, con juicio”: “riformismo vero, senza strappi” è il titolo di un articolo dell’impavido Guido Gentili sul Sole24Ore. Ed inoltre deve già fare i conti con l’intuito politico di Berlusconi: chi temeva che l’ex-Presidente del Consiglio si emarginasse in un rancoroso isolamento si è sbagliato come chi sperava che egli subisse passivamente la nuova realtà. L’astuto Silvio ha promesso collaborazione piena col nuovo esecutivo, fin troppa. La nuova parola d’ordine fra i berlusconiani è questa: il programma di Monti è il nostro. Il nostro che precedeva il suo, ben s’intende. E non è poi una grande bugia. Proprio per niente, visto che adesso non solo i contenuti ma anche i ritmi cominciano pericolosamente a somigliarsi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (10)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANFRANCO FINI 21/02/2011 La destra decente d’antan si chiamava sinistra democristiana. Certificato di decenza rilasciato dai soliti banditi saputelli della Meglio Italia, molti dei quali allora erano orgogliosi comunisti, mentre tu, borghese piccolo piccolo, non sei cambiato affatto: verme fosti, verme sei. Ma almeno i democristiani addomesticati in un certo qual particolar e demenzial lor modo erano dei furbacchioni. Capivano i loro tempi. Senza il becco di un elettore si mangiarono la spaurita balena bianca. Che poi offrirono in pasto ai loro protettori. Per dirla con Churchill, furono concilianti col coccodrillo comunista nella speranza di farsi mangiare per ultimi. Così avvenne. Mangiati e digeriti. E basta sentir parlare un Franceschini per capire che ormai siamo alla peristalsi. Costui invece è un allocco a tutto tondo. Si farà inghiottire dalla sinistra senza neanche aver preso la bacchetta del comando per un giorno a destra. Non ha capito che i tempi sono cambiati. Che per il Berlusca, i berluscones e i berluschini la Sindrome di Stoccolma al massimo può essere una dipendenza da bunga bunga con sventole vichinghe. Intanto avvisate Casini.

ROBERTO VECCHIONI 22/02/2011 Il festival di Sanremo è un evento. E un evento cui nulla si chiede tranne che di essere il posto dove ci s’incontra. Idealmente o in carne ed ossa. E lì s’incontra un bello spicchio di nazione. Per il resto è noto: è una solennissima cagata. Non volendo soffrire, l’evito da quando son nato. Resto aperto a tutto – anche la discomusic ci diede qualche capolavoro – ma ho l’orecchietto delicato. In questo una volta facevo comunella coi fanatici della meglio gioventù. Solo che per loro il festival era un obbrobrio commerciale, un luogo di perdizione, un cedimento al capitale, all’establishment e all’ignoranza crassa. Parteciparvi, una vergogna. Una macchia indelebile. Un tradimento. Vedo che ora ci vanno. Ci portano, senza paura di insozzarlo, pure Gramsci. E lo vincono pure. Cor televoto der popolo bbrutto. Senza tanti problemi. Manca solo una lacrimuccia sul viso, dalla quale capiremmo molte cose. Bentornati fra i bifolchi. Anche se col solito stile: da padroni. E’ una cosa che scalda il cuore. Adesso smettetela con Berlusconi.

(P.S. Ai commentatori, che cadevano delle nuvole, ho risposto così: “Brutta cosa il vizio della smemoria. Ma io ricordo. Sporadicissime apparizioni al Festival dei musicisti engagé, i soli benedetti dai benpensanti di sinistra, ve ne sono state. Pure Vecchioni fece un’apparizione una quarantina d’anni fa ormai. Ma vi andavano con l’aria di dire: sono qui per fare opera di testimonianza, per dire che c’è un’altra musica, non c’entro nulla io con le Ive Zanicchi, la mia è “resistenza”. All’epoca Hollywood era il tempio della prostituzione commerciale, e gli Oscar premi da burletta; e anche il Nobel puzzava un pochettino. Mica che sbagliassero del tutto. Anzi. Però come rompevano i coglioni, sempre loro, e che aria di sufficienza, e che universale disprezzo! Oggi invece una vittoria a Sanremo può diventare prestigiosa, e perfino democratica. Che mezze seghe, mio Dio.”)

ROSY BINDI 23/02/2011 Secondo la presidentessa – non è un’offesa, presidente, è un omaggio alla verità! – secondo dunque la presidentessa del Partito Democratico il popolo italiano – ossia il tribunale riservato agli iscritti alla potente Loggia SC, che sta per Società Civile, mai indagata per misteriosi motivi dalla nostra magistratura – il popolo italiano, dicevo, ha già giudicato Berlusconi colpevole. Non di reati, nooooo, ma “di aver calpestato il principio della dignità delle istituzioni e di aver ferito il comune senso morale”. Nota bene: 1) il popolo che sentenzia; 2) il comune senso morale. E poi ti bacchettano le mani se mandi all’inferno i cattocomunisti! Cristianamente dico: meglio Ruby. Che Rosy. Per la prima c’è ancora qualche speranza.

MICROMEGA 24/02/2011 Dalla trincea montagnarda, e con tonante lessico robespierriano, i soliti esaltati onusti d’onori – a causa delle assai proficue persecuzioni di regime – in nome della legittima difesa repubblicana, contro il crescendo di eversione anticostituzionale e il conclamato dispotismo proprietario rappresentato dal Caimano, e per ottenere le sacrosante elezioni anticipate, schifate fino all’altro ieri, propongono a tutta l’opposizione – essendo la maggioranza parlamentare all’altezza del miglior amico dell’uomo in quanto a obbedienza, e a tutto il resto, dalla lingua sporgente alla coda – il blocco sistematico e permanente del Parlamento con tutti i mezzi che la legge e i regolamenti mettono a disposizione. Con tutti i mezzi che la legge…? Ma c’è bisogno di dirlo? Come potremmo mai dubitare della correttezza dei cultori della legalità? Nervosetti? Siamo all’ultima spiaggia? Siamo lì lì per saltare il fosso? In fondo l’emergenza è l’emergenza, o no?

ROMANO PRODI 25/02/2011 Quello della seriosità al governo, ricordate? L’eco di letture serali kantiane doveva ancora arrivare, ma già balzava all’occhio la macroscopica differenza tra l’homo prodianus e l’homo berlusconianus. Ora il Professore è tornato. Questa volta gl’irregolari spifferi che gli escon solennemente di bocca annunciano effettivamente nuove di un certo momento. Pare che l’evidenza scientifica sia stata raggiunta: la differenza è an-tro-po-lo-gi-ca. Esattamente come molti sospettavano. Ma infatti, parliamoci chiaro, non lo vedete un po’ strano, Romano?

La sinistra nel cul-de-sac

Repetita juvant? Se l’alunno è testone è perfino indispensabile: quindi mi ci riprovo. Solo per disinteressato amor patrio, ma sia chiaro che è proprio l’ultima chance che gli offro.

Per vedere chiaro nella crisi della sinistra e per capire quale dovrebbe essere la sua strategia per diventare maggioritaria nel paese, invece di esercitarsi nella filosofia degli acchiappanuvole, ci si dovrebbe rifare, con prospettiva rivoluzionaria e rivelatrice, propria dell’umile volgo, al problema della calvizie, o a quello della disoccupazione. In ambedue i casi si parla comunemente, ed erroneamente, di perdita di capelli o di perdita di posti di lavoro; quando in realtà il problema è quello della ricrescita dei capelli che ogni giorno tutti perdiamo, compresi i giovanotti dalle folte criniere; ed è quello della disponibilità di nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare tutti quelli che ogni giorno vengono eliminati nel processo di distruzione/creazione proprio delle economie più o meno libere. Ebbene, ciò che è evidente oramai da circa un ventennio, è che la sinistra, nelle sue varie metamorfosi, in tutti i suoi disperati tentativi d’imbroccare lo schieramento vincente, un po’ alla volta, come in un lentissimo e quasi impercettibile ma inesorabile processo di desertificazione vede calare i suoi voti complessivi.

Perché in Italia si chiacchiera tanto di politica, perché si perde un mucchio di tempo e si sprecano grandi fatiche in analisi storiche e sociologiche della vita dei partiti, e poi così facilmente si trascurano le questioni fondamentali sulle quali un occhio non disturbato dal frastuono mistificatore proveniente dall’interno appunterebbe con tutta naturalezza e senza sforzo la sua attenzione? E la più fondamentale delle questioni alla quale dare una risposta, per aprir gli occhi sul cul-de-sac nel quale la sinistra ancor oggi è infilata, è questa: perché in Italia, a palpabilissima differenza di quanto è successo in qualsiasi altro paese non solo europeo ma passabilmente democratico, essa non è mai riuscita, da sola, a vincere le elezioni politiche e governare?

Fino agli anni ’70 non c’è molto da capire. Tuttavia non fu solo la glaciazione della guerra fredda ad impedire al PCI di arrivare al potere. Il fatto è che in una società regolata politicamente da normali prassi democratiche il marxismo o il giacobinismo restano mistiche della minoranza, proprie delle esperienze settarie. Il marxismo o il giacobinismo hanno senso solo in una prospettiva rivoluzionaria, quando in un paese stremato e logorato da ben concentrate pressioni di piazza, che sono solo un simulacro di volontà popolare, il potere passa di mano, nel miglior dei casi, attraverso sconquassi istituzionali, non certo col voto libero della maggioranza del corpo elettorale. Il giacobinismo è fondamentalmente il perfezionamento politico della vecchia strategia di acquistare potere attraverso minoranze organizzate, in nome di una solidarietà negativa entro e fra i vari strati sociali che fa premio su qualsiasi altra considerazione. E’ per questo che in Italia abbiamo assistito a un doppio fenomeno: come in una piramide rovesciata, tanto più la base elettorale della sinistra si è ristretta, tanto più il suo potere reale nel paese si è ampliato e ramificato.

Il massimo del consenso per il PCI coincise con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ‘60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi, ancorché poco problematici, della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, soprattutto in un paese relativamente arretrato come l’Italia, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita.

Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che un escamotage lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare pienamente l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare su sentieri vergini la stanca ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale. Gran sacerdote ne fu Enrico Berlinguer, che oggi gode di un’immeritatissima quanto ridicola fama di laica santità: se la sinistra per rialzarsi dovesse idealmente abbattere una statua, dovrebbe essere proprio la sua, e dovrebbe farlo con lo zelo di Attila.

E’ inutile che qualcuno alzi il sopracciglio, come se i suoi orecchi fossero feriti da sparate anticomuniste dell’era della pietra. E’ solo la triste verità: nonostante tutte le riverniciate a cui è andata incontro, la sinistra non è mai riuscita a liberarsi dal giacobinismo, ossia, nella propria prassi politica, dalla compulsione a richiamare nel momento critico delle campagne elettorali al militantismo anti-qualcosa coloro che sono già suoi, ossia dalla strategia della grande minoranza organizzata, ossia dalla strategia della rivoluzione, che nell’arena politica è il contrario di quella per la conquista del consenso elettorale. Perfino le formule propagandistiche apparentemente più innocue di questi ultimi anni sono state animate in realtà dallo spirito di sempre: “il governo della serietà” fu il motto di Prodi, un pleonasmo assurdo che subliminalmente rivelava ancora una volta la subordinazione della propria ragione d’essere alla presenza di un avversario provvidenzialmente portatore di valori negativi. E cos’era in fondo il “we care” veltroniano se non un altro esempio dell’indulgere quasi involontario in esercizi farisaici di selfrighteousness?

Si comprende allora come per una sorta di malefico incantesimo nel dibattito sul Che fare? che dilania il PD e la sinistra tutta manchino proprio le voci che propugnino l’opzione più naturale: il progetto di un prodotto realistico, ossia moderno ma senza infingimenti di sinistra, seducente quel tanto da far breccia nel mercato della politica; quel mercato, s’intende, popolato dalla somma degli individui che formano il corpo elettorale, compresi necessariamente coloro che oggi votano a destra, ma che non appartengono per forza ad una parrocchia. Operazione incomprensibile soprattutto per un comunista tutto d’un pezzo come D’Alema, uno che non crede assolutamente a nulla, e il cui realismo politico, tanto cinico da essere ottuso, solo nella nostra disgraziata patria può venir scambiato misteriosamente per una solida filosofia socialdemocratica; antropologicamente impermeabile alla pratica della libera impresa politica, e quindi sensibile solo ai conti dell’esistente, si è ridotto a farsi sensale della demenziale alleanza contro natura con l’UDC, il partito più apertamente vaticanista dell’intero spettro politico. Io credo in tutto, ma sperare in una sinistra ratzingeriana mi sembra voler colpevolmente abusare della generosità della Provvidenza. E, quella di cui sopra, operazione incompatibile con qualsiasi forma di alleanza suicida con Di Pietro, di cui è sempre più palese il disegno di proporsi per meriti acquisiti come l’erede legittimo del settarismo berlingueriano, la corda con la quale la sinistra si sta da decenni impiccando.

Il PD ha una sola possibilità: recuperare parte di quel dieci per cento di naufraghi alla sua sinistra (tenendo conto dei radicali) disposti a rinunciare al massimalismo in cambio di un franca dichiarazione di appartenenza alla famiglia laico-socialista europea, anche a costo del cambio della ragione sociale del partito; dimenticare Berlusconi; e porsi l’obbiettivo ambizioso di mangiare un bel po’ di voti al PDL e alla Lega Nord, tra i mangiapreti del primo e gli operai della seconda, e in genere tra gli insofferenti della leadership berlusconiana. Lo spostamento verso il centro dovrà essere un fatto culturale, non il risultato dell’inglobamento di corpi estranei. Non dovrà farsi paralizzare dalla meschina matematica dei professori di politologia. Se Giulio Cesare Berlusconi – il grande condottiero di noi di destra – avesse ragionato in quel modo non avrebbe combinato un bel nulla, anche con 100 canali televisivi a suo disposizione.

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