Il salotto Veltroni

Pare proprio che sarà il nostro Walter a celebrare, in quel di Venezia, il matrimonio fra lo stagionato George Clooney e l’avvocatessa libanese-britannica Amal Alamuddin. Sarà certamente l’apogeo della sua carriera, perché è difficile che ad un cerimoniere nato come l’ex segretario dei democratici possa capitare in futuro un’occasione migliore per legare per secoli la sua fama ad un evento di altrettanta elegante mondanità. In fondo il veltronismo non è altro che un salotto. Se Walter fosse nato donna nel settecento o nell’ottocento sarebbe stato certamente la regina di un qualche prestigioso salotto di una qualche insigne capitale europea. L’arte di attirare a sé la più variegata umanità – anche quando si trattava in fondo dell’umanità di una sola fazione – purché illustre e non ancora caduta in disgrazia, e di conciliarla per qualche ora al brusio grazioso del chiacchiericcio, faceva del salotto di queste intrallazzatrici un’isola dorata di civiltà che irraggiando tutt’intorno la sua gloria ingannevole accecava il ricco e il povero, l’ambizioso e il semplice invidioso. Questa prassi sapientemente selettiva si traduce oggi nell’inclusivo mondo veltroniano, dove tutto il materiale scelto si compone in meravigliosa armonia: dall’impegno ostentato delle icone della società civile al cretinismo modaiolo di Jovanotti, dal comunismo monacale di Berlinguer al luccichio delle star hollywoodiane.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (68)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

WALTER VELTRONI 02/04/2012 Quando, folgorato dall’amabilità di Walter e sedotto dalle infinite possibilità del ma-anchismo, si era buttato a sinistra, tra lo stupore e le risatine maliziose dei suoi colleghi della Serenissima, l’imprenditore Massimo Calearo aveva subito dato prova del suo ameno carattere, mettendo serafico le mani avanti: “Io non sono di sinistra”, disse. E lo dimostrò ampiamente, e coerentemente, con le sue uscite e le sue trasmigrazioni parlamentari. E’ da tre mesi che in pratica non va in parlamento a lavorare. “Non serve a nulla”, ha detto. Ma non si dimette, l’imprenditore con la Porsche regolarmente immatricolata in Slovacchia, anche perché “con lo stipendio da parlamentare pago il mutuo della casa di 12.000 euro al mese”. Tanto candore non ha trovato il giusto apprezzamento. Ne è nato un putiferio, al cui scoppio questo bizzarro personaggio si è come ridestato, spiegando il suo assenteismo con la volontà di rimanere vicino alla moglie, morta nei giorni scorsi dopo una grave malattia, circostanza fino ad allora misteriosamente taciuta, e decidendo di dimettersi per metter fine alle polemiche e agli insulti, ai quali ha risposto cordialmente dando degli “sciocchini” agli ex colleghi del PD. Walter Veltroni, che con l’ingaggio nelle file democratiche di un pezzo grosso dell’imprenditoria veneta pensava di aver fatto un colpo da maestro in partibus infidelium, ed è invece finito nel mirino delle critiche del popolo progressista, l’ha definito “una persona orrenda”: propria ora che nel tanfo moralistico nel quale siamo caduti la placida sfrontatezza di Calearo sa quasi di virtù.

MATTEO RENZI 03/04/2012 Il rottamatore ce l’ha coi politici che «rinunciano all’idea forte, alla visione di ampio respiro», e che «vivono alla giornata, senza mettere mano, una volta per tutte, alle regole del gioco». Lui invece, par di capire, è di tutt’altra pasta: si nutre di idee e di convinzioni profonde, che sfidano il tempo, le convenienze, le mode, le vane chiacchiere. Per metterlo in chiaro è già al suo secondo libro, «Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter», il cui titolo da cazzeggio iperbolico già ci prepara alle formidabili intuizioni del sindaco di Firenze, vere e proprie minchiate di classe purissima, come quelle di pensare «al granduca Cosimo come a un rottamatore ante litteram», ai «Medici come a banchieri favorevoli alla patrimoniale», a Dante come «modello per la sinistra». Non c’è Madre Teresa, Che Guevara neppure, ma il Jovanotto, quello c’è tutto.

ROBERTO SAVIANO 04/04/2012 Lui l’aveva detto. Cosa? Che la mafia calabrese “interloquiva” col potere politico nel nord Italia, e quindi anche con la Lega. E le indagini di questi giorni lo dimostrerebbero. E che c’è di strano? Sono decenni che le cose vanno così: prima si lanciano i palloni sonda, una paroletta buttata là; poi si comincia a cucinare la preda a fuoco lentissimo; ed infine arriva la nostra coraggiosa magistratura, che sente puzza di bruciato. Come dimostrano le indagini di questi giorni.

L’A.N.P.I. & ALBERTO PERINO 05/04/2012 A sessantasette anni dalla fine della seconda guerra mondiale esiste ancora l’A.N.P.I., l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che non è un club di reduci, perché sennò di novantenni che sparacchiarono col fucilino contro l’invasor ne resterebbero invero pochini, ma una tetra fratellanza di guardiani della democrazia, con la fissa dell’Antifascismo, della Costituzione, della Resistenza. La loro democrazia è così piena di valori indiscussi, di verità da ossequiare, di parole d’ordine, che non potete muovervi di un centimetro al di fuori di questo civico catechismo senza correre il rischio di essere sospettati di fascismo. Occhieggiar di qui e di là, e dare l’allarme, è la sciagurata occupazione di questi mezzi invasati. Alcuni dei quali, non raramente, diventano invasati del tutto, giacché sulla via della perdizione l’estremismo facinoroso è lo stadio immediatamente successivo al roboante legalitarismo. In questi casi c’è da piangere, veri e propri drammi famigliari: chi sta con l’accigliato Partito, chi con i Trotzkisti. Prendete i No-Tav, che più partigiani di loro – a loro giudizio, s’intende – non c’è nessuno. Il loro leader, Alberto Perino, se l’è presa con la sezione A.N.P.I. Vigentina di Milano, che – a sua detta – ha negato la tessera ad un resistente partigiano No-Tav arrestato per gli scontri a Chiomonte, a lui e ai suoi famigliari; e anche con Carlo Smuraglia, amico – a sua detta – della famiglia dell’arrestato, «ma anche l’avvocato di Caselli e si capisce tutto», il quale a marzo aveva organizzata un’assemblea pubblica a Milano col Procuratore Capo della Repubblica di Torino, e aveva criticato duramente l’abuso della parola “partigiano”, a dimostrazione che quando vuole il Partito ha pure il senso dell’umorismo. Perino ha parlato senz’altro di atteggiamento fascista. E la sezione A.N.P.I. di Bussoleno si è schierata con lui. Ecco, nel 2012 queste cose accadono ancora nel nostro paese. Meriterebbero di essere seppellite da una risata, se queste teste di rapa non fossero legioni.

STEFANO FOLLI 06/04/2012 Il segreto di un certo giornalismo dei piani alti è tutto racchiuso nei toni: pacati, paternalisti, guardinghi, vigliacchetti anche quando si fa la voce grossa. Questa musica uniforme, come la nebbia spessa, si adatta a tutto e tutto nasconde, specie le più disinvolte cretinate. All’editorialista del Sole24Ore, per esempio, il Monti che oggi «punta alla stabilità», che ha lavorato con successo al «compromesso possibile» sulla riformicchia del lavoro, che «non ha umiliato» le forze politiche, ma che anzi «ha restituito un ruolo a Pdl, Pd e Udc», dando consistenza politica al governo dei tecnici, pare uno statista coi fiocchi, anche se qualche mese fa il suo piagnucoloso partito, quello del Fare presto! Fare Presto! Fare presto!, lo aveva chiamato al capezzale d’Italia per fare tutto il contrario, ossia tutto il bene della patria, con piglio rivoluzionario, non guardando in faccia nessuno. Se non è proprio ebete, il lettore non manca di cogliere la sfacciata contraddizione, ma i modi felpati lo addormentano e alla fine l’infinocchiano. Cosicché il nostro amabile imbonitore è pronto a ricominciare lo scherzo, due righe più sotto, come se niente fosse: «Se si vuole fare sul serio», scrive «i prossimi nove-dieci mesi dovrebbero scuotere l’albero dei vizi italiani come mai è accaduto in passato. Ci si augura che Monti abbia voglia di rischiare. E che i partiti della grande coalizione mascherata non siano solo un freno, ma vogliano rendere un servigio al Paese. Del resto, il presidente del Consiglio ha detto pochi giorni fa di “non voler tirare a campare”. Dopo il compromesso sul lavoro, ecco l’occasione di dimostrarlo. Con i tre partiti, se vorranno seguirlo. Oppure mettendoli di fronte alle loro responsabilità, se esiteranno.» Oh cazzarola, è così che si parla! Fare sul serio! Fare sul serio! Fare sul serio!

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (54)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

WALTER VELTRONI 27/12/2011 Che sulla morte del ruvido conformista, togliendomi letteralmente le parole di bocca, ha detto: “Giorgio Bocca ha fatto la Resistenza. Sempre.” Walter, si capisce, non ha capito la propria battuta di spirito: lui fa il Giovanotto Migliore. Da sempre.

SILVIO BERLUSCONI 28/12/2011 Imprenditore di successo, di economia non ha mai capito molto. Meno di me, intendo dire. Tranquilli: De Benedetti ne capisce ancor meno. Monti invece è un tecnico, e per capire di economia bisogna essere un filosofo. Quindi il presidente del consiglio ha molte attenuanti se non capisce un tubo. Silvio fondamentalmente è rimasto fermo all’equazione + consumi = + sviluppo, che è intellettualmente sorella di quella calcistica + attaccanti = + gol, la sua preferita; di quella + difensori = – gol presi; di quella + centrocampisti = + controllo del gioco; tutte e tre false, perché il calcio, oltre che umorale, è un fenomeno spazio-temporale, non solo spaziale. Con Sacchi ebbe coraggio e fiuto, ma non capì mai veramente il segreto del suo Milan. Invece io sì, subito: sono filosofo anche in questa materia, come e più del leggendario Manlio Scopigno. Ecco dunque che anche per Silvio si annuncia la fine del mondo, solo che si «fermino i consumi». Verità che s’invera solo quando si cade nel panico generalizzato. Per vederci chiaro Silvio dovrebbe tentare di rispondere a questa domanda: perché l’Italia, perché l’Europa, perché l’Occidente sono ridotti al punto tale da non poter permettersi una sana e consapevole contrazione dei consumi, prima di riprender la marcia verso nuovi orizzonti di gloria?

[P.S. Mi corre l’obbligo di segnalare alcuni gustosi commenti alla sparata del giorno. Quando ci vuole, ci vuole. Il primo è di Zamax, il secondo di un anonimo economista, il terzo di Zamax, il quarto ancora di Zamax.

Zamax: Le mie son simpatiche smargiassate. Spero si capisca.

L’economista anonimo: No, caro mio: si capisce invece benissimo che tu ci credi, alle tue smargiassate. E non si sa se ridere o piangere. La disgrazia dell’Italia è di essere un paese di analfabeti; la tragedia, di essere un paese di analfabeti tronfi; la maledizione, di essere un paese di analfabeti tronfi e ridanciani.

Zamax: Suvvia, non sia così melodrammatico. Moi, je suis un artiste…

Zamax: Ma non eri un philosophe?]

L’ISTAT 29/12/2011 Sono i giorni delle feste natalizie ed anche il nostro valoroso istituto nazionale di statistica va in vacanza, concedendosi una scappatella nel genere fantasy. Dev’essere proprio bello per quella gente folleggiare ogni tanto. Dunque, secondo una nuovissima e poderosa indagine sul «futuro demografico del paese» nel 2065 l’Italia dovrebbe – potrebbe – avere, diciamo, 61,3 milioni d’abitanti. Circa, naturalmente. E’ una stima. Lo capisce anche un bambino che son cifre che vanno prese con le pinze. Ma è un dato indicativo e molto interessante, con una forbice compresa tra un minimo di 53,4 milioni ed un massimo di 69,1 milioni, «tenendo conto della variabilità associata agli eventi demografici». Il dato mi riempie di orgoglio. Non è molto elegante omaggiare la propria formidabile intelligenza, ma concedetemelo: anche per me è tempo di brindisi. Vi spiego: l’altro giorno ero con gli amici al bar, e non mi ricordo più come cascammo sull’argomento, ma fatto sta che ad un certo punto io dico: “Ma teste di kaiser che non siete altro! Chi può sapere quanti saremo in Italia fra cinquant’anni? Potremmo essere cinquanta milioni come settanta milioni! Dipende da molte cose.” Ero ispirato. E’ di palmare evidenza. E la scienza ha confermato l’autenticità del mio momento epifanico. Un’altra prova che anche se fede e ragione non riescono sempre ad andare a braccetto alla base della piramide dello scibile umano, al suo vertice coincidono e si compenetrano.

GLI SCAZZOTTATORI DI BETLEMME 30/12/2011 La tradizione è stata rispettata. Possiamo tirare un sospiro di sollievo. Anche quest’anno i monaci ortodossi greci e quelli non meno ortodossi armeni se le sono date di santissima ragione in quel della Basilica della Natività. Grande era l’attesa tra il pubblico e i giornalisti. Armate di scope e ramazze le due fazioni si sono presentate per le altrettanto tradizionali pulizie annuali e soprattutto per presidiare la propria zona di competenza del sacro condominio. Poi, come da copione, una scopa ha negligentemente sconfinato. E via alla sacrosanta pugna. [«Pugna», è vero, è raro e letterario, ma dopo «scopa» mi è venuto del tutto naturale.] Azioni deprecabili ma neanche tanto serie. Quand’anche la Basilica fosse stata costruita effettivamente sul posto esatto dove Gesù Bambino venne alla luce, essa non avrebbe alcun significato veramente «speciale» o «unico» per un cristiano. Il cristianesimo è la negazione di ogni feticismo territoriale, fin da quando era ancora nel grembo dell’ebraismo. Dall’alto del monte Nebo, di fronte a Gerico, Dio mostrò a Mosè la Terra Promessa ma lo avvertì: «Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.» Conveniva infatti che Mosè non vi entrasse per mostrare al suo popolo che quella Terra Promessa era soltanto ombra e promessa di una più grande Terra Promessa, che il viaggio doveva ancora proseguire prima di entrare nel definitivo «riposo» di Dio. Per questo ogni traccia terrena di Mosè fu fatta scomparire dalla sapienza del Signore e la sua tomba rimase sconosciuta fin dai giorni successivi alla sua morte. Diremo allora che Mosè non entrerà nel «riposo» di Dio? Non sia mai! Mosè è figura di Cristo: come Mosè non entra nella Terra Promessa di Israele, così Gesù fugge la folla che lo vuole Re d’Israele. Eppure lui stesso dirà: «Tu lo dici: io sono Re». Conveniva infatti che il primo Israele dovesse «morire» [come approdo messianico] producendo molto frutto, come il chicco di grano che cade per terra e «muore»: un secondo e più grande Israele, una nuova tenda «non fatta manualmente, ma eterna nei cieli» dove la morte sarà «inghiottita dalla vita», per dirla con S. Paolo, di cui ho un po’ parodiato da bricconcello impenitente il linguaggio. Anche perché, non per colpa mia, qui alla Natività siamo in clima di baruffe chiozzotte.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (20)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUCA BARBAROSSA 02/05/2011 Prototipo del sanremese impegnato – musica bolsa + testo seriosetto + sorriso stampato in faccia – è il più melenso cantautore italiano degli ultimi trent’anni: questo doppio conformismo lo portò negli anni ottanta a satireggiare con molta urbanità sulla Milano da bere e sui socialisti. A dimostrazione che anche la mediocrità ha la sua costanza, ieri era sul palco del concertone del primo maggio ad intonare “L’immunità”, parodia del famigerato capolavoro di Albano & Romina Power, di cui ha cambiato solo le parole, lasciando la musica intatta, tanto la sente sua.

AHMED OMAR BANI 03/05/2011 Che i ribelli di Bengasi avessero bisogno di addestramento l’avevamo capito dopo la prima schioppettata. Ma forse nemmeno Cameron e Sarkozy sospettavano che avrebbero dovuto cominciare con l’abc: l’uso del cervello e della favella. Ahmed Omar Bani, il giorno dopo la morte di Bin Laden, ha detto che loro, i più casalinghi ribelli che l’Africa abbia mai conosciuto, beniamini dell’ONU e della NATO, e virgulti della nuova democrazia libica, stanno aspettando il prossimo passo: “vogliamo che gli americani facciano lo stesso con Gheddafi”. E costui è il loro portavoce, quello più furbo ed esperto di tutti, il grande Ahmed, la volpe del deserto che nessuno mai infinocchiò.

NICOLAS SARKOZY 04/05/2011 La blitzkrieg che doveva incenerire nel giro di una settimana il beduino tripolitano ha avuto lo stesso strabiliante successo delle rodomontate mussoliniane, ma è noto come l’arma più potente in mano ai francesi sia l’amor proprio. Quindi Nicolas non demorde. “La Francia” ha detto fierissimo “assumerà l’iniziativa nelle prossime settimane di una grande conferenza degli amici della Libia per costruire il futuro del Paese, con tutte le sue componenti politiche, incluso – se serve – esponenti del regime di Gheddafi, a condizione che abbiano rotto con lui e non abbiano le mani sporche di sangue”. Grande, grande, grande, la Francia, anche quando il trombettiere suona una mezza ritirata. Ancor più grande sarà quando, buttando il suo grande cuore oltre l’ostacolo, e per il bene dell’umanità, e in particolare di quella italica, si assumerà la responsabilità di parlare a quattr’occhi col dittatore. Non lo potremo mai ringraziare abbastanza.

WALTER VELTRONI 05/05/2001 Spesso certe verità si fanno strada lentamente, non perché siano nascoste, ma perché vi si oppongono legioni di cretini disposti a credere a tutto, fuorché ai propri occhi e alla logica elementare: per esempio, al Berlusca bombarolo. Sicché potete affannarvi anche per tre lustri di seguito a ribattere che uno più uno fa due e non tre, ma non caverete un ragno dal buco: è solo in vista del fatidico e fisiologico ventesimo anno che la Grande Loggia detta Società Civile si accorge di aver preso un granchio. Quando Falcone saltò per aria era considerato un venduto dagli Ayatollah della sopramenzionata società; poi gli stessi lo onorarono; con Falcone e Borsellino saltarono in aria definitivamente anche la prima repubblica, il pentapartito che aveva ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni ancora un mese e mezzo prima della strage di Capaci, e Craxi, il “protettore” del Berlusca; volendo fare dietrologia da strapazzo, ma almeno logica, la morte di Falcone segnò l’arrivo di Scalfaro al Quirinale nel giro di qualche giorno, e di Violante e Caselli rispettivamente alla presidenza dell’Antimafia e a capo della Procura di Palermo nel volgere di qualche mese; e segnò anche l’inizio della famigerata “trattativa”, se ce ne fu una; nel 1993, l’anno dei bombaroli, fu il probo Conso – detto senza ironia – regnanti Ciampi e Scalfaro, a non firmare il 41bis per 140 mafiosi. Ora perfino un fior di galantuomo come Giovanni Brusca c’è arrivato: Berlusconi non c’entra niente con le stragi. Avendo però capacità divinatorie i mafiosi lo avvertirono, ancor prima della fondazione di Forza Italia, affinché una volta premier il Berlusca si mettesse di buzzo buono a lavorare per la revisione del maxiprocesso e dell’articolo in questione. Sennò bombe. Cose che puntualmente non si verificarono. Ed è logico: le farse vogliono muovere al sorriso. Impermeabile alle barzellette, l’unico che non ha capito una mazza è Walter, per il quale la Commissione Antimafia dovrà sentire il Berlusca in merito. Svegliatelo. Fra vent’anni.

ELISABETTA CANALIS 06/05/2011 Si è spogliata. Per solidarietà con tutte le bestiole maltrattate nel mondo. Per denunciare i gironi infernali in cui sono costretti a sopravvivere contro natura milioni di animali da allevamento, solo per morire al momento giusto per i nostri gusti e le nostre tasche. Per aiutare la campagna Peta “No pellicce”. Qui siamo ben lontani dalla solita volgarità gridata ed esibizionista del mondo dello spettacolo. Qui trionfa finalmente l’umanità, l’intelligenza, la sensibilità: insomma, l’impegno nel senso più nobile del termine. Ma allora perché anche qui la femmina la vogliono nuda?

Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione

Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.

Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.

Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.

Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Qui lo dico e qui lo nego

Esiste una maggioranza silenziosa del Paese, fatta di persone che lavorano, creano, faticano e che hanno fiducia nell’Italia e che, indipendentemente da come hanno votato nel passato, vogliono voltare pagina. Si ricorda cosa dicemmo alla manifestazione del Circo Massimo proprio due anni fa? C’è un paese migliore [“migliore”? Chi l’avrebbe mai detto? NdZ] di chi lo governa. Ora è il tempo di questo paese. (Walter Veltroni, intervistato da Repubblica)

In queste condizioni […] andare a elezioni dall’esito per giunta incerto sarebbe un suicidio. (Walter Veltroni, stessa intervista)

Penso a un modello […] un governo […] in grado […] di promuovere interventi immediati in almeno due settori: la lotta alla barbarie della precarietà giovanile e un nuovo patto per il lavoro, l’impresa, la produttività. (Walter Veltroni, intervistato da Repubblica)

Lo sa, per me è una ossessione civile [“civile”? Chi l’avrebbe mai detto? NdZ], questo paese si deve liberare dal suo immobilismo, […] deve fare i conti con i suoi problemi strutturali e dichiarare guerra a tutti i conservatorismi. (Walter Veltroni, stessa intervista)

I servi e le piazze

E’ bastato che qualche colonnello berlusconiano evocasse la possibilità, o sostenesse l’opportunità, di una grande manifestazione pro-Cavaliere perché dal campo dei piazzaioli di professione – senza alcuna discussione i migliori del mondo, almeno di quello reputato civile – cominciassero a piovere accuse di populismo criptofascista e schioppettassero come petardi dalla bocche e dalle penne italoprogressiste i simpatici attributi da sempre riservati alla plebe a loro insindacabile giudizio non perfettamente democratica. Da sempre, da ben prima dell’era berlusconiana. E’ l’esito scontato dei vuoti di memoria di chi scivola sul piano inclinato di un conformismo tanto comodo e gratificante da offrire a chi lo pratica l’illusione di essere originale ed emarginato, e l’ebbrezza acrobatica di gridare nel branco sentendosi puro come un agnello sacrificale, senza minimamente sospettare di star replicando i vizi del passato. E così, come per quel nostro passato che non passa mai, non ci si è neanche provati a resistere alla tentazione di disegnare il quadretto sommario di un truppa di servi e servitorelli svelti nell’accorrere, per complicità o per terragna stolidità, in difesa del padrone e dei suoi particolari interessi.

Vogliamo ricordare, a questo riguardo, che la sgradevole espressione “servo dello stato” – sgradevole in quanto la parola “servo” fa pensare ad una acquiescenza passiva, da bruto o da essere inferiore, a differenza di quel sostantivo, “servitore”, comunemente usato, ad esempio, nella locuzione “fedele servitore dello stato” – vogliamo allora ricordare che questa sgradevole espressione, prima di trasformarsi stranamente e faticosamente per reazione alla protervia terrorista in un nobile attributo dei caduti sul terreno della guerra all’estremismo politico o della guerra al crimine, fu un epiteto dispregiativo divulgato negli anni ’70 dagli ambienti dell’estrema sinistra e dall’ampia corte di chierici al seguito? Vogliamo ricordare che ad usarlo, prima degli “uomini delle istituzioni”, furono i giustizieri delle Brigate Rosse, quando rivendicavano le loro prodezze omicide?

C’è nella sinistra italiana qualcosa che ricorda l’Islam: un serrare i ranghi, volenti o nolenti, dietro alla fatwa lanciata dall’ayatollah di turno, contro partiti o persone. Una pulsione messianica che fa ancora paura e che vive ancora sotto traccia persino in certi intransigentissimi liberali ai quali le frequentazioni anglosassoni non sono state sufficienti per guarire da italianissime tare giacobine. E a cosa conduce tutto questo, ancora una volta, se non alle “piazze piene” e alle “urne vuote” di togliattiana memoria, la formula che compendia inconsapevolmente il fallimento della sinistra durante i sessanta e passa anni di vita repubblicana? La debolezza della sinistra attuale non è il frutto di cause contingenti, perlomeno non solo; è il portato di una debolezza strutturale originale, cui ci si ostina a non porre rimedio. E’ un fatto straordinario per l’Occidente, anche dal punto di vista statistico, che la sinistra italiana non abbia mai vinto le elezioni, se non in coabitazione e per il rotto della cuffia, intruppandosi in coalizioni fragilissime e eterogenee all’inverosimile, raccattando voti dai centri sociali ai conventi, e nascondendosi dietro il faccione di un ex boiardo democristiano. Questo dato macroscopico dovrebbe far riflettere i cervelloni della nostra troppo sottile intellighenzia. E invece sembra loro sfuggire, per effetto di una rimozione collettiva. C’è sempre un palazzo democristiano, una cricca craxiana, un’anomalia berlusconiana che viene loro in aiuto.

Eppure basterebbe poco per capire che mettere costantemente gli italiani di fronte al primum vivere non è una politica; non solo, che la maggioranza silenziosa dei burini è oramai un corpo mitridatizzato, che fa spallucce alle cariche dei piazzaioli, dei giornali e della magistratura. E’ proprio di questo popolo non intimidito che la sinistra ha paura; della prontezza, sorprendente per la nostra storia recente, con la quale mostra di sollevarsi senza essere aizzato; e come un esorcismo ecco allora che da tante boccucce delicate escono a fiotti le incontinenze verbali del solito razzismo salottiero contro le truppe berlusconiane che, ahinoi, votano, e che a volte si concedono, pure loro, ahinoi, di scendere in piazza. Istruttivo, da parte di gente che agita le piazzette – comprese quelle televisive – da mane a sera, e le grandi piazze puntualmente ad ogni solstizio ed equinozio, in obbedienza ai riti della superstizione antifascista o antiberlusconiana; giusto come l’anno scorso quando di questi giorni al Circo Massimo si radunò una folla percepita di due milioni e mezzo di persone (ossia duecentocinquantamila democratici di sinistra) a manifestare non si sa bene perché precisamente ma certo per la democrazia e contro il fascismo incombente, ed a ascoltare la lunga arringa di Veltroni, cui non mancarono alate parole: “Coltivare la democrazia, farla vivere e crescere ogni giorno, significa rispettare l’opposizione, riconoscere la sua funzione democratica: nelle aule del Parlamento, come nelle piazze del Paese.”

Che lo possano fare anche le casalinghe teledipendenti deve sembrar loro, suppongo, una cosa “inaudita” e vagamente hitleriana. Schernire, demonizzare, forse sognare: cari berlusconiani, hanno paura. Procediamo.

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La sinistra nel cul-de-sac

Repetita juvant? Se l’alunno è testone è perfino indispensabile: quindi mi ci riprovo. Solo per disinteressato amor patrio, ma sia chiaro che è proprio l’ultima chance che gli offro.

Per vedere chiaro nella crisi della sinistra e per capire quale dovrebbe essere la sua strategia per diventare maggioritaria nel paese, invece di esercitarsi nella filosofia degli acchiappanuvole, ci si dovrebbe rifare, con prospettiva rivoluzionaria e rivelatrice, propria dell’umile volgo, al problema della calvizie, o a quello della disoccupazione. In ambedue i casi si parla comunemente, ed erroneamente, di perdita di capelli o di perdita di posti di lavoro; quando in realtà il problema è quello della ricrescita dei capelli che ogni giorno tutti perdiamo, compresi i giovanotti dalle folte criniere; ed è quello della disponibilità di nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare tutti quelli che ogni giorno vengono eliminati nel processo di distruzione/creazione proprio delle economie più o meno libere. Ebbene, ciò che è evidente oramai da circa un ventennio, è che la sinistra, nelle sue varie metamorfosi, in tutti i suoi disperati tentativi d’imbroccare lo schieramento vincente, un po’ alla volta, come in un lentissimo e quasi impercettibile ma inesorabile processo di desertificazione vede calare i suoi voti complessivi.

Perché in Italia si chiacchiera tanto di politica, perché si perde un mucchio di tempo e si sprecano grandi fatiche in analisi storiche e sociologiche della vita dei partiti, e poi così facilmente si trascurano le questioni fondamentali sulle quali un occhio non disturbato dal frastuono mistificatore proveniente dall’interno appunterebbe con tutta naturalezza e senza sforzo la sua attenzione? E la più fondamentale delle questioni alla quale dare una risposta, per aprir gli occhi sul cul-de-sac nel quale la sinistra ancor oggi è infilata, è questa: perché in Italia, a palpabilissima differenza di quanto è successo in qualsiasi altro paese non solo europeo ma passabilmente democratico, essa non è mai riuscita, da sola, a vincere le elezioni politiche e governare?

Fino agli anni ’70 non c’è molto da capire. Tuttavia non fu solo la glaciazione della guerra fredda ad impedire al PCI di arrivare al potere. Il fatto è che in una società regolata politicamente da normali prassi democratiche il marxismo o il giacobinismo restano mistiche della minoranza, proprie delle esperienze settarie. Il marxismo o il giacobinismo hanno senso solo in una prospettiva rivoluzionaria, quando in un paese stremato e logorato da ben concentrate pressioni di piazza, che sono solo un simulacro di volontà popolare, il potere passa di mano, nel miglior dei casi, attraverso sconquassi istituzionali, non certo col voto libero della maggioranza del corpo elettorale. Il giacobinismo è fondamentalmente il perfezionamento politico della vecchia strategia di acquistare potere attraverso minoranze organizzate, in nome di una solidarietà negativa entro e fra i vari strati sociali che fa premio su qualsiasi altra considerazione. E’ per questo che in Italia abbiamo assistito a un doppio fenomeno: come in una piramide rovesciata, tanto più la base elettorale della sinistra si è ristretta, tanto più il suo potere reale nel paese si è ampliato e ramificato.

Il massimo del consenso per il PCI coincise con l’inizio della sua crisi: la maschera che stava cadendo dalla facciata del socialismo reale, gli immensi genocidi cambogiani, il venire allo scoperto del dissenso nell’Europa orientale, la pubblicazione di opere come Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn, la realtà di un terrorismo domestico incubato nel proprio seno, tutto ciò spinse più o meno consapevolmente la sinistra italiana a un generale, mimetico tentativo di restyling della propria identità. Ciò era una conseguenza inevitabile dei grandi cambiamenti culturali degli anni ‘60. In Occidente le masse, dopo i tempi duri e virtuosi, ancorché poco problematici, della rinascita economica dell’immediato dopoguerra, si stavano già accomodando sulla poltrona del welfare system a raccogliere i frutti del proprio lavoro. Così un’involuzione statalista nell’arte di governo conviveva con confuse, ma profonde e generalizzate rivendicazioni libertarie nei costumi, soprattutto in un paese relativamente arretrato come l’Italia, e il bene si mischiava al male al massimo grado com’è sempre successo nei momenti di crisi di crescita.

Dall’urgenza di questa mimesi salvifica nacque il quotidiano La Repubblica, il breviario della setta sedicente democratica, il patetico parto dell’Eurocomunismo – il comunismo debole e democratico europeo, ossia italiano, niente di più che un escamotage lessicale – e il lancio in pompa magna della cosiddetta questione morale. Per una sinistra che a tutt’oggi non ha saputo superare pienamente l’asticella della socialdemocrazia la questione morale è stata la continuazione del comunismo con altri mezzi, una riuscita strategia di comunicazione messa in atto dal suo ufficio di propaganda per perpetuare su sentieri vergini la stanca ortodossia dell’antropologia antifascista e veteroresistenziale. Gran sacerdote ne fu Enrico Berlinguer, che oggi gode di un’immeritatissima quanto ridicola fama di laica santità: se la sinistra per rialzarsi dovesse idealmente abbattere una statua, dovrebbe essere proprio la sua, e dovrebbe farlo con lo zelo di Attila.

E’ inutile che qualcuno alzi il sopracciglio, come se i suoi orecchi fossero feriti da sparate anticomuniste dell’era della pietra. E’ solo la triste verità: nonostante tutte le riverniciate a cui è andata incontro, la sinistra non è mai riuscita a liberarsi dal giacobinismo, ossia, nella propria prassi politica, dalla compulsione a richiamare nel momento critico delle campagne elettorali al militantismo anti-qualcosa coloro che sono già suoi, ossia dalla strategia della grande minoranza organizzata, ossia dalla strategia della rivoluzione, che nell’arena politica è il contrario di quella per la conquista del consenso elettorale. Perfino le formule propagandistiche apparentemente più innocue di questi ultimi anni sono state animate in realtà dallo spirito di sempre: “il governo della serietà” fu il motto di Prodi, un pleonasmo assurdo che subliminalmente rivelava ancora una volta la subordinazione della propria ragione d’essere alla presenza di un avversario provvidenzialmente portatore di valori negativi. E cos’era in fondo il “we care” veltroniano se non un altro esempio dell’indulgere quasi involontario in esercizi farisaici di selfrighteousness?

Si comprende allora come per una sorta di malefico incantesimo nel dibattito sul Che fare? che dilania il PD e la sinistra tutta manchino proprio le voci che propugnino l’opzione più naturale: il progetto di un prodotto realistico, ossia moderno ma senza infingimenti di sinistra, seducente quel tanto da far breccia nel mercato della politica; quel mercato, s’intende, popolato dalla somma degli individui che formano il corpo elettorale, compresi necessariamente coloro che oggi votano a destra, ma che non appartengono per forza ad una parrocchia. Operazione incomprensibile soprattutto per un comunista tutto d’un pezzo come D’Alema, uno che non crede assolutamente a nulla, e il cui realismo politico, tanto cinico da essere ottuso, solo nella nostra disgraziata patria può venir scambiato misteriosamente per una solida filosofia socialdemocratica; antropologicamente impermeabile alla pratica della libera impresa politica, e quindi sensibile solo ai conti dell’esistente, si è ridotto a farsi sensale della demenziale alleanza contro natura con l’UDC, il partito più apertamente vaticanista dell’intero spettro politico. Io credo in tutto, ma sperare in una sinistra ratzingeriana mi sembra voler colpevolmente abusare della generosità della Provvidenza. E, quella di cui sopra, operazione incompatibile con qualsiasi forma di alleanza suicida con Di Pietro, di cui è sempre più palese il disegno di proporsi per meriti acquisiti come l’erede legittimo del settarismo berlingueriano, la corda con la quale la sinistra si sta da decenni impiccando.

Il PD ha una sola possibilità: recuperare parte di quel dieci per cento di naufraghi alla sua sinistra (tenendo conto dei radicali) disposti a rinunciare al massimalismo in cambio di un franca dichiarazione di appartenenza alla famiglia laico-socialista europea, anche a costo del cambio della ragione sociale del partito; dimenticare Berlusconi; e porsi l’obbiettivo ambizioso di mangiare un bel po’ di voti al PDL e alla Lega Nord, tra i mangiapreti del primo e gli operai della seconda, e in genere tra gli insofferenti della leadership berlusconiana. Lo spostamento verso il centro dovrà essere un fatto culturale, non il risultato dell’inglobamento di corpi estranei. Non dovrà farsi paralizzare dalla meschina matematica dei professori di politologia. Se Giulio Cesare Berlusconi – il grande condottiero di noi di destra – avesse ragionato in quel modo non avrebbe combinato un bel nulla, anche con 100 canali televisivi a suo disposizione.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Bandiera verde la trionferà

Ai bei tempi quando i comunisti erano rossi, e fieri di esserlo, nell’Unione Sovietica Felix i Gosplan, le Commissioni statali per la Pianificazione, sfornavano i famosi piani quinquennali di sviluppo economico, la cui favolosa efficienza non ha mai sofferto le dure smentite della Storia. Ora che il vecchio Partito Comunista Italiano gioca in serie A col nome di Partito Democratico, non poteva certo essere da meno dei confratelli dell’epoca del Piccolo Padre. Ecco dunque il grandioso piano decennale – rigorosamente da un milione di posti di lavoro tondo tondo – rigorosamente in dieci punti tondi tondi – annunciato da Walter Veltroni in occasione di un convegno organizzato dagli Ecologisti Democratici, il Comitato Centrale della consapevolezza biodemocratica. Se Iosif Vissarionovic Dzhugashvili, passato alla storia col mitico nome di Stalin (“d’acciaio”), aveva un debole giustificatissimo per l’industria pesante, il braccio armato della Rivoluzione economica rossa, per il nostro gentile Timoniere “La Rivoluzione verde è l’unica leva di sviluppo dell’economia occidentale”. Il piano è “serio”. E in sintesi questi sono i dieci punti del Decalogo Economico:

Ascolta, è il Segretario del Partito che ti parla:

  1. Tu costruirai, acquisterai, abiterai solo edifici ecologici
  2. Tu acquisterai e guiderai solo auto ecologiche
  3. Tu ti muoverai solo con mezzi di trasporto ecologici
  4. Tu acquisterai e userai solo elettrodomestici ecologici
  5. Onora e sostieni la bioenergia
  6. Onora e sostieni i bioregolamenti
  7. Onora e sostieni il bioturismo e la bioagricoltura
  8. Onora e sostieni la bioricerca
  9. Onora e sostieni il bioriciclo dei rifiuti
  10. Onora e sostieni le bioinfrastrutture

Se osserverai queste regole lo Stato ti premierà con sconti e facilitazioni finanziati dalle tasche dei controrivoluzionari, già fin d’ora colpevoli nel loro cuore di crimini contro l’umanità. Evviva l’ecocomunismo e la libertà!

Oggettivamente

Segno dei tempi, ma saranno tempi dal fiato corto, torna “oggettivamente”, l’avverbio cult di una generazione di estremisti rossi, che negli anni settanta serviva immancabilmente a far quadrare il cerchio delle argomentazioni accusatorie negli avvisi pubblici di garanzia spediti dalla propaganda progressista ai segnati d’infamia, ossia a marchiare la selvaggina riservata alle doppiette dei brigatisti. A riportarla in auge – ufficialmente – non poteva essere che barbapapà Eugenio Scalfari, nel pieno di un attacco di giorgiobocchismo, la gotta dei Republicones di età veneranda, laici Mosè che ormai disperano di vedere la terra promessa liberata dai Berluscones. Strano e mostruoso vedere dei vecchi andare così grevemente per le spicce, proprio quando un corpo stagionatissimo ma non guasto nell’animo già dovrebbe pregustare la tonificante levità del suo posticino tra le nuvolette della patria celeste. Eccoti invece questa madeleine proustiana dal puzzo di ciclostile per i sopravvissuti degli anni formidabili:

Le parole del governo alimentano la loro rabbia. Il decreto dei tagli è offensivo. La Gelmini è oggettivamente offensiva. Maroni, che proclama denunce, è oggettivamente offensivo dove l’avverbio serve a sottolineare la stupidità dei comportamenti di fronte alla serietà dei problemi.

Avrebbe potuto scrivere in italiano: “stupidi e incapaci”. Invece no: “offensivo” serve a convogliare nel volgo l’idea dell’arbitrarietà e della violenza consapevole, in una parola “fascista”. Anche se Mariastella è talmente scema da non arrivarci, la sua è una stupidità colpevole, meritevole del patibolo mediatico. Per ora. Oggettivamente. (Sinceramente, a puro titolo personale e da un puro punto di vista estetico, penso che vedere il tenero collo del ministro offerto al boia, la graziosa testolina spiccata di netto, tra le grida belluine dei pantofolai democratici della nostra penisola, sarebbe estremamente accattivante: un quadretto che illustrerebbe per secoli le future Storie d’Italia. Senza contare l’indotto religioso generato da una Santa Mariastella Decollata così sexy, e il dono fecondo all’Arte di un soggetto imperituro, un San Sebastiano per incalliti eterosessuali.)

Ho già scritto una volta, e forse più d’una volta, che la sinistra italiana se vuole rinascere deve morire. Lo ripeto. E’ inutile cambiar nome se non si scende dal piedistallo giacobino. Se oggi Berlusconi “regna” la colpa è di questi enciclopedisti inaciditi, che hanno dichiarato una guerra ideologica ad un avversario politico, nel solco di una vecchia tradizione che però nel passato colpiva più subdolamente, rappresentandolo apertamente come un’anomalia da espellere dal corpo della nazione. Divenuto un outsider Berlusconi non poteva che vincere o essere distrutto. E’ anche per questo che il partito del Corriere della Sera per tre lustri gli ha preferito la sinistra, conscio che un appoggio dato all’outsider, nel caso di una sua sconfitta, avrebbe comportato la distruzione dei suoi sodali. Ma con le ultime elezioni Berlusconi ha vinto la guerra, quale che sia il suo futuro. E dalle parti di via Solferino hanno preso atto. 

Oggi la sinistra ha perso il suo potere d’intimidazione sull’establishment economico-finanziario e si ritrova prigioniera di un radicalismo di massa minoritario e senza speranze. Le intemperanze verbali di Veltroni negli ultimi giorni, tratte a piene mani dal solito Corano antifascista, significano che essa è incapace di uscire dalla sua natura settaria, e che inconsapevolmente ha raccolto tutte le sue forze per chiudere la sua storia con uno spettacolare quanto voluttuoso naufragio.

La Messa del Circo Massimo

Ci sono andati in tanti. Due milioni e mezzo secondo gli organizzatori. Duecentomila secondo la questura. La differenza è solo apparente: un democratico italiano – di sinistra – vale almeno una dozzina di italiani normalmente dotati, anche se della stessa razza. E quindi i conti tornano. Il preambolo numerico gioiosamente annunciato, propedeutico all’esorcismo collettivo per liberare il corpo dell’Italia dai demoni, è solo l’inizio del rito. Il Partito Democratico, dice Walter, è il più grande partito riformista che l’Italia abbia mai conosciuto. Di nuovo c’è che rappresenterebbe la parte migliore del paese. Questo è infatti il primo avvertimento rivolto a Berlusconi perché l’intendano tutti quei lazzaroni dei suoi supporters: “L’Italia è un paese migliore della destra che lo governa.” Intanto. Poi arriva il secondo: “L’Italia è un grande paese democratico, un paese che ama la democrazia.” Che serve solo come rampa di lancio per l’intimidazione finale, non prima del classico furto con destrezza e a cadavere ancora caldo della memoria del defunto padre della repubblica Vittorio Foa, il cui spirito è stato richiamato in terra ancor prima di giungere al settimo cielo, attraverso la benedizione di un grande striscione. Pure questa risolutiva ingiunzione è un promettente segnale del nuovo corso riformista: “L’Italia, signor Presidente del Consiglio, è un paese antifascista.”

Sembra, a quanto dice Walter, che Berlusca, sollecitato per l’ennesima volta ad una pubblica professione di fede antifascista, abbia risposto infastidito di non aver tempo da perdere. Voglio dire a Walter che Silvio è stato troppo educato. Siccome mi sento parte in causa, in qualità di rappresentante dell’Italia peggiore, e libero da parentele imbarazzanti, voglio rispondere io alla domanda: con un bel rutto liberatorio e democratico, liberaldemocratico. Dopo di che potete continuare con il mantra che recitate da sessant’anni: noi di sinistra siamo contro la mafia, non so voi; noi di sinistra siamo contro il razzismo, non so voi; noi di sinistra siamo per la legalità, non so voi. La meglio gioventù, la meglio maturità, la meglio vecchiaia ecc. ecc.

Unico sussulto: “il Piano Organico” per risollevare il paese, sufficientemente di sinistra in quanto “piano”, ma anche sufficientemente umano in quanto “organico”; così la pensava anche il nostro beneamato Duce Benito Mussolini proprio ai tempi del New Deal col suo “Stato organico, umano che vuole aderire alla realtà della vita”, roba che neanche Tremonti nei suoi sogni più trasgressivi avrebbe mai osato immaginare.

Be’, continuate: maledite, benedite, salmodiate. Ma non perdete la speranza. Dài che prima o poi arriva la fine del mondo, e con essa l’Angelo Sterminatore e le chiavi della Nuova Gerusalemme Tricolore. Amen.

Gli ultimi fuochi

Com’è chiaro a chiunque si periti di dare un’occhiata panoramica alla storia del nostro paese, e non si faccia inghiottire dalla rumorosa quotidianità della cronaca di questi ultimi anni, non è Berlusconi l’anomalia della vita politica italiana. Al contrario, di qui a qualche decennio nei libri di storia si scriverà che Sua Emittenza, piaccia o no, sarà l’uomo che ha messo fine a quest’anomalia. Nessun paese europeo ha convissuto, per sessant’anni, con al suo interno una fazione potente ed organizzata che ha veicolato ossessivamente nel corpo della nazione l’idea dell’illegittimità politica e morale, non potendo essere formale, di governi e maggioranze regolarmente elette. Un filo rosso unisce i clerico-fascisti mafiosi-servi-degli-amerikani democristiani, e i socialisti-ladri mafiosi-servi-degli-amerikani craxiani, all’uomo nero Berlusconi. La difesa della Costituzione, le grida al tradimento della Resistenza, l’ansia giustizialista di processare gli avversari politici, sono stati concetti e tratti comuni, non a caso, assolutamente non a caso, sia ai capibastone del pensiero sedicente democratico sia al suo sottoprodotto criminale delle Brigate Rosse, che alla liturgia macabra, legalitaria, del processo mai rinunciarono. 

A questa fazione non è riuscito di mangiarsi il paese poco a poco, nonostante che, dagli anni ’80 in poi, cercasse di accelerare i tempi di questa scalata tutta interna al potere stante l’inaridirsi del consenso elettorale. E, nonostante il golpe – quello vero – di Mani Pulite, è stata rigettata dal paese, trovando un baluardo insuperabile – com’è beffarda la storia! – nel magnate brianzolo ex piazzista di aspirapolveri. Che vita politica, che matura democrazia possa essersi sviluppata in un paese costretto a ispirarsi nelle sue scelte più importanti – sempre – al primum vivere, lo si può ben immaginare: settarismo da una parte, immobilismo – per arroccamento, per scelta o per paura – dall’altra. E in quest’ultimo quadro non può sfuggire che dopo la resa democristiana, pur nella loro contraddittorietà e confusione, il leghismo, Craxi e Berlusconi abbiano significato delle pulsioni modernizzatrici e normalizzatrici nel paese. Che oggi hanno vinto ed impongono alla sinistra di cambiare se stessa.

In questi giorni la sinistra postulivista, pur di non dover atterrare dove dovrà atterrare, offre spettacoli tragicomici:

  1. Veltroni, leader dell’ircocervo democratico, va in Europa ed è costretto a dire che “non siamo socialisti” tra lo sguardo sbalordito dei suoi compagni d’oltralpe, che ormai ne hanno le palle piene.
  2. Il trebbiatore Di Pietro, per ora non ancora a petto nudo, raduna in piazza i suoi manipoli di arditi democratici.
  3. D’Alema, proprio lui!, cerca di rimetter in vita l’Unione. Questo D’Alema è veramente spassoso. Un trattato vivente di antropologia comunista. Ai tempi di Prodi manganellava con gusto l’estrema sinistra e flirtava con Monty. Ai tempi di Veltroni flirta con l’estrema sinistra e bacchetta i puristi del PD. E sempre con la stessa gelida espressione che non ammette dissensi. Secondo me merita di essere un giorno imbalsamato come homo sovieticus di razza purissima. Lo dico per la salvaguardia della biodiversità che la globalizzazione minaccia, e quindi credo che il governo dovrebbe stanziare una somma ad hoc, sempre che abbia a cuore la nostra identità.
  4. Perfino quei cattolici tristi e castigatissimi, per cui la Valle di Lacrime di questa terra che Dio ci ha preparato merita una ritoccatina per il peggio (perché loro la sanno più lunga di Dio), ringalluzziti dall’impasse veltroniana, tentano, con l’aiuto della Provvidenza, una OPA sui resti del Partito Democratico, e dalle pagine del settimanale per famiglie menano botte da orbi contro il governo fasciorazzista.

Beh, ora che le melodie neogolliste della maggioranza berlusconiana ha toccato le corde del cuore di una buona parte dell’opinione pubblica, sembrerebbe quasi che io, cui i tremontismi vanno indigesti, presagendo un bipartitismo di fatto composto da un Partito Conservatore d’impronta paternalistica e un Partito Socialdemocratico, tuttavia me ne rallegrassi. Ebbene, sì, me ne rallegro: natura non facit saltus. Di grazia, in quale altro paese dell’Europa, continentale perlomeno, esiste un quadro politico dominato da una forza Liberale-Conservatrice ed un’altra Liberale-Progressista? E perché noi – per un capriccio della storia – dovremmo essere improvvisamente pronti per il Grande Balzo in Avanti? Ma me ne rallegro perché finalmente questa è una base seria, in armonia con la realtà italiana, da cui muovere per un’evoluzione liberale del nostro paese. Perché nel passato questa non è mai dipesa, come pensa il liberalismo d’impronta illuminista, dall’imposizione di una cultura o dal diffondersi di un’istruzione orientata in tal senso, ma dal grado di solidarietà effettivo di una società. L’estinguersi degli odi più profondi, l’estinguersi di una fazione che è stata modello e garanzia per il moltiplicarsi del tribalismo italiano, sta già producendo i suoi piccoli e significativi effetti. La ruota sta lentamente cominciando a girare: lo vediamo, confusamente ma inequivocabilmente, sul fronte dei rifiuti, della TAV, del nucleare. Come scrissi qualche tempo fa:

Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli.

Update del 08/07/2008: Massimo Teodori sul Giornale:

La verità è che questo piccolo e cangiante nucleo, di volta in volta giacobino, girotondino, movimentista e massimalista, ha prosperato nelle pieghe della sinistra perché il Partito comunista prima, ed i suoi eredi Pds e Ds poi, se ne sono sempre serviti senza prendere le distanze. Per dirla in una parola, la sinistra comunista e postcomunista non ha mai compiuto una svolta liberale o socialdemocratica, come nel resto dell’Occidente; e quando Bettino Craxi ha portato i socialisti fuori dal frontismo, è stato irrimediabilmente fatto fuori.