Italia

Una grande ombra di menzogna

«Siamo [noi “lealisti”, NdZ] quelli che si rifiutano di accettare che 20 anni di nostra storia, di passione, di idee, di coinvolgimento di milioni di italiani attorno a Berlusconi possano essere raccontati come un romanzo criminale.» Raffaele Fitto ha perfettamente ragione. E’ questo il nocciolo della questione. Tuttavia quelli fra i “lealisti”, della politica o dei media, che giurano di «non voler morire democristiani» o si disperano del fatto che a loro «toccherà morire democristiani» fanno lo stesso errore deprecato da Fitto. Sono degli ingenui che parlano il linguaggio della sinistra.

Sono parole, quelle sui democristiani, che implicano un’adesione (ancorché involontaria) alla vulgata sulla storia dell’Italia repubblicana che la propaganda di sinistra ha diffuso nel paese per decenni. Dirle significa veramente «raccontare i 40 e passa anni della Dc come un romanzo criminale». Alla Dc la storia aveva affidato un compito: rappresentare l’elettorato conservatore italiano. La storia della Dc non è quella di un lungo romanzo criminale, ma quello di un lento e progressivo suicidio politico-culturale e di una lenta e progressiva diserzione dal proprio elettorato, e quella di una lenta e progressiva resa. I democristiani sopravvissuti a Mani Pulite, in genere, non sono mai guariti dal risentimento verso chi li aveva salvati, Berlusconi, perché quel dilettante salvandoli li aveva umiliati, dimostrando loro, sedicenti professionisti, che la sconfitta non era scontata, e che c’era tutto un elettorato da recuperare, quello che loro per viltà avevano abbandonato. E’ questo risentimento che li spinge di nuovo a piegarsi all’aggressività della sinistra post-comunista ma sempre-giacobina e a sposare l’antiberlusconismo. Il vero “orgoglio democristiano” perciò non può essere antiberlusconiano. Se lo è nasconde una resa.

Non fu un romanzo criminale neanche il decennio craxiano, naturalmente. Non lo è stato il ventennio berlusconiano. Ma fino a quando la sinistra italiana non farà i conti con la propria storia, la storia degli avversari politici sarà sempre e necessariamente quella di un romanzo criminale: la Dc era criptofascista e corrotta; il berlusconismo pure; il nuovo centrodestra, se non rinnegherà Berlusconi, pure: corrotto e criptoberlusconiano, ossia criptofascista. E’ una grande ombra di menzogna che confonde le menti e storpia il linguaggio. Cerchiamo perciò di non essere fessi. In politica le parole sbagliate hanno spesso gli stessi effetti del fuoco amico.

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Articoli Giornalettismo, Italia

Il «berlusconismo» e la Dc

Vi prego di osservare una cosa. Da un bel po’ di tempo ormai sui giornali piccoli e grossi di sinistra e su quelli grossi di centro che guardano a sinistra, cioè su quasi tutta la stampa italiana, si possono leggere frasi come queste: «Ah, se anche noi in Italia avessimo una destra europea!», oppure: «Perché in Italia non esiste un centrodestra europeo, un centrodestra come la Cdu tedesca per esempio?», oppure: «Perché da noi un moderno partito liberal-conservatore, di cui avremmo tanto bisogno, non riesce a mettere radici?» Osservate queste parole: «destra», «centrodestra», «partito liberal-conservatore». Sono parole che fino a vent’anni fa, in Italia, non avevano nemmeno cittadinanza politica. Se qualcuno li avesse definiti di «centrodestra», i democristiani avrebbero guardato costui come un marziano affetto da coprolalia. Ora invece queste parole vengono usate tranquillamente, e spesso per attaccare il «berlusconismo». Eppure è proprio l’immondo «berlusconismo», con la sua ventennale resistenza, che le ha fatte accettare nel dibattito politico. Prima non potevate usarle, cari i miei scribacchini. E’ il «berlusconismo» che ha europeizzato il linguaggio politico italiano!

Il «berlusconismo» non è stato un fenomeno anti-democristiano. La Dc governò il paese per quarant’anni, grazie alla glaciazione dovuta alla guerra fredda, ma lasciò, per quieto vivere e per viltà, che il Pci lo facesse suo. Lasciò alla sinistra raccontare la storia dell’Italia repubblicana. La storia di un’Italia governata da un regime corrotto e cripto-fascista, alla quale solo la responsabile presenza del Pci garantiva un resto di democraticità foriero di speranza, fino al giorno in cui, con il crollo del regime, il tempo della vera «liberazione» e della «democrazia compiuta» (esemplare parto linguistico giacobino) sarebbe arrivato nel nostro paese. E’ obbedendo a questo schema mentale che molti giovanotti impazienti presero le armi negli anni settanta. Ed è l’identico schema mentale che oggi la sinistra mantiene nei confronti del «berlusconismo», e che le impedisce di essere, nello spirito, veramente socialdemocratica e veramente europea. Quando la Dc crollò sotto i colpi di Mani Pulite era da almeno un quarto di secolo che, irretita dall’aggressività del Pci, non parlava più all’elettorato conservatore italiano. La Dc si era involuta, parlava il linguaggio della sinistra, ed ormai aveva ben poco in comune con le esperienze politiche delle altre «destre» europee, compresi i cristiano-democratici tedeschi (chi si sarebbe mai potuto immaginare a quei tempi, tanto per dire, un Franz Josef Strauss italiano? Per gli standard imposti dalla vulgata rossa sarebbe stato un fascista fatto e finito!). La Dc, nei fatti, era uscita dall’alveo europeo.

Il «berlusconismo» non ha rappresentato una reazione alla Dc ma una risposta alla degenerazione della Dc. E’ il «berlusconismo» che ha liberato di prigione il liberalismo, il liberismo, il conservatorismo, la destra, il centrodestra, il presidenzialismo, la protesta fiscale, parole e temi cari al conservatorismo politico occidentale. Per la politica italiana si è trattato, nei fatti, di una grande operazione culturale di «normalizzazione europea» e di verità. E’ per questo che gli avversari del «berlusconismo» – in primis l’anomala sinistra italiana mai diventata nello spirito socialdemocratica, e quindi timorosa di questa luce rivelatrice – hanno reagito con una massiccia operazione di depistaggio, puntando i fari sui suoi aspetti pittoreschi ed irripetibili, tutti riconducibili alla figura fuori dell’ordinario di Berlusconi, l’outsider possente capace di rompere l’incantesimo. Operazione alla quale, naturalmente, i giornali dell’establishment si sono adeguati, come dapprima si erano adeguati alla vulgata rossa, veicolandola poi in tutto l’orbe terraqueo.

Il «berlusconismo», in senso stretto, finirà con la fine della vita politica di Berlusconi. E questa fine ormai è vicina. Ma chi alla luce delle ultime vicende vede in essa la vittoria del vecchio, insulso, infecondo centrismo democristiano sbaglia. I «popolari» che hanno scelto di appoggiare il governo Letta, vincendo il braccio di ferro col loro vecchio leader, sono stati tutti battezzati o ribattezzati da Berlusconi. La colombella Quagliariello è il teorico del gollismo italiano: la differenza coi vecchi democristiani andati a male è enorme. Il «berlusconismo» ha riportato la vecchia Dc nell’alveo europeo. Poi, chiusa la partita «popolare», si aprirà giocoforza la dolorosa partita «socialdemocratica», sempre rimandata grazie all’oppio berlingueriano della «questione morale», ossia la continuazione del comunismo con altri mezzi. Chiusa quella, la vera normalizzazione e pacificazione del quadro politico italiano sarà portata a termine. E’ questo il significato storico del «berlusconismo».

Un’ultima osservazione. La politica vista da vicino farà sempre schifo, l’opportunismo e il piccolissimo cabotaggio continueranno ad essere esasperanti, l’incapacità di pensare a lungo termine irrimediabile. E ai sostenitori del liberal-conservatorismo il nuovo centrodestra continuerà ad apparire disperatamente «socialista». Come lo sono in gran maggioranza i centrodestra europei. Ma quella è un’altra partita. Da gesuiti.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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La lezione di Moro e quella di Scalfari

Nel suo ultimo articolo su Repubblica Eugenio Scalfari racconta di un colloquio avuto con Aldo Moro il 18 febbraio 1978, quindi poco prima che quest’ultimo fosse rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse. In quell’occasione il presidente della Democrazia Cristiana avrebbe detto:

Molti si chiedono nel mio partito e fuori di esso se sia necessario un accordo con i comunisti. Quando si esaminano i comportamenti altrui bisogna domandarsi anzitutto quale è l’interesse che li motiva. Se l’interesse egoistico c’è, quella è la garanzia migliore di sincerità. E qual è l’interesse egoistico della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza: se continua così, questa società si sfascerà, le tensioni sociali non risolte politicamente prendono la strada della rivolta anarchica e della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del Paese e affonderemo con esso. Noi non siamo in grado di “tenere” da soli un Paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle maggiori forze politiche stia all’opposizione. Su questo punto il mio e il suo pensiero sono assolutamente identici. Dopo la fase dell’emergenza si aprirà quella dell’alternanza e la Dc sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi.

Io non credo affatto che queste fossero le esatte parole di Moro. Può darsi che rispecchino in parte il suo pensiero. Ma così schiette e ben allineate al pensiero scalfariano sembrano piuttosto le parole di un prigioniero che la Sindrome di Stoccolma ha ridotto al punto tale da servire da ventriloquo a chi lo tiranneggia. Inoltre esse in realtà costituiscono un mosaico di frasi estrapolate dalla lunga intervista che Repubblica pubblicò solo il 14 ottobre 1978, ossia cinque mesi dopo la morte di Moro, quando il presidente DC non poteva né smentire né confermare. Ed inoltre ancora, da quella intervista è chiaro come per Moro la necessità della “solidarietà nazionale” nascesse più dalle insufficienze democratiche del PCI che dai demeriti della DC: il PCI era un partito che le forze di maggioranza dovevano “adottare” per sottoporlo ad un tirocinio democratico, alla fine del quale a presidiare la sinistra italiana sarebbe stato un partito “costituzionale”; dopodiché, compatibilmente con la situazione internazionale (eravamo ancora al tempo della guerra fredda), anche in Italia avremmo potuto avere, finalmente, un quadro politico normale nel quale l’alternanza politica alla guida del governo sarebbe stata libera da ogni aspetto traumatico. L’anomalia comunista poteva portare invece il paese al disastro, e i governanti da questo disastro sarebbero stati inghiottiti: ecco dunque l’interesse “egoistico” della DC a far sì che si formasse in Italia un’opposizione, diremmo oggi, “non antagonista”. Era una specie di disegno giolittiano applicato ai comunisti di fine secolo e non più ai socialisti d’inizio secolo. Ma, per altri versi, anche così scalfarianamente confezionato è un discorsetto illuminante, perché fa vedere, a coloro che intonando le fruste litanie antiberlusconiane s’immaginano di dare voce alla dissidenza democratica in Italia, come il nostro paese, Berlusconi o non Berlusconi, sia sempre sull’orlo dello sfascio, che chi governa – e non è di sinistra – sia sempre posto davanti ad una scelta responsabile quanto obbligata, che è quella di non ignorare il malcontento, di non esercitare “unilateralmente” il proprio legittimo potere, pena la radicalizzazione dello scontro e la disgregazione del paese. Scalfari lo tira fuori per applicarlo alla situazione attuale, ma così facendo così contraddice uno dei dogmi capricciosi della propaganda progressista: la pretesa “anomalia” berlusconiana. E dimostra invece come la costante anomalia della nostra vita politica, ivi compreso l’immancabile appello alla parte “migliore e più consapevole” della classe politica a destra del partitone di sinistra, stia in una certa visione distorta, pervicacemente coltivata, della nostra storia neanche più tanto recente. La verità è che non usciremo mai dalla vera emergenza, che non arriveremo mai non tanto a quella baggianata insulsa della “democrazia compiuta”, ma piuttosto ad una prosaica normalità occidentale, fino a quando a sinistra la lotta politica si farà tirando il sasso e nascondendo la mano, nel modo già descritto due anni fa dal sottoscritto:

… se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (…) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Il fantasma del partito cattolico

Gran confusione sotto il cielo del nuovo partito “cattolico”. La speranza di far fuori Berlusconi prima della fine naturale della legislatura è riuscita a nobilitare quest’idea stravagante perfino fra gli anticlericali. Così il nulla a forza di chiacchiere interessate si è condensato fino a formare una nuvola vaporosa che aleggia sopra il centrodestra. Sappiatelo fin d’ora: non se ne farà nulla, del nulla. Tutto il dibattito sul futuro dei cattolici in politica, sul futuro del PDL, sul passato chiamato Democrazia Cristiana, è falsato dall’interpretazione del berlusconismo come fenomeno eccezionale ed anomalo della vita politica italiana. In realtà, come non è mai esistito, nella testa degli elettori, un partito “di Berlusconi” vero e proprio, così non è mai esistito, nella testa degli elettori, un vero e proprio partito “dei cattolici” che si identificasse con la Democrazia Cristiana.

Nel dopoguerra alla Balena Bianca capitò semplicemente di raccogliere il consenso dell’elettorato conservatore, moderato, filo-occidentale e anticomunista, cattolico o no che fosse. Fu l’emergenza e l’istinto di conservazione a spingere gli italiani spaventati dal fronte popolare social-comunista ad aderire in massa al “fronte popolare” cattolico. A differenza però degli altri paesi europei al di qua della cortina di ferro, l’Italia fu l’unico paese a vivere politicamente il blocco della guerra fredda al proprio interno. Per la Democrazia Cristiana il potere politico divenne una specie di sinecura. Ed essa col tempo si curò sempre meno di trovare una sintesi programmatica delle varie istanze provenienti dall’elettorato che essa rappresentava. Ciò impedì la nascita in Italia di un partito conservatore moderno: non quel magnifico, illuminato consesso di uomini esperti e disinteressati partorito dalla mente astratta e furiosa dei nostri liberali, ma un decente contenitore politico in armonia coi tempi e con la storia del popolo italiano. In Francia la cosa si concretizzò col gollismo. In Germania (Ovest) con la CDU-CSU. Perfino in Spagna bastarono pochi anni di vita democratica perché Alianza Popular, un partito di destra relativamente piccolo, originariamente votato dai nostalgici del franchismo, coagulasse intorno a sé altre formazioni politiche e il consenso dell’elettorato moderato-conservatore, e formasse così il Partido Popular. La DC divenne invece sempre più un soggetto passivo che interloquiva con tutti tranne che con la propria base elettorale: occidentale in politica estera, ma senza fare un passo più del necessario, anzi; ortodossa nel campo della morale cattolica, ma con spirito di rassegnazione, e allo stesso tempo incapace d’imbarcare compagni di viaggio meno ortodossi ma utili alla causa; capitalista, ma attraverso la via socialista.

Il ciclone di Mani Pulite spazzò via la DC. Ma non poteva spazzare via il partito conservatore che viveva nella testa degli elettori. E Berlusconi non poteva inventare questo partito dal nulla. Ne prese le redini, che giacevano a terra e che nessuno aveva il coraggio di prendere in mano. Naturalmente lo fece a suo modo, con molto pragmatismo e con uno stile carnevalesco che ha fatto inorridire gli esteti della politica. Fu un’impresa personale, ma rispondeva ad una richiesta profonda e razionale della società italiana. Il timbro di quest’impresa è servito ai soliti noti per adombrare fantomatici pericoli di cesarismo e per avallare la barzelletta del partito di plastica e di quello personale. Il partito berlusconiano è stata una tappa necessaria di un’evoluzione che per troppo tempo è stata innaturalmente bloccata. Che abbia avuto più i caratteri di una traversata nel deserto che quelli di una crescita tranquilla, ciò dipende dagli odi e dagli interessi di una sinistra che la propria evoluzione verso un partito socialdemocratico normale, europeo, in armonia anch’esso coi tempi e con la storia del popolo italiano, non ha mai veramente cominciata. La sinistra ha preferito la finzione antistorica del PD. Essa, potere reale nel paese, ha poi trascinato tutti gli altri poteri reali nell’avversione antropologica a Berlusconi. Ma Berlusconi ha resistito. E il dopo Berlusconi non avrà bisogno di salvatori. Il futuro partito conservatore italiano non potrà essere né una nuova DC né il partito di Berlusconi. Ma non potrà essere nemmeno un partito che rinnega la DC e che tanto mano rinnega Berlusconi. Quando Berlusconi si ritirerà dalla scena politica, probabilmente già con la prossima legislatura, ciò non segnerà la fine del berlusconismo, perché il fenomeno “berlusconismo” nell’accezione totalitaria che ne danno i democratici apocalittici non è mai esistito. E quindi non significherà nemmeno la sua sconfitta personale. Berlusconi ha costruito, non ha distrutto, piaccia o non piaccia. Mentre il partito cattolico non esiste e non è mai esistito veramente. Un partito cattolico è condannato ad uno stato di minorità permanente. Oggi è solo un prodotto della paura.

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La linea del Piave

Da qualsiasi parte la si guardi siamo sulla linea del Piave. Sul piano della tenuta del governo e della maggioranza, dei conti pubblici e della credibilità internazionale. Tuttavia questa non è una “buona notizia” per un’opposizione che oltre alla tiritera sulla macelleria sociale e alla spicciola, ossessiva e comoda filosofia legalitaria che la sta distruggendo, non ha nulla da offrire al mercato della politica. Se la linea cede sarà travolta anch’essa. Ma se non cede ad essere travolta dalla “vittoria” sarà solo la sinistra. Se fossimo seri, se avessimo la testa sulle spalle, e non ci perdessimo dietro al folklore moralistico di una narrazione antiberlusconiana che ha sopraffatto anche i grandi giornali del nord, dovremmo prender nota del fatto che è proprio in questi momenti di emergenza, di difficoltà, di nervosismo, accompagnati da mille mugugni e da mille scosse telluriche, che salta fuori la solidità e la bontà del progetto politico berlusconiano, l’unico nel nostro paese, piaccia o non piaccia. Le spinte centrifughe vi sono come imprigionate, e volenti o nolenti gli strappi di ogni giorno ogni giorno tendono a ricomporsi. I buontemponi, cantando diligentemente nel coro, e continuando ad ingannarsi dopo quasi vent’anni, invece di studiarlo, spiegano quest’ostinato ricorso con la compravendita di parlamentari o con la disperata volontà della “casta” destrorsa di sottrarsi, a seconda dei momenti, al giudizio dei giudici o a quello del popolo. E intanto, però, nonostante le mazzate prese quotidianamente la maggioranza tiene, e anzi si rafforza col ritorno a casa un po’ alla volta di molti ex sognatori terzo-polisti. Anche perché il PDL, che doveva morire con Berlusconi, secondo l’opinione compatta della pavida congrega degli opinionisti politici, si sta lentamente e del tutto naturalmente emancipando da quella che in omaggio ai cretini chiamerò la figura del padrone-fondatore. Ma non lo rinnegherà. Solo nelle fantasticherie di Bocchino, o in quelle di liberali che, sempre alla ricerca di una terra promessa, o della bella politica, bivaccano soddisfatti delle loro ragioni ai confini della realtà, e scambiano per particolarmente nauseabondo l’odore regolarmente nauseabondo della politica di tutti i tempi e di tutti i luoghi, vi può essere spazio per una nuova destra fondata sull’abiura del berlusconismo. Il berlusconismo non nacque dal nulla, nacque da una visione coraggiosa e realistica, raccolse un elettorato che la DC aveva abbandonato perché irretita dall’aggressività della sinistra. La proposta di Alfano di una costituente popolare per la costruzione di un “soggetto politico che si ispiri ai valori ai programmi del partito Popolare Europeo” è insieme un passo in avanti, ed un ritorno alla normalità. La fine di una traversata nel deserto ed un nuovo inizio. Non un ritorno alla DC, ma a quello che la DC avrebbe dovuto essere vent’anni dopo Mani Pulite, se non avesse deciso di vivere di luce riflessa e di abortire ogni tentativo di evoluzione almeno dagli anni sessanta. L’immobilismo della DC era asintomatico, tranquillamente accettato, intriso di fatalismo. Costituiva già una resa. L’immobilismo di questa maggioranza ha ancora più l’aspetto di una resistenza agli spiriti animali dello sfascismo, che una vocazione totalitaria a quel magna magna e a quel quieto vivere che accompagna da sempre la politica di chi governa.

Che non basti è pacifico. L’Italia, e l’Occidente, sono solo all’inizio, temo, anzi spero vivamente, di un grandioso processo di riorganizzazione della loro struttura economica. Non trovo corretto nemmeno l’accento sulla “crescita” che oggi ritroviamo infallibilmente in ogni articolo sulla crisi. Si dovrebbe specificare quale tipo di crescita, se lustri e lustri di crescita negli Stati Uniti fondata sui debiti privati e sull’allegro aumento della base monetaria si sono risolti in un disastro. Nella situazione attuale pensare ad una crescita sana, stabile e allo stesso tempo robusta in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, o in Giappone, anche attaccandosi al traino delle ruggenti economie dei Barbari, mi sembra un miraggio ingannevole e pericoloso, come pensare di far correre un malato in convalescenza. Meglio una dolorosissima recessione virtuosa che una crescita col trucco. In ogni caso, a causa dell’enorme, ma sempre meno solitario debito pubblico, l’Italia non avrà altra scelta, nel migliore dei casi, che crescere “poco” e virtuosamente per un bel pezzo ancora. La cura dimagrante ci dovrà essere, anche senza un crollo greco. Progressiva e costante. Oggi siamo all’impasse. E’ stato agevole per il ministro Tremonti rispondere alle critiche alla manovra dentro la maggioranza invitando i suoi detrattori a proporre pure modifiche, ma solo a “saldi invariati”. Come a dire: non volete il pizzo sul risparmio? E allora ditemi dove tagliare, e prendetevene, assieme a me, la responsabilità. Tremonti non si può abbattere. Bene o male è diventato il garante della tenuta dei conti pubblici. Tuttavia, se auspicabilmente, ma assai difficilmente, la maggioranza riuscirà ad emendare la manovra nel senso dei tagli e dei risparmi, e non in quello delle tasse più o meno occulte, il superministro dovrà piegarsi. E si piegherà. Sarebbe un primo passo. Epocale.

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C’è chi può e chi non può

GLI INSULTI. Avete presente l’elettore tipo oggi democratico e repubblicano e una volta comunista o qualcos’altro di sinistro? Se gl’indirizzi una paroletta franca, viene e galla tutta la sua inconsistenza e suscettibilità: sono “insulti”. Quando nello stesso tempo egli recita quotidianamente il suo rosario di contumelie – conosciutissime, quindi ve le risparmio – contro la sub-umanità dei berlusconiani con tutta intera l’inconsapevole naturalezza dei bestemmiatori compulsivi, quand’è sgraziata, o con quella di una casta braminica, quand’è fredda e distaccata. In effetti il popolo berlusconiano è l’erede dei minus habentes che votavano DC o dei rampanti bricconi che votavano per Craxi. O meglio, di tutti e due. E’ la stessa continuità di questo fenomeno a smentire il dogma dell’anomalia berlusconiana, e a mettere in evidenza la continuità di un’altra anomalia.

LA CACCIA ALL’UOMO. Nota anche come “metodo Boffo”. Il metodo Boffo esplose in tutta la sua bruttezza quando lo usò con somma goffaggine una gazzetta berlusconiana per colpire e affondare uno che non era affatto un avversario della compagine governativa. Il caso conserva ancora i suoi lati misteriosi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il brutto, una volta tanto, si svelò in tutta la sua bruttezza solo perché ad usare il metodo – ora e solo ora chiamato Boffo – fu chi era stato escluso fino ad allora dal monopolio di tale graziosa attività di demolizione ad personam, che come tutti sanno è il biglietto di visita e il marchio di fabbrica da quattro decenni di Repubblica e dei suoi cloni, che vantano ormai un catalogo di vittime più lungo di quello di Don Giovanni. A tale bassa pratica si sono adeguati anche i grandi giornali del Nord, ingaggiando penne in gamba nel riassumere con maniacale seriosità verbali e intercettazioni telefoniche. Un mestiere tristissimo, degradante, da infelici. Peggio del bunga bunga.

IL POPULISMO. Come ai tempi della DC la balena bianca non riusciva a mandare in piazza neanche un cane, visto che per andare in piazza regolarmente ci vuole gente fatta apposta e fatta male, diciamo ben provvista di spirito gregario, e quella che votava DC era lontana mille miglia dal militantismo politico, così oggi il PDL brilla per la sua assenza nelle piazze. Si dà il caso però che ogni tanto anche i vermi berlusconiani nel loro piccolo s’incazzino, e nelle loro menti vagheggino manifestazioni di piazza. Basta questo perché si scaraventi loro addosso l’accusa di “populismo”, di disprezzo delle regole, e ritornino i fantasmi di Mussolini e di Perón. Il tutto mentre le piazze italiane sono perennemente occupate dalle divisioni democratiche che hanno in uggia la brutta politica gridata e volgare, e per farlo a capire al resto della plebe gridano come ossesse e svillaneggiano in coro.

LA COSTITUZIONE. Come ai tempi, invece, di Mani Pulite, alla stregua di una consorteria ben cementata da interessi comuni, detta anche volgarmente cricca quando si tratta di poveri diavoli, La Repubblica, Il Corriere della Sera & La Stampa ieri titolavano pudicamente ma all’unisono – la forma vile della speranza e delle disoneste intenzioni dei manovratori – sul “rischio elezioni”. Ero stato facilissimo profeta qualche settimana fa quando scrissi che questi irresponsabili desperados si sarebbero attaccati ad un’interpretazione allegrissima e totalitaria dell’art. 88 della Costituzione [“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”] per intimare al Colle di mandare a casa il Parlamento e con esso un Presidente del Consiglio e un Governo non sfiduciati. E’ un imbroglio, un golpetto da quattro soldi, che può reggersi solo sul quietismo della ragione del gregge della società civile devota alla Costituzione, ossia ai suoi autoproclamati Sacerdoti. Per qual dannato motivo il “Notaio della Repubblica” sente i Presidenti delle Camere, se non per farsi dire ufficialmente che le maggioranze ci sono o non ci sono? Ma oggi, per fortuna, siamo in una situazione di “emergenza”: tutto è permesso; e il devoto, che per quanto idiota qualche dubbio l’aveva, si tranquillizza meravigliosamente.

LA SPIEGAZIONE. Se vi chiedete la ragione per la quale oggi a sinistra questa schizofrenia ha raggiunto il massimo grado ve la spiego subito: l’Italia, dopo settant’anni di resistenza democristiana, craxiana e berlusconiana è più forte e più democratica; anche i minus habentes cominciano ad “insultare”, a “dare la caccia all’uomo”, a sfilare in piazza, e a “interpretare” la Costituzione come tutti comuni mortali. Un regime sta crollando. Ma non è quello di Berlusconi.

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La storia deviata

Quasi settant’anni fa l’otto settembre del 1943 significò per l’Italia la fine ufficiosa di una guerra persa e strapersa, dopo averla combattuta al fianco dei nazisti, a sciagurato ma non troppo casuale coronamento dei due decenni dell’Era Fascista. Prima, ricordiamocelo – perché sembra che nonostante la scuola dell’obbligo e quella facoltativa, e l’università, e i media, e gl’intellettuali, e i capocomici impegnati, gl’italiani se ne siano bellamente scordati – prima ci furono sei decenni di Italia liberale. Stracciona magari. Ma liberale. Dopo, ricordiamocelo, sei decenni di Italia democratica. Stracciona magari. Ma democratica. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più “veramente” persa. La guerra l’avevano persa “loro”, i fascisti.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi “convertita” solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso “veramente” democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche “laico” non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito. Molto male gliene incolse: nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.

Nel discorso di Moro non si parlava di fascismo, di golpe, e dei soliti disegni autoritari. Si parlava di corruzione. La Storia Deviata infatti da tempo batteva soprattutto su questo tasto. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe “capitalista”, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste.

La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente.

La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future.

La terza conobbe due sviluppi, paralleli, ma i cui protagonisti erano in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: “la questione morale” di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo e mallevadore della propria democraticità per dare del fascista al prossimo. Al messianismo comunista (che succedeva al messianismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la “democrazia compiuta” che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino: col corollario dei suoi provvidenziali “nemici”, evidentemente. Nel mio piccolissimo, sono stato tra i primi qualche anno fa ad usare con rinnovata frequenza questo termine, “giacobino”. Se dà fastidio a molti, sono più che contento. Se ne facciano una ragione: il termine è esattissimo. La pubblicistica prerivoluzionaria in Francia faceva il pieno di scandali e di cricche; mise a punto i meccanismi della demolizione ad personam; grondava di retorica sulle virtù dell’uomo onesto, il futuro “cittadino” della repubblica.

Oggi alla Storia Deviata fa l’occhiolino Gianfranco Fini. Gliene vengono applausi, considerazione, patenti di democraticità e liberalismo. Anche se fra i suoi ci sono dei veri e propri invasati, con quel tocco di pittoresco che fa tanto italiano e che riesce a volte anche a far ridere. Dimentica però che non c’è più il corpo molle della DC. Allora il giochetto era facile. La creatura berlusconiana è assai più coriacea. Nel paese sono cresciuti gli anticorpi. Non è più tanto facile incantare la gente agitando la mazza della legalità. Le bocche da fuoco dei berlusconiani fanno il verso a Repubblica, firmaioli compresi, con grande e divertente scandalo dei benpensanti che per trentacinque anni hanno considerato tale attività in non plus ultra del progressismo democratico. Quando il grandioso baraccone della Storia Deviata rovinerà su se stesso, una mezza Italia si domanderà di cosa aveva paura; all’altra si apriranno gli occhi su nuovi cieli e potrà cominciare a pensare a vincere invece di continuare a raccontare a tutta la gente del suo falso incidente. E sarà la riforma delle riforme.

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Articoli Giornalettismo, Italia

La tribù dei Nasi Turati e la leggenda di Mani Pulite

A sinistra c’è ancora un bel po’ di gente che guarda a Mani Pulite come ad una nuova Resistenza, e che vorrebbe eternarla, come quella, nella coscienza della nazione: la Rifondazione della Repubblica, dopo le “deviazioni” del pentapartito. Ma una Rifondazione tradita, come la Resistenza fu tradita. Insomma, i soliti miti, durissimi a morire, della cosmogonia comunista e post-comunista, che incantano solo quelli che vogliono farsi incantare. Ma non noi, che stiamo ai fatti e agli antefatti.

I luoghi. Non è possibile capire Mani Pulite se non si considera il suo retroterra politico e geografico. Mani Pulite scoppiò nelle roccaforti democristiane del Nord, nel Lombardo-Veneto, dove da decenni ormai la tribù sempre più scontenta dei Nasi Turati votava DC quasi unicamente, ma assai saggiamente, in funzione anticomunista. Paralizzata intellettualmente dall’aggressività della piazza e della propaganda comunista, ma incollata saldamente al potere dalla Guerra Fredda, per la DC il governo era diventato una sinecura con un unico minaccioso interlocutore, più che un competitore. Ciò ne aveva impedito ogni evoluzione, e aveva significato un graduale scollamento dal proprio elettorato ed una lenta ma costante deriva verso sinistra. Inoltre, in un paese in crescita – parlando in termini epocali – accade sempre che ad un certo punto il malcostume nella vita pubblica, fin lì tollerato, ed in parte inevitabile, venga sempre più chiaramente sentito, magari confusamente, non solo come un vago impedimento al bene comune; ma anche come un impedimento a quegli stessi meccanismi di sviluppo economico che un livello, per così dire, “fisiologico” di corruzione fino ad allora poteva perfino oliare. Insomma la corruzione, favorita dal grado relativamente modesto di libertà economica e dalla burocrazia, e diffuso a tutti livelli della società, non solo nel ceto politico, diventa un problema quando si rivela manifestatamene antieconomica per troppi attori della società. Non si tratta certamente di un fenomeno morale in senso stretto; si tratta piuttosto dell’istinto di conservazione proprio di una consorzio civile ancora vivo, che assume in superficie i caratteri della moralità pubblica, spesso e volentieri con qualche traccia di fariseismo. Sennò dovremmo pensare che le nazioni progredite siano costituite da persone oneste, mentre quelle all’ultimo gradino della scala siano popolate da farabutti. E’ più il Nuovo che si scontra col Vecchio, che non il Bene col Male. E’ un fenomeno tipico dei paesi di nuova o ritrovata democrazia, che segue gli anni del boom economico, come si può constatare in questi anni nell’Europa orientale. La nascita e la crescita del movimento leghista in queste zone del paese fu il risultato congiunto della diserzione DC e della sempre più evidente crisi del comunismo mondiale, che incoraggiava i colpi di piccone allo status quo, e che d’altra parte stava alla base anche dell’espansione craxiana a sinistra. Nonostante il linguaggio elementare, condito da un bel tasso di demagogia, della Lega, i Nasi Turati cominciarono, votandola, a mandare segnali sempre più espliciti alla Balena Bianca: meno tasse e meno corruzione erano messaggi che suonavano benissimo ai loro orecchi destrorsi. Ricordiamoci, a questo riguardo, che fin che la Lega negli anni ’80 si limitò ad usare la sua retorica anti-immigrati e identitaria su scala regionale, le sue fortune politiche restarono molto limitate. Il boom fu quando la Lega Lombarda cominciò ad agitare la clava della protesta fiscale. Il crollo del Muro di Berlino e la crisi del PCI-PDS fecero cadere le ultime paure ed accelerarono la fragilizzazione della classe politica al Nord e soprattutto nel Lombardo-Veneto. Se nel 1992 la magistratura si sentì finalmente abbastanza forte per procedere alla “bonifica” fu perché sentiva di avere l’appoggio di una grossa parte dell’opinione pubblica, ossia della tribù dei Nasi Turati. Il Moniteur Padano di questa Rivoluzione, almeno nelle sue fasi iniziali, fu infatti L’Indipendente diretto da Vittorio Feltri. Mani Pulite, quindi, da un punto di vista sociologico, nacque a destra, non a sinistra.

Il golpe (sventato). Hanno torto coloro che oggi parlano di complotto; ma non hanno torto quelli che parlano di golpe. Proprio la vicenda di Mani Pulite dimostrò quanto fosse stata giustificata fino ad allora la diffidenza della tribù dei Nasi Turati per quella dei Trinariciuti. I golpisti rivoluzionari, la storia insegna, non fanno complotti, ma aspettano l’occasione per agire, con la solidarietà spontanea delle sette e delle minoranze organizzate, sul corpo di quelle società impegnate ed indebolite dal passaggio sempre delicato dal Vecchio al Nuovo. E’ l’istinto del predatore che acutizza la loro vista e promuove una tacita comunità d’intenti, trasversale alla società ma unita da un’ideologia che fa premio anche sul rispetto dei propri ruoli all’interno di quest’ultima. Si videro cose meravigliose: magistrati orbi di mattina, e con l’occhio di falco il pomeriggio; e la storia patria si arricchì, inaspettatamente, di gesta eroiche: compagni G., presi col sorcio in bocca, che, fra l’ammirazione tacita del popolo rosso, si autoaccusavano di millantato credito. Se quella farsesca combriccola di faccendieri di terz’ordine che fu la P2 divenne un mostro marino dalle cento teste sempre pronto ad emergere dalle acque, fu in realtà perché in essa la sinistra, inconfessabilmente, si specchiava. E se la sinistra trovò un alleato in un certo gotha industrial-finanziario, e nei suoi giornali, fu perché un corpo indebolito attira sempre le fauci di tutti i predatori. E così la rivoluzione di Mani Pulite non fu, come avrebbe potuto essere, un momento di verità; l’occasione per una grande confessione, come auspicato dal cinghialone; per uno svecchiamento della classe politica; per la presa di coscienza di un intero paese e per un nuovo inizio. Prevalse l’istinto settario che la dirottò verso altri lidi. Onde per cui quella stessa tribù dei Nasi Turati che l’aveva innescata, di lì a poco, alla prima occasione, la disinnescò dandosi al salvatore Berlusconi. E il pericolo oggi è che una sinistra popolata da vecchiette virtuose e petulanti che vanno sinistramente in giro a ricordare al mondo le condanne passate in giudicato dei mariuoli, consegni comode ed irresponsabili maggioranze ai berlusconiani, e che all’immobilismo DC succeda l’immobilismo PDL.

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Italia

La sinistra italiana e il sogno di una sinistra pidiellina

C’era una volta la sinistra democristiana. Anche se non c’era nessun elettorato democristiano di sinistra. Al massimo esisteva l’elettorato democristiano statalista, nella versione però conservatrice e tradizionalista. La sinistra democristiana era composta unicamente di animali politici, più propriamente gli uccelli da voliera di quella variegata fauna. Non a caso provenivano soprattutto dalle regioni rosse della dhimmitudine democristiana: i Fanfani, i Gronchi, i La Pira di ieri erano toscani, come la Rosy Bindi dei giorni nostri; i Dossetti e gli Zaccagnini di ieri erano emiliano-romagnoli come i Prodi, i Castagnetti e i Franceschini di oggi. La loro statura politica si basava sul credito concesso loro generosamente dalla sinistra tout-court, quella comunista, che poi spendevano per allargare il loro potere a destra. Nel dopoguerra e fino ai giorni nostri la sinistra in Italia ha interpretato il ruolo del furfante in una storia la cui vera protagonista è stata una grandiosa sindrome di Stoccolma. Usando con modulata sapienza, come ganasce di una tenaglia, una piazza minacciosa e una formidabile macchina propagandista annidata nei giornali e nel mondo intellettuale, la sinistra è arrivata a surrogare in parte, ma con grande efficacia, la mancanza di consenso elettorale quale motore della crescita del suo potere reale nel paese, in tutti i settori originariamente non presidiati. Con questa forza d’intimidazione ha letteralmente creato, essa, la sinistra democristiana. Ossia gli accettabili, decenti e imposti mediatori tra le sedicenti forze di garanzia della vita democratica in Italia, i comunisti, e le forze al governo sempre proclivi a latenti tentazioni autoritarie, fasciste, e dall’arrivo della stagione della “questione morale” in poi, anche alla corruzione. Forti di questa rendita di posizione, i democristiani di sinistra acquistarono col tempo un potere di corrente spropositato nel loro partito, un potere che non aveva nessuna relazione con l’esiguo, se non invisibile, peso degli elettori democristiani “di sinistra”. Con la morte di De Gasperi, cominciò la lunga stagione della progressiva affermazione del centro-sinistra in Italia, che ricevette un decisivo impulso dalla caduta del governo del “fascista” Tambroni e dai fatti di Genova. Il “compromesso storico” berlingueriano, in un paese stremato dalla violenza di un estremismo in grandissima maggioranza rosso, alimentato a forza dalla sinistra con la sfrontatezza di un doppio gioco che consisteva nel far girare al massimo il motore della propaganda “antifascista” per poi porsi virtuosamente dalla parte della massima e più gelida “fermezza” quando la frittata era stata fatta, doveva essere il trionfo di questa strategia intimidatoria. Poi arrivò Craxi. Poi il crollo del Muro. Poi la salvezza, per i rossi, di Mani Pulite. E l’eliminazione dei socialisti, dei democristiani, non di sinistra, dei liberali, dei socialdemocratici e dei repubblicani. Poi arrivò Berlusconi. Ma la sinistra italiana, che mai ha fatto onestamente i conti con la storia, nonostante i cambi continui di nome, dal settarismo comunista non è mai completamente uscita, bloccando l’Italia, a destra e a sinistra. Ancor oggi continua a coltivare, a benedire, e circoscrivere un’area di legittimità nel campo avversario. Oggi è il turno dei quartieri Finiani. Ma i tempi sono cambiati.

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La lunga marcia berlusconiana (e i suoi effetti)

Continua, passo dopo passo, la lunga marcia della democratizzazione berlusconiana, non molto appariscente ma terribilmente reale per chi deve temerne gli effetti. Essa è così solidamente incardinata sul lato giusto della storia da proseguire il suo cammino senza trovare alcun serio ostacolo nonostante le bombe e bombette che ogni giorno le scoppiano intorno. Anzi, a ben vedere, è proprio il clima epocale di bonaccia, un senso generale d’ineluttabilità, a dare la stura a tante manifestazioni di nervosismo impotente, sia nel campo dei mori sia in quello dei cristiani. Tanto si strepita in un senso, tanto le cose marciano tranquillamente e impietosamente in direzione contraria. All’occhio superficiale può sembrare una cosa sorprendente che Berlusconi resti in sella in barba agli attacchi concentrici di cui è oggetto quotidianamente; che sopravviva baldanzosamente ad un’allure non propriamente presidenziale, e all’assedio oramai internazionale dei firmaioli democratici, sempre numerosi quando si tratta di sparare con frivolezza sulla Croce Rossa; che sia più forte delle proprie debolezze e stravaganze, del cerone e dei capelli tinti; più forte della crisi economica; più forte del neostatalismo municipale di certi legaioli dai denti robustissimi e di quello parafilosofico di certi guru del suo governo; ma questa blindatura è solo il meritato premio per l’uomo politico italiano che con più determinazione e coraggio ha imboccato la strada giusta.

Il muro di Berlino in Italia non è mai completamente crollato: ci è voluto l’impareggiabile o inqualificabile conquistatore di giovani e romantiche femmine che tutto il mondo c’invidia per finire degnamente il lavoro. La glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo per l’establishment: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, il Risorgimento, la Resistenza, le contiguità tra fascismo e comunismo, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, l’opinione pubblica ebbe agio – pericolosamente – di vedere la significativa prospettiva storica di quell’ampio viale che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. Vecchie verità potevano finalmente acquisire un inedito peso politico, scomode per tutte quelle rendite di posizione che il Muro indirettamente aveva puntellato. Nei libretti di storia del futuro – quelli più stringati – si troverà scritto che Mani Pulite fu un tentativo da parte dell’establishment peninsulare – culturale ed economico – di fermare la storia. Dopo averlo sventato, aver tenuto duro, rimesso in moto il processo naturale di unificazione del paese, ché questo significano i mal di pancia di questi anni, oggi, portata quasi di peso dalle onde lunghe della riconciliazione con la verità storica, la controffensiva della plebe berlusconiana si concentra sui personaggi emblematici della casta laico-repubblicana. E così ora che si rumoreggia di una ripresa possibile delle inchieste sulle stragi mafiose in chiave antiberlusconiana, in mezzo a tanto fumo e nella “maturità dei tempi”, per usare un’espressione biblica, il dato nuovo e saliente riguardo ai fatti del 1992 è però che a finire nel mirino delle artiglierie del Cavaliere con sempre più decisione è proprio l’ideologo principe dell’antimafia, l’eccellente dottor Violante: il che significa che l’opera meritoria di demolizione continua.

E’ spassoso veder lamentarsi di “dossieraggi”, di “killeraggi”, di “trame oscure”, insomma delle vecchie “pratiche d’infamia” di volterriana memoria, gente che di queste cose si è nutrita fin dalla pubertà, che vi è cresciuta dentro tanto da fare dell’allarmismo democratico più o meno intimidatorio una specie di seconda e pavloviana natura: per questo non se ne accorge nemmeno. A differenza della truppa berlusconiana, temprata dal manganello democratico, costoro sono abituati solo a darle, e con gran comodità, e rimangono sbalorditi se il bonaccione brianzolo per una volta si ricorda di essere un autocrate. E si sentono dolorosamente feriti se il piccolo energumeno Brunetta, come tutti i politici di questo mondo, si butta nella mischia armato di appena un po’ di sana e solida demagogia populista: sai che tradimento! che crimine contro l’umanità! E dall’altra parte i berlusconiani sono talmente poco abituati a darle, che al primo colpo hanno affondato naviglio amico, il Boffo. L’Avvenire del duo Boffo-Ruini è stato sostanzialmente un discreto compagno di strada – per così dire – del politico Berlusconi, tant’è che gli articoli critici delle ultime settimane erano più il risultato di un cedimento alle lamentele di parte del mondo cattolico, che il segno di un cambiamento della linea editoriale. Gli è che il Feltri Furioso, oltremodo assorbito dal suo ruolo di cannoniere principe dell’armata berlusconiana, appena ha visto un bersaglio scoperto – a mo’ d’ammonimento – ha fatto fuoco.

Berlusconi è forte perché si è fatto interprete della necessità di un epocale “resettamento” della vita democratica in Italia; per questo chi ha qualcosa da perdere da questo cambiamento evoca fantomatiche dittature e ciancia di popoli ipnotizzati; per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo. Il berlusconismo è più forte di Berlusconi; il giorno della sua tanto auspicata eliminazione chi ne raccogliesse apertamente l’eredità, quasi un Antonio moderno col cadavere di Cesare tra le braccia, diverrebbe immediatamente l’uomo politico più forte del paese.

Ma se la marcia berlusconiana ha prodotto pure un generale e comprensibile risentimento tra i vinti, ne ha prodotto pure uno di più sottile e malsano nel campo teorico dei vincitori. Che la vittoria nelle elezioni del 1994 abbia avuto effetti devastanti sulla psiche dei sopravvissuti della Balena Bianca non credo vi siano ormai più dubbi. Quando nell’anno fatale l’elettorato bianco saggiamente decise di ridere in faccia all’offerta suicida del polo di centro, la grigia forma di resa firmata senza nemmeno l’ebbrezza estetica di un tragico e preventivo harakiri dal becchino Martinazzoli, degno epilogo a sua volta dell’estenuante eutanasia che l’egemone sinistra democristiana stava mettendo in atto da un ventennio e più, in quel solo momento rivelatore tastarono con mano la superiorità di un dilettante coraggioso fornito una visione strategica nei confronti di tutte le tattiche dei professionisti dell’agone politico, quali essi si credevano. Videro con sollievo – e umiliazione – che non era scontato l’atterraggio morbido in terra postcomunista del nostro paese; che esso dipendeva in gran parte invece dalla diserzione dalla lotta e dalla rappresentitività politica di un partito nominalmente moderato che non aveva saputo mettere argine all’aggressività della falange marxista che da decenni si stava mangiando il paese dal di dentro in virtù di quell’autentica solidarietà mafiosa o piduista tra compagni che caratteristicamente rinfacciava agli avversari politici. Non ebbero allora la necessaria tranquillità di scandagliare in profondità la misura del risentimento verso quel parvenu che pure li aveva raccolti naufraghi. E da allora, son passati ormai tre lustri, questo “post traumatic stress disorder” viene declinato in tutte le sue più diverse forme a seconda dell’individuo affetto dalla patologia. Ma nell’ex democristiano recuperato alla vita politica dal Cavaliere (direttamente o indirettamente, perché anche Andreotti – lodato dagli ipocriti per la “correttezza” dimostrata durante le lunghe vicende processuali che lo hanno coinvolto – sarebbe stato sbrigativamente consegnato al boia senza la creazione di una vera “opposizione” nel paese) esso assume soprattutto le forme del sogno di una grande, scintillante giocata in contropiede che faccia saltare il banco della politica e che mai non arriva, dall’ultima Thule dell’Italia di Mezzo, la nuvoletta di fumo che avvolgeva l’esoterico mistero del Genio Politico di Marco Follini, alle grosse puntate del funambolico pensionato Cossiga, agli Adepti della Setta del Grande Centro e i loro mai dissigillati Libri Sibillini. C’è poi chi, come Buttiglione, si consola non combinando nulla, sprofondandosi in poltrona, incrociando le gambe e gettando uno sguardo profetico nel futuro, vedendo cose negate a qualsiasi altro essere umano, e si crede pure molto in gamba. Poveretto.

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P.S. Che noia Berlusconi. Ossia l’antiberlusconismo. Ossia l’Italia. Sono annoiato a morte. Per riuscire a scrivere qualcosa devo recuperare vecchie cose, ché tanto ai testoni fanno sempre bene. Ecco le risposte ai commenti:

1) Come ho già scritto altrove Mani Pulite scoppiò proprio là dove i venti di novità erano più forti, nel Lombardo-Veneto. Il crollo del comunismo internazionale, prima con le crepe degli anni ’70 e ’80 e poi con la cadutra del Muro nell 1989, sbloccò la situazione italiana. Le novità negli anni ’80 furono Craxi e la Lega. Dove il panorama politico era più fragilizzato, insomma là dove DC e PCI erano o più in crisi o erano meno forti, nel Lombardo-Veneto scoppiò Mani Pulite, perché i magistrati si sentivano sufficientemente forti grazie al malumore generale. Fu una grande occasione per una “confessione generale” e per ripartire da nuove e più civili basi ma una magistratura politicizzata ed esemplarmente parziale, sostenuta dagli ex-comunisti e dall’oligarchia industrial-finanziaria, ne approfittò per fare un repulisti di tutti i possibili avversari della conservazione politica ed economica. Mani Pulite ebbe l’appoggio degli italiani per pochi mesi, finché si capì dove si voleva andare a parare.

2) Qualcuno si sorprende perché dico che la sinistra si stava mangiando dal di dentro il paese. Mi sorprendo io. Vogliamo tirar fuori un qualche segmento della società che progressivamente non fosse caduto in mano ad uomini di sinistra: sindacati, pubblica amministrazione, cultura, università, giornali ecc, e perfino in campo economico? La verità è che la DC garantiva solo per la posizione occidentale in politica estera; per il resto il PCI e i suoi satelliti cogestivano il paese insieme alla DC ma se ne impadronivano sempre di più perché assai più spregiudicato, e perché per la mentalità comunista la solidarietà politica (che io chiamo provocatoriamente “mafiosa” e “piduista”) faceva premio sul rispetto dei meriti professionali, e i compagnucci si sostenevano tutti in cordata, trasversalmente nella società, con la tattica delle minoranze militarizzate. Erano insomma gli imbroglioni della democrazia. (P.S. La mafia, i cui effetti sono tanto disastrosi per la società, non è però un “grande potere”; la P2 – non che non esistesse – ma fu una barzelletta)

3) Fa ridere sentire quelli di sinistra elogiare – ora – i De Gasperi e i Moro: a loro tempo per il verbo progressista non erano meno peggio di Berlusconi. Sissignori, anche Moro, di cui non ho affatto una grande opinione. Tanto per capire l’atmosfera di quei tempi un anno prima di morire o forse solo qualche mese prima, non ricordo bene, Moro, guarda un po’ investito dal solito “scandalo” – l’affare Lockeed – e dalla solita gragnuola antifascista, lui che era un uomo che non si sbilanciava mai, disse quelle parole famose che tanto dispiacerebbero ai Di Pietro, ai Zagrebelsky, alle anime democratiche d’oggigiorno: “la DC non si farà processare!”. Tutto dimenticato, tutto digerito, come al solito succede per il gregge di sinistra.

4) Dispiace vedere gente intelligente ripetere come un pappagallo i soliti refrain della vulgata della sinistra. Il CAF, i nani e ballerine, Craxi e il debito pubblico ecc.

“Nani e Ballerine” fu una battuta di Formica, uno dei colonnelli craxiani, segno che da quelle parti c’era almeno il senso dell’umorismo, cosa negata all’uomo democratico di razza purissima. I nani e le ballerine di Craxi erano quattro gatti, i nani e le ballerine della sinistra odierna sono un esercito, ma vanno rubricati sotto il nome di personalità significative della cultura e dello spettacolo. Del CAF faceva parte pure quell’Andreotti amico di tutti che durante i governi Craxi, nelle veci di ministro filoarabo degli esteri, per alcuni anni fu il beniamino del popolo di sinistra (“Lui è l’unico che si salva, l’unico decente! ecce. ecc): ma anche questo se lo sono dimenticato. Dimenticato e digerito, come al solito. Come al solito il gregge di sinistra. Del debito pubblico durante l’era Craxi la sinistra se ne infischiò in lungo e in largo. Era l’ultimo dei problemi. Per il resto Berlinguer e compagnia, che giammai ne combinarono una di giusta, promossero un referendum (che persero) luddista-reazionario-sfondacassedellostato contro il taglio della scala mobile voluto da Craxi.

4) I processi di democratizzazione non si misurano solo col successo delle riforme, ma anche, non mi stanco di ripetere, col riequilibrio dei poteri reali nel paese. Anche una lotta di potere, se combatte le oligarchie, e se fa sì che lo spettro politico del paese rispecchi quello economico-sociale del paese, è importante. E’ necessaria. E’ la base. E’ quello che sta succedendo. Mi compiaccio di una cosa: di capire bene il berlusconismo. Per coincidenza proprio in queste ore Brunetta – non il capo – sta sparando a palle incatenate contro le élites. Domani mi sa che sentiremo tuoni e fulmini, e lagne.

Sapete perché oggi Brunetta cannoneggia contro le élites ed evoca apertamente il “colpo di stato”? Sapete perché? Non certo perché lo tema veramente il colpo dello stato. Il “colpo di stato” le “élites” lo hanno sognato per quindici anni. Ma quando i “poteri forti” sono veramente forti, le parole si misurano, ci si muove con circospezione, nonostante la tensione latente, e si grida solo quando le cose precipitano. Mentre ora sono stati indeboliti, com’è stata indebolita la sinistra, e i berlusconiani hanno meno paura e sentono che è il momento di sfondare. Nel post ho scritto “per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo”: questo intendevo. Ma è sempre stato così nella storia: quanto più un dittatore è debole, o quanto più un’oligarchia (quella vera, non Berlusconi & C.) è debole, tanto più il popolo (quello vero, non la setta dei firmaioli) rumoreggia. Quanto più il giogo è pesante, e quanto più le speranze di liberazione sono lontane, tanto più si rassegna. Umano, troppo umano. (P.S. ahò, so’ l’infame Franti, l’infame Franti, mica il secchione della classe…)

Esagerato. Moooolto esagerato. Consapevolmente esagerato. E’ vero che l’eliminazione dei corpi intermedi è sempre stato il modo per rinsaldare un potere centralizzato. Così con l’Assolutismo – specie nel caso francese, il più classico – il Re, così paterno col popolo, giorno dopo giorno indeboliva l’Aristocrazia corrompendola coi privilegi e sottraendole ogni potere politico. E i demagoghi vecchi e moderni si sono sempre appoggiati sulle masse dei diseredati – all’uopo ipnotizzati, ça va sans dire – per sciogliere i grumi duri della resistenza. Ma qui stiamo solo mettendo le cose in pari, per il bene dell’Italia. Come fece la gloriosa Serenissima quando conquistò i territori della terraferma. Sparse campagne e città di leoni alati, per far capire discretamente chi comandava, tagliò le unghie alla nobiltà della terraferma, che rosicò assai. Fu così che nel momento più critico della storia veneziana, all’epoca della Lega di Cambrai, Machiavelli, che pur odiando i veneziani rimaneva abbastanza sveglio, si accorse – cosa rarissima per uno stato italiano a quei tempi – che i contadini erano tutti “marcheschi”, ossia tifavano per S. Marco. Oggi c’intronano gli orecchi da mane a sera con le tirate contro il dittatore, con l’evocazione di scenari disastrosi, e vorrebbero far credere, tutti in coro, non una nota stonata, che la libertà è in pericolo: cerchiamo di non essere ridicoli. Un po’ di populismo è inevitabile. Ma quello ce lo mettevano perfino De Gaulle o Reagan. (P.S. Sarei curioso di conoscere Silvietto. Siccome mi conosco fin troppo bene, so che comincerei a prenderlo simpaticamente per il culo per tutte le sue manie, così, per tastare il suo grado di suscettibilità, che è una caratteristica ben poco virile…)

MANI PULITE in pillole disposte con ordine

Anni ’70: segni di crisi del comunismo internazionale. In Italia le due balene, l’una rossa e l’altra bianca. Per riciclarsi a sinistra qualcuno inventa “l’eurocomunismo”; poi Berlinguer, siccome il bel sol dell’avvenire rosso non incanta più, lancia la “questione morale”: i cattivi non sono più i “non rossi” ma “i corrotti”, all’uopo sempre “fascisti”.

Anni ’80: il comunismo piano piano crolla. Lo scioglimento dei ghiacci fa sì le pulsioni modernizzatici, per quanto confusamente espresse e costrette al mutismo da troppo tempo, vengano a galla. A sinistra si afferma il socialismo di Craxi. Naturalmente per la gazzette antifasciste – ossia sovietiche – prima il “decisionismo” di Craxi viene usato retoricamente per alludere a derive fasciste, poi si incomincia la pratica d’infamia contro “i ladri socialisti”. A destra, nell’enorme roccaforte bianca lombardo-veneta, il popolo che votava DC turandosi il naso in funziona anticomunista premia la Lega Nord, che ha il suo boom all’inizio degli anni ’90 quando comincia a pigiare sul tasto della protesta fiscale.

Inizio anni ’90: in Lombardia il quadro politico e sociale è sempre più instabile a causa dei malumori del popolo di “destra”. A farne le spese sono proprio i socialisti, che a Milano hanno la loro capitale morale, ma che in realtà vengono presi di mira in quanto omologati ai rappresentanti del potere politico tradizionale. Mani Pulite scoppia a Milano PROPRIO PERCHE’ I MAGISTRATI SI SENTIVANO CON LE SPALLE ABBASTANZA COPERTE DALL’APPOGGIO DELL’OPINIONE PUBBLICA DI DESTRA DEL NORD, E LOMBARDA IN PARTICOLARE. Il giornale dei “rivoluzionari” di Mani Pulite fu L’Indipendente preso in mano da – guarda un po’ – Vittorio Feltri. All’inizio di Mani Pulite la sinistra fu completamente assente e rimase per un po’ a guardare.

Poi i magistrati cominciarono la loro opera di “selezione”. Apparentemente tutti, forze politiche, piccoli e grandi imprenditori, potentati economici (tranne quello – guarda un po’ – di Berlusca) caddero nelle grinfie dei giustizieri democratici. Ma in realtà con alcuni si usavano metodi sbrigativi, con altri le procure manipulitesche erano dei veri e propri porti delle nebbie. Il popolo di “destra”, quella parte dell’opinione pubblica che in realtà aveva permesso con la sua forza l’avvio di Mani Pulite, si sentì tradito e in seguito costituì il grosso dell’elettorato di Berlusconi, che nel frattempo aveva reclutato Feltri per il Giornale. Solo Di Pietro aveva mantenuto una certa popolarità a destra, in quanto veniva considerato meno politicizzato dei suoi colleghi. Berlusconi gli offrì addirittura un posto di ministro!

Perché, una volta accesa la miccia – dalla destra – vi fu un’alleanza naturale fra l’establishment industrial-finanziario e la sinistra post-comunista, per dirottare l’impresa di Mani Pulite? Perché erano due fazioni che non avevano più niente da dire nella storia; perché con l’eliminazione dei partitini, dei socialisti, dei DC non di sinistra, erano l’espressione di forze puramente conservative le quali, ciascuna nel proprio ambito, controllavano i centri di potere nel paese: banche, finanza, grandi gruppi industriali boccheggianti da una parte; cultura, scuola, buona parte dei sindacati, pubblico impiego ecc. dall’altra. Erano pezzi di Vecchio, ché essendo perfettamente stagionati, e avendo perso ogni originaria potenzialità conflittuale vicendevole, come dei materiali inerti si incastravano uno nell’altro. I loro giornali parlarono con una stupefacente unità d’intenti, fin quando non furono messi in crisi dalla forza berlusconiana. Il loro nemico comune principale l’immensa classe media fatta di piccoli e piccolissimi imprenditori, cui si unirono poi buona parte del mondo delle professionali liberali e dei dipendenti del settore privato almeno al Nord. E pure una grossa parte dei socialisti di allora, che con tutti loro difetti, costituivano pur sempre un elemento di rottura in un’Italia pietrificata. Una plebe, magari non attraente, con le sue grossolanità, ma certo la parte più dinamica ed attiva del paese. Quella che aveva dato inizio – essa, non la sinistra – a Mani Pulite.

Il consolidamento del berlusconismo, sia che si trovi al governo, sia che si trovi all’opposizione, ossia l’accettazione della realtà e la rinuncia a considerarlo un’anomalia, è il presupposto necessario per qualsiasi riforma “liberale” in Italia.