La musica di Mahler, così come la sento io

Immaginate di uscire di casa per una passeggiata con un motivetto – non necessariamente bello – in testa; appena spalancate la porta, cielo e terra investono l’esile melodia di un respiro cosmico; proseguite lasciandovi assorbire dalle impressioni di un sempre cangiante paesaggio; il vostro motivetto s’imbeverà delle stesse, ed acquisterà di volta di volta aspetti distesi, vibranti, drammatici, pastorali, cupi, fanciulleschi, affettuosi, sardonici, celestiali, a volte fin quasi a scomparire nelle spire della musica, ma solo per ricomparire purissimo prima o poi, come l’argenteo serpeggiare di un fiume lontano che riprende il suo corso; e così andate avanti, inebriato, fino allo sfinimento; riservandovi però gli ultimi spiccioli d’energia per un finale contraddistinto da una specie di frenesia festiva: il tutto portato avanti da un’orchestra avvolgente, la quale, pur giocando molto sui timbri, conserva un colore bruno, tedesco.

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Musica e tempo

«Le phénomène de la musique nous est donné à seule fin d’instituer un ordre dans les choses, y compris et surtout, un ordre entre l’homme et le temps. Pour être réalisé, il exige donc, nécessairement et uniquement, une construction. La construction faite, l’ordre atteint, tout est dit. Il serait vain d’y chercher ou d’en attendre autre chose. C’est précisément cette construction, cet ordre atteint qui produit en nous une émotion d’un caractère tout à fait spécial qui n’a rien de commun avec nos sensations courantes et nos réactions dues à des impressions de la vie quotidienne.» (Igor Stravinskij)

Instituer un ordre entre l’homme et le temps significa mettere un ordine al divenire delle cose, significa imbrigliare il divenire e il tempo, e lenirne il doloroso processo. E’ un tentativo di sospendere il tempo. Ma è una sospensione del tempo diametralmente opposta a quella dell’angoscia. L’angoscia è una sospensione infernale del tempo: l’uomo anela ad uscirne per entrare nella vanità di un presente inafferrabile che scappa rapinosamente nel futuro per fuggire nel passato: ma per chi è nell’angoscia questa vanità è necessaria come l’aria da respirare. La musica, invece, aspira ad essere una sospensione paradisiaca del tempo, un modo per tenere al guinzaglio un presente che non scappi rapinosamente nel futuro per fuggire nel passato; un presente che però dall’angoscia non può liberarsi del tutto: non è l’eternità, ma una promessa di eternità. E tuttavia questa construction resterebbe un freddo gioco intellettuale se non fosse innervata dalla melodia, che è l’elemento carnale del quale la musica non può fare a meno, così come l’anima del corpo; la quale melodia, a sua volta, è la forma con la quale l’impulso si purifica piegandosi e quasi rinserrandosi in un solco curvilineo.

Che brutto il “Libiamo”!

Questo è uno sfogo e come tale va inteso. Cioè non va inteso alla lettera. Come quando nel dolore si impreca contro Dio, senza che a parlare sia il cuore. Dunque, immagino che ogni tanto capiterà anche a voi: un brutto motivetto, popolare grazie alla sua banalità, vi coglie impreparato e s’impossessa di voi per qualche giorno prima che vi riesca, a forza di potenti antidoti musicali, di scacciarlo dalla vostra testa. Sono rimasto vittima di questo supplizio nei primi giorni dell’anno, dopo essere incappato nel “Libiamo” verdiano del Concerto di Capodanno alla Fenice trasmesso dalla RAI. La musica di Verdi abbonda di questi terribili motivetti (di successo) che non citerò per non scandalizzare ancora di più il vasto pubblico e gli augusti critici musicali. Io non sono affatto insensibile (al contrario, anzi) alle melodie “facili” ed accattivanti, alla musica di immediata comunicatività. Tuttavia, prima ancora che per la fattura, queste melodie si distinguono per il nudo disegno: eccone una che brilla per freschezza, eccone una seconda che v’incanta per delicatezza, una terza che vi conquista per l’imperiosità, eccone una quarta dall’incedere felino, penetrante come una lama, ed eccone una quinta che ha dentro il fuoco e vi avvolge nelle sue spire; tutte queste belle qualità presuppongono però una naturale eleganza; la melodia goffa e grossolana, al contrario, nella sua impotenza ammiccante mi fa sempre l’effetto di un’oscena strizzatina d’occhio.

Perciò devo dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità: quando sento il “Libiamo” io lancio immancabilmente il mio maligno grido di dolore, da anni ridotto a formula fissa: «Aiuto! Il lissio!». Intendiamoci: io non niente contro il lissio; è musichetta senza grilli per la testa, che non pretende altro che essere quello che è: musichetta, appunto; gli spiriti giocondi che ballano il lissio li guardo perfino con simpatia; quelli che l’ascoltano diciamo che dimostrano di avere una fenomenale bocca buona, il che è sempre indizio di ottima e invidiabile digestione. So bene di non essere il solo, sotto sotto, a pensarla così, sul “Libiamo” intendo. E poi c’è tanta gente amante della musica la quale, suggestionata dall’approvazione generale e direi quasi istituzionale di cui gode questa bruttura verdiana, se lo fa piacere con una dolorosa smorfia di beatitudine dipinta sul volto.

In un articolo pubblicato sul Russkie Vedomosti nel 1872 il grande compositore russo Tchaikovsky scrisse: «Questo figlio del soleggiato sud ha peccato molto contro la sua arte inondando il mondo intero con le sue melodie da organetto di cattivo gusto, ma molto gli deve essere perdonato in grazia del suo indiscusso talento e del sentimento genuino che ogni opera di Verdi emana». Ah come, come, come, come, come, come, come lo capisco, il grande Pyotr Ilyich! Infatti, nonostante il suo cattivo gusto, anche Verdi sa essere grande: se la sua Musa non conosce mai veramente la grazia e la dolcezza, che egli surroga spesso con la sapiente, secca ed impassibile sublimazione del banale (prevengo il grande pubblico: il “Va pensiero” è un’altra di quelle bolsaggini verdiane immeritatamente famose che non digerisco), quando si tratta di mettere in musica il tormento e soprattutto il furore, Verdi è veramente nel suo elemento. Tutta questa materia bruta e corrotta viene rifusa in musica con un’energia selvaggia ma controllata. Ed ecco che da questo crogiolo nascono le gemme, come le due che ho nel cuore, tutte due tratte dall’Otello: l’inizio dell’opera, che vi si apre in faccia come una finestra sfondata dalle intemperie e la determinazione davvero marmorea di quel «Sì, pel ciel marmoreo giuro!» che chiude il secondo atto. Ah, che bello!

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (51)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

I FISSATI CON PUTIN 05/12/2011 Tra questi, i più spietati sono quelli che in fondo, qualche decennio fa, non vedevano tutto male nell’esperimento sovietico. Essendo una setta potente, si sono portati dietro anche i liberali senza palle e senza testa e i conservatori più tetragoni. La Russia putiniana è diventata una vergogna antidemocratica ed illiberale. Per i nostri gusti delicati, sicuro, non lo metto in dubbio. Ma non tanto da impedire che si tengano delle regolari elezioni politiche e che in quelle di ieri il partito dell’autocrate Putin, Russia Unita, secondo i primi exit poll, sia passato dal 64% al 48,5%. Queste anime belle saranno finalmente contente, tanto più che oltre a Russia Giusta: Madrepatria-Pensionati-Vita, partito descritto di “centrosinistra” che dal 7,7% passa al 14,1%, a trarre i maggiori vantaggi dal “crollo” putiniano è stata tutta gente di specchiatissima ed illuminata liberalità come i comunisti passati dall’11,57% al 19,8%, e i nazionalisti di Zhirinovski, passati dall’8,1% all’11,4%. Insomma, il colosso si muove, senza neanche il bisogno di una primavera democratica. E anch’io sono contento.

IL SOLE24ORE 06/12/2011 Che ogni anno, abbagliandoci, scorta con una montagna di dati la sua bislacca classifica della qualità della vita nelle PROVINCE italiane: NON nelle città, come si continuerà a ripetere dai media per altri vent’anni, sempre che vada bene. Vedo con buonumore che la provincia di Oristano, senza che si abbia notizia di un qualche maremoto abbattutosi sulla costa occidentale sarda, ha fatto in dodici mesi un capitombolo all’indietro di ben 45 posizioni. Orpo. A naso dico: o la qualità della vita in Italia è talmente omogenea che una bocciofila in meno o un asilo in più ci fanno andare all’inferno o in paradiso; oppure i parametri sono da ricalibrare. Propenderei per la seconda ipotesi. Noto ancora e sempre con buonumore che la mia patria, la Marca Trevigiana, con un balzo felino si è insediata al primissimo posto nella classifica speciale riguardante il “tenore di vita”, proprio ora che mi vedo circondato come non mai da facce sospirose e meste, liete di trovare parole di conforto in un povero disgraziato come me. Questo è un bel mistero. Che nel resto d’Italia si sia alla più nera disperazione? O che dalle sue parti il sottoscritto, a sua beata insaputa, abbia ormai acquisito una discreta fama di amabile gonzo?

LIBERTA’ E GIUSTIZIA 07/12/2011 Se ogni tanto anche il buon Omero dormicchia, perché mai la Sobrietà dovrebbe negarsi per forza un bicchierino? L’ottimo Napolitano, con logica inoppugnabile, converrete, ha avuto parole d’elogio per un decreto, il «Decreto Salva-Italia», “giunto appena in tempo per evitare la catastrofe”. Concetto ribadito dal sempre misurato Monti, ospite del salotto televisivo di Bruno Vespa. Bruno Vespa!?! Monti, il Salvatore, nella casa di un noto pubblicano! A nulla è servito che l’altro ieri il più esclusivo club di bacchettoni d’Italia lanciasse – lanciasse cosa? un appello? – un appello affinché l’uomo della rupture stilistica e morale non varcasse quella soglia impura. Un appello sottoscritto – sottoscritto da chi? da numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo? – da numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo. Tra questi, Ermanno Olmi. Quello delle parabole cinematografiche.

MARIO MONTI 08/12/2011 Come le dicevo, Watson, questa contegnosa macchietta non ha nemmeno il coraggio delle proprie azioni. A “Porta a Porta” è andato, ma con un miserrimo colpo basso si è creduto in dovere di mettere subito in chiaro, coram populo, com’è proprio dei pusillanimi, che “non lo ha fatto per fare un piacere a Vespa”. Il quale naturalmente non ha fatto una piega. Asciutto e amabile come il più compito dei maggiordomi ha fatto un rapido cenno del suo più naturale assenso, com’è uso degli uomini di mondo davanti ad una cafonaggine puerile. Individuo notevole, Watson! Siccome nessuno va da Vespa per fargli un piacere, ma casomai per fare un piacere a se stesso, la mia distaccata opinione, caro Watson, è che quest’uscita stravagante sia il frutto di due giorni di profondo travaglio intellettuale alla ricerca delle parole più consone a rabbonire l’Italia Migliore, quella fissata, lo sapete, coi servi e coi lacchè. In questa fissazione Monti ha infine trovato con intima gioia la giusta ispirazione che gli ha dettato – letteralmente, caro Watson, letteralmente! – le sciocche parole del suo servile tributo. Increscioso, nevvero? Ma ora mi aiuti a mettere la giacca: abbiamo tutti e due bisogno di un po’ d’aria fresca, non crede?

FILIPPO FACCI 09/12/2011 Nel suo articolo sulla prima alla Scala scrive: “È vero, in fondo l’opera è proprio teatro allo stato puro: e il primo a evidenziarlo, anche musicalmente, fu proprio Mozart.” Per me si è espresso in modo infelice, perché sennò non mi limiterei a tirargli gli orecchi. Così non fa altro che perpetuare equivoci che fanno contenti insieme certa critica seriosa e verbosa e il volgo più o meno danaroso che va a vedere il «baraccone» teatrale-musicale, lusingato di partecipare ad un «avvenimento culturale» ufficialmente certificato. Per Mozart era vero il contrario: in un’Opera ben intesa il teatro, il dramma, il libretto, la scenografia, dovevano formare la servitù anche scalcagnata della musica; l’Opera stessa non puro teatro, ma teatro completamente risolto in Musica. Ossia Musica: “In un’Opera la poesia deve essere figlia obbediente della musica. Perché le Opere Comiche italiane, a dispetto della miserabile insignificanza dei loro libretti, hanno successo ovunque, persino a Parigi, come io stesso ho constatato? Perché la musica vi prevale completamente, e la gente dimentica tutto il resto [Olé! N.d.Z]. Così, un’Opera otterrà un successo ancora maggiore se il soggetto è stato bene elaborato, e le parole sono state scritte solo in funzione della musica, senza la presenza di termini o di intere strofe che distruggono completamente l’idea del compositore [del compositore, non del drammaturgo, non del librettista, N.d.Z.] solo per salvare una miserabile rima.” Questa semplice verità continuerà ad essere una pietra d’inciampo nei secoli dei secoli. Le opere, ascoltatele pure a casa, non ci perderete nulla o quasi, e penetrerete nella musica e nella mente del compositore anche meglio. Ciò detto, io non sono affatto un patito di Mozart. Mi piace molto invece Massenet.

P.S. Mi sono spesso chiesto come mai nessuno di questi svergognati risponda: o i miei leggiadri aforismi colpiscono con così infallibile precisione che la miglior cosa è ignorarli, oppure non c’è in giro un cane spelacchiato che li prenda sul serio. Io un’intima certezza ce l’avrei… Ma Filippo Facci mi ha degnato di una risposta. La cosa mi ha talmente colpito che gli ho rivelato tutto!

Filippo Facci: Non ho capito la questione: dal che ritengo che l’essermi espresso male sia un’ipotesi effettiva. Non certa, tuttavia. La mia era una notazione tecnica, riferita al fatto – che poi non ho riportato – che Mozart ha infarcito il Don Giovanni di riferimenti musicali «teatrali», in voga allora, che noi ora non possiamo riconoscere. Per il resto, figurarsi se disconosco l’ammiccamento mozartiano verso la servitù della musica, come la chiami. La musica era poco più che un’occupazione da girovaghi o da servi, un mestiere come un altro, un artigianato, al limite una ricreazione pomeridiana per nobili rampolli. Di rado, nel Settecento, era considerata un’arte, come lo sarà da Beethoven in poi: i musicisti, anche a corte, erano considerati dei domestici e mangiavano con la servitù. I teatri erano molto diversi da come li immaginiamo oggi. La Scala al primo piano aveva una bottega del caffè in cui la gente s’intratteneva a leggere e oziare mentre venivano preparate bevande calde da servire nei palchi; al secondo piano c’era una cucina e una pasticceria e dei camerini per le cene, con gli aromi delle pietanze a spandersi per tutto il Teatro; al terzo piano c’era una stanza per i commerci, come la Borsa di oggi, e una galleria dei giochi dove la gente litigava e non di rado si accoltellava. In ogni palco non mancavano i liquori e un braciere per cucinare o per scaldarsi, e le tende, rivolte verso il palcoscenico, si potevano chiudere così da farsi gli affari propri. La musica, intanto, andava. Nel complesso, un baccano d’inferno: tra sguardi e ventagli, l’arte si mischiava all’intrattenimento, e nei teatri, illuminati con splendidi lampadari in argants, i borghesi e gli aristocratici si ritrovavano anche per fare un po’ di casino. Però quello che dici è molto parziale. Vale per l’opera buffa. Mozart non lo è già più. Io stesso Mozart preferisco sentirmelo a casa, per dire. Ma per Wagner? I testi erano mostruosamente lunghi ed elaborati (raramente in rima) eppure li scriveva lui stesso, e ascoltare le sue opere mille volte (come pure faccio) non vale vederla una volta dal vivo, sempre che la regia non lo ammazzi come alla Scala è accaduto è accadrà nei due anni prossimi.

Massimo Zamarion: Innanzitutto, caro Facci, sarà curioso di sapere cosa le avrei fatto se non si fosse espresso “in modo infelice”: be’, le avrei “strappato con le mani la zazzera biondiccia”. Questo avevo in anima di fare. Ma a parte questa doverosa precisazione, la sua garbata risposta merita la verità. Quest’articoletto è frutto di una vendetta. Sì, vergognamoci per Zamarion! Lei un giorno, in un articolo su una lista di 100 dischi da “possedere assolutamente” proposta da Marco Pasetto, scrisse che l’Aleksandr Nevsky del mio amato Prokofiev faceva “scappar la gente per sempre”. Anche qui non era chiarissima la cosa: forse voleva dire che la musica, la bellissima musica, dell’Aleksandr Nevsky, di quel capolavoro dell’Aleksandr Nevsky, era troppo impegnativa o fine per sedurre un neofita anche di innato buon gusto? Siccome però è musica tutt’altro che cerebrale, ma piena di melodie accattivanti, a me parve che l’Aleksandr Nevsky facesse scappare lei a gambe levate. Scorrendo la lista scoprii poi che lei era un fan di Shostakovich e un detrattore di Stravinsky, il grande Igor, che sta più in alto anche di Berlusconi nella mia personale lista dei più grandi nanerottoli della storia. Avendo l’immaginazione fervida, questa mi sembrò una dichiarazione di guerra e l’uomo del sottosuolo che è in me se la legò al dito. E veniamo all’Opera. Quello che mi dà sommamente fastidio quando si parla di Opera, e che mi sembra un grave errore pedagogico se si vuole avvicinare la gente alla musica “classica”, è che tutta l’attenzione venga rivolta agli interpreti, alla direzione, alla scenografia, ai cantanti, ai “personaggi”, al dramma. Non si finisce più di parlare di chi è Don Giovanni, di chi è Tosca, o di chi è Scarpia. Ed è una noia mortale. Sembra che tutto dipenda dall’esecuzione o da quello che in un’opera – musicale – in ultimissima analisi rimane secondario. E’ tutta roba frigida. Possibile che un capolavoro o un buon pezzo musicale non sappia sopportare una zotica esecuzione? Possibile che la bellezza in mani maldestre sfugga ad un orecchio sensibile? Io non lo credo affatto. Possibile che i critici invece di chiacchierare all’infinito sul “significato” di un’opera, o di quel tal personaggio della malora, e su come dovrebbe essere interpretato, non si adoperino invece a cercare di cogliere e comunicare a parole la segreta musica della musica di Mozart, o la segreta musica della musica di Tchaikovsky? (Io mi sono avvicinato alla musica classica così: ascoltavo un LP degli Area, anni settanta; sul retro, non so per quale strana contro-operazione culturale c’era un pezzetto intitolato: “Il massacro del terzo brandenburghese”, due minutini di musica massacrata per benino. Io ne fui folgorato. Così nel negozio di dischi dove andavo di solito cominciai a frugare negli scaffali dedicati alla musica classica, con la nonchalance sospetta di chi cerca le riviste porno. Trovai i Brandenburghesi diretti da K. Richter, due sontuosi LP della Archiv. Solo dopo qualche mese ebbi il coraggio di comprarli. Avevo 14-15 anni. Non guardai in faccia il negoziante, che sicuramente mi guardava strano. Ma dopo fuggii felice.) Ecco, è per tutto questo che quando lei ha scritto che per Mozart l’Opera è teatro allo stato puro io ho voluto interpretarla a modo mio. Quanto alla Gesamkustwerk, come ho già scritto nel mio blog che conta la bellezza di 150.000 contatti dopo soli cinque anni, mi sembra cosa astratta e tirannica. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è – per me – quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile e bolsa cavalcata della Valchirie). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. (Ma forse a guardarle dal vivo, chissà che riesca a non addormentarmi). In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo. Questa è sempre stata la mia opinione. E non ho ancora cambiato idea. Perlomeno, converrà, è mia. Ringrazio dell’attenzione. Io la seguo spesso con simpatia. Mi dispiace però che sia così anticlericale. E sulla musica ho capito che siamo, in quanto a gusti, su fronti contrapposti.

Meno arie, caro Lissner

Non essendo un cuor di leone e volendo farsi bello agli occhi dell’Italia che conta, il sovrintendente alla Scala Lissner ha riservato una battuta malevola e stupida (“avrà altro da fare”) al ministro della cultura, reo di aver disertato la prima della stagione scaligera. Bondi, in quel momento impegnato in Parlamento, sarà pure un bambinone e il classico, imbarazzante poeta cui non mancano applausi di circostanza dalla cerchia di quegli amici che non sanno come dirgli che con l’ippica forse potrebbe togliersi ben altre soddisfazioni; però è l’uomo più buono ed inoffensivo della terra. Per questo tutti i vigliacchi gli danno contro. E per questo lui vuole bene a Silvio e Silvio a lui. C’è bisogno di dire che se il Charlie Brown del governo Berlusconi si fosse presentato alla Scala i soliti muezzin dell’Italia migliore lo avrebbero incolpato di aver voluto sfilare a tutti i costi durante un rito mondano di insostenibile leggerezza mentre Pompei cadeva a pezzi? E che lui – povero fanciullo! – se ne sarebbe sinceramente contristato?

Premesso questo, chi lo dice che per un ministro della cultura bigiare la prima della Scala sia un gran peccato? Già, chi lo dice? Alla prima della Scala presenzia un sacco di gente famosa che di musica non capisce niente – non è una colpa – ma che invece di schermirsi con garbo di fronte alle domande del petulante cronista, come farebbe qualsiasi intelligente casalinga di Voghera, si sente in dovere di dire la sua su interpreti, direttore e regista. Ah, il regista! Ho l’intima certezza che gli odierni “registi” d’opera di musica non capiscano un’acca. Capire la musica vuol dire ricavarne piacere. Ricavarne un puro ed onesto piacere senza l’aggiunta di strane droghe vuol dire amarla. Amarla vuol dire sottomettersi. Inoltre, chi ama la musica, per quanto onnivoro, ha i suoi gusti e le sue idiosincrasie. Anche scandalose. La razza tirannica, ignorante e brutale dei registi, che una volta giustamente non esisteva, marcia invece indistintamente su Gluck, Verdi o Prokofiev e si è messa in capo di trasformare i cantanti in attori, e di mettere le note sotto il tallone di ferro del dramma, nonostante Mozart sostenesse il contrario. Allo scopo tutto è lecito: l’allestimento scenico nudo o al contrario eccessivo e bizzarro, obbligatoriamente anacronistico, tale che l’occhio uccida proditoriamente l’orecchio; o il valore aggiunto dell’ammiccamento di tipo politico o sexy, che ci fa arrossire, ma solo per il suo infantilismo. Supponenza e volgarità si danno la mano, giustificandosi a vicenda. Onde per cui questo circo è diventato un avvenimento culturale per eccellenza. Senso della misura, un po’ di distacco, di ironia? Zero. Per quella ci vorrebbe nobiltà d’animo, che prescinde dalla “cultura”. Quando poi si tratta di Wagner, che è serissimo, che è tedesco, che è monumentale, che è il profeta dell’arte totale, della gesamtkunstwerk, tutti si mettono spontaneamente sull’attenti, anche quelli per cui la Valchiria rimarrà per sempre quel temibile e intonso pacchetto di appena quattro CD. Si entra in chiesa:

…e la cerimonia ebbe inizio. Mi feci il più possibile piccolo e rimasi immobile. Dopo un quarto d’ora non ce la facevo più; i miei muscoli erano indolenziti, dovevo cambiare posizione. Crac! Ci siamo! La sedia fa un rumore che richiama un centinaio di sguardi furibondi! Mi rifaccio piccolo, ma il mio pensiero corre alla fine dell’atto che porrà termine a questo martirio. Finalmente giunge l’intervallo e mi ripago con due buone salcicce e un boccale di birra. Non appena accesa la sigaretta, sono richiamato al raccoglimento dal segnale d’inizio. Un altro atto da subire! Penso intensamente alla sigaretta appena iniziata e sopporto ancora quell’atto. Poi, di nuovo salcicce, birra, fanfara, raccoglimento, ancora un atto – l’ultimo. Fine!

Chi è questo insolente? E’ il piccolo, grande, irresistibile Igor Stravinskij reduce dalla “sacra rappresentazione” del Parsifal di Wagner a Bayreuth. Appena trentenne, alto un metro e mezzo, calvo, occhialuto, e tuttavia non disperato, il nanerottolo aveva già l’inimitabile faccia da vecchietto in gamba che per sua fortuna mantenne bella, fresca e quasi intatta fino ai novant’anni. Ora la sua piccola salma riposa a Venezia, nel poetico cimitero dell’isoletta di San Michele, gentilissima cittadella murata e resort di lusso per i pensionati dell’oltretomba. Lunghi bastioni orizzontali in mattoni rossi, bardati da pietra bianca, dietro ai quali svettano verticali e altissimi verdi cipressi secolari, accompagnano l’occhio per centinaia e centinaia di metri quando camminate lungo le Fondamente Nove, l’ampia passeggiata che limita a nord-est la città dei vivi: sopra sorride la volta celeste, sotto s’increspa lo specchio azzurro delle acque. Quando fa bello, e tutto trasuda mitezza, vi prende una strana e quasi filosofica voglia di tuffarvi per andare incontro al vostro destino…

A Bayreuth l’aveva invitato Diaghilev, l’impresario dei Balletti Russi. Ci andò con piacere, anche se già presagiva le dissonanze elettive col grande Wagner ma soprattutto con la setta wagneriana, e anche se in quel momento stava componendo in santa pace Le Sacre du Printemps. Tanto per dire, caro Lissner.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Chiarisco (copio un mio commento qui sotto): sarebbe assurdo negare la grandezza di Wagner. Neanche Stravinskij la negava. Pur “semplificando al massimo” non si può dire che per il russo la musica fosse indipendente da qualsiasi “contenuto poetico”. Affermava, piuttosto, che questa poesia doveva essere raggiunta coi mezzi della musica, e non truccata e appesantita da suggestioni extramusicali, di qualsiasi genere. Anzi, in pieno novecento usò spesso, polemicamente, parole come poesia e melodia. Un suo libriccino teorico si intitola proprio “poetica della musica”. Giunse a comporre un balletto, “Il bacio della fata”, su brevi tracce pianistiche di Čaikovskij, che fu un grandissimo compositore ma che allora – soprattutto allora – era considerato un artista salottiero e sdolcinato. Parlava provocatoriamente dell’incanto delle “sue belle frasi musicali”, belle e ben fatte. Contro l’astratta tirannia formale di certo sinfonismo, parlava di “una melodia che aveva perso il suo sorriso”, o qualcosa del genere. Gli sembrava astratto e tirannico anche il “dramma” wagneriano. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile cavalcata della Valchirie, veramente bolsa). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo.

Loro a Firenze fanno così

Sabato scorso, poco dopo mezzogiorno, le fiorentine e i fiorentini intenti a fare la spesa al mercato di Sant’Ambrogio hanno sentito, improvviso, il suono di una melodia molto popolare e poi una voce femminile che la intonava. Era lei, Carmen, la zingara che nell’habanera seduce il bell’ufficiale. Un video ben fatto li mostra sorpresi e sorridenti, mentre un’altra giovane cantante – fintasi venditrice – riprende il motivo e lo rilancia. C’è persino un accenno di tango col “casqué” con un cliente subito disponibile. Poi è la volta di una melodia ancor più popolare, nientemeno che il coro di “Traviata” intonato da Violetta «Libiam ne’ lieti calici” e qui il successo diventa calorosissimo. Un’idea bella e intelligente di Ippolita Morgese, Peter Klein e Antonio Vanni «per riportare l’opera ad una dimensione popolare, un’operazione per la cultura e per la musica in un momento drammatico». Credo anch’io che questo sia uno dei modi più giusti per far capire quale straordinario patrimonio l’Italia abbia e come si possa dissiparlo in poche battute. Senza nemmeno rendersi conto dei guasti insanabili così provocati. (Vittorio Emiliani, l’Unità, 7 giugno 2010)

Be’, non c’è dubbio che certe cose possono accadere solo a Firenze, dove si respira ancora in ogni angolo quella cultura che il nostro stolido governo ha deciso di buttare via con la spazzatura. D’altronde il sindaco-giovanotto Renzi ce l’aveva detto, a noi italioti insensibili alle muse e alla fratellanza umana: “Noi a Firenze facciamo così”. Un’idea geniale, superiore, democratica e di sinistra, degna di una terra e di un clima dove la cultura colla C maiuscola e il popolo s’incontrano in questi tempi bui come due innamorati segreti, violando il coprifuoco delle televisioni berlusconiane. Avrei qualcosa da ridire sulle scelte musicali: oltre alla solita Carmen, ossia al solito brano – povero Bizet! morto giovane e condannato all’immortalità solo nel ricordo di una gitana e di un toreador – che abbiamo sentito un milione di volte nelle pubblicità televisive, senza per questo sentirci un milione di volte a teatro; oltre alla solita Carmen, dicevo,  pure la solita minestra riscaldata di Verdi, che quando voleva essere melodicamente triviale ci andava giù con una pesantezza grassa e padana che solo un’energia impassibile, inesorabile, precisa, riusciva a riscattare. Ma possiamo capirlo, è musica per bifolchi presi alla sprovvista, piacevolmente lusingati per il fatto di riuscire a canticchiare – per una volta – un pezzo di musica classica dotato di tutti i certificati necessari. Ci si sente bene a volare alto a così poco prezzo! La cultura di sinistra – in Italia esiste ancora la cultura “di sinistra”, per dire di come male siamo ridotti – è così, o sposa le più sciocche avanguardie oppure non mette piede fuori dai tracciati prestabiliti, come quelle code di turisti che a Venezia a mo’ di gregge si scelgono per guida solo i cartelli gialli >Rialto >S. Marco e >Ferrovia. Lodiamo comunque la buona volontà degli operatori di cultura fiorentini. Diciamo, sempre comunque, se ci è permesso fare un appunto, che copiare con un anno di ritardo un’iniziativa della città di Valencia, la capitale del malaffare politico simil-berlusconiano targato Partido Popular, almeno secondo le gazzette progressiste spagnole, e farla passare per un’idea originale non è che sia un’idea molto originale. Infatti è tipica della sinistra, Luttazzi insegna. Copiare poi perfino i brani musicali verdiani vuol dire proprio non fare nemmeno il minimo sforzo per dar corpo a un’idea partorita dalla bellezza di tre eccellenti teste. A meno che la priorità non fosse quella di mantenere gli standard qualititivi, la sollecitudine e l’efficienza delle intraprese municipali. Ad andare in estasi per la performance valenciana fu un bieco affarista di razza Piave, nonché italiano, il Mango di Treviso, giramondo poliglotta che riesce tuttavia ancora a commuoversi per l’arte e la natura, e per le donne che della Natura sono l’Alfa e l’Omega, secondo la filosofia degli uomini in salute. Notate altresì – perché non è finita qui – come l’improvvisata canora a Valencia abbia, seppur appena abbozzata, una qualche sua grazia e freschezza drammaturgica, mentre nel tempio della bella politica l’impresa sia buttata lì alla stracazzo di cane. Che gli ebeti di sinistra riescono pure a firmare con la solita pecoraggine idiota che li contraddistingue da sessantacinque anni innalzando cartelli imbecilli di sapore politico spuntati fuori – va da sé – con l’implacabile regolarità delle manifestazioni spontanee. Ma a Firenze, loro, fanno così, brutto illetterato teledipendente.

Frateellii d’Itaaliaa

Non ho nulla da aggiungere alle sagge considerazioni di Abr sul capolavoro di Goffredo Mameli tranne questo: che l’inno è perfettamente italiano nello spirito. L’attacco, di sublime, intima solennità, sembra una scorreggia o una pernacchia musicata, una sorta di avvertimento che tradotto vuol dire: all’occhio, siamo italiani…

Papparapapparapparappa pappappà
papparapapparapparappa pappappà
papparapapparapparappa pappappà
papparapapparapparappa pappappà
pa pa pa pa pa papparapappa papparapappa
papparapappa papparapappappà
pom popom
Frateelli….

(Ugo’s version)

Io & Joe Zawinul

Non è stata proprio la linea d’ombra della prima giovinezza di Conradiana memoria, ché quella è passata da un pezzo, ma pur tuttavia qualcosa di simile, il sentimento che ho provato la settimana scorsa all’annuncio improvviso della morte del compositore e musicista austriaco Joe Zawinul, la cui fama resterà indissolubilmente legata alla band di cui fu leader assieme a Wayne Shorter negli anni settanta e ottanta, i Weather Report. Non molto tempo fa, col gruppo con cui suonava ormai da parecchi anni, i Joe Zawinul Syndicate, fu di passaggio nella marca trevigiana. A riprova che l’uomo è senza alcun dubbio di origine divina, perché un animale intelligente nella sua maturità mai potrebbe concepire qualcosa di così eccezionalmente stupido, pensai di presentarmi al suo concerto con due originali dischi in vinile dei Weather Report, sui quali il vecchio e longanime Joe avrebbe dovuto apporre il suo autografo. Mi ero anche studiata accuratamente (in inglese) una battuta terrific che recitava così: “Oh great! Adesso li metto all’asta su eBay!”. Ma poi non ci andai: il turbinio della vita, la pigrizia o un sussulto raziocinante per fortuna sventarono questa demenziale impresa.

Joe Zawinul aveva una di quelle caratteristiche facce, sempre uguali a se stesse, che sono vecchie da giovani e giovani da vecchie. Si aveva l’impressione che la sua fosse uscita fuori dal grembo materno così, ossuta e scarna, i pochi e biondicci capelli ricadenti sulla nuca da un cranio che la natura aveva tirato a lucido precocemente, e con perfida efficacia; i baffoni che spesso si allungavano a manubrio; e due occhietti pungenti, intelligenti, complici e sorridenti che affondavano in una fisionomia zingaresca, marchiata dal retaggio ceco-magiaro della sua famiglia.

Josef Erich Zawinul, che molti consideravano americano, nacque a un tiro di schioppo da Vienna, all’inizio degli anni trenta di quello che facciamo ancora fatica a chiamare il secolo scorso. Se aprite una carta geografica del vecchio continente, puntando gli occhi sull’eccentrica capitale austriaca, vi accorgerete che la Vindobona dei Romani è come uno sperone germanico, ancorché cattolico, che domina i Balcani e le immense pianure slave. E’ un porto di terra nel cuore dell’Europa, come Venezia, all’estremità settentrionale di una profondissima insenatura del Mediterraneo nel vecchio continente, lo è dal lato del mare, dove all’Occidente arrivano i profumi e le genti dell’Oriente. Era quindi cittadino di quella gentile Germania dell’anima chiamata Mittleuropa, e davvero questo spelacchiato Asterix, col physique du rôle dell’agile furetto dell’Imperial burocrazia Austro-Ungarica, sembrava uscito dalla galleria dei mezzi-sangue che popolano i romanzi di Joseph Roth, accomunati quasi tutti dall’allergia al nazionalismo.

Si portò dietro tutto questo, un’educazione musicale classica e una passione per il jazz quando sbarcò negli Stati Uniti sul finire degli anni ’50. Allergico alle frontiere nazionali e alle frontiere musicali, lo fu anche al perimetro degli strumenti tradizionali. Così esplorò l’elettronica e fu un precursore del genere fusion, con una musica che però mai si ridusse a un cocktail di suoni, invisa ai puristi del jazz e indigesta alla vasta platea della popular music. Io ci trovavo solo quella libertà – non quella delle vane trasgressioni che anima le avanguardie prima di divenire accademie – che è l’ortodossia dei veri artisti. Anche se qualcuno potrà ricordare pezzi più tardi come Black market o Birdland, i risultati più duraturi sono del quinquennio 1970-1975. And these are my favourite things:

 I sing the body electric (1972)

La prima facciata del vecchio disco in vinile, dall’incubo di squarciati idilli di Unknown soldier all’esaltazione liberatrice di Second sunday in august, è la vetta artistica dei Weather Report, dove strumenti acustici, fiati ed elettronica orchestrano una musica tanto difficile da conquistare quanto gratificante.

 Mysterious traveller (1974)

Complessivamente forse il miglior disco del gruppo. Una collezione di pezzi unici, tutti memorabili, quasi dei piccoli archetipi.

 Tale spinnin’ (1975)

Un accentuarsi della svolta verso una più piana comunicatività, in un disco ricco di colori.

Anima e corpo

Perché quando trattiamo dell’anima, in campo artistico o filosofico, solo con molta difficoltà riusciamo a sottrarci all’impulso di uscire da noi stessi, quasi ad intingere la penna nell’eterea realtà della nostra esplorazione, dimenticando che coi cinque sensi, e solo con quelli, comunichiamo? Dovremmo riposare in noi stessi e chiamare a raccolta tutte le nostre capacità d’espressione, e invece ci priviamo degli strumenti necessari,  trovandoci improvvisamente a camminare nel vuoto, privi di appoggi, spente le forze, e muti: di qui un’aridità e una mancanza di colore nella scrittura che cozza dolorosamente col nostro sentimento. E tuttavia, questo irrigidimento, questa solennità che non scorre, ma balbetta ed incespica, segnala spesso anche un difetto spirituale; un involontario residuo d’individuazione nel corpo e nella terra del peccato; una ricaduta simbolica nel senso di colpa, di indegnità del corpo che nella circoncisione, nel divieto di farsi immagini di Dio, nel concetto d’impurità di certi cibi, nel sacrificio di animali, trovò un suo codificato equilibrio; tutte cose che Cristo abolì elevandoci a Figli di Dio, pur nell’inadeguatezza e insufficienza, ma non intrinseca peccaminosità, del nostro abito carnale. Quest’umana diminuzione storicamente parlando si riverbera nella restrizione dello spettro espressivo delle arti e della liturgia nelle forme religiose staccatesi dal cattolicesimo o distintesi dal cristianesimo: dall’austerità  protestante all’iconoclastia islamica. Ed ha anche causato il nascere di luoghi comuni duri a morire nel campo delle arti. Tipo, la supposta severità luterana della musica di Bach. Quando, al contrario, proprio nelle cantate sacre egli, il Cantor, mette in mostra un lussureggiante e sensuoso impasto di colori timbrici, da vero Musicus, che ai suoi tempi faceva gridare allo scandalo i parrocchiani di Lipsia, ai quali sembrava di essere all’Opera. E non v’è chi abbia una qualche fine sensibilità d’orecchio che non sappia cogliere, ad esempio, tutta la fierezza sensuale sprigionata dalla cantata  BWV 51 “Jauchzet Gott, in allen Landen” scritta per la moglie e cantante Anna Magdalena. E’ significativo, a questo riguardo, l’influenza nettissima della musica sacra su certi compositori del secondo ottocento e primo novecento; musicisti dalla calda, levigata e insinuante linea melodica, che guarda caso spessissimo cercavano nell’universo femminile l’ispirazione per le loro opere, come Gounod, Massenet e Puccini. Che poi gli ori della religione abbiano qualcosa a che fare con le curve dell’Art Nouveau è più che un sospetto. E pure con le curve della donna, che all’uomo non ridotto alla sola ma mai innocente animalità, dovrebbe ispirare pur sempre un sentimento d’elevazione. Perché ella significa unione e completamento, e ogni superata divisione è un avvicinamento a Dio.

Lo scopo di tutta questa graziosa tirata è quello di giustificare il resto. Eccolo qui:

Nel mondo ci sono due cose che trasgrediscono all’ordine naturale delle cose, due irrequieti clandestini: l’uomo e il tempo, quest’ultimo una creazione intellettuale del primo. L’uomo è una coabitazione di corpo e anima. Quello che è, e il sentimento di quello che vorrebbe essere: un corpo, senza le limitazioni del corpo. L’uomo è una creatura irrisolta; si definisce solo per il rapportarsi delle sue due componenti. L’irrisolto uomo ha creato un suo doppio nel campo concettuale con l’invenzione del tempo. In realtà il tempo non esiste. Esiste solo il moto e la trasformazione derivante da questo moto. Ma l’animo umano non riesce a sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda, a cullarsene e lasciarsene trasportare, dal momento della trasformazione chiamata nascita al momento dell’altra trasformazione chiamata morte, come fanno gli animali. Questo scardinamento dalla traiettoria naturale del mondo materiale è la sua angoscia e la chiama tempo. Poche cose sono così disumane e poco celesti come quella snervante colonna sonora che fa tic-tac. Anche il tempo è una coabitazione, tra Passato e Futuro. L’irrisolto tempo si chiama: Presente.  E la sua essenza, come quella dell’uomo, ci sfugge come sabbia dalle dita. Anima e corpo non sussistono separatamente. Ma noi siamo interamente corporei e tuttavia abbiamo un’anima: e allora cos’è l’anima? L’anima è la ferita della nostra caduta, è il segno della nostra divinità, ed è un’indicazione di quello che vorremmo e dovremmo essere. L’uomo è un animale ferito, perché le limitazioni del nostro corpo non si addicono alla nostra vera natura. Come Adamo ed Eva all’uscita del Paradiso Terrestre ci sentiamo ignudi. Vergognosi della nostra animalità. Ma materialmente l’anima è solo un effetto. Quando dico che l’uomo è interamente un animale, voglio dire che in realtà, anche quando parliamo di anima o spirito, noi tendiamo a ricercare nel suo corpo qualche anomalia, qualche recesso segreto e impenetrabile, cioè infine qualcosa di materiale, che sia la riposta causa dei suoi comportamenti. Perché in realtà noi non sappiamo concepire – coi sensi – l’immateriale. Abbiamo invece un corpo segnato, e ne scontiamo gli effetti, ma che per il resto obbedisce in toto, fin nella sua fibra più infinitesimale, alle leggi della natura terrestre. Ma la consapevolezza di questa ferita, il suo principio passivo, è innata e da questa origina anche il suo principio attivo, il libero arbitrio: che consiste, in ultima analisi, nell’accettarla – e sarà via di salvezza e sapienza; sarà consapevolezza santificata; sarà Spirito Santo – o nel negarla. Perché il privilegio dei figli di Dio, quali noi siamo, e che Dio non ci toglierà, perché sennò non saremmo figli suoi, liberi di nascita, è questo: dire sì o dire no. Nella resurrezione dei corpi non ci sarà più né corpo né anima, ma un corpo divino. L’uomo sarà abolito. Finirà il dualismo della coabitazione, che oggi costituisce l’inafferrabile umano, e avverrà la fusione di spirito e corpo. La divinità è quell’umanità che noi non riusciamo a vivere, quaggiù. E nella città celeste non ci sarà più né passato, né futuro, ma l’eterno presente. Il tempo sarà abolito. Finirà il dualismo della coabitazione, che oggi costituisce l’inafferrabile presente, e avverrà la fusione di passato e futuro. L’eternità è quel presente che noi non riusciamo a vivere, quaggiù.