Stati di alterazione antimafiosa

E’ veramente un peccato che l’Italia antimafiosa (quella che prima era, soprattutto, antifascista) non abbia apprezzato a dovere il funerale dell’ottavo Re di Roma Vittorio Casamonica. Quel magnifico tiro di cavalli in ghingheri; quella carrozza barocca fino alla nausea; quella banda musicale che piangeva sulle note del Padrino con molto sentimento ma con evidente soddisfazione, quasi sorridendo tra le lacrime; quella marea di corone; quell’elicottero che lanciava petali di rosa, straordinario aggiornamento tecnologico di ancestrali e sempre vive pratiche indiane; e per ultimo quell’aristocratico pezzo di automobile chiamato Rolls Royce; tutti questi elementi andavano a rappresentare una versione magniloquente e un po’ megalomane di una liturgia funebre zingaresca: un pezzo di cultura, secondo la cultura dominante. E allora perché disprezzarlo? Forse per ignoranza? Ma ciò sarebbe comprensibile in un berlusconiano o in un leghista, non in chi fa parte dell’Italia plurale ed inclusiva, esperta ed appassionata di ethnos e di gender. Ci è parso inoltre scarsamente elegante e pochissimo democratico scagliare con leggerezza l’anatema antimafioso contro questa famiglia potente e facoltosa di etnia Sinti, sospettata di malaffare di piccolo cabotaggio su vasta scala più che di attività criminale in grande scala, quasi che, come per un Salvini qualsiasi, zingaro fosse sinonimo di poco di buono.

Insomma, anche il politicamente corretto è andato a farsi friggere di fronte alla priorità delle priorità: rafforzare quella narrazione dell’Italia antropologicamente mafiosa e corrotta da ripulire dalla testa ai piedi che si sta sostituendo a quella un po’ ammuffita dell’Italia antropologicamente sempre corrotta ma in primo luogo fascista. Facendo leva sulla carica intimidatoria di quest’ultima la sinistra ha costruito le sue fortune, occupando passo dopo passo tutto l’occupabile durante i regimi democristiani, pentapartitici e berlusconiani. Facendo leva sulla prima la sinistra della sinistra spera ora di riuscire a replicare il misfatto. E così oggi tutto è mafia, perfino il bullismo a scuola, vedrete, grazie soprattutto all’indefessa predicazione dei sacerdoti dell’antimafia.

Pure il Vaticano, dopo qualche titubanza, si è adeguato allo spirito dei tempi e così l’Osservatore Romano ha tuonato fuori tempo massimo contro lo scandalo delle sontuose e pacchiane esequie del boss Sinti. D’altro canto una parte influente più che consistente del cattolicesimo italiano fa da tempo l’occhiolino al populismo giustizialista, giungendo ad usare perfino la figura di De Gasperi per servirne gli scopi, come ha fatto nei giorni scorsi l’ineffabile monsignor Galantino, contrapponendo la figura integerrima (fino alla caricatura, a dire il vero) dello statista trentino all’odierno serraglio di cooptati e furbi che popolerebbe il nostro parlamento, finendo però per incappare in una significativa contraddizione. Infatti, rievocando le vicende della legge truffa, il disinvolto Galantino scrive: «Quando nel 1953, preoccupato degli scricchiolii della propria maggioranza, propose una nuova legge elettorale maggioritaria, contro cui si scatenò una pesante campagna denigratoria, il suo premio di maggioranza sarebbe comunque scattato solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza dei voti, il 50%!» Ma Galantino omette di dire che la campagna denigratoria che affondò la benedetta legge truffa fu portata avanti soprattutto da quel Pci che di De Gasperi e della Dc pensava esattamente quello che oggi il sedicente neo-degasperiano Galantino pensa dei politici attuali. Durante la campagna elettorale del 1953, per esempio, sui manifesti elettorali comunisti si potevano leggere slogan di questo tenore: «Allontaniamo dalla greppia profittatori democristiani e gerarchi fascisti»; «La Forchettoni Associated Films presenta: “L’ultima truffa”, distribuito dalla Premiocrazia Grattiana, diretto da Aspide de Capperi»; oppure, con l’originalità dei falsi moralizzatori di sempre, «Per l’onestà contro la corruzione vota comunista», in un manifesto raffigurante i forchettoni De Gasperi, Gonella e Scelba, tovagliolo al collo, rispettivamente con una forchetta, un cucchiaio e un coltello in spalla, in trepida attesa del magna-magna.

Ho sempre pensato che il soffocante antifascismo militante che avvelena l’Italia da 70 anni non sia dovuto solo a ragioni di opportunismo, ma serva anche a tacitare sensi di colpa e a mimetizzare una segreta fascinazione per il fascismo. Lo stesso fenomeno avviene ora con l’antimafia militante. La compulsiva, traboccante ed infine mortalmente noiosa mediatizzazione (anche artistica) di fascismo e mafia è sostanzialmente figlia della stessa ambigua pseudo-cultura che nutre l’antifascismo e l’antimafia militante: fascismo e mafia vengono sottratti alla storia per venire imposti come eterne categorie dello spirito, sennò il baraccone s’affloscia, e le carriere si bloccano. E grazie a questi incoscienti, intanto, ci facciamo disprezzare dagli stranieri. Per due motivi: perché ci dipingiamo come una stirpe antropologicamente fascista e mafiosa; e per la ridicola e servile mancanza di amor proprio che dimostriamo.

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Renzi tra partito e setta

La nascita del partito della nazione, secondo la felpata propaganda di quella grande stampa sempre un po’ vile che se ne faceva paladina qualche anno fa, doveva essere la conseguenza inevitabile (ma anche costruttiva) della presa d’atto che il ventennale tentativo di bipolarismo politico all’italiana era ormai abortito e che gli opposti populismi al quale invece si era ridotto necessitavano di un argine poderoso. La sua prima versione, quella montiana, si risolse però in un prodigioso fallimento, molto simile a quello di certe squadre che nella partita decisiva della stagione non sembrano neanche scendere in campo. Si pensò allora di arrivare allo stesso risultato attraverso la trasformazione, di nome o di fatto, del Partito Democratico nel partito della nazione. Più tardi l’energica figura di Renzi sembrò ridare corpo al progetto.

Tuttavia proprio in questi giorni abbiamo potuto vedere ancora una volta come questa idea sia nata da ragioni di opportunismo e si porti dietro insanabili contraddizioni. Non esiste, infatti, in Italia un populismo più diffuso, pericoloso e grossolano di quello giustizialista; eppure anche nei giorni del caso Azzollini, com’è sempre accaduto quando Renzi si è dovuto scontrare con la setta della questione morale, né il Corriere, né la Stampa, né il Sole 24 Ore hanno fatto sentire la loro voce in sostegno del premier.

Ciò è dovuto al fatto che anche l’idea del partito della nazione nacque nel solco dell’antipolitica: ne era la versione paludata, compunta, propria delle sale ovattate. Era il modo perbenista, istituzionale, di cedere al conformismo vaffanculista. Ciò che essa denunciava era pur sempre l’insufficienza della politica; ciò che essa perorava era pur sempre la necessità di un suo superamento; e ciò che essa incarnava era in ogni caso una sorta di palingenesi dai tratti rassicuranti e perfino borghesi. Ma nel profondo, senza ostentazioni, quest’idea contribuiva tuttavia ad alimentare quelle correnti populiste che diceva di voler neutralizzare.

Ecco perché quando si tocca una questione dirimente, anzi identitaria, come quella della giustizia, prima ancora sul piano culturale che su quello meramente tecnico, legioni di autorevoli e sagaci editorialisti, di solito prodighi di consigli, invece di buttare il cuore oltre l’ostacolo, fanno i pesci in barile. Ma allora come si può pretendere di porre le basi di un partito votato virtuosamente all’interesse nazionale, e perciò supremamente politico, nel miglior senso del termine, venendo nello stesso tempo a patti con ciò che ne rappresenta la negazione, l’incivile caricatura, cioè la setta?

Questa contraddizione interna è la stessa che agita il Partito Democratico vero e proprio. E non vi è modo di uscirne in modo indolore. Se Renzi decidesse di tagliare il cordone ombelicale con la setta giustizialista per davvero, il Pd andrebbe incontro ad un drammatico ridimensionamento. Non solo: si può star sicuri che questa svolta non avrebbe l’appoggio della grande stampa sopramenzionata. E il presidente Mattarella, che non è certo un cuor di leone, e che dimostra ogniqualvolta apre la bocca di essere fedele in maniera perfino comica ai frusti e tristissimi codicilli della vulgata della repubblica nata dalla Resistenza, gli si rivolterebbe contro. Sotto altre forme, il caso Berlusconi verrebbe a riproporsi. E sarebbe la dimostrazione che non è Berlusconi la vera anomalia della politica italiana.

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Renzi e i giustizieri

Ero stato facile profeta, due mesi fa, nel parlare di «lento assedio della sinistra giustizialista a Renzi». La vera battaglia per la riforma della sinistra Renzi non l’ha nemmeno cominciata. Renzi è stato bravo a presentarsi come l’uomo che rompe gli schemi e parla una lingua nuova, ma tutto questo suo accattivante agitarsi nascondeva una reticenza di fondo. Era un modo di far finta di prendere il toro per le corna, quando invece si prendeva per le corna una capretta. A sinistra il vero toro da rispedire in stalla era il giustizialismo, non quel vetero-socialismo che peraltro, col perdurare della crisi, sta tornando di moda anche fra chi in questi anni si era politicamente accampato fra i democratici con veltroniana fatuità.

D’altra parte anche la filosofia della rottamazione, a ben vedere, costituiva una specie di giustizialismo giocoso, che permetteva a Renzi di essere allo stesso tempo dirompente ed ambiguo. Ciò gli ha conservato in qualche modo, e per qualche tempo, le simpatie di ampie schiere del popolo di sinistra, ma gli anche assicurato l’appoggio di quella grande stampa dell’ex triangolo industriale che da anni ormai si è piegata al verbo giacobino, nell’illusione di potersene servire per patrocinare disegni politici tecnocratici o centristi. Il risultato è però che il Pd di Renzi ha sfondato al centro conquistando i voti di un certo elettorato moderato sfiancato dalla pedagogia ossessiva del circo mediatico-giudiziario, elettorato che ha scelto di arrendersi a Renzi piuttosto di non votare; ma non ha affatto ridimensionato quella specie d’identitarismo di sinistra costituito dalla mistica della questione morale, credo politico che dopo il crollo del Muro di Berlino ha occupati nel mondo post-comunista gli spazi lasciati vuoti dalla dottrina marxista.

Era inevitabile, perciò, che con la fine della luna di miele fra Renzi e gli italiani – fine che non gli si può imputare più di tanto in quanto nell’attuale situazione anche a un santo o a un genio sarebbe capitato lo stesso – l’anima giustizialista della sinistra in generale e del suo partito in particolare cominciasse a prendere per il bavero il condottiero fiorentino e a chiedergli sempre più insistentemente una confessione di fede. Ed è così che sono saltate fuori le liste di proscrizione della Bindi a mettere brutalmente sul tappeto la questione sulla natura del Partito Democratico: qual è il vero Pd? Il partito entrato nella famiglia dei socialisti europei o il partito giacobino di massa del quale, sulla fine degli anni settanta del secolo scorso, partendo da lidi diversi, Scalfari e Berlinguer posero le basi?

Singolari, ed eloquenti, le ragioni che hanno spinto uno dei guru del partito della legalità, Roberto Saviano, a criticare le liste bindiane. E significativo il fatto che tali ragioni nella sostanza siano state fatte proprie, dopo qualche dichiarazione ambigua, dal presidente dell’Anticorruzione Cantone, la cui nomina è stato il primo vistoso segno di cedimento di Renzi alle istanze giacobine. Secondo Saviano, il peccato commesso dalla Bindi starebbe in questo: inchiodando pubblicamente alcuni personaggi alle loro presunte colpe, avrebbe di fatto assolto tutti gli altri. Infatti, l’essenza politica del giustizialismo, al quale della legalità e dei modi lungimiranti di mettere un freno al malaffare non importa in realtà un bel nulla, non sta tanto, o non sta solo, nel far rotolare un certo numero di teste, piccolo o grande che sia; sta piuttosto nel tenere tutti quanti sotto scacco, esercitare un sempre più ampio potere di veto, imporre un nuovo linguaggio – come quello che, oggi, mira demagogicamente e spudoratamente ad assimilare alla mafia qualsiasi tipo di malaffare – e infine puntare al potere tout-court.

Intanto, per la prima volta, Renzi, sul tema della giustizia, sembra quasi costretto a dare spiegazioni. Ma non può illudersi più di tanto: per i giacobini il compromesso dura solo un giorno, e costituisce una piattaforma sulla quale erigere nuove torri d’assedio.

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Il lento assedio della sinistra giustizialista a Renzi

Al momento dell’elezione di Sergio Mattarella scrissi che il nuovo presidente della Repubblica avrebbe potuto costituire un problema per Matteo Renzi. Il cattolico adulto Mattarella è uno di quei democristiani di sinistra di triste memoria che col tempo hanno accettata in toto la lettura progressista della storia dell’Italia repubblicana; premiati per questo con la cooptazione nella sinistra politica vera e propria, la loro ortodossia, anche se non sempre ostentata, è quella di ferro che contraddistingue chi è stato risparmiato. Se sembrano remissivi, la loro remissività è rivolta soprattutto verso quest’ordine di cose e chi lo rappresenta. Renzi invece è nato prodiano e margheritino, e quindi già a sinistra, e quindi senza complessi d’inferiorità nei suoi confronti: la vulgata può anche sposarla ma gli è anche più facile esserle infedele, o esserle fedele senza cadere in uno zelo ridicolo. Perciò previdi, in quell’articolo, che nei momenti topici Mattarella avrebbe ubbidito a Scalfari, il papa della chiesa giacobina, piuttosto che al Rottamatore.

Il primo di questi momenti è arrivato col pasticciaccio brutto del triplice omicidio al Tribunale di Milano, dove un forsennato ha ammazzato un magistrato, un suo ex-avvocato e un suo coimputato nel processo che lo vede coinvolto per il fallimento di un’immobiliare: un tragico fatto di cronaca, ovviamente, peraltro non dissimile da altri fattacci accaduti in passato in giro per il vasto mondo. La solita compagnia di giro giacobino-giustizialista, con una spudoratezza che solo in un paese profondamente malato come l’Italia non poteva provocare l’ilarità generale, ha messo in conto l’efferato delitto ad un presunto clima di delegittimazione nei confronti di una magistratura impegnata in uno sforzo titanico per ripulire l’Italia dai suoi mali. Il sobrio presidente della Repubblica ha pensato bene di dare una benedizione istituzionale a tale corbelleria. Non sappiamo quanto Renzi sia rimasto sorpreso da tanta sollecitudine, ma forse un pochettino sì, altrimenti non lo avrebbe insediato sull’alto scranno. Se Matteo in cuor suo era convinto di aver parcheggiato un soprammobile sul colle, ha sbagliato malamente i suoi conti, non foss’altro perché anche per fare il soprammobile in certi momenti ci vogliono gli attributi.

Eppure a Renzi, che passa per essere sveglissimo, qualcosa del genere era già accaduto con la nomina di Raffaele Cantone a presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione un annetto fa. Non che pensasse a costui come un soprammobile, ovviamente. Fatto sta, però, che anche sul piano politico, ancorché indirettamente, la presenza di Cantone si è rivelata sempre più ingombrante. Nel giro di un anno Cantone, grazie al suo protagonismo non sguaiato ma ossessivo e alla claque mediatica che accompagna ogni suo passo, è diventato agli occhi dell’opinione pubblica il poliziotto d’Italia, il controllore della legalità repubblicana, il prefetto della cittadella della politica. E nel contempo la magistratura, con qualche lustro di ritardo, ha scoperta l’acqua calda, cioè che anche a sinistra gli intrecci malsani tra politica ed economia sono all’ordine del giorno, tanto da svelare un po’ alla volta le fattezze di un sistema che tutta la farisaica cultura della legalità sbandierata in questi anni non ha minimamente scalfito.

Tuttavia tutto ciò costituisce più che altro un avvertimento rivolto a Renzi e al Pd di Renzi. La sinistra italiana può anche sopportare riforme o riformicchie vere o false, può anche sopportare l’impronta liberal che Renzi intende trasmetterle, ma non può accettare che la sua pretesa d’incarnare la migliore Italia, onesta e democratica, antifascista e antimafiosa, contrapposta all’Italia peggiore, venga messa in discussione, e non può rischiare che i nomi della Dc, del Pentapartito, di Craxi e di Berlusconi vengano riabilitati. E ciò non avviene per caso: Renzi non ha mai affrontati i nodi veri della questione socialista, che è la questione tout-court della sinistra italiana; ha preferito saltare nel futuro, pensando di poter costruire un futuro senza fare i conti col passato: sarà costretto a farli, invece, e a rompere il lento assedio che si sta profilando, se non vorrà che il renzismo rischi di passare alla storia come il jovanottismo in politica, cioè la fuffa all’ennesima potenza.

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Il vero male italiano

Fino a qualche tempo fa il male italiano per antonomasia, secondo la dottrina del culto della legalità, erano le mafie al plurale. Qualche settimana fa l’ispirato e un po’ scalmanato Don Ciotti ha aperto gli occhi agli esaltati dello sbrigativo partito giustizialista confermandoli in quello che nel segreto del loro cuore avevano sempre saputo: mafia uguale corruzione. Perciò non è strano che l’ultimo libro del presidente dell’Anticorruzione – come quasi tutti i magistrati impegnati nella lotta contro le mafie al plurale, anche Raffaele Cantone è un grafomane: sette-otto libri scritti negli ultimi sette-otto anni, ad occhio: un cannone – non è strano, dicevo, che l’ultima sua fatica letteraria, scritta in collaborazione col giornalista Di Feo, si intitoli “Il male italiano. Liberarsi della corruzione per cambiare il Paese”. Anche il libro, possiamo ben dire, è il coronamento di un percorso.

La lotta alla corruzione è sempre stata la fissazione dei regimi comunisti: se il paradiso marxista non funzionava la colpa era delle cricche corruttrici e del rilassamento dei costumi. Anche le epurazioni al vertice dello stato, risultato di una vera e propria guerra fra cricche, venivano giustificate da questo genere di accuse. Ora, io onestamente non credo che Raffaele Cantone sia un bolscevico; però leggo nelle anticipazioni giornalistiche che secondo lui per combattere l’Anticristo, cioè la corruzione, oltre alla repressione e alla prevenzione «è indispensabile una presa di coscienza della pericolosità del male, del danno che crea a tutti i cittadini, una vera rivoluzione culturale». Il che suona sinistramente maoista.

E’ preoccupante, piuttosto, che un po’ alla volta certe espressioni da sanculotti siano diventate moneta corrente in Italia, e che ormai nessuno ci faccia più caso. Pur di fare la guerra a Berlusconi, accusato – vien da ridere, oggi, considerati i pazzi a piede libero che si vedono in giro – di populismo, sia la sinistra sia la grande stampa per anni hanno solleticato il populismo più becero, che è appunto quello giustizialista-giacobino, il più vecchio, elementare e fallimentare del mondo. Il partito della palingenesi, per metà popolato da ingenui, per metà da furbacchioni senza scrupoli, è fortissimamente convinto che con la liquidazione dei corrotti tutti i problemi dell’Italia si risolveranno d’incanto. E tuttavia si osserva un fatto strano: quasi tutti i politici tuonano contro la corruzione, così come gli enti, le associazioni, gli ordini, la società civile, perfino la chiesa, tutti, tutti tuonano contro la corruzione; eppure il business della corruzione sembra essere più florido che mai.

Ed infatti tutto questo pigia pigia, questo sgomitare legalitario obbedisce più a logiche di potere ed opportunismo che a crescente civismo. E’ l’ennesima manifestazione del vero male italiano, di quel voltagabbanismo che ci spinge a lucrare sulle disgrazie dell’altro, facendo ridere lo straniero. Si capisce che in questo quadro lo spazio per la politica, che per natura è preposta a non dare mai risposte definitive, e tuttavia funzionali, ai problemi della convivenza civica, è ridotto al lumicino: fare cioè da ancella ai grandi sacerdoti della rivoluzione. Questo pericolo è sempre presente in tempi di democrazia. Il problema è che mentre in altri paesi europei il sentimento nazionale sembra ancora preservare un istinto di autoconservazione capace di evitare l’avvitamento fatale, nel nostro paese, dopo settant’anni di vita repubblicana fondata sulla divisione antropologica fra buoni e cattivi questo sentimento sembra invece molto indebolito.

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La vera storia di “1992”

La vera storia di “1992” inizia l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente del tutto secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinsero le beghine cattoliche, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 62 anni fa, significava votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta anche alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. E anche in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea. Alla minaccia del nuovo la sinistra rispose con la berlingueriana questione morale: da marxista-giacobina la sinistra si ridusse a giacobina, sic et simpliciter.

Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite. Lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Tangentopoli non colpì solo il mondo politico (peraltro con esemplare parzialità: c’è chi poteva non sapere, c’è chi non poteva non sapere), ma anche il mondo imprenditoriale. Sotto le forche caudine di Mani Pulite caddero un po’ tutti, compresa la Fiat e De Benedetti. Ma non Berlusconi, come qualcuno ha forse dimenticato, e come tanti giovanotti ignari forse immaginano. La verità è che Tangentopoli doveva essere propedeutica al trionfo della sinistra e a quello della democrazia compiuta. Avendoli infranti bisognò poi vedere in Berlusconi lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta. Ed è solo per questo, cioè in piena obbedienza alla ridicola vulgata di regime (e come avrebbe potuto essere altrimenti?) che Stefano Accorsi nella serie “1992” indossa i panni di un esperto di marketing di Publitalia che viene coinvolto da Dell’Utri nel progetto che porterà alla nascita di Forza Italia. Della serie: balle ultra-spaziali.

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La commedia degli onesti

A Maurizio Landini sono sfuggite parole piuttosto sgradevoli nei confronti del Presidente del Consiglio: «Renzi», ha detto il leader della Fiom, «non ha il consenso delle persone oneste». La frasetta velenosa ha fatto rumore. A Landini hanno tirato le orecchie non solo esponenti del governo o della politica in generale, ma anche pezzi grossi di Confindustria, nonché tutte le gazzette della penisola, tranne quelle dei fanatici. Benché giustificata, c’è qualcosa di vagamente surreale in questa corale rampogna.

La potentissima mafia degli onesti assedia la repubblica italiana fin dalla sua nascita. Sui manifesti della campagna elettorale del 1953, ad esempio, si poteva leggere: «Votate P.C.I. – Per un governo di uomini onesti», oppure «Vota comunista – Per l’onestà contro la corruzione». Con il crollo del comunismo l’onestà (e la disonestà degli altri) è diventata l’unico argomento, l’unica ragione d’essere, l’unico messaggio politico della sinistra orfana del marxismo; anche se qualcuno osserverà, a ragione, che la politica dovrebbe essere connaturata proprio a quella società civile che ci ha fatto uscire dallo stadio belluino dei buoni contro i cattivi. Da noi la società civile è invece una sceltissima parte della società, è la Cassazione dell’opinione pubblica, e propugna esattamente questo: la lotta dei buoni contro i cattivi, la lotta della società civile contro la società incivile.

Ed è così che un po’ alla volta il minaccioso partito dell’onestà e La Repubblica hanno rimpiazzato il partitone comunista e L’Unità, finendo per guadagnare alla loro sbrigativa causa anche la grande stampa pantofolaia milanese e torinese. Mettere in dubbio l’onestà, ed anzi proclamare la disonestà genetica di democristiani, socialisti craxiani e berlusconiani è stato per decenni il passatempo preferito dell’autoproclamatasi società civile, dei suoi referenti politici e dei suoi organi di stampa, un vero e proprio segno di distinzione; e denunciare cricche e caste è diventata tutta la beata occupazione di un’armata di giornalisti, politici, e intellettuali di complemento.

Col tempo la malattia si è estesa a tutto un popolo: ad un certo punto in Italia non si trovava più neanche un povero cane pidocchioso che non si ritenesse onesto, offeso, umiliato e buggerato dalle cricche. Ma così, purtroppo, alla razza disonesta veniva a mancare il materiale umano. E’ stato dunque per un’impellente necessità organica che il corpo della nazione ha partorito la fazione vaffanculista (quella propriamente detta e quella di rincalzo) e il suo quotidiano di riferimento: è il partito degli onestissimi indispensabile a rimettere in moto la circolazione; il quale adesso usa il linguaggio degli onesti contro il partito degli onesti; i quali adesso si sentono mortalmente offesi da tanta grossolana volgarità. Mentre la sullodata stampa pantofolaia riscopre all’improvviso tutta la nefanda bruttezza del giacobinismo di piazza.

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La pochade mediatico-giudiziaria

Dovrebbe essere una cosa tremendamente seria, ma dopo tanti anni di stato di polizia a bassa intensità si ha quasi l’impressione che il circuito mediatico-giudiziario cominci a far ridere. Come una pochade, appunto. Gli schemi sono saltati tutti, quasi fossimo alla fine di una partita di calcio spossante e decisiva, e di salvare le apparenze ormai non si preoccupa più nessuno. Così ieri, puntuali come il sole all’alba, dopo la notte rappresentata dalla disfatta del processo Ruby, sono spuntate nuove eclatanti rivelazioni riguardanti il Mistero Occulto della Trattativa Stato-Mafia. Prima la registrazione di una conversazione tra Emilio Fede e il suo “personal trainer”, carpita di nascosto da quest’ultimo: un coacervo di frasi smozzicate di difficile comprensione, ma perfetto per lo stile allusivo dei professionisti della possente macchina del fango dei fanatici della Costituzione. E poi una nuova puntata dei “Dialoghi dal carcere” di Totò Riina, una soap-opera che va avanti da anni e che ha per protagonisti l’ex boss mafioso e un collega galeotto. I casi sono due: o Totò Riina è così rimbambito da non sospettare nemmeno di essere intercettato; oppure lo sa benissimo e in preda a manie di protagonismo chiacchiera a vanvera dicendo quello che sa e quello che non sa. Le puntate di questa soap-opera escono irregolarmente sui giornali, e sono per lo più dei brani scelti, un florilegio di solenni smargiassate (o minchiate, per dirla con Totò) sempre in straordinaria sintonia coi momenti caldi dell’attualità politico-giudiziaria. L’ultimo capitolo pubblicato è di ieri: Riina racconta con le sue parole di come Borsellino fosse intercettato dalla mafia e di come fosse stato lo stesso magistrato ad azionare inconsapevolmente il congegno esplosivo che l’avrebbe ucciso. Ed è uscito ieri anche perché l’altro ieri (o quasi) era l’anniversario della morte di Borsellino, quest’anno valorosamente animato dalla piazzata sanculotto-cospirazionista del pm antimafia Di Matteo, nuovo grande sacerdote del Culto fondato sul dogma della Trattativa.

Ridere di tutto questo è ormai un dovere civico.

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La corruzione? Figlia della questione morale

Dicono i sostenitori del mercato: è tutta colpa dello statalismo, della burocrazia, delle migliaia di leggi che si accavallano e contraddicono. Hanno ragione, però alla base di tutto questo c’è una questione morale. Come? Proprio tu parli di questione morale, tu che ci sputi sopra dalla mattina alla sera? Sì, proprio io che ci sputo sopra, alla famosa questione e anche alla famosa società civile: cioè sputo sopra ai simulacri, agli idoli che ne hanno preso il posto.

Esiste infatti un sentimento morale che tiene unito un popolo, che lo forma, che lo raduna. Quando questo sentimento, nato da un’esigenza di libertà, compresa quella economica, vince sul tribalismo, sullo spirito di fazione, esso genera la società civile, cioè la società politica, cioè lo stato. Il senso civico, espressione di questo sentimento societario, di questo sentimento morale, distinto ma non avulso dalla morale vera e propria, è la consapevolezza di partecipare ad un destino comune (relativo, dentro la storia, s’intende, non inteso in senso assoluto o teologico).

Ma cosa succede quando questo popolo s’ammala, quando ritorna lo spirito di fazione? «Cosa succede», come già scrissi una volta, «quando viene meno o si affievolisce il sentimento societario e la fiducia che lo sostiene? L’apparato statale cresce di conserva, per inerzia, per tappare i buchi della trama sociale. Si nutre della malattia. Accentra i poteri, esce dalla sua dimensione funzionale, “dirige” la società, legifera su tutto.» E da quel momento cresce il numero di coloro che cercano la loro fortuna nell’assalto ad uno stato vorace che rastrella sempre più ricchezze e che è sempre più disprezzato.

L’ossessione per la questione morale e per la società civile in Italia è figlia dello spirito di fazione, dell’odio. La nozione della “questione morale” è stata propagandata nell’opinione pubblica per dividere la società civile nei buoni e nei cattivi, e la nozione della “società civile” per dividere la società civile da quella incivile. La questione morale e la società civile in Italia sono stati perciò usati per distruggere il sentimento morale della nazione e per distruggere la società civile. Non a caso i cretini che usano in continuazione questi termini sognano pure la «democrazia compiuta», come se nel loro paese fossero in esilio, come se «oggi» non si riconoscessero in un destino comune, almeno finché non sarà fatta piazza pulita, finché l’arto malato non sarà amputato de-fi-ni-ti-va-men-te dall’Angelo Sterminatore. E non si accorgono che col loro spirito settario hanno corroso il sentimento societario e hanno finito per nutrire la sfiducia, l’infingardaggine e la corruzione.

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Processo al Lombardo-Veneto

Esistono le liste civetta ed esistono pure gli arresti civetta. Come quello del sindaco democratico di Venezia Orsoni. Su di lui calerà ben presto il silenzio. Gli arresti di questi giorni per il caso Mose sono solo il preludio del grande processo retroattivo al potere berlusconiano-leghista in Veneto. In Lombardia il processo mediatico-giudiziario al «sistema Formigoni» è stato seguito dal caso Expo; in Veneto il caso Mose farà da prologo al processo mediatico-giudiziario al «sistema Galan».

Anche il ciclone di Mani Pulite nel 1992 investì prima la Lombardia e subito dopo il Veneto. Molto meno il resto d’Italia, soprattutto quell’Italia in cui il sistema economico-politico era (ed è) così oliato, così osmotico, così organico e per così dire così istituzionale da perdere qualsiasi caratterizzazione criminale. Il Lombardo-Veneto era invece una roccaforte di quel potere democristiano, già indebolito dalla fronda destrorsa leghista, che più di altre sue versioni bisognava consegnare alla damnatio memoriae in quanto meno sensibile ai dogmi laico-progressisti dell’Italia «nata dalla Resistenza» e «fondata» sovieticamente «sul lavoro». Tanto che un importante leader veneto della DC, Antonio Bisaglia, giunse ad abbozzare il progetto di una «DC bavarese» e in un’intervista del 1982 disse: «il Veneto sarebbe maturo per uno Stato federalista, ma questo Stato, centralista e burocratico, alla mia regione l’autonomia non la concederà mai». Non fu un caso se nel 1992 nelle terre della Serenissima in qualità di commissario della DC veneta fu spedita un’esaltata toscana come Rosy Bindi: al solo scopo di liquidarla, come si capì ben presto.

Il Lombardo-Veneto (quindici milioni di abitanti, senza il Friuli-Venezia Giulia) rappresenta un quarto del paese dal punto di vista demografico e assai di più dal punto di vista economico. Questo pezzo d’Italia cronicamente creditore, coi conti a posto, con un sistema sanitario efficiente e in equilibrio, dove perfino la raccolta differenziata funziona da lustri, dove anche recentemente una grande opera come il passante di Mestre è stata portata a termine con successo, sarebbe per una singolarissima coincidenza l’Italia del malaffare, cioè quella parte d’Italia che trascina con sé il resto del paese nel baratro. E’ una barzelletta.

La storia vera è un’altra. Esiste una Vulgata che ha diviso l’Italia nel paese degli onesti e in quello dei disonesti, nell’Italia Migliore e nell’Italia Peggiore. L’intervento dei magistrati arriva buon ultimo a «consacrare» definitivamente con le sentenze un falso storico che è frutto di un lavoro culturale velenoso, antidemocratico e illiberale, che dura dalla fine della seconda guerra mondiale. Alla prima vera prova, Renzi si è subito piegato a quella retorica farisaica della «questione morale» che finora, com’era ovvio fin da principio, non ha risolto un bel nulla e non ha fatto altro che ingrossare le file scalmanate dei sanculotti. Ma a vent’anni da Mani Pulite per viltà e convenienza si fa ancora finta di non capire che il vero problema è il «sistema Italia» regolarmente omologato.

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