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Renzi e i giustizieri

Ero stato facile profeta, due mesi fa, nel parlare di «lento assedio della sinistra giustizialista a Renzi». La vera battaglia per la riforma della sinistra Renzi non l’ha nemmeno cominciata. Renzi è stato bravo a presentarsi come l’uomo che rompe gli schemi e parla una lingua nuova, ma tutto questo suo accattivante agitarsi nascondeva una reticenza di fondo. Era un modo di far finta di prendere il toro per le corna, quando invece si prendeva per le corna una capretta. A sinistra il vero toro da rispedire in stalla era il giustizialismo, non quel vetero-socialismo che peraltro, col perdurare della crisi, sta tornando di moda anche fra chi in questi anni si era politicamente accampato fra i democratici con veltroniana fatuità.

D’altra parte anche la filosofia della rottamazione, a ben vedere, costituiva una specie di giustizialismo giocoso, che permetteva a Renzi di essere allo stesso tempo dirompente ed ambiguo. Ciò gli ha conservato in qualche modo, e per qualche tempo, le simpatie di ampie schiere del popolo di sinistra, ma gli anche assicurato l’appoggio di quella grande stampa dell’ex triangolo industriale che da anni ormai si è piegata al verbo giacobino, nell’illusione di potersene servire per patrocinare disegni politici tecnocratici o centristi. Il risultato è però che il Pd di Renzi ha sfondato al centro conquistando i voti di un certo elettorato moderato sfiancato dalla pedagogia ossessiva del circo mediatico-giudiziario, elettorato che ha scelto di arrendersi a Renzi piuttosto di non votare; ma non ha affatto ridimensionato quella specie d’identitarismo di sinistra costituito dalla mistica della questione morale, credo politico che dopo il crollo del Muro di Berlino ha occupati nel mondo post-comunista gli spazi lasciati vuoti dalla dottrina marxista.

Era inevitabile, perciò, che con la fine della luna di miele fra Renzi e gli italiani – fine che non gli si può imputare più di tanto in quanto nell’attuale situazione anche a un santo o a un genio sarebbe capitato lo stesso – l’anima giustizialista della sinistra in generale e del suo partito in particolare cominciasse a prendere per il bavero il condottiero fiorentino e a chiedergli sempre più insistentemente una confessione di fede. Ed è così che sono saltate fuori le liste di proscrizione della Bindi a mettere brutalmente sul tappeto la questione sulla natura del Partito Democratico: qual è il vero Pd? Il partito entrato nella famiglia dei socialisti europei o il partito giacobino di massa del quale, sulla fine degli anni settanta del secolo scorso, partendo da lidi diversi, Scalfari e Berlinguer posero le basi?

Singolari, ed eloquenti, le ragioni che hanno spinto uno dei guru del partito della legalità, Roberto Saviano, a criticare le liste bindiane. E significativo il fatto che tali ragioni nella sostanza siano state fatte proprie, dopo qualche dichiarazione ambigua, dal presidente dell’Anticorruzione Cantone, la cui nomina è stato il primo vistoso segno di cedimento di Renzi alle istanze giacobine. Secondo Saviano, il peccato commesso dalla Bindi starebbe in questo: inchiodando pubblicamente alcuni personaggi alle loro presunte colpe, avrebbe di fatto assolto tutti gli altri. Infatti, l’essenza politica del giustizialismo, al quale della legalità e dei modi lungimiranti di mettere un freno al malaffare non importa in realtà un bel nulla, non sta tanto, o non sta solo, nel far rotolare un certo numero di teste, piccolo o grande che sia; sta piuttosto nel tenere tutti quanti sotto scacco, esercitare un sempre più ampio potere di veto, imporre un nuovo linguaggio – come quello che, oggi, mira demagogicamente e spudoratamente ad assimilare alla mafia qualsiasi tipo di malaffare – e infine puntare al potere tout-court.

Intanto, per la prima volta, Renzi, sul tema della giustizia, sembra quasi costretto a dare spiegazioni. Ma non può illudersi più di tanto: per i giacobini il compromesso dura solo un giorno, e costituisce una piattaforma sulla quale erigere nuove torri d’assedio.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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