Bragagna o la Zhüv?

Io penso che sia veramente giunto il momento di metter fine a questa storica inimicizia fra i giornalisti radiotelevisivi italiani e la pronuncia dei nomi stranieri. Costoro hanno sempre affrontato il problema con quella sorta di fatalismo con la quale si va valorosamente incontro a cimenti impossibili per amor di patria. Eppure il problema, nella stragrande maggioranza dei casi, non è mai esistito: per risolverlo basta informarsi, cosa che nell’era di internet è diventata di una facilità estrema. Se lo facessero scoprirebbero che di nomi veramente impronunciabili ce ne sono pochissimi; scoprirebbero che perfino il fitto coacervo consonantico di qualche nome polacco nasconde spesso un’armonia di suoni amichevole e facile a scandirsi; si sorprenderebbero piacevolmente della comodità del primo passo della loro iniziazione ai misteri linguistici; e s’instillerebbe poco a poco in loro la passione per la correttezza fonetica; ed infine avrebbero maggiore stima di sé, cosa che in modo sottile si trasmette sempre allo spettatore.

Pensate com’è piacevole ascoltare Franco Bragagna: ma cos’è questo piacere se non il riflesso del vivo piacere col quale il telecronista della RAI pronuncia esattissimamente i nomi di atleti ungheresi, polacchi, estoni, olandesi, turchi, o magrebini? E come non rimanere incantati quando nel nominare qualche atleta spagnolo Bragagna sceglie la pronuncia castigliana invece di quella latino-americana, per noi italiani più naturale? E’ ben vero che in Bragagna, al quale in grazia dei meriti acquisiti in campo linguistico perdono pure l’evidente progressismo politico che le sue dissertazioni ogni tanto tradiscono, la correttezza fonetica non è solo il frutto della serietà professionale, ma anche il riverbero grazioso di una tuttologia raffinata che arricchisce – senza per questo stornare l’attenzione dal fatto sportivo, che anzi è seguito sempre con la massima acribia possibile – ogni sua telecronaca, anche quella di una corsa campestre o di una gara minore di sci di fondo. Ma questo non toglie nulla alla bontà dell’impresa per chi è meno naturalmente dotato.

Se stoltamente i nostri giornalisti giudicassero questa strada troppo impegnativa, potrebbero trovare una decorosa soluzione ai loro problemi linguistici seguendo l’esempio francese. Dubito, però, che ci riuscirebbero. La soluzione francese sembra sulla carta la più agevole e drastica del mondo: pronunciare tutti i nomi stranieri come se fossero scritti nella lingua ufficiale della madrepatria. Ma come farlo restando seri e senza rendersi ridicoli di fronte alla platea italica? I francesi, che sono una nazione da mille anni, e che fin dai tempi di Ugo Capeto hanno avuto una grandissima considerazione di se stessi, lo fanno invece da sempre con la massima naturalezza. E’ un fenomeno straordinario, quasi arcano, assolutamente da non sottovalutare e degno d’essere studiato.

Mi sono confermato in quest’impressione nelle ultime settimane seguendo ogni sera, per una mezz’oretta, giusto per tenermi in esercizio con la lingua di Molière, il canale di news France 24. Qualche giorno fa sono caduto in preda a due sentimenti contrastanti. Prima mi sono quasi scompisciato dal ridere: la conduttrice, una bionda da infarto, chiacchierava con un’inviata al Festival di Cannes dell’ultimo episodio della saga Mad Max, citando bel bella a più riprese il nome del regista del film, George Miller, cioè Zhorzh Milèr, dove per “zh” si intende la pronuncia francese della lettera “j”. Ma poi la stessa bionda da infarto mi ha quasi ipnotizzato, quando cioè si è messa a parlare della sfida tra Real e Juve; la quale Juve dalla bocca a cuoricino della bionda è stata irresistibilmente trasformata nella …Zhüv. Zhüv, Zhüv, Zhüv… sopraffatto da questa dolcissima e sensuale scarica di Zhüv, per la prima volta nella mia vita – ed è stato qualcosa di voluttuoso ed orribile insieme – mi sono sentito quasi juventino. Non c’era proprio niente di ridicolo: come potevo resistere alla forza soverchiante generata dall’alleanza fra il genio della lingua e quello della femmina?

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Dall’Atlante alle Alpi

Non poteva essere altrimenti: forte di un talismano di nome Silvio Berlusconi, Ruby Rubacuori ha varcato trionfalmente le Alpi. Scesa dall’Atlante sulle coste del Mediterraneo; passata poi coi suoi in Sicilia; traversato da sola lo Stretto di Messina, salutando di lontano l’Etna senza neanche una lacrimuccia; sbarcata sul continente e risaliti gli Appennini fino alla pianura padana; rifugiatasi infine a Milano sotto l’ala affettuosa di nonno Silvio; la bruna e statuaria Perla del Marocco è stata nei giorni scorsi ospite di Vienna la pazzerella. Si sa, gli austriaci sono in gran parte meticci: in questa schiatta il sangue slavo abbonda; quello ungherese, di antica origine turco-mongolica, vi ha iniettato la selvatichezza delle steppe asiatiche; l’italiano, l’indolenza e insieme la calda vivacità mediterranea; l’ebreo poi ne ha sgrezzate le capacità per le arti e le scienze. Al fuoco lento del cattolicesimo, la più tenace, irremovibile, ma curvilinea delle confessioni religiose, questo guazzabuglio si è infine fuso fino a fare degli austriaci dei crucchi sopportabili. Un miracolo.

Di che sorprendersi, allora, se è stata proprio l’umana città sul bel Danubio blu ad abbracciare, nonostante l’ostentato dispiacere della razza cretina che abita tutte le metropoli del mondo, anche le migliori, la Sheherazade del nuovo millennio? Come la bella delle Mille e una Notte, infatti, e come quella per salvare le proprie chiappe, Ruby non finisce più di raccontare storie. Con una facondia, un’inventiva, una sapienza, una naturalezza che fanno onore al sesso debole e alle sue più muliebri qualità, e che fanno restare a bocca aperta la stolida moltitudine del sesso forte. Che incanto! Per ora sono quei disgraziati ficcanaso di Repubblica o del Corriere a trascriverne le confidenze fatte ai bruti della magistratura, dalla quale la femmina astuta non si è fatta però estorcere un bel nulla, avendo annegato quel nulla in un poema infinito. Ma arriverà un giorno l’artista vero, che vede dove gli altri non vedono, e che muterà in oro lo sterco delle gazzette, dalla nipote di Mubarak in poi, passando per Cristiano Ronaldo.

Ad invitarla a Vienna è stato un simpatico magnate ormai ottantenne, Richard Lugner, famoso palazzinaro con qualche passato politico – paese che vai, Berlusca che trovi – un arzillo vecchietto con un debole per le celebrità, e per le belle donne, specie se vistose, che l’ha fatta scortare da un altro giovanotto come lui, Larry Hagman, il mitico J.R., arrivato dall’America tutto intero, cappello compreso. Al Ballo delle Debuttanti, il Bunga Bunga più sciocchino e delizioso del mondo, dove fanciulle eteree come farfalle svolazzano ufficialmente per la prima volta in società, pur sapendola ormai lunghissima, la Perla del Marocco è giunta fasciata in un abito lungo color oro, e forse dorato, caldo come la terra che la vide nascere, ma casto abbastanza per una signorina nettata nel corpo e nell’anima. Nel giro di un’ora, pur avendo del tedesco la stessa conoscenza che l’italiano medio ha dell’arabo, ha deciso che i giornalisti austriaci sono molto migliori di quelli italiani: professionisti sensibili che fanno attenzione a ciò che scrivono e non ti marchiano a vita con certe parolette spiacevoli, per esempio non scrivono per 389 pagine che sei un’escort minorenne senza prova alcuna. Così, con un giochetto da donna superiore, ha messo l’impudenza al servizio della verità, schiacciando col suo affascinante piedino la testa alle serpi del giornalismo voyeuristicamente corretto di casa nostra.

Dove invece che di favole si continua a vivere d’incubi noiosi. E ci son tipi sinistri che vanno in giro a spaccare sulla testa del popolo le tavole di pietra della costituzione, che in realtà fino all’altro ieri non hanno mai amato, perché non propriamente loro. Anche se al momento della scrittura della carta i bolscevichi di danni ne fecero parecchi, a cominciare dall’orripilante articolo uno. Scriviamo “bolscevichi” nell’ineffabile speranza che la parola sia abbastanza forte da richiamare l’attenzione del Presidente della Corte Costituzionale, e alimentarne così l’allarmata logorrea esibita ultimamente da una lectio magistralis all’altra. Diventarne bersaglio sarebbe troppo spassoso. Per fortuna sembra che Berlusconi abbia deciso di fare una capatina in tribunale ogni lunedì. Finalmente ci sarà da divertirsi. Se si parlerà di donne poi, non lo fermerà più nessuno. Sarà il Silvio Berlusconi show.

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Sex & the Left

Susanna Camusso, alla sua prima manifestazione di piazza da nuovo segretario generale della CGIL, per dimostrare che nulla è cambiato nelle liturgie del trombonismo sinistrorso, e per rassicurare i gusti cadaverici dei militanti nonostante lo strabiliante approdo “democratico” dopo decenni di bolscevismo, aggiungendo la bolsaggine del proprio talento alla bolsaggine connaturata a tutti i canti popolari di ispirazione politica, ha pensato bene di concludere in bellezza lo show piazzaiolo cantando “Bella Ciao”; non prima, però, di aver gridato il suo scandalo contro il machismo del governo.

Ripeto: il machismo del governo. Chiamo qui a raccolta il popolo di sinistra, congenitamente irriflessivo nonostante l’ostentata pensosità, e sempre disperatamente prigioniero di un quietismo della ragione che nulla sembra smuovere: tu, uomo di sinistra, e tu, donna di sinistra, vi siete mai accorti di quanto sia disgustosamente machista quella cantilena burbanzosa da bulletto che non deve chiedere mai? Non occorre l’intelligenza, basta una non guastata sensibilità, anche musicale. Pure quella autocensurata?

Ora, dico io, nonostante l’amore più nobile tra un uomo e una donna prima o dopo precipiti piacevolmente in una ginnastica che vista con occhio freddo e poco compassionevole offre lo spettacolo sempre grottesco dell’uomo assorbito nelle sue funzioni corporali, – notate: se vedere un animale così impegnato non turba la nostra serenità e può far sorridere, vedere un uomo è un inquietante problema filosofico – per un uomo in salute morale ed intellettuale la “donna” resta pur sempre una regina da adorare, e per il novanta per cento di questi esseri felici (non conto gli sposi e le spose a Cristo) in ciò consiste il novanta per cento dell’incanto della vita.

Ben si capisce invece quale concezione della femmina abbia questo stronzetto, il vanaglorioso “partigiano” che trova l’invasor di mattina: una ruota di scorta per il maschio chiamato a più alti doveri, che la pollastrella non può certo pienamente comprendere, ma che esigono devozione ed ammirazione verso chi li compie. Ma non possiamo finanche vederlo questo smargiasso, fino al giorno prima senz’arte né parte, se non quella magari di compagno di bisboccia o di camicia nera, col suo fucilino e la sua pistoletta sfilare per le vie nel tentativo di fulminare tutte le belle, ossia le potenziali groupies del paesello natio? Perché adesso lui, cazzarola, è un partigiano: uno che ha scoperto l’invasor ora che l’invasor sta alzando i tacchi, mentre prima col piffero che lo vedeva; uno che nella brutale semplificazione dei rapporti umani tipica dei teatri di guerra, segretamente agognata da molti mezzi uomini, trova il coraggio di mettere al bando i sentimentalismi borghesi che prima lo terrorizzavano e finalmente può, con la giustificazione in tasca, guardare all’amore con fiero cipiglio e sperare di copulare con la sbrigativa destrezza dell’utilizzatore finale. Perché adesso lui, cazzarola, ha ben altri problemi per la testa: stanotte torna su in montagna dove magari domani lo accoppano; quindi, cara la mia donnina, non fare tante fisime che vado di fretta e se ti fotto è solo per dovere e forse è l’ultima volta che lo faccio e in ogni caso sai che per me quelle come te fanno la fila; quindi stai buona e, piuttosto, se per caso mi ammazzano, pensa a seppellirmi lassù in montagna e a mettere un fiore sulla mia tomba (ecco, adesso ‘sta stronza piange!).

Questa solenne e meschina schifezza è il canto di battaglia dei figli, delle figlie, dei padri, delle madri, dei nonni e delle nonne della società civile. Anche da questo si intuisce quale disturbata concezione della donna abiti le menti dei nostri cosiddetti progressisti. Frutto con tutta evidenza di una sessualità malata, molto più di quella del Berlusca, che in fondo ha il merito di trattare le puttane come delle signore – costume tra l’altro molto italiano, come notava Montaigne già nel XVI secolo – al contrario di quel farabutto di partigiano. Quelle son tutte mignotte, ma mignotte sono anche quelle che non si adeguano al luogocomunismo politicamente corretto, solo perché sono più generosamente e onestamente femmine delle troiette di Sex and the City: quelle invece piacciono ai nostri democratici. E piacciono pure le pornostar purché facciano le donnine oggetto durante la campagna elettorale nel paradiso progressista catalano.

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Sogno e risveglio

Carissima Brigitta, noi ci siamo incontrati! Io almeno l’ho incontrata, mentre lei forse mi ha visto solamente con la lunga e morbida coda dell’occhio suo azzurro.* Ora le rammento il ferale accadimento. E giudichi lei dove può arrivare un uomo di salda moralità, di spirito brillante, ma lontano da ogni artificio, e di temprata maturità – insomma, quell’amabile roccia che sarei io – quando va a sbattere senza nessun preavviso contro l’apparizione di una bionda sirena metà fata e metà regina: sempre lei, Brigitta. E’ successo qualche giorno fa. Io ero in sella alla mia stagionata e gloriosa bicicletta, una Cannondale di seconda mano già vecchiotta quando la comprai qualche anno fa per ben € 250 (virgola 00); una cannonata di velocipede per definizione, e una cannonata di velocipede in realtà, visto che continua ad andare avanti con asinina ostinazione, nonostante l’ostentato disinteresse del suo padrone per qualsiasi tipo di manutenzione. Anzi, probabilmente questo ciclo-vitalismo è proprio un dispetto a chi aspetta solo che tiri le cuoia: è noto come le biciclette di un certo lignaggio abbiano, se non un’anima, almeno un certo carattere.

Era un pomeriggio assolato ma non troppo caldo; una giornata assai piacevole, che la brezza leggera riempiva di piacevoli auspici. In quel momento percorrevo, con l’indolenza con la quale il ciclista saggio, arrendendosi al codice della strada, fa sfoggio di urbanità nei centri urbani, il lungo e largo marciapiede, sistemato per metà a pista ciclabile, che dal centro si dirige a ovest verso la sagoma massiccia del Duomo in stile neogotico che domina solitario, ma per fortuna in compagnia del cimitero, una zona quasi semiperiferica della “Città di Montebelluna”. Che tuttavia in provincia di Treviso sta.

Immaginatemi dunque, pigro, ignaro e sognante pedalatore quale sono, nel momento in cui alzando gli occhi dal manubrio vengo travolto dalla soggiogante silhouette di una donna che mi precede nella stessa direzione. Più che una donna, una vera e propria femmina. Vedo come in un miraggio l’oro sfolgorante dei capelli che gioca sulla pelle ambrata della nuca, del lungo collo e delle spalle; una camicetta chiara non aderente di non mi ricordo quale colore (tenete a mente: stiamo sempre parlando di uno di quei miraggi che anche in quest’epoca moderna hanno ispirato dei veri capolavori); una camicetta che sotto la cintura termina in una specie di mini-drappeggio merlettato che vela le parti più nobili della femmina se non proprio della donna; due gambe perfino troppo lunghe fasciate da fuseaux di non mi ricordo quale colore (per forza, la linea trionfa e acceca!); che si assottigliano con tutte le più calibrate curvature che la natura ha perfezionato in milioni di anni di evoluzione per finire dentro ad un paio di scarpe dotate di prodigiosi e direi acrobatici tacchi a spillo; scarpe di cui però ricordo benissimo il colore, perché sono gialle e verdi. Questa audacia cromatica è peraltro l’unico vero segno di trasgressione; segno che sul momento non so come interpretare; o non voglio. La Walkiria, eretta in tutta la sua notevole altezza naturale + cm 12-14, non guarda né a destra né a sinistra: avanza. Marcia. Vittoriosa. Con una cadenza implacabilmente regolare, ma molle, rilassata, e maestosa. Una sventola da urlo. Che è poi quel che voleva dire il poeta, il grande W. B. Yeats, quando, facendosi interprete di metà (o quasi) del genere umano, soprattutto quello villico, scrisse: “A woman’s beauty is a storm-tossed banner”: bellezza di donna è una bandiera sbattuta dalla bufera.

A quel punto avrei dovuto sorpassarla e nel breve volgere di un attimo non vederla più. Non vederla più! Nemmeno con quello sguardo che, concentrando tutte le forze fisiche ed intellettuali, in una frazione di secondo riesce a cogliere compiutamente tutti i particolari di un’attraente fisionomia. In questi incontri nel traffico cittadino la bellezza e le convenienze congiurano nel plasmare dei piccoli misteri dolorosi, dei coiti interrupti di ordine estetico, che non trovano pace perché la bellezza è costretta a fuggir via con innaturale precipitazione, e noi da essa.

Sorpasso la visione, cercando di fotografare con la memoria almeno il profilo di questa misteriosa signora che evidentemente cammina per camminare come accade per le nature superiori. Sfido! Sfila! In un lampo mi si rivelano fattezze nordiche ed orientali. Ed è finita! O meglio, sarebbe finita, se non fosse che trovo un’ancora di salvezza in un muricciolo basso lavorato in modo da servire anche da occasionale panchina. Lo pesco grazie alla Divina Provvidenza dopo neanche duecento metri dall’infausta separazione. Divide il marciapiede alberato da una piazzola usata come parcheggio. La strada ha leggermente curvato: quel tanto che basta per sgattaiolare fuori dall’orizzonte visivo della Walkiria. Anche a questo ha pensato la Divina Provvidenza! Mi dico che ci dev’essere qualcosa sotto. Mi faccio venire improvvisamente una sete bruciante, di quelle che non si possono spegnere in sella, ma necessitano di una tregua fisica, nonostante nella borraccia vi sia solo un filo d’acqua di rubinetto che vi ristagna in santa pace da almeno una settimana. Per fortificare i miei demenziali propositi mi convinco che mi stiano chiamando al cellulare. Insomma, devo proprio fermarmi. Mi tolgo il caschetto. E aspetto seduto sul muricciolo la bionda apparizione con un po’ di trepidazione: non sarà mica – sarebbe troppo crudele! – tornata indietro? Ma no, c’è, e si avvicina. Non oso volgere – per ora – lo sguardo. Traffico col cellulare con rilassata noncuranza. Qui la tragedia dell’uomo ridicolo tocca il suo punto più basso. Mi rallegro al pensiero che potrò offrire all’occhio azzurro* – con lo stato d’animo del torero della Carmen, che sapeva bene di essere guardato da un occhio nero, e anzi di questo viveva – il mio profilo migliore: la punta del mio naso piega infatti leggermente a destra, inasprendo i lineamenti di quella parte del viso quasi impercettibilmente. Ma in certe situazioni ci s’inabissa con voluttà!

Arriva infine il momento di alzare lo sguardo e sostenere la pugna. Ma la Walkiria sembra un automa. Seguo cogli occhi questa principessa di ghiaccio come fosse una nave ammiraglia che con calcolata lentezza esce trionfalmente da un braccio di mare, o come cervo che esce di foresta, per dirla con Vujadin Boskov, e finché si perde in prospettive infinite, per dirla con Herman Melville. Quale storia dietro questa sfinge? Nel delirio mi dico: sarà una super-badante. O una baby-sitter per adulti. Nel qual caso…

Il caso volle invece che il piccolo mistero doloroso questa volta fosse svelato nel giro di ventiquattro ore. La biondissima signora dalle scarpe con tacco a spillo gialle e verdi era la famosa pornostar svedese-ungherese Brigitta Kocsis, in arte Brigitta Bulgari, poche ore prima di essere arrestata per essersi esibita qualche mese fa in uno spettacolo “hard” alla presenza di qualche moccioso non ancora maggiorenne, ma quasi: ossia la tribù più allupata della terra compresi i maggiorenni. Quei bruti della magistratura, che pure sono uomini, se lo sono dimenticato. E si sono dimenticati pure ogni galanteria: “La pornostar è stata arrestata per avere con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, compiuto atti osceni consistiti nell’essersi spogliata completamente ed essersi esibita, anche in un’esplicita masturbazione, all’interno di un locale aperto al pubblico, privo di autorizzazione per tali spettacoli ed alla presenza di minorenni e per averli sfruttati per realizzare l’esibizione stessa.” Ma che vadano a…! Be’, il mio sogno e il suo amarissimo risveglio, cara Brigitta: di questa stoffa è fatto il mio racconto. Cara, soave fanciulla ora prigioniera nel carcere di Belluno! Vedo che le circostanze hanno congiurato per creare una situazione irripetibile per un animo donchisciottesco, quasi obbedendo ad un disegno superiore. Che dite? Io quasi quasi…

* Dalla fotografia sembrano però tendere al grigio-verde: quasi come i miei, Brigitta!!!

N.B. Il giorno dopo la coraggiosa e irresponsabile pubblicazione su Giornalettismo.com di questo poemetto in prosa di stampo onanistico-onirico, e soprattutto il giorno dopo il minacciato blitz in sella al mio Ronzinante a due ruote, Brigitta è stata liberata.

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L’Italia è mobile, qual piuma al vento

Uno degli aspetti più scoraggianti della petulanza meschina dimostrata da certa sinistra a riguardo del caso “Noemi” è l’ignoranza che essa dimostra della nostra storia, e intendo proprio di quella parte che si presume nobile di essa, della quale ora, smessi i panni stretti della discendenza comunista, si proclama erede, in forza della golden share che la società sedicente civile si riserva sui destini della nostra patria. E allora è giunta l’ora di dire una parola chiara sulle origini oscure dello stato italiano, una storia che gira attorno a Camillo Benso Conte di Cavour, la cui figura di autentico e irreprensibile statista tanto rimpiangiamo in tempi di deboscia quali quelli odierni.

Camillo, rampollo aristocratico fino al midollo, e quindi con le antenne prontissime a captare quei pochi spifferi di novità che entravano da oltralpe nel sonnacchioso stato piemontese, per di più con parentele ginevrine all’epoca nella quale la città sul Lago Lemano era un covo di democratici e liberali che la sapevano lunghissima, abbandonò fin da giovanetto la religione cristiana per abbracciare quella liberale. D’intelligenza pronta, di indole vulcanica e sopraffattrice, da ragazzo era una testa calda che rischiò di finir male. Insofferente all’autorità, sarcastico, il giovane fu lungamente sospettato di giacobinismo negli ambienti di corte e probabilmente fu solo l’influenza del padre Michele Benso, marchese di Cavour, uomo abile e con la testa sulle spalle, e provvidenzialmente “vicario e sovrintendente generale di politica e di polizia della città di Torino” negli anni ruggenti dell’inquieta giovinezza del nostro, a far sì che la traiettoria mondana di Camillo non si arenasse subito. Tuttavia questa falsa partenza in qualche modo condizionò i suoi rapporti con la Corte fino alla morte. Vittorio Emanuele II, maschio oltremodo galante, noto per correre la cavallina con ruspante entusiasmo, il cui tocco barbarico fece venire il mal di testa ai rappresentanti della nostra diplomazia quando si trattò di organizzare visite di stato a Parigi e Londra, ma che per nostra fortuna nel cerchio dei potenti d’Europa fu trattato con la longanime condiscendenza con la quale si accoglie in casa il pittoresco quadrupede non ancora perfettamente addomesticato; il “Re Galantuomo”, insomma, non poteva proprio vedere quell’ometto tarchiato dall’enorme capoccione, assurto a capo del sempre sospetto partito liberale, cui l’amabilità nei rapporti privati era sconosciuta, e al quale il Re preferiva persino il capo del “centro-sinistro”, Urbano Rattazzi; e quasi con dolore si rassegnò a dargli le redini del governo. Tuttavia i due padri della nazione, nonché veri figli della razza italica, collaborarono con piena unità d’intenti, da veri bricconi, quando si trattò di usare il tenero corpo della femmina per sfondare le difese avversarie: fu anche grazie a questo che il grande giocatore e sublime sbruffone Cavour riuscì a portare nelle serie A europea uno stato da barzelletta; fu un pezzetto decisivo del suo disegno strategico, ostinatamente perseguito, di provocare l’Austria e di far intervenire con una qualche parvenza di giustificazione la Francia sul suolo patrio. Buon per lui che l’Impero degli Asburgo, invece di grattarsi saggiamente la pancia, abboccò all’amo gettato dal filibustiere dello stato sabaudo: a quel tempo, infatti, era già guidato da Francesco Giuseppe, che sveglio nella sua vita non fu mai, figuriamoci da giovanotto.

Due i crimini contro il bel sesso commessi dalla strana coppia, legati ambedue alla politica di avvicinamento e poi di alleanza con la Francia di Napoleone III. Il primo misfatto, una storia da magnaccia, fu perpetrato nel 1855, al tempo della guerra di Crimea, quando con una mossa disperata da vu cumprà offrirono alle papille gustative di Napoleone III un bocconcino delizioso, la disinvolta contessa Virginia di Castiglione, donna di gran classe e di facili costumi, la “statua di carne”, secondo la definizione datane dalla principessa di Metternich. La bomba sexy di Torino non produsse alcun effetto sul momento, ma non è detto che da allora in poi l’imperatore gallico non associasse alle faccende italiane l’odor della femmina che s’era pappato molto divertito dal dilettantismo dei poveracci della penisola; dilettantismo apparente, ché le mene del Conte fruttificarono di lì a qualche anno con l’alleanza del 1859. E allora avvenne il secondo fattaccio: Maria Clotilde di Savoia, la figlia del Re, fu offerta in sacrificio alla gloria patria, mandandola in sposa all’età di sedici anni al principe Napoleone, Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, noto puttaniere allora trentasettenne. Una santa donna, dalla schiena diritta, che fece fare un figurone alla nostra disgraziata schiatta quando nel 1870, alla caduta di Napoleone III, fu l’ultima ad abbandonare, con la regale eleganza di chi non fugge, la nave che affondava. I due recitarono in modo disgustoso: Cavour facendo pressioni implacabili dirette e indirette sulla povera fanciulla (per la causa dell’unità italiana, “la più bella impresa dei tempi moderni”, era disposto a correre “ben altri pericoli che l’odio di una ragazza e le ire dei cortigiani”); il Re adducendo a sua giustificazione la tirannia del primo ministro.

Proprio in quell’epoca si fecero sempre più forti le voci che Vittorio Emanuele II, divenuto vedovo qualche anno addietro, avesse deciso di mettere almeno parzialmente la testa a posto sposando La Rosina, la più famosa delle sue amanti. Che il Re si sputtanasse con una figlia del popolo parve al campione dei liberali una cosa enorme, un insulto infame alla sua politica che non poteva ammettere pubbliche macchie al fragile prestigio dello stato piemontese, proprio nel momento in cui da somarello campagnolo stava per prendere faticosamente il diploma di maturità nel continente. Fece circolare voci maligne che mettevano in dubbio la reputazione della Bela Rosin quale amante fedele del boss, facendo viscidamente intendere che in realtà oltre al Re la favorita non disdegnasse di farsi altri bellimbusti. Ma non bastò. Ad un certo punto Camillo perse completamente la testa. Si presentò al Re investendolo con aspre parole; gli fece una lavata di capo memorabile; alla fine l’ebbe vinta e il Re soprassedette per il momento al suo proposito (lo attuò più in là, quando l’Italia era fatta e Cavour aveva tirato le cuoia). Ma Vittorio Emanuele II fece la figura del moccioso preso per un orecchio e rimesso in riga. Da quel momento l’antipatia e i sospetti sempre latenti verso la figura del Conte si trasformarono in un odio implacabile che neanche la prematura morte del Conte estinse.

Tanto più che pure Camillo negli ultimi cinque anni della sua vita era uso ricaricare le batterie tra le morbide e accoglienti braccia di un’avvenente femmina. Furono anni di massacrante tensione, specie gli ultimi due, quando con la logica del domino tutti gli stati e staterelli della penisola italiana (tranne il Veneto) caddero nella rete piemontese, e il Conte riuscì a padroneggiare le forze e gli eventi in modo che tutti contribuissero anche loro malgrado al suo disegno di un’Italia unita, liberale e monarchica, volto a sventare da una parte il progetto di una confederazione degli stati italiani patrocinata da Napoleone III, sotto il quale si celava il pericolo di una sovranità limitata, e dall’altra quello mazziniano, non più velleitario se Garibaldi l’avesse sposato, della rivoluzione repubblicana, che per il Conte, senza dubbio a ragione, nel caso di successo avrebbe consegnato l’Italia a nuove forme di dispotismo, nel caso d’insuccesso all’anarchia o alla vittoria delle forze “reazionarie”.

Fu una donna di una ventina d’anni più giovane di lui, che andava per il mezzo secolo, la consolazione e la fonte alla quale si ritemprò delle fatiche e delle tensioni: la velina, pardon, ballerina Bianca Ronzani. Costei, non si sa se tedesca, polacca, o ungherese (nome da ragazza Soverzy o Sevierzy) era la bella mogliettina del mimo e coreografo triestino Domenico Ronzani, impresario del Teatro Regio all’inizio del 1856. Dopo qualche mese di attività, costui, accusato di mala gestione, dovette lasciare la città: da solo. Vi ritornò non molti mesi dopo: Cavour in modo discreto aveva rimesso a posto i suoi affari; la moglie si separò da lui e divenne la mantenuta di Camillo, che ogni sera l’andava a trovare nella casa mèssale a disposizione. E’ quindi di tutta evidenza quanto le sorti della nazione italiana siano state imprescindibilmente legate alle cure che la giovane donna seppe con arte tutta femminile profondere sul Conte. Ed è di tutta evidenza che se l’Italia è mobile, qual piuma al vento, e muta spesso d’accento e di pensiero, e tuttavia resta in piedi, è perché la sua nobile architettura poggia su colonne solide, ma femminili: le quattro Cariatidi Virginia di Cartiglione, Clotilde di Savoia, La Bela Rosin e Bianca Ronzani.

Ecco perché allora è del tutto fuori luogo il malcelato disprezzo, e quella falsa disinvoltura, che specie dalla sinistra si mostra verso tutte le giovani groupies, o presunte tali, della politica italiana. Uno dei casi più rivelatori della misoginia della parte sedicente democratica della nostra società è legato alle disgustose insinuazioni fatte a suo tempo in merito ai rapporti tra Silvio Berlusconi e l’allora neo-ministro Mara Carfagna. A Massimo Donadi non parve vero di esternare tutto il suo disprezzo da probo cittadino contro la malafemmina per eccellenza Monica Lewinsky: si sa, i tarantolati della giustizia e della legalità, massime in quel posto dell’Italia dei Valori, su certe cose ce l’hanno non solo duro, ma di pietra. “E se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro del suo governo?”, si chiese retoricamente il capogruppo dell’Idv alla Camera. Naturalmente molti deprecarono la confusione montata ad arte tra fatti privati e vita pubblica, e tra morale e legge. Altri si indignarono dei maliziosi paragoni con la vicenda della cicciotella ex stagista americana. Io solo, che ho il cuore tenero per le donne, vidi laggiù la povera Monica abbandonata da tutti. E allora tirai fuori lo spadone del cavaliere errante, e scrissi alcune parole in sua difesa, che riporto qui sotto. Di questo sono molto orgoglioso.

Bella, non si può dire che sia bella. La cosa più attraente è un volto regolare, dai lineamenti dolci, incorniciato da una cascata voluminosa di lisci capelli neri, e impreziosito da due grandi occhi e soprattutto da una grande bocca rossa, carnosa, che quando sorride trionfa pericolosamente su tutto il resto. Bill – da uomo posso capire – vide solo quello. E nel peccato imboccò quella strada. Fu incoraggiato nella sua perdizione da quel guizzante, liquido last name – Lewinsky – che già presagiva arti sopraffine. In lei l’eros si fuse con l’ambizione e il patriottismo scusò l’ambizione, battendo all’unisono nel petto generoso. Assolse il suo compito con ardente abnegazione fino ad una fulminante vittoria, che i rilievi scientifici hanno certificato. Nel momento supremo Bill fu sorretto da un lampo di lucidità istituzionale riuscendo a grugnire un “God bless America!” che riscattò il disordine dionisiaco dell’alcova presidenziale. Monica Lewinsky non diventò ministro dell’amministrazione Clinton, ma fu un’eroina silenziosa della storia, cosa che all’immaginazione piccina del caporalmaggiore dell’Italia dei Valori sfugge. Dell’eloquenza di Monica Lewinsky si serberà traccia nei secoli a venire. Di quella di Donadi non credo.

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Decine di libri

“Ho fatto tanto nella mia lunga carriera per combattere i pregiudizi che per definizione associano una donna bella alla stupidità. E la mia convinzione è che molti ci vogliono così per sentirsi meglio loro, superiori. A volte, io che ho letto decine di libri ho finto di essere oca, di non avere sale in zucca. Ho notato che gli uomini mi apprezzavano di più.” (Linda Evangelista) (La Stampa.it)

Carissima Linda, il mondo è popolato da cavernicoli che non hanno mai capito l’ineffabile e segreta armonia del rapporto uomo-donna. Dio, nella sua insondabile profondità, ha concesso di comandare all’essere inferiore, l’uomo, a patto che l’orso si prostri davanti alla propria regina. Dio infatti ha investito la donna del compito di civilizzare l’uomo; e chi è saggiamente penetrato nei disegni dell’Onnipotente, non può non riconoscere che per noi maschi non c’è niente di più bello che arrendersi con voluttà alle arti della donna, così come ogni donna gioisce segretamente nel rifare da capo a piedi il proprio cagnone arruffato. Oh capisco benissimo che avendo letto la bellezza di qualche decina di libri nel corso dei meravigliosi quarantaquattro anni della sua vita, ella abbia tutto il diritto di non farsi prendere per un’ochetta di bell’aspetto. Ma l’imploro di non fare l’errore contrario, di cadere in disastrose pose intellettuali, sgraziati artifici indegni delle dee come lei: le dee, carissima Linda, non hanno bisogno di muover la lingua per essere eloquenti. Quindi mi fulmini con lo sguardo per la mia improntitudine: sostenerlo vittoriosamente sarà per me una deliziosa e virile soddisfazione; sarà per lei un piccolo prezzo da pagare a chi si professa fin d’ora e per sempre suo devoto adoratore.

Altri obiettivi

“Ho avuto amici e fidanzati che stavano con me solo per opportunismo: mi usavano per raggiungere i loro obiettivi.” (Manuela Arcuri)  (La Stampa.it)

Carissima Manuela, io non so, non riesco neanche ad immaginarmeli, chi fossero questi mostri degeneri, questi delinquenti contro natura, questi disprezzatori di Dio e della creazione, sin d’ora destinati nei gironi infernali a subire la legge del contrappasso, sulla quale sorvolo per decenza, ma sulla quale ella può con perfetto diritto giocare con quella perfida fantasia femminile che l’Onnipotente si compiace di scrutare spesso con occhio partecipe, complice; io non riesco dunque a immaginarmeli, questi mascalzoni che stavano con lei solo per opportunismo, che la usavano per raggiungere altri – i loro – obiettivi. Ma come sempre è proprio nei momenti di più nera disperazione che la luce della speranza si diffonde miracolosamente intorno a noi e ciò cui anelavamo fino alla consumazione di noi stessi si presenta improvvisamente e silenziosamente alla nostra porta: sappia, vaghissima fanciulla, che in me troverà un amico che le starà vicino, a fianco, sopra, sotto, dietro, davanti, con una dedizione assoluta monda d’ogni ombra d’opportunismo; e con nessunissimo altro obiettivo da raggiungere.

Via fanciulle dalla pazza politica!

Ma perché, graziosissime donne, veline, meteorine, vallettine e schedine tutte, voi che siete la cosa più bella del mondo, ornamento e consolazione del genere umano, volete sprecare tutto il vostro ben di Dio nei bassifondi della politica? Perché scegliete la via larga della perdizione, perché tarpate le vostre ali, perché volete buttare via i vostri talenti, nel deprecabile caso di un’elezione, dentro la bettola grigia di un parlamento? Là dove, tristemente, al solo scopo di umiliarvi, vi costringeranno come farfalle trapassate da uno spillo a pigiar bottoni e a mandare a fondo, col recitar seriose orazioni in odor d’imparaticcio, la formidabile forza espressiva che una natura benigna, onnisciente e finanche provvidente, se assecondata, vi ha donato?

Cos’è questa idea perniciosa che vi ha guastato l’intelletto dentro il sacro recesso delle vostre adorabili testoline? Non crediate, vi scongiuro, fanciulle mie dilettissime, di salire verso l’etere purificato delle sfere superiori; scenderete nei gironi infernali della burocrazia, che vi deturperà giorno dopo giorno con tirannica costanza l’animo e la mente, e voi fatte non foste a viver come brute in un’arena sudaticcia popolata da sensali di mezza tacca, da lacché e portaordini.

Lo dico col cuore. Già ora mi tocca assistere con dolore e sgomento a questa macabra attrazione fatale che vi porta ad insozzare la vostra aggraziata persona mettendovi al fianco, purtroppo non solo per il décor, di domatori da circo in orride corride politico-televisive-giornalistiche, dove vi rendete, povere sventurate, inconsapevolmente complici di squallide rappresentazioni che un giorno vi perseguiteranno come un incubo, sgangherate pagliacciate come quella del vignettista martire, ad esempio: l’ennesimo, noioso, bolso, inevitabile, figlio adottivo della nomenklatura che mette in moto l’ingegno suo rozzo per spararle sempre più grosse e grevi; e provoca, e provoca, e provoca fino a quando qualche fesso alza il sopracciglio; e il geniale artista della vignetta, con mille medagliette sul petto offerte generosamente, per anni e anni, dalla confraternita dei suoi amici di fazione, poveri proletari che da quando avevano i calzoni corti frequentano studi televisivi e redazioni di giornali e feste del cinema, finalmente giubilante può far conoscere al vasto mondo che ha raggiunto lo scopo della sua vita, che ora è un dissidente del regime, che gli hanno addirittura dato sette giorni di consegna semplice, ma che per fortuna è tornato, ché il popolo, cioè la società civile, mica i tanti buzzurri della società incivile, s’è sollevato e l’altro ieri è riapparso, vivo, tra i suoi amici carbonari, quelli che a forza di anni e anni di serate hanno usucapito, ossia okkupato, in nome della democrazia, un pezzo di televisione pubblica, e chi glielo toglie adesso?, poveretti! Son cose così, che fanno venir il mal di testa, tragedie da vaudeville, deliziosi crimini che il volgo non può apprezzare.

Ma tornando a noi, perché, cara la mia compatriota veneta Chiara Sgarbossa, incorrotto cognome nostrano dall’incantevole profumo campestre, si duole se la misericordia stessa ha voluto che la trombassero ai Trials del Popolo della Libertà ancora prima di staccarsi dai blocchi di partenza? Sappia che anche i malfattori sono spesso inavvertiti agenti della Provvidenza, e in questo caso quegl’imbroglioni che l’hanno presa per i fondelli suoi sublimi, le hanno risparmiato in realtà un grande peccato contro natura. Lo so che lei è laureata in giurisprudenza, ma che vuol dire? Un fiore è sempre un fiore, e va protetto, con amore. Giudichi un po’ lei a quale destino meschino sarebbe andata incontro. Si sarebbe sentita in dovere di mortificare la sua femminilità con caschetti marziali di capelli e con pantaloni d’ordinanza, i cui disastrosi effetti possiamo già constatare tra il parco femmine, che tanto prometteva, del nostro governo; e tuttavia sarebbe stata sempre circondata da ometti di mezz’età quando non vecchiotti intenti a sbavarle addosso. Io non li condanno più di tanto: li capisco, e li compatisco; tutta gente che non conta una pippa, con scarse motivazioni, prigioniera d’un tran-tran da lavativi d’alto bordo, ma sempre un tran-tran, e tuttavia lussuosamente foraggiata dalle tasche dei contribuenti, e con negli occhi il tesoruccio di robustissime pensioni in arrivo; gente a cui manca solo una botta di vita per trovare finalmente un senso alla loro. Ella signorina avrebbe folgorato questa fauna umana di mezze figure lusingandola con la sola carezza di un sorriso di circostanza, nel quale con tutto il loro cuore gli sciagurati avrebbero letto il pegno di sultanesche delizie.

E in nome di che poi? Di un’arte minore, mezza da schiavi, anche ai quartieri alti, come quella politica, che non può interessare veramente persone di vaglia, sensibili al bello, pronte a cogliere ciò che è veramente prezioso della vita, in un’ineffabile e perfetta intimità di spirito, via dalla pazza folla, come io e lei?

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Non ci resta che la mula

Con l’implacabile regolarità delle piogge monsoniche, pure nell’Anno Domini MMIX si è abbattuta sullo stivale  l’ennesima tempesta mediatica attorno al circo di Michele Santoro. Io cerco disperatamente di fuggire, ma ovunque mi giri la peste sembra starmi alle calcagna. Perché Dio continua ad affliggere i nostri poveri orecchi con la stanca cacofonia mille volte recitata di ridicole trasgressioni e propositi di censura bellicosi come grida manzoniane? Ti abbiamo offeso, Onnipotente? Di Santoro, televisivamente parlando, ho perso le tracce da quando si fece la cresta rossa per fulminare la bionda pollastrella di cui anche quell’anno, come ogni anno, s’immaginò Pigmalione: un caso patetico, sul quale saggiamente i media chiusero pietosamente un occhio e mezzo. Non ricordo il nome della trasmissione – era già Anno Zero? – né della signorina. Quest’anno avevo una mezza idea di darci ogni tanto un’occhiata, perché al contrario delle stagioni passate ad illustrare la beltà femminile non era la solita ragazza seriosa con fisime intellettuali, ma un toco de mula (“un pezzo di ragazza”, dialetto veneto-triestino) come Margherita Granbassi, la classica ragazzona sana, sorridente e simpatica che ti accende una voglia irresistibile di mettere qualcosa sotto i denti. Poi per fortuna ho resistito alla tentazione, ché intristita non la volevo vedere. Ma, venendo a noi,  perché quegli incorreggibili testoni del centrodestra si preoccupano tanto di gente viziata cui manca solo la soddisfazione di provare l’orgasmo di una finta e applaudita esecuzione? Gliela vogliamo proprio concedere? Le messe cantate di Santoro oramai attirano solo la truppa dei fedeli della palingenesi nazionale e del culto della legalità, che si beve avidamente liturgie, litanie e prediche tornite e lucidate da anni di pratica confessionale. Siccome a parte la setta non lo prende sul serio più nessuno, nel momento topico di ogni puntata tira fuori il coniglio dal cappello, ossia richiama con un fischio dalla tana il suo rottwailer di nome Vauro, che gli è fedele da una vita, come e più di Argo ad Ulisse, e lo lascia abbaiare e ringhiare feroce per una trentina di secondi. Dopo di che si ritorna a cuccia e pure i devoti se ne vanno in pace. Lasciamoli divertire. Se dovesse sentirsi minacciata, prima o poi sarà la stessa sinistra democratica a procedere all’epurazione della torma giustizialista: in quel caso, sottobanco, per il bene della patria, potremmo anche dare una mano.

Calamity Sarah

Gli americani se n’erano dimenticati. Fin da quando le mollezze della civiltà avevano infettato una volte per tutte anche le coste del Pacifico s’erano dimenticati di come erano fatte le donne di frontiera, le mamme con la pistola dalla pellaccia dura di una volta. Ma lassù, in Alaska, la razza non s’era ancora estinta. Questa realtà sbalorditiva l’hanno toccata con mano definitivamente alla Convention Repubblicana di St. Paul: Sarah Palin predicava serrando decisa le mascelle e i graziosi labbrucci – cosa sempre affascinante, e provocante, in una femmina dai lineamenti delicati – e puntando gli indici delle due mani come due Colt dritti al cuore di una platea adorante dove spiccavano i copricapo tipici dei vaccari yankee.

Prima di diventare governatore Sarah Palin è stata giocatrice di basket, commerciante di pesce, giornalista, reginetta di bellezza e sindaco; si è affiliata alla National Rifle Association e al movimento Pro Life; si è sposata e ha fatto una carrettata di figli, uno Down, una figlia non Down ma già più pazza di quelle di George Bush, una sventurata che si è fatta mettere incinta da uno sbarbatello, un giocatore di hockey – il che è tutto dire – uno scavezzacollo che dopo aver avuto la cattiva idea di spargere allegramente il suo giovane sperma, ha avuto l’idea ancora più cattiva di spargere qualche parola di troppo nella blogosfera, dichiarando bel bello la sua contrarietà allo sbocciare del frutto dell’amore di una serata di bisbocce.

Sarah Palin non s’è persa d’animo; ha preso il Winchester; si è recata a casa del malcapitato; si è presentata alla madre di lui tuonando con tutta calma: “Dov’è quel fi-glio di put-ta-na del mio fu-tu-ro ge-ne-ro?” Il poveretto s’era nascosto in bagno. Sarah ha sparato allora un colpo di avvertimento bucando il soffitto: “Se non vieni fuori di lì il prossimo colpo lo riservo per la palla destra, quello successivo per la palla sinistra, e l’ultimo per quella proboscide che non ha ancora imparato a stare al mondo.” Il giovanotto è venuto fuori a testa bassa. Lei lo ha preso per un orecchio: non c’è stato bisogno di alcuna parola.

Ed è volata immediatamente a St. Paul, per confermare nella fede le pecore smarrite della casa del Grand Old Party. Nel suo infiammato discorso ha messo subito in chiaro l’intenzione di combattere lobbisti, trafficoni e mantenuti della politica, e di mettersi al servizio della gente comune, come ha fatto lassù nell’arcadia ghiacciata tra eschimesi, foche, lupi, salmoni, alci e caribù; e di voler condurre la sua patria all’autarchia energetica: no way, listen here, no way che l’America finisca per farsi ricattare come quelle mezze seghe di europei dai bolscevichi. Ogni angolo dei cinquanta stati sarà trapanato fino all’ultima goccia di petrolio e si procederà con la costruzione di centrali nucleari e pure di centrali a carbone. Full speed ahead.

L’unico serio ostacolo all’avanzata travolgente del governatore in gonnella venuto dal freddo è arrivato, e non poteva essere altrimenti, dalla perfidia femminile, inconcepibile in noi maschi, che del genere umano rappresentiamo uno stadio evolutivo non ancora dirozzato, quando dai mainstream media un parterre cinguettante di giornaliste progressiste ha sollevato dubbi sulle capacità della superwoman di conciliare le vantate incombenze di madre a tutto tondo di cinque figli, le cure del bimbo Down, e i sacrosanti e nient’affatto trascurabili doveri coniugali di mogliettina sexy di Mr. Palin, con le mansioni formali di Vicepresidente, con quelle dietro le quinte di badante del vecchio Mc Cain, e con quelle reali di Presidente degli Stati Uniti d’America: ma la fiera Calamity Sarah ha risposto con uno sguardo di sfida al subdolo attacco delle galline democratiche, sibilando tra i denti parole che non si sentivano dai tempi di Ronnie: “You old bitches, you ain’t seen nothing yet”.