Una settimana di “Vergognamoci per lui” (166)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

VLADIMIR LUXURIA 17/02/2014 Piatto ricco, mi ci ficco. Grande colpo della Vladi, che è riuscita a farsi arrestare nientemeno che dagli sgherri di Putin. Le sue amiche, preoccupatissime, si stanno mangiando le unghie per l’invidia. La sciantosa si è fiondata a Sochi, dove con la sua classe superiore ha abbagliato i poliziotti al suo primo apparire, ma solo per farli rimanere poi a bocca aperta tirando fuori come per magia una bandieretta arcobaleno con la scritta “Gay è OK” in russo. E’ stata arrestata e sbattuta in cella in men che non si dica da certi energumeni che ti raccomando. Un affondo fulmineo, un blitz trionfale: veni, vidi, vici. Ce lo ha confermato Imma Battaglia, presidentessa onoraria di “Dì Gay Project”: «L’atteggiamento degli agenti è stato brutale e aggressivo. Nessuno parla inglese. Ora si trova da sola in una stanza con luci al neon sulla faccia, presumibilmente in stato di fermo. Chiediamo un intervento immediato del ministro Bonino». Insomma, tutto sembra procedere a meraviglia, compresi quei poveri bruti di poliziotti che non parlano inglese. Accadde anche coi tifosi laziali arrestati in Polonia: nessuno lì, dissero, parlava inglese. La cosa non mi ha mai convinto molto: se non siamo noi i peggiori parlatori d’inglese del mondo è solo perché a sopravanzarci ci sono i francesi, che in certe cose, non fosse che per orgoglio, sono inarrivabili. Ma per ritornare alle imprese di Russia: ecco, io non vorrei rovinare la festa, però confesso che ho qualche timore per le sorti della spregiudicatissima Vladimir. Gli orchi di Putin tutto potevano aspettarsi, ma non questo: un’affascinante signora italiana con lo stesso nome dello Zar! Per adesso si stanno grattando vigorosamente il capoccione, nella vana speranza di capirci qualcosa. Ma poi? Non vorrei che con la scusa dello sdegno, stregati dall’intrigantissima Vladi, cedessero ad istinti belluini.

LA GIUSTIZIA PALLOSA 18/02/2014 Milano, vicenda Maugeri: la procura: «processate Formigoni». Roma, vicenda polizza vita: la procura: «processate Gasparri». Napoli, vicenda compravendita senatori: nuovo filone di indagini (mentre è già iniziato il processo contro il Berlusca, quello col Senato che si è costituito parte civile). Napoli, vicenda rimborsi facili: arrestato l’ex braccio destro del governatore Caldoro. Verona, l’accusa è corruzione: arrestato Vito Giacino, ex vice-sindaco della giunta Tosi. Palermo, trattativa stato-mafia: il pm Di Matteo querela Sgarbi, Ferrara, Facci e Deaglio. Piemonte, elezioni regionali 2010: il Consiglio di Stato boccia il ricorso di Cota contro la sentenza del Tar che le aveva annullate. Sant’Agata di Militello (Messina), associazione a delinquere: indagato l’ex sindaco e attuale senatore di Ncd Bruno Mancuso. E’ tutta roba degli ultimi giorni. Ma non pensate anche voi che sia venuto il momento di chiedere alla magistratura di bastonare con calda passione, feroce determinazione, per davvero e non per finta, come fa da vent’anni, pure i sinistrorsi? Non per amor di giustizia, che ci è antropologicamente estranea, ma così, per capriccio, per il gusto del nuovo, per puro estetismo, e soprattutto per non farci morire di noia?

GUIDO BARILLA 19/02/2014 Fino a poco tempo fa solo la zazzera un po’ scarmigliata e la figura atletica gl’impedivano di essere una delle figure pubbliche più noiose e prudenti del paese. Poi per due parole innocenti venne crocifisso dalla setta esaltata degli anti-omofobi. Quello fu il primo trauma. Gli toccò bere l’amaro calice della ritrattazione. E qui ebbe un secondo trauma, o, per meglio dire, qui fu folgorato dalla scoperta di quanto fosse piacevole essere in sintonia con lo spirito del tempo. E così l’altro giorno, intervistato da Gianni Minoli su Radio 24 le ha cantate schiette: Squinzi? Ha fatto bene a essere durissimo col governo Letta. Renzi? Energia rivoluzionaria. La Fiat? Ha usata Confindustria e poi l’ha mollata. Diego Della Valle e John Elkann? Scelgo Della Valle. Berlusconi? Siamo amici ma non mi ha mai chiesto di entrare in politica. Io, a naso, dico che non è finita qui. Lo terrò d’occhio. E’ una parabola umana che si prospetta interessantissima

LA «PRIMAVERA» UCRAINA 20/02/2014 E’ commovente vedere come i giornali occidentali stiano scoprendo solo ora, che siamo alle soglie della guerra civile, che in Ucraina potrebbe aprirsi lo scenario da incubo delle guerre nella ex-Jugoslavia. In fondo la copertura mediatica degli eventi ucraini dai tempi della rivoluzione arancione in poi è stata il modello per quella più recente delle primavere arabe: un misto di pigrizia, di conformismo e di democraticismo da salotto. Non lo dico adesso: lo scrivevo su Giornalettismo quattro anni fa. Adesso veniamo dunque a scoprire che di Ucraine ce ne sono almeno quattro. Due grandi: l’Ucraina ucrainofona (ortodossa) grosso modo ad occidente del Dnjepr; e l’Ucraina russofona (ortodossa) grosso modo ad oriente del Dnjepr. Due piccole: la Crimea, repubblica autonoma abitata da una maggioranza russa (ortodossa) vera e propria, e da una storica minoranza tatara (musulmana); e l’unico lembo di terra ucraina veramente europeo: le province dell’estremo occidente storicamente (oggi molto meno) multi-etniche (ucraini, polacchi, tedeschi, ebrei, rumeni, ecc.) cariche perfino nei nomi (Volinia, Transcarpazia, ad esempio) del loro retaggio polacco e asburgico, che hanno in Leopoli la roccaforte del cattolicesimo ucraino. La stessa Leopoli che in questi giorni molti buontemponi definiscono come la roccaforte del nazionalismo ucraino, neanche sospettando che il vero nazionalismo ucraino di Cattolicesimo ed Europa non vuol nemmeno sentir parlare.

FABIO FAZIO 21/02/2014 Come forse qualcuno di voi ricorderà, una decina di giorni fa, con l’irresistibile sicumera che sempre mi contraddistingue e che fa la mia e, spero, la vostra felicità, avevo predetto che al momento di rievocare la figura dello scomparso Claudio Abbado, il conduttore del Festival di San Remo, strizzando l’occhio all’Italia Migliore, non avrebbe mancato di menzionare “l’impegno civile” del direttore d’orchestra. Fabio Fazio, invece, ha avuto il cattivo gusto di tradire se stesso pur di negarmi un meritato trionfo. Oserei dire che me l’aspettavo. Anzi, me l’aspettavo senz’altro! In compenso, per darmi soddisfazione, Fazio ha preferito ricordare con tatto squisito le parole proferite dal celebre architetto, senatore e oserei dire suo amico Renzo Piano, nel discorso tenuto al Senato in commemorazione del suo amico – amico di Renzo – Claudio: «Abbado è sempre stato convinto di una cosa: che la bellezza, l’arte, la cultura rendono le persone migliori», non prima però di aver ricordato la cosa più importante: «Ho avuto l’onore della sua conoscenza e della sua amicizia». L’amicizia di Claudio, l’amico di Renzo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (165)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

«IL PAESE SPACCATO»  10/02/2014 Svizzera «paese spaccato»: al referendum per l’introduzione di una legge che metta un tetto all’immigrazione ha vinto di strettissimo margine il “sì”. Grosso modo – grosso modo – succede sempre così in democrazia: alle elezioni politiche un grosso partito, o una coalizione di partiti, vince e un altro grosso partito, o un’altra coalizione di partiti, perde; in caso di elezioni presidenziali, o vince il candidato dei conservatori, o vince quello dei progressisti; in caso di consultazioni referendarie, o vince il “sì”, o vince il “no”, oppure vince l’astensione, nel caso ai sostenitori del “no” convenga puntare al mancato raggiungimento dell’eventuale quorum. In democrazia le vittorie tendono sempre ad essere fisiologicamente piuttosto strette. Una vittoria con 10 punti percentuali di vantaggio (55% contro 45% alle presidenziali per esempio) passa per un successo travolgente. Eppure è anche vero che parlando a spanne, astrattamente, pure in quel caso si può benissimo dire che grosso modo – grosso modo – i contendenti hanno conquistato ciascuno circa metà degli elettori. Ed è così che spesso chi vince, volendo infierire, parla esaltato di «un trionfo della democrazia»; e chi perde per dispetto fa la Cassandra e parla o scrive, preoccupatissimo, di «paese spaccato»: e direi che ormai hanno veramente «spaccati i marroni».

FABIO FAZIO 11/02/2014 Essendo impensabile che qualsiasi persona raziocinante, spettatore o critico, colto o bifolco, ne potesse mai individuare la segreta trama; ed essendo impensabile che un furbacchione come lui potesse farsi sfuggire l’occasione di sgattaiolare dentro l’alone di gloria, dorato e fuggitivo, de “La grande bellezza”; il conduttore del Festival di Sanremo ha pensato bene di rivelarci il modo migliore per poter sopravvivere alla straziante mattonata della canzone italiana e, per poterne, anzi, misurare appieno l’alto valore aggiunto culturale: «Il tema che farà da filo conduttore», ha detto Fabio, «sarà quello della bellezza, sentito come necessità». Per soggiogare del tutto il vasto pubblico dei babbei ha poi aggiunto: «Ci sarà anche un omaggio al maestro Claudio Abbado, sarà un momento importante per il Festival.» Maestro anche «nell’impegno civile», ovviamente: questo ve lo posso anticipare io. Fabio lo dirà nell’omelia. Perché con questi presupposti assistere al Festival sarà come andare a Messa: all’uscita vi sentirete una persona migliore.

GLI SMEMORATI BIPARTISAN 12/02/2014 I complotti abbondano nella bocca degli stolti, ancor più del riso. Le macchinazioni, quando esistono, sono solo la parte finale di un dramma molto più esteso. E’ la storia che spiega la cronaca, non il contrario. Contro l’ex premier Berlusconi non c’è stato nessun complotto. C’è stata invece una volontà generalizzata e manifesta di mandarlo a casa a tutti i costi. Prima delle elezioni del 2008 Berlusconi per tre lustri era stato oggetto di una campagna di demonizzazione ossessiva ma tutto sommato “classica”, portata avanti di conserva con l’attivismo mitomane dei giustizieri di casa nostra. Nel 2010, un po’ per disperazione, la macchina del fango di grandissima lunga più professionale che l’Italia abbia mai conosciuto sparò la cartuccia della mostrificazione di Berlusconi, puntando tutto sugli aspetti più intimi della sua vita privata. La demonizzazione di Berlusconi, detto tra parentesi, è sempre stata, naturalmente, tutta roba confezionata a casa nostra per essere poi esportata all’estero con zelo straordinario al fine di internazionalizzare “il caso italiano”. Alla fine del 2010 la scissione finiana e la campagna di sputtanamento sembravano aver dato il colpo di grazia al Berlusca. Ma il suo governo, com’era prevedibile e come io previdi, resse. Da quel momento apparvero di colpo sulle gazzette della Migliore Italia una montagna di articoli di pensosi costituzionalisti e intellettuali sulle magagne di un sistema democratico che concedeva a Berlusconi la possibilità di avere una democratica maggioranza! Ci furono appelli più o meno discreti ad entità sovranazionali. La sempre misurata Barbara Spinelli arrivò ad invocare il ripescaggio dell’ostracismo dei tempi di Pericle! E già ci si sbizzarriva sui nomi dei futuri timonieri. Nel “Vergogniamoci” del 4 marzo 2011, di cui fu vittima Carlo De Benedetti, scrissi: «Il nome gli è venuto in mente solo perché da molto tempo il sogno proibito ma niente affatto segreto del Partito di Repubblica è di commissariare la democrazia italiana. Fatto sta che per battere quella macchietta che ha fatto dell’Italia una barzelletta il primo dei democratici propone alla sinistra una figura dal profilo esattamente opposto, l’ex commissario europeo Mario Monti: un tecnico prestigioso, un altissimo e rispettato funzionario, un uomo uso a misurare le parole, contegnoso, irreprensibile, serio. Insomma, un professore perfettamente imbalsamato e perfettamente innocuo. Una macchietta. Seriosa però.» Berlusconi però continuava a resistere, anche dopo la crisi libica. Fu solo un evento esterno a rendere possibile la realizzazione di questo disegno: la tempesta finanziaria internazionale e la crisi dello spread. In un clima d’isterismo collettivo che andava ben al di là dei nostri confini, la mostruosa “impresentabilità” berlusconiana fece del Caimano il capro espiatorio ideale. Ma Bersani e il Pd, al contrario di certe bubbole che si leggono oggi, non furono dolorosamente privati di una certissima vittoria elettorale dalla nascita del governo Monti, per il fatto stesso che questo nacque alla condizione che le elezioni non si celebrassero. Infatti, se il Berlusca non fu mai sfiduciato è perché in parlamento bivaccava beatamente un gruppo robustissimo di onorevoli centristi privi di certezze per il futuro. Bersani e il Pd, semplicemente, fecero buon viso alla nascita del governo Monti pur di mandare a casa Berlusconi. Berlusconi resistette fino all’ultimo, e quando si arrese ebbe la lucidità di appoggiare il progetto montiano; mentre invece la “sua stampa” più pettoruta e confusionaria, quella che oggi parla di complotto, si era già arresa da mesi e in quel momento voleva andare furiosamente incontro al suicidio delle elezioni. Roba da matti.

GLI STRATEGHI DEL CORRIERE DELLA SERA 13/02/2014 Finora hanno sempre fallito. Credete che con Renzi al comando questa potrebbe essere la volta buona? Impossibile. Per il Partito del Corriere (o del Sole 24 Ore) si tratta dell’ennesimo tentativo di coagulare intorno ad un centro politico di primi della classe un consenso parlamentare e popolare che si possa in futuro strutturare in una vera forza politica egemone; un tentativo non golpista ma piuttosto muscolare di rinverdire i fasti del suffragio ristretto in un contesto pienamente democratico. Un controsenso. Ci provarono con la macchietta seriosa di nome Mario Monti. Ma l’approccio fu così smaccatamente tecnocratico che la breve parabola di Super Mario finì nel ridicolo. Andati a sbattere contro la legge della politica e del consenso ci hanno riprovato con un governo mezzo tecnico e mezzo politico guidato da un bravo scolaretto di nome Enrico Letta. Da un mese l’hanno abbandonato al suo destino. Fallita l’impresa di destrutturare la politica italiana disprezzandone i protagonisti, hanno deciso di arrendersi alla politica lanciando un’Opa sul Pd attraverso Renzi, il quale dovrà scegliere se restare prigioniero di un progetto asetticamente liberal che al popolo di sinistra non dirà un bel nulla e destinato a finire nel nulla, oppure se al contrario finire in bocca – in assenza di una matura, onesta, pacifica, non giacobina piattaforma politica socialdemocratica – al Partito di Repubblica o, peggio ancora, a quello dei vaffanculisti.

LA PEDOEUTANASIA 14/02/2014 D’ora in poi in Belgio anche un bambino potrà chiedere l’eutanasia. Naturalmente dovrà essere consigliato dal personale medico e da uno psichiatra, dovrà essere «capace di discernimento», dovrà avere l’assenso di entrambi i genitori, dovrà soffrire di una malattia in fase terminale e dovrà essere in uno stato di sofferenza fisica insopportabile e duratura. La sofferenza insopportabile e duratura è peraltro insondabile, dato che nell’uomo al dolore fisico propriamente detto si somma e si mescola sempre, in dosi variabilissime, l’angoscia: per il primo ci sarebbero gli antidolorifici, per la seconda la vicinanza affettiva e spirituale. Tuttavia uno potrebbe dire che di alleviate sofferenze senza prospettive di guarigione non gli importa un bel nulla, e che preferisce di gran lunga essere “aiutato” a togliere il disturbo con la massima speditezza possibile. Ai miei occhi non sarebbe una volontà moralmente giustificabile; ma “umanamente”, per così dire, potrebbe essere comprensibile. Non capisco però come i sedicenti super-umanisti fautori dell’eutanasia, nel profondo della loro sensibilissima umanità, non riescano a sentire come una profanazione anche il solo atto di prospettare ad un bambino, che da solo “umanamente” non ci arriverebbe mai, l’idea di poter chiedere di essere dolcemente “ucciso”. In questo somigliano un po’ a quei pedofili che s’immaginano fanciulli consenzienti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (113)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’INTERCETTAZIONE TELEFONICA 11/02/2013 Nel nostro particolarissimo paese questa svergognata non solo ha ormai una sua propria personalità, ma di questa ha anche i disturbi. Perciò, come il pacifista viene preso da furore e indignazione al cospetto di certe guerre, mentre non lo puoi svegliare nemmeno col cannone quando si scannano spietatamente in altre; così l’intercettazione telefonica cade preda di un protagonismo incontrollabile quando la nostra impareggiabile magistratura bracca le cricche dei berlusconiani, mentre è più discreta di una monaca di clausura quando la nostra specchiatissima magistratura indaga laboriosa e riservata sui pasticci combinati dai compari della sinistra. Da quando è scoppiato il bubbone del Monte dei Paschi, ad esempio, non una che si sia offerta di titillare i nostri ormai drogati orecchi. E non ci manca tanto quella che inchioda l’indagato alle sue responsabilità, ma quella che lo inchioda al suo sordido, meschino, volgare e ordinario quotidiano, alle donnine soprattutto, condimento indispensabile ed eterno di ogni scandalo. Ma per fortuna è spuntata la pista Verdini, e con essa la traccia di alcune telefonate fatte dal brutto ceffo pidiellino al condottiero del Monte. Anche se non sembra roba forte, voglio credere che non se la terranno tutta per loro.

IL FINANCIAL TIMES 12/02/2013 L’antiberlusconismo è una malattia subdola. Se non siete di sinistra, comincia di solito con qualche distinguo o con qualche alzata di sopracciglio. Lì vi dovete fermare, perché sennò il virus vi devasterà. Lo prova il fatto che l’epidemia ha da tempo varcato con successo le Alpi. Sono lustri, per esempio, che le gazzette della grande finanza anglosassone ci dicono che Mr. Berlusconi is unfit to lead Italy. Ma col tempo i toni sono cambiati da così a così. Con la sua inesplicabile e beffarda resistenza il celodurismo carnevalesco del Cavaliere è riuscito a sgretolare anche la rinomata compostezza britannica. Prendete il titolo dell’ultimo editoriale del Financial Times: “L’Italia dovrebbe solo dire no a Silvio”. Non solo suona ruvidamente paternalista, ma in quel confidenziale “Silvio” non vi sembra forse di notare la progressione di una patologia mediatica tipicamente italiota, e starei per dire berlusconiana? E non vi sembra di cattivo gusto che il bollettino del capitalismo corretto in omaggio a Silvio ripeschi una parola come “plutocrate”, che signoreggiava nella propaganda dei regimi totalitari? E non vi pare che certi moniti come questo: “Gli investitori sarebbero molto ostili a comprare debito italiano, e ciò costituirebbe una minaccia per la sostenibilità finanziaria”, somiglino nello stile ai consigli dei bravi di manzoniana memoria o a quelli dei picciotti? Tutta roba italianissima?

FABIO FAZIO 13/02/2013 Fabio era contento, ieri, di essere a Sanremo. A dimostrazione che lo sciocchino dal bolscevismo non è del tutto guarito, nonostante i sorrisetti di sufficienza, il conduttore ha esordito con un pippone introduttivo a edificazione del popolo: «Il festival è un evento popolare, ma popolare non vuol dire facile né volgare né di bassa qualità», ha spiegato. Il popolo, fin lì ignorante, avrà apprezzato. Poi ha rivelato, sempre al popolo, che quest’anno cade il bicentenario della nascita di Verdi, il quale scrisse alcune delle pagine più popolari della musica. E infine con un «Viva Verdi!», ha dato il segnale all’orchestra di attaccare il “Va pensiero”: una velata misura di profilassi patriottica-costituzionale, degna forse delle defunte democrazie popolari o dei defunti stati corporativi, che però, nella pur sbrindellata democrazia italica, somiglia più a una excusatio non petita. Di solito un evento «popolare», una volta accesa la miccia, va avanti per conto suo senza neanche sognarsi di presentare un certificato d’idoneità artistica o di buona condotta civile o di mostrare i quarti di nobiltà. Per decenni il Festival di Sanremo è stato una semplice e spensierata boiata pazzesca. Adesso che i damerini della società civile, martirio dopo martirio, si sono mangiati pure il Festival, oltre al supplizio di essere inseguiti dagli echi della boiata pazzesca, rischiamo pure il «dibattito» sul perché la boiata pazzesca sia divenuta improvvisamente degna di loro. Poveri cretini.

IL MAGISTRATO FILOSOFO 14/02/2013 Per il Gip di Busto Arsizio, Luca Labianca, l’ipotizzata consuetudine al pagamento di tangenti dell’AgustaWestland costituirebbe una «filosofia aziendale». E, sempre nell’ambito dell’inchiesta Finmeccanica, scrive che i vertici del gruppo avrebbero cercato di manomettere le prove, o per usare il suo stesso astruso linguaggio, si sarebbero «attivati nel porre in essere condotte di sovvertimento della genuinità delle prove». Condotte di sovvertimento, perbacco! Siamo forse maliziosi se pensiamo che con queste ridondanti sfumature moralistiche il magistrato voglia suggerirci che dietro la pratica della corruzione c’è una certa qual censurabile indegnità morale che in questi tempi calamitosi alberga in una certa umanità antropologicamente ben definita? E sbagliamo proprio di grosso se pensiamo invece che dietro questo vernacolo ci sia una certa qual magistratura, anch’essa antropologicamente ben definita, che si è messa in testa di moralizzare la nazione?

LA LOTTA ALLA CORRUZIONE 15/02/2013 Per il nuovo segretario del Partito Comunista Cinese la lotta alla corruzione è una priorità assoluta. E già se ne vedono i segni. Il Quotidiano del Popolo, per esempio, ha messo all’indice la festa degli innamorati. Sembra che a San Valentino certi membri del partito perdano la testa e spendano fortune in regalini per le loro mantenute. Sul quotidiano è apparsa anche una lista con nomi e cognomi dei funzionari coinvolti, compresi, guarda caso, tre pezzi grossi già caduti in disgrazia durante l’ultima purga. Cose cinesi. La lotta alla corruzione, come la corruzione, trionfa infatti soprattutto in quei paesi dove l’universalismo occidentale è penetrato brutalmente portandovi lo stato “moderno” ma non la libertà. La lotta alla corruzione è spesso l’unico programma politico dove la politica non esiste, ma esiste solamente il potere politico. Nei paesi dove la politica esiste, come l’Italia, è il programma politico di chi vuole risolutamente uccidere la politica. Oppure è l’ultima risorsa del politico incapace, l’opzione fallimentare di chi non ha la più pallida idea di come far crescere il senso civico della nazione, la scorciatoia che sta a quest’ultimo come il ricorso al debito pubblico sta alla crescita economica. Mettili insieme, e avrai il più fetido dei populismi.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (112)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 04/02/2013 Il blog ufficiale di Dario Fo si presenta così: “DARIO FO – NOBEL per la letteratura 1997 – Figura preminente del teatro politico che, nella tradizione dei giullari medievali, ha fustigato il potere e restaurato la dignità degli umili”. Sembra il biglietto da visita di uno che vuol farsi pubblicità o la laurea appesa con la sua bella cornice nella sala d’attesa di un professionista. Come si suol dire, la classe non è acqua. Questo è il personaggio: tutta una carriera dentro la più sguaiata ovvietà del radicale da operetta, le cui effervescenti mattane mascherano un conformismo intellettuale di fondo, puntualmente premiato dalla nomenklatura. Che Beppe Grillo lo proponga alla presidenza della repubblica non stupisce: anche lui vuol fare la rivoluzione, anche lui fa il matto, anche lui con argomenti vecchi come il cucco.

FABIO FAZIO 05/02/2013 «Questo Festival sembra un sottoprodotto del Concertone del Primo Maggio. Che non è musica, ma evento. E Fazio è un ciambellano del potere politico». Così disse Anna Oxa, illuminata dall’ira. Sembrano parole scritte dal quel tanghero del sottoscritto, tanto sono sacrosante. Il guaio è però che il Festival di Sanremo è da decenni un «evento», cioè nulla più di un’ambita piazza mediatica. Spogliatosi definitivamente col passare dei lustri di qualsiasi altra ambizione, soprattutto canora, l’happening sanremese è diventato un balcone dal quale mostrarsi al popolo. E’ per questo che la società civile, che fino a qualche anno sputacchiava schifata ma con molto gusto addosso al Festival, vi ha prima puntato i fari e poi se ne è impadronita. Ed è per questo che all’illustre trombata dalla lista dei “big” Fabio Fazio ha risposto così: «Sanremo non si fa per esclusione, ma per inclusione. Si decide chi mettere e non chi estromettere.» Che non vuol dire una minchia, ma che suona favolosamente democratic & open-minded.

SILVIO BERLUSCONI 06/02/2013 Mentre gli altri dormivano Silvio ha bruciato le tappe della campagna elettorale con vigoria napoleonica. Fin qui è stato perfetto. Bim, bum, bam: ha incalzato il nemico senza neanche dargli il tempo di respirare e di pensare. Tramortiti dalla sua baldanza, politici e giornalisti fanno quasi gli offesi, non perdonandogli l’impudenza di combattere. Mentre Silvio invece sente sempre più l’odore del sangue ed è su di giri. E osa. Anche troppo. L’ultimissima zampata dello stratega di Arcore è stata quella di chiedere a un tipetto piuttosto cazzuto come Oscar Giannino di ritirare la sua lista. «Sono voti sprecati, non vorrei che proprio quelli facessero la differenza», ha detto il generale Berlusconi. Sprecati perché «i dieci punti che Oscar Giannino propone sono già tutti presenti nel nostro VASTO PROGRAMMA», ha poi chiarito, camminando bel bello, ignaro e segretamente ispirato, sulle orme del grande De Gaulle.

GIANNI RIVERA 07/02/2013 Così parlavo qualche settimana fa da questo famigerato pulpito: «E perché allora il suo cocco è il signor Monti (…) che in caso di sconfitta si farà conquistare da Bersani al solo scopo di conquistare il suo feroce vincitore, e di portare le arti tra i villici post-comunisti, come fece con successo la Grecia coi Romani duemila e passa anni fa, e come crede oggi di fare, per esempio, Tabacci, col suo poderoso Centro Democratico, nell’ilarità appena trattenuta del popolo di sinistra, che lo lusinga spietatamente coi buffetti e i complimenti che si riservano di solito agli zietti e ai nonnetti mezzi rimbambiti?» Esageravo? Un pochettino, pensavo. E invece no. Per Gianni Rivera l’obbiettivo è proprio quello e lo confessa candidamente: «La mia nascita politica, nel 1987, è stata grazie a Tabacci, allora segretario regionale Dc. Voglio cambiare un sistema incancrenito, non dico di ritornare alla vecchia Democrazia Cristiana ma portare quella cultura.» Ora vi spiego la strana malattia. Mani Pulite per l’homo demochristianus fu un doppio trauma. Il primo è noto a tutti: la scomparsa della balena bianca. Il secondo è noto solo a quelli che hanno occhi per vedere: essere stato ridicolizzato, lui, la quintessenza del politico navigato, dal dilettante Berlusconi, che seppe credere nella vittoria. Da allora l’homo demochristianus vaga come l’ebreo errante per tutte le contrade della politica, e medita in cuor suo la vendetta del professionista contro i pivellini che l’hanno soppiantato. E così s’intruppa in questa o quella famiglia, immaginandosi di esserne il perno segreto, l’occulto capo, l’attore decisivo, pur non contando un fico secco. E sventura vuole che i barbari glielo lascino credere.

FRANCO BATTIATO 08/03/2013 Come mai l’uomo politico ha in genere una pessima fama? Come mai non se ne trova mai uno veramente buono, onesto, capace, lungimirante e fattivo? Non sarà forse che la politica è una delle attività più rognose del mondo? E allo stesso tempo un mestiere del quale qualsiasi babbeo si ritiene all’altezza? Prendete l’artista prestato alla politica: tutto compreso della sua superiorità intellettuale, si sente pronto ad aprire le porte a un nuovo rinascimento con tocco leggero ed elegante, e perciò cade infallibilmente e rovinosamente al primo ostacolo, rifugiandosi poi per un impulso incontrollato, fanciullesco, nel più pedissequo e ridicolo linguaggio della politica, senza neanche quel briciolo di temperanza che la furbizia suggerisce al più miserabile dei peones. Esempio: il nuovo assessore al turismo della regione Sicilia, Franco Battiato. Alla presentazione del documento contenente le linee programmatiche del suo mandato, convinto di fare qualcosa di rivoluzionario, ha messo le mani avanti nello stile che fu di tutti i suoi predecessori e che sarà di tutti i suoi successori, dicendo: 1) che nelle casse dell’assessorato non c’è un euro; 2) che i manigoldi della precedente amministrazione hanno rubato tutto; 3) che perciò non si può più lavorare; 4) che il presidente della regione dovrà per forza chiedere fondi all’Europa. Essendo di buon umore e nella speranza che si riscattasse, ho cominciato a leggere il documento programmatico, una prosa sbalorditiva, da piccolo tirapiedi della bassa burocrazia, di cui riporto il formidabile incipit: «E’ necessario ripensare al Turismo in un’ottica di rilancio dell’economia isolana, da valorizzare inserendolo all’interno di una rete di sinergie che mettano in evidenza il suo valore specificamente culturale, economico e strategico. In quest’ottica si rende indispensabile l’avvio di interventi condivisi con altri assessorati tramite la creazione di tavoli tecnici congiunti permanenti (ad esempio con l’assessorato ai beni culturali) allo scopo di individuare un percorso finalizzato alla costruzione di una offerta turistica integrata che valorizzi siti di pregnante valore storico e archeologico, anche attraverso la realizzazione di progetti mirati.» E senza dimenticare – se posso dare un suggerimento – le interrelazioni tra l’azione di valorizzazione tessuta dagli attori sul territorio e le reti di socializzazione virtuale che rendono oggi possibile innervare le sinergie della prima in un contesto interculturale di più vasto respiro, ponendo in essere quindi una moltiplicazione solidaristica di percorsi culturali differenti ma convergenti sull’isola, nella prospettiva di giungere, attraverso un ampio, diffuso ed ininterrotto scambio di dati ed esperienze, a una visione globale e pluralistica delle problematiche di valorizzazione turistica da mettere in campo nello specifico delle tematiche isolane, allo scopo ultimo di tracciare un iter operativo finalizzato alla messa in opera di progettualità esecutive ampiamente condivise nel quadro di un’effettiva efficacia programmatica.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (79)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ROBERTO SAVIANO 18/06/2012 Ospite della «Repubblica delle idee», che è come dire il tempio della società civile, la massima icona della società civile ha confermato che di idee in testa ne ha una sola. In compenso quest’idea ha allargato i suoi orizzonti spaziali fino a comprendere tutto il pianeta terra. Per quelli temporali si è fermata, con verginale modestia, ma solo per il momento, al 1929, l’anno della grande crisi. E’ l’inizio del «grande romanzo», che certo non mi sono premurato di ascoltare – bastano e avanzano gli highlights che trovate nelle gazzette – né mi premuro di illustrarvi, tanto avete già capito tutto. Certe perle però non meritano l’oblio. Come questo suggerimento, su cui i nostri pm potrebbero lavorare con molta soddisfazione per almeno mezzo secolo: «Non si può dire che la crisi è colpa delle mafie. Non è così semplice. Però le mafie non hanno mai investito sui derivati e i titoli tossici. Come mai? Perché sapevano, sapevano prima». O come questa, d’ispirazione marzulliana: «E’ la mafia che si è capitalistizzata? No: è il capitalismo che si è mafiosizzato». Voi ridacchiate, lo so. Ma pensate invece allo scalcagnato camorrista o al povero mafioso tipo, un emerito coglione nel novantanove per cento dei casi: è con questa roba che si tira su quando, suo malgrado, cedendo ad un momento d’introspezione a lungo represso, si rende conto di essere un fallito. E’ allora che tira fuori i CD coi discorsi di Saviano e parte per l’iperspazio.

FABIO FAZIO 19/06/2012 E’ ufficiale: sarà il Pippo Baudo della società civile a presentare la prossima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo. E tornerà pure ogni lunedì sera su RaiTre a fianco di Roberto Saviano per il Festival dei Pipponi Edificanti con contorno di nani e ballerine responsabili e consapevoli. Ai tempi della partitocrazia qualche frattaglia restava sempre sul terreno. La Migliore Italia invece s’è mangiata tutto: neanche le canzonette ha lasciate ai buzzurri. Prossima tappa: culi e tette. Etichettati «burlesque», s’intende.

FRANCESCO COCO 20/06/2012 Francesco piaceva molto a Berlusconi. Era belloccio, moro, aitante. Silvio lo guardava invidioso e paterno. «Se avessi il tuo fisico, spaccherei il mondo», gli diceva. E non pensava solo al bel sesso. Pensava anche al rettangolo verde. Infatti per l’estetica berlusconiana, che ha una sua insospettabile finezza, calcio e donne sono enti che viaggiano di conserva, e si compenetrano quanto si tocca il sublime. E’ per questo che pur preferendo il Barcellona al Real Madrid, Silvio in cuor suo spasima più per l’armonico fustacchione Cristiano Ronaldo che per l’incredibile piccoletto Lionel Messi. Dovete capirlo, il Cavaliere è gentiluomo all’antica, romantico: nella sua immaginazione uno sterminatore di tori, un matador dell’area di rigore, un collezionista di femmine sono una cosa sola. E una cosa sola con lui, quando felicemente raggiunge l’estasi. Francesco, testa matta, lo deluse, perdendosi dietro alle bellone invece di tenerle per le briglie come una superba quadriglia di cavalli di razza. Oggi Francesco ha messo la testa a posto. Perfino troppo. «Sostenevano che fossi gay, ma io dico: e allora? Anzi, ben vengano gli omosessuali in Nazionale», ha detto, allineato e coperto, intervenendo sulla grande questione del giorno. Sarebbe stato perdonabile, se non avesse voluto strafare chiudendo con quel mai ben spiegato e zuccheroso «hanno una marcia in più», che ai gay non si fa mai mancare, quando li si vuole compiacere. Poveretti.

SILVIO BERLUSCONI 21/06/2012 Che un campione della pedata non capisca una mazza di calcio, inteso come gioco di squadra, è possibilissimo. Pensate a Maradona, che peraltro non ha mai brillato neanche in tutto il resto dello scibile. Quindi non sorprendetevi  che un imprenditore di successo di economia, intesa come massimo sistema, non capisca un tubo, e anche meno di me. E’ il caso dell’incompreso Berlusca, meritevole invece in quasi tutto quello che gli viene rimproverato. Anche Silvio, dunque, insiste sulla necessità di un ruolo semidivino da “prestatore in ultima istanza” per la Bce. Per poi mettere tutti quanti la testa a posto? Noooo… per continuare a percorrere la larga strada della perdizione. Sentitelo: «Si esce dalla crisi solo con una Banca centrale che assuma i debiti degli Stati che partecipano all’Eurogruppo e che paghi al momento opportuno i titoli pubblici in scadenza. Oggi paghiamo più del 6% gli investitori che impiegano il loro denaro in titoli di Stato mentre il Giappone, che ha un debito pubblico doppio del nostro, riesce a collocare i titoli di Stato di nuova emissione all’1% di interesse», in quanto, continua lo sciagurato «gli investitori che investono in titoli giapponesi hanno la garanzia che alla scadenza il Giappone paga stampando moneta, come fa la Fed.» Sugli aspetti puramente tecnici e sulla proprietà lessicale del discorso del grande Silvio non metto bocca, anche se ho il sospetto che i più pedanti fra gli economisti soffriranno atroci pene nel cuore. Formalismi, ai quali tempre napoleoniche come quelle di Silvio e del sottoscritto spezzano le reni con una scorreggia. Solo ti faccio notare, mon camarade, che il meccanismo infernale da te lodato è quello stesso che ha messo in ginocchio le economie dei paesi ricchi, che ha scoraggiato il non remunerato risparmio, che ha spinto ad indebitarsi anche i morti di fame, che ha creato le bolle, che ha italianizzato infine quasi tutto il mondo occidentale, dopo che i salvataggi delle banche hanno fatto esplodere i debiti pubblici. Quello non è mica liberalismo economico. E’ libertinismo economico. O bunga bunga economics, per farci capire dal popolo.

LA TRATTATIVA RITRATTATA 22/06/2012 La dietrologia sta dietro ai fumettoni della Storia Deviata. Essendo mobile, qual piuma al vento, non le si richiede grande scrupolo. E tuttavia, alla lunga, se proprio non vuole essere chiusa in un bordello, o in un monastero, una qualche coerenza la deve pur dimostrare. Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica, la Trattativa ha causato qualche fastidio all’ex democristiano di sinistra Mancino, antiberlusconiano della prima ora, con qualche spiacevole polemica che ha coinvolto anche il presidente Napolitano. E improvvisamente, la Trattativa – avete notato? – ha perso molto del suo sex-appeal nei corridoi della grande stampa. La storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente: per il momento adelante, con mucho juicio.

Ce lo faccia sapere, Saviano

Mi domando spesso, e solo perché sono generoso, se Saviano sia scemo. O lo faccia. L’uomo non è di destra o di sinistra, e si libra leggiadro sulla miserabile tassonomia politica dei giorni nostri. Sta scritto nel suo biglietto da visita. Ma poi? Poi mette in fila infallibilmente, con comica ortodossia ed allarmante tranquillità, tutti i dogmi bislacchi dell’Antimafia impegnata. La Cosa Nostra della legalità, tanto per capirci.

Alla prima di “Vieni via con me” – locuzione di tipo veltroniano che la teppaglia leghista tradurrebbe più umanamente con un “Chi non beve in compagnia è un ladro o è una spia”, ma che è perfetta per la nostra sussiegosa società civile – è stato osceno. Ma proprio osceno. Incredibile. Ha detto che la democrazia è in pericolo. Che non siamo proprio al fascismo, ma quasi. Quasi quasi.

Il che è una grossa novità: vecchia di mezzo secolo almeno, dai giorni del primo golpetto rosso dei fatti di Genova, non quelli del G8, ma quelli del 1960. Allora era il clerico-fascismo ad abbondare sulla bocca degli stolti; negli anni settanta le BR s’inventarono il fascismo in camicia bianca delle pappemolle democristiane; il decennio craxiano ridiede vigore all’anatema socialfascista, caduto in disuso dopo che nel 1948 era stato riservato graziosamente a Saragat; poi piombarono dalla Brianza l’Anticristo, alias il Caimano, e i tempi funesti del fascismo catodico che ci ha rincoglionito tutti.

Sempre in pericolo la nostra democrazia. E molto lavoro per gli antifascisti di professione, che infatti hanno prosperato senza vergogna. Lavori faticosi come quelli socialmente utili, ma molto più gratificanti. Specie se si sparano balle ultraspaziali. Ragion per cui Saviano non si è sottratto: ha tirato fuori dal cilindro il più annunciato dei conigli, la macchina del fango, che non è il giornale su cui scrive, come sanno da trent’anni anche i muri cui è rimasto un residuo di moralità, ma quella degli scagnozzi di Berlusconi.

Una macchina del fango giusto come quella che cercò di disintegrare la reputazione di Falcone, «l’uomo delle tante sconfitte», prima della bomba che lo disintegrò per davvero. Ma bravo! Neanche una parola sui veleni di Orlando e di Magistratura Democratica, che trovavano bello spazio nei media antifascisti e democratici; e della guerra sorda e vittoriosa che gli fecero Luciano Violante e la stessa occhiuta Magistratura Democratica, in nome, anche allora, dell’indipendenza della magistratura. E’ quella la macchina del fango cui si riferiva? Le cronache non ne registrano altre. Ce lo faccia sapere. Non vorrà sembrare omertoso.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

E tutti quanti stiamo già aspettando

Avete presente le solite quattro cavolate che si ripetono in mille diverse fogge migliaia di volte al giorno nelle bocche e negli scritti di quelle anime democratiche che se le cantano e se le suonano nella speranza che anche le teste più dure finalmente si arrendano ai dogmi del romanzo fantasy imbastito da decenni sulla storia d’Italia da questi ossessi, e mai portato a termine, e di cui forse soltanto ora, grazie all’interpretazione della disposizione delle ossa del cadavere riesumato del bandito Giuliano da parte degli infallibili aruspici della nostra amena magistratura, si potranno svelare i più riposti misteri e mettervi fine? Ebbene, qualche giorno fa Fabio Fazio e Roberto Saviano, invece delle solite quattro cavolate che abbondano sulla bocca degli ossessi, hanno detto una volta tanto per sbaglio e per volontà divina, ossia per doppio miracolo, qualcosa di pacificamente vero. Ciò accade più spesso di quanto si pensi nel corso della storia. L’esempio più illustre di manigoldo fatto fesso dalla malizia di quella Divina Provvidenza che ci vede sempre benissimo è Caifa. Ai suoi sodali e ai farisei, impauriti da una possibile reazione romana alle nobilissime gesta del Galileo, disse:

Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera.

 Chiosa l’aquila S. Giovanni, da vero cattolico:

Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Ma che hanno detto i nostri inconsapevoli eroi? Hanno detto, piangendo amare lacrime, e noi piangiamo con loro, che l’Italia

è un Paese in cui è all’opera un’autentica macchina del fango e della delegittimazione. Il gossip serve a distruggere moralmente e fisicamente la vita delle persone. Si usano fatti privati a scopo di estorsione, per condizionare i comportamenti dei personaggi pubblici. Forse è questo che non si voleva sentir raccontare in televisione.

E così loro finalmente ce la racconteranno in televisione questa brutta storia. E tutti quanti stiamo già aspettando. Fiduciosissimi. Saviano come fonte e come persona informata dei fatti ma non indagata è ultra-attendibile: nella macchina ci vive da anni e la conosce a menadito. A meno che non ci faccia, ma ci sia: un fesso, intendo.

Io l’ho sempre detto, e con me ogni essere bene o male in salute: se volete far saltare le mura più spesse e possenti, là dove non riescono cannonate ed arieti, usate la femmina, perché, per quanto l’intellighenzia voglia ottusamente convincerci del contrario, è sempre lì che l’uomo va a sbattere, in tutti i sensi. Cose note e stranote, ma la sinistra è stata capace di arrivarci coi soliti vent’anni di ritardo. Ci ha provato a sparale grosse con le cricche fasciste, con quelle piduiste, con quelle golpiste, con quelle razziste, con quelle mafiose: non essendo composta da gente normale, alla più naturale delle bombe atomiche, la fregna, non ha mai pensato. Se ha pensato al sesso, lo ha fatto soltanto quando s’accompagnava a qualche sordidezza, a qualche efferatezza, a qualche rapporto non proprio ortodosso. Salutiamo quindi di cuore questa riconciliazione con la natura e questo rinnovato interesse della società civile per le donnine. Il popolo, quello, non ha mai avuto di questi problemi, da sempre, massimamente nell’Urbe: l’ambasciatore veneziano Antonio Soriano, in una sua relazione del 1535, al ritorno dalla corte di Roma, narra che Sua Santità, Alessandro Farnese, papa Paolo III, non

manca di opposizioni (ché la sua promozione al cardinalato non fu molto onesta, essendo proceduta per causa oscena, cioè dall’amore e dalla familiarità che avea papa Alessandro VI con la signora Giulia sua sorella: dal che nacque, che per lungo tempo fu chiamato il cardinal Fregnese).

Ma fino ad oggi la sinistra ha avuto di questi problemi. E sì che uno dei suoi eroi, soprattutto del correttamente compassionevole Veltroni, è sempre stato quel fenomenale mandrillo di John Fitzgerald Kennedy, che per di più, al contrario di Berlusconi, non si comportava affatto da gentleman col bel sesso. Fatto sta che, non lontano dai sessant’anni, dopo innumerevoli campagne di guerra a suon di dossieraggi e killeraggi, per disperazione anche D’Avanzo ha capito che la fregna è eterna e si è convinto ad usare la bomba atomica. Non essendo temprato per tale commercio, che esige nervi saldi e rettitudine, dopo l’uso è arrivato prestissimo l’abuso. Ha cominciato con Veronica, della quale probabilmente si è anche innamorato; poi è arrivata Noemi; poi Patrizia; e ora Ruby. E del doman non c’è certezza, perché l’universo femminino nel quale dolcemente naufragare occupa almeno metà del mondo. Convintosi lui, che è un ayatollah, tutto il gregge di sinistra gli è andato dietro, com’è l’abito suo triste. All’Unità della Concita sono arrivati persino i fumetti: che potenza ineguagliata e ineguagliabile, la concha!(*)

(*) Se non sapete cosa significa, guardate su Google: ma tanto avete capito, no?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Lo schema di Zeman

La Gabanelli? La Gabanelli non sa mai se va in onda. Santoro? Santoro non sa mai se va in onda. Fazio? Anche Fazio e il suo amico Saviano cominciano ad avere qualche dubbio. E già si sentono molto, ma molto meglio. La Dandini? Con la Dandini si ritorna al classico e blindato tran-tran: la Dandini, felicissima, non sa assolutamente mai se va in onda.

Floris? Floris va sempre in onda senza fare tante storie, perché di Santoro ce ne vogliono almeno due: lui è quello dalle buone maniere. Augias? Augias con le sue Storie va sempre in onda e picchia durissimo, ma con una forbitezza così raggelante da scoraggiare anche la potenziale audience sanculotta, che qualcosa di umano ha pur conservato.

L’Annunziata? L’Annunziata va sempre in onda e ha la sua mezz’oretta di gloria ogni settimana. Lilli la Rossa ce l’ha ogni giorno ma è dovuta emigrare su La7 perché, dopo qualche anno in politica nel cuore della civile Europa, di ritorno nel nostro disgraziato paese ha scoperto che alla Rai i suoi ex compagni e le sue ex compagne non avevano lasciato libero neanche un cesso. Però alla Busi – Busi la Bionda – hanno trovato un buso per difendere i diritti e la Costituzione, e con tanto di cavalier servente al seguito, il maestro Gherardo Colombo: forse perché buca lo schermo con l’occhio metallico?

Sembra uno schema del Foggia di Casillo. Quello di una volta. Uno schema di Zeman. Non ci capisci assolutamente un cavolo. Tu pensi ad una partita normale, anzi facile, con quattro poveri diavoli che si son messi le magliette di Gullit e Van Basten, così, tanto per vivere un giorno da leoni prima di farsi sbranare, e invece te li ritrovi di colpo tutti in area, nella tua area, come le cavallette, o la cavalleria mongola.

[pubblicato su Giornalettismo.com]