Gli errori dell’Occidente in Bosnia-Erzegovina

Nei giorni scorsi abbia avuto un’altra prova della fatuità con la quale l’Occidente si muove nello scacchiere internazionale. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che evidentemente non ha altro di meglio da fare che pontificare, in occasione del ventennale del massacro di Srebrenica, nel quale almeno 8.000 musulmani bosniaci inermi furono trucidati dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladić, ha messo ai voti una risoluzione che condannava tale avvenimento come genocidio. La risoluzione è stata respinta in forza del veto della Russia, che fin dall’ottocento si è ritagliata il ruolo di protettrice dei fratelli ortodossi serbi, mentre altri paesi, fra cui la Cina, si sono astenuti. Ragionando con cinismo, non si può dire che la Russia abbia tutti i torti: 8.000 vittime sembra un numero davvero troppo esiguo per parlare sensatamente di genocidio; ed inoltre un genocidio non dovrebbe fare distinzioni di sesso e di età, quando invece il massacro di Srebrenica vide la meticolosa separazione degli uomini dalle donne, gli anziani e i bambini. Naturalmente queste fredde considerazioni nulla tolgono all’enormità del crimine.

Ci si chiede, tuttavia, quale sia il senso della ricerca continua di queste stucchevoli e burocratiche sentenze sulla storia recente o meno recente, se non forse una fuga dalla storia stessa e dalla realtà. Si ha quasi l’impressione, infatti, che per l’Occidente sollevare confusamente (e spesso contraddittoriamente) questioni di principio ogniqualvolta c’è da affrontare una grossa rogna in qualche punto caldo del globo, sia diventato un modo per nascondere la propria impotenza.

La Bosnia-Erzegovina è un caso esemplare di questa erratica politica. L’Occidente prese atto della dissoluzione della ex-Jugoslavia ma poi non ebbe il coraggio di prendere davvero in mano la situazione portando a termine e rifinendo sotto il suo controllo, dove era possibile, quel processo di partizione che le reciproche pulizie etniche avevano quasi condotto a termine (ciò può sembrare immorale, ma molto meno che lasciare attivi i focolai della malattie, dopo che il disastro è ormai accaduto); oppure, là dove non era possibile, congelando la situazione, senza però cristallizzarla dal punto di vista statuale-amministrativo. Sballottato tra gli opposti (e falsi) dogmi dell’autodeterminazione dei popoli e dell’integrità territoriale degli stati, finì per dare la sua benedizione a tutta una serie di stravaganti indipendenze, che replicavano su scala minore l’eterogeneità ex-jugoslava. Lo stesso Occidente che accettò serenamente la divisione tra Serbia e Montenegro per questioni etniche di lana caprina, si spese molto per la nascita del più grande e internamente diviso di questi nuovi stati: la Bosnia-Erzegovina, appunto. La nuova era democratica – questo era il tacito assunto – doveva assicurare la pacifica convivenza delle tre comunità principali (etnie mi sembra un vocabolo troppo forte per delle genti che parlano sostanzialmente la stessa lingua): quella bosgnacca (bosniaco-musulmana) costituente quasi metà della popolazione, quella serba (cristiano-ortodossa), e quella croata (cristiano-cattolica).

Due decenni circa di indipendenza invece hanno quasi istituzionalizzato la divisione comunitaria nel nuovo stato balcanico; di fatto il patriottismo bosniaco è diffuso solo tra la popolazione bosgnacca, e spesso si confonde con un identitarismo musulmano rispuntato quasi a sorpresa da qualche profonda ed inquietante piega della storia; di fatto, vista l’estraneità di serbi e croati al sentimento patrio bosniaco, la Bosnia-Erzegovina ha oggi al suo centro un nucleo musulmano che potrebbe anche resistere ad una sua eventuale disgregazione. Ciò che era da molto tempo ormai considerato un retaggio culturale, in sé ricco, interessante, e anche fecondo, come testimoniano le opere di Andrić o Selimović, è ritornato ad essere contro ogni pronostico una realtà religiosa sommamente problematica.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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La Grande Albania e le Piccole Jugoslavie

Degli incidenti avvenuti durante la partita di calcio fra Serbia e Albania hanno colpa anche l’Europa e gli Stati Uniti. Era fatale che nell’Europa orientale e nei territori dell’ex Unione Sovietica, dopo il periodo di sbandamento ma anche di euforia seguito al crollo del comunismo e dopo il superamento della fase del primum vivere, con la fase di consolidamento (quella nella quale tutti hanno la pancia un po’ più piena) la storia riprendesse il suo corso. Vecchissime questioni mai risolte (e vecchissime ferite mai pienamente rimarginate) si sono riaperte; soprattutto, naturalmente, nei Balcani. Siamo rimasti sorpresi, ad esempio, dall’esplodere del nazionalismo ungherese. E ci siamo limitati a condannarlo, senza nemmeno cercare di capire. Il drone che ha fatto piovere sullo stadio del Partizan la bandiera della Grande Albania – un’Albania più che raddoppiata territorialmente con l’accorpamento del Kossovo, di pezzi di Serbia, Montenegro, Macedonia e Grecia – ci deve aver sorpreso ancor di più.

I nazionalisti di tutte le latitudini, si sa, ragionano come i fanatici dell’Isis, i quali, peraltro in profonda sintonia con lo spirito islamico, considerano già oggi Califfato (basta dare un’occhiata alle mappe che fanno girare nel web) la somma virtuale di tutte le conquiste territoriali realizzate dall’Islam in tutti i tempi (Spagna compresa, ad esempio). Questo perché quando una qualsiasi landa entra nel recinto dell’Islam diventa terra consacrata una volta per tutte: dalla dar al-Islam non si può uscire. Allo stesso modo i nazionalisti sacralizzano i confini, sottraendoli a quella storia sempre in movimento cui in realtà appartengono.

Detto questo, però, non bisogna cadere nell’errore contrario di negare al sogno della Grande Albania tutte le ragioni, perché ne ha anche di solidissime. Esiste infatti un’Albania fuori dell’Albania – la gran parte del Kossovo e la parte più occidentale della Macedonia – che dopo la fine delle guerre jugoslave sarebbe stato sensato unire al corpo della madrepatria. L’Occidente, per viltà, invece di assumersi il compito di ricomporre con coraggiosa ragionevolezza la geografia politica dell’ex-Jugoslavia preferì baloccarsi con vacue evocazioni di principi fra loro contraddittori (e quindi non principi) come l’autodeterminazione dei popoli e l’integrità territoriale. Ne vennero fuori tante piccole Jugoslavie: dalla Bosnia (stravagante entità statale sentita solamente dai bosgnacchi musulmani, ma estranea ai sentimenti dei croati e dei serbi) al Montenegro, dal Kossovo alla Macedonia. Anche di questa follia è figlio il fattaccio dell’altro giorno.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Piccole Jugoslavie crescono (di numero) (2)

[A circa un anno di distanza dalla prima, ecco una seconda puntata di considerazioni sul futuro della ex-Jugoslavia. Come per la prima non c’è niente di preordinato: ho solo assemblato i miei commenti ad un articolo apparso sul sito Libertiamo.it, qualche mese fa ormai, che fra l’altro rieccheggiano quanto già scritto in precedenza.]

Se il caos post-jugoslavo è grande, la sostanza del problema non è difficile da identificare, anche se purtroppo non così la soluzione. Il problema è che, riconosciute Slovenia a Croazia, messe a tacere le armi, sconfitto il regime di Milosevic, la comunità internazionale se ne è lavate elegantemente le mani, creando con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Macedonia e poi il Kosovo, in omaggio alla retorica democratica-illuministica, niente altro che quattro piccole Jugoslavie; le quali, essendo stavolta dotate di un certificato “democratico” con tutti i timbri e le firme al loro posto, avrebbero dovuto misteriosamente superare in bellezza ogni problema derivante dalle minoranze o dalle differenze etnico-linguistico-religiose. Il congelamento della situazione avrebbe dovuto invece servire per cominciare a “trattare” veramente, il che significa niente altro che parlare di spartizioni territoriali, allo scopo di creare entità statali sufficientemente omogenee. Il lavoro “sporco” purtroppo l’aveva già fatto in parte la guerra. La Bosnia, coi suoi Serbi, Croati e “Bosgnacchi” è veramente una Jugoslavia in miniatura e il suo destino simile. Questi popoli, insieme coi Montenegrini, nonostante le numerosi varianti e gli alfabeti a volte diversi, parlano al 95% la stessa lingua: o si fondono definitivamente o si dividono lungo linee di confine ragionevoli e solide. Siccome la fusione allo stato attuale sembra una chimera, l’unica soluzione realistica è questa: unione della Erzegovina croata e della Bosnia “bosgnacca” con la Croazia; unione della Repubblica Srpska, del Montenegro e di una piccola parte del Kosovo con la Serbia. Grande Serbia e Grande Croazia? In parte sì, ma teniamo conto che parliamo sempre di stati che territorialmente e soprattutto demograficamente resteranno piuttosto piccoli. La Croazia avrebbe il problema di una minoranza “musulmana” (metto tra virgolette perché si tratta pur sempre di una entità culturale profondamente europeizzata); d’altro canto queste acquisizioni territoriali darebbero maggior “corpo” all’attuale sbrindellatissima geografia croata. Il Montenegro oltre ad avere appena 600.000 abitanti, come una provincia italiana, è abitato da gente che in gran parte è difficilmente distinguibile da quella serba. Uno stato “musulmano” in Bosnia oltre che “pericoloso”, sarebbe pure quello ridicolmente piccolo. La Macedonia (due milioni di abitanti) è divisa tra macedoni (che parlano una lingua “bulgara”) e albanesi che abitano i territori vicini al confine con l’Albania. Io non vedo altra soluzione, anche qui, che la spartizione territoriale in cui una piccola parte del territorio si riunisce all’Albania e il resto si riunisce alla Bulgaria. Lo spauracchio della Grande Albania (Albania, parte del Kosovo, parte della Macedonia) fa ridere, vista la consistenza territoriale e demografica complessiva. La soluzione avrebbe anche l’avallo della Grecia che per questioni culturali di Macedonie fuori dai confini ellenici non vuole sentire parlare: la “Macedonia slava”, pur mantenendo il nome, diverrebbe una regione bulgara. Quando si segnano dei confini territoriali comprendenti aree etnicamente diversificate, specie nell’era moderna, dominata dalle pesantissime e pervasive infrastrutture burocratiche degli stati nazionali, si arriva spesso alla guerra civile oppure piano piano le etnie meno numerose tendono a scomparire o essere marginalizzate, diventando veramente delle “minoranze”. La Svizzera o il Belgio sono eccezioni; e tuttavia, anche oggi, nel cuore dell’Europa occidentale e democratica, in Belgio, i problemi etnico-linguistici sono tutt’altro che superati; anzi, stanno peggiorando a vista d’occhio. Lei, che dal nome suppongo essere di etnia ungherese (è antipatico usare sempre questa parola, etnia, lo so) [in realtà il cognome magiaro dell’Autrice dell’articolo è quello da sposata] dovrebbe saperlo. Ancora un secolo fa la Transilvania era mezzo ungherese. Città oggi site in Romania, non molto lontano dal confine dell’attuale Ungheria, come Arad, Oradea, Satu Mare, in parte la stessa Timisoara, erano importanti realtà urbane magiare abitate in gran parte da magiari. Oggi sono quasi completamente romene. Lo so che soluzioni del genere potrebbero dare la stura ad un mare di rivendicazioni in giro per il mondo. In primo luogo penso alla Moldavia, dove d’altro canto la sua riunione con la Romania e la secessione dei territori slavi oltre il Dnjestr è solo questione di tempo. Ma se non sarà la diplomazia internazionale a prendere in mano le cose, naturalmente con la sapienza e il tatto necessario, senza aver l’aria d’imporre dall’esterno, piuttosto facendo pressione sulle parti interessate, ed avendo chiaro in mente il disegno finale a lungo termine, non per questo le ferite aperte del sud-est europeo guariranno da sole per miracolo. Molto più probabilmente succederà il contrario. (Zamax, 26 ottobre 2009, 18:48)

E’ ovvio che il quadro da me tracciato è sommario e schematico. Da molte parti, e certamente da parte dei “nazionalisti” bulgari, il macedone è considerato né più né meno che un dialetto bulgaro. Che i macedoni rifiutino di essere assimilati sia dai bulgari sia dai serbi, lo posso capire. E posso capire che il dilemma abbia sua tragicità. Tuttavia, nel mondo reale dove tutto è relativo e per quanto riguarda confini e patrie non c’è in realtà niente di sacro e assoluto, prima o dopo bisogna pur decidere. Se da una parte l’arbitrio della forza è inaccettabile, dall’altra parte sotto le spoglie della “molta prudenza e della professionalità” non si nasconde magari il desiderio di alimentare fino al parossismo il culto della propria identità? E non conduce questa “molta prudenza e professionalità” alla fine ad un perfetto immobilismo? In base a questa logica in Italia dovremmo avere almeno una decina di stati. Lo dice uno che è veneto e parla ogni giorno dialetto. (Zamax. 27 ottobre 2009, 13:20)

Faccio poi notare che la Macedonia attualmente è un piccolo stato di appena due milioni di abitanti. Si potrebbe dire che la Slovenia ha una consistenza simile. Ma quest’ultima è una nazione omogenea, ben caratterizzata, con solo una piccola questione di confine con la Croazia pendente. In Macedonia su due milioni di persone, mezzo milione circa è albanese. Più altre piccole minoranze. La comunità internazionale ha creduto suo dovere benedire questo stato di cose che somiglia molto ad una bomba ad orologeria. Io non lo trovo ragionevole. Non sono pregiudizialmente contro ad uno stato macedone, pur non avendo simpatie per gli stati esageratamente mignon. Questa “Macedonia” mi sembra una follia. (Zamax, 27 ottobre 2009, 13:59)

(@ Branko) Lei è macedone e ha il suo amor proprio ed è ottimista. Non è la prima volta che sento dire che la diversità etnica, culturale, linguistica (”originaria” per così dire, non dovuta a fenomeni di immigrazione come nel mondo occidentale) è un tratto caratteristico e fondante (è questo, se ben capisco, che vuol dire) di una certa comunità. Che noi allevati da secoli all’idea degli stati nazionali non saremmo bene in grado di concepire. Ne ho sentito parlare anche a proposito della Bosnia. Ho letto pure i romanzi di Ivo Andrić che sono eloquenti al riguardo. E’ una cosa che avevo presente. E’ per questo che ho scritto: “Quando si segnano dei confini territoriali comprendenti aree etnicamente diversificate, specie nell’era moderna, dominata dalle pesantissime e pervasive infrastrutture burocratiche degli stati nazionali, si arriva spesso alla guerra civile oppure piano piano le etnie meno numerose tendono a scomparire o essere marginalizzate, diventando veramente delle “minoranze”. E’ sicuro che la “democrazia moderna” sia tanto elastica e favorevole alla compresenza di tante etnie e lingue differenti? L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. E quindi ha bisogno di classificare e identificare bene l’individuo. E magari poi è proprio in base a questa classificazione, a questa involontaria irreggimentazione, che le istanze democratiche cercano di farsi largo. In tempi di aristocrazia c’era sicuramente in generale meno libertà per l’inviduo, ma le maglie dello stato erano molto più larghe ed elastiche per i gruppi: popolazioni diverse convivevano abbastanza facilmente. L’Impero Asburgico ha cominciato a crollare proprio con l’avvento della democrazia. L’India descritta da Kipling era un mosaico incredibile di popoli, lingue e religioni differenti che proprio nell’informalità di uno stato “primitivo”, per così dire, trovavano un misterioso equilibrio. E’ con l’occidentalizzazione e la democrazia che l’India ha conosciuto feroci spaccature, che si è divisa nell’India propriamente detta, nel Pakistan, nel Bangla Desh e in Ceylon. Senza voler fare l’uccello del malaugurio per la sua patria, mi permetta però di essere pessimista relativamente alla stabilità di una Macedonia come quella attuale. (Zamax, 27 ottobre 2009, 20:11)

(@ Branko) Riassumendo e poi chiudo:

1) La Macedonia ha problemi con la Bulgaria che non ne riconosce ufficialmente la lingua (La Bulgaria fu, mi pare, il primo o tra i primi paesi a riconoscere l’indipendenza della Macedonia; naturalmente col desiderio segreto di annetterla in seguito).

2) La Macedonia ha problemi con la Grecia che non ne riconosce il nome (pretesa – quella greca – a dire il vero quasi insostenibile).

3) La Macedonia ha problemi con l’Albania che non perde l’occasione di mettere il naso nei suoi affari interni (vedi il caso della “Nuova Enciclopedia Macedone” che ha inviperito alcuni settori dell’opinione pubblica albanese di Macedonia).

4) La Macedonia è pervenuta recentemente ad un accordo sui confini col Kosovo (guarda caso sempre lì casca l’asino) che ha mandato su tutte le furie la Serbia.

Le faccio solo una domanda:

Se per il milione e mezzo (e forse meno) di macedoni “veri e propri” (tanto per essere precisi, per distinguerli dai “cittadini” macedoni, non perché sono fissato con le etnie) “diventare” bulgari risulta una violenza troppo grande fatta alla loro storia e identità, non sarà meglio e più saggio, vista la natura degli stati moderni, amputarsi volontariamente di una parte di territorio allo scopo di costruire uno stato più piccolo ma più saldo? (Zamax, 27 ottobre 2009, 21:34)

La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (2)

Le Americhe non sono altro che una grande proiezione dell’Europa Occidentale: gli spagnoli, i portoghesi, gli inglesi e in piccola parte, i francesi, hanno potuto colonizzarle e popolarle in grandi distese uniformi; così come la Russia è la grande proiezione slava dell’Europa Orientale. Bloccati geograficamente nel mezzo dell’Europa continentale settentrionale e meridionale, travagliati dalle vicende del Sacro Romano Impero, arrivati tardi all’unità nazionale, tedeschi e italiani a questa Grande Europa figlia dell’Europa non hanno potuto contribuire altro che con l’immigrazione e con un’indiretta influenza culturale, e ciò non cambia anche se la scoperta e l’esplorazione delle Americhe è legata, fra gli altri, ai nomi di Colombo, di Vespucci, di Verrazzano, di Giovanni e Sebastiano Caboto. La dinamica di questo sviluppo ha comportato un effetto collaterale imprevisto: gli abitanti del Nuovo Mondo, che si sono spartiti lotti ben squadrati di continente, hanno perso la sensibilità per riuscire a penetrare nell’intrico etnogeografico europeo che, benché vecchio, ancor oggi, nel 2008, è lungi dall’aver sciolto tutti i suoi nodi.

Questa insensibilità culturale, accompagnata dall’indefettibile ottimismo democratico degli Americani, che diventa puro e semplice fideismo in quegli Europei reduci da ideologie marxisteggianti che della democrazia hanno un concetto puramente formale-istituzionale, e quasi metafisico; accompagnata dall’ignavia e dalla mancanza di coraggio degli stessi Europei; accompagnata dalla voglia di fare presto e di scrollarsi di dosso una bruttissima gatta da pelare; ha prodotto l’attuale pasticcio post-jugoslavo, una caterva demenziale di stati di nuova fattura (eccetto Slovenia e Croazia), repliche in miniatura di quella stessa Slavia del Sud dalla quale si sono emancipati, nella segreta speranza che la cornice democratica e l’imprimatur della comunità internazionale bastassero da soli a far sì che la realtà si acconciasse alla forma, e non il contrario. Come scrissi qualche tempo fa:

Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo […] una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”.

Il modello di uniformità amministrativa imposto da Napoleone nel suo Impero continentale se trovò grandissima resistenza nei popoli sottomessi, che si sentirono a giusto titolo violentati, fu però preso ad esempio da quegli stessi popoli nel momento della loro rinascita nazionale. Ma anche laddove la statolatria non prenda piede, ricordiamoci sempre che la democrazia ha in ogni caso una sua ingombrante logistica che condiziona pesantemente l’organizzazione dello stato. I tempi di democrazia non sono stati affatto facili per le minoranze etniche, sopravvissute invece all’organizzazione feudale della società. La caduta del muro di Berlino, e non poteva essere altrimenti, ha rimesso in moto processi rimasti per lungo tempo artificiosamente congelati di sistemazione geopolitica del continente europeo: la riunificazione tedesca, la ricostituzione degli stati dell’Europa Orientale seguita al disfacimento dell’Unione Sovietica e la dissoluzione jugoslava ne sono stati i momenti salienti.

Con l’ultima infornata di paesi europei nella NATO del 2004, quando entrarono Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia, si è voluto consacrare una realtà politica più che una realtà militare, sperando – ragionevolmente – che a nessuno venisse in mente di voler vedere le carte. Tutto ciò era giusto e comprensibile: si trattava di guadagnare terreno approfittando della risacca russa. Ma oggi non esiste più alcun Impero Russo. La Russia attuale alla luce di equilibrate considerazioni storiche, alla luce del buon senso, e non in base a concezioni sacrali-metafisiche in ordine all’essenza dello Stato-Nazione, è sostanzialmente tutta dentro il suo alveo naturale, fatte salve alcune propaggini del tragico puzzle caucasico, che però rappresentano una porzione infinitesimale del suo territorio. Ed è difficile stabilire in che misura l’autocrazia putiniana sia l’espressione di una camicia di forza posta alle libertà civili e in che misura sia l’espressione del grado elementare di democrazia sostenibile dalla società russa pena la sua disgregazione, perché non c’è dubbio che l’ampio consenso di cui ancora gode il nuovo Zar di tutte le Russie non è segno solo di un’adesione acritica alla politica di grandeur affettata dal Cremlino, ma è dovuto in parte non trascurabile all’istinto di autoconservazione del popolo russo. Quella di Putin non è la versione russa del Terzo Reich, ma per il momento piuttosto la versione assai ruvida di un gollismo in salsa russa. Ed il gollismo fu la forma pomposa con la quale la grandeur francese, tra uno scossone e l’altro, si adattò nei fatti alla pax americana.

Putin non è un pazzo imbevuto di letture parafilosofiche sui destini di Santa Madre Russia. A Mosca sanno benissimo che staccare la spina energetica farebbe molto male all’Europa, ma sarebbe letale per la poco diversificata economia russa. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare ora nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla pseudotaumaturgica politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, anche per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. L’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte: e l’Occidente non aveva in mano che una misera doppia coppia.

Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il suo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi.

Cari amici del partito filoamericano, nelle cui fila milito da bravo soldatino fin dal raggiungimento dell’età della ragione, lo spirito di Monaco più che sull’Europa stavolta aleggia in troppe bocche – molte delle quali non esattamente conosciute per l’indomito coraggio – per essere una scomoda verità. L’Occidente ha bisogno di assorbire la Russia, con fermezza ma con accortezza, perché è un giocattolone assai delicato. E ne ha bisogno perché la vera grande incognita di questo secolo sono gli sviluppi sociali e politici derivanti dall’improvvisa e inevitabilmente traumatica – se ragioniamo in termini epocali – crescita economica di almeno tre miliardi di asiatici. Il Giappone e la Corea del Sud si sono sviluppati enormemente nel quadro bloccato della Guerra Fredda, e quindi sono stati costretti a metabolizzare al proprio interno, volenti o non volenti, i problemi derivanti dalla loro crescita. Ma oggi non è più così. La pax americana è quindi necessaria, ma gli Stati Uniti semplicemente non hanno i mezzi per gestirla da soli; dovranno cogestirla prima con gli Europei e poi, auspicabilmente, con gli altri nuovi alleati, pur mantenendone la naturale leadership. Una Russia troppo indebolita potrebbe collassare di nuovo, e sarebbe una sciagura per tutto l’Occidente.

Per dirla con l’autore del De Bello Gallico: Russia est omnis divisa in partes quatuor.  Da occidente ad oriente rispettivamente: 1) la Russia cosiddetta europea delimitata ad est dalla catena montuosa degli Urali che attraversa il paese in senso nord-sud; 2) la Siberia Occidentale, o bassopiano siberiano, dominato dalla grandiosa pianura alluvionale dell’Ob’, che giunge fino al fiume Jenissej; 3) dove inizia la Siberia Centrale, o altopiano siberiano, caratterizzato da scarsi rilievi, che giunge fino al fiume Lena; 4) da dove si diparte la più accidentata Siberia Orientale che arriva fino al Pacifico. La Siberia costituisce dunque tre quarti del suolo russo, ma meno di un terzo degli abitanti, circa 40 milioni per 13 milioni di kmq, per una densità di appena 3 abitanti per kmq; il Far East russo è ancora un’enorme distesa spopolata, una frontiera tenuta insieme da una rete a maglie larghissime di avamposti della civiltà – in senso lato – europea-occidentale, o di quella Grande Europa figlia dell’Europa alla quale accennavo all’inizio: vogliamo regalarla ai cinesi, ai quali basterebbe spedirvi 1/20 della propria popolazione per colonizzarla e ridurre in minoranza i russi e tutte le altre etnie presenti?

La Russia e la crisi dell’ideologia democratica (1)

He sat, in defiance of municipal orders, astride the gun Zam-Zammah on her brick platform opposite the old Ajaib-Gher – the Wonder House, as the natives call the Lahore Museum. Who hold Zam-Zammah, that “fire-breathing dragon”, hold the Punjab; for the great green-bronze piece is always first of the conqueror’s loot.

Se ne stava, a dispetto dei regolamenti municipali, a cavalcioni del cannone Zam-Zammah posto sulla sua piattaforma di mattoni di faccia all’antica Ajaib-Gher, la Casa delle Meraviglie, come gl’indigeni chiamano il Museo di Lahore. Chi tenga Zam-zammah, il “drago dal fiato di fuoco”, tiene il Punjab; perché quel gran pezzo di bronzo verde è sempre il primo bottino del conquistatore.

Questo è l’incipit di Kim, capolavoro di Rudyard Kipling, dal nome del ragazzino attraverso i cui occhi l’India magmatica e pittoresca, brulicante di colori e uomini, fiabesca e realistica insieme, si presentò al grande pubblico dei lettori all’inizio del secolo scorso. Il grand tour indiano partiva dunque da Lahore: ma cosa avrebbe mai pensato lo scrittore britannico se qualche santone gli avesse predetto che molto meno di un secolo dopo Lahore sarebbe stata una città di uno stato chiamato misteriosamente “Pakistan” (“il paese dei puri”) e non dell’India? Come avrebbe potuto supporre che il Raj si sarebbe col tempo spezzettato in quattro unità, l’India attuale, il Pakistan, il Bangla Desh e lo Sri Lanka? Una risposta sta in parte, ma una parte importante, negli stessi occhi di Kim. Cresciuto come un animaletto nel ventre della società indostana, del sangue britannico – occidentale – ha però conservato l’istinto classificatore, ordinatore: i personaggi, le etnie, le caste si fanno avanti con nettezza di contorni, in una magnifica, colorata ed eppur viva cristallizzazione.

Il personaggio centrale, Kim, è un orfano che, al pari di un camaleonte, è in grado di assumere qualsiasi identità, ma che nel corso della vicenda si dimostra un vero britannico. Mentre è in viaggio sulla Grand Trunk Road, Kim dà corpo alla fantasia coloniale inglese dell’osservatore onnisciente, il solo in grado di conoscere tutti gli abitanti del paese. (Storia dell’India moderna, Barbara D. Metcalf, Thomas R. Metcalf)

I britannici, anche quei governanti liberali benintenzionati di stampo illuminista che nell’ottocento presero a cuore le sorti del continente indiano, non potevano rendersi conto che impiantare la civiltà occidentale e soprattutto qualcosa di simile alla democrazia, con la pervasività burocratica figlia del suo afflato universalistico, con la pesantezza delle infrastrutture amministrative di uno stato moderno, o peggio ancora nazionale, voleva dire irrigidire e codificare quelle differenze di casta, di religione, di lingua che proprio invece nell’informalità magmatica della società indiana potevano bene o male convivere. A meno di fare tabula rasa con la violenza annichilatrice dei giacobini, stabilire diritti e doveri significava identificare l’individuo, in base a etnia, religione, casta; significava creare delle lingue amministrative e ufficiali. Inoltre, nel segno dell’influenza occidentale nacquero col tempo associazioni culturali, di stampo religioso/linguistico e poi politico che erano un segno di progresso ma che acuirono le divisioni. Al momento dell’indipendenza nel 1947 il paese si spaccò tra indù e musulmani, con una tragica scia di trasmigrazioni da una parte e dall’altra di milioni di persone: i musulmani fondarono i due Pakistan, quello occidentale di lingua ufficiale urdu, e quello orientale di lingua ufficiale bengali, poi indipendente col nome di Bangla Desh; gli induisti ebbero tutto il resto tranne l’isola di Ceylon, dal 1972 Sri Lanka, popolata in gran parte da singalesi di religione buddista. Il tentativo di imporre l’hindi come lingua unitaria dell’India è invece fallito, soprattutto per l’opposizione dei duecento e passa milioni di abitanti del sud-est che, benché induisti, parlano lingue dravidiche, cioè non indoeuropee. Anche la minoranza Tamil dello Sri Lanka è di lingua dravidica.

Tutto ciò mi è venuto in mente in questi giorni segnati dall’acutizzarsi delle tensioni russo-georgiane nel constatare il dispiegamento generalizzato, da entrambe le parti ma anche nel mondo mediatico e diplomatico, dell’armamentario retorico di frasi fatte di quella che si potrebbe chiamare l’ideologia democratica: integrità territoriale, sovranità, autodeterminazione dei popoli, intangibilità dei confini – cose che, nei fatti, sono spesso in contraddizione fra di loro – e poi, inevitabilmente, accuse reciproche di genocidio e di crimini contro l’umanità. Questi slogan non fanno altro che togliere alla diplomazia ogni potere contrattuale e a chiuderla in un vicolo cieco. Nel caso in questione, voglio dire, chi ha paura del bullismo putiniano e di una nuova politica di potenza della Russia – e la vuole smascherare – non può dire delle mezze verità che alla fine alimentano il vittimismo e il nazionalismo dei russi. Il rischio è quello di replicare su scala mondiale il pasticcio ex-jugoslavo e di fare della Russia un’enorme Serbia. Nei Balcani, dopo l’inevitabile e relativamente poco problematico riconoscimento di Croazia e Slovenia, vista l’omogeneità etnolinguistica dei due nuovi paesi, e dopo la sconfitta militare serba, una volta messe a tacere le armi, l’Occidente, per sbrogliarsi dai pasticci, scelse la scorciatoia di affrettati riconoscimenti internazionali, creando con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Macedonia ed infine il Kosovo niente altro che quattro piccole e destabilizzanti Jugoslavie. Quando si parla di intangibilità dei confini, bisogna intendersi: se la cosa significa che semplicemente essi non possono essere modificati unilateralmente è un conto, se invece significa che ogni discussione sui confini ed ogni eventuale e concordata loro modifica è interdetta, allora si è fuori della realtà; e paradossalmente in questo feticismo territoriale il messianismo dell’ideologia democratica e il bullismo nazionalista si danno la mano.

Chi auspica allora una politica di fermezza nei confronti di una Russia neozarista – e io sono tra questi – deve contemperarla con la giustizia, e deve cercare almeno un po’ di mettersi nei panni dei governanti e della gente russa. Se le preoccupazioni, il nervosismo e l’intransigenza dei baltici e dei polacchi sono comprensibili, visto che hanno sempre sentito sul collo il fiato del gigante russo, senza parlare dei periodi di occupazione, non si può tuttavia fare di ogni erba un fascio e considerare alla stessa stregua tutti i territori fuoriusciti dall’impero russo e sovietico. La Russia, ad esempio, non può rivendicare nulla nei confronti dei paesi baltici: le forti minoranze russe sono frutto di un peccato originale – i tentativi di russificazione del periodo sovietico – solo ad essa addebitabile.

Ma assai diverso è il caso dell’Ucraina. Non solo un 30 per cento dei circa cinquanta milioni degli abitanti – concentrato nell’est del paese – è russofono (la lingua russa era anche detta “grande russo” per distinguerla dal “piccolo russo”, ossia la lingua ucraina); ma la stessa Rus’ di Kiev costituì, più di mille anni fa, il nucleo iniziale dello stato russo: li si ebbero le prime espressioni di letteratura russa, lì prese forma, sotto l’influenza di Costantinopoli, la chiesa ortodossa russa. Ucraino era Gogol’, e ucraina è l’ambientazione di parte delle sue opere. In occasione della recente morte di Solzhenitsyn qualcuno con sbrigativa ingenerosità – verso un uomo che la sua battaglia l’ha combattuta, eccome – ha accusato lo scrittore russo di non aver capito l’Occidente. E’ vero, Solzhenitsyn era influenzato in parte da quel tenace pensiero conservatore-reazionario slavofilo che guarda alla sua patria come una fonte salvifica di spiritualità per l’Occidente materialista, ma non lo era alla maniera volgare ed aggressiva dei nazionalisti imperialisti. Sognava la riunione di Russia, Bielorussia ed Ucraina ma non gl’importava niente dei paesi baltici, del Caucaso, o dei nuovi paesi dell’ex pancione turco-asiatico dell’Unione Sovietica. A distanza di più di 130 anni avrebbe potuto sottoscrivere, credo, le parole scritte da Dostoevskij in una lettera spedita nel 1873 al granduca Aleksandr Aleksandrovič, il futuro zar Alessandro III, insieme ad una copia del romanzo I Demoni:

[…] Penso che esso sia una diretta conseguenza dell’enorme frattura che si è prodotta fra tutta la nostra formazione intellettuale e le basi primitive e originali della vita russa. Perfino i più illuminati fra gli esponenti della nostra civiltà pseudo-europea sono da tempo convinti come sia assolutamente delittuoso, per noi russi, pensare alla nostra originalità. E la cosa è tanto più temibile in quanto essi hanno perfettamente ragione, poiché, dall’istante in cui, con orgoglio, ci siamo definiti europei, abbiamo rinunciato ad essere russi. Turbati e sbigottiti dalla distanza che ci separa dall’Europa, sul piano dello sviluppo intellettuale e scientifico, abbiamo dimenticato che, nell’intimo dell’animo russo e nelle sue aspirazioni, portiamo in noi, in quanto russi e sempre che la nostra civiltà possa rimanere originale, la facoltà di recare forse al mondo una nuova luce. Abbiamo dimenticato, nell’ebbrezza della nostra umiliazione, questa immutabile legge storica, e cioè che senza l’orgoglio del nostro significato mondiale, in quanto nazione, mai potremo essere una grande nazione né lasciare dopo di noi un sia pur lieve apporto originale al bene dell’umanità. Abbiamo dimenticato che tutte le grandi nazioni hanno manifestato le loro immense forze proprio perché erano così “orgogliose” di se stesse, e che hanno dato il loro contributo al mondo, che gli hanno recato ognuna non fosse altro che un raggio di luce, proprio perché sono rimaste fieramente, fermamente, e sempre “con orgoglio”, se stesse. […]

Dostoevskij, che in realtà se non fu “occidentalista” non fu nemmeno “slavofilo” (come questo passo potrebbe far credere) capiva che la Russia era nel fondo un bestione delicato ed insicuro, e quindi spesso aggressivo, un colosso d’argilla bisognoso di camminare col proprio passo, e che invece il trauma di questo incontro con l’Europa stava portando al collasso; cosa che sfuggiva sia ai liberali salottieri, sia agli idealisti rivoluzionari, sideralmente lontani dal popolo tanto quanto i primi.

Uscita dai settant’anni della glaciazione comunista, la Russia che ha riannodato i legami sempre intrisi di un sentimento di odio-amore con l’Europa e l’Occidente, è ancor oggi un enorme territorio relativamente spopolato. Coi suoi 17 milioni circa di kmq e i suoi circa 150 milioni di abitanti, la Russia è un paese grande il doppio della Cina e con 1/9 appena della sua popolazione; è un paese grande il doppio degli Stati Uniti e con metà della sua popolazione; grande il doppio del Brasile e con ¾ della sua popolazione; grande più di cinque volte l’India e con 1/7 della sua popolazione; grande quasi 50 volte il Giappone ma con una popolazione di poco superiore; grande 120 volte il formicaio del Bangla Desh e con la stessa popolazione! Malgrado le immense risorse naturali, e stante la sua relativa arretratezza economica, non è un paese che si possa permettere di giocare in solitario la partita geostrategica mondiale. Di fronte alle incognite della crescita asiatica, considerando l’impressionante base demografica dalla quale procede, il destino migliore della Russia è quello di farsi cooptare, al pari dell’Europa, nella pax americana. Ma per farlo ha bisogno di tempo e di salvare le apparenze e l’orgoglio nazionale. Sta all’Occidente tenerla a bada, avere pazienza e duttilità, con fermezza ma senza isterismi, e non cacciarsi in inutili avventurismi.

Piccole Jugoslavie crescono (di numero) (1)

Nel blog di Mario Sechi, qui e qui, ho partecipato ad un’interessante discussione a tre (io, Zagazig e un certo Rifat Lica, albanese o kosovaro) sulla recente indipendenza del Kosovo. Assai scorrettamente e credendomi evidentemente il più intelligente di tutti, ho raccolto in un post i miei interventi.

Questi sono i frutti purtroppo di una pedissequa IDEOLOGIA democratica, che fa le cose sempre a metà, e per sbrogliarsi dagli impicci s’inventa nuovi stati a go-go. Già ci siamo inventati la Bosnia come stato, che per darsi un’anima ha finito per islamizzarsi: quando invece il territorio culturalmente è sempre stato diviso tra una fascia a ridosso della Dalmazia (l’Erzegovina) croata e cattolica, e il resto abitato da serbi ortodossi e (una volta) tiepidissimi musulmani. Poi abbiamo dato via libera ad uno stato della consistenza demografica di una provincia italiana (600.000 abitanti), il Montenegro, i cui abitanti parlano e scrivono in serbo e sono ortodossi. Non parliamo della piccola Macedonia, anch’essa divisa tra una fascia a ridosso dell’Albania di etnia albanese e il resto della popolazione che parla il macedone, cioè un dialetto bulgaro (con la Bulgaria confina infatti ad Est). L’ipocrisia è tale è che adesso c’inventiamo lo stato kosovaro: coerenza vorrebbe almeno che il Kosovo passasse all’Albania e buonanotte.
Il puzzle ex-jugoslavo e più in generale quello balcanico non ha soluzioni indolori. O si decide di mantenere inalterati i confini, oppure si procede ad una spartizione controllata del territorio, che tenga conto della demografia e della storia. Altrimenti le “pulizie etniche” saranno loro che continueranno a farle. (Zamax on February 17th, 2008 13:54)

Rifat Lica, parliamoci chiaro. L’indipendenza del Kosovo è solo il prologo all’unione con l’Albania. Nulla di strano. E’ naturale. Anzi, almeno in linea teorica, io sarei pure favorevole alla temuta – dai vicini – Grande Albania, cioè la riunione sotto lo stesso tetto degli Albanesi della …Shqiperia vera e propria, del Kosovo, della Crna Gora, e della Macedonia. Ma senza neanche prendere in considerazione i rapporti internazionali e l’effetto domino che la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo potrebbe scatenare, allora almeno bisognerebbe lasciare quella fetta di territorio nel nord del Kosovo dove si concentra la minoranza serba passare alla Serbia, o no? (Zamax on February 19th, 2008 14:25)

Caro il mio Schipetaro d’adozione, o d’elezione, a quel che so io gli Albanesi già si suddividono tra nordisti e sudisti, tra gheghi e toschi. Non mi dica che l’aggiunta dei (gheghi) kosovari costituirebbe un terremoto culturale. Io l’altro giorno in piazza a Treviso ho visto centinaia di immigrati kosovari e albanesi agitare solo un mare di bandiere albanesi. E poi guardi un po’ cosa sono riusciti a combinare quei disgraziati di italiani, se oggi ci troviamo tutti qui riuniti: io, che sono germogliato nell’entroterra bifolco & campagnolo della Serenissima sotto lo sguardo schifato delle Alpi, lei che è stato eruttato dalla bocca generosa e proletaria del Vesuvio, e il nostro ospite [Mario Sechi, N.d.Z.] che arriva addirittura dalla Sardegna, l’isola incorreggibile che nei secoli dei secoli è rimasta sempre ostinatamente in mezzo al Mare Nostrum, a distanza di sicurezza dai lidi iberici, gallici, italici e africani.
Hai visto la nuova bandiera del Kosovo? Sfondo blu con profilo giallo della nazione sormontato da sei stelle bianche con riferimento alle sei comunità etniche presenti in Kosovo: albanesi, serbi, turchi, rom, bosniaci, gorani. Sei comunità come le sei repubbliche dell’ex federazione jugoslava: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Serbia, Macedonia. Non per voler portare sfiga… (Zamax on February 21st, 2008 20:50)

Zag, tu dici nel precedente commento al post “Kosovo indipendente” che: “Le sei stelle di Dardhania esprimono un qualcosa che in Italia sembra inconcepibile perché tutti sono abituati ad avere come punto di riferimento gli scontri etnici che hanno caratterizzato la storia recente delle regioni balcaniche slave ma questi non sono slavi e hanno un altro modo di vivere.” Ti faccio notare che tre delle sei etnie del Kosovo sono slave: serbi, bosniaci (presumo “bosgnacchi” slavi musulmani), gorani (gli “highlanders” del Kosovo, da “gora” parola slava che significa “montagna”). Ma in ogni caso qui non stiamo parlando di una questione tra albanesi, non stiamo parlando nemmeno dell’islamismo sui generis delle popolazioni balcaniche. Anch’io ho scritto nel mio commento dei “tiepidissimi” – una volta – musulmani bosniaci. Per capire quel mondo particolare noi abbiamo per fortuna i romanzi di un grandissimo scrittore bosniaco quale Ivo Andrić, stupendi affreschi storici come “La cronaca di Travnik” e “Il ponte sulla Drina”. In sé l’Illirismo, il sogno ottocentesco di riunire gli Slavi del Sud, (in questa accezione la parola certo non piacerà agli Albanesi), non era del tutto irrazionale, se almeno fosse stato limitato ai Serbi, Croati, Bosniaci e Montenegrini, popoli che parlano in pratica la stessa lingua (tempo addietro si parlava di lingua “serbocroata”) che la storia e la religione hanno divisi. Con la crisi e le guerre degli anni ’90 il riconoscimento di Croazia e Slovenia divenne inevitabile: ma si trattava di paesi ben caratterizzati culturalmente, e con popolazioni omogenee. In altre parti d’Europa i nuovi stati o erano frutto di separazione consensuale, come quella tra Cechi e Slovacchi, oppure traevano la loro legittimità dalla storia, come i paesi Baltici, nonostante forti minoranze slave in Estonia e soprattutto in Lettonia, dovute ai tentativi di russificazione ai tempi dell’Unione Sovietica. Ad ogni modo un’unica via per orientarsi in questa grandiosa ricomposizione geografica dell’Europa non c’è. E ci vuole invece molto buon senso e pragmatismo. Per esempio: dal punto di vista storico l’attuale Polonia è irrazionale, spostata com’è tutta verso ovest, per volere dei sovietici alla fine della seconda guerra mondiale. In più dal punto di vista demografico è stato luogo di brutali genocidi (ebrei) e emigrazioni di massa. Questa somma di arbitri criminali fa sì che oggi la Polonia sia uno stato etnicamente e culturalmente omogeneo e fra non molto una media potenza europea. Dovremmo allora rimettere in questione i confini per un senso astratto di giustizia?
Ma dopo il riconoscimento di Croazia e Slovenia cosa restava della ex-Jugoslavia: un’entità abbastanza uniforme come la Serbia (nonostante la presenza di una minoranza ungherese nella Voivodina) e poi? Un mosaico informe di genti popolava la Bosnia, il Montenegro, la Macedonia e il Kosovo. Anzi l’attuale Bosnia-Erzegovina, “grazie” purtroppo alle reciproche pulizie etniche ha ora una geografia etnica più definita. In fin dei conti lo stesso “comodo” sentimento di riluttanza – ai limiti della viltà – soprattutto europeo ma anche americano ad intervenire nel ginepraio bosniaco che ritardò per tanto tempo l’intervento militare decisivo della Nato, è quello stesso che informò l’affrettato riconoscimento della Bosnia come Stato indipendente. Come prima si distoglieva lo sguardo dal problema umanitario (anche per non irritare Mosca) – nonostante il martirio di Vukovar in Croazia e fino ai massacri di Srebrenica in Bosnia – poi, nella fase di ricostruzione, si pensò di risolverlo magicamente con la panacea dell’indipendenza, come se i bosniaci – dopo essersi scannati a vicenda – fossero degli svizzeri che avessero sviluppato un sentimento patrio più forte delle loro rispettive origini culturali-religiose!
Come riportato dall’ “Occidentale”:
Anne Applebaum del Washington Post ci dice che: “Ma all’origine di tutto ci sono le colpe di Milosevic”: vero, e questo lo dico anch’io che m’infuriavo quando alla RAI – per anni! – parlavano degli interventi di “interposizione” dell’Armata Popolare Jugoslava neanche fosse stata TV Beograd!
Ma questo giustifica i pasticci che stiamo combinando nei balcani? Non è la stessa leggerezza con la quale gli europei guardavano distratti alle strafottenti performances nazionalistiche panserbe dell’ex comunista Milosevic a Kosovo Polje all’inizio degli anni ’90 [correggo: 1989, l’anno del 600° anniversario della fatale battaglia coi Turchi N.d.Z.]? Siccome lo “scioglimento” di questi problemi in una Unione Europea delle Meraviglie è ancora un sogno lontano, che bisogno c’era di irrigidire una situazione magmatica ed in divenire con questa serie cervellotica di nuovi stati? (Zamax on February 22nd, 2008 23:04)

Qui non si tratta di riconoscere o meno il dramma dei kosovari o di rendere o no ai kosovari quello è che loro. Oramai pian pianino anche gli Europei in seguito ai tragici avvenimenti del decennio scorso si stanno familiarizzando con la storia dei Balcani. Qui si tratta di porre mano da parte della comunità internazionale ma in primis dell’Europa con lungimiranza al costosissimo cantiere dell’ex-Jugoslavia. Gli stati “nazionali” (fino a che l’evoluzione storica – magari anche con l’aiuto della tecnologia – non renderà possibile altre soluzioni) sono strutture rigide, non solo per questioni culturali, ma anche per mere questioni logistiche; non basta dire che nel XXI secolo siamo tutti bravi e tolleranti: si pensi alle grosse difficoltà anche solo organizzative degli stati bilinguistici o plurilinguistici. E dovrebbe far pensare il fatto che negli ultimi anni, a seguito del massiccio afflusso di “hispanics”, la questione dell’inglese come “lingua ufficiale” sia venuta prepotentemente a galla negli Stati Uniti (lo so anch’io, Zag, che il Kosovo è un territorio piuttosto omogeneo, e che l’unica minoranza che conta veramente è quella serba: ma conta, eccome, purtroppo). Si pensi come in un quadro idilliaco e ideale come la Ricca & Democratica Europa Occidentale assistiamo all’approfondirsi delle divisioni tra Fiamminghi e Valloni in Belgio; e ai continui microconflitti sotterranei tra la comunità italiana e quella germanica nell’Alto Adige-Sud Tirol pur ricoperto di quattrini. Senza neanche parlare del problema basco o nord-irlandese.
Indipendenze astrattamente “giuste” e “riparatrici” che non tengano conto di questi fattori sono foriere di nuovi problemi. Sono edifici con deficienze strutturali. Pacchi dono con bombe ad orologeria incorporate.
Le considerazioni di Gabriele Cazzulini su Ragionpolitica.it sono condivisibili, ma per molto tempo ancora resteranno “filosofia”.
Io non sono un fan della scuola “realista” nelle questioni di politica internazionale perché spesso scade in un dogmatismo opposto, che ricorda il guicciardiniano “particulare” e che porta a visioni di corto respiro. Però l’astratta ideologia “democraticamente corretta” – e pedagogicamente pericolosa – che informa per una volta insieme sia l’ONU sia l’Occidente, da una parte spinge per l’autodeterminazione dei popoli, dall’altra pretende che queste entità di nuovo conio – spesso nuove alla “democrazia” come “cervo venuto fuori di foresta”, per dirla alla Vujadin Boškov – di punto in bianco si adeguino a standards ideali di tolleranza e multiculturalità.
Io dico che al momento attuale noi ci troviamo nell’ex Jugoslavia in questa situazione: una situazione definita in Slovenia, Croazia e Serbia; una Bosnia divisa a metà (anche se in un modo geograficamente assai eccentrico) tra la Federazione croata-musulmana e la Republika Srpska; una Macedonia culturalmente bulgara con una forte minoranza albanese stazionante nelle zone di confine con Albania e Kosovo; un Kosovo con la minoranza serba concentrata nel nord del paese; un Montenegro dove circa la metà della popolazione è “montenegrina doc”, il 30% serba e un 15% albanese, e dove si parla serbo. Tra Bosnia, Kosovo, Macedonia e Montenegro, in tutto meno di 10 milioni di abitanti. Una situazione estremamente fluida che solo un sognatore può credere stabilizzata. L’Europa avrebbe dovuto prendere il toro per le corna, una volta spento l’eco delle armi, e lavorare ai fianchi tutte le parti in causa, comprese Bulgaria e Grecia (che non accetta il nome “Macedonia” per il piccolo stato slavo, rivendicandolo interamente alla sua storia) per una razionalizzazione condivisa (per dirla, ahinoi, alla Prodi & Veltroni) e certo difficile dei confini. Perché le trattative funzionano quando si ha qualcosa di concreto da offrire che non siano vaghe promesse di rispetto dei diritti. La creazione “ufficiale” di quattro piccole benintenzionate Jugoslavie ha reso tutto più complicato.

Post Scriptum: anche se la cosa ora sembra impossibile, io sono dell’opinione che in quadro di stabile pacificazione, a lungo – ma proprio a lungo – andare le pulsioni sotterranee per un’unione dei popoli di lingua serbo-croata in senso lato riemergeranno in superficie. (Zamax on February 24th, 2008 19:52)

Update: L’errore è stato quello di aver considerato gli etnonazionalismi con un’ottica eurocentrica. Alla fine della seconda guerra mondiale si pensava di aver stabilizzato grosso modo una volta per tutte le frontiere degli stati europei (ferma restando la peculiarità balcanica). Non ci si rese conto che eravamo alla fine (e neanche a quella) di un processo di formazione degli stati nazionali che durava da secoli, coi suoi innumerevoli aggiustamenti (si pensi alle vicende dell’Alsazia-Lorena). Questa “stabilizzazione” non solo non fu un obsoleto retaggio del passato al momento dell’affermarsi dell’Unione Europea, ma fu anzi una condizione necessaria alla sua nascita. Ecco, questo processo è ancora in pieno svolgimento nel resto del mondo, e produce sanguinose frizioni laddove popoli diversi s’aggrovigliano sullo stesso suolo. Non dimentichiamoci che non è solo, come ho già detto in un commento qualche giorno fa, una questione di culture, religioni e sensibilità differenti: gli stati moderni sono delle strutture rigide, con pesantissime “infrastrutture amministrative”. Muller nel suo articolo dimentica che gli Stati Uniti sono sì un paese multietnico, basato però su un’unica piattaforma culturale (almeno nei suoi tratti fondamentali) e linguistica. (Zamax on February 28th, 2008 15:21)

Opposte visioni: Marco Cavallotti sul Legno Storto e Andrea Gilli su Epistemes