Articoli Giornalettismo, Italia

L’Italia non fallirà! (E poi forse ce la farà)

Nel dicembre del 2013, a “Piazza Pulita”, Romano Prodi disse una cosa abbastanza intelligente, anche se mi scoccia riconoscerlo. Mortadella (devo pur rifarmi in qualche modo), Mortadella, dunque (caspiterina, mi è venuta l’acquolina in bocca: domani la compro), Mortadella, dicevo, affermò che l’Italia ce l’avrebbe fatta …in quindici anni, con la politica della formica. Però anche lui quando era al timone dell’Italia si diceva sicuro che il Belpaese ce l’avrebbe fatta nel giro di qualche mese o poco più. Parlando con l’ “Economist” nel 2007, per esempio, Mortadella disse: «…e io sono fiducioso che il paese ce la farà». Certo non è stato il solo. «L’Italia ce la farà!» è diventata la professione di fede di qualsiasi politico italiano con qualche responsabilità di governo o istituzionale da vent’anni a questa parte. La cosa divertente – avete notato? – è che costui la recita sempre con una qualche solennità, quasi che il popolo italiano non fosse ancora pronto per annunci di così grande momento. «Non ho mai avuto dubbi sul fatto che l’Italia ce la farà.», disse, sempre per esempio, Berlusconi a Marsiglia nel 2011, durante il XX congresso del PPE. Pochi mesi dopo Romano Prodi, intervistato dalla Radio Svizzera di lingua italiana vaticinava: «Ho estrema fiducia in Monti, con lui l’Italia ce la farà.» E qualche altro mese dopo il presidente del Consiglio Monti scriveva a Napolitano: «Il Paese sta attraversando una fase difficile della sua storia ma, come Lei ama dire, l’Italia ce la farà…». E in effetti è difficile immaginare un presidente della Repubblica Italiana che non dica, almeno una volta al mese: «L’Italia ce la farà!». Nel 2013 il presidente del Consiglio Letta, durante la conferenza stampa di fine anno (nonostante le profezie da menagramo di Prodi) sentenziò fiducioso: «Sono fermamente convinto che l’Italia ce la farà perché abbiamo dietro le spalle la parte più complessa di questa crisi». E bisogna pur dire che in fin dei conti l’Italia ce l’ha sempre fatta in questi vent’anni, se ancora sta in piedi. Ed è forse per questo che neanche Renzi ha avuto il coraggio di rottamare la professione di fede. Però qualcosa si è incrinato. Mesi fa, a “Quinta Colonna”, la fede si era già stemperata in un fiducioso ottimismo: «Non mi piacciono tutti quelli che dicono che l’Italia non ce la farà mai, sono convinto che ce la faremo…». E l’altro giorno Matteo ha detto: «La situazione è complicata e delicata e va gestita con grande responsabilità e serietà. Ma l’Italia non fallirà.» L’Italia non fallirà! Ecco una novità che suona alquanto sinistra! Tranquilli comunque: per vent’anni ancora, quantomeno, abbiamo il futuro assicurato.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (149)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 21/10/2013 Ancor più del salvataggio, si fa per dire, dell’Italia, la vera «mission» del governo Monti era quella di snervare ed infine stroncare il centrodestra berlusconiano. Ma gli antiberlusconiani, di sinistra e di centro, accecati dall’odio per il Caimano non hanno mai voluto riconoscergli niente di buono o di valido. Perciò hanno sempre fatto l’errore di pensare che colpendo il Caimano tutto il resto della baracca sarebbe crollato. Il resto della baracca è questo: l’idea, il progetto politico di riunire il centrodestra degli italiani in carne e ossa, non quello del paese immaginato, per viltà o per calcolo, dal Corsera, dal Sole 24 Ore o dai burocrati di Bruxelles. Ancora nel dicembre 2012 Berlusconi invitava il «professor Monti» ad essere il federatore dell’area moderata, ossia l’invitava a fare l’unica scelta «politica» possibile. Il «professore» non tirò fuori gli attributi e preferì fare una scelta «civica», ossia politicamente corretta, ossia politicamente suicida. Perché la rogna veramente grossa è che se si vuole sostituire Berlusconi alla guida del centrodestra bisogna accettare – cosa che fa ancora tremar le gambe – il progetto politico berlusconiano, che è il centrodestra dell’Italia reale. Ciò spiega l’inesplicabile longevità politica del Caimano anche da «pregiudicato». Per questo il «politico» Berlusconi ha accettato di farsi umiliare al Senato votando la fiducia al governo Letta. Per questo il «professor» Monti, ormai solo in testa all’attuale classifica dell’utile idiotismo, si lagna se ora i Mauro e i Casini «vedono uno spazio elettorale più ampio da quella parte».

LA ZANZARA 22/10/2013 Devo al programma di Radio 24 la strabiliante esperienza di essermi sentito per una volta solidale con Piergiorgio Odifreddi, beffato al telefono da un finto Papa Francesco. Ammesso che una burla del genere possa esser divertente, dovrebbe cercare quantomeno di esser leale, e quindi non dovrebbe mai andar oltre quell’aureo attimo fuggente. Prolungarla vuol dire invece trasformare il malcapitato nell’oggetto del «voyeurismo uditivo» degli ascoltatori, e trasformarci tutti in spioni. Io dopo mezzo minuto mi sono sentito a disagio e ho smesso di ascoltare: ci sarà pure in giro qualche anima come la mia, notoriamente delicatissima, qualcuno non ancora guastato da questo guardonismo mediatico a trecentosessanta gradi che ormai sta trionfando in tutto il mondo, e che ormai ha precluso perfino al leone della savana la possibilità di montarsi in santa pace la sua bella leonessa senza correre il rischio di diventare lo zimbello di una massa di depravati!

ANDREA BOCELLI 23/10/2013 E’ stata una delle più grandi soddisfazioni della sua vita. Lo ha detto lui stesso. Andrea ha ottenuto la Laurea Magistrale in Canto al Conservatorio Giacomo Puccini di La Spezia. Da oggi potete chiamarlo ufficialmente così: Maestro. Per arrivare a tale fatidico traguardo il famosissimo cantante lirico-pop ha sostenuto l’esame in “Storia e analisi del repertorio”, ha discusso una tesi su «Il valore e il senso del canto lirico agli inizi del terzo millennio», ha cantato tre arie tratte dalla “Manon Lescaut” di Puccini, e ha goduto di diversi crediti dovuti all’esperienza maturata in tanti anni di fortunata carriera. Dicono le gazzette che Andrea, al settimo cielo, «ha strappato un 110 e lode che inseguiva da anni». Eppure quest’uomo di anni ne ha la bellezza di cinquantacinque. Che gli servirà mai il certificato in bollo di Mastro Cantante? Per dormire sonni tranquilli? Per poter finalmente cantare, al riparo delle pareti domestiche, a squarciagola, ma con tenera passione, “Caaarta noon viiidi maaai siiiiimiiiiiile a queeestaa…”?

[P.S. 14/09/2014 Solo oggi, e per puro caso, mi accorgo che quel “carta non vidi mai simile a questa” (allusione al “donna non vidi mai simile a questa” della Manon Lescaut) risulta di assai cattivo gusto se attribuito, per quanto scherzosamente, ad una persona cieca. La cosa mi sfuggì completamente quando lo scrissi. Nessuna malizia, naturalmente. Un malaugurato infortunio.]

CARLO DE BENEDETTI 24/10/2013 L’ingegnere torna alla carica con un suo vecchio pallino: un’imposta patrimoniale virtuosa, intelligente, democratica e liberale che ci permetta di abbattere le imposte sul lavoro. L’imposta patrimoniale non dovrebbe certo gravare sulle casette dei morti di fame o sui beni strumentali delle imprese. «Si tratta piuttosto», dice l’ingegnere, «di spostare il peso del fisco dalla produzione e dal lavoro alla rendita improduttiva». Confesso: io non ho mai ben capito cosa sia la «rendita improduttiva». L’espressione puzza di materialismo storico, cioè di aria fritta. Ma l’ingegnere mi stoppa subito: «Sarebbe, del resto, una riforma in senso liberale, non certo vetero-comunista. Perché favorire fiscalmente chi produce e lavora, penalizzando chi accumula, come ci ha insegnato Luigi Einaudi, è l’essenza stessa del liberalismo democratico.» Prima di tutto mi sbilancio: non penso affatto che Einaudi abbia mai detto una sciocchezza del genere. Secondo: ma chi produce e lavora non lo fa forse per «accumulare», ossia per produrre più di quanto consuma, ossia per creare un «capitale» da investire per poter poi produrre ancora meglio e creare un «capitale» ancora maggiore del precedente in modo tale da avere margini per poter consumare di più e in ogni caso per avere una più sicura disponibilità di beni? Terzo: ma chi «accumula» non è forse sempre un piccolo, medio, grande, o grandissimo risparmiatore – in senso assoluto, non in proporzione ai propri redditi, incluso anche chi, per sua fortuna, non ha bisogno di lavorare ma non è uno scialacquatore – il quale risparmiando non crea forse un «capitale» a disposizione di banche e mercati finanziari e quindi di eventuali investimenti? La verità è che l’imprenditore e il risparmiatore sono le due facce della stessa medaglia; sono ambedue, in un certo senso, imprenditori e risparmiatori insieme. Mettere gli uni contro gli altri è l’essenza stessa del liberalismo degli imbroglioni.

ANGELINA JOLIE & BRAD PITT 25/10/2013 Ma come? Non si sono ancora sposati? Li avevo persi di vista, ma ormai davo per scontato che fossero ufficialmente mogliettina & maritino. Mi sembra di ricordare che Angelina avesse addirittura già deciso di regalare per l’occasione l’elicottero a Brad. Invece niente. Che peccato. Sembra che il perfezionismo maniacale della coppia finora sia riuscito solo a spossare i promessi sposi. E tuttavia pare anche che questa volta siamo per davvero vicini all’evento del secolo. Infatti, secondo il mensile Grazia (versione UK) i due avrebbero raggiunto un accordo prematrimoniale ponendo ciascuno la propria firma su un contratto di un centinaio di pagine preparato dai legali delle parti – l’amata futura mogliettina, l’amato futuro maritino – allo scopo di mettere al sicuro da ogni rivendicazione i rispettivi patrimoni in caso di tempestosa separazione. Molti vedranno in tutta questa prudentissima attività diplomatica tessuta dagli avvocati dei fidanzatini la tomba dell’amore. Ma non ne sarei così sicuro, in questo caso. Può darsi pure che nell’intimità del talamo nuziale il ricordo di tanti articoli e commi, inesorabili e stringenti, accenda il desiderio sessuale dei futuri coniugi: è da un pezzo che questi due li vedo strani, ma molto strani.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (148)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO RENZI 14/10/2013 Matteo è lontanissimo dal popolo di sinistra eppure dalla sua eccentrica posizione incarna tutte le contraddizioni della sinistra. Di peculiarmente di sinistra nel nuovismo rottamatore che strizza l’occhio un giorno a sinistra e un giorno a destra c’è la pretesa di dar voce alla Meglio Italia, la più intelligente, la più lungimirante, la più coraggiosa, la più aperta, la meno compromessa, la più onesta, la più performante, la più vicina al popolo, e la meno populista, la più sveglia insomma, dimenticando che i rappresentanti della Meglio Italia di solito non si mettono d’accordo su nulla tranne sul fatto di avere sempre ragione anche quando fra loro si contraddicono palesemente. A Renzi non manca tanto un programma di governo dettagliato, roba che può interessare solo agli sciocchi, ma piuttosto un progetto politico, e starei per dire la politica tout-court; la quale consiste nel caricarsi sulle spalle – a destra o a sinistra – una bella fetta di popolo brutto e pieno di pregiudizi e nel riuscire a farla ragionare: ma tu, Matteo, che popolo di porti dietro?

IL FINANCIAL TIMES 15/10/2013 Era la fine di aprile. Dall’autorevole Financial Times Enrico Letta era descritto come un abile mediatore, convinto europeista, capace perfino di parlare un eccellente francese e un altrettanto eccellente inglese, il contrario insomma di un italiota. A giugno il giornale della City per antonomasia si era ampiamente ricreduto e consigliò a Letta di svegliarsi dal letargo: non aveva combinato un tubo, per dirla in italiano. Poi venne la fine di settembre, i giorni del Silvio furioso. Per il temuto quotidiano londinese Letta era caduto nella trappola di Berlusconi. Quello del Caimano non era il gesto di un folle ma una mossa abile, e un esempio di machiavellismo: «il senso di umiliazione di Mr. Letta è palpabile», scriveva l’influente gazzetta britannica. Qualche giorno dopo, tre o quattro, il prestigioso quotidiano economico scriveva che «per una volta Berlusconi ha fatto male i calcoli» e che «l’umiliazione di Berlusconi dà finalmente respiro all’Italia e il vincitore di questa battaglia politica è senza dubbio il pacato Letta». Il quale Letta, dieci giorni dopo, ossia due giorni fa, sul pasticcio Alitalia è stato di nuovo bocciato: «questo risorgere del protezionismo industriale getta un’ombra sulla sincerità di Enrico Letta», ha scritto il chiarissimo foglio britannico, con la flemmatica perspicacia di sempre. Una leggenda.

LA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO 16/10/2013 Io temo che in fondo l’ex capitano Priebke sia morto contento, o per meglio dire sogghignando. Una qualche misteriosa congiunzione astrale ha voluto che il mondo gli erigesse un monumento d’infamia che figli del demonio di classe ben superiore alla sua gl’invidieranno almeno fino al giorno del Giudizio. Ma da morto sembra che lo si voglia addirittura consegnare al mito: nell’osceno accapigliarsi di torme di sciagurati dietro la sua bara non è forse il cadavere di questa mezza figura a celebrare un macabro trionfo? Non è in fondo lo spirito di Priebke, la nera pietra angolare, ad officiare una laida liturgia in cui camerati dell’oltretomba, zombie dell’antifascismo, mummie del catto-tradizionalismo scismatico, partigiani in mobilitazione permanente trovano un’altra botta insperata di vita? Ma non avrei parlato di questo circo di deficienti se non avesse dimostrato ancora una volta di essere capace di intimidire oltre ogni ragionevolezza le nostre istituzioni e i nostri politici. La palma dei più pusillanimi è andata ieri ai componenti della Commissione Giustizia del Senato, che nel giro di poche ore prima hanno presentato un emendamento trasversale e poi hanno approvato un ddl che istituisce il reato di negazionismo. Eccolo qua, l’ultimo colpo alla democrazia e alla libertà inferto da Priebke.

IL REATO DI NEGAZIONISMO 17/10/2013 Se introdotto, il vaghissimo e pericoloso reato di negazionismo non farà certo un bel servizio alla memoria storica. Anzi, non farà altro che certificare il fallimento di una pedagogia di massa che un po’ alla volta, senza che ce ne fosse alcun bisogno, ha sottratto alla storia e alla sua complessità la poderosa e concreta veridicità della Shoah per fare dell’Olocausto un dogma. E così se da una parte all’opinione pubblica, per sentirsi moralmente soddisfatta, è bastato spesso esibire un antirazzismo di facciata, opportunistico, anche quanto gridato; dall’altra questa specie di articolo di fede ha tenuto in vita un’ostinata genia di «miscredenti», che la storia avrebbe probabilmente disperso. Un non codificato reato di negazionismo vive da decenni nella cultura occidentale e non ha portato i frutti sperati: codificarlo è un peccato di superbia.

SANDRO BONDI 18/10/2013 Mario Monti non è più alla guida di Scelta Civica. SuperMario ha scoperto che una buona parte della truppa della sua anemica creatura politica è la più convinta sostenitrice dell’anemico governo Letta. Infatti il governo Letta è una specie di Monti-bis. E infatti ne sta seguendo pari pari la tattica temporeggiatrice. Ai SuperCentristi questo va benone, anche perché lo spettro della disoccupazione politica li terrorizza. Ma a SuperMario non va bene: fare il Temporeggiatore è una cosa, fare il Maggiordomo del Temporeggiatore è un’altra. E poi lui è senatore a vita. Quindi ha fatto il serioso, il censore, l’europeo, criticando – lui! – le deficienze strutturali della manovra. E poi, offeso e umiliato, con grande dignità si è dimesso dal partito. Anche perché la Repubblica è sempre traballante, e fare la riserva della Repubblica in questo momento potrebbe rivelarsi la scommessa giusta. Scelta Dolorosa tuttavia, perché, ovviamente, adesso molti ridacchiano. Tra questi non c’è però l’appassionato senatore Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, che cavallerescamente ha voluto salutare il gesto magnanimo di SuperMario con queste parole: «Qualunque siano stati gli errori di Mario Monti – e il mio dissenso dalle sue scelte politiche e di governo è netto e severo – confrontato ai Della Vedova e ai Mauro, pronti ad altre giravolte, resta comunque una persona seria». Bondi non è mai stato uno scellerato senza cuore, e questo gli fa onore. Stupisce però che anche ora, da falco, o da SuperFalco, abbia una vista da talpa.

[MIO COMMENTO] Depurata dalla cronaca, e dalle mire dei protagonisti, la storiella si inquadra in questo contesto: 1) Il progetto: il Pdl doveva essere spaccato; il berlusconismo liquidato; il centro doveva impadronirsi delle spoglie dei berlusconiani e ereditarne, in grossa parte, l’elettorato. 2) La realtà: il Pdl non si è spaccato; il berlusconismo non è stato liquidato; il centro, volente o nolente, sta per essere risucchiato dalla coalizione di destra. 3) Perché: perché per i “moderati” e per i “conservatori” il progetto politico di Berlusconi è l’unico valido e resiste a tutti i bombardamenti.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (141)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FILIPPO ROSSI 26/08/2013 Filippo il futurista sembrava avere un grande futuro davanti a sé. Filippo era il cervellone che in groppa al destriero di Futuro e Libertà doveva riportare la destra italiana dentro il cerchio della civiltà e della cultura. Per poter poi sfidare serenamente e lealmente coloro che al farfallone acculturato avevano fatto credere questa panzana. Filippo l’allocco andò così incontro magnanimamente al disastro politico. E tuttavia, inebetito dalle lusinghe e prigioniero dell’amor proprio, Filippo ha continuato a precipitare negli abissi nell’antiberlusconismo. Sul suo blog de “Il Fatto Quotidiano”, ieri, per esempio, del Berlusca ha scritto: «È tutto inutile: inutile combatterlo, inutile cercare di condizionarlo, inutile sopportarlo. L’unica possibilità è quello di escluderlo dal consesso civile attraverso un nuovo arco costituzionale, l’unica possibilità è quella di “tagliarlo fuori” con il coraggio di dire, tutti insieme, che l’Italia non può più sopportare una simile “anomalia”, una simile “malattia”, per dirla con Montanelli.» Senza rendersi conto di aver espresso quello che i perfidi giacobini pensano ma raramente dicono così rotondamente, prima della maturità dei tempi. E’ per questo che mandano in avanscoperta gli utili idioti, specie quelli meglio riusciti.

MISS TRANS ITALIA 27/08/2013 Come sapete il bacchettonismo progressista, in obbedienza allo stupido spirito dei tempi, ha sfrattato Miss Italia dalla RAI, nonostante da qualche anno alle ragazzotte in concorso fosse richiesta qualche prova di consapevolezza democratica al momento di aprire la boccuccia. Una tristissima fesseria, perché Miss Italia, senza per questo scadere necessariamente nella volgarità, nel suo massimo fulgore non può essere altro che una schietta e consapevole boiata. Io il concorso non son mai riuscito a guardarlo, per due motivi soprattutto, oltre al mio naturale e riconosciuto buon gusto: la prolissità e l’effetto tutt’altro che stuzzicante di tutto quel ben di Dio stipato su un palco alla stregua di file di prosciutti messi in cantina a stagionare; ma può darsi che ad altri stomaci più robusti tutta quell’abbondanza non ottunda i sensi e gli appetiti. Sembrava che Miss Italia dovesse approdare alla nuova La7 del cripto-berlusconiano Cairo, ma uno schifato Mentana ha detto subito «No, grazie.» Al che Fiorello ha ricordato a mitraglietta che sua moglie, la moglie di mitraglietta intendo, vinse il concorso nel 1987: «Mentana! Dai! Ricordati ogni tanto che se non ci fosse stata Miss Italia non avresti conosciuto tua moglie.» Così disse l’incauto Fiorello, senza sospettare che magari lo schifato Mentana se lo ricordava fin troppo bene… Ma per nostra fortuna se c’è una boiata che sembra aver intrapreso il viale del tramonto (sembra, io non ci credo: le boiate di questo tipo hanno vita eterna), un’altra boiata sembra destinata ad un futuro glorioso: Miss Trans Italia, che si terrà in Versilia in settembre. Madrina della manifestazione sarà Alba Parietti, da tempo impegnata, pure lei, nella difesa dei diritti Lgbt. La boiata sarà dedicata alla memoria del mitico Don Andrea Gallo, e l’organizzatrice Regina Satariano chiederà al sindaco di Viareggio di intitolare a Don Gallo il Viale Europa di Torre del Lago, mentre lo stesso sindaco consegnerà una targa commemorativa al segretario della Comunità fondata dall’eroe antiberlusconiano. Io non ho niente in contrario: è bello vedere la società civile riconciliarsi coi buzzurri.

MASSIMO D’ALEMA 28/08/2013 Quando Spezzaferro apre la bocca mi viene spesso in mente un altro Massimo, lo scribacchino berlusconiano di Giornalettismo: ambedue si esprimono attraverso sentenze inappellabili, anche quando si occupano di quisquilie. A ben guardare però tra i due ci sono grandi differenze: mentre il secondo dimostra un certo senso dell’umorismo, una certa ostinata coerenza nelle sue idee, e soprattutto, a mio modesto avviso, è ormai ad un passo dall’infallibilità; il primo oltre il sogghigno non sa andare, cambia opinione in continuazione, e soprattutto non ne imbrocca una. I giudizi sulla situazione politica e sui politici di Massimo (D’Alema) variano drasticamente di mese in mese da lustri, ma non hanno mai lo stampo delle oneste palinodie, quanto piuttosto quello delle fredde inversioni ad U non suscettibili di discussione. L’ultima è questa: «Letta è solo un leader di transizione per un governo momentaneo e con un programma di scopo. Non sarà utile una seconda volta. Per il futuro io immagino Gianni Cuperlo alla segreteria del Pd e Matteo Renzi a palazzo Chigi. (…) Matteo Renzi è indubbiamente intelligente. Mi ha incuriosito, volevo conoscerlo, scoprire che genere di libri legge uno così. Alla fine non l’ho scoperto, ma lui è un ragazzo brillante.» Questo ha detto ieri Spezzaferro, e non è passato neanche un anno da quando in vista delle primarie del Pd diceva: «Renzi non è il rimedio ma è peggio del male perché è un elemento di divisione. Il difetto del centrosinistra è stata la divisione.» Perciò invito Letta a non disperare, e Renzi a non sperare. Tempo tre mesi e la situazione potrebbe tranquillamente ribaltarsi. D’Alema è soprattutto uno stile, e per D’Alema questo stile tranchant che incenerisce sul posto astanti ed avversari è tutto. E tutto quello che gli resta.

GABRIELE MUCCINO 29/08/2013 “Il Messaggero” avrebbe bocciata l’ultima puntata del suo “Diario americano”. Lo rivela lo stesso regista su Facebook. E io gli credo. Come non potrei? Sentite infatti cosa dice il nostro Gabriele: «Domenica scorsa non è stato pubblicato un mio editoriale sulla sudditanza del nostro Paese ad un padrone (Silvio Berlusconi). Ecco alcuni passaggi: “Si sta gridando che non siamo tutti uguali, che chi è Padrone è Padrone e chi è servo è servo. Io servo non sono e oggi avrei dovuto scrivere dei delfini che la mattina nuotano a centinaia, a venti metri dal bagnasciuga di Los Angeles e di quanto la legge sia qui inesorabilmente uguale per tutti. Ma non ce la faccio”.» In effetti la storia dei delfini che se la spassano ad un passo dalla spiaggia sembra una minestra riscaldata dura da sorbire e durissima da scrivere. Quindi capisco il regista. Ma che dire della storia del Servo e del Padrone? Sono vent’anni che viene pubblicata almeno una volta al giorno sulla prima pagina di quasi tutti i quotidiani italiani. Se ci aggiungiamo i siti internet e i commenti, la storia di Servo & Padrone conosce ormai milioni di versioni, tutte peraltro simili, come consimili sono sempre le urla del branco. Non so proprio come Muccino ce la faccia a riscriverla per l’ennesima volta. Dev’essere un’oscura inclinazione per l’abbruttimento intellettuale. Siccome non posso pensare ad una censura, io credo semplicemente che “Il Messaggero” abbia pensato prima di tutto alla salute del suo collaboratore e a quella dei suoi lettori. E credo sia stata una saggia decisione. Piuttosto: mentre scrivevo queste cose per me così inconsuete, chissà perché adesso mi è venuto in mente il “Cane e Padrone” di Thomas Mann, uno dei racconti più belli e umani dell’algido scrittore tedesco. “Servo & Padrone”: ecco un bel titolo per un pamphlet beffardo e intelligente sulle patologie dell’Italia contemporanea, sempre che a scriverlo fosse un berlusconiano lungimirante. Però, è una bella tentazione!

MARIO MONTI 30/08/2013 Il governo Letta è il governo Monti senza Monti e il “montismo”. Nella mente dei grandi strateghi dei Poteri Superforti Super Mario doveva essere, auspicabilmente, il leader di una grande forza centrista egemone in Italia; se questa operazione non fosse riuscita, Super Mario quanto meno avrebbe dovuto ripulire il centrodestra da ogni traccia di berlusconismo e mettersene a capo. Abbiamo visto com’è finita: il governo Monti è rinato nelle vesti di un governo semi-tecnico sorretto sul lato destro dal telamone Berlusconi. Di questa realtà e della sua irrilevanza Super Mario si è reso conto dolorosamente con la vittoria politica del sempiterno Berlusca nella battaglia dell’IMU, tassa patrimoniale – sempre odiosa – che dal prossimo anno sarà sostituita da una “service tax” gravante probabilmente, e logicamente, sui residenti e quindi anche sugli inquilini, ma di cui è inutile parlare visto che neanche il governo ha al momento la più pallida idea di come in realtà sarà la nuova gabella. Rivolgendosi al mollaccione Letta, Monti, roso dall’invidia, ha detto: «Deve avere saldamente nelle sue mani la rotta del governo, togliendola ai partiti. Anche perché governo e Pd sono la dimostrazione vivente che l’intimidazione, dal Pdl, paga.» Proprio lui, al quale i mitici Poteri Superforti avevano levato i partiti e la politica dalle scatole, perché facesse la rivoluzione. Invece dormì e dopo tre mesi era finito.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (133)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 01/07/2013 «Mi sento in dovere di affermare che, senza un cambio di marcia, non riteniamo di poter contribuire a lungo a sostenere una coalizione affetta da crescente ambiguità. (…) Piccoli passi non bastano. Il governo Letta ha iniziato bene, ma la sua missione – trasformare l’Italia in un Paese competitivo e capace di crescere, mantenendo la ritrovata disciplina di bilancio – richiede riforme radicali.» A fare queste critiche è l’ex Presidente del Consiglio, l’ex Super Mario Monti, il cui governo palesava le stesse insufficienze rimproverate a quello di Letta. A quel tempo certe uscite sarebbero state tacciate d’irresponsabilità da quel partito montiano che per una brevissima stagione signoreggiò tra i media. Oggi la claque è sparita ma Monti, nonostante le apparenze, è rimasto lo stesso signore che nella sua vita pubblica ha recitato con garbo noioso la sua parte senza mai uscire dai binari e senza aver mai nulla da dire veramente. Da commissario europeo e da membro di vari salotti internazionali vergava per il Corrierone articoli intrisi di europeismo moraleggiante e vacuo. Da Presidente del Consiglio predicava sobrietà e responsabilità, ma a parte le pose seriose non combinava un tubo. Ora che Scelta Civica, la sua creatura politica, non solo non combina, ma non conta un tubo, si è ritagliato il ruolo di coscienza critica dell’attuale maggioranza di governo e ricomincia a mettere una certa distanza tra sé e il suo disgraziato paese. Ché non si sa mai.

MARIO MAURO 02/07/2013 Quando si crede, non per fideismo ma per solidissime e sante ragioni, nei dogmi, nei miracoli e nella provvidenza, ci si può prendere il lusso di dare generosamente corda al proprio naturale, divertito ma costruttivo scetticismo su tutto il resto dello scibile, senza per questo sentirsi inghiottire dalla nebbia. Ho sempre guardato, per esempio, con una grande sufficienza, mista a scherno, alla presunta efficienza o alla leggendaria diabolicità dei mitici servizi segreti, massimamente quando l’attività di intelligence aveva fini politici. In quel caso l’indipendenza di giudizio e una mente serena vedono più in profondità senza il disturbo di rivoli di verità particolari e di mille spifferi interessati, anche se non per questo gli stati rinunciano all’azione della truppa degli ottusi spioni, nei confronti di amici e nemici. Ragion per cui il “Datagate” mi sembra interessante solo per le reazioni scandalizzate che ha suscitato in Europa, dove all’improvviso abbiamo scoperto una bella fetta di classe politica composta di verginelle. Poteva il nostro ministro della difesa non allinearsi al coro di queste facce di bronzo? Non poteva. Ma Mario Mauro, essendo troppo buono e troppo onesto, ha voluto brillare per solerzia. Mentre altri ostentavano con paragoni davvero un po’ troppo arditi la loro indignazione e la loro inquietudine, lui, a “Repubblica Tv”, e forse proprio per dimostrare di fare sul serio ai republicones, è stato lesto a trarre le possibili conseguenze del grande misfatto: «L’eventualità che le ambasciate europee, compresa quella italiana, fossero spiate a Washington e New York è tutta da verificare», ha detto il ministro, «ma se fosse vero, i rapporti tra Italia e Usa sarebbero compromessi». Compromessi. Addirittura. Non ci crede neanche lui. Eppure lo dice. Perché agli esteri o alla difesa da un po’ di tempo in qua la gente diventa isterica? Caro Mauro, calma e gesso. Si contenga. Non è successo niente.

FLAVIO ZANONATO 03/07/2013 Il ministro per lo Sviluppo Economico è la grande rivelazione del governo Letta. Nessuno l’avrebbe mai detto. Zanonato è un politico della vecchia scuola, funzionario di partito per vocazione, uomo capace di vivere con superiore placidità la sua totale mancanza di brillantezza, imbattibile nell’arte di addormentarvi, come ha fatto con i padovani, della cui città, anch’essa mezza tramortita, è stato sindaco quattro volte. Per fare un figurone tra i molti pivelli del governo Letta gli è bastato smorzare sul nascere ogni trepida attesa e ogni principio d’entusiasmo sul futuro prossimo della nazione. Serafico e quasi di buon umore, infischiandosi dei fischi, lontano anni luce dalle fredde asprezze tremontiane, ha detto papale papale che non c’è una lira, che lo stop all’aumento dell’IVA per ora sta scritto solo nel libro dei sogni, che siamo ad un punto di non ritorno e che siamo ormai impegnati in una corsa contro il tempo per impedire il trapasso della nostra economia. Uno spettacolo. Son cose che ti tirano su, se non altro per la spaventosa ma promettente chiarezza normalmente ascritta a lode di chi sa bene ciò che bisogna fare. Ma Zanonato, da vero fenomeno, ha smorzato anche questo tipo d’entusiasmo. In un’intervista al Corriere della Sera ha rispolverato la retorica dei campioni nazionali, si è detto contrario allo stato imprenditore ma non a quello saggiamente interventista, e ha auspicato l’intervento della Cassa depositi e prestiti «per non disperdere il patrimonio delle grandi imprese italiane» ecc. ecc. Tranquillo tranquillo, come sempre.

IL LUNCH BEAT 04/07/2013 Arriva anche in Italia il Lunch Beat. Se ne sentiva in effetti la mancanza. Il Lunch Beat sarebbe un nuovo concetto di pausa pranzo, un modo rivoluzionario per dimenticare completamente le rogne, il gergo, i tic del vostro lavoro di merda e per rilassarvi veramente – ma veramente – per un’ora. A Torino lo stress sarà combattuto e vinto nel modo seguente. Acquistate un kit da 7 € comprendente un panino, una bottiglietta d’acqua e un caffè. Buttato giù tutto quel ben di Dio, un DJ set, approntato nel locale scelto per il rito di purificazione, vi aspetta per il ballo. S’intende che per non perder tempo potete anche ballare masticando, col panino in una mano e la bottiglietta nell’altra. Il tutto infatti deve svolgersi rigorosamente dalle 13.00 alle 14.00: siate puntuali. Ballare è obbligatorio. E’ altresì vietato parlare di lavoro. L’imperativo è divertirsi, senza alcool e trasgressioni. E’ fondamentale che capiate la filosofia del Lunch Beat, per poterne sfruttare a fondo le potenzialità. Non dovete prendere sottogamba questa faccenda. Lo stress va ucciso, minuto per minuto, secondo per secondo. Non deve restarne traccia. Spiega l’organizzatore della prima torinese Enrico Pronzati che il Lunch Beat, a differenza delle normali pause pranzo vissute alla carlona, da debosciati, «concentra invece in un’ora relax, divertimento e possibilità di fare nuove conoscenze». Concentra, avete capito? Non perdete un minuto dunque. Cogliete l’attimo. Mettetecela tutta. Tanto avrete tutto un pomeriggio di lavoro per riposarvi.

BARACK OBAMA 05/07/2013 Il commento più divertente sul colpo di stato che ha destituito il presidente egiziano Morsi è stato fatto dal presidente siriano Bashar al-Assad. Fin troppo ringalluzzito dalla piega sfavorevole che la primavera araba sta prendendo nel suo paese, e così laicamente illuminato da non prendere in nessuna considerazione le potenzialità jettatorie delle sue parole, l’angioletto Bashar, contento come una pasqua, ha detto: «Questo è il destino di chiunque nel mondo provi a usare la religione per interessi politici o di parte. L’esperienza di governo dei Fratelli musulmani», che perfidamente il ministro dell’Informazione siriano Omran al-Zouby aveva appena definito come un’organizzazione terroristica strumento degli USA, «è fallita prima ancora di cominciare, perché va contro la natura del popolo». Il controrivoluzionario dittatore siriano sta perciò con l’eroico popolo della primavera egiziana che manifesta in piazza e coi militari golpisti, tutti unanimi nel descrivere il colpo di stato contro un presidente democraticamente eletto come la rivincita dello spirito rivoluzionario e, s’intende, veramente democratico, tradito dal governo Morsi. Basta questo esempio di teatro dell’assurdo per capire tutta la scelleratezza dell’atteggiamento servile e furbacchione dell’amministrazione Obama nei confronti delle primavere arabe. Nel teatro egiziano prima ha avallato il colpo di stato contro l’amico di una vita Mubarak, senza nemmeno provare a perorare la causa di una transizione morbida dal regime di quell’autocrate bonaccione, e senza capire che nel migliore dei casi una rivoluzione non poteva produrre che una democrazia ad immagine e somiglianza della fratellanza musulmana, che poi ha creduto di poter circuire con la cooperazione economica. Adesso ha avallato di fatto anche il colpo di stato contro Morsi, nonostante ne abbia ricordato la legittimità dell’investitura, e nonostante le inquietudini, anche perché in piazza Tahrir i venticelli anti-americani si fanno sempre più forti. Per molti aspetti quest’ultimo sussulto rivoluzionario somiglia molto ad una controrivoluzione. Ma non si può dirlo: la rivoluzione è santa e ha sempre ragione.

Italia

Ciò che Galli della Loggia ha capito soltanto adesso

Dopo aver a lungo e con studio segato il ramo sul quale sedeva, il “Corriere della Sera”, per salvare se stesso e l’Italia dal radicalismo, e riportare tutti alla ragionevolezza, comincia a sperare nelle disprezzatissime truppe del Caimano, abbandonando alla sua sorte l’utile idiota Monti, lo statista che non capì un bel nulla. Il Corrierione e Montezemolo invece hanno capito tutto. Adesso. Illuminato dall’esito delle elezioni, Galli della Loggia ha capito meglio ancora di loro.

Un’oligarchia, quella del Centro, che ha dato la misura della sua mancanza di sintonia rispetto alla condizione politica reale del Paese quando ha deciso, segnando così la propria sconfitta, di contrapporsi frontalmente e sprezzantemente all’elettorato che fino ad allora era stato della Destra. Come si è visto allorché Monti si è rifiutato di prestare il benché minimo ascolto all’invito di essere il «federatore dei moderati» rivoltogli da Berlusconi: nonostante fosse ovvio che l’elettorato della Destra costituiva l’unico elettorato dove il Centro avrebbe potuto ottenere il consenso di cui andava in cerca. Perché questo errore? Forse per l’influenza dell’onorevole Casini e del cattolicesimo politico più sprovveduto, mai rassegnatosi al bipolarismo e invece sempre vagheggiante un’illusoria collocazione al di là della Destra e della Sinistra? No, non credo per questo; anche se certamente tutto questo ha contato. Sono invece convinto che nel paralizzare qualunque interlocuzione con il popolo della Destra da parte di Monti e dei suoi, nel far loro escludere qualunque approccio meno che ostile in quella direzione, ha contato molto di più quella sorta di generico interdetto sociale che da sempre la Sinistra si mostra capace di esercitare nei confronti della Destra stessa: in modo specialissimo da quando a destra c’è Berlusconi. È l’interdetto che si nutre dell’idea che la Destra costituisca la parte impresentabile del Paese, il lato negativo della sua storia. (…) La borghesia che conta, il grande notabilato di ogni genere, l’alto clero in carriera, insomma l’élite italiana, ha profondamente introiettato questo stereotipo (che come tutti gli stereotipi ha naturalmente anche qualcosa di vero). Uno stereotipo tanto più potente perché in sostanza pre-politico, attinente al bon ton civil-culturale. Con la Destra dunque l’élite italiana non vuole avere nulla a che fare: per paura di contaminarsi ma soprattutto per paura di entrare nel mirino dell’interdizione della Sinistra. Cioè di farsi la fama di nemica del progresso, di non essere più invitata nei salotti televisivi de La7, a Cernobbio o al Ninfeo di Valle Giulia; di diventare «impresentabile» (oltre che, assai più prosaicamente, per paura degli scheletri negli armadi, che non le mancano…). [Ernesto Galli della Loggia, perle scelte da “Ciò che il centro non ha capito”, Corriere della Sera, 24 marzo 2013]

Sono completamente d’accordo più che a meta col mister. Infatti queste parole mi sembrano riecheggiare non poco le solite fisime anti-bolsceviche di Zamax, tipo quelle espresse prima delle elezioni qui e qui:

[Monti può] Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. (…) Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica». Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. (…)

L’altro giorno Stefano Folli sul Sole 24 Ore auspicava che Monti si candidasse per sbarrare la strada alla destra populista di Berlusconi. Questa posizione esemplifica tutta la pacata e vile stoltezza della grande stampa. Non è una prospettiva di vittoria. E’ la posizione di chi spera in un centro di massa critica sufficiente a negoziare con la sinistra una resa onorevole. (…) E con la riconfermata anomalia di un’architettura politica, tutt’altro che europea, al contrario di come molti imbroglioni cercano di far credere, fondata sul centro e sulla sinistra, riflesso storico dell’anomalia comunista, e del suo potere d’interdizione. Fin dalle dimissioni di Berlusconi la forza delle cose spingeva ad un incontro “storico” tra Monti e Berlusconi. La continuità dell’esperienza montiana può avere senso solo, e ripeto solo, se riconosce la positività storica dell’esperienza berlusconiana. Se non lo fa, si condanna al nulla di un centrismo che usa il linguaggio della sinistra per legittimarsi. (…) Se Monti vuole passare alla storia deve accettare Berlusconi, la destra, il centrodestra. (…) Spetta al mediocre Monti rompere l’incantesimo. Per la grande stampa e per i centristi sarà come andare a Canossa.

P.S. – EGdL più di sei anni fa la pensava diversamente: allora la colpa era della destra che non se l’intendeva con le élite, ora è colpa delle élite che disdegnano la destra…

P.S. 2 – Grazie a Vincenzillo, abbiamo scoperto cosa pensava EGdL prima delle elezioni,  in particolare sulla strategia del Centro: 

C’è un ultimo enorme favore elettorale che si può fare a Berlusconi: quello di concedergli l’esclusiva della contrapposizione alla Sinistra (che per lui vuol dire giocare la carta dell’anticomunismo). Una contrapposizione, come si sa, che ha tuttora buoni motivi, ma che in Italia ha soprattutto una grande storia alle spalle e anche perciò un grande richiamo. Non fare questo favore a Berlusconi è affare del Centro, evidentemente. E dovrebbe essere un affare ovvio, mi pare: se il Centro non è contro la Sinistra oltre che contro la Destra, infatti, che razza di Centro è mai?

Al post-elezioni l’ardua sentenza.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (108)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 07/01/2013 Non credo sia stato un parto difficile. La scelta di “Scelta Civica” quale nome per la lista montiana alla Camera obbedisce in tutto e per tutto alla filosofia politica del centrismo italiano: non avere una sola idea, e cantare in coro …ma con ritegno. Marciando sotto la bandiera della “Scelta Civica”, anche voi, infatti, vi lusingate di appartenere a quella scelta società chiamata società civile: a connotarvi come “moderati” c’è solo la scelta, alquanto moscia, dei termini. Sotto altri lidi politici la stessa scelta assume denominazioni diverse. I più esaltati fra i migliori marciano, anzi, già combattono sotto la bandiera della “Rivoluzione Civile”: non disprezzateli troppo, perché in fondo, e in parte, sono vostri fratelli.

IL PARTITO DEMOCRATICO 08/01/2013 Dopo aver arruolato uno degli editorialisti di punta della gazzetta più importante dell’establishment, Massimo Mucchetti, il Partito Democratico di Bersani ha assoldato anche l’ex direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli. Per quest’ultimo il Pd, col sostegno dato al governo Monti, ha dimostrato di essere «un partito solidamente ancorato all’Europa». Può darsi. Solo che scegliendo poi Mucchetti e Galli ha dimostrato proprio il contrario. Infatti, quale altra tranquilla forza socialdemocratica europea, che non si sentisse in bisogno di dimostrare alcunché a nessuno, e alla quale fosse rimasto ancora un minimo di senso del ridicolo, avrebbe fatto lo stesso tipo di scelta nel suo progredito paese? E perché queste cose strabilianti accadono solo in Italia? E perché passano quasi per normali?

PIER FERDINANDO CASINI 09/01/2013 In Italia, guarda un po’, esiste un elettorato conservatore, coi suoi pregi e i suoi difetti. La forza e la longevità del berlusconismo stanno nel solo fatto di rappresentarlo. Quest’aquila della politica italiana invece pensava di liquidare il berlusconismo senza occuparne lo spazio politico. Né lui né Monti né gli altri bamboccioni centristi hanno avuto il coraggio di varcare il Rubicone. Risultato: il Berlusca non è morto; il Pdl non è morto; la coalizione berlusconiana in un amen si è ricostituita quasi per fisiologica necessità, con grande scorno della sinistra, del centro e dei militanti leghisti più cretini; e viaggia al momento, a dar retta ai sondaggi, con un trenta per cento circa di consensi che ha tutte le possibilità di crescere a vista d’occhio grazie alla diserzione centrista. E questo perché l’elettore, che non è scemo, in primo luogo non vuole perdere; in secondo luogo vota per un possibile vincitore che a suo giudizio costituisca il male minore; e solo in terzo luogo vota con qualche fondata fiducia per un partito o un candidato. A dispetto delle apparenze questo sano realismo politico è l’esatto contrario dell’antipolitica. Ciononostante per Pier Ferdinando quello tra Pdl e Lega «è l’accordo della disperazione». Anzi, il leader dell’Udc confida nella superiore intelligenza degli elettori di Pdl e Lega rispetto a quella dei loro capi, senza neanche sospettare che anche i suoi elettori ne hanno una.

GIANCARLO GENTILINI 10/01/2013 Anche lo sceriffo di Treviso è tra i quei poveri allocchi di leghisti rimasti di stucco davanti all’accordo tra Maroni e Berlusconi. A “La Zanzara” su Radio 24 si è sfogato così: «I militanti sono furibondi, la base non sapeva nulla di questo accordo tra il Pdl e la Lega. E’ quasi un anno e mezzo che diciamo “basta Berlusconi” e ora riappare dalle brume della palude. Cosa raccontiamo ai leghisti adesso?» Ma niente, sapevano già tutto prima. Se l’aspettavano. Anzi – te lo dico in un orecchio, sceriffo – la maggioranza se lo augurava. E in cuor tuo, sceriffo, lo sapevi pure tu. L’accordo significa solo che per voi, i capintesta, i “militanti”, la piccola “base” rumorosa, il tempo delle spacconate e delle allegre bevute, dei bluff e delle recite, il tempo delle vacanze insomma, è finito.

ERIC SCHMIDT 11/01/2013 Missione umanitaria per il presidente di Google, che insieme all’ex governatore del New Mexico Bill Richardson si è recato in Corea del Nord allo scopo di favorire la soluzione del caso Pae Jun-Ho, cittadino statunitense di origine coreana in prigione nel paese asiatico con l’accusa di spionaggio. Sembra che la missione di Schmidt abbia fatto un bel buco nell’acqua: il leader nord-coreano Kim Jong-un non si è fatto vedere, mentre Pae Jun-Ho non gliel’hanno proprio fatto vedere. Al governo marxiano di Pyongyang Schmidt ha fatto discorsi da marziano: lo ha sollecitato «a decidere una moratoria sui missili balistici e su eventuali test nucleari» e «allo sviluppo dell’uso di internet», senza il quale il paese è destinato ad isolarsi, a rimanere indietro, a non crescere economicamente. E’ una fortuna che il popolo disgraziato di questo sciagurato paese non abbia potuto ascoltare i propositi del presidente di Google. Abituato a sognare ogni notte l’acqua corrente, l’elettricità, il riscaldamento, un solo pugno di riso al giorno, ma sicuro, sarebbe rimasto annichilito dalla scoperta della siderale distanza che lo separa dai vanesi e ricchi operatori di pace dell’Occidente.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (106)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EUGENIO SCALFARI 24/12/2012 Ieri sono andato a zonzo in libreria. Ad un certo punto mi sono imbattuto nel filosofo Scalfari, inscatolato dentro un poderoso Meridiano, privilegio fino a qualche anno fa riservato solo ai morti, forse per l’effetto cimiteriale che questi lussuosi breviari fanno in mezzo a tanti variopinti tascabili. “La passione dell’etica. Scritti 1963-2012” recitava l’epitaffio. Nella sua frivolezza mi sembra perfetto. Infatti a nessun filosofo, idraulico o spazzino verrebbe mai in mente di declassare a “passione” un’attività naturale nell’uomo come respirare. Ad uno che ha bisogno di ostentarla come attività singolare e meritoria, che rompe i marroni da decenni con le sue prediche, che ha il vizio di condannare piuttosto i peccatori che il peccato, sì.

P.S. L’idea della “tumulazione” in un Meridiano è dello scrittore Massimiliano Parente. Io ci ho ricamato sopra.

MARIO MONTI 26/12/2012 A Nichi Vendola, che lo aveva definito un “liberale conservatore”, Monti avrebbe potuto rispondere rivendicando orgogliosamente il proprio liberal-conservatorismo, ispirandosi alle parole pronunciate da Cavour in parlamento nell’aprile del 1851: «Io spero con queste considerazioni che essi si convinceranno che se la politica del Ministero è francamente e schiettamente liberale, essa è pure conservatrice; conservatrice non già della parte fradicia dell’edifizio sociale, ma bensì dei principi fondamentali sopra i quali la società e le libere nostre istituzioni riposano.» Ma Monti è un pavido figlio dell’Italietta repubblicana e del suo bigottismo. Certe etichette non le può accettare: «Il presidente Vendola, che è sempre una persona che si ascolta con interesse, ha detto di me che sono un liberale conservatore. Liberale sì, conservatore sotto molto profili è Vendola. Nell’Agenda Monti c’è molto pink e molto green.», ha detto sfoggiando il suo rachitico humor da secchione, noto per strappare gridolini d’ammirazione alle olgettine della grande stampa. Per definire in due parole il suo programma ha preferito invece ispirarsi a un editoriale dell’Economist, parlando di «vero progressismo», a dimostrazione che in Italia l’unico linguaggio politico ad avere cittadinanza è quello della sinistra. In attesa di sapere cosa ne pensino gli alti papaveri del popolarismo europeo delle stravaganze lessicali del loro campione cisalpino, visto che siamo a Natale formuliamo un auspicio: che si apra una nuova era, che dal Vecchio Testamento si passi al Nuovo, e che anche da noi si cominci a parlare finalmente come Dio comanda.

MARCO PANNELLA 27/12/2012 A ottantadue anni è ancora una forza della natura. Appena finito l’ultimo sciopero della fame e della sete, con le cronache che lo davano per moribondo, si è fiondato in visita al carcere di Pistoia dove ha trascorso tre ore. Gagliardissimo, gigione, Giacinto nacque per calcare le orme di un Pantagruel o di un Gargantua. E tuttavia, senza un colpo di genio, il marcantonio nostrano rischiava di passare alla storia al massimo come un oscuro epigono di quei due eroi. Per raggiungere la fama decise allora di dedicarsi ai digiuni. Lo fece obbedendo alla propria natura. I digiuni pannelliani sono perciò fratelli dei pranzi pantagruelici: ne hanno la smodata, circense convivialità. Mi sa però che stavolta l’ultimo strapazzo stava per mandarlo in malora per davvero. Finita la visita, uscendo dal carcere di Pistoia ha detto: «La notte scorsa ho sospeso lo sciopero della fame e della sete, ricomincio a mangiare, ma sono pronto a riprendere lo sciopero se lo Stato non esce dalla flagranza criminale», e fin qui nulla da dire: è la solita sparata pannelliana, “flagranza” compresa; ma poi ha precisato: «flagranza criminale peggiore, credetemi, dello stato fascista, nazista e totalitario comunista.» E qui i casi sono due: 1) o Giacinto per festeggiare la fine dello sciopero si è fatto una bella bevuta; 2) oppure è senz’altro il caso che si rifocilli e che riposi tranquillo per almeno un paio di settimane.

L’OSSERVATORE ROMANO 28/12/2012 L’avevamo capito tutti, ma L’Osservatore Romano ha voluto spiegarcelo lo stesso: il “salire in politica” di Mario Monti è «un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune». Questa trovata del piffero serve appunto a veicolare l’idea di una politica “alta” e a promuovere chi la propina. Non capiamo però dove sia la novità. Anche senza risalire o ridiscendere la storia per secoli, e senza allontanarci dalla patria, dalla berlingueriana questione morale alla prodiana serietà al governo, dalla bella politica alla buona politica, dalla politica buona alla politica pulita, questa ostentazione di probità è da decenni la cifra del fariseismo politico italiano. Ed è per questo che da noi milioni di imbecilli passano il tempo a puntare il dito contro pubblicani, ladri e prostitute.

Italia

Monti e il centrodestra

Monti può fare adesso tre cose:

  1. Non candidarsi, aspettare gli eventi e fare la riserva della repubblica. Questa scelta obbedirebbe alla sua più vera natura. In questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  2. Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. Anche in questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  3. Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica».* Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. Loro lo sanno benissimo. Scriveva ieri il direttore de L’Unità, Claudio Sardo:

Eppure [la discesa in campo, NdZ] sarebbe per Monti un gravissimo errore. Perché, anche se Berlusconi fosse davvero completamente irrilevante – e questo non è, come ha dimostrato lo stesso premier con le sue clamorose dimissioni – Monti sarebbe costretto a giocare nel campo disegnato da Berlusconi, quello della seconda Repubblica, vanificando di colpo la transizione avviata dal suo governo. Non sarebbe più Monti al centro di un’area europeista, composta dal centrosinistra e dai moderati, ma verrebbe sospinto in uno spazio dove convivono pulsioni populiste e antieuropee.

* E’ una verità che si può cogliere anche nelle piccole cose: basti pensare che il gruppo socialista europeo ha dovuto cambiare la sua ragione sociale al solo scopo di accogliere fra le proprie fila gli stravaganti “democratici” italiani.

Italia

Monti e Berlusconi: la posta in gioco

L’altro giorno Stefano Folli sul Sole 24 Ore auspicava che Monti si candidasse per sbarrare la strada alla destra populista di Berlusconi. Questa posizione esemplifica tutta la pacata e vile stoltezza della grande stampa. Non è una prospettiva di vittoria. E’ la posizione di chi spera in un centro di massa critica sufficiente a negoziare con la sinistra una resa onorevole. Il solito piatto di lenticchie che i moderati perbenisti offrono all’elettorato conservatore italiano. Con tanti saluti alle agende virtuose, sulle quali peraltro ci sarebbe moltissimo da dire. E con la riconfermata anomalia di un’architettura politica, tutt’altro che europea, al contrario di come molti imbroglioni cercano di far credere, fondata sul centro e sulla sinistra, riflesso storico dell’anomalia comunista, e del suo potere d’interdizione. Fin dalle dimissioni di Berlusconi la forza delle cose spingeva ad un incontro “storico” tra Monti e Berlusconi. La continuità dell’esperienza montiana può avere senso solo, e ripeto solo, se riconosce e legittima la positività storica dell’esperienza berlusconiana. Se non lo fa, si condanna al nulla di un centrismo che usa il linguaggio della sinistra per legittimarsi. I nodi stanno venendo al pettine. E le forze che si muovono rischiano di essere, per fortuna, più forti dei protagonisti. Se Monti vuole passare alla storia deve accettare Berlusconi, la destra, il centrodestra. In quel caso Berlusconi gli garantirà piena collaborazione. I montiani del centrodestra non possono pretendere il rinnegamento del berlusconismo, gli anti-montiani devono capire che attraverso Monti il berlusconismo sarà ufficialmente legittimato. Spetta al mediocre Monti rompere l’incantesimo. Per la grande stampa e per i centristi sarà come andare a Canossa. In quel caso il passo indietro di Berlusconi sarà la vittoria storica del berlusconismo. E’ sarà la fine del lungo ricatto che ha irretito l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale, e che già aveva traballato paurosamente dopo la vittoria berlusconiana del 2008.

P.S. A proposito della proposta (non nuova) fatta ieri da Berlusconi a Monti di guidare tutti i moderati (quel tutti cambia tutto), a tutte quelle pecore che in gregge belano di “voltafaccia”, posso dire che al momento della rottura, qualche giorno fa, avevo lasciato intendere che in realtà la porta a Monti non era stata chiusa del tutto?

La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.

Italia

Bersani il populista

«Proprio perché Monti può essere ancora utile, sarebbe meglio che restasse fuori dalla contesa», ha detto l’altro giorno Bersani. Non è la prima volta che nei confronti di Monti usa un linguaggio da bulletto, da padrone che non deve alzare la voce per farsi obbedire, un linguaggio da bolscevico insomma, ma chissà perché Monti non se ne adonta mai, né la grande stampa censura il segretario PD, come invece fa con implacabile e farisaica seriosità coi cialtroni di «destra» quando mettono il Salvatore in questione. Eppure mai come nell’anno del Monte Bersani (e i suoi luogotenenti) e Berlusconi sono apparsi così vicini sui temi della politica economica e dell’Europa. Infatti penso che il grande Silvio – al quale in questo momento difficile voglio ribadire un sostegno degno di uno che appartiene con pieno merito alla nobile schiatta dei suoi servi e lacchè – penso che il magnifico Silvio, dunque, su queste materie abbia detto un sacco di corbellerie. Comunque, leggete sotto e trovate un po’ la differenza:

«Adesso bisogna che l’Europa agisca collettivamente: l’Italia non affonderà l’Europa, ma sia chiaro che l’Europa di Merkel e Sarkozy non può farci affondare tutti». Lo dice Pier Luigi Bersani a Sky Tg24. «Noi dobbiamo avere una posizione nazionale in Europa e dire che noi siamo pronti a fare riforme, andremo avanti nel cambiamento, ma noi manovre non ne facciamo più perché non si può chiedere di più a un Paese che raggiunge il 5 per cento di avanzo primario l’anno». (www.adnkronos.com/ign 3 gennaio 2012)

«Di questo passo, quindi, rischia perfino la Germania. Si dia qualche regolata, allora, in modo tale che, quando si arriva ai vertici, si arrivi a qualche decisione». Trilaterale Monti, Merkel, Sarkozy; Eurogruppo; Consiglio europeo. Di qui alla fine di gennaio sono molte le occasioni per “stringere”. E Berlino «deve mollare, deve dare una mano a fare girare un po’ d’economia se non vuole che vada sotto anche lei». E deve sconfiggere quel pregiudizio che circola nella sua opinione pubblica. «Loro che con l’euro altroché se ci hanno guadagnato; sono convinti invece che ci hanno rimesso», commenta Bersani. (www.unità.it, 8 gennaio 2012)

Pier Luigi Bersani cosa vorrebbe che il premier Monti dicesse ad Angela Merkel, in visita a Roma? «Con la diplomazia e con il buon inglese del nostro presidente del consiglio vorrei che si lanciasse un messaggio garbato ma comprensibile: condividiamo un’esigenza di rigore ma se facciamo solo rigore andiamo contro un muro. Direi alla Merkel che l’idea che ognuno si salva da solo non è vera, non è stata vera neanche per la Germania perché l’euro nacque dal dopo Muro, in un patto non solo economico ma strategico e politico. Quel patto prevedeva l’unificazione e la moneta comune, per noi il patto è ancora quello» (www.unita.it, 16 febbraio 2012)

«Non so quanto ci sia di tattico, certo è una posizione negativa quella della cancelliera Merkel sugli eurobond. Non sono i soli strumenti a disposizione ma serve uno strumento per mutualizzare il debito altrimenti difficilmente possiamo affrontare il futuro». Lo ha detto Pier Luigi Bersani, a margine della scuola di formazione politica del Pd. «La posizione della Merkel non è quella dell’Spd e mi auguro che dal Governo italiano arrivi una parola forte perché se continuiamo così sono guai». (www.unita.it 11 maggio 2012)

«Bersani ha rilevato un punto che nei fatti la commissione europea ha evidenziato una decina di giorni fa. Cioè quando ha diffuso previsioni per il 2012-1013 dalle quali emerge che in tutta l’area Euro il debito pubblico sta aumentando, la recessione si allarga, la disoccupazione si impenna. Questo è il risultato di una linea di austerità che non guarda all’economia reale. Ora c’è bisogno di rimettere in moto l’economia per ridurre il debito pubblico perché la ricetta che l’area euro sta attuando lo aumenta. Invece serve sostegno alla domanda. Faccio rilevare a tutti quelli che ci hanno criticato come vetero-keynesiani, che in questi giorni Barroso sta introducendo la golden rule perché c’è un problema di domanda in Europa. Noi vogliamo andare avanti su quella strada che è diversa da quella che i conservatori europei continuano a raccomandare. (…) È da anni che diciamo che applicare austerità e svalutazione del lavoro porta ad un avvitamento e ad un aumento del debito pubblico. E’ quello che si sta verificando in tutta l’ area euro. (…) Ad ogni modo, noi con le primarie abbiamo preso l’impegno di agire con gli altri progressisti europei per rianimare l’economia europea per ridurre il debito pubblico che dopo anni di cure Merkel aumenta: noi vogliamo rimettere l’economica reale al centro.» (www.huffingtonpost.it, intervista a Stefano Fassina, 10 dicembre 2012)

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (103)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CORRIERE DELLA SERA 03/12/2012 Tra le più gravose incombenze del presidente della repubblica italiana vi è l’obbligo non scritto di presenziare alla prima della Scala. Mettiamo, com’è statisticamente probabile – oltre che lecito, chiariamo subito, prima che qualche pazzerellone di magistrato si metta strane idee in testa – che a questo benedetto uomo, solitamente in età veneranda e degna quindi dei più delicati riguardi, la musica «classica» non dica un bel nulla; che l’opera gli piaccia ancor meno; che la «gesamtkunstwerk» gli appesantisca la digestione e gli annebbi la vista ancor prima che la musica gli giunga all’orecchio; che questa musica cosmica e caliginosa se la intenda un po’ troppo con infinite indefinitezze; be’, allora capite come una prima wagneriana possa essere un martirio per il primo cittadino della penisola. Il vecchietto verrà fuori dal supplizio con la faccia composta e funebre di chi ha assistito con pazienza a ore di liturgie religiose a lui straniere o indifferenti, nella quale i media compiacenti vorranno leggere la pudica ma piena consapevolezza di chi ha gustato voluttuosamente tutte quante le cinquanta sfumature dell’evento. Con questo non intendo affatto stroncare Wagner, la cui musica suona al mio orecchio tanto sottile quanto monotona: un grandioso luogo comune, a volte però sublime; o dire che Napolitano sia fuggito dal “Lohengrin” per paura di una rottura di palle colossale e pericolosa per la sua salute, anche se, come ha scritto al maestro Barenboim, ricorda «ancora con emozione di aver assistito alla rappresentazione del Lohengrin la sera del 7 dicembre 1981, in un magnifico Teatro La Scala nel quale sedeva, in platea, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini», il qual vivo ricordo in effetti potrebbe indurre i maliziosi a pensar male… No, Napolitano è pienamente giustificato dal fatto che la prima – anche questo ha scritto al maestro Barenboim – «cade quest’anno in un momento cruciale, dal punto di vista degli impegni istituzionali che mi trattengono a Roma, per l’avvicinarsi delle scadenze conclusive della legislatura parlamentare e del mio mandato presidenziale.» Voglio solo dire che è non il caso di esagerare con le spiegazioni, o con le scuse, nemmeno da parte di chi vuole confutare la demenziale ipotesi di una protesta «patriottica» e «verdiana» nei confronti di una prima «tedesca». E all’uopo ci informa, come fa il Corriere della Sera con zelo straordinario, che il presidente terrebbe sulla sua scrivania il libro “Wagner in Italia». Addirittura. E adesso, poveruomo? Gli toccherà pure leggerlo?

EMILIO FEDE 04/12/2012 Chissà cosa si sarà detto l’avvocato Niccolò Ghedini quando l’intristito Emilio di questi tempi, rispondendo alle sue domande durante l’ultima udienza del “processo Ruby”, ha affermato che la più famosa delle nipoti di Mubarak, alle mille e una notte di Arcore, mentre si esibiva nella danza del ventre «faceva le bollicine masticando la gomma»… proprio come una mocciosa quindicenne! Immagino che l’avrà fatto in dialetto veneto, per non rischiare di tradirsi. Ma dal nostro punto di vista questo è niente. Anzi, la Ruby-Scheherazade-Lolita danzante bubblegum in bocca ci sembra fin qui uno dei vertici artistici della brillantissima farsa in scena a Milano. Ci disturba assai, invece, che l’inacidito Emilio di questi tempi abbia fatto di tutto per guastarlo, questo capolavoro, con delle parole tremende indirizzate alla Perla del Marocco, parole che faccio fatica a scrivere, ma che per dovere di cronaca qui riporto: «Ruby? L’ho trovata brutta, aveva un cattivo odore…», ha detto lo stordito Emilio di una bella ragazzona che «a prima vista certamente non mi sembrava minorenne».

ZUCCHERO 05/12/2012 Il paradiso comunista esiste. E’ l’Italia. Nel senso che per i comunisti il nostro è sempre stato il paese della cuccagna. Scampato ai paradisi del socialismo reale, e lungi dall’essere perseguitato da tutta la teoria di regimi corrotti e cripto-fascisti susseguitisi dalla fine della seconda guerra mondiale, il comunista è stato il figlio prediletto della nostra società, figuriamoci di quella scelta società chiamata società civile. Fin da piccolo allenato a dire con una certa protervia corbellerie colossali, opportunista per natura, malato di protagonismo, abituato a chiedere abiure senza abiurare mai, è arrivato spesso alla tarda maturità senza provare il minimo rimorso per un passato nel migliore dei casi da perfetto imbecille. In questo caso malaugurato, il peggio che verosimilmente gli potrà capitare sarà di passare per eccentrico. Il nostro Zucchero, per esempio, con Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano, ha usato il lessico degli anni formidabili: «Quando eravamo all’università e eravamo giovani e belli, vivevamo l’epica della Rivoluzione Cubana, con Fidel e con il Che, che era già un simbolo, e Camilo Cienfuegos: ammiravamo la resistenza e la dignità del popolo cubano». Ma se fossi in lui starei più attento, perché ormai anche a Cuba il socialismo reale sta per tirare le cuoia, e i compagni più svegli si stanno perciò attrezzando, facendo gli occhi dolci ai blogger più à la page della dissidenza. Vedrai, Sugar, quando il regime – che per le narici della nostra sinistra migliore già puzza di populismo berlusconoide – cadrà sarà il loro trionfo. E loro, lo sai, non perdonano.

JOVANOTTI 06/12/2012 E’ uscito in libreria “Italia loves Emilia-Il libro”, sul concerto pro-terremotati di Campovolo. La Stampa.it ne ha anticipato un brano firmato da Lorenzo, che ricorda in tutto e per tutto il birignao mezzo furbo, mezzo insulso, sempre aggiornato e ma-anchista delle sue nenie. Lui, bisogna dirlo, è un fenomeno che con spietata coerenza in un quarto di secolo di carriera non è riuscito a scrivere un motivetto accattivante che sia uno. Almeno io non ne ricordo uno. Cosa che invece mi capita per Nicola di Bari o Marcella Bella, tanto per citare artisti di classe non oltraggiosamente superiore alla sua. Ma Lorenzo non è mediocre: semplicemente non ama la musica. E’ un collezionista di suggestioni modaiole finto-acculturate che poi sparge sulla pizza sonora che lo accompagna dagli esordi: Jovanotti alle quattro stagioni, Jovanotti ai quattro formaggi, Jovanotti alla rucola, Jovanotti al salamino piccante, scegliete il trancio che più vi piace. Di conseguenza a Campovolo l’atmosfera era fantastica; le persone belle, anzi bellissime; la responsabilità grande; la soddisfazione puntualmente pazzesca; la musica un corto circuito indescrivibile, che serve ad immaginare il mondo; una grande forza costruttiva e positiva per reagire alla forza della natura; una grande forza come quella che lo ha portato a Campovolo, la solidarietà: «una parola presente anche nella nostra Costituzione, che come tutti sanno, è un documento di valore altissimo». Questo perché siamo nel 2012, e l’ingrediente «Costituzione» va per la maggiore tra i bigotti.

MARIO MONTI 08/12/2012 Considero l’astensione del Pdl sul Decreto Sviluppo e la candidatura del Berlusca due errori commessi nel momento sbagliato. Si poteva fare molto meglio. Ma ha vinto ancora una volta l’isterismo. Un anno di governo dei tecnici ha dimostrato, un passetto alla volta, ma inequivocabilmente, che il «montismo» è stato incapace di ristrutturare la politica italiana coagulando intorno a sé un partito centrista di consistente massa critica; che il Pd, com’era prevedibilissimo, ha giocato cinicamente con Monti al gatto col topo, mandando corposi avvisi attraverso il partito di lotta non appena il governo mostrava di fare qualcosa di serio, e riservandosi attraverso il partito di governo seriose assunzioni di responsabilità per tutto il resto della politica di galleggiamento finanziario; che al Pd non passava nemmeno per l’anticamera del cervello di abbandonare il presidio politico della sinistra verace per consegnarsi a Monti; che nel mondo reale della politica non c’è un’alternativa alla sinistra che non sia un centrodestra imperniato sul Pdl e aperto a tutti, per quanto male se la passi la creatura berlusconiana; e che infine il «montismo» può sopravvivere solo se si innesta nel centrodestra ed accetta quindi l’esperienza storica del berlusconismo. Nei prossimi mesi questa realtà si sarebbe chiarita definitivamente agli occhi dell’elettorato «conservatore» e il «giovane» Alfano avrebbe potuto giocarsi le sue carte contro il «vecchio» Bersani. Ma ai giornaloni, ai centristi, ai danarosi futuristi italici i passi indietro del Caimano non sono mai bastati. Schiavi del verbo di sinistra, hanno sempre guardato al Pdl con disprezzo, obbedendo per debolezza intellettuale e per viltà al dogma della «destra populista e inaffidabile», e arrivando perfino a sperare nella «destra» perbene del democratico di sinistra Renzi. Per costoro un Berlusca in panchina non era sufficiente: alla destra si chiedeva la liquidazione, la damnatio memoriae del berlusconismo, l’abiura, la resa. Né Berlusconi, né il Pdl potevano accettarlo. E il filo si è rotto. La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (102)

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LA RIVOLUZIONE EGIZIANA 26/11/2012 Al contrario di quanto si legge e si sente sui fatui media occidentali, la rivoluzione egiziana sta avendo pieno successo. Infatti sta calcando pari pari le orme di quelle del passato. Dopo un prologo “liberale” e conciliante, Morsi, l’uomo forte della setta più forte, ha assunto i pieni poteri grazie ad un decreto costituzionale in base al quale le sue risoluzioni sono “inappellabili e definitive». S’intende che l’ha fatto per difendere la rivoluzione. E s’intende che la natura del decreto è temporanea. Le avanguardie urbane, acculturate e “liberali”, infima minoranza nel paese, e anima della piazza che aveva detronizzato il raiss, gridano al tradimento della rivoluzione e alla lotta contro «il nuovo Mubarak», anche perché la Repubblica Araba d’Egitto durante i trent’anni della presidenza Mubarak non è mai uscita dallo “stato d’emergenza” proclamato dopo l’assassinio del suo predecessore Anwar al-Sadat. Saranno schiacciate, nel nome della rivoluzione, che al potere non prevede dittatori chiamati tali solo al momento della loro caduta, come il “moderato” Mubarak.

BERLUSCONI, NAPOLITANO & MONTI 27/11/2012 E’ vero che è difficile far cambiare idea ad un vecchietto, ma francamente speravo meglio. Silvio in economia è sempre fermo all’equazione + consumi = + produzione = il paese della cuccagna. Sentitelo ieri al telefono con Belpietro: «Le politiche recessive hanno portato alla contrazione consumi, e quindi a rallentare la produzione, al licenziamento del personale e alla chiusura delle aziende. Le imprese non fanno più pubblicità e quindi non stimolano più gli acquisti.» Eppure tra lo scialacquatore e il risparmiatore i saggi reggitori della cosa pubblica hanno sempre preferito il secondo o no? Ed infatti un’economia sana ha un suo ritmo naturale, e non ha bisogno di forzature. L’allegro consumismo invocato da Silvio è invece una specie di surrogato dell’allegro welfare: sono ambedue fondati sui debiti, e sull’interventismo statale, palese o nascosto. Gli ha risposto quasi in contemporanea il presidente della repubblica, capace di drizzare la schiena pur di fare un dispetto al Berlusca: «Sappiamo benissimo che la riduzione del deficit e del debito attraverso misure di sensibile diminuzione della spesa pubblica produce effetti recessivi. Ma a scelte di quel genere non si può sfuggire, se non vogliamo che l’Italia sia spinta di nuovo sull’orlo di una crisi disastrosa del debito sovrano, e quindi della sostenibilità dei conti pubblici.» Questo infatti mi parrebbe un discorso abbastanza sensato. Se a farlo non fosse il gran protettore del governo Monti, che in fatto di finanze pubbliche ha adottato la politica dei saldi contabili a forza di balzelli e gabelle varie, non certo quella della scure. Il quale Monti, nello stesso giorno, dimostra pure lui di essere bravo a menar il can per l’aia dichiarando con forbita demagogia: «siamo andati ai margini dell’infrazione della privacy, ma a livello fiscale siamo in uno stato di guerra ed è impossibile una pace tra cittadini e Stato se non viene ruvidamente contrastato il fenomeno dell’evasione». E allora diciamola evangelicamente: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un politico prenda il toro per le corna. Quello che è terrificante è che il resto della ciurma, azzeratori compresi, è ancora peggio.

MATTEO RENZI 28/11/2012 «A quel privato si è concesso troppo in nome dell’amicizia con politici di vario genere, soprattutto di Forza Italia. La famiglia Riva non è stata costretta a risanare l’area.» Tempo di ballottaggi ed il nuovo comincia a dar segni d’invecchiamento, tanto da scoprire perfino l’antiberlusconismo. La frecciatina è proprio tirata per i capelli, e scarsissimamente elegante, vista la serissima faccenda. Si vede che lo spigliato Matteo a certe canagliate non è ancora abituato. Un’anima servile sarebbe stata più accorta. Lo noteranno per primi, con qualche compiacimento, quei maldicenti usi a chiamarlo «berluschino».

MARGHERITA HACK 29/11/2012 L’astrofisica comunista alle primarie della sinistra parteggiava naturalmente per Vendola, che comunista è ancora per metà. Al primo turno delle primarie tuttavia non ha fatto in tempo a votare, perché era via. Ma ha annunciato che al secondo turno si presenterà ai seggi con la giustificazione in tasca per votare il nuovo, cioè Renzi. Non solo. Ha anche detto di sperare in un Monti-bis. E’ molto bello vedere una signora novantenne folleggiare tra lo sconcerto dei militanti. Un’allure così dadaista, ma così incantevole, se la può permettere solo una ragazzetta fresca fresca. Sia detto a lode del dottore che qualche mese fa, con grande perspicacia, le negò il rinnovo della patente.

FRANCESCO AMATO 30/11/2012 E’ uscito ieri nelle sale cinematografiche l’ultimo film di Francesco Amato, “Cosimo e Nicole”, già premiato al Festival Internazionale del Film di Roma. E’ la storia d’amore di due ragazzi, lui italiano, lei francese, che s’incontrano – ma guarda un po’ – al G8 di Genova, «il momento più emotivo e ad alta temperatura per una generazione». Be’, può essere. Ogni migliore generazione, sull’esempio dei migliori padri, ha la sua resistenza da celebrare, di volta in volta più ridicola. L’importante è incensarla, tenerla viva, proiettarla nel mito, per incensarsi, sentirsi vivi e diventare mitici. E farla da padroni. Il G8 di Genova fu un miracolo del Berlusca. Col governo del Caimano appena insediato, esserci divenne una tentazione irresistibile per migliaia di pecore, che pregustavano una gloria facile e le gioie future di un reducismo da rimbambiti. Infatti in questa guerra non subirono perdite. Ci fu un morto, ma fu un caso disgraziato. In compenso gli squadroni dei teppisti si divertirono un mondo a distruggere tutto quello che capitava sotto le loro mani. Poi ci furono i fatti della Diaz, in un primo tempo trascurati, che non lasciarono sul campo nessuna vittima, ma che poi, in mancanza di meglio, passarono alla storia col nome stravagante di «massacro». Una storia piccina per gente piccina. Come l’artista che invece di infischiarsene di tutto e tutti paga il suo miserabile e inutile tributo al credo bislacco di un esercito di vezzeggiati piagnoni in carriera.

Italia

E allora ricapitoliamo

RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (81)

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FEMEN 03/07/2012 Le fonti antiche sono discordi, ma quel che è certo è che le Amazzoni avevano un rapporto in qualche modo speciale con le loro tette; e che venivano dalla Scizia, l’odierna Ucraina. Non è assolutamente un caso, quindi, che il movimento Femen sia sorto sulle terre bagnate dal Dnepr. Peccato che le cosacche abbiano perso quel tocco selvatico che all’inizio delle loro imprese ispirava simpatia. Adottate dalla parte più fatua dell’opinione pubblica occidentale, sono diventate una multinazionale, il cui scopo è esserci, sempre e comunque, da qualunque parte e per qualsiasi nobile, democratico e noiosissimo motivo. Ieri giocavano in casa, davanti allo stadio di Kiev, per protestare contro la presenza del ducetto bielorusso Lukashenko, armate di manganelli solo per rendere più pittoresca e sapiente la pantomima inscenata da cinque ragazze, ognuna fornita di quella figura smilza e flessuosa che la natura distribuisce indistintamente, con democratica generosità, a tutte le femmine del creato, intorno ad una cicciona imponente nelle vesti poppute, oscene e mezzo hitleriane del dittatore. A completare la sceneggiata sono arrivati loro, i poveri poliziotti, i figli del popolo di pasoliniana memoria, rassegnati a recitare in mondovisione la parte dei bruti, o meglio, dei coglioni, senza neanche poter togliersi la soddisfazione di  torcere un solo capello – uno solo!  –  ad una sola – una sola! – di queste bellezze.

RICHARD BRANSON 04/07/2012 Nuova impresa del boss della Virgin: a 61 anni è diventata la persona più anziana ad aver attraversato la Manica in kitesurf. Si capisce che Richard l’ha fatto principalmente non perché gli piaccia il surf, non perché gli piaccia copulare serenamente con Madre Natura e svolazzare tra le onde come un autentico figlio del Pacifico, ma perché c’era un record da battere. Un record della minchia, d’accordo, ma sempre un record. E’ comunque consolante per l’invidioso uomo della strada, diciamo il panzone con la bici da corsa da diecimila euro che mai e poi mai si abbasserà a toccare l’asfalto di una pista ciclabile, scoprire che anche certi miliardari, esattamente come lui, non sappiano divertirsi senza avvelenare il piacere con uno spirito agonistico da babbei.

RICCARDO GARRONE 04/07/2012 Nel calcio l’importante è vincere. Soprattutto in Italia. Da noi chi vince ha sempre ragione. Nel nostro bel paese il giornalista che si occupa di calcio, non credendo a niente e non vedendo niente, sovrabbonda con aria di chi la sa lunga su un mucchio di dettagli del kaiser e si allena quotidianamente a spiegare col senno di poi la sacrosanta giustezza delle vittorie. E delle sconfitte. A parlare sono le sentenze del campo. Questo ridicolo giustizialismo sportivo è in fondo figlio della superstizione: la ragione, e pure il machiavellismo, vorrebbe che ogni tanto si potesse parlare tranquillamente di fortuna, di caso. In Italia non è concesso. Con aria dottorale vincono credenze barbariche, che sono poi sorelle dell’inciviltà sugli spalti e della fiducia nelle proprietà miracolistiche di quel calciomercato il cui chiasso tedioso ci scassa gli orecchi ormai tutto l’anno. Si capisce allora perché questo mondo, quando si prende una vacanza dalla sua meschinità, magari perché il Presidente della Repubblica e pure quello del Consiglio sono andati nel pallone con patriottismo deamicisiano e ci si sente in dovere di seguire un così illustre esempio, tenda a indulgere, a parole, in romanticherie di segno opposto: «Il calcio» ha detto ieri, per esempio, un nuovo grande amico dell’umanità, il presidente della Samp, «è un grande esempio di capacità di integrazione e quindi è palcoscenico educativo e può avere un altissimo valore sociale». A riprova della sua serietà bisogna però dire che, lui, ad un allenatore vincente, che per miracolo gli ha riportato la squadra nella massima serie, ha appena dato il benservito. Bravo. Ma esagerato. Su ragazzi, rilassiamoci: est modus in rebus.

MARIO MONTI 05/07/2012 Non vogliamo mettere in dubbio che l’europeismo sia un nobilissimo sentimento. Ma vorremmo suggerire ai suoi cantori di essere coerenti in tutte le occasioni. Il Presidente del Consiglio, per esempio, s’incontra a Roma con la prima della classe e senza perder tempo si affanna a mettere in chiaro che l’Italia non sta nei banchi dell’ultima fila, quella degli zucconi: «L’Italia non ha bisogno di sostegni e non fa domanda per utilizzare i meccanismi di aiuto esistenti in Ue» dice, «perché fortunatamente non si trova nelle condizioni in cui si trovavano Grecia, Irlanda e Portogallo» Ma bravo! Che stoffa da leader! Primo, è una cosa pochissimo elegante e ben poco assennata politicamente smarcarsi dai confratelli più sfortunati del nostro amato continente, che tanto vogliamo coeso, e solidale, e sostenibile, e magnanimo! Secondo, queste roboanti attestazioni di autosufficienza fanno subito pensare al peggio. E soprattutto terzo – facciamo gli scongiuri – portano sistematicamente jella.

GLI INGLESI 06/07/2012 Ai tempi di Shakespeare i Britons erano ancora un popolo normale. Nella sferica umanità o disumanità dei personaggi creati dal Bardo ancora ci riconosciamo. Poi è successo qualcosa: sono caduti nel puritanesimo, che è una malattia nefanda e terribile. Per non morire puritani senza tornare all’ovile cattolico hanno partorito la democrazia moderna, che ha dato loro la gloria oltre che, s’intende, l’impero. Ma lo sforzo è stato immenso e li ha lasciati umanamente come ingobbiti. Soprattutto in tema di sesso, dove tutti – perfino i giapponesi, il che è tutto dire – li hanno sempre visti strani. Adesso, per esempio, si sono incapricciati in massa di un libraccio che celebra il «sesso estremo» e il sadomasochismo nella relazione fra una studentessa ventunenne ancora vergine (capite bene che nel Regno Unito, più che in tutto il resto del mondo occidentale, questo è un dettaglio piccantissimo nella sua statistica improbabilità) ed un tenebroso ma evidentemente intrigante milionario, alle cui voglie sottomettendosi, perinde ac cadaver, ella troverà infine la felicità. Nel settecento gli inglesi erano andati pazzi per un libro altrettanto disgustoso scritto da Richardson, “Pamela”. E’ la storiaccia pruriginosa di una giovane servetta bella e virtuosa che resiste eroicamente agli assalti del suo torvo padrone, il gentiluomo Mr B, fino a quando egli, estenuato, da tanta virtù sarà conquistato, ed ella, estenuata, in lui scoprirà un certo non so che di affascinante: questo rapporto mostruoso trionferà infine nel vincolo coniugale. Mutatis mutandis, è sempre la stessa storia. La stessa roba. Da malati.