Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (56)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA LAPIDE DI ACCA LARENTIA 09/01/2012 Non so se sia per grande ingegno, o per grande ignoranza, ma la lapide ai “caduti” di Acca Larentia, “assassinati dall’odio comunista e dai servi dello stato” è un capolavoro di sottigliezza. E’ bene infatti ricordare agli smemorati o a quelli che non lo sanno, che “servo di stato” prima di diventare, a furia di esecuzioni proletarie, un attestato di benemerenza da pronunciare con la dovuta compunzione istituzionale, negli anni settanta fu un marchio d’infamia maneggiato con disinvoltura non solo dalle Brigate Rosse ma anche da buona parte della sinistra antagonista, ivi compresa quella salottiera. A molti allora “Assassinati dall’odio fascista e dai servi di stato” sarebbe suonato perfetto, perché è noto che pure a quei tempi si viveva sotto un “regime”. Cosicché la lapide è un perfido emblema della fratellanza spirituale fra camerati e compagni. Son sicuro che molti dei rossi scesi in strada furibondi non l’hanno capito, ma l’hanno sentito: son qua io, ad aprir loro gli occhi.

AMNESTY INTERNATIONAL 10/01/2012 E’ destinata a noi tutti, che mai avremmo potuto prevederla o sospettarla, l’allarmante verità rivelata dai migliori amici dell’umanità: il bilancio della Primavera Araba all’inizio del 2012 nel Nord Africa è deludente. In Tunisia sul piano dei diritti umani le cose procedono ancora lentamente; in Libia procedono più o meno come prima, e le nuove autorità non sembrano in grado di impedire una replica delle violazioni dei diritti umani tipiche del vecchio sistema di potere; in Egitto il Consiglio Supremo delle Forze Armate al potere si è reso responsabile di abusi persino peggiori di quelli dell’epoca di Mubarak. Insomma, le rivoluzioni si sono rivelate mezze rivoluzioni. Rivoluzioni tradite. Bisogna perciò che le potenze internazionali e i governi della regione le portino a compimento. Fino in fondo. Sono completamente d’accordo. E aggiungo: è da troppo tempo ormai che non si vede più la ghigliottina sfoderare tutta la sua democratica, liberatrice, livellatrice, fraterna, e geometrica potenza.

ANTONIO CATRICALA’ 11/01/2012 «Nessuna pietà verso gli evasori: spareremo ad alzo zero. Chi evade le tasse, in un momento come questo, tradisce la Patria!» Così disse il Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, volendo forse stupirci. Ma per niente! Per niente! Che un uomo misurato, sobrio, posato, come non poteva non essere un sottosegretario di questa flemmatica e rigorosa Presidenza del Consiglio, tutto ad un tratto si metta a sbraitare come un inquisitore, è nell’ordine più rigoroso delle cose, certificatissimo dalla storia: non avete mai sentito o letto di quella inesplicabile mutazione che coglie immancabilmente molti travet di piccolo, medio e grosso calibro quando si apre la stagione della caccia nei periodi di fanatismo?

LA CORTE DEI CONTI 12/01/2012 Ennesima pecora del gregge a belare nel coro anti-evasori, la Corte ha deciso di belare alto e forte, con accenti di paternalistico rimprovero verso le fatue consorelle, che la fanno troppo facile. Per questo venerabile consesso, infatti, le misure di contrasto all’evasione fiscale che prevedono il carcere “sono rimaste per lo più inapplicate o hanno avuto risultati del tutto insoddisfacenti e talvolta anche controproducenti”. All’uopo, e per nostra fortuna, la Corte, che ben sa il fatto suo, ha annunciato l’avvio di una specifica indagine. Nell’ambito dei controlli programmati nel 2012 sarà riservato uno spazio alla lotta all’evasione fiscale, in particolare al «contrasto penale». A cui, nel caso ce lo fossimo dimenticato, «è stata da sempre attribuita grande rilevanza».

IL POLITICO ALLE MALDIVE 13/01/2012 I calciatori che svernano per qualche giorno a Miami come mucche portate al pascolo in fondo li capiamo. E’ bene, anzi, che tutto il loro estro queste cime lo riservino alle giocate in campo. Ma vedere i politici sbarcare alle Maldive in comitiva sgomenta. Pensate: in questi giorni, per scaldarsi le ossa (se proprio lo volevano) e per fuggire uno dall’altro (se restava loro un minimo di salute mentale) avevano, oltre alla fascia equatoriale, tutto l’emisfero australe a disposizione. Ma niente, le Maldive sono di rigore, e il loro intelletto è talmente sobrio da essere incapace di concepire qualcosa di diverso.

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Articoli Giornalettismo, Italia

I partigiani dell’Italia che ripudia se stessa

Il pluridecorato scrittore Claudio Magris è uno di quegli intellettuali che a forza di garbato conformismo, di giuste frequentazioni e di cosmopolitismo ben scelto, con tenacia degna di miglior causa si è guadagnata fama di onesta e sobria indipendenza di giudizio. In due parole, mai una parola fuori posto. Imbalsamato alla perfezione, fa la guest star sul Corriere della Sera. E tuttavia anche questo riguardoso personaggio è iscritto da una vita alla pericolosa consorteria dei profeti dell’altra Italia: “l’altra Italia”, differente, ieri, dall’Italia di ieri; e oggi, dall’Italia di oggi; e domani, scommettiamo, dall’Italia di domani. Il che vuol dire che quest’attitudine millenaristica, minoritaria in tutti i paesi in cui il sentimento nazionale si è ormai pacificamente sedimentato, da noi è ancora così viva e pulsante da essere espressione di vere e proprie nomenklature; che oggi, disperate nel vedere un paese che nella volgarità berlusconiana della democrazia si sta rinsaldando, al contrario di quanto si favoleggia, spingono sull’acceleratore. E il professore – è anche professore – in occasione del 25 aprile, coi suoi modi compassati si adegua alla nefasta pulsione:

Sono soprattutto le dittature — quelle «molli» che soggiogano con strumenti economici, mediatici e culturali, e ancor più quelle «dure» che s’impongono direttamente con la forza bruta — che si presentano come l’unico sistema, l’unica realtà possibile. Le dittature invece cadono e il 25 aprile ricorda la caduta di quella fascista in Italia. C’è poco da aggiungere a quanto è stato detto tante volte sull’antifascismo e sulla Resistenza, sull’imperituro significato di quest’ultima quale liberazione nazionale, sulle sue contraddizioni, sulle sue diverse e contrastanti anime, sui suoi eroismi e sui misfatti compiuti in suo nome. Il 25 aprile simboleggia vent’anni di un’altra Italia, differente da quella del regime fascista; una resistenza che non è solo quella partigiana, ma anche quella di coloro che non si sono piegati quando un’altra Italia sembrava impossibile (…) Anche oggi, dinanzi al dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge il Bel Paese come liquami che salgano dalle fognature, è forte la tentazione di arrendersi, di lasciarsi andare, di credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante. L’indifferenza che mette in soffitta la Resistenza vera e propria e l’attentato alla Costituzione, che da essa è nata e che è la spina dorsale dell’Italia civile, sono un sintomo fra i tanti di questa involuzione morale. Ma proprio quella data insegna a non scoraggiarsi; ricorda come credere che tutto sia perduto e che non si possa più reagire sia una tentazione, stupida come lo sono in genere le tentazioni. C’è un’altra Italia possibile, rispetto a quella che oggi subiamo.

Non è uomo da battaglia, Magris, che in questa dittatura molle peraltro se la passa benissimo. Tanto più impressiona la frecciatina giacobina contro la sub-umanità berlusconiana: dire “non-cittadino” è usare il linguaggio della rivoluzione, è preparare il vandeano, il brigante, il nemico di classe, il kulako; e impressiona la retorica banale, mille volte “belata dal gregge” – quello vero, caro Magris, non quello colpito dai tuoi strali – sullo “stadio ultimo”. Sai cos’è? E’ la banalità, prevedibilissima, del male. Scrissi qualche settimana fa:

Ostenta [il giacobino] un rispetto sacrale per il cittadino, a patto che obbedisca come un manichino al catechismo del buon cittadino: il suo. Fuor di quello, nulla salus. Predica il culto della legge, ma si avvale dell’eccezione. Prepara l’eccezione denunciando lo stato di degenerazione finale e quindi la morte della legge.

Ricordiamo allora allo smemorato di Trieste che anche l’ideologia fascista, del tutto in linea con le sue radici socialiste-radicaleggianti, sognava “un’altra Italia”, che venisse fuori dal putridume e dalla mediocrità dell’era giolittiana. Che “un’altra Italia”, che allora nemmeno veniva chiamata Italia, trionfante sulla mediocrità borghese, fu nei sogni e restò per fortuna nei cassetti dei comunisti. Che “un’altra Italia” diversa da quella mediocre dei preti era nei sogni della parte più ottusa e oltranzista delle élites liberali dell’Ottocento, e nella capoccia dura e saputella degli azionisti del secolo scorso. Chi sogna “un’altra Italia” vuole un paese a sua immagine e somiglianza: ma questo atteggiamento, nel concreto, è il contrario della democrazia ed un ostacolo alla maturazione del sentimento nazionale. Un sentimento nazionale maturo, proprio perché ha elaborato ed accettato e composto dentro di sé molte differenze, in una sorta di processo di globalizzazione locale, di norma è pacifico e non s’investe di missioni salvifiche. Mentre il nazionalismo è sempre il risultato del trionfo di una fazione, così come la repubblica dei soviet. Chi oggi sogna “un’altra Italia” partendo dalla Resistenza e da un pretestuoso patriottismo costituzionale fa lo stesso errore antidemocratico. E non è un caso che a quest’ultima versione mascherata dell’autoritarismo nostrano siano approdati reduci dell’uno e dell’altro campo, e anche di tutte e due.

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Articoli Giornalettismo, Italia

Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione

Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.

Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.

Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.

Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.

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Articoli Giornalettismo, Italia

Nulla nasce dal nulla

Fa abbastanza spavento rendersi conto che ormai in Italia c’è una generazione che ha conosciuto solo la politica “sub judice”, nel più piano senso del termine. Lo era anche in passato, naturalmente, perché nulla nasce dal nulla; e riguardava una ben definita parte dello spettro politico, naturalmente. Ma non si passava continuamente per le aule dei tribunali: il tribunale era quello del popolo, anche allora quello che invadeva le piazze, non certo il corpo elettorale; e le scomuniche che venivano lanciate dal mondo della stessa politica, della cultura e dei media erano condanne di tipo politico, filosofico, culturale: l’aggettivo “fascista” ne riassumeva l’intima rozzezza. In questo, apparentemente, l’Italia si differenziava dagli altri paesi europeo-occidentali solo per il radicalismo, perché né il sessantotto né gli anni di piombo furono sconosciuti oltralpe. Paradossalmente, è proprio con il crollo del comunismo, già a cominciare dagli anni settanta, che l’anomalia tutta italiana del “fattore K” si è fatta riconoscere in tutta la sua profondità.

Il mondo della politica, se non può essere, ovviamente, sordo ad un senso di giustizia, non è però il campo dove “di regola” si battono il giusto e l’ingiusto. Al contrario, di norma è un’arena recintata dove legalmente si compongono interessi divergenti, o dove legalmente certi interessi trionfano sugli altri, o dove legalmente certi poteri di indirizzo di governo vengono esercitati. Lo è sempre stata, anche quando i regimi erano assoluti, o quando l’aristocrazia formava un corpo intermedio tra il re e la plebe. Con la democrazia la sua natura non è mutata. Non erano “ingiusti” i regimi del tempo che fu, non è “giusta” la democrazia dei tempi moderni. Laddove l’evoluzione democratica si è potuta sviluppare, più o meno, senza soluzione di continuità, il trapasso dal regime aristocratico a quello democratico non è stato registrato con nessun atto di nascita. Non a caso il Regno Unito ancor oggi è un “regno”, è il paese della Camera dei Pari ed è senza Costituzione.

Alla base del suo funzionamento vi è il riconoscimento dell’avversario politico. Come avversario e non come nemico. Il concetto è estraneo alla tradizione marxista. In questi giorni si è aperta la mostra “Avanti popolo” su settant’anni di storia del PCI. Ha detto Alfredo Reichlin: “Sappiamo benissimo che quella del PCI è storia conclusa e irripetibile. Ma è una storia non separabile dalla storia nazionale e che quindi – nel bene o nel male – pesa sulla storia del Paese”. Intanto non è una storia, ma è un tragedia: bene o male, si potrebbe dire lo stesso del fascismo. Ma soprattutto, ahinoi, non è conclusa. Negli anni venti del secolo scorso, con la fine della prima guerra mondiale, non collassò solo l’Italia “liberale”. Con essa, parallelamente, crollò anche quel movimento socialista che faticosamente si stava arrendendo alla logica della democrazia parlamentare. Molti suoi figli abbandonarono la fiducia in questa pratica “borghese” e “decadente” e optarono per soluzioni extraparlamentari “nazionali” o “internazionali”: il fascismo e il comunismo.

Nel dopoguerra il PCI fece propria un’idea messianica di democrazia, dove la fede nel sol dell’avvenire veniva riadattata al giogo imposto dalla guerra fredda. Ma continuò a non riconoscere l’avversario politico come avversario: era un usurpatore in una democrazia apparente, incompleta ed a sovranità limitata, cui i comunisti si “arrendevano” solo per senso di responsabilità. Quella “vera” era ancora da venire. Era appunto una democrazia “incompiuta”, come continuano a dire molti sciagurati che oggigiorno, vanità delle vanità, si dicono perfino liberali. Finita la copertura culturale e filosofica del marxismo, che la legittimava, ne costituiva il prestigio, e teneva vivo un senso d’appartenenza fra i suoi, la sinistra italiana si ritrovò nuda. Per non soccombere, fece di necessita virtù, e nel giro di un decennio i “fascisti” di prima divennero tutti furfantelli, codice penale alla mano: alle scomuniche e alle condanne politiche dovevano succedere le scomuniche e le condanne dei tribunali veri e propri. E così è stato. L’invasività della magistratura italiana non è solo un problema tecnico: se le riformicchie timide e concertate, o peggio ancora quelle “ad personam”, non risolveranno niente, è però illusorio pensare che una riforma profonda da sola basterebbe ad arginare il male. La magistratura è anch’essa un pezzo d’Italia. Anche per certi magistrati oggi la politica è solo giustizia e l’esercizio della giustizia è diventata l’unica politica. Per questo intervengono su tutto. Invocare ogni santo giorno e su qualsiasi questione la Costituzione, oggi, equivale a togliere alla politica tutte le sue prerogative, e arrogarsi il potere di decidere su tutto.

La caccia grossa al Berlusca è figlia di questa storia. Attraversate varie fasi, e raschiato ormai tutto il fondo del barile, da due anni a questa parte s’incentra sulle vicende d’alcova, vere e presunte. Non c’è niente di nuovo. Anzi, segnala che la parabola giustizialista ha compiuto tutto il suo corso, ed è ritornata alle origini, quando l’apparizione delle rivendicazioni “democratiche” nel continente dopo la lenta maturazione anglosassone, in una politica non ancora strutturata in partiti, coincise con l’esplosione della produzione di libelli, spesso a sfondo sessuale. Ammesso e non concesso che i cacciatori riescano finalmente a tagliare la testa al Berlusca, alla fine si ritroveranno in mano la testa e niente altro. Anche in politica nulla nasce dal nulla e il nulla genera il nulla. Una setta può solo distruggere, ma non può mai strappare il consenso di un corpo elettorale non del tutto intimidito. A Berlusconi succederebbe un altro Berlusconi, diversissimo dal primo, con altre “tare” ben presto messe nel mirino dagli eterni sconfitti.

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Articoli Giornalettismo, Italia

Ce lo faccia sapere, Saviano

Mi domando spesso, e solo perché sono generoso, se Saviano sia scemo. O lo faccia. L’uomo non è di destra o di sinistra, e si libra leggiadro sulla miserabile tassonomia politica dei giorni nostri. Sta scritto nel suo biglietto da visita. Ma poi? Poi mette in fila infallibilmente, con comica ortodossia ed allarmante tranquillità, tutti i dogmi bislacchi dell’Antimafia impegnata. La Cosa Nostra della legalità, tanto per capirci.

Alla prima di “Vieni via con me” – locuzione di tipo veltroniano che la teppaglia leghista tradurrebbe più umanamente con un “Chi non beve in compagnia è un ladro o è una spia”, ma che è perfetta per la nostra sussiegosa società civile – è stato osceno. Ma proprio osceno. Incredibile. Ha detto che la democrazia è in pericolo. Che non siamo proprio al fascismo, ma quasi. Quasi quasi.

Il che è una grossa novità: vecchia di mezzo secolo almeno, dai giorni del primo golpetto rosso dei fatti di Genova, non quelli del G8, ma quelli del 1960. Allora era il clerico-fascismo ad abbondare sulla bocca degli stolti; negli anni settanta le BR s’inventarono il fascismo in camicia bianca delle pappemolle democristiane; il decennio craxiano ridiede vigore all’anatema socialfascista, caduto in disuso dopo che nel 1948 era stato riservato graziosamente a Saragat; poi piombarono dalla Brianza l’Anticristo, alias il Caimano, e i tempi funesti del fascismo catodico che ci ha rincoglionito tutti.

Sempre in pericolo la nostra democrazia. E molto lavoro per gli antifascisti di professione, che infatti hanno prosperato senza vergogna. Lavori faticosi come quelli socialmente utili, ma molto più gratificanti. Specie se si sparano balle ultraspaziali. Ragion per cui Saviano non si è sottratto: ha tirato fuori dal cilindro il più annunciato dei conigli, la macchina del fango, che non è il giornale su cui scrive, come sanno da trent’anni anche i muri cui è rimasto un residuo di moralità, ma quella degli scagnozzi di Berlusconi.

Una macchina del fango giusto come quella che cercò di disintegrare la reputazione di Falcone, «l’uomo delle tante sconfitte», prima della bomba che lo disintegrò per davvero. Ma bravo! Neanche una parola sui veleni di Orlando e di Magistratura Democratica, che trovavano bello spazio nei media antifascisti e democratici; e della guerra sorda e vittoriosa che gli fecero Luciano Violante e la stessa occhiuta Magistratura Democratica, in nome, anche allora, dell’indipendenza della magistratura. E’ quella la macchina del fango cui si riferiva? Le cronache non ne registrano altre. Ce lo faccia sapere. Non vorrà sembrare omertoso.

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Italia

Come previsto, ci siamo arrivati: democrazia = fascismo

Sapete qual è il nocciolo della questione? In uno stato di diritto non è il popolo, ad essere sovrano, ma la legge: tutte le volte che si cerca di invertire arbitrariamente questa elementare gerarchia si finisce per ricadere, più o meno consapevolmente, in una situazione che conosciamo fin troppo bene. Quella situazione, per usare un termine la cui portata viene spesso trascurata, si chiama fascismo. (“Se la legge è sovrana si chiama democrazia, se il popolo è sovrano si chiama fascismo”, Metilparaben, blog di Alessandro Capriccioli, L’Unità) (*)

(…) la democrazia, a lungo andare, ha spiacevoli conseguenze democratiche. Spiacevoli. Succede infatti che ai profeti della democrazia – che sono sempre in malafede appunto perché profeti – la democrazia piaccia finché le masse sono manovrabili: passive sotto di loro come lo erano sotto il Re. Di esse si servono per scalare i vertici del potere. Ne risulta che la democrazia, per costoro, è bella finché il popolo non è maturo per la democrazia. Ma quando i piccoli popoli eletti, militanti, piazzaioli e firmaioli non riescono più ad intimidire quello grande, quest’ultimo comincia a somigliare per davvero ad una somma d’individui pensanti. E quindi lo temono, l’hanno in dispetto, e sentenziano che la democrazia è “malata”, e cominciano a parlare di “regole”: i codici, di cui loro sono i custodi e gli interpreti, diventano allora il surrogato di una truppa popolare che si è democraticamente squagliata. (“E’ la democrazia, bellezze!” di Zamax)

Ma ora in Occidente, per fortuna, dopo due secoli di apprendistato, il popolo non è più una massa manovrabile tanto facilmente sul tavolo della politica. Ora il popolo è passabilmente, nella maturità dell’era democratica, solo una somma di individui, ciascuno dei quali con la sua testa pensante. E questo alla sinistra, massimamente in Italia, dispiace. Il giocattolo non funziona in più. Di fronte agli esiti imprevisti del suffragio universale è tutto un gran parlare di democrazia “malata”, di “anomalie” e di “populismo”. E quindi? E quindi è ovvio che per il consesso tartufesco dei Druidi Democratici la democrazia vada virtuosamente “imbragata”. Come? Col rispetto di “regole” sempre più invasive; con la trasformazione della Costituzione in una laica “Religione del Libro”, di cui loro sono, a proprio capriccio, i custodi e gli interpreti; con l’appello universale alle Istituzioni e ai Giudici. Costoro non sono i difensori della democrazia contro le minacce di un regime potenzialmente autoritario: sono, loro, nel pieno rispetto del loro pedigree politico-culturale, gli araldi di un fascismo o comunismo “debole”, sotto le spoglie “corrette” di una democrazia nei fatti commissariata. (“A sinistra la democrazia non va più di moda”, di Zamax)

Egregio signorino Capriccioli, a lei, a voi, agli ipocriti, agli imbroglioni, fin dall’inizio la democrazia piacque solo se accompagnata da un onnipotente ed onnisciente Comitato di Salute Pubblica: perché il popolo è una merda, se non vi ascolta.

(*) Non sono così pazzo da leggere Metilparaben’s blog. Mi capita invece di dare un’occhiata ogni tanto a Topgonzo’s blog.

Articoli Giornalettismo, Italia

La storia deviata

Quasi settant’anni fa l’otto settembre del 1943 significò per l’Italia la fine ufficiosa di una guerra persa e strapersa, dopo averla combattuta al fianco dei nazisti, a sciagurato ma non troppo casuale coronamento dei due decenni dell’Era Fascista. Prima, ricordiamocelo – perché sembra che nonostante la scuola dell’obbligo e quella facoltativa, e l’università, e i media, e gl’intellettuali, e i capocomici impegnati, gl’italiani se ne siano bellamente scordati – prima ci furono sei decenni di Italia liberale. Stracciona magari. Ma liberale. Dopo, ricordiamocelo, sei decenni di Italia democratica. Stracciona magari. Ma democratica. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più “veramente” persa. La guerra l’avevano persa “loro”, i fascisti.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi “convertita” solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso “veramente” democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche “laico” non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito. Molto male gliene incolse: nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.

Nel discorso di Moro non si parlava di fascismo, di golpe, e dei soliti disegni autoritari. Si parlava di corruzione. La Storia Deviata infatti da tempo batteva soprattutto su questo tasto. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe “capitalista”, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste.

La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente.

La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future.

La terza conobbe due sviluppi, paralleli, ma i cui protagonisti erano in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: “la questione morale” di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo e mallevadore della propria democraticità per dare del fascista al prossimo. Al messianismo comunista (che succedeva al messianismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la “democrazia compiuta” che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino: col corollario dei suoi provvidenziali “nemici”, evidentemente. Nel mio piccolissimo, sono stato tra i primi qualche anno fa ad usare con rinnovata frequenza questo termine, “giacobino”. Se dà fastidio a molti, sono più che contento. Se ne facciano una ragione: il termine è esattissimo. La pubblicistica prerivoluzionaria in Francia faceva il pieno di scandali e di cricche; mise a punto i meccanismi della demolizione ad personam; grondava di retorica sulle virtù dell’uomo onesto, il futuro “cittadino” della repubblica.

Oggi alla Storia Deviata fa l’occhiolino Gianfranco Fini. Gliene vengono applausi, considerazione, patenti di democraticità e liberalismo. Anche se fra i suoi ci sono dei veri e propri invasati, con quel tocco di pittoresco che fa tanto italiano e che riesce a volte anche a far ridere. Dimentica però che non c’è più il corpo molle della DC. Allora il giochetto era facile. La creatura berlusconiana è assai più coriacea. Nel paese sono cresciuti gli anticorpi. Non è più tanto facile incantare la gente agitando la mazza della legalità. Le bocche da fuoco dei berlusconiani fanno il verso a Repubblica, firmaioli compresi, con grande e divertente scandalo dei benpensanti che per trentacinque anni hanno considerato tale attività in non plus ultra del progressismo democratico. Quando il grandioso baraccone della Storia Deviata rovinerà su se stesso, una mezza Italia si domanderà di cosa aveva paura; all’altra si apriranno gli occhi su nuovi cieli e potrà cominciare a pensare a vincere invece di continuare a raccontare a tutta la gente del suo falso incidente. E sarà la riforma delle riforme.

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Articoli Giornalettismo, Italia

Tra realtà e rivoluzione

Infrantosi col collasso politico e sociale succeduto alla fine della prima guerra mondiale il graduale processo d’inserimento del movimento socialista nella vita parlamentare italiana, il massimalismo che ne è seguito ha generato le due forme antidemocratiche e antiliberali del socialismo nazionale – ossia il fascismo – e del socialismo internazionalista – ossia il comunismo. Il paese cedette al primo fino alla sua caduta con la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Da allora il massimalismo si colorò, quasi unicamente, di rosso. Con il crollo del comunismo in Europa, privo di un progetto politico di un qualsiasi colore, il massimalismo si è ridotto alla pratica del giacobinismo, ossia alla pura delegittimazione dell’avversario con argomenti extrapolitici, o almeno quelli non compresi nel normale perimetro del dibattito politico delle democrazie liberali. Ciò spiega come oggi sia possibile il confluire in una stessa area politica – nominalmente di sinistra – di uomini d’ordine come Di Pietro o Travaglio. Le elezioni politiche del 2008, vinte dal centrodestra guidato da Berlusconi, sono da considerarsi storiche. Hanno segnato la fine per il massimalismo di ogni reale prospettiva di potere, in quanto quell’Italia di mezzo rappresentativa di conservative oligarchie economiche, e quindi interessata a tenere in basso la marea montante delle classi economicamente più dinamiche del paese alle quali il self-made man Berlusconi dava voce politica, e quindi potenziale alleata della sinistra in un disegno di conservazione, anche perché intimorita dalle conseguenze che una fine traumatica del Cavaliere avrebbe per essa significato se gli si fosse legata in qualche modo esplicitamente; quell’Italia di mezzo dunque ha riposto nel cassetto il sogno di archiviare il Cavaliere come un’anomalia della storia italiana e di accettarne la realtà politica. Ciò è testimoniato dal netto cambio di rotta attuato dai grandi giornali del Nord, il Corriere della Sera, La Stampa e il Sole24Ore all’indomani delle elezioni. Ciò è testimoniato dalla vicenda del salvataggio di Alitalia, faccenda invero ben poco onorevole da un punto di vista di cultura economica ma assai significativa dal punto di vista politico, in quanto ha concretamente simboleggiato la nuova epoca di collaborazione, o per meglio dire l’armistizio, tra la realtà politica della Casa delle Libertà e i cosiddetti ex poteri forti, il cui indebolimento e il cui venire a patti costituiscono non l’inizio del regime berlusconiano, ma al contrario una democratizzazione dei poteri reali nel paese.

La neutralizzazione del massimalismo pone finalmente la base per la pacificazione e la normalizzazione liberaldemocratica del paese, e la reale conclusione di un infinito dopoguerra. L’ultima arma in mano alla fazione antidemocratica, esaurito ogni altro argomento e maneggiata ben s’intende nel nome della democrazia, alla bisogna sostanziale, è la retorica legata al rispetto della legalità, nel campo privato, pubblico e costituzionale, mantenendo, con quest’ultimo ambito, la possibilità di accusare di “fascismo” l’avversario politico. La lotta per la “legalità” non è perciò disinteressata, ma è strumentale ad una visione palingenetica dei cambiamenti politici, destinata però nei momenti cruciali a venir respinta dalla nazione per istinto di autoconservazione. Questa particolare fisiologia dei processi democratici, in un paese che riesce ancora a produrre gli anticorpi necessari, fu bene illustrata in una paginetta di Alexis de Tocqueville:

La nostra filosofia irreligiosa fu predicata tra loro [gli inglesi] anche prima che la maggior parte dei nostri filosofi venisse al mondo: fu Bolingbroke che ammaestrò Voltaire. Durante tutto il diciottesimo secolo l’incredulità ebbe in Inghilterra rappresentanti celebri. Scrittori abili e profondi pensatori ne sposarono la causa; ma non poterono mai farla trionfare come in Francia, perché tutti coloro che avevano qualcosa da temere dalle rivoluzioni si affrettarono a venire in soccorso della religione riconosciuta. Anche quelli che erano più vicini alla società francese di quel tempo e non giudicavano false le dottrine dei nostri filosofi le respinsero come pericolose. Grandi partiti politici, come accade sempre fra i popoli liberi, trovarono interesse a vincolare la loro causa a quella della Chiesa; si vide Bolingbroke stesso divenire alleato dei vescovi. Il clero, animato da tali esempi e non sentendosi mai solo, difese energicamente la propria causa. La Chiesa d’Inghilterra, nonostante il vizio della sua costituzione e gli abusi di ogni genere che formicolavano in essa, sostenne vittoriosamente l’urto; scrittori, oratori uscirono dalle sue file e si schierarono con ardore a difesa del cristianesimo. Le teorie che gli erano ostili, dopo essere state discusse e confutate, furono infine respinte dallo sforzo stesso della società, senza che il governo se ne immischiasse.” (Alexis de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Libro III, Capitolo II)

Lo abbiamo visto anche in questi giorni. L’improvvido appello allo straniero di Di Pietro è stato il catalizzatore di un rigetto generalizzato dell’approccio distruttivo della fazione giacobina: giornalisti e personalità sempre critiche nei confronti di Berlusconi hanno fatto muro in sua difesa, senza dirlo esplicitamente, nei giorni del G8 italiano: Sergio Romano, Gian Antonio Stella, Stefano Folli e altri. Fra questi, Piero Ostellino, che ha attaccato direttamente e duramente Di Pietro, ma con dovizia di argomenti, e con pacatezza. Gli ha risposto assai sgradevolmente invece D’Avanzo, alfiere di Largo Fochetti di una delle tante “vere opposizioni” della sbrindellata e sempre più minoritaria sinistra; siamo nel 2009, ma al suo interno, in Italia, c’è sempre un’opposizione più “vera” della tua che ti manda all’opposizione, e quindi nel campo dei collaborazionisti, e quindi nel gregge dei “servi e dei lacchè”:

Dunque, se non a ugole gregarie per vocazione (come Piero Ostellino, soi-disant liberale di via Solferino, parolaio indifferente ai fatti, che vede separazione dei poteri dove c’è – macroscopico – un “potere unico” che liquida il principio costituzionale d’eguaglianza), almeno al capo del governo è chiaro di che cosa si discute.

Niente di nuovo; oggi possiamo perfin sorridere, ma in altri anni con certi marchi d’infamia addosso non avrei passeggiato tanto tranquillo per strada. Tuttavia la fazione massimalista, la grande falange politicamente corretta che è stata il vero modello del tribalismo della società italiana, pur essendo ormai un ramo politicamente secco, è ancora assai vasta. Non ci si sveste di un abito mentale indossato per tanto tempo nel giro di un mattino, prova ne sia la surreale chiamata in causa della “questione morale”, come arma politica tutta interna, in merito alla vicenda dello stupratore seriale di Roma, da parte del candidato apparentemente più “laico” e meno politicizzato alla segreteria del PD, Ignazio Marino. Insomma, gran confusione sotto il cielo di una sinistra tra realtà e rivoluzione. Non necessariamente negativa. Al contrario. Nell’ultimo editoriale domenicale su Repubblica, Eugenio Scalfari prima non ha rinunciato al vecchio vizio di trasformare gli aggrediti in aggressori e viceversa, e di dipingere il primo ministro come un duro autocrate:

Berlusconi avrebbe potuto esercitare una piccola parte da statista associando al successo l’opposizione che ha accettato la tregua chiesta da Napolitano. Ma nemmeno questo ha fatto. Ha continuato ad attaccarla tutti i giorni, chiamandola “opposizione-cadavere, comunista, faziosa”. Poi, una volta chiuso il sipario sul G8 dell’Aquila, è andato ancora più in là: si sta rimangiando l’impegno preso anche in suo nome dal ministro Alfano con il Quirinale circa una pausa nella legge sulle intercettazioni; ha ripetuto che non ha intenzione di trattare alcunché con l’opposizione; ha maltrattato i suoi dissidenti interni; ha richiamato all’ordine perfino la Lega. “Ora dev’esser chiaro a tutti che sono io che comando” ha detto ieri. L’ora della carota è passata e si ricomincia col bastone.

ma poi ha concluso l’articolo con parole che, pur criticissime, sanno quasi di resa ad una ragionevolezza in piena contraddizione con il mito di un dittatore e di un paese incamminato verso la dittatura veicolato dal suo stesso quotidiano:

Dal canto nostro, poiché è di noi che si parla, le nostre riserve e le nostre critiche non cesseranno se non altro per indurre il premier scapestrato a cambiare definitivamente comportamenti pubblici e privati che sono l’esatto contrario da quelli ai quali un capo di governo dovrebbe attenersi. Continueremo dunque a pubblicare notizie di fatti come è compito di ogni giornale, ma non speriamo e non ci illudiamo di vedere effetti vistosi. Salvo quello di vedere il premier far bene il mestiere dell’anfitrione, ma di questo eravamo certi. Purtroppo non è di questo che ha bisogno il nostro Paese.

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Articoli Giornalettismo, Italia

Liberiamoci della Liberazione

Fino a non molti anni fa si celebrava la festa del 4 Novembre, Giornata della Vittoria e delle Forze Armate. Non avendo le stimmate della perfetta santità democratica, cadde subito vittima sul fronte della razionalizzazione del calendario lavorativo, un po’ troppo lassista, dei fannulloni dell’epoca pre-brunettiana. E in fondo, dove fu la Vittoria? Più che porgere la sua chioma all’Italia, fu essa a fare lo scalpo allo Stivale. Nell’Italia fatta col regolo dei laici tutti d’un pezzo, dei pianificatori centralisti, di destra quasi sempre, di sinistra sempre, perfino i liberali col culto della Patria, nel clima aggressivamente positivista dei primi anni del ‘900, videro nella prima guerra mondiale l’occasione di portare a compimento il Risorgimento, geograficamente e antropologicamente, mirando a impadronirsi delle spoglie subalpine del traballante Impero Austro-Ungarico senza aspettarne la naturale decomposizione, e a fondere definitivamente le genti italiche, ora uniformate dalla divisa, nel “crogiolo” della guerra.

Giolitti aveva avuto ben chiari i limiti dell’ancora fragile costruzione italiana, e solo nel 1911 si era deciso a calmare gli appetiti del crescente nazionalismo, sempre sintomo di un cattivo metabolismo interno che cerca sfogo all’esterno, con l’impresa semidomestica della conquista della Cirenaica e della Tripolitania. Ma non bastò. E nel 1915 si andò in guerra. Nessuno, in Europa come in Italia, previde l’immane macello. Un paese non provato dalle scosse telluriche della guerra e del dopoguerra forse avrebbe resistito meglio alle patologie del novecento. Subito dopo l’immortale vittoria, infatti, invece del vaticinato parto della razza italiana ci fu il collasso. E’ un vecchio e ostinato mito – un infido costruttivismo di ordine politico, per così dire – mettere a fondamento non tanto del sentimento quanto della coesione nazionale guerre di “liberazione” o di difesa dallo straniero. Cosicché a volte le si cerca, a guisa di grandioso esperimento di laboratorio su materiale umano, nel tentativo artificioso di accelerarne lo sviluppo. Oppure si spiega la gracilità di quest’ultimo, retrospettivamente, proprio con la mancanza di tali prove del fuoco.

Ma l’idea astratta e perciò fuorviante dell’incompiutezza del Risorgimento ha fatto vittime illustri anche su altri versanti ideologici, ed è il segno di una forma mentis che come una malattia endemica non è mai del tutto scomparsa dalla penisola. Che Gramsci considerasse il Risorgimento una “rivoluzione incompiuta”, in quanto le masse popolari vi figurarono solo come soggetti passivi, non vi ricorda qualcosa? Non vi ricorda qualcosa legato a doppio filo alla retorica bolsa del 25 Aprile? Non vi ricorda i miti brigatisti della “resistenza tradita”? E quelli neogiacobini della democrazia non ancora “compiuta” della sinistra legalitaria dei giorni nostri, quella lugubre e saputa del gran sacerdote Zagrebelsky ad esempio? Che la figura di Giolitti, che ci governava un secolo fa, non sia ancora riuscita a togliersi di dosso la nomea di “ministro della malavita”, a causa della celebre definizione di Gaetano Salvemini, non è un significativo esempio, proprio perché non volgare, del radicalismo apocalittico di quella stessa sinistra laica e socialista dal cui corpaccione ottocentesco subito dopo la guerra, nell’avvitarsi della crisi, fuoriuscirono il Partito Fascista e a quello Comunista, e le cui pulsioni demonizzanti ancor oggi non hanno trovato perfettamente pace?

Nella sua “Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni” Sergio Romano nota, dolendosene, che “né i cattolici né i comunisti” – cioè di gran lunga le due maggiori formazioni politiche degli anni del dopoguerra e dell’era repubblicana – “condividevano i principi ispiratori dello stato unitario”. Ma ciò forse non era dovuto al fatto che anche per l’illuminato liberalismo ottocentesco da grandi proprietari terrieri, che egli sembra rimpiangere e che indubbiamente ebbe i suoi meriti, il popolo rimaneva pur sempre una manovalanza anonima che alle élites spettava guidare, educare, alla bisogna bastonare, non dissimilmente da quanto avrebbero potuto fare i comitati centrali dei demagoghi socialisti o i gran consigli di quelli nazionalisti?

I lunghi decenni del potere democristiano non sono stati un’usurpazione clericale del potere civile: hanno chiuso una ferita più con la storia di un popolo che con la Chiesa Cattolica; ma hanno anche tolto ogni illusione sulla praticabilità e sull’opportunità di un “partito dei cattolici”. Dall’altra parte, rimasto sfortunatamente in canna il colpo della rivoluzione, i comunisti dovettero acconciarsi all’italianità e lo fecero furbescamente a loro modo, impadronendosene. Trovarono al paese una nuova data di nascita: il 25 aprile 1945. Come dal giorno della Marcia su Roma 23 anni prima partì l’Anno I dell’era fascista, dal giorno della “liberazione” partì idealmente l’Anno I della democrazia, di cui si autonominarono guardiani e garanti, e costruirono il mito fondante della Resistenza con un corredo mirabolante di balle spaziali. Trasformare il disastro di una guerra persa e strapersa in una mezza vittoria; trasformare un’attività di guerriglia militarmente ininfluente per gli esiti della Liberazione, per di più condotta in buona parte da una banda di rivoluzionari pronta a mettere in riga il paese con ancor più fanatismo dei manganellatori del ’22, per di più composta questa banda da una truppa numerosa di voltagabbana dell’ultima ora; per di più presente questa truppa numerosa di voltagabbana soprattutto in quelle roccaforti nere che nel giro di una notte si mutarono nelle roccaforti rosse del dopoguerra e cominciarono subito a rompere i marroni con l’antifascismo con lo stesso zelo esibito nell’epoca fascista; trasformare tutto questo nella sollevazione morale di un popolo che assisteva passivo è un gioco di prestigio da pagliacci più che da bari di professione.

Non fu solo Mussolini a voler “fare” gli italiani; nel loro piccolo tutte le ideologie politiche cercarono di imporre al paese un modello dell’italiano comme il faut creato a propria immagine e somiglianza. L’ebete devoto della Resistenza e della Costituzione – la Bibbia Laica di qualche serioso e involontario umorista – ne è solo l’ultima versione. Rompere l’incantesimo dei diversi settarismi via via spacciatisi per esempi di ortodosso civismo è l’impresa riuscita allo statista… Silvio Berlusconi. La storia renderà merito allo psiconano, al caimano e anche allo spelacchiato aspirante sciupafemmine con la bandana, ci si metta il cuore in pace. E finalmente agli italiani sarà concesso di “farsi” a modo loro, senza che qualche maestrino del kaiser di religione laico-repubblicana si senta in dovere di indicare loro la via, la verità e la vita.

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Italia

La Messa del Circo Massimo

Ci sono andati in tanti. Due milioni e mezzo secondo gli organizzatori. Duecentomila secondo la questura. La differenza è solo apparente: un democratico italiano – di sinistra – vale almeno una dozzina di italiani normalmente dotati, anche se della stessa razza. E quindi i conti tornano. Il preambolo numerico gioiosamente annunciato, propedeutico all’esorcismo collettivo per liberare il corpo dell’Italia dai demoni, è solo l’inizio del rito. Il Partito Democratico, dice Walter, è il più grande partito riformista che l’Italia abbia mai conosciuto. Di nuovo c’è che rappresenterebbe la parte migliore del paese. Questo è infatti il primo avvertimento rivolto a Berlusconi perché l’intendano tutti quei lazzaroni dei suoi supporters: “L’Italia è un paese migliore della destra che lo governa.” Intanto. Poi arriva il secondo: “L’Italia è un grande paese democratico, un paese che ama la democrazia.” Che serve solo come rampa di lancio per l’intimidazione finale, non prima del classico furto con destrezza e a cadavere ancora caldo della memoria del defunto padre della repubblica Vittorio Foa, il cui spirito è stato richiamato in terra ancor prima di giungere al settimo cielo, attraverso la benedizione di un grande striscione. Pure questa risolutiva ingiunzione è un promettente segnale del nuovo corso riformista: “L’Italia, signor Presidente del Consiglio, è un paese antifascista.”

Sembra, a quanto dice Walter, che Berlusca, sollecitato per l’ennesima volta ad una pubblica professione di fede antifascista, abbia risposto infastidito di non aver tempo da perdere. Voglio dire a Walter che Silvio è stato troppo educato. Siccome mi sento parte in causa, in qualità di rappresentante dell’Italia peggiore, e libero da parentele imbarazzanti, voglio rispondere io alla domanda: con un bel rutto liberatorio e democratico, liberaldemocratico. Dopo di che potete continuare con il mantra che recitate da sessant’anni: noi di sinistra siamo contro la mafia, non so voi; noi di sinistra siamo contro il razzismo, non so voi; noi di sinistra siamo per la legalità, non so voi. La meglio gioventù, la meglio maturità, la meglio vecchiaia ecc. ecc.

Unico sussulto: “il Piano Organico” per risollevare il paese, sufficientemente di sinistra in quanto “piano”, ma anche sufficientemente umano in quanto “organico”; così la pensava anche il nostro beneamato Duce Benito Mussolini proprio ai tempi del New Deal col suo “Stato organico, umano che vuole aderire alla realtà della vita”, roba che neanche Tremonti nei suoi sogni più trasgressivi avrebbe mai osato immaginare.

Be’, continuate: maledite, benedite, salmodiate. Ma non perdete la speranza. Dài che prima o poi arriva la fine del mondo, e con essa l’Angelo Sterminatore e le chiavi della Nuova Gerusalemme Tricolore. Amen.

Italia

Massacri e torture?

Se un giorno a Dante Alighieri, dopo aver girovagato per Inferno, Purgatorio e Paradiso, ed aver riposato per sette secoli nella tomba in attesa del Giudizio Finale, venisse voglia di fare una rimpatriata nostalgica, alla frontiera del paese probabilmente gli accadrebbe di fissare gli occhi su un curioso, inesplicabile cartello:

PER ME SI VA VERSO L’ETTERNO FASCISMO/LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CH’ENTRATE

Almeno è quello che temo, dai toni di una piccola discussione sostenuta nel sito di Noise from Amerika, ed innescata, per quel che mi riguarda, da questo commento. Di seguito gli interventi del sottoscritto.

Disturbing? Come on, pleeeeeease… Just a little bit of common sense non guasterebbe proprio. Se un marziano capitasse in Italia e sentisse parlare del “massacro” e delle “torture” della Bolzaneto e della Diaz, a cosa penserebbe, se non a famiglie che ancor oggi piangono i propri morti? A orbi, sciancati e zoppi che ancor oggi si portano dietro i segni delle torture? E invece, tra le vittime di queste ormai mitiche imprese fasciste non c’è nessun morto, nessun ferito che non se la sia cavata con qualche settimana al massimo – per quello che ne so io – di cure. Vogliamo andare a vedere tutte le volte che la polizia di altri paesi democratici e civili ha abusato dei propri poteri e si è spinta nell’arbitrio? Perché non vogliamo parlare del ricatto di tanti sedicenti democratici di razza purissima e superiore, della manovalanza che mette a ferro e fuoco una città, con centinaia di automobili incendiate, e degli spettatori compiaciuti e complici nelle strade e nelle stanze dei giornali, che non aspettano altro che la polizia perda la testa, pur di provare che viviamo in un paese fascista? Ma dai… Così da permettere al magistrato di turno, qualche anno dopo, come ha fatto oggi il PM Zucca di sentenziare tartufescamente nella requisitoria contro gli imputati per i fatti della Diaz: “Speriamo che la sentenza riporti alla luce e abbia come base il principio fondamentale della democrazia, che è che la polizia rispetti la legge. Noi avremmo voluto che lo facesse. I fatti che abbiamo illustrato sono così gravi perché minacciano la democrazia più delle molotov lanciate.” Dio che ipocrisia! Ma pensi al codice penale, questo giustiziere democratico, e non dia lezioni di democrazia da quattro soldi al popolo bue. “Noi avremmo voluto che lo facesse.” No, non è vero: c’era buona parte dell’Italia democratica che sperava proprio il contrario e che per i fatti della Bolzaneto e della Diaz strinse i pugni per soddisfazione. (Zamax, 17 Luglio 2008, 20:42)

Per rispondere anche a Boldrin. Non ho detto che alla Bolzaneto e alla Diaz non sia successo nulla. La polizia sbagliò ma gli eccessi vanno almeno contestualizzati. Il governo Berlusconi si era appena insediato. La sinistra vide nel G8 un’inconfessabile occasione per dare una spallata al governo e alimentò coi suoi silenzi e le sue mezze parole il clima di scontro, col suo stare “né da una parte né dall’altra” di triste memoria. E’ un po’ ipocrita mettere le persone in situazioni impossibili, e poi dal loro la colpa se non si dimostrano professionalmente impeccabili. Ammettiamo pure che non solo non si dimostrarono tali, ma che non andarono nemmeno lontanamente vicini a standards accettabili. Questo giustifica vaniloqui sulle sorti della democrazia, solo per impressionare l’opinione pubblica? Quando i PM parlano, come hanno fatto, di “massacri” e “torture”, usano termini che in lingua italiana hanno un significato ben preciso, e che suonano quantomeno offensivi per le vittime dei veri massacri e delle vere torture in giro per il vasto mondo.

E su questo ho il forte sospetto che i bassi istinti che le forze dell’ordine hanno sfogato a Bolzaneto e Diaz si sono scatenati anche perché in maniera informale e’ stata data loro via libera dagli elementi fascistoidi della maggioranza di destra allora al governo. [da un commento di A.L., N.d.Z.]

Questo è il messaggio subliminale che la magistratura inquirente vuol fare passare. E cioè, anche se non si può dirlo a chiare parole (tanto ci penseranno i giornali & C. a completare il pensiero), in ultima analisi i fatti della Bolzaneto e della Diaz non sono concepibili senza la particolare natura del governo Berlusconi. Ma tutto ciò non ha alcun senso. IL Governo si era appena insediato e tutti si rendevano conto che il G8 era una gran brutta gatta da pelare, davanti agli occhi di tutto il mondo. Fascisti magari sì, ma scemi fino a questo punto…. (Zamax, 18 Luglio 2008, 14:24)

Sapevo io che ad usare la parola “contestualizzati” mi fregavo da solo. Perché in effetti concetti simili sono spesso serviti in Italia per scusare l’inscusabile. Ma io non l’ho usata a sproposito. Oh capisco lei vuole dire che in un paese decentemente civile la polizia dovrebbe sempre saper come comportarsi no matter what. Ma in un paese dove le adunate semisediziose, le okkupazioni proletarie, gli espropri sempre proletari, gli scioperi selvaggi ecc. ecc, sono sempre state considerate dalla cultura dominante – democratica senza fallo e di sinistra – cose semilegali, i corpi di polizia non si sono mai sentiti con le spalle coperte dalle istituzioni; non per manganellare a destra e a sinistra, ma per fare il proprio dovere. Cosicché quando le cose si facevano dure, i nostri piedipiatti si sono sempre barcamenati tra la frustrazione impotente e le sfuriate rabbiose. E se dobbiamo trovare un colpevole, più degli altri, di questa incertezza del diritto come non vederlo in quella stessa sinistra che per i sessant’anni del dopoguerra non ha fatto altro che delegittimare istituzioni e maggioranze politiche regolarmente elette, veicolando ossessivamente, velenosamente, nell’opinione pubblica l’idea di essere governati non da inetti o incapaci passabilmente trafficoni, ma volta a volta da: clerico-fascisti, golpisti di stato, stragisti di stato, corrotti, mafiosi ecc. ecc. E’ questa grande tribù sedicente democratica che ha educato tutte le piccole tribù peninsulari ad appropriarsi del proprio pezzetto d’Italia. Ma il governo Berlusconi nel 2001 – circoscrivendo il problema alla pubblica sicurezza – in quattro e quattr’otto avrebbe dovuto raddrizzare questa situazione. Siccome non credo oggi alla favole della Napoli ripulita dall’immondizia dai miracoli di Supersilvio, non credevo neppure a quel tipo di miracolo, e non lo pretendevo. Se poi pensiamo di costruire un paese “liberale” auspicando una sorta di grandiosa palingenesi morale, beh, nella storia non è mai successo. (Zamax, 18 Luglio 2008, 21:43)

Calma. E sangue freddo. Io sono intervenuto proprio perché ho letto l’articolo del Guardian. Est modus in rebus. Io non faccio l’avvocato di nessuno, anche se non nascondo le mie preferenze politiche, qui e ora in Italia. Io ho cercato di dare un’interpretazione equilibrata dei disordini del G8. La mia, ovviamente. Se da quello che è successo si vuol trarre la conclusione che questi e quelli pari sono, sorry, ma è una cosa che funziona solo come trappola retorica, ma non regge alla prova dei fatti. L’articolo del Guardian termina in effetti così:

That is about fascism. There are plenty of rumours that the police and carabinieri and prison staff belonged to fascist groups, but no evidence to support that. Pastore argues that that misses the bigger point: “It is not just a matter of a few drunken fascists. This is mass behaviour by the police. No one said ‘No.’ This is a culture of fascism.” At its heart, this involved what Zucca described in his report as “a situation in which every rule of law appears to have been suspended.” Fifty-two days after the attack on the Diaz school, 19 men used planes full of passengers as flying bombs and shifted the bedrock of assumptions on which western democracies had based their business. Since then, politicians who would never describe themselves as fascists have allowed the mass tapping of telephones and monitoring of emails, detention without trial, systematic torture, the calibrated drowning of detainees, unlimited house arrest and the targeted killing of suspects, while the procedure of extradition has been replaced by “extraordinary rendition”. This isn’t fascism with jack-booted dictators with foam on their lips. It’s the pragmatism of nicely turned-out politicians. But the result looks very similar. Genoa tells us that when the state feels threatened, the rule of law can be suspended. Anywhere.

Mettere al centro di suggestioni apocalittiche i fatti della Diaz e della Bolzaneto fa semplicemente ridere chi abbia ancora la testa sulle spalle. (Zamax, 19 Luglio 2008, 13:13)

Mah! Che lei dica di non essere d’accordo, lo capisco. Che lei dica che io giustifico – almeno indirettamente – pestaggi e detenzioni illegali, non lo capisco. Che siano state “organizzate” e, soprattutto, avallate politicamente son cose tutte da provare. La seconda ipotesi poi – l’avallo politico – secondo me non sta né in cielo né in terra. Io ho cercato di riportare le cose alla loro esatta dimensione, non a giustificarle. Comunque ognuno può pensarla come vuole. Non siamo mica -ancora – nel Ventennio. (Zamax, 19 Luglio 2008, 17:45)

Una soluzione maliziosa ai suoi quesiti potrebbe essere che ai gradini più bassi – con quel governo, con quel primo ministro, con quel ministro dell’interno – si sentissero più liberi di agire in un certo modo. E ritenessero di averne un tacito avallo. Cioè che considerassero proprio abbastanza fascisti i loro superiori. Ma io non credo neanche a questa. La mia spiegazione è culturale in senso più largo, che è quella di cui ho delineato sommariamente i tratti più sopra, quando ho accennato alla particolare posizione dei corpi di polizia nella considerazione dell’opinione pubblica e all’incertezza del diritto. Comunque fare dei fatti della Bolzaneto e della Diaz una specie di luogo della memoria o un turning point della nostra storia recente, mi sembra solo uno di quei miti di cui s’inebria la sinistra nostrana da più di mezzo secolo. Questo è il succo di quello che intendo dire. Minimizzo? Può darsi, ma non credo. (Zamax, 19 Luglio 2008, 19:56)

Scusi, perché strilla? Se l’articolo di Boldrin avesse trattato di argomenti strettamente economici, la zampetta dentro il blog l’avrei messa con molta, molta prudenza, viste le mie cognizioni in materia, che non sono comunque quelle di uno completamente a digiuno. Ma l’articolo era di stampo politico, nel senso più largo del termine, e di tono abbastanza apocalittico. Qualcuno poi ha tirato fuori dal cilindro i fatti del G8 2001 conditi di allusioni al fascismo, la qual cosa mi è parsa una grossolana esagerazione. E sono intervenuto come per dire: diamoci una calmata. Punto.

Quanto al resto. La questione morale – dal punto di vista della propaganda politica – è un’invenzione di Berlinguer negli anni ’70. Che a fare l’alfiere di questa crociata moralistica fosse il capo di un partito alimentato dall’oro di Mosca e che curava con professionale pervasività rapporti osmotici con un pezzo importante dell’economia italiana – quantomeno e non solo – fa semplicemente sorridere, o no? In un certo senso la questione morale fu la continuazione del comunismo con altri mezzi. Dalla fine della seconda guerra mondiale, la sinistra italiana ha sempre avocato a sé, nel panorama domestico, l’esclusiva della democraticità. Lo ha fatto perché era di radice comunista. E questo ha avvelenato e bloccato la vita politica nel nostro paese quasi fino ad oggi. Per dimostrare questa esclusiva di democraticità fino agli anni ’70 bastò il patentino marxista. Ma il declino dell’impero sovietico, i fatti cambogiani ecc. ecc., il terrorismo interno, spinsero la sinistra a rimaneggiare la propria immagine. Fu un ritorno all’originario giacobinismo: il partito dei democratici e degli onesti. Portavoce principale: il nuovo quotidiano La Repubblica. Ma il tacito corollario era sempre lo stesso: gli altri non erano né democratici né onesti. Oggi la sinistra, con la solita disinvoltura, ha fatto della figura di Aldo Moro un santino della parte giusta, dimenticando che prima di essere “processato” e “giustiziato” dalle Brigate Rosse, lo stesso Aldo Moro si era alzato in Parlamento dicendo che “la Democrazia Cristiana non si farà processare”. E’ inutile che oggi si voglia far passare Berlusconi per la grande anomalia della democrazia italiana. Berlusconi è solo l’ultimo episodio della saga del grande complotto antidemocratico di cui si nutre l’infantilismo della sinistra nostrana: la legge truffa, i clerico-fascisti, la mistica del golpe sempre incombente, la Dc che copriva le stragi di stato, la P2, e poi negli anni ’80 i ladrocini del socialfascista Craxi, colpevole in realtà – ovviamente – di essersi opposto alla resa della Dc al Pci, ragion per cui alla fine fu messo in mezzo e eliminato dai postcomunisti e dalla sinistra Dc, non a caso oggi le anime (morte) del Partito Democratico. Che l’antiberlusconismo sia solo l’ultima versione di questa pulsione giacobina della sinistra italiana lo si ricava facilmente prendendo in mano i libri e i giornali degli anni ’60, ’70, quando l’Italia visse un epocale ed inevitabile cambiamento di costumi che la sinistra cavalcò e guastò. Nel 1960, quasi mezzo secolo fa!, Pannunzio – non un comunista – scriveva sul Mondo:

Siamo o meno alla vigilia di un nuovo ‘22? Non si tratta di un problema accademico. […] Insomma il fascismo degli anni sessanta non può essere il fascismo degli anni venti: ma non per questo il fenomeno del ‘60 è qualcosa di profondamente diverso da quello del ‘20. È finito il fascismo delle squadre d’azione, della violenza combattentistica, del nazionalismo esasperato: è rimasto – e in qualche misura – lo spirito antidemocratico, la tendenza all’autoritarismo, la pressione degli interessi economici; e c’è, inoltre essenziale novità in una situazione dominata dalle forze cattoliche, la volontà di potenza di un corpo, come la gerarchia ecclesiastica, con i suoi organismi e i suoi laici, estraneo alla società organizzata a Stato, e proprio perché estraneo intrinsecamente sopraffattore. I caratteri formali del movimento che rovesciò il regime democratico quarant’anni fa sono mutati; il colpo di Stato è un obiettivo che oggi non ha più senso. Ma che l’attacco esterno del fascismo allo Stato sia divenuto l’interna degenerazione clerico-fascista dello Stato, nulla toglie all’essenziale, se non in questo: che ha reso più difficile riconoscere un pericolo che è identico.

Bum! E’ evidente che tutta questa ventata di moralismo e sedicente democraticità aveva più i caratteri della violenza rivoluzionaria – quindi strumentale a fini di potere – che quelli del civismo disinteressato. Gli italiani, all’ingrosso, lo sentivano, ne hanno avuto paura e l’hanno respinta. Nelle scelte politiche di fondo il primum vivere è stata la maledizione necessaria del nostro paese. Hanno governato sempre gli stessi? Stupisce che non se ne veda la ragione. Tutto sommato la Spagna postfranchista e la Grecia postcolonnelli hanno trovato abbastanza agevolmente un loro equilibrio politico, nel quadro di un bipartitismo di stampo europeo, composto da un partito socialdemocratico ed uno popolare/conservatore. L’Italia no. E non lo ha trovato, questo equilibrio funzionale, perché la sinistra italiana – comunista, signori miei – non è stata mai un partito moderno vero e proprio; è stata una setta, una fazione, quasi uno stato nello stato, con la sua economia, con i suoi media, con la sua magistratura ecc. ecc., che ha attirato molti perché a molti offriva i suoi vantaggi; una fazione tanto grossa da pretendere infine di diventare lo stato tout-court. E’ per questo che dico che questa grande tribù sedicente democratica ha educato tutte le piccole tribù peninsulari ad appropriarsi del proprio pezzetto d’Italia. Cito da un mio post:

[…] in uno stato tanto impiccione quanto imbelle e disertore dei suoi doveri fondamentali, che ha scarsa considerazione dei diritti del singolo, con noncuranza sottoposto sistematicamente a continui calvari burocratici e con pari trascuratezza gettato tranquillamente in pasto all’opinione pubblica, e che però viceversa si mostra assai molle e conciliante nei confronti della violenza del branco, col quale viene a patti concedendo generosamente patenti di legalità e salvacondotti di extraterritorialità, la tentazione di costituirsi in fazione viene vieppiù sentita come una necessità. Fazione abbiamo detto, e quindi per sua natura in distruttiva competizione con le altre fazioni per la conquista del bene pubblico; e nella cui logica belligerante non c’è posto per il singolo e non c’è posto per una visione dinamica e prospettica di crescita generalizzata, economica e culturale, della nazione ma solo per quella statica, intimamente materialista, della pura rivendicazione hic et nunc di una parte di ricchezza e di potere. In un paese siffatto, dove ciascuno diffida dell’altro, non c’è nemmeno spazio per il clima di fiducia necessario a largamente condivisi investimenti strutturali a lungo termine. E non si fanno neanche figli. Col venir meno allora del sentire comune tra le varie categorie sociali e le generazioni ciascuno cerca di intrupparsi o di crearsi il suo piccolo partito, come nelle cittadelle fortificate medioevali. E’ una reazione panica generalizzata, in virtù della quale, nella perversione dei ruoli, a chi grida più forte viene perfino riconosciuto il ruolo di difensore dei diritti democratici. Niente di sorprendente allora che i Sindaci si atteggino a capipopolo, che i pensionati si stringano a coorte (senza essere minimamente pronti alla morte), che all’interno dei partiti politici si creino delle ben strutturate e personali correnti, che logiche di potere sovrintendano alle concentrazioni bancarie, che l’editoria sia campo di battaglia per ragioni tutt’altro che economiche, che la gioventù si adegui okkupando fisicamente zone non ben sorvegliate del territorio, che i tifosi tentino di fagocitare le società sportive con la logica del racket, che le minoranze etniche o religiose pretendano legislazioni ad hoc alternative o suppletive. Il paese a poco a poco viene suddiviso in zone presidiate e il singolo ha solo la scelta di assoldarsi in qualche compagnia di ventura per non restare solo, visto che lo Stato si riduce ormai alla composizione arlecchinesca di piccoli e trasversali Enti Sovrani non territoriali. Col tangibile risultato di un disperante immobilismo per cui non si possono fare ponti, strade, depositi di scorie nucleari (per non parlare di centrali nucleari), degassificatori, ferrovie ad alta velocità, inceneritori (neanche dove la gente è costretta a chiudere le finestre per difendersi dal lezzo dell’immondizia in strada), riforme pensionistiche, riforme degli ordini professionali, riforme della giustizia, riforme della scuola, riforme del lavoro, il tutto in un clima desolante di glaciazione sociale, mascherato dalla gattopardesca e abnorme produzione legislativa. Ma se lo spirito di fazione si è così ben radicato nel nostro paese non è solo a causa di un qualche normale ritardo culturale o della secolare storia particolare d’Italia, ma trova una causa precisa nell’affermarsi dopo la seconda guerra mondiale di una Grande Fazione che ha agito come uno Stato nello Stato ed ha, nella sua progressiva occupazione della società, causato per reazione ed imitazione il sistematico chiudersi a riccio corporativo di tutti i segmenti della società italiana. Il Partito Comunista, al cui fucilino rimase in canna il colpo della rivoluzione, scaricò l’inespressa violenza che aveva in corpo nella demonizzazione della classe politica e nell’organizzazione di una Cosa Nostra Comunista, con una propria economia, una propria magistratura, una propria classe intellettuale, una propria stampa, un proprio sindacato e un nugolo di associazioni “democratiche e indipendenti” organiche al partito.

Ed è questa setta che ha causato l’impaludamento e l’immobilismo della politica italiana, ed ha spinto il cittadino a cercare protezione nella politica. Nel 2008 quel trenta per cento di cui parla Boldrin non raccoglie i resti sparsi del civismo italico, purtroppo, ma i resti di questa setta. La sinistra deve stare attenta: se non riuscirà a rinunciare una volta per tutte al patto mefistofelico col manipulitismo e riannodare le fila con l’eredità del socialismo italiano, rischia l’isolamento e l’estinzione. Perché il paese è stanchissimo. A questo punto davvero Sua Emittenza lo Psiconano rischia di diventare non solo il rifondatore della destra italiana, ma anche della sinistra. Ad un certo punto il Popolo della Libertà si dividerà in due: quello popolare e quello socialista. L’Italia entrerà in Europa. Il paese sarà rappacificato. E respirerà. E allora anche la pubblica moralità potrà diventare veramente, programmaticamente, realisticamente, una priorità. Silvio Augusto si ritirerà riverito dalla politica; non in monastero, ma nel suo eremo in Sardegna passando il tempo a correr dietro alle fanciulle, perché lui non è della razza dei Carlos V, quanto piuttosto di quella dei Carlos Menem, El Simio. Da ridere, veramente. (Zamax, 21 Luglio 2008, 22:16)