Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (158)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE 23/12/2013 Non quella di Flaubert, ma quella che vorrebbero imporre ai nostri ragazzi i bolscevichi di SEL. Secondo la verbosa proposta di legge l’ora di “educazione sentimentale” promuoverebbe «il cambiamento nei modelli di comportamento socio-culturali di donne e uomini per sradicare i pregiudizi, i costumi, le tradizioni e le altre pratiche basate sull’idea di una differenziazione delle persone sulla base del genere di appartenenza o su ruoli stereotipati per donne e uomini, in grado di alimentare, giustificare o motivare la discriminazione o la violenza di un genere sull’altro». Ecco un tipico esempio di come sragiona l’ideologia progressista: rifiuta i dogmi, ma sovrabbonda di precetti; pretende che l’esemplare cittadino non creda a nulla, ma che sia educato in tutto, all’ambiente, al sesso, al sentimento, al cibo, alla salute, alla legalità, alla pace, alla cittadinanza: una scimmietta ammaestrata e sempre aggiornatissima. Tocqueville l’aveva profetato: «Il terzo [tratto caratteristico di tutti i sistemi che portano il nome di socialismo] è una sfiducia profonda nella libertà, nella ragione umana; è un profondo disprezzo per l’individuo considerato in se stesso, allo stato di uomo; ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana…» Legge perniciosa, poveri ragazzi, ma anche perfida: l’ora settimanale di “educazione sentimentale” andrebbe infatti ad aggiungersi alle altre. Succede la stessa cosa ai balzelli, e a guardar bene non è affatto un caso.

GIANFRANCO MASCIA 24/12/2013 Non mi ricordavo più delle letterine spedite da Berlusconi agli italiani con la promessa del rimborso dell’IMU in caso di vittoria alle elezioni politiche. Men che meno mi ricordavo delle denunce di cui il Perseguitato era stato fatto oggetto anche per questa bagatella: voto di scambio, di questo lo si accusava, nientepopodimeno. Era propaganda elettorale, naturalmente; perfino un pm normale l’avrebbe capito. Ed infatti il pm Roberto Felici della procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del cervellotico procedimento. Ora c’è solo da attendere il pronunciamento del gip, sperando che non sia un forte bevitore. Tra i vari esposti antiberlusconiani spiccava quello firmato da uno dei più fanatici antiberlusconiani del pianeta, Gianfranco Mascia, allora candidato alle regionali del Lazio per Rivoluzione Civile, il partito di un altro pm (non normale, ma super), grande propugnatore del reddito di cittadinanza. Nel vostro candore potreste pensare che, in fondo, se tanto mi dà tanto, anche chi promette redditi di cittadinanza dovrebbe incorrere nel reato di voto di scambio. Ma sbagliereste. Il vero voto di scambio è una cosa da poveracci. Qui siamo ad un livello ben superiore. Questo è il voto di scambio alla grandissima: in una parola, la politica.

LE FEMEN 27/12/2013 La Cattedrale di Colonia è stato il luogo scelto dalle Femen per il loro ennesimo blitz. Durante la Messa di Natale una sgambettante ventenne tedesca è salita svelta sopra l’altare a seno nudo e con un gonnellino, mi pare di capire, da Cristo in croce: infatti su una tetta c’era scritto “I”, sull’altra “AM”, sulla pancia “GOD”. Sembra che fosse una protesta contro la posizione antiabortista della Chiesa Cattolica. Queste ridicole esibizioni anticristiane più che scandalizzare ormai annoiano e il rischio per le Femen è che perfino i tradizionalisti ci facciano il callo. Quindi non mi ci dilungo. Rimirando questa signorina ho pensato piuttosto che fosse venuto il momento di fare una riflessione decisiva. Da quando le Femen sono diventate un fenomeno internazionale e si sono moltiplicate la loro qualità estetica è scemata, e tuttavia in genere sono tutte giovani donne attraenti. In ogni caso non si vede una racchia. Questo fenomeno inquietante secondo me ha solo due spiegazioni possibili: 1) o le Femen non accettano nel loro branco le femmine esteticamente inferiori; 2) oppure sono le femmine esteticamente inferiori a non sentirsi Femen.

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Articoli Giornalettismo, Italia

La pericolosa illusione del governo tecnico

C’è modo e modo di perdere la testa. C’è quello ovvio di chi dà in escandescenze o è preso da una crisi di panico, c’è quello meno ovvio di chi nasconde il fuori di testa dietro affabili ragionamenti. Quando questi affabili e pazzi ragionamenti si moltiplicano nei media è d’uopo che qualcuno faccia scattare la sirena d’allarme col lampeggiante rosso. Nei giorni scorsi a favore di un governo tecnico che raddrizzi le sorti italiche si sono pronunciati economisti come Nouriel Roubini, intervistato da Repubblica, Luigi Guiso e Luigi Zingales in un articolo apparso sul Sole24Ore, e visto che ormai siamo alla frutta, persino il presidente del liberalissimo Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi. Il succo dell’articolo del Sole24Ore è questo: questa classe politica è impotente e lo sa; i politici guardano ai loro interessi e quindi sono legati a tattichette di cortissimo respiro, mentre gli statisti dovrebbero guardare agli interessi del paese nel lungo termine, ed essere disposti a sfidare l’impopolarità dando il via libera a necessarie e radicali riforme strutturali; consapevole di tutto ciò, e come suo ultimo atto di responsabilità – quasi una forma di riscatto fuori tempo massimo – la nostra classe politica dovrebbe garantire in anticipo una fiducia di durata biennale ad un nuovo governo tecnico, ossia dare carta bianca ad una specie di dittatura a tempo determinato guidata da personaggi autorevoli e disinteressati.

Basta poco per capire che questa è una favoletta ingenua. O reticente. 1) Non si vede perché una classe politica che trovi la forza e il senso di responsabilità di sacrificarsi in faccia alla necessità, ammutolendosi di fronte ad un comitato di salute pubblica incaricato di fare la cosa giusta, non faccia invece di necessità virtù, sobbarcandosi essa stessa il compito di fare la cosa giusta, sacrificandosi lo stesso ma portandosi a casa almeno la gloria postuma. 2) L’impotenza, gli interessi miopi e meschini, la generale assenza di visione a lungo termine, sono fenomeni connaturati alla vita parlamentare democratica di un paese “libero”. E’ una delle facce quotidiane e prosaiche del progresso. Così è, e così sempre sarà. Scriveva Tocqueville a proposito di quella inglese successiva alla rivoluzione del 1688:

Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca le storture, le debolezze e i vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenza degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.

3) Quello che non si ha la forza di dire, o di confessare a se stessi, è che in realtà l’abdicazione temporanea della classe politica non sarebbe frutto di resipiscenza, ma della semplice paura di fronte all’aggressività della magistratura e di una pubblica opinione aizzata dalla grancassa dei media. Di fatto commissariata, al governo tecnico o “istituzionale” si aprirebbe la via per mettere in opera tutti i suoi virtuosi propositi. Hayek, ne “La Via della schiavitù”, a proposito dei compiti vasti e minuziosi – chimerici – che la filosofia statalista affida ai parlamenti delle democrazie novecentesche, scriveva che

L’incapacità delle assemblee democratiche nel realizzare quanto sembra un esplicito mandato del popolo produrrà un’inevitabile insoddisfazione nei confronti delle istituzioni democratiche. I parlamenti verranno considerati come «lavatoi» dove si fanno chiacchiere inutili, istituzioni incompetenti o incapaci di realizzare i compiti per i quali sono stati eletti. E così prende corpo la convinzione per cui, se dev’essere attuata una pianificazione efficace, la direzione dev’essere «tolta ai politici» e posta nelle mani di esperti funzionari stabili o autonomi organismi indipendenti.

Nell’articolo in questione non si fa cenno ad “esperti funzionari stabili” ma si parla pudicamente, mettendo le mani avanti, di “persone che senza autoproporsi siano disposte a dedicarsi temporaneamente alla vita politica e che non intendano restarvi.” Insomma, si spera nei Cincinnato, senza che peraltro si sia in guerra e col nemico alle porte. Beata ingenuità. Le soluzioni emergenziali che manomettono il normale funzionamento delle istituzioni tendono ad avere sempre riflessi duraturi. Culturali più ancora che politici in senso stretto. 4) Perché, per essere veramente efficiente, questo nobile consesso sarà costretto accentrare sempre più poteri. Infatti, ammesso, e non concesso, che i salvatori della patria (di conserva col presidente della repubblica Napolitano: questa la voglio proprio vedere!) trovino l’armonia necessaria per partorire epocali, impopolari e dolorose riforme, le dovrebbero poi far accettare non solo ad un parlamento spaurito, esautorato e controfirmaiolo, ma anche alla schiera innumerevole delle “parti sociali” (questa pure la voglio vedere!) e a quella piazza che li ha portati più o meno indirettamente al potere. E allora con tutta probabilità alla necessità di un “governo tecnico” verrebbe ad aggiungersi la necessità, nobilmente spiegata, di provvedimenti emergenziali per far fronte a problemi di ordine pubblico. 5) I risultati del risanamento economico avrebbero bisogno di ben più di due anni per farsi sentire tangibilmente nelle tasche di un popolo impaziente, impaziente perché non ha mai sentite “sue” queste riforme, nemmeno attraverso il filtro del parlamento. Un parlamento nuovo di zecca rischierebbe di mandare tutto a monte nel bel mezzo del cammino. E allora “nell’interesse del paese” ci sarebbe bisogno di una “proroga” di questa sorta di stato di eccezione. 6) La fiducia nella democrazia parlamentare crollerebbe ancora di più.

Inutile andare avanti a descrivere questo compunto avvitamento liberticida che tanto sembra piacere ai giornali dell’establishment nostrano. Le possibilità di un governo tecnico-istituzionale in carne ed ossa che faccia “riforme strutturali” sono pari a zero. Quelli che ora lo invocano al centro e alla sinistra dell’arco parlamentare sarebbero i primi a soffocare il raggio d’azione della nuova creatura. Il governo tecnico-istituzionale ideale è invece solo un sogno. Il brutto sogno di una notte di mezza estate. Una sconfitta etica prima ancora che intellettuale, come sempre succede quando i tempi si fanno duri.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo, Italia

Belpietro, Battisti e il vizio sinistro dell’oblio

Non occorre tuffarsi nel mare dei media della sinistra militante per sentire con mano i guasti della vulgata che ha ridotto le forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra in cupole criminali. Anzi, è proprio sui giornali moderati che si può cogliere a che punto sia arrivato questo male. Pigliate la Stampa, ad esempio, ex giornale dei padroni: Lucia Annunziata, prendendo spunto da un libro vecchio di dieci anni, fa il punto sulla “strategia dei veleni” e parte da lontano, svelando alle pecore del popolo sedicente democratico come a fianco degli illuministi francesi ruotasse possente la macchina del fango e del gossip. Cose illustrate in pieno ottocento da A. De Tocqueville, da H. Taine, e con più chiarezza ancora da A. Cochin cento anni fa:

Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perché tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? (…) Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero…

Cose dette e ridette da chi “liberale”, ossia quasi fascista, era costretto ad una vita intellettuale catacombale negli anni in cui la Lucia scriveva per il Manifesto, per Repubblica e forse era, ahinoi, komunista. E tutto questo sforzo per cosa? Ma per tirare in ballo a sproposito e vigliaccamente Belpietro, naturalmente! Reo di aver pallidamente imitato – finalmente un po’ di democrazia nella carta stampata, caspita! – chi con questa sbobba e questi metodi banditeschi a sinistra campa da trenta o quarant’anni, e passa per campione della società civile. La Lucia non si è mai accorta di niente, a dimostrazione di come sia difficile uscire dal branco per chi ci vive dentro con profitto da sempre, anche quando col solito e soprattutto innocuo ritardo pluridecennale si acconcia alla verità. Ma brava!

Prendete poi sempre dalla Stampa l’articolo di Cesare Martinetti sul caso Battisti, “simbolo della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.” Arrivati alla fine di tante nobili, acute e colte considerazioni, tra le quali spicca per bassezza l’obbligata e insulsa frecciatina pittoresca contro il Berlusca, ché senno il nostro Cesare non si sentiva tranquillo, nella dura testa dell’uomo che non si fa prendere facilmente per i fondelli, anche quando abbruttito dai riti profani delle feste di fine anno, scatta l’allarme rosso: eh sì, caro mio, bello il quadro, peccato però che ci sia un bel buco in mezzo. Grosso grosso. Un ragionamento elementare, che non hai il coraggio di affrontare. Rimarco: il coraggio. Non l’intelligenza. Nella tua molle testolina scatta l’autocensura (la fredda menzogna appartiene alla razza superiore degli Scalfari). Il ragionamento, semplice semplice, è questo: ammettiamo che l’Italia sia un paese di merda, che non abbia nessuna considerazione di sé, e che quindi non venga tenuto in nessuna considerazione dagli altri; ammettiamo, per pagare l’obolo al conformismo, che il Caimano non abbia fatto niente per migliorarne la reputazione, anzi l’abbia precipitata nel bordello del bunga bunga; resta il fatto che se Battisti fosse considerato quell’assassino puro e semplice di cui ora – ammazza che faccia tosta – perfino i Repubblicones parlano, quando i migliori della loro razza facevano i firmaioli in suo favore qualche anno fa, neanche il Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, ce l’avrebbe negato. (Ambasciatore, stia buono, la sua patria ha perfino abolito la pena di morte, lo so, dopo che ho frugato Wikipedia per trovare una scusa. E’ solo che il nome del suo paese all’orecchio italiano suona irresistibilmente nero e continentale: bungaiolo, non so se mi spiego.) Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la figura del pistolero non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato non nelle case degli italiani ma nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che i loro esuli venivano da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. All’inizio degli anni settanta la Spagna era franchista, il Portogallo e la Grecia sotto regimi militari, mezza Europa sotto il tallone comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato di prendersela col dilettantismo del governo – cui consiglio calma e gesso, non belliche trombette, nel senso dantesco del termine – sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro figlio e fratello. Figli d’un cane.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo, Italia

La meglio democrazia

Non ho mai fatto della democrazia il mio vitello d’oro. Quindi non mi scandalizzo se a qualcuno puzza questo barbaro condominio politico che la modernità impone a belli e brutti, a colti e bruti, e perfino a maschi e femmine. E trans. Con l’articolo maschile o femminile. Gradirei, però, che coloro che da qualche tempo arricciano il naso di fronte al pargolo, a quanto pare mostruoso, generato da questo coito universale, cominciassero a parlar schietto e non deviassero il corso della ragione, per spiegar le magagne, verso le zone pericolose dell’antropologia e magari della genetica. Non lo possono fare; parlar schietto, voglio dire; avendola adorata, la democrazia; e fatta adorare al popolo.

La democrazia per funzionare e per essere salda ha bisogno di una vasta logistica materiale ed immateriale, creata ed intessuta pezzo per pezzo per lunghissima pezza nella società. Si può anzi dire che prima di diventare forma di una società, essa debba vivere nei costumi di un popolo. In quell’auspicabile e raro caso la democrazia trionfa attraverso una rivoluzione incruenta che altro non fa che ratificare e ordinare i cambiamenti prima sotterranei e poi sempre più manifesti che insensibilmente ma profondamente hanno attraversato per secoli la società. Non è un caso, per restare in un contesto europeo, che proprio là dove questa metamorfosi dallo stato aristocratico a quello democratico è avvenuta senza troppe scosse telluriche, come in Gran Bretagna, la “forma” democratica conviva ancora con re, regine, pari e parrucche; mentre là dove la democrazia ha trionfato violentemente dentro un corpo acerbo, come in Francia e poi nel continente, la sua carica universalistica abbia annichilito ogni vestigia del passato. E in ogni caso l’avanzata tumultuosa della democrazia moderna è stata caratterizzata fin quasi all’altro ieri dal lungo tirocinio del suffragio ristretto, che ritagliava, per intima necessità in tempi ufficialmente non aristocratici ma nei costumi non ancora interamente democratici – come provano abbondantemente i collassi novecenteschi – aristocrazie di fatto nel corpo della nazione, col nome fittizio di “classi dirigenti”. E non è un caso, però, che proprio nell’Europa continentale, e più largamente nell’Occidente non anglosassone – e massime disgraziatamente in Italia, sembrerebbe – una volta portato a termine questo infinito apprendistato, anche in tempi di suffragio universale rifiorisca periodicamente il mito delle “classi dirigenti”. Cos’è, oggi, questa nostalgia canaglia delle “classi dirigenti” nel nostro paese, se non l’inconfessato desiderio di una democrazia sotto la tutela di una casta di bramini? Beninteso, nel nome della democrazia? Dai montagnardi che sognano un Comitato di Salute Pubblica a “controllo della legalità”; al Partito della Società Civile che mira a guidare, intimidendolo, il paese in forza di qualche centinaio di migliaia di firme di gente “qualificata”; ai vecchi arnesi di una spompata aristocrazia di denari che vorrebbe arruffianarsi anche l’Italia Futura facendo l’occhiolino al politicamente corretto; ai liberali di molta illiberale intransigenza e poco giudizio che oramai sperano solo in un agente esogeno sul quale saltare in groppa?

E’ tutto un gran sospirare, un gran sbuffare spazientito contro questa umanità maledetta che misteriosamente popola la nostra penisola. Uno scherzo di natura che nemmeno l’acribia dello storico ormai riesce a giustificare. Curioso che gente che pratica con generoso esibizionismo la religione della razionalità e che agita ogni santo giorno in faccia al volgo la retorica “dei fatti e dei numeri” arrivi poi a tali astrochiromantiche conclusioni. Non c’è proprio speranza. Un deserto mai visto, nel tempo e nello spazio. Di questo dotto e tranquillo isterismo, dello stesso livello scientifico dei trattati sul buon tempo antico, che farà sorridere qualcuno fra qualche anno e moltissimi fra qualche decennio, nei giorni scorsi abbiamo avuto illustri esempi. Per Giovanni Sartori, firma del Corriere della Sera, dal crollo delle ideologie è stata purtroppo travolta anche quella tensione ideale che vivifica la democrazia, e la insana e sfibrante bonaccia che oggi paralizzerebbe moralmente l’Italia ne sarebbe testimone. Per la sacerdotessa della Stampa, Barbara Spinelli, che vorrebbe ipnotizzarci con le spire suggestive delle citazioni colte intrecciate con quelle allusive dei riferimenti ai fatti di cronaca, viviamo tempi particolari, e particolarmente da noi, chiaro; momenti che secernono veleni. Il peggio di sé non poteva darlo che l’inevitabile Eugenio Scalfari, che su Repubblica, portandosi dietro quale pezza d’appoggio un’opera di Diderot – se non l’avete capito uno dei precursori del suo genio – s’imbarca in un microsaggio di sbrigativa sociologia razzial-progressista, in stile diciamo giorgiobocchesco, sulla natura della truppa berlusconiana. Così parla l’oracolo, prima di accennare ad alcuni casi individuali particolarmente disgraziati, come “l’Alano da riporto” Belpietro (un cane grosso e minaccioso, sembra di capire, senza la maestà e la nobiltà di un cane di razza: divertente, se fossi il direttore di Libero mi farei incidere questa lusinghiera definizione come esergo su un medaglione sotto il proprio profilo, come un imperatore romano):

“A parte il fatto che la nostra attualità è da qualche tempo trita e ritrita e non presenta eccezionali novità, sta di fatto che il tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] delineato da Diderot sta diventando al giorno d’oggi sempre più numeroso. È un settore della società in crescita esponenziale. Nella classe dirigente, ma anche nei ceti sottostanti. Del resto l’uomo del sottosuolo non fa parte della classe dirigente se non in funzione servile. Servile, ma essenziale: ne riecheggia i desideri, ne soddisfa i bisogni, si incarica di condurre a termine le operazioni abiette, è la controfigura dei potenti quando si tratti di questioni troppo delicate e rischiose. Funge anche da buffone di corte; per divertire il suo signore e ricordargli qualche spiacevole verità.(…) Bisognerebbe chiedersi la ragione per cui la popolazione di quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] sia tanto in crescita. La risposta è già stata data molte volte: insicurezza, paura del futuro, ripiegamento sul presente, percezione rachitica della felicità scandita sull’attimo d’un presente fuggitivo senza proiezioni verso l’avvenire, indifferenza diffusa verso la sorte degli altri, gelosia verso le fortune altrui, sopravvalutazione dei meriti propri. Furbizia nell’elusione delle regole. Cortigianeria. Crollo (apparente) delle ideologie in favore d’un pragmatismo diventato a sua volta ideologico. Vi basta? Molti di questi elementi psicologici fanno parte da gran tempo dei connotati italici [mio neretto, N.d.Z]. Ma in certi segmenti della nostra storia diventano dominanti e questo è uno di quei momenti. Ecco perché quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] è diventato moltitudine.”

Senza voler essere troppo indulgenti verso il miserabile consesso della schiatta italica, direi però che è il momento di darsi una calmata. Se la conditio sine qua non per essere ammessi nella cerchia delle persone equilibrate e raziocinanti è di riconoscere che in Italia siamo alle soglie di una dittatura, o quasi – la qual cosa fa ridere chi abbia ancora la testa sulle spalle – è chiaro come la paranoia antiberlusconiana, che è il riflesso della cattiva coscienza della meglio Italia, arrivi a scambiare per sintomi mortali ed eccezionali cose vecchie come il mondo. Anch’io nel mio ragionamento mi porto dietro una pezza d’appoggio. In una lettera a Louis de Kergolay del 25 ottobre 1842, Alexis de Tocqueville, sempre lui (e che ci possiamo fare se vide meglio degli altri?), scriveva:

Hai mai letto la storia d’Inghilterra successiva alla rivoluzione del 1688? Sono attualmente impegnato in questa lettura e vi trovo un grande piacere, anche se lo storico Smollet è il più pedante che esiste sulla terra. Dopo questa lettura comincio a credere che giudichiamo talvolta con troppa severità il nostro paese e i nostri tempi. Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca delle storture, delle debolezze e dei vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenze degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.

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Articoli Giornalettismo, Bene & Male

Con lo stato superlaico l’uomo torna bambino

Per fortuna che i dottori della legge di Strasburgo e i loro tifosi non si sono ancora accorti che facciamo festa di domenica. O che contiamo gli anni – più o meno – dalla nascita di “quell’uomo”. Chissà dove potrebbero arrivare con la loro stupida coerenza! Possibile che non suoni un campanellino d’allarme nella testa dei guardiani della legalità? E’ possibilissimo, purtroppo, se costoro hanno solo aggiornato, e non abbandonato, i nefasti sogni di perfezione delle vecchie ideologie. Anche quando, nel migliore dei casi, prendano le sembianze ingannevoli di un marchingegno istituzionale minimo, grazie al quale lo stato altro non sarebbe che una piattaforma logistica di base sulla quale i concetti di male e bene scivolerebbero come sulla superficie liscia di un corpo duro, ma che consentirebbe il libero gioco delle libertà individuali: fatte salve, ahinoi, alcune basilari “regole d’ingaggio”. Sulla carta. Sennonché senza una qualche fibra morale che la vivifichi una società non sta in piedi. La conflittualità diventa distruttiva. Dopo un po’ se ne rendono oscuramente conto anche i partigiani dell’assoluta neutralità dello stato. Solo che non lo confessano. E allora, così come per far quadrare i conti una tassa tira quasi sempre l’altra, pure per mettere pace tra litiganti irresponsabili una regola d’ingaggio tira l’altra, a gran vantaggio in ambedue i casi dell’ipertrofia statale. Per cui all’uomo tenuto ben lontano dai concetti di bene e di male, che l’opinione pubblica non ha dibattuto, perché invitata a non farlo; privato di una tensione morale che egli non ha coltivato, perché invitato a non farlo; la nuova società propone, anzi, impone come surrogato un affastellarsi di corsi di educazione: prima civica, poi sessuale, un giorno anche sentimentale. L’uomo torna bambino. Come si vede d’altra parte ogni giorno dalla smisurata suscettibilità di questi nuovi cittadini, spesso non a caso organizzati in branco: ai simboli, alle parole, ai gesti. Ma magari non altrettanto alla violenza contro l’individuo e la proprietà. Lo spirito della legislazione diventa tanto più occhiuto, minuzioso e manifestamente precettistico, quanto più il sentimento della comune appartenenza s’indebolisce. Laddove una scarna legislazione che rinsaldi sempre di più la difesa e i veri diritti della persona – non i capricci, le ipersensibilità e le permalosità – mette al riparo l’individuo dagli ondeggiamenti della massa; e in questo, senza essere invasiva, senza materializzare uno stato etico, indirettamente mantiene e confessa il suo fondamento etico; quella farraginosa del Corano laico ottiene l’effetto opposto. (Tutto ciò bisogna tenere a mente, ad esempio, quando si affronta la questione dell’aborto, le cui implicazioni si diramano ben oltre lo status dell’embrione.)

In questa parodia dello stato liberale, così come concepito ad esempio da certi zelanti devoti del “patriottismo costituzionale”, che è potenzialmente la versione più moderna e accattivante di uno stato criptogiacobino, l’uomo, incapace di camminare con le proprie gambe e non a caso bisognoso di “educazione permanente”, è ridotto ad una marionetta che viaggia nel traffico della società rispettando scrupolosamente i segnali vecchi e nuovi che spuntano ad ogni incrocio suppostamene pericoloso. Vengono in mente le parole a riguardo del socialismo pronunciate in un discorso parlamentare 160 anni fa da Tocqueville:

…il terzo [tratto caratteristico, di tutti i sistemi che portano il nome di socialismo] è una sfiducia profonda nella libertà, nella ragione umana; è un profondo disprezzo per l’individuo considerato in se stesso, allo stato di uomo; ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana…

L’importanza della religione quale collante e stabilizzatore sociale era ben presente sia ad un conservatore-liberale credente come Alexis de Tocqueville, sia ad un conservatore-reazionario ateo come Hippolyte Taine, per rimanere nella Francia dell’ottocento. L’epoca dello stato confessionale è passata, e giustamente, giacché si presume che dopo il lungo tirocinio l’uomo “occidentale” sia in grado camminare da solo. A patto di rimanere umile. Emanciparsi da Dio, o quantomeno da una morale che a una verità se non trovata almeno ricercata con sofferenza faccia riferimento, è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.

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Articoli Giornalettismo, Italia

Tra realtà e rivoluzione

Infrantosi col collasso politico e sociale succeduto alla fine della prima guerra mondiale il graduale processo d’inserimento del movimento socialista nella vita parlamentare italiana, il massimalismo che ne è seguito ha generato le due forme antidemocratiche e antiliberali del socialismo nazionale – ossia il fascismo – e del socialismo internazionalista – ossia il comunismo. Il paese cedette al primo fino alla sua caduta con la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Da allora il massimalismo si colorò, quasi unicamente, di rosso. Con il crollo del comunismo in Europa, privo di un progetto politico di un qualsiasi colore, il massimalismo si è ridotto alla pratica del giacobinismo, ossia alla pura delegittimazione dell’avversario con argomenti extrapolitici, o almeno quelli non compresi nel normale perimetro del dibattito politico delle democrazie liberali. Ciò spiega come oggi sia possibile il confluire in una stessa area politica – nominalmente di sinistra – di uomini d’ordine come Di Pietro o Travaglio. Le elezioni politiche del 2008, vinte dal centrodestra guidato da Berlusconi, sono da considerarsi storiche. Hanno segnato la fine per il massimalismo di ogni reale prospettiva di potere, in quanto quell’Italia di mezzo rappresentativa di conservative oligarchie economiche, e quindi interessata a tenere in basso la marea montante delle classi economicamente più dinamiche del paese alle quali il self-made man Berlusconi dava voce politica, e quindi potenziale alleata della sinistra in un disegno di conservazione, anche perché intimorita dalle conseguenze che una fine traumatica del Cavaliere avrebbe per essa significato se gli si fosse legata in qualche modo esplicitamente; quell’Italia di mezzo dunque ha riposto nel cassetto il sogno di archiviare il Cavaliere come un’anomalia della storia italiana e di accettarne la realtà politica. Ciò è testimoniato dal netto cambio di rotta attuato dai grandi giornali del Nord, il Corriere della Sera, La Stampa e il Sole24Ore all’indomani delle elezioni. Ciò è testimoniato dalla vicenda del salvataggio di Alitalia, faccenda invero ben poco onorevole da un punto di vista di cultura economica ma assai significativa dal punto di vista politico, in quanto ha concretamente simboleggiato la nuova epoca di collaborazione, o per meglio dire l’armistizio, tra la realtà politica della Casa delle Libertà e i cosiddetti ex poteri forti, il cui indebolimento e il cui venire a patti costituiscono non l’inizio del regime berlusconiano, ma al contrario una democratizzazione dei poteri reali nel paese.

La neutralizzazione del massimalismo pone finalmente la base per la pacificazione e la normalizzazione liberaldemocratica del paese, e la reale conclusione di un infinito dopoguerra. L’ultima arma in mano alla fazione antidemocratica, esaurito ogni altro argomento e maneggiata ben s’intende nel nome della democrazia, alla bisogna sostanziale, è la retorica legata al rispetto della legalità, nel campo privato, pubblico e costituzionale, mantenendo, con quest’ultimo ambito, la possibilità di accusare di “fascismo” l’avversario politico. La lotta per la “legalità” non è perciò disinteressata, ma è strumentale ad una visione palingenetica dei cambiamenti politici, destinata però nei momenti cruciali a venir respinta dalla nazione per istinto di autoconservazione. Questa particolare fisiologia dei processi democratici, in un paese che riesce ancora a produrre gli anticorpi necessari, fu bene illustrata in una paginetta di Alexis de Tocqueville:

La nostra filosofia irreligiosa fu predicata tra loro [gli inglesi] anche prima che la maggior parte dei nostri filosofi venisse al mondo: fu Bolingbroke che ammaestrò Voltaire. Durante tutto il diciottesimo secolo l’incredulità ebbe in Inghilterra rappresentanti celebri. Scrittori abili e profondi pensatori ne sposarono la causa; ma non poterono mai farla trionfare come in Francia, perché tutti coloro che avevano qualcosa da temere dalle rivoluzioni si affrettarono a venire in soccorso della religione riconosciuta. Anche quelli che erano più vicini alla società francese di quel tempo e non giudicavano false le dottrine dei nostri filosofi le respinsero come pericolose. Grandi partiti politici, come accade sempre fra i popoli liberi, trovarono interesse a vincolare la loro causa a quella della Chiesa; si vide Bolingbroke stesso divenire alleato dei vescovi. Il clero, animato da tali esempi e non sentendosi mai solo, difese energicamente la propria causa. La Chiesa d’Inghilterra, nonostante il vizio della sua costituzione e gli abusi di ogni genere che formicolavano in essa, sostenne vittoriosamente l’urto; scrittori, oratori uscirono dalle sue file e si schierarono con ardore a difesa del cristianesimo. Le teorie che gli erano ostili, dopo essere state discusse e confutate, furono infine respinte dallo sforzo stesso della società, senza che il governo se ne immischiasse.” (Alexis de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Libro III, Capitolo II)

Lo abbiamo visto anche in questi giorni. L’improvvido appello allo straniero di Di Pietro è stato il catalizzatore di un rigetto generalizzato dell’approccio distruttivo della fazione giacobina: giornalisti e personalità sempre critiche nei confronti di Berlusconi hanno fatto muro in sua difesa, senza dirlo esplicitamente, nei giorni del G8 italiano: Sergio Romano, Gian Antonio Stella, Stefano Folli e altri. Fra questi, Piero Ostellino, che ha attaccato direttamente e duramente Di Pietro, ma con dovizia di argomenti, e con pacatezza. Gli ha risposto assai sgradevolmente invece D’Avanzo, alfiere di Largo Fochetti di una delle tante “vere opposizioni” della sbrindellata e sempre più minoritaria sinistra; siamo nel 2009, ma al suo interno, in Italia, c’è sempre un’opposizione più “vera” della tua che ti manda all’opposizione, e quindi nel campo dei collaborazionisti, e quindi nel gregge dei “servi e dei lacchè”:

Dunque, se non a ugole gregarie per vocazione (come Piero Ostellino, soi-disant liberale di via Solferino, parolaio indifferente ai fatti, che vede separazione dei poteri dove c’è – macroscopico – un “potere unico” che liquida il principio costituzionale d’eguaglianza), almeno al capo del governo è chiaro di che cosa si discute.

Niente di nuovo; oggi possiamo perfin sorridere, ma in altri anni con certi marchi d’infamia addosso non avrei passeggiato tanto tranquillo per strada. Tuttavia la fazione massimalista, la grande falange politicamente corretta che è stata il vero modello del tribalismo della società italiana, pur essendo ormai un ramo politicamente secco, è ancora assai vasta. Non ci si sveste di un abito mentale indossato per tanto tempo nel giro di un mattino, prova ne sia la surreale chiamata in causa della “questione morale”, come arma politica tutta interna, in merito alla vicenda dello stupratore seriale di Roma, da parte del candidato apparentemente più “laico” e meno politicizzato alla segreteria del PD, Ignazio Marino. Insomma, gran confusione sotto il cielo di una sinistra tra realtà e rivoluzione. Non necessariamente negativa. Al contrario. Nell’ultimo editoriale domenicale su Repubblica, Eugenio Scalfari prima non ha rinunciato al vecchio vizio di trasformare gli aggrediti in aggressori e viceversa, e di dipingere il primo ministro come un duro autocrate:

Berlusconi avrebbe potuto esercitare una piccola parte da statista associando al successo l’opposizione che ha accettato la tregua chiesta da Napolitano. Ma nemmeno questo ha fatto. Ha continuato ad attaccarla tutti i giorni, chiamandola “opposizione-cadavere, comunista, faziosa”. Poi, una volta chiuso il sipario sul G8 dell’Aquila, è andato ancora più in là: si sta rimangiando l’impegno preso anche in suo nome dal ministro Alfano con il Quirinale circa una pausa nella legge sulle intercettazioni; ha ripetuto che non ha intenzione di trattare alcunché con l’opposizione; ha maltrattato i suoi dissidenti interni; ha richiamato all’ordine perfino la Lega. “Ora dev’esser chiaro a tutti che sono io che comando” ha detto ieri. L’ora della carota è passata e si ricomincia col bastone.

ma poi ha concluso l’articolo con parole che, pur criticissime, sanno quasi di resa ad una ragionevolezza in piena contraddizione con il mito di un dittatore e di un paese incamminato verso la dittatura veicolato dal suo stesso quotidiano:

Dal canto nostro, poiché è di noi che si parla, le nostre riserve e le nostre critiche non cesseranno se non altro per indurre il premier scapestrato a cambiare definitivamente comportamenti pubblici e privati che sono l’esatto contrario da quelli ai quali un capo di governo dovrebbe attenersi. Continueremo dunque a pubblicare notizie di fatti come è compito di ogni giornale, ma non speriamo e non ci illudiamo di vedere effetti vistosi. Salvo quello di vedere il premier far bene il mestiere dell’anfitrione, ma di questo eravamo certi. Purtroppo non è di questo che ha bisogno il nostro Paese.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Bene & Male

Le tentazioni del conservatore-liberale

Dedicato a quegli apocalittici liberali italici che aspettano una nuova fantomatica generazione di politici, una nuova fantomatica classe dirigente, e attendendo Godot scelgono di non scegliere, rifiutandosi al buon senso, quando addirittura non si fanno ammaliare da rozzi moralizzatori. Alexis de Tocqueville scrisse questi pensieri in due lettere: a Pierre Paul Royer-Collard il 27 settembre 1841, a Louis de Kergolay il 25 ottobre 1842. Valevano allora, valgono adesso, varranno fra cent’anni.

[…] Ecco le riflessioni abbastanza tristi che l’argomento mi suggerisce: quando considero attentamente il nostro miserabile mondo politico, e coloro che lo compongono, non vedo da nessuna parte il mio posto. Voler costituire sia un governo, sia un’opposizione, prescindendo sia dal signor Thiers che dal signor Guizot, mi sembra assolutamente impossibile, per mille ragioni generali e particolari a questi due uomini. Coloro che ci provano mi appaiono impegnati in un lavoro improduttivo. Nel parlamento di oggi vi può essere del potere soltanto mettendo insieme questi due uomini o perlomeno ricorrendo a uno di essi. Ora, io non voglio e non posso condividere lo stesso cammino, né con l’uno, né con l’altro. Ambedue sono nel fondo antipatici e incompatibili rispetto alla mia maniera di sentire e di pensare. Io li disprezzo. Tuttavia, senza di essi non vi è nulla che possa condurre a un risultato rilevante negli affari del nostro paese. Senza di essi non vi è azione. E che cosa è la politica senza azione? E non è un manifesto controsenso vivere in una pubblica assemblea, senza lavorare efficacemente alla cosa pubblica, senza agire e senza unire le proprie forze a chi solo ha il potere di agire? Non significa venir meno all’esigenza principale della cosa che si è intrapresa a fare e che si pretende di fare? E non significa trasporre un genere di vita su un altro, vale a dire l’osservazione teorica sulla vita di azione, con grande danno per tutti e due? Ecco quello che mi dico con dolore quando non sono alla Camera, e con impazienza e irritazione quando la sessione è aperta. Di volta in volta mi scontro con due ostacoli: il lato penoso e quasi insostenibile dell’isolamento e dell’inazione in un’assemblea politica mi porta a fare degli sforzi; ma ben presto l’impossibilità in cui mi trovo di agire in comune con quegli uomini che sono gli unici in grado di rendere efficace l’azione, mi rigetta nell’immobilità e mi inchioda sul mio banco. Queste tensioni in sensi contrari mi affaticano e mi esauriscono molto più di quanto non farebbe un’azione energica e continua. Mi paragono a una ruota che va molto veloce, ma che, non essendo inserita nel suo ingranaggio, non fa nulla e non serve a nulla. Mi sembra però che in altri tempi e con altri uomini avrei potuto fare molto meglio. Ma i tempi miglioreranno? E gli uomini che vediamo saranno rimpiazzati da uomini migliori o perlopiù peggiori? […] Che posso dunque fare? Sento una ripugnanza quasi invincibile ad associarmi in modo permanente ad uno degli uomini politici della nostra epoca. E fra tutti i partiti che dividono il nostro paese non ne vedo uno con cui vorrei contrarre un legame. Non trovo in alcuno di essi, non dico tutto quello che vorrei vedere in delle associazioni politiche, ma neppure quelle cose principali in favore delle quali rinuncerei volentieri a quelle più piccole (perché ci si unisce solo a questo prezzo). Gli uni mi sembrano avere una disposizione esagerata, pusillanime e fiacca per la pace, ed il loro amore per l’ordine e perlopiù soltanto paura. Gli altri mescolano al loro orgoglio nazionale e al loro gusto per la libertà (due cose che di per sé apprezzo molto) delle passioni grossolane ed anarchiche che mi ripugnano. Il partito liberale ma non rivoluzionario, che sarebbe l’unico a convenirmi, non esiste e certo non dipende da me crearlo. Sono dunque fondamentalmente solo, e non mi rimane che esprimere meglio possibile la mia opinione individuale sugli eventi e sulle leggi man mano che si presentano, senza avere la speranza di modificarli. Questo è un ruolo onorevole, ma sterile. Spesso mi ribello istintivamente contro tale condizione, perché la mia natura è fattiva, e, devo dirlo, ambiziosa. Amerei il potere se esso potesse essere onorevolmente acquisito e conservato. Tuttavia una riflessione mi ha sempre fortemente trattenuto: è evidente che qualsiasi contatto prolungato e intimo con gli uomini e i partiti politici del nostro tempo non può che togliere a chi lo subisce una parte della considerazione di cui gode. Ed in cambio della perdita di quest’ultima, che di tutti i beni è il primo, si ottiene soltanto un potere inefficace e transitorio. Quando vedo quanto poco riescano a fare quelli che si buttano così alla cieca nella mischia, mi consolo del mio isolamento e della mia impotenza. E dico a me stesso che, tutto sommato, dovendo mettere per un po’ da parte la soddisfazione di fare bene, tanto vale conservare intatta agli occhi del paese la propria forza morale, che è un potere divenuto così raro, e conservarla per altri tempi. […]

[…] Hai mai letto la storia d’Inghilterra successiva alla rivoluzione del 1688? Sono attualmente impegnato in questa lettura e vi trovo un grande piacere, anche se lo storico Smollet è il più pedante che esiste sulla terra. Dopo questa lettura comincio a credere che giudichiamo talvolta con troppa severità il nostro paese e i nostri tempi. Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca delle storture, delle debolezze e dei vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenze degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo. Quello che è visibile in questa storia è a che punto la lotta, la disputa, l’atteggiamento passionale siano nella natura e nella necessità dei paesi liberi. Ne deriva che, quando le circostanze non si prestano, si litiga per niente, ci si tormenta per trovare dei temi di dissenso e di discussione, e ci si agita a vuoto. […]

Bene & Male

Infallibile quasi come il Papa

Avendo Papa Malvino giustamente a cuore l’ortodossia dei fedeli della sua Chiesa, Egli ha impartito precise istruzioni al servizio d’ordine del Suo blog di allontanare dalla comunità dei commentatori tutti coloro che si trovino nel libro nero degli agenti provocatori, come quella simpaticissima sagoma del sottoscritto. Onde per cui, con mio grande rincrescimento, non ho potuto pregiarmi di significarGli la soluzione vittoriosa dell’enigma del refuso in cui sarebbero incappati i pastori del gregge cattolico. Refuso verso il quale so per certo (dispongo infatti di fonti sicure ai piani alti del settimo cielo) che l’Onnipotente ha dimostrato la massima indulgenza, essendo un refuso della lettera, non dello spirito. Le parole esatte di Tocqueville sono le seguenti e si trovano effettivamente nel Libro II, Capitolo IX, (o nel Libro I, Parte Seconda, Capitolo IX, a seconda delle edizioni, come poi spiegherò) e specificatamente verso la fine del capitoletto intitolato “L’influenza indiretta esercitata dalle credenze religiose nella società politica negli Stati Uniti”:

Quando costoro attaccano le credenze religiose seguono le loro passioni e non i loro interessi. E’ il dispotismo che può non curarsi della fede, non la libertà. La religione è assai più necessaria nella repubblica che essi preconizzano che non nella monarchia che essi attaccano e nelle repubbliche democratiche più che in tutte le altre. (Versione italiana pubblicata nella collana dei “Supersaggi” della Biblioteca Universale Rizzoli, a cura di Giorgio Candeloro)

Una brutta traduzione, priva del nerbo necessario nella frase cruciale, come si può constatare nella versione originale in francese:

Quand ceux-là attaquent les croyances religieuses, ils suivent leurs passions et non leurs intérêts. C’est le despotisme qui peut se passer de la foi, mais non la liberté. La religion est beaucoup plus nécessaire dans la république qu’ils préconisent, que dans la monarchie qu’ils attaquent, et dans les républiques démocratiques que dans toutes les autres.

Ed invero in una recente ristampa di una vecchia edizione UTET dell’opera tocquevilliana a cura di Nicola Matteucci, un volumetto spesso e compatto che ho acquistato per puro piacere tattile-estetico, la frase in questione è stata tradotta così:

E’ il dispotismo che può fare a meno della fede, non la libertà.

V’è da dire, inoltre, che nell’edizione UTET la suddivisione dei libri differisce da quella dell’edizione BUR: i primi due libri sono ricompresi in un unico primo libro, diviso in due parti; e il secondo libro corrisponde al terzo libro dell’edizione BUR. Esattamente come nella versione on line in francese sopramenzionata. Avendo quindi nel suo discorso il cardinal Bagnasco detto:

Non ha ragione Alexis de Tocqueville ad asserire «che il dispotismo non ha bisogno della religione, la libertà e la democrazia sì» (in La democrazia in America, I, 9)?

ritengo che, pur nella non perfetta esattezza delle parole e dei riferimenti, ciò attesti quanto le nuove sull’incipiente coglionaggine di una brutta banda di autorevoli prelati siano grandemente esagerate.

Bene & Male

Democrazia e libertà

L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. Quindi maneggiata ad arte tutta questa impalcatura giuridica con le sue capillari diramazioni diventa un formidabile mezzo di controllo collettivo. E’ per questo che Tocqueville diceva che in tempi di democrazia, cioè di uguaglianza delle condizioni, il dispotismo poteva raggiungere la sua perfezione. In tempi di aristocrazia questo non poteva succedere, però è ovvio che agli ultimi gradini della scala sociale, nei buchi neri dove lo stato non arrivava e che per altri magari significavano una grande libertà, l’individuo poteva essere oggetto di arbitri inimmaginabili. Laddove il regime aristocratico si è via via naturalmente stemperato fino a sciogliersi in una democrazia (come in Gran Bretagna, dove non a caso esiste ancora la monarchia) questo non ha portato a restrizioni nella libertà individuale, pur in una dinamica di continuo sviluppo della fibrosi statale, mentre nei paesi del continente è altrettanto chiaro che i rivoluzionari democratici nella uguaglianza delle condizioni vedevano soprattutto il mezzo formidabile per ridurre ad una schiavitù uniforme gli individui, ridurre cioè un popolo ad una massa.

Anche se lo sviluppo delle libertà individuali durante i molti secoli che hanno portato alla democrazia moderna obbedisce ad un senso di giustizia di stampo morale, Tocqueville su questo punto, dimostrando una superiore chiarezza non ancora sorpassata, ha sempre tenuto a scindere il fenomeno democratico da ogni moralismo. La democrazia moderna dovette attendere prima di trionfare un’enormità di progressi materiali necessari alla sua logistica complessa di comunicazioni materiali ed immateriali. Il fatto che la nobiltà ad un certo punto potesse essere acquistata e il concomitante e progressivo venir meno dei privilegi di nascita; il gioco dell’appoggio politico del popolo cercato di volta in volta dal re contro l’aristocrazia, o da questa contro il re, che consentì alla classi subalterne un primo, sia pur indiretto, protagonismo politico; la lenta compenetrazione fra le classi dovuta all’attività economica; tutto ciò comportò che un poco alla volta la libera attività economica del singolo si specchiasse nel libero esercizio dei diritti politici: libertà economica e libertà politica camminavano di pari passo. Nel Regno Unito, essendo stato un processo relativamente naturale, nonostante l’esperienza Cromwelliana,  e non traumatico, non vi fu nemmeno bisogno della consacrazione repubblicana e costituzionale. Questa venne alla luce oltre oceano con l’indipendenza delle colonie americane, dove il patriottismo costituzionale funse quasi da surrogato della sacralità regale.

Ma nel resto del mondo si era ben lungi da questo ideale parallelismo economico-politico e il suo strascico più largamente culturale. Le istituzioni democratiche si impiantarono in un tessuto economico-sociale che democratico, ovvero libero, non era. Si scoprì che uguaglianza non significava sempre libertà. Si scoprì che anche in tempi di uguaglianza poteva esistere il dispotismo. E che in tempi di democrazia la forma del dispotismo moderno si chiama socialismo, in tutte le sue varie declinazioni, che nascondono tutte però il germe della pianificazione economica. Dal socialismo internazionalista chiamato comunismo, al socialismo nazionale, al socialismo sedicente antisocialista dello stato corporativo fascista, l’espropriazione delle risorse dalle mani degli individui della società libera nella presunzione di sapere a livello centrale la loro ottimale allocazione al fine di raggiungere obbiettivi pure essi astrattamente concepiti, è sempre stato l’esito inevitabile della pianificazione economica. Ma non esiste al mondo un gruppo di supertecnici salvatori della patria, ai quali invariabilmente il socialismo finisce per affidarsi, che possa sostituirsi al riferimento di un mercato vero col suo sistema di prezzi.

Quindi un sistema democratico, che garantisca la libertà individuale, non può tenersi in piedi laddove manchino i presupposti culturali.  Per non cadere nel socialismo vero e proprio, allora quasi tutti i nuovi stati democratici, quasi come una medicina omeopatica, pur di preservare alcune libertà politiche essenziali, si rifugiano nello statalismo, caratteristico sintomo di insicurezza e di inesperienza. Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli. Perfino Hayek, contraddicendo l’opera di tutta una vita, non resistette alla tentazione di risolvere il problema della preservazione delle libertà fondamentali, cedendo al mito costruttivistico di una costituzione modello.

Nell’attuale situazione politica italiana, coloro i quali ancora non arrivano a capire come mai il gotha del nostro mondo finanziario-industriale, e la sua claque mediatica, non riescano a tagliare di netto con l’attuale governo e nonostante tutto si accomodino a partecipare ai riti umilianti della concertazione (vedi l’orripilante controriforma sul welfare di questi giorni) dovrebbero riflettere sulla natura del progetto politico che Montezemolo & Soci propongono: quel loro ormai annoso insistere sulla mancanza di una Classe Dirigente, che è un mito per gonzi, e che in una società libera non dovrebbe esistere, è solo un escamotage lessicale che nasconde la volontà di una pianificazione economica debole pro domo sua, gestita da un oligarchia finanziario-industriale padrona di allocare a proprio piacimento risorse che dovrebbero competere invece all’iniziativa individuale. L’ho chiamato una volta capitalismo feudale, ma è solo un’altra forma di socialismo, da affiancare a quello del PD e a quello veterocomunista: le tre persone della trinità unionista del Partito della Sfiducia, destinate a cadere assieme.

Bene & Male, Italia

Punto d’incontro: un articolo di Carlo Lottieri

Voglio segnalare quest’articolo uscito oggi sul Giornale, a riprova di come laici e cattolici, o come  liberali e cristiani possano arrivare alle stesse conclusioni riguardo alla res publica.

L’orgoglio dello Stato laico mette il bavaglio alla religione

Poiché in Italia non ci si fa mancare nulla, nei prossimi giorni assisteremo anche ad una manifestazione di orgoglio laico. Quello che fa specie, in prima battuta, è l’utilizzo in senso positivo del termine «orgoglio». Nella mia edizione del dizionario Zanichelli leggo che con tale termine si deve intendere una «esagerata valutazione dei propri meriti o qualità per cui ci si considera superiori agli altri in tutto e per tutto». Mentre un tempo questa parola veniva associata ad attitudini non troppo urbane, bisogna prendere atto che ora – complici i Gay Pride – l’orgoglio è stato sdoganato. Se d’altra parte siamo tutti relativisti, perché mai confinare questo vizio in qualche girone infernale? Nella Commedia, Dante definisce «persona orgogliosa» Filippo Argenti, posto tra gli iracondi immersi nella palude che reciprocamente si aggrediscono con rabbia, ma certo lo spirito del Fiorentino appare lontano dalla nostra sensibilità.
E così oggi gli omosessuali negano con orgoglio la naturalità del rapporto uomo-donna, affermando che non basta rispettare ogni persona in quanto tale (indipendentemente dalle sue «preferenze sessuali»), ma asserendo che tutti bisognerebbe accettare l’idea che l’amore per una persona di altro genere (veramente «altra») e l’amore per una persona del medesimo genere – l’amore omosessuale, appunto – sarebbero la stessa cosa. Il guaio è che questa pretesa verità sta diventando un nuovo dogma, negando il quale si passa per omofobi.
Nella breccia aperta dalle colorate sfilate gay oggi si inseriscono – riutilizzando in senso positivo quel medesimo termine – quanti (con i radicali in testa) hanno organizzato per sabato una manifestazione volta ad esaltare lo Stato laico. Ma c’è davvero da essere orgogliosi di tale creatura? Nutro qualche dubbio al riguardo.
Senza entrare nel merito delle polemiche tra cattolici e laicisti, bisognerebbe comprendere che la costruzione di istituzioni pubbliche «laiche» è stata storicamente funzionale all’espansione del potere. Fin dai tempi di Thomas Hobbes, insomma, i costruttori della sovranità statale hanno avvertito che l’unica maniera perché il Leviatano potesse trionfare quale fattore di pacificazione era che mettesse il bavaglio ad ogni cultura, ideologia e – soprattutto – confessione religiosa. Confinare i preti nelle parrocchie e immaginare una fede ridotta a rito e spiritualità è fondamentale affinché la nuova «religione civile» possa affermarsi e affinché il Dio mortale incarnato dal potere secolare non trovi ostacoli di fronte a sé.
Nel linguaggio corrente si tende a sovrapporre libertà e laicità, ma la seconda nozione è del tutto impensabile (nel suo significato filosofico-politico) senza la terribile maestà del dominio sovrano e senza la sua ambizione a incorporare economia, scienza e ogni altro mondo vitale.
Tra Stato teocratico e Stato laico, allora, tertium datur [mio neretto N.d.Z.]: perché esiste certamente la possibilità di darsi istituzioni meno «orgogliosamente» determinate a controllare tutto e tutti.

Carlo Lottieri (Pubblicato sul Giornale il 06/05/2007)

Questo è invece quanto da me scritto tempo fa (con un contributo di Ismael):

[…] Invece quanto più una società è sanamente libera, ovvero quanto più le sue solide fondamenta  progressivamente si irrobustiscono permettendo agli individui di ampliare il ventaglio dei loro comportamenti pubblici e privati,  tanto più, mantenendo però  l’autocontrollo,  secerne quei veleni (come il libertinismo) ai quali essa è ormai mitridatizzata. La tolleranza è figlia  di questo processo di maturazione  in cui le brusche accelerazioni hanno solo effetti controproducenti.  La legge positiva ne viene modificata, senza che  questo  significhi sanzionare favorevolmente da un punto di vista morale  tutto ciò che entra nel campo del lecito, come vorrebbe il laicismo estremo che contraddice e mina alla base il principio di distinzione tra Stato e Religione nel momento stesso in cui lo invoca. Non si può recidere quel vitale cordone ombelicale che  lega legge positiva e morale e si allunga progressivamente a perimetrare il sempre più vasto campo delle nostre libertà civili; che  non si restringe solamente se l’etica s’identifica nella legge, ma anche se all’opposto la legge diventa il presupposto dell’etica. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Un diritto positivo an-etico o a-morale – neutro – è solo una una comoda chimera teorica che risolve la questione nel cerchio chiuso e perfetto della logica del discorso (se ci accontentiamo dell’inevitabile esito tautologico) non nella realtà. E’ un’astrazione che nella realtà genera un processo disgregativo al quale alla fine una società sfinita non saprà che contrapporre un puro e quasi bestiale istinto di autoconservazione che attribuirà ad una tirannica legge positiva anche il ruolo di supremo arbitraggio etico, come in un corto circuito:

Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi. (dal blog Ismael)

Emanciparsi da Dio e dalla morale è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Nel passato la fine della lunga stagione medievale ha visto con l’Umanesimo  il trionfo del diritto romano (versione giustinianea)- diritto di servitù, lo chiama Alexis de Tocqueville – che servì da base giuridica alla nascita degli stati nazionali centralizzati e in, Italia, alle signorie; mentre l’Illuminismo partorì il primo stato totalitario moderno con la rivoluzione francese. Le idee umanistiche ebbero come sfondo le libertà comunali italiane e le idee illuministiche le libertà inglesi. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.

Esteri

Europa-USA: l’inevitabile alleanza

In terra francese, la glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, come i legami tra la rivoluzione francese, e quindi tra la natura del moderno stato francese e dei suoi replicanti continentali, e il comunismo, e più in generale i totalitarismi, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, si ebbe agio di vedere la significativa prospettiva storica di quel boulevard che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. La retorica laicista dell’esprit républicain, che politicamente signoreggiava incontrastata a destra e a manca nell’Hexagone, si trovò improvvisamente con un fianco scoperto; il varco pericoloso attraverso il quale le vecchie verità che già nell’Ottocento Taine e Tocqueville avevano rivelato nelle loro opere, ribadite all’inizio nel secolo scorso da un geniale ed eroico reazionario come Augustin Cochin, e infine assurte al rango di dignità accademica con i lavori revisionisti di Furet o di Chaunu, potevano finalmente acquisire un inedito peso politico. Ricondotti per così dire all’origine,  ritornavano a galla gli antagonismi tra la statolatria gallica e il liberalismo anglosassone, che la lunga emergenza dei pericoli totalitaristi aveva sopito. Che il crollo del comunismo potesse risolversi in una destabilizzante messa in discussione dei principi stessi della République del 14 luglio, tutto ciò venne istintivamente percepito dalla classe politica francese. Ecco allora che lo sganciamento progressivo dall’atlantismo, oltre che obbedire agli istinti profondi della Francia più retriva, diventava il modo per non fare i conti col passato: un problema interno, per l’ennesima volta, veniva dirottato fuori dei propri confini. Con un corollario di campi di propaganda politica di facile aratura intellettuale: la difesa delle conquiste sociali, un nuovo dinamismo nei territori della francophonie africana, le strizzate d’occhio all’antioccidentalismo no-global acrobaticamente accompagnate da forme pseudovirtuose di protezionismo economico.  Il socialgollismo di Chirac e De Villepin aveva una nuova parola d’ordine: l’Europe c’est moi. L’Europa villica degli ex paesi comunisti e i leader più consapevoli dell’atlantismo europeo speronarono questo primo tentativo, mentre l’Europa seriosa degli apparati si limitò ad un timidissimo rifiuto, con un progetto costituzionale che pure andava fin troppo incontro alle pulsioni antiliberali dei transalpini; e i francesi, con gran gaudio dei liberali, rifiutarono l’Europa.

Tutto questo mestare nel torbido, sempre latente nel mondo intellettuale e ora senza più freni inibitori anche nei corridoi della diplomazia in forza dell’avallo datogli dalla pianificata attitudine dal governo francese (alla faccia di chi parlava delle gaffes di Chirac), ha notevolmente alimentato il risorgere di sentimenti antiamericani anche in ambienti culturali e politici di dichiarato moderatismo. La carta dell’obsolescenza dell’alleanza atlantica giocata dapprima come ballon d’essai e poi sempre più scopertamente nel nome della riscoperta del sentimento identitario europeo, anche dalla sinistra originariamente e storicamente antieuropeista, doveva servire a dare dignità all’involuzione isolazionista e statalista dello stanco continente. L’antiamericanismo come collante negativo europeo trovò l’occasione per uscire ufficialmente allo scoperto con la guerra in Irak, appoggiandosi ad opinioni pubbliche narcotizzate da mezzo secolo di politiche estere dalle quali l’elemento bellico era stato rimosso, in quanto fornito per tacita intesa dagli USA, le cui forze militari hanno costituito a tutti gli effetti anche il braccio armato europeo nella lunga serie di guerre e guerricciole, combattute quasi sempre dentro il quadro della guerra fredda, che hanno insanguinato il mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale.  La campana di vetro sotto la quale l’europeo ha vissuto pacificamente per sessant’anni è stato il risultato non della consapevolezza dell’inutilità dell’impegno bellico di cui si straparla ipocritamente nel nostro continente, ma dall’essere, in virtù della contrapposizione democrazia-comunismo e della deterrenza nucleare, l’occhio del ciclone pacifico attorno al quale ruotavano più o meno vorticosamente i venti di guerra nel resto del mondo. Come per un’arto da lungo tempo inutilizzato e in pericolo di atrofizzazione, i primi passi dell’opzione militare chiestaci ora apertamente e senza infingimenti lessicali dagli Stati Uniti – una specie di invito alla piena maturità dopo la lunga rieducazione democratica del dopoguerra, ma anche un’occasione, se le prefiche della sovranità limitata non avessero i paraocchi, di cogestione della pax americana – hanno provocato dolori lancinanti. Su questo trauma culturale contano coloro, e in primo luogo i reduci del marxismo, che vogliono trasformare l’Europa in una sorta d’Impero d’Oriente, dividendo il campo occidentale. Ma questa sindrome bizantina è strategicamente cieca e altro non porterà, nel miglior dei casi, che ad una lunga e dorata decadenza. E tuttavia questa volta Bisanzio non finirà, come nel passato, in bocca ai Turchi, cioè all’Islam, come qualcuno potrebbe credere: nel suo sfolgorio, il terrorismo globale dell’estremismo islamico è l’epifania di una malattia mortale che sta portando la civiltà fondata da Maometto alla tomba. No: il pericolo è un altro.

Il XXI secolo sarà un periodo di eccezionale sviluppo, foriero però anche di grossi problemi. Una sorta di replica, su scala mondiale questa volta, di quello che significò nel continente europeo – Russia compresa – per tutto il secolo XIX la vittoriosa cavalcata della democrazia e dello sviluppo economico seguito alla rivoluzione industriale; fenomeno contraddistinto da tendenze antireligiose, conati rivoluzionari, plebisciti, le cui deleterie conseguenze non sono state riassorbite completamente ancor oggi. E anche quando alla fine si giunse all’interno dei singoli stati, alcuni di nuovo conio, come l’Italia e la Germania, ad una relativa composizione delle forze in campo, si era ben lontani da quell’armonia ideale tra costumi e architettura costituzionale propria di una democrazia matura. In una nazione infatti, il trionfo della democrazia e della libertà accelerato da fattori esterni, maschera sempre le insufficienze delle proprie basi culturali e la propria insicurezza  con la pompa dei proclami, col nazionalismo (per tutto l’ottocento nell’Europa continentale il liberalismo andò a braccetto col nazionalismo), con la centralizzazione e l’invasività  dell’apparato amministrativo. Si videro insomma in quel secolo tutti gli sconquassi, senza contare quelli nascenti dal progresso economico, che dilaniano il corpo delle nazioni  quando il fattore dinamico, cosmopolita, progressivo della Zivilisation non riesce a trovare un modus vivendi proficuo col fattore statico, identitario, conservatore della Kultur, cioè quell’equilibrio pur nella continua trasformazione che permette una navigazione tranquilla e che porta molto lontano. Dal collasso liberale che ne seguì, nel XX secolo, avremmo dovuto apprendere che un paese che diventi una grande forza economica o militare senza sviluppare un’adeguata maturità democratica – che permetta di bruciare le proprie energie in un lavorio di continuo aggiustamento degli equilibri interni e di governo della richiesta crescente di libertà individuale – è fatalmente tentato da una politica di potenza, non solo strettamente militare, quando è squassato da rivolgimenti interni. Pensiamo solo alla Cina e ai problemi derivanti dalla proletarizzazione di decine, se non centinaia, di milioni di contadini inurbati, e da quelli derivanti da un progresso economico che non s’accompagna al miglioramento dei diritti dell’individuo. Chi ci rassicura che un regime disperato non faccia la sciocchezza di tentare di risolverli, atteggiandosi a vittima, con la sbornia nazionalistica della conquista di Taiwan? Ci saranno quattro o cinque giganti di questo tipo fra qualche decennio. Il Brasile, grande territorialmente come gli Stati Uniti e con una popolazione equivalente a 2/3 di quella del gemello nordamericano, non può dirsi ancora una democrazia stabile. La Russia semidemocratica e neozarista ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale. E qui finisce l’Occidente cristiano in senso lato. E quindi solo in Europa e negli USA – col contorno del Canada, del Giappone, dell’Australia e della Nuova Zelanda – ci potranno essere condizioni riunite e stabili di ricchezza economica, potenza militare e solidità democratica. Solo l’unione di esse costituirà un deterrente sufficiente a garantire l’equilibrio e a sconsigliare avventure. Se l’Europa si tirerà indietro da questo suo compito storico, sarà condannata all’emarginazione e sarà, ben prima degli Stati Uniti, vittima dell’instabilità mondiale.

Bene & Male, Italia

Il prof. Tocqueville e il socialismo

Una Scuola per il partito democratico

Questo si propone di essere l’ULIBO, la nuova Università Libera di Bologna intitolata, ahinoi, ad Alexis de Tocqueville. Siccome le teste dure da convincere all’interno del popolo rossodemocratico saranno molte, ci permettiamo di proporre all’attenzione del senato accademico questa lezione dell’eroe eponimo dell’emerito nuovo istituto, Alexis de Tocqueville in persona. 

PRESENTAZIONE

Ho per le istituzioni democratiche un gusto della mente, ma sono aristocratico per istinto, cioè disprezzo e temo la folla. Amo con passione la libertà, la legalità, il rispetto dei diritti, ma non la democrazia. Questo il fondo dell’anima. Odio la demagogia, l’azione disordinata delle masse, il loro intervento violento e mal illuminato negli affari, le passioni invidiose delle classi basse, le tendenze irreligiose. Questo il fondo dell’anima. Non sono né del partito rivoluzionario né del partito conservatore. Ma tuttavia e dopotutto tengo più al secondo che al primo. Infatti dal secondo differisco nei mezzi piuttosto che nel fine, mentre dal primo differisco, insieme, nei mezzi e nel fine. La libertà è la prima delle mie passioni. Questa è la verità.

IL SOCIALISMO  

Il primo tratto caratteristico, di tutti i sistemi che portano il nome di socialismo, è un appello energico, continuo, immoderato alle passioni materiali dell’uomo […] Il secondo è un attacco talvolta diretto, talvolta indiretto, ma sempre continuo, ai principi stessi della proprietà individuale […] Il terzo è una sfiducia profonda nella libertà, nella ragione umana; è un profondo disprezzo per l’individuo considerato in se stesso, allo stato di uomo; ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana […] Il socialismo è una nuova formula della servitù […] L’assolutismo professava quest’opinione: che la saggezza è solo nello Stato, che i sudditi sono degli esseri deboli e infermi che bisogna sempre tener per mano, per paura che non cadano, non si feriscano […] dunque pensava su tale punto, precisamente come i socialisti di oggi […] Tutto questo grande movimento rivoluzionario non sarebbe sfociato che in questa società, quale ce la dipingono i socialisti, regolamentata, disciplinata, compassata; ove lo Stato si incarica di tutto; ove l’individuo è niente; ove la collettività riunita riassume in se stessa tutta la vita; ove il fine assegnato all’uomo è unicamente il benessere […] ma questa è una società di animali sapienti, piuttosto che di uomini liberi e inciviliti […] Per fare una società di questo tipo, la rivoluzione era inutile; sarebbe bastato perfezionare l’antico regime […] Luigi XVI aveva insegnato pubblicamente nei suoi editti questa teoria, che tutte le terre del regno erano state in origine concesse condizionatamente dallo Stato, che per questa ragione era l’unico vero proprietario, mentre tutti gli altri non erano che dei possessori, il cui titolo restava contestabile e il diritto imperfetto. Questa dottrina trova la sua sorgente nella legislazione feudale, ma non fu professata in Francia che all’estinguersi del feudalesimo, e mai d’altronde fu ammessa dalle corti di giustizia. E’ questa l’idea madre del socialismo moderno. E’ curioso vedere che con le sue radici si rifà al dispotismo regio […] Democrazia e Socialismo sono due cose non soltanto differenti, ma contrarie. Consisterebbe per caso la democrazia nel creare un governo più opprimente, più interessato ai particolari, più limitato degli altri, con  questa sola differenza, che lo si farebbe eleggere dal popolo e che agirebbe nel nome del popolo? Ma in tal caso non si farebbe altro se non dare alla tirannide un volto legittimo che prima non possedeva, e assicurarle così la forza e l’onnipotenza che prima le mancavano. La democrazia allarga la sfera dell’indipendenza individuale; il socialismo la restringe. La democrazia riconosce un valore assoluto ad ogni uomo (in quanto uomo), e assegna a ciascun individuo tutto il suo valore come soggetto politico; il socialismo invece non fa di ogni uomo che un agente, uno strumento di partito, un numero. La democrazia e il socialismo non si incontrano che su una parola: l’uguaglianza; ma anche qui quale differenza: la democrazia vuole l’uguaglianza nella libertà, e il socialismo vuole l’uguaglianza nella soggezione e nella servitù.

Links: The Mote in God’s Eye   L’indolente   Il blog dell’Anarca

Bene & Male

Undici domande e undici risposte

Il nostro simpatico collega dell’accusa, il focoso pubblico ministero Fabio Sacco, ha notificato non meno di undici capi d’imputazione a quel nostro parto mostruoso battezzato col nome di Maometto il rivoluzionario e la fine dell’Islam, ai quali vedo di rispondere ordinatamente uno dopo l’altro.

1. “Fenomeno religioso postcristiano in senso culturale e non cronologico” sa molto di classifica. Come dire: noi siamo la Verità, gli altri derivano solo da noi. Il che è ovviamente culturalmente falso, in quanto è il cristianesimo a derivare da altre religioni, sia orientali sia occidentali, in termini di dogma e di gestualità. Ma questo lo sai benissimo anche tu.

Con non cronologico intendevo dire che dopo il trionfo del Cristianesimo nel mondo greco-romano, lontano da quest’area si potevano benissimo verificare dei fenomeni religiosi a sé stanti. Viceversa in Occidente e nelle zone limitrofe influenzate dal Cristianesimo tutto cambiò. Il perché l’ho già detto: il Cristianesimo, ponendosi a completamento dell’Ebraismo, ha il carattere fino allora sconosciuto di Religione Rivelata. E’ Dio che viene incontro agli uomini, parla loro direttamente e conferma le loro più riposte speranze, quelle esplorate dai filosofi anche fuori dal mondo Ebraico, perché il Cristianesimo non è contro natura. Inoltre la nuova Religione ha un carattere universalista, si rivolge a tutti i popoli, perché si rivolge ad ogni Singolo Uomo, al Padrone e allo Schiavo, e non è legata ad alcuna razza o nazione. In quanto anche fenomeno culturale il Cristianesimo nel suo aspetto liturgico può avere in parte preso del tutto naturalmente dalla ritualità religiosa preesistente.

2. “la pretesa di creare il Regno di Dio su questa terra e quindi un proprio ordine sociale; piccolo, autonomo e isolato dal resto della società” tutto ciò corrisponde anche al monachesimo cristiano, in particolare all’idea di Bernardo di Clairvaux (italianizzato in Chiaravalle) del XII sec.

Proprio per le ragioni suesposte vi era il pericolo che un’interpretazione erroneamente mondana della parola di Cristo, potesse spingere alcuni fedeli al rifiuto e al disconoscimento delle regole della società in cui vivevano. Sarebbe stata una nuova forma dell’intransigenza ebraica contro i Gentili. Errore, come già scritto, combattutto da S. Paolo, laddove prescrive di ubbidire ai magistrati e a ciascuno di rimanere nella propria condizione. Perché, agli effetti della salvezza, la fede e la carità, la moralità e il pieno compimento della libertà interiore cristiana, sono indipendenti da qualsiasi ordine sociale. Quindi netta distinzione tra norma morale e norma civica (solo concepibile col superamento del problema della morte, al quale il Dio Cristiano dà una risposta – non un’indefinita speranza frutto della speculazione – indicando il destino ultraterreno dell’uomo). Va da sé però che a lungo termine i benefici influssi della filosofia cristiana avrebbero profondamente plasmato l’Occidente. La confusione tra norma morale e norma civica conduce ai millenarismi, i Regni di Dio su questa terra. A differenza di questi ultimi, piccoli o grandi, ma sempre caratterizzati da forme totalitarie,  il Monachesimo, che fu favorito anche dalla struttura tendenzialmente ad isole autarchiche del Feudalesimo, non ha intenti sovversivi nei confronti della società né si pone come nuovo modello di società per l’insieme degli uomini. 

3. “L’annientamento o la conquista è la grande valvola di sfogo. L’Islam è il primo grande e confuso fenomeno di questo tipo” sai benissimo che non è vero, in quanto le migrazioni sono un fenomeno sociale ben più antico. Ed il cristianesimo non è esente, anzi basa la sua forza sulla “conversione” (più o meno volontaria) dell’infedele.

In queste nuove società di tipo totalitario (impossibili nel mondo precristiano ed extracristiano) nate dal pervertimento della chiarificazione Cristiana tra legge e morale (che laddove non sviluppa la libertà individuale conduce al suo contrario) la pressione interna esercitata sul singolo ha un bisogno fisico di scaricarsi all’esterno e viene canalizzata dal potere politico nella conquista. Per questo io vedo nelle conquiste Islamiche dei segni anticipatori delle future conquiste totalitarie rivoluzionarie rosse e nere. Non parlo di altri fenomeni estranei a questa logica, compresa la formazione degli imperi coloniali susseguenti alle scoperte geografiche e il loro aspetto missionario.

4. “l’illuminismo francese fu un fenomeno riflesso, di importazione.” ti sbagli di grosso. L’illuminismo nasce in Francia e viene esportato in Europa. Ma mentre i sovrani europei diventano “illuminati” (più per convenienza che per spirito), la Francia non vede l’attuazione delle sue idee.

Le idee che poi saranno chiamate illuministe nacquero nel mondo culturale-scientifico anglo-olandese del XVII secolo. Ma la condizione determinante del loro manifestarsi fu lo sviluppo delle libertà individuali soprattutto in Inghilterra. Per questo dico che esse furono un effetto e non la causa di queste libertà. E in verità non si potrebbe nemmeno parlare di un illuminismo inglese (dove il fenomeno culturale più caratteristico fu propriamente l’empirismo). Non si può invece pensare all’Illuminismo francese se non ci si immagina un popolo, ma soprattutto una comunità intellettuale, che ha di fronte e si può dire sotto gli occhi l’esempio vivente dell’evoluzione della società inglese. Ma questa comunità in generale non era capace di percepire tale evoluzione come un naturale e graduale progresso di tutte le componenti della società. Le libertà inglesi furono sentite come qualcosa di a-storico e vennero ideologizzate, e perciò rivendicate come i valori assoluti di una metafisica rivoluzionaria. Non basta la figura consapevole di Montesquieu a determinare il profilo dell’Illuminismo, che fu disegnato definitivamente per la posterità dai vari Voltaire e Rousseau, D’Alembert e Diderot ecc. In terra francese l’Illuminismo divenne millenaristicamente Una Nuova Era, A New Age; in essa fu battezzata con quel nome che deriva dai Lumi. Lumi, come Cristo era la luce del mondo.

5. “L’ateismo serafico e tranquillo di Hume divenne odio contro la religione” forse perchè il clero francese era tra i più corrotti e potenti al mondo? Ricordo le figure di Richelieu e Mazzarino.

Posso sbagliarmi, ma fu mi sembra il gran reazionario Joseph De Maistre a definire l’ateismo serafico e tranquillo [mia definizione] di Hume veleno più potente e pericoloso di quello delle dottrine di Voltaire. E non aveva neanche tutti i torti. Ma io volevo sottolineare la differenza a livello sociologico dello sviluppo di questo sentimento antireligioso. Forse avrei dovuto scrivere odio generalizzato e incontrollato per chiarire meglio il mio pensiero. In una società adusa alle pratiche concrete della libertà, e dove l’opinione pubblica si divide e si confronta, il senso del limite e l’istinto di autoconservazione rimane forte e vigile. Ma in una società digiuna da tutto questo, com’era quella francese del XVIII secolo, è la demagogia a regnare e a darle il proprio contributo è anche quell’aristocrazia che, scherzando col fuoco, da tale ondata sarebbe stata spazzata via. Ecco al proposito una paginetta esemplare del solito Tocqueville sul diverso corso degli eventi dall’altra sponda della Manica:

La nostra filosofia irreligiosa fu predicata tra loro [gli inglesi] anche prima che la maggior parte dei nostri filosofi venisse al mondo: fu Bolingbroke che ammaestrò Voltaire. Durante tutto il diciottesimo secolo l’incredulità ebbe in Inghilterra rappresentanti celebri. Scrittori abili e profondi pensatori ne sposarono la causa; ma non poterono mai farla trionfare come in Francia, perché tutti coloro che avevano qualcosa da temere dalle rivoluzioni si affrettarono a venire in soccorso della religione riconosciuta. Anche quelli che erano più vicini alla società francese di quel tempo e non giudicavano false le dottrine dei nostri filosofi le respinsero come pericolose. Grandi partiti politici, come accade sempre fra i popoli liberi, trovarono interesse a vincolare la loro causa a quella della Chiesa; si vide Bolingbroke stesso divenire alleato dei vescovi. Il clero, animato da tali esempi e non sentendosi mai solo, difese energicamente la propria causa. La Chiesa d’Inghilterra, nonostante il vizio della sua costituzione e gli abusi di ogni genere che formicolavano in essa, sostenne vittoriosamente l’urto; scrittori, oratori uscirono dalle sue file e si schierarono con ardore a difesa del cristianesimo. Le teorie che gli erano ostili, dopo essere state discusse e confutate, furono infine respinte dallo sforzo stesso della società, senza che il governo se ne immischiasse.” (Alexis de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Libro III, Capitolo II)

6. “In un mondo siffatto le singole figure della vasta moltitudine degli dei, [..] si vanno sempre più sbiadendo e di pari passo col crescere della dignità individuale e del valore autonomo della sua interiorità si va disegnando la figura purificata di un Dio universale e personale” la divinità nel mondo greco e romano vive insieme alla gente, non c’è nessun dio assolutamente superiore agli uomini. L’antropologia religiosa è forte. Il dio unico cristiano è tuttavia fortemente avversato dal popolo e dal ceto dirigente, in quanto vuole distruggere la Tradizione. Il dio cristiano non è affatto puro, ma rappresenta un tentativo esterno di impossessarsi delle masse. L’impero è in crisi (morale e militare) e c’è chi ne vuole approfittare.

Anche il Dio Cristiano è antropologico, anzi massimamente antropologico. Ma non abbassa la natura divina a quella umana, ma eleva quest’ultima a quella divina, che è la nostra vera. Perché oggi siamo in una situazione di mezzo, irrisolta: Dio, attraverso il Figlio, ha voluto abbassarsi alla condizione umana, istruendoci sulla sua vera natura, indicandoci una via di salvezza, a compimento della nostra vera natura, come un padre che mandi un immacolato messaggero per riportare tutti i suoi prodighi figli nella loro vera casa. La crisi morale dell’Impero Romano comincia con la sua nascita, in quanto la sua organizzazione implicava necessariamente il crollo della forma repubblicana, adatta più ad una Città-Stato al centro magari di un sistema satellitare di potere, non certo alla vastità delle terre e al numero dei popoli inglobati dalle conquiste militari romane. Il declino e l’imbarbarirsi della vita politica e civile fu il prezzo da pagare per gettare le fondamenta dell’Impero. Il moltiplicarsi dei culti e il sincretismo religioso dei Romani (tanti Dei, nessun Dio) hanno lavorato per il trionfo di quell’unico Dio che era già un bambino in fasce nella mente dei filosofi, i quali in ogni caso alla proficuità di un rapporto tra gli Dei (al plurale) e l’uomo non credevano più, sia li sentissero lontani sia se ne facessero beffe. Furono solo degli anticipatori. La restaurazione pagana tentata da quel notevole personaggio che fu Giuliano l’Apostata era un anacronismo. Le virtù repubblicane non potevano tornare con un ritorno al paganesimo. Le forme di Divinizzazione di tipo orientale dell’Imperatore andavano di pari passo con l’involuzione dell’Impero e niente avevano a che fare (anzi!) col Cristianesimo, ma la centralizzazione del potere finì poi paradossalmente per favorirlo e a diffonderlo (con le buone e le cattive?) al momento dell’ascesa al trono di Costantino.

7. “Maometto infine si fece Re, laddove Cristo si comportò assai diversamente”.  Anche i papi si sono fatti re. L’esempio più scellerato appartiene forse a Innocenzo III, anche se Gregorio VII e Bonifacio VIII non sono da meno. La lotta tra Federico II e lo sleale Gregorio IX (l’amico di S. Francesco) durante il XIII secolo evidenzia quanto il papa volesse non solo usurpare col tradimento e la menzogna i legittimi re, ma come volesse essere signore assoluto del mondo.

Lascio qui la parola, a beneficio del lettore, in attesa magari di un post futuro che affronti il problema della posizione della Chiesa nel periodo di mezzo, all’esperto nominato dal Collegio di Difesa Giovanni Maria Ruggiero, le cui cognizioni storiche non devono sorprendere in quanto medico dei pazzi, e quindi di una fetta non trascurabile dell’umanità; di quell’umanità che ha ritenuto suo dovere morale indagare in lungo ed in largo, nel passato, nel presente e nel futuro; di quella stessa fetta non trascurabile dell’umanità di cui ben riposti indizi – che non sfuggono alla sensibilità all’esperto – potrebbero far ragionevolmente concludere che anche il sottoscritto faccia parte:

Le intenzioni dei vari Papi che tu citi erano intenzioni politiche e temporali, ma il frutto è stato benefico: un controllo reciproco tra vari centri di potere. Papi, Imperatori, Re, Parlamenti vari si dividevano conflittualmente il potere, che non esitava nella appropriazione totale da parte di un califfo o di un imperatore bizantino o cinese o di un teocrate tibetano e quel che vuoi. Non contano le intenzioni, ma il bilanciamento di vari poteri che confliggono senza mai sopraffarsi del tutto a vicenda. I Patriarchi orientali sottomessi completamente al potere politico imperiale non fecero un favore alla libertà. […] Le astratte regole di correttezza non servono a nulla a capire la storia, che è conflitto di forze. Le intromissioni del Papa nella lotta politica servivano proprio (e involontariamente, lo ammetto) a creare spazi politici non totalmente asserviti ai poteri monarchici o imperiali. Il potere spirituale, se non ha una garanzia temporale sua propria e non garantita dalla benevolenza statale, è servo del potere temporale, con conseguenze totalitarie. Esattamente quello che accadeva in oriente ai patriarchi ortodossi. Consiglio di leggere le analisi sulle rivendicazioni di indipendenza di Papa Gelasio, fondate proprio sul falso storico della donazione di Costantino. Se ne trova un accenno nel saggio introduttivo alla “Libertà degli antichi e dei moderni” di Benjamin Constant, scritto da Pier Paolo Portinaro. […] Mettiamola così: Gesù diceva che il papa non doveva farsi Imperatore, ma anche che un Papa con un minimo di forza politico/temporale avrebbe fatto il suo lavoro in maniera più indipendente e avrebbe perfino fatto bene all’Imperatore, impedendo a quest’ultimno di sostituirsi a Dio (date a Dio quel che é di Dio). Chiaro poi che nella realtà materiale il Papa non puntava al minimo, ma al massimo. Toccava poi all’Imperatore limitarlo. Insomma, si chiama dialettica. Quanto poi alle cose dette da Gesù [ “Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”] attenzione alla lettera, che uccide. Insomma, da buon cattolico non mi faccio impressionare né dalla logica e tantomeno dalla coerenza, che lascio ai musulmani. […] E’ sempre difficile dire cosa sarebbe stato meglio. Il Papa (e i comuni italiani) impedirono a Federico II di diventare un autocrate orientale? O magari sarebbe stato meglio, per l’Italia, lo sviluppo di un potere centrale pù forte? Ancora oggi il nostro problema è la debolezza del premier. Una cosa è sicura: in tutto quel caos medievale delle lotte tra Papato e Impero non vi era spazio per autocrati orientali assoluti. E questo grazie anche (sottolineo anche) alla indipendenza politica del Papa. E poi mettiamoci pure lo ius publicum romano, il diritto consuetudinario tribale germanico, il personalismo cristiano, la radice giudaica, la filosofia greca, i primi privilegi preliberali medievali, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, un bel caos che impediva a un solo potere di prevalere. Cosa che invece in età moderna tra giacobinismi e nazismi è accaduto per la prima volta (e sottolineo per la prima volta). […] Senza contare che Innocenzo III tendeva a controllare l’Imperatore, ma non ad eliminarlo politicamente. Federico II potè diventare adulto e regnare grazie a Innocenzo III, rimandando di almeno un secolo il decadimento plurisecolare dell’imperatore tedesco, che condannò la Germania al nanismo politico per secoli. Insomma, non possiamo paragonare Innocenzo III a un califfo. Senza contare che comunque c’era lo ius publicum del diritto romano, che era un inizio di garanzie di protezione dei diritti personali. Insomma, nel campo dei diritti della persona va proclamata la superiorità dell’occidente senza se e senza ma e questa superiorità va attribuita a tutte le componenti dell’occidente, Papa compreso. Le correnti di pensiero post-illuministiche dovrebbero recuperare questo orgoglio, senza cercare di appropriarselo in toto e senza, al tempo stesso, dismetterlo di botto pascolando in un indistinto rispetto anodino per tutte le culture.

Io considero, retrospettivamente, l’indipendenza – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo – dello Stato Pontificio necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Considerando inoltre la tendenza – quasi un carattere ereditario – alla frammentazione delle Chiese Protestanti, nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, è stato il Papato.

8. “Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione.” Gesù stesso afferma che il suo è un giogo, anche se dolce.

9. “Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene” stesso discorso per il Cristianesimo.

Queste due domande hanno un’unica risposta. Oltre a quanto già spiegato nel Laico Dio, aggiungo che quando Gesù dice “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” egli stabilisce, fra l’altro, indirettamente, due cose: attesta che vi è un Dio superiore e distinto da Cesare e che nessuna autorità terrena può essere divinizzata. Stabilisce la relatività di qualsiasi autorità terrena e che essa non può sostituirsi a Dio. La norma emanata dall’autorità terrena rimane valida, ma dentro un cerchio delimitato. Essa ha valore temporaneo in quanto mortale l’autorità che l’ha emanata e, in senso lato, valore contrattuale, in quanto non si contratta con un’ Autorità Suprema, Immortale e Onnipotente. L’adunanza dei fedeli, la Chiesa, vive nella società, ne riconosce le regole di convivenza, ma non trae da essa, ovvero dagli uomini, il magistero etico. Tutto ciò determina un nuovo rapporto del singolo con la società alla quale egli ora concede un’adesione condizionata. Non vi è più spazio per un’etica di gruppo, che sia a livello tribale o statale. In verità non poteva esservi completamente neanche prima, ai livelli pervasivi e totalitari che avremmo conosciuto successivamente a Cristo. La situazione era ambigua per l’uomo inteso come animale sociale; egli era ancora parzialmente in catene. Ciò che significò – anche a livello di comunità – la venuta di Gesù io la chiamo la chiarificazione cristiana. Ma proprio in seguito a questa chiarificazione, la perversione di questo nuovo rapporto poteva portare ai risultati opposti. E il primo grande caso fu l’Islam. In quella sua formula di fede – parola d’ordine rivoluzionaria io la chiamo – Maometto/Cesare costituisce Dio mallevadore della sua autorità. Maometto/Cesare e Dio legiferano insieme. Il Dio di Maometto parla agli uomini, non all’Uomo. La legge della comunità è l’unica direzione morale della coscienza individuale. Non vi è spazio per l’interiorità. Non vi è una Chiesa e non vi è posto per un Clero nella struttura Islamica, quando significativamente perfino nell’Antico Testamento vi erano già i Leviti.

L’espressione giogo soave o leggero significa semplicemente che non è un giogo.

10. L’Islam sta morendo” mi sembra al contrario che stia “invadendo” l’Europa moltiplicando le nascite.

Ho spiegato in lungo e in largo perché l’Islam sta morendo. Non sono preoccupato del numero dei mussulmani, che fra l’altro è ragionevole prevedere che anche dal punto di vista delle nascite si europeizzeranno presto. Sono preoccupato dall’atonia culturale dell’Occidente e dell’Europa in particolare, che temo sia preda di una sindrome, spero e non credo mortale, bizantina che ci assicurerà una lunga e dorata decadenza prima di finire in bocca non al mondo islamico, ma agli Indiani e ai Cinesi. Mai come nel XXI secolo l’unione di intenti, l’unione strategica tra Stati Uniti e Europa è vitale. Di questo scriverò in seguito. In ogni caso, tra due generazioni i figli degli immigrati mussulmani saranno cristiani o indifferenti.

11. “a quegli uomini che professano, sì, e in buona fede, una religione sbagliata, ma che nel loro cuore albergano quei sentimenti di giustizia che, per usare un linguaggio biblico, saranno computati a loro giustificazione” anche loro pensano di essere nel giusto (tutte le religioni sono convinte di possedere la Verità), ma preferiscono mandarvi tutti a bruciare all’inferno.

E’ vero: tutte le religioni sono convinte di possedere la Verità, almeno quelle monoteiste che discendono dal tronco dell’Ebraismo. E non può essere che così. Altrimenti semplicemente non sarebbero religioni. Solo una religione può essere quella giusta, lo si voglia o no. Con la precisazione che per il Cristianesimo l’Ebraismo non è tanto una religione sbagliata, quanto morta. Non per questo, e in questo non vi è incertezza nella dottrina cristiana, chi professa un’altra religione o non ne professa affatto è condannato a bruciare all’inferno, perché si presume sempre la buona fede tanto più quando si sia nella totale ignoranza. Come ho scritto più volte, Dio –  e solo Lui – scruterà nel cuore di ogni uomo. E in quello delle donne: mi si stringe il cuore al pensiero di veder bruciare all’inferno tanta divina bellezza!

Bene & Male, Esteri

Maometto il rivoluzionario e la fine dell’Islam

Tutti i fenomeni religiosi o parareligiosi postcristiani – in senso culturale, non cronologico – le eresie cristiane propriamente dette, i vecchi e moderni millenarismi, compresi i totalitarismi di destra e sinistra, hanno questo in irriducibile antitesi col Cristianesimo: la pretesa di creare il Regno di Dio su questa terra e quindi un proprio ordine sociale; piccolo, autonomo e isolato dal resto della società – tendenza presente già nella chiesa primitiva e condannata da S. Paolo che prescriveva di ubbidire ai magistrati – oppure grande e universalistico, la si chiami Città del Sole, Soluzione Definitiva o Comunismo. La caratteristica mancanza di libertà viene psicologicamente compensata sia dall’autoattribuzione della virtù (puri si definivano i Catari, dal greco khataròs) e/o dalla designazione di un Satana in carne e ossa sul quale sfogare le energie represse. L’annientamento o la conquista è la grande valvola di sfogo. L’Islam è il primo grande e confuso fenomeno di questo tipo e vi è un sottile legame tra il rovesciarsi post-rivoluzionario dei suoi eserciti di sudditi-fedeli in Asia, Africa e Europa nel VII secolo dopo Cristo e quello post-rivoluzionario degli eserciti napoleonici di sudditi-cittadini in Europa più di mille anni dopo.

Per parlare della logica rivoluzionaria dell’impresa di Maometto occorre fare una premessa concernente la fisiologia dell’espansione democratica moderna. Possiano chiamare democrazia la forma statuale della libertà individuale nell’era moderna. I suoi liberali difensori però sbagliano, facendo il gioco dei giacobini, nell’investire il concetto di democrazia di un valore morale. Errore che Tocqueville si guardò bene dal fare. Egli chiama genericamente uguaglianza delle condizioni il risultato inevitabile di questo travaglio storico che stava prendendo forma sotto i suoi occhi, al di qua e al di là dell’Oceano, e avvisò (e fu profeta dei totalitarismi) che in tempi di democrazia il dispotismo avrebbe potuto assumere forme oppressive quali mai si erano viste in precedenza.  Il trapianto della forma democratica, in altre parole, laddove i tempi non fossero maturi e non fosse in armonia con i costumi poteva portare al collasso delle istituzioni di un paese e alla presa del potere di minoranze settarie organizzate. Quando Metternich affermava di temere i liberali, perché dietro i liberali vedeva i democratici, e dietro i democratici i repubblicani, e dietro questi i socialisti e i rivoluzionari con la ghigliottina, era più un profondo conoscitore della realtà dei suoi tempi che un acido conservatore. Va sottolineato con forza che nella sua Democrazia in America Tocqueville ritornava insistentemente sull’importanza  dei costumi di una nazione, ovvero su quanto in una realtà democratica lo spirito di libertà e di responsabilità individuale (le due cose vanno di pari passo e sono inseparabili) fosse radicato in un popolo, perché naturalmente un sistema democratico vivo non è un congegno ad orologeria, un alambicco costituzionale la cui bella architettura e le parti ben distribuite ne garantiscano indefinitamente il funzionamento, ma in ultima analisi è un sistema fondato sulla fiducia o, per dirla con gli anglosassoni, sul consensus. Nell’era moderna il primo grande esempio di questo trapianto è stato il rapporto Francia-Gran Bretagna nel ‘700. L’illuminismo inglese (e possiamo fare i nomi di Locke, di Hume, di Gibbon, di Smith) non fu la causa delle libertà inglesi, ma l’effetto di queste ultime nel campo culturale. Viceversa l’illuminismo francese fu un fenomeno riflesso, di importazione. L’intellighenzia francese in generale ammirava, apprezzava queste libertà ma non riusciva a coglierne il nesso coi profondi meccanismi sotterranei della società inglese, ad accettarne la volgarità e causava soprattutto, in quella di matrice aristocratica, il disgusto per lo spirito affaristico e borghese dell’aristocrazia isolana. Voltaire stesso che beneficiò di questa libertà, confessava di sentirsi in un paese a lui estraneo, completamente differente da quelli del continente. Priva del suo retroterra, del suo indispensabile humus, in terra francese la democrazia, o meglio la libertà, divenne un fatto ideologico. L’ateismo serafico e tranquillo di Hume divenne odio contro la religione, la libertà dei costumi divenne un libertinismo dai tratti a volte criminali (Sade), la pratica democratica nelle mani di minoranze settarie  di novelli professionisti della politica, che si servivano di un popolo passivo per mettere le istituzioni di fronte al fatto compiuto (che è il tradimento principe dello spirito democratico), servì per coprire formalmente la violenza, l’assassinio e le epurazioni: la Francia cadde come un gigante senza anticorpi. Quando alla democrazia non si arriva naturalmente per lunghi passaggi intermedi, la sua anima universalistica schiaccia impietosamente tutte le differenze in un dispotismo illiberale. In questo senso il Comunismo in Russia e poi nel resto del mondo extra euro-americano non è che una prima forma brutale e criminale di secolarizzazione democratica. Fatalmente il fascino democratico agisce profondamente nella mente di un popolo diviso in caste senza immaginare che i rivoluzionari non gli prospettano altro che un’uguaglianza da schiavi.

Un’altra necessaria premessa è che il Cristianesimo nel mondo greco-romano trionfò perché molte cose ormai vi si predisponevano. Prima con l’Ellenismo seguito alle conquiste di Alessandro Magno, e poi con l’Impero Romano, le conquiste civico-filosofico-culturali delle democrazie cittadine greche e della repubblica romana avevano elevato prepotentemente il concetto della dignità individuale, mentre d’altra parte proprio il collasso delle libertà greche, a processo culturale però ormai maturato, e quello delle libertà repubblicane romane, avevano tolto ogni illusione, perlomeno nel campo filosofico, nella possibilità di una piena realizzazione dell’uomo nelle sole istituzioni terrene. Di qui la nascita e l’affermarsi delle due grandi scuole filosofiche stoica ed epicurea, vere eredi del lascito socratico-platonico, che ricercavano nell’armonia interiore la perfezione di sé e la propria serenità. In un mondo siffatto le singole figure della vasta moltitudine degli dei, da quelli originati da retaggi animistici ancestrali, a quelli della famiglia, della tribù, della città, insomma la pittoresca compagine mitologica di superuomini che replica, eternandoli, i pregi e i difetti degli uomini in un loro mondo senza morte, per di più in un pantheon continuamente arricchito dalla conquista militare romana, si vanno sempre più sbiadendo e di pari passo col crescere della dignità individuale e del valore autonomo della sua interiorità si va disegnando la figura purificata di un Dio universale e personale. Fuori da questo sviluppo naturale, il monoteismo può essere espressione di una casta regnante, la quale eleva a religione di stato un culto per scopi politici, riunendo trono e popolo nella venerazione di un Dio unico e universale, ma nello stesso tempo simbolo di dominio e ammonimento ai sudditi, come sembra essere stato il caso dello Zoroastrismo in Persia, prima con gli Achemenidi e poi con i Sassanidi.

Nel secolo di Maometto, gli Arabi apparivano come l’etnia culturalmente meno indicata all’impiantarsi del monoteismo. Nel corso della loro antichissima storia erano rimasti refrattari a qualsiasi influenza civilizzatrice; l’espansione indoeuropea, sia che venisse dall’Europa, sia che venisse dal continente indiano, si era arrestata ai limiti del deserto. Solo nel sud della penisola arabica, nell’attuale Yemen, si era sviluppata una discreta civiltà sedentaria – vari regni, come quello mitico di Saba, tutti allora in completa decandenza – ma nel centro e nel nord dell’immenso e arido paese, anche nelle zone a contatto con i regni ellenistici succeduti alla conquista di Alessandro Magno, poi con le province asiatiche dell’Impero Romano e quindi con quelle dell’Impero Bizantino, oltre che con l’eterno Impero Persiano, la civiltà araba rimaneva quella di sempre, nomade e tribale.

“Componenti essenziali nella caratteristica del più antico e autentico arabismo sono il deserto, il nomadismo e il vincolo tribale. […] Il nomadismo, fondato su un’economia pastorale, e la necessità di periodici spostamenti per sfruttare i magri pascoli, restano i tratti fondamentali del modo di vita di questi antichi Arabi, e una radice schiettamente araba (badw, aggettivo bàdawi con plurale badawiyyìn) ha fornito il termine per designare il fenomeno anche fuori del mondo arabo in senso stretto. Gli Arabi sono stati e sono i beduini per eccellenza. […] Essenza e quasi simbolo di queste elementari condizioni di vita dell’arabismo nei secoli immediatamente precedenti a Maometto è il vincolo tribalizio, l’unica salda e riconosciuta struttura sociale per quell’ambiente e quell’età. […] …la società beduina si regge tutta sul principio della solidarietà ed autorità tribale, in gruppi genealogici variamente articolati che la posteriore antiquaria araba ci presenta in rigida e ingannevole schematizzazione. […] Fuori della tribù, cui si appartiene o per diretto vincolo di sangue o per affiliazione (walà, tahaluf), non vi è vita possibile, se non nella precaria esistenza del disperato e del bandito, come è cantata dal poeta Shànfara. La religione della maggior parte di questi Arabi […] è un elementare polidemonismo, con elementi di feticismo e animismo. Gli Arabi adoravano uno svariato pantheon di divinità, nessuna delle quali ha però mai assunto forme sviluppate e personali, nè è mai arrivata a sormontare decisamente sulle altre dando luogo a un enoteismo.[…] Tutte queste figure divine erano dagli arabi adorate in semplici forme idolatriche: pietre e rocce sacre, alberi, rozzi idoli antropomorfici o teriomorfici, taluni di importanza e culto strettamente locale, altri di più larga diffusione intertribale.” (Francesco Gabrieli, Maometto e le grandi conquiste arabe)

In quell’Arabia v’erano però piccole colonie giudaiche e cristiane con le quali molto probabilmente Maometto venne a contatto e non è da escludere che alla sua conoscenza del monoteismo giudaico e cristiano abbia contribuito la sua attività di agente carovaniere. Il genio rivoluzionario di Maometto sta nell’aver capito che, in una società divisa in tribù e le cui svariate divinità erano in parte anche espressione di questo frazionamento, il monoteismo, espressione di una civiltà superiore (come i principi democratici di uguaglianza per i rivoluzionari dei tempi moderni) poteva essere la strada che lo avrebbe portato al potere. La formula di fede dell’Islam “Non v’è altro dio che Allàh e Muhammad è il suo profeta” è la parola d’ordine di un nucleo rivoluzionario. Il monoteismo, la religione dell’unico Dio per sua natura parla all’individuo; Maometto se ne fece portavoce ed unico interprete, e funzionò come esca per gli scontenti e gli ambiziosi. Maometto infine si fece Re, laddove Cristo si comportò assai diversamente:

“Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: ‘Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!’. Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo Re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.” (Giovanni, 6, 14-15)

E se il monoteismo fu la scala che portò Maometto al potere, il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; la confusa sistemazione Coranica di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento non è altro che il disegno e la storia di questo consolidamento. Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione. Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene; laddove Cristo le ha definitivamente sciolte, Maometto ha legato la Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

Oggi in Occidente molti parlano, più spesso con accenti di orrore ma non di rado con una sorta di morbosa, malcelata ammirazione, della vitalità dell’Islam, che è del tutto apparente. L’Islam fin dalla sua nascita, è una società che vive solo se cresce e conquista. Quando si ferma rinsecchisce. Avendo Maometto non solo creato una religione, ma anche disegnato un modello di società terrena sostanzialmente immodificabile, egli con questo ha paralizzato in tutti i campi le capacità creative dell’individuo – come nelle società totalitarie -, per cui tutte queste energie individuali represse vengono canalizzate per una sorta di primordiale principio organico nella loro unica possibilità di espressione: l’aggressività verso gli infedeli e la conquista. Nell’arte, nella scienza, nella letteratura l’Islam è stata essenzialmente una civiltà assimilatrice, non creatrice. Creare vuol dire speculare e quindi necessita di spazi di libertà. Grandi creatori furono i Greci, nelle loro microscopiche realtà democratiche ante litteram. Ma ecco allora che quando la conquista viene meno e rifluisce come una marea, ecco che l’Islam si trova piegato su se stesso e niente ha da offrire alla creatività e all’attività individuale. Così è successo per l’ondata araba e poi per quella turca. Mentre l’Occidente cristiano progrediva, nel mondo islamico era come se il tempo si fosse fermato. E’ vero che l’Islam non è quel moloch che si potrebbe supporre, così come non è mai esistito un Islam puro. Nella sua storia ha saputo dimostrare, differenziandosi localmente nella vasta area geografica della sua espansione, anche una notevole elasticità. Ma questa elasticità ha in ogni caso un suo limite invalicabile, oltre il quale l’Islam non esiste più. L’Islam, si irrigidisca o si addolcisca, non riesce ad uscire dalla sua sfera. Se l’Islam si è separato dalla modernità è perché più in là non poteva andare, pena l’autodissoluzione. E’ sbagliato pensare che all’interno dell’Islam vi siano degli elementi che adeguatamente sviluppati possano portare alla democrazia. O per meglio dire l’Islam non può convivere indefinitamente con la democrazia, cioè con lo sviluppo delle libertà individuali. Come già scrisse Alexis de Tocqueville ormai 170 anni fa, in tempi quindi non sospetti:

“Maometto ha fatto discendere dal cielo e ha messo nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra di loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in questi secoli come in tutti gli altri.” (Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America, Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto)

Si può piuttosto dire che nella natura totalitaria dell’odierno radicalismo islamico, vi è qualcosa che è dovuta al suo contatto con l’Occidente, così come nel secolo scorso il nazionalismo arabo, che parve una sorta di rivitalizzazione di un mondo islamico sempre più alla deriva, nacque sotto lo stimolo culturale dell’Europa. L’Occidente infatti da sempre esporta i veleni che inevitabilmente la libertà produce. Solo che dove vengono prodotti coesistono con gli anticorpi che li combattono, mentre laddove vengono inoculati piegano anche i giganti. Anche i Bin Laden e i Khomeini, come prima di loro i Lenin e i Pol Pot, hanno fatto, per così dire, sulle orme di Maometto le scuole rivoluzionarie in Occidente. Oggi l’apparente vitalità islamica ha due concause fondamentali. La prima strutturale: l’espandersi irresistibile delle libertà individuali, in un mondo indirettamente ma già pervasivamente occidentalizzato; fenomeno che si può, anzi si deve, cercare di governare, ma che combattere significa andare contro natura: da ciò l’irresistibile naturale pressione alla quale è sottoposto l’Islam, impegnato nei giorni nostri in una vera e propria lotta per la vita, e alla quale non sopravvivrà. La seconda causa, accidentale, è l’aiuto che gli è venuto in questa lotta illusoria proprio dal nemico che vuole combattere: la tecnologia occidentale. Stiamo assistendo ad un grandioso colpo di coda della Jihad, cui seguirà il collasso. Di questo presentimento di morte si fece interprete l’Ayatollah Khomeini quando disse “o saremo felici conquistando il mondo oppure guadagnandoci il paradiso morendo tutti come martiri”. Gli odierni martiri dell’Islam sono veramente dei kamikaze e assomigliano nella loro cupio dissolvi ai suicidi di massa degli adepti  di qualche setta. L’Islam sta morendo, in una grande esplosione ingannatrice come la luce di quelle stelle morenti che gli astronomi chiamano Supernove. Nel lungo termine perciò non vi è un pericolo di colonizzazione islamica dell’Occidente, ma piuttosto quello di restare sotto il cumulo di macerie provocato da questa esplosione. Dopo di che l’Islam si spegnerà lentamente, bruciando a lungo nelle proprie ceneri.

Non per questo gli sforzi dell’Occidente sono vani, al contrario: innanzitutto per parare questo colpo di coda, e poi per arare con costanza il campo mediorientale, perché le piantine delicate hanno bisogno di più cure. I frutti già si vedono, anche e proprio in Irak. Assisteremo a un lungo interregno nel quale ambiguamente istituzioni quasi democratiche e precetti islamici convivranno. Poi questi ultimi scompariranno. In un discorso precedente a quello di Ratisbona Papa Benedetto XVI aveva detto:

“Le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell’Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto di libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l’altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio.”

Discorso accolto malissimo dai liberal di casa nostra, che se invece fossero meno prevenuti avrebbero potuto aver l’intelligenza di capire che il discorso era rivolto soprattutto a quella parte del mondo islamico che con la Jihad non ha niente a che fare; a quegli uomini che professano, sì, e in buona fede, una religione sbagliata, ma che nel loro cuore albergano quei sentimenti di giustizia che, per usare un linguaggio biblico, saranno computati a loro giustificazione. La Chiesa Cattolica, che è sempre sottovalutata e che invece vede sempre lontanissimo, già si prepara a raccogliere questi orfani religiosi.

Bene & Male, Esteri

Impudica morte

La morte per impiccagione, e quindi esemplarmente pubblica ed impudica, di Saddam Hussein, seguita cronologicamente,  in Italia, alla mediatica agonia del corpo avvilito di Piergiorgio Welby ha messo in luce ancora una volta la fragilità della nostra società di fronte all’eterno problema della morte. Cosa si cela dietro quel melenso umanitarismo ammantato di compunzione e quell’esacerbata sensibilità che perfino un aspirante in là cogli anni alla Rifondazione del Comunismo, cioè di quell’ideologia che ha figliato i più formidabili macellatori di carne umana all’ingrosso che la storia abbia mai conosciuto, si è creduto in dovere di esibire? Non è difficile scorgere, d’altra parte, nel mare dell’opinione pubblica, una corrente istintiva ed irrazionale che tanto spingeva a salvare la prima vita, (salvo poi abbandonarsi caratteristicamente al voyerismo della morte attraverso internet, degradandosi a spiare nella materia ciò con cui rifiuta di confrontarsi nell’animo) tanto spingeva ad affrettare la fine della seconda, in forza di quello stesso sentimento di inaccettibilità psicologica che induce la gente ad applaudire ai funerali, in un rito esorcistico collettivo, le spoglie mortali di un defunto.

L’era moderna ha espulso dalla società la meditazione sulla morte, costante di tutte le epoche; nel comfort della nostra civiltà occidentale dove la morte, una volta ordinaria e per così dire, compagna di vita (si pensi ai tassi di mortalità infantile e giovanile fin ben addentro al secolo scorso anche nella nazioni più ricche), è ora sentita, grazie al progresso materiale, come un fatto straordinario, quando non conclusa col suo sempre più lontano termine naturale. La morte inattesa ci colpisce oggi tanto più violentemente e tanto più difficilmente l’accettiamo. Epperò morire pur dobbiamo, prima o dopo. Certo, sociologicamente parlando, non era certo qualche virtù spirituale a rendere vigile e quindi preparata la gente delle epoche passate alla morte improvvisa, bensì l’assoluta precarietà, rispetto ai nostri standard, delle condizioni sanitarie, igieniche, alimentari e l’arretratezza delle conoscenze scientifiche e delle sue applicazioni, oltre a tutto il resto.

Ma non è solo questo. Si pensi alla filosofia morale, il cuore pulsante della filosofia di tutti i tempi, che ancor più che uno studio è un’attitudine naturale di ogni spirito speculativo, che non viene più coltivata, nemmeno da chi non professa alcuna religione. (Eppure per esempio ad essa si devono persino le osservazioni che Adam Smith, titolare di una cattedra di filosofia morale a Glasgow ed autore in materia, pose alla base di un libro come La Ricchezza delle Nazioni.)

“Chi può dubitare, o mio Lucilio, che degli Dei immortali sia dono la vita, della filosofia la vita onesta? Pertanto sarebbe certo che noi siamo tanto più tenuti verso la filosofia che verso gli Dei, quanto più gran beneficio è la vita onesta che la vita, se non fossero stati gli Dei a darci proprio la filosofia: della quale a nessuno essi concessero la conoscenza, a tutti però la capacità di conoscerla. Infatti se anche di questa avessero fatto un bene comune e noi fin dalla nascita fossimo saggi, la saggezza avrebbe perduto la sua caratteristica più bella, quella di non essere uno dei beni dipendenti dal caso. Orbene essa ha questo di prezioso e grande, che non ci viene incontro, che ciascuno deve procurarsela e non può ottenerla da un altro. Che cosa ci sarebbe di ammirevole nella filosofia, se essa ci toccasse come un beneficio? Uno solo è il suo compito, trovare la verità intorno alle cose divine ed umane: da essa non si allontana la religione, la pietà, la giustizia ed il seguito di tutte le altre virtù intimamente congiunte tra loro. Questa insegnò il culto degli Dei, l’amore verso gli uomini.” (Seneca)

“Il giovane non deve aspettare a occuparsi di filosofia e il vecchio non deve stancarsi di farlo. Poiché nessuno è mai troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima. (Epicuro)

Nel mondo antico greco-romano il tema della morte fu onnipresente.

“La filosofia è imparare a morire.” (Platone)

“Ma il popolo talvolta sfugge la morte come il più grande dei mali, e talvolta la invoca come rimedio ai mali della vita. Il saggio, al contrario, non rifiuta il vivere né teme di non vivere.” (Epicuro)

“Tutta la vita dei filosofi è una meditazione della morte.” (Cicerone)

“… a vivere, invece, bisogna imparare per tutta la vita e quello che forse ti stupirà di più è che per tutta la vita bisogna imparare a morire.” (Seneca)

In epoca cristiana, Montaigne, imbevuto di cultura classica e cristiano assai saldo (checché se ne dica, a meno di non fare l’errore comune di scambiare per cristiano chi grida, in qualche modo, anche nel particolare e piuttosto arido metalinguaggio che i filosofi hanno creato nel corso dei millenni, “Signore, Signore!” dalla mattina alla sera) scrisse:

“E’ incerto dove la morte ci attende, attendiamola dappertutto. La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci affranca da qualsiasi soggezione e costrizione.”

Al contrario di quanto diceva Seneca, oggi nessuno cerca di procurarsi la saggezza; si cerca fuori di sé quello che solo dentro di sé si può trovare. La strada impervia ma anche la naturalezza della riflessione personale viene evitata come la peste. Sul letto di morte di mia madre, che spirò dopo una lunghissima malattia, io mi misi a piangere. Qualcuno stupidamente, con una di quelle infelici frasi di circostanza dettate dalla tirannia delle convenzioni, mi disse che bisognava essere forti. Trattenni a stento un moto di ribellione. Cosa diceva a costui che io in quel momento non fossi forte? Non ero affatto sconvolto né disperato. Non ero minimamente scosso. Dentro ero tranquillissimo. E perciò non mi vergognavo di mostrare il mio grande dolore. Ma oggi invece ci si limita a curare i sintomi, non la malattia. Squadre di sostegno psicologico sono pronte a tenere in piedi la psiche, mentre silenziosamente l’anima va in mille pezzi. Al confronto con la morte, si risponde con l’anestesia della morte. Che San Francesco, quello vero, non quello scimunito da prendere a calci nel sedere consegnatoci dall’oleografia cinematografica, chiamava sora morte. La confusione tra sensi e spirito non può portare che a infinite mistificazioni,  di cui questo è solo un esempio.

Preoccupante indicatore di questo sbandamento culturale è la generalizzata incomprensione della posizione della Chiesa Cattolica sulla ovviamente lontanissime vicende di Piergiorgio Welby e Saddam Hussein. Sugli aspetti tecnico-medicali della prima (eutanasia sì, eutanasia no) ha mantenuto in generale sinora prudenza e riserbo, nella difficoltà oggettiva di orientarsi nella valutazione morale – non legale – delle cure palliative estreme e in particolare di quella sedazione terminale, la cui perlomeno infelice aggettivazione, non può non far pensare l’uomo della strada ad una morte sostitutiva. Ripetiamolo ancora: la morale cristiana condanna l’atto, mai chi l’ha commesso. Siamo tutti peccatori, e tutti i giorni. Nessuno può scrutare definitivamente nel cuore di una persona. Ecco perché essa insegna di pregare per tutti e per tutti coloro che sono morti. Ma proprio per questo essa non può sottrarsi al suo primo compito, vitale, di testimonianza. Se tutto perdona, e viene a patti con la pur necessaria legge positiva, la legge degli uomini, essa non  può transigere, nel campo della morale – non della legge – su quanto per essa è verità e non può non dichiararlo. Di fronte alla reiterata volontà di disporre della propria vita di Welby, e di chi lo sosteneva, (comunque la vicenda sia poi finita dal punto di vista medico-legale) ha ritenuto di non piegarsi alla santificazione simbolica di un funerale religioso.

La medesima confusione dei piani si è registrata nella valutazione fatta dai media della posizione del Vaticano in merito alla morte di Saddam Hussein, presentata come una condanna teologica. Riportiamo dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

2267 L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani. Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poichè essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana. Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo “sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti” [Evangelium vitae, n. 56].

Il rifiuto della pena di morte è dettato dunque da sacrosante ragioni di umanità e opportunità ma non è incondizionato. Ciò significa che nel caso dell’ex dittatore irakeno è persino opinabile, in quanto non articolo di fede. E appare infatti piuttosto ingenuo pensare che in un contesto come quello mediorientale si potesse metter mano ad un provvedimento di clemenza del genere, per di più ad personam, e quale persona! Molto più realisticamente questa petulante insistenza umanitaria alla maggioranza degli irakeni non sarà parsa altro che un capriccio da ricchi.

Intanto dai quattro angoli dell’Europa, con farisaica altezzosità e insostenibile leggerezza, mescolando sacro e profano, si sproloquia del valore democratico dell’abolizione della pena di morte. Di una supposta superiorità morale della democrazia, della sua ideologizzazione, Alexis de Tocqueville avrebbe riso. La democrazia è giusta solo in quanto è irragionevole ed ingiusto ostacolare lo sviluppo naturale ed inevitabile delle libertà individuali quando ne maturino le condizioni materiali. Questo scivoloso sentimentalismo, questo umanitarismo senza radici, della sensibilità e non dello spirito, una volta fatto il callo si abitua a tutto. Chi si mette in bocca continuamente i valori democratici, è l’eterno giacobino intento a scardinare quel modus vivendi faticosamente messo insieme che oggi chiamamo democrazia liberale (animato da quel senso di responsabilità maturato dopo lungo tirocinio definito dallo storico Robert Conquest civic sense) nel tentativo di sostituirlo con un nuovo tirannico Decalogo di immutabili (se non dall’eterno Comitato di Salute Pubblica o dall’eterno Partito) Valori Democratici. In Francia, il 30 maggio 1791 un coraggioso e giovane deputato dell’Assemblea Costituente, si alzò e intervenne in aula proponendo l’abolizione della pena di morte, alla quale affibiò gli epiteti di: omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà. Il suo nome era Maximilien de Robespierre.

Links: Ismael sullo stesso tema  mentre gli ipocriti si becchino questa sfuriata di House of Maedhros