Una settimana di “Vergognamoci per lui” (158)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE 23/12/2013 Non quella di Flaubert, ma quella che vorrebbero imporre ai nostri ragazzi i bolscevichi di SEL. Secondo la verbosa proposta di legge l’ora di “educazione sentimentale” promuoverebbe «il cambiamento nei modelli di comportamento socio-culturali di donne e uomini per sradicare i pregiudizi, i costumi, le tradizioni e le altre pratiche basate sull’idea di una differenziazione delle persone sulla base del genere di appartenenza o su ruoli stereotipati per donne e uomini, in grado di alimentare, giustificare o motivare la discriminazione o la violenza di un genere sull’altro». Ecco un tipico esempio di come sragiona l’ideologia progressista: rifiuta i dogmi, ma sovrabbonda di precetti; pretende che l’esemplare cittadino non creda a nulla, ma che sia educato in tutto, all’ambiente, al sesso, al sentimento, al cibo, alla salute, alla legalità, alla pace, alla cittadinanza: una scimmietta ammaestrata e sempre aggiornatissima. Tocqueville l’aveva profetato: «Il terzo [tratto caratteristico di tutti i sistemi che portano il nome di socialismo] è una sfiducia profonda nella libertà, nella ragione umana; è un profondo disprezzo per l’individuo considerato in se stesso, allo stato di uomo; ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana…» Legge perniciosa, poveri ragazzi, ma anche perfida: l’ora settimanale di “educazione sentimentale” andrebbe infatti ad aggiungersi alle altre. Succede la stessa cosa ai balzelli, e a guardar bene non è affatto un caso.

GIANFRANCO MASCIA 24/12/2013 Non mi ricordavo più delle letterine spedite da Berlusconi agli italiani con la promessa del rimborso dell’IMU in caso di vittoria alle elezioni politiche. Men che meno mi ricordavo delle denunce di cui il Perseguitato era stato fatto oggetto anche per questa bagatella: voto di scambio, di questo lo si accusava, nientepopodimeno. Era propaganda elettorale, naturalmente; perfino un pm normale l’avrebbe capito. Ed infatti il pm Roberto Felici della procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del cervellotico procedimento. Ora c’è solo da attendere il pronunciamento del gip, sperando che non sia un forte bevitore. Tra i vari esposti antiberlusconiani spiccava quello firmato da uno dei più fanatici antiberlusconiani del pianeta, Gianfranco Mascia, allora candidato alle regionali del Lazio per Rivoluzione Civile, il partito di un altro pm (non normale, ma super), grande propugnatore del reddito di cittadinanza. Nel vostro candore potreste pensare che, in fondo, se tanto mi dà tanto, anche chi promette redditi di cittadinanza dovrebbe incorrere nel reato di voto di scambio. Ma sbagliereste. Il vero voto di scambio è una cosa da poveracci. Qui siamo ad un livello ben superiore. Questo è il voto di scambio alla grandissima: in una parola, la politica.

LE FEMEN 27/12/2013 La Cattedrale di Colonia è stato il luogo scelto dalle Femen per il loro ennesimo blitz. Durante la Messa di Natale una sgambettante ventenne tedesca è salita svelta sopra l’altare a seno nudo e con un gonnellino, mi pare di capire, da Cristo in croce: infatti su una tetta c’era scritto “I”, sull’altra “AM”, sulla pancia “GOD”. Sembra che fosse una protesta contro la posizione antiabortista della Chiesa Cattolica. Queste ridicole esibizioni anticristiane più che scandalizzare ormai annoiano e il rischio per le Femen è che perfino i tradizionalisti ci facciano il callo. Quindi non mi ci dilungo. Rimirando questa signorina ho pensato piuttosto che fosse venuto il momento di fare una riflessione decisiva. Da quando le Femen sono diventate un fenomeno internazionale e si sono moltiplicate la loro qualità estetica è scemata, e tuttavia in genere sono tutte giovani donne attraenti. In ogni caso non si vede una racchia. Questo fenomeno inquietante secondo me ha solo due spiegazioni possibili: 1) o le Femen non accettano nel loro branco le femmine esteticamente inferiori; 2) oppure sono le femmine esteticamente inferiori a non sentirsi Femen.

La pericolosa illusione del governo tecnico

C’è modo e modo di perdere la testa. C’è quello ovvio di chi dà in escandescenze o è preso da una crisi di panico, c’è quello meno ovvio di chi nasconde il fuori di testa dietro affabili ragionamenti. Quando questi affabili e pazzi ragionamenti si moltiplicano nei media è d’uopo che qualcuno faccia scattare la sirena d’allarme col lampeggiante rosso. Nei giorni scorsi a favore di un governo tecnico che raddrizzi le sorti italiche si sono pronunciati economisti come Nouriel Roubini, intervistato da Repubblica, Luigi Guiso e Luigi Zingales in un articolo apparso sul Sole24Ore, e visto che ormai siamo alla frutta, persino il presidente del liberalissimo Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi. Il succo dell’articolo del Sole24Ore è questo: questa classe politica è impotente e lo sa; i politici guardano ai loro interessi e quindi sono legati a tattichette di cortissimo respiro, mentre gli statisti dovrebbero guardare agli interessi del paese nel lungo termine, ed essere disposti a sfidare l’impopolarità dando il via libera a necessarie e radicali riforme strutturali; consapevole di tutto ciò, e come suo ultimo atto di responsabilità – quasi una forma di riscatto fuori tempo massimo – la nostra classe politica dovrebbe garantire in anticipo una fiducia di durata biennale ad un nuovo governo tecnico, ossia dare carta bianca ad una specie di dittatura a tempo determinato guidata da personaggi autorevoli e disinteressati.

Basta poco per capire che questa è una favoletta ingenua. O reticente. 1) Non si vede perché una classe politica che trovi la forza e il senso di responsabilità di sacrificarsi in faccia alla necessità, ammutolendosi di fronte ad un comitato di salute pubblica incaricato di fare la cosa giusta, non faccia invece di necessità virtù, sobbarcandosi essa stessa il compito di fare la cosa giusta, sacrificandosi lo stesso ma portandosi a casa almeno la gloria postuma. 2) L’impotenza, gli interessi miopi e meschini, la generale assenza di visione a lungo termine, sono fenomeni connaturati alla vita parlamentare democratica di un paese “libero”. E’ una delle facce quotidiane e prosaiche del progresso. Così è, e così sempre sarà. Scriveva Tocqueville a proposito di quella inglese successiva alla rivoluzione del 1688:

Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca le storture, le debolezze e i vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenza degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.

3) Quello che non si ha la forza di dire, o di confessare a se stessi, è che in realtà l’abdicazione temporanea della classe politica non sarebbe frutto di resipiscenza, ma della semplice paura di fronte all’aggressività della magistratura e di una pubblica opinione aizzata dalla grancassa dei media. Di fatto commissariata, al governo tecnico o “istituzionale” si aprirebbe la via per mettere in opera tutti i suoi virtuosi propositi. Hayek, ne “La Via della schiavitù”, a proposito dei compiti vasti e minuziosi – chimerici – che la filosofia statalista affida ai parlamenti delle democrazie novecentesche, scriveva che

L’incapacità delle assemblee democratiche nel realizzare quanto sembra un esplicito mandato del popolo produrrà un’inevitabile insoddisfazione nei confronti delle istituzioni democratiche. I parlamenti verranno considerati come «lavatoi» dove si fanno chiacchiere inutili, istituzioni incompetenti o incapaci di realizzare i compiti per i quali sono stati eletti. E così prende corpo la convinzione per cui, se dev’essere attuata una pianificazione efficace, la direzione dev’essere «tolta ai politici» e posta nelle mani di esperti funzionari stabili o autonomi organismi indipendenti.

Nell’articolo in questione non si fa cenno ad “esperti funzionari stabili” ma si parla pudicamente, mettendo le mani avanti, di “persone che senza autoproporsi siano disposte a dedicarsi temporaneamente alla vita politica e che non intendano restarvi.” Insomma, si spera nei Cincinnato, senza che peraltro si sia in guerra e col nemico alle porte. Beata ingenuità. Le soluzioni emergenziali che manomettono il normale funzionamento delle istituzioni tendono ad avere sempre riflessi duraturi. Culturali più ancora che politici in senso stretto. 4) Perché, per essere veramente efficiente, questo nobile consesso sarà costretto accentrare sempre più poteri. Infatti, ammesso, e non concesso, che i salvatori della patria (di conserva col presidente della repubblica Napolitano: questa la voglio proprio vedere!) trovino l’armonia necessaria per partorire epocali, impopolari e dolorose riforme, le dovrebbero poi far accettare non solo ad un parlamento spaurito, esautorato e controfirmaiolo, ma anche alla schiera innumerevole delle “parti sociali” (questa pure la voglio vedere!) e a quella piazza che li ha portati più o meno indirettamente al potere. E allora con tutta probabilità alla necessità di un “governo tecnico” verrebbe ad aggiungersi la necessità, nobilmente spiegata, di provvedimenti emergenziali per far fronte a problemi di ordine pubblico. 5) I risultati del risanamento economico avrebbero bisogno di ben più di due anni per farsi sentire tangibilmente nelle tasche di un popolo impaziente, impaziente perché non ha mai sentite “sue” queste riforme, nemmeno attraverso il filtro del parlamento. Un parlamento nuovo di zecca rischierebbe di mandare tutto a monte nel bel mezzo del cammino. E allora “nell’interesse del paese” ci sarebbe bisogno di una “proroga” di questa sorta di stato di eccezione. 6) La fiducia nella democrazia parlamentare crollerebbe ancora di più.

Inutile andare avanti a descrivere questo compunto avvitamento liberticida che tanto sembra piacere ai giornali dell’establishment nostrano. Le possibilità di un governo tecnico-istituzionale in carne ed ossa che faccia “riforme strutturali” sono pari a zero. Quelli che ora lo invocano al centro e alla sinistra dell’arco parlamentare sarebbero i primi a soffocare il raggio d’azione della nuova creatura. Il governo tecnico-istituzionale ideale è invece solo un sogno. Il brutto sogno di una notte di mezza estate. Una sconfitta etica prima ancora che intellettuale, come sempre succede quando i tempi si fanno duri.

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Belpietro, Battisti e il vizio sinistro dell’oblio

Non occorre tuffarsi nel mare dei media della sinistra militante per sentire con mano i guasti della vulgata che ha ridotto le forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra in cupole criminali. Anzi, è proprio sui giornali moderati che si può cogliere a che punto sia arrivato questo male. Pigliate la Stampa, ad esempio, ex giornale dei padroni: Lucia Annunziata, prendendo spunto da un libro vecchio di dieci anni, fa il punto sulla “strategia dei veleni” e parte da lontano, svelando alle pecore del popolo sedicente democratico come a fianco degli illuministi francesi ruotasse possente la macchina del fango e del gossip. Cose illustrate in pieno ottocento da A. De Tocqueville, da H. Taine, e con più chiarezza ancora da A. Cochin cento anni fa:

Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perché tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? (…) Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero…

Cose dette e ridette da chi “liberale”, ossia quasi fascista, era costretto ad una vita intellettuale catacombale negli anni in cui la Lucia scriveva per il Manifesto, per Repubblica e forse era, ahinoi, komunista. E tutto questo sforzo per cosa? Ma per tirare in ballo a sproposito e vigliaccamente Belpietro, naturalmente! Reo di aver pallidamente imitato – finalmente un po’ di democrazia nella carta stampata, caspita! – chi con questa sbobba e questi metodi banditeschi a sinistra campa da trenta o quarant’anni, e passa per campione della società civile. La Lucia non si è mai accorta di niente, a dimostrazione di come sia difficile uscire dal branco per chi ci vive dentro con profitto da sempre, anche quando col solito e soprattutto innocuo ritardo pluridecennale si acconcia alla verità. Ma brava!

Prendete poi sempre dalla Stampa l’articolo di Cesare Martinetti sul caso Battisti, “simbolo della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.” Arrivati alla fine di tante nobili, acute e colte considerazioni, tra le quali spicca per bassezza l’obbligata e insulsa frecciatina pittoresca contro il Berlusca, ché senno il nostro Cesare non si sentiva tranquillo, nella dura testa dell’uomo che non si fa prendere facilmente per i fondelli, anche quando abbruttito dai riti profani delle feste di fine anno, scatta l’allarme rosso: eh sì, caro mio, bello il quadro, peccato però che ci sia un bel buco in mezzo. Grosso grosso. Un ragionamento elementare, che non hai il coraggio di affrontare. Rimarco: il coraggio. Non l’intelligenza. Nella tua molle testolina scatta l’autocensura (la fredda menzogna appartiene alla razza superiore degli Scalfari). Il ragionamento, semplice semplice, è questo: ammettiamo che l’Italia sia un paese di merda, che non abbia nessuna considerazione di sé, e che quindi non venga tenuto in nessuna considerazione dagli altri; ammettiamo, per pagare l’obolo al conformismo, che il Caimano non abbia fatto niente per migliorarne la reputazione, anzi l’abbia precipitata nel bordello del bunga bunga; resta il fatto che se Battisti fosse considerato quell’assassino puro e semplice di cui ora – ammazza che faccia tosta – perfino i Repubblicones parlano, quando i migliori della loro razza facevano i firmaioli in suo favore qualche anno fa, neanche il Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, ce l’avrebbe negato. (Ambasciatore, stia buono, la sua patria ha perfino abolito la pena di morte, lo so, dopo che ho frugato Wikipedia per trovare una scusa. E’ solo che il nome del suo paese all’orecchio italiano suona irresistibilmente nero e continentale: bungaiolo, non so se mi spiego.) Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la figura del pistolero non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato non nelle case degli italiani ma nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che i loro esuli venivano da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. All’inizio degli anni settanta la Spagna era franchista, il Portogallo e la Grecia sotto regimi militari, mezza Europa sotto il tallone comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato di prendersela col dilettantismo del governo – cui consiglio calma e gesso, non belliche trombette, nel senso dantesco del termine – sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro figlio e fratello. Figli d’un cane.

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La meglio democrazia

Non ho mai fatto della democrazia il mio vitello d’oro. Quindi non mi scandalizzo se a qualcuno puzza questo barbaro condominio politico che la modernità impone a belli e brutti, a colti e bruti, e perfino a maschi e femmine. E trans. Con l’articolo maschile o femminile. Gradirei, però, che coloro che da qualche tempo arricciano il naso di fronte al pargolo, a quanto pare mostruoso, generato da questo coito universale, cominciassero a parlar schietto e non deviassero il corso della ragione, per spiegar le magagne, verso le zone pericolose dell’antropologia e magari della genetica. Non lo possono fare; parlar schietto, voglio dire; avendola adorata, la democrazia; e fatta adorare al popolo.

La democrazia per funzionare e per essere salda ha bisogno di una vasta logistica materiale ed immateriale, creata ed intessuta pezzo per pezzo per lunghissima pezza nella società. Si può anzi dire che prima di diventare forma di una società, essa debba vivere nei costumi di un popolo. In quell’auspicabile e raro caso la democrazia trionfa attraverso una rivoluzione incruenta che altro non fa che ratificare e ordinare i cambiamenti prima sotterranei e poi sempre più manifesti che insensibilmente ma profondamente hanno attraversato per secoli la società. Non è un caso, per restare in un contesto europeo, che proprio là dove questa metamorfosi dallo stato aristocratico a quello democratico è avvenuta senza troppe scosse telluriche, come in Gran Bretagna, la “forma” democratica conviva ancora con re, regine, pari e parrucche; mentre là dove la democrazia ha trionfato violentemente dentro un corpo acerbo, come in Francia e poi nel continente, la sua carica universalistica abbia annichilito ogni vestigia del passato. E in ogni caso l’avanzata tumultuosa della democrazia moderna è stata caratterizzata fin quasi all’altro ieri dal lungo tirocinio del suffragio ristretto, che ritagliava, per intima necessità in tempi ufficialmente non aristocratici ma nei costumi non ancora interamente democratici – come provano abbondantemente i collassi novecenteschi – aristocrazie di fatto nel corpo della nazione, col nome fittizio di “classi dirigenti”. E non è un caso, però, che proprio nell’Europa continentale, e più largamente nell’Occidente non anglosassone – e massime disgraziatamente in Italia, sembrerebbe – una volta portato a termine questo infinito apprendistato, anche in tempi di suffragio universale rifiorisca periodicamente il mito delle “classi dirigenti”. Cos’è, oggi, questa nostalgia canaglia delle “classi dirigenti” nel nostro paese, se non l’inconfessato desiderio di una democrazia sotto la tutela di una casta di bramini? Beninteso, nel nome della democrazia? Dai montagnardi che sognano un Comitato di Salute Pubblica a “controllo della legalità”; al Partito della Società Civile che mira a guidare, intimidendolo, il paese in forza di qualche centinaio di migliaia di firme di gente “qualificata”; ai vecchi arnesi di una spompata aristocrazia di denari che vorrebbe arruffianarsi anche l’Italia Futura facendo l’occhiolino al politicamente corretto; ai liberali di molta illiberale intransigenza e poco giudizio che oramai sperano solo in un agente esogeno sul quale saltare in groppa?

E’ tutto un gran sospirare, un gran sbuffare spazientito contro questa umanità maledetta che misteriosamente popola la nostra penisola. Uno scherzo di natura che nemmeno l’acribia dello storico ormai riesce a giustificare. Curioso che gente che pratica con generoso esibizionismo la religione della razionalità e che agita ogni santo giorno in faccia al volgo la retorica “dei fatti e dei numeri” arrivi poi a tali astrochiromantiche conclusioni. Non c’è proprio speranza. Un deserto mai visto, nel tempo e nello spazio. Di questo dotto e tranquillo isterismo, dello stesso livello scientifico dei trattati sul buon tempo antico, che farà sorridere qualcuno fra qualche anno e moltissimi fra qualche decennio, nei giorni scorsi abbiamo avuto illustri esempi. Per Giovanni Sartori, firma del Corriere della Sera, dal crollo delle ideologie è stata purtroppo travolta anche quella tensione ideale che vivifica la democrazia, e la insana e sfibrante bonaccia che oggi paralizzerebbe moralmente l’Italia ne sarebbe testimone. Per la sacerdotessa della Stampa, Barbara Spinelli, che vorrebbe ipnotizzarci con le spire suggestive delle citazioni colte intrecciate con quelle allusive dei riferimenti ai fatti di cronaca, viviamo tempi particolari, e particolarmente da noi, chiaro; momenti che secernono veleni. Il peggio di sé non poteva darlo che l’inevitabile Eugenio Scalfari, che su Repubblica, portandosi dietro quale pezza d’appoggio un’opera di Diderot – se non l’avete capito uno dei precursori del suo genio – s’imbarca in un microsaggio di sbrigativa sociologia razzial-progressista, in stile diciamo giorgiobocchesco, sulla natura della truppa berlusconiana. Così parla l’oracolo, prima di accennare ad alcuni casi individuali particolarmente disgraziati, come “l’Alano da riporto” Belpietro (un cane grosso e minaccioso, sembra di capire, senza la maestà e la nobiltà di un cane di razza: divertente, se fossi il direttore di Libero mi farei incidere questa lusinghiera definizione come esergo su un medaglione sotto il proprio profilo, come un imperatore romano):

“A parte il fatto che la nostra attualità è da qualche tempo trita e ritrita e non presenta eccezionali novità, sta di fatto che il tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] delineato da Diderot sta diventando al giorno d’oggi sempre più numeroso. È un settore della società in crescita esponenziale. Nella classe dirigente, ma anche nei ceti sottostanti. Del resto l’uomo del sottosuolo non fa parte della classe dirigente se non in funzione servile. Servile, ma essenziale: ne riecheggia i desideri, ne soddisfa i bisogni, si incarica di condurre a termine le operazioni abiette, è la controfigura dei potenti quando si tratti di questioni troppo delicate e rischiose. Funge anche da buffone di corte; per divertire il suo signore e ricordargli qualche spiacevole verità.(…) Bisognerebbe chiedersi la ragione per cui la popolazione di quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] sia tanto in crescita. La risposta è già stata data molte volte: insicurezza, paura del futuro, ripiegamento sul presente, percezione rachitica della felicità scandita sull’attimo d’un presente fuggitivo senza proiezioni verso l’avvenire, indifferenza diffusa verso la sorte degli altri, gelosia verso le fortune altrui, sopravvalutazione dei meriti propri. Furbizia nell’elusione delle regole. Cortigianeria. Crollo (apparente) delle ideologie in favore d’un pragmatismo diventato a sua volta ideologico. Vi basta? Molti di questi elementi psicologici fanno parte da gran tempo dei connotati italici [mio neretto, N.d.Z]. Ma in certi segmenti della nostra storia diventano dominanti e questo è uno di quei momenti. Ecco perché quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] è diventato moltitudine.”

Senza voler essere troppo indulgenti verso il miserabile consesso della schiatta italica, direi però che è il momento di darsi una calmata. Se la conditio sine qua non per essere ammessi nella cerchia delle persone equilibrate e raziocinanti è di riconoscere che in Italia siamo alle soglie di una dittatura, o quasi – la qual cosa fa ridere chi abbia ancora la testa sulle spalle – è chiaro come la paranoia antiberlusconiana, che è il riflesso della cattiva coscienza della meglio Italia, arrivi a scambiare per sintomi mortali ed eccezionali cose vecchie come il mondo. Anch’io nel mio ragionamento mi porto dietro una pezza d’appoggio. In una lettera a Louis de Kergolay del 25 ottobre 1842, Alexis de Tocqueville, sempre lui (e che ci possiamo fare se vide meglio degli altri?), scriveva:

Hai mai letto la storia d’Inghilterra successiva alla rivoluzione del 1688? Sono attualmente impegnato in questa lettura e vi trovo un grande piacere, anche se lo storico Smollet è il più pedante che esiste sulla terra. Dopo questa lettura comincio a credere che giudichiamo talvolta con troppa severità il nostro paese e i nostri tempi. Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca delle storture, delle debolezze e dei vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenze degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.

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Con lo stato superlaico l’uomo torna bambino

Per fortuna che i dottori della legge di Strasburgo e i loro tifosi non si sono ancora accorti che facciamo festa di domenica. O che contiamo gli anni – più o meno – dalla nascita di “quell’uomo”. Chissà dove potrebbero arrivare con la loro stupida coerenza! Possibile che non suoni un campanellino d’allarme nella testa dei guardiani della legalità? E’ possibilissimo, purtroppo, se costoro hanno solo aggiornato, e non abbandonato, i nefasti sogni di perfezione delle vecchie ideologie. Anche quando, nel migliore dei casi, prendano le sembianze ingannevoli di un marchingegno istituzionale minimo, grazie al quale lo stato altro non sarebbe che una piattaforma logistica di base sulla quale i concetti di male e bene scivolerebbero come sulla superficie liscia di un corpo duro, ma che consentirebbe il libero gioco delle libertà individuali: fatte salve, ahinoi, alcune basilari “regole d’ingaggio”. Sulla carta. Sennonché senza una qualche fibra morale che la vivifichi una società non sta in piedi. La conflittualità diventa distruttiva. Dopo un po’ se ne rendono oscuramente conto anche i partigiani dell’assoluta neutralità dello stato. Solo che non lo confessano. E allora, così come per far quadrare i conti una tassa tira quasi sempre l’altra, pure per mettere pace tra litiganti irresponsabili una regola d’ingaggio tira l’altra, a gran vantaggio in ambedue i casi dell’ipertrofia statale. Per cui all’uomo tenuto ben lontano dai concetti di bene e di male, che l’opinione pubblica non ha dibattuto, perché invitata a non farlo; privato di una tensione morale che egli non ha coltivato, perché invitato a non farlo; la nuova società propone, anzi, impone come surrogato un affastellarsi di corsi di educazione: prima civica, poi sessuale, un giorno anche sentimentale. L’uomo torna bambino. Come si vede d’altra parte ogni giorno dalla smisurata suscettibilità di questi nuovi cittadini, spesso non a caso organizzati in branco: ai simboli, alle parole, ai gesti. Ma magari non altrettanto alla violenza contro l’individuo e la proprietà. Lo spirito della legislazione diventa tanto più occhiuto, minuzioso e manifestamente precettistico, quanto più il sentimento della comune appartenenza s’indebolisce. Laddove una scarna legislazione che rinsaldi sempre di più la difesa e i veri diritti della persona – non i capricci, le ipersensibilità e le permalosità – mette al riparo l’individuo dagli ondeggiamenti della massa; e in questo, senza essere invasiva, senza materializzare uno stato etico, indirettamente mantiene e confessa il suo fondamento etico; quella farraginosa del Corano laico ottiene l’effetto opposto. (Tutto ciò bisogna tenere a mente, ad esempio, quando si affronta la questione dell’aborto, le cui implicazioni si diramano ben oltre lo status dell’embrione.)

In questa parodia dello stato liberale, così come concepito ad esempio da certi zelanti devoti del “patriottismo costituzionale”, che è potenzialmente la versione più moderna e accattivante di uno stato criptogiacobino, l’uomo, incapace di camminare con le proprie gambe e non a caso bisognoso di “educazione permanente”, è ridotto ad una marionetta che viaggia nel traffico della società rispettando scrupolosamente i segnali vecchi e nuovi che spuntano ad ogni incrocio suppostamene pericoloso. Vengono in mente le parole a riguardo del socialismo pronunciate in un discorso parlamentare 160 anni fa da Tocqueville:

…il terzo [tratto caratteristico, di tutti i sistemi che portano il nome di socialismo] è una sfiducia profonda nella libertà, nella ragione umana; è un profondo disprezzo per l’individuo considerato in se stesso, allo stato di uomo; ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana…

L’importanza della religione quale collante e stabilizzatore sociale era ben presente sia ad un conservatore-liberale credente come Alexis de Tocqueville, sia ad un conservatore-reazionario ateo come Hippolyte Taine, per rimanere nella Francia dell’ottocento. L’epoca dello stato confessionale è passata, e giustamente, giacché si presume che dopo il lungo tirocinio l’uomo “occidentale” sia in grado camminare da solo. A patto di rimanere umile. Emanciparsi da Dio, o quantomeno da una morale che a una verità se non trovata almeno ricercata con sofferenza faccia riferimento, è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.

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Tra realtà e rivoluzione

Infrantosi col collasso politico e sociale succeduto alla fine della prima guerra mondiale il graduale processo d’inserimento del movimento socialista nella vita parlamentare italiana, il massimalismo che ne è seguito ha generato le due forme antidemocratiche e antiliberali del socialismo nazionale – ossia il fascismo – e del socialismo internazionalista – ossia il comunismo. Il paese cedette al primo fino alla sua caduta con la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Da allora il massimalismo si colorò, quasi unicamente, di rosso. Con il crollo del comunismo in Europa, privo di un progetto politico di un qualsiasi colore, il massimalismo si è ridotto alla pratica del giacobinismo, ossia alla pura delegittimazione dell’avversario con argomenti extrapolitici, o almeno quelli non compresi nel normale perimetro del dibattito politico delle democrazie liberali. Ciò spiega come oggi sia possibile il confluire in una stessa area politica – nominalmente di sinistra – di uomini d’ordine come Di Pietro o Travaglio. Le elezioni politiche del 2008, vinte dal centrodestra guidato da Berlusconi, sono da considerarsi storiche. Hanno segnato la fine per il massimalismo di ogni reale prospettiva di potere, in quanto quell’Italia di mezzo rappresentativa di conservative oligarchie economiche, e quindi interessata a tenere in basso la marea montante delle classi economicamente più dinamiche del paese alle quali il self-made man Berlusconi dava voce politica, e quindi potenziale alleata della sinistra in un disegno di conservazione, anche perché intimorita dalle conseguenze che una fine traumatica del Cavaliere avrebbe per essa significato se gli si fosse legata in qualche modo esplicitamente; quell’Italia di mezzo dunque ha riposto nel cassetto il sogno di archiviare il Cavaliere come un’anomalia della storia italiana e di accettarne la realtà politica. Ciò è testimoniato dal netto cambio di rotta attuato dai grandi giornali del Nord, il Corriere della Sera, La Stampa e il Sole24Ore all’indomani delle elezioni. Ciò è testimoniato dalla vicenda del salvataggio di Alitalia, faccenda invero ben poco onorevole da un punto di vista di cultura economica ma assai significativa dal punto di vista politico, in quanto ha concretamente simboleggiato la nuova epoca di collaborazione, o per meglio dire l’armistizio, tra la realtà politica della Casa delle Libertà e i cosiddetti ex poteri forti, il cui indebolimento e il cui venire a patti costituiscono non l’inizio del regime berlusconiano, ma al contrario una democratizzazione dei poteri reali nel paese.

La neutralizzazione del massimalismo pone finalmente la base per la pacificazione e la normalizzazione liberaldemocratica del paese, e la reale conclusione di un infinito dopoguerra. L’ultima arma in mano alla fazione antidemocratica, esaurito ogni altro argomento e maneggiata ben s’intende nel nome della democrazia, alla bisogna sostanziale, è la retorica legata al rispetto della legalità, nel campo privato, pubblico e costituzionale, mantenendo, con quest’ultimo ambito, la possibilità di accusare di “fascismo” l’avversario politico. La lotta per la “legalità” non è perciò disinteressata, ma è strumentale ad una visione palingenetica dei cambiamenti politici, destinata però nei momenti cruciali a venir respinta dalla nazione per istinto di autoconservazione. Questa particolare fisiologia dei processi democratici, in un paese che riesce ancora a produrre gli anticorpi necessari, fu bene illustrata in una paginetta di Alexis de Tocqueville:

La nostra filosofia irreligiosa fu predicata tra loro [gli inglesi] anche prima che la maggior parte dei nostri filosofi venisse al mondo: fu Bolingbroke che ammaestrò Voltaire. Durante tutto il diciottesimo secolo l’incredulità ebbe in Inghilterra rappresentanti celebri. Scrittori abili e profondi pensatori ne sposarono la causa; ma non poterono mai farla trionfare come in Francia, perché tutti coloro che avevano qualcosa da temere dalle rivoluzioni si affrettarono a venire in soccorso della religione riconosciuta. Anche quelli che erano più vicini alla società francese di quel tempo e non giudicavano false le dottrine dei nostri filosofi le respinsero come pericolose. Grandi partiti politici, come accade sempre fra i popoli liberi, trovarono interesse a vincolare la loro causa a quella della Chiesa; si vide Bolingbroke stesso divenire alleato dei vescovi. Il clero, animato da tali esempi e non sentendosi mai solo, difese energicamente la propria causa. La Chiesa d’Inghilterra, nonostante il vizio della sua costituzione e gli abusi di ogni genere che formicolavano in essa, sostenne vittoriosamente l’urto; scrittori, oratori uscirono dalle sue file e si schierarono con ardore a difesa del cristianesimo. Le teorie che gli erano ostili, dopo essere state discusse e confutate, furono infine respinte dallo sforzo stesso della società, senza che il governo se ne immischiasse.” (Alexis de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Libro III, Capitolo II)

Lo abbiamo visto anche in questi giorni. L’improvvido appello allo straniero di Di Pietro è stato il catalizzatore di un rigetto generalizzato dell’approccio distruttivo della fazione giacobina: giornalisti e personalità sempre critiche nei confronti di Berlusconi hanno fatto muro in sua difesa, senza dirlo esplicitamente, nei giorni del G8 italiano: Sergio Romano, Gian Antonio Stella, Stefano Folli e altri. Fra questi, Piero Ostellino, che ha attaccato direttamente e duramente Di Pietro, ma con dovizia di argomenti, e con pacatezza. Gli ha risposto assai sgradevolmente invece D’Avanzo, alfiere di Largo Fochetti di una delle tante “vere opposizioni” della sbrindellata e sempre più minoritaria sinistra; siamo nel 2009, ma al suo interno, in Italia, c’è sempre un’opposizione più “vera” della tua che ti manda all’opposizione, e quindi nel campo dei collaborazionisti, e quindi nel gregge dei “servi e dei lacchè”:

Dunque, se non a ugole gregarie per vocazione (come Piero Ostellino, soi-disant liberale di via Solferino, parolaio indifferente ai fatti, che vede separazione dei poteri dove c’è – macroscopico – un “potere unico” che liquida il principio costituzionale d’eguaglianza), almeno al capo del governo è chiaro di che cosa si discute.

Niente di nuovo; oggi possiamo perfin sorridere, ma in altri anni con certi marchi d’infamia addosso non avrei passeggiato tanto tranquillo per strada. Tuttavia la fazione massimalista, la grande falange politicamente corretta che è stata il vero modello del tribalismo della società italiana, pur essendo ormai un ramo politicamente secco, è ancora assai vasta. Non ci si sveste di un abito mentale indossato per tanto tempo nel giro di un mattino, prova ne sia la surreale chiamata in causa della “questione morale”, come arma politica tutta interna, in merito alla vicenda dello stupratore seriale di Roma, da parte del candidato apparentemente più “laico” e meno politicizzato alla segreteria del PD, Ignazio Marino. Insomma, gran confusione sotto il cielo di una sinistra tra realtà e rivoluzione. Non necessariamente negativa. Al contrario. Nell’ultimo editoriale domenicale su Repubblica, Eugenio Scalfari prima non ha rinunciato al vecchio vizio di trasformare gli aggrediti in aggressori e viceversa, e di dipingere il primo ministro come un duro autocrate:

Berlusconi avrebbe potuto esercitare una piccola parte da statista associando al successo l’opposizione che ha accettato la tregua chiesta da Napolitano. Ma nemmeno questo ha fatto. Ha continuato ad attaccarla tutti i giorni, chiamandola “opposizione-cadavere, comunista, faziosa”. Poi, una volta chiuso il sipario sul G8 dell’Aquila, è andato ancora più in là: si sta rimangiando l’impegno preso anche in suo nome dal ministro Alfano con il Quirinale circa una pausa nella legge sulle intercettazioni; ha ripetuto che non ha intenzione di trattare alcunché con l’opposizione; ha maltrattato i suoi dissidenti interni; ha richiamato all’ordine perfino la Lega. “Ora dev’esser chiaro a tutti che sono io che comando” ha detto ieri. L’ora della carota è passata e si ricomincia col bastone.

ma poi ha concluso l’articolo con parole che, pur criticissime, sanno quasi di resa ad una ragionevolezza in piena contraddizione con il mito di un dittatore e di un paese incamminato verso la dittatura veicolato dal suo stesso quotidiano:

Dal canto nostro, poiché è di noi che si parla, le nostre riserve e le nostre critiche non cesseranno se non altro per indurre il premier scapestrato a cambiare definitivamente comportamenti pubblici e privati che sono l’esatto contrario da quelli ai quali un capo di governo dovrebbe attenersi. Continueremo dunque a pubblicare notizie di fatti come è compito di ogni giornale, ma non speriamo e non ci illudiamo di vedere effetti vistosi. Salvo quello di vedere il premier far bene il mestiere dell’anfitrione, ma di questo eravamo certi. Purtroppo non è di questo che ha bisogno il nostro Paese.

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Le tentazioni del conservatore-liberale

Dedicato a quegli apocalittici liberali italici che aspettano una nuova fantomatica generazione di politici, una nuova fantomatica classe dirigente, e attendendo Godot scelgono di non scegliere, rifiutandosi al buon senso, quando addirittura non si fanno ammaliare da rozzi moralizzatori. Alexis de Tocqueville scrisse questi pensieri in due lettere: a Pierre Paul Royer-Collard il 27 settembre 1841, a Louis de Kergolay il 25 ottobre 1842. Valevano allora, valgono adesso, varranno fra cent’anni.

[…] Ecco le riflessioni abbastanza tristi che l’argomento mi suggerisce: quando considero attentamente il nostro miserabile mondo politico, e coloro che lo compongono, non vedo da nessuna parte il mio posto. Voler costituire sia un governo, sia un’opposizione, prescindendo sia dal signor Thiers che dal signor Guizot, mi sembra assolutamente impossibile, per mille ragioni generali e particolari a questi due uomini. Coloro che ci provano mi appaiono impegnati in un lavoro improduttivo. Nel parlamento di oggi vi può essere del potere soltanto mettendo insieme questi due uomini o perlomeno ricorrendo a uno di essi. Ora, io non voglio e non posso condividere lo stesso cammino, né con l’uno, né con l’altro. Ambedue sono nel fondo antipatici e incompatibili rispetto alla mia maniera di sentire e di pensare. Io li disprezzo. Tuttavia, senza di essi non vi è nulla che possa condurre a un risultato rilevante negli affari del nostro paese. Senza di essi non vi è azione. E che cosa è la politica senza azione? E non è un manifesto controsenso vivere in una pubblica assemblea, senza lavorare efficacemente alla cosa pubblica, senza agire e senza unire le proprie forze a chi solo ha il potere di agire? Non significa venir meno all’esigenza principale della cosa che si è intrapresa a fare e che si pretende di fare? E non significa trasporre un genere di vita su un altro, vale a dire l’osservazione teorica sulla vita di azione, con grande danno per tutti e due? Ecco quello che mi dico con dolore quando non sono alla Camera, e con impazienza e irritazione quando la sessione è aperta. Di volta in volta mi scontro con due ostacoli: il lato penoso e quasi insostenibile dell’isolamento e dell’inazione in un’assemblea politica mi porta a fare degli sforzi; ma ben presto l’impossibilità in cui mi trovo di agire in comune con quegli uomini che sono gli unici in grado di rendere efficace l’azione, mi rigetta nell’immobilità e mi inchioda sul mio banco. Queste tensioni in sensi contrari mi affaticano e mi esauriscono molto più di quanto non farebbe un’azione energica e continua. Mi paragono a una ruota che va molto veloce, ma che, non essendo inserita nel suo ingranaggio, non fa nulla e non serve a nulla. Mi sembra però che in altri tempi e con altri uomini avrei potuto fare molto meglio. Ma i tempi miglioreranno? E gli uomini che vediamo saranno rimpiazzati da uomini migliori o perlopiù peggiori? […] Che posso dunque fare? Sento una ripugnanza quasi invincibile ad associarmi in modo permanente ad uno degli uomini politici della nostra epoca. E fra tutti i partiti che dividono il nostro paese non ne vedo uno con cui vorrei contrarre un legame. Non trovo in alcuno di essi, non dico tutto quello che vorrei vedere in delle associazioni politiche, ma neppure quelle cose principali in favore delle quali rinuncerei volentieri a quelle più piccole (perché ci si unisce solo a questo prezzo). Gli uni mi sembrano avere una disposizione esagerata, pusillanime e fiacca per la pace, ed il loro amore per l’ordine e perlopiù soltanto paura. Gli altri mescolano al loro orgoglio nazionale e al loro gusto per la libertà (due cose che di per sé apprezzo molto) delle passioni grossolane ed anarchiche che mi ripugnano. Il partito liberale ma non rivoluzionario, che sarebbe l’unico a convenirmi, non esiste e certo non dipende da me crearlo. Sono dunque fondamentalmente solo, e non mi rimane che esprimere meglio possibile la mia opinione individuale sugli eventi e sulle leggi man mano che si presentano, senza avere la speranza di modificarli. Questo è un ruolo onorevole, ma sterile. Spesso mi ribello istintivamente contro tale condizione, perché la mia natura è fattiva, e, devo dirlo, ambiziosa. Amerei il potere se esso potesse essere onorevolmente acquisito e conservato. Tuttavia una riflessione mi ha sempre fortemente trattenuto: è evidente che qualsiasi contatto prolungato e intimo con gli uomini e i partiti politici del nostro tempo non può che togliere a chi lo subisce una parte della considerazione di cui gode. Ed in cambio della perdita di quest’ultima, che di tutti i beni è il primo, si ottiene soltanto un potere inefficace e transitorio. Quando vedo quanto poco riescano a fare quelli che si buttano così alla cieca nella mischia, mi consolo del mio isolamento e della mia impotenza. E dico a me stesso che, tutto sommato, dovendo mettere per un po’ da parte la soddisfazione di fare bene, tanto vale conservare intatta agli occhi del paese la propria forza morale, che è un potere divenuto così raro, e conservarla per altri tempi. […]

[…] Hai mai letto la storia d’Inghilterra successiva alla rivoluzione del 1688? Sono attualmente impegnato in questa lettura e vi trovo un grande piacere, anche se lo storico Smollet è il più pedante che esiste sulla terra. Dopo questa lettura comincio a credere che giudichiamo talvolta con troppa severità il nostro paese e i nostri tempi. Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca delle storture, delle debolezze e dei vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenze degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo. Quello che è visibile in questa storia è a che punto la lotta, la disputa, l’atteggiamento passionale siano nella natura e nella necessità dei paesi liberi. Ne deriva che, quando le circostanze non si prestano, si litiga per niente, ci si tormenta per trovare dei temi di dissenso e di discussione, e ci si agita a vuoto. […]

Infallibile quasi come il Papa

Avendo Papa Malvino giustamente a cuore l’ortodossia dei fedeli della sua Chiesa, Egli ha impartito precise istruzioni al servizio d’ordine del Suo blog di allontanare dalla comunità dei commentatori tutti coloro che si trovino nel libro nero degli agenti provocatori, come quella simpaticissima sagoma del sottoscritto. Onde per cui, con mio grande rincrescimento, non ho potuto pregiarmi di significarGli la soluzione vittoriosa dell’enigma del refuso in cui sarebbero incappati i pastori del gregge cattolico. Refuso verso il quale so per certo (dispongo infatti di fonti sicure ai piani alti del settimo cielo) che l’Onnipotente ha dimostrato la massima indulgenza, essendo un refuso della lettera, non dello spirito. Le parole esatte di Tocqueville sono le seguenti e si trovano effettivamente nel Libro II, Capitolo IX, (o nel Libro I, Parte Seconda, Capitolo IX, a seconda delle edizioni, come poi spiegherò) e specificatamente verso la fine del capitoletto intitolato “L’influenza indiretta esercitata dalle credenze religiose nella società politica negli Stati Uniti”:

Quando costoro attaccano le credenze religiose seguono le loro passioni e non i loro interessi. E’ il dispotismo che può non curarsi della fede, non la libertà. La religione è assai più necessaria nella repubblica che essi preconizzano che non nella monarchia che essi attaccano e nelle repubbliche democratiche più che in tutte le altre. (Versione italiana pubblicata nella collana dei “Supersaggi” della Biblioteca Universale Rizzoli, a cura di Giorgio Candeloro)

Una brutta traduzione, priva del nerbo necessario nella frase cruciale, come si può constatare nella versione originale in francese:

Quand ceux-là attaquent les croyances religieuses, ils suivent leurs passions et non leurs intérêts. C’est le despotisme qui peut se passer de la foi, mais non la liberté. La religion est beaucoup plus nécessaire dans la république qu’ils préconisent, que dans la monarchie qu’ils attaquent, et dans les républiques démocratiques que dans toutes les autres.

Ed invero in una recente ristampa di una vecchia edizione UTET dell’opera tocquevilliana a cura di Nicola Matteucci, un volumetto spesso e compatto che ho acquistato per puro piacere tattile-estetico, la frase in questione è stata tradotta così:

E’ il dispotismo che può fare a meno della fede, non la libertà.

V’è da dire, inoltre, che nell’edizione UTET la suddivisione dei libri differisce da quella dell’edizione BUR: i primi due libri sono ricompresi in un unico primo libro, diviso in due parti; e il secondo libro corrisponde al terzo libro dell’edizione BUR. Esattamente come nella versione on line in francese sopramenzionata. Avendo quindi nel suo discorso il cardinal Bagnasco detto:

Non ha ragione Alexis de Tocqueville ad asserire «che il dispotismo non ha bisogno della religione, la libertà e la democrazia sì» (in La democrazia in America, I, 9)?

ritengo che, pur nella non perfetta esattezza delle parole e dei riferimenti, ciò attesti quanto le nuove sull’incipiente coglionaggine di una brutta banda di autorevoli prelati siano grandemente esagerate.

Democrazia e libertà

L’universalismo dei diritti, implicito nella democrazia, ha il suo rovescio della medaglia: che lo stato diventa garante dei diritti di qualsiasi individuo, e come minimo ha l’effetto che la burocrazia raggiunge implacabilmente e senza intermediari il singolo. Quindi maneggiata ad arte tutta questa impalcatura giuridica con le sue capillari diramazioni diventa un formidabile mezzo di controllo collettivo. E’ per questo che Tocqueville diceva che in tempi di democrazia, cioè di uguaglianza delle condizioni, il dispotismo poteva raggiungere la sua perfezione. In tempi di aristocrazia questo non poteva succedere, però è ovvio che agli ultimi gradini della scala sociale, nei buchi neri dove lo stato non arrivava e che per altri magari significavano una grande libertà, l’individuo poteva essere oggetto di arbitri inimmaginabili. Laddove il regime aristocratico si è via via naturalmente stemperato fino a sciogliersi in una democrazia (come in Gran Bretagna, dove non a caso esiste ancora la monarchia) questo non ha portato a restrizioni nella libertà individuale, pur in una dinamica di continuo sviluppo della fibrosi statale, mentre nei paesi del continente è altrettanto chiaro che i rivoluzionari democratici nella uguaglianza delle condizioni vedevano soprattutto il mezzo formidabile per ridurre ad una schiavitù uniforme gli individui, ridurre cioè un popolo ad una massa.

Anche se lo sviluppo delle libertà individuali durante i molti secoli che hanno portato alla democrazia moderna obbedisce ad un senso di giustizia di stampo morale, Tocqueville su questo punto, dimostrando una superiore chiarezza non ancora sorpassata, ha sempre tenuto a scindere il fenomeno democratico da ogni moralismo. La democrazia moderna dovette attendere prima di trionfare un’enormità di progressi materiali necessari alla sua logistica complessa di comunicazioni materiali ed immateriali. Il fatto che la nobiltà ad un certo punto potesse essere acquistata e il concomitante e progressivo venir meno dei privilegi di nascita; il gioco dell’appoggio politico del popolo cercato di volta in volta dal re contro l’aristocrazia, o da questa contro il re, che consentì alla classi subalterne un primo, sia pur indiretto, protagonismo politico; la lenta compenetrazione fra le classi dovuta all’attività economica; tutto ciò comportò che un poco alla volta la libera attività economica del singolo si specchiasse nel libero esercizio dei diritti politici: libertà economica e libertà politica camminavano di pari passo. Nel Regno Unito, essendo stato un processo relativamente naturale, nonostante l’esperienza Cromwelliana,  e non traumatico, non vi fu nemmeno bisogno della consacrazione repubblicana e costituzionale. Questa venne alla luce oltre oceano con l’indipendenza delle colonie americane, dove il patriottismo costituzionale funse quasi da surrogato della sacralità regale.

Ma nel resto del mondo si era ben lungi da questo ideale parallelismo economico-politico e il suo strascico più largamente culturale. Le istituzioni democratiche si impiantarono in un tessuto economico-sociale che democratico, ovvero libero, non era. Si scoprì che uguaglianza non significava sempre libertà. Si scoprì che anche in tempi di uguaglianza poteva esistere il dispotismo. E che in tempi di democrazia la forma del dispotismo moderno si chiama socialismo, in tutte le sue varie declinazioni, che nascondono tutte però il germe della pianificazione economica. Dal socialismo internazionalista chiamato comunismo, al socialismo nazionale, al socialismo sedicente antisocialista dello stato corporativo fascista, l’espropriazione delle risorse dalle mani degli individui della società libera nella presunzione di sapere a livello centrale la loro ottimale allocazione al fine di raggiungere obbiettivi pure essi astrattamente concepiti, è sempre stato l’esito inevitabile della pianificazione economica. Ma non esiste al mondo un gruppo di supertecnici salvatori della patria, ai quali invariabilmente il socialismo finisce per affidarsi, che possa sostituirsi al riferimento di un mercato vero col suo sistema di prezzi.

Quindi un sistema democratico, che garantisca la libertà individuale, non può tenersi in piedi laddove manchino i presupposti culturali.  Per non cadere nel socialismo vero e proprio, allora quasi tutti i nuovi stati democratici, quasi come una medicina omeopatica, pur di preservare alcune libertà politiche essenziali, si rifugiano nello statalismo, caratteristico sintomo di insicurezza e di inesperienza. Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli. Perfino Hayek, contraddicendo l’opera di tutta una vita, non resistette alla tentazione di risolvere il problema della preservazione delle libertà fondamentali, cedendo al mito costruttivistico di una costituzione modello.

Nell’attuale situazione politica italiana, coloro i quali ancora non arrivano a capire come mai il gotha del nostro mondo finanziario-industriale, e la sua claque mediatica, non riescano a tagliare di netto con l’attuale governo e nonostante tutto si accomodino a partecipare ai riti umilianti della concertazione (vedi l’orripilante controriforma sul welfare di questi giorni) dovrebbero riflettere sulla natura del progetto politico che Montezemolo & Soci propongono: quel loro ormai annoso insistere sulla mancanza di una Classe Dirigente, che è un mito per gonzi, e che in una società libera non dovrebbe esistere, è solo un escamotage lessicale che nasconde la volontà di una pianificazione economica debole pro domo sua, gestita da un oligarchia finanziario-industriale padrona di allocare a proprio piacimento risorse che dovrebbero competere invece all’iniziativa individuale. L’ho chiamato una volta capitalismo feudale, ma è solo un’altra forma di socialismo, da affiancare a quello del PD e a quello veterocomunista: le tre persone della trinità unionista del Partito della Sfiducia, destinate a cadere assieme.

Punto d’incontro: un articolo di Carlo Lottieri

Voglio segnalare quest’articolo uscito oggi sul Giornale, a riprova di come laici e cattolici, o come  liberali e cristiani possano arrivare alle stesse conclusioni riguardo alla res publica.

L’orgoglio dello Stato laico mette il bavaglio alla religione

Poiché in Italia non ci si fa mancare nulla, nei prossimi giorni assisteremo anche ad una manifestazione di orgoglio laico. Quello che fa specie, in prima battuta, è l’utilizzo in senso positivo del termine «orgoglio». Nella mia edizione del dizionario Zanichelli leggo che con tale termine si deve intendere una «esagerata valutazione dei propri meriti o qualità per cui ci si considera superiori agli altri in tutto e per tutto». Mentre un tempo questa parola veniva associata ad attitudini non troppo urbane, bisogna prendere atto che ora – complici i Gay Pride – l’orgoglio è stato sdoganato. Se d’altra parte siamo tutti relativisti, perché mai confinare questo vizio in qualche girone infernale? Nella Commedia, Dante definisce «persona orgogliosa» Filippo Argenti, posto tra gli iracondi immersi nella palude che reciprocamente si aggrediscono con rabbia, ma certo lo spirito del Fiorentino appare lontano dalla nostra sensibilità.
E così oggi gli omosessuali negano con orgoglio la naturalità del rapporto uomo-donna, affermando che non basta rispettare ogni persona in quanto tale (indipendentemente dalle sue «preferenze sessuali»), ma asserendo che tutti bisognerebbe accettare l’idea che l’amore per una persona di altro genere (veramente «altra») e l’amore per una persona del medesimo genere – l’amore omosessuale, appunto – sarebbero la stessa cosa. Il guaio è che questa pretesa verità sta diventando un nuovo dogma, negando il quale si passa per omofobi.
Nella breccia aperta dalle colorate sfilate gay oggi si inseriscono – riutilizzando in senso positivo quel medesimo termine – quanti (con i radicali in testa) hanno organizzato per sabato una manifestazione volta ad esaltare lo Stato laico. Ma c’è davvero da essere orgogliosi di tale creatura? Nutro qualche dubbio al riguardo.
Senza entrare nel merito delle polemiche tra cattolici e laicisti, bisognerebbe comprendere che la costruzione di istituzioni pubbliche «laiche» è stata storicamente funzionale all’espansione del potere. Fin dai tempi di Thomas Hobbes, insomma, i costruttori della sovranità statale hanno avvertito che l’unica maniera perché il Leviatano potesse trionfare quale fattore di pacificazione era che mettesse il bavaglio ad ogni cultura, ideologia e – soprattutto – confessione religiosa. Confinare i preti nelle parrocchie e immaginare una fede ridotta a rito e spiritualità è fondamentale affinché la nuova «religione civile» possa affermarsi e affinché il Dio mortale incarnato dal potere secolare non trovi ostacoli di fronte a sé.
Nel linguaggio corrente si tende a sovrapporre libertà e laicità, ma la seconda nozione è del tutto impensabile (nel suo significato filosofico-politico) senza la terribile maestà del dominio sovrano e senza la sua ambizione a incorporare economia, scienza e ogni altro mondo vitale.
Tra Stato teocratico e Stato laico, allora, tertium datur [mio neretto N.d.Z.]: perché esiste certamente la possibilità di darsi istituzioni meno «orgogliosamente» determinate a controllare tutto e tutti.

Carlo Lottieri (Pubblicato sul Giornale il 06/05/2007)

Questo è invece quanto da me scritto tempo fa (con un contributo di Ismael):

[…] Invece quanto più una società è sanamente libera, ovvero quanto più le sue solide fondamenta  progressivamente si irrobustiscono permettendo agli individui di ampliare il ventaglio dei loro comportamenti pubblici e privati,  tanto più, mantenendo però  l’autocontrollo,  secerne quei veleni (come il libertinismo) ai quali essa è ormai mitridatizzata. La tolleranza è figlia  di questo processo di maturazione  in cui le brusche accelerazioni hanno solo effetti controproducenti.  La legge positiva ne viene modificata, senza che  questo  significhi sanzionare favorevolmente da un punto di vista morale  tutto ciò che entra nel campo del lecito, come vorrebbe il laicismo estremo che contraddice e mina alla base il principio di distinzione tra Stato e Religione nel momento stesso in cui lo invoca. Non si può recidere quel vitale cordone ombelicale che  lega legge positiva e morale e si allunga progressivamente a perimetrare il sempre più vasto campo delle nostre libertà civili; che  non si restringe solamente se l’etica s’identifica nella legge, ma anche se all’opposto la legge diventa il presupposto dell’etica. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Un diritto positivo an-etico o a-morale – neutro – è solo una una comoda chimera teorica che risolve la questione nel cerchio chiuso e perfetto della logica del discorso (se ci accontentiamo dell’inevitabile esito tautologico) non nella realtà. E’ un’astrazione che nella realtà genera un processo disgregativo al quale alla fine una società sfinita non saprà che contrapporre un puro e quasi bestiale istinto di autoconservazione che attribuirà ad una tirannica legge positiva anche il ruolo di supremo arbitraggio etico, come in un corto circuito:

Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi. (dal blog Ismael)

Emanciparsi da Dio e dalla morale è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Nel passato la fine della lunga stagione medievale ha visto con l’Umanesimo  il trionfo del diritto romano (versione giustinianea)- diritto di servitù, lo chiama Alexis de Tocqueville – che servì da base giuridica alla nascita degli stati nazionali centralizzati e in, Italia, alle signorie; mentre l’Illuminismo partorì il primo stato totalitario moderno con la rivoluzione francese. Le idee umanistiche ebbero come sfondo le libertà comunali italiane e le idee illuministiche le libertà inglesi. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.