Articoli Giornalettismo, Esteri

La strana razza degli amici dei migranti

In attesa che l’umanità migliore ci informi ufficialmente sulla nuova denominazione che andrà a sostituire quella neutra di migranti da essa stessa imposta qualche anno fa, e in attesa che l’infatuazione per i futuri ex-migranti faccia il suo breve e prevedibile corso, cerchiamo di vederci un po’ più chiaro sull’insostenibile leggerezza di quest’umanità emotivamente programmata per essere sempre dalla parte sbagliata della storia e sempre dalla parte giusta delle smanie del momento.

C’è in giro qualcuno che ricorda ancora le facce attonite dei giornalisti del TG3 al tempo della caduta del Muro di Berlino? Ho qualche dubbio. Fu una faccenda altamente istruttiva. Lo stato d’istupidimento non durò molto, giusto il tempo di capire quale tornitura dare alla mitica Narrazione. Fu così che il simbolo della bancarotta economica, civile e morale del comunismo si trasformò in quello del dissolvimento dell’odiosa Cortina di Ferro che aveva diviso l’Europa per quarant’anni: anche l’Italia migliore potè allora, nel giorno della caduta fisica del Muro, partecipare pienamente alla festa degli ex-compagni della DDR liberati dal giogo, e spedire commossa fino alle lacrime i suoi inviati speciali incontro a masse di crucchi in marcia alla scoperta del paradiso occidentale. Certo, ciò accadde in un paese dove il voltagabbanismo ha toccato a volte vertici artistici, ma resta indicativo di un tratto caratteristico e poco lusinghiero dello spirito liberal in generale.

Comunque c’è sicuramente, o almeno ci dovrebbe essere, qualcuno che ricorda ancora la fregola salottiera con la quale l’Occidente inondò di simpatia i ragazzi di Piazza Tahrir, i protagonisti di quella rivoluzione al tempo di Twitter di cui si favoleggiò con incredibile frivolezza. Molti di loro erano, con tutta evidenza, i figli di una borghesia urbana abbiente e profondamente occidentalizzata per i parametri egiziani e costituivano una fragilissima avanguardia liberale sostanzialmente estranea al corpo della nazione: in una parola, furono gli inevitabili utili idioti di cui ogni rivoluzione si serve per coprire i suoi veri scopi. L’Occidente, sedotto dall’opportunismo, abbandonò vigliaccamente Mubarak e rinunciò a qualsiasi tentativo di mediazione. A quattro anni di distanza il popolo egiziano, saggiamente, si fa piacere un autocrate di ferro come il generale Al-Sisi e un regime che condanna alla pena capitale in maniera generosamente collettiva pur di non ritornare ad un paese governato dai Fratelli Musulmani. E i giovanotti di Piazza Tahrir, come quei cagnolini dei quali ci s’incapriccia nella stagione cattiva per poi abbandonarli al loro destino al momento di andare in vacanza, sono intanto scivolati nel dimenticatoio in religioso silenzio.

E che dire della fregola guerresca che s’impadronì dell’umanità migliore, fino alla presidenza di George Bush Jr prigioniera di un pacifismo tetragono senza se e senza ma, al momento dello scoppio dell’inesistente primavera libica, per il solo gusto di correre in soccorso dei rivoluzionari e nella convinzione che la campagna di Libia sarebbe stata una passeggiata? Che dire di quest’umanità che non volle immischiarsi negli affari libici nei lunghi decenni durante i quali la Libia di Gheddafi fu un centro nevralgico del terrorismo internazionale e il Rais la bestia nera del guerrafondaio Reagan, mentre lo volle fortissimamente quando lo scatolone di sabbia si era ormai ridotto ad un satellite dell’Occidente? Quattro anni di completa anarchia, di macelli e distruzioni – conditi dall’arrivo in Libia dei simpaticoni del Califfato, e dallo sbarco sui nostri lidi di centinaia di migliaia di profughi ma soprattutto di gente che non fugge né la fame né la guerra ma cerca semplicemente una vita migliore scommettendo sul fatto che l’enorme numero di morti inghiottiti dalle acque del canale di Sicilia è pur sempre una piccolissima percentuale di quelli che ce l’hanno fatta – non sono bastati a spingerla a un timido atto di contrizione.

Per la stessa umanità migliore Bashar al-Assad divenne un tiranno sanguinario solo quando si stagliò all’orizzonte qualcuno peggiore di lui, gli integralisti islamici finanziati da Arabia Saudita e Qatar che monopolizzarono il fronte delle forze avverse al regime non appena Al Jazeera e i media occidentali decisero di dare ufficialmente avvio alla primavera siriana; nel momento, cioè, nel quale il destino del dittatore siriano sembrava segnato, e ci si poteva accodare idealmente ai liberatori; mentre per lustri la stessa truppa umanitarista fu completamente indifferente alle sorti di quello stato canaglia fieramente anti-occidentale e legato all’Iran che sponsorizzava il terrorismo, destabilizzava il Libano e si ergeva a nemico per eccellenza d’Israele. Le prime centinaia di morti tra la popolazione civile bastarono a fare perdere completamente la tramontana alle diplomazie e ai media occidentali, e a sposare – non solo per ingenuità, s’intende – la causa dei ribelli. Oggi alcune fonti arrivano a parlare di 300.000 vittime della guerra civile in Siria (un numero non lontano da quello dei caduti italiani durante la seconda guerra mondiale) e di 4 milioni di profughi, mentre le forze del Califfato sono ormai vicine a Damasco. E con tutto ciò, proprio ieri l’ineffabile Hollande, nell’annunciare l’invio di aerei militari francesi in Siria in vista di eventuali raid contro l’Isis, ha rimarcato ancora una volta che ogni soluzione di pace in Siria si fonda sul presupposto della cacciata di Bashar Al-Assad dal potere: insistendo, cioè, in quell’atteggiamento ambiguo e opportunista (e oggi semplicemente immorale) che ha guastato tutto fin dall’inizio.

Questi, in buona parte, sono quelli che oggi vanno idealmente incontro con lo sguardo ebete dei figli dei fiori, al solo scopo di distinguersi dai perplessi o dai senza cuore o dai razzisti tout-court, alle fiumane di profughi musulmani in fuga dalle follie dell’Islam verso le terre degli Infedeli senza per questo sentirsi meno islamici di ieri; e non si capisce bene se siano più confusi e reticenti i primi o i secondi.

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Esteri

Una domanda sull’Islam

Si può ben dire che in questo momento quasi tutto l’Islam è lacerato da conflitti interni. A occidente solo il Marocco e l’Algeria sono rimasti sostanzialmente immuni dalle violenze generalizzate che hanno recentemente sconvolto il mondo arabo; ma pure lì le tensioni sono latenti, e ricordiamoci che vent’anni fa fu proprio l’Algeria a sperimentare una spaventosa guerra civile sviluppatasi sullo sfondo di una crescita impetuosa dell’integralismo religioso, favorita nei suoi esiti politici dal processo di democratizzazione in atto, esattamente com’è successo nelle recenti primavere arabe: fu il preludio della malattia che oggi divora l’Islam. La situazione è (ancora) precariamente tranquilla anche in estremo oriente – in Malesia, in Indonesia, ad esempio – e nel vasto e piuttosto spopolato cuore turco (ed ex-sovietico) dell’Asia centro-settentrionale.

Nel resto del mondo islamico regna il caos: nella zona sahariana e sub-sahariana in Nigeria, Niger, Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad, Sudan, Somalia; in quella araba-mediterranea in Tunisia, Libia, Egitto; nel medio-oriente in Siria, Irak, Libano, Yemen, Bahrein, e perfino in Arabia Saudita dove il terrorismo su grande scala ha fatto di recente capolino, mentre la Turchia, oltre a vivere un momento assai delicato di tensione tra le tradizionali istanze laico-nazionaliste e quelle islamiste oggi rappresentante dal neo-ottomanismo di Erdogan, è sempre più invischiata nei disordini dei paesi confinanti, anche a causa dei problemi con la minoranza curda; e più in là è sempre il braccio violento del fanatismo integralista a rendersi protagonista in Afghanistan, in Pakistan, nel Bangladesh. In Iran regna invece la calma apparente propria di un regime totalitario. L’irrequietudine islamica anima inoltre secessionismi o indipendentismi nel Caucaso, nelle Filippine, e in parte anche nel Sinkiang cinese. Per completare il quadro si aggiungano gli effetti destabilizzanti di tali sconvolgimenti su paesi limitrofi musulmani non ancora in subbuglio.

Le cause di queste convulsioni, almeno in superficie (di quelle profonde ho già scritto fino alla noia) sono sostanzialmente due: l’avanzata di un estremismo islamico nella sua ferocia e rozzezza dai tratti perfino grotteschi; e la tradizionale conflittualità tra sciiti e sunniti. Limitatamente al mondo arabo spunta timidamente anche quella derivante da quel suo originario sostrato tribale, che millequattrocento anni di Islam non sono riusciti mai ad eliminare del tutto. Le tensioni interne all’Islam si scaricano infine contro l’Occidente: attraverso il terrorismo, e attraverso le migrazioni di massa verso l’Europa cui assistiamo da anni.

E’ degno di nota che questi migranti non cerchino affatto di trovare una nuova patria nei ricchi (solo grazie al petrolio) paesi arabi del golfo, quelli che per esempio finanziano a colpi di centinaia di milioni di euro illustri (e anche meno illustri) club calcistici europei. Né d’altra parte si notano particolari segni di solidarietà verso questi profughi e confratelli nella fede nel mondo musulmano: quelli che si trovano in Giordania, in Turchia o in Libano sono in sostanza genti assiepate ai confini della Siria, in attesa di poter rientrare. Tristemente noto, poi, è il caso dei profughi Rohingya, minoranza musulmana discriminata in Birmania, respinti al largo delle coste malesi o indonesiane. Eppure, sulla carta, la solidarietà reciproca tra le genti islamiche, specie nel mondo arabo, dovrebbe essere più naturale di quella fra le genti cristiane: per questioni linguistiche e culturali; e per il fatto che l’Islam è una società di tipo monista, società politica e religiosa allo stesso tempo e nella sua essenza, e ciò ha impedito la sedimentazione di sentimenti nazionali di tipo occidentale.

Vi è infine da sottolineare come la risposta della società islamica alle nefandezze del fanatismo sia in genere ambigua e debole. E quando è forte assume i tratti energicamente autoritari del laicismo del partito dei militari, come successe vent’anni fa in Algeria e com’è successo ultimamente in Egitto.

Ho dipinto velocemente questo piccolo affresco che illustra un mondo scosso fin dalle sue fondamenta, e quasi in disfacimento, allo scopo di fare una domanda semplice e provocatoria: perché quando si parla dei problemi dell’Islam e con l’Islam non si parte mai dall’elementare, ovvia e preliminare constatazione di un universo in crisi nelle sue fibre più intime e di una civiltà in irreversibile crisi strutturale? Perché tutti questi inequivocabili segni di debolezza – compresa l’erratica, folle violenza che li contraddistingue – vengono in Occidente spesso confusi, addirittura, come manifestazioni di vitalità? E’ mai possibile essere così ciechi?

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La piccola Germania

La supremazia economica della Germania in Europa è in genere grandemente esagerata. Basti pensare che il Pil complessivo di Italia e Spagna (che contano insieme 107 milioni di abitanti) è grosso modo uguale a quello del paese tedesco (che conta 83 milioni di abitanti). Si tratta senz’altro, comunque, di una supremazia relativa. Alla quale però non corrisponde, per generale consenso, un’adeguata capacità di leadership. Con questo non si vuol dire che i tedeschi abbiano avuto completamente torto nella loro intransigenza ragionieristica verso la Grecia scialacquatrice: meglio loro che i sovranisti monetari alle vongole o i teorici compulsivi di manovre economiche espansive anche in presenza di debiti pubblici astronomici. Tuttavia il caso greco andava oltre questo schema. Non era paragonabile a quelli degli altri (e sempre più numerosi) Piigs. Era il caso di un paese che aveva imboccato la strada del non ritorno: il delitto, per così dire, era già stato compiuto. Il vero problema, difficilissimo, che l’Europa aveva davanti era allora questo: com’era possibile imbarcarsi nel salvataggio e nella ricostruzione di un paese andando contro le regole che l’Europa si era data, ed indirettamente agire in modo ingiusto nei confronti di altri paesi che avevano fatto o stavano facendo grossi sacrifici pur di tirarsi fuori dai loro problemi, senza che ciò diventasse un precedente? In ogni caso bisognava avere il coraggio di prendere atto di un fatto che andava ormai al di là di considerazioni astrattamente moralistiche, senza per questo negare le ragioni di chi si lamentava.

Per questo gioco di prestigio ci voleva il carisma di una nazione avvezza a guidare altri popoli. La Germania ha invece preferito interpretare una parte in commedia, fors’anche la meno demagogica, ma non all’altezza della sua presunta leadership. Lo spirito tedesco sembra ancora incapace di andare oltre se stesso e di pensare in grande, forse per paura di cadere nella grandeur come le è sempre accaduto nel passato, e cioè in modo volgare, grossolanamente prevaricatore (mentre altri grandi paesi hanno spesso saputo prevaricare in modo sapiente): con la Grecia, infatti, non abbiamo visto all’opera il temuto Quarto Reich, ma la piccola Germania. Alla Germania la modernità, per un vasto concorso di precedenti storici, pare abbia riservato il ruolo di potenza anti-universalista. I miti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti o della Francia, al contrario, hanno avuto una componente universalista e ciò li ha predisposti a simpatie generalizzate, anche se non sempre giustificate. Queste nazioni, infatti, si sono sempre proposte, più o meno ostentatamente, come veicoli e modelli di civilizzazione.

Qualcuno potrà dire – e non sbaglierà certo di molto – che i francesi sono in realtà il popolo più nazionalista d’Europa, e in generale si può sicuramente dire che questi afflati universalisti (liberali o democratici che dir si voglia) sono tutt’altro che disinteressati, e che spesso hanno coperto (come nell’Atene dell’antichità) aspirazioni imperialistiche. E’ tutto vero e io non sono certo tifoso della contrapposizione insanabile tra Zivilisation e Kultur. E tuttavia, per rimanere in ambito in senso lato germanico, persino l’Impero Asburgico, simbolo per eccellenza di temperata ma ostinata conservazione (ma cattolico, e quindi con una forte componente universalista), seppe emanare, in virtù anche di quella multi-etnicità che al tempo stesso lo fragilizzava , un fascino sovra-nazionale che resiste ancor oggi; e in un certo senso solo Vienna seppe essere per una stagione non tanto breve quella capitale cosmopolita irraggiatrice di cultura, alla stregua di Londra o Parigi, che il mondo propriamente tedesco non conobbe mai. Nella battaglia fra Zivilisation e Kultur (o meglio nella tensione, che può e deve essere feconda) alla Germania toccò invece il ruolo di diventare il campione della seconda; fatto che alla lunga ne ha ridotto la propria capacità di visione politica, anche in tempi in cui la sua democrazia sembra essere fra le più salde del continente.

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Gli errori dell’Occidente in Bosnia-Erzegovina

Nei giorni scorsi abbia avuto un’altra prova della fatuità con la quale l’Occidente si muove nello scacchiere internazionale. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che evidentemente non ha altro di meglio da fare che pontificare, in occasione del ventennale del massacro di Srebrenica, nel quale almeno 8.000 musulmani bosniaci inermi furono trucidati dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladić, ha messo ai voti una risoluzione che condannava tale avvenimento come genocidio. La risoluzione è stata respinta in forza del veto della Russia, che fin dall’ottocento si è ritagliata il ruolo di protettrice dei fratelli ortodossi serbi, mentre altri paesi, fra cui la Cina, si sono astenuti. Ragionando con cinismo, non si può dire che la Russia abbia tutti i torti: 8.000 vittime sembra un numero davvero troppo esiguo per parlare sensatamente di genocidio; ed inoltre un genocidio non dovrebbe fare distinzioni di sesso e di età, quando invece il massacro di Srebrenica vide la meticolosa separazione degli uomini dalle donne, gli anziani e i bambini. Naturalmente queste fredde considerazioni nulla tolgono all’enormità del crimine.

Ci si chiede, tuttavia, quale sia il senso della ricerca continua di queste stucchevoli e burocratiche sentenze sulla storia recente o meno recente, se non forse una fuga dalla storia stessa e dalla realtà. Si ha quasi l’impressione, infatti, che per l’Occidente sollevare confusamente (e spesso contraddittoriamente) questioni di principio ogniqualvolta c’è da affrontare una grossa rogna in qualche punto caldo del globo, sia diventato un modo per nascondere la propria impotenza.

La Bosnia-Erzegovina è un caso esemplare di questa erratica politica. L’Occidente prese atto della dissoluzione della ex-Jugoslavia ma poi non ebbe il coraggio di prendere davvero in mano la situazione portando a termine e rifinendo sotto il suo controllo, dove era possibile, quel processo di partizione che le reciproche pulizie etniche avevano quasi condotto a termine (ciò può sembrare immorale, ma molto meno che lasciare attivi i focolai della malattie, dopo che il disastro è ormai accaduto); oppure, là dove non era possibile, congelando la situazione, senza però cristallizzarla dal punto di vista statuale-amministrativo. Sballottato tra gli opposti (e falsi) dogmi dell’autodeterminazione dei popoli e dell’integrità territoriale degli stati, finì per dare la sua benedizione a tutta una serie di stravaganti indipendenze, che replicavano su scala minore l’eterogeneità ex-jugoslava. Lo stesso Occidente che accettò serenamente la divisione tra Serbia e Montenegro per questioni etniche di lana caprina, si spese molto per la nascita del più grande e internamente diviso di questi nuovi stati: la Bosnia-Erzegovina, appunto. La nuova era democratica – questo era il tacito assunto – doveva assicurare la pacifica convivenza delle tre comunità principali (etnie mi sembra un vocabolo troppo forte per delle genti che parlano sostanzialmente la stessa lingua): quella bosgnacca (bosniaco-musulmana) costituente quasi metà della popolazione, quella serba (cristiano-ortodossa), e quella croata (cristiano-cattolica).

Due decenni circa di indipendenza invece hanno quasi istituzionalizzato la divisione comunitaria nel nuovo stato balcanico; di fatto il patriottismo bosniaco è diffuso solo tra la popolazione bosgnacca, e spesso si confonde con un identitarismo musulmano rispuntato quasi a sorpresa da qualche profonda ed inquietante piega della storia; di fatto, vista l’estraneità di serbi e croati al sentimento patrio bosniaco, la Bosnia-Erzegovina ha oggi al suo centro un nucleo musulmano che potrebbe anche resistere ad una sua eventuale disgregazione. Ciò che era da molto tempo ormai considerato un retaggio culturale, in sé ricco, interessante, e anche fecondo, come testimoniano le opere di Andrić o Selimović, è ritornato ad essere contro ogni pronostico una realtà religiosa sommamente problematica.

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L’implosione dell’Islam

La recente ondata di attentati terroristici in Kuwait, Tunisia e Francia (anche se sulla vera natura di quest’ultimo rimangono ancora dei dubbi) hanno riaperto il dibattito sulla natura e sulla pericolosità dell’integralismo islamico. Siccome, a nostro immodesto avviso, c’è in giro un sacco di confusione e reticenza, abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo, sgombrando drasticamente il campo da vari equivoci. Il primo: la presunta debolezza cristiana-occidentale e la presunta forza islamica, o, se volete, la presunta identità debole dell’Occidente e quella forte dell’Islam. Quest’opinione, che ha largo seguito, è frutto di una grandiosa illusione ottica. In realtà, la secolarizzazione sta stritolando a poco a poco un Islam in preda a convulsioni mortali. La secolarizzazione, infatti, è figlia del Cristianesimo. Senza di esso è inconcepibile. E’ il Cristianesimo ad aver distinto lo stato dalla chiesa (e così la politica dalla religione, e il diritto positivo dal diritto naturale). Li ha distinti (ma non separati [1], in quanto essi agiscono nello stesso universo morale, e una doppia morale non esiste) a ragione dei fini diversi ai quali mirano: la conservazione e il benessere della società l’uno, la salvezza dell’anima l’altra. Così, nel corso dei secoli, si sono sviluppate le libertà civili dell’occidente, e fra queste sono comprese molte cose che il Cristianesimo moralmente condanna. La civiltà cristiana – sul piano sociale – non si contrappone alla libertà dei costumi in quanto tale, ma ad una libertà orgogliosa di sé, una libertà tesa ad emanciparsi dalla morale, e a negare la verità. E se è fatale che la secolarizzazione avanzi in genere attraverso la trasgressione e lo spirito anticristiano, è anche inevitabile che prima o dopo, pena l’autodistruzione della società, la civiltà al decalogo ritorni. Questo ritorno, che è un ritorno inconfessato al Cristianesimo, purifica, senza per questo necessariamente assolverle dal punto di vista morale, le libertà conquistate obbedendo a pulsioni trasgressive. E in realtà tanto maggiore sarà il grado di consapevolezza della civiltà cristiana – civiltà che non sarà mai, neanche imperfettamente, e spesso neanche prevalentemente, una società di cristiani – tanto maggiore sarà la sua capacità di tollerare la libertà dei costumi al suo interno, e allo stesso tempo di neutralizzarne la carica nichilistica.

Il tradizionalismo cattolico, qui inteso nella sua espressione ereticale, non ha mai voluto capire o accettare il fatto, indiscutibile, che la secolarizzazione – perimetro delle libertà civili – è figlia del Cristianesimo. Per la forma mentis tradizionalista la secolarizzazione è sempre un male; un male che la civiltà cristiana può sopportare, corrompendosi via via, fino ad un certo punto di rottura, oltre il quale essa non può più esistere. (Naturalmente il progressismo cattolico, sempre inteso nella sua espressione ereticale, fa il ragionamento inverso: l’accettazione della secolarizzazione implicherebbe una revisione dei dogmi, cioè la loro distruzione, cioè la distruzione della Chiesa). Curiosamente, anzi, significativamente, questa interpretazione si attaglia perfettamente alla crisi dell’Islam. L’Islam è una religione-società che si sostanzia nella precettistica, e che sa essere elastica non nella misericordia, ma solo attraverso un armamentario di scappatoie religiose-legali di stampo farisaico. Ma a lungo andare ciò non può bastare al sentimento di libertà (libertà anche di peccare, ossia di piegarsi al peccato) che è innato nell’uomo proprio perché prima di tutto figlio di Dio, e non di una tribù, di una razza, o di una società. La secolarizzazione cristiana offre la soluzione, non la scappatoia, che permette alla società di respirare, cioè di vivere, senza per questo rinnegare la religione: oggi essa, insensibilmente e senza premeditazione, ma per la forza ineluttabile delle cose, sta assediando un Islam che con essa può venire a patti solo riconoscendo la propria fine. E qui veniamo al secondo equivoco: il terrorismo islamico come espressione di un integralismo che tradisce i principi dell’Islam. La verità è che moderatismo o integralismo non intaccano la sostanza dell’Islam, né lo definiscono. E’ vano, infatti, chiedersi quale sia il vero Islam al riguardo di una religione-società che non conosce veri dogmi, ma che appunto si sostanzia in una precettistica variamente e limitatamente modulabile, ma non per nobili motivi. La ferocia quasi caricaturale di certe sue espressioni odierne è la forma parossistica di una vitalità che sta venendo meno.

E’ corretto dire, piuttosto, che questo Islam in fase violentemente agonica si trova di fronte ad un Occidente (inteso in senso lato come civiltà cristiana, non identificabile col Cristianesimo in quanto tale, dotata di una carica universalistica che la trascende e che ne esalta le capacità assimilatrici) che oggi vive una delle sue periodiche fasi d’indocilità nei confronti di Dio e della ragione, manifestantesi attraverso un assurdo e capriccioso universalismo dei diritti (scimmiottatura anticristiana dell’universalismo cristiano), protervo nelle sue stravaganze, comprese quelle linguistiche (tipiche dei fenomeni rivoluzionario-millenaristici tesi a ri-definire la verità), e che trova appoggio nell’opinione pubblica, oltre che per l’attivismo di minoranze militanti e dei media, anche per l’istinto alla ribellione sempre latente nell’uomo, ma non per un vero senso di solidarietà verso le categorie interessate da questi nuovi presunti diritti: è la secolarizzazione anticristiana, contraddizione vivente che può durare solo durante il caos della breve stagione rivoluzionaria, prima di venire piegata alle inflessibili esigenze del nuovo ordine, incardinato su un nuovo decalogo di principi laici (sempre aggiornabile) che però, disconoscendo quella morale che per natura non può che incardinarsi su principi di verità, non conosce distinzione fra legge e morale, e quindi non conosce la secolarizzazione, e quindi il perimetro delle libertà civili. Per ritrovarle la società dovrà per forza di cose – non fosse altro che per istinto di autoconservazione – tornare alla secolarizzazione cristiana, e ri-piegarsi al diritto naturale: lo farà nei fatti, anche se con la bocca e col cuore per una sua larga parte non si ri-piegherà a Dio. In questo quadro la malattia mortale dell’Islam ha di buono (e di provvidenziale) che agisce da pungolo sull’Occidente, costringendolo a ritrovare le sue veri radici.

Passiamo ora al terzo equivoco: il fatto che spesso i terroristi islamici siano persone apparentemente ben integrate in Occidente, o apparentemente occidentalizzate, quantunque provenienti da paesi islamici, dimostrerebbe l’impermeabilità dell’uomo islamico alla cultura occidentale. Ma ciò non è esatto. Se è vero che l’Islam non può sopravvivere a lungo in tempi di democrazia (come scrisse Tocqueville 170 anni fa), non bisogna tuttavia sopravvalutare il significato di questi casi. L’uomo sente per natura il bisogno di assoluto, anche se molto spesso trasforma questo bisogno in una molto più meschina voglia di protagonismo, nella voglia di sentirsi in qualche modo qualcuno, o nella ricerca di gratificazione nella cieca obbedienza al branco o alla setta, in un annullamento di sé disumanizzante ma anche totalizzante e quindi, per un certo verso morboso, appagante. Oggi, per esempio, il giovanotto italiano ha a disposizione la No-Tav; il giovanotto islamico ha la Jihad: che sia un brillante studente universitario, o un deficiente modaiolo maniaco del rap (entrambi, a loro modo, esempi di conclamato occidentalismo), non fa alcuna differenza.

Il quarto equivoco è che l’instabilità del mondo islamico (a parte quello dell’estremo oriente) sarebbe in buona misura la conseguenza degli interventi militari occidentali in Afghanistan e in Iraq. Ma ciò non è vero. Essa dipende, come detto sopra, in primo luogo da un problema strutturale interno all’Islam, da un suo difetto costitutivo ed ineliminabile, che la modernità mette impietosamente a nudo.

Il quinto equivoco è che l’insipienza della politica americana di Obama sarebbe la continuazione di quella di Bush, lo stesso tipo di maldestro interventismo, ancorché molto meno massiccio e pianificato. Ma anche questo non è vero. L’interventismo obamiano è stato dominato dall’opportunismo, mentre quello di Bush, più che una risposta diretta al terrorismo globale, fu un progetto strategico di presenza militare a lungo termine che aveva un senso, se portato avanti con la necessaria determinazione, e rappresentò inoltre la volontà di rispondere alla passività occidentale. Ci ricordiamo bene, infatti, di come la guerra in Iraq fece scorrere fiumane di pacifisti in tutto il mondo occidentale, e di come l’intervento in Libia, o i minacciati interventi in Siria, non abbiano invece spinto in strada neanche i fanatici della pace. E questo perché in teoria si trattava di mettere il cappello sulle apparentemente trionfanti primavere arabe, senza correre molti rischi. Cosicché fu generale l’appoggio conformistico alla folle ed erratica politica occidentale verso il mondo islamico, della quale vogliamo elencare brevemente i misfatti: il tradimento dei propri amici Mubarak e Ben Alì (dittatori solo per gli standard occidentali, non certo per quelli mediorientali) quando invece sarebbe stato saggio esercitare un ruolo di mediazione fra i governi al potere e le istanze di primavere arabe che spesso erano solo figlie di microscopiche avanguardie liberali urbane pronte ad essere fagocitate da forze ben più grandi di loro; il tradimento di una canaglia, per lunghi anni terrorista su scala mondiale, come Gheddafi, dopo che questi si era di fatto arreso all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo proprio paese e dopo che l’Occidente aveva siglato – di fatto – la pace con lui, mostrando nello stesso tempo di voler credere ad una primavera araba che in Libia non è mai scoppiata; aver dato prova di mollezza per decenni nei confronti del regime di Assad e di aver aspettato a demonizzarlo solo nel momento in cui un’ambigua primavera araba siriana scoppiava, e poi di aver chiuso gli occhi dinanzi agli sviluppi di questa ambigua primavera araba, completamente in mano in brevissimo tempo a fanatici sunniti sponsorizzati dalle monarchie del Golfo (Assad è alawita, cioè scita, e il suo regime è alleato con l’Iran scita), e poi ancora di non aver avuto il coraggio di scegliere il male minore (cioè Assad); aver dimenticato altre primavere scomode della penisola arabica, pur di non disturbare le monarchie del Golfo, come quella in Bahrein; o come quella nello Yemen, che ora si è trasformata in una specie di guerra civile tra i ribelli sciti e i sunniti sostenuti da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, che sta spingendo il conflitto verso esiti catastrofici.

E infine il sesto equivoco, che li riassume tutti: l’Islam starebbe vivendo uno dei suoi periodi di aggressiva espansione. L’Islam sta invece grandiosamente implodendo: gli attentati terroristici non sono altro che le schegge e i detriti che questa incontrollata implosione produce e in parte fa piovere sulle nostre teste.

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[1] Il concetto di separazione tra stato e chiesa viene spesso ipocritamente inteso come se si avesse a che fare con sfere appartenenti a mondi diversi, come se per l’appunto l’universo morale fosse diverso per le due sfere. Ma non è così. Se fosse così lo stato potrebbe assurdamente proporsi come entità a-morale. Ad un livello inferiore, per un fare un’analogia forse non del tutto pertinente ma abbastanza indicativa, lo stesso concetto di separazione dei poteri del costituzionalismo liberale non implica che questi poteri possano andare ciascuno per i cavoli propri. E’ una separazione che va intesa come distinzione delle funzioni, collegata ad una ben circoscritta autonomia, all’interno di uno stesso stato.

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I consigli di Cazeneuve

Bernard Cazeneuve, ministro dell’interno dell’attuale governo socialista nel paese dei diritti umani, l’inimitabile Francia, ha rilasciato un’interessante – e interessantissima per noi italiani – intervista televisiva sul problema dei migranti bloccati alla frontiera di Ventimiglia. Eccone alcuni brani riportati da “Le Figaro”:

«Cosa succede a Ventimiglia? C’è la necessità di far rispettare le regole di Schengen e di Dublino. Quali sono queste regole? Quando in Francia arrivano dei migranti passati per l’Italia e registrati in Italia, il diritto europeo vuole che siano ricondotti in Italia. (…) Abbiamo avuto circa 8.000 ingressi dall’inizio dell’anno e abbiamo ricondotto più di 6.000 persone in Italia. Alcuni migranti che sono stati ricondotti in Italia vogliono rientrare in Francia (…) Non devono entrare e devono essere presi in carico dall’Italia. Non c’è un blocco della frontiera, perché siamo in uno spazio aperto; c’è semplicemente il rispetto alla frontiera franco-italiana delle regole di Schengen e Dublino. (…) Dall’inizio dell’anno 50.000 migranti sono arrivati in Grecia, 50.000 sono arrivati in Italia (…) Ci sono dei migranti irregolari per ragioni economiche, che vengono dall’Africa occidentale [in buona parte francofona, NdZ] che non sono sulla via dell’esodo a motivo di persecuzioni subite, ma per la volontà di vivere meglio in Europa. Non possiamo accoglierli, bisogna che siano ricondotti alla frontiera, in Africa.»

Parole di una chiarezza cristallina e sommamente ipocrita allo stesso tempo, come non di rado succede in politica: l’umanità e la fraternità vengono tranquillamente spazzate via dalla necessità di rispettare le regole, le stesse che quando fa comodo vengono a loro volta spazzate vie dal diritto di ingerenza umanitaria. Chissà cosa succederebbe se l’Italia seguisse davvero la “retta via” indicata da Cazeneuve. Probabilmente con lo strepito col quale riusciamo, o meglio, non riusciamo a fare le cose, passeremmo subito per carnefici agli occhi del mondo. Sì, perché tra le righe del discorso del ministro francese si può leggere anche l’irritazione verso un paese, il nostro, che non ha ancora imparato a stare il mondo. Un discorsetto che si può riassumere così:

«Cari italiani, sappiamo come stanno le cose: di questi cosiddetti migranti solo una piccola parte fugge davvero le persecuzioni, la guerra, la fame. La grande maggioranza è spinta dal sogno di una vita migliore che sembra loro a portata di mano. Lo vedete anche voi: nonostante i patimenti del viaggio, è quasi tutta gente in carne; pochissimi sono vestiti di stracci; c’è molta gioventù prestante, abile ed arruolabile. Noi umanamente li capiamo, ma – siamo seri – non possiamo mica assistere passivi a queste nuove invasioni barbariche. Quindi, cari italiani, non fate tanto casino. Datevi da fare, piuttosto. Organizzatevi. Rinchiudeteli in vari centri. Identificate chi veramente ha diritto all’asilo. Diciamo che il 10% è una percentuale credibile. Gli altri rispediteli senza tanto chiasso in Africa. Allora sulla base di quel 10% potremmo parlare di quote da sparpagliare nella nostra bella Europa. Se foste un paese serio, un paese con un minimo d’amor proprio, con un minimo di sentimento nazionale, fareste tutto ciò con la massima discrezione possibile. E parlo anche dei vostri giornalisti chiacchieroni. Mille anni di storia nazionale hanno insegnato ai nostri imbrattacarte a sapersi elegantemente autocensurare, o almeno a misurare le parole, quando ciò giova alla patria.»

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Il genocidio come arma retorica

Ogni genocidio, in quanto complesso fenomeno storico, ha le sue peculiarità. Risulta impossibile perciò inchiodare il concetto di genocidio a qualche sua qualità intrinseca: il genocidio non è una mela o una pera, e nemmeno un dogma metafisico. Però lo diventa, se lo si vuol usare impropriamente come arma retorica per fini spesso tutt’altro che nobili. Tutti gli equivoci sui genocidi nascono da questa volontà, a volte con esiti perfino comici.

Ciò è dovuto al fatto che la pseudo-religione dei diritti umani ha bisogno di dogmi, di diavoli e di peccati mortali. Ma rifiutando la trascendenza è costretta a individuarli nelle cose di questo mondo, non nello spirito: ecco allora che i crimini contro l’umanità sono posti al centro di una specie d’idolatria in negativo; sostituiscono quelli contro Dio; diventano l’espressione del male assoluto; e chi li compie viene dipinto con fattezze sataniche o bestiali.

Il fenomeno del negazionismo deriva proprio da questa sbagliata impostazione della questione. E’ un suo effetto collaterale. Infatti, se un crimine contro l’umanità, un genocidio, diventa un dogma nel quale bisogna credere piuttosto che un fatto storico, allora risulta anche molto più agevole negarlo rotondamente, piuttosto che negare la realtà concreta e documentata del massacro sistematico di centinaia di migliaia o milioni di persone accomunate dall’etnia, dalla religione, dalla classe o da qualcosa di meno determinato. Il buon senso ci dice forse che cambia qualcosa di sostanziale se tale ecatombe umana prende o no ufficialmente il nome di genocidio? Il buon senso ci dice di no. Ma oggi come oggi, in un mondo imbevuto della retorica demagogica dei diritti umani, una nazione ancora capace di ammettere il suo coinvolgimento in un genocidio inteso nel senso comune del termine, assai difficilmente potrebbe però accettare di assere additata ufficialmente come colpevole di un genocidio inteso nel senso pseudo-religioso del termine: ciò costituirebbe un’onta insopportabile, uno stigma.

D’altra parte la retorica dei diritti umani non colpisce soltanto chi è più o meno colpevole, ma spessissimo anche l’innocente: chi vuole imporre un’ideologia, o una verità di regime, chiama negazionista chi gli resiste. Lo stesso Erdogan, che oggi ruggisce come un leone ferito quando si parla di genocidio armeno, e chiama in causa strumentalmente la storia, con la quale intende spudoratamente scusare tutto, qualche anno fa qualificava la cosiddetta islamofobia come crimine contro l’umanità. E non è un caso che il primo genocidio moderno, quello vandeano, sia stato perpetrato dai primi campioni della religione dei diritti umani. Bisognava adorare la nuova umanità, e chi si rifiutava si metteva fuori dall’umanità: nell’uccidere, nel liquidare questa feccia negazionista non si aveva più a che fare con uomini. Questa logica sta alla base di tutti i genocidi moderni, ne è la giustificazione, sia che a metterli in atto sia il nazionalismo (che sacralizza la nazione al posto dell’umanità, in una sorta di universalismo su scala ridotta) oppure l’universalismo pseudo-umanitario comunista o giacobino.

Storicizzare i genocidi non significa naturalmente sminuire il male commesso e le colpe degli agenti del male. La storia può cicatrizzarne gli effetti, ma non può rendere ragione al male. Ciò significherebbe cadere nell’errore opposto a quello di chi vuol proclamare i diritti umani senza ordinarli ad una verità trascendente, il quale finisce per assolutizzare ciò che è accidentale, e per guardare più alle parole che alla sostanza delle cose, al servizio non della verità ma della propaganda: la pseudo-religione dei diritti umani, i genocidi, i crimini contro l’umanità, quelli di fatto perpetrati ma giustificati e quelli giustamente condannati, e insieme i negazionisti, quelli innocenti e quelli colpevoli, nascono nello stesso momento e sono figli di una stessa cultura che ha messo da parte il Dio cristiano.

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Caos libico ed italiche facce di bronzo

Il vizio della memoria è una di quelle vezzose espressioni con le quali periodicamente si fa bella l’Italia Migliore, al solo scopo, s’intende, di mascherare la propria naturale spudoratezza; per cui in realtà nel suo caso si dovrebbe piuttosto parlare di vizio di memoria. Quel bel tomo di Romano Prodi, per esempio, ieri l’altro, col felpato ma sussiegoso opportunismo che da sempre lo accompagna, ha detto che il caos libico è frutto degli errori dell’Occidente; e che «L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi: Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra». 

Ora, non occorre certo tuffarsi nel web per farsi ritornare la memoria e scoprire come andarono veramente le cose in quel fatale inverno del 2011. Berlusconi resistette fino all’ultimo. Ad assediarlo non furono solo le cancellerie occidentali, ma anche il coro della gran parte dei media italiani; l’illustre presidente della Repubblica, Napolitano Giorgio, strenuo sostenitore dell’intervento armato; il Partito Democratico, la cui segreteria nazionale denunciò «la drammatica inadeguatezza della iniziativa politica del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri di fronte alla sanguinaria risposta del colonnello Gheddafi nei confronti della richiesta di democrazia da parte del popolo libico»; l’esaltato Di Pietro e tutto il resto della compagnia cantante. Anche Confindustria pressò Berlusconi affinché il governo prendesse posizione in merito alla «cessazione di questo genocidio che certamente è drammatico». E persino il suo ministro degli esteri, il pavido Frattini, dopo qualche titubanza iniziale prese a remargli contro, diventando il ventriloquo di Cameron, Sarkozy e Al Jazeera. Berlusconi, insomma, era dipinto come l’irresponsabile che resisteva, resisteva, resisteva.

E questo senza contare che, al momento dello scoppio della fantomatica primavera libica, Berlusconi era da qualche settimana nel mirino dei nuovi campioni liberal-progressisti dell’Occidente per non aver ceduto all’isteria generale e aver parlato con ragionevolezza (e lungimiranza, oggi possiamo davvero ben dirlo) in difesa di Mubarak, un autocrate talmente placido da essere stato considerato per trent’anni di fila un amico dell’Occidente e un campione di ragionevolezza nel mondo arabo dagli stessi figuri – per esempio molti attempati e autorevoli editorialisti della nostra stampa – che nel giro di 24 ore lo abbandonarono al suo destino, salutandolo col nome stravagante di dittatore.

Non risulta che in quei giorni di fuoco l’ottimo Prodi abbia levato la sua voce alta e forte a sostegno del Cavalier Riluttante. Pensò solo a fare il pesce in barile e a mettere in evidenza la diversità di stile dei suoi rapporti con Gheddafi rispetto a Silvio il cafone: in una parola, aria fritta. Solo qualche mese dopo l’inizio della caccia grossa a Gheddafi, visto che le cose sul terreno andavano per le lunghe, accennò prudentemente al fatto che forse la via negoziale alla risoluzione dei torbidi libici non era stata sufficientemente esplorata. Il che non gl’impedì di dire, nel giugno del 2011, che «Le rivolte in atto in Medio Oriente e Nord Africa hanno portato ad un indebolimento della nostra presenza e dei nostri interessi a vantaggio di altri» riferendosi soprattutto a «Francia e Gran Bretagna che avanzano dove noi arretriamo», e che a nuocere all’Italia erano state «le continue oscillazioni di posizione come avvenuto sulla Libia». Come interpretare queste “continue oscillazioni” se non come quelle dovute alla riluttanza berlusconiana a piegarsi ai dettami del trio Obama, Sarkozy, Cameron?

Ma di questo brutto vizio della smemoria Prodi non è che un campione fra i tanti dell’Italia Migliore. L’ineffabile Antonella Rampino, per esempio, ieri su La Stampa, in un articolo intitolato “Un disastro frutto anche della rivalità Roma-Parigi” ha riassunto così la genesi dell’intervento militare occidentale in Libia: «Ma prima, durante e dopo un intervento tutto calato dal cielo, c’è la divisione tra Paesi europei. È la Francia anzitutto a premere sulla Nato prima e sul Consiglio di Sicurezza Onu poi per la copertura multilaterale ai bombardamenti francesi ed inglesi, cui si aggiungeranno per breve tempo anche gli americani. Occorre detronizzare un feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo (era anche quella una primavera araba) dall’alto dei suoi Mig. La Nato ha le prove: il tracciato dei voli. L’Italia si accoda per non lasciare le risorse energetiche in mano a francesi e inglesi. La Germania, invece, preda della sua storia di disinteresse al Mediterraneo, passa la mano.» Sbaglio, o sento una punta di sarcasmo in quell’«intervento tutto calato dal cielo», in quel «feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo», e una punta di disprezzo per quell’Italia servile «che si accoda»?

Eppure nel marzo del 2011 La Stampa non aveva paura di raccontare la verità, grazie alla penna di Ugo Magri, visto che evidentemente questa verità, a parere di chi scriveva, metteva in una luce ridicola Berlusconi: «Quando il Cavaliere si rende conto che l’Onu sta per decidere la “no-fly zone”, in pratica l’intervento militare, di corsa provvede a emendarsi. (…) E tuttavia, una volta dato a Silvio quel che è di Silvio, nessuno degli sviluppi successivi sarebbe stato possibile senza l’intervento di Napolitano. Il suo richiamo alle “decisioni difficili” attese nella giornata di ieri, ma soprattutto l’appello a valori più alti della pura realpolitik (“non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”) hanno avuto l’effetto di sgombrare il campo da ostacoli su cui Berlusconi sembrava destinato a inciampare.(…) Si vede a occhio nudo che intervenire contro Gheddafi non lo convince per niente. (…) Piuttosto Berlusconi si adegua alle decisioni Onu in quanto costretto, forzato dalle circostanze, senza l’intima convinzione di chi sventola una bandiera ideale, e senza neppure la certezza di fare la scelta giusta.» Che però, per la grande stampa italiana, era giustissima.

Nel frattempo, di fronte all’avanzata e alle mattanze dei tagliagole dell’Isis in Libia, Berlusconi si è detto favorevole all’eventuale partecipazione dell’Italia ad un intervento di forze militari internazionali. Prodi, dal canto suo, non solo si è dichiarato fortemente scettico ma ha sottolineato la necessità, di fronte alla complessità del caso libico, di «esperire, prima di tutto, tutte le azioni diplomatiche e civili». E’ sempre lo stesso Prodi del 2011: il pesce in barile, in attesa di pontificare seriosamente a cose fatte.

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Putin, il catalizzatore

Se si pensa che arriva dopo secoli di zarismo e settant’anni di comunismo, non si capisce cosa vi sia di strano nel fatto che la ventennale democrazia russa mostri un volto ancora così grezzo. Per brutta che paia a noi, la Russia di Putin non rappresenta una patologia; e ci piaccia o non ci piaccia, i progressi di questa Russia autocratica dai tempi dell’Unione Sovietica nel campo delle libertà civili sono stati incalcolabili. E’ strano piuttosto che questo semplice ragionamento faccia così fatica a farsi in strada in Occidente. Da noi la Russia di Putin è diventata il catalizzatore di vecchie e false idee sulla natura della civiltà cristiana-occidentale. In un certo senso la diatriba tra occidentalisti e slavofili che dominò il mondo intellettuale russo soprattutto nel secondo ottocento, e che ora, dopo il lungo inverno comunista, sta rifacendo capolino da quelle parti, sembra essersi spostata da noi capovolgendone i termini: siamo noi, ora, che cerchiamo di definirci guardando alla Russia.

Ed è così che, da una parte, e un po’ alla volta, nel mondo conservatore occidentale è spuntato un partito russo, dai contorni alquanto confusi, che nella Russia di Putin ha visto l’incarnazione di un baluardo identitario, sia esso nazionalista, sia esso cristiano, contro la secolarizzazione dei costumi, contro l’arroganza del laicismo progressista, contro la globalizzazione dei popoli e delle religioni. Mentre dall’altra parte, parlando sempre in termini generalissimi, quello stesso mondo liberal e progressista che per tanti decenni aveva flirtato col marxismo, chiusi gli occhi davanti ai crimini del comunismo, e infine demonizzato l’anticomunismo; quello stesso mondo progressista che tanta indulgenza, se non peggio, aveva mostrato nei confronti della Russia sovietica, ora è diventato, con grande sprezzo del ridicolo, il più spietato fustigatore della Russia di Putin, sentina, oggi, di ogni nefandezza.

Siamo in presenza in effetti di due ideologie che negano i valori migliori dell’Occidente. La civiltà occidentale che si fonda sull’universalismo cristiano è per natura orientata alla democrazia e alla globalizzazione; ma nello stesso tempo non fa violenza alla storia e ai popoli: incanala, modella la storia raccogliendone tutta la ricchezza. Questa duttilità, però, è feconda solo se l’Occidente tiene fede a se stesso facendosi presidio della legge naturale. L’ideologia nazionalista-identitaria, invece, assolutizza la storia e quando si professa cristiana mette ciò che è accidentale nel cristianesimo al posto di ciò che è sostanziale, cadendo nell’idolatria. L’ideologia democraticista-illuminista al contrario nega la storia e fa della democrazia una nuova religione universale ma immanentista, cadendo anch’essa nell’idolatria. Non deve stupire più di tanto, tuttavia, se spesso i due campi tendano a sovrapporsi; se vediamo, ad esempio, comunisti puri e duri difendere le ragioni della Russia di Putin; oppure zelanti neo-conservatori cristiano-occidentalisti fare il contrario: unica è la radice dell’errore.

Oggi l’agenda liberal sembra essersi impadronita di quell’idea dell’Occidente che fu da essa negletta e finanche disprezzata durante i lunghi decenni della guerra fredda. Nello stesso tempo i partiti cosiddetti conservatori dei paesi occidentali sembrano incapaci di resistere all’avanzata del politicamente corretto. Ciò è pericolosissimo anche per la politica estera di Europa e Stati Uniti. Lo si è visto nella disastrosa lettura fatta in Occidente delle primavere arabe. Lo si è visto nei lunghi anni d’incubazione della crisi ucraina. L’incredibile Hollande nei giorni scorsi è arrivato a dire che «Se la nostra proposta di pace fallirà, l’unico scenario è la guerra». Per fortuna gli ha risposto per le rime l’impresentabile Berlusconi: «È inaccettabile che si rischi la guerra con la Russia senza che l’Italia faccia sentire la sua voce per fermare questa follia». Lo stesso impresentabile Berlusconi che vide giusto all’inizio della primavera egiziana e che fu l’unico leader occidentale ad avere il coraggio, prendendosi un sacco di insulti, di difendere Mubarak, improvvisamente scomunicato come despota e dittatore dai politici e dai gazzettieri del fatuo Occidente. Gli stessi politici e gazzettieri che adesso non hanno nulla da ridire sul generalissimo Al-Sisi, e che seppero flirtare coi Fratelli Musulmani. E che a Berlusconi non chiederanno mai scusa.

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La Grande Albania e le Piccole Jugoslavie

Degli incidenti avvenuti durante la partita di calcio fra Serbia e Albania hanno colpa anche l’Europa e gli Stati Uniti. Era fatale che nell’Europa orientale e nei territori dell’ex Unione Sovietica, dopo il periodo di sbandamento ma anche di euforia seguito al crollo del comunismo e dopo il superamento della fase del primum vivere, con la fase di consolidamento (quella nella quale tutti hanno la pancia un po’ più piena) la storia riprendesse il suo corso. Vecchissime questioni mai risolte (e vecchissime ferite mai pienamente rimarginate) si sono riaperte; soprattutto, naturalmente, nei Balcani. Siamo rimasti sorpresi, ad esempio, dall’esplodere del nazionalismo ungherese. E ci siamo limitati a condannarlo, senza nemmeno cercare di capire. Il drone che ha fatto piovere sullo stadio del Partizan la bandiera della Grande Albania – un’Albania più che raddoppiata territorialmente con l’accorpamento del Kossovo, di pezzi di Serbia, Montenegro, Macedonia e Grecia – ci deve aver sorpreso ancor di più.

I nazionalisti di tutte le latitudini, si sa, ragionano come i fanatici dell’Isis, i quali, peraltro in profonda sintonia con lo spirito islamico, considerano già oggi Califfato (basta dare un’occhiata alle mappe che fanno girare nel web) la somma virtuale di tutte le conquiste territoriali realizzate dall’Islam in tutti i tempi (Spagna compresa, ad esempio). Questo perché quando una qualsiasi landa entra nel recinto dell’Islam diventa terra consacrata una volta per tutte: dalla dar al-Islam non si può uscire. Allo stesso modo i nazionalisti sacralizzano i confini, sottraendoli a quella storia sempre in movimento cui in realtà appartengono.

Detto questo, però, non bisogna cadere nell’errore contrario di negare al sogno della Grande Albania tutte le ragioni, perché ne ha anche di solidissime. Esiste infatti un’Albania fuori dell’Albania – la gran parte del Kossovo e la parte più occidentale della Macedonia – che dopo la fine delle guerre jugoslave sarebbe stato sensato unire al corpo della madrepatria. L’Occidente, per viltà, invece di assumersi il compito di ricomporre con coraggiosa ragionevolezza la geografia politica dell’ex-Jugoslavia preferì baloccarsi con vacue evocazioni di principi fra loro contraddittori (e quindi non principi) come l’autodeterminazione dei popoli e l’integrità territoriale. Ne vennero fuori tante piccole Jugoslavie: dalla Bosnia (stravagante entità statale sentita solamente dai bosgnacchi musulmani, ma estranea ai sentimenti dei croati e dei serbi) al Montenegro, dal Kossovo alla Macedonia. Anche di questa follia è figlio il fattaccio dell’altro giorno.

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La protervia di Obama ed Erdogan

Se non fosse per i barconi carichi di disgraziati che s’inabissano senza soluzione di continuità nel Mediterraneo, dello scatolone di sabbia, cioè della Libia, non si parlerebbe quasi più: per vergogna. Nel paese delle piramidi, intanto, il laico Al-Sisi, che già scruta con voluttà il caos libico nella speranza di fare dell’ex regno di Gheddafi un protettorato egiziano, si rivela un autocrate molto più ruvido e megalomane del laico Mubarak: ma nessuno lo chiama dittatore. Mentre in Siria la guerra civile che si è voluto con incredibile leggerezza far scoppiare a tutti i costi ha fatto 200.000 morti e siamo ormai ridotti al punto di dover quasi tifare per Assad. Ecco dove ci ha condotto la politica estera di un Occidente fatuo e furbacchione.

Eppure non era poi tanto difficile prevedere questo disastro se tre anni e mezzo fa, all’inizio della caccia grossa a Gheddafi scrivevo, proprio su queste colonne, prendendo per l’orecchio i vari Sarkozy, Cameron e Obama: «Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. (…) Visioni parziali conducono a vicoli cechi.» 

Ed infatti adesso nessuno sa più dove diavolo andare a sbattere la testa. Tanto più che nascosta dai fumi del caos è prosperata nel frattempo la potenza dell’Isis; e tanto è prosperata che ad un certo punto il nero Califfo del XXI secolo ha deciso di mostrarsi al mondo. Ciononostante, anche nella decisione di Obama ed Erdogan di fare finalmente la guerra sul serio al Califfo a farla da protagonisti sono una certa doppiezza ed un machiavellismo da strapazzo. I nostri due strateghi si sono infatti accorti che in fondo, con la scusa della guerra all’Isis, americani e turchi possono prendere due piccioni con una fava, possono cioè mettere piede in Siria e far fuori anche Assad: gli americani perché preoccupati di un eventuale asse scita tra Iran, quello che resta dell’Irak, e la Siria di Assad; il leader turco per cominciare a mettere in atto quella politica di potenza con la quale flirta da lustri. Segno che la lezione non è stata affatto imparata.

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Una “Forte” ambiguità

Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, si arrende all’evidenza dei fatti e tuona contro il nuovo Califfato. Le sue parole, però, sono avvolte nella solita irritante ambiguità. Dice monsignor Forte : «La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo, che non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani.» A me sembra, in realtà, una frase infelicissima che nasconde sotto l’enfasi la scarsa convinzione e la confusione di chi sente tirato per i capelli dentro la questione.

Solo la parte finale, a riguardo delle «aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani» è giusta: sia il buon senso, sia la ragione, sia la carità cristiana ci assicurano di questo. Sarebbe irragionevole pensare che presi individualmente i musulmani siano peggiori degli altri, cristiani compresi: ci sono uomini, infatti, che professano, sì, e in buona fede, una religione sbagliata, ma che nel loro cuore albergano quei sentimenti di giustizia che saranno computati a loro giustificazione. Anche per loro parlò Gesù quando disse: «Chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.» Naturalmente la frase è anche un ammonimento per i cristiani: si può, cioè, parlar bene del Figlio dell’uomo e bestemmiare contro lo Spirito.

«La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo» è, invece, un’affermazione che, a parte la vaghezza, sembrerebbe star bene in bocca ad un ministro di quella Religione dei Diritti Umani che è sicuramente figlia della civiltà cristiana ma che ha anche l’ambizione di sostituirsi al Cristianesimo. Sappiamo bene come i nemici dell’umanità cominciassero a popolare la terra nel momento stesso in cui l’umanità cominciò a pensare di sostituirsi a Dio e a fare strage di ciò che essa riteneva umana zizzania.

Quanto alle «forme dell’Islam autentico», la verità è che, semplicemente, queste forme non esistono in quanto non esiste nessun Islam autentico. Alla base del Corano c’è un pasticciato, affastellato, contraddittorio assemblaggio di materiali biblici: la sua erratica spiritualità è solo il riflesso di questi materiali, ma non ne costituisce l’essenza, cioè lo spirito; mentre l’ossessiva precettistica riflette il consolidarsi di un disegno terreno. Se monsignor Forte ritiene che il fondamentalismo, come sembra di capire dall’accenno evangelico alla condanna di scribi e farisei, sia un disseccarsi della coscienza e della fede nell’obbedienza al precetto, ebbene l’Islam non può uscire dal fondamentalismo, perché fuori del precetto quell’Islam che non conosce clero e chiesa muore. Per cui in realtà l’Islam è fondamentalista per natura; è sempre rinchiuso nella sua gabbia, anche quando è moderato, anche quando è di manica larghissima: non è un caso che secoli addietro in Europa l’immagine dell’Islam trasudasse perfino lascivia e sensualità.

E’ sempre necessario dire tutto questo? No. «Siate candidi come le colombe e prudenti come i serpenti» ci è stato insegnato. Ciò significa – fra le altre cose – che bisogna sempre dire la verità, ma che non necessariamente bisogna sempre dir tutto. A volte esiste una buona reticenza che è segno di sensibilità cristiana. D’altronde anche Gesù cominciò a parlar per parabole. E S. Paolo ai Corinzi diede «da bere latte, non cibo solido» perché per quest’ultimo non erano ancora preparati. Però quel poco che si dice dovrebbe sempre essere vero.

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Montebourg, la nuova stella del populismo gauchiste

La crisi economica ha spaccato il governo francese. Il primo ministro Valls ha presentato le dimissioni di tutto il governo al presidente Hollande, che lo ha subito reincaricato di formarne uno nuovo. Scopo della manfrina: smascherare la fronda socialista radicale e formare un governo in linea con la politica faticosamente – molto faticosamente – conciliante del socialista “liberale” Valls nei confronti di Berlino e Bruxelles. E infatti tre ormai ex-ministri si sono già detti indisponibili ad imbarcarsi nella nuova avventura. Tra di essi, il grande protagonista della vicenda: il ministro dell’economia Arnaud Montebourg, che qualche giorno fa ha intimato ad Hollande di dire chiaro e tondo ai crucchi che le politiche di austerità e di riduzione del deficit sono delle cavolate utili solo a bloccare la “mitica” crescita; e che ora si prepara a dare l’assalto alla sinistra francese. Ambizioso, giustizialista, demagogo e ammalato di protagonismo, Montebourg è fautore: 1) del “patriottismo economico”, belluria lessicale che nasconde idee e concetti in campo economico non molto lontani da quelli della destra identitaria; 2) della “de-mondializzazione”, sulla quale ha scritto perfino un libro; 3) della riconversione ecologica e sociale del sistema produttivo; 4) della rivoluzione industriale verde. Nonostante ciò, questo bambino era stato messo a capo di un ministero importante come quello dell’economia. Cose che neanche in Italia… almeno fino ad ora.

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Vitalità dell’Islam? No, convulsioni

Nel web gira una mappa che rivelerebbe i grandiosi progetti del nuovo Califfato che ha visto la luce recentemente tra Siria e Iraq. In essa è compresa buona parte dell’Africa (da quella mediterranea in giù fino all’altezza, circa, del Camerun sull’Oceano Atlantico e del nord della Tanzania su quello Indiano); la penisola arabica, la Mesopotamia, l’Iran, il Pakistan, l’Afghanistan, la Turchia, il Caucaso e parte della Russia fino al limite settentrionale del Mar Caspio, e tutta la vastissima regione turco-asiatica, fin dentro l’attuale territorio cinese; la penisola iberica; i Balcani e l’Austria. In sostanza, con l’eccezione dei paesi musulmani dell’Estremo Oriente, essa non è tanto la mappa dell’Islam al momento della sua massima espansione, ma piuttosto la somma virtuale di tutte le conquiste territoriali dell’Islam di tutti i tempi. Faremmo un errore perciò nel vedere in essa solo un folle progetto, o un sogno di Reconquista: per i fanatici dell’Isis, in profonda sintonia però con lo spirito islamico, questa mappa prima di tutto corrisponde già ora al Califfato. Se una zolla di terreno entra nel recinto dell’Islam non può più uscirne: è terra consacrata una volta per tutte. Dalla dār al-Islām non si torna indietro. Questo perché l’universalismo e il monoteismo cristiano non servirono a Maometto per distinguere la sfera civile da quella religiosa, come accadde nel pagano mondo greco-romano, ma per legarle definitivamente, per assolutizzare e rendere sacra la sfera civile, cioè la terra. Maometto ha legato i destini della Gerusalemme Terrena e di quella Celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

Invece il Cristianesimo, proprio perché ha purificato il concetto di sacro, ha una forte carica dissacratoria. Nell’antichità questa cosa era sentita istintivamente, e probabilmente anche oggi fuori del mondo cristiano-occidentale. Col Cristianesimo compare un Dio finalmente personale e perciò universale. Ciò implica la desacralizzazione di qualsiasi autorità terrena, e insieme di ciò che essa rappresenta, un popolo, una tribù, uno stato. Il politeismo e i sacrifici di animali (frutti di un oscuro senso di colpa) furono un percorso di avvicinamento a questa purificazione. Nello stesso tempo il monoteismo del popolo cui parlò il Dio della Rivelazione era ancora rinchiuso – come nel grembo di una madre, per così dire – nel pregiudizio etnico. La comparsa del Dio-Uomo non rinnega, ma perfeziona, completa, compie questo percorso e perciò ne abolisce i caratteri. L’uomo viene restituito alla divinità. Ancorché in esilio, egli si riconcilia con l’Essere, cui appartiene. Rimane soggetto al Divenire, alla dimensione del tempo e dello spazio, ma non ne è più schiavo. Da esso non è più assorbito. Non c’è più né Giudeo né Greco: ma questo, in senso lato, riguarda tutti i popoli, non solo Israele.

Questo non vuol dire che il Cristianesimo abbia abolito i popoli: semplicemente li ha consegnati al secolo. Il Cristianesimo non rifiuta la storia, ma dà al secolo ciò che è del secolo. La secolarizzazione (quella vera e buona) è figlia sua. E solo con la secolarizzazione si può parlare di una Legge Positiva vera e propria (anche se essa già veniva adombrata nella Legge Mosaica intesa in senso stretto, distinta dal Decalogo). L’elastico rapporto tra la Legge Morale e la Legge Positiva definisce il campo delle libertà civili della civiltà cristiana/occidentale. L’espandersi della libertà individuale, che è naturale, tende sempre ad accompagnarsi alla trasgressione e alla negazione della Legge Morale; ma lo spirito di autoconservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva (e in ultima analisi liberticida): non si torna indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà civile ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire – in coscienza – la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati.

Se vogliamo chiamare questo processo col vago nome di modernità, ebbene esso non potrà mai abbattere il Cristianesimo, perché è figlio suo, e perché solo il Cristianesimo lo può sostenere in prospettiva. Il popolo appartiene al secolo, l’individuo a Dio: essi camminano insieme nella storia. Ma l’Islam, come succede ai totalitarismi, terre promesse terrene, rifiuta la storia. La modernità lo sta piano piano uccidendo: quelle cui stiamo assistendo non sono manifestazioni di vitalità, ma le convulsioni di un mondo in agonia.

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Articoli Giornalettismo, Esteri

L’eterno non detto del conflitto israelo-palestinese

Seguo ormai con una certa noia gli sviluppi dell’infinita semi-guerra israelo-palestinese. Tutti gli attori di questo dramma, anche quelli della diplomazia internazionale, sulle questioni di fondo non riescono ad uscire dalla reticenza. Prima questione: da una vita il nostro bel mondo occidentale una soluzione dice di averla bell’e pronta: due popoli, due stati, che vivono in pace, uno di fianco all’altro, come due sposini. Già, però, dove? A questa domanda nessuno risponde. Eppure basta guardare la carta geografica per capire che, anche prescindendo dal problema degli insediamenti dei coloni ebrei in Cisgiordania, e sempre ammesso che si arrivi al mutuo riconoscimento, l’attuale situazione, come le precedenti, disegnerebbe due stati-barzelletta, di cui uno privo perfino di continuità territoriale. Seconda questione: la per ora inimmaginabile ipotesi federalista può avere qualche prospettiva concreta? Gli ostacoli sono immensi: il recente, tragico retaggio storico, le differenze di lingua e di religione. Terza – delicata – questione: i palestinesi costituiscono una nazione? Il concetto di “nazione” è alieno allo spirito dell’Islam. Il “nazionalismo arabo” è, fondamentalmente, un prodotto d’importazione occidentale, e non è un caso che sia anche “laico”. Per esempio: esiste un popolo o una nazione siriana? Esiste un popolo o una nazione giordana? Nel senso europeo del termine sicuramente no. Metà della popolazione “giordana” è “palestinese”. Insomma, sembra un guazzabuglio inestricabile. Ma solo guardandolo bene in faccia si può pensare di venirne fuori.

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