L’accordo sulle nomine UE: cronaca semiseria di un disastro ancora evitabile

Aveva aperte le danze Macron, annunziando, papale papale, che la candidatura Weber non aveva una maggioranza alle spalle, che Manfred era troppo di destra, e che inoltre non aveva l’esperienza sufficiente per ricoprire il ruolo di Presidente della Commissione. Mezzo storditi dalla sciolta e secca cafonaggine del bulletto francese, e mezzo intimiditi dal silenzio eloquente e tranquillo della Merkel, i popolari, invece di esplodere, erano andati a cuccia, dove però, com’è naturale, non avevano tardato a concepire confusi disegni di rivalsa.

Alla Merkel in realtà la bocciatura di Weber non dispiaceva affatto. L’aveva fatta sua a malincuore, la candidatura, per dare uno zuccherino ai bavaresi della CSU (e a parte della CDU) che di Angela e del suo centro-sinistrismo politicamente corretto ne hanno pieni gli zebedei. Similmente la Cancelliera aveva agito al momento della formazione del suo attuale governo, con la nomina a ministro dell’interno di Seehofer, ex Presidente della Baviera.

Così quando il duo Macron-Merkel ha tirato fuori dal cilindro il nome del socialista Timmermans, il malumore dei popolari, spronati dalla loro celebre pecora nera, il magiaro Viktor Orbán – che senza chiamarli senz’altro utili idioti, come aveva fatto in passato, aveva però rispolverato lo stesso concetto usando termini più urbani – si è trasformato in rivolta. La Merkel, figlia di Eva ma astuta come il serpente, ha battuto in ritirata da brava scolaretta prendendo atto della situazione e meditando in cuor suo nuovi inganni.

Che hanno prese le sembianze di una sua protetta, Ursula von der Leyen, gentile signora che di destra, di centrodestra e forse anche di centro, nonostante i sette figli, non ha un bel nulla, a parte la tessera della CDU. Ursula è l’esatto contrario di Manfred Weber, e non solo perché è femmina. Lei è luterana, cosmopolita, poliglotta (è vissuta in Belgio da ragazzina e negli Stati Uniti da sposata), estranea alla vita di partito, ed è apertamente favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso tanto da aver votato (con successo) al Bundestag per la sua legalizzazione. In obbedienza alla moda recente e strana (nel senso affine a contronatura, se non fosse abbastanza chiaro) che vuole femmine a capo dei dicasteri della difesa, anche se a loro manifestamente non piace, nel 2013 è stata nominata Bundesministerin der Verteidigung, con lo scopo non dichiarato ma evidente di smantellare definitivamente la Wehrmacht e trasformare i marmittoni teutonici in signorine politicamente corrette: umiliazione cocente che impedirà probabilmente a parecchi generali teutonici di lunghissimo corso di tirare le cuoia serenamente tra qualche lustro o decennio.

Lui invece è cattolico, è bavarese, parla bavarese e forse anche tedesco. Prima di andare a Bruxelles e diventare capogruppo del PPE, l’ingegner Weber è vissuto solo in Baviera dove è arrivato ai piani alti del partito partendo dalla qualifica onoraria di attacchino. In materia economica Manfred è un liberal-conservatore con fama di falco, ma non alla maniera fraudolenta e melliflua dei tecnocrati, bensì a quella terragna dei suoi compatrioti che molto hanno conservato di campagnolo. Da cattolico, merita di essere sottolineato, ha avuto il fegato di votare, in minoranza anche nel suo partito, contro una mozione sui diritti umani del Parlamento Europeo, poi approvata a stragrande maggioranza, che conteneva fra l’altro la condanna delle cosiddette terapie riparative gay.

La mossa della Merkel (e di Macron, che nonostante la sua megalomania di più oggettivamente non poteva sperare) ha avuto un successo persino insperato. E’ bastato usare l’arma gender e proporre astutamente il nome di una donna per mettere la museruola a tutte le destre europee e fare cappotto.

Ma per spiegare questo sorprendente corso degli eventi, bisogna fare un salto all’indietro nel recente passato, e precisamente all’affaire Strache, scoppiato come un fulmine a ciel sereno alla vigilia delle elezioni europee. In un video diffuso da Der Spiegel e dalla Süddeutsche Zeitung e realizzato nell’estate del 2017 in una villa di Ibiza, il Vice-cancelliere austriaco, leader del partito di destra FPÖ, in un contesto più di serata scollacciata che di lavoro, discuteva, assieme al suo braccio destro, con la sedicente figlia di un oligarca russo di eventuali affari e favori reciproci, tra i quali la presa di controllo del più diffuso quotidiano austriaco. Gli organizzatori di questa trappola avevano scelto come esca una lolita nella versione classica di una bionda sventola russa (o finta russa), a dimostrazione che quando si fa sul serio neanche i nemici della destra credono alle bubbole della letteratura gender e all’appeal della recchioneria – pardon, della gayezza — bensì, piuttosto, all’infallibile e non guasto senso estetico del camionista.

Il modo in cui la notizia fu confezionata costituì un perfetto esempio di disinformazione per omissione da parte dei giornaloni tutti ben allineati. Infatti, di per sé la registrazione non dimostrava alcun legame coi russi: anzi, il dilettantismo di Strache e compagni casomai dimostrava l’assenza di qualsiasi esperienza in tal senso. Inoltre, il fatto che il video fosse stato girato prima delle elezioni austriache del 2017 allo scopo evidente di screditare il politico austriaco, fa pensare che i giornali tedeschi, che un anno dopo l’hanno diffuso alla vigilia delle europee, avessero il video da tempo, ma dubitassero dell’opportunità di renderlo pubblico in quanto tale atto avrebbe potuto configurarsi come complicità in comportamenti illeciti di cui Strache era vittima; giacché, fino a prova contraria, filmare indebitamente a sua insaputa un’altra persona in una dimora privata è un illecito penale; e cercare attivamente di indurre quest’altra persona ad atti, gesti o dichiarazioni che di per sé non hanno rilevanza penale ma che compromettono la sua immagine pubblica costituisce un’aggravante; e diffondere quanto ottenuto coi modi sopramenzionati è un altro illecito penale, anche se commesso da chi non si è reso responsabile del primo illecito. Inoltre ancora, che tale video fosse rivelatore (non conclusivo, perché uno può anche dire corbellerie sapendo di dirle e fare il gradasso per una vasta serie di ragioni diverse) di certe idee e di certi tratti della personalità di Strache, non poteva giustificare pratiche giustizialiste in ultima analisi antidemocratiche e illiberali.

E’ straordinario ma non sorprendente che il giornalista collettivo democratico & progressista non vedesse l’enormità di tutto ciò. D’altra parte, come oggi testimoniano le avventure della Capitana Carola, per legioni di magistrati e giornalisti impegnati ogni mezzo è lecito quando si combatte in nome dell’antifascismo. Fatto sta che Strache e il suo braccio destro si dimisero perché la loro posizione era diventata politicamente  insostenibile agli occhi dell’opinione pubblica, e che l’ostentatamente schifato e un po’ paraculo cancelliere Kurz sciolse senza alcun indugio la coalizione di governo.

La cosa sospetta è che Kurz non parve minimamente sorpreso da una vicenda che avrebbe dovuto in qualche misura scuotere il pur gelido, compostissimo, ben pettinato, elegante e occhiceruleo giovanottone. Mentre mi avevano personalmente sorpreso, nelle settimane antecedenti al caso Strache, certe dichiarazioni trancianti sull’impossibilità di qualsiasi collaborazione coi populisti, dopo il voto delle europee, da parte di alcuni politici del mondo germanico. Pazienza per la Merkel, che comunque aveva usati accenti esagerati per un tipo guardingo come lei; ma anche Söder, leader della conservatrice CSU bavarese, che pure in Baviera governa coi liberali ma semi-populisti Freie Wähler; la Karrenbauer, nuova leader della CDU, cattolica e più a destra della Merkel, e a volte poco politicamente corretta; e infine lo stesso cancelliere austriaco Kurz, che coi populisti governava, ci avevano dato dentro. E adesso niente mi toglie dalla testa il sospetto che tutta questa improvvisa intransigenza fosse in realtà dovuta al fatto che del caso Strache erano già perfettamente a conoscenza.

In questo clima Manfred Weber cadde vergognosamente in un errore fatale. Manfred, figlio dell’orgoglioso Freistaat Bayern, cattolico e conservatore, è stato in questi ultimi anni in genere uno dei membri più concilianti verso i variegati populismi dell’Europa orientale. A facilitare tale disposizione d’animo c’è anche il fatto che questi stati non hanno, per il momento, grossi problemi sul fronte della spesa pubblica, sui quali egli non ha mai dimostrato molta elasticità, benché lontano dalla stupidità ragionieristica dei tecnocrati. Ma, alla vigilia delle elezioni europee, nel tentativo smaccato di compiacere le altre famiglie politiche, l’ambizione spinse sciaguratamente e vigliaccamente lo spitzenkandidat del PPE a dichiarare pubblicamente di non voler contare sull’appoggio del partito di Orbán. Il quale, furibondo, anche perché si sentì tradito, lo prese talmente in parola da dipingerlo come una specie di nemico pubblico del mortalmente offeso popolo ungherese.

Questa attitudine falsamente schietta, ma in realtà obliqua, gli alienò tutte le possibili simpatie del gruppetto di Visegrád, che nello spappolato, imprevedibile e confuso panorama politico attuale avrebbero potuto venirgli utili, in un modo o nell’altro. Cosicché, ringalluzziti dalla bocciatura di uno dei loro più spietati fustigatori, il socialista Timmermans, colti da un improvviso accesso di masochismo, e forse timorosi di accrescere la loro fama di trogloditi reazionari dicendo no a una signora tanto ammodo, alcuni paesi dell’ex Patto di Varsavia, invece di vincere virilmente l’amor proprio offeso e riproporre provocatoriamente in faccia alla Merkel e soprattutto a Macron la candidatura di Weber, cogliendo così l’occasione per mettere i peones del popolarismo di fronte all’ambiguità di boss centristi che si piegano sempre più a sinistra, hanno pensato bene, cioè male, di chiudere in fretta la partita da presunti semi-vincitori esplicitando il loro parere favorevole sulla nomina della Von der Leyen, e quindi a cascata sul resto. Il quale resto, anche dal loro punto di vista, è piuttosto terrificante.

Dunque, la Von der Leyen, che già appartiene ad honorem al centro-sinistrismo europeo, ha annunciato che come Vice-presidenti nominerà il socialista olandese Timmermans e la liberale danese Vestager. Il primo proviene da una famiglia cattolica, è l’attuale Commissario Europeo per la Migliore Legislazione ecc. ecc., ed è un campione del progressismo colto (detto senza ironia: non è ignorante come Veltroni, che del tipo colto è la contraffazione) e fatuo (come Veltroni): cosmopolita (è vissuto in Belgio, Italia, Francia, Russia), poliglotta, e tetragonamente in linea con lo Zeitgeist sinistrorso, inclusivo, equo e solidale. Narra Wikipedia, che cita il nostro Corrierone, che Franciscus Cornelis Gerardus Maria detto Frans si definisce «ecologista e femminista» e appoggia politicamente «la transizione verso la green economy, salario minimo, lotta al cambiamento climatico che può essere combattuta solo a livello Ue, una tassa sul carbone, una giustizia sociale che sia anche giustizia fiscale»: un liceale impegnato, cioè di allevamento, non avrebbe saputo sintetizzare meglio.

Sembrava invece scritto nel destino della seconda, figli di ministri luterani, che dovesse diventare membro di un partito chiamato Sinistra Radicale. Di primo acchito parrebbe perciò strano che tale partito sia affiliato ai liberali europei e che la Vestager sia l’attuale Commissaria Europea per la Concorrenza, se non fosse che nella denominazione del partito di provenienza l’accento va posto sul radicalismo molto più che sul sinistrismo. Ed è noto che i radicali possono arrivare spesso a sposare un loro liberalismo arci-liberal attraverso la via a loro connaturata del libertinismo settario. Ciò detto, nel suo ruolo di Commissario, a torto o a ragione a seconda dei casi, la Vestager ha dimostrato non trascurabili attributi.

Alla BCE va Christine Lagarde, attuale direttrice generale del FMI, che è una liberal-tecnocrate di altissimo bordo e quindi per definizione progressista, benché non passi assolutamente per tale. Il grande pubblico, senza ricordarsene il nome e la funzione, la conosce soprattutto per averla vista non di rado spuntare dai teleschermi mettendo vistosamente in mostra, sotto il bianco compatto e metallico dei capelli, quel tipo di abbronzatura simile a cuoio che un muratore si guadagna come una croce di guerra solo dopo una vita di duro lavoro, al centro della quale, con sapiente effetto cromatico, splendono all’occasione zanne poderose e bianchissime degne di un erculeo figlio dell’Africa equatoriale. La Lagarde in politica ha passato solo sei anni della sua carriera (2005-2011) chiamata da governi di centrodestra francesi per dicasteri legati a economia e finanza. Non è mai stata un personaggio politico prima e non lo è stata dopo, se non indirettamente per il peso politico che certe cariche implicano. E non ho mai visto tecnocrati della sua fatta navigare contro lo Zeitgeist sopramenzionato: se Macron la vuole alla BCE ci sarà pur un motivo, oltre a quello sciovinista.

Alla presidenza del Consiglio Europeo, al posto di Donald Tusk, va, o ci dovrebbe andare, Charles Michel, primo ministro belga, dimissionario e in carica per gli affari correnti. Charles è figlio e fotocopia di Louis, politico di area centrista-liberale di lungo corso e già Commissario Europeo, ed è presidente del partito chiamato Movimento Riformatore, come lo fu un tempo – indovinate un po’ – suo padre. Questo pedigree da notabile democristiano in salsa nordica ha fatto di lui un politico che veleggia guardingo sempre sul sicuro, alla Prodi tanto per capirci, così da resistere seraficamente anche ai malumori della piazza, come gli capitò con la politica di austerità intrapresa dal suo governo qualche anno fa. Il suo conformismo antropologico fa di lui perciò un liberal al cento per cento, ma moderatissimo nei toni, perché non si sa mai. Questo spiega perché Charles, sentendosi in quel particolarissimo frangente in una botte di ferro, visse un solo giorno da leone nella sua vita quando definì «allucinanti, scandalose, irresponsabili» alcune affermazioni di Benedetto XVI sui preservativi.

A prima vista pare pochissimo opportuna la scelta di nominare Josep Borrell quale rappresentante della politica estera, se non forse per impedirgli d’immischiarsi negli affari interni dell’Europa, perché Josep, membro del PSOE da poco meno di mezzo secolo, è un catalano contrario all’indipendenza della Catalogna. Già Presidente del Parlamento Europeo nella prima decade del nuovo millennio, si distinse soprattutto per l’astio verso il protopopulista governo Berlusconi e soprattutto contro il povero Buttiglione, che fu bocciato nel suo tentativo di diventare Commissario alla giustizia nel 2004, quando s’immolò in fase di esame dicendo ai suoi torturatori democratici di considerare l’omosessualità un peccato, ma non un crimine, anche se personalmente ho dei dubbi sul fatto che si trattasse di vera virtù, perché da politico si è sempre comportato con l’insopportabile ambivalenza della schiatta maneggiona dei centristi democristiani.

Dulcis in fundo, è arrivata la notizia ferale, almeno da un punto di vista del morale, dell’elezione del democratico nostrano David Sassoli come Presidente del Parlamento Europeo. Sassoli, come suo padre, è il classico giornalista mezzo politico, o politico mezzo giornalista, che popola le redazioni sinistrorse dei media di casa nostra. Nasce democristiano di sinistra: parliamo dell’ala dura, tosco-emiliana, dossettiana, lapiriana, antifascista, resistenziale, tutta Vangelo e Costituzione, a parole innamorata fino al piagnucolio sentimentale dei poveri e degli ultimi, come belano oggi greggi sempre più poderose di pecore, ma nei fatti adusa a mettere in funzione mascelle d’acciaio per strappare brani sempre più grossi di potere dalla carcassa dello stato e della società civile. Con questi presupposti da rampollo dell’autoproclamatasi Italia Migliore risulta del tutto normale che la carriera di Sassoli abbia cominciato a prendere il volo al TG3, ai tempi indimenticabili di Telekabul, il megafono del PCI.

Insomma un disastro. E la conferma che a sinistra sanno giocare sporco con spregiudicatezza mentre posano con affettazione da democratici responsabili e a destra domina la coglionaggine soprattutto tra chi passa il tempo a spararle sempre più grosse con aria di sfida, invece di lasciar funzionare con un minimo di tranquillità il cervellino. Tuttavia non tutto è ancora perduto. Tra le nomine e l’insediamento dei nominati c’è il voto del Parlamento di Strasburgo. Tra i popolari regna la perplessità, i socialisti – chissà perché – si ritengono buggerati dal risultato provvisorio, i verdi sono verdi di rabbia, e i populisti stanno solo ora realizzando di non aver ottenuto una bella minchia. Aggiungiamoci che con queste nomine i terroni mediterranei, gli slavi e i balcanici sembrano siano stati espulsi dall’Unione. Speriamo. Magari nell’impasse. Anni fa il Belgio restò un anno e mezzo senza governo, e senza grandi timonieri navigò alla grande. Senza contare che in ogni caso quello europeo non è (ancora) un governo vero.

Le mezze verità di Antonio Spadaro al servizio di una falsa rappresentazione della situazione in Europa

Come riporta il Giornale, Padre Antonio Spadaro, negli ultimi giorni della campagna elettorale per le Europee, si è lasciato andare sul suo profilo Twitter a dichiarazioni aspramente critiche verso i cosiddetti sovranisti: «c’è chi in campagna elettorale usa Dio e i santi e c’è pure chi vende monete per pregare per la rielezione del proprio candidato. L’uso strumentale della religione sembra non conoscere più decenza (…) Rosari e crocifissi sono usati come segni dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto al passato: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio (…) Radici cristiane dei popoli non sono mai da intendere in maniera etnicista. Le nozioni di ‘radici’ e di ‘identità’ non hanno medesimo contenuto per il cattolico e per l’identitario neo-pagano. Etnicismo trionfalista, arrogante e vendicativo è anzi il contrario del cristianesimo».

C’è ovviamente del vero in ciò che dice Spadaro: se si mette Dio al servizio della Nazione, anche se si mostra di voler fare il contrario, si incorre nell’idolatria e nella negazione del cristianesimo. Spadaro ha gioco facile nel sottolineare questa ovvietà, di fronte a certe grossolanità ostentate dall’area politica cosiddetta sovranista. Ma le sue ragioni finiscono qui. E non sono neanche ragioni, ma mezze verità messe strumentalmente al servizio di una falsa rappresentazione complessiva del periodo che stiamo vivendo in Europa.

C’è innanzitutto un problema di metodo: se Spadaro avesse fatte queste considerazioni con l’intenzione di segnalare il pericolo di un avvitamento anticristiano delle istanze sovraniste, magari agli stessi sovranisti, avrebbe fatta cosa buona e giusta. L’acrimonia e il sarcasmo verso gli stessi denotano in lui, invece, l’atteggiamento di chi, per usare lo sfatto linguaggio oggi in auge nella Chiesa e di cui il gesuita è un campione, non ascolta le ragioni dell’Altro a prescindere: Spadaro, il misericordioso, ha già fatto il processo alle intenzioni ed emesso condanna definitiva.

Inoltre, se il mettere Dio al servizio della Nazione, facendo di fatto quest’ultima il vero Dio, può essere in prospettiva un pericolo di derive sovraniste o identitarie sfocianti potenzialmente in una sorta di cesaropapismo cattolico (vedi la fascinazione per la Russia), piuttosto che in quel fantasmagorico neo-paganesimo con cui si vuole alludere non tanto velatamente al nazismo, è piuttosto straordinario che Spadaro non veda che una deriva con esiti simili anche se di stampo contrario è già concretamente in atto in quell’Europa ufficiale, cioè la sola considerata accettabile, che egli ama tanto.

A livello filosofico-religioso, infatti, i cosiddetti europeisti, superiori a tutte le religioni, hanno finito per sposare la religione laica di stampo giacobino. Il termine europeismo oggi non definisce più soltanto un’adesione al disegno di una più o meno accentuata convergenza politico-economico-amministrativa tra i paesi europei, ma si è caricato, cioè è stato progressivamente caricato col metodo gramsciano dell’okkupazione ideologica, di un corollario arbitrario di valori o pseudo-valori, diciamo politicamente corretti per farla breve. In obbedienza a tale retorica, dunque, l’europeo è diventato un essere astratto, e sta oggi all’Europa come il cittadino stava alla République dei rivoluzionari francesi, e lo spirito europeista è diventato una specie di spirito laico-repubblicano su scala europea: insomma, l’europeismo come religione laica, con un suo Comitato di Salute Pubblica informale a Bruxelles, che nella sua laicità però di fatto non sa neanche più distinguere fra Dio e Cesare, perché non riconosce nulla sopra se stesso, esattamente come i nazionalisti senza Dio o quelli che hanno messo Dio al servizio della Nazione. Chi non s’adegua alla Narrazione Europeista diventa antieuropeo, e forse tra poco nemico dell’umanità. E anche perché le gerarchie cattoliche – incredibilmente, verrebbe da dire, se vivessimo in tempi normali – stanno al gioco dell’europeismo giacobino, i sovranisti rispondono molto confusamente a questa deriva.

Che, essa sì, è anche pagana, caro Spadaro: come fai a non accorgerti che il Climate Change, il mito della Madre Terra, il Nuovo Ordine Verde che si profila magnifico e progressivo all’orizzonte come un tempo quello Rosso (e che ieri pure la popolare Merkel ha omaggiato), con le relative parole d’ordine, con i relativi dogmi pseudo-scientifici, coi suoi impulsi millenaristici, è ormai assurto al ruolo di una nuova pseudo-religione pagana, cui la Chiesa Cattolica si è assurdamente accodata? La religione laica dell’Europa l’ha fatta propria e l’ha messa accanto al carro del Catechismo Laico cui il cittadino europeo deve intimamente aggiogarsi per essere considerato tale: un catalogo sempre aggiornato di opinioni sedicenti democratiche & responsabili promosse a dogmi della convivenza, e quindi non più opinabili. Tornano alla mente le parole di Tocqueville sul socialismo (e non sul turbocapitalismo liberista – qualsiasi cosa si intenda con queste mezzo esoteriche definizioni – del cui dominio si favoleggia nel mondo): «…ciò che giustifica l’idea che lo Stato non deve essere soltanto il dirigente della società, ma, per così dire, il maestro, il precettore, il pedagogo di ogni uomo; deve sempre porsi a lato di lui, al di sopra di lui, attorno a lui, per guidarlo, mantenerlo, trattenerlo; in una parola, è una graduale confisca della libertà umana […] Il socialismo è una nuova formula della servitù […] L’assolutismo professava quest’opinione: che la saggezza è solo nello Stato, che i sudditi sono degli esseri deboli e infermi che bisogna sempre tener per mano, per paura che non cadano, non si feriscano […] dunque pensava su tale punto precisamente come i socialisti di oggi…»

Se l’uomo, per usare il linguaggio di S. Tommaso e Aristotele, è sinolo di anima e di corpo, la nazione non può certo aspirare a una identità simile a quella dell’uomo, giacché l’anima (la forma del corpo) di ogni uomo è nella sua unicità immortale, quando cristianamente intesa. E nemmeno completamente a quella di un ente organico composto di materia e di forma che arriva a una sua contingente e ossimorica, relativa compiutezza: un qualcosa, insomma, che è ma che può essere e non essere, e che è solo relativamente, in quanto sempre in attesa di degenerare prima di trasformarsi in qualcosa d’altro. Tuttavia, per analogia molto imperfetta con l’uomo, in quanto composta di uomini, si può ben dire che anche la nazione (o una confederazione di nazioni, o una comunità sopranazionale) ha un suo corpo e una sua anima. E contrariamente a quanto comunemente si dice, l’anima di una nazione, il suo soffio vitale, non è costituita da ciò che la rende particolare, ma dal suo spirito universalista, che per essere tale senza contraddizioni deve essere cristiano. Ciò che invece viene definito erroneamente come l’anima o lo spirito di una nazione è piuttosto il suo corpo, cioè il suo territorio, la sua lingua, la sua storia, la sua tradizione, la sua cultura, il suo ethnos insomma, il quale però la identifica solo imperfettamente, giacché in ultima analisi l’ethnos soggiace al divenire delle cose. Ecco allora che, entro questi limiti, anche una nazione è composta di anima e di corpo. E il suo spirito universalista non può sopravvivere senza essere innestato in un corpo che la tenga in piedi, così come il suo ethnos, il suo corpo, è destinato a chiudersi in se stesso, a rinsecchire e morire se non sposa l’universalismo.

Il contrasto tra kultur e zivilisation, cioè tra il fattore statico, identitario, conservatore della prima, e il fattore dinamico, cosmopolita, universalistico della seconda si supera solo se la kultur non si rinserra in se stessa e la zivilation è cristiana, non giacobina, annichilatoria, anticristiana, pseudo-cristiana o anti-cristica. Il Cristianesimo rispetta i corpi della nazioni e li avvicina attraverso uno spirito universalistico che li rimodella e li guida con dolcezza nel tempo. E’ sintomatico vedere oggi la Chiesa Cattolica, o almeno una parte importante di essa, sposare oggi di fatto, per sventatezza, ignoranza, confusione, quando non di complicità, la zivilisation giacobina in Occidente e in Europa, e rinunciare, sempre di fatto, alla zivilisation cristiana, cioè al suo spirito missionario, nell’Orbe non cristiano, mostrando un rispetto non leale, ma cortigiano – nella sua ansia di fare ponti e di non fare proselitismo – verso tutte le kultur non cristiane o non cattoliche di questo mondo.

Di questo sbandamento Padre Antonio Spadaro sembra essere più complice che sventato collaboratore. Svelto a denunciare il presunto identitarismo neo-paganeggiante dei suoi avversari politici (giacché lui stesso è divenuto un attivista politico) e le visioni totalizzanti e totalitarie dell’identità nazionale o sopranazionale, lo è altrettanto nel confezionare discorsetti melliflui e politicamente corretti in cui traspare una visione dell’Europa appiattita nichilisticamente sul puro divenire, e quindi su qualsiasi mancanza di identità. Tempo fa, ad esempio, sul futuro del nostro continente si esprimeva hegelianamente così: «Questa visione dunque è profondamente legata al divenire, al superamento dialettico di muri e ostacoli.» O anche: «Perché l’Europa non è una “cosa”, ma un “processo”. Non è un sostantivo, ma un verbo. L’Europa non “è”, ma “si fa”.» Il che, curiosamente, riecheggia pure i ragionamenti di un filosofo ferocemente e coerentemente anticristiano come Nietzsche: «Ma un tale sostrato non esiste: non esiste alcun “essere” al di sotto del fare, dell’agire, del divenire; “colui che fa” non è che fittiziamente aggiunto al fare; il fare è tutto.» (Nietzsche, Genealogia della morale, I, 13) Nietzsche non avrebbe neanche del tutto torto, se si trovasse nella Gerusalemme Celeste: libero dal peso del passato, e dalle ansie del futuro, lì sì l’uomo, nella pienezza del suo corpo glorioso, alla presenza della visione beatifica, potrebbe dire che essere, fare, vedere, vivere sono la stessa cosa. Proclamarlo qui, è cadere nell’immanentismo, nel panteismo, nel millenarismo, nelle ideologie totalitarie, o nell’illusione del superuomo.

La questione dei migranti in poche parole

Anche se è contro-intuitiva, la ragione di questo esodo africano non sta nelle guerre e nella fame (le quali vi contribuiscono solo in piccola o infima percentuale) ma nella robusta crescita economica – nonostante tutti gli angoli bui del fenomeno – che da anni l’Africa sta sperimentando, come peraltro l’attuale suo boom demografico dimostra al livello di base, quello del superamento dell’economia di sussistenza e del drastico abbattimento dei pur sempre alti tassi di mortalità infantile. E davvero le prospettive di emancipazione da secolari ritardi non sono mai state come adesso così promettenti per il continente nero. Ci sono, ad esempio, stati come l’Etiopia (chi l’avrebbe mai detto qualche tempo fa?) che stanno oramai pensando in grande, specie nel campo delle infrastrutture e dell’energia. Cosa ha portato tutto questo? Ha portato agli squilibri tipici dei periodi di crescita, ma in un quadro dove i beni primari sono generalmente a disposizione di tutti, com’è ampiamente dimostrato dalla sana e robusta costituzione fisica dei giovanotti che arrivano sulle nostre coste.

E’ tipico della natura umana, tuttavia, accettare molto più facilmente l’uguaglianza nella miseria che la differenza nella ricchezza, seppur riconducibile in questo caso alla povertà di chi è appena uscito dalla vera miseria. E così fino a qualche tempo fa, fra le popolazioni africane in generale, e almeno a livello inconscio, la miseria era sentita fatalisticamente, e quindi con una specie di morbosa tranquillità, come una componente endemica, congenita e ineluttabile della stessa africanità. Era la rassegnazione degli esclusi dal tavolo del mondo. Ma da quando l’Africa è entrata davvero nel Villaggio Globale (compreso quello dei media) le giovani generazioni sentono più il pungolo di questa differenza che quello della loro relativa e non più assoluta povertà, e la sentono soprattutto nei confronti di quell’idealizzata Europa di Bengodi che oggi i mezzi di comunicazione immateriali fanno sentire, e quelli materiali in parte mettono, a portata di mano. La ricerca di un posto al sole può attivare solo coloro per i quali la meta non è più un miraggio fantastico: è l’inclusione, non l’esclusione – intesi in questo caso come esiti di processi di portata storica – la precondizione che ha portato centinaia di migliaia di persone sulle nostre coste.

Ciò ha provocato uno sciame migratorio di natura irrazionale e semi-isterica, umanamente comprensibile ancorché ingiustificato, che ha ingrossato a dismisura il commercio e le vie di terra e di mare dei trafficanti dei veri profughi. In Africa le autorità politiche e religiose, nonché uomini di cultura e anche personaggi del mondo dello spettacolo – nel silenzio dei media occidentali (e anche della Chiesa Cattolica, purtroppo), tesi a propagandare i dogmi progressisti in materia di migrazioni – hanno quasi unanimemente deprecato questo sommovimento che, oltre a strappare dal continente tanta gioventù (per quanto ancora ben poca cosa sul piano dei numeri complessivi, vista la galoppante demografia), manda soprattutto un messaggio sbagliato alle giovani generazioni in un momento cruciale e pieno di speranza della storia africana.

Così in pochi anni sono sbarcate in Italia circa 700.000 persone. Alla luce delle domande fin qui esaminate si stima che poco meno di un decimo abbia i requisiti per ottenere il diritto di asilo politico, in quanto profugo o rifugiato in senso proprio. Altri, sempre poco meno di un decimo, possono aspirare alla protezione sussidiaria. Altri ancora, un quarto circa, possono aspirare a intrufolarsi nelle maglie larghe del vago permesso di soggiorno per protezione umanitaria.

Ciò significa che se anche l’Italia sbrigasse all’istante tutte le pratiche di richiesta di asilo, e l’Europa in un impeto sbalorditivo di generosità si offrisse di accogliere tutti i veri profughi, all’Italia rimarrebbe in pancia la stragrandissima maggioranza dei migranti, la maggioranza dei quali risulterebbe inoltre irregolare sic et simpliciter. Senza contare che gli ostacoli legali, le lungaggini burocratiche, il costo materiale delle espulsioni di fatto tratterranno in Italia per anni la massa degli irregolari. Ciò era risaputo fin dall’inizio del moto migratorio tra Africa e Europa; e la strategia degli immigrazionisti di tutti i colori, quale che fosse il loro scopo ultimo, fin dall’inizio è stata quella di mettere l’Italia di fronte al fatto compiuto. Possiamo fin d’ora dire che tale strategia ha funzionato per i migranti già arrivati: in un modo o nell’altro la maggior parte è destinata a restare qui, per i problemi tecnico-legali sopramenzionati e anche perché saremo sempre più bombardati dalla retorica sentimentale-sensazionalistica sui casi lacrimevoli (e spesso di per sé umanamente comprensibili) di clandestini oramai integrati.

L’Europa, su questo quadro generale della situazione, che è frutto di dinamiche di eccezionale portata, e non l’esito di movimenti migratori fisiologici, tace farisaicamente, attaccandosi alla lettera della legge, anche perché noi – soprattutto quando abbiamo ragione – non sappiamo nemmeno far valere le nostre giuste ragioni e ci perdiamo in scomposte recriminazioni che nella loro goffaggine fanno ridere i paesi d’oltralpe e facilitano il rimpallo delle responsabilità: è la strada per finire cornuti e mazziati.

In campo cattolico, invece, e fin ai più alti livelli, il fenomeno dei migranti ha dato la stura a interpretazioni distorte, orizzontali, immanentiste, nichiliste o millenariste dell’universalismo cristiano, come se il melting pot a tappe forzate imposto per tacito decreto portasse a compimento l’ineluttabile percorso del Cristianesimo nella storia; quando al contrario l’universalismo cristiano, a differenza di quello laicista-giacobino e di quello teocratico-islamico, si stende sul corpo della storia modellandolo nel tempo con dolce imperio, senza fargli violenza e senza annichilire i corpi specifici delle nazioni; da qui una convergenza universale che non è sinonimo di spoliazione e alienazione, e in ogni caso mai di compimento perfetto, anche giunti alla pienezza dei tempi: quel compimento travalica la realtà di questo mondo ed è destinato al grano, non alla zizzania, piaccia o non piaccia il concetto.

Le elezioni bavaresi sobriamente considerate

A leggere i giornali (soprattutto i titoli dei giornali) ed ad ascoltare i telegiornali di casa nostra si resta sempre ammirati dal provincialismo chiacchierone e pigro dei media italiani. Nulla riesce a scalfirlo. Cosicché risulta impossibile avere un quadro chiaro della situazione nonostante la logorrea degli inviati e dei mezzibusti televisivi e la prolissità inconcludente degli articoli di stampa. Cerchiamo allora di fare chiarezza sull’esito delle elezioni bavaresi.

  1. La Baviera profonda non è cambiata, la Baviera profonda è sempre la stessa, con un elettorato spostato in grande maggioranza a destra.
  2. Le elezioni hanno sostanzialmente dato luogo ad una ricomposizione politica all’interno degli schieramenti progressista e conservatore.
  3. Il partito dei liberi elettori (Freie Wähler, nato molto prima dell’AFD ma per i giornali italiani una formazione politica ancora pressoché fantomatica) è da lustri una spina al fianco della CSU in Baviera. FW è in sostanza un partito regionalista-conservatore (non solo bavarese) fautore di una semi-antipolitica-dal-basso, incarnata in una sorta di cripto-leghismo perbene (alieno, per esempio, da certe sparate anti-immigrati) radicatosi come da noi nelle roccaforti conservatrici democristiane: quindi – in Baviera – una sorta di CSU dentro la CSU, anche se nel parlamento europeo fa ufficialmente parte del variegato gruppo dell’ALDE. Mentre l’AFD è un partito la cui leadership era in origine liberista-conservatrice prima di essere espugnata dalla sua componente nazionalista-identitaria.
  4. La CSU non ha molte colpe per il crollo dei voti (sempre tenendo a mente che comunque si attesta al 37% dei suffragi!), visto che non risulta che il cielo sopra il paradiso bavarese si sia oscurato negli ultimi tempi. Ciò che essa paga è soprattutto la storica alleanza a livello nazionale con la CDU della Merkel, un partito sempre più convertito al politicamente corretto progressista (e muto sul problema Islam) e perciò sempre più inviso all’elettorato conservatore bavarese. La CSU storicamente (fin dai tempi dell’indimenticato e terragno boss Franz Josef Strauß) si è sempre barcamenata bene o male tra la sua natura schiettamente conservatrice e quella centrista della CDU. Ma oggi questo equilibrio minaccia di saltare a causa dell’appiattimento della CDU su posizioni centriste-progressiste.
  5. I Verdi hanno succhiato metà dei voti ai Socialdemocratici mentre i voti persi dalla CSU sono andati a FW e AFD, nonostante certe recenti uscite ed iniziative di stampo conservatore (crocefissi nei luoghi pubblici, ad esempio) del governo bavarese. Ciò significa che anche in Baviera l’elettorato – nella sua confusione – vuole spesso inconsapevolmente chiarezza, a sinistra come a destra. La politica deve intendere questo riposto bisogno di chiarezza da parte dell’elettorato, se non vuole precipitare nella confusione al cubo rappresentata in Italia dall’inciucio Lega-M5S, il patto del Nazareno dei sovranisti, quello vero e l’unico veramente concretizzatosi, a dispetto della propaganda dei grillini, dei leghisti e della grande stampa, per una volta tutti appassionatamente insieme.
  6. Naturalmente i politici e i media moderati tedeschi non hanno mancato di trovare le cause della sconfitta della CSU nell’atteggiamento populista e divisivo mostrato dal partitone bavarese in campagna elettorale: la verità, invece, è che un atteggiamento contrario avrebbe solamente peggiorato una lose-lose situation.

La strana razza degli amici dei migranti

In attesa che l’umanità migliore ci informi ufficialmente sulla nuova denominazione che andrà a sostituire quella neutra di migranti da essa stessa imposta qualche anno fa, e in attesa che l’infatuazione per i futuri ex-migranti faccia il suo breve e prevedibile corso, cerchiamo di vederci un po’ più chiaro sull’insostenibile leggerezza di quest’umanità emotivamente programmata per essere sempre dalla parte sbagliata della storia e sempre dalla parte giusta delle smanie del momento.

C’è in giro qualcuno che ricorda ancora le facce attonite dei giornalisti del TG3 al tempo della caduta del Muro di Berlino? Ho qualche dubbio. Fu una faccenda altamente istruttiva. Lo stato d’istupidimento non durò molto, giusto il tempo di capire quale tornitura dare alla mitica Narrazione. Fu così che il simbolo della bancarotta economica, civile e morale del comunismo si trasformò in quello del dissolvimento dell’odiosa Cortina di Ferro che aveva diviso l’Europa per quarant’anni: anche l’Italia cosiddetta migliore poté allora, nel giorno della caduta fisica del Muro, partecipare pienamente alla festa degli ex-compagni della DDR liberati dal giogo, e spedire commossa fino alle lacrime i suoi inviati speciali incontro a masse di crucchi in marcia alla scoperta del paradiso occidentale. Certo, ciò accadde in un paese dove il voltagabbanismo ha toccato a volte vertici artistici, ma resta indicativo di un tratto caratteristico e poco lusinghiero dello spirito liberal in generale.

Comunque c’è sicuramente, o almeno ci dovrebbe essere, qualcuno che ricorda ancora la fregola salottiera con la quale l’Occidente inondò di simpatia i ragazzi di Piazza Tahrir, i protagonisti di quella rivoluzione al tempo di Twitter di cui si favoleggiò con incredibile frivolezza. Molti di loro erano, con tutta evidenza, i figli di una borghesia urbana abbiente e profondamente occidentalizzata per i parametri egiziani e costituivano una fragilissima avanguardia liberale sostanzialmente estranea al corpo della nazione: in una parola, furono gli inevitabili utili idioti di cui ogni rivoluzione si serve per coprire i suoi veri scopi. L’Occidente, sedotto dall’opportunismo, abbandonò vigliaccamente Mubarak e rinunciò a qualsiasi tentativo di mediazione. A quattro anni di distanza il popolo egiziano, saggiamente, si fa piacere un autocrate di ferro come il generale Al-Sisi e un regime che condanna alla pena capitale in maniera generosamente collettiva pur di non ritornare ad un paese governato dai Fratelli Musulmani. E i giovanotti di Piazza Tahrir, come quei cagnolini dei quali ci s’incapriccia nella stagione cattiva per poi abbandonarli al loro destino al momento di andare in vacanza, sono intanto scivolati nel dimenticatoio in religioso silenzio.

E che dire della fregola guerresca che s’impadronì dell’umanità migliore, fino alla presidenza di George Bush Jr prigioniera di un pacifismo tetragono senza se e senza ma, al momento dello scoppio dell’inesistente primavera libica, per il solo gusto di correre in soccorso dei rivoluzionari e nella convinzione che la campagna di Libia sarebbe stata una passeggiata? Che dire di quest’umanità che non volle immischiarsi negli affari libici nei lunghi decenni durante i quali la Libia di Gheddafi fu un centro nevralgico del terrorismo internazionale e il Rais la bestia nera del guerrafondaio Reagan, mentre lo volle fortissimamente quando lo scatolone di sabbia si era ormai ridotto ad un satellite dell’Occidente? Quattro anni di completa anarchia, di macelli e distruzioni – conditi dall’arrivo in Libia dei simpaticoni del Califfato, e dallo sbarco sui nostri lidi di centinaia di migliaia di profughi ma soprattutto di gente che non fugge né la fame né la guerra ma cerca semplicemente una vita migliore scommettendo sul fatto che l’enorme numero di morti inghiottiti dalle acque del canale di Sicilia è pur sempre una piccolissima percentuale di quelli che ce l’hanno fatta – non sono bastati a spingerla a un timido atto di contrizione.

Per la stessa umanità migliore Bashar al-Assad divenne un tiranno sanguinario solo quando si stagliò all’orizzonte qualcuno peggiore di lui, gli integralisti islamici finanziati da Arabia Saudita e Qatar che monopolizzarono il fronte delle forze avverse al regime non appena Al Jazeera e i media occidentali decisero di dare ufficialmente avvio alla primavera siriana; nel momento, cioè, nel quale il destino del dittatore siriano sembrava segnato, e ci si poteva accodare idealmente ai liberatori; mentre per lustri la stessa truppa umanitarista fu completamente indifferente alle sorti di quello stato canaglia fieramente anti-occidentale e legato all’Iran che sponsorizzava il terrorismo, destabilizzava il Libano e si ergeva a nemico per eccellenza d’Israele. Le prime centinaia di morti tra la popolazione civile bastarono a fare perdere completamente la tramontana alle diplomazie e ai media occidentali, e a sposare – non solo per ingenuità, s’intende – la causa dei ribelli. Oggi alcune fonti arrivano a parlare di 300.000 vittime della guerra civile in Siria (un numero non lontano da quello dei caduti italiani durante la seconda guerra mondiale) e di 4 milioni di profughi, mentre le forze del Califfato sono ormai vicine a Damasco. E con tutto ciò, proprio ieri l’ineffabile Hollande, nell’annunciare l’invio di aerei militari francesi in Siria in vista di eventuali raid contro l’Isis, ha rimarcato ancora una volta che ogni soluzione di pace in Siria si fonda sul presupposto della cacciata di Bashar Al-Assad dal potere: insistendo, cioè, in quell’atteggiamento ambiguo e opportunista (e oggi semplicemente immorale) che ha guastato tutto fin dall’inizio.

Questi, in buona parte, sono quelli che oggi vanno idealmente incontro con lo sguardo ebete dei figli dei fiori, al solo scopo di distinguersi dai perplessi o dai senza cuore o dai razzisti tout-court, alle fiumane di profughi musulmani in fuga dalle follie dell’Islam verso le terre degli Infedeli senza per questo sentirsi meno islamici di ieri; e non si capisce bene se siano più confusi e reticenti i primi o i secondi.

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Una domanda sull’Islam

Si può ben dire che in questo momento quasi tutto l’Islam è lacerato da conflitti interni. A occidente solo il Marocco e l’Algeria sono rimasti sostanzialmente immuni dalle violenze generalizzate che hanno recentemente sconvolto il mondo arabo; ma pure lì le tensioni sono latenti, e ricordiamoci che vent’anni fa fu proprio l’Algeria a sperimentare una spaventosa guerra civile sviluppatasi sullo sfondo di una crescita impetuosa dell’integralismo religioso, favorita nei suoi esiti politici dal processo di democratizzazione in atto, esattamente com’è successo nelle recenti primavere arabe: fu il preludio della malattia che oggi divora l’Islam. La situazione è (ancora) precariamente tranquilla anche in estremo oriente – in Malesia, in Indonesia, ad esempio – e nel vasto e piuttosto spopolato cuore turco (ed ex-sovietico) dell’Asia centro-settentrionale.

Nel resto del mondo islamico regna il caos: nella zona sahariana e sub-sahariana in Nigeria, Niger, Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad, Sudan, Somalia; in quella araba-mediterranea in Tunisia, Libia, Egitto; nel medio-oriente in Siria, Irak, Libano, Yemen, Bahrein, e perfino in Arabia Saudita dove il terrorismo su grande scala ha fatto di recente capolino, mentre la Turchia, oltre a vivere un momento assai delicato di tensione tra le tradizionali istanze laico-nazionaliste e quelle islamiste oggi rappresentante dal neo-ottomanismo di Erdogan, è sempre più invischiata nei disordini dei paesi confinanti, anche a causa dei problemi con la minoranza curda; e più in là è sempre il braccio violento del fanatismo integralista a rendersi protagonista in Afghanistan, in Pakistan, nel Bangladesh. In Iran regna invece la calma apparente propria di un regime totalitario. L’irrequietudine islamica anima inoltre secessionismi o indipendentismi nel Caucaso, nelle Filippine, e in parte anche nel Sinkiang cinese. Per completare il quadro si aggiungano gli effetti destabilizzanti di tali sconvolgimenti su paesi limitrofi musulmani non ancora in subbuglio.

Le cause di queste convulsioni, almeno in superficie (di quelle profonde ho già scritto fino alla noia) sono sostanzialmente due: l’avanzata di un estremismo islamico nella sua ferocia e rozzezza dai tratti perfino grotteschi; e la tradizionale conflittualità tra sciiti e sunniti. Limitatamente al mondo arabo spunta timidamente anche quella derivante da quel suo originario sostrato tribale, che millequattrocento anni di Islam non sono riusciti mai ad eliminare del tutto. Le tensioni interne all’Islam si scaricano infine contro l’Occidente: attraverso il terrorismo, e attraverso le migrazioni di massa verso l’Europa cui assistiamo da anni.

E’ degno di nota che questi migranti non cerchino affatto di trovare una nuova patria nei ricchi (solo grazie al petrolio) paesi arabi del golfo, quelli che per esempio finanziano a colpi di centinaia di milioni di euro illustri (e anche meno illustri) club calcistici europei. Né d’altra parte si notano particolari segni di solidarietà verso questi profughi e confratelli nella fede nel mondo musulmano: quelli che si trovano in Giordania, in Turchia o in Libano sono in sostanza genti assiepate ai confini della Siria, in attesa di poter rientrare. Tristemente noto, poi, è il caso dei profughi Rohingya, minoranza musulmana discriminata in Birmania, respinti al largo delle coste malesi o indonesiane. Eppure, sulla carta, la solidarietà reciproca tra le genti islamiche, specie nel mondo arabo, dovrebbe essere più naturale di quella fra le genti cristiane: per questioni linguistiche e culturali; e per il fatto che l’Islam è una società di tipo monista, società politica e religiosa allo stesso tempo e nella sua essenza, e ciò ha impedito la sedimentazione di sentimenti nazionali di tipo occidentale.

Vi è infine da sottolineare come la risposta della società islamica alle nefandezze del fanatismo sia in genere ambigua e debole. E quando è forte assume i tratti energicamente autoritari del laicismo del partito dei militari, come successe vent’anni fa in Algeria e com’è successo ultimamente in Egitto.

Ho dipinto velocemente questo piccolo affresco che illustra un mondo scosso fin dalle sue fondamenta, e quasi in disfacimento, allo scopo di fare una domanda semplice e provocatoria: perché quando si parla dei problemi dell’Islam e con l’Islam non si parte mai dall’elementare, ovvia e preliminare constatazione di un universo in crisi nelle sue fibre più intime e di una civiltà in irreversibile crisi strutturale? Perché tutti questi inequivocabili segni di debolezza – compresa l’erratica, folle violenza che li contraddistingue – vengono in Occidente spesso confusi, addirittura, come manifestazioni di vitalità? E’ mai possibile essere così ciechi?

La piccola Germania

La supremazia economica della Germania in Europa è in genere grandemente esagerata. Basti pensare che il Pil complessivo di Italia e Spagna (che contano insieme 107 milioni di abitanti) è grosso modo uguale a quello del paese tedesco (che conta 83 milioni di abitanti). Si tratta senz’altro, comunque, di una supremazia relativa. Alla quale però non corrisponde, per generale consenso, un’adeguata capacità di leadership. Con questo non si vuol dire che i tedeschi abbiano avuto completamente torto nella loro intransigenza ragionieristica verso la Grecia scialacquatrice: meglio loro che i sovranisti monetari alle vongole o i teorici compulsivi di manovre economiche espansive anche in presenza di debiti pubblici astronomici. Tuttavia il caso greco andava oltre questo schema. Non era paragonabile a quelli degli altri (e sempre più numerosi) Piigs. Era il caso di un paese che aveva imboccato la strada del non ritorno: il delitto, per così dire, era già stato compiuto. Il vero problema, difficilissimo, che l’Europa aveva davanti era allora questo: com’era possibile imbarcarsi nel salvataggio e nella ricostruzione di un paese andando contro le regole che l’Europa si era data, ed indirettamente agire in modo ingiusto nei confronti di altri paesi che avevano fatto o stavano facendo grossi sacrifici pur di tirarsi fuori dai loro problemi, senza che ciò diventasse un precedente? In ogni caso bisognava avere il coraggio di prendere atto di un fatto che andava ormai al di là di considerazioni astrattamente moralistiche, senza per questo negare le ragioni di chi si lamentava.

Per questo gioco di prestigio ci voleva il carisma di una nazione avvezza a guidare altri popoli. La Germania ha invece preferito interpretare una parte in commedia, fors’anche la meno demagogica, ma non all’altezza della sua presunta leadership. Lo spirito tedesco sembra ancora incapace di andare oltre se stesso e di pensare in grande, forse per paura di cadere nella grandeur come le è sempre accaduto nel passato, e cioè in modo volgare, grossolanamente prevaricatore (mentre altri grandi paesi hanno spesso saputo prevaricare in modo sapiente): con la Grecia, infatti, non abbiamo visto all’opera il temuto Quarto Reich, ma la piccola Germania. Alla Germania la modernità, per un vasto concorso di precedenti storici, pare abbia riservato il ruolo di potenza anti-universalista. I miti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti o della Francia, al contrario, hanno avuto una componente universalista e ciò li ha predisposti a simpatie generalizzate, anche se non sempre giustificate. Queste nazioni, infatti, si sono sempre proposte, più o meno ostentatamente, come veicoli e modelli di civilizzazione.

Qualcuno potrà dire – e non sbaglierà certo di molto – che i francesi sono in realtà il popolo più nazionalista d’Europa, e in generale si può sicuramente dire che questi afflati universalisti (liberali o democratici che dir si voglia) sono tutt’altro che disinteressati, e che spesso hanno coperto (come nell’Atene dell’antichità) aspirazioni imperialistiche. E’ tutto vero e io non sono certo tifoso della contrapposizione insanabile tra Zivilisation e Kultur. E tuttavia, per rimanere in ambito in senso lato germanico, persino l’Impero Asburgico, simbolo per eccellenza di temperata ma ostinata conservazione (ma cattolico, e quindi con una forte componente universalista), seppe emanare, in virtù anche di quella multi-etnicità che al tempo stesso lo fragilizzava , un fascino sovra-nazionale che resiste ancor oggi; e in un certo senso solo Vienna seppe essere per una stagione non tanto breve quella capitale cosmopolita irraggiatrice di cultura, alla stregua di Londra o Parigi, che il mondo propriamente tedesco non conobbe mai. Nella battaglia fra Zivilisation e Kultur (o meglio nella tensione, che può e deve essere feconda) alla Germania toccò invece il ruolo di diventare il campione della seconda; fatto che alla lunga ne ha ridotto la propria capacità di visione politica, anche in tempi in cui la sua democrazia sembra essere fra le più salde del continente.

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Gli errori dell’Occidente in Bosnia-Erzegovina

Nei giorni scorsi abbia avuto un’altra prova della fatuità con la quale l’Occidente si muove nello scacchiere internazionale. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che evidentemente non ha altro di meglio da fare che pontificare, in occasione del ventennale del massacro di Srebrenica, nel quale almeno 8.000 musulmani bosniaci inermi furono trucidati dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladić, ha messo ai voti una risoluzione che condannava tale avvenimento come genocidio. La risoluzione è stata respinta in forza del veto della Russia, che fin dall’ottocento si è ritagliata il ruolo di protettrice dei fratelli ortodossi serbi, mentre altri paesi, fra cui la Cina, si sono astenuti. Ragionando con cinismo, non si può dire che la Russia abbia tutti i torti: 8.000 vittime sembra un numero davvero troppo esiguo per parlare sensatamente di genocidio; ed inoltre un genocidio non dovrebbe fare distinzioni di sesso e di età, quando invece il massacro di Srebrenica vide la meticolosa separazione degli uomini dalle donne, gli anziani e i bambini. Naturalmente queste fredde considerazioni nulla tolgono all’enormità del crimine.

Ci si chiede, tuttavia, quale sia il senso della ricerca continua di queste stucchevoli e burocratiche sentenze sulla storia recente o meno recente, se non forse una fuga dalla storia stessa e dalla realtà. Si ha quasi l’impressione, infatti, che per l’Occidente sollevare confusamente (e spesso contraddittoriamente) questioni di principio ogniqualvolta c’è da affrontare una grossa rogna in qualche punto caldo del globo, sia diventato un modo per nascondere la propria impotenza.

La Bosnia-Erzegovina è un caso esemplare di questa erratica politica. L’Occidente prese atto della dissoluzione della ex-Jugoslavia ma poi non ebbe il coraggio di prendere davvero in mano la situazione portando a termine e rifinendo sotto il suo controllo, dove era possibile, quel processo di partizione che le reciproche pulizie etniche avevano quasi condotto a termine (ciò può sembrare immorale, ma molto meno che lasciare attivi i focolai della malattie, dopo che il disastro è ormai accaduto); oppure, là dove non era possibile, congelando la situazione, senza però cristallizzarla dal punto di vista statuale-amministrativo. Sballottato tra gli opposti (e falsi) dogmi dell’autodeterminazione dei popoli e dell’integrità territoriale degli stati, finì per dare la sua benedizione a tutta una serie di stravaganti indipendenze, che replicavano su scala minore l’eterogeneità ex-jugoslava. Lo stesso Occidente che accettò serenamente la divisione tra Serbia e Montenegro per questioni etniche di lana caprina, si spese molto per la nascita del più grande e internamente diviso di questi nuovi stati: la Bosnia-Erzegovina, appunto. La nuova era democratica – questo era il tacito assunto – doveva assicurare la pacifica convivenza delle tre comunità principali (etnie mi sembra un vocabolo troppo forte per delle genti che parlano sostanzialmente la stessa lingua): quella bosgnacca (bosniaco-musulmana) costituente quasi metà della popolazione, quella serba (cristiano-ortodossa), e quella croata (cristiano-cattolica).

Due decenni circa di indipendenza invece hanno quasi istituzionalizzato la divisione comunitaria nel nuovo stato balcanico; di fatto il patriottismo bosniaco è diffuso solo tra la popolazione bosgnacca, e spesso si confonde con un identitarismo musulmano rispuntato quasi a sorpresa da qualche profonda ed inquietante piega della storia; di fatto, vista l’estraneità di serbi e croati al sentimento patrio bosniaco, la Bosnia-Erzegovina ha oggi al suo centro un nucleo musulmano che potrebbe anche resistere ad una sua eventuale disgregazione. Ciò che era da molto tempo ormai considerato un retaggio culturale, in sé ricco, interessante, e anche fecondo, come testimoniano le opere di Andrić o Selimović, è ritornato ad essere contro ogni pronostico una realtà religiosa sommamente problematica.

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L’implosione dell’Islam

La recente ondata di attentati terroristici in Kuwait, Tunisia e Francia (anche se sulla vera natura di quest’ultimo rimangono ancora dei dubbi) hanno riaperto il dibattito sulla natura e sulla pericolosità dell’integralismo islamico. Siccome, a nostro immodesto avviso, c’è in giro un sacco di confusione e reticenza, abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo, sgombrando drasticamente il campo da vari equivoci. Il primo: la presunta debolezza cristiana-occidentale e la presunta forza islamica, o, se volete, la presunta identità debole dell’Occidente e quella forte dell’Islam. Quest’opinione, che ha largo seguito, è frutto di una grandiosa illusione ottica. In realtà, la secolarizzazione sta stritolando a poco a poco un Islam in preda a convulsioni mortali. La secolarizzazione, infatti, è figlia del Cristianesimo. Senza di esso è inconcepibile. E’ il Cristianesimo ad aver distinto lo stato dalla chiesa (e così la politica dalla religione, e il diritto positivo dal diritto naturale). Li ha distinti (ma non separati [1], in quanto essi agiscono nello stesso universo morale, e una doppia morale non esiste) a ragione dei fini diversi ai quali mirano: la conservazione e il benessere della società l’uno, la salvezza dell’anima l’altra. Così, nel corso dei secoli, si sono sviluppate le libertà civili dell’occidente, e fra queste sono comprese molte cose che il Cristianesimo moralmente condanna. La civiltà cristiana – sul piano sociale – non si contrappone alla libertà dei costumi in quanto tale, ma ad una libertà orgogliosa di sé, una libertà tesa ad emanciparsi dalla morale, e a negare la verità. E se è fatale che la secolarizzazione avanzi in genere attraverso la trasgressione e lo spirito anticristiano, è anche inevitabile che prima o dopo, pena l’autodistruzione della società, la civiltà al decalogo ritorni. Questo ritorno, che è un ritorno inconfessato al Cristianesimo, purifica, senza per questo necessariamente assolverle dal punto di vista morale, le libertà conquistate obbedendo a pulsioni trasgressive. E in realtà tanto maggiore sarà il grado di consapevolezza della civiltà cristiana – civiltà che non sarà mai, neanche imperfettamente, e spesso neanche prevalentemente, una società di cristiani – tanto maggiore sarà la sua capacità di tollerare la libertà dei costumi al suo interno, e allo stesso tempo di neutralizzarne la carica nichilistica.

Il tradizionalismo cattolico, qui inteso nella sua espressione ereticale, non ha mai voluto capire o accettare il fatto, indiscutibile, che la secolarizzazione – perimetro delle libertà civili – è figlia del Cristianesimo. Per la forma mentis tradizionalista la secolarizzazione è sempre un male; un male che la civiltà cristiana può sopportare, corrompendosi via via, fino ad un certo punto di rottura, oltre il quale essa non può più esistere. (Naturalmente il progressismo cattolico, sempre inteso nella sua espressione ereticale, fa il ragionamento inverso: l’accettazione della secolarizzazione implicherebbe una revisione dei dogmi, cioè la loro distruzione, cioè la distruzione della Chiesa). Curiosamente, anzi, significativamente, questa interpretazione si attaglia perfettamente alla crisi dell’Islam. L’Islam è una religione-società che si sostanzia nella precettistica, e che sa essere elastica non nella misericordia, ma solo attraverso un armamentario di scappatoie religiose-legali di stampo farisaico. Ma a lungo andare ciò non può bastare al sentimento di libertà (libertà anche di peccare, ossia di piegarsi al peccato) che è innato nell’uomo proprio perché prima di tutto figlio di Dio, e non di una tribù, di una razza, o di una società. La secolarizzazione cristiana offre la soluzione, non la scappatoia, che permette alla società di respirare, cioè di vivere, senza per questo rinnegare la religione: oggi essa, insensibilmente e senza premeditazione, ma per la forza ineluttabile delle cose, sta assediando un Islam che con essa può venire a patti solo riconoscendo la propria fine. E qui veniamo al secondo equivoco: il terrorismo islamico come espressione di un integralismo che tradisce i principi dell’Islam. La verità è che moderatismo o integralismo non intaccano la sostanza dell’Islam, né lo definiscono. E’ vano, infatti, chiedersi quale sia il vero Islam al riguardo di una religione-società che non conosce veri dogmi, ma che appunto si sostanzia in una precettistica variamente e limitatamente modulabile, ma non per nobili motivi. La ferocia quasi caricaturale di certe sue espressioni odierne è la forma parossistica di una vitalità che sta venendo meno.

E’ corretto dire, piuttosto, che questo Islam in fase violentemente agonica si trova di fronte ad un Occidente (inteso in senso lato come civiltà cristiana, non identificabile col Cristianesimo in quanto tale, dotata di una carica universalistica che la trascende e che ne esalta le capacità assimilatrici) che oggi vive una delle sue periodiche fasi d’indocilità nei confronti di Dio e della ragione, manifestantesi attraverso un assurdo e capriccioso universalismo dei diritti (scimmiottatura anticristiana dell’universalismo cristiano), protervo nelle sue stravaganze, comprese quelle linguistiche (tipiche dei fenomeni rivoluzionario-millenaristici tesi a ri-definire la verità), e che trova appoggio nell’opinione pubblica, oltre che per l’attivismo di minoranze militanti e dei media, anche per l’istinto alla ribellione sempre latente nell’uomo, ma non per un vero senso di solidarietà verso le categorie interessate da questi nuovi presunti diritti: è la secolarizzazione anticristiana, contraddizione vivente che può durare solo durante il caos della breve stagione rivoluzionaria, prima di venire piegata alle inflessibili esigenze del nuovo ordine, incardinato su un nuovo decalogo di principi laici (sempre aggiornabile) che però, disconoscendo quella morale che per natura non può che incardinarsi su principi di verità, non conosce distinzione fra legge e morale, e quindi non conosce la secolarizzazione, e quindi il perimetro delle libertà civili. Per ritrovarle la società dovrà per forza di cose – non fosse altro che per istinto di autoconservazione – tornare alla secolarizzazione cristiana, e ri-piegarsi al diritto naturale: lo farà nei fatti, anche se con la bocca e col cuore per una sua larga parte non si ri-piegherà a Dio. In questo quadro la malattia mortale dell’Islam ha di buono (e di provvidenziale) che agisce da pungolo sull’Occidente, costringendolo a ritrovare le sue veri radici.

Passiamo ora al terzo equivoco: il fatto che spesso i terroristi islamici siano persone apparentemente ben integrate in Occidente, o apparentemente occidentalizzate, quantunque provenienti da paesi islamici, dimostrerebbe l’impermeabilità dell’uomo islamico alla cultura occidentale. Ma ciò non è esatto. Se è vero che l’Islam non può sopravvivere a lungo in tempi di democrazia (come scrisse Tocqueville 170 anni fa), non bisogna tuttavia sopravvalutare il significato di questi casi. L’uomo sente per natura il bisogno di assoluto, anche se molto spesso trasforma questo bisogno in una molto più meschina voglia di protagonismo, nella voglia di sentirsi in qualche modo qualcuno, o nella ricerca di gratificazione nella cieca obbedienza al branco o alla setta, in un annullamento di sé disumanizzante ma anche totalizzante e quindi, per un certo verso morboso, appagante. Oggi, per esempio, il giovanotto italiano ha a disposizione la No-Tav; il giovanotto islamico ha la Jihad: che sia un brillante studente universitario, o un deficiente modaiolo maniaco del rap (entrambi, a loro modo, esempi di conclamato occidentalismo), non fa alcuna differenza.

Il quarto equivoco è che l’instabilità del mondo islamico (a parte quello dell’estremo oriente) sarebbe in buona misura la conseguenza degli interventi militari occidentali in Afghanistan e in Iraq. Ma ciò non è vero. Essa dipende, come detto sopra, in primo luogo da un problema strutturale interno all’Islam, da un suo difetto costitutivo ed ineliminabile, che la modernità mette impietosamente a nudo.

Il quinto equivoco è che l’insipienza della politica americana di Obama sarebbe la continuazione di quella di Bush, lo stesso tipo di maldestro interventismo, ancorché molto meno massiccio e pianificato. Ma anche questo non è vero. L’interventismo obamiano è stato dominato dall’opportunismo, mentre quello di Bush, più che una risposta diretta al terrorismo globale, fu un progetto strategico di presenza militare a lungo termine che aveva un senso, se portato avanti con la necessaria determinazione, e rappresentò inoltre la volontà di rispondere alla passività occidentale. Ci ricordiamo bene, infatti, di come la guerra in Iraq fece scorrere fiumane di pacifisti in tutto il mondo occidentale, e di come l’intervento in Libia, o i minacciati interventi in Siria, non abbiano invece spinto in strada neanche i fanatici della pace. E questo perché in teoria si trattava di mettere il cappello sulle apparentemente trionfanti primavere arabe, senza correre molti rischi. Cosicché fu generale l’appoggio conformistico alla folle ed erratica politica occidentale verso il mondo islamico, della quale vogliamo elencare brevemente i misfatti: il tradimento dei propri amici Mubarak e Ben Alì (dittatori solo per gli standard occidentali, non certo per quelli mediorientali) quando invece sarebbe stato saggio esercitare un ruolo di mediazione fra i governi al potere e le istanze di primavere arabe che spesso erano solo figlie di microscopiche avanguardie liberali urbane pronte ad essere fagocitate da forze ben più grandi di loro; il tradimento di una canaglia, per lunghi anni terrorista su scala mondiale, come Gheddafi, dopo che questi si era di fatto arreso all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo proprio paese e dopo che l’Occidente aveva siglato – di fatto – la pace con lui, mostrando nello stesso tempo di voler credere ad una primavera araba che in Libia non è mai scoppiata; aver dato prova di mollezza per decenni nei confronti del regime di Assad e di aver aspettato a demonizzarlo solo nel momento in cui un’ambigua primavera araba siriana scoppiava, e poi di aver chiuso gli occhi dinanzi agli sviluppi di questa ambigua primavera araba, completamente in mano in brevissimo tempo a fanatici sunniti sponsorizzati dalle monarchie del Golfo (Assad è alawita, cioè scita, e il suo regime è alleato con l’Iran scita), e poi ancora di non aver avuto il coraggio di scegliere il male minore (cioè Assad); aver dimenticato altre primavere scomode della penisola arabica, pur di non disturbare le monarchie del Golfo, come quella in Bahrein; o come quella nello Yemen, che ora si è trasformata in una specie di guerra civile tra i ribelli sciti e i sunniti sostenuti da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, che sta spingendo il conflitto verso esiti catastrofici.

E infine il sesto equivoco, che li riassume tutti: l’Islam starebbe vivendo uno dei suoi periodi di aggressiva espansione. L’Islam sta invece grandiosamente implodendo: gli attentati terroristici non sono altro che le schegge e i detriti che questa incontrollata implosione produce e in parte fa piovere sulle nostre teste.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[1] Il concetto di separazione tra stato e chiesa viene spesso ipocritamente inteso come se si avesse a che fare con sfere appartenenti a mondi diversi, come se per l’appunto l’universo morale fosse diverso per le due sfere. Ma non è così. Se fosse così lo stato potrebbe assurdamente proporsi come entità a-morale. Ad un livello inferiore, per un fare un’analogia forse non del tutto pertinente ma abbastanza indicativa, lo stesso concetto di separazione dei poteri del costituzionalismo liberale non implica che questi poteri possano andare ciascuno per i cavoli propri. E’ una separazione che va intesa come distinzione delle funzioni, collegata ad una ben circoscritta autonomia, all’interno di uno stesso stato.

I consigli di Cazeneuve

Bernard Cazeneuve, ministro dell’interno dell’attuale governo socialista nel paese dei diritti umani, l’inimitabile Francia, ha rilasciato un’interessante – e interessantissima per noi italiani – intervista televisiva sul problema dei migranti bloccati alla frontiera di Ventimiglia. Eccone alcuni brani riportati da “Le Figaro”:

«Cosa succede a Ventimiglia? C’è la necessità di far rispettare le regole di Schengen e di Dublino. Quali sono queste regole? Quando in Francia arrivano dei migranti passati per l’Italia e registrati in Italia, il diritto europeo vuole che siano ricondotti in Italia. (…) Abbiamo avuto circa 8.000 ingressi dall’inizio dell’anno e abbiamo ricondotto più di 6.000 persone in Italia. Alcuni migranti che sono stati ricondotti in Italia vogliono rientrare in Francia (…) Non devono entrare e devono essere presi in carico dall’Italia. Non c’è un blocco della frontiera, perché siamo in uno spazio aperto; c’è semplicemente il rispetto alla frontiera franco-italiana delle regole di Schengen e Dublino. (…) Dall’inizio dell’anno 50.000 migranti sono arrivati in Grecia, 50.000 sono arrivati in Italia (…) Ci sono dei migranti irregolari per ragioni economiche, che vengono dall’Africa occidentale [in buona parte francofona, NdZ] che non sono sulla via dell’esodo a motivo di persecuzioni subite, ma per la volontà di vivere meglio in Europa. Non possiamo accoglierli, bisogna che siano ricondotti alla frontiera, in Africa.»

Parole di una chiarezza cristallina e sommamente ipocrita allo stesso tempo, come non di rado succede in politica: l’umanità e la fraternità vengono tranquillamente spazzate via dalla necessità di rispettare le regole, le stesse che quando fa comodo vengono a loro volta spazzate vie dal diritto di ingerenza umanitaria. Chissà cosa succederebbe se l’Italia seguisse davvero la “retta via” indicata da Cazeneuve. Probabilmente con lo strepito col quale riusciamo, o meglio, non riusciamo a fare le cose, passeremmo subito per carnefici agli occhi del mondo. Sì, perché tra le righe del discorso del ministro francese si può leggere anche l’irritazione verso un paese, il nostro, che non ha ancora imparato a stare il mondo. Un discorsetto che si può riassumere così:

«Cari italiani, sappiamo come stanno le cose: di questi cosiddetti migranti solo una piccola parte fugge davvero le persecuzioni, la guerra, la fame. La grande maggioranza è spinta dal sogno di una vita migliore che sembra loro a portata di mano. Lo vedete anche voi: nonostante i patimenti del viaggio, è quasi tutta gente in carne; pochissimi sono vestiti di stracci; c’è molta gioventù prestante, abile ed arruolabile. Noi umanamente li capiamo, ma – siamo seri – non possiamo mica assistere passivi a queste nuove invasioni barbariche. Quindi, cari italiani, non fate tanto casino. Datevi da fare, piuttosto. Organizzatevi. Rinchiudeteli in vari centri. Identificate chi veramente ha diritto all’asilo. Diciamo che il 10% è una percentuale credibile. Gli altri rispediteli senza tanto chiasso in Africa. Allora sulla base di quel 10% potremmo parlare di quote da sparpagliare nella nostra bella Europa. Se foste un paese serio, un paese con un minimo d’amor proprio, con un minimo di sentimento nazionale, fareste tutto ciò con la massima discrezione possibile. E parlo anche dei vostri giornalisti chiacchieroni. Mille anni di storia nazionale hanno insegnato ai nostri imbrattacarte a sapersi elegantemente autocensurare, o almeno a misurare le parole, quando ciò giova alla patria.»

[pubblicato su LSblog]