La piccola Germania

La supremazia economica della Germania in Europa è in genere grandemente esagerata. Basti pensare che il Pil complessivo di Italia e Spagna (che contano insieme 107 milioni di abitanti) è grosso modo uguale a quello del paese tedesco (che conta 83 milioni di abitanti). Si tratta senz’altro, comunque, di una supremazia relativa. Alla quale però non corrisponde, per generale consenso, un’adeguata capacità di leadership. Con questo non si vuol dire che i tedeschi abbiano avuto completamente torto nella loro intransigenza ragionieristica verso la Grecia scialacquatrice: meglio loro che i sovranisti monetari alle vongole o i teorici compulsivi di manovre economiche espansive anche in presenza di debiti pubblici astronomici. Tuttavia il caso greco andava oltre questo schema. Non era paragonabile a quelli degli altri (e sempre più numerosi) Piigs. Era il caso di un paese che aveva imboccato la strada del non ritorno: il delitto, per così dire, era già stato compiuto. Il vero problema, difficilissimo, che l’Europa aveva davanti era allora questo: com’era possibile imbarcarsi nel salvataggio e nella ricostruzione di un paese andando contro le regole che l’Europa si era data, ed indirettamente agire in modo ingiusto nei confronti di altri paesi che avevano fatto o stavano facendo grossi sacrifici pur di tirarsi fuori dai loro problemi, senza che ciò diventasse un precedente? In ogni caso bisognava avere il coraggio di prendere atto di un fatto che andava ormai al di là di considerazioni astrattamente moralistiche, senza per questo negare le ragioni di chi si lamentava.

Per questo gioco di prestigio ci voleva il carisma di una nazione avvezza a guidare altri popoli. La Germania ha invece preferito interpretare una parte in commedia, fors’anche la meno demagogica, ma non all’altezza della sua presunta leadership. Lo spirito tedesco sembra ancora incapace di andare oltre se stesso e di pensare in grande, forse per paura di cadere nella grandeur come le è sempre accaduto nel passato, e cioè in modo volgare, grossolanamente prevaricatore (mentre altri grandi paesi hanno spesso saputo prevaricare in modo sapiente): con la Grecia, infatti, non abbiamo visto all’opera il temuto Quarto Reich, ma la piccola Germania. Alla Germania la modernità, per un vasto concorso di precedenti storici, pare abbia riservato il ruolo di potenza anti-universalista. I miti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti o della Francia, al contrario, hanno avuto una componente universalista e ciò li ha predisposti a simpatie generalizzate, anche se non sempre giustificate. Queste nazioni, infatti, si sono sempre proposte, più o meno ostentatamente, come veicoli e modelli di civilizzazione.

Qualcuno potrà dire – e non sbaglierà certo di molto – che i francesi sono in realtà il popolo più nazionalista d’Europa, e in generale si può sicuramente dire che questi afflati universalisti (liberali o democratici che dir si voglia) sono tutt’altro che disinteressati, e che spesso hanno coperto (come nell’Atene dell’antichità) aspirazioni imperialistiche. E’ tutto vero e io non sono certo tifoso della contrapposizione insanabile tra Zivilisation e Kultur. E tuttavia, per rimanere in ambito in senso lato germanico, persino l’Impero Asburgico, simbolo per eccellenza di temperata ma ostinata conservazione (ma cattolico, e quindi con una forte componente universalista), seppe emanare, in virtù anche di quella multi-etnicità che al tempo stesso lo fragilizzava , un fascino sovra-nazionale che resiste ancor oggi; e in un certo senso solo Vienna seppe essere per una stagione non tanto breve quella capitale cosmopolita irraggiatrice di cultura, alla stregua di Londra o Parigi, che il mondo propriamente tedesco non conobbe mai. Nella battaglia fra Zivilisation e Kultur (o meglio nella tensione, che può e deve essere feconda) alla Germania toccò invece il ruolo di diventare il campione della seconda; fatto che alla lunga ne ha ridotto la propria capacità di visione politica, anche in tempi in cui la sua democrazia sembra essere fra le più salde del continente.

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Banche e popoli pari sono

Da Atene, nel giorno del trionfo vagamente funereo di Tsipras, Beppe Grillo ha lanciato il suo non troppo originale grido di guerra: Potere al popolo, non alle banche! Nonostante ciò il capo dei vaffanculisti, come tanti amanti del popolo di destra e di sinistra, è un fanatico della mitica sovranità monetaria. Sennonché la presunta efficacia miracolosa della sovranità monetaria riposa tutta sulla presenza di una banca centrale nazionale che fa il bello e cattivo tempo, nei confronti del buon senso e del mercato, manipolando la moneta in obbedienza ai desiderata di un potere politico che per compiacere il popolo fa il suo male a medio-lungo termine. Pensateci bene: i media considerati più vicini all’Europa tecnocratica non erano quelli che fino a poco tempo fa magnificavano la potenza di fuoco del bazooka di Draghi? Non era quello un esempio della stessa fiducia nel potere taumaturgico di una moneta capace secondo alcuni belli spiriti di creare – nientepopodimeno – ricchezza? Questa segreta affinità elettiva dimostra che, così come per gli odiati tecnocrati, anche per Beppe Grillo il popolo è sostanzialmente un gregge. Perché il popolo dovrebbe fidarsi del Comitato di Salute Pubblica nostrano più che di quello europeo?

D’altra parte i nuovi capipopolo sembrano avercela con le banche per lo stesso motivo per cui ce l’hanno a volte con lo stato o col palazzo: il dispetto di non averle alle proprie dipendenze. E infatti fra il classico statalismo e il banco-centrismo degli ultimi tempi c’è un legame assai stretto: la mungitura. La mungitura dei redditi nel primo caso; la mungitura dei risparmi nel secondo caso. Decenni di statalismo crescente hanno consegnato le economie occidentali al circolo vizioso di aumenti di tasse e debiti pubblici sempre più difficili da sostenere. Non essendoci più margini per alimentare una crescita malsana attraverso i debiti pubblici, si è ricorsi alle banche e alle bombe di liquidità, le quali ultime, come dovrebbe essere ovvio per qualsiasi persona pensante, in se stesse non rappresentano alcuna ricchezza, visto che non è che moltiplicando il denaro si moltiplichino anche i beni. Ma esse danno l’illusione della ricchezza, spingono ad indebitarsi allegramente, nel momento stesso in cui svalutano i sempre più magri tesoretti dei risparmiatori, giacché qualcuno alla fine della giostra deve pur sempre pagare: è la mammella bancaria che si sostituisce a quella dello stato, anche se in sostanza lavora per quest’ultimo. E infatti poi arrivano le bolle, coi relativi scoppi, e i salvataggi bancari, e tutto viene infine inghiottito dalla marea montante dei debiti pubblici.

Quindi il banco-centrismo non è altro, in fondo, che un surrogato dello statalismo classico, una sua continuazione con altri mezzi: dallo stato nasce, allo stato ritorna. Se lo statalismo è una forma strisciante di socialismo, il banco-centrismo, ossia la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia prodotta dal famigerato turbo-capitalismo, è una forma strisciante di socialismo finanziario, che un po’ alla volta crea le sue nomenklature. Il prossimo passo sulla via dell’inferno non può essere che l’attacco diretto ai patrimoni. Sembra che Tsipras ci stia pensando. Non sappiamo invece cosa stiano pensando i nostri confusi capipopolo. Ci troviamo, non solo in Italia, ma in quasi tutte le economie mature dei paesi ricchi, nel bel mezzo di un pantano che sembra non avere fine: dovremmo tornare indietro, un passo alla volta, ubbidendo più alla costanza e alla determinazione che alla fretta. Ci vorranno decenni. Bisognerà tenere lo sguardo fermo in una direzione nel lungo termine, e mostrare realismo e duttilità nel breve.

Tutto ciò che è mancato nella pessima gestione della crisi greca: in un quadro nel quale l’italianizzazione (dal punto di vista del debito pubblico) di molte economie occidentali è ormai un dato di fatto; in un quadro nel quale i famosi parametri di Maastricht sono saltati come tappi di bottiglia in tutta Europa; in un quadro nel quale i paesi occidentali riescono al massimo a pagare gli interessi sui propri debiti; si pretendeva che un paese tecnicamente fallito e povero di risorse come la Grecia cominciasse a pagare i suoi debiti. Al moralismo astratto non poteva che rispondere la demagogia nazionalista.

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Da Incitatus a Conchita Wurst

Non è vero che Caligola nominò senatore il suo cavallo. Svetonio scrisse che ebbe soltanto l’intenzione di nominare console (e non senatore, quindi) Incitatus, il suo favorito fra i cavalli; il più tardo Cassio Dione assicura invece che, se non fosse stato vittima di una congiura, Caligola avrebbe mantenuto il proposito. Di sicuro sappiamo che il depravato Caligola amava ferire le persone anche con le parole: la minacciata nomina era un modo per dimostrare in quale considerazione tenesse la classe politica, cioè gli augusti senatori della specie umana. Comunque l’episodio divenne un caso paradigmatico di istituzioni screditate fino al grottesco. Se ne resero conto i cittadini dell’Urbe dell’epoca? Non crediamo, viste anche le affettuose reazioni dei media all’esibizione della cantante Conchita Wurst, ossia il travestito Thomas Neuwirth, ossia la più famosa sventola barbuta della storia, davanti alla sede del Parlamento Europeo. Il bello è che la splendida Conchita – so da fonti certe che è il sogno proibito del Califfo dell’Isis; a questo tipo di degenerazione occidentale non era preparato: la peluria morbidissima, nerissima e fittissima di Conchita l’ha letteralmente folgorato – la splendida Conchita, dicevo, non è stata chiamata a Bruxelles da alcun Caligola dei nostri tempi. Sono stati anzi cinque parlamentari europei (in rappresentanza di cinque gruppi politici) ad invitare il fenomeno nel cuore stesso delle istituzioni europee quale simbolo della lotta contro ogni forma di discriminazione: la storia del cavallo di Caligola, nella sua innocenza, fa ormai parte a tutti gli effetti del buon tempo antico.

Lo stupido conflitto ucraino

Per quanto incerta, ondivaga e diciamo pure sgangherata, sembra che mai come oggi la politica estera di Stati Uniti ed Europa sia stata così concorde. Lo è però per un fattore di debolezza oggettiva (ed incolpevole). Viene comunque smentita la diffusa convinzione che col crollo del comunismo nel nuovo mondo multipolare, che si profilava all’orizzonte, Europa e Stati Uniti sarebbero andati ciascuno per la sua strada. Nel mio piccolo contestai questa predizione già nel 2007, parlando provocatoriamente di inevitabile alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La mia convinzione era che proprio in un mondo caratterizzato da potenze emergenti di stazza continentale (ed alcune di consistenza demografica perfino sgomentevole), nelle quali la crescita economica si sarebbe accompagnata fatalmente a richieste crescenti di libertà individuale, la tentazione di risolvere gli squilibri interni attraverso la politica di potenza (una sorta di proiezione su scala mondiale, mutatis mutandis, dei traumi vissuti nella vecchia Europa all’apparire del novecento dopo la grande corsa del XIX secolo), questa tentazione, dicevo, sarebbe stato il vero pericolo globale (più ancora di un Islam che si sta fragorosamente suicidando) che il vecchio Occidente avrebbe dovuto affrontare, tanto da spingerlo, volente o nolente, a fare quadrato. Tra queste potenze citavo anche la Russia (benché non la considerassi, e non la consideri affatto, la più pericolosa): «La Russia “semidemocratica e neozarista”», scrivevo, «ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale.» Tale sbagliata predizione sulla rottura dell’asse occidentale era figlia del realismo politico, che riesce ad essere la più ottusa delle dottrine politiche quando manca di temperanza. In fin dei conti l’ultra-realista politico ha una visione meramente orizzontale, quantitativa, spaziale della geopolitica. Eccolo lì a compulsare le sue tre mappe del mondo: quella geografica, che illustra la posizione e la consistenza territoriale dei singoli paesi; quella demografica, che disegni scenari molto diversi; e quella economica, che ne disegna di più diversi ancora. Su questo sfondo composito fa agire l’uomo hobbesiano, in tutta la sua astrattezza deterministica.

Vi è infatti anche una dimensione verticale, culturale, temporale della geopolitica. Il 2014 in Europa equivale al 2014 in India solo per la statistica e per la superficie delle cose, non certo per i movimenti che agitano gli strati profondi della società. Nello scritto sopra richiamato identificavo, per mera comodità dialettica, nella Zivilisation il fattore dinamico, libertario, universalista, progressivo che vivifica la società: la sua anima (la perversione rivoluzionaria confonde l’anima col corpo); e nella Kultur il fattore statico, identitario, conservatore che ne attesta l’esistenza: il suo corpo (la perversione reazionaria confonde il corpo con l’anima). In fin dei conti anche le nazioni sono fatte di corpo e di anima: un paese che si chiude in se stesso, nel suo corpo, prepara il suo sarcofago e finisce logicamente nella polvere, non prima magari di aver eliminato qualche corpo estraneo; un paese che corre dietro ai soli bisogni dello spirito finisce invece per rinnegare il suo corpo, e non è un caso che gli auto-genocidi siano una specialità giacobina. Un paese che trova un equilibrio tra le istanze democratiche e civilizzatrici e le resistenze culturali e quelle delle classi dominanti è un paese che trova il suo passo, è un paese in continuo movimento, ma senza strappi. Un paese che perde questo equilibrio diventa instabile, aggressivo, pericoloso. La Francia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo delle idee inglesi? Eppure essa divenne il nemico numero uno della Gran Bretagna. La Russia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo dell’occidentalismo? Eppure essa divenne il nemico numero uno dell’Occidente.

Ciò detto, facciamoci la seguente domanda: la Russia di Putin rappresenta forse una patologia o è un paese che ha trovato un suo accettabile equilibrio? La mia risposta è che la Russia putiniana non rappresenta affatto una patologia. Posso capire il nervosismo di baltici o polacchi, ma pensare che Putin abbia mire su di loro non sta né in cielo né in terra. In realtà la stabilità ritrovata dalla Russia putiniana rappresentava la situazione ideale per l’Occidente: i paesi europei propriamente detti dell’ex Patto di Varsavia o dell’ex Unione Sovietica avevano ritrovato la propria casa, ed erano entrati nella Nato; i paesi non propriamente europei o per niente europei, a vario grado russificati, che facevano parte dell’ex Unione Sovietica, avevano trovato o ritrovato la loro indipendenza e costituivano una vastissima zona cuscinetto tra la Russia e l’Europa e tra la Russia e l’Asia; ciò consentiva all’Occidente di concentrare le proprie forze nella lotta al radicalismo islamico e di monitorare attentamente, e con agio, la crescita di potenze asiatiche semplicemente ciclopiche dal punto di vista demografico. In questo quadro la Russia, anche quella putiniana, era già, almeno in parte, e sicuramente in prospettiva, Occidente.

Invece, stoltamente, si scelse di risvegliare l’orso dal letargo. Quale necessità avesse l’Occidente di patrocinare l’entrata di Georgia e Ucraina nella Nato è un mistero. Non capire poi quale tasto delicato si andasse a toccare nel cercare di strappare l’Ucraina alla storia russa per collocarla artificialmente in quella europea è un mistero ancora più grande. Non un rozzo fanatico qualsiasi, ma un “reazionario” (rigorosamente tra virgolette) come Solzhenitsyn pensava che Russi, Bielorussi e Ucraini costituissero un solo popolo che l’invasione mongola e la colonizzazione polacca avevano separato. Per lo scrittore russo, sotto il dominio lituano e polacco «i Russi Bianchi [Bielorussi] e i Piccoli Russi [Ucraini] si consideravano Russi e combattevano contro la polonizzazione e il cattolicesimo». Eppure Solzhenitsyn non era affatto un imperialista: auspicava anzi la la pronta separazione dalla Russia delle altre nazioni che furono sotto il giogo sovietico, quelle baltiche, quelle caucasiche, quelle centro-asiatiche. Bisognava inoltre tenere in debito conto che la nuova Ucraina indipendente era nei fatti una grande Ucraina che aveva poco a che fare con l’Ucraina storica, un paese nel quale ad una popolazione in parte culturalmente russificata si aggiungeva una popolazione genuinamente russa; che in vent’anni d’indipendenza il processo di ucrainizzazione del paese, nonostante le mene moscovite, aveva camminato con passo spedito nei media e nelle scuole; e che tutto ciò costituiva un crescente motivo di tensione all’interno del paese. Ciononostante, l’Occidente scelse non solo di appoggiare ma di sponsorizzare una linea rivoluzionaria fondata sul sentimento anti-russo: che il paese si spaccasse era inevitabile.

Un grande, inutile errore. Anche per il popolo ucraino. La cui spiegazione è questa: che con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del patriottismo costituzionale? Puntualmente sfoderata quando si tratta di metterla al servizio dell’Onu, o di patrocinare rivoluzioni frivole e insensate contro ragionevolissimi despoti alla camomilla come Mubarak, e puntualmente rinfoderata quando si tratta di far fronte all’Islam puro e duro, questa ideologia democratica non poteva non riconoscere in Putin il diavolo per eccellenza, e nella sua Russia quell’Impero del Male che al tempo del comunismo, nonostante l’immane carneficina e gli arcipelaghi Gulag, i suoi attuali interpreti non vollero mai riconoscere.

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Le mezze verità di Draghi

Parlantina a parte, non sembra che Matteo Renzi abbia le idee molto chiare. Però ha il piglio napoleonico (de noantri, se volete), l’ottimismo della volontà (o della spudoratezza, fate voi) e può darsi che a forza di dare strattoni, anche a casaccio (anzi, sicuramente a casaccio), e con l’aiuto del Berlusca, riesca quantomeno a disincagliare il bastimento italico dai bassi fondali. Poi, naturalmente, bisognerà decidere quale rotta prendere. Non sembra d’altra parte che nei più nobili consessi europei si brilli per schiettezza e chiarezza. Però vi abbonda un certo fastidioso e reticente paternalismo. Ieri, ad esempio, ha parlato Mario Draghi. Il presidente della Bce, riferendosi chiaramente all’Italia, ha detto che «per i paesi dell’Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all’Europa per quanto riguarda le riforme strutturali», sottolineando il fatto che «i paesi che hanno fatto programmi convincenti di riforma strutturale stanno andando meglio, molto meglio di quelli che non lo hanno fatto o lo hanno fatto in maniera insufficiente». Ora, capire quali siano questi paesi che «hanno fatto molto meglio» risulta piuttosto arduo, visto che nella “vecchia Europa” si registrano crescite trimestrali del Pil (nominale) pari a qualche stitico decimale. Inoltre, Draghi sa benissimo che le cosiddette (e mai ben esplicitate) “riforme strutturali”, proprio perché sono strutturali, non possono riflettersi positivamente nel breve termine sui numeri dell’economia, soprattutto sul troppo idolatrato Pil (nominale), che anzi nell’iniziale fase riformatrice potrebbe soffrire. E allora perché dice queste baggianate? Perché non dice tutta la verità? Politico anche lui?

Dire tutto il male possibile dei problemi strutturali dell’economia italiana si può e si deve, naturalmente. Però mi pare che ormai non solo in Italia ma anche nei civili paesi d’oltralpe e d’oltreoceano si conceda un po’ troppo alle ragioni (naturalmente) pressanti e miopi della politica. Scrolliamoci di dosso la tirannia dell’oggi e guardiamo le cose un po’ più da lontano: il fatto fondamentale di questi ultimi vent’anni, nel campo economico, non è forse proprio la progressiva “italianizzazione” delle economie occidentali? L’Italia è impiccata al suo debito da più di due decenni, e questo non le ha consentito facili e furbe (e assai poco lungimiranti) manovre espansive: la sua non crescita si spiega anche così. Mentre i numeri ci dicono che gli altri paesi del ricco Occidente, in buona sostanza, hanno fatto proprio questo, o con manovre classicamente stataliste (fondate appunto sul ricorso diretto al debito pubblico) o con l’incoraggiamento dato a quel credito facile (cioè ai debiti privati, anche contro la logica di mercato) che prima ha originato le bolle e poi, con lo scoppio delle bolle, la trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici. Questo è il dato fondamentale: l’Italia ha un rapporto debito/Pil pubblico al 135%, ma l’aveva al 120% anche vent’anni fa; poco è cambiato, anche se è una consolazione del piffero; mentre sia i nostri vicini europei in genere, sia gli USA e sia la Gran Bretagna, che all’epoca avevano un rapporto debito/Pil che era, a spanne, un quarto, un terzo o al massimo una metà (in percentuale) del nostro, ora lo stanno velocemente avviando verso la soglia lugubremente simbolica del 100%, senza contare chi questa soglia l’ha già superata da tempo: l’Italia non è più l’eccezione. E tutto fa sospettare che in realtà la loro modestissima crescita si spieghi, almeno per il momento, almeno fino a quando le mitiche riforme strutturali non faranno il loro effetto, col fatto che possono ancora raschiare qualcosa dal fondo del barile del debito.

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In Europa, da italiani

L’ “Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune” dell’Unione Europea si chiama così, probabilmente, proprio perché Sua Altezza non conta un piffero. Quindi le baruffe chiozzotte intorno alla nomina del nuovo “ministro degli esteri europeo” non riescono a catturare la mia attenzione. Ma una cosa mi ha colpito ieri: l’incondizionato, patriottico appoggio espresso in contrasto col gruppo popolare europeo dall’italo ed euro-popolare Angelino Alfano alla candidatura della italo-democratica, cioè della euro-socialista Mogherini. Il centrodestra vecchio e nuovo era andato sopra le righe anche due settimane fa difendendo a spada tratta l’italo-democratico, cioè l’euro-socialista Renzi, nel giorno del suo insediamento come presidente di turno del Consiglio della Ue, dagli attacchi subiti da parte del gruppo popolare europeo per le sue idee in materia di politica economica. Invece di mediare, parrebbe proprio che i «popolari» italiani provino in questo momento una particolare soddisfazione nel fare fronte comune col gruppo socialista europeo. E ciò potrebbe sembrare strano, se non fosse che tutta la truppa politica italiana a Bruxelles, a guardarla bene, ha qualcosa di strano. In primis, un partito socialista che si chiama democratico. Poi un partito grillino, il cui zoccolo duro è formato da un elettorato montagnardo e vetero-statalista, che si allea con l’UKIP di Nigel Farage, un partito “indipendentista” e mezzo libertario, nato da una costola del conservatorismo britannico. Poi un partito federalista-secessionista come la Lega Nord che stringe legami informali col Front National, espressione dello statalismo nazionalista francese. Non c’è proprio niente che quadri, tranne questo: la nostra antropologica avversione per qualsiasi forma elementare di coerenza.

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Telemaco Bonaparte

Era il discorso che inaugurava il semestre a guida italiana. Matteo il Rottamatore parlava con piglio napoleonico agli illustri rappresentanti del Parlamento europeo come se si trovasse davanti ad un consesso di generali e colonnelli rimbambiti. Parlare con un tono che non ammette repliche ma che tuttavia mantiene un tratto di calda, mediterranea cordialità, non da nemico perciò (nel qual caso vi tradireste), ha questo vantaggio: se anche dite delle sciocchezze monumentali chi vi ascolta è talmente sconcertato da dubitare della propria ragione. Ad un certo punto, come se si trovasse in quel momento esatto ad un crocevia della storia, il nostro Primo Console ha detto con accento ispirato: «E c’è anche una generazione nuova. Una generazione Telemaco. (…) La nostra generazione ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, ha il dovere di meritare l’eredità.» “Eh? Cosa? Come? Generazione Telemaco? E che roba è?” Così hanno pensato gli illustri rappresentanti del Parlamento europeo; ma sono rimasti impassibili, come capita a coloro che sono assai perplessi davanti a certe affermazioni ma hanno paura di mostrarsi ignoranti. Qualcosa del genere è capitato anche a me. Io sono un grande fan dell’Odissea, un libro che ho riletto più volte, e che mi è piaciuto perfino a scuola, il che è tutto dire. Eppure l’alato messaggio del Primo Console mi risultava misteriosissimo. Per fortuna il web stava già fornendo le necessarissime spiegazioni ai perplessi. La fonte d’ispirazione di Matteo era una tesi sviluppata negli ultimi anni dallo psicanalista Massimo Recalcati, e battezzata col nome di “complesso di Telemaco”. Tale complesso consisterebbe in un qualcosa …che non ho ben capito, e che soprattutto non ho molta voglia di capire. Ma insomma, mi par di capire, dopo non aver ben capito, che il messaggio del Primo Console alla sua truppa sia stato questo, in soldoni: «Siamo una generazione mezza orfana, ma cazzuta, non vittimista.» Il fatto, però, che Matteo si sia rifatto ad una recente tesi dal marchio di fabbrica italico, conosciuta solo a qualche confraternita di iniziati (magari nella convinzione che tale tesi fosse solo uno sviluppo di “un complesso di Telemaco” noto da secoli), pensando non solo di farsi capire, ma anche di farsi apprezzare per la colta allusione, dimostra che nel Primo Console il provincialotto non si è ancora perfettamente eclissato, che l’ex Piccolo Caporale non si è ancora dirozzato del tutto. Ma sono sicuro che questi genuini e vigorosi svarioni lo renderanno ancora più affascinante nei salotti che contano.

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Matteo, la sinistra e l’Europa

Capiamo bene il dramma del povero elettore di sinistra italiano: quanto in cuor suo gli piacerebbe votare per uno di quegli stagionati partiti socialisti o socialdemocratici che regnano placidi a manca in tante lande della più civile Europa! Quanto gli piacerebbe uscire da quel radicalismo di massa che lacera la sinistra italiana dalla fine della prima guerra mondiale! E dopo questa liberazione quanto felice sarebbe di poter finalmente sventolare senza fastidiose riserve mentali la sua bandieretta rossa rossa, come fa persino il compassato compagno danese o svedese! Purtroppo questi son solo bellissimi sogni. Qui da noi se ha voglia di sentirsi il sangue scorrere nelle vene può solo abbruttirsi col vaffanculismo palingenetico o fare un tuffo nostalgico nel comunismo della Magna Grecia. Se invece non vuole ubriacarsi gli tocca sorbirsi la sbobba insapore di un democraticismo liberal che non ha neanche il pregio di esserlo sul serio. C’è da dire però, per sua fortuna, che il berluschino di famiglia democristiana, ex popolare ed ex margheritino Matteo Renzi si sta giocoforza ogni giorno sempre più adattando alla forma mentis del popolo post-comunista. Soprattutto, purtroppo, nella specialità indiscussa della sinistra italiana: il vizio della smemoria. Ieri in Piazza del Popolo ha detto: «Noi stiamo votando semplicemente per le europee, che significa votare per il nostro futuro ma anche partendo dal nostro passato. Nel 1957 in questa città tanti uomini e donne ebbero il coraggio di costruire una Europa partendo dal carbone e dall’acciaio. Una idea diversa di Europa consentì di portare questo continente alla pace». C’è anche da dire che il giovanotto Matteo certe cose effettivamente non le può ricordare e che forse semplicemente non le sa. Non sa, forse, che la sinistra italiana solo all’inizio degli anni ottanta si convertì definitivamente al progetto dell’Unione Europa (e dopo naturalmente, un passo alla volta, cominciò a rompere e a scomunicare); che fino ad allora questa Europa era stata combattuta come un progetto “americano” e “capitalista”; che ancora nel 1978 il PCI riuscì a votare, tra molte titubanze, contro l’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo. E la cosa stupefacente è che nessuno additò al pubblico ludibrio questi “antieuropeisti” di sinistra

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Il «berlusconismo» e la Dc

Vi prego di osservare una cosa. Da un bel po’ di tempo ormai sui giornali piccoli e grossi di sinistra e su quelli grossi di centro che guardano a sinistra, cioè su quasi tutta la stampa italiana, si possono leggere frasi come queste: «Ah, se anche noi in Italia avessimo una destra europea!», oppure: «Perché in Italia non esiste un centrodestra europeo, un centrodestra come la Cdu tedesca per esempio?», oppure: «Perché da noi un moderno partito liberal-conservatore, di cui avremmo tanto bisogno, non riesce a mettere radici?» Osservate queste parole: «destra», «centrodestra», «partito liberal-conservatore». Sono parole che fino a vent’anni fa, in Italia, non avevano nemmeno cittadinanza politica. Se qualcuno li avesse definiti di «centrodestra», i democristiani avrebbero guardato costui come un marziano affetto da coprolalia. Ora invece queste parole vengono usate tranquillamente, e spesso per attaccare il «berlusconismo». Eppure è proprio l’immondo «berlusconismo», con la sua ventennale resistenza, che le ha fatte accettare nel dibattito politico. Prima non potevate usarle, cari i miei scribacchini. E’ il «berlusconismo» che ha europeizzato il linguaggio politico italiano!

Il «berlusconismo» non è stato un fenomeno anti-democristiano. La Dc governò il paese per quarant’anni, grazie alla glaciazione dovuta alla guerra fredda, ma lasciò, per quieto vivere e per viltà, che il Pci lo facesse suo. Lasciò alla sinistra raccontare la storia dell’Italia repubblicana. La storia di un’Italia governata da un regime corrotto e cripto-fascista, alla quale solo la responsabile presenza del Pci garantiva un resto di democraticità foriero di speranza, fino al giorno in cui, con il crollo del regime, il tempo della vera «liberazione» e della «democrazia compiuta» (esemplare parto linguistico giacobino) sarebbe arrivato nel nostro paese. E’ obbedendo a questo schema mentale che molti giovanotti impazienti presero le armi negli anni settanta. Ed è l’identico schema mentale che oggi la sinistra mantiene nei confronti del «berlusconismo», e che le impedisce di essere, nello spirito, veramente socialdemocratica e veramente europea. Quando la Dc crollò sotto i colpi di Mani Pulite era da almeno un quarto di secolo che, irretita dall’aggressività del Pci, non parlava più all’elettorato conservatore italiano. La Dc si era involuta, parlava il linguaggio della sinistra, ed ormai aveva ben poco in comune con le esperienze politiche delle altre «destre» europee, compresi i cristiano-democratici tedeschi (chi si sarebbe mai potuto immaginare a quei tempi, tanto per dire, un Franz Josef Strauss italiano? Per gli standard imposti dalla vulgata rossa sarebbe stato un fascista fatto e finito!). La Dc, nei fatti, era uscita dall’alveo europeo.

Il «berlusconismo» non ha rappresentato una reazione alla Dc ma una risposta alla degenerazione della Dc. E’ il «berlusconismo» che ha liberato di prigione il liberalismo, il liberismo, il conservatorismo, la destra, il centrodestra, il presidenzialismo, la protesta fiscale, parole e temi cari al conservatorismo politico occidentale. Per la politica italiana si è trattato, nei fatti, di una grande operazione culturale di «normalizzazione europea» e di verità. E’ per questo che gli avversari del «berlusconismo» – in primis l’anomala sinistra italiana mai diventata nello spirito socialdemocratica, e quindi timorosa di questa luce rivelatrice – hanno reagito con una massiccia operazione di depistaggio, puntando i fari sui suoi aspetti pittoreschi ed irripetibili, tutti riconducibili alla figura fuori dell’ordinario di Berlusconi, l’outsider possente capace di rompere l’incantesimo. Operazione alla quale, naturalmente, i giornali dell’establishment si sono adeguati, come dapprima si erano adeguati alla vulgata rossa, veicolandola poi in tutto l’orbe terraqueo.

Il «berlusconismo», in senso stretto, finirà con la fine della vita politica di Berlusconi. E questa fine ormai è vicina. Ma chi alla luce delle ultime vicende vede in essa la vittoria del vecchio, insulso, infecondo centrismo democristiano sbaglia. I «popolari» che hanno scelto di appoggiare il governo Letta, vincendo il braccio di ferro col loro vecchio leader, sono stati tutti battezzati o ribattezzati da Berlusconi. La colombella Quagliariello è il teorico del gollismo italiano: la differenza coi vecchi democristiani andati a male è enorme. Il «berlusconismo» ha riportato la vecchia Dc nell’alveo europeo. Poi, chiusa la partita «popolare», si aprirà giocoforza la dolorosa partita «socialdemocratica», sempre rimandata grazie all’oppio berlingueriano della «questione morale», ossia la continuazione del comunismo con altri mezzi. Chiusa quella, la vera normalizzazione e pacificazione del quadro politico italiano sarà portata a termine. E’ questo il significato storico del «berlusconismo».

Un’ultima osservazione. La politica vista da vicino farà sempre schifo, l’opportunismo e il piccolissimo cabotaggio continueranno ad essere esasperanti, l’incapacità di pensare a lungo termine irrimediabile. E ai sostenitori del liberal-conservatorismo il nuovo centrodestra continuerà ad apparire disperatamente «socialista». Come lo sono in gran maggioranza i centrodestra europei. Ma quella è un’altra partita. Da gesuiti.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Bersani il populista

«Proprio perché Monti può essere ancora utile, sarebbe meglio che restasse fuori dalla contesa», ha detto l’altro giorno Bersani. Non è la prima volta che nei confronti di Monti usa un linguaggio da bulletto, da padrone che non deve alzare la voce per farsi obbedire, un linguaggio da bolscevico insomma, ma chissà perché Monti non se ne adonta mai, né la grande stampa censura il segretario PD, come invece fa con implacabile e farisaica seriosità coi cialtroni di «destra» quando mettono il Salvatore in questione. Eppure mai come nell’anno del Monte Bersani (e i suoi luogotenenti) e Berlusconi sono apparsi così vicini sui temi della politica economica e dell’Europa. Infatti penso che il grande Silvio – al quale in questo momento difficile voglio ribadire un sostegno degno di uno che appartiene con pieno merito alla nobile schiatta dei suoi servi e lacchè – penso che il magnifico Silvio, dunque, su queste materie abbia detto un sacco di corbellerie. Comunque, leggete sotto e trovate un po’ la differenza:

«Adesso bisogna che l’Europa agisca collettivamente: l’Italia non affonderà l’Europa, ma sia chiaro che l’Europa di Merkel e Sarkozy non può farci affondare tutti». Lo dice Pier Luigi Bersani a Sky Tg24. «Noi dobbiamo avere una posizione nazionale in Europa e dire che noi siamo pronti a fare riforme, andremo avanti nel cambiamento, ma noi manovre non ne facciamo più perché non si può chiedere di più a un Paese che raggiunge il 5 per cento di avanzo primario l’anno». (www.adnkronos.com/ign 3 gennaio 2012)

«Di questo passo, quindi, rischia perfino la Germania. Si dia qualche regolata, allora, in modo tale che, quando si arriva ai vertici, si arrivi a qualche decisione». Trilaterale Monti, Merkel, Sarkozy; Eurogruppo; Consiglio europeo. Di qui alla fine di gennaio sono molte le occasioni per “stringere”. E Berlino «deve mollare, deve dare una mano a fare girare un po’ d’economia se non vuole che vada sotto anche lei». E deve sconfiggere quel pregiudizio che circola nella sua opinione pubblica. «Loro che con l’euro altroché se ci hanno guadagnato; sono convinti invece che ci hanno rimesso», commenta Bersani. (www.unità.it, 8 gennaio 2012)

Pier Luigi Bersani cosa vorrebbe che il premier Monti dicesse ad Angela Merkel, in visita a Roma? «Con la diplomazia e con il buon inglese del nostro presidente del consiglio vorrei che si lanciasse un messaggio garbato ma comprensibile: condividiamo un’esigenza di rigore ma se facciamo solo rigore andiamo contro un muro. Direi alla Merkel che l’idea che ognuno si salva da solo non è vera, non è stata vera neanche per la Germania perché l’euro nacque dal dopo Muro, in un patto non solo economico ma strategico e politico. Quel patto prevedeva l’unificazione e la moneta comune, per noi il patto è ancora quello» (www.unita.it, 16 febbraio 2012)

«Non so quanto ci sia di tattico, certo è una posizione negativa quella della cancelliera Merkel sugli eurobond. Non sono i soli strumenti a disposizione ma serve uno strumento per mutualizzare il debito altrimenti difficilmente possiamo affrontare il futuro». Lo ha detto Pier Luigi Bersani, a margine della scuola di formazione politica del Pd. «La posizione della Merkel non è quella dell’Spd e mi auguro che dal Governo italiano arrivi una parola forte perché se continuiamo così sono guai». (www.unita.it 11 maggio 2012)

«Bersani ha rilevato un punto che nei fatti la commissione europea ha evidenziato una decina di giorni fa. Cioè quando ha diffuso previsioni per il 2012-1013 dalle quali emerge che in tutta l’area Euro il debito pubblico sta aumentando, la recessione si allarga, la disoccupazione si impenna. Questo è il risultato di una linea di austerità che non guarda all’economia reale. Ora c’è bisogno di rimettere in moto l’economia per ridurre il debito pubblico perché la ricetta che l’area euro sta attuando lo aumenta. Invece serve sostegno alla domanda. Faccio rilevare a tutti quelli che ci hanno criticato come vetero-keynesiani, che in questi giorni Barroso sta introducendo la golden rule perché c’è un problema di domanda in Europa. Noi vogliamo andare avanti su quella strada che è diversa da quella che i conservatori europei continuano a raccomandare. (…) È da anni che diciamo che applicare austerità e svalutazione del lavoro porta ad un avvitamento e ad un aumento del debito pubblico. E’ quello che si sta verificando in tutta l’ area euro. (…) Ad ogni modo, noi con le primarie abbiamo preso l’impegno di agire con gli altri progressisti europei per rianimare l’economia europea per ridurre il debito pubblico che dopo anni di cure Merkel aumenta: noi vogliamo rimettere l’economica reale al centro.» (www.huffingtonpost.it, intervista a Stefano Fassina, 10 dicembre 2012)