La questione dei migranti in poche parole

Anche se è contro-intuitiva, la ragione di questo esodo africano non sta nelle guerre e nella fame (le quali vi contribuiscono solo in piccola o infima percentuale) ma nella robusta crescita economica – nonostante tutti gli angoli bui del fenomeno – che da anni l’Africa sta sperimentando, come peraltro l’attuale suo boom demografico dimostra al livello di base, quello del superamento dell’economia di sussistenza e del drastico abbattimento dei pur sempre alti tassi di mortalità infantile. E davvero le prospettive di emancipazione dai suoi secolari ritardi non sono mai come adesso state così promettenti per il continente nero. Ci sono, ad esempio, stati come l’Etiopia (chi l’avrebbe mai detto qualche tempo fa?) che stanno oramai pensando in grande, specie nel campo delle infrastrutture e dell’energia. Cosa ha portato tutto questo? Ha portato agli squilibri tipici dei periodi di crescita, ma in un quadro dove i beni primari sono generalmente a disposizione di tutti, com’è ampiamente dimostrato dalla sana e robusta costituzione fisica dei giovanotti che arrivano sulle nostre coste.

E’ tipico della natura umana, tuttavia, accettare molto più facilmente l’uguaglianza nella miseria che la differenza nella ricchezza, seppur riconducibile in questo caso alla povertà di chi è appena uscito dalla vera miseria. E così fino a qualche tempo fa, fra le popolazioni africane in generale, e almeno a livello inconscio, la miseria era sentita fatalisticamente, e quindi con una specie di morbosa tranquillità, come una componente endemica, congenita e ineluttabile della stessa africanità. Era la rassegnazione degli esclusi dal tavolo del mondo. Ma da quando l’Africa è entrata davvero nel Villaggio Globale (compreso quello dei media) le giovani generazioni sentono più il pungolo di questa differenza che quello della loro relativa e non più assoluta povertà, e la sentono soprattutto nei confronti di quell’idealizzata Europa di Bengodi che oggi i mezzi di comunicazione immateriali fanno sentire, e quelli materiali in parte mettono, a portata di mano. La ricerca di un posto al sole può attivare solo coloro per i quali la meta non è più un miraggio fantastico: è l’inclusione, non l’esclusione – intesi in questo caso come esiti di processi di portata storica – la precondizione che ha portato centinaia di migliaia di persone sulle nostre coste.

Ciò ha provocato uno sciame migratorio di natura irrazionale e semi-isterica, umanamente comprensibile ancorché ingiustificato, che ha ingrossato a dismisura il commercio e le vie di terra e di mare dei trafficanti dei veri profughi. In Africa le autorità politiche e religiose, nonché uomini di cultura e anche personaggi del mondo dello spettacolo – nel silenzio dei media occidentali (e anche della Chiesa Cattolica, purtroppo), tesi a propagandare i dogmi progressisti in materia di migrazioni – hanno quasi unanimemente deprecato questo sommovimento che, oltre a strappare dal continente tanta gioventù (per quanto ancora ben poca cosa sul piano dei numeri complessivi, vista la galoppante demografia), manda anche e soprattutto un messaggio sbagliato alle giovani generazioni in un momento cruciale e pieno di speranza della storia africana.

Così in pochi anni sono sbarcate in Italia circa 700.000 persone. Alla luce delle domande fin qui esaminate si stima che poco meno di un decimo abbia i requisiti per ottenere il diritto di asilo politico, in quanto profugo o rifugiato in senso proprio. Altri, sempre poco meno di un decimo, possono aspirare alla protezione sussidiaria. Altri ancora, un quarto circa, possono aspirare a intrufolarsi nelle maglie larghe del vago permesso di soggiorno per protezione umanitaria.

Ciò significa che se anche l’Italia sbrigasse all’istante tutte le pratiche di richiesta di asilo, e l’Europa in un impeto sbalorditivo di generosità si offrisse di accogliere tutti i veri profughi, all’Italia rimarrebbe in pancia la stragrandissima maggioranza dei migranti, la maggioranza dei quali risulterebbe inoltre irregolare sic et simpliciter. Senza contare che gli ostacoli legali, le lungaggini burocratiche, il costo materiale delle espulsioni di fatto tratterranno in Italia per anni la massa degli irregolari. Ciò era risaputo fin dall’inizio del moto migratorio tra Africa e Europa; e la strategia degli immigrazionisti di tutti i colori, quale che fosse il loro scopo ultimo, fin dall’inizio è stata quella di mettere l’Italia di fronte al fatto compiuto. Possiamo fin d’ora dire che tale strategia ha funzionato per i migranti già arrivati: in un modo o nell’altro la maggior parte è destinata a restare qui, per i problemi tecnico-legali sopramenzionati e anche perché saremo sempre più bombardati dalla retorica sentimentale-sensazionalistica sui casi lacrimevoli (e spesso di per sé umanamente comprensibili) di clandestini oramai integrati.

L’Europa, su questo quadro generale della situazione, che è frutto di dinamiche di eccezionale portata, e non l’esito di movimenti migratori fisiologici, tace farisaicamente, attaccandosi alla lettera della legge, anche perché noi – soprattutto quando abbiamo ragione – non sappiamo nemmeno far valere le nostre giuste ragioni e ci perdiamo in scomposte recriminazioni che nella loro goffaggine fanno ridere i paesi d’oltralpe e facilitano il rimpallo delle responsabilità: è la strada per finire cornuti e mazziati.

In campo cattolico, invece, e fin ai più alti livelli, il fenomeno dei migranti ha dato la stura a interpretazioni distorte, orizzontali, immanentiste, nichiliste o millenariste dell’universalismo cristiano, come se il melting pot a tappe forzate imposto per tacito decreto portasse a compimento l’ineluttabile percorso del Cristianesimo nella storia; quando al contrario l’universalismo cristiano, a differenza di quello laicista-giacobino e di quello teocratico-islamico, si stende sul corpo della storia modellandolo nel tempo con dolce imperio, senza fargli violenza e senza annichilire i corpi specifici delle nazioni; da qui una convergenza universale che non è sinonimo di spoliazione e alienazione, e in ogni caso mai di compimento perfetto, anche giunti alla pienezza dei tempi: quel compimento travalica la realtà di questo mondo ed è destinato al grano, non alla zizzania, piaccia o non piaccia il concetto.

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Bestiario politico delle elezioni

Movimento 5 Stelle

Il destino del M5S è quello di diventare – per quanto tempo non si sa – il nuovo partito radicale di massa della sinistra statalista e giacobina erede del PCI: il nuovo fattore K, come ha per tempo intuito il vecchietto spelacchiato ma ancora in gamba di Arcore. Il vaffanculismo universale di Grillo è servito sia per nascondere questa sua intima identità sia per raccattare voti un po’ dappertutto fra gli scontenti, ma la sedimentazione a sinistra del movimento si fa sempre più evidente. I grillini sono i polli allevati in batteria nella stagione demagogica della questione morale, la quale incarna il populismo più velenoso, pericoloso e meno riconosciuto che l’Italia repubblicana abbia mai visto sorgere. I loro veri padri spirituali sono Berlinguer e Scalfari. Il primo vide nel giacobinismo puro e duro l’unica possibilità per il PCI di arginare la possibile disgregazione causata dall’uscita dal marxismo, grazie al potenziamento fino alla sublimazione della solidarietà settaria creata dal mito della diversità comunista: la politica, negando la sua ragione d’essere, doveva così ridursi alla pura contrapposizione belluina tra buono e cattivo, onesto e disonesto, incorrotto e corrotto. Il secondo aveva già anticipato questo compiuto fariseismo di massa con la nascita de La Repubblica. Sgombrato il campo dal marxismo, nulla più impedì ad azionisti e post-comunisti di unire i loro destini. E infatti col tempo, insensibilmente, la sinistra si è vieppiù identificata col Partito di Repubblica. I pentastellati rappresentano l’evoluzione montagnarda, ultra-laicista e perciò morbosamente pseudo-religiosa di questo avvitamento rivoluzionario, come attestano la malcelata attrazione per un certo esoterismo da Essere Supremo e paccottiglia varia e per la pratica del culto della madre terra.

Partito Democratico

La storia del PD si specchia in quella del M5S e il suo destino è quello di essere liquidato dai montagnardi pentastellati. Il Partito Democratico si chiama così, e non invece Partito Socialdemocratico, come vorrebbe l’evoluzione naturale di un partito post-comunista, perché non nasce da una Bad Godesberg italiana, ma dalla liquidazione e damnatio memoriae del Partito Socialista di Craxi e dall’oblio della storia del socialismo italiano dopo la scissione di Livorno. Non avendo mai fatti i conti con la storia, i post-comunisti hanno potuto continuare a dipingersi come i rappresentanti dell’Italia Migliore, a cominciare dalla sua gioventù, nonché i soli dignitari di quella Corte di Cassazione dell’Opinione Pubblica di vago sentore mafioso che si fa chiamare Società Civile; il tutto grazie anche ad una presa sulla cultura sempre più egemonica che ha di fatto imposto al volgo col tempo una narrazione favolosa e falsa della storia dell’Italia repubblicana nata dalla mirabolante e santissima Resistenza. Per quest’Italia il 1945 doveva essere l’Anno I dell’Era Antifascista così come il 1922 lo fu per quella Fascista, sennonché la democrazia rimase incompiuta a causa della vittoriosa anti-resistenza di una classe politica corrotta, mafiosa e antropologicamente ancora fascista. Gli insulsi concetti di Resistenza tradita, di democrazia incompiuta e di costituzione da applicare sono i capisaldi di questo strampalato millenarismo pseudo-religioso, fondato su una sorta di fake news all’ennesima potenza, che è persino sfociato nel terrorismo diffuso degli anni settanta. Svuotato del marxismo, ma provvisto ancora del certificato di superiorità antropologica, il contenitore post-comunista ha potuto così riempirsi di tutto senza mai diventare un qualcosa. L’insostenibile frivolezza salottiera del veltronismo lo ha infine trasformato in una specie di partito liberal scimmiottante l’America kennediana ma purtroppo per esso nato in Italì. Il trionfo strepitoso alle elezioni europee 2014 del PD guidato da Renzi il Rottamatore (cioè l’Epuratore scelto dagli ottimati dei salotti buoni, politicamente corretto e dalle buone maniere) aveva illuso molti che questo vuoto pneumatico potesse vivere di vita propria, ma un’analisi corretta del voto avrebbe visto invece in quel trionfo la resa solo momentanea di un paese disilluso e sfiancato «dal mobbing della società civile», come scrissi a botta calda dopo le elezioni, agli influenti sponsor italiani ed esteri del Partito della Nazione. Un po’ alla volta il PD si è afflosciato come un gommone di naufraghi alla deriva sul mare mosso della politica, anche perché il monopolio dell’identitarismo giacobino-giustizialista, che è l’unica e sciagurata ancora di salvezza a cui la sinistra italiana si aggrappa quando è in ambasce, gli è stato definitivamente sottratto dalla Montagna Grillina.

Forza Italia

Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, indipendente dal giudizio sulla sua persona, è che il berlusconismo rappresenta di fatto un tentativo di sana normalizzazione della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un istinto bestiale, la damnatio memoriae) che in caso di successo costringerebbe il paese ad una rilettura complessiva della storia politica e morale dell’Italia repubblicana. Il berlusconismo politico s’identifica sostanzialmente in un progetto (ed è proprio sul presupposto della sua intrinseca impoliticità che gli analisti si sono negati ogni possibilità di comprensione corretta del fenomeno Berlusconi): la riunione di tutto il centrodestra italiano dopo il lungo periodo della progressiva diserzione democristiana dall’elettorato conservatore (che la storia nei fatti le aveva consegnato in custodia) e dopo che la Balena Bianca era stata arpionata a morte dai giustizieri di Mani Pulite senza manco combattere; riunione senza preclusioni di sorta, perché è sensato farlo e perché non c’è alcuna alternativa. Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Forza Italia non è tanto un partito ma piuttosto l’indispensabile architrave di un progetto politico che risponde a bisogni profondi e direi quasi organici della società italiana, per quanto sgangherata e poco consapevole possa poi apparire la sua realizzazione, giacché l’idea berlusconiana continua ad essere feconda e più grande, in generale, della marmaglia vacua che l’interpreta. Ciò spiega due cose: da una parte la demonizzazione e il cannoneggiamento persecutorio cui FI è sottoposta da un quarto di secolo; dall’altra l’altrimenti inesplicabile resilienza di un partito di plastica che nel momento topico sembra sempre miracolosamente rinascere a dispetto della grande setta che gli si oppone e anche a dispetto di alleati più strutturati che lo tiranneggiano spesso e volentieri a livello locale. Il fatto che FI sia il partito più sbertucciato dell’Orbe Terraqueo e quello preferito dalle casalinghe di Voghera è la dimostrazione scientifica della sua indispensabilità.

Lega

In prospettiva l’unica opzione politicamente seria, costruttiva e vincente per il partito ex-nordista era quella di diventare il braccio bavarese dell’ex PDL, una sorta di CSU italiana, limitata sostanzialmente a quel quarto d’Italia che è demograficamente il lombardo-veneto. I leghisti hanno avuto vent’anni di tempo per capirlo, ma non ce l’hanno fatta. Invece, da somarelli, hanno passato il tempo a coltivare la loro diversità dal Berlusca, salvo fare comunella con lui quando le vacanze finivano, ossia in occasione delle elezioni politiche; e a coltivare la loro organizzazione sul mitico territorio del piffero, animati da una specie di eco-statalismo su scala regionale, neanche fossero il PD delle regioni bianche e conservatrici. Eppure il boom leghista degli anni ottanta rintronò negli orecchi dei democristiani padani quale ferale avvertimento quando il boss varesino della Lega Lombarda, Umberto Bossi, assai più politico, assai meno educato e morigerato dei confratelli veneti di allora, cominciò a martellare su un tema che fino ad allora era rimasto tabù in Italia, ma che in effetti faceva e fa parte della normale artiglieria propagandistica delle destre liberali in qualsiasi paese occidentale, e che doveva riunificare e qualificare (assai più del tema dell’immigrazione clandestina) il fronte della protesta sopra la linea gotica: le tasse. Oggi la situazione si è capovolta con la lega nazionale di Salvini, il quale ha sollevate le sorti del partito sposando il sovranismo alle vongole che lo sciagurato Zeitgeist  dei giorni nostri ammannisce alle plebi: vedi sotto alla voce fratelloni d’Italia.

Liberi e uguali

La ragione sociale della truppa capitanata dall’ex magistrato Grasso sembra suggerire propositi ferrei e rivoluzionari. In realtà è il prodotto della classica Sindrome di Stoccolma. LeU si definisce con due proporzioni matematiche: 1) LeU : PD = sxDC : DC; 2) LeU : M5S = sxDC : PCI; ovvero i liberal-egalitari stanno al PD come la sinistra DC stava alla DC; e stanno al M5S come la sinistra DC stava al PCI. In breve hanno una voglia matta di farsi cooptare dai sanculotti del M5S, nella folle speranza di riuscire ad entrare un po’ alla volta nella loro stanza dei bottoni, ma per decenza non possono impersonare il soggetto passivo di questo coito nefando prima delle elezioni.

Fratelli d’Italia

I fratelloni d’Italia sono i più coerenti alfieri della causa sovranista. Quindi sono anche i più confusi. E tale è la confusione in giro pel vasto mondo che da qualche tempo cinesi e francesi – proprio loro!!! – hanno il fegato di presentarsi come difensori del libero scambio e di bastonare il protezionismo altrui. La sensazionale faccia di tolla di questi signori si spiega col fatto che i primi sono ancora comunisti e i secondi sono figli di una nazione che ha mille anni e che fin dai tempi di Ugo Capeto ha avuto una straordinaria considerazione di sé: per questi ultimi, quindi, dire in nome della Francia tutto e il contrario di tutto è diventata una seconda e persino elegante natura. Nella lotta tra globalisti e sovranisti non dovrebbe essere difficile vedere, invece, come spesso queste due visioni del mondo abbiano molto in comune: quella globalista, che per passa per liberale, è in realtà l’espressione di un sovranismo internazionale, globale appunto, che cerca di accentrare su di sé il potere politico e finanziario, lo stato e la moneta; ma è esattamente quello che i sovranisti vogliono fare, nella loro confusione mentale, su scala nazionale, nell’illusione di poter dirigere e far rifiorire l’economia pigiando i bottoni dal quartier generale. A rimetterci sarà sempre la gente comune. Il globalismo e il sovranismo nazionale sono due facce della stessa medaglia: è la lotta fra il sovranismo internazionale e i sovranismi nazionali; è cioè la versione del XXI secolo del confronto fra il socialismo internazionale e i socialismi nazionali del XX secolo. Alati discorsi che l’elettore dei fratelloni degnerebbe di attenzione, senza capirci nulla, solo se a pronunciarli fosse un marziano in persona. Per cui la Meloni fa bene ad infischiarsene ed andare dritta per la sua confusa strada.

Noi con l’Italia

Questa allegra combriccola si riassume antropologicamente nella figura di Raffaele Fitto. Quando Alfano e i ministri pidiellini del governo Letta maturarono lo strappo con Berlusconi che avrebbe portato alla nascita del Nuovo Centrodestra, Raffaele Fitto volle interpretare, con l’ottusa musoneria che gli è caratteristica, la figura del capo dei lealisti, nonostante Silvio lo scongiurasse di non favorire la rottura. Col paventato Patto del Nazareno fece lo stesso, blaterando di confluenza di FI nel Partito della Nazione. Alla rottura del Patto mentre Berlusconi cominciava a riannodare i fili dell’alleanza con Salvini, Fitto si metteva a denunciare la subalternità di Forza Italia alla Lega, come prima aveva denunciato quella nei confronti di Renzi. Al quale ultimo però s’ispirò reinventandosi in seguito Ricostruttore e fondando la sua creatura politica, Conservatori e Riformisti, la quale aderì all’omonimo gruppo al parlamento europeo che riunisce forze conservatrici ed euroscettiche: fu una di quelle stravaganti idee che solo può concepire un democristiano della sua razza, incapace di concepire una sola idea. Alla fine della giostra si ritrova oggi figura forte dell’ennesimo partitino centrista, alleato del Berlusca, insieme a coloro che trattava da traditori quando cominciò a fare i capricci. Gente di questa pasta se la conosci la eviti; ma se non la puoi evitare e impari a conoscerla tanto bene da prevederne le giravolte, può anche diventare una certezza.

+ Europa

Rappresentando l’avanguardia dell’alta borghesia decadente, e quindi della nomenklatura, e quindi nulla in realtà rischiando, l’aureola del martirio posta idealmente sulla testa degli storici leader radicali, a coronamento di una civettuola commedia durata mezzo secolo, è stata conquistata da questi eroi a costo zero. La creatura della grande italiana Emma Bonino è perciò l’incarnazione politica di quel liberalismo senza Dio che andando a male si trasforma in un rancido libertinismo in tutto lo splendore del suo mortifero corollario nichilista. Nella realtà delle cose, però, lo spirito del libertinismo si è sempre sposato con lo spirito dello statalismo proprio delle classi agiate e pantafolaie che usano lo stato contro la gente nova che vorrebbe far loro le scarpe. I sovranisti in buona fede non hanno mai capito che l’ultra-liberalismo che nella loro sprovvedutezza credono di combattere non è altro che un dirigismo su più larga scala, un sovranismo molto più sveglio del loro, che di liberale per l’uomo della strada non ha un bel nulla.

Popolo della Famiglia

La ragione remota della nascita del personalissimo partitino del popolo al 100% cattolico è che a Mario Adinolfi non riuscì di diventare un cattolico adulto di successo: non per mancanza di talento, ma per troppa ambizione. Ritenendosi in gambissima e più sveglio del 99,99% del genere umano, l’ex democristiano di sinistra e co-fondatore del Partito Democratico non ha mai sopportato di essere il N° 2 di qualcosa o qualcuno, figuriamoci il N° 78 o 84. Dopo essersi guardato un po’ attorno (alle elezioni 2013 votò Scelta Civica alla Camera e M5S al Senato), da giocatore di poker qual è decise allora di buttarsi con determinazione dalla parte del cattolicesimo non adulto: all’uopo scrisse un libro/manifesto dal titolo appropriato, Voglio la mamma, per poi iniziare la crociata vera e propria con il lancio del quotidiano La Croce, e per finire in bellezza fondando il partito con la tecnica del colpo di stato, cioè trafficando nell’ombra e mettendo i suoi amici dell’organizzazione dei Family Day di fronte allo scippo compiuto. Il tutto messo in opera con la giovialità fredda e manipolatrice di un uomo che – lo credo fermamente – non crede assolutamente a nulla. L’ipocrisia del cattolico adulto sta nel giustificarsi a posteriori con la teoria del male minore facendo di proposito a monte il male maggiore con scelte politiche assurde che lo condannano all’irrilevanza; Adinolfi, che di quella scuola di potere è figlio, fa di proposito lo stesso in nome del bene maggiore: il primo resta un membro della nomenklatura, il secondo resta a capo della sua setta.

La piccola Germania

La supremazia economica della Germania in Europa è in genere grandemente esagerata. Basti pensare che il Pil complessivo di Italia e Spagna (che contano insieme 107 milioni di abitanti) è grosso modo uguale a quello del paese tedesco (che conta 83 milioni di abitanti). Si tratta senz’altro, comunque, di una supremazia relativa. Alla quale però non corrisponde, per generale consenso, un’adeguata capacità di leadership. Con questo non si vuol dire che i tedeschi abbiano avuto completamente torto nella loro intransigenza ragionieristica verso la Grecia scialacquatrice: meglio loro che i sovranisti monetari alle vongole o i teorici compulsivi di manovre economiche espansive anche in presenza di debiti pubblici astronomici. Tuttavia il caso greco andava oltre questo schema. Non era paragonabile a quelli degli altri (e sempre più numerosi) Piigs. Era il caso di un paese che aveva imboccato la strada del non ritorno: il delitto, per così dire, era già stato compiuto. Il vero problema, difficilissimo, che l’Europa aveva davanti era allora questo: com’era possibile imbarcarsi nel salvataggio e nella ricostruzione di un paese andando contro le regole che l’Europa si era data, ed indirettamente agire in modo ingiusto nei confronti di altri paesi che avevano fatto o stavano facendo grossi sacrifici pur di tirarsi fuori dai loro problemi, senza che ciò diventasse un precedente? In ogni caso bisognava avere il coraggio di prendere atto di un fatto che andava ormai al di là di considerazioni astrattamente moralistiche, senza per questo negare le ragioni di chi si lamentava.

Per questo gioco di prestigio ci voleva il carisma di una nazione avvezza a guidare altri popoli. La Germania ha invece preferito interpretare una parte in commedia, fors’anche la meno demagogica, ma non all’altezza della sua presunta leadership. Lo spirito tedesco sembra ancora incapace di andare oltre se stesso e di pensare in grande, forse per paura di cadere nella grandeur come le è sempre accaduto nel passato, e cioè in modo volgare, grossolanamente prevaricatore (mentre altri grandi paesi hanno spesso saputo prevaricare in modo sapiente): con la Grecia, infatti, non abbiamo visto all’opera il temuto Quarto Reich, ma la piccola Germania. Alla Germania la modernità, per un vasto concorso di precedenti storici, pare abbia riservato il ruolo di potenza anti-universalista. I miti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti o della Francia, al contrario, hanno avuto una componente universalista e ciò li ha predisposti a simpatie generalizzate, anche se non sempre giustificate. Queste nazioni, infatti, si sono sempre proposte, più o meno ostentatamente, come veicoli e modelli di civilizzazione.

Qualcuno potrà dire – e non sbaglierà certo di molto – che i francesi sono in realtà il popolo più nazionalista d’Europa, e in generale si può sicuramente dire che questi afflati universalisti (liberali o democratici che dir si voglia) sono tutt’altro che disinteressati, e che spesso hanno coperto (come nell’Atene dell’antichità) aspirazioni imperialistiche. E’ tutto vero e io non sono certo tifoso della contrapposizione insanabile tra Zivilisation e Kultur. E tuttavia, per rimanere in ambito in senso lato germanico, persino l’Impero Asburgico, simbolo per eccellenza di temperata ma ostinata conservazione (ma cattolico, e quindi con una forte componente universalista), seppe emanare, in virtù anche di quella multi-etnicità che al tempo stesso lo fragilizzava , un fascino sovra-nazionale che resiste ancor oggi; e in un certo senso solo Vienna seppe essere per una stagione non tanto breve quella capitale cosmopolita irraggiatrice di cultura, alla stregua di Londra o Parigi, che il mondo propriamente tedesco non conobbe mai. Nella battaglia fra Zivilisation e Kultur (o meglio nella tensione, che può e deve essere feconda) alla Germania toccò invece il ruolo di diventare il campione della seconda; fatto che alla lunga ne ha ridotto la propria capacità di visione politica, anche in tempi in cui la sua democrazia sembra essere fra le più salde del continente.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Banche e popoli pari sono

Da Atene, nel giorno del trionfo vagamente funereo di Tsipras, Beppe Grillo ha lanciato il suo non troppo originale grido di guerra: Potere al popolo, non alle banche! Nonostante ciò il capo dei vaffanculisti, come tanti amanti del popolo di destra e di sinistra, è un fanatico della mitica sovranità monetaria. Sennonché la presunta efficacia miracolosa della sovranità monetaria riposa tutta sulla presenza di una banca centrale nazionale che fa il bello e cattivo tempo, nei confronti del buon senso e del mercato, manipolando la moneta in obbedienza ai desiderata di un potere politico che per compiacere il popolo fa il suo male a medio-lungo termine. Pensateci bene: i media considerati più vicini all’Europa tecnocratica non erano quelli che fino a poco tempo fa magnificavano la potenza di fuoco del bazooka di Draghi? Non era quello un esempio della stessa fiducia nel potere taumaturgico di una moneta capace secondo alcuni belli spiriti di creare – nientepopodimeno – ricchezza? Questa segreta affinità elettiva dimostra che, così come per gli odiati tecnocrati, anche per Beppe Grillo il popolo è sostanzialmente un gregge. Perché il popolo dovrebbe fidarsi del Comitato di Salute Pubblica nostrano più che di quello europeo?

D’altra parte i nuovi capipopolo sembrano avercela con le banche per lo stesso motivo per cui ce l’hanno a volte con lo stato o col palazzo: il dispetto di non averle alle proprie dipendenze. E infatti fra il classico statalismo e il banco-centrismo degli ultimi tempi c’è un legame assai stretto: la mungitura. La mungitura dei redditi nel primo caso; la mungitura dei risparmi nel secondo caso. Decenni di statalismo crescente hanno consegnato le economie occidentali al circolo vizioso di aumenti di tasse e debiti pubblici sempre più difficili da sostenere. Non essendoci più margini per alimentare una crescita malsana attraverso i debiti pubblici, si è ricorsi alle banche e alle bombe di liquidità, le quali ultime, come dovrebbe essere ovvio per qualsiasi persona pensante, in se stesse non rappresentano alcuna ricchezza, visto che non è che moltiplicando il denaro si moltiplichino anche i beni. Ma esse danno l’illusione della ricchezza, spingono ad indebitarsi allegramente, nel momento stesso in cui svalutano i sempre più magri tesoretti dei risparmiatori, giacché qualcuno alla fine della giostra deve pur sempre pagare: è la mammella bancaria che si sostituisce a quella dello stato, anche se in sostanza lavora per quest’ultimo. E infatti poi arrivano le bolle, coi relativi scoppi, e i salvataggi bancari, e tutto viene infine inghiottito dalla marea montante dei debiti pubblici.

Quindi il banco-centrismo non è altro, in fondo, che un surrogato dello statalismo classico, una sua continuazione con altri mezzi: dallo stato nasce, allo stato ritorna. Se lo statalismo è una forma strisciante di socialismo, il banco-centrismo, ossia la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia prodotta dal famigerato turbo-capitalismo, è una forma strisciante di socialismo finanziario, che un po’ alla volta crea le sue nomenklature. Il prossimo passo sulla via dell’inferno non può essere che l’attacco diretto ai patrimoni. Sembra che Tsipras ci stia pensando. Non sappiamo invece cosa stiano pensando i nostri confusi capipopolo. Ci troviamo, non solo in Italia, ma in quasi tutte le economie mature dei paesi ricchi, nel bel mezzo di un pantano che sembra non avere fine: dovremmo tornare indietro, un passo alla volta, ubbidendo più alla costanza e alla determinazione che alla fretta. Ci vorranno decenni. Bisognerà tenere lo sguardo fermo in una direzione nel lungo termine, e mostrare realismo e duttilità nel breve.

Tutto ciò che è mancato nella pessima gestione della crisi greca: in un quadro nel quale l’italianizzazione (dal punto di vista del debito pubblico) di molte economie occidentali è ormai un dato di fatto; in un quadro nel quale i famosi parametri di Maastricht sono saltati come tappi di bottiglia in tutta Europa; in un quadro nel quale i paesi occidentali riescono al massimo a pagare gli interessi sui propri debiti; si pretendeva che un paese tecnicamente fallito e povero di risorse come la Grecia cominciasse a pagare i suoi debiti. Al moralismo astratto non poteva che rispondere la demagogia nazionalista.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Da Incitatus a Conchita Wurst

Non è vero che Caligola nominò senatore il suo cavallo. Svetonio scrisse che ebbe soltanto l’intenzione di nominare console (e non senatore, quindi) Incitatus, il suo favorito fra i cavalli; il più tardo Cassio Dione assicura invece che, se non fosse stato vittima di una congiura, Caligola avrebbe mantenuto il proposito. Di sicuro sappiamo che il depravato Caligola amava ferire le persone anche con le parole: la minacciata nomina era un modo per dimostrare in quale considerazione tenesse la classe politica, cioè gli augusti senatori della specie umana. Comunque l’episodio divenne un caso paradigmatico di istituzioni screditate fino al grottesco. Se ne resero conto i cittadini dell’Urbe dell’epoca? Non crediamo, viste anche le affettuose reazioni dei media all’esibizione della cantante Conchita Wurst, ossia il travestito Thomas Neuwirth, ossia la più famosa sventola barbuta della storia, davanti alla sede del Parlamento Europeo. Il bello è che la splendida Conchita – so da fonti certe che è il sogno proibito del Califfo dell’Isis; a questo tipo di degenerazione occidentale non era preparato: la peluria morbidissima, nerissima e fittissima di Conchita l’ha letteralmente folgorato – la splendida Conchita, dicevo, non è stata chiamata a Bruxelles da alcun Caligola dei nostri tempi. Sono stati anzi cinque parlamentari europei (in rappresentanza di cinque gruppi politici) ad invitare il fenomeno nel cuore stesso delle istituzioni europee quale simbolo della lotta contro ogni forma di discriminazione: la storia del cavallo di Caligola, nella sua innocenza, fa ormai parte a tutti gli effetti del buon tempo antico.

Lo stupido conflitto ucraino

Per quanto incerta, ondivaga e diciamo pure sgangherata, sembra che mai come oggi la politica estera di Stati Uniti ed Europa sia stata così concorde. Lo è però per un fattore di debolezza oggettiva (ed incolpevole). Viene comunque smentita la diffusa convinzione che col crollo del comunismo nel nuovo mondo multipolare, che si profilava all’orizzonte, Europa e Stati Uniti sarebbero andati ciascuno per la sua strada. Nel mio piccolo contestai questa predizione già nel 2007, parlando provocatoriamente di inevitabile alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La mia convinzione era che proprio in un mondo caratterizzato da potenze emergenti di stazza continentale (ed alcune di consistenza demografica perfino sgomentevole), nelle quali la crescita economica si sarebbe accompagnata fatalmente a richieste crescenti di libertà individuale, la tentazione di risolvere gli squilibri interni attraverso la politica di potenza (una sorta di proiezione su scala mondiale, mutatis mutandis, dei traumi vissuti nella vecchia Europa all’apparire del novecento dopo la grande corsa del XIX secolo), questa tentazione, dicevo, sarebbe stato il vero pericolo globale (più ancora di un Islam che si sta fragorosamente suicidando) che il vecchio Occidente avrebbe dovuto affrontare, tanto da spingerlo, volente o nolente, a fare quadrato. Tra queste potenze citavo anche la Russia (benché non la considerassi, e non la consideri affatto, la più pericolosa): «La Russia “semidemocratica e neozarista”», scrivevo, «ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale.» Tale sbagliata predizione sulla rottura dell’asse occidentale era figlia del realismo politico, che riesce ad essere la più ottusa delle dottrine politiche quando manca di temperanza. In fin dei conti l’ultra-realista politico ha una visione meramente orizzontale, quantitativa, spaziale della geopolitica. Eccolo lì a compulsare le sue tre mappe del mondo: quella geografica, che illustra la posizione e la consistenza territoriale dei singoli paesi; quella demografica, che disegni scenari molto diversi; e quella economica, che ne disegna di più diversi ancora. Su questo sfondo composito fa agire l’uomo hobbesiano, in tutta la sua astrattezza deterministica.

Vi è infatti anche una dimensione verticale, culturale, temporale della geopolitica. Il 2014 in Europa equivale al 2014 in India solo per la statistica e per la superficie delle cose, non certo per i movimenti che agitano gli strati profondi della società. Nello scritto sopra richiamato identificavo, per mera comodità dialettica, nella Zivilisation il fattore dinamico, libertario, universalista, progressivo che vivifica la società: la sua anima (la perversione rivoluzionaria confonde l’anima col corpo); e nella Kultur il fattore statico, identitario, conservatore che ne attesta l’esistenza: il suo corpo (la perversione reazionaria confonde il corpo con l’anima). In fin dei conti anche le nazioni sono fatte di corpo e di anima: un paese che si chiude in se stesso, nel suo corpo, prepara il suo sarcofago e finisce logicamente nella polvere, non prima magari di aver eliminato qualche corpo estraneo; un paese che corre dietro ai soli bisogni dello spirito finisce invece per rinnegare il suo corpo, e non è un caso che gli auto-genocidi siano una specialità giacobina. Un paese che trova un equilibrio tra le istanze democratiche e civilizzatrici e le resistenze culturali e quelle delle classi dominanti è un paese che trova il suo passo, è un paese in continuo movimento, ma senza strappi. Un paese che perde questo equilibrio diventa instabile, aggressivo, pericoloso. La Francia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo delle idee inglesi? Eppure essa divenne il nemico numero uno della Gran Bretagna. La Russia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo dell’occidentalismo? Eppure essa divenne il nemico numero uno dell’Occidente.

Ciò detto, facciamoci la seguente domanda: la Russia di Putin rappresenta forse una patologia o è un paese che ha trovato un suo accettabile equilibrio? La mia risposta è che la Russia putiniana non rappresenta affatto una patologia. Posso capire il nervosismo di baltici o polacchi, ma pensare che Putin abbia mire su di loro non sta né in cielo né in terra. In realtà la stabilità ritrovata dalla Russia putiniana rappresentava la situazione ideale per l’Occidente: i paesi europei propriamente detti dell’ex Patto di Varsavia o dell’ex Unione Sovietica avevano ritrovato la propria casa, ed erano entrati nella Nato; i paesi non propriamente europei o per niente europei, a vario grado russificati, che facevano parte dell’ex Unione Sovietica, avevano trovato o ritrovato la loro indipendenza e costituivano una vastissima zona cuscinetto tra la Russia e l’Europa e tra la Russia e l’Asia; ciò consentiva all’Occidente di concentrare le proprie forze nella lotta al radicalismo islamico e di monitorare attentamente, e con agio, la crescita di potenze asiatiche semplicemente ciclopiche dal punto di vista demografico. In questo quadro la Russia, anche quella putiniana, era già, almeno in parte, e sicuramente in prospettiva, Occidente.

Invece, stoltamente, si scelse di risvegliare l’orso dal letargo. Quale necessità avesse l’Occidente di patrocinare l’entrata di Georgia e Ucraina nella Nato è un mistero. Non capire poi quale tasto delicato si andasse a toccare nel cercare di strappare l’Ucraina alla storia russa per collocarla artificialmente in quella europea è un mistero ancora più grande. Non un rozzo fanatico qualsiasi, ma un “reazionario” (rigorosamente tra virgolette) come Solzhenitsyn pensava che Russi, Bielorussi e Ucraini costituissero un solo popolo che l’invasione mongola e la colonizzazione polacca avevano separato. Per lo scrittore russo, sotto il dominio lituano e polacco «i Russi Bianchi [Bielorussi] e i Piccoli Russi [Ucraini] si consideravano Russi e combattevano contro la polonizzazione e il cattolicesimo». Eppure Solzhenitsyn non era affatto un imperialista: auspicava anzi la la pronta separazione dalla Russia delle altre nazioni che furono sotto il giogo sovietico, quelle baltiche, quelle caucasiche, quelle centro-asiatiche. Bisognava inoltre tenere in debito conto che la nuova Ucraina indipendente era nei fatti una grande Ucraina che aveva poco a che fare con l’Ucraina storica, un paese nel quale ad una popolazione in parte culturalmente russificata si aggiungeva una popolazione genuinamente russa; che in vent’anni d’indipendenza il processo di ucrainizzazione del paese, nonostante le mene moscovite, aveva camminato con passo spedito nei media e nelle scuole; e che tutto ciò costituiva un crescente motivo di tensione all’interno del paese. Ciononostante, l’Occidente scelse non solo di appoggiare ma di sponsorizzare una linea rivoluzionaria fondata sul sentimento anti-russo: che il paese si spaccasse era inevitabile.

Un grande, inutile errore. Anche per il popolo ucraino. La cui spiegazione è questa: che con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del patriottismo costituzionale? Puntualmente sfoderata quando si tratta di metterla al servizio dell’Onu, o di patrocinare rivoluzioni frivole e insensate contro ragionevolissimi despoti alla camomilla come Mubarak, e puntualmente rinfoderata quando si tratta di far fronte all’Islam puro e duro, questa ideologia democratica non poteva non riconoscere in Putin il diavolo per eccellenza, e nella sua Russia quell’Impero del Male che al tempo del comunismo, nonostante l’immane carneficina e gli arcipelaghi Gulag, i suoi attuali interpreti non vollero mai riconoscere.

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Le mezze verità di Draghi

Parlantina a parte, non sembra che Matteo Renzi abbia le idee molto chiare. Però ha il piglio napoleonico (de noantri, se volete), l’ottimismo della volontà (o della spudoratezza, fate voi) e può darsi che a forza di dare strattoni, anche a casaccio (anzi, sicuramente a casaccio), e con l’aiuto del Berlusca, riesca quantomeno a disincagliare il bastimento italico dai bassi fondali. Poi, naturalmente, bisognerà decidere quale rotta prendere. Non sembra d’altra parte che nei più nobili consessi europei si brilli per schiettezza e chiarezza. Però vi abbonda un certo fastidioso e reticente paternalismo. Ieri, ad esempio, ha parlato Mario Draghi. Il presidente della Bce, riferendosi chiaramente all’Italia, ha detto che «per i paesi dell’Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all’Europa per quanto riguarda le riforme strutturali», sottolineando il fatto che «i paesi che hanno fatto programmi convincenti di riforma strutturale stanno andando meglio, molto meglio di quelli che non lo hanno fatto o lo hanno fatto in maniera insufficiente». Ora, capire quali siano questi paesi che «hanno fatto molto meglio» risulta piuttosto arduo, visto che nella “vecchia Europa” si registrano crescite trimestrali del Pil (nominale) pari a qualche stitico decimale. Inoltre, Draghi sa benissimo che le cosiddette (e mai ben esplicitate) “riforme strutturali”, proprio perché sono strutturali, non possono riflettersi positivamente nel breve termine sui numeri dell’economia, soprattutto sul troppo idolatrato Pil (nominale), che anzi nell’iniziale fase riformatrice potrebbe soffrire. E allora perché dice queste baggianate? Perché non dice tutta la verità? Politico anche lui?

Dire tutto il male possibile dei problemi strutturali dell’economia italiana si può e si deve, naturalmente. Però mi pare che ormai non solo in Italia ma anche nei civili paesi d’oltralpe e d’oltreoceano si conceda un po’ troppo alle ragioni (naturalmente) pressanti e miopi della politica. Scrolliamoci di dosso la tirannia dell’oggi e guardiamo le cose un po’ più da lontano: il fatto fondamentale di questi ultimi vent’anni, nel campo economico, non è forse proprio la progressiva “italianizzazione” delle economie occidentali? L’Italia è impiccata al suo debito da più di due decenni, e questo non le ha consentito facili e furbe (e assai poco lungimiranti) manovre espansive: la sua non crescita si spiega anche così. Mentre i numeri ci dicono che gli altri paesi del ricco Occidente, in buona sostanza, hanno fatto proprio questo, o con manovre classicamente stataliste (fondate appunto sul ricorso diretto al debito pubblico) o con l’incoraggiamento dato a quel credito facile (cioè ai debiti privati, anche contro la logica di mercato) che prima ha originato le bolle e poi, con lo scoppio delle bolle, la trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici. Questo è il dato fondamentale: l’Italia ha un rapporto debito/Pil pubblico al 135%, ma l’aveva al 120% anche vent’anni fa; poco è cambiato, anche se è una consolazione del piffero; mentre sia i nostri vicini europei in genere, sia gli USA e sia la Gran Bretagna, che all’epoca avevano un rapporto debito/Pil che era, a spanne, un quarto, un terzo o al massimo una metà (in percentuale) del nostro, ora lo stanno velocemente avviando verso la soglia lugubremente simbolica del 100%, senza contare chi questa soglia l’ha già superata da tempo: l’Italia non è più l’eccezione. E tutto fa sospettare che in realtà la loro modestissima crescita si spieghi, almeno per il momento, almeno fino a quando le mitiche riforme strutturali non faranno il loro effetto, col fatto che possono ancora raschiare qualcosa dal fondo del barile del debito.

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In Europa, da italiani

L’ “Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune” dell’Unione Europea si chiama così, probabilmente, proprio perché Sua Altezza non conta un piffero. Quindi le baruffe chiozzotte intorno alla nomina del nuovo “ministro degli esteri europeo” non riescono a catturare la mia attenzione. Ma una cosa mi ha colpito ieri: l’incondizionato, patriottico appoggio espresso in contrasto col gruppo popolare europeo dall’italo ed euro-popolare Angelino Alfano alla candidatura della italo-democratica, cioè della euro-socialista Mogherini. Il centrodestra vecchio e nuovo era andato sopra le righe anche due settimane fa difendendo a spada tratta l’italo-democratico, cioè l’euro-socialista Renzi, nel giorno del suo insediamento come presidente di turno del Consiglio della Ue, dagli attacchi subiti da parte del gruppo popolare europeo per le sue idee in materia di politica economica. Invece di mediare, parrebbe proprio che i «popolari» italiani provino in questo momento una particolare soddisfazione nel fare fronte comune col gruppo socialista europeo. E ciò potrebbe sembrare strano, se non fosse che tutta la truppa politica italiana a Bruxelles, a guardarla bene, ha qualcosa di strano. In primis, un partito socialista che si chiama democratico. Poi un partito grillino, il cui zoccolo duro è formato da un elettorato montagnardo e vetero-statalista, che si allea con l’UKIP di Nigel Farage, un partito “indipendentista” e mezzo libertario, nato da una costola del conservatorismo britannico. Poi un partito federalista-secessionista come la Lega Nord che stringe legami informali col Front National, espressione dello statalismo nazionalista francese. Non c’è proprio niente che quadri, tranne questo: la nostra antropologica avversione per qualsiasi forma elementare di coerenza.

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Telemaco Bonaparte

Era il discorso che inaugurava il semestre a guida italiana. Matteo il Rottamatore parlava con piglio napoleonico agli illustri rappresentanti del Parlamento europeo come se si trovasse davanti ad un consesso di generali e colonnelli rimbambiti. Parlare con un tono che non ammette repliche ma che tuttavia mantiene un tratto di calda, mediterranea cordialità, non da nemico perciò (nel qual caso vi tradireste), ha questo vantaggio: se anche dite delle sciocchezze monumentali chi vi ascolta è talmente sconcertato da dubitare della propria ragione. Ad un certo punto, come se si trovasse in quel momento esatto ad un crocevia della storia, il nostro Primo Console ha detto con accento ispirato: «E c’è anche una generazione nuova. Una generazione Telemaco. (…) La nostra generazione ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, ha il dovere di meritare l’eredità.» “Eh? Cosa? Come? Generazione Telemaco? E che roba è?” Così hanno pensato gli illustri rappresentanti del Parlamento europeo; ma sono rimasti impassibili, come capita a coloro che sono assai perplessi davanti a certe affermazioni ma hanno paura di mostrarsi ignoranti. Qualcosa del genere è capitato anche a me. Io sono un grande fan dell’Odissea, un libro che ho riletto più volte, e che mi è piaciuto perfino a scuola, il che è tutto dire. Eppure l’alato messaggio del Primo Console mi risultava misteriosissimo. Per fortuna il web stava già fornendo le necessarissime spiegazioni ai perplessi. La fonte d’ispirazione di Matteo era una tesi sviluppata negli ultimi anni dallo psicanalista Massimo Recalcati, e battezzata col nome di “complesso di Telemaco”. Tale complesso consisterebbe in un qualcosa …che non ho ben capito, e che soprattutto non ho molta voglia di capire. Ma insomma, mi par di capire, dopo non aver ben capito, che il messaggio del Primo Console alla sua truppa sia stato questo, in soldoni: «Siamo una generazione mezza orfana, ma cazzuta, non vittimista.» Il fatto, però, che Matteo si sia rifatto ad una recente tesi dal marchio di fabbrica italico, conosciuta solo a qualche confraternita di iniziati (magari nella convinzione che tale tesi fosse solo uno sviluppo di “un complesso di Telemaco” noto da secoli), pensando non solo di farsi capire, ma anche di farsi apprezzare per la colta allusione, dimostra che nel Primo Console il provincialotto non si è ancora perfettamente eclissato, che l’ex Piccolo Caporale non si è ancora dirozzato del tutto. Ma sono sicuro che questi genuini e vigorosi svarioni lo renderanno ancora più affascinante nei salotti che contano.

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Matteo, la sinistra e l’Europa

Capiamo bene il dramma del povero elettore di sinistra italiano: quanto in cuor suo gli piacerebbe votare per uno di quegli stagionati partiti socialisti o socialdemocratici che regnano placidi a manca in tante lande della più civile Europa! Quanto gli piacerebbe uscire da quel radicalismo di massa che lacera la sinistra italiana dalla fine della prima guerra mondiale! E dopo questa liberazione quanto felice sarebbe di poter finalmente sventolare senza fastidiose riserve mentali la sua bandieretta rossa rossa, come fa persino il compassato compagno danese o svedese! Purtroppo questi son solo bellissimi sogni. Qui da noi se ha voglia di sentirsi il sangue scorrere nelle vene può solo abbruttirsi col vaffanculismo palingenetico o fare un tuffo nostalgico nel comunismo della Magna Grecia. Se invece non vuole ubriacarsi gli tocca sorbirsi la sbobba insapore di un democraticismo liberal che non ha neanche il pregio di esserlo sul serio. C’è da dire però, per sua fortuna, che il berluschino di famiglia democristiana, ex popolare ed ex margheritino Matteo Renzi si sta giocoforza ogni giorno sempre più adattando alla forma mentis del popolo post-comunista. Soprattutto, purtroppo, nella specialità indiscussa della sinistra italiana: il vizio della smemoria. Ieri in Piazza del Popolo ha detto: «Noi stiamo votando semplicemente per le europee, che significa votare per il nostro futuro ma anche partendo dal nostro passato. Nel 1957 in questa città tanti uomini e donne ebbero il coraggio di costruire una Europa partendo dal carbone e dall’acciaio. Una idea diversa di Europa consentì di portare questo continente alla pace». C’è anche da dire che il giovanotto Matteo certe cose effettivamente non le può ricordare e che forse semplicemente non le sa. Non sa, forse, che la sinistra italiana solo all’inizio degli anni ottanta si convertì definitivamente al progetto dell’Unione Europa (e dopo naturalmente, un passo alla volta, cominciò a rompere e a scomunicare); che fino ad allora questa Europa era stata combattuta come un progetto “americano” e “capitalista”; che ancora nel 1978 il PCI riuscì a votare, tra molte titubanze, contro l’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo. E la cosa stupefacente è che nessuno additò al pubblico ludibrio questi “antieuropeisti” di sinistra

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