Italia

Le origini della crisi del governo M5S-Lega

Se volessimo cercare di veder chiaro nella crisi politica che stiamo vivendo, e nel comportamento di Salvini, potremmo partire da Berluschino. Il nomignolo velenoso venne affibbiato a Renzi dalla sinistra anti-renziana dentro il PD, dalla sinistra a sinistra del PD, e dalla setta a parole né di destra né di sinistra, ma in realtà palpabilmente neo-comunista del M5S. Essendo Berlusconi – per la sinistra italiana che già aveva condannati alla damnatio memoriae i democristiani e i socialisti che si erano ribellati alla dhimmitudine, culturale prima ancora che politica, imposta dai sempre più potenti Pasdaran dell’Ideologia Resistenziale – essendo Berlusconi, dicevo, l’ennesima personificazione di Satana, ovvero l’ennesima incarnazione politica dell’italiano antropologicamente fascista, il nomignolo equivaleva a una scomunica, o meglio, a una fatwa.

In realtà, politicamente parlando, Renzi non aveva e non ha nulla a che vedere con Berlusconi, come invece professano legioni di mezze cartucce radicalizzate di sinistra e anche di destra. Berlusconi aveva sdoganato la destra per fondare il centrodestra e dare all’elettorato conservatore italiano un contenitore politico non ambiguamente centrista ma allo stesso tempo immune da tentazioni nazionaliste. Era un tentativo – non velleitario perché obbediva a un impulso magari inconsapevole ma profondo del corpo della nazione – di normalizzazione e modernizzazione della politica italiana, analogo a quello fatto per l’elettorato progressista da Craxi nei tre lustri che precedettero Mani Pulite: con la differenza che il leader socialista tentò di spostare in terra socialdemocratica, ossia verso il centro, il baricentro di una sinistra fin lì comunista, settaria e giacobina; mentre Berlusconi cercò di smuovere verso un baricentro liberal-conservatore,  ossia verso destra, un centrismo democristiano sempre più remissivo nei confronti della sinistra. Ciò significava però riscrivere, in omaggio alla verità, la storia dell’Italia repubblicana veicolata dalla vulgata giacobino-comunista e terremotare le rendite di posizione di poteri ben sedimentati. L’odio profondo, fanatico, per Craxi e Berlusconi nasce da qui, non dalle loro particolari personalità.

Renzi, sulla scia di Veltroni, cui non assomiglia per nulla, pensò di trasformare il PD in un partito superficialmente liberal senza mettere in discussione nulla del passato della sinistra, e anzi usando, al di là della messa in scena gioviale e giovanilistica, la retorica sostanzialmente giacobina della rottamazione. Ragion per cui: 1) nemmeno la trasformazione socialdemocratica si è mai veramente realizzata in una sinistra italiana che ancora venera Berlinguer; 2) al richiamo della foresta del giacobinismo puro e duro il PD è sempre pronto a rispondere.

Questa mancata normalizzazione della politica italiana – al di là dell’influenza dovuta ai sommovimenti della storia recente europea e mondiale, che pure hanno avuto una grande importanza, generando effetti simili fuori d’Italia – ha preparato il terreno sia all’emergere di neo-radicalismi politici a destra e sinistra, sia all’emergere di un centrismo tecnocratico antidemocratico, sorta di dirigismo politico-economico igienizzato che si contrappone a quello sudaticcio e puzzolente dei sovranisti: sono fenomeni collegati tra loro, anzi, sono le due facce della stessa sciagurata medaglia.

Il binomio Renzi-Berlusconi quale simbolo d’infamia nasce quindi a sinistra, ma è stato recuperato dall’estremismo politico di destra – sia in quello duro e cupo di un certo nazionalismo ateo; sia in quello acido e incattivito di un certo malinteso tradizionalismo cattolico – per una affinità illiberale di fondo col giacobinismo statalista di sinistra, alla quale la fazione salviniana della Lega ha dimostrato di essere recettiva (come lo fu, peraltro, la Lega di Bossi al tempo del ribaltone del 1995), un sentire politico che però si scontra antropologicamente con una parte importante dell’elettorato leghista settentrionale. D’altra parte, per quanto goliardica tale denominazione potesse essere, qualcosa dove aver pur spinto Salvini a far parte dei Giovani Comunisti Padani ai tempi in cui era ancora un attacchino.

Questa malsana affinità, per quanto residuale, venne fuori un anno fa durante le consultazioni di Mattarella che poi sfociarono nella formazione del governo M5S-Lega. Mattarella, con grave scorrettezza, non diede l’incarico esplorativo a Salvini, quale rappresentante della coalizione arrivata in testa alle elezioni, ma lasciò che le parti esplorassero tutte le opzioni possibili tranne quella che il galateo istituzionale avrebbe dovuto imporre. Quando per forza di cose si arrivò finalmente ad essa, espresse la sua indisponibilità senza fornire spiegazioni plausibili: non volle nemmeno correre il rischio che il centrodestra potesse trovare in parlamento i voti necessari a costituire una maggioranza di sostegno. Questo fu l’alto e riconosciuto senso di responsabilità di Mattarella, cioè l’insulsa fotocopia di quello posticcio e compuntamente fazioso ostentato da Scalfaro, Ciampi e Napolitano.

Il vero peccato originale di Salvini fu invece quello di non perorare la propria causa quale candidato alla presidenza del consiglio dei ministri del centrodestra emerso naturalmente dalla contesa elettorale, e di non mettere il presidente della repubblica davanti alle proprie vere responsabilità, non tanto o non solo per averne ragione, ma per una questione di trasparenza sottoposta al giudizio dell’opinione pubblica. Non lo fece perché fin dal primo momento gli sorrise l’idea di un governo coi grillini che l’esito del voto rendeva possibile. Perché in questo connubio innaturale – ma con qualche affinità residuale, ripetiamo – vide il mezzo non per fagocitare parte dell’elettorato grillino, come scrivono certi dietrologi cortigiani o faziosi, ma per rottamare le altre formazioni politiche, a cominciare dal PD e da FI, presentando il nuovo governo M5S-Lega quale incarnazione politica della Nuova Italia destinata a liquidare la Vecchia Italia corrotta, maneggiona, incapace e servile con lo straniero, in attesa del momento opportuno per i nuovi padroni della politica italiana di scontrarsi fra loro in un campo ripulito dalla concorrenza. Tale patto era in qualche modo facilitato dalla retorica del né di destra né di sinistra comune, anche se in misura alquanto diversa, oltre che al qualunquismo tecnocratico centrista alla Monti o à la Macron, anche al M5S e alla Lega, nonostante la realtà dei fatti dimostrasse clamorosamente il contrario: è per reticenza, infatti, che nella bocca dei maggiorenti della Lega abbonda il sovranismo, ma la parola destra quasi mai viene articolata. Tale patto, inoltre, costituiva una ferita allo spirito democratico del sistema elettorale vigente, per quanto pessimo lo si possa giudicare, in quanto siglato tra una coalizione (cioè tra un partito che faceva coalizione a sé) e un partito che faceva parte di un’altra coalizione, e non tra due coalizioni. Salvini ritornò a tale idea dopo lo stop del presidente della repubblica all’opzione naturale sopramenzionata; e Mattarella, con lo spettro davanti di nuove elezioni a breve che vedevano il centrodestra in ascesa, vi si piegò vedendo in essa il male minore.

Per Salvini ciò significava agire da animale politico spregiudicato, ma culturalmente sprovveduto. Al momento di governare per davvero, lo stentoreo vaffanculismo né di destra né di sinistra dei grillini si afflosciò passo dopo passo, lasciando scoprire la vera natura neo-comunista del M5S. Il movimento fondato da Beppe Grillo non seppe prendere il toro per le corna, cioè gettare la maschera, confessare la propria natura, perdere il sostegno di una parte cospicua del proprio bacino elettorale, e ricostituirlo gettando un’OPA sul PD e sul resto della sinistra italiana, conquistandone l’egemonia e guadagnando in compattezza: fare cioè quello che andava fatto subito dopo il voto rinunciando ad ogni ipotesi di innaturale connubio coi leghisti. Prevalse il tatticismo. Ragion per la quale la parte cospicua fu perduta lo stesso a beneficio di Salvini e il PD ritornò a nuova vita radicalizzandosi.

Non c’è una visione politica di fondo che davvero divida irreparabilmente PD e M5S. La guerra mossa dai grillini ai democratici è tutta interna alla sinistra; somiglia, alla sua maniera incruenta, più a un tentativo di purga di stampo rivoluzionario, la modalità con la quale i compagni vincenti massacrano i compagni perdenti accusandoli di pratiche controrivoluzionarie. Ma per causa di forza maggiore o per convenienza tale guerra può essere anche messa da parte. Anche il contesto internazionale aiuta: la sinistra, che fu ostile al processo di costruzione dell’Unione Europea (chi se lo ricorda, e chi glielo ricorda alle giovani ignare generazioni?) fino quasi agli anni ottanta del secolo scorso, quando il Moloch Sovietico cominciò a dare segnali preoccupanti di cedimento; e che fino al crollo del Muro di Berlino considerava lo stesso concetto di Occidente come un barbaro frutto dell’oscurantismo anticomunista; ebbene, la sinistra si è convertita poco a poco prima a quell’europeismo antecedentemente considerato come creatura amerikana, e poi allo stesso occidentalismo, pervertendo i contenuti di entrambi i concetti per poi imporli, così sfigurati e pena la scomunica, a liberali sempre più liberal e popolari sempre più remissivi se non complici, alla stregua dei democristiani suicidi di casa nostra.

Cosa sia oggi l’Europeismo ciascun lo vede: il ricettacolo di tutte le patologie progressiste, dal burocratismo invadente alla fissazione di tutto prevedere, programmare, standardizzare e tener sotto controllo; dalle politiche gender al nichilismo multiculti; dall’ideologia del politicamente corretto per la quale tutti possono avere la propria opinione a patto che ci si adegui all’unica permessa, giacché i suoi sacerdoti non credono a nulla ma sui principi non transigono, all’odio per l’identitarismo cristiano-nazionalista – certamente spesso molto equivoco – nato nelle terre dell’Europa orientale un tempo soggette all’ex-Impero Sovietico, Russia compresa, la stessa Russia oggetto di tante simpatie da parte della sinistra quando ancora si chiamava URSS e spediva gli oppositori nell’Arcipelago Gulag; dall’ecologismo apocalittico e millenaristico al dirigismo tecnocratico sul quale tutti vogliono mettere le mani a dispetto dell’ostentato liberalismo anti-nazionalista. Il Super-Glospan della transizione energetica è la concreta esemplificazione di questo spirito: ecco il Grande Balzo in Avanti, coi suoi folli corollari dirigistici, in forza del quale tutti gli agenti economici, a cominciare dall’irregimentato consumatore, dovranno concorrere al moto che ci trasporterà nella Nuova Era quando l’Uomo Nuovo vivrà finalmente in pace con la Natura scoprendo in essa quel Giardino dell’Eden dal quale pensava di essere stato scacciato a causa del peccato originale. Insomma: The Age of Aquarius evocata da una magnifica canzone degli anni sessanta; oppure il mondo cantato, o meglio, belato da Imagine, la melensissima sbobba composta da John Lennon, verosimilmente dopo essersi fumato una canna, se non un cannone, visto l’effetto oppiaceo e molesto insieme che provoca sul povero ascoltatore con ancora l’orecchio sano. E perché mai il movimento fondato da Grillo e dal guru Casaleggio, dopo una bella levigata ai suoi propositi più estremistici o bizzarri, dovrebbe essere ostile a tutto questo? Non erano loro che proposero la saccente e sempre aggiornatissima maestrina di citoyenneté Milena Gabanelli, che ora pontifica dalle colonne del Corriere della Sera, alla presidenza della repubblica?

In questo europeismo si stanno pian piano ritrovando e saldando, sia pur disordinatamente e in chiave negativa, sia la sinistra diciamo classica, sia la sinistra diciamo antagonista alla Podemos o alla Syriza, alla quale appartiene di fatto il M5S, sia il centrismo tecnocratico liberal che fa capo a Bruxelles. E a questa convergenza, che somiglia sempre più a un’offensiva contro i controrivoluzionari, non manca la benedizione delle comunità protestanti e di una Chiesa Cattolica sempre più allineate ad una religione civile animata da una sorta di esprit républicain su scala europea.

Salvini non ha visto niente di tutto questo, o meglio, ha visto solo gli effetti, ma non le cause, i nessi, i processi, in questo perfettamente in linea con la rozzezza settaria del pensiero sovranista, che si è ridotto a schematiche e insulse contrapposizioni senza senso, non arrivando o non volendo arrivare a capire, per esempio, che di per sé non c’è nulla di male nella globalizzazione o nell’europeismo. Cosicché, nella loro insipienza, ciò che i sovranisti ci propongono in buona sostanza è di buttare via il bambino insieme con l’acqua sporca, e di replicare su scala nazionale gli errori di coloro che dicono di combattere; e basti come esempio a questo riguardo la fede ingenua nei miracoli promessi dai giochi di prestigio di natura monetaria o finanziaria ideati per rimediare ai problemi debitori del paese e dare slancio alla sua economia, dopo aver per anni denunciati i mali causati dalla cosiddetta finanziarizzazione alla cosiddetta economia reale.

Il machiavellismo leghista non è riuscito a tenere insieme ciò che non poteva stare insieme fin da principio, e nemmeno è riuscito a farlo il tempo necessario a far maturare i progetti sopramenzionati. Il guaio è che ciò che non era concepibile un anno fa, nelle settimane seguite al voto, ora lo è: malgrado le vicendevoli scomuniche, piddini e grillini hanno avuto un anno di tempo per esplorare le proprie affinità elettive, e il clima emergenziale antipopulista, cioè antifascista, ha fatto da tacito mediatore, tanto più che il ricorso alle elezioni appare suicida in questo momento, senza una qualche forma di coalizione a sinistra.

Salvini, toccato nell’amor proprio, ha parlato confusamente di un «tutti contro la Lega». Si noti: contro la Lega, non contro il centrodestra. Non poteva infatti farlo senza implicitamente ammettere l’errore e la rinuncia alle velleità sue e della Lega di primeggiare in perfetta solitudine. E’ scontato che nel caso di un possibilissimo governo M5S-PD o di un acrobatico governo tecnico o di garanzia o di tregua che dir si voglia, egli continuerà a giocare da solo, presentando se stesso e la Lega come soli vittime del ribaltone e soli rappresentanti della vera opposizione di popolo. Nel caso si andasse invece alle elezioni la tentazione sarebbe ancora più grossa, ma si scontrerebbe con il fatto, pressoché certo, che malgrado le divisioni interne alla sinistra si formerebbe sul ricomposto asse M5S-PD un vasto Fronte Popolare con l’appoggio di tutte le nomenklature italiane ed europee. Andando da solo le probabilità di vittoria sarebbero ridotte al lumicino; e per Salvini un disastro personale forse definitivo in caso di sconfitta. Il problema è che per il leader della Lega, e per certo leghismo che lui impersona, non si tratta solo di una questione di amor proprio o di far bene i conti: alla base c’è una messa in discussione dell’essenza stessa del sovranismo e del suo rapporto col liberalismo, discussione che non condurrà mai a nulla se si limiterà a una vuota contrapposizione tra “ismi” di vaghissimo significato, buona soltanto per alimentare opposte demagogie, invece di mirare a una corretta e feconda definizione di concetti quali libertà e identità. E siccome tale alata discussione mai si farà, c’è solo da sperare in un onesto buon senso, o in una resa alla ragionevolezza per sfinimento.

E se per qualche stranissimo scherzo del destino un disperatissimo Salvini dovesse riuscire a ricucire coi grillini – ammesso e non concesso che un presidente della repubblica organico alla sinistra, che già aveva disinvoltamente boicottato il centrodestra alle consultazioni dello scorso anno, possa lasciare via libera a tale farsesca soluzione – vista la mala parata e il ritorno a cuccia da sconfitto, non sarebbe più lui il dominus della situazione. Se dovesse tirare la corda, i grillini non gli baderebbero più lasciando che sia lui a fare la figura di chi rompe il giocattolo. Anzi, ora sarebbero piuttosto i grillini, usciti vincitori dal braccio di ferro, a tirare la corda e a saggiarne la lealtà. In ogni caso, una riconciliazione sarebbe talmente clamorosa da togliere credibilità a tutti e due i partiti, ma soprattutto a una Lega ridotta nei fatti a partner di minoranza di un governo con priorità di sinistra; situazione che metterebbe a pericolo di crollo l’ampio consenso che i sondaggi elettorali ora le attribuiscono.

Più in generale ancora, e per concludere, lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi è quello di una pochade in cui tutti gli attori in scena, in qualsiasi maniera si muovano, restano come intrappolati nelle proprie contraddizioni e nella tela di ragno che si sono costruiti addosso con le furbizie del passato: una politica sull’orlo di una crisi di nervi, dalla quale si può uscire solo con un onesto, limpido e temperato bipolarismo, con tanti saluti allo sprovveduto e demagogico modernismo politico che con infantile presunzione proclama il definitivo superamento dei vecchi concetti di destra e sinistra. Tali etichette convenzionali certo non designano alcuna verità metafisica o assoluta, ma nel percorso accidentato della storia individuano delle tendenze politico-culturali ben reali per quanto informi; tendenze che però spesso a verità metafisiche, o alla loro negazione, indirettamente e anche confusamente rimandano. E con ciò non intendo dire che la ragione stia sempre da una parte, soprattutto quando questa parte attraversa una fase di involuzione ideologica. Ma tali considerazioni di natura prudenziale non devono arrivare a negare la realtà delle cose: il pragmatismo né di destra né di sinistra non è che l’altra faccia delle ideologie degli opposti estremismi, e il superamento di tali etichette non sottende altro che la millenaristica e insieme nichilistica fine della politica.

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Il connubio contronatura e il patto del Nazareno

Il cosiddetto patto del Nazareno fu un accordo stretto alla luce del sole nel 2014 tra Renzi e Berlusconi al fine di portare a termine alcune riforme costituzionali. Non costituiva in alcun modo un’alleanza politica. La collaborazione in materia finì un anno dopo, ai tempi dell’elezione di Mattarella a presidente della repubblica, a causa della ben collaudata natura fedifraga e manipolatrice del politico Renzi. Su questo accordo ebbe occasione di esercitare la sua arte contorta e sospetta la mentalità complottistica propria delle sette e delle famiglie politiche ideologizzate. In primis, la legione grillina. Ma anche certi settori della destra più ottusa, la quale è notoriamente e tristemente adusa a credere, per affinità antropologiche, a metà dei miti della narrazione politica della sinistra giacobina. Si favoleggiò perciò di clausole segrete e di altre perle di paccottiglia complottistica.

Il patto del Nazareno conobbe una seconda vita, senza aver dismesso la prima, ai tempi del Rosatellum, la legge elettorale promulgata alla fine del 2017. La legge e la realtà tripolare illustrata dai sondaggi politici rendevano però quasi certo un esito elettorale senza vincitori assoluti. E allora si ricominciò a favoleggiare su un tacito accordo tra PD e FI per convolare a nozze dopo il voto al fine di costituire una maggioranza di governo. Tale ipotesi, però, a dispetto del bombardamento propagandistico dello svariato fronte anti-berlusconiano, non aveva nessun fondamento reale. I fini calcolatori che avevano congegnato il Rosatellum per non far vincere alcuna coalizione, avrebbero dovuto essere anche abbastanza fini da prevedere che lo stesso consentisse a PD (e satelliti) e FI di conseguire la maggioranza assoluta dei seggi. Questo nuovo patto del Nazareno fatto alle spalle degli elettori, che s’imputava pregiudizialmente al Cavaliere, mancava di presupposti perché implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli,  un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse, e quindi impossibilitate ad ottimizzare la somma dei voti raccolti col premio di maggioranza. Era una balla spaziale propagandata da forze politiche e giornali per i propri interessi di bottega o per cattiva coscienza. I sondaggi davano allora il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20%, grazie al Rosatellum, il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.

Ma chi lo denunciava con cattiva coscienza adesso tenta di farlo: chi ha cattiva coscienza accusa sempre gli altri dei crimini che gli sono connaturati. Il leghismo professato dall’ala militante del partito – quello che oggi ha sposato per esempio i dogmi caricaturali del sovranismo alle vongole – ha sempre avuto la tentazione di scrollarsi di dosso Berlusconi e i forzisti. Ma mettendo in pratica ciò – di fatto – alla prima occasione, tale leghismo dimostra la sua inadeguatezza a svolgere un ruolo di leadership capace di vedere le cose in prospettiva, e in sostanza, arrivato al crocevia decisivo della sua storia, sceglie di disertare, per mancanza di spessore culturale e politico, da quel ruolo di erede e definitivo artefice del conservatorismo politico italiano che il destino gli aveva offerto, finendo anzi nel suo miope e opportunistico settarismo per rinforzare le fondamenta della favolosa narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana.

Sull’opportunità sciaguarata di un connubio contronatura con una forza politica statalista, giacobina, anticristiana, la più vicina alle ideologie gender del progressismo liberal e cimiteriale allo stesso tempo, la più vicina alle ragioni dei teppisti dei centri sociali, e la più lontana dal popolo leghista meno politicizzato, Salvini dovrebbe riflettere bene. Tenga in conto quanto segue:

  1. FdI pare si sfili dall’accordo. Se sarà così mezzo centrodestra non parteciperà al nuovo eventuale governo.
  2. Con l’accordo che si profila si ritorna allo schema iniziale proposto dal M5S: grillini+leghisti.
  3. Quindi è Salvini che si adegua nella sostanza a Di Maio. Chi glielo fa fare?
  4. Con un rapporto di forze 2:1 a favore dei grillini come può Salvini pretendere di avere un leghista come presidente del consiglio?
  5. Come può Di Maio, visto che di fatto il suo piano ha funzionato, concedere a un leghista la presidenza senza scatenare una rivolta fra i grillini? E una figura terza cosa sarebbe se non una specie di tecnico?
  6. Il centrodestra ha vinto le elezioni, sia pure conquistando solo la maggioranza relativa, col 37% dei voti. I sondaggi lo danno oggi al 40% o quasi: Salvini vuole rischiare tutto questo ben di Dio del quale sarebbe leader per infognarsi in una dubbia avventura che fatalmente demoralizzerà l’elettorato di centrodestra preso nel suo complesso?
  7. Vuole provare a fare una legge elettorale a doppio turno per scrollarsi di dosso gli alleati? Pensa forse che poi li riconquisterà tutti facilmente, visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? Le manovre machiavelliche sono tali appunto perché di rado hanno successo. I rischi si addicono ai disperati, non a chi ha il vento in poppa e le circostanze a suo favore.
  8. Salvini è pazzo o è solo un mediocre inebriato dai suoi successi e dalla volontà di potere?
  9. Si ricordi di Bitonci, la presunta nuova stella della galassia leghista, che grazie al suo stile «Io so’ io e voi non siete un cazzo», si è ridotto a fare opposizione nella città che aveva in mano, Padova.
  10. La sola logica che può spiegare questo connubio contronatura è quella del patto Molotov-Ribbentrop, che com’è noto non portò bene a nessuno.
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Il nuovo governo e il pericolo dell’utile-idiotismo sovranista

Se l’analisi della situazione politica risulta tutto sommato piuttosto semplice, la soluzione per la formazione di un nuovo governo si presenta oltre modo difficile. Il M5S è il nuovo partitone egemone della sinistra senza se e senza ma; dall’altra parte c’è il centrodestra, che è una creatura berlusconiana, e che solo Berlusconi ha tenuto insieme per un quarto di secolo, con Salvini in pole position; in mezzo c’è il Pd che fondamentalmente paga la sua mancanza di identità politica. Un governo che abbia qualche sensatezza (politica, s’intende) si fa solo con le spoglie del Pd. Il M5S ha recitato la commedia per un po’, ma poi il veto, mai esplicitato, verso il Pd è caduto. Salvini invece si è fatto prendere dalla fretta di scomunicare il Pd, piuttosto di lavorare alla sua rottura stando semplicemente alla finestra senza esporsi. Il problema del M5S è che gli mancano molti seggi, e oltre a LeU (il partito che gli è più vicino spiritualmente e che non aspetta altro che un fischio) dovrebbe imbarcare almeno 3/4 del Pd (e satelliti): cosa ardua. Il problema del centrodestra è l’inverso: gli mancano molti meno seggi ma la differenza politica coi piddini è molto più grande. Renzi non c’entra. Lui, per sopravvivere, non può arrendersi né a sinistra né a destra. I fissati col nefando patto del Nazareno (creatura della mitologia antiberlusconiana di sinistra passato pari pari nella destra più ottusa) possono dormire sonni tranquilli. Salvini prenda nota, e invece di emettere imprudentemente veti sui piddini all’ingrosso, li metta di fronte all’incubo di un governo monopolizzato da giacobini puri e duri (M5S-LeU) e giacobini dalle buone maniere che tornano alla barbarie (i reduci dal Pd). Non si faccia intimidire dal bigottismo antiberlusconiano e si serva intelligentemente di Silvio, che gli può essere utile per agganciare la divisione dei responsabili anticomunisti e come copertura sul piano internazionale: impresa quasi impossibile, quasi.

Ci sono dei bei tomi a destra i quali affermano che un governo M5S-Lega non costituirebbe un tradimento degli alleati e degli elettori e che in ogni caso Berlusconi avrebbe tradito la Lega in passato appoggiando il governo Monti e il primo governo Letta, senza neanche parlare dei successivi inciuci col Pd. Sulla prima affermazione non mi soffermo tanto è peregrina: faccio solo notare che l’unico sicuro tradimento dentro il centrodestra fu quello perpetrato alla fine del 1994 dalla Lega ai danni del governo di centrodestra dopo otto mesi scarsi di legislatura, quando Berlusconi veniva colpito dalla raffica degli avvisi a (s)comparire ed era alle prese con la riforma delle pensioni, sulla quale fu lasciato solo per opportunismo anche dall’establishment economico (e dai giornali di riferimento) che la ritenevano necessaria: volevano incassarla senza pagare il dazio dell’impopolarità, come dimostrò il disperato appello dell’ultimissima ora di Agnelli e De Benedetti, a situazione ormai compromessa. Sulla seconda dimostrano una certa smemoratezza degli avvenimenti. Per cui procedo ad una succinta ricapitolazione degli stessi.

Berlusconi soccombette al golpe Napolitano nel novembre 2011, dopo aver resistito praticamente da solo per mesi e mesi. Lo fece in modo intelligente, senza farsi travolgere dall’ira. Resistette fino all’ultimo, cioè fino a quando capì che non c’erano più margini ragionevoli per poter superare senza rischi una mozione di sfiducia. Ricordiamoci che la grande campagna di sputtanamento ad personam del 2010 aveva già causati smottamenti nella maggioranza berlusconiana, e che essa veniva già data per morta e sepolta verso la fine di quello stesso anno. Berlusconi diede le dimissioni senza farsi sfiduciare: l’assenza di una formale delegittimazione era un modo per restare legittimamente nel gioco politico. Molti cretinetti isterici di destra, invece, compresi quelli dei giornali che appoggiavano il centrodestra, avrebbero voluto che rovesciasse il tavolo per andare a nuove elezioni. Ipotesi assolutamente scervellata: primo, l’Italia era sotto ricatto finanziario e non era il caso di rispondere con atteggiamenti autodistruttivi; secondo, le elezioni sarebbero state disastrose per il centrodestra e di fatto lo avrebbero fatto scomparire politicamente. Quando non si può vincere, quando si è sotto il tallone di forze nazionali ed internazionali più forti è saggio piegarsi e prendere tempo, almeno fin quando è possibile farlo senza perdere la dignità, e non andare in cerca della bella e stupida morte.

Quanto alla divisione del centrodestra riguardo al governo Monti, essa non era altro, in sostanza, che una tacita divisione tattica. Il Pdl dava l’appoggio esterno al governo, mentre la Lega, che nella coalizione ha sempre svolto il ruolo di succhiaruote, mai volendo pagare dazio con scelte impopolari, stava all’opposizione: il centrodestra veniva a configurarsi più per necessità che per scelta come una coalizione di lotta e di governo. Ciò serviva a tenerlo in vita e a farlo uscire col tempo dalla sala di rianimazione. L’inettitudine del governo Monti lo agevolò e Berlusconi tolse per tempo l’appoggio a Monti poco prima della scadenza naturale della legislatura, e in vista delle elezioni del 2013 il centrodestra, a dispetto dei ferrei propositi  leghisti di segno contrario espressi in precedenza, si ricompose con tutta naturalezza. Il Berlusca fece una campagna elettorale da leone che trasformò quasi miracolosamente, grazie anche al boom grillino, in sconfitta la vittoria sul filo di lana di Bersani, predestinato trionfatore. Col Letta I fece lo stesso che con Monti.

Quanto al Letta 2, al governo Renzi e al governo Gentiloni parlare di sostegno di FI è una scemenza e una menzogna. Curioso: quando qualcuno da sinistra passa a destra è pagato da Berlusconi; quando invece i traditori di Berlusconi passano a sinistra diventano agenti al servizio di Berlusconi. Anche in queste corbellerie certi sovranisti di destra dimostrano di essere succubi della propaganda di sinistra. Una delle cose più divertenti dei destrorsi sovranisti, spezzatori di reni, tutta chiacchiera e distintivo, è che almeno metà del loro cervello è stata colonizzata dal luogocomunismo sinistrorso, che essi nella loro debolezza intellettuale ripetono come pappagalli. Il senso storico-culturale dell’aut-aut di Di Maio a Salvini concernente gli impresentabili italoforzuti sfugge loro completamente. I giornaloni vogliono far fuori Berlusconi, i grillini vogliono fare fuori Berlusconi, e loro pure vogliono farlo, senza che la bella compagnia non li induca a pensare che forse c’è qualcosa non va nelle loro elucubrazioni. La Lega sola egemone nel centrodestra è il sogno dei giornaloni, della sinistra e anche di Bruxelles: è la forte ridotta lepenista, eternamente minoritaria ed eternamente sconfitta. E’ per questo che se l’alleanza di governo tra M5S e Pd non dovesse concretarsi, ai nemici di Berlusconi e di un centrodestra potenzialmente vincitore anche un governo di scopo M5S-Lega, in sottordine, potrebbe andare bene.

Ma forse costoro ambiscono ad impersonare la nuova frontiera dell’utile idiotismo: l’antiberlusconismo acceca. Solo chi si tappa gli occhi non può non vedere la vicinanza politico-culturale tra grillini e piddini. Non parlo di chi ha votato M5S – per buona parte un esercito di fessi o utili idioti – ma dei suoi militanti e del suo – chiamiamolo così – gruppo dirigente. I grillini sono i figli di Berlinguer e dell’immorale questione morale e quindi polli di allevamento del regime culturale sinistrorso: giacobinismo, statalismo, ecologismo cripto-religioso e insieme laicismo sfrenato anticristiano, gay pride ed economia a km zero, antifascismo resistenziale, manipulitismo rosso e antimafiosità di regime. Sono il precipitato del vecchio, altro che il nuovo. Sono il vecchio rimesso a nuovo, e stanno al Pd come i montagnardi stavano ai girondini. Per parte del Pd e del suo elettorato costituiscono tuttavia un richiamo della foresta fortissimo, giacché il Pd non è mai diventato socialdemocratico nel senso culturale del termine, non avendo mai fatta mea culpa, mai fatti i conti con la storia, e mai riabilitato la storia dei socialisti italiani. No, è diventato liberal cambiando etichetta ma senza rinnegare né Togliatti né Berlinguer. Per cui può sempre tornare indietro. Se Renzi oggi viene demonizzato come Berlusconi, non è perché Renzi somigli a Berlusconi, come vuole la nuova vulgata che trova anche tanti sprovveduti discepoli a destra, ma perché, molto più semplicemente, chi di anti-berlusconismo ferisce di anti-berlusconismo perisce. E’ la vecchia fenomenologia delle epurazioni comuniste.

E in conclusione: un M5S di governo può sempre riposizionarsi; abbandonare un po’ del suo estremismo chavista, e diventare un partito radicale di massa ultra-liberal e così unirsi in coito coi resti del Pd, alla stregua di un Podemos normalizzato. Ma i sovranisti alle vongole nel loro accecamento anti-berlusconiano (mutuato dal pensiero dominante, altro che dimostrazione d’indipendenza) non hanno voluto vedere nulla di questo; si sono incartati nella loro ideologica, caricaturale contrapposizione senza sbocchi tra sovranisti e globalisti, fino a diventare più putiniani di Putin, l’amico del loro odiato Berlusca: il quale Vladimir, al contrario di loro, il buon senso l’ha ancora sicuramente conservato, per quante sfumature russe si porti dietro.

P.S. Naturalmente qualcuno potrà pensare che Salvini voglia accordarsi col M5S al solo scopo di fare una nuova legge elettorale che preveda un sistema a doppio turno alla francese. Soluzione buona solo sulla carta. Tra alcuni mesi o tra un anno quale sarà il sentimento di un corpo elettorale alquanto ballerino, tanto più che sia quest’ultimo sia le formazioni politiche si adeguano sempre ai nuovi sistemi elettorali?

Giornalettismo, Italia

Renzi tra partito e setta

La nascita del partito della nazione, secondo la felpata propaganda di quella grande stampa sempre un po’ vile che se ne faceva paladina qualche anno fa, doveva essere la conseguenza inevitabile (ma anche costruttiva) della presa d’atto che il ventennale tentativo di bipolarismo politico all’italiana era ormai abortito e che gli opposti populismi al quale invece si era ridotto necessitavano di un argine poderoso. La sua prima versione, quella montiana, si risolse però in un prodigioso fallimento, molto simile a quello di certe squadre che nella partita decisiva della stagione non sembrano neanche scendere in campo. Si pensò allora di arrivare allo stesso risultato attraverso la trasformazione, di nome o di fatto, del Partito Democratico nel partito della nazione. Più tardi l’energica figura di Renzi sembrò ridare corpo al progetto.

Tuttavia proprio in questi giorni abbiamo potuto vedere ancora una volta come questa idea sia nata da ragioni di opportunismo e si porti dietro insanabili contraddizioni. Non esiste, infatti, in Italia un populismo più diffuso, pericoloso e grossolano di quello giustizialista; eppure anche nei giorni del caso Azzollini, com’è sempre accaduto quando Renzi si è dovuto scontrare con la setta della questione morale, né il Corriere, né la Stampa, né il Sole 24 Ore hanno fatto sentire la loro voce in sostegno del premier.

Ciò è dovuto al fatto che anche l’idea del partito della nazione nacque nel solco dell’antipolitica: ne era la versione paludata, compunta, propria delle sale ovattate. Era il modo perbenista, istituzionale, di cedere al conformismo vaffanculista. Ciò che essa denunciava era pur sempre l’insufficienza della politica; ciò che essa perorava era pur sempre la necessità di un suo superamento; e ciò che essa incarnava era in ogni caso una sorta di palingenesi dai tratti rassicuranti e perfino borghesi. Ma nel profondo, senza ostentazioni, quest’idea contribuiva tuttavia ad alimentare quelle correnti populiste che diceva di voler neutralizzare.

Ecco perché quando si tocca una questione dirimente, anzi identitaria, come quella della giustizia, prima ancora sul piano culturale che su quello meramente tecnico, legioni di autorevoli e sagaci editorialisti, di solito prodighi di consigli, invece di buttare il cuore oltre l’ostacolo, fanno i pesci in barile. Ma allora come si può pretendere di porre le basi di un partito votato virtuosamente all’interesse nazionale, e perciò supremamente politico, nel miglior senso del termine, venendo nello stesso tempo a patti con ciò che ne rappresenta la negazione, l’incivile caricatura, cioè la setta?

Questa contraddizione interna è la stessa che agita il Partito Democratico vero e proprio. E non vi è modo di uscirne in modo indolore. Se Renzi decidesse di tagliare il cordone ombelicale con la setta giustizialista per davvero, il Pd andrebbe incontro ad un drammatico ridimensionamento. Non solo: si può star sicuri che questa svolta non avrebbe l’appoggio della grande stampa sopramenzionata. E il presidente Mattarella, che non è certo un cuor di leone, e che dimostra ogniqualvolta apre la bocca di essere fedele in maniera perfino comica ai frusti e tristissimi codicilli della vulgata della repubblica nata dalla Resistenza, gli si rivolterebbe contro. Sotto altre forme, il caso Berlusconi verrebbe a riproporsi. E sarebbe la dimostrazione che non è Berlusconi la vera anomalia della politica italiana.

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Giornalettismo

L’irrisolto Renzi e l’irrisolto Pd

Che la caratteristica più vistosa della politica e del giornalismo politico italiano sia l’isterismo, è cosa ormai risaputa. In questo il nostro paese conferma la sua secolare passione per il melodramma. Ricorderete certo che fino a qualche settimana fa il centrodestra era dato per morto: anche ai nemici oramai faceva più compassione che ribrezzo. Oggi è ritornato una minaccia. Mentre quel Renzi che fino qualche mese fa sembrava avviato ad una dittatura democratica ventennale, oggi viene quasi dato sulla via del tramonto. Sono bastati la botta alle elezioni regionali e i sondaggi in picchiata per il Pd a far cambiare canzone ai ragazzi del coro.

Il brusco ridimensionamento del renzismo merita invece una spiegazione razionale. La presunta popolarità di Renzi poggiava su un equivoco. Per capirlo bisogna ritornare ai tempi della deposizione di Berlusconi e dell’intronizzazione di Monti. Fu allora che si cominciò a parlare del partito della nazione. Il piano era semplice quanto pretenzioso: Super Mario, il tecnocrate europeo doc, personificazione un po’ caricaturale dell’autorevolezza e della competenza, grazie al successo della sua azione di governo, e grazie al discredito generale in cui erano precipitati i partiti politici, doveva coagulare intorno a sé il favore del mondo politico migliore, di destra e di sinistra, e farne il nucleo fondante di una nuova formazione politica, il partito della nazione, appunto, destinato a trionfare alla prima tornata elettorale.

Monti si rivelò una macchietta. Da grand commis prestato alla politica, non dimostrò né idee né leadership. In compenso incantò per la sua sobrietà, talmente ostentata da meritare le pernacchie delle persone con ancora qualche rimasuglio di spina dorsale. Il partito della nazione, nelle sue fredde mani, restò congelato. Invece di ritirarsi dignitosamente dalla scena politica, Monti decise di morire politicamente coprendosi di ridicolo e fondò Scelta Civica, partito che anche nel nome confessava le ambizioni rionali di una lista civica più che quelle di un partito della nazione.

I presunti poteri forti optarono allora per il piano B; ossia pensarono, nella loro impotenza, di fare dello stesso Pd il partito della nazione. Bersani stette al gioco, perché stimò che non gli potessero venire che vantaggi. Ma alle elezioni la rivitalizzazione del centrodestra da parte di quel diavolo del Berlusca e la concomitante esplosione del M5S combinarono il disastro: il Pd riuscì a vincere le elezioni per un soffio, ma non ottenne la maggioranza al senato. Il risultato morale fu un pareggio equivalente a una cocente sconfitta.

Le circostanze perciò giocarono per mantenere in vita l’idea balzana del partito della nazione. Nacque un governo delle larghe intese, centrato su un Pd che guardava al centro e che veniva guidato da un centrista per storia e temperamento, il democratico Letta. Il giovanotto neanche cinquantenne non si rivelò una macchietta ma nemmeno dimostrò la tempra churchilliana necessaria a tenere a bada nemici esterni ed interni, in un periodo difficilissimo per l’economia e in un contesto di montante insofferenza popolare per soluzioni politiche calate dall’alto, anche a sinistra (a cominciare dal guru Zagrebelsky) dove quelle stesse soluzioni qualche anno prima erano state invocate con molesta petulanza (sempre a cominciare dal guru Zagrebelsky, naturalmente) pur di liquidare Berlusconi.

Cosicché ai presunti poteri forti, quando il simpatico pirata Renzi abbordò con successo il bastimento Pd e mostrò, a forza di rassicurazioni, di voler fare le scarpe al suo grande amico Letta, sembrò che la figura del Rottamatore potesse riverniciare a nuovo un disegno vecchio. Il grande amico Letta fu esautorato e sulle prime il disegno sembrò avviarsi verso orizzonti di gloria. Alle elezioni europee il Pd stravinse. Ma proprio qui si cadde nell’equivoco. In realtà la straordinaria vittoria renziana era il segno di un paese sfinito che si arrendeva, dopo anni di lavoro ai fianchi, a una soluzione da partito degli ottimati cui Renzi offriva, suo malgrado, una faccia accattivante, più che l’esito di una franca adesione dell’elettorato al cosiddetto renzismo.

L’ascesa al potere di Renzi si caricava perciò di una doppia ambiguità: da un lato la scarsa legittimazione democratica, che il risultato delle europee non cancellava del tutto, e la natura opaca dei suoi rapporti col partito del partito della nazione, per così dire; dall’altro l’ambiguità di un partito democratico che si vergogna di farsi chiamare socialista ma sta coi socialisti in Europa e nel contempo onora Berlinguer, colui che per furbizia e per necessità rimpiazzò il marxismo col giacobinismo nel vecchio Pci.

Non avendo mai affrontato queste contraddizioni strutturali della sinistra il renzismo non riesce a darsi un minimo d’identità politica; identità che nemmeno il forsennato (e spesso cinico, nei confronti delle persone) attivismo del premier può surrogare all’infinito. Ed è così che un po’ alla volta il Pd sembra progressivamente subire la pressione di due identità politiche più forti: da una parte il M5S, vero erede del radicalismo di massa incarnato dal vecchio Pci, fortezza montagnarda in trepida attesa di liquidare i girondini piddini, a dimostrazione che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è mai avvenuta; dall’altra un centrodestra che pur nella sua frammentazione politica al momento buono riesce sempre a ritrovare una certa compattezza in virtù di un elettorato molto più coeso dei suoi rappresentanti politici, a dimostrazione che il berlusconismo, piaccia o non piaccia, non si esaurisce nella figura del Cavaliere, ma è anche un progetto politico sensato.

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Giornalettismo

Renzi e i giustizieri

Ero stato facile profeta, due mesi fa, nel parlare di «lento assedio della sinistra giustizialista a Renzi». La vera battaglia per la riforma della sinistra Renzi non l’ha nemmeno cominciata. Renzi è stato bravo a presentarsi come l’uomo che rompe gli schemi e parla una lingua nuova, ma tutto questo suo accattivante agitarsi nascondeva una reticenza di fondo. Era un modo di far finta di prendere il toro per le corna, quando invece si prendeva per le corna una capretta. A sinistra il vero toro da rispedire in stalla era il giustizialismo, non quel vetero-socialismo che peraltro, col perdurare della crisi, sta tornando di moda anche fra chi in questi anni si era politicamente accampato fra i democratici con veltroniana fatuità.

D’altra parte anche la filosofia della rottamazione, a ben vedere, costituiva una specie di giustizialismo giocoso, che permetteva a Renzi di essere allo stesso tempo dirompente ed ambiguo. Ciò gli ha conservato in qualche modo, e per qualche tempo, le simpatie di ampie schiere del popolo di sinistra, ma gli anche assicurato l’appoggio di quella grande stampa dell’ex triangolo industriale che da anni ormai si è piegata al verbo giacobino, nell’illusione di potersene servire per patrocinare disegni politici tecnocratici o centristi. Il risultato è però che il Pd di Renzi ha sfondato al centro conquistando i voti di un certo elettorato moderato sfiancato dalla pedagogia ossessiva del circo mediatico-giudiziario, elettorato che ha scelto di arrendersi a Renzi piuttosto di non votare; ma non ha affatto ridimensionato quella specie d’identitarismo di sinistra costituito dalla mistica della questione morale, credo politico che dopo il crollo del Muro di Berlino ha occupati nel mondo post-comunista gli spazi lasciati vuoti dalla dottrina marxista.

Era inevitabile, perciò, che con la fine della luna di miele fra Renzi e gli italiani – fine che non gli si può imputare più di tanto in quanto nell’attuale situazione anche a un santo o a un genio sarebbe capitato lo stesso – l’anima giustizialista della sinistra in generale e del suo partito in particolare cominciasse a prendere per il bavero il condottiero fiorentino e a chiedergli sempre più insistentemente una confessione di fede. Ed è così che sono saltate fuori le liste di proscrizione della Bindi a mettere brutalmente sul tappeto la questione sulla natura del Partito Democratico: qual è il vero Pd? Il partito entrato nella famiglia dei socialisti europei o il partito giacobino di massa del quale, sulla fine degli anni settanta del secolo scorso, partendo da lidi diversi, Scalfari e Berlinguer posero le basi?

Singolari, ed eloquenti, le ragioni che hanno spinto uno dei guru del partito della legalità, Roberto Saviano, a criticare le liste bindiane. E significativo il fatto che tali ragioni nella sostanza siano state fatte proprie, dopo qualche dichiarazione ambigua, dal presidente dell’Anticorruzione Cantone, la cui nomina è stato il primo vistoso segno di cedimento di Renzi alle istanze giacobine. Secondo Saviano, il peccato commesso dalla Bindi starebbe in questo: inchiodando pubblicamente alcuni personaggi alle loro presunte colpe, avrebbe di fatto assolto tutti gli altri. Infatti, l’essenza politica del giustizialismo, al quale della legalità e dei modi lungimiranti di mettere un freno al malaffare non importa in realtà un bel nulla, non sta tanto, o non sta solo, nel far rotolare un certo numero di teste, piccolo o grande che sia; sta piuttosto nel tenere tutti quanti sotto scacco, esercitare un sempre più ampio potere di veto, imporre un nuovo linguaggio – come quello che, oggi, mira demagogicamente e spudoratamente ad assimilare alla mafia qualsiasi tipo di malaffare – e infine puntare al potere tout-court.

Intanto, per la prima volta, Renzi, sul tema della giustizia, sembra quasi costretto a dare spiegazioni. Ma non può illudersi più di tanto: per i giacobini il compromesso dura solo un giorno, e costituisce una piattaforma sulla quale erigere nuove torri d’assedio.

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Giornalettismo

Il lento assedio della sinistra giustizialista a Renzi

Al momento dell’elezione di Sergio Mattarella scrissi che il nuovo presidente della Repubblica avrebbe potuto costituire un problema per Matteo Renzi. Il cattolico adulto Mattarella è uno di quei democristiani di sinistra di triste memoria che col tempo hanno accettata in toto la lettura progressista della storia dell’Italia repubblicana; premiati per questo con la cooptazione nella sinistra politica vera e propria, la loro ortodossia, anche se non sempre ostentata, è quella di ferro che contraddistingue chi è stato risparmiato. Se sembrano remissivi, la loro remissività è rivolta soprattutto verso quest’ordine di cose e chi lo rappresenta. Renzi invece è nato prodiano e margheritino, e quindi già a sinistra, e quindi senza complessi d’inferiorità nei suoi confronti: la vulgata può anche sposarla ma gli è anche più facile esserle infedele, o esserle fedele senza cadere in uno zelo ridicolo. Perciò previdi, in quell’articolo, che nei momenti topici Mattarella avrebbe ubbidito a Scalfari, il papa della chiesa giacobina, piuttosto che al Rottamatore.

Il primo di questi momenti è arrivato col pasticciaccio brutto del triplice omicidio al Tribunale di Milano, dove un forsennato ha ammazzato un magistrato, un suo ex-avvocato e un suo coimputato nel processo che lo vede coinvolto per il fallimento di un’immobiliare: un tragico fatto di cronaca, ovviamente, peraltro non dissimile da altri fattacci accaduti in passato in giro per il vasto mondo. La solita compagnia di giro giacobino-giustizialista, con una spudoratezza che solo in un paese profondamente malato come l’Italia non poteva provocare l’ilarità generale, ha messo in conto l’efferato delitto ad un presunto clima di delegittimazione nei confronti di una magistratura impegnata in uno sforzo titanico per ripulire l’Italia dai suoi mali. Il sobrio presidente della Repubblica ha pensato bene di dare una benedizione istituzionale a tale corbelleria. Non sappiamo quanto Renzi sia rimasto sorpreso da tanta sollecitudine, ma forse un pochettino sì, altrimenti non lo avrebbe insediato sull’alto scranno. Se Matteo in cuor suo era convinto di aver parcheggiato un soprammobile sul colle, ha sbagliato malamente i suoi conti, non foss’altro perché anche per fare il soprammobile in certi momenti ci vogliono gli attributi.

Eppure a Renzi, che passa per essere sveglissimo, qualcosa del genere era già accaduto con la nomina di Raffaele Cantone a presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione un annetto fa. Non che pensasse a costui come un soprammobile, ovviamente. Fatto sta, però, che anche sul piano politico, ancorché indirettamente, la presenza di Cantone si è rivelata sempre più ingombrante. Nel giro di un anno Cantone, grazie al suo protagonismo non sguaiato ma ossessivo e alla claque mediatica che accompagna ogni suo passo, è diventato agli occhi dell’opinione pubblica il poliziotto d’Italia, il controllore della legalità repubblicana, il prefetto della cittadella della politica. E nel contempo la magistratura, con qualche lustro di ritardo, ha scoperta l’acqua calda, cioè che anche a sinistra gli intrecci malsani tra politica ed economia sono all’ordine del giorno, tanto da svelare un po’ alla volta le fattezze di un sistema che tutta la farisaica cultura della legalità sbandierata in questi anni non ha minimamente scalfito.

Tuttavia tutto ciò costituisce più che altro un avvertimento rivolto a Renzi e al Pd di Renzi. La sinistra italiana può anche sopportare riforme o riformicchie vere o false, può anche sopportare l’impronta liberal che Renzi intende trasmetterle, ma non può accettare che la sua pretesa d’incarnare la migliore Italia, onesta e democratica, antifascista e antimafiosa, contrapposta all’Italia peggiore, venga messa in discussione, e non può rischiare che i nomi della Dc, del Pentapartito, di Craxi e di Berlusconi vengano riabilitati. E ciò non avviene per caso: Renzi non ha mai affrontati i nodi veri della questione socialista, che è la questione tout-court della sinistra italiana; ha preferito saltare nel futuro, pensando di poter costruire un futuro senza fare i conti col passato: sarà costretto a farli, invece, e a rompere il lento assedio che si sta profilando, se non vorrà che il renzismo rischi di passare alla storia come il jovanottismo in politica, cioè la fuffa all’ennesima potenza.

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Giornalettismo, Italia

Renzi, ovvero lo schema Ponzi in politica

Con l’elezione di Sergio Mattarella alla carica di Presidente della repubblica Matteo Renzi ha vinto ma ha anche perso. E non poteva essere altrimenti. Infatti, solo un uomo a cui il Presidente del Consiglio avesse dato il via libera avrebbe potuto vincere; allo stesso tempo, però, agli occhi dell’opinione pubblica e del mondo politico tale scelta sarebbe equivalsa a una scelta di campo, ancorché dettata dalle convenienze e non dalle convinzioni. E questo perché Renzi, nel suo pragmatismo muscolare, non ha mai proposto un suo progetto politico per la sinistra. Se Renzi ne incarnasse uno, scelte realistiche anche se non omogenee alle sue idee politiche non correrebbero il rischio di essere viste come figlie del puro opportunismo. Il risultato è che di Renzi ormai non si fida più nessuno; che il Rottamatore si sta tagliando i ponti alle spalle, a destra e a sinistra; e che d’ora in poi potrà contare solo su appoggi interessati.

C’è una differenza sostanziale tra Berlusconi e Renzi; che Berlusconi, al di là dei tatticismi politici ai quali non si può sempre sfuggire, incarnava e incarna ancora un progetto politico sensato e storicamente plausibile: la riunione del centrodestra, dai centristi alla Lega. Tutti i tatticismi berlusconiani, in questo momento, sono mirati alla sopravvivenza, alla resistenza, nell’attesa di riproporlo. Non piace? E’ una questione secondaria. A destra non ci sono altre soluzioni politiche reali. Tutto il resto, politicamente, se prendiamo in considerazione il paese reale e non l’Italia dei sogni, è solo chiacchiera. Solo dopo che gli attori politici del centrodestra, e il suo elettorato, avranno preso coscienza di questa realtà (e sarà un passaggio fondamentale) si potrà cominciare la battaglia per tirare fuori il meglio possibile da questo coacervo. Questo, se parliamo di politica. Se poi parliamo di qualcos’altro, è tutta un’altra faccenda. Se Berlusconi è sopravvissuto a tante batoste politiche, alla caccia grossa della magistratura, all’umiliazione delle condanne penali, alla gogna mediatica, è perché, piaccia o non piaccia, rappresenta un progetto politico. E’ questo il segreto vero della sua altrimenti inesplicabile resilienza.

Per la sinistra italiana l’unico progetto politico e storicamente fondato è quello socialdemocratico, nel senso più largamente culturale del termine, implicante il rifiuto del giustizialismo e una dolorosa revisione della propria storia. Fa sinceramente ridere che si possa pensare di riunire la sinistra (o gran parte di essa) in una piattaforma liberal in un momento in cui il radicalismo la sta divorando, non solo in Italia. Se Renzi sposasse con coerenza un progetto liberal andrebbe fatalmente incontro a una scissione, farebbe del Pd – nella realtà italiana – un partito centrista, e consegnerebbe il grosso della sinistra al radicalismo. Con l’elezione di Mattarella Renzi ha invece scelto di ricompattare il Pd intorno a una persona che rappresenta l’Italia nata dalla Resistenza con tutto il corollario dei suoi cascami ideologici. Il fatto che Mattarella sia cattolico ed ex-democristiano non significa un bel nulla. Sappiamo bene come molti ex-democristiani di sinistra, espressione di un cristianesimo catacombale, dopo esser stati esemplarmente risparmiati dal diluvio di Tangentopoli e inghiottiti dal Moloch ex-comunista, siano diventati tra i più zelanti (e ridicoli) sacerdoti della religione civile fondata sulla Costituzione: in una parola, i pasdaran della conservazione. Questo fa di Mattarella un personaggio pericoloso per Renzi. Primo, perché anche una nullità una volta messi i gradi di Presidente della repubblica si sente in dovere di dimostrare di essere qualcuno, tanto più che la Costituzione materiale ha da lungo tempo emancipato il primo cittadino della repubblica dal ruolo noioso di primo notaio della repubblica. Secondo, perché se si monterà la testa Mattarella ubbidirà a Scalfari piuttosto che al Rottamatore; lo stesso Scalfari che, dopo aver spedito un ultimatum a Matteo qualche giorno fa, ieri ha lodato (insieme al Pd) questo Renzi riallineato. D’altronde è palpabile la soddisfazione che si respira fra i non-renziani del partito, in Sel, e persino tra i grillini. Ma è una soddisfazione che sa di rivalsa e ha qualcosa di maligno. Diceva Bersani appena dopo l’elezione: «se tutto va come deve andare sarà un ottimo presidente. È un giurista. Non è uno che fa passare qualsiasi cosa. Certe sciocchezze incostituzionali non le farà passare». A buon intenditor, poche parole.

Sarebbe anche bene che i commentatori smettessero di giudicare le vittorie e le sconfitte politiche in termini di politique politicienne. Queste vanno valutate in prospettiva, e sullo sfondo più ampio del consenso elettorale. Il Pd sta già subendo da qualche tempo una perdita fisiologica di consensi tra gli ex elettori del centrodestra; la sterzata renziana non farà altro che renderla strutturale, passato il breve momento del trionfo, senza peraltro fargli guadagnare voti tra gli aficionados della sinistra radicale, che oggi non si fidano di Renzi più di quanto non facessero ieri. Se il tempo lavora a favore delle cose sensate, vuol dire che lavora contro le ambiguità del trionfante Renzi; mentre la forza delle cose spinge, a dispetto dello stato comatoso e delle sue divisioni, ad un ricompattamento del centrodestra. Ed un ricompattamento del centrodestra significa una sola cosa: berlusconismo, sia l’Impresentabile o no a guidare l’indistruttibile Armata Brancaleone. E’ assai probabile che l’atteggiamento collaborativo di Berlusconi nei confronti di Renzi non verrà meno per vari motivi: il primo è che non ci sono alternative; il secondo è che Berlusconi non vuole lasciare a Renzi alcun alibi in caso di rottura; il terzo è che Berlusconi spera che sulle riforme non sia la sua Forza Italia ad implodere, ma sia proprio la ringalluzzita sinistra del Pd a creare problemi a Renzi. Matteo, con la solita simpatica spudoratezza, e con qualche contorsione lessicale, ha fatto finta che i problemi riguardino solo il Cavaliere, affermando che quest’ultimo, poveretto, «ha due opzioni di fronte a sé: decidere se soffrire nel fare delle riforme che condivide oppure decidere di offrirsi per fare delle riforme importanti e avere così la possibilità di poter raccogliere e condividere i dividendi con noi».

Il fatto è che Renzi in politica ha un problema strutturale. Se vuole essere liberal (cioè statalista moderato e modernizzatore) la sinistra (e non parlo solo del Pd) non lo segue; se rinuncia ad essere liberal si mette nelle mani della sinistra conservatrice. Non avendo un progetto politico realistico, che è quello menzionato all’inizio dell’articolo, e dal quale potrebbe ripartire in caso d’insuccesso, è come un generale costretto a vincere in continuazione, e destinato a sparire alla prima sconfitta. Il renzismo, perciò, assomiglia ad una sorta di schema Ponzi applicato alla politica: un rilancio continuo, un attivismo frenetico, che intontisce e disarma i critici, e che gli assicura un carisma da vincitore, fino al momento fatale in cui inciamperà e tutti gli saranno addosso.

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Giornalettismo, Italia

Renzi e la sinistra (tutta) alla resa dei conti

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata l’occasione per quell’Italia che della legalità ha fatto un feticcio ad uso meramente politico, e della quale una parte rumorosa della nostra magistratura si sente l’avanguardia sul campo di battaglia, di rispolverare il personaggio di Berluschino. Il presidente della Corte di Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, è arrivato a dire, papale papale: «Pensavo, finito un certo periodo, che le cose potessero cambiare», parole che esprimono uno schietto giudizio politico, e non un giudizio di politica giudiziaria. Renzi, col piglio giovialmente napoleonico che gli è consueto, ha risposto per le rime alle critiche, duro e beffardo come se avesse a che fare con dei bacucchi fuori della realtà. Se lo può ancora permettere, essendo, almeno nominalmente, di sinistra e al momento vincente. Quindi il fascismo non è alle porte, come invece sarebbe immancabilmente accaduto se al posto di Berluschino ci fosse stato Berlusconi.

Intanto però i cannoneggiamenti arrivano anche dalla corazzata di Repubblica. L’augusto fondatore Eugenio Scalfari l’ha scritto chiaro e tondo nel suo pezzo domenicale: «Renzi è l’autore della riabilitazione berlusconiana». L’articolo nella sostanza è una specie di ultimo avvertimento; il tono non ultimativo e quasi lepido è quello che si usa coi destinatari di tali messaggi quando li si vuole ancora recuperare alla causa. E un altro segnale non incoraggiante per Berluschino arriva dalle elezioni politiche in Grecia. Non tanto dal risultato, che era previsto, ma dalla reazione dell’italico popolo di sinistra alla vittoria di Tsipras: ostentatamente entusiasta nella sinistra che non si riconosce nel Pd (compresi i grillini, naturalmente) e pudicamente soddisfatta in una parte non trascurabile di quella che nel Pd si riconosce.

Questi fatti provano ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante i suoi successi politici Renzi non è riuscito a riformare la sinistra. Se il radicalismo di massa, che è la malattia endemica della sinistra italiana dai tempi della scissione di Livorno, attira ancora tanta parte dell’Italia rossa, significa che l’approccio liberal in un paese come il nostro (e in gran parte dell’Europa) a sinistra non funziona, non parla al cuore dell’elettorato, è fuori di quella storia con la quale la politica deve fare i conti. E’ solo nello sciocco e fatuo universo veltroniano, là dove tutto si compone in meravigliosa armonia, che Berlinguer e Blair possono andare a braccetto: nessuno di questi due personaggi, però, può essere una figura di riferimento per una sinistra italiana matura e pacificata. Ma ciò significa anche che la “terra di mezzo” socialista, suo naturale approdo, per la sinistra italiana è ancora taboo, per motivi che non elenco per non offendere l’intelligenza dei lettori.

Cosicché adesso, alla vigilia della grande partita politica che si giocherà intorno all’elezione del nuovo presidente della repubblica, per Renzi si aprono due scenari, che però lasciano congelati i problemi di fondo sopramenzionati: o riesce a tenere il partito insieme, rilanciando la posta come ha sempre fatto, sull’onda dei successi fin qui ottenuti, ottenendo così una vittoria dal sapore termidoriano sulla vecchia classe dirigente comunista; oppure si rassegna ad una scissione (l’ennesima della storia della sinistra italiana) che però farebbe del Pd un partito a caratterizzazione sempre più apertamente centrista: sogno segreto di Berlusconi, non perché miri anche lui al partito della nazione, ma perché un Pd “centrista” avrebbe scarso appeal fra gli elettori di sinistra e tuttavia incontrerebbe ancora la diffidenza del popolo di destra. Ce ne sarebbe anche una terza, dal vago sapore fantascientifico: che Berluschino si faccia prendere dal panico e cominci a correre dietro a Tsipras; e neanche questa follia forse dispiacerebbe a Berlusconi, pronto a quel punto ad accogliere come figlioli prodighi vagonate di elettori.

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Giornalettismo, Italia

Renzi e il Muro

E’ appena il caso di ricordare che alla caduta del Muro di Berlino, 25 anni fa, il Partito Comunista Italiano era ancora in piedi. L’anomalo ritardo della sinistra italiana di allora spiega lo stravagante balzo in avanti sulla via liberal-democrat dell’attuale sinistra renziana. Oggi come allora, a ben vedere, il maggior partito della sinistra italiana costituisce un’anomalia in Europa. Oggi come allora, nei maggiori paesi dell’Europa Occidentale la sinistra è presidiata da grossi partiti socialdemocratici, socialisti, laburisti; mentre in Italia, al posto del Partito Comunista abbiamo uno strano Partito Democratico americanizzante.

Ciò è dovuto alla mancata socialdemocratizzazione della sinistra italiana. Si dirà: ma come è possibile questo se Renzi ha già superato la socialdemocrazia? Se perfino il partito dei D’Alema e dei Bersani era già socialdemocratico da tanto tempo? Se il prestigio della socialdemocrazia dà segni di sgretolamento un po’ dappertutto nel mondo occidentale e già si guarda ad un suo superamento o a una sua rimodulazione?

In primo luogo bisogna chiarire cos’è nei fatti la socialdemocrazia o il socialismo-democratico. Il socialismo, inteso come sistema, è incompatibile con la democrazia liberale. Socialismo-democratico è quindi un eufemismo per democraticismo-sociale: è solo una denominazione che ha reso meno dolorosa la resa della sinistra al sistema liberal-democratico. Col socialismo-democratico i socialisti hanno abbandonato la lettura rivoluzionaria-marxista della realtà, hanno legittimato i loro avversari politici, e sono diventati dei democratici fautori dello stato sociale. In breve, i partiti socialdemocratici sono stati i partiti dello statalismo classico in un contesto liberal-democratico.

In secondo luogo se è vero che, a parole, la socialdemocrazia ha perso molto del suo prestigio; è anche vero che che il liberalismo (nel significato europeo-continentale legato alle implicazioni economiche del termine) oggigiorno viene indicato come causa strutturale dell’epocale crisi economica occidentale. In ciò vi è una lampante contraddizione. Che si spiega col fatto che in realtà, nel mondo occidentale, gli spazi per l’economia liberale si stanno progressivamente stringendo da almeno un secolo. La crisi che stiamo vivendo è stata prodotta da due forme di interventismo statale: lo statalismo classico, indirizzato a scopi sociali, fondato sul welfare e il debito pubblico, che confisca i redditi; il libertinismo economico di origine anglosassone, indirizzato alla crescita economica, fondato sul governo disinvolto del sistema bancario, la politica monetaria e i debiti privati, che confisca i risparmi. In tutti due i casi è la logica di mercato a venire penalizzata, se non bellamente ignorata. E non è un caso, infatti, che nella speranza di risolvere la crisi con ricette miracolistiche, molti guardino all’intervento dello Stato o a quello della Banca Centrale, indulgendo perciò negli stessi errori che alla crisi ci hanno portato.

In terzo luogo socialdemocratizzazione non significa solo abbandonare ricette politico-economiche per abbracciarne altre; implica pure un cambiamento della forma mentis, una rivisitazione dolorosa ed onesta della propria storia, riconoscere finalmente le ragioni degli altri. La sinistra italiana non ha mai fatto questo: ha preferito saltare a piè pari la questione socialista ed approdare direttamente al democraticismo. Ne è venuta fuori una specie di schizofrenia il cui frutto più caratteristico è stato il veltronismo, salottiera filosofia grazie alla quale si poteva civettare con Kennedy e l’America senza per questo rinunciare ad uno solo dei miti della vulgata antifascista della storia dell’Italia repubblicana, a cominciare dal culto di Berlinguer, incompatibile con qualsiasi svolta socialdemocratica.

Nel fare suo il Pd Renzi non ha risolto questa contraddizione, ma ha anzi portato al punto di rottura le tensioni interne alla sinistra. Il suo è quel Partito della Nazione che era nella mente (e anche nelle parole, ce lo siamo forse dimenticato?) dei fautori del “Fare presto!”, cioè dei fautori del populismo tecnocratico (sì, populismo, anche se con la puzza sotto il naso), e che doveva essere guidato da quella macchietta seriosa dal nome di Mario Monti. Neanche un’Italia sfiancata dai consigli degli ottimati poteva accettare una così libresca ipotesi. L’outsider Renzi colse l’occasione per dare a questa proposta un’immagine più genuina, giovanilista ed accattivante, più democratica nello spirito se non ancora nelle forme: i grandi giornali che avevano appoggiato Monti vi si acconciarono di buona o mala grazia, una parte dell’Italia moderata vi si arrese per stanchezza.

E così, almeno sulla carta, in Italia siamo in presenza di una situazione paradossale: abbiamo a sinistra il più grosso partito liberal e nello stesso tempo, come per il passato, la più vasta sacca di radicalismo politico di massa della vecchia Europa occidentale: una frangia massimalista valutabile in circa un quarto dell’elettorato italiano (Movimento 5 Stelle più sinistra varia), senza contare che la fronda anti-renziana all’interno del partito e dell’elettorato democratico non aspetta altro che un indebolimento delle fortune di Renzi per venire allo scoperto senza infingimenti.

Da ciò si capisce che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è ancora avvenuta, che Renzi ha sfondato, per così dire, sfondando al centro, e che il problema strutturale costituito dal radicalismo di massa di sinistra è ancora drammaticamente vivo, e che questo Muro di Berlino della politica italiana è ancora in piedi. Coloro che per opposte ragioni, positive e negative, accostano la figura di Renzi a quelle di Craxi e Berlusconi, sbagliano. Al di là degli aspetti superficiali che li accomunano (una forte impronta personalistica, per esempio, declinata naturalmente ciascuno a suo modo), Craxi e Berlusconi, a sinistra e a destra, hanno rappresentato un tentativo di normalizzazione della politica italiana: riunire la sinistra in una piattaforma socialdemocratica, il primo; riunire la destra in una piattaforma liberal-conservatrice, il secondo. Ma ciò significava rivoluzionare non solo la politica italiana ma anche la cultura italiana, intesa nel senso più largo; significava costringere gli italiani ad un esame di coscienza e a rivisitare la propria storia; ed è per questo che sono stati tanto odiati. Mentre Renzi ha fatto esattamente il contrario. Il suo modernismo è monco: guarda al futuro, quasi ossessivamente, senza però fare i conti col passato. Ciò gli ha permesso di vincere, fin qui, a mani basse, e forse gli consentirà di diventare il dominus della politica italiani dei prossimi anni e forse, volendo essere oltraggiosamente ottimisti, di modernizzare davvero l’Italia. Il suo progetto politico è però infecondo: se la politica italiana vorrà ritrovare una salutare normalità, e strutturarsi in armonia coi tempi ma anche con la propria storia, ai solchi tracciati da Craxi e Berlusconi dovrà per forza tornare.

[pubblicato su Giornalettismo.com]