Lo stupido conflitto ucraino

Per quanto incerta, ondivaga e diciamo pure sgangherata, sembra che mai come oggi la politica estera di Stati Uniti ed Europa sia stata così concorde. Lo è però per un fattore di debolezza oggettiva (ed incolpevole). Viene comunque smentita la diffusa convinzione che col crollo del comunismo nel nuovo mondo multipolare, che si profilava all’orizzonte, Europa e Stati Uniti sarebbero andati ciascuno per la sua strada. Nel mio piccolo contestai questa predizione già nel 2007, parlando provocatoriamente di inevitabile alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La mia convinzione era che proprio in un mondo caratterizzato da potenze emergenti di stazza continentale (ed alcune di consistenza demografica perfino sgomentevole), nelle quali la crescita economica si sarebbe accompagnata fatalmente a richieste crescenti di libertà individuale, la tentazione di risolvere gli squilibri interni attraverso la politica di potenza (una sorta di proiezione su scala mondiale, mutatis mutandis, dei traumi vissuti nella vecchia Europa all’apparire del novecento dopo la grande corsa del XIX secolo), questa tentazione, dicevo, sarebbe stato il vero pericolo globale (più ancora di un Islam che si sta fragorosamente suicidando) che il vecchio Occidente avrebbe dovuto affrontare, tanto da spingerlo, volente o nolente, a fare quadrato. Tra queste potenze citavo anche la Russia (benché non la considerassi, e non la consideri affatto, la più pericolosa): «La Russia “semidemocratica e neozarista”», scrivevo, «ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale.» Tale sbagliata predizione sulla rottura dell’asse occidentale era figlia del realismo politico, che riesce ad essere la più ottusa delle dottrine politiche quando manca di temperanza. In fin dei conti l’ultra-realista politico ha una visione meramente orizzontale, quantitativa, spaziale della geopolitica. Eccolo lì a compulsare le sue tre mappe del mondo: quella geografica, che illustra la posizione e la consistenza territoriale dei singoli paesi; quella demografica, che disegni scenari molto diversi; e quella economica, che ne disegna di più diversi ancora. Su questo sfondo composito fa agire l’uomo hobbesiano, in tutta la sua astrattezza deterministica.

Vi è infatti anche una dimensione verticale, culturale, temporale della geopolitica. Il 2014 in Europa equivale al 2014 in India solo per la statistica e per la superficie delle cose, non certo per i movimenti che agitano gli strati profondi della società. Nello scritto sopra richiamato identificavo, per mera comodità dialettica, nella Zivilisation il fattore dinamico, libertario, universalista, progressivo che vivifica la società: la sua anima (la perversione rivoluzionaria confonde l’anima col corpo); e nella Kultur il fattore statico, identitario, conservatore che ne attesta l’esistenza: il suo corpo (la perversione reazionaria confonde il corpo con l’anima). In fin dei conti anche le nazioni sono fatte di corpo e di anima: un paese che si chiude in se stesso, nel suo corpo, prepara il suo sarcofago e finisce logicamente nella polvere, non prima magari di aver eliminato qualche corpo estraneo; un paese che corre dietro ai soli bisogni dello spirito finisce invece per rinnegare il suo corpo, e non è un caso che gli auto-genocidi siano una specialità giacobina. Un paese che trova un equilibrio tra le istanze democratiche e civilizzatrici e le resistenze culturali e quelle delle classi dominanti è un paese che trova il suo passo, è un paese in continuo movimento, ma senza strappi. Un paese che perde questo equilibrio diventa instabile, aggressivo, pericoloso. La Francia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo delle idee inglesi? Eppure essa divenne il nemico numero uno della Gran Bretagna. La Russia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo dell’occidentalismo? Eppure essa divenne il nemico numero uno dell’Occidente.

Ciò detto, facciamoci la seguente domanda: la Russia di Putin rappresenta forse una patologia o è un paese che ha trovato un suo accettabile equilibrio? La mia risposta è che la Russia putiniana non rappresenta affatto una patologia. Posso capire il nervosismo di baltici o polacchi, ma pensare che Putin abbia mire su di loro non sta né in cielo né in terra. In realtà la stabilità ritrovata dalla Russia putiniana rappresentava la situazione ideale per l’Occidente: i paesi europei propriamente detti dell’ex Patto di Varsavia o dell’ex Unione Sovietica avevano ritrovato la propria casa, ed erano entrati nella Nato; i paesi non propriamente europei o per niente europei, a vario grado russificati, che facevano parte dell’ex Unione Sovietica, avevano trovato o ritrovato la loro indipendenza e costituivano una vastissima zona cuscinetto tra la Russia e l’Europa e tra la Russia e l’Asia; ciò consentiva all’Occidente di concentrare le proprie forze nella lotta al radicalismo islamico e di monitorare attentamente, e con agio, la crescita di potenze asiatiche semplicemente ciclopiche dal punto di vista demografico. In questo quadro la Russia, anche quella putiniana, era già, almeno in parte, e sicuramente in prospettiva, Occidente.

Invece, stoltamente, si scelse di risvegliare l’orso dal letargo. Quale necessità avesse l’Occidente di patrocinare l’entrata di Georgia e Ucraina nella Nato è un mistero. Non capire poi quale tasto delicato si andasse a toccare nel cercare di strappare l’Ucraina alla storia russa per collocarla artificialmente in quella europea è un mistero ancora più grande. Non un rozzo fanatico qualsiasi, ma un “reazionario” (rigorosamente tra virgolette) come Solzhenitsyn pensava che Russi, Bielorussi e Ucraini costituissero un solo popolo che l’invasione mongola e la colonizzazione polacca avevano separato. Per lo scrittore russo, sotto il dominio lituano e polacco «i Russi Bianchi [Bielorussi] e i Piccoli Russi [Ucraini] si consideravano Russi e combattevano contro la polonizzazione e il cattolicesimo». Eppure Solzhenitsyn non era affatto un imperialista: auspicava anzi la la pronta separazione dalla Russia delle altre nazioni che furono sotto il giogo sovietico, quelle baltiche, quelle caucasiche, quelle centro-asiatiche. Bisognava inoltre tenere in debito conto che la nuova Ucraina indipendente era nei fatti una grande Ucraina che aveva poco a che fare con l’Ucraina storica, un paese nel quale ad una popolazione in parte culturalmente russificata si aggiungeva una popolazione genuinamente russa; che in vent’anni d’indipendenza il processo di ucrainizzazione del paese, nonostante le mene moscovite, aveva camminato con passo spedito nei media e nelle scuole; e che tutto ciò costituiva un crescente motivo di tensione all’interno del paese. Ciononostante, l’Occidente scelse non solo di appoggiare ma di sponsorizzare una linea rivoluzionaria fondata sul sentimento anti-russo: che il paese si spaccasse era inevitabile.

Un grande, inutile errore. Anche per il popolo ucraino. La cui spiegazione è questa: che con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del patriottismo costituzionale? Puntualmente sfoderata quando si tratta di metterla al servizio dell’Onu, o di patrocinare rivoluzioni frivole e insensate contro ragionevolissimi despoti alla camomilla come Mubarak, e puntualmente rinfoderata quando si tratta di far fronte all’Islam puro e duro, questa ideologia democratica non poteva non riconoscere in Putin il diavolo per eccellenza, e nella sua Russia quell’Impero del Male che al tempo del comunismo, nonostante l’immane carneficina e gli arcipelaghi Gulag, i suoi attuali interpreti non vollero mai riconoscere.

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Libia: una vittoria di Pirro

Chi abbia tempo da perdere provi a cercare quante volte negli ultimi tre decenni, prima dell’anno fatidico 2011, Ben Ali di Tunisia o Mubarak d’Egitto siano stati omaggiati dalle nostre più illustri gazzette democratiche del titolo poco onorifico di “dittatore”: che io ricordi, mai. E’ soltanto dopo le rivoluzioni della primavera araba che a questi affidabili leader, per gli interessi dell’Occidente, e a questi moderati autocrati, per gli standard arabo-mediorientali, le penne dei nostri più venerabili e compassati commentatori hanno riservato con la tranquillità di sempre tale prestigiosa nomea. E’ perciò normale che in un simile contesto morale la guerra di Libia abbia consentito al vizio dell’oblio e della mistificazione di raggiungere traguardi impensati, tanto che adesso, da più parti, non ci si vergogna punto di dare una patente di legittimità alle aborrite “guerre per il petrolio” e di rimproverare al governo Berlusconi, gran prodigio delle guerre umanitarie, una condotta insufficientemente cinica nella difesa dei nostri interessi.

Fino al 2000 Gheddafi è stato per più di un quarto di secolo insieme un dittatore sanguinario, un laico (per i canoni islamici) e stravagante rivoluzionario con qualche idea di grandezza e di riscatto per il suo paese, un fomentatore del terrorismo internazionale, un nemico giurato ma non isolato dell’Occidente. Dopodiché, ammaestrato dalle vicende irachene, ha cominciato, passo dopo passo, a negoziare con europei ed americani una resa profittevole per tutti gli interlocutori, trovando in fin dei conti assai piacevole dedicare la vecchiaia in via esclusiva allo sviluppo del suo poco abitato ma potenzialmente ricco paese, riservandosi solo di tanto in tanto il diritto d’intrattenere il mondo con le sue innocue pagliacciate pubbliche. Gli Occidentali, piaccia o non piaccia, e a noi anti-gheddafiani della prima ora la cosa non è mai piaciuta, hanno accettato, fino alla progressiva e pressoché completa normalizzazione dei rapporti diplomatici. Ma una ragione c’era ed era solidissima: siglata la pace, Gheddafi, isolato nel mondo arabo ed islamico “moderato” a causa del suo passato estremista ed in quello “estremista” a causa del suo presente “moderatismo”, sarebbe stato legato mani e piedi all’Occidente. Questa mancanza di appoggi internazionali spiega perché la macchina della propaganda abbia potuto girare a pieno regime; perché un lupo spelacchiato ed in pensione sia diventato finalmente agli occhi di coloro che negli anni ruggenti derisero le “ossessioni” dei falchi anti-gheddafiani il mostro di cui non riconobbero mai in precedenza i connotati; e perché, sotto le false sembianze della primavera araba, l’attacco al regime sia stato pianificato con tanta sbrigativa mancanza di scrupoli.

Prima del conflitto la Libia era un paese relativamente prospero per gli standard africani, ed in pieno sviluppo, grazie alla fitta rete di rapporti economico-commerciali intessuta con l’estero dopo la fine del periodo delle sanzioni; rapporti che si sarebbero sommati a quelli più specificatamente culturali dovuti alla rinnovata “amicizia” coi paesi occidentali, in primis l’Italia naturalmente, per favorire una maturazione senza strappi delle istanze democratiche in un regime che si stava già addolcendo; le quali istanze avrebbero potuto prender corpo quando si fosse presentata la questione della successione di una “Guida della Rivoluzione”, ricordiamolo, ormai settantenne. Oggi, dopo sei mesi di guerra e, forse, decine di migliaia di morti lasciati sul terreno per soddisfare la fama di gloria e gli appetiti di chi pensava ottimisticamente di spogliare un mezzo cadavere senza combattere per davvero, ci troviamo con un paese “liberato” in preda al caos e all’anarchia, un paese da “ricostruire” e dal futuro incertissimo.

Eppure queste sono quisquilie. Non è questo che rende la “liberazione” di Libia una vittoria di Pirro. Questa sconsiderata avventura in realtà non farà altro che solleticare, senza che ce ne fosse bisogno e per ragioni tutt’altro che virtuose, le voglie sempre latenti di revanscismo anti-occidentale delle potenze emergenti, che dall’irridente violazione della risoluzione ONU sulla Libia da parte della NATO si sono sentite prese in giro. I “ribelli” hanno già fatto sapere che per gli interessi economici e per gli investimenti già in essere nel paese nordafricano di Russia, Cina e Brasile la caduta di Gheddafi potrebbe essere fatale. Qualche cretino ha salutato questa minaccia ai tre giganti, e indirettamente a paesi come India e Sudafrica che si erano mostrati critici dell’intervento NATO, come un salutare avvertimento, senza rendersi conto che questi nuovi protagonisti della scena mondiale dalla vicenda usciranno certamente ammaestrati, ma non nel senso da lui auspicato.

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L’altro conflitto libico

Si parla relativamente poco del conflitto libico nel nostro paese – a parte quando arrivano i barconi carichi di disgraziati – se si pensa alla nostra vicinanza geografica, al nostro coinvolgimento nell’intervento militare, ai rilevanti interessi che ci legano al paese nordafricano. Si parla ancor meno, anzi non si parla proprio, del conflitto diplomatico internazionale che si sta sviluppando intorno alla crisi libica, un braccio di ferro silenzioso e sotterraneo che piano piano sta uscendo in superficie, e che noi avevamo previsto sin dall’inizio di questa sciagurata avventura. Avevamo detto che la debolezza degli argomenti degli interventisti, e la mezza guerra ottimisticamente intrapresa al solo scopo di portare a casa lo scalpo di un Gheddafi già dato per finito, avrebbero regalato alla potenze emergenti un pretesto per misurare i rapporti di forze con l’Occidente. Siccome pensiamo che questo altro conflitto sia in prospettiva più importante di quello bellico, e che in esso, inoltre, si potrà forse trovare forse la chiave per una soluzione della crisi, per noi purtroppo disonorevole quanto più ci limiteremo a subirla invece di anticiparla, eccoci qui ad aggiornarvi sugli sviluppi di una vicenda che avevamo lasciato alla vigilia del viaggio del presidente Hu Jintao in Russia.

Il 15 giugno l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, che conta come membri effettivi Cina, Russia, il Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, e alle cui riunioni partecipano in qualità di paesi osservatori India, Iran, Mongolia e Pakistan, (con Bielorussia e Sri Lanka che per ora stanno alla finestra come “dialogue partners”) alla conclusione di un vertice tenuto ad Astana, capitale del Kazakistan, si è espressa a favore di un cessate il fuoco in Libia e ha esortato tutte le parti in conflitto a rimanere strettamente nei limiti delle risoluzioni ONU. Esprimendo il loro sostegno agli sviluppi democratici in Nord Africa e Medio Oriente

in armonia con la loro propria storia e le loro proprie tradizioni,

nella dichiarazione finale i paesi della SCO hanno rimarcato il concetto così:

Noi crediamo che crisi e conflitti domestici possano essere risolti pacificamente solo attraverso negoziati politici e che le azioni della comunità internazionale debbano conformarsi alle leggi internazionali e favorire la riconciliazione etnica.

Ed inoltre:

Tali azioni devono rispettare pienamente l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale della Libia, e rispettare il principio di non-interferenza nei suoi affari interni.

Il giorno dopo, 16 giugno, lo stesso concetto è stato ribadito da Cina e Russia in occasione della visita del presidente cinese Hu Jintao a Mosca. Nel comunicato congiunto siglato da Medvedev e Hu i due paesi hanno chiesto che

 i conflitti siano risolti con mezzi pacifici

mettendo in chiaro che

la comunità internazionale può apportare un aiuto costruttivo per non lasciare che la situazione si deteriori, ma nessuna forza straniera deve ingerirsi negli affari interni dei paesi della regione.

Il 26 giugno è stato il presidente sudafricano Jacob Zuma ad esporsi piuttosto ruvidamente sulla questione dichiarando che la risoluzione Onu

non autorizza un cambiamento di regime né l’assassinio politico di Muammar Gheddafi

e che

i continui bombardamenti sono una preoccupazione sollevata dal comitato e dall’assemblea dell’Unione Africana: la finalità della risoluzione 1973 era quella di proteggere il popolo libico.

Nei giorni a cavallo tra giugno e luglio l’Unione Africana si è riunita a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale. E’ stato annunciato, non si sa su quale base, che il governo libico (non Gheddafi) e i ribelli a breve terranno negoziati in Etiopia, negoziati che non dovranno durare più di trenta giorni; ed è stata formulata la proposta alla comunità internazionale di inviare osservatori in Libia, di stabilire un organismo di supervisione efficace e credibile, e di fornire assistenza umanitaria al popolo libico colpito dalla guerra. Ma soprattutto L’Unione Africana ha chiesto ai 53 stati membri di ignorare il mandato d’arresto internazionale contro Muammar Gheddafi spiccato dal Tribunale Penale Internazionale ONU dell’Aja, spiegando che la richiesta del TPI

complica seriamente gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi libica.

Negli stessi giorni la Russia, attraverso il suo coriaceo ministro degli esteri Lavrov, ha criticato duramente la Francia per la fornitura di armi ai ribelli rivelata da Le Figaro:

Abbiamo chiesto ai nostri colleghi francesi se fosse vero che le armi fossero state consegnate ai ribelli libici. Attendiamo una risposta. Se confermato, questo sarebbe una grave violazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Un successivo incontro con la sua controparte francese Juppé a Mosca non ha diradato le nubi, nonostante le minimizzazioni di quest’ultimo. Lavrov ha parlato di una “situazione spiacevole”, aggiungendo che l’interpretazione francese delle risoluzioni ONU proposta nel loro incontro

consente a chiunque di fare qualsiasi cosa per qualsiasi motivo.

E per farlo capire a chi di dovere ha ribadito ancora una volta, in merito ad un altro punto caldo della primavera araba, che la Russia, che ha potere di veto, è contraria a qualsiasi risoluzione ONU che condanni il governo siriano. E per farlo capire ancora meglio si è spinto a considerare inaccettabile

il rifiuto da parte dell’opposizione siriana di mantenere il dialogo con le autorità di Damasco.

Intanto il solito presidente sudafricano Jacob Zuma, che a maggio si era recato a Tripoli in un tentativo di mediazione fra le parti, è atteso a Mosca per un incontro con Medvedev e per dei colloqui preliminari con il Gruppo di Contatto sulla Libia, la cui prossima riunione è stabilita per il 15 luglio a Istanbul.

La partecipazione del presidente Zuma a questa riunione fa seguito ad un invito della Federazione russa in quanto membro del comitato ad hoc sulla Libia dell’Unione Africana,

ha precisato il ministero degli esteri di Pretoria. Mentre da Bengasi giunge la notizia piuttosto sorprendente che il Consiglio Nazionale di Transizione sarebbe disposto a concedere a Gheddafi di poter continuare a vivere in Libia in cambio della resa.

E’ una soluzione pacifica. Se Gheddafi vorrà rimanere in Libia, saremo noi a decidere dove, mentre tutti i suoi movimenti saranno sottoposti a una supervisione internazionale.

Soluzione inapplicabile, ed inaccettabile da parte del Rais, ma sintomatica di propositi un giorno ardimentosi e oggi sempre più vacillanti.

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Crisi libica: Russia e Cina entrano in gioco?

A distanza di tre mesi dall’inizio di quella che doveva essere la scampagnata libica, la campagna di Libia per ora ha ottenuto soltanto un risultato sicuro: la sparizione di scena dei due personaggi che avevano dato inizio al ballo dando fiato alle trombe della retorica democratica, Sarkozy e Cameron. Avete notato? Non li si sente più. A parlare son solo la NATO o il Dipartimento della Difesa statunitense, che per lo più passano il tempo a lamentarsi del non del tutto soddisfacente sostegno europeo alla missione. In attesa che l’effetto collaterale di una bombetta birichina spedisca miracolosamente al creatore il Colonnello, togliendo così di mezzo il primo degli ostacoli alla risoluzione del conflitto, lo stallo libico sta intanto consentendo pian piano ai paesi che finora avevano assistito impotenti alle vicende belliche di ritornare da protagonisti nel gioco diplomatico.

Si ricorderà che Russia e Cina si erano astenute sulla risoluzione ONU che aveva dato il nulla osta alla protezione bombarola e umanitaria della NATO. Lo avevano fatto, dal loro punto di vista, per prudenza, per non rischiare di essere tagliati fuori dai frutti del dopoguerra, nell’incapacità di valutare una situazione che la propaganda di Al Jazeera, ripresa dai media occidentali, dipingeva già come irrimediabilmente rivoluzionaria. Visto l’andazzo, però, bastò qualche settimana perché l’atteggiamento di Cina e Russia diventasse, per quanto vellutato nella forma, fortemente critico nella sostanza. In questi mesi è stato soprattutto il ministro degli esteri russo Lavrov a distinguersi nella polemica. Sino a quando, recentemente, con una mossa a sorpresa il presidente russo Medveded è parso sposare la causa occidentale, dando il via libera a contatti ufficiali col Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi, e pronunciandosi in favore della dipartita di Gheddafi. In questo c’è chi ha visto un ulteriore segno delle frizioni tra Medveded e Putin, che non aveva lesinato in precedenza aspri giudizi sull’operazione NATO, e chi ha parlato della solita commedia ben concertata fra i due.

Io non credo sia una commedia vera e propria, ma non credo nemmeno che la cosa abbia troppa importanza in questa faccenda. In un modo o nell’altro la Russia doveva incunearsi nel gioco diplomatico. Tanto più che si è rivelato subito chiaro che la posizione russa, una volta dentro al gioco, era tutt’altro che omogenea alle posizioni occidentali, e abbastanza simile, invece, a quella mantenuta durante i tre mesi di conflitto: dialogo coi ribelli sì, ma anche, riservandosi un margine di ambiguità sulla sorte del Colonnello, nessuna rottura con “Tripoli”. La Cina, che ha rilevanti interessi economici in Libia, ha avuto un primo momento d’irritazione, visto che sulla crisi del paese nordafricano Russia e Cina avevano ostentato di procedere di conserva, ma poi si è adeguata alla mossa russa, avviando anch’essa contatti coi ribelli. Dal 15 al 18 giugno è in programma la visita del presidente cinese Hu Jintao in Russia, nel corso della quale sarà affrontato anche il tema della crisi libica, sulla quale però, a Pechino, nelle more dei preparativi del summit russo-cinese, si sono espressi l’ambasciatore russo Razov e il viceministro degli Esteri cinese Cheng Guoping, dichiarando il primo che“Russia e Cina hanno una posizione simile. I due paesi chiedono un cessate il fuoco, chiedono a tutte le parti di non oltrepassare i limiti imposti dalle risoluzioni ONU e appoggiano la proposta dell’Unione Africana”, ed il secondo ribadendo la stretta coordinazione fra i due paesi, la volontà di agire di concerto, e insistendo sul fatto che il destino della Libia dovrà essere deciso dal popolo libico senza interferenze di altri paesi.

Tutto questo nuovo dinamismo va tuttavia giudicato sullo sfondo di un’altra delle crisi di questa primavera “democratica” araba, quella siriana, nel cui teatro, peraltro di gran lunga più delicato di quello dominato fino a ieri dall’isolato Gheddafi, nonostante le migliaia di profughi e gli almeno mille morti dovuti allo stillicidio della repressione «contro il proprio popolo», le armate democratiche dell’Occidente non hanno avuto finora la possibilità di sparare nemmeno una freccetta. Cina e Russia hanno già messo in chiaro che eserciteranno il loro diritto di veto su una risoluzione ONU che somigliasse a quella dalla quale i due paesi si sono sentiti – non proprio a torto – presi per i fondelli sul caso libico.

Cosicché, allo stato attuale, il bilancio dell’Occidente dopo mesi di primavera araba è questo: in Tunisia e in Egitto si è limitato ad assecondare opportunisticamente gli sviluppi rivoluzionari, riducendosi a sperar bene per il futuro; in Bahrein è calma piatta, il regime è in sella, e apparentemente gli sta bene così; nello Yemen assiste alla guerra civile, barcamenandosi senza capirci molto tra dubbie istanze democratiche, rivalità tribali, e le mene dell’estremismo islamico; della Siria abbiamo detto; in Libia Russia e Cina stanno entrando in gioco, ma si tengono libere di parlare con Bengasi e con Tripoli, e tengono in mano la carta del diritto di veto sull’eventuale risoluzione ONU in merito alla crisi siriana. Carta che potrebbero calare sul tavolo o farsi pagare profumatamente. Questo è il risultato dell’avventato e sproporzionato intervento militare in un paese che mai era parso così vicino all’Occidente come al momento dello scoppio delle ostilità, e che per adesso ha solo drenato risorse e limitato gli spazi di manovra dei paesi della NATO nella vasta area di crisi mediorientale e nordafricana.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (25)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI DE MAGISTRIS 06/06/2011 Napoli sogna. Dopo il nuovo stadio due volte più capiente e dieci volte più bello del S. Paolo evocato nell’ebbrezza scusabile della vittoria, ecco che senza attingere questa volta alla coppa di Nestore il nuovo sindaco partenopeo ci partecipa finalmente del suo primo vero atto formale: un invito a Barack Obama, scritto di proprio pugno, come si conviene nei crocevia della storia, a venire in visita alla sua città. Perfettamente consapevole che negli States c’è molta attenzione per il fenomeno del movimento civico che lo sostiene, e dell’innamoramento dei napoletani verso di lui, Luigi, professandosi fin d’ora suo sostenitore, amico, compagno, così si rivolge al presidente americano: “Caro Barack, io vorrei che tu, e Roberto ed io ci ritrovassimo qui a Napoli. Dall’alto del Vesuvio e dalla distesa delle acque di quel golfo che fu greco ai tempi di Omero, trenta secoli di storia ci guarderanno: ne trarremo conforto ed ispirazione, per essere, son sicuro, all’altezza dei compiti che un destino preveggente ci ha assegnato.”

MICHELE SANTORO 07/06/2011 Sono più di vent’anni che non guardo le trasmissioni di Santoro. E’ una sbobba fatta per i gonzi senza spina dorsale e per i fanatici della sua setta, ed io mi lusingo – penso con qualche fondamento – di non appartenere a nessuna delle due categorie. Mi dicono che adesso divorzia dalla RAI, dove ha sempre fatto tutto quello che ha voluto, come mai nessun altro. Sentendosi colpevole di tale privilegio, ha strillato fin da giovanotto da martire in carriera, insopportabilmente. Avrebbe meritato un centinaio di robusti scappellotti per la sua improntitudine, ma l’ha fatta franca e così è arrivato ai sessant’anni sano, salvo, e capriccioso come un bambino che si crede un padreterno. Il divorzio è consensuale, anche se per la vulgata democratica è già l’Egira del Profeta Santoro. Infatti è già pronto il trasloco del suo circo a La7. E pure il contratto è quasi pronto, dicono. Un bel contrattino, scommetto. Si porterà dietro le star della sua consorteria, la sua consorteria, e con ogni probabilità tutti i fedeli della sua chiesa, qualche milioncino di persone, per quanto tempo ancora non so, perché la natura umana è capace di peccati enormi che non cessano di sorprendermi. Insomma non cambierà un bel nulla: il gattopardismo dei migliori, in salsa chiagnifottista.

GIAN ANTONIO STELLA 08/06/2011 Delle esortazioni di Napolitano, delle suppliche di Ciampi, degli inviti di Fini, dei buoni propositi della Marcegaglia non-ce-ne-importa-un-bel-piffero: se tifiamo e lottiamo per il NO ai referendum, mica significa che siamo fessi. A votar non andremo, manco dopo morti. Sia chiaro una volta per tutte: lo consideriamo un dovere civico. Alto. Siam gente seria, gente con la testa sulle spalle, per Dio. Tutt’altra pasta, ad esempio, del noto spulciatore di caste sponsorizzato dall’establishment. Costui la spara veramente grossa: andare a votare bisogna, per salvaguardare uno strumento di partecipazione che non possiamo far fallire definitivamente, per onorare la bella politica senza trucchi, per mettere un mattone sulla via della costruzione della democrazia compiuta. Ecco: la “democrazia compiuta”, per la milionesima volta evocata, la democrazia del sol dell’avvenire, la democrazia della città del sole, la democrazia della Nuova Gerusalemme, l’ossimoro preferito dai molti, troppi testoni che vanno in giro, come vedove inconsolabili, a magnificare un surrogato degli incubi novecenteschi. Comunque ripeto che non andremo a votare. Non-ci-andremo. Sarà una lotta non-violenta contro il quorum. E Gandhi, la grande anima, sarà spiritualmente al nostro fianco. Su questo non ci piove.

LA NATO 09/06/2011 Il regime che è al collasso; Gheddafi che ha le ore contate; il Raiss che se ne deve andare; il Raiss che spara contro il suo popolo; noi che proteggiamo il suo popolo; i ribelli da addestrare; i ribelli interlocutori legittimi; Misurata sotto assedio: sono ormai tre mesi che va avanti così. Di questa mascalzonata si vergognano tutti quanti come ladri, e i media fiutando l’aria hanno deciso di passare le notizie dalla Libia in secondo piano. La solita grandinata di bombe al giorno, la solita grandinata di parole al giorno, implacabilmente uguali a se stesse, come quelle di una preghiera. Ma insomma, se le prime volete proprio buttare, almeno risparmiateci le seconde.

EMMA MARCEGAGLIA 10/06/2011 Per la presidentessa di Confindustria la vittoria del “sì” ai referendum sull’acqua farebbe fare all’Italia un balzo di vent’anni indietro. Non fossi un inossidabile berlusconiano, ma un ligio copincollatore di geremiadi confindustriali ringalluzzito da un bicchierino di troppo, direi: e allora? L’Italia non è forse ferma da vent’anni? Ah ah ah… Fatto sta che Emma la mette sul tragico: per dirla in celentanese è una questione di vita o di morte. Più pacato Massimo Mucchetti, editorialista del Corrierone, per il quale, comunque, sull’acqua i referendum fanno solo demagogia. Dannosa demagogia. Così faranno il loro dovere, per il bene del loro paese, delle future generazioni, dell’umanità tutta, pienamente consapevoli della posta in gioco: andranno a votare “no” per sventare questa tragedia. Andranno a votare: è tutto vero.

Guerra per futili motivi

Sui disordini in Bahrein è calato il silenzio: se si torna a parlare dell’arcipelago è solo a proposito di Formula Uno, o per il fatto che il principe ereditario Salman, molto afflitto, non ha potuto esibire la sua augusta presenza alle nozze dei suoi amici Kate e William. In fondo è comprensibile: il Bahrein è un castelletto in mezzo al petrolio dove tra famiglia regnante, famigli e sudditi si arriva appena ad un milione di abitanti; roccaforte islamico-tradizionalista, è però considerato un avamposto occidentale, vista la sua politica estera dominata dai timori nei confronti dell’ingombrante vicino iraniano, la cui influenza sulla maggioranza sciita in Bahrein non si sa bene ancora quale ruolo abbia giocato nelle insorgenze “democratiche” dei mesi scorsi; senza contare, infine, che il Bahrein ospita una base navale statunitense. Anche sui tumulti nello Yemen è calato il silenzio: le schermaglie sanguinose tra i filo-governativi e le opposizioni tuttavia proseguono senza che si arrivi ad un accordo per la gestione della transizione dal regime del presidente Saleh ad uno più “democratico”. Allo Yemen son rimaste solo le gocce di tutto il petrolio che ha inondato il sottosuolo dei paesi del golfo. Paese arcaico, ricco di pittoresche vestigia storiche, non è però né uno staterello né un deserto di sabbia: è grande come la Francia e conta la bellezza di una trentina di milioni di abitanti. Essendo poverissimi, infatti, gli yemeniti si moltiplicano come conigli, detto con tutto il rispetto dovuto ai popoli gagliardi. Ed il paese gode anche di una posizione geografica interessantissima, posto com’è all’imboccatura meridionale del Mar Rosso, là dove la penisola arabica quasi si tocca con il Corno d’Africa, e il golfo di Aden apre la via verso l’Asia profonda. Non è invece calato il silenzio sui fermenti democratici che stanno scuotendo la Siria, dove il numero delle vittime della repressione del regime di Bashar El Assad sta ormai avvinandosi al migliaio. In compenso, a parte le chiacchiere, nessuno si muove per fermare il bagno di sangue. Il tutto mentre in Egitto la rivoluzione “democratica” comincia davvero a mostrare il suo lato sinistro, se il ministro della giustizia apre alla possibilità di una condanna a morte per quel Hosni Mubarak che per gli standard medio-orientali è stato niente di più che un moderato autocrate, e per l’Occidente e Israele un interlocutore ragionevole, se non provvidenziale.

Su questi fronti, tutti delicati, l’Europa e gli Stati Uniti fondamentalmente sono stati a guardare, vuoi per prudenza, per saggezza, o per viltà. Mentre hanno finito per infognarsi in una guerricciola personale e poco decorosa contro Gheddafi. Il motivo non è difficile da individuare: il Raìs ha pagato i lunghi anni del suo progressivo – e fruttuoso, da ambo le parti – armistizio con l’Occidente con l’isolamento nel mondo arabo, in quello “moderato” a causa del passato, in quello “estremista” a causa del presente. Toccato in maniera non troppo profonda dalle rivendicazioni democratiche, il regime libico è stato considerato una preda facile – in parte per la sua forza intrinseca, in parte perché l’isolamento del regime limitava la potenzialità destabilizzante sullo scacchiere internazionale di un intervento militare occidentale – da chi voleva regolare qualche conto, sfoggiare un bel trofeo in casa propria ed estendere la sua influenza nella regione. Un peccato di gola, travestito da ragioni umanitarie. A mettere in risalto l’imprudenza e la faciloneria con sui ci si è imbarcati in quest’impresa basta pensare alle plateali contraddizioni della propaganda messa in atto per giustificare l’intervento: da una parte la retorica piagnona sullo “sterminatore del proprio popolo”, intonata senza che le piazze facessero in tempo a tingersi di sangue, e dall’altra l’immediato, simpatetico ma ingenuo utilizzo delle parole “insorti” e “ribelli”, mai usate nel caso delle altre insorgenze “democratiche”; parole che fanno parte della tipica terminologia bellica, alla quale non si vede perché il regime di Gheddafi non dovesse rispondere a tono.

Il colpaccio non è riuscito. Com’era prevedibile, neanche l’applicazione in termini super-estensivi della no-fly zone ha sbloccato la situazione dal punto di vista militare. La guerra di Libia si sta trasformando allora in una caccia all’uomo, nel nome dei diritti umani. E’ una verità che Vittorio Feltri ha sparato sulla prima pagina di Libero con un titolo ad effetto: “Uccidetelo e che sia finita”; che non si capisce dove sia scioccante visto che sintetizza in maniera brutale il non detto di certe surreali analisi, nel tono soprattutto, apparse ultimamente sui grandi quotidiani della penisola. Comunque vada a finire, sarà una pagina nera.

Anche perché non è affatto detto che vada a finire in “gloria”: l’insofferenza russa cresce ogni giorno di più. Il ministero degli esteri ha fatto sapere che gli attacchi della NATO costituiscono un uso della forza “sproporzionato”, eccedente il mandato dell’ONU, tanto da far nascere ragionevoli sospetti che essi siano mirati alla “distruzione” del leader libico e della sua famiglia; ed ha ripetuto che la Russia chiede un immediato cessate il fuoco in vista di una soluzione politica del conflitto. Qui sta l’inghippo non previsto: l’irrompere nella vicenda di potenti terzi incomodi.

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La meglio politica estera. Quella di Berlusconi.

Con il crollo del paradiso sovietico molti avevano profetizzato l’obsolescenza della NATO e l’avvento di un mondo multipolare nel quale ogni stato si sarebbe mosso in base ai propri “interessi”. Quest’idea è figlia di un troppo compiaciuto realismo, sia da parte dei protagonisti della politica estera sia da parte degli osservatori: è quindi errata ed in ultima analisi superficiale.

Il nichilismo della politica degli “interessi” è ottuso. Il mondo non si misura solo con grandezze territoriali, demografiche o economiche. Esso poggia su fondamenta sotterranee, non eterne ma profonde, di ordine culturale e religioso, che in qualche modo lo strutturano. In questo quadro, la Russia non è propriamente l’Europa, ma rimane una proiezione slava dell’Europa cristiana, come le Americhe ne sono una proiezione latina ed anglosassone.

Con il crollo del paradiso sovietico molti altri per converso avevano profetizzato per l’Onu un ruolo accresciuto di arbitrato mondiale, preludio ad una democrazia universale one country/one vote. Quest’idea è figlia di un’idea messianica della democrazia, una versione aggiornata del sol dell’avvenire, fondamentalmente materialista, che rifiuta la storia e non rispetta le dimensioni spaziali e temporali sotto la cui schiavitù l’uomo è condannato a vivere su questa terra. Di essa si abbeverano gli infiniti cretini della “democrazia compiuta”, ben conosciuti nel nostro paese.

Il nichilismo dell’ideologia democratica è ottuso. Da quando l’etichetta comunista le si è scollata malinconicamente di dosso, la Russia è divenuta il catalizzatore di tutti gli strali dell’intellighenzia progressista, e anche di quelli dell’intellighenzia neocon con un passato rosseggiante, segno della resistenza di certe malattie. Costoro, che dormivano della grossa ai tempi degli arcipelaghi gulag, ora non perdonano niente alla Russia di Putin, che trovano troppo autoritaria per i loro gusti salottieri: sai che scoperta, in un immenso impero mezzo spopolato, con gli occhi a San Pietroburgo e i piedi a Sachalin e nella Kamčatka, un bestione che viene da secoli di zarismo e settant’anni di comunismo cui tenere le briglie.

Ragion per cui, in barba a questi due opposti estremismi, l’ “Occidente”, inteso non come entità metafisica ma come realtà spazio-temporale cangiante, vivente e strutturante, non è “sparito”. Ma se la linea di confine che lo delimitava tagliando in due l’Europa è fortunatamente scomparsa, essa non si è spostata sui confini russo-baltici, russo-polacchi, russo-ucraini o russo-georgiani; il nuovo limes sta piuttosto sulle rive siberiane dell’Amur, a sud del quale agisce la forza fenomenale e potenzialmente destabilizzante di miliardi di asiatici che escono dalla povertà, che assumerà ben presto le forme dell’aggressività politica, se quest’ultima farà da cassa di compensazione degli squilibri interni. Questo spiega perché, nonostante le paure di ieri contro l’Unione Sovietica e quelle ataviche contro l’Impero Russo degli ex paesi dell’Est, l’isterica insistenza per l’inutile, al momento, entrata nella Nato di Ucraina e Georgia, il coccolato avventurismo dei Saakashvili, e il retaggio delle diffidenze antirusse e antiamericane, l’avvicinamento e la collaborazione russo-americana-europea stia nella stessa forza delle cose, come indicano gli ultimi sviluppi della politica internazionale. Toccherà a Washington leggere con attenzione questo sviluppo e assumerne la naturale leadership. A lungo andare lo farà, col tacito consenso persino della Russia putiniana.

E’ un merito del nostro Caimano aver letto prima di altri dentro questa dinamica mondiale. Con l’ampio credito guadagnatosi per anni a Washington con l’eloquenza dei fatti si è pagato la disinvoltura delle sue pacche sulle spalle con Putin, Medvedev e il beduino nostro vicino. E’ riuscito a fare i nostri “interessi” rimanendo nel quadro delle alleanze strategiche. In breve, ha dato all’Italia una politica estera. E nonostante i malumori l’ha avuta vinta, a riprova che essa si fonda sui fatti, non sul gossip dei rappresentanti diplomatici. Il bizantinismo della politica estera italiana era piuttosto quello di Andreotti: per la società civile, specie per quella dei lettori di Repubblica, e in buona parte proprio per quella politica estera, era un vero beniamino negli anni ottanta, l’unico che si salvava nelle compagini governative craxiane. Ma questo, more solito, e triste, l’hanno puntualmente sbianchettato dalla loro coscienza repubblicana.

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L’equivoco ucraino

La delusione intrisa di rassegnazione manifestata in Occidente per la vittoria di Viktor Yanukovich nelle elezioni presidenziali in Ucraina è eccessiva. Come eccessivo fu l’entusiasmo che accompagnò qualche anno fa la Rivoluzione Arancione che portò al potere la coalizione del filo-occidentale Yushchenko. Derivano ambedue dall’errata percezione della realtà ucraina e dall’immagine che di essa i media in tutti questi anni hanno veicolato nell’opinione pubblica. L’Ucraina non è uno dei tanti stati dell’Europa Orientale, dalla secolare storia nazionale, che si sono sottratti dopo quarant’anni alla cattività sovietica; non è neanche paragonabile a quei piccoli stati baltici o caucasici, non slavi e dal profilo etnoculturale ben differente, caduti quasi senza soluzione di continuità nel passato nelle grinfie dell’enorme orso prima zarista e poi comunista. L’indipendenza ucraina, così come quella bielorussa, fu possibile soltanto a causa dello stato di debolezza quasi mortale in cui versava la Russia nel momento del disfacimento dell’Unione Sovietica. Perso senza troppe lacrime il pancione turco-asiatico mai veramente russificato, persi gli stati baltici e quelli caucasici più importanti, è assai improbabile però che la Russia appena un po’ meno malferma sulle gambe di qualche anno dopo avrebbe accettato la separazione dalle due nazioni “sorelle” senza quasi muovere un dito. D’altra parte, se la Bielorussia del caudillo slavo Lukashenko non ha mai fatto mostra di voler far parte del consesso politico europeo, anche l’europeismo ostentato da una parte della classe politica ucraina, incoraggiato abbastanza incoscientemente dalla retorica “democratica” occidentale, si è dimostrato una forzatura storica.

L’Ucraina fu la culla della civiltà russa: la Rus’ di Kiev. Più di mille anni fa Kiev era una delle tante fortezze che i Variaghi (i Vichinghi che rivolsero la loro attenzione verso Est: quelli che si diressero a Ovest diventarono i “Normanni”) usavano nelle loro imprese commerciali e piratesche lungo la via d’acqua reticolare, formata dai grandi fiumi della Russia europea, che metteva in comunicazione la regione baltico-orientale coi territori dell’Impero Bizantino. Furono anche degli apprezzatissimi mercenari: la “Guardia Variaga” divenne di lì a poco un corpo di pretoriani al servizio dell’Imperatore bizantino. Sembra – sembra – che fossero chiamati Rus’ dalle genti slave; e il fatto sarebbe confermato dagli Arabi, che chiamavano appunto “russi” le genti del nord – ma non è detto che fossero scandinave – con le quali venivano a contatto. (Si è fatta l’ipotesi che il diffusissimo e tipicamente meridionale cognome “Russo” sia legato al fatto che gli Arabi riconoscessero nei Normanni che li scacciarono dalla Sicilia i “russi” di cui sopra). Il nucleo dello stato russo fu dunque fondato da un’aristocrazia di ceppo germanico, che comunque ben presto si sciolse nell’elemento slavo. Da Constantinopoli arrivò la religione ortodossa e dalla cultura bizantina la nuova civiltà russa ricevette nelle arti figurative e nell’architettura un’impronta mai veramente abbandonata. Devastata dalle invasioni mongole, caduta sotto l’influenza polacco-lituana, l’Ucraina è stata poi per secoli parte integrante dell’Impero Russo, pur conservando quei tratti caratteristici che fanno d’altra parte da sfondo a tante opere della letteratura e della musica propriamente “russa”. Un “padre” della letteratura russa come Gogol’ era ucraino; fu molto legato alla sua terra, cui dedicò ricerche storiografiche, e molti dei suoi racconti. Compositori come Tchaikovsky o Rimski Korsakov vi ambientarono alcune delle loro opere liriche. La lingua ucraina, certo anche per ragioni non nobilissime (nel 1863 si arrivò a proibirne l’uso nella stampa), fu comunemente detta “piccolo russo”, per distinguerla dal “grande russo”, ossia il russo propriamente detto, e dal “russo bianco”, ossia il bielorusso. Tutto questo senza contare che oggi è russofono circa un terzo della popolazione, concentrato nelle zone ad est del Dnjepr, il grande fiume che divide in due il paese, e in Crimea.

Forse ai grandi strateghi moderni della politica internazionale, che dimostrano tanta fiducia nei poteri taumaturgici della democrazia, superiore forse anche a quella degli antichi per i miracoli del dispotismo, un po’ di cultura non farebbe male. Dopo che l’Europa ha potuto ritrovare e consolidare i suoi confini per così dire naturali, non è stata una grande idea concentrare le tensioni, e con così scarsa sensibilità, su un fronte, quello russo-europeo, che in un quadro mondiale segnato dalle convulsioni islamiche e dall’emergere di nuove potenze dalla demografia a nove zeri, extra-europee ed extra-occidentali, rischia di diventare secondario se non obsoleto. Tanto per dire, la Russia attuale, la cui consistenza territoriale quasi sgomenta, ha più o meno gli stessi abitanti del Bangla Desh, di cui è 120 volte più grande. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla semifallimentare politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso solo per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. E così l’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte, trionfando senza nemmeno troppo forzare. Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il solo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi. La vittoria di Yanukovich è anche la punizione di questo velleitarismo. Ma non è una tragedia.

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Europa-USA: l’inevitabile alleanza

In terra francese, la glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, come i legami tra la rivoluzione francese, e quindi tra la natura del moderno stato francese e dei suoi replicanti continentali, e il comunismo, e più in generale i totalitarismi, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, si ebbe agio di vedere la significativa prospettiva storica di quel boulevard che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. La retorica laicista dell’esprit républicain, che politicamente signoreggiava incontrastata a destra e a manca nell’Hexagone, si trovò improvvisamente con un fianco scoperto; il varco pericoloso attraverso il quale le vecchie verità che già nell’Ottocento Taine e Tocqueville avevano rivelato nelle loro opere, ribadite all’inizio nel secolo scorso da un geniale ed eroico reazionario come Augustin Cochin, e infine assurte al rango di dignità accademica con i lavori revisionisti di Furet o di Chaunu, potevano finalmente acquisire un inedito peso politico. Ricondotti per così dire all’origine,  ritornavano a galla gli antagonismi tra la statolatria gallica e il liberalismo anglosassone, che la lunga emergenza dei pericoli totalitaristi aveva sopito. Che il crollo del comunismo potesse risolversi in una destabilizzante messa in discussione dei principi stessi della République del 14 luglio, tutto ciò venne istintivamente percepito dalla classe politica francese. Ecco allora che lo sganciamento progressivo dall’atlantismo, oltre che obbedire agli istinti profondi della Francia più retriva, diventava il modo per non fare i conti col passato: un problema interno, per l’ennesima volta, veniva dirottato fuori dei propri confini. Con un corollario di campi di propaganda politica di facile aratura intellettuale: la difesa delle conquiste sociali, un nuovo dinamismo nei territori della francophonie africana, le strizzate d’occhio all’antioccidentalismo no-global acrobaticamente accompagnate da forme pseudovirtuose di protezionismo economico.  Il socialgollismo di Chirac e De Villepin aveva una nuova parola d’ordine: l’Europe c’est moi. L’Europa villica degli ex paesi comunisti e i leader più consapevoli dell’atlantismo europeo speronarono questo primo tentativo, mentre l’Europa seriosa degli apparati si limitò ad un timidissimo rifiuto, con un progetto costituzionale che pure andava fin troppo incontro alle pulsioni antiliberali dei transalpini; e i francesi, con gran gaudio dei liberali, rifiutarono l’Europa.

Tutto questo mestare nel torbido, sempre latente nel mondo intellettuale e ora senza più freni inibitori anche nei corridoi della diplomazia in forza dell’avallo datogli dalla pianificata attitudine dal governo francese (alla faccia di chi parlava delle gaffes di Chirac), ha notevolmente alimentato il risorgere di sentimenti antiamericani anche in ambienti culturali e politici di dichiarato moderatismo. La carta dell’obsolescenza dell’alleanza atlantica giocata dapprima come ballon d’essai e poi sempre più scopertamente nel nome della riscoperta del sentimento identitario europeo, anche dalla sinistra originariamente e storicamente antieuropeista, doveva servire a dare dignità all’involuzione isolazionista e statalista dello stanco continente. L’antiamericanismo come collante negativo europeo trovò l’occasione per uscire ufficialmente allo scoperto con la guerra in Irak, appoggiandosi ad opinioni pubbliche narcotizzate da mezzo secolo di politiche estere dalle quali l’elemento bellico era stato rimosso, in quanto fornito per tacita intesa dagli USA, le cui forze militari hanno costituito a tutti gli effetti anche il braccio armato europeo nella lunga serie di guerre e guerricciole, combattute quasi sempre dentro il quadro della guerra fredda, che hanno insanguinato il mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale.  La campana di vetro sotto la quale l’europeo ha vissuto pacificamente per sessant’anni è stato il risultato non della consapevolezza dell’inutilità dell’impegno bellico di cui si straparla ipocritamente nel nostro continente, ma dall’essere, in virtù della contrapposizione democrazia-comunismo e della deterrenza nucleare, l’occhio del ciclone pacifico attorno al quale ruotavano più o meno vorticosamente i venti di guerra nel resto del mondo. Come per un’arto da lungo tempo inutilizzato e in pericolo di atrofizzazione, i primi passi dell’opzione militare chiestaci ora apertamente e senza infingimenti lessicali dagli Stati Uniti – una specie di invito alla piena maturità dopo la lunga rieducazione democratica del dopoguerra, ma anche un’occasione, se le prefiche della sovranità limitata non avessero i paraocchi, di cogestione della pax americana – hanno provocato dolori lancinanti. Su questo trauma culturale contano coloro, e in primo luogo i reduci del marxismo, che vogliono trasformare l’Europa in una sorta d’Impero d’Oriente, dividendo il campo occidentale. Ma questa sindrome bizantina è strategicamente cieca e altro non porterà, nel miglior dei casi, che ad una lunga e dorata decadenza. E tuttavia questa volta Bisanzio non finirà, come nel passato, in bocca ai Turchi, cioè all’Islam, come qualcuno potrebbe credere: nel suo sfolgorio, il terrorismo globale dell’estremismo islamico è l’epifania di una malattia mortale che sta portando la civiltà fondata da Maometto alla tomba. No: il pericolo è un altro.

Il XXI secolo sarà un periodo di eccezionale sviluppo, foriero però anche di grossi problemi. Una sorta di replica, su scala mondiale questa volta, di quello che significò nel continente europeo – Russia compresa – per tutto il secolo XIX la vittoriosa cavalcata della democrazia e dello sviluppo economico seguito alla rivoluzione industriale; fenomeno contraddistinto da tendenze antireligiose, conati rivoluzionari, plebisciti, le cui deleterie conseguenze non sono state riassorbite completamente ancor oggi. E anche quando alla fine si giunse all’interno dei singoli stati, alcuni di nuovo conio, come l’Italia e la Germania, ad una relativa composizione delle forze in campo, si era ben lontani da quell’armonia ideale tra costumi e architettura costituzionale propria di una democrazia matura. In una nazione infatti, il trionfo della democrazia e della libertà accelerato da fattori esterni, maschera sempre le insufficienze delle proprie basi culturali e la propria insicurezza  con la pompa dei proclami, col nazionalismo (per tutto l’ottocento nell’Europa continentale il liberalismo andò a braccetto col nazionalismo), con la centralizzazione e l’invasività  dell’apparato amministrativo. Si videro insomma in quel secolo tutti gli sconquassi, senza contare quelli nascenti dal progresso economico, che dilaniano il corpo delle nazioni  quando il fattore dinamico, cosmopolita, progressivo della Zivilisation non riesce a trovare un modus vivendi proficuo col fattore statico, identitario, conservatore della Kultur, cioè quell’equilibrio pur nella continua trasformazione che permette una navigazione tranquilla e che porta molto lontano. Dal collasso liberale che ne seguì, nel XX secolo, avremmo dovuto apprendere che un paese che diventi una grande forza economica o militare senza sviluppare un’adeguata maturità democratica – che permetta di bruciare le proprie energie in un lavorio di continuo aggiustamento degli equilibri interni e di governo della richiesta crescente di libertà individuale – è fatalmente tentato da una politica di potenza, non solo strettamente militare, quando è squassato da rivolgimenti interni. Pensiamo solo alla Cina e ai problemi derivanti dalla proletarizzazione di decine, se non centinaia, di milioni di contadini inurbati, e da quelli derivanti da un progresso economico che non s’accompagna al miglioramento dei diritti dell’individuo. Chi ci rassicura che un regime disperato non faccia la sciocchezza di tentare di risolverli, atteggiandosi a vittima, con la sbornia nazionalistica della conquista di Taiwan? Ci saranno quattro o cinque giganti di questo tipo fra qualche decennio. Il Brasile, grande territorialmente come gli Stati Uniti e con una popolazione equivalente a 2/3 di quella del gemello nordamericano, non può dirsi ancora una democrazia stabile. La Russia semidemocratica e neozarista ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale. E qui finisce l’Occidente cristiano in senso lato. E quindi solo in Europa e negli USA – col contorno del Canada, del Giappone, dell’Australia e della Nuova Zelanda – ci potranno essere condizioni riunite e stabili di ricchezza economica, potenza militare e solidità democratica. Solo l’unione di esse costituirà un deterrente sufficiente a garantire l’equilibrio e a sconsigliare avventure. Se l’Europa si tirerà indietro da questo suo compito storico, sarà condannata all’emarginazione e sarà, ben prima degli Stati Uniti, vittima dell’instabilità mondiale.