Il depistaggio del “metodo Boffo”

Era da un po’ che non si sentiva parlare del metodo Boffo. Alla riunione della Direzione del Pd Bersani doveva avere proprio l’animo esacerbato per tirar fuori dal cilindro questo sfiancato cavallo di battaglia della sinistra più tetragona, quella, per capirci, che ciancia continuamente di depistaggi e di tutto il resto della paccottiglia. E perché ne parla continuamente? Ma perché essa vive di depistaggi. Tutta la narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana è un grandioso depistaggio. E anche il metodo Boffo è un depistaggio. Vi spiego perché, anche se lo dovreste già sapere.

Le pratiche d’infamia sono vecchie quanto la stampa e la democrazia. Da noi il fenomeno ebbe una potente accelerazione durante gli anni settanta, quando nacque La Repubblica, il giornale dell’Italia onesta e democratica. Fino ad allora la pur esibita diversità comunista trovava nella fede marxista una casa ma anche delle briglie. Libera da quella, la diversità potè diventare puro e freddo settarismo. Da allora la vita politica italiana, in senso lato, è stata caratterizzata da campagne di stampa senza scrupoli condotte allo scopo di sputtanare, sic et simpliciter, alcuni dei suoi protagonisti: alcuni democristiani, Craxi, e naturalmente Berlusconi in primo luogo.

Per trovare un nome adeguato a queste porcherie gli sputtanatori della società civile dovettero però aspettare il primo siluro sparato dalla stampa della società incivile: quello lanciato, appunto, dal Giornale di Feltri contro il direttore dell’Avvenire. Per dire dell’inesperienza dei fessacchiotti del Giornale in queste pratiche d’infamia, basti pensare che spararono ad un amico. Infatti l’Avvenire del duo Ruini-Boffo sostenne per anni, naturalmente con molta discrezione, la compagine politica berlusconiana. Ma nel 2009 – fu la stagione gloriosa di Patrizia D’Addario – la nostra stampa democratica e civile diede inizio alla più grande campagna di letterale sputtanamento contro un singolo uomo – l’utilizzatore finale – che la storia abbia mai conosciuto. Il mondo cattolico adulto dimenticò ogni misericordia cristiana e cantò nel coro dei fanatici. Boffo si sentì sotto pressione e scrisse qualche articolo contro Berlusconi. Feltri non capì un cavolo, e combinò, anche politicamente, una minchiata colossale.

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Totò ‘u juke-box

Continua l’ignobile sceneggiata che vede protagonisti Totò Riina e il suo compagno d’ora d’aria nel carcere di Opera, che gli fa egregiamente da spalla. Sarebbero addirittura 1.300 le pagine riempite dalle trascrizioni delle confidenze del boss al suo collega di galera, frutto di intercettazioni eseguite dalla Direzione investigativa antimafia tra agosto e novembre 2013. Sapendo benissimo di essere intercettato, il boss dimostra una gran voglia di parlare e di tornare protagonista. Trovo però che sarebbe stato più corretto dargli direttamente in mano un microfono, invece che allestire questa ridicola messinscena. Una parte sceltissima di queste chiacchierate viene adesso pubblicata – a quasi un anno di distanza e a cadenza quasi quotidiana – da “La Repubblica”. Bastano e avanzano questi particolari per qualificare la serietà di tutta l’operazione. Ogni giorno porta la sua “rivelazione”: qualche giorno fa erano i 250 milioni (di lire, spero…) che Berlusconi versava negli anni ottanta alla mafia; l’altro giorno le minacce a Don Ciotti; ieri la cassaforte di Dalla Chiesa svuotata; oggi chissà… La verità è, invece, che Riina non ha più nulla da dire; e che anche se con le sue “rivelazioni” non può negoziare alcun sostanziale miglioramento della sua sorte carceraria, tuttavia avere un pubblico gli dà la possibilità di sentirsi ancora qualcuno, di sentirsi ancora vivo. Ed è per questo che, come spesso succede anche ai pentiti, spara senza troppo discernimento e con qualche goffaggine paroline e allusioni che possano titillare gli orecchi giusti, che possano avere la giusta risonanza là dove conta: nelle casematte dell’Italia della legalità, anch’esse affamate di protagonismo.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (163)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA REPUBBLICA & L’ESPRESSO 27/01/2014 Claudio Abbado ci ha lasciati il 20 gennaio. E’ stato stupendo vedere come gli storici organi dell’Italia Migliore abbiano saputo vincere lo sgomento profondissimo per l’immensa perdita e con uno sforzo eroico siano riusciti a rendere al Maestro un omaggio degno quanto dovuto. Ed è così che si è arrivati alla decisione di riproporre «una collana nata in collaborazione» col Sommo: 12 CD «che portano una grande emozione» dedicati al «genio assoluto nella storia della nostra cultura», in uscita settimanale con La Repubblica e L’Espresso a 9,90 €. Il 25 gennaio è uscita la prima delle pietre miliari, un CD con musiche di Beethoven. Il Maestro era morto da appena un centinaio di ore: strepitoso. Ma sacrosanto. Era giustissimo infatti battere il ferro finché era caldo, prima almeno che la coltissima moltitudine degli antiberlusconiani si dimenticasse che Abbado era un grande direttore d’orchestra e non la sua strombazzata protesi: la macchietta dell’impegno civile.

FABRIZIO BARCA 28/01/2014 La testa d’uovo del Partito Democratico l’altro giorno era a New York, a tenere una conferenza all’Onu sulle disuguaglianze nel mondo, organizzata dall’Istituto italiano di cultura, dove “La Stampa” lo ha intervistato. Barca era abbronzato, riportava Alain Elkann, indossava una giacca a vento arancione ed era appena tornato dalla Patagonia reduce da una settimana di trekking. Non è un delitto, sia chiaro, spostarsi fino alla fine del mondo per delle amene escursioni tra boschi, valli, steppe, altipiani, laghi e ghiacci. Però mi chiedo, da berlusconiano – ed è un serio quesito di stampo antropologico quello che pongo – perché da noi l’uomo di sinistra tenda troppo stesso a recitare la parte del figlio del Popolo e della Resistenza, per capirci quel babbeo che si sveglia la mattina belando Bella Ciao, ed imposta tutta la sua giornata di conseguenza; oppure perché, al contrario e sempre troppo spesso, gli scappi di essere così schifosamente trendy. E’ vero che noi a destra abbiamo per modello Silvio; ma meglio un autentico, vitale e pittoresco spaccone come lui che una doppia e funerea caricatura.

EUGENIO FINARDI 29/01/2014 Proprio quando si pensava che ormai avesse appesa definitivamente la chitarra al chiodo, Eugenio ha sorpreso tutti annunciando il suo ritorno in campo. Il fatto è ancora più straordinario se si considera che il suo nuovo album, a quasi quarant’anni di distanza dalla musica ribelle – quella che ti vibrava nelle ossa, che ti entrava nella pelle, che ti diceva di uscire, che ti urlava di cambiare, di mollare le menate e di metterti a lottare – è di nuovo «un disco di lotta» senza se e senza ma. Bravo. Son sicuro che farà un figurone, vista anche la roba che c’è in giro da lustri. Ne sono sicuro perché da tempo mi sono arreso all’evidenza: certi artisti per dare coraggiosamente il meglio di se stessi hanno bisogno di essere in pace con la propria puerile coscienza politica e di credere ancora con candore alla rivoluzione. Dico con candore perché questi non sono frivoli furbacchioni alla Jovanotti, che è nullo in tutto. Sono solo casi disperati: se guarissero dalla malattia non avrebbero più niente da offrire all’umanità.

L’UNIONE EUROPEA 30/01/2014 Barbara Spinelli bastona l’Unione Europea sulla questione ucraina e per una volta posso dire di non essere completamente in disaccordo con una delle mie vittime preferite. La questione se l’Ucraina sia europea o russa è foriera di pericolosi equivoci. Se proprio bisogna scegliere, allora è giusto dire che l’Ucraina è, senza alcun dubbio, molto più russa che europea, per profondissime ragioni culturali, linguistiche, religiose. L’epopea ucraina è fondamentalmente anti-musulmana o anti-ottomana, da una parte, e anti-cattolica o anti-polacca dall’altra, mentre i rapporti con la Russia sono sempre stati conflittuali, ambivalenti, improntati ad un sentimento di odio-amore, tipici di un paese geloso delle proprie peculiarità, ma che, allo stesso tempo ed in larga misura, si è considerato per secoli un bastione e una culla dell’ortodossia e dello slavismo orientale in una vasta zona di frontiera. La conquista dell’indipendenza vide la nascita di un paese ancora molto imperfettamente fuso, abitato per un terzo da russofoni, da gente bilingue, da gente che parla un misto di ucraino e russo, oltre che da altre minoranze. Con tutto questo l’Europa e gli Stati Uniti, invece di esercitare con duttilità un’intelligente azione di sostegno a Kiev nei confronti dell’ingombrante vicino russo, si sono inventati, di sana pianta, con lo stesso spirito frivolo mostrato verso le primavere arabe, un’Ucraina “europea” che non è mai esistita. Se oggi siamo alle soglie della guerra civile non è solo colpa del famigerato Putin.

LUCIA ANNUNZIATA 31/01/2014 «Partigiani o fascisti?» si chiede la direttrice dell’Huffington Post a proposito dei descamisados di Grillo, a conferma che nel 2014 in Italia c’è ancora un popolo numeroso, bacchettone, opportunista, saputello, rompicoglioni, e in definitiva molto ottuso, che non si è ancora arreso alle mordaci e spassose verità di Flaiano («I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.») o di Churchill («Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.»). Fosse solo questo! Nella domanda dell’Annunziata c’è di peggio: c’è l’incapacità della sinistra di vedere nel sanculottismo grillino la caricatura di se stessa, il frutto maturo della stagione moralistica lanciata da Berlinguer per rinverdire, camuffandone i tratti, i fasti della diversità comunista. Per quanto strampalata, la richiesta di impeachment dell’ex compagno Napolitano non è poi tanto più pretestuosa di quella che il Pci preannunciò nei confronti dell’innocente Leone, che però si dimise prima, o di quella avanzata dal Pds nei confronti del picconatore Cossiga. E i complimenti rivolti dal cittadino De Rosa alle colleghe democratiche in Commissione Giustizia alla Camera per la loro naturale predisposizione per le arti lewinskiane, cosa sono se non il riflesso di quelli rivolti dal bel mondo progressista alle parlamentari berlusconiane? Ma sembra che De Rosa abbia un’attenuante, almeno così dice chi lo difende: sarebbe stato insultato. Gli avrebbero dato del «fascista». Tanto per chiudere il cerchio in bellezza.

Forza Italia: no a centrismi e a settarismi

Da berlusconiano sono curioso di vedere stasera cosa succede. Alfano, Quagliariello e soprattutto Cicchitto hanno le loro buone ragioni. La Santanchè è una cretina. Come ho messo in chiaro più di una volta. E penso che Sallusti sia bravo soprattutto a combinare guai. Come ho messo in chiaro più di una volta. La pitonessa ha tanto spazio sui giornali antiberlusconiani proprio perché la sinistra spera con tutte le sue forze che sia questa esaltata confusionaria a spaccare il partito. Le invettive della sinistra esaltano il suo protagonismo, ossia la lusingano, e la confermano nella sua sciocca convinzione di essere nel giusto nel momento stesso in cui questa isterica diventa strumento degli antiberlusconiani. La Santanchè, il Giornale e Libero alla fine del 2011 preferivano le elezioni al governo Monti, cioè volevano che il Pdl andasse incontro ad un bellico, eroico, ardito, definitivo e stupidissimo suicidio! Non hanno mai fatto ammenda. Quante inconfessabili speranze la stupida pitonessa pose allora nel cuore dei piddini!

E la Santanchè è quella stessa grande stratega vogliosa di rompere con Letta senza neanche aspettare il sorgere di un passabile, in termini di propaganda politica, casus belli. Voleva che il Berlusca rompesse già col suo videomessaggio. Era esattamente ciò che sperava, fortissimamente, la sinistra, che non riesce più a far digerire al suo popolo le larghe intese. Per la delusione Ezio Mauro sparò all’indomani del videomessaggio un editoriale violentissimo, poi replicato con più veemenza al momento delle ventilate dimissioni di massa dei parlamentari berlusconiani. In realtà nei giorni scorsi la sinistra ha fatto di tutto per stanare il Caimano, nulla concedendo, per poter poi dire: Caimano! Caimano! Caimano! Il vanesio Letta – il cui governo poteva avere un solo scopo: la pacificazione; il galleggiamento montiano su tutto il resto lo diedi per scontato fin dall’inizio – il vanesio Letta, dunque, ringalluzzito dalla piega degli eventi, ha fatto il bulletto col Pdl. E il Cavaliere è partito in contropiede, con foga ma non senza un disegno, per quanto assai rischioso, già impostando la campagna elettorale. Avrebbe fatto meglio ad attendere, e fare per un po’ il martire, perché in ogni caso l’assalto delle procure e la voglia di vederlo in galera dell’Italia giacobina non li puoi fermare, tanto più che la debolezza della preda eccita sempre gli istinti del branco. E poi, da martire, vincere politicamente.

Ma che tristezza vedere Quagliariello farsi imbeccare da un campione del giornalismo pavido come Stefano Folli! E che tristezza vedere lo zelo ottuso di Sallusti nell’insinuare sospetti verso i ministri dimissionari del Pdl! E che tristezza vedere questi ultimi parlare di “metodo Boffo”, cioè già usare con incredibile ingenuità il linguaggio della sinistra, ossia di Repubblica, un giornale che sull’uso sistematico e professionale del “metodo Boffo” ha costruito il suo quarantennale successo! Voglio solo sperare che suscettibilità ferite non abbiano la meglio sulla ragione: farsi strumento di operazioni centriste, credere alla favola del centrodestra rispettabile ed europeo, solo perché legittimato dalla sinistra, vuol dire davvero fare la fine di Fini.

E restiamo in attesa naturalmente dei nuovi Responsabili, questa volta omaggiati dagli osanna dei giornaloni, i quali nemmeno riescono a immaginare che in realtà la tentazione di andare subito alle elezioni a sinistra è ancora più forte che a destra.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (129)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

NICHI VENDOLA 03/06/2013 Manifestazione a Bologna in difesa della Costituzione nel giorno della Festa della Repubblica. Iniziativa promossa dal club montagnardo “Libertà e giustizia”. Nome: “Non è cosa vostra”. (Che fosse cosa loro l’avevamo capito da tempo: perché strillano ancora? Ma lasciamo stare.) A parlare le solite icone; i discorsi e le parole quelle di sempre; il tedio mortale. L’unico interessante è stato l’affabulatore più famoso di Puglia dopo Checco Zalone. Nichi non ha la lingua biforcuta. In Nichi c’è ancora qualcosa di fanciullesco ed ingenuo. Nichi dice sferiche corbellerie con commossa partecipazione, laddove i suoi compagni sono più accorti e velenosi. Nichi perciò lo ha detto papale papale: «La Costituzione è la nostra religione civile». Esattamente ciò che noi controrivoluzionari abbiano sempre denunciato suscitando scandalo: la Costituzione è il Corano di questi talebani di casa nostra. Ma i nostri avversari ce li immaginavamo gelidi e assatanati allo stesso tempo. Questo sentimentalismo disarmante non l’avevamo previsto. Tanto più è necessario, allora, svergognare Nichi.

RECEP TAYYIP ERDOGAN 04/06/2013 A tutta prima prudente, il premier turco aveva però ben presto fatto gli occhi dolci alle cosiddette primavere arabe, fino a perdere ogni ritegno e ad atteggiarsi a magnanimo patrono ottomano dei movimenti di liberazione scoppiati negli ex possedimenti del Sultano. Che queste insurrezioni fossero appoggiate e monopolizzate dagli amici della legge del taglione non gl’importava un piffero. Ora la primavera se la ritrova in casa. Ma a differenza delle altre è molto più vera, molto più consapevole, molto più “occidentale”, soprattutto per la birra, il che è dire tutto. Ma Erdogan non ci sta. «Chi parla di primavera non conosce la Turchia. Nelle urne l’Akp ha l’appoggio del 50% della popolazione. Dietro la protesta ci sono gruppi estremisti, con collegamenti esteri», così ha detto, copiando pari pari dal suo grande nemico, il «criminale contro l’umanità» Bashar al-Assad, che almeno mentiva a metà. Lui non ci arriva neanche.

ARTICOLO21 05/06/2013 L’associazione che si fa promotrice «del principio della libertà di manifestazione del pensiero» assegna ogni anno premi a quelle personalità «che si sono distinte per la loro sensibilità civile e per la loro scelta di battersi per l’inclusione sociale e di contrastare sempre e comunque bavagli, censure, oscurità ed oscurantismi». Quest’anno i premi andranno a Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, a Cecile Kyenge, ministra dell’integrazione, a Riccardo Iacone e alla redazione di “Presa Diretta” (Rai3), al giornalista Giovanni Tizian. Se è vero che ognuno può manifestare il proprio pensiero, è anche vero che ognuno può premiare chi cavolo gli pare. Però questa lista mi pare, come dire, segnata da una mentalità piuttosto angusta, da una certa ideologia identitaria che al di là del proprio recinto non vede proprio nulla, da una certa censura verso il pensiero non allineato, da un certo oscurantismo settario, da un certo spirito di confraternita, e infine da un certo esclusivismo prettamente politico. Eppure basterebbe poco, basterebbe alzare appena appena lo sguardo per scoprire nuovi orizzonti, nuovi messaggi, nuove sensibilità, e un mucchio di brillanti e sorridenti intelligenze aperte sul vasto mondo: pensate, che so, al sottoscritto.

L’UNIVERSITA’ DI LIPSIA 06/06/2013 L’epopea “gender” sta diventando maledettamente complicata. Ci toccherà andare a scuola. Ai bei tempi antichi, a parte la categoria etero, lesbiche e gay bastavano alla classificazione dell’umanità. Vi si aggiunsero poi, con ridondanza burocratica, i bisessuali. Poi arrivarono i trans, e la circumnavigazione dell’orbe sessuale parve completa, con soddisfazione di tutti. Niente affatto: avevamo lasciato per strada i queer, la vasta truppa degli inclassificabili, categoria suscettibile di innumerevoli sub-categorie, in quanto nessuno ha mai ben capito chi siano i queer. Ma son robe terribilmente noiose, da veri eruditi. E comunque non è finita. L’altro giorno la giustizia australiana ha riconosciuto ad un esemplare della specie umana il diritto di essere ufficialmente né uomo né donna, e non perché ci si trovi davanti a un delicato caso di ermafroditismo o intersessualità, ma perché costui/costei dopo esser diventato donna, da uomo che era, col passare del tempo ha scoperto di non sentirsi perfettamente donna. La cosa straordinaria è che questo androgino per vocazione ha costretto i giornalisti di lingua inglese più devoti al politicamente corretto ad inventarsi dei nuovi pronomi personali e possessivi: “zie” al posto di “he” o “she”; “hir” al posto di “his” o “her”, con grande gioia di tutte le case editrici specializzate in libri per la scuola. Ma questo non è niente in confronto alle notizie che arrivano dalla terra dei crucchi. Io non ce l’ho coi tedeschi. Ogni popolo ha il suo genio. Ed ogni genio si corrompe alla propria maniera. Quello tedesco ha la spiacevole tendenza di applicarsi nelle sue cose fino all’ottusità conclamata. Ed è così che non mi sorprende affatto che sia stata proprio l’illustre Università di Lipsia a siglare il capitolo più esilarante, fin qui, dell’epopea “gender”. D’ora in poi, infatti, tutti i titoli accademici saranno espressi solo al femminile, anche per i docenti maschi. L’Università di Lipsia sarà popolata unicamente da professoresse, assistenti, ricercatrici, rettrici. Almeno fino all’anno prossimo, quando si scoprirà che questa pervasiva femminizzazione dei titoli è l’espressione del più completo maschilismo. Si deciderà allora che tutti i titoli accademici dovranno essere declinati al maschile, anche per le docenti femmine.

LA REPUBBLICA DELLE IDEE 07/06/2013 Doveva partire da Firenze la rinascita culturale di questo nostro benedetto paese, involgarito e pressoché tramortito, si dice, da vent’anni di becero berlusconismo. E partenza col botto è stata, effettivamente, quella della festa della Repubblica delle Idee: non è arrivato Platone in persona, che sarebbe stato troppo (c’era comunque Scalfari), ma Dan Brown c’era, in carne e ossa, il grande maestro del thriller esoterico alle vongole, autore di libroni elettrizzanti senza capo né coda, perfetti però per titillare le vanità salottiere del pubblico più volgare, quello finto-colto della società civile. La domanda che pongo è questa: è questo il segno che il berlusconismo ha berlusconizzato anche l’antiberlusconismo, e sta vincendo su tutta la linea? Oppure è il segno che la sinistra vuole provare la più ineffabile delle trasgressioni, il brivido di sentirsi, cioè, una volta tanto, antropologicamente inferiore alla destra?

La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.

ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.

[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano  – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]

HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.

LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.

DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.

[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l’appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa – a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall’inizio dopo l’errore fatale dell’attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell’uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli “affari” e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]

Perché in Italia un partito liberaldemocratico non può esistere

Le elezioni politiche in Giappone sono state vinte dai liberaldemocratici. Per Il Sole 24 Ore è una svolta a destra. Per Il Fatto Quotidiano è una svolta a destra. Per La Stampa il Giappone vira a destra. Per La Repubblica si afferma il partito conservatore. Per Il Corriere della Sera Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per L’Unità Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per Il Messaggero Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Insomma: liberaldemocratici = conservatori = destra. Lo scrivono le gazzette della Meglio Italia, okkupate da decenni dalle truppe della rincoglionita Meglio Gioventù. Le stesse che frignano per il fatto che in Italia non ci sia un vero partito liberaldemocratico. Per forza: non lo vogliono né di destra, né conservatore. Ma ammodo, centrista di centro, ed urbanamente occhieggiante a sinistra. Perché in Italia la vera liberaldemocrazia, quella veramente liberale e quella veramente democratica, in fondo in fondo è di sinistra o quasi. Come se fossimo in USA o UK o nell’Europa della prima metà dell’ottocento. Imbroglioni. Ricattatori. E ignoranti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (89)

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PICCOLO MONDO COMUNISTA 27/08/2012 Ovvero la grande guerra tra La Repubblica–L’Unità–PD e Il Fatto Quotidiano–Di Pietro–Grillo. Non avendo mai risolto la sua questione morale, ossia la questione comunista, ossia la questione socialdemocratica, l’unica di cui vale veramente la pena di parlare, nell’anno 2012 la sinistra italiana è ancora all’anno zero. Il più ridicolo di tutti è stato Ezio Mauro: «oggettivamente di destra» ha definiti i comportamenti e le pulsioni dei montagnardi, a dimostrazione che a dispetto delle cosmesi kennediano-democratiche quando il gioco si fa duro gli avverbi preferiti sono quelli di sempre. «E chiamiamoli col loro nome: fascisti!», «Populisti berlusconiani!», han detto altri. «Amici dei Piduisti!», ha risposto Grillo. E allora mettiamoli in fila questi epiteti: oggettivamente di destra, fascisti, populisti, berlusconiani, amici dei piduisti! In pratica: traditori, corrotti e controrivoluzionari. S’intende che questi esaltati, e quello stesso popolo di sinistra che assiste sgomento alla lotta fratricida, hanno tutti per nume tutelare Enrico Berlinguer. Sono tutti figli della Questione Morale, la continuazione del comunismo con altri mezzi, la maschera compunta sotto la quale si nasconde il settarismo, la politica allo stato belluino: come essi, coi loro comportamenti e con le loro pulsioni, mostrano alla perfezione.

ACHILLE BONITO OLIVA 28/08/2012 Sono sicuro che l’anziana signora artefice del famigerato restauro del Cristo del Santuario di Borja fosse soddisfattissima al termine dei lavori. Tanto amore aveva messo nell’opera, e tanto di se stessa, che del Figlio di Dio aveva fatto un figlio tutto suo, una specie di icona rupestre – all’occhio dell’esperto non può sfuggire – di purissima scuola neanderthaliana: un Cristo delle Caverne, nei cui tratti scimmieschi la mamma poteva però vedere solo le perfezioni. Non so invece come si potesse sentire esattamente il povero parroco che aveva armata di pennello la mano della vecchietta. Certamente aveva confidato in parte nella Provvidenza e certamente si stava ora chiedendo perché la Provvidenza gli avesse giocato un tiro così brutto, visto che la Provvidenza non può giocare mai brutti tiri, bensì ammaestra anche quando sembra avversa. Insomma, una fantozziana storia di umili, nel senso di poveri cristi, o, nelle mani di un artista, il canovaccio di un garbato vaudeville sul sacro, e comunque una vicenda che nel silenzio e nella discrezione un po’ alla volta avrebbe trovato la sua soluzione. Ed invece la storia è stata data in pasto all’opinione pubblica, sempre affamata di sordide distrazioni. E sempre più s’ingrossa la fila di gente in attesa di vedere il «mostro». E magari di toccarlo. Che non si sa mai che non faccia il miracolo, e allora chi oserà mai discutere un restauro guidato evidentemente dalla mano di Dio? Per il nostro critico d’arte, tuttavia, questa corsa a vedere il Cristo di Neanderthal è un pellegrinaggio misto di devozione e contemplazione dell’arte: nel Cristo sfigurato ci sono tutte le spagnolesche stimmate di una Passione nuova. Questo è il guaio dei critici d’arte: quando non sono elitari, amano davvero un po’ troppo il popolo.

LUCA ZAIA 29/08/2012 Vedo con raccapriccio che Formigoni non ha ancora rinunciato al suo cavallo bolso da battaglia: la macroregione del nord. E allora ripetiamolo. La Lombardia è già un gigante: da un punto di vista demografico coi suoi dieci milioni di abitanti equivale grosso modo a nazioni come Ungheria, Svezia, Repubblica Ceca, Belgio, o al “Libero Stato” di Baviera. Mettendoci dentro l’Emilia Romagna, la macroregione del Nord conterebbe circa venticinque milioni di abitanti, e come entità politico-amministrativa in Europa starebbe dietro per grandezza solo alla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Spagna e alla Polonia e forse a quel che resta dell’Italia, se si mettesse insieme. Io sono convinto che lui queste cose non le sappia, non perché sia un imbecille, ma perché da vero italiano ha sviluppato un timore superstizioso per l’eloquenza dei numeri più semplici. Vedo perciò con sollievo che il suo collega veneto boccia lo stravagante progetto di questa Superlombardia. Vedo però, con ancor più profondo raccapriccio, che lo stesso collega veneto riesce ancora a credere, non si sa come, al progetto della macroregione del Nord. Non so, provo ad indovinare: forse una macroregione del Nord di stampo federale, composta dai liberi stati di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e degli altri liberi stati nanerottoli? Federata con le macroregioni del Centro e del Sud, ammesso, e non concesso, che Siciliani e Sardi siano della partita? Da coordinare col programmato taglio delle provincie e con la programmata istituzione delle città metropolitane? Di solito le idee che funzionano sulla carta nella realtà falliscono poi miseramente. Figuriamoci quelle che già sulla carta mostrano una certa qual traballante ebbrezza alcolica.

ENRICO LETTA 30/08/2012 Intervistato nel corso della convention estiva di VeDrò (in quel di Drò, nel Trentino) il molto costumato (o imbalsamato, a seconda dei gusti) vicesegretario del Pd non ha voluto definire una «boiata pazzesca» la recente proposta del ministro della Salute di tassare le bibite gassate, come lo spingevano a fare i maramaldi della Zanzara, il programma di Radio24, ripiegando ironicamente su «un’idea poco geniale, da ritirare subito». Per non sembrare però un becero qualunquista come tutti quelli che vedono rosso appena ci sono nell’aria nuovi balzelli, ha voluto dare un tocco distintivo alla sua protesta, rimarcando il fatto che alla sua festa a fare furore sono stati proprio il vecchio caro chinotto e la vecchia cara spuma, roba da normali cafoni una volta, ma roba da gente avvertita, responsabile, consapevole, e pure colta, adesso. «Salviamo il chinotto e la spuma bionda!», ha concluso, da difensore di un pezzo pregiato del patrimonio culturale nazionale, pronto ad entrare nell’Olimpo gastronomico di Slow Food.

EMILIO FEDE 31/08/2012 L’ex direttore del Tg4 fonda a ottantun anni un movimento d’opinione. Un movimento d’opinione è una specie di pallone sonda lanciato nel cielo della politica. Se lassù gli auspici sono favorevoli il movimento diventa un partito. Di questo movimento, a parte la sua naturale collocazione nel centrodestra berlusconiano, e la sua naturalissima attenzione verso il mondo femminile, cose che destano tutta la mia simpatia, si sa solo il nome: «Vogliamo vivere». Che come nome, peraltro, è tutto un programma. E niente affatto sorprendente. Emilio infatti, da direttore del Tg4, era sempre attentissimo a tutte quelle piccole, piccolissime, infinitesimali scoperte scientifiche, o presunte tali, che nel campo della medicina sembravano promettere l’elisir di lunga vita e magari l’immortalità. E quando chiedeva al recalcitrante esperto di turno, con tono penosamente spensierato: «E allora professore, vivremo tutti fino a centoventi anni?» era come preso da una smania o da una febbre che gli ardeva negli occhi. Deluso dai progressi della scienza, e sentendo che ormai il tempo comincia insopportabilmente a stringere; disdegnando la filosofia, e ancor più la religione, che son cose da vecchi moribondi; il sempiterno Emilio ha deciso allora di prendere in mano personalmente la questione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (69)

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ROBERTO MARONI 09/04/2012 Lo stadio barbarico della politica, nel quale la politica nega se stessa, è quello della lotta tra bene e male, tra virtù e corruzione. Gli italiani hanno imparato a scappellarsi servilmente davanti a questa idiozia che ha assunto il nome altisonante di “questione morale” e che nasconde il più fetido spirito di fazione. Decenni di questione morale e decenni di mani pulite hanno iniettato un veleno paralizzante nella politica italiana. E sui costumi pubblici non hanno sortito alcun effetto benefico, com’è logico, quando si vive dentro la campana di vetro della menzogna. Ma c’è sempre il genio pronto a ripercorrere la stessa strada, e a ripetere, come un pappagallo, le stesse parole: pulizia, pulizia, pulizia…

LA REPUBBLICA 10/04/2012 Chi si sottopone, per una sua qualche ragione, davvero insondabile, al quasi quotidiano supplizio di seguire questa rubrica, ricorderà forse che giorni fa l’Unità.it credette suo preciso dovere onorare la memoria del defunto scrittore Tabucchi tirando fuori dall’archivio un suo raccontino, piuttosto bruttino, e piuttosto cretino, dedicato all’incubo Berlusconi. Talmente appassionata, infatti, era la sua coscienza civile, che lo scrittore si sognava di Silvio anche di notte, con ciò dimostrando che il sonno della ragione genera effettivamente mostri. Ieri è morta Miriam Mafai, tutta una vita dentro la sinistra italiana. La Repubblica.it piange la sua Miriam, e sull’esempio di quanto fatto dal quotidiano fondato da Antonio Gramsci, crede suo preciso dovere onorare la memoria della «ragazza rossa» tirando fuori dall’archivio «l’invettiva contro Silvio Berlusconi dopo gli insulti ai gay». L’ineffabile Silvio, ricorderete (senza essere per forza sventurati lettori di questa rubrica), aveva colpito ancora con quel candore conviviale un po’ imbecille ma molto simpatico che è il lato migliore del suo carattere. «Meglio essere appassionati di belle ragazze che gay», aveva detto nei giorni dell’uragano Bunga Bunga. Apriti cielo: non uno che gli rispose con spirito. Nemmeno Miriam, la ragazza rossa, che accusò il povero Silvio di «aver trasformato una sede pubblica in un luogo di grotteschi festini» quando invece fu forse uno sciame di donne pubbliche ad invadere una casa privata, ma di insulti ai gay non parlò affatto, non dimentica, probabilmente, che il suo compagno Giancarlo Pajetta, il ragazzo rosso, da bravo comunista ruspante dalla lingua salace, quelli lì li chiamava senz’altro «finocchi», e nel partito non li voleva vedere. Ma tant’è, la sinistra, illustrandoli con queste ridicole imprese, dimostra di non prendere sul serio i suoi più illustri figli, veri o presunti tali, nemmeno nel momento della loro dipartita e di volerli usare come artiglieria fino all’ultimo.

EMMA MARCEGAGLIA 11/04/2012 Dopo centinaia di giorni da pecorella, eccone uno da leonessa. Per uscire di scena in bellezza la presidentessa di Confindustria ha tirato fuori un ruggito: «il taglio della spesa pubblica deve esserci», ha detto. Ma non solo: «prima serve una riduzione della pressione fiscale su lavoratori e imprese. Penso che il governo si debba porre il problema serio di abbassare le tasse». Il problema è serio, indubbiamente. E’ per questo che ad occuparsene, per la parte che gli compete, sarà il suo successore: camerata Squinzi! Armiamoci! E parti.

IL QUINTO CONTO ENERGIA 12/04/2012 Il governo ha varato il Quinto conto energia, quello relativo agli incentivi per l’energia fotovoltaica, e anche il restante salato conto degli incentivi alle altre energie rinnovabili. Le mire del governo sono ambiziose: «programmare una crescita dell’energia rinnovabile più equilibrata che, oltre a garantire il superamento degli obiettivi comunitari al 2020 (dal 26% a circa il 35% nel settore elettrico), consenta di stabilizzare l’incidenza degli incentivi sulla bolletta elettrica». Il Quinto conto energia è già un bel traguardo, ed è un appellativo che incede con una certa sua sovietica monumentalità sul largo viale dell’Energia Verde; la Programmazione della Crescita non gli sfigura a fianco; il Grande Balzo in Avanti, l’ineluttabile conseguenza.

ALESSANDRO ROJA 13/04/2012 «Da cittadino, credo che sia perché siamo un popolo che predica bene e razzola male: abbiamo tante astuzie, e soprattutto non vogliamo ricordare.», dice l’attore, uno degli interpreti del film “Diaz” di Daniele Vicari. Il poveretto ha perfettamente ragione. Siamo un popolo che non vuole ricordare. Per esempio che nel 2001 a Genova arse un falò che doveva incenerire il governo Berlusconi appena insediatosi; che un’immensa catasta di materiale infiammabile fu accatastata per settimane senza che la sinistra «democratica» muovesse un dito; che ad alimentarla fu una tacita voglia di dare una bella spallata antidemocratica al regime del Caimano; che doveva essere un appuntamento con la storia cui tutti i progressisti erano invitati, meglio se equipaggiati di videocamere, perché qualcosa doveva sicuramente «succedere»; che da tutta Europa scesero sciami di lanzichenecchi, di compagni maneschi richiamati dalla speciale occasione di un G8 in casa Berlusconi, per mettere a ferro e fuoco la città, cosa che fecero egregiamente; che, disgraziatamente, il morto ci fu, ma in circostanze talmente chiare da non dare neanche un appiglio appena appena serio alla dietrologia antifascista; che nonostante una gigantesca provocazione portata all’estremo, anche se in parte inconscia, o meglio, vigliaccamente inconscia, intesa a testare fino alla rottura lo stato di diritto sotto il governo Berlusconi, nella notte della democrazia alla Diaz e alla Bolzaneto non morì nessuno, né il «massacro» lasciò un guercio od uno sciancato per strada. Il Culto della Memoria Deviata serve appunto ad inquadrare la storia attraverso uno sceltissimo buco della serratura, e a lasciar fuori tutto il resto. Serve appunto a dimenticare.