Articoli Giornalettismo, Esteri

Putin, il catalizzatore

Se si pensa che arriva dopo secoli di zarismo e settant’anni di comunismo, non si capisce cosa vi sia di strano nel fatto che la ventennale democrazia russa mostri un volto ancora così grezzo. Per brutta che paia a noi, la Russia di Putin non rappresenta una patologia; e ci piaccia o non ci piaccia, i progressi di questa Russia autocratica dai tempi dell’Unione Sovietica nel campo delle libertà civili sono stati incalcolabili. E’ strano piuttosto che questo semplice ragionamento faccia così fatica a farsi in strada in Occidente. Da noi la Russia di Putin è diventata il catalizzatore di vecchie e false idee sulla natura della civiltà cristiana-occidentale. In un certo senso la diatriba tra occidentalisti e slavofili che dominò il mondo intellettuale russo soprattutto nel secondo ottocento, e che ora, dopo il lungo inverno comunista, sta rifacendo capolino da quelle parti, sembra essersi spostata da noi capovolgendone i termini: siamo noi, ora, che cerchiamo di definirci guardando alla Russia.

Ed è così che, da una parte, e un po’ alla volta, nel mondo conservatore occidentale è spuntato un partito russo, dai contorni alquanto confusi, che nella Russia di Putin ha visto l’incarnazione di un baluardo identitario, sia esso nazionalista, sia esso cristiano, contro la secolarizzazione dei costumi, contro l’arroganza del laicismo progressista, contro la globalizzazione dei popoli e delle religioni. Mentre dall’altra parte, parlando sempre in termini generalissimi, quello stesso mondo liberal e progressista che per tanti decenni aveva flirtato col marxismo, chiusi gli occhi davanti ai crimini del comunismo, e infine demonizzato l’anticomunismo; quello stesso mondo progressista che tanta indulgenza, se non peggio, aveva mostrato nei confronti della Russia sovietica, ora è diventato, con grande sprezzo del ridicolo, il più spietato fustigatore della Russia di Putin, sentina, oggi, di ogni nefandezza.

Siamo in presenza in effetti di due ideologie che negano i valori migliori dell’Occidente. La civiltà occidentale che si fonda sull’universalismo cristiano è per natura orientata alla democrazia e alla globalizzazione; ma nello stesso tempo non fa violenza alla storia e ai popoli: incanala, modella la storia raccogliendone tutta la ricchezza. Questa duttilità, però, è feconda solo se l’Occidente tiene fede a se stesso facendosi presidio della legge naturale. L’ideologia nazionalista-identitaria, invece, assolutizza la storia e quando si professa cristiana mette ciò che è accidentale nel cristianesimo al posto di ciò che è sostanziale, cadendo nell’idolatria. L’ideologia democraticista-illuminista al contrario nega la storia e fa della democrazia una nuova religione universale ma immanentista, cadendo anch’essa nell’idolatria. Non deve stupire più di tanto, tuttavia, se spesso i due campi tendano a sovrapporsi; se vediamo, ad esempio, comunisti puri e duri difendere le ragioni della Russia di Putin; oppure zelanti neo-conservatori cristiano-occidentalisti fare il contrario: unica è la radice dell’errore.

Oggi l’agenda liberal sembra essersi impadronita di quell’idea dell’Occidente che fu da essa negletta e finanche disprezzata durante i lunghi decenni della guerra fredda. Nello stesso tempo i partiti cosiddetti conservatori dei paesi occidentali sembrano incapaci di resistere all’avanzata del politicamente corretto. Ciò è pericolosissimo anche per la politica estera di Europa e Stati Uniti. Lo si è visto nella disastrosa lettura fatta in Occidente delle primavere arabe. Lo si è visto nei lunghi anni d’incubazione della crisi ucraina. L’incredibile Hollande nei giorni scorsi è arrivato a dire che «Se la nostra proposta di pace fallirà, l’unico scenario è la guerra». Per fortuna gli ha risposto per le rime l’impresentabile Berlusconi: «È inaccettabile che si rischi la guerra con la Russia senza che l’Italia faccia sentire la sua voce per fermare questa follia». Lo stesso impresentabile Berlusconi che vide giusto all’inizio della primavera egiziana e che fu l’unico leader occidentale ad avere il coraggio, prendendosi un sacco di insulti, di difendere Mubarak, improvvisamente scomunicato come despota e dittatore dai politici e dai gazzettieri del fatuo Occidente. Gli stessi politici e gazzettieri che adesso non hanno nulla da ridire sul generalissimo Al-Sisi, e che seppero flirtare coi Fratelli Musulmani. E che a Berlusconi non chiederanno mai scusa.

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Ezio Mauro, reazionario inconsapevole

Una decina di giorni fa Ezio Mauro scriveva su Repubblica questa sciocchezza ridondante: «Scopriamo quel che dovevamo sapere, e cioè che l’anima imperiale e imperialista della Russia è eterna e insopprimibile, dunque non è una creatura ideologica del sovietismo ma lo precede, lo accompagna e gli sopravvive.» Ora, quest’idea che ogni nazione abbia un suo incancellabile carattere che non solo ne colora la condotta, ma che ne domina pure la volontà, è un concetto tipicamente conservatore-reazionario. Se il progressismo giacobino adora talmente la civilizzazione da annichilire tranquillamente popoli e tradizioni, il conservatorismo reazionario fa il contrario: adora talmente i popoli e le tradizioni da non ammettere affatto il fattore cosmopolita ed universalista della civilizzazione. Sono due forme di negazione della storia. Quello del conservatore-reazionario è un errore profondo che nega alla radice l’umana fratellanza, ma che raramente assume i caratteri dell’ideologia e dell’odio propri, ad esempio, di quel nazifascismo che uscì dai lombi generosi del socialismo ottocentesco. Questo perché il conservatore-reazionario, nel negare la storia, rispetta troppo la realtà di questo mondo per cadere in tale genere di arbitri. Mentre il giacobino-progressista, nel negare la storia, accetta alcuni brandelli di realtà ma solo per interpretarli alla luce del suo spirito messianico: le idee fisse del conservatore-reazionario in lui diventano “totalitarie”. Quando vuole il giacobino sa essere un reazionario non temperato, anzi, solo così può esserlo. E infatti furono gli illuministi a porre le basi del razzismo “scientifico”, nonostante il loro cosmico umanitarismo. Perciò il fatto che questo bel pensiero reazionario sia uscito dalla penna del direttore della più influente e diffusa gazzetta giacobino-progressista che l’Italia abbia mai conosciuto non deve stupire affatto. E che la sua sia, in fondo, tutta superstizione, lo dimostra un fatto inoppugnabile: le Pussy Riot, nel corso di una lezione tenuta all’Università di Harvard (stanno facendo un tour negli Stati Uniti), hanno rivelato che anche quando stavano in carcere in Russia non avevano affatto perso il loro status di star, tanto che i secondini chiedevano loro l’autografo. Ecco la dimostrazione che anche nella Russia di Putin si fa ormai comodamente – sì, comodamente – carriera attraverso il più spudorato e stucchevole esibizionismo. Ma va benissimo: ho sempre pensato che un tasso eccezionale di pubblica volgarità fosse sintomatico della presenza di una sana, vibrante e consapevole democrazia.

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Lo stupido conflitto ucraino

Per quanto incerta, ondivaga e diciamo pure sgangherata, sembra che mai come oggi la politica estera di Stati Uniti ed Europa sia stata così concorde. Lo è però per un fattore di debolezza oggettiva (ed incolpevole). Viene comunque smentita la diffusa convinzione che col crollo del comunismo nel nuovo mondo multipolare, che si profilava all’orizzonte, Europa e Stati Uniti sarebbero andati ciascuno per la sua strada. Nel mio piccolo contestai questa predizione già nel 2007, parlando provocatoriamente di inevitabile alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La mia convinzione era che proprio in un mondo caratterizzato da potenze emergenti di stazza continentale (ed alcune di consistenza demografica perfino sgomentevole), nelle quali la crescita economica si sarebbe accompagnata fatalmente a richieste crescenti di libertà individuale, la tentazione di risolvere gli squilibri interni attraverso la politica di potenza (una sorta di proiezione su scala mondiale, mutatis mutandis, dei traumi vissuti nella vecchia Europa all’apparire del novecento dopo la grande corsa del XIX secolo), questa tentazione, dicevo, sarebbe stato il vero pericolo globale (più ancora di un Islam che si sta fragorosamente suicidando) che il vecchio Occidente avrebbe dovuto affrontare, tanto da spingerlo, volente o nolente, a fare quadrato. Tra queste potenze citavo anche la Russia (benché non la considerassi, e non la consideri affatto, la più pericolosa): «La Russia “semidemocratica e neozarista”», scrivevo, «ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale.» Tale sbagliata predizione sulla rottura dell’asse occidentale era figlia del realismo politico, che riesce ad essere la più ottusa delle dottrine politiche quando manca di temperanza. In fin dei conti l’ultra-realista politico ha una visione meramente orizzontale, quantitativa, spaziale della geopolitica. Eccolo lì a compulsare le sue tre mappe del mondo: quella geografica, che illustra la posizione e la consistenza territoriale dei singoli paesi; quella demografica, che disegni scenari molto diversi; e quella economica, che ne disegna di più diversi ancora. Su questo sfondo composito fa agire l’uomo hobbesiano, in tutta la sua astrattezza deterministica.

Vi è infatti anche una dimensione verticale, culturale, temporale della geopolitica. Il 2014 in Europa equivale al 2014 in India solo per la statistica e per la superficie delle cose, non certo per i movimenti che agitano gli strati profondi della società. Nello scritto sopra richiamato identificavo, per mera comodità dialettica, nella Zivilisation il fattore dinamico, libertario, universalista, progressivo che vivifica la società: la sua anima (la perversione rivoluzionaria confonde l’anima col corpo); e nella Kultur il fattore statico, identitario, conservatore che ne attesta l’esistenza: il suo corpo (la perversione reazionaria confonde il corpo con l’anima). In fin dei conti anche le nazioni sono fatte di corpo e di anima: un paese che si chiude in se stesso, nel suo corpo, prepara il suo sarcofago e finisce logicamente nella polvere, non prima magari di aver eliminato qualche corpo estraneo; un paese che corre dietro ai soli bisogni dello spirito finisce invece per rinnegare il suo corpo, e non è un caso che gli auto-genocidi siano una specialità giacobina. Un paese che trova un equilibrio tra le istanze democratiche e civilizzatrici e le resistenze culturali e quelle delle classi dominanti è un paese che trova il suo passo, è un paese in continuo movimento, ma senza strappi. Un paese che perde questo equilibrio diventa instabile, aggressivo, pericoloso. La Francia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo delle idee inglesi? Eppure essa divenne il nemico numero uno della Gran Bretagna. La Russia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo dell’occidentalismo? Eppure essa divenne il nemico numero uno dell’Occidente.

Ciò detto, facciamoci la seguente domanda: la Russia di Putin rappresenta forse una patologia o è un paese che ha trovato un suo accettabile equilibrio? La mia risposta è che la Russia putiniana non rappresenta affatto una patologia. Posso capire il nervosismo di baltici o polacchi, ma pensare che Putin abbia mire su di loro non sta né in cielo né in terra. In realtà la stabilità ritrovata dalla Russia putiniana rappresentava la situazione ideale per l’Occidente: i paesi europei propriamente detti dell’ex Patto di Varsavia o dell’ex Unione Sovietica avevano ritrovato la propria casa, ed erano entrati nella Nato; i paesi non propriamente europei o per niente europei, a vario grado russificati, che facevano parte dell’ex Unione Sovietica, avevano trovato o ritrovato la loro indipendenza e costituivano una vastissima zona cuscinetto tra la Russia e l’Europa e tra la Russia e l’Asia; ciò consentiva all’Occidente di concentrare le proprie forze nella lotta al radicalismo islamico e di monitorare attentamente, e con agio, la crescita di potenze asiatiche semplicemente ciclopiche dal punto di vista demografico. In questo quadro la Russia, anche quella putiniana, era già, almeno in parte, e sicuramente in prospettiva, Occidente.

Invece, stoltamente, si scelse di risvegliare l’orso dal letargo. Quale necessità avesse l’Occidente di patrocinare l’entrata di Georgia e Ucraina nella Nato è un mistero. Non capire poi quale tasto delicato si andasse a toccare nel cercare di strappare l’Ucraina alla storia russa per collocarla artificialmente in quella europea è un mistero ancora più grande. Non un rozzo fanatico qualsiasi, ma un “reazionario” (rigorosamente tra virgolette) come Solzhenitsyn pensava che Russi, Bielorussi e Ucraini costituissero un solo popolo che l’invasione mongola e la colonizzazione polacca avevano separato. Per lo scrittore russo, sotto il dominio lituano e polacco «i Russi Bianchi [Bielorussi] e i Piccoli Russi [Ucraini] si consideravano Russi e combattevano contro la polonizzazione e il cattolicesimo». Eppure Solzhenitsyn non era affatto un imperialista: auspicava anzi la la pronta separazione dalla Russia delle altre nazioni che furono sotto il giogo sovietico, quelle baltiche, quelle caucasiche, quelle centro-asiatiche. Bisognava inoltre tenere in debito conto che la nuova Ucraina indipendente era nei fatti una grande Ucraina che aveva poco a che fare con l’Ucraina storica, un paese nel quale ad una popolazione in parte culturalmente russificata si aggiungeva una popolazione genuinamente russa; che in vent’anni d’indipendenza il processo di ucrainizzazione del paese, nonostante le mene moscovite, aveva camminato con passo spedito nei media e nelle scuole; e che tutto ciò costituiva un crescente motivo di tensione all’interno del paese. Ciononostante, l’Occidente scelse non solo di appoggiare ma di sponsorizzare una linea rivoluzionaria fondata sul sentimento anti-russo: che il paese si spaccasse era inevitabile.

Un grande, inutile errore. Anche per il popolo ucraino. La cui spiegazione è questa: che con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del patriottismo costituzionale? Puntualmente sfoderata quando si tratta di metterla al servizio dell’Onu, o di patrocinare rivoluzioni frivole e insensate contro ragionevolissimi despoti alla camomilla come Mubarak, e puntualmente rinfoderata quando si tratta di far fronte all’Islam puro e duro, questa ideologia democratica non poteva non riconoscere in Putin il diavolo per eccellenza, e nella sua Russia quell’Impero del Male che al tempo del comunismo, nonostante l’immane carneficina e gli arcipelaghi Gulag, i suoi attuali interpreti non vollero mai riconoscere.

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Il fantasma del neo-imperialismo russo

Ci fu un tempo, che sembrava non finire mai, in cui i sovietici e i loro numerosissimi amici occidentali di fede comunista avevano l’ossessione dell’accerchiamento. E per convincere la numerosa truppa dei perplessi prendevano in mano una carta geografica o il vecchio e caro mappamondo indicando a dito ai miscredenti che qui, e qui, e poi qui, e poi ancora qui, ai confini dell’Urss, stavano in bellicosa attesa i nemici del popolo sovietico, includendo senz’altro nella nefanda lista perfino i compagni cinesi. Era evidente che per questi bei tomi, professionisti della propaganda o candidi allocchi che fossero, solo col raggiungimento delle sponde dell’oceano Atlantico e dell’oceano Indiano l’Unione Sovietica avrebbe potuto considerarsi in uno stato di ragionevole sicurezza. Salvo poi scoprire, naturalmente, che anche degli impenetrabili oceani non era poi il caso di fidarsi ciecamente.

In quel tempo, qui in Occidente, parlare di “Impero Sovietico” era sommamente sconveniente: chi lo faceva passava, lui sì, agli occhi del bel mondo “progressista”, per professionista della propaganda o candido allocco, ossia per cripto-fascista o servo degli amerikani; ma anche agli occhi dello spaurito mondo “moderato” il povero disgraziato sarebbe quantomeno passato, con il suo vocabolario da villano, per uno spirito da dirozzare.

Col crollo del comunismo l’Unione Sovietica propriamente detta perse il Kazakistan, il Turkmenistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, il Kirghistan, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian, la Moldavia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Bielorussia, l’Ucraina e forse qualche altra zolla di terra che non ricordo al momento. L’Impero Sovietico perse inoltre la Polonia, la Cecoslovacchia, la Germania Est, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Di questi stati la Russia cosiddetta neo-imperialista non ne ha riconquistati manco uno. Oggi la Russia è rientrata nei suoi più stretti confini “naturali”, e nella sua pur sempre sgomentevole vastità mi sembra – a naso – la Russia più piccola dai tempi di Pietro il Grande, quando San Pietroburgo era ancora allo stadio palafitticolo. Rimessosi a stento in piedi, il pachiderma russo col tempo ha ricominciato a camminare con qualche sicurezza e oggi cerca di esercitare la sua influenza sulla vasta zona turco-asiatica che ha perduto. Ma non si capisce cosa ci sia di oltraggioso in questo: dovremmo forse chiedere ai francesi di non mettere becco sulle questioni riguardanti il loro ex impero coloniale africano? E di non romperci le scatole con la francophonie nel continente nero? Si offenderebbero a morte!

Eppure oggi, qui in Occidente, parlare di “neo-imperialismo russo” è diventata una moda tirannica che non lascia scampo: chi non si piega passa, agli occhi della società civile più salottiera, per un fiancheggiatore del dispotismo e dell’autocrazia, per un campione della reazione, ossia per un servo di Putin.

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La ferita ucraina

Nella democrazia c’è sempre una corrente di fondo messianica e, per così dire, missionaria. Se questo impulso di fondo viene dominato, esso si confronta con la ragione e con la storia, senza essere peraltro rinnegato. Se non viene dominato, se la democrazia diventa ideologia, la volontà di potenza si ammanta di un principio civilizzatore di tipo giacobino o democraticista. Con il comunismo kaputt e il terrorismo islamico messo sulla difensiva, o almeno ricacciato dentro il mondo musulmano, il messianismo democratico proprio della sinistra europea e dei liberal anglosassoni ha visto nell’attivismo muscolare in politica estera solo vantaggi: l’esportazione della democrazia, derisa ai tempi di Bush, è diventata di nuovo sacra. Quell’Impero del Male che ai tempi di Reagan non si voleva riconoscere nell’Unione Sovietica, lo si vuole ora vedere, con grande sprezzo del ridicolo, nella Russia di Putin.

Questo spiega l’atteggiamento fatuo ed opportunista dell’Occidente nei confronti delle primavere arabe. Questo spiega perché in Ucraina si sia voluto forzare la situazione; perché ci si sia schierati acriticamente per una delle parti; perché si sia deciso, in obbedienza ad un’astratta ideologia democraticista, che l’Ucraina fosse un paese propriamente europeo (mentre solo una sua piccola frazione occidentale può dirsi tale) da mettere sotto l’ombrello della Nato; perché si sia voluto – e questo è stato il peccato più grave – “forgiare” una nazione ucraina sul fondamento del sentimento anti-russo. E tutto questo a dispetto del fatto che da più di mille anni la storia ucraina s’intreccia a quella russa: fin da quando, cioè, nella Rus’ di Kiev il mondo slavo-orientale ortodosso trovò il suo centro d’irradiazione. In un paese ancora in cerca di una sua identità precisa, non ancora perfettamente fuso (non parlo della lingua, ma del sentimento nazionale) ciò voleva dire aprire una ferita. Ed è quello che stiamo vedendo ora: non una guerra civile vera e propria, o almeno non ancora, ma l’inizio di uno di quei sordi conflitti che come ulcere croniche piagano tanti angoli del pianeta.

Chissà cosa avrebbe pensato di questo dramma l’ucraino Gogol’, uno dei padri della letteratura russa. Gogol’ era profondamente legato alla sua terra ucraina, dove ambientò parte delle sue opere, ed ebbe anche dei progetti storiografici in merito. Il padre di Gogol’ scrisse commedie in ucraino. Eppure Gogol’ fu l’autore di quel poema sulla Russia – poema naturalmente al suo particolarissimo modo: disincantato, dissacrante e tuttavia leggiadro e pieno d’affetto – che sono “Le anime morte”. Sappiamo solo che un giorno scrisse: «Solo qualche parola riguardo alla mia anima, se la sento russa o ucraina, dato che – come vedo dalla vostra lettera – ciò è stato oggetto delle vostre riflessioni e anche di qualche dissapore in società. Vi dirò dunque, che io per primo non so se la mia sia un’anima russa o ucraina. So soltanto che non darei mai la precedenza all’una o all’altra natura. Entrambe abbondano di doni dal cielo e, neanche a farlo apposta, contengono l’una ciò che all’altra fa difetto, segno evidente che debbano integrarsi (…) per poi, una volta riunite, formare qualcosa di perfetto per l’umanità.»

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (169)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MICHELE ANZALDI 10/03/2014 Scandalizzato dall’imitazione di Virginia Raffaele della ministra Boschi a “Ballarò”, l’onorevole democratico nonché giornalista Michele Anzaldi ha preso carta e penna e ha scritto alla presidentessa della RAI Anna Maria Tarantola una lettera toccante e preoccupata: «Mi permetto di chiederle», si può leggere fra l’altro nella supplica redatta nello stile contegnoso delle cancellerie municipali «se condivide l’imitazione e se ritiene opportuno che un ministro giovane che finora ha dimostrato preparazione e capacità, sia ritratta come una scaltra ammaliatrice che conta solo sul suo essere affascinante. È questa l’immagine che il servizio pubblico della RAI, e RAI3 in particolare, vuole dare alla vigilia dell’otto marzo?» Ma come può quest’uomo – Anzaldi, dico – pensare che a una donna – e parlo proprio del gender festeggiato l’otto marzo – possa dispiacere di essere ritratta come un’avvenente maliarda in un modo così smaccatamente caricaturale e scherzoso da essere privo anche della più microscopica puntina di veleno? La ministra Boschi, da femmina niente affatto turbata, dell’imitazione ha ritenuto infatti la sola cosa essenziale: «Caspiterina!» ha pensato, «Allora è proprio vero! Sono un irresistibile pezzo di figliola!» E con quale segreto, ineffabile piacere ha poi nascosto le gioie della vanità dietro il paravento della cordiale, amichevolissima accettazione della carinissima ironia di quell’imitatrice così straordinaria che tanto, ma proprio tanto le piace! Scommetto che alla Virginia ha mandato pure un bigliettino di ringraziamento, non senza una perfida allusione a «quel cretino».

LE QUOTE ROSA 11/03/2014 Non seguo molto le fantasmagoriche novità della cultura di genere, anche perché star dietro disciplinatamente a tali lambiccate assurdità sta diventando più faticoso di mandare a memoria il calendario repubblicano della rivoluzione francese, coi suoi frimaio, germinale, pratile, fruttidoro, le decadi, e i giorni sanculottidi, però mi sembra che nelle lande civilizzate che ci dovrebbero far da modello il rosa sia stato da tempo messo in castigo: «pink stinks», dicono laggiù dove se ne intendono; il rosa puzza, il rosa imprigiona la donna, il rosa è uno stigma. Adesso che la Camera ha detto no alle quote rosa in lista, sono sicuro che per dispetto il mondo progressista vorrà immediatamente aggiornare il proprio vocabolario: tempo due settimane e «quote rosa» diverrà ufficialmente un’espressione sessista; solo «parità di genere» sarà tollerata. Fin quando non si sa. Comunque ci sarà da divertirsi.

GIORGIA MELONI 12/03/2014 Giorgia è stata appena eletta presidentessa di “Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale”, la nuova versione dei vecchi fratelli. Il nuovo corso meloniano del partito però sa alquanto di muffa: «Italia fuori dall’Euro!», «sovranità monetaria!», questi gli slogan che hanno accompagnato il trionfo di Giorgia. Quando sento parlare i fautori della sovranità monetaria, quasi quasi, con mio orrore, mi riconcilio coi burocrati di Bruxelles. Come questi ultimi, infatti, o come i Greenspan e i Bernanke, anche i sovranisti monetari hanno una sterminata fiducia nei poteri taumaturgici della moneta, o per meglio dire della manipolazione della moneta da parte dello Stato con la “s” supermaiuscola, ma almeno quelli son uomini di mondo e ai disastri sanno condurci con gradualità ed un certo elegante understatement. I sovranisti invece sono già pronti per il kirchnerismo puro e duro o forse per le sorti magnifiche e progressive della Modern Monetary Theory.

BERNARD-HENRY LÉVY 13/03/2014 Fossi ucraino non sarei tanto tranquillo. L’uomo in bianco e nero un mesetto fa ha fatto tappa a Kiev. In piazza Maidan, davanti a cinquanta, settanta o ottantamila persone – perfino le cronache sono rimaste abbacinate dall’alone di grandezza di quest’uomo – BHL pronunciò parole immortali: «Sono francese, sono europeo e oggi sono ucraino.» Benché sbeffeggiato spesso anche in patria, BHL rappresenta bene la spocchia disinvolta e volubile della Francia. Ai tempi della guerra in Irak, in perfetta armonia con la linea frondista anti-occidentale del ministro degli esteri De Villepin, Lévy denunciò «l’idea messianica [americana] di una democrazia paracadutata con i chewing-gum». In realtà l’idea messianica dell’esportazione della democrazia è figlia autentica e vezzeggiatissima dell’esprit républicain. Col comunismo kaputt e dopo che la clava vagante di Bush aveva in qualche modo abbassata la cresta al terrorismo islamico, dopo che i rischi, insomma, per l’Occidente sembravano svaporati, al bel mondo laico-liberal-progressista per lunghi decenni pacifista non parve vero di poter farsi bello sposando qualsiasi progetto di democrazia esportata, anche il più strampalato. Non c’è stato paese più intransigente della Francia nel sostenere la causa delle primavere arabe, ed ora di quella ucraina. A livello simbolico tutto cominciò con il famoso sbarco a Bengasi di BHL in segno di solidarietà con la lotta degli eroici ribelli cirenaici contro l’oppressore di Tripoli: era l’inizio della caccia grossa a Gheddafi. Oggi, a distanza di qualche anno, siamo quasi allo stesso punto: la tensione fra le milizie del governo centrale e quelle dei federalisti-secessionisti di Bengasi è altissima; il primo ministro Ali Zeidan è fuggito da Tripoli per ricomparire in Germania; di fatto buona parte della Cirenaica è indipendente e controllata da milizie filo Al Qaeda. A completare il quadro manca solo il nostro Bernard-Henry Lévy, troppo impegnato, crediamo, nel preparare, e sognare, la primavera russa

PIERO PELÙ 14/03/2014 Il rocker toscano è incavolato nero con “TV Sorrisi e Canzoni”, che lo ha messo in copertina insieme agli altri coach del talent “The Voice of Italy 2”. I quattro – Piero, Noemi, J-Ax & Raffaella Carrà – sono stati immortalati nell’atto di urlare a squarciagola (o meglio, avrebbero dovuto tutti essere immortalati, visto che Raffaella mostra invece il sorriso di circostanza di chi non ha capito un bel nulla) e bisogna ammettere che sembrano proprio quattro deficienti. Piero in particolare mi ha subito ricordato un settantenne Osvaldo ebbro di felicità dopo aver segnato un gol durante una partita di vecchissime glorie. Però pensavo che un rocker se ne sarebbe sbattuto altamente di questi assilli da effeminati. Invece ha fatto anche di peggio. Per mascherarle, a queste vergognose debolezze ha voluto dare un nobile contenuto politico prendendosela con una redazione «che si preoccupa di far venire bene in foto solo il suo padrone».

Esteri

Kissinger and I over Ukraine

Il titolo è ovviamente provocatorio: nessuna persona seria si sognerebbe mai di paragonare un uomo pur notevole come Kissinger a Zamax il Grande. Da incondizionato ammiratore di quest’ultimo sento il dovere, però, di confortarlo (non che ne abbia bisogno, s’intende) per l’isolamento in cui si trova dentro il campo conservatore-liberale riguardo alla questione ucraina. Voglio segnalare perciò questo articolo dell’ex segretario di stato americano:

http://www.washingtonpost.com/opinions/henry-kissinger-to-settle-the-ukraine-crisis-start-at-the-end/2014/03/05/46dad868-a496-11e3-8466-d34c451760b9_story.html

Vi si troveranno molte delle considerazioni espresse dal mio idolo quattro-cinque anni fa in questi post:

https://zamax.wordpress.com/2008/08/15/la-russia-e-la-crisi-dellideologia-democratica/

https://zamax.wordpress.com/2008/08/24/la-russia-e-la-crisi-dellideologia-democratica-2/

https://zamax.wordpress.com/2010/02/16/l%E2%80%99equivoco-ucraino/

E nei giorni scorsi nei suoi illuminati commenti a questo articolo di LSblog (bisogna però registrarsi per leggerli):

http://www.lsblog.it/index.php/esteri/1751-maidan-e-la-coscienza-d-europa

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Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (167)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CORRADO PASSERA 24/02/2014 Quando ormai nessuno più ci credeva, l’ex banchiere e super-ministro del governo Monti ha lanciato quello che i giornali hanno chiamato il suo “movimento politico”. A dire il vero lui l’ha chiamato il suo “progetto politico”. Questo al momento di gettare le fondamenta di quello che dovremmo chiamare il suo “partito”, dopo anni di cincischiato lavoro attorno al “progetto”. Diciamo allora che parrebbe – parrebbe – che il dado sia stato tratto, ma che non si sa ancora se il Rubicone sia stato veramente passato. Sui contenuti l’aria è piuttosto fritta: «bisogna partire dalle cose vere, dai bisogni concreti»; in compenso, però, in piglio è risoluto: «Non è il momento di piccoli passi né di perdere ulteriore tempo». Sulla collocazione politica del nuovo partito siamo alle solite: «non sarà né a destra, né a sinistra»; in compenso, però, il “progetto” vuole parlare alla gente: «il movimento sarà radicato». Come quest’ultima cosa possa avverarsi è un grande mistero, visto che per Passera il nuovo movimento sarà «un incubatore di competenze», una di quelle stravaganze lessicali che fanno la felicità dei tecnici o dei professori prestati alla politica, ma che rendono il popolo profondamente sospettoso. La scelta del nome del partito mi risulta poi abbastanza misteriosa. Io almeno non ci arrivo. Non so a voi, ma a me di primo acchito “Italia Unica” ha fatto pensare al “Modello Unico”, e trovo il fatto ben poco lusinghiero per i cervelloni del team di Passera, non si sa dove incubati.

IL CASO DEL MONTE 25/02/2014 Come ogni inchiesta che tocca la sinistra, anche quella sul disastro del Monte dei Paschi segue il collaudatissimo schema inaugurato con Mani Pulite: una breve fiammata mediatica iniziale; poi, pian pianino, il tempo comincia a scorrere inesorabile, la discrezione si fa totale, il silenzio tombale, e il tonfo sordo sul selciato di uno che si butta dalla finestra raggela più che scuotere. Ogni tanto c’è una novità, ma è robetta. L’ultima, per quanto riguarda l’istituto senese, un nuovo filone d’inchiesta su una truffa di una cinquantina di milioni di euro, che vede indagati ex funzionari della banca e dei broker finanziari, tanto per ribadire quello che tutti avremmo ormai dovuto capire: ad affondare il Monte è stata una cricca di avventurieri capitati da chissà dove e mandati da chissà chi. Insomma, è un caso Lusi all’ennesima potenza. Ebbene, deludendo i tantissimi berlusconiani che mi seguono, voglio dire chiaro e forte che per me questa è un’inchiesta esemplare. Infatti la magistratura qui non ha fatto sociologia da quattro soldi: si è interessata solo di quanto penalmente rilevante, non ha sindacato sulle strategie della banca, legittime anche quando disastrose, non ha messo il naso sui rapporti formali e informali con politici ed istituzioni. Ed è per questo allora che noi tutti abbiamo il diritto/dovere di rispondere a questo quesito di alta rilevanza politica e morale, anche se non penale: i politici, le istituzioni, i clienti, i cittadini, le associazioni, insomma tutto il mondo che ruota da una vita attorno al Monte, come lo dobbiamo chiamare? Complice, ebete, o vittima dei compagni di Roma?

STAFFAN DE MISTURA 26/02/2014 Per quale motivo uno come lui, che durante una quarantennale carriera in giro per il mondo era riuscito a levigare perfettamente una personalità già ben disposta verso quel garbo inconcludente e soddisfatto di sé che si richiede ad un diplomatico dell’Onu, abbia accettato dal governo Letta l’incarico di inviato speciale in India per il caso dei marò è un mistero. E perché il governo Letta gliel’abbia offerto, anche questo è un bel mistero. La missione era fatta apposta per una carogna alla Sergio Marchionne. In un annetto da inviato speciale De Mistura non ha perciò cavato un ragno dal buco. Gli indiani l’hanno inquadrato subito e se la sono presa anche più comoda di prima. Che nell’arte del prender tempo con soporifera imperturbabilità gli indù siano dei campioni, adesso l’ha capito anche lui. Disperato, comincia a mettere le mani avanti: i marò, dice, sono «militari italiani, militari europei e, se dovessero essere mai un giorno giudicati vanno giudicati in Italia. Comunque sia, devono tornare in Italia. Su questo credo che questo governo, come i governi precedenti, non mollerà mai». Espressione volitiva, quest’ultima, del genere di quel mantra che ci ronza negli orecchi da almeno un quarto di secolo: «L’Italia ce la farà!».

LA RUSSIA DEI SOGNATORI 27/02/2014 I sondaggi vanno sempre presi con le molle, e sempre interpretati. Figuriamoci quelli che vengono fuori dalla Russia. Ciò detto, secondo un sondaggio condotto dal centro demoscopico indipendente Levada, anche per molti russi si stava meglio quando si stava (incommensurabilmente) peggio, cioè ai tempi dell’Urss. Al momento attuale quattro russi su dieci la pensano così; due su dieci invece approvano l’attuale stato di cose; e solo altri due su dieci tifano per la democrazia all’occidentale. No, non è che i russi siano diventati matti. Senza che lo sappiano, sono solo diventati abbastanza frivoli da frignare all’occidentale, cioè sproloquiando a bella posta sul buon tempo antico. Fatto sta che però, secondo l’istituto, il 56% dei russi preferirebbe tornare alla pianificazione statale e alla redistribuzione, e solo il 29% sarebbe favorevole all’economia di mercato. Insomma, alla figura del padrone sono tuttora affezionati, e molti lo vorrebbero assai più autorevole, autoritario, paterno e sollecito di quel liberale dello Zar Vladimir. Sono, quest’ultimi, quelli che sotto sotto sognano anche loro, e a loro modo, una bella primavera russa. Ditelo ai sognatori di casa nostra.

GIUSEPPE FIORONI & MASSIMO D’ALEMA 28/02/2014 Manca ancora molto alla fine della tragicommedia ma un primo passo è stato fatto: la direzione del Partito Democratico (Italiano), a terrificante maggioranza, neanche fosse ancora un comitato centrale (121 sì, 1 no, 2 astenuti), ha scelto di entrare nel Partito Socialista Europeo. A suo tempo per i post-comunisti la stravagante opzione “democratica” nasceva da una doppia esigenza: quella di saltare a piè pari la questione socialdemocratica; e quindi quella di acquistare una componente centrista che si ponesse a garanzia della loro moderazione e credibilità e che nel contempo aumentasse la massa critica della sinistra. Per gli ex democristiani di sinistra l’opzione “democratica” servì invece per nascondere la loro resa alla sinistra sotto il manto della resa dei post-comunisti al loro zelo missionario. Eppure c’è ancora qualche giocherellone che fa finta che non sia andata così. «Per quanto mi riguarda avendo un tempo convenuto sulla opportunità di non morire da socialdemocratici, ribadisco la speranza di vivere da democratici», ha detto il cavaliere solitario del “no” Giuseppe Fioroni. All’utile idiota ha risposto caustico Massimo D’Alema: «C’è tra di noi chi teme, non senza ragione, di morire democristiano. C’è poi chi non vuole morire socialista. Io mi limiterei alla prima parte di questa affermazione, che è compresa da tutti i cittadini. (…) La nostra adesione deve avere un forte impegno innovativo, dobbiamo contribuire a creare una vera forza politica europea progressista, dalla politica economica ad una svolta in politica estera europea. (…) Non è una resa, ma un grande passo avanti». Solo che a non voler morir socialista fu anche un padre di questa sinistra come il venerato Enrico Berlinguer, il quale ancora alla fine degli anni settanta proclamava: «non siamo e non diventeremo mai socialdemocratici!» Ma non lo state tradendo, il vostro santino, caro D’Alema? O forse avete finalmente capito anche voi, coi soliti trent’anni di ritardo, che il padre della velenosa questione morale, se non fu un vero e proprio babbeo, quantomeno rappresentò una vera e propria sciagura per la sinistra e per l’Italia?

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Piazze e piazzate mediatiche

Il 2011 è stato l’anno delle piazze mediatiche, da quelle della primavera araba a quelle russe a quelle okkupate dai nostri ancor benestanti indignados occidentali. Le prime hanno accompagnato rivoluzioni, le seconde forse non combineranno sfracelli, le terze si sono ridotte a lagnose piazzate mediatiche. Questi esiti diversi c’insegnano che dietro il fasto della tecnologia, che a prima vista sembra dettare nuove e vincenti regole di comportamento politico alle masse, e nuove regole alla sua interpretazione, la catena degli eventi storici conferma una sua stagionatissima fenomenologia. Il progresso tecnologico, infatti, ha celebrato il suo trionfo proprio nei paesi più arretrati e meno “democratici”, ossia là dove era meno presente una forte e variegata opinione pubblica. Di questi ultimi, però, a cadere sono stati i regimi con un certo grado di apertura, mentre quelli chiusi a doppia mandata rimangono ancora in sella. Il segreto di tutti i rivoluzionari è sempre stato quello di far coincidere piazza ed opinione pubblica, questo nuovo soggetto politico di massa della modernità creato dai mezzi d’informazione che ha fatto uscire l’agorà dal perimetro angusto della polis aristocratica o della corte. Il miglior momento per usare con successo questa massa d’urto è quello della sua prima infanzia, quando essa però ha cominciato a camminare con le proprie gambe e ad autoalimentarsi, quando è ancora nelle mani di un solo partito, ed è ancora concentrata nella capitale e nelle città. Alla vigilia della Rivoluzione Francese, nonostante i Lumi e la pubblicistica, i viaggiatori inglesi notavano come la distanza fra Parigi e la «provincia» fosse immensa, in termini di comunicazioni materiali ed immateriali, rispetto al paese dal quale provenivano. Il carattere «totalitario» del successo della Rivoluzione Francese, così come di quella russa degli inizi del novecento, si fondò sulle arretratezze del paese, non sulla capillare diffusione del verbo. In certi casi, in certi paesi dove il potere è fortemente centralizzato, è una sola piazza quella che conta.

La democrazia viene così a vincere in un paese dove lo spirito democratico è assente o gracile, perché non vi è ancora ad innervarlo la forte e variegata opinione pubblica sopramenzionata, tanto forte e tanto variegata da essere inservibile come falange. Lo stesso nascente spirito democratico collassa nel momento della sua presunta vittoria e le forme democratiche finiscono per sublimare un assolutismo od uno zarismo più pervasivo e lineare di quello che si è abbattuto. E’ per questo che l’entusiasmo per la primavera araba era frivolo e ingiustificato. Tanto quanto i sospiri, le perplessità e le delusioni di oggi. E’ per questo che risultano insopportabili sia coloro che sottovalutano il significato delle vittorie elettorali di partiti più o meno islamisti, sia coloro che le assimilano a vittorie fondamentaliste. I peggiori sono però quelli che, non avendo capito un bel nulla, hanno riversato tutto il loro deluso e salottiero afflato democratico sulla causa russa. Indifferenti alla storia di un paese dove la servitù della gleba è stata abolita solo a metà dell’ottocento; che è stato sotto lo scettro dello Zar fino alla prima guerra mondiale; che è collassato in un disumano dispotismo comunista fino a due decenni fa; che dopo un periodo di speranze e torbidi si è rimesso in marcia sotto la guida di un potere semi-autoritario e paternalista; che, bene o male, per quanto fragile e fortemente disomogeneo, ha raggiunto un livello di prosperità mai visto in passato; che, bene o male, vede lo svolgersi di una regolare vita parlamentare e di regolari elezioni politiche, talmente irregolari che alle ultime della serie il partito del «dittatore» è andato sotto il cinquanta per cento dei suffragi; indifferenti dunque a tutto ciò, questi signorini vorrebbero abbattere tutto e fare piazza pulita: bellamente ignorando che, sotto la pressione della piazza – ossia della demagogia – l’alternativa di massa – ossia «democratica» – a Putin o a Medvedev non saranno i club liberali di San Pietroburgo o Mosca, ma i neocomunisti o i nazionalisti, o i nazional-comunisti, premiati alla grande, guarda caso, dalle ultime «irregolari» elezioni, pronti ad egemonizzare il fronte popolare della «Russia Onesta».

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L’altro conflitto libico

Si parla relativamente poco del conflitto libico nel nostro paese – a parte quando arrivano i barconi carichi di disgraziati – se si pensa alla nostra vicinanza geografica, al nostro coinvolgimento nell’intervento militare, ai rilevanti interessi che ci legano al paese nordafricano. Si parla ancor meno, anzi non si parla proprio, del conflitto diplomatico internazionale che si sta sviluppando intorno alla crisi libica, un braccio di ferro silenzioso e sotterraneo che piano piano sta uscendo in superficie, e che noi avevamo previsto sin dall’inizio di questa sciagurata avventura. Avevamo detto che la debolezza degli argomenti degli interventisti, e la mezza guerra ottimisticamente intrapresa al solo scopo di portare a casa lo scalpo di un Gheddafi già dato per finito, avrebbero regalato alla potenze emergenti un pretesto per misurare i rapporti di forze con l’Occidente. Siccome pensiamo che questo altro conflitto sia in prospettiva più importante di quello bellico, e che in esso, inoltre, si potrà forse trovare forse la chiave per una soluzione della crisi, per noi purtroppo disonorevole quanto più ci limiteremo a subirla invece di anticiparla, eccoci qui ad aggiornarvi sugli sviluppi di una vicenda che avevamo lasciato alla vigilia del viaggio del presidente Hu Jintao in Russia.

Il 15 giugno l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, che conta come membri effettivi Cina, Russia, il Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, e alle cui riunioni partecipano in qualità di paesi osservatori India, Iran, Mongolia e Pakistan, (con Bielorussia e Sri Lanka che per ora stanno alla finestra come “dialogue partners”) alla conclusione di un vertice tenuto ad Astana, capitale del Kazakistan, si è espressa a favore di un cessate il fuoco in Libia e ha esortato tutte le parti in conflitto a rimanere strettamente nei limiti delle risoluzioni ONU. Esprimendo il loro sostegno agli sviluppi democratici in Nord Africa e Medio Oriente

in armonia con la loro propria storia e le loro proprie tradizioni,

nella dichiarazione finale i paesi della SCO hanno rimarcato il concetto così:

Noi crediamo che crisi e conflitti domestici possano essere risolti pacificamente solo attraverso negoziati politici e che le azioni della comunità internazionale debbano conformarsi alle leggi internazionali e favorire la riconciliazione etnica.

Ed inoltre:

Tali azioni devono rispettare pienamente l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale della Libia, e rispettare il principio di non-interferenza nei suoi affari interni.

Il giorno dopo, 16 giugno, lo stesso concetto è stato ribadito da Cina e Russia in occasione della visita del presidente cinese Hu Jintao a Mosca. Nel comunicato congiunto siglato da Medvedev e Hu i due paesi hanno chiesto che

 i conflitti siano risolti con mezzi pacifici

mettendo in chiaro che

la comunità internazionale può apportare un aiuto costruttivo per non lasciare che la situazione si deteriori, ma nessuna forza straniera deve ingerirsi negli affari interni dei paesi della regione.

Il 26 giugno è stato il presidente sudafricano Jacob Zuma ad esporsi piuttosto ruvidamente sulla questione dichiarando che la risoluzione Onu

non autorizza un cambiamento di regime né l’assassinio politico di Muammar Gheddafi

e che

i continui bombardamenti sono una preoccupazione sollevata dal comitato e dall’assemblea dell’Unione Africana: la finalità della risoluzione 1973 era quella di proteggere il popolo libico.

Nei giorni a cavallo tra giugno e luglio l’Unione Africana si è riunita a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale. E’ stato annunciato, non si sa su quale base, che il governo libico (non Gheddafi) e i ribelli a breve terranno negoziati in Etiopia, negoziati che non dovranno durare più di trenta giorni; ed è stata formulata la proposta alla comunità internazionale di inviare osservatori in Libia, di stabilire un organismo di supervisione efficace e credibile, e di fornire assistenza umanitaria al popolo libico colpito dalla guerra. Ma soprattutto L’Unione Africana ha chiesto ai 53 stati membri di ignorare il mandato d’arresto internazionale contro Muammar Gheddafi spiccato dal Tribunale Penale Internazionale ONU dell’Aja, spiegando che la richiesta del TPI

complica seriamente gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi libica.

Negli stessi giorni la Russia, attraverso il suo coriaceo ministro degli esteri Lavrov, ha criticato duramente la Francia per la fornitura di armi ai ribelli rivelata da Le Figaro:

Abbiamo chiesto ai nostri colleghi francesi se fosse vero che le armi fossero state consegnate ai ribelli libici. Attendiamo una risposta. Se confermato, questo sarebbe una grave violazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Un successivo incontro con la sua controparte francese Juppé a Mosca non ha diradato le nubi, nonostante le minimizzazioni di quest’ultimo. Lavrov ha parlato di una “situazione spiacevole”, aggiungendo che l’interpretazione francese delle risoluzioni ONU proposta nel loro incontro

consente a chiunque di fare qualsiasi cosa per qualsiasi motivo.

E per farlo capire a chi di dovere ha ribadito ancora una volta, in merito ad un altro punto caldo della primavera araba, che la Russia, che ha potere di veto, è contraria a qualsiasi risoluzione ONU che condanni il governo siriano. E per farlo capire ancora meglio si è spinto a considerare inaccettabile

il rifiuto da parte dell’opposizione siriana di mantenere il dialogo con le autorità di Damasco.

Intanto il solito presidente sudafricano Jacob Zuma, che a maggio si era recato a Tripoli in un tentativo di mediazione fra le parti, è atteso a Mosca per un incontro con Medvedev e per dei colloqui preliminari con il Gruppo di Contatto sulla Libia, la cui prossima riunione è stabilita per il 15 luglio a Istanbul.

La partecipazione del presidente Zuma a questa riunione fa seguito ad un invito della Federazione russa in quanto membro del comitato ad hoc sulla Libia dell’Unione Africana,

ha precisato il ministero degli esteri di Pretoria. Mentre da Bengasi giunge la notizia piuttosto sorprendente che il Consiglio Nazionale di Transizione sarebbe disposto a concedere a Gheddafi di poter continuare a vivere in Libia in cambio della resa.

E’ una soluzione pacifica. Se Gheddafi vorrà rimanere in Libia, saremo noi a decidere dove, mentre tutti i suoi movimenti saranno sottoposti a una supervisione internazionale.

Soluzione inapplicabile, ed inaccettabile da parte del Rais, ma sintomatica di propositi un giorno ardimentosi e oggi sempre più vacillanti.

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Crisi libica: Russia e Cina entrano in gioco?

A distanza di tre mesi dall’inizio di quella che doveva essere la scampagnata libica, la campagna di Libia per ora ha ottenuto soltanto un risultato sicuro: la sparizione di scena dei due personaggi che avevano dato inizio al ballo dando fiato alle trombe della retorica democratica, Sarkozy e Cameron. Avete notato? Non li si sente più. A parlare son solo la NATO o il Dipartimento della Difesa statunitense, che per lo più passano il tempo a lamentarsi del non del tutto soddisfacente sostegno europeo alla missione. In attesa che l’effetto collaterale di una bombetta birichina spedisca miracolosamente al creatore il Colonnello, togliendo così di mezzo il primo degli ostacoli alla risoluzione del conflitto, lo stallo libico sta intanto consentendo pian piano ai paesi che finora avevano assistito impotenti alle vicende belliche di ritornare da protagonisti nel gioco diplomatico.

Si ricorderà che Russia e Cina si erano astenute sulla risoluzione ONU che aveva dato il nulla osta alla protezione bombarola e umanitaria della NATO. Lo avevano fatto, dal loro punto di vista, per prudenza, per non rischiare di essere tagliati fuori dai frutti del dopoguerra, nell’incapacità di valutare una situazione che la propaganda di Al Jazeera, ripresa dai media occidentali, dipingeva già come irrimediabilmente rivoluzionaria. Visto l’andazzo, però, bastò qualche settimana perché l’atteggiamento di Cina e Russia diventasse, per quanto vellutato nella forma, fortemente critico nella sostanza. In questi mesi è stato soprattutto il ministro degli esteri russo Lavrov a distinguersi nella polemica. Sino a quando, recentemente, con una mossa a sorpresa il presidente russo Medveded è parso sposare la causa occidentale, dando il via libera a contatti ufficiali col Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi, e pronunciandosi in favore della dipartita di Gheddafi. In questo c’è chi ha visto un ulteriore segno delle frizioni tra Medveded e Putin, che non aveva lesinato in precedenza aspri giudizi sull’operazione NATO, e chi ha parlato della solita commedia ben concertata fra i due.

Io non credo sia una commedia vera e propria, ma non credo nemmeno che la cosa abbia troppa importanza in questa faccenda. In un modo o nell’altro la Russia doveva incunearsi nel gioco diplomatico. Tanto più che si è rivelato subito chiaro che la posizione russa, una volta dentro al gioco, era tutt’altro che omogenea alle posizioni occidentali, e abbastanza simile, invece, a quella mantenuta durante i tre mesi di conflitto: dialogo coi ribelli sì, ma anche, riservandosi un margine di ambiguità sulla sorte del Colonnello, nessuna rottura con “Tripoli”. La Cina, che ha rilevanti interessi economici in Libia, ha avuto un primo momento d’irritazione, visto che sulla crisi del paese nordafricano Russia e Cina avevano ostentato di procedere di conserva, ma poi si è adeguata alla mossa russa, avviando anch’essa contatti coi ribelli. Dal 15 al 18 giugno è in programma la visita del presidente cinese Hu Jintao in Russia, nel corso della quale sarà affrontato anche il tema della crisi libica, sulla quale però, a Pechino, nelle more dei preparativi del summit russo-cinese, si sono espressi l’ambasciatore russo Razov e il viceministro degli Esteri cinese Cheng Guoping, dichiarando il primo che“Russia e Cina hanno una posizione simile. I due paesi chiedono un cessate il fuoco, chiedono a tutte le parti di non oltrepassare i limiti imposti dalle risoluzioni ONU e appoggiano la proposta dell’Unione Africana”, ed il secondo ribadendo la stretta coordinazione fra i due paesi, la volontà di agire di concerto, e insistendo sul fatto che il destino della Libia dovrà essere deciso dal popolo libico senza interferenze di altri paesi.

Tutto questo nuovo dinamismo va tuttavia giudicato sullo sfondo di un’altra delle crisi di questa primavera “democratica” araba, quella siriana, nel cui teatro, peraltro di gran lunga più delicato di quello dominato fino a ieri dall’isolato Gheddafi, nonostante le migliaia di profughi e gli almeno mille morti dovuti allo stillicidio della repressione «contro il proprio popolo», le armate democratiche dell’Occidente non hanno avuto finora la possibilità di sparare nemmeno una freccetta. Cina e Russia hanno già messo in chiaro che eserciteranno il loro diritto di veto su una risoluzione ONU che somigliasse a quella dalla quale i due paesi si sono sentiti – non proprio a torto – presi per i fondelli sul caso libico.

Cosicché, allo stato attuale, il bilancio dell’Occidente dopo mesi di primavera araba è questo: in Tunisia e in Egitto si è limitato ad assecondare opportunisticamente gli sviluppi rivoluzionari, riducendosi a sperar bene per il futuro; in Bahrein è calma piatta, il regime è in sella, e apparentemente gli sta bene così; nello Yemen assiste alla guerra civile, barcamenandosi senza capirci molto tra dubbie istanze democratiche, rivalità tribali, e le mene dell’estremismo islamico; della Siria abbiamo detto; in Libia Russia e Cina stanno entrando in gioco, ma si tengono libere di parlare con Bengasi e con Tripoli, e tengono in mano la carta del diritto di veto sull’eventuale risoluzione ONU in merito alla crisi siriana. Carta che potrebbero calare sul tavolo o farsi pagare profumatamente. Questo è il risultato dell’avventato e sproporzionato intervento militare in un paese che mai era parso così vicino all’Occidente come al momento dello scoppio delle ostilità, e che per adesso ha solo drenato risorse e limitato gli spazi di manovra dei paesi della NATO nella vasta area di crisi mediorientale e nordafricana.

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Guerra per futili motivi

Sui disordini in Bahrein è calato il silenzio: se si torna a parlare dell’arcipelago è solo a proposito di Formula Uno, o per il fatto che il principe ereditario Salman, molto afflitto, non ha potuto esibire la sua augusta presenza alle nozze dei suoi amici Kate e William. In fondo è comprensibile: il Bahrein è un castelletto in mezzo al petrolio dove tra famiglia regnante, famigli e sudditi si arriva appena ad un milione di abitanti; roccaforte islamico-tradizionalista, è però considerato un avamposto occidentale, vista la sua politica estera dominata dai timori nei confronti dell’ingombrante vicino iraniano, la cui influenza sulla maggioranza sciita in Bahrein non si sa bene ancora quale ruolo abbia giocato nelle insorgenze “democratiche” dei mesi scorsi; senza contare, infine, che il Bahrein ospita una base navale statunitense. Anche sui tumulti nello Yemen è calato il silenzio: le schermaglie sanguinose tra i filo-governativi e le opposizioni tuttavia proseguono senza che si arrivi ad un accordo per la gestione della transizione dal regime del presidente Saleh ad uno più “democratico”. Allo Yemen son rimaste solo le gocce di tutto il petrolio che ha inondato il sottosuolo dei paesi del golfo. Paese arcaico, ricco di pittoresche vestigia storiche, non è però né uno staterello né un deserto di sabbia: è grande come la Francia e conta la bellezza di una trentina di milioni di abitanti. Essendo poverissimi, infatti, gli yemeniti si moltiplicano come conigli, detto con tutto il rispetto dovuto ai popoli gagliardi. Ed il paese gode anche di una posizione geografica interessantissima, posto com’è all’imboccatura meridionale del Mar Rosso, là dove la penisola arabica quasi si tocca con il Corno d’Africa, e il golfo di Aden apre la via verso l’Asia profonda. Non è invece calato il silenzio sui fermenti democratici che stanno scuotendo la Siria, dove il numero delle vittime della repressione del regime di Bashar El Assad sta ormai avvinandosi al migliaio. In compenso, a parte le chiacchiere, nessuno si muove per fermare il bagno di sangue. Il tutto mentre in Egitto la rivoluzione “democratica” comincia davvero a mostrare il suo lato sinistro, se il ministro della giustizia apre alla possibilità di una condanna a morte per quel Hosni Mubarak che per gli standard medio-orientali è stato niente di più che un moderato autocrate, e per l’Occidente e Israele un interlocutore ragionevole, se non provvidenziale.

Su questi fronti, tutti delicati, l’Europa e gli Stati Uniti fondamentalmente sono stati a guardare, vuoi per prudenza, per saggezza, o per viltà. Mentre hanno finito per infognarsi in una guerricciola personale e poco decorosa contro Gheddafi. Il motivo non è difficile da individuare: il Raìs ha pagato i lunghi anni del suo progressivo – e fruttuoso, da ambo le parti – armistizio con l’Occidente con l’isolamento nel mondo arabo, in quello “moderato” a causa del passato, in quello “estremista” a causa del presente. Toccato in maniera non troppo profonda dalle rivendicazioni democratiche, il regime libico è stato considerato una preda facile – in parte per la sua forza intrinseca, in parte perché l’isolamento del regime limitava la potenzialità destabilizzante sullo scacchiere internazionale di un intervento militare occidentale – da chi voleva regolare qualche conto, sfoggiare un bel trofeo in casa propria ed estendere la sua influenza nella regione. Un peccato di gola, travestito da ragioni umanitarie. A mettere in risalto l’imprudenza e la faciloneria con sui ci si è imbarcati in quest’impresa basta pensare alle plateali contraddizioni della propaganda messa in atto per giustificare l’intervento: da una parte la retorica piagnona sullo “sterminatore del proprio popolo”, intonata senza che le piazze facessero in tempo a tingersi di sangue, e dall’altra l’immediato, simpatetico ma ingenuo utilizzo delle parole “insorti” e “ribelli”, mai usate nel caso delle altre insorgenze “democratiche”; parole che fanno parte della tipica terminologia bellica, alla quale non si vede perché il regime di Gheddafi non dovesse rispondere a tono.

Il colpaccio non è riuscito. Com’era prevedibile, neanche l’applicazione in termini super-estensivi della no-fly zone ha sbloccato la situazione dal punto di vista militare. La guerra di Libia si sta trasformando allora in una caccia all’uomo, nel nome dei diritti umani. E’ una verità che Vittorio Feltri ha sparato sulla prima pagina di Libero con un titolo ad effetto: “Uccidetelo e che sia finita”; che non si capisce dove sia scioccante visto che sintetizza in maniera brutale il non detto di certe surreali analisi, nel tono soprattutto, apparse ultimamente sui grandi quotidiani della penisola. Comunque vada a finire, sarà una pagina nera.

Anche perché non è affatto detto che vada a finire in “gloria”: l’insofferenza russa cresce ogni giorno di più. Il ministero degli esteri ha fatto sapere che gli attacchi della NATO costituiscono un uso della forza “sproporzionato”, eccedente il mandato dell’ONU, tanto da far nascere ragionevoli sospetti che essi siano mirati alla “distruzione” del leader libico e della sua famiglia; ed ha ripetuto che la Russia chiede un immediato cessate il fuoco in vista di una soluzione politica del conflitto. Qui sta l’inghippo non previsto: l’irrompere nella vicenda di potenti terzi incomodi.

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Gli inutili idioti dell’internazionale democratica

Ai tempi della guerra fredda, quando, col mondo diviso in blocchi, ogni conflitto locale aveva valenza strategica, i progressisti – senza neanche parlare dei rossi di qua della cortina di ferro – erano fautori di una politica di delicatissima circospezione nei confronti dell’orbe comunista. Caduto il muro, sono divenuti in tempo relativamente breve i più pedanti censori delle insufficienze delle nuove democrazie dell’ex blocco sovietico. Abbastanza concilianti e comprensivi ai tempi del Moloch comunista, non riescono a perdonare ai nuovi arrivati neanche il minimo difettuccio. Il punto comune fra i due contraddittori atteggiamenti è questo: il rischio è nullo, e vi s’intravede la possibilità di guadagno. La Russia, per quanto brutta per i nostri schizzinosi standard liberal-democratici – e tuttavia in armonia coi suoi precedenti storici, il cui rispetto è imprescindibile se non si vuole costruire uno stato “liberale” sulla sabbia dell’astrattezza dei principi – è mille volte più libera e florida e meno minacciosa di quella brezneviana, per non parlare di quella staliniana, ma a costoro non importa un piffero: denunciare l’autocrazia putiniana come il peggiore dei mondi possibili è lo sport preferito dalle solite e abbastanza mafiose compagnie di giro politicamente corrette.

Analogamente, al tempo degli interventi in Iraq e Afghanistan, i quali, al netto degli orpelli retorici tirati fuori per giustificare la scelta di dirigere l’azione militare proprio contro questi due paesi, preservavano tuttavia il significato “morale” di un’accettazione globale, e quindi strategica, della sfida con l’estremismo islamico da parte del mondo libero, i progressisti si distinsero soprattutto per i distinguo, nel migliore dei casi, giacché in tutti gli altri casi andarono ad ingrossare le fiumane dei pacifisti. Ora che il braccio di ferro con l’Occidente sta producendo vaste crepe all’interno del mondo islamico, perché il tempo lavora contro le sue strutture sociali, così come lavorava contro quelle del mondo comunista, e la minaccia sembra svaporare, i progressisti sono stati i primi ad abbracciare acriticamente i protagonisti delle insorgenze “democratiche” nel mondo arabo, e ad incitare al tirannicidio.

A dar loro man forte, disgraziatamente, certo mondo conservatore che si distingue per l’intransigente occidentalismo, ma che spesso, guarda caso, è di provenienza radicaleggiante se non marxista. E purtroppo alla ristrettezza di visione degli ideologi della democrazia si è aggiunta quella degli assertori, altrettanto ciechi, della politica degli interessi. La “politica degli interessi” gabba le menti degli ingenui meno frequentemente di quella intrisa di sfatto umanitarismo. Ma le gabba. L’egoismo è un disordine morale che annebbia la mente. Vale anche per gli stati. Più una politica degli interessi è lungimirante e meno è immotivatamente conflittuale. La storia ha dimostrato che queste due ristrettezze di visione convolano a nozze spessissimo.

I cattivi risultati di una politica spregiudicata rivestita di umanitarismo li abbiamo già visti sul fronte ex comunista, in Ucraina e in Georgia. Della prima, invece di tutelarne con fermezza e discrezione un autonomo sviluppo democratico, forzando la storia si è tentato di farne una nazione più “europea” che “russa” – il che è una barzelletta – col contorno di inutili e provocatori, al momento, progetti di adesione alla NATO. L’esito è stato quello che di aver diviso ancor di più un paese storicamente irrisolto, e di aver reso manifesta la debolezza europea e americana in loco nei confronti di Mosca, che solo un sognatore poteva immaginare restasse passiva. Stesso errore in Georgia dove l’incondizionato ed acritico appoggio anglosassone ha spinto Saakashvili alle guasconate delle sue iniziative politico-militari contro le repubbliche secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud, schiacciate da Mosca – che non attendeva altro – con irrisoria facilità, alla faccia dei potenti ed inerti alleati del presidente georgiano.

La crisi libica è la più ambigua di tutte quelle che stanno mettendo sottosopra il mondo arabo. Quella in cui la piazza pubblica ha avuto il ruolo minore. Quella in cui il carattere tribale e bellico si è manifestato fin dall’inizio. Enorme “scatolone di sabbia” abitato da qualche milione di abitanti lungo la costa mediterranea, la Libia è un paese relativamente prospero. “Stato canaglia” per decenni, e con merito indubbio, il paese da una decina d’anni stava uscendo dall’isolamento, con la fine del periodo delle sanzioni, con la ripresa delle relazioni diplomatiche col Satana Americano, con una fitta rete di accordi siglati coi paesi europei allo scopo di potenziare le infrastrutture del paese e diversificare la propria economia. Mai la Libia era apparsa così “vicina” all’Occidente come nei giorni precedenti la rivolta. Eppure proprio contro il regime libico ad un certo punto l’anatema è scattato compatto e potente. Quasi a freddo. La strumentalità della retorica democratica e umanitaria è parsa pacchiana fin dall’inizio, troppo, e troppe le pianificate esagerazioni per non nascondere il fatto che la Libia era diventata l’oggetto di appetiti differenti ma unidirezionali. Che sia così lo dimostrano infallibilmente i babbei della sinistra di casa nostra, nota in tutto il mondo per non indovinarne una da sessantacinque anni, che hanno sposato diligenti la causa dell’intervento franco-britannico. Che non è né umanitario, né lucidamente machiavellico. E’ solo il frutto di una visione ristretta e perciò non avrà successo. Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni. Intanto il Vaticano ha cominciato a far sentire la sua voce. Berlusconi ha rimesso in riga Frattini, troppo acquiescente inizialmente verso le posizioni franco-britanniche, e cerca sponde con Germania e Turchia, e ciancia vagamente di ecumenismo tribale. Ma sta solo aspettando il momento giusto, l’intervallo di tempo tra l’arenamento dell’offensiva dei “ribelli” e l’irrompere nella scena diplomatica dei nuovi colossi, per una non impossibile zampata che riporti l’Italia ad avere un ruolo di protagonista attivo nella crisi libica.

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La meglio politica estera. Quella di Berlusconi.

Con il crollo del paradiso sovietico molti avevano profetizzato l’obsolescenza della NATO e l’avvento di un mondo multipolare nel quale ogni stato si sarebbe mosso in base ai propri “interessi”. Quest’idea è figlia di un troppo compiaciuto realismo, sia da parte dei protagonisti della politica estera sia da parte degli osservatori: è quindi errata ed in ultima analisi superficiale.

Il nichilismo della politica degli “interessi” è ottuso. Il mondo non si misura solo con grandezze territoriali, demografiche o economiche. Esso poggia su fondamenta sotterranee, non eterne ma profonde, di ordine culturale e religioso, che in qualche modo lo strutturano. In questo quadro, la Russia non è propriamente l’Europa, ma rimane una proiezione slava dell’Europa cristiana, come le Americhe ne sono una proiezione latina ed anglosassone.

Con il crollo del paradiso sovietico molti altri per converso avevano profetizzato per l’Onu un ruolo accresciuto di arbitrato mondiale, preludio ad una democrazia universale one country/one vote. Quest’idea è figlia di un’idea messianica della democrazia, una versione aggiornata del sol dell’avvenire, fondamentalmente materialista, che rifiuta la storia e non rispetta le dimensioni spaziali e temporali sotto la cui schiavitù l’uomo è condannato a vivere su questa terra. Di essa si abbeverano gli infiniti cretini della “democrazia compiuta”, ben conosciuti nel nostro paese.

Il nichilismo dell’ideologia democratica è ottuso. Da quando l’etichetta comunista le si è scollata malinconicamente di dosso, la Russia è divenuta il catalizzatore di tutti gli strali dell’intellighenzia progressista, e anche di quelli dell’intellighenzia neocon con un passato rosseggiante, segno della resistenza di certe malattie. Costoro, che dormivano della grossa ai tempi degli arcipelaghi gulag, ora non perdonano niente alla Russia di Putin, che trovano troppo autoritaria per i loro gusti salottieri: sai che scoperta, in un immenso impero mezzo spopolato, con gli occhi a San Pietroburgo e i piedi a Sachalin e nella Kamčatka, un bestione che viene da secoli di zarismo e settant’anni di comunismo cui tenere le briglie.

Ragion per cui, in barba a questi due opposti estremismi, l’ “Occidente”, inteso non come entità metafisica ma come realtà spazio-temporale cangiante, vivente e strutturante, non è “sparito”. Ma se la linea di confine che lo delimitava tagliando in due l’Europa è fortunatamente scomparsa, essa non si è spostata sui confini russo-baltici, russo-polacchi, russo-ucraini o russo-georgiani; il nuovo limes sta piuttosto sulle rive siberiane dell’Amur, a sud del quale agisce la forza fenomenale e potenzialmente destabilizzante di miliardi di asiatici che escono dalla povertà, che assumerà ben presto le forme dell’aggressività politica, se quest’ultima farà da cassa di compensazione degli squilibri interni. Questo spiega perché, nonostante le paure di ieri contro l’Unione Sovietica e quelle ataviche contro l’Impero Russo degli ex paesi dell’Est, l’isterica insistenza per l’inutile, al momento, entrata nella Nato di Ucraina e Georgia, il coccolato avventurismo dei Saakashvili, e il retaggio delle diffidenze antirusse e antiamericane, l’avvicinamento e la collaborazione russo-americana-europea stia nella stessa forza delle cose, come indicano gli ultimi sviluppi della politica internazionale. Toccherà a Washington leggere con attenzione questo sviluppo e assumerne la naturale leadership. A lungo andare lo farà, col tacito consenso persino della Russia putiniana.

E’ un merito del nostro Caimano aver letto prima di altri dentro questa dinamica mondiale. Con l’ampio credito guadagnatosi per anni a Washington con l’eloquenza dei fatti si è pagato la disinvoltura delle sue pacche sulle spalle con Putin, Medvedev e il beduino nostro vicino. E’ riuscito a fare i nostri “interessi” rimanendo nel quadro delle alleanze strategiche. In breve, ha dato all’Italia una politica estera. E nonostante i malumori l’ha avuta vinta, a riprova che essa si fonda sui fatti, non sul gossip dei rappresentanti diplomatici. Il bizantinismo della politica estera italiana era piuttosto quello di Andreotti: per la società civile, specie per quella dei lettori di Repubblica, e in buona parte proprio per quella politica estera, era un vero beniamino negli anni ottanta, l’unico che si salvava nelle compagini governative craxiane. Ma questo, more solito, e triste, l’hanno puntualmente sbianchettato dalla loro coscienza repubblicana.

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L’equivoco ucraino

La delusione intrisa di rassegnazione manifestata in Occidente per la vittoria di Viktor Yanukovich nelle elezioni presidenziali in Ucraina è eccessiva. Come eccessivo fu l’entusiasmo che accompagnò qualche anno fa la Rivoluzione Arancione che portò al potere la coalizione del filo-occidentale Yushchenko. Derivano ambedue dall’errata percezione della realtà ucraina e dall’immagine che di essa i media in tutti questi anni hanno veicolato nell’opinione pubblica. L’Ucraina non è uno dei tanti stati dell’Europa Orientale, dalla secolare storia nazionale, che si sono sottratti dopo quarant’anni alla cattività sovietica; non è neanche paragonabile a quei piccoli stati baltici o caucasici, non slavi e dal profilo etnoculturale ben differente, caduti quasi senza soluzione di continuità nel passato nelle grinfie dell’enorme orso prima zarista e poi comunista. L’indipendenza ucraina, così come quella bielorussa, fu possibile soltanto a causa dello stato di debolezza quasi mortale in cui versava la Russia nel momento del disfacimento dell’Unione Sovietica. Perso senza troppe lacrime il pancione turco-asiatico mai veramente russificato, persi gli stati baltici e quelli caucasici più importanti, è assai improbabile però che la Russia appena un po’ meno malferma sulle gambe di qualche anno dopo avrebbe accettato la separazione dalle due nazioni “sorelle” senza quasi muovere un dito. D’altra parte, se la Bielorussia del caudillo slavo Lukashenko non ha mai fatto mostra di voler far parte del consesso politico europeo, anche l’europeismo ostentato da una parte della classe politica ucraina, incoraggiato abbastanza incoscientemente dalla retorica “democratica” occidentale, si è dimostrato una forzatura storica.

L’Ucraina fu la culla della civiltà russa: la Rus’ di Kiev. Più di mille anni fa Kiev era una delle tante fortezze che i Variaghi (i Vichinghi che rivolsero la loro attenzione verso Est: quelli che si diressero a Ovest diventarono i “Normanni”) usavano nelle loro imprese commerciali e piratesche lungo la via d’acqua reticolare, formata dai grandi fiumi della Russia europea, che metteva in comunicazione la regione baltico-orientale coi territori dell’Impero Bizantino. Furono anche degli apprezzatissimi mercenari: la “Guardia Variaga” divenne di lì a poco un corpo di pretoriani al servizio dell’Imperatore bizantino. Sembra – sembra – che fossero chiamati Rus’ dalle genti slave; e il fatto sarebbe confermato dagli Arabi, che chiamavano appunto “russi” le genti del nord – ma non è detto che fossero scandinave – con le quali venivano a contatto. (Si è fatta l’ipotesi che il diffusissimo e tipicamente meridionale cognome “Russo” sia legato al fatto che gli Arabi riconoscessero nei Normanni che li scacciarono dalla Sicilia i “russi” di cui sopra). Il nucleo dello stato russo fu dunque fondato da un’aristocrazia di ceppo germanico, che comunque ben presto si sciolse nell’elemento slavo. Da Constantinopoli arrivò la religione ortodossa e dalla cultura bizantina la nuova civiltà russa ricevette nelle arti figurative e nell’architettura un’impronta mai veramente abbandonata. Devastata dalle invasioni mongole, caduta sotto l’influenza polacco-lituana, l’Ucraina è stata poi per secoli parte integrante dell’Impero Russo, pur conservando quei tratti caratteristici che fanno d’altra parte da sfondo a tante opere della letteratura e della musica propriamente “russa”. Un “padre” della letteratura russa come Gogol’ era ucraino; fu molto legato alla sua terra, cui dedicò ricerche storiografiche, e molti dei suoi racconti. Compositori come Tchaikovsky o Rimski Korsakov vi ambientarono alcune delle loro opere liriche. La lingua ucraina, certo anche per ragioni non nobilissime (nel 1863 si arrivò a proibirne l’uso nella stampa), fu comunemente detta “piccolo russo”, per distinguerla dal “grande russo”, ossia il russo propriamente detto, e dal “russo bianco”, ossia il bielorusso. Tutto questo senza contare che oggi è russofono circa un terzo della popolazione, concentrato nelle zone ad est del Dnjepr, il grande fiume che divide in due il paese, e in Crimea.

Forse ai grandi strateghi moderni della politica internazionale, che dimostrano tanta fiducia nei poteri taumaturgici della democrazia, superiore forse anche a quella degli antichi per i miracoli del dispotismo, un po’ di cultura non farebbe male. Dopo che l’Europa ha potuto ritrovare e consolidare i suoi confini per così dire naturali, non è stata una grande idea concentrare le tensioni, e con così scarsa sensibilità, su un fronte, quello russo-europeo, che in un quadro mondiale segnato dalle convulsioni islamiche e dall’emergere di nuove potenze dalla demografia a nove zeri, extra-europee ed extra-occidentali, rischia di diventare secondario se non obsoleto. Tanto per dire, la Russia attuale, la cui consistenza territoriale quasi sgomenta, ha più o meno gli stessi abitanti del Bangla Desh, di cui è 120 volte più grande. Gli Stati Uniti, insistendo nel voler far entrare nella NATO Ucraina e Georgia, hanno ceduto alla semifallimentare politica della fretta e degli annunci usata nel confuso cantiere balcanico. Con questa politica necessitata dall’impossibilità di stornare risorse oggi assorbite dalla vastità degli impegni militari americani nel mondo e sollecitata dal disinvolto protagonismo di alcune mediatiche soubrettes democratiche della New Europe, spesso solo per ragioni di politica interna, hanno fatto il classico passo più lungo della gamba. In Ucraina, per profonde ragioni storico-culturali, e in Georgia, per ragioni strategiche, si entrava nel corpo vivo degli interessi russi. E così l’Orso Russo, alla prima occasione e col primo non incredibile pretesto, nel piccolo teatro di quella zolla di terra georgiana ha voluto per davvero vedere le carte, trionfando senza nemmeno troppo forzare. Eppure il tempo non lavorava contro gli interessi dell’Occidente: il consolidamento degli ex paesi dell’Est nell’Unione Europea e nella NATO – di cui peraltro non fanno parte senza che ne risulti gran danno, ricordiamocelo, paesi oggi perfettamente incastonati nel contesto europeo/occidentale come Svezia, Finlandia, Austria, Svizzera e Irlanda – era compatibile col consolidamento della democrazia e dell’influenza occidentale in Ucraina e Georgia, malgrado il gioco pesante del Cremlino, se si avesse voluto giocare la partita. Sbandierare l’arrivo nella NATO dei due paesi è stata un’inutile parata pubblicitaria, facilmente utilizzabile da chi avesse voluto alimentare il nazionalismo russo, e un segno di debolezza – se ben letto – da parte di chi sperava di risolvere la questione con la politica del fatto compiuto. E cioè sperava che la formalizzazione simbolica – o il solo annuncio – dell’occidentalizzazione di Ucraina e Georgia costituisse di per se stessa una deterrenza sufficiente nei confronti degli interessi russi. La vittoria di Yanukovich è anche la punizione di questo velleitarismo. Ma non è una tragedia.

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