Una settimana di “Vergognamoci per lui” (75)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
JUPP HEYNCKES 21/05/2012
Picchia duro la stampa popolare teutonica contro «l’anticalcio distruttivo» del Chelsea. Mah, se un gioco difensivo ad oltranza ha una sua base razionale non può essere definito «anticalcio». Se invece una squadra nel metterlo in pratica umilia le sue potenzialità, o mette in preventivo una dose immodesta di fortuna, la linea che divide il realismo dalla stupidità si fa molto sottile, cosicché la sconfitta si accompagna sempre ad una figura barbina, mentre la vittoria al contrario ha il sapore di una scommessa miracolosamente vinta, frutto del concretissimo lavoro di straordinari professionisti della pedata. Poi c’è il dilettante, che ogni tanto con l’anticalcio ci prova, e molto male gliene incoglie. Guardate cosa ha combinato Heynckes con Thomas Müller. Il giovanotto è l’ombra del magnifico giocatore degli ultimi mondiali, ma ha grande personalità ed è assai sveglio. Malgrado un sacco di sbavature è cresciuto durante tutta la partita mentre gli altri pian piano si assopivano e a pochi minuti dalla fine è stato lui a buttarla dentro. Quando, poco dopo, il suo allenatore l’ha spedito in panchina, cedendo ad uno dei vezzi più cretini dell’anticalcio da operetta, abbiamo avuto tutti un presentimento, o no?
ANGELO BAGNASCO 22/05/2012
«C’è bisogno di lavoro, lavoro, lavoro. Non smetteremo di chiederlo, tanto il lavoro è connesso con la dignità delle persone e la serenità delle famiglie.» Così dice il cardinale. Non mi è mai piaciuta quella retorica, a volte piagnucolosa, a volte farisaica, che sembra includere il lavoro nel numero delle belle cose del mondo. L’uomo non è fatto per il lavoro. Ossia: la vera natura dell’uomo non è fatta per il lavoro. Se potesse vivere bene senza lavorare, l’uomo non lavorerebbe: al massimo si dedicherebbe ad una libera attività senza orari, scadenze ed impegni da rispettare, la qual cosa non è un «lavoro», e neanche un’attività artistica, perché anche quest’ultima, tanto più quando è libera ed indipendente, ha il suo aspetto angoscioso legato al vil denaro, al bisogno. Per la Bibbia, che la sa lunga, la vita grama dell’uomo comincia con la cacciata dall’Eden. Ed è per bocca di un Dio imbufalito che l’uomo viene avvertito una volta per tutte: «Con il sudore della tua fronte mangerai pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto, perché polvere sei e in polvere tornerai!» Persino un apostolo del liberismo economico come Ludwig Von Mises metteva l’accento sull’aspetto «penoso» del lavoro. Il lavoro, insomma, è una maledizione. Ma mica è il caso di piangere. Dire la verità rasserena, e ci predispone meglio alla necessaria fatica quotidiana. Invocarlo come una benedizione è invece quantomeno un’esagerazione. Chiederlo poi come se fosse un obolo che una qualche misteriosa potenza può concedere a suo piacimento è persino irritante. Tanto vale chiedere l’obolo direttamente, o no?
BEPPE GRILLO 23/05/2012
In vino veritas. Nell’ebbrezza della vittoria in quel di Parma Beppe, l’ultimo e più rumoroso interprete delle correnti palingenetiche che ammorbano la politica italiana dalla fine della prima guerra mondiale in poi, ha parlato di «vittoria della democrazia sul capitalismo». Un vento nuovo, non c’è che dire: da un secolo e passa i demagoghi di tutte le risme vanno sempre a finire là, immancabilmente, povere pecorelle, nel rifugio sicuro dove si può sparare tranquilli contro la Croce Rossa, ossia il bieco «capitalismo», che non è altro che un paroletta suggestiva di conio marxista, anche se non di Carletto in persona. A questa fila anche il nostro montone vaffanculista si è accodato, molto diligentemente, coprendo col chiasso il formidabile belato che gli prorompeva dal petto.
FILIPPO PATRONI GRIFFI 24/05/2012
Replicando al nuovo presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, il Ministro della Pubblica Amministrazione ha svelato un segreto: «La riforma della Pubblica Amministrazione e la Semplificazione sono priorità anche del governo. In questa direzione l’esecutivo sta lavorando sin dal primo giorno.» Sono dunque centottanta giorni di fila che il governo del «fare presto», quello che doveva limitarsi a dare corpo alle chiarissime idee da cui era animato, rimugina su questa riforma, senza riuscire a venirne a capo. Eppure la volontà c’è, fermissima. Secondo me, è tempo di mettere in campo gli incentivi. Un bel premio di produttività, per esempio. Ma che sia grosso.
COSIMO CONSALES 25/05/2012
Gli applausi ai funerali: quando li sento mi cascano le palle. Vogliamo prendere per il culo il caro defunto anche da morto, ora che per lui il tempo degli scherzi è finito per davvero? O troviamo forse in questo vitalismo alle vongole il nutrimento per l’anima nostra fine e sensibile? Non è che magari abbiamo deciso che la morte debba essere sempre per forza considerata un insulto che colpisce l’innocente, al solo scopo di sentirci tutti buoni, bravi ed innocenti, solidarizzando rumorosamente con il suo cadavere? Da un po’ di tempo quando si muore fioccano gli applausi: non mi sembra mica una cosa tanto normale. Possibile che in tutti gli altri secoli che il mondo ha conosciuto l’umanità si sia sbagliata? Al “Concerto della legalità”, ad esempio, non è mancato un lungo applauso per Melissa, la ragazza uccisa a Brindisi. Lo aveva chiesto espressamente il sindaco della città pugliese. Non una menzione, non un ricordo: l’applauso, quello ci voleva. Bah.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (74)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
PIERGIORGIO MOROSINI 14/05/2012
Un procuratore nazionale antimafia singolarmente disteso, e quindi schietto, ha speso parole di elogio per alcuni aspetti dell’azione legislativa dell’ex governo Berlusconi: «Ha introdotto delle leggi che ci hanno consentito di sequestrare in tre anni moltissimi beni ai mafiosi», ha detto Grasso. Il «premio speciale per la lotta alla mafia», che il procuratore avrebbe idealmente dato al Caimano – per alcuni aspetti di questa lotta, ripetiamolo – non è un’invenzione della brutta razza dei giornalisti, ma non è neanche farina del suo sacco. Grasso è stato solamente al gioco del suo impertinente intervistatore. Si vede che era di buon umore; anche un magistrato è un uomo. Una bombetta più che discreta comunque nello stagno dell’antiberlusconismo mistico. Lo si nota dall’imbarazzato silenzio generale. La sola che non ha potuto esimersi dal replicare alle parole del procuratore è stata la nostra magistratura engagée, la parrocchietta livorosa che si diede il nome di «democratica» per distinguersi e per gettare il seme del sospetto su tutto il resto della magistratura. Il segretario nazionale di Md ha definito, scandalizzato, e con traboccante fantasia, «sconcertanti» le parole di Grasso. Di Berlusconi non ha voluto salvare assolutamente niente: i successi in materia di aggressione ai patrimoni mafiosi «sono dipesi dallo spirito di abnegazione e dalla capacità professionale delle forze dell’ordine e della magistratura»; il codice antimafia del 2010-2011 «brilla per inadeguatezze»; ha voluto ricordare la «denigrazione sistematica» del lavoro dei magistrati; ha affermato che «il governo Berlusconi non ha fatto nulla in tema di evasione fiscale e lotta alla corruzione» che sono oggi, guarda un po’, «i terreni su cui attualmente si stanno rafforzando ed espandendo i clan»; ed ha pure accusato il precedente governo «della mancata introduzione di norme in grado di colpire le alleanze nell’ombra tra politici e boss». In questa enigmatica oscurità si è fermato. Dopo c’era solo la metafisica.
L’AUSTERITA’ DI STATO 15/05/2012
E’ arrivata a casa vostra l’austerità? E’ probabile di sì, ed è molto probabile che l’abbiate interpretata correttamente, nonostante sia palese che di economia non capite un kaiser: questa branca delle scienze, infatti, quando si arriva al dunque ha la compiacenza di gridare essa stessa all’orecchio dell’uomo della strada i più naturali e pedestri ammaestramenti. E così avete cominciato a tagliare le spese, a cominciare da quelle superflue. E magari, a vostra sorpresa, avete scoperto le nascoste delizie di una vita spartana. Questo dimostra che siete degli zotici privi di fantasia. I nostri brillanti professori, spalleggiati dalla sagace classe politica, e da quella non meno perspicace dei sindacalisti, e dalla folla degli amanti del genere umano purché mangi la biada di stato, sono riusciti invece a dare alle voci “austerità” e “rigore” un significato nuovo e meraviglioso, che comporta un dovere inderogabile: coprire fino all’ultimo le spese dello stato, non tagliarle. Perciò tosare la plebe fa bene alla plebe, che non sa cosa perderebbe con la potatura. E così rischiamo di morire di austerità e rigore senza neanche averli mai visti. E quello che mi preoccupa è che la cosa suona tremendamente italiana.
FRANÇOIS HOLLANDE 16/05/2012
La situazione economica è talmente grave che i politici di tutta Europa sembrano parlare italiano. E’ bello sentirsi meno soli e sciagurati. Ed è gratificante scoprire che non ci facciamo infinocchiare tanto facilmente dagli artifici lessicali dei protagonisti della politica europea: li riconosciamo d’istinto, dopo decenni d’infinocchiamento. Di un «patto per la crescita e per la finanza» per rilanciare Europa aveva parlato giorni fa il sempre originale Romano Prodi. Ecco oggi farsi avanti sulla stessa via dell’aria fritta ma pomposa il nuovo presidente della repubblica francese, François Hollande. pronto a proporre ai partner europei «un patto che unisca politiche di crescita e riduzione dei deficit». Patto sulla carta gravido di carezzevoli promesse, perché chi non vorrebbe un aumento della ricchezza? e una diminuzione dei debiti? e il tutto a portata di mano attraverso semplici direttive politiche? direttive siglate da un magnanimo e per niente traumatico patto, come se fin qui si fosse trattato solo di un gigantesco equivoco?
ANGELINA JOLIE & BRAD PITT 17/05/2012
Brad Pitt è il futuro marito di Angelina. Lo è da un bel pezzo. E sì che la coppia ha già sei figli, di cui tre adottivi. Ma adesso abbiamo capito perché: in questa famiglia di otto persone lui è il bambinone. Almeno a giudizio della futura moglie. Lo prova il fatto che secondo The Sun, l’autorevolissimo tabloid inglese, l’attrice avrebbe regalato a Brad un elicottero con lezioni di volo incluse, spendendo circa un milione e mezzo di dollari. L’annuncio sarebbe giunto all’orecchio di Brad direttamente dalla bocca di Angelina, mentre i due futuri coniugi si davano bel tempo nel talamo non ancora perfettamente coniugale: «Sai cosa ti ha regalato mammina?», così Angelina si sarebbe rivolta al futuro maritino, dandogli un pizzicotto affettuoso sulla guancia. Folle di felicità, Brad ha capito subito che il giorno da lui tanto atteso era finalmente arrivato. Il giorno dell’elicottero, si capisce.
MARCELLO LIPPI 18/05/2012
L’ex C.T. della nazionale italiana è il nuovo allenatore del Guangzhou Evergrande, la squadra di Canton, attuale campione in carica della Chinese Super League. Due anni e mezzo di contratto. Guadagnerà un milione di euro al mese. Si deve vergognare? No, il guaio è un altro. Il tecnico viareggino sente di avere una missione: «Voglio portare il moderno stile di gioco italiano in Cina.» E’ altamente improbabile che ci riesca: non c’è giocatore al mondo ormai, fuor dai confini patrii, che sia antropologicamente idoneo a sintonizzarsi coi cascami del nostro «moderno» stile di gioco. Ma i cinesi son strani. Potrebbero anche farcela. E sono uno spicchio di mondo bello grosso. Non avremo un buco dove nasconderci.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (73)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
ROMANO PRODI 07/05/2012
Il Sole24Ore intervista Romano Prodi, in trasferta in Africa, giacché lui, da quando non è più al timone della penisola, si occupa del mondo. Le chiacchierate col professore hanno di bello che non mettono in soggezione nessuno: vi si ritrovano immancabilmente i ragionamenti del grande mister ma soprattutto del grande uomo. In questa in particolare fa capolino un certo tremontismo da tinello, ossia sempre bislacco ma per niente escatologico, ridotto alle quattro baggianate che hanno conquistato ogni focolare domestico italico, ché sennò Romano non avrebbe nemmeno osato: lui va sempre sul sicuro, anche quando con fare ammiccante, alludendo a ben altri che la sua diritta persona, ricorda la pavidità congenita di Don Abbondio. E’ per questa strada ben lastricata che il professore arriva infine tranquillo tranquillo in porto con la sua proposta per il rilancio dell’Europa, qualcosa di mai sentito: «un patto per la crescita e la finanza», e in particolare un patto per la crescita tra Italia, Spagna e Francia per smuovere la Germania dalla sua cieca autoreferenzialità. Tutti per uno, uno per tutti. La mistica del «patto», sulla cui forza di suggestione politici e sindacalisti italiani tentano ostinatamente di costruire le loro fortune, non prevede dettagli, ragion per cui l’intervista finisce qua. Tanto siamo già da un pezzo fra le braccia di Morfeo.
FRANCESCO PAPAMANOLIS 08/05/2012
Non sembra che la gente greca ce l’avesse troppo con i famigerati grandi partiti negli anni della bonanza ellenica, quando con l’entrata nell’euro cominciò l’era dell’economia drogata dal denaro a buonissimo mercato, l’epoca felice dell’esplosione della spesa pubblica e del posto statale e della pensione baby per tutti. Non potendo essere cretina per definizione una schiatta che diede al mondo Odisseo costante, luminoso, l’eroe dal multiforme ingegno, la verità è che i greci si presero una sbronza, sapendo in cuor loro che la fiesta non poteva durare. Per cui non è affatto bello che un cattolico come il presidente dei vescovi cattolici della Grecia, invece d’impugnare il bastone nodoso della verità, lisci il pelo alla demagogia puntando ora fin troppo comodamente il dito contro i politici: «La gente ha fame», dice Monsignor Papamanolis, «e questo voto rischia di non segnare svolte positive. Gli elettori hanno sfiduciato i due grandi partiti, Nuova Democrazia e Pasok, che per anni hanno governato il Paese portandolo al disastro in cui ci troviamo oggi». Ma soprattutto non è bello che parli di «fame», un flagello terribile di cui ancora si muore per davvero in qualche buco nero del nostro mondo.
MARIO MONTI 09/05/2012
E’ da mesi che il governo Monti non riesce più a combinare nulla, a parte ammonticchiare un balzello dopo l’altro. Lo zoccolo duro – e grosso – della resistenza alle «riforme» e alla potatura dell’apparato pubblico staziona a sinistra, e si muove compatto non appena si accenna a fare sul serio. Da qualche tempo, però, il supertecnico bacchetta Berlusconi e i berlusconiani, quelli sbattuti fuori per far posto a lui, che pure stanno pagando il prezzo più alto del loro «responsabile» sostegno al governo, ingoiando rospi ogni giorno. Mario Monti non è mai stato un leone, e il coniglio che è in lui comincia pian piano a negoziare il suo fallimento con quella sinistra che in Italia ha il monopolio delle panzane durature. Perché non si sa mai. Si accontenterà allora, in caso di esito infausto, di essere accompagnato alla porta sollevato da ogni colpa, il tutto certificato per qualche anno dai manuali di storia della scuola dell’obbligo.
FRANÇOIS HOLLANDE 10/05/2012
Nuovo di zecca, il presidente della Repubblica francese si fa già sentire in Europa: dice chiaro e tondo di non volere un direttorio franco-tedesco. Magnanimo? Manco per sogno: mica si è francesi per nulla. Sarkozy restava disperatamente aggrappato ad un direttorio franco-tedesco dove zampettava da pettoruto bastardino di Frau Merkel al solo scopo di dimostrare che l’Hexagone non è secondo a nessuno. Hollande lo rinnega per lo stesso motivo; per cui il corollario dell’inversione di marcia è questo: cari amici europei, siamo noi, che non siamo secondi a nessuno – ça va sans dire – i leader naturali del fronte anti-tedesco.
CORRADO PASSERA 11/05/2012
Possiamo dirlo? Possiamo dirlo. Siamo qui per spararle grosse. Erano anni che non si vedeva una tale schiappa al governo. Il ministro dello Sviluppo Economico ecc. ecc., che doveva essere il braccio destro del capo, e forse anche il suo braccio violento, passa il tempo a zampettare intorno agli altri ministri e al presidente del consiglio, a girare intorno alle cose, a girarsi i pollici, e ogni tanto butta là la sua frasetta inodore, insapore, temporeggiatrice, come se per la testa non gli passasse non solo un’ideona ma neanche la più pallida ideuzza: il vuoto, dipinto in faccia, nella disperata ricerca di una via d’uscita, che è la sua specialità. Fu co-ammininistratore delegato dell’Olivetti quando alla gloriosa azienda informatica, mezza defunta, si volle, a parole, cercare un futuro nelle telecomunicazioni, grazie alla provvidenziale firmetta all’ultimo secondo di un Ciampi in uscita da Palazzo Chigi, che diede a De Benedetti la vittoria nella gara d’appalto per il secondo gestore della telefonia mobile in Italia. Il futuro doveva chiamarsi Omnitel-Infostrada ma il “gioiello” fu venduto ai tedeschi poco dopo, con guadagni colossali, tanto poco era costato. Fu poi amministratore delegato delle Poste, che lui trasformò in Banca, senza che nessuno ne avvertisse il minimo bisogno, soprattutto quei poveri diavoli, degni di ogni rispetto, che ancora oggi vanno in posta a pagare le bollette sbuffando per mezze ore dietro i clienti della banca, senza sapere chi ringraziare. Ma passò per risanatore. Così arrivò in carrozza ai vertici manageriali di Banca Intesa, a capo cioè di una grande grande grande banca, lavoro che s’addice perfettamente a chi ha l’attitudine a fare il pesce in barile. In sei mesi di governo al nostro è riuscito solo di imparare il politichese, o il sindacalese che dir si voglia. «A rischio la tenuta sociale del paese», ha detto ieri, per esempio, suscitando l’invidia di Casini e Bonanni, che per certe frasi scipite farebbero pazzie.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (72)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
LUCIANO GALLINO 30/04/2012
Nasce a Firenze un nuovo “soggetto politico” della sinistra a sinistra del PD. Si chiama “Alba”, che sta per Alleanza per Lavoro, Beni Comuni, Ambiente. Tra i grossi nomi di Alba troviamo Luciano Gallino, professore emerito all’università di Torino, il quale ha avuto una pensata assai originale: lo stato dovrebbe creare un’Agenzia per l’occupazione in grado di assumere rapidamente almeno – proviamo ad indovinare: un milione di persone? – un milione di persone. Tondo tondo. Le assunzioni dovrebbero essere gestite da Comuni, Regioni, enti del volontariato, servizi del lavoro, unicamente per progetti di pubblica utilità. E’ una boiata pazzesca, solo un pazzo non lo vede, ma il genio sta nella presentazione. Il professore infatti, illuminato dalla potenza di fuoco della Bce, come premessa alla sua boiata pazzesca ha espresso l’opinione che “per creare rapidamente occupazione occorre che lo Stato operi come datore di lavoro di ultima istanza, assumendo direttamente il maggior numero di persone”. Lo stato come datore di lavoro di ultima istanza non è ancora lo stato socialista tout-court, ma per darvene un’idea abbastanza rivelatrice, ecco, pensate all’Italia di ieri, di oggi, e, spera Gallino, di domani.
LO STATO PARALLELO 01/05/2012
La malattia viene dal basso, ma gli italiani guardano imbambolati solo alle caste. Come sapete la via generalmente invocata per risolvere un problema particolare è la creazione di una legge ad hoc. E’ un’abitudine da fessi, ma passa per altamente democratica. Una legge per sua natura non dovrebbe mai essere ad hoc, avere caratteri di stabilità, ed essere l’ultima risorsa cui ricorrere, dopo aver scartate tutte le altre. (E’ curioso che lo si noti solo quando la mala pratica viene imputata al Cavaliere, e come in tutti gli altri casi, a fin di bene s’intende, risulti accettabilissima.) Se il problema è più vasto e riguarda un settore dell’economia, della vita pubblica, della società, ecco che a sorvegliare, punire ed indirizzare arriva un dittatorello ad hoc, dall’esotico appellativo di Authority, tirato fuori solo per non farlo rassomigliare troppo ad un podestà fascista. Con tali precedenti non è poi tanto stravagante che per risolvere il problema della governabilità di questo paese si sia fatto appello all’autorità dei Tecnici. I quali ad incidere il bubbone senza avere le spalle coperte da qualche perizia o ordine superiore non ci pensano neanche dopo morti. E’ parso quindi doveroso e oltremodo naturale chiamare in loro soccorso un Supertecnico che li istruisca in merito, un commissario straordinario «per definire il livello di spesa per l’acquisto di beni e servizi», il cui incarico non durerà più di un anno, e che potrebbe essere aiutato da un subcommissario, il quale, pensiamo, curerà l’aspetto più squisitamente tecnico del compito assegnato al Supertecnico. Sarà lui, il subcommissario, l’ultima cuspide di questa mostruosa cattedrale gotica mai finita che ha sepolto la legge sotto la mole di milioni di leggi, la burocrazia sotto la metastasi burocratica, le istituzioni sotto i loro surrogati? Tutta roba, quella sì, da tagliare?
DARIO DI VICO 02/05/2012
«La nomina di Enrico Bondi a supercommissario straordinario [= tre volte commissario: in quanto commissario, in quanto straordinario, in quanto super, N.d.Z.] per la spending review è una mossa che lascia il segno», così scrive l’editorialista del Corrierone. Perché per tagliare i nodi gordiani della spesa serve la spada, e quindi ci vuole un professionista, il migliore sulla piazza. «La scossa del professore», la chiama. Confessiamolo, siamo tutti elettrizzati. Il quesito che si pone è questo: lo hanno mandato avanti, e lui ha obbedito, o crede veramente a quello che ha scritto?
MAURIZIO SACCONI 03/05/2012
Non mancando d’inventiva, e non essendo dei cuor di leone, i nostri politici passano il tempo a rimodulare all’infinito il già detto e il già fatto. L’incubo dell’Imu, per esempio, ha spinto Bersani a rispolverare l’idea della patrimoniale sui «grandi patrimoni», da affiancare all’Imu per «ridistribuire meglio il carico». Anche Vendola ripropone la patrimoniale; l’Imu dovrebbe essere però abolita per la prima casa: «sarebbe una mossa di grande intelligenza e aiuterebbe il Paese a rimettersi in piedi», dice Nichi, e non si capisce se voglia sfottere perfidamente la grande intelligenza del Berlusca. Guardandolo negli occhi, anche in fotografia, lo escluderei. L’ex ministro del welfare ne ha pensata una di ancor migliore: fare dell’Imu sulla prima casa un’imposta straordinaria, una tantum. In effetti, è un momento straordinario. Come nel 1992, esattamente vent’anni fa, al tempo del governo Amato. Anche allora stavamo per crollare. Amato ebbe un’idea straordinaria: l’Isi, l’imposta straordinaria sugli immobili, mandata allo sbaraglio nonostante l’enorme mole di fabbricati non accatastati, e quella non più piccola di fabbricati accatastati ma privi di rendita, perché in Catasto giacevano davvero milioni di pratiche «accatastate», ma non sbrigate. Si andò dunque a braccio nella maggior parte dei casi, con «rendite presunte» dichiarate dai proprietari, che ebbero il buon gusto di non infierire su se stessi. Nonostante ciò, l’oro raccolto abbagliò la classe politica, che nel 1993 la ripropose, pari pari, con un nuovo nome: l’Ici.
FRANÇOIS BAYROU 04/05/2012
La massima soddisfazione dell’alfiere del centrismo politico francese è quella di far conoscere ai compatrioti la sua giudiziosa opinione tra i due turni delle elezioni presidenziali. All’uopo ogni cinque anni si presenta ai nastri di partenza. Nel 2002 lo spareggio era tra Chirac e la sorpresa Le Pen: tra la destra e l’estrema destra scelse la destra. Nel 2007 il duello finale era tra Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy: tra la sinistra e la destra, scelse di non scegliere, ma mise in chiaro che non avrebbe votato per Sarkozy. Nel 2012 si confronteranno Hollande e il presidente uscente Sarkozy: tra la sinistra e la destra questa volta sceglierà apertamente la sinistra e Hollande. In tutto questo percorso io vedo confermata la meravigliosa coerenza del centrista di razza: fare il soprammobile e pendere sempre, misteriosamente, a sinistra.
Di Monti in peggio
Ero contrario alla nascita del governo dei tecnici per due ragioni: la prima è che essa avrebbe di fatto indebolito la fiducia nelle istituzioni democratiche, nonostante tutte le correttezze procedurali possibili, in un momento in cui la democrazia non se la passa tanto bene nel mondo occidentale; la seconda, perché ero convinto che anche il governo dei tecnici si sarebbe impantanato nell’affrontare i nodi delle cosiddette riforme strutturali, dei tagli alla spesa pubblica, della vendita del patrimonio pubblico. Ero contrario alle elezioni perché per l’Italia ribellarsi al commissariamento “europeo” dopo averlo invocato pur di detronizzare Berlusconi avrebbe significato, in un momento di vuoto di potere, un massacro.
Sono anni che critiche sempre meno pudiche ai difetti del sistema democratico vengono mosse da sinistra, almeno da quando è venuto di moda spiegare le sue sconfitte colle derive “populistiche” della democrazia. Sono anni che “valori democratici”, sempre nuovi e sempre più numerosi, vengono capziosamente anteposti all’espressione delle maggioranze degli elettori. Questo lavoro ai fianchi, “antipolitico” nella sostanza, anche se mascherato nei toni, ha trovato alleati in quella stanca aristocrazia industrial-finanziaria che parla attraverso i grandi quotidiani del nord, e che col governo Monti pensava di aver trionfato. Furono in pochi a mettere in guardia contro i pericoli “culturali” di questo felpato colpo di mano, anche tra i “liberal-conservatori”.
Ora a lamentarsi, con molta più veemenza e brutalità di quei pochi, del vulnus democratico costituito dal governo emergenziale-tecnocratico è proprio quella sinistra che molto dibatteva sul “che fare” di fronte ai guasti democratici di un nuovo “populismo” disgraziatamente certificato da regolari elezioni. La retorica della legalità democratica, infatti, è un’arma assai maneggevole in dote a chi vuole distruggere una democrazia: si cavilla sulla forma di questa, pur di negarne la sostanza; se ne nega la sostanza, pur di passare sopra alle forme. Dipende dalla situazione. Mentre gli apprendisti stregoni dei quartieri alti e delle sale ovattate ora temono di dover pagare il prezzo dell’avvitamento rivoluzionario da loro stessi creato: hanno ceduto un pochettino alla piazza, pensando al proprio interesse, pensando di tenerla a bada con un primo tributo. E invece hanno creato un precedente, hanno indicato una via. Di fatto, i partiti umiliati dal commissariamento sono diventati ancor meno popolari di prima, e il governo Monti rischia di affondare con loro. E’ il loro indebolimento che attizza l’odio, non la forza. Che la politica abbia le sue enormi colpe non c’è dubbio. Ma non è stato saggio assecondare le pulsioni antisistema, facendone un capro espiatorio.
A lamentarsi delle malefatte del governo Monti, a denunciarne il vampirismo fiscale, e la deriva verso uno stato di polizia, sono anche molti “liberali” che pure avevano salutato come necessarie le dimissioni di Berlusconi e avevano guardato al governo dei tecnici con qualche speranza. E adesso, accecati dalla delusione, fanno lo stesso errore di prima: sperano che rimuovendo la compagine governativa, azzerando la classe politica, si possa aprire la via ad una nuova era nella quale la laboriosa società civile che tiene in piedi il nostro paese troverà finalmente un’adeguata espressione politica, magari maggioritaria. E’ una patetica illusione: a passeggiare vittoriosa sulle rovine sarebbe invece quella società incivile che da tempo cerca colpevoli, e celebra le sue cacce grosse nei media, e vuole dei repulisti perché quelli del passato non erano veri repulisti. Mentre il presupposto culturale per liberare lo stato dallo statalismo è la guarigione da quest’ansia maligna di rigenerazione, che c’incattivisce.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (71)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
IL «SETTANTENNIO” ANTIFASCISTA 23/04/2012
Abbiamo letto della disavventura occorsa al «partigiano» Mario Bottazzi. In Italia uno può essere ex presidente, ex calciatore, ex soldato, ex cameriere, ma mai ex partigiano. Partigiani si è per sempre, senza discussione, nonostante i quasi settant’anni passati dall’annetto fatidico, o dai mesi fatidici, o dalle settimane fatidiche nei quali il giovanotto imbracciò il fucile. Già questo vi fa capire che la cosa non è seria. Non essendola, è d’uopo farla passare per serissima. Non si scherza. Al partigiano Bottazzi è capitato di essere «contestato» dagli studentelli di Lotta Studentesca in un liceo romano. Una domandina provocatoria su certe vittime dei partigiani. E infine è venuto fuori uno striscione: «Papà Castoro raccontaci una storia». Capirete che dramma. E’ intervenuta la polizia, già da giorni allertata dall’ANPI. Il sindaco di Roma, i presidenti della provincia e della regione, il segretario regionale del Pd, hanno tutti condannato la «vile aggressione»: soddisfatti, pure loro, di essere stati all’altezza della propria parte in commedia.
OLIVIER BAILLY 24/04/2012
Al primo turno delle elezioni presidenziali francesi la candidata del Fronte Nazionale Marine Le Pen ha preso quasi il 18% dei voti. Il portavoce della Commissione Europea ha lanciato subito l’allarme contro la minaccia «populista» che avanza in Europa. Ha perfettamente ragione. In Francia poi c’è davvero di che mettersi le mani nei capelli. Il leader no-global Jean-Luc Mélenchon, candidato del Fronte …della Sinistra, che è anti-liberista come e più della Le Pen, che si è battuto per aumentare il salario minimo garantito a 1.700 € al mese, per tassare di più i ricchi, e per trasformare tutti i rapporti di lavoro in contratti a tempo indeterminato, ha raccolto più dell’11% dei voti; Eva Joly, l’ex magistrato manipulitesco dal bel nome da pornostar, che ha promesso di creare un milione – un milione! come Berlusconi! – di posti di lavoro entro il 2020 con l’economia al cento per cento verde, e che voleva inglobare l’Aid al Kabir musulmano e il Kippur ebraico tra le feste nazionali, ha preso un 2 e mezzo per cento; Nathalie Arthaud, nonostante fosse la candidata degli ultimi giapponesi trotzkisti di “Lotta Operaia”, qualche voto l’ha preso: lo 0,56%; meglio di lei ha fatto Philippe Poutou, candidato nel 2007 per la Lega Comunista Rivoluzionaria e questa volta per il Nuovo Partito Anticapitalista, che ha ottenuto circa l’uno e mezzo per cento. Mettete insieme questa bella combriccola di matti e vedrete che il «populismo» di sinistra ha praticamente pareggiato i conti col «populismo» di destra. E’ insultante che lo si voglia ignorare, dopo che ce l’ha messa tutta nell’annichilire la scempiaggine destrorsa con un ammasso così sbalorditivo di cretinate.
SILVIO BERLUSCONI 25/04/2012
Ci risiamo con le minchiate: dopo l’arte emozionale, la cucina emozionale, eccoti la politica emozionale. «L’acronimo Pdl non suscita emozione, quindi al prossimo congresso sottoporremo un altro nome per il partito», ha detto il Berlusca, sorvolando sul fatto che l’acronimo non c’entra per nulla ed ha avuto almeno il merito di far dimenticare un nome che più pomposo e spompato non si può. Di entità emozionali non ce ne importa un piffero. Vorremmo piuttosto entità riconoscibili: banche che facciano le banche, non le chebanche!, o le bancheintese, poste che facciano le poste e non le banche, partiti che facciano i partiti e basta. Di cambi accattivanti di ragione sociale ne abbiamo fin sopra i capelli. Prendete la defunta Riscossione S.p.A.: un nome grigio, onesto, schietto, ma almeno uno sapeva con chi aveva a che fare. Ora si chiama Equitalia S.p.A., e uno non ha la più pallida idea a cosa va incontro.
PAOLO FLORES D’ARCAIS 26/04/2012
Sul 25 aprile non volevo tornare. Ma che devo fare quando la malattia, la follia, ti viene, per così dire, incontro per strada, se non suonare la trombetta dell’allarme democratico? Perfino Robesbierre era più allegro, disteso, umano di questo matto. Nel giorno dell’anniversario della liberazione d’Italia ha sparato col cannone: «Patriottismo costituzionale e antifascismo fanno dunque tutt’uno. I funzionari pubblici che giurano sulla Costituzione compiono spergiuro ogni volta che non sono coerenti con i valori della Resistenza. E anche il semplice a-fascismo segnala drastica indigenza di patriottismo. Chi non è antifascista non è un autentico italiano. Chi poi è anti-antifascista è semplicemente un nemico della Patria.» Che sia un delirio, spero non lo metta in dubbio nessuno. Lo spero per la sua salute. Ma è un delirio di facile lettura, il sintomo di una patologia che giunta al punto di non ritorno si guarda allo specchio e vi trova la sua spiegazione. Che è questa: «Patriottismo e fascismo fanno dunque tutt’uno. I funzionari pubblici che giurano fedeltà allo stato compiono spergiuro ogni volta che non sono coerenti con i valori del Fascismo. E anche il semplice a-fascismo segnala drastica indigenza di patriottismo. Chi non è fascista non è un autentico italiano. Chi poi è anti-fascista è semplicemente un nemico della Patria.»
GIORGIO NAPOLITANO 27/04/2012
Le critiche alla partitocrazia sono vecchie come l’Italia repubblicana. Quelle dei «qualunquisti» di Giannini erano legate ad un visione anarchico-libertaria di stato minimo de noantri. Poi per molto tempo la critica alla partitocrazia rimase interna al dibattito politico-intellettuale, specie fra i liberali, e non fu mai disgiunta dal tema dell’architettura costituzionale dello stato. Per Sturzo la critica alla partitocrazia era solo un aspetto della più ampia critica allo statalismo. Perfino negli anni ottanta il malessere settentrionale, che poi sfociò nel fenomeno leghista, espresse l’ostilità verso i partiti tradizionali nel quadro di una confusa protesta antistatalista. Da un quarto di secolo, da quando l’Italia si è definitivamente rovinata il fegato con la roba forte della questione morale, la critica alla partitocrazia, ai partiti, alla politica si è ridotta alla sua caricatura moralistica. Ossia a comoda demagogia. Non abbiamo cavato un ragno dal buco. Non ne caveremo in futuro. Ma il presidente della repubblica, nel difendere il ruolo insostituibile dei partiti e nell’attaccare il «demagogo di turno», ha voluto dare lo stesso il cattivo esempio, invitando i partiti ad «estirpare il marcio» al loro interno. Antipolitica presidenziale, in dose omeopatica. Farà miracoli.
Grillo e Berlusconi
Se per attaccare Grillo il non poco antipolitico Vendola l’ha accostato a Berlusconi, ciò significa che per la sinistra “politica” e “ragionevole” l’anatema contro il Caimano è ancora ben vivo. In realtà anche l’antiberlusconismo rientra nel cerchio magico dell’antipolitica. E il piccolo Grillo è solo un prodotto di questa più grande antipolitica. Scrissi qualche anno fa che per antipolitica intendevo “forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose – di azione e lotta politica.” Per essere ancor più concisi si potrebbe dire che l’antipolitica è messianismo politico, una non-politica. L’Italia repubblicana la vive e la respira da quando è nata. Andate in giro e fate una domanda semplice semplice alla gente che incontrate: l’Italia è o è mai stata una “vera” democrazia? La domanda è assurda, dal punto di vista del buon senso, ma anche da quello più propriamente intellettuale, perché la democrazia, come la politica, vive nel tempo e nello spazio, e non ha mai un approdo definitivo che ne suggelli definitivamente la bontà o la maturità. E tuttavia, c’è un gran pezzo del paese, e un grossissimo pezzo di quello più acculturato, che in tutta serietà pensa che l’Italia non abbia mai conosciuto una “vera” democrazia. E che cerca nelle Diaz e nelle Bolzaneto, nei misteri di stato, nelle “trattative”, la conferma di queste verità. Quest’Italia vive nell’attesa e si sottrae al confronto con l’avversario politico. Si sottrae alla politica, che è confronto con chiunque abbia una presenza reale nella società, e che spesso invece viene da essa dipinto come straniero, come non-cittadino del paese nato dalla Resistenza, e che quando è troppo forte viene solo “sopportato” come parentesi storica, alla stregua di un usurpatore, sia esso la DC, Craxi, o Berlusconi. Questa riserva mentale ha avvelenato la vita politica italiana, ed ha impedito una vera dialettica fra i partiti. In un sistema così asfittico la politica oscilla continuamente tra pura gestione e rivoluzione, tra partitocrazia e antipolitica, senza trovare un equilibrio funzionale. Ed è inutile sperare in soluzioni tecniche ad un problema culturale. Anche il continuo appellarsi a riforme istituzionali, a riforme elettorali, ed in generale tutta la retorica riformistica ubbidiscono in parte all’impulso irrazionale o alla speranza di voler mettere a posto le cose tutte in una volta con un colpo di bacchetta magica o con un colpo di mano.
Con buona pace del governatore della Puglia nel 1994 Berlusconi non vinse in nome dell’antipolitica. Non si può dire sempre tutto e il contrario di tutto, secondo le convenienze: dipingere un giorno la creatura berlusconiana come il rifugio dei gattopardi che permise alla vecchia politica di sopravvivere, perché questo schema va a pennello all’antipolitica profonda e classica della sinistra italiana, ed un giorno dipingerla come una forza rivoluzionaria e populista, perché quest’altro schema serve a squalificare gli ultimi e più esagitati prodotti della stessa antipolitica. Berlusconi cercò, con molto pragmatismo, di conciliare il vecchio col nuovo. Fu disinvolto. Non opportunista. Fu coraggioso. E per questo fu attaccato dagli anticorpi maligni che in Italia hanno sempre preso di mira chi ha cercato di ingabbiare il radicalismo di molta parte della società italiana dentro la dialettica politica, chi ha cercato di essere moderato ma allo stesso “popolare” e ha mostrato di rifuggire da quell’aristocraticismo di stampo azionista che è l’altra faccia della medaglia, anch’essa nel fondo antiliberale e antidemocratica, del radicalismo di massa. Di quest’ultimo il movimento di Grillo, mezzo Eremita Pietro mezzo Savonarola, è una specie di manifestazione ereticale, tipica dei periodi torbidi.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (70)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
URS FISCHER 16/04/2012
Venezia. A Palazzo Grassi mostra di Urs Fischer. «Il mio filo rosso è l’ironia.», dice l’artista. Per l’inaugurazione della mostra Urs ci ha scodellato una modella nuda in carne ed ossa che s’aggira tra i suoi capolavori. Secondo Martin Bethenod, amministratore delegato e direttore di Palazzo Grassi e Punta della Dogana François Pinault Foundation, «Urs Fischer interagisce perfettamente con lo spazio perché è molto legato all’idea di come nasce un’opera d’arte.» Urs Fischer ama i giochi paradossali e apprezza l’imperfezione. Secondo il critico Francesco Bonanni Urs «è il perfezionista dell’imperfezione». Scrive il Corriere che «i suoi lavori suscitano sorpresa, divertimento»; che l’artista «ha coinvolto gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia (…) invitandoli a un’operazione di creazione collettiva. (…) Nulla è preordinato, le opere, di creta (materiale nuovo per lo scultore), si dissolveranno presto, alcune il giorno stesso dell’inaugurazione. Ciò che resta è l’emozione del gesto. Il risultato inatteso.» Insomma, tutto come previsto, fino alla più piccola corbelleria.
MAX BERTOLANI 17/04/2012
E’ Antonella Elia la vincitrice dell’ultima edizione dell’Isola dei Famosi. Il concorrente Max Bertolani non l’ha presa affatto bene e accusa la furba ed egoista Antonella di essere stata brava, bravissima, a fare la vittima. Una questione di tale capitale importanza non può essere liquidata con poche sentenziose parole, com’è costume di questa rubrica. Possiamo dire però con certezza una cosa: quest’uomo – chiamiamolo così – ci teneva molto a vincere all’Isola dei Famosi, e non fa niente per nasconderlo. Capisco, certo, la voglia di mettersi in tasca un bel gruzzoletto; capisco ancor meglio l’ambizione di conquistare un posticino non disprezzabile nei libri di storia; ma insomma, un po’ di contegno, per Dio!
PAOLO FLORES D’ARCAIS 18/04/2012
Davvero sono stupito che ci sia in giro gente che ancora dubita della finezza e della profondità delle mie concise, brillanti, acuminate analisi socio-cultural-storico-filosofico-politiche che offro al popolo per la sua salvezza. Lo so, lo so, è così, non cercate d’ingannarmi: ad un uomo che si stima non si nasconde nulla. Ma facciamo solo un esempio, una delle grandi verità che io vado ripetendo da anni come un pappagallo, un pappagallo assai gagliardo direi, e con indomito zelo missionario, e cioè che è dal 1948 che in Italia, mutatis mutandis, abbiamo un Berlusconi, un regime, un macigno che blocca la strada che ci porterebbe dritti dritti nel mondo civile della democrazia «compiuta». Ebbene, prendete questo matto qui, il direttore di Micromega: son passati – quanti? cinque mesi? centocinquanta giorni? – dalla caduta del Caimano, e il sonno della sua ragione ha già partorito un Caimano tricipite. Scrive il filosofo dalle camicie a righine – è un fatto che i filosofi si raggelino in un look vita natural durante passati i trent’anni (il mio caso è diverso, perché un difetto psicoattitudinale mi ha sempre impedito perfino di bussare alla porta della maturità) – scrive dunque questo fanatico nel suo blog del Fatto Quotidiano: «alla ripugnanza del regime di Berlusconi è seguito un governo Napolitano-Monti-Passera che ne perpetua l’iniquità con uno stile meno sboccato e più accattivante». «Per la parte migliore d’Italia», è l’incipit del suo articolo, perché s’intende che lui si rivolge ai fratelli della sua chiesa, ripetendo come un pappagallo, e con indomito zelo missionario, le solite formule liturgiche.
MARCELLO SORGI 18/04/2012
Per il governo Monti questo anno e mezzo di legislatura doveva essere vissuto come un 110 hs, da correre tutto d’un fiato, il fuoco dell’azione talmente intenso da prevenire ogni critica. Superato a stento il primo ostacolo, davanti al secondo si è arenato. Ora è tornato ai blocchi di partenza. Il calo delle tasse? Si farà grazie alla lotta all’evasione fiscale. «Appena possibile, anche facendole pagare a tutti, l’obiettivo sarà di ridurle», ha detto un cavallo di razza come il ministro Passera, per poi aggiungere che «l’uso del tesoretto della lotta all’evasione fiscale, quando ci sarà, verrà deciso dal presidente Monti.» Notate: è ricomparso il «tesoretto», a dimostrazione che non solo la logica, ma pure il lessico è tornato quello dei vecchi tempi. Gli editorialisti di Corriere, Stampa e Sole24Ore non sanno più che pesci pigliare per giustificare questa gente senza nerbo. E se la prendono coi partiti. Quello della Stampa ieri ha superato tutti: «L’antipolitica, che [i partiti] dicono di temere», ha scritto impavido, «si batte anche togliendo il guinzaglio al governo tecnico. E mettendolo in condizione di svolgere pienamente il ruolo politico che gli spetta e il compito di guida del Paese che gli è stato affidato.» A battere l’antipolitica ci penserà dunque un cesarismo politicamente corretto. Che è poi l’antipolitica delle mezze calzette.
BEPPE PISANU 20/04/2012
L’imbalsamato Fini trova che sia un testo lucido ed interessante. Già questo dovrebbe mettervi sull’avviso. Oltre il PDL verso un nuovo soggetto liberaldemocratico, questa l’esortazione di Beppe Pisanu. Interessante lo è senz’altro, a dire il vero, da un punto di vista antropologico, per chi voglia toccare con mano, facendo naturalmente un buco nell’acqua, il magico mondo delle convergenze parallele, dove una certa democristianità imbelle, andata a male, trova il suo punto d’equilibrio, il suo motore immobile, il suo Dio. Il manifesto si apre con un saluto deferente, tafazziano, alla più attuale demagogia: crisi della politica, ma soprattutto crisi dei partiti, esplosione della questione morale, bipolarismo saltato. Poi una mitragliata di perle che v’istupidisce. Al governo Monti sostegno leale. Ma critico. Giusto il rigore. Ma combinato con la crescita. Dove questo? Sul piano interno. E quello internazionale. Importante ed urgente il progetto di una legge elettorale proporzionale. Ad effetto maggioritario. Per arrivare a due grandi partiti alternativi. Ma non del tutto inconciliabili. Un bipolarismo maturo basato su forze omogenee. Ma pluralista, non esclusivista. E il nuovo movimento liberaldemocratico? Laico. E cattolico. Nazionale. Ed europeista. Contrario ad ogni forma di estremismo. Ma si badi bene: «egualmente» contrario. In breve, un Palo Della Luce.
Enrico Berlinguer, apprendista stregone
Per il nostro Presidente della Repubblica se l’Italia del volontariato è l’Italia migliore, quella della speculazione edilizia e dell’evasione fiscale non è nemmeno l’Italia peggiore, perché non merita di essere associata alla parola «Italia». Ha ragione: è lui che con quelle sciocche parole, si spera frutto di qualche bicchierino di troppo, rappresenta l’Italia peggiore. Riusciremo mai ad uscire da questa imbecillità collettiva, da questo compunto secessionismo antropologico, che mina le basi della società, per cui anche l’ultimo stronzetto con qualche fisima intellettuale per la testa e voglia di far carriera deve per forza iscriversi al partito, diciamo pure alla mafia dell’Italia migliore? Quale genere di consapevolezza, di senso della responsabilità potrà mai metter radici nel paese se nei media, nei luoghi di cultura, nelle istituzioni si riverisce chi dà dignità intellettuale allo spirito di fazione camuffato da moralismo da quattro soldi? Credersi «vittime» e credersi «onesti» è diventato uno sport nazionale a tutti i livelli, cosicché ogni tribù, anche quella statale, passa il tempo a difendere alla morte il proprio territorio e a protestare la propria probità, e la composizione responsabile di interessi nel breve termine contrastanti, cui la politica dovrebbe farsi carico, è diventata impossibile. L’immobilismo si è scaricato nel debito pubblico e nell’aumento del prelievo fiscale. L’unica politica concepibile, quella dell’estirpazione del male, della cacciata dei disonesti, dei parassiti: oggi i politici, gli evasori. Il mantra dell’Italia migliore contrapposta all’Italia peggiore è stato declinato in tutte le salse in questi decenni, dalle forme più brutali a quelle più sottili e riposte. Ha annebbiato le menti e permeato il linguaggio comune. Chi ha partecipato a questa pazzia adesso ha paura. «Se c’è qualcuno che pensa di stare al riparo dall’antipolitica si sbaglia alla grande. Se non la contrastiamo, spazza via tutti», dice ora Bersani, accusando certi «apprendisti stregoni», senza tuttavia fare mea culpa, come se l’antipolitica fosse nata qualche anno fa per uno strano accidente, o addirittura per colpa del Berlusca, che è in realtà vi mise argine.
No. L’antipolitica viene da lontano, ma se vogliamo cercare un padre a quella dei nostri tempi, ebbene quel padre c’è, ed è Enrico Berlinguer – da tutti o quasi riverito, guarda caso – l’ideatore di una «questione morale» sulla quale fondare una nuova «diversità» e nella quale i «veri» democratici dovevano riconoscersi. Non che fosse solo, ma fu lui, sciaguratamente, a dare dignità politica ad una sorta di guerra civile sottotraccia postcomunista. Fu lui il grande apprendista stregone. Tutto il fascino della «questione morale» sta nel settarismo, da sempre una delle vie più battute, ciniche ed elementari per arrivare al potere. Esso si muove come un nucleo compatto all’interno della società: attira ed intimidisce. Coloro che hanno pochi scrupoli l’abbracciano, gli altri vi si piegano. Col tempo la sua massa critica aumenta. Malauguratamente il potere acquisito non si può dividere con tutti all’infinito. E’ per questo che al suo interno si sviluppano altre sette. E quindi non è affatto strano, caro Bersani, che dopo aver fatta crescere questa mala pianta per decenni, ti trovi ficcato in un acronimo già abbastanza oggetto di pubblica infamia, ABC, che ricorda sinistramente quel CAF con cui vi gingillavate vanesi un quarto di secolo fa. Di infamia avete poi coperto per anni il Caimano, in Italia e all’estero. L’avete infine sloggiato dalla guida del paese sposando l’antipolitica «debole» dei poteri cosiddetti forti, fautori del governo tecnico, per ridare «dignità» al nome dell’Italia, credendo che potesse finire lì. Ora perfino il subcomandante Vendola e il celodurista Di Pietro sembrano dei personaggi con la testa sulle spalle rispetto ai sanculotti di Grillo. Ma certo non ti aspettavi che a spararti alla schiena fossero i signorini di Libertà e Giustizia. I montagnardi di Zagrebelsky, lo sai, parlano per sentenze. Questa è la tua:
Perché questa volta ABC hanno mostrato il vero volto della questione. I loro partiti, tutti i partiti, sono diventati delle scatole che valgono solo per la merce che contengono: i soldi dei cittadini. Non c’è un’idea di bene pubblico, in quelle scatole, non c’è un programma, non c’è una soluzione che riguardi sacrifici per tutti, non c’è una promessa di ricambio e di rinnovamento. C’è solo il mantenimento del potere economico, del “malloppo”.
E adesso forse capirai quell’Italia, peggiore, che tanto avete disprezzata, condannata in politica alla maledizione del primum vivere, che si affidò alla Democrazia Cristiana, al Pentapartito, e a Berlusconi.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (69)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
ROBERTO MARONI 09/04/20122
Lo stadio barbarico della politica, nel quale la politica nega se stessa, è quello della lotta tra bene e male, tra virtù e corruzione. Gli italiani hanno imparato a scappellarsi servilmente davanti a questa idiozia che ha assunto il nome altisonante di “questione morale” e che nasconde il più fetido spirito di fazione. Decenni di questione morale e decenni di mani pulite hanno iniettato un veleno paralizzante nella politica italiana. E sui costumi pubblici non hanno sortito alcun effetto benefico, com’è logico, quando si vive dentro la campana di vetro della menzogna. Ma c’è sempre il genio pronto a ripercorrere la stessa strada, e a ripetere, come un pappagallo, le stesse parole: pulizia, pulizia, pulizia…
LA REPUBBLICA 10/04/20122
Chi si sottopone, per una sua qualche ragione, davvero insondabile, al quasi quotidiano supplizio di seguire questa rubrica, ricorderà forse che giorni fa l’Unità.it credette suo preciso dovere onorare la memoria del defunto scrittore Tabucchi tirando fuori dall’archivio un suo raccontino, piuttosto bruttino, e piuttosto cretino, dedicato all’incubo Berlusconi. Talmente appassionata, infatti, era la sua coscienza civile, che lo scrittore si sognava di Silvio anche di notte, con ciò dimostrando che il sonno della ragione genera effettivamente mostri. Ieri è morta Miriam Mafai, tutta una vita dentro la sinistra italiana. La Repubblica.it piange la sua Miriam, e sull’esempio di quanto fatto dal quotidiano fondato da Antonio Gramsci, crede suo preciso dovere onorare la memoria della «ragazza rossa» tirando fuori dall’archivio «l’invettiva contro Silvio Berlusconi dopo gli insulti ai gay». L’ineffabile Silvio, ricorderete (senza essere per forza sventurati lettori di questa rubrica), aveva colpito ancora con quel candore conviviale un po’ imbecille ma molto simpatico che è il lato migliore del suo carattere. «Meglio essere appassionati di belle ragazze che gay», aveva detto nei giorni dell’uragano Bunga Bunga. Apriti cielo: non uno che gli rispose con spirito. Nemmeno Miriam, la ragazza rossa, che accusò il povero Silvio di «aver trasformato una sede pubblica in un luogo di grotteschi festini» quando invece fu forse uno sciame di donne pubbliche ad invadere una casa privata, ma di insulti ai gay non parlò affatto, non dimentica, probabilmente, che il suo compagno Giancarlo Pajetta, il ragazzo rosso, da bravo comunista ruspante dalla lingua salace, quelli lì li chiamava senz’altro «finocchi», e nel partito non li voleva vedere. Ma tant’è, la sinistra, illustrandoli con queste ridicole imprese, dimostra di non prendere sul serio i suoi più illustri figli, veri o presunti tali, nemmeno nel momento della loro dipartita e di volerli usare come artiglieria fino all’ultimo.
EMMA MARCEGAGLIA 11/04/2012
Dopo centinaia di giorni da pecorella, eccone uno da leonessa. Per uscire di scena in bellezza la presidentessa di Confindustria ha tirato fuori un ruggito: «il taglio della spesa pubblica deve esserci», ha detto. Ma non solo: «prima serve una riduzione della pressione fiscale su lavoratori e imprese. Penso che il governo si debba porre il problema serio di abbassare le tasse». Il problema è serio, indubbiamente. E’ per questo che ad occuparsene, per la parte che gli compete, sarà il suo successore: camerata Squinzi! Armiamoci! E parti.
IL QUINTO CONTO ENERGIA 12/04/2012
Il governo ha varato il Quinto conto energia, quello relativo agli incentivi per l’energia fotovoltaica, e anche il restante salato conto degli incentivi alle altre energie rinnovabili. Le mire del governo sono ambiziose: «programmare una crescita dell’energia rinnovabile più equilibrata che, oltre a garantire il superamento degli obiettivi comunitari al 2020 (dal 26% a circa il 35% nel settore elettrico), consenta di stabilizzare l’incidenza degli incentivi sulla bolletta elettrica». Il Quinto conto energia è già un bel traguardo, ed è un appellativo che incede con una certa sua sovietica monumentalità sul largo viale dell’Energia Verde; la Programmazione della Crescita non gli sfigura a fianco; il Grande Balzo in Avanti, l’ineluttabile conseguenza.
ALESSANDRO ROJA 13/04/2012
«Da cittadino, credo che sia perché siamo un popolo che predica bene e razzola male: abbiamo tante astuzie, e soprattutto non vogliamo ricordare.», dice l’attore, uno degli interpreti del film “Diaz” di Daniele Vicari. Il poveretto ha perfettamente ragione. Siamo un popolo che non vuole ricordare. Per esempio che nel 2001 a Genova arse un falò che doveva incenerire il governo Berlusconi appena insediatosi; che un’immensa catasta di materiale infiammabile fu accatastata per settimane senza che la sinistra «democratica» muovesse un dito; che ad alimentarla fu una tacita voglia di dare una bella spallata antidemocratica al regime del Caimano; che doveva essere un appuntamento con la storia cui tutti i progressisti erano invitati, meglio se equipaggiati di videocamere, perché qualcosa doveva sicuramente «succedere»; che da tutta Europa scesero sciami di lanzichenecchi, di compagni maneschi richiamati dalla speciale occasione di un G8 in casa Berlusconi, per mettere a ferro e fuoco la città, cosa che fecero egregiamente; che, disgraziatamente, il morto ci fu, ma in circostanze talmente chiare da non dare neanche un appiglio appena appena serio alla dietrologia antifascista; che nonostante una gigantesca provocazione portata all’estremo, anche se in parte inconscia, o meglio, vigliaccamente inconscia, intesa a testare fino alla rottura lo stato di diritto sotto il governo Berlusconi, nella notte della democrazia alla Diaz e alla Bolzaneto non morì nessuno, né il «massacro» lasciò un guercio od uno sciancato per strada. Il Culto della Memoria Deviata serve appunto ad inquadrare la storia attraverso uno sceltissimo buco della serratura, e a lasciar fuori tutto il resto. Serve appunto a dimenticare.
Rifondazione immorale
La moralità di una società non si crea con le norme. Alla base di ogni società naturale c’è una solidarietà che si è sviluppata col tempo seguendo le vie della storia, che sono sempre storte, impervie, ma che tendono a fondersi, ad intrecciarsi fino a costituire una rete robusta, atta a sostenere i traffici della civiltà. Se questo sentimento sociale è sviluppato esso costituisce un freno naturale alla corruzione dei costumi perché anche chi vi è inclinato si rende conto dell’interdipendenza dei destini individuali in una società siffatta, e partecipa dell’istinto di conservazione generale. Quando viene meno, ed ognuno trova naturale pensare unicamente per sé, a surrogarlo interviene il cancro legislativo, che peggiora le cose, aumenta il senso di sfiducia, gonfia le prerogative dello stato, e divide gli uomini. Le società più immorali e corrotte sono spesso quelle più burocratizzate.
L’Italia deve fuggire quest’ansia farisaica di rifondazione morale, che è un sentimento distruttivo. E’ esso che ci condanna all’immobilismo, alla paura, alla diffidenza, ad invocare messianicamente l’intervento della legge per risolvere problemi culturali. Chi l’ha alimentato stoltamente ora comincia ad averne paura. A cinque anni di distanza dal lancio de “La Casta”, l’articolo di qualche giorno fa di De Bortoli sul Corriere della Sera suona come un‘excusatio non petita. Scrive De Bortoli:
L’antipolitica è una pratica deteriore che mina le fondamenta delle istituzioni. L’idea che una democrazia possa fare a meno dei partiti è terreno fertile per svolte autoritarie. Le inchieste di Rizzo e Stella, pubblicate dal Corriere , sui costi (scandalosi) della politica sono state lette da più parti con fastidio e disprezzo. Eppure non erano e non sono animate da un pernicioso qualunquismo, ma da una seria preoccupazione per l’immagine pubblica degli organi dello Stato e per la dignità dei rappresentanti della volontà popolare.
Invece “La Casta” fu proprio un libro pernicioso, che io, al contrario degli ingenui, mandai di cuore a quel paese senza mai aprirne una pagina perché, con la scusa dei “fatti”, troppo scoperta era la volontà di far gli occhi dolci all’antipolitica nella speranza di poterla poi controllare a proprio vantaggio. Con “La Casta” la classe soi-disant dirigente sdoganava un populismo vero, dopo anni di chiacchiere su un populismo inesistente, il berlusconismo. Lo dico a quelli che cercano il populismo nello stile dimenticando la sostanza, e specialmente a Galli della Loggia, il quale – manco per caso che ne imbrocchi una – nelle “cadute” di Berlusconi e Bossi vede la fine del ruolo centrale nella politica italiana del “Nord ideologico”, senza rendersi conto che si può dividere il paese orizzontalmente, geograficamente, ma lo si può dividere anche verticalmente, al suo interno, attraverso la lotta di classe, versione marxista di quel puritanesimo giacobino – il democraticismo settario dei “migliori” e dei fedeli alla “Costituzione” – che dai post-comunisti è stato ripreso dopo la caduta del muro. Il vero populismo e le forze della disgregazione sociale stavano per vincere dopo Mani pulite. Fu Berlusconi ad opporvisi. Fu quella di Berlusconi l’unica proposta “nazionale”. Egli imbragò il secessionismo leghista, tirò fuori dall’apartheid la destra missina, mise insieme i pezzi della destra, guardando al futuro. Non per niente chiamò il suo partito “Forza Italia”. La sinistra è ancora ferma alla “questione morale”, che è la negazione della politica, ed è populismo allo stato puro. In questo quadro anche la nascita del governo dei tecnici è stato un sostanziale cedimento all’antipolitica. Lo prova il fatto che l’unica cosa fin qui combinata dal governo Monti è la riforma delle pensioni, fatta appunto in un momento di debolezza o sospensione democratica, allorché partiti e parti sociali erano troppo deboli, e l’opinione pubblica muta, di fronte all’abbrivio rivoluzionario che accompagnava la compagine governativa. Ma i suoi grandi elettori della grande stampa “liberale”, che ora si spaventano del deserto della politica italiana, non se ne avvedono. Forse, tra cinque anni, faranno obliquamente mea culpa. Nel frattempo continueranno a vezzeggiare chi vaneggia di pulizia, pulizia, pulizia…
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (68)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
WALTER VELTRONI 02/04/2012
Quando, folgorato dall’amabilità di Walter e sedotto dalle infinite possibilità del ma-anchismo, si era buttato a sinistra, tra lo stupore e le risatine maliziose dei suoi colleghi della Serenissima, l’imprenditore Massimo Calearo aveva subito dato prova del suo ameno carattere, mettendo serafico le mani avanti: “Io non sono di sinistra”, disse. E lo dimostrò ampiamente, e coerentemente, con le sue uscite e le sue trasmigrazioni parlamentari. E’ da tre mesi che in pratica non va in parlamento a lavorare. “Non serve a nulla”, ha detto. Ma non si dimette, l’imprenditore con la Porsche regolarmente immatricolata in Slovacchia, anche perché “con lo stipendio da parlamentare pago il mutuo della casa di 12.000 euro al mese”. Tanto candore non ha trovato il giusto apprezzamento. Ne è nato un putiferio, al cui scoppio questo bizzarro personaggio si è come ridestato, spiegando il suo assenteismo con la volontà di rimanere vicino alla moglie, morta nei giorni scorsi dopo una grave malattia, circostanza fino ad allora misteriosamente taciuta, e decidendo di dimettersi per metter fine alle polemiche e agli insulti, ai quali ha risposto cordialmente dando degli “sciocchini” agli ex colleghi del PD. Walter Veltroni, che con l’ingaggio nelle file democratiche di un pezzo grosso dell’imprenditoria veneta pensava di aver fatto un colpo da maestro in partibus infidelium, ed è invece finito nel mirino delle critiche del popolo progressista, l’ha definito “una persona orrenda”: propria ora che nel tanfo moralistico nel quale siamo caduti la placida sfrontatezza di Calearo sa quasi di virtù.
MATTEO RENZI 03/04/2012
Il rottamatore ce l’ha coi politici che «rinunciano all’idea forte, alla visione di ampio respiro», e che «vivono alla giornata, senza mettere mano, una volta per tutte, alle regole del gioco». Lui invece, par di capire, è di tutt’altra pasta: si nutre di idee e di convinzioni profonde, che sfidano il tempo, le convenienze, le mode, le vane chiacchiere. Per metterlo in chiaro è già al suo secondo libro, «Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter», il cui titolo da cazzeggio iperbolico già ci prepara alle formidabili intuizioni del sindaco di Firenze, vere e proprie minchiate di classe purissima, come quelle di pensare «al granduca Cosimo come a un rottamatore ante litteram», ai «Medici come a banchieri favorevoli alla patrimoniale», a Dante come «modello per la sinistra». Non c’è Madre Teresa, Che Guevara neppure, ma il Jovanotto, quello c’è tutto.
ROBERTO SAVIANO 04/04/2012
Lui l’aveva detto. Cosa? Che la mafia calabrese “interloquiva” col potere politico nel nord Italia, e quindi anche con la Lega. E le indagini di questi giorni lo dimostrerebbero. E che c’è di strano? Sono decenni che le cose vanno così: prima si lanciano i palloni sonda, una paroletta buttata là; poi si comincia a cucinare la preda a fuoco lentissimo; ed infine arriva la nostra coraggiosa magistratura, che sente puzza di bruciato. Come dimostrano le indagini di questi giorni.
L’A.N.P.I. & ALBERTO PERINO 05/04/2012
A sessantasette anni dalla fine della seconda guerra mondiale esiste ancora l’A.N.P.I., l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che non è un club di reduci, perché sennò di novantenni che sparacchiarono col fucilino contro l’invasor ne resterebbero invero pochini, ma una tetra fratellanza di guardiani della democrazia, con la fissa dell’Antifascismo, della Costituzione, della Resistenza. La loro democrazia è così piena di valori indiscussi, di verità da ossequiare, di parole d’ordine, che non potete muovervi di un centimetro al di fuori di questo civico catechismo senza correre il rischio di essere sospettati di fascismo. Occhieggiar di qui e di là, e dare l’allarme, è la sciagurata occupazione di questi mezzi invasati. Alcuni dei quali, non raramente, diventano invasati del tutto, giacché sulla via della perdizione l’estremismo facinoroso è lo stadio immediatamente successivo al roboante legalitarismo. In questi casi c’è da piangere, veri e propri drammi famigliari: chi sta con l’accigliato Partito, chi con i Trotzkisti. Prendete i No-Tav, che più partigiani di loro – a loro giudizio, s’intende – non c’è nessuno. Il loro leader, Alberto Perino, se l’è presa con la sezione A.N.P.I. Vigentina di Milano, che – a sua detta – ha negato la tessera ad un resistente partigiano No-Tav arrestato per gli scontri a Chiomonte, a lui e ai suoi famigliari; e anche con Carlo Smuraglia, amico – a sua detta – della famiglia dell’arrestato, «ma anche l’avvocato di Caselli e si capisce tutto», il quale a marzo aveva organizzata un’assemblea pubblica a Milano col Procuratore Capo della Repubblica di Torino, e aveva criticato duramente l’abuso della parola “partigiano”, a dimostrazione che quando vuole il Partito ha pure il senso dell’umorismo. Perino ha parlato senz’altro di atteggiamento fascista. E la sezione A.N.P.I. di Bussoleno si è schierata con lui. Ecco, nel 2012 queste cose accadono ancora nel nostro paese. Meriterebbero di essere seppellite da una risata, se queste teste di rapa non fossero legioni.
STEFANO FOLLI 06/04/2012
Il segreto di un certo giornalismo dei piani alti è tutto racchiuso nei toni: pacati, paternalisti, guardinghi, vigliacchetti anche quando si fa la voce grossa. Questa musica uniforme, come la nebbia spessa, si adatta a tutto e tutto nasconde, specie le più disinvolte cretinate. All’editorialista del Sole24Ore, per esempio, il Monti che oggi «punta alla stabilità», che ha lavorato con successo al «compromesso possibile» sulla riformicchia del lavoro, che «non ha umiliato» le forze politiche, ma che anzi «ha restituito un ruolo a Pdl, Pd e Udc», dando consistenza politica al governo dei tecnici, pare uno statista coi fiocchi, anche se qualche mese fa il suo piagnucoloso partito, quello del Fare presto! Fare Presto! Fare presto!, lo aveva chiamato al capezzale d’Italia per fare tutto il contrario, ossia tutto il bene della patria, con piglio rivoluzionario, non guardando in faccia nessuno. Se non è proprio ebete, il lettore non manca di cogliere la sfacciata contraddizione, ma i modi felpati lo addormentano e alla fine l’infinocchiano. Cosicché il nostro amabile imbonitore è pronto a ricominciare lo scherzo, due righe più sotto, come se niente fosse: «Se si vuole fare sul serio», scrive «i prossimi nove-dieci mesi dovrebbero scuotere l’albero dei vizi italiani come mai è accaduto in passato. Ci si augura che Monti abbia voglia di rischiare. E che i partiti della grande coalizione mascherata non siano solo un freno, ma vogliano rendere un servigio al Paese. Del resto, il presidente del Consiglio ha detto pochi giorni fa di “non voler tirare a campare”. Dopo il compromesso sul lavoro, ecco l’occasione di dimostrarlo. Con i tre partiti, se vorranno seguirlo. Oppure mettendoli di fronte alle loro responsabilità, se esiteranno.» Oh cazzarola, è così che si parla! Fare sul serio! Fare sul serio! Fare sul serio!
Romanzo di un depistaggio
E’ uscito nelle sale l’ultimo film di Marco Tullio Giordana, “Romanzo di una strage”, dedicato alla strage di Piazza Fontana. Personalmente trovo poche cose così mortalmente noiose, deprimenti, e piccine come questa fissazione della cricca degli artisti italiani più consapevoli per i “misteri” del recente passato. Il film infatti è già un evento, al quale, qualunque sia la vostra opinione sull’opera e sulla ricostruzione storica della vicenda, dovete pagare un tributo di attenzione, se non volete essere tagliati fuori dal salotto virtuale dei chierici dell’intellighenzia democratica. Ma voi, se siete interessati a cogliere il profilo di una certa Italia, e non alla chiacchiere, fregatevene del film ed osservate l’umanità che vi traffica intorno e che partecipa al “dibattito”. Le reazioni non si sono fatte attendere. Adriano Sofri ha addirittura fatto esplodere una molotov nella piazza mediatica con un pamphlet di cento pagine e passa contro certe tesi sostenute nel film, da lui qualificate assurde. Come per ogni vicenda storica, e umana, anche quella del terrorismo contiene aspetti paradossali, ombre, stranezze. Su questa realtà minuta ci si è tuffati, pur di fuggire la realtà stessa, nell’intento di cogliervi la trama nascosta del grande disegno antidemocratico chiamato strategia della tensione. La stessa cosa è stata replicata qualche anno dopo per le vicende di mafia. Questo assunto di fondo, che è il vero grande depistaggio che distorce la vita politica e culturale italiana, non viene mai veramente meno, cosicché anche quando irrompono nella scena nuove ipotesi, nuove scoperte, ed opinioni eretiche, e il quadro storico si fa più umano, meno schematico, questo travaglio intellettuale sa di muffa, come se sviluppasse in un circolo chiuso frequentato dalla solita famiglia dedita alla superstizione del servizi deviati, specie di categoria dello spirito di un popolo che davvero avrebbe ormai bisogno di respirare aria fresca, invece di passare il tempo a grattarsi con gusto la solita rogna. Sulle trame, sulle “stragi di stato”, sui servizi deviati, l’Italia migliore – quella più tentata dalle spallate antidemocratiche di piazza – ha costruito le sue fortune. Mantenere in vita questa fiction – questo grande romanzo – serve a perpetuarne l’egemonia culturale e il potere di suggestione. L’essenziale è che sia la sinistra a mettere il sigillo ad ogni nuovo capitolo di questa storia, quand’anche fosse in palese contraddizione con quello precedente: fuor di essa, della sinistra, nulla salus.
E’ una patologia che ha distorto perfino il linguaggio e il senso comune. Due esempi di questi giorni a proposito della riforma del lavoro. Prendete Ichino. Non avete mai avuto la tentazione di prender a schiaffi una personcina molto ammodo, molto intelligente, molto preparata, mite, e retta, e tuttavia incapace di buttare il cuore oltre l’ostacolo e di prendere atto di una spiacevole verità? Io Ichino lo prenderei a schiaffi. Per difendere la necessità della riforma presso i compagni di sempre deve per forza ricorrere al più assurdo degli argomenti, quello che associa il buono e il giusto alla sinistra: «Sì alla riforma, è di sinistra la parità tra protetti e non protetti», argomento che appartiene ad un credo filosofico-religioso, non alla politica e alla storia. E non sfugge alla trappola nemmeno Giuliano Ferrara, che peraltro ama épater le bourgeois e perciò ogni tanto inciampa nella sua piacevole irruenza, il quale, richiamandosi al libretto di successo firmato qualche anno fa da Giavazzi ed Alesina, quando certa sinistra voleva insegnarci il vero liberalismo solo perché il liberalismo era alla moda, scrive che in un certo senso non troppo paradossale, “un mercato del lavoro libero è una cosa di sinistra”. La quale invece è una sciocchezza bella e buona, tutta italiana, e non degna di te, Giuliano, che dalla famiglia ti sei emancipato da una vita.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (67)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
PIER FERDINANDO CASINI 26/03/2012
Per timore che si dubiti della vostra intelligenza, ci sono cose che voi mortali non direste mai, tanto sono scontate. E sbagliate. Poi arriva lui, Pierferdy, che le sa apprezzare e recitare con una convinzione che confonde i più scafati. E’ di ieri l’ultima, in tutto il suo nudo, inattaccabile splendore: «Se si continua così il governo prima o poi entra in crisi sul serio». Confessate: quantomeno vi chiedete se ci sia sotto qualcosa. E sbagliate di nuovo.
MARCO TRAVAGLIO 27/03/2012
Come sapete, è morto Tabucchi, lo scrittore, noto anche per indulgere in un giacobinismo la cui strepitante e comica intransigenza scimmiottò un indomabile spirito di verità. Molto gli piacque vivere la mistica del regime, della cui problematica esistenza il pathos sprigionato dal suo animo intrattabile doveva servire da dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. In breve, fece l’offeso, non si sa da chi e da che cosa: per questo fu ancor più riverito, ancor più premiato, ancor più pubblicato. Per Marco, un martire. Ma soprattutto un uomo libero. Da contrapporre ai servi, tipo Ferrara, e idealmente, nel suo ambiziosetto piccolo, il sottoscritto: con la nostra simpatica e virile faccia da schiaffi siamo la sua magnifica ossessione, sempre e comunque, ogni occasione è buona.
L’UNITA’ 28/03/2012
Come sapete, è morto Tabucchi, lo scrittore, noto anche per indulgere in un giacobinismo la cui strepitante e comica intransigenza scimmiottò un indomabile spirito di verità. Molto gli piacque vivere la mistica del regime, della cui problematica esistenza il pathos sprigionato dal suo animo intrattabile doveva servire da dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. In breve, fece l’offeso, non si sa da chi e da che cosa: per questo fu ancor più riverito, ancor più premiato, ancor più pubblicato. L’Unità.it vuole ricordarlo in modo speciale, offrendovi in allegato un suo racconto pubblicato dal quotidiano nel 2001. Titolo: «Incubo». Argomento: quello. La loro magnifica ossessione, sempre e comunque, anche nell’attimo dell’ultimo commosso saluto alla salma dello scrittore giunta alle porte dell’Ade. In caro estinto, già mezzo sintonizzato con la larghezza di spirito dell’Eterno, farà fatica a credere a tale ingiuriosa piccineria: ancora Lui! Qui! E’ un incubo!
STAFFAN DE MISTURA 29/03/2012
All’inizio della vicenda dei due marò arrestati dalle autorità indiane, la reazione del nostro governo fu timidissima, quasi silente. Con l’andar del tempo una certa impotenza ha trovato sfogo nell’innalzamento dei toni, ed ora non passa giorno che i rappresentanti delle nostre massime istituzioni non ripetano che “non lasceranno soli” i due militari, come ha fatto anche ieri il ministro della Difesa. Di grazia, perché dovrebbero? Anche se fossero colpevoli, e non solo innocenti o arrestati arbitrariamente, l’Italia avrebbe il dovere di patrocinare i loro diritti. Sentire invece il dovere di sottolinearlo, quantomeno rende plausibile ciò che plausibile non dovrebbe essere, ed ingenera sospetto. Il sospetto che il silenzio ed gli strilli siano figli dello stesso padre: il non saper che pesci pigliare. Prendete il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, sempre ieri: “Noi non molleremo mai i nostri marò”, premette, come da copione; e poi spiega quasi bellicoso che se l’Alta Corte del Kerala dovesse decidere che la giurisdizione è indiana “l’Italia, di conseguenza, continuerà ad alzare i toni sulla questione; impugnerà la decisione e si rivolgerà alla Corte suprema”. Nientepopodimeno.
CORRADO PASSERA 30/03/2012
Per il ministro dello sviluppo economico siamo nel pieno di una recessione che non passerà tanto presto. Bene. Voglio dire, dice la verità. Aggiunge che per uscirne bisogna accelerare su tutte le riforme strutturali in programma. Bene. E ribadisce che bisogna pensare ad una crescita sostenibile dal punto di vista finanziario e non fondata sul debito. Benissimo. Il problema più urgente da risolvere, però, è quello della stretta creditizia con la quale le aziende e le famiglie fanno oggi drammaticamente i conti. Malissimo. Sapevo che non durava. Non perché non siano vere, la stretta creditizia e l’urgenza di porvi mano. Ma perché il “credit crunch” viene vagamente presentato come una specie di accidente causato da una somma di imperizie. E non da quella economia fondata sui debiti, e quindi anche sull’espansione creditizia, evocata un secondo prima.
Era meglio la Milano da bere
Andiamo proprio bene: ora ci sono quelli che per iniziare a “pensare”, nel nobile senso di “meditare”, devono entrare in ambulatorio. Che siano malati o che questa naturale facoltà si stia atrofizzando nella specie umana? Il miglior ambulatorio sulla piazza sembra essere quello di Marina Abramović, illustre santona della Performance Art, secondo la quale «non dobbiamo più sentirci in colpa quando non facciamo niente; spesso la noia può essere l’inizio di qualcosa di nuovo», affermazione che sottoscrivo senz’altro. Quando ho tempo, e anche quando non ne ho, io ci casco spessissimo: non faccio un bel nulla. Non riesco a fare nulla. I cretini combattono quest’apatia, i saggi no: sono convinti che è Dio che bussa alla loro porta. Tutto piano piano si azzera, l’occhio aperto non guarda più nulla, e l’eterna domanda – Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? – s’insedia regale nella capoccia. Ho scritto “regale” e non “tirannica” perché il suo dominio è dolce e oscillante, e vi fa sentire come un piccolo legno sulle pigre onde dell’oceano – provate ad ascoltare “Une barque sur l’océan” di Maurice Ravel – che vi portano lontano lontano sopra la vertigine degli abissi, fino all’arrivo nel solito porto, o addirittura in uno nuovo, più avanzato sulla rotta della Terra Promessa. Rinfrancati, potete rientrare nella realtà, guardandola dall’alto in basso. Gli abissi rappresentano l’angoscia esistenziale, un dolorino di fondo che sempre vi accompagna, e che un uomo appena appena serio non può fuggire; la crociera in barchetta un modo onesto e piacevole di affrontarlo, anche quando vi toccherà “sudare sangue”. Riassumendo il tutto, diciamo che son nato con la bocca aperta: questo è il mio metodo, e in questo mi sento fratello di molti colossi dell’umanità.
Poi c’è il metodo Abramović, che serve solo agli snaturati, e che non ho ancora ben capito per quale stravagante motivo rientri nel campo dell’arte. All’artista serba piace farla difficile. Sedute interminabili, alla ricerca del perfetto silenzio, e del perfetto dominio del corpo e della mente. L’artista elabora una scena piuttosto nuda e una liturgia ancor più essenziale. L’importante è che siano cose da deficienti, ma avvolte in un soggiogante silenzio, così che invece di costringervi a ridacchiare, a meno che non siate l’infame Franti, è molto probabile che catturino la vostra attenzione o che almeno vi spingano a grattarvi educatamente la testa. Però se siete discepoli della santona esse vi assorbiranno poco a poco, con esse vi compenetrerete, dimenticherete il frastuono del mondo, e incominceranno le meraviglie. E’ un’arte situazionale che dà risultati emozionali, e che ci rivela una verità antica e insieme rivoluzionaria: slow thinking is real thinking, yeah!
Poteva la Milano istituzionale dell’era Pisapia restare indifferente a queste insulsaggini? Non poteva. L’assessore alla Cultura Stefano Boeri, amico dell’artista, convinto che «un po’ di meditazione non possa fare che bene», e forse convinto che la meditazione non possa essere tale se non somiglia ad uno stato di trance che fa a pugni con la natura ma la cui ieratica seriosità abbaglia i gonzi, ha scritto una e-mail ai suoi colleghi di Palazzo Marino:
Cari colleghi, riceverete un invito a partecipare sabato 24 marzo alla performance di Marina Abramović al Pac. Come sapete, l’artista intende l’arte come esperienza diretta con il pubblico e durante le performance crea condizioni molto particolari di intensità intellettuale ed emotiva; si tratta di abbandonare per circa due ore ogni contatto con il mondo esterno e di seguirla in un’esperienza di rapporto diretto con lo spazio e con gli oggetti che compongono l’installazione.
Non ci crederete, ma ci sono andati, questi campioni della nostra classe politica, quella che non crede a nulla. Assessori e consiglieri, comunali e provinciali. Tutti in camice bianco, pronti per il grande viaggio al centro del proprio io. Sono rimasti sdraiati, poi seduti e infine in piedi. Verso le 23, Boeri, che nel corso del trip aveva oltrepassato prima le Colonne D’Ercole e poi anche l’Ultima Thule, è svenuto. I medici, poco rispettosi della potenza dell’arte della Abramović, parlano di un calo di pressione, ma che ne sanno loro? Chissà cosa ha visto Boeri! Forse cadde come corpo morto cade! Forse ci lascerà la Divina Commedia del nuovo millennio!





