Quell’inutile schiaffo alla Cristianità

November 5, 2009 Zamax 6 comments

Torno subitoIl professor Michele Ainis, sulla Stampa, ci ricorda che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è un retaggio di regolamenti e circolari degli anni dell’epoca fascista, seguiti ai Patti Lateranensi. Ma che “si può subito osservare che nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole.” Si potrebbe anche osservare che la Repubblica Italiana, in questo caso, è stata abbastanza saggia da non fare di un simbolo una questione di “principio”; ossia da non fare di un simbolo, che pure ha accompagnato la nostra storia per millenni e che fa parte della nostra tradizione, un “idolo”. Quando si parla di “tradizione”, nel senso comune del termine, si parla di cose in ultima analisi “periture”, o meglio, non per forza “imperiture”, e tuttavia legate in ogni caso ad una storia che non è ancora morta. Ragion per cui si dovrebbe far uso di pragmatismo e buon senso in una questione dove col pretesto di non “offendere” la sensibilità di qualcuno si offende la sensibilità di molti (che pena, francamente, queste anime sensibili appena arrivate dalla faccia oscura della Luna o da Marte che alla vista del crocifisso urlano come se qualcuno stesse martellando le falangi delle dita delle loro mani delicate!). Sennonché i maestrini di laicità che hanno applaudito la recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sulla questione del crocifisso, presi dai loro astratti furori, estranei ad ogni prudente e temperante rispetto per costumi magari vecchiotti ma non ancora passati a miglior vita, né dall’opinione pubblica italiana sentiti come tali, vorrebbero al contrario “imporre”, loro, per legge, la non-esposizione del crocifisso. Perché la sola esposizione nelle scuole pubbliche, che nulla in realtà impone a chi le frequenta, per questi occhiuti guardiani della democrazia fuori della storia rappresenterebbe una sorta di muta intimidazione spiccatamente religiosa che lederebbe addirittura le libertà fondamentali previste dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo. Al Comitato dei Lumi che in nome della perfetta neutralità s’intestardisce a mostrare la via, la verità e la vita al popolo, con gran gioia fra l’altro dei replicanti del nostro disgraziato spirito azionista, sfugge il fatto che se col tempo maturerà nell’opinione pubblica una totale indifferenza o un sentimento ostile alla sua esposizione, il crocifisso sparirà da solo dalle scuole. Non volendo dare tempo al tempo, e forse temendo che il volgo pensandoci bene rimarrà affezionato ancora a lungo al crocifisso nelle aule, ora come ora è solo una forzatura, nelle intenzioni esemplare; un inutile schiaffo alla Cristianità da parte degli Idolatri della Legge, i devoti di quella fede sedicente liberale nella quale molti giacobini si sono riciclati. Anche nella terra del sol dell’avvenire liberal-giacobina, come in quella dei millenarismi comunisti o nazisti, l’uomo può tirare finalmente i remi in barca – sollevato da quella sofferenza intellettuale che la schiavitù del tempo e dello spazio gl’impone e che va contro la sua più intima natura – affidandosi al Dio in terra della Legge. Una Legge che meravigliosamente tutto disbriga e ordina, dove singolare e plurale si compongono definitivamente e senza sforzo ad armonia. Dove tutto è chiaro, perfetto, lucido, e soprattutto “ovvio”. Dove tutto è già previsto per sempre e per tutti. E’ un’eresia speculare a quella dei tradizionalisti, un millenarismo che guarda al futuro come quello di questi ultimi guarda al passato, ambedue legati ad un feticismo dei simboli dove la lettera regna sullo spirito.

Che tristezza! E che tristi e maledetti figuri! Ma che vadano al diavolo! Fortuna che un ricordo dei tempi passati mi viene in soccorso, e mi riconcilia con l’umanità. Quella normale, ah ah ah… Ai tempi del Liceo tra i miei compagni di classe c’era un certo M. Zan… Nel registro di classe veniva subito dopo di me, M. Zam… Eravamo ultimo e penultimo. Questo ZZBottom aveva creato una sorta di cameratismo alfabetico tra noi due, quelle profonde intimità che si creano nel momento del pericolo comune, in concreto quello delle interrogazioni. Proprio questo compagno dalla zazzera bionda ebbe un giorno un’idea superinflazionata ma che a un campagnolo come me parve audace e geniale, una di quelle idee capaci di fruttare milioni ai celebrati ciarlatani dell’arte dei nostri giorni, dediti a sezionamenti di carcasse di animali ed impiccagioni di bambolotti e con mia grande sorpresa ancora a piede libero. Sono convinto che la covasse da molto tempo, settimane, forse mesi, ed avesse studiato il piano con lo zelo del cospiratore anarchico di fine ottocento. Stava dunque per scoccare quella mattina l’ora di religione. Nel trambusto di quei pochi minuti del cambio di guardia tra il prof montante e quello smontante, si avvicinò alla cattedra, montò in piedi sul sacro trono da dove si officiava la cultura, staccò dalla parete dietro la cattedra il crocifisso di legno e, giratolo, lo riappese al chiodino schiacciando la faccia del Figlio di Dio sulla superficie fredda della parete. Mentre sulla faccia oscura della Croce, che nuda ci guardava, attaccò un bigliettino con su scritto: “Torno subito”. Appena entrato il sacerdote – c’era sempre qualcosa di tormentato in lui – non si accorse di nulla, segno che il telefono rosso con l’Onnipotente quel giorno non funzionava benissimo. Alla scoperta del misfatto più che lo Spirito Santo lo guidarono occhiatine e sghignazzi di banditelli sempre più impazienti di vedere l’effetto dello scandalo. Alla fine girò la testa, alzò gli occhi per un momento, poi rivolse lo sguardo verso di noi. Cominciò a scrollare lentamente la testa, sorridendo mestamente, di compassione senza alcun dubbio. Il colpevole fu subito scovato poiché tutti noi lo guardavamo e lui stesso cercava i nostri occhi, atteggiandosi ad eroe. Poverino. Nonostante fosse juventino, cosa che raramente si coniuga con la nobiltà d’animo, era tutt’altro che un cattivo soggetto. Il sacerdote non disse nulla e non fece nulla. Provvide, come sempre, una delle pie donne della nostra classe, che cominciava a temere per la sua anima, dopo un quarto d’ora di cattività della croce, a rimettere nella sua posizione Nostro Signore. Ammetto: risi anch’io, anche se quell’atto sacrilego non l’avrei mai fatto. Ancor oggi non riesco a rievocare questo ricordo senza che mi si disegni sulle labbra un sorrisetto; non mi sento neanche colpevole: so distinguere la croce dal feticismo della croce.

Le vittorie di Pirro dell’Islam e degli utili idioti democratici

November 5, 2009 Zamax 3 comments

Giornalettismo[Sull'improvviso ravvivarsi della questione dei crocifissi in aula, dovuta alla recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo, ho scritto un articolo in buona parte messo insieme con cose già scritte in passato in questo mio blog, alcune anche tre anni fa: mi lusingo del fatto che, dal mio punto di vista - ovviamente - stiano tutte ancora perfettamente in piedi]

Non saranno certo la decisione dell’antica antichissima e prestigiosa prestigiosissima Università di Cambridge di ammettere il burka alle cerimonie di laurea o la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, contraria alla presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche, a cambiare il corso della storia. Che una studentessa musulmana, alla conclusione del corso di studi in quel di Cambridge UK, nel giorno del suo trionfo, e non nella notte di Halloween, abbia il fegato di indossare uno straccetto che la fa somigliare ad un semovente blindato di stoffa senza visibili feritoie, dice di più, forse, dello stato morale della cultura accademica europea che dei capricci della signorina; che la pomposa Corte annoveri tra i suoi componenti l’immancabile Zagrebelski – Vladimiro stavolta – indica ancora un volta come una certa nostra nomenklatura sappia piazzare i suoi uomini dappertutto giocando al martirio democratico. Tuttavia sul gran sfondo della storia queste cose non costituiscono che degli episodi di cronaca, delle piccole battaglie perdute da parte di un cristianesimo e di una civiltà cristiana destinati a vincere.

L’avanzata islamica nel mondo è solo un grandioso effetto ottico. L’Islam stesso è figlio – degenere – del Cristianesimo. E’ l’universalismo cristiano che ha dato forma alla nostra società occidentale accompagnandola nella sua evoluzione. Se ci si libera da una visione superficiale delle cose, e le si guarda da lontano e in profondità, si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena. E’ l’universalismo cristiano, con quell’unico Dio cui l’uomo finalmente e pienamente al singolare guarda come suprema istanza, che ha deassolutizzato il concetto di famiglia, di clan, di tribù, e di nazione e che ha posto questo mondo sotto il regime di una legge transitoria, positiva. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura. Senza quelli in cosa si differenzierebbe da un ente o da un’associazione? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia. Su questa base essa ha potuto agire in libertà adattandosi nei secoli e millenni ai cambiamenti di una società della quale essa stessa aveva posto le basi, e la cui evoluzione in fondo si può riassumere nel frutto di uno scambio tra Dio e l’uomo quale cittadino di questa terra, non quale cristiano, nel quale il primo dà all’uomo tanta più libertà, anche di fare il male, quanto più quest’ultimo gli obbedisce nelle cose fondamentali. Storicamente parlando, le libertà individuali si ampliano sempre con un primo impulso di trasgressione, in cui la libertà si accompagna alla negazione della legge morale e quindi di un diritto naturale; ma lo spirito di conservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva: non si torna tuttavia indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà, ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati. Questa è la società cristiana, che non è la società dei cristiani.

Tutta la cultura dei “diritti dell’uomo” così come i totalitarismi moderni sono fenomeni concepibili solo al suo interno: sono fenomeni post-cristiani, così come l’Islam; anche le ideologie e le religioni anticristiane sono parodie del Cristianesimo; di un Cristianesimo che non superato il problema della morte e che non ha saputo distinguere la società cristiana dal Regno di Dio. Il monoteismo, e con sé l’attrazione irresistibile per i diseredati di un universalismo che radeva al suolo caste, tribù e clan – così come fu molti secoli dopo per quello dei rivoluzionari giacobini o di quelli comunisti, ma anche per quello purificato su scala ridotta dei nazionalisti – fu l’arma intellettuale che portò Maometto al potere; il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; la confusa sistemazione coranica di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento non è altro che il disegno e la storia di questo consolidamento. Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione. Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene; laddove Cristo le ha definitivamente sciolte, Maometto ha legato la Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

L’imperfetto universalismo islamico si trova oggi sotto la pressione irresistibile della civiltà cristiana – quella società che invece il Cristianesimo, rimanendo fermo nei suoi pochi principi, ha saputo declinare nella storia e nella geografia senza far violenza a popoli e nazioni – e a questa penetrazione cristiana indiretta, inodore, camaleontica, ma terribilmente reale nei costumi e nel linguaggio soccomberà. Ed è proprio per questo che in Occidente, sulla linea del fronte, senza forse rendersene pienamente conto, quello stesso Islam che nei secoli scorsi esercitò perfino fra le arti della Cristianità il fascino di un mondo sensuale e tollerante benché popolato da infedeli, oggi adotta delle linee di resistenza fondate su un assolutismo dei precetti dagli esiti a volte carnevaleschi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

In un mio commento, per chiarire meglio il mio pensiero sui rapporti nella storia tra Stato, Società e Cristianesimo, ne ho fatto un piccolo riassunto, sempre con un collage di vecchie cose:

Nel secondo secolo dopo Cristo, e quindi la bellezza di circa 1850 anni fa, Giustino Martire (100-165 d.C.) a difesa dei cristiani, appellandosi al carattere pio, filosofico e “razionale” del sovrano, indirizza all’Imperatore Antonino il Pio una “Apologia per i cristiani” nella quale scrive, fra l’altro, con una chiarezza sorprendente che dovrebbe far riflettere quanti credono che il Cristianesimo, nei suoi rapporti con lo Stato, non sia alla radice diverso dall’Islam e che la distinzione fra Stato e Religione sia in definitiva solo un prodotto culturale di due millenni di storia occidentale:

«Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui. In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.»

(“soltanto Dio” e “sovrano degli uomini”, naturalmente: fin qui arrivavano, a loro rischio e pericolo.)

Io considero, retrospettivamente, che l’indipendenza dello Stato Pontificio – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo, quando a dispetto della loro potere temporale i papi spesso non erano sicuri nemmeno a Roma – sia stata necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Considerando inoltre la tendenza – quasi un carattere ereditario – alla frammentazione delle Chiese Protestanti, nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, è stato il Papato.

A questo proposito, faccio notare che l’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo sono tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico -, mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il “sentimento nazionale”, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare. E’ dunque ragionevole prevedere una lenta ma duratura Reconquista cattolica nel cuore dell’Europa protestante, che sappia raccogliere le istanze di chi non s’arrende alle derive relativiste di un’insana secolarizzazione, non della secolarizzazione in se stessa, nel quadro, oggi quanto mai necessario, di riconciliazione e ritrovata identità culturale continentale che la Riforma aveva spezzato.

PD: ritorno ai blocchi di partenza, e alla realtà

October 28, 2009 Zamax Leave a comment

GiornalettismoVolendo prendere i classici due piccioni con una fava, ha cominciato subito malissimo, il neoeletto segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani. “Siamo orgogliosi” ha dichiarato “di essere quelli che stanno facendo un partito, realizzando così la Costituzione repubblicana, che conosce i partiti e non i popoli. […] Siamo orgogliosi di fare un partito che non ha padroni, ma che fa dei congressi per scegliere chi li deve guidare”. La frase era stata evidentemente da lungo tempo meditata in vista della vittoria, per parare l’accusa di un ritorno al “vecchio”, al “partito”, al “PCI”, facendosi scudo proprio di quella Costituzione che è diventata la Bibbia Laica del neogiacobinismo antiberlusconiano cui fa capo il partito di Repubblica. Sennonché fa tristezza veder brandire dal “nuovo” segretario del più grande partito dell’opposizione, al momento della sua intronizzazione, la solita arma della delegittimazione preventiva della controparte politica, quella del “popolo” stavolta, in obbedienza agli impulsi sotterranei che dall’inizio della storia repubblicana hanno reso la sinistra italiana disperatamente settaria, minoritaria, anomala. Voglio comunque sperare che l’uscita di Bersani sia solo un perdonabile peccato di opportunismo e di furbizia; e oggi, nel momento del suo trionfo, mi va di essere magnanimo, anche perché il mondo della politica ci tortura ogni giorno gli orecchi con l’eco di straordinarie minchionerie.

La vittoria di Bersani, ben lontana da risolvere gli irrisolti nodi storico-culturali della sinistra, rappresenta tuttavia un timido ritorno alla ragionevolezza dopo le acrobazie senza rete del grande balzo in avanti democratico, che dell’oblio di una porzione ben selezionata di passato aveva fatto l’esca lusingatrice per i naufraghi del postcomunismo, in quanto permetteva loro di riciclare il settarismo comunista in quello più asettico dei devoti della legalità; tanto che in certi media con caratteristica improntitudine la figura del perfetto liberale oramai si confondeva con quella del perfetto giacobino. Ed una vita democratica decente non può basarsi sulla menzogna. Ora si ritorna ai blocchi di partenza. Si spera con maggior sincerità e autocritica.

L’elezione del nuovo segretario, nonostante le parole d’esordio, è una sconfitta per tutti i giustizialisti che agitano la Costituzione come un giorno agitavano il Libretto Rosso dei Pensieri di Mao; è un segno ulteriore che Repubblica non detta più la linea, del suo sempre più splendido isolamento, che viene dopo l’aspro confronto dei giorni scorsi tra Scalfari e De Bortoli, il direttore di quel Corriere della Sera che da settimane sforna editoriali rivendicando la sua “equidistanza” dalle fazioni in lotta; la quale esibita “equidistanza”, nel linguaggio dei bollettini della guerra civile a bassa intensità che stiamo vivendo in Italia da decenni, se non va letta certo come un “asservimento” a Berlusconi, equivale in ogni caso ad una sua vittoria decisiva.

Hanno vinto Bersani e D’Alema. Ma la situazione è molto diversa da quella di due-tre anni fa, quando la coppia trescava con piccolo establishment industrial-finanziario con l’intenzione di circuirlo e mangiarselo; quando, prima del definitivo tracollo elettorale prodiano, il quartier generale diessino aveva puntato tutto, lucidamente, su l’opzione tecnocratica. Il disprezzo di D’Alema per rifondaroli e compagnia era grande, ma era il disprezzo del vero comunista, del leninista di stoffa togliattiana, per il dilettante dagli eroici furori che non sa piegarsi a quel pragmatico cinismo che è la sola forma di moralità comunista. E quindi in cuor suo D’Alema rimproverava – allora – e giustamente, al coacervo ecopacificista e altermondialista della sinistra antagonista di essere poco comunista. Di non capire per esempio che lui e il suo abile braccio destro stavano lavorando al completamento della Dar al-Islam comunista, con la premeditata desertificazione di quel sottobosco economico – le piccole corporazioni “kulake” – che intralciavano la via alle grandi corporazioni rosse.

E’ una sconfitta pure per i partigiani di una sinistra-non sinistra fuori dalla storia, e quindi inutile, e quindi basata sull’inganno, che fossero il gruppo sparuto dei sinceri “liberal” o quello maneggione degli ex-democristiani. A Vernetti, un ex-margheritino che forse seguirà Rutelli nella sua nuova appassionante avventura centrista, non è rimasto che prendere atto dell’ennesima dura replica della storia: “c’è il rischio che Bersani accentui queste connotazioni e faccia tornare il PD ad essere un sincero e onesto partito di tradizione socialdemocratica. E questo sarebbe molto differente dall’idea originale del PD”. Singolare che le parole di questa orazione funebre suonino straordinariamente simili a quelle vergate da un famigerato scribacchino di questa famosa testata giornalettistica qualche tempo fa con intenti diametralmente opposti, quando dalla riva destra formulava l’auspicio per la sinistra di un “onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico”.

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Schifosi italiani

October 28, 2009 Zamax 7 comments

La Caritas sventola come un bollettino di vittoria il nuovo rapporto sull’immigrazione e i dati in esso contenuti: gli immigrati regolari sono 4.330.000, il 7,2% dei residenti. Ma circa 300 mila sono stati regolarizzati lo scorso mese. E quindi la percentuale sale al 7,7%. Siamo un paese di Serie A finalmente! Siamo sopra la media europea! E stiamo parlando solo di regolari. Ci stiamo avvicinando pure alla meravigliosamente democratica Spagna coi suoi poco più di 5.000.000 di immigrati regolari, di cui però una quota rilevantissima è costituita da latinoamericani di lingua spagnola, e alcuni come uruguayani o argentini differiscono dagli iberici in gran parte solo per l’accento; e anche alla Germania, che però conta ottanta milioni di abitanti, venti più dell’Italia, coi suoi 7.000.000. E allora, tutto bene? L’Italia non è più il paese delle cacce grosse al negro e all’abbronzato? Col piffero. Ci vorrebbe coraggio e schiena diritta per omaggiare sia pure di un piccolo “grazie” – di un buffetto, di una strizzatina d’occhio – le plebi dell’Italia berlusconiana: doti che evidentemente mancano a Mons. Schettino, presidente della Commissione episcopale immigrazione e migrantes, e a un Gianfranco Fini sempre più compreso del suo ruolo di scolaretto democraticamente perfetto. Invece…

Secondo il presidente della commissione migrantes, tra l’altro, i dati del nuovo Dossier Caritas ridimensionano l’allarme criminalità legato agli immigrati ed al contempo sembrano far “vacillare anche il cliché degli italiani brava gente a seguito dei ricorrenti atti di razzismo e intolleranza nei confronti degli immigrati”. Per questo, conclude monsignor Schettino, “bisogna cambiare e favorire condizioni di vita più serene per noi stessi e per gli immigrati” e “favorire un loro inserimento nella società”. Un processo che comporta diritti e doveri, sostiene la Cei, ma che può passare anche attraverso le regolarizzazioni per chi lavora, la concessione della cittadinanza e maggiori aperture sul voto amministrativo. Sulla scia della Cei, anche Gianfranco Fini ritiene che l’ignoranza e il pregiudizio siano i primi ostacoli da superare: ”In Italia non c’è razzismo ma tanta xenofobia che è l’anticamera del razzismo. E xenofobia – ha detto il presidente della Camera alla presentazione del rapporto Caritas – significa paura dello straniero. Intanto c’è molta ignoranza e su questo serve un impegno stringente delle istituzioni. In più non tutte le cosiddette agenzie educative, come la scuola, le istituzioni o i giornali, hanno rivolto ai giovani l’invito a riflettere. Per questo il primo impegno delle istituzioni è di contrastare il pregiudizio che è l’anticamera dell’ignoranza e della ripulsa”. (La Repubblica.it)

Ma ragazzi, parlo a voi, Mons. Schettino e Gianfranco Fini, una lisciatina di pelo piccola piccola – giusto per un briciolo d’umanità – a quella bestia ignorante dell’homo italicus non potete proprio farla? Vi fa proprio schifo? E poi ci si sorprende se quest’ultimo si sceglie il padrone che lo bastona di meno! Mah…

Le fissazioni di Tremonti

October 21, 2009 Zamax 4 comments

GiornalettismoIl mondo moderno, che è smemorato e vanesio, privandosi di uno strumento che ha tenuto botta valorosamente per millenni, per spiegare i malanni della specie umana ha voluto fare a meno delle care e vecchie passioni, quei disordini o malattie dello spirito che a partire da una piccola infezione incendiano la mente fino ad ottenebrarla completamente. Eppure sappiamo di faide sanguinose cominciate per un’occhiata storta dovuta alla cattiva digestione e alimentate per decenni – voire secoli – dalla suscettibilità e l’amor proprio delle tribù coinvolte. Visto da questa saggia e antica postazione, mai trascurata dal vero filosofo, il caso Tremonti è un libro aperto.

A Tremonti è capitata la sfortuna, fatale per l’uomo privo di senso dell’umorismo, di averne imbroccata una qualche anno fa, almeno agli occhi dell’uomo della strada in cerca di capri espiatori per il recente cataclisma economico-finanziario che ha colpito l’Occidente. Lo stesso uomo che poi invariabilmente s’incammina baldanzoso per la cattiva strada quando se ne blandiscano i vizi, com’è successo nei lustri passati quando, senza mai veramente invitarlo a smettere l’abitudine di succhiare la mammella dello stato, che carica di debiti le generazioni future, gli si è indicata come surrogato la via più glamorous degli istituti di credito e della finanza creativa, la cui generosità faceva pur sempre capo alle elargizioni del Principe, in una sorta di appaltato statalismo al quale, per meglio infinocchiarsi a vicenda, gli sciagurati figuranti di questa commedia avevano dato il nome di liberalismo selvaggio. Alla fine della bisboccia, spogliato il palcoscenico degli orpelli di un mercato drogato dove non si pagavano né errori né sfortune, lo stato si è ripreso quello che aveva dato, mettendoci stavolta trionfalmente il timbro. Cieco come una talpa, ma molto sicuro di se stesso, di tutto questo il superministro non ha capito un’acca. E’ rimasto abbarbicato alla sua idea primigenia dei tempi delle esternazioni colbertiste, quando, abbagliato, e spaventato, dai grandiosi edifici barocchi che la “finanziarizzazione” dell’economia stava erigendo, intuendone oscuramente le fragili fondamenta, molto oscuramente – dalla Pizia a Nostradamus la vaghezza è un must per i più avvertiti membri delle arti divinatorie – profetizzò il redde rationem. Vide il male nel costruttivismo ideologico e nello zelo che i neoconvertiti dal marxismo al liberalismo si portavano dietro come una tara genetica; purtroppo questa visione parziale è da sempre e soltanto il frutto della mezza genialità di un pensiero conservatore-reazionario che, non credendo alla libertà dell’uomo, pur di combattere il determinismo rozzo delle ideologie progressiste si trincera sempre più in un determinismo pessimistico che nel migliore dei casi è sapiente, sottile, anche profondo; che nella società vede un organismo complesso del quale anche il più microscopico dei vasi capillari ha la sua ragione di esistere, misteriosa solo all’intelletto dell’arrogante o dell’incolto; ma che alla fine nulla propone salvo l’ibernazione del consorzio umano.

A differenza della filosofia del suo predecessore teutonico, il Tremontismo dell’Occidente si accompagna a smilzi libretti prêt-à-porter che ne hanno decretato un folgorante successo presso un pubblico più sanguigno di quello sadomasochista che riesce a sciropparsi i sermoni freddi e ancor più sommari dei Guido Rossi o dei Gustavo Zagrebelsky. L’ego dell’uomo ne è stato solleticato in maniera irresistibile ed incontrollabile. Da allora il superministro si comporta come un bambino: passa il tempo a spiare le occasione propizie, questo o quel convegno, ed a assaporare anticipatamente, nelle lunghe veglie notturne trascorse a tornire i suoi bon mots, l’effetto blasfemo e suppostamene didattico del crescendo regolare delle sue dichiarazioni. Giulio ce le sventola sotto il naso civettuolo come Wanda Osiris agitava le sue piume e le sue paillettes o come il sottoscritto cosparge di anglicismi o francesismi i suoi scritti (ma, caro direttore, io conosco la mia malattia: approfitto appunto di questa modesta tribuna come garbage can per liberarmi di queste manie ridicole e presentarmi candido come un giglio all’appuntamento col destino). Beatamente ignaro che anche il vaudeville è un genere che non disdegna e anzi reclama genio e levità, Giulio vuole a tutti costi continuare ad épater le bourgeois. Full speed ahead. Ora siamo arrivati alla riabilitazione del posto fisso. “E credete che mi fermi qui?” sembra alludere con aria soddisfatta. No, malauguratamente: ma sarebbe meglio.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

I servi e le piazze

October 11, 2009 Zamax 2 comments

GiornalettismoE’ bastato che qualche colonnello berlusconiano evocasse la possibilità, o sostenesse l’opportunità, di una grande manifestazione pro-Cavaliere perché dal campo dei piazzaioli di professione – senza alcuna discussione i migliori del mondo, almeno di quello reputato civile – cominciassero a piovere accuse di populismo criptofascista e schioppettassero come petardi dalla bocche e dalle penne italoprogressiste i simpatici attributi da sempre riservati alla plebe a loro insindacabile giudizio non perfettamente democratica. Da sempre, da ben prima dell’era berlusconiana. E’ l’esito scontato dei vuoti di memoria di chi scivola sul piano inclinato di un conformismo tanto comodo e gratificante da offrire a chi lo pratica l’illusione di essere originale ed emarginato, e l’ebbrezza acrobatica di gridare nel branco sentendosi puro come un agnello sacrificale, senza minimamente sospettare di star replicando i vizi del passato. E così, come per quel nostro passato che non passa mai, non ci si è neanche provati a resistere alla tentazione di disegnare il quadretto sommario di un truppa di servi e servitorelli svelti nell’accorrere, per complicità o per terragna stolidità, in difesa del padrone e dei suoi particolari interessi.

Vogliamo ricordare, a questo riguardo, che la sgradevole espressione “servo dello stato” – sgradevole in quanto la parola “servo” fa pensare ad una acquiescenza passiva, da bruto o da essere inferiore, a differenza di quel sostantivo, “servitore”, comunemente usato, ad esempio, nella locuzione “fedele servitore dello stato” – vogliamo allora ricordare che questa sgradevole espressione, prima di trasformarsi stranamente e faticosamente per reazione alla protervia terrorista in un nobile attributo dei caduti sul terreno della guerra all’estremismo politico o della guerra al crimine, fu un epiteto dispregiativo divulgato negli anni ’70 dagli ambienti dell’estrema sinistra e dall’ampia corte di chierici al seguito? Vogliamo ricordare che ad usarlo, prima degli “uomini delle istituzioni”, furono i giustizieri delle Brigate Rosse, quando rivendicavano le loro prodezze omicide?

C’è nella sinistra italiana qualcosa che ricorda l’Islam: un serrare i ranghi, volenti o nolenti, dietro alla fatwa lanciata dall’ayatollah di turno, contro partiti o persone. Una pulsione messianica che fa ancora paura e che vive ancora sotto traccia persino in certi intransigentissimi liberali ai quali le frequentazioni anglosassoni non sono state sufficienti per guarire da italianissime tare giacobine. E a cosa conduce tutto questo, ancora una volta, se non alle “piazze piene” e alle “urne vuote” di togliattiana memoria, la formula che compendia inconsapevolmente il fallimento della sinistra durante i sessanta e passa anni di vita repubblicana? La debolezza della sinistra attuale non è il frutto di cause contingenti, perlomeno non solo; è il portato di una debolezza strutturale originale, cui ci si ostina a non porre rimedio. E’ un fatto straordinario per l’Occidente, anche dal punto di vista statistico, che la sinistra italiana non abbia mai vinto le elezioni, se non in coabitazione e per il rotto della cuffia, intruppandosi in coalizioni fragilissime e eterogenee all’inverosimile, raccattando voti dai centri sociali ai conventi, e nascondendosi dietro il faccione di un ex boiardo democristiano. Questo dato macroscopico dovrebbe far riflettere i cervelloni della nostra troppo sottile intellighenzia. E invece sembra loro sfuggire, per effetto di una rimozione collettiva. C’è sempre un palazzo democristiano, una cricca craxiana, un’anomalia berlusconiana che viene loro in aiuto.

Eppure basterebbe poco per capire che mettere costantemente gli italiani di fronte al primum vivere non è una politica; non solo, che la maggioranza silenziosa dei burini è oramai un corpo mitridatizzato, che fa spallucce alle cariche dei piazzaioli, dei giornali e della magistratura. E’ proprio di questo popolo non intimidito che la sinistra ha paura; della prontezza, sorprendente per la nostra storia recente, con la quale mostra di sollevarsi senza essere aizzato; e come un esorcismo ecco allora che da tante boccucce delicate escono a fiotti le incontinenze verbali del solito razzismo salottiero contro le truppe berlusconiane che, ahinoi, votano, e che a volte si concedono, pure loro, ahinoi, di scendere in piazza. Istruttivo, da parte di gente che agita le piazzette – comprese quelle televisive – da mane a sera, e le grandi piazze puntualmente ad ogni solstizio ed equinozio, in obbedienza ai riti della superstizione antifascista o antiberlusconiana; giusto come l’anno scorso quando di questi giorni al Circo Massimo si radunò una folla percepita di due milioni e mezzo di persone (ossia duecentocinquantamila democratici di sinistra) a manifestare non si sa bene perché precisamente ma certo per la democrazia e contro il fascismo incombente, ed a ascoltare la lunga arringa di Veltroni, cui non mancarono alate parole: “Coltivare la democrazia, farla vivere e crescere ogni giorno, significa rispettare l’opposizione, riconoscere la sua funzione democratica: nelle aule del Parlamento, come nelle piazze del Paese.”

Che lo possano fare anche le casalinghe teledipendenti deve sembrar loro, suppongo, una cosa “inaudita” e vagamente hitleriana. Schernire, demonizzare, forse sognare: cari berlusconiani, hanno paura. Procediamo.

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La strada senza uscita dell’ipernaturalismo

October 2, 2009 Zamax 2 comments

GiornalettismoNel nuovo film di Giuseppe Tornatore, “Baarìa”, un bovino (cito dal Giornale) “viene crudelmente ammazzato con un punteruolo conficcato nella fronte, quindi sgozzato, ancora vivo. Mentre il sangue esce copioso, dai vasi recisi, viene raccolto per essere dato, come corroborante, a una donna incinta”. Il regista si è giustificato adducendo l’impossibilità tecnica di ricostruire con soddisfacente realismo la scena che aveva in mente (ancor più complessa di quella poi girata) e di aver dovuto ripiegare “realisticamente”, su consiglio del produttore esecutivo, sulle possibilità “documentarie” che i mattatoi della provvidenziale terra tunisina offrivano in materia. Giustificazione assai peregrina viste le immense possibilità oggi offerte dalle tecnologie digitali, senza poi contare che ho qualche grosso dubbio che queste pratiche ruspanti siano tanto diffuse nelle terre degli infedeli da pescare lo scannatoio adatto proprio dietro l’angolo del set.

Ma era proprio necessaria una scena ipernaturalistica? L’arte è arrivata al punto di non saper più dire niente se non replicando la realtà tangibile degli accadimenti, se non fotografando minuziosamente la pelle delle cose animate ed inanimate? Si è ridotta a spiare la vita, senza per questo coglierne l’essenza? Anche quando questo feticismo naturalistico si sposa alle storie dell’ultrafantastico?

Se l’arte non è scienza e nemmeno filosofia è perché essa si serve dei sensi ed è fatta per i sensi. La scienza ci può dare il piacere riflesso che s’accompagna alla conoscenza; la filosofia ci può dare il piacere riflesso che s’accompagna all’edificazione. L’arte ci dà un piacere diretto che getta luce sui misteri dell’esistenza; l’arte ci dà un piacere diretto che edifica. Quindi il realismo le è necessario, se per realismo si intende saper osservare, distillare e comporre le epifanie che la vita si lascia sfuggire e restituircele, in un quadro unitario, coi colori, i suoni, gli odori che le sono propri, quelli terrestri. Prendiamo l’Odissea, quel libro grandioso che solo qualche dotto cretino può pensare non composto o almeno rielaborato, partendo da una congerie di materiali preesistenti, da una singola mano ordinatrice: nessuno lo leggerebbe se fosse solo una pittoresca e vuota fantasia, se non obbedisse a tale realismo.

Ma, premesso questo, l’arte non deve divenire schiava dei sensi. Li deve padroneggiare. Non può abbandonarsi passiva alla registrazione del quotidiano. Già si recita molto nella vita, e i nostri comportamenti d’ogni giorno sembrano una somma infinita di brevi sensi unici ai quali nostro malgrado e con nostra frustrazione non sappiamo sottrarci. Non è necessariamente una forma d’ipocrisia; il più delle volte rappresentano una tregua tra il nostro io interiore e il prossimo, nell’attesa di accumulare le forze necessarie per essere più armoniosamente e compiutamente noi stessi, uscendo dalla gabbia un passo alla volta, con quell’equilibrio che si impone senza urtare il prossimo. Ed è difficile trovare una forma di “arte drammatica” più recitata dei reality shows, nei quali nulla veramente incomincia, nulla veramente finisce, dove non c’è composizione; nemmeno quella composizione dell’improvvisazione che può dare grandi esiti; ma solo una sgangherata riproduzione in vitro di un pezzo di vita dove si fa il verso, recitando, alla recita della vita; dove la frustrazione raddoppia senza che ne venga fuori nulla.

Non può nemmeno, l’arte, cercare il vero nella fedeltà grafica alle condizioni estreme della vita, rovistando tra miserie ed efferatezze; abbandonarsi a quel voyeurismo della morte che prolifera sempre più tra i media; che lascia il vuoto dietro di sé e dal quale non si cava niente; e proprio per questo induce a grattare ancor di più il fondo del barile, nell’illusione di trovarci qualcosa. Chi vuole l’arte ricondotta al più stretto naturalismo, vuole un’arte che somiglia alla pornografia, dove il corpo è ridotto brutalmente a se stesso. E così come la pura fisicità dell’esperienza sessuale è una panica manifestazione di frigidità, che porta spesso, quando ne abbia la possibilità, alla perversione, anche l’arte si può ridurre ad una dolorosa duplicazione della vita, di cui nessuno sente il bisogno. L’arte non può essere questo, e nemmeno una falsificazione, che la svuoterebbe di ogni senso; ma una concentrazione – the two hours’ traffic of our stage di shakespeariana memoria – che sottrae la vita alla schiavitù e all’angoscia del tempo, sempre che ne colga, di lontano, quella segreta armonia che per noi è fonte di piacere:

“La vera poesia si annuncia là dove essa sappia, come Vangelo mondano, con un senso di serenità interiore e di benessere esteriore liberarci dalle cure terrene che ci opprimono. Come un pallone essa ci solleva, insieme alla zavorra che a noi è attaccata, in regioni superiori, e lascia che gli errori intricati della terra si distendano sotto di noi come una veduta a volo d’uccello.” (Goethe, Aus meinen Leben. Dichtung und Wahrheit, Dalla mia vita. Poesia e verità, Parte terza, Libro tredicesimo)

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Esibizionismo islamico

September 27, 2009 Zamax 22 comments

burqa-niqabOvvero quando l’Islam diventa un capriccio democratico. Da un po’ di tempo succede così: il signor Ahmed (Tizio), essendo pio e avendo delle fisime intellettuali che il contatto con l’Occidente e la babele dei diritti hanno potentemente stuzzicato, ed essendo annoiato dalla vita e non sentendosi abbastanza vittima per trovarvi gusto, ha dunque l’alzata d’ingegno di mettere il burqa alla propria mogliettina. Così ora se la porta in giro, come una cagnetta con lo scafandro, per vedere l’effetto che fa. S’intende, son cose che si fanno solo in Europa, o nei covi dei fanatici della Dar al-Islam. Quando torna al suo paesello nel Maghreb la coppietta si guarda bene d’indulgere in certe stravaganze: la povera donna morirebbe di vergogna, e il signor Ahmed (Tizio) si farebbe rider dietro da tutti i Mohamed (Caio) e Youssef (Sempronio) del quartiere. Ormai infatti nei villaggi del Maghreb, anche quelli più tradizionali dove ogni famiglia ha il suo bel dromedario in garage, quando una donna intabarrata all’inverosimile calpesta l’acciottolato polveroso dei vicoli del paese, le femmine, pure quelle anzianotte, ridacchiando si dicono l’un l’altra: “Poveretta, è appena tornata dall’Europa.” Questo sfogo naturale, che risponde appieno alla salute mentale dell’uomo e perfino della donna – perfino di quella musulmana – è ora invece negato agli abitanti delle nazioni civili. L’occhio spietato del Grande Fratello Politicamente Corretto ci segue in ogni dove e ci impone il “non vedo, non sento, non parlo”; e il “non sghignazzo”, pure quello. Cosicché se a qualche renitente al verbo democratico capita di incrociare il proprio sguardo con uno di questi fantasmi cimiteriali – nell’occasione arrivato dal Bangladesh – in un luogo pulsante di vita come un supermercato della Marca Trevigiana, e di avere qualcosa da ridire al riguardo, tanta è la carica intimidatoria di questa immateriale superpolizia, che al Direttore la risposta riesce ortodossa, sciocca e indegna di commenti come se gliela avessero scritta in un foglietto: “Fare la spesa è un suo diritto, noi non siamo razzisti e non troviamo nulla di male se uno osserva le proprie tradizioni”. Amen.

Non lontano dal luogo di quest’ultimo delitto vive il sottoscritto. Da quando le figlie di Maometto sono arrivate in paese – sono ormai parecchie stagioni – invece di andare in giro tutte nude al pari delle nostre svergognate, come mi sarei aspettato col tempo, le vedo di anno in anno più infagottate; anche d’estate, nonostante il caldo vero, il caldo percepito, e il caldo sventagliatoci in faccia dagli ayatollah del cambiamento climatico. Molto speravo nella corruzione dei costumi tipica dell’ammirevole civiltà cristiana per riconciliare con l’umanità, specialmente quella maschile, queste sventurate. Qualche settimana fa mi sono rabbuiato di colpo incontrando una ragazzetta di sette-otto anni che sgambettava sola per strada: un velo, per quanto vezzoso e sgargiante nei colori, le copriva i capelli e le si chiudeva sul collo come una sciarpa: un piccolo fulmine e una piccola nuvola nera innocente a ciel sereno. “Eh no, stiamo esagerando. Qui stiamo esagerando.” mi son detto trattenendo freddamente un sentimento di rivolta.

E non è finita, perché c’è poi quella che è vissuta sempre da noi, che è venuta su come le nostre figlie, insomma con tutte le perdonabili manie delle nostre stronzette locali, che s’improvvisa islamica solo per spirito di fronda, o per conformismo democratico da aspirante progressista (scommettiamo?), e si mette il velo anche contro il parere dei genitori. Il solito sociologo, come da Manuale delle Giovani Marmotte, la spiega invece così: “A quelle ragazze viene negata una diversa identità alla quale sentono di avere diritto. Così finiscono per cercarne un’altra nei loro valori, riscoprono la religione e la cultura di provenienza nella quale finiscono per trovare un fattore di ancoraggio. La loro battaglia per la moschea ’segreta’ si spiega anche così”. Sfido chiunque a capirci qualcosa: una diversa identità? Quale identità se poi non potendola ottenere la cercano nella religione e la cultura di provenienza? Non è quella veneta, italiana, europea, cristiana, occidentale e non è nemmeno quella araba e islamica: di che stiamo parlando? E chi gliela nega? Grande confusione sotto il cielo. Caro sociologo, si dia una rinfrescata. Vada in piscina. Se vede una signorina con pigiamino e cappuccio beatamente in ammollo chieda lumi a lei. Avrà il coraggio, spero.

In linea di massima – ma non assolutamente – sono contrario a iniziative legislative in materia. Dire che il burqa – o niqab che sia – vada messo fuori legge perché simbolo di segregazione o lesivo della dignità della persona sembra sensato, ma è una strada che potrebbe aprire la porta all’arbitrio. La legge che vieta “di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di caschi o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona” o le norme che presiedono ai criteri di identificazione da parte dell’autorità pubblica sembrano aggirabili. V’è inoltre da dire che il proliferare di norme in materia di costume o addirittura di gusto svilisce la legge ed allontana il cittadino dal senso di responsabilità. E mi hanno sempre fatto ridere – amaramente – quei sindaci ansiosi di emettere ordinanze in fatto di mutande e magliette, o quei piani regolatori che vogliono dire la loro perfino sulle tinteggiature degli edifici.

Prima di arrivare a tanto, ci sarebbe un altro mezzo, molto meno invasivo, molto democratico, molto socialmente civile e civilmente sociale, per mettere in riga le teste dure. La società, per istinto di conservazione, ha sempre saputo crearsi dei tabù senza dover ricorrere per forza alla legge. Se la libertà ci concedesse di prendere in giro – nei media soprattutto –  queste pagliacciate insieme a tante altre cose, anche serie, forse per i segregazionisti islamici le cose diventerebbero un più difficili e per le signorine grottescamente ultratimorate un po’ più respirabili: à la démocratie comme à la démocratie, o no? Ma il Grande Fratello Democratico non vuole. E allora cosa vuole?

La lunga marcia berlusconiana (e i suoi effetti)

September 20, 2009 Zamax 15 comments

GiornalettismoContinua, passo dopo passo, la lunga marcia della democratizzazione berlusconiana, non molto appariscente ma terribilmente reale per chi deve temerne gli effetti. Essa è così solidamente incardinata sul lato giusto della storia da proseguire il suo cammino senza trovare alcun serio ostacolo nonostante le bombe e bombette che ogni giorno le scoppiano intorno. Anzi, a ben vedere, è proprio il clima epocale di bonaccia, un senso generale d’ineluttabilità, a dare la stura a tante manifestazioni di nervosismo impotente, sia nel campo dei mori sia in quello dei cristiani. Tanto si strepita in un senso, tanto le cose marciano tranquillamente e impietosamente in direzione contraria. All’occhio superficiale può sembrare una cosa sorprendente che Berlusconi resti in sella in barba agli attacchi concentrici di cui è oggetto quotidianamente; che sopravviva baldanzosamente ad un’allure non propriamente presidenziale, e all’assedio oramai internazionale dei firmaioli democratici, sempre numerosi quando si tratta di sparare con frivolezza sulla Croce Rossa; che sia più forte delle proprie debolezze e stravaganze, del cerone e dei capelli tinti; più forte della crisi economica; più forte del neostatalismo municipale di certi legaioli dai denti robustissimi e di quello parafilosofico di certi guru del suo governo; ma questa blindatura è solo il meritato premio per l’uomo politico italiano che con più determinazione e coraggio ha imboccato la strada giusta.

Il muro di Berlino in Italia non è mai completamente crollato: ci è voluto l’impareggiabile o inqualificabile conquistatore di giovani e romantiche femmine che tutto il mondo c’invidia per finire degnamente il lavoro. La glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo per l’establishment: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, il Risorgimento, la Resistenza, le contiguità tra fascismo e comunismo, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, l’opinione pubblica ebbe agio – pericolosamente – di vedere la significativa prospettiva storica di quell’ampio viale che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. Vecchie verità potevano finalmente acquisire un inedito peso politico, scomode per tutte quelle rendite di posizione che il Muro indirettamente aveva puntellato. Nei libretti di storia del futuro – quelli più stringati – si troverà scritto che Mani Pulite fu un tentativo da parte dell’establishment peninsulare – culturale ed economico – di fermare la storia. Dopo averlo sventato, aver tenuto duro, rimesso in moto il processo naturale di unificazione del paese, ché questo significano i mal di pancia di questi anni, oggi, portata quasi di peso dalle onde lunghe della riconciliazione con la verità storica, la controffensiva della plebe berlusconiana si concentra sui personaggi emblematici della casta laico-repubblicana. E così ora che si rumoreggia di una ripresa possibile delle inchieste sulle stragi mafiose in chiave antiberlusconiana, in mezzo a tanto fumo e nella “maturità dei tempi”, per usare un’espressione biblica, il dato nuovo e saliente riguardo ai fatti del 1992 è però che a finire nel mirino delle artiglierie del Cavaliere con sempre più decisione è proprio l’ideologo principe dell’antimafia, l’eccellente dottor Violante: il che significa che l’opera meritoria di demolizione continua

E’ spassoso veder lamentarsi di “dossieraggi”, di “killeraggi”, di “trame oscure”, insomma delle vecchie “pratiche d’infamia” di volterriana memoria, gente che di queste cose si è nutrita fin dalla pubertà, che vi è cresciuta dentro tanto da fare dell’allarmismo democratico più o meno intimidatorio una specie di seconda e pavloviana natura: per questo non se ne accorge nemmeno. A differenza della truppa berlusconiana, temprata dal manganello democratico, costoro sono abituati solo a darle, e con gran comodità, e rimangono sbalorditi se il bonaccione brianzolo per una volta si ricorda di essere un autocrate. E si sentono dolorosamente feriti se il piccolo energumeno Brunetta, come tutti i politici di questo mondo, si butta nella mischia armato di appena un po’ di sana e solida demagogia populista: sai che tradimento! che crimine contro l’umanità! E dall’altra parte i berlusconiani sono talmente poco abituati a darle, che al primo colpo hanno affondato naviglio amico, il Boffo. L’Avvenire del duo Boffo-Ruini è stato sostanzialmente un discreto compagno di strada – per così dire – del politico Berlusconi, tant’è che gli articoli critici delle ultime settimane erano più il risultato di un cedimento alle lamentele di parte del mondo cattolico, che il segno di un cambiamento della linea editoriale. Gli è che il Feltri Furioso, oltremodo assorbito dal suo ruolo di cannoniere principe dell’armata berlusconiana, appena ha visto un bersaglio scoperto – a mo’ d’ammonimento – ha fatto fuoco.

Berlusconi è forte perché si è fatto interprete della necessità di un epocale “resettamento” della vita democratica in Italia; per questo chi ha qualcosa da perdere da questo cambiamento evoca fantomatiche dittature e ciancia di popoli ipnotizzati; per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo. Il berlusconismo è più forte di Berlusconi; il giorno della sua tanto auspicata eliminazione chi ne raccogliesse apertamente l’eredità, quasi un Antonio moderno col cadavere di Cesare tra le braccia, diverrebbe immediatamente l’uomo politico più forte del paese.

Ma se la marcia berlusconiana ha prodotto pure un generale e comprensibile risentimento tra i vinti, ne ha prodotto pure uno di più sottile e malsano nel campo teorico dei vincitori. Che la vittoria nelle elezioni del 1994 abbia avuto effetti devastanti sulla psiche dei sopravvissuti della Balena Bianca non credo vi siano ormai più dubbi. Quando nell’anno fatale l’elettorato bianco saggiamente decise di ridere in faccia all’offerta suicida del polo di centro, la grigia forma di resa firmata senza nemmeno l’ebbrezza estetica di un tragico e preventivo harakiri dal becchino Martinazzoli, degno epilogo a sua volta dell’estenuante eutanasia che l’egemone sinistra democristiana stava mettendo in atto da un ventennio e più, in quel solo momento rivelatore tastarono con mano la superiorità di un dilettante coraggioso fornito una visione strategica nei confronti di tutte le tattiche dei professionisti dell’agone politico, quali essi si credevano. Videro con sollievo – e umiliazione – che non era scontato l’atterraggio morbido in terra postcomunista del nostro paese; che esso dipendeva in gran parte invece dalla diserzione dalla lotta e dalla rappresentitività politica di un partito nominalmente moderato che non aveva saputo mettere argine all’aggressività della falange marxista che da decenni si stava mangiando il paese dal di dentro in virtù di quell’autentica solidarietà mafiosa o piduista tra compagni che caratteristicamente rinfacciava agli avversari politici. Non ebbero allora la necessaria tranquillità di scandagliare in profondità la misura del risentimento verso quel parvenu che pure li aveva raccolti naufraghi. E da allora, son passati ormai tre lustri, questo “post traumatic stress disorder” viene declinato in tutte le sue più diverse forme a seconda dell’individuo affetto dalla patologia. Ma nell’ex democristiano recuperato alla vita politica dal Cavaliere (direttamente o indirettamente, perché anche Andreotti – lodato dagli ipocriti per la “correttezza” dimostrata durante le lunghe vicende processuali che lo hanno coinvolto – sarebbe stato sbrigativamente consegnato al boia senza la creazione di una vera “opposizione” nel paese) esso assume soprattutto le forme del sogno di una grande, scintillante giocata in contropiede che faccia saltare il banco della politica e che mai non arriva, dall’ultima Thule dell’Italia di Mezzo, la nuvoletta di fumo che avvolgeva l’esoterico mistero del Genio Politico di Marco Follini, alle grosse puntate del funambolico pensionato Cossiga, agli Adepti della Setta del Grande Centro e i loro mai dissigillati Libri Sibillini. C’è poi chi, come Buttiglione, si consola non combinando nulla, sprofondandosi in poltrona, incrociando le gambe e gettando uno sguardo profetico nel futuro, vedendo cose negate a qualsiasi altro essere umano, e si crede pure molto in gamba. Poveretto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

P.S. Che noia Berlusconi. Ossia l’antiberlusconismo. Ossia l’Italia. Sono annoiato a morte. Per riuscire a scrivere qualcosa devo recuperare vecchie cose, ché tanto ai testoni fanno sempre bene. Ecco le risposte ai commenti:

1) Come ho già scritto altrove Mani Pulite scoppiò proprio là dove i venti di novità erano più forti, nel Lombardo-Veneto. Il crollo del comunismo internazionale, prima con le crepe degli anni ‘70 e ‘80 e poi con la cadutra del Muro nell 1989, sbloccò la situazione italiana. Le novità negli anni ‘80 furono Craxi e la Lega. Dove il panorama politico era più fragilizzato, insomma là dove DC e PCI erano o più in crisi o erano meno forti, nel Lombardo-Veneto scoppiò Mani Pulite, perché i magistrati si sentivano sufficientemente forti grazie al malumore generale. Fu una grande occasione per una “confessione generale” e per ripartire da nuove e più civili basi ma una magistratura politicizzata ed esemplarmente parziale, sostenuta dagli ex-comunisti e dall’oligarchia industrial-finanziaria, ne approfittò per fare un repulisti di tutti i possibili avversari della conservazione politica ed economica. Mani Pulite ebbe l’appoggio degli italiani per pochi mesi, finché si capì dove si voleva andare a parare.

2) Qualcuno si sorprende perché dico che la sinistra si stava mangiando dal di dentro il paese. Mi sorprendo io. Vogliamo tirar fuori un qualche segmento della società che progressivamente non fosse caduto in mano ad uomini di sinistra: sindacati, pubblica amministrazione, cultura, università, giornali ecc, e perfino in campo economico? La verità è che la DC garantiva solo per la posizione occidentale in politica estera; per il resto il PCI e i suoi satelliti cogestivano il paese insieme alla DC ma se ne impadronivano sempre di più perché assai più spregiudicato, e perché per la mentalità comunista la solidarietà politica (che io chiamo provocatoriamente “mafiosa” e “piduista”) faceva premio sul rispetto dei meriti professionali, e i compagnucci si sostenevano tutti in cordata, trasversalmente nella società, con la tattica delle minoranze militarizzate. Erano insomma gli imbroglioni della democrazia. (P.S. La mafia, i cui effetti sono tanto disastrosi per la società, non è però un “grande potere”; la P2 – non che non esistesse – ma fu una barzelletta)

3) Fa ridere sentire quelli di sinistra elogiare – ora – i De Gasperi e i Moro: a loro tempo per il verbo progressista non erano meno peggio di Berlusconi. Sissignori, anche Moro, di cui non ho affatto una grande opinione. Tanto per capire l’atmosfera di quei tempi un anno prima di morire o forse solo qualche mese prima, non ricordo bene, Moro, guarda un po’ investito dal solito “scandalo” – l’affare Lockeed – e dalla solita gragnuola antifascista, lui che era un uomo che non si sbilanciava mai, disse quelle parole famose che tanto dispiacerebbero ai Di Pietro, ai Zagrebelsky, alle anime democratiche d’oggigiorno: “la DC non si farà processare!”. Tutto dimenticato, tutto digerito, come al solito succede per il gregge di sinistra.

4) Dispiace vedere gente intelligente ripetere come un pappagallo i soliti refrain della vulgata della sinistra. Il CAF, i nani e ballerine, Craxi e il debito pubblico ecc.

“Nani e Ballerine” fu una battuta di Formica, uno dei colonnelli craxiani, segno che da quelle parti c’era almeno il senso dell’umorismo, cosa negata all’uomo democratico di razza purissima. I nani e le ballerine di Craxi erano quattro gatti, i nani e le ballerine della sinistra odierna sono un esercito, ma vanno rubricati sotto il nome di personalità significative della cultura e dello spettacolo. Del CAF faceva parte pure quell’Andreotti amico di tutti che durante i governi Craxi, nelle veci di ministro filoarabo degli esteri, per alcuni anni fu il beniamino del popolo di sinistra (“Lui è l’unico che si salva, l’unico decente! ecce. ecc): ma anche questo se lo sono dimenticato. Dimenticato e digerito, come al solito. Come al solito il gregge di sinistra. Del debito pubblico durante l’era Craxi la sinistra se ne infischiò in lungo e in largo. Era l’ultimo dei problemi. Per il resto Berlinguer e compagnia, che giammai ne combinarono una di giusta, promossero un referendum (che persero) luddista-reazionario-sfondacassedellostato contro il taglio della scala mobile voluto da Craxi.

4) I processi di democratizzazione non si misurano solo col successo delle riforme, ma anche, non mi stanco di ripetere, col riequilibrio dei poteri reali nel paese. Anche una lotta di potere, se combatte le oligarchie, e se fa sì che lo spettro politico del paese rispecchi quello economico-sociale del paese, è importante. E’ necessaria. E’ la base. E’ quello che sta succedendo. Mi compiaccio di una cosa: di capire bene il berlusconismo. Per coincidenza proprio in queste ore Brunetta – non il capo – sta sparando a palle incatenate contro le élites. Domani mi sa che sentiremo tuoni e fulmini, e lagne.

Sapete perché oggi Brunetta cannoneggia contro le élites ed evoca apertamente il “colpo di stato”? Sapete perché? Non certo perché lo tema veramente il colpo dello stato. Il “colpo di stato” le “élites” lo hanno sognato per quindici anni. Ma quando i “poteri forti” sono veramente forti, le parole si misurano, ci si muove con circospezione, nonostante la tensione latente, e si grida solo quando le cose precipitano. Mentre ora sono stati indeboliti, com’è stata indebolita la sinistra, e i berlusconiani hanno meno paura e sentono che è il momento di sfondare. Nel post ho scritto “per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo”: questo intendevo. Ma è sempre stato così nella storia: quanto più un dittatore è debole, o quanto più un’oligarchia (quella vera, non Berlusconi & C.) è debole, tanto più il popolo (quello vero, non la setta dei firmaioli) rumoreggia. Quanto più il giogo è pesante, e quanto più le speranze di liberazione sono lontane, tanto più si rassegna. Umano, troppo umano. (P.S. ahò, so’ l’infame Franti, l’infame Franti, mica il secchione della classe…)

Esagerato. Moooolto esagerato. Consapevolmente esagerato. E’ vero che l’eliminazione dei corpi intermedi è sempre stato il modo per rinsaldare un potere centralizzato. Così con l’Assolutismo – specie nel caso francese, il più classico – il Re, così paterno col popolo, giorno dopo giorno indeboliva l’Aristocrazia corrompendola coi privilegi e sottraendole ogni potere politico. E i demagoghi vecchi e moderni si sono sempre appoggiati sulle masse dei diseredati – all’uopo ipnotizzati, ça va sans dire – per sciogliere i grumi duri della resistenza. Ma qui stiamo solo mettendo le cose in pari, per il bene dell’Italia. Come fece la gloriosa Serenissima quando conquistò i territori della terraferma. Sparse campagne e città di leoni alati, per far capire discretamente chi comandava, tagliò le unghie alla nobiltà della terraferma, che rosicò assai. Fu così che nel momento più critico della storia veneziana, all’epoca della Lega di Cambrai, Machiavelli, che pur odiando i veneziani rimaneva abbastanza sveglio, si accorse – cosa rarissima per uno stato italiano a quei tempi – che i contadini erano tutti “marcheschi”, ossia tifavano per S. Marco. Oggi c’intronano gli orecchi da mane a sera con le tirate contro il dittatore, con l’evocazione di scenari disastrosi, e vorrebbero far credere, tutti in coro, non una nota stonata, che la libertà è in pericolo: cerchiamo di non essere ridicoli. Un po’ di populismo è inevitabile. Ma quello ce lo mettevano perfino De Gaulle o Reagan. (P.S. Sarei curioso di conoscere Silvietto. Siccome mi conosco fin troppo bene, so che comincerei a prenderlo simpaticamente per il culo per tutte le sue manie, così, per tastare il suo grado di suscettibilità, che è una caratteristica ben poco virile…)

MANI PULITE in pillole disposte con ordine

Anni ’70: segni di crisi del comunismo internazionale. In Italia le due balene, l’una rossa e l’altra bianca. Per riciclarsi a sinistra qualcuno inventa “l’eurocomunismo”; poi Berlinguer, siccome il bel sol dell’avvenire rosso non incanta più, lancia la “questione morale”: i cattivi non sono più i “non rossi” ma “i corrotti”, all’uopo sempre “fascisti”.

Anni ’80: il comunismo piano piano crolla. Lo scioglimento dei ghiacci fa sì le pulsioni modernizzatici, per quanto confusamente espresse e costrette al mutismo da troppo tempo, vengano a galla. A sinistra si afferma il socialismo di Craxi. Naturalmente per la gazzette antifasciste – ossia sovietiche – prima il “decisionismo” di Craxi viene usato retoricamente per alludere a derive fasciste, poi si incomincia la pratica d’infamia contro “i ladri socialisti”. A destra, nell’enorme roccaforte bianca lombardo-veneta, il popolo che votava DC turandosi il naso in funziona anticomunista premia la Lega Nord, che ha il suo boom all’inizio degli anni ’90 quando comincia a pigiare sul tasto della protesta fiscale.

Inizio anni ’90: in Lombardia il quadro politico e sociale è sempre più instabile a causa dei malumori del popolo di “destra”. A farne le spese sono proprio i socialisti, che a Milano hanno la loro capitale morale, ma che in realtà vengono presi di mira in quanto omologati ai rappresentanti del potere politico tradizionale. Mani Pulite scoppia a Milano PROPRIO PERCHE’ I MAGISTRATI SI SENTIVANO CON LE SPALLE ABBASTANZA COPERTE DALL’APPOGGIO DELL’OPINIONE PUBBLICA DI DESTRA DEL NORD, E LOMBARDA IN PARTICOLARE. Il giornale dei “rivoluzionari” di Mani Pulite fu L’Indipendente preso in mano da – guarda un po’ – Vittorio Feltri. All’inizio di Mani Pulite la sinistra fu completamente assente e rimase per un po’ a guardare.

Poi i magistrati cominciarono la loro opera di “selezione”. Apparentemente tutti, forze politiche, piccoli e grandi imprenditori, potentati economici (tranne quello – guarda un po’ – di Berlusca) caddero nelle grinfie dei giustizieri democratici. Ma in realtà con alcuni si usavano metodi sbrigativi, con altri le procure manipulitesche erano dei veri e propri porti delle nebbie. Il popolo di “destra”, quella parte dell’opinione pubblica che in realtà aveva permesso con la sua forza l’avvio di Mani Pulite, si sentì tradito e in seguito costituì il grosso dell’elettorato di Berlusconi, che nel frattempo aveva reclutato Feltri per il Giornale. Solo Di Pietro aveva mantenuto una certa popolarità a destra, in quanto veniva considerato meno politicizzato dei suoi colleghi. Berlusconi gli offrì addirittura un posto di ministro!

Perché, una volta accesa la miccia – dalla destra – vi fu un’alleanza naturale fra l’establishment industrial-finanziario e la sinistra post-comunista, per dirottare l’impresa di Mani Pulite? Perché erano due fazioni che non avevano più niente da dire nella storia; perché con l’eliminazione dei partitini, dei socialisti, dei DC non di sinistra, erano l’espressione di forze puramente conservative le quali, ciascuna nel proprio ambito, controllavano i centri di potere nel paese: banche, finanza, grandi gruppi industriali boccheggianti da una parte; cultura, scuola, buona parte dei sindacati, pubblico impiego ecc. dall’altra. Erano pezzi di Vecchio, ché essendo perfettamente stagionati, e avendo perso ogni originaria potenzialità conflittuale vicendevole, come dei materiali inerti si incastravano uno nell’altro. I loro giornali parlarono con una stupefacente unità d’intenti, fin quando non furono messi in crisi dalla forza berlusconiana. Il loro nemico comune principale l’immensa classe media fatta di piccoli e piccolissimi imprenditori, cui si unirono poi buona parte del mondo delle professionali liberali e dei dipendenti del settore privato almeno al Nord. E pure una grossa parte dei socialisti di allora, che con tutti loro difetti, costituivano pur sempre un elemento di rottura in un’Italia pietrificata. Una plebe, magari non attraente, con le sue grossolanità, ma certo la parte più dinamica ed attiva del paese. Quella che aveva dato inizio – essa, non la sinistra – a Mani Pulite.

Il consolidamento del berlusconismo, sia che si trovi al governo, sia che si trovi all’opposizione, ossia l’accettazione della realtà e la rinuncia a considerarlo un’anomalia, è il presupposto necessario per qualsiasi riforma “liberale” in Italia.

L’Italia rivoltata come un calzino. Da Berlusconi.

September 1, 2009 Zamax 6 comments

GiornalettismoRivoltare l’Italia come un calzino era il sogno dei giustizieri democratici di Mani Pulite ma lungi da rappresentare una rivoluzione culturale l’esibita moralizzazione della politica italiana costituì in realtà il più ortodosso dei richiami all’ordine repubblicano da parte delle forze più conservative di una penisola che sfuggiva loro di mano giorno dopo giorno. Una stanca aristocrazia di denari si univa ad una stanca aristocrazia intellettuale per tenere sotto i piedi la marmaglia della gente nova.

I quindici anni della resistenza berlusconiana – quella vera – sono riusciti a mettere in crisi definitivamente quell’Italietta miserabile soffocata e umiliata in modo innaturale dalla dicotomia fascista-antifascista, dai gerarchi di prima e da quelli di dopo. Non è stata un’opera di distruzione. E’ un’Italia che ha ripreso il cammino, è l’Italia in cammino, per riprender il titolo di un libro di ottant’anni fa del grande storico “nazionalista” Gioacchino Volpe; un organismo liberato da una camicia di forza che ha ripreso a respirare e quindi anche a sudare, e pazienza se questa ridiscussione sulle origini e i fondamenti della nazione ha prodotto degli effluvi non proprio deliziosi. Era inevitabile e necessario. Ma visti in prospettiva storica, ad esempio, anche i partiti del nord e i partiti del sud, il revival dei dialetti o delle proteiformi e mai codificate madrelingue regionali che dir si voglia, costituiscono più uno sfogo che la messa in discussione dell’unità nazionale.

E’ la stagione berlusconiana che ha reso possibile la “costituzionalizzazione” della destra; che ha sdoganato il “liberalismo” (fin qui a parole, s’intende, perché con gli antichi appetiti dei capetti della nuova classe politica e col panico intellettuale causato dalla crisi dell’economia mondiale i buoni propositi si sono squagliati come neve al sole: ma almeno il primo passo è stato fatto); che ha fatto germogliare fiori strani – per la nostra epoca storica – ma eloquenti come il “liberismo di sinistra”; che ha permesso di superare in politica con non disprezzabile equilibrio e maturità gli steccati obsoleti fra “laici” e “cattolici”, evitando di cadere, seguendo le sirene dei cattolici “adulti”, in un moderno cesaropapismo nel quale i cattolici si sarebbero dovuti inchinare ai gran sacerdoti del culto feticista della Costituzione laica e repubblicana; perfino lo stesso Fini neo radical-liberaliggiante è un prodotto della “liberazione” berlusconiana.

Interpretata come un sintomo di debolezza di un leader disperato, e anche se messa in moto da vicende particolari, la controffensiva mediatica e giudiziaria delle armate berlusconiane contro Repubblica in particolare, ma non solo, è al contrario il segno che una nuova classe politica, nata dal necessario riequilibrio dei poteri reali nel paese, si sente oramai abbastanza forte e salda per fare quello che da noi nessuno ha mai osato fare da trent’anni a questa parte: rispondere al fuoco col fuoco per far cadere nella polvere i simboli e le statue del Pantheon della casta democratica.

E’ per questo che nell’ultimo atto della revisione politico-culturale berlusconiana, con zelo didattico, nel mirino dei barbari oltre al “giovane” De Benedetti è finito in questi giorni anche il “vecchio” Agnelli, la cui figura è rimasta impigliata miserevolmente nelle maglie di un’assai poco onorevole ed assai “piccolo-borghese” zuffa fra eredi: non è parso vero di contrapporre tacitamente gli omaggi tributati all’elegante libertinaggio dell’Avvocato, quasi un grazioso ricamo sul tessuto della sua vita aristocratica, alle intimazioni rivolte a Berlusconi di consegnarsi al tribunale del popolo delle Dieci Domande.

“La strategia delle ritorsioni non conviene a nessuno” è il titolo di un pezzo di Stefano Folli sul Sole24Ore sul caso Boffo, a proposito del quale, anche per debolezza patriottica – Boffo è trevigiano, come me – in un primo momento ho sperato che Feltri avesse preso una cantonata micidiale. Le reazioni non mi hanno tranquillizzato per niente, al contrario. Ho assistito solo ad una levata di scudi contro l’agguato messo in opera dai bravi berlusconiani tanto corale quanto evasiva nel merito della questione. Per il momento. Faccio solo notare, al di là della tendenziosità di un titolo che allude vagamente all’inadeguatezza e fors’anche all’illegittimità della strategia politica berlusconiana complessiva, che se fosse stato per i chiacchieroni dal garbo conciliante e impeccabile, ossia accomodante, anche la gioiosa macchina da guerra di Occhetto avrebbe avuto vita facile e di un’Italia faticosamente in cammino manco ci sogneremmo.

[pubblicato su Giornalettismo]

POST SCRIPTUM: siccome non riesco a convincere quei testoni dei lettori dei  miei articoli, che anzi si guardano l’un l’altro scuotendo il capo come per dire: “Questo è pazzo!” – cosa lusinghiera in quanto io decido di mia spontanea volontà di interpretarla come un tributo involontario alla genialità – ho replicato alla sfilza delle perplessità e dei dissensi con una lunga spiegazione terra terra:

Ma ragazzi, cercate di vedere le cose con gli occhi della storia e non con quelli della cronaca. Non fatevi incantare dalle chiacchiere sulle prime e le seconde repubbliche. La bella politica non ci sarà mai e i protagonisti della politica saranno sempre in generale degli esempi di mediocrità. La politica, anche se il concetto è necessariamente un po’ vago, dovrebbe rappresentare la società e i rapporti di forze al suo interno. Entra in crisi quando vi è un decifit di rappresentazione e si forma un tappo alla sua porta d’ingresso. Alla fine degli anni ’70, anche a causa della situazione internazionale, l’Italia aveva raggiunto il massimo della mummificazione politica: la balena rossa e la balena bianca, ovvero un elettorato comunista così massiccio da costituire la più grande anomalia delle nazioni occidentali, e un elettorato bianco che votava sempre più turandosi il naso visto che per la DC – sempre a causa in gran parte della situazione internazionale – la politica era una sinecura e del suo elettorato fondamentalmente “conservatore” (non in senso religioso, ma nel senso dell’allergia alle tasse e alla burocrazia, per dirla in soldoni) se ne sbatteva altamente. In campo economico c’era il gruppo di potere intorno alla FIAT e satelliti da una parte e i sindacati storici – soprattutto la CGIL – dall’altra. Queste forze, ciascuno nel suo ambito, “gestivano” il paese. Col craxismo si aprì la prima breccia a sinistra. Il nuovo genera il nuovo e quindi il craxismo insensibilmente, quasi sotto traccia, piano piano cominciò a mettere in crisi le sinecure della DC. Infatti una parte dell’elettorato conservatore, incoraggiato dall’indebolimento dell’egemonia comunista, cominciò a guardarsi intorno per trovare un altro interprete dei suoi interessi e lo trovò nella Lega. Le prime Leghe nacquero in Veneto, me lo ricordo bene, perché la Liga Veneta cominciò a farsi un nome proprio nella Marca Trevigiana. Ma era più che altro un fenomeno culturale, quasi folcloristico, più che politico. La Lega Lombarda, che nacque dopo sull’esempio veneto, fin dall’inizio ebbe un carattere prettamente e quasi violentemente politico. I toni nettamente più duri. Tuttavia non vi fu alcun boom della Lega Lombarda fino a quando, invece di limitarsi ai temi identitari, Bossi non cominciò a battere il pugno sul tavolo al grido di “Basta tasse!”. A parte la breve stagione dell’Uomo Qualunque, questa era la prima volta che da una forza politica si prendesse in mano l’artiglieria retorica antitasse, ma la stranezza non è che la Lega finalmente lo facesse ma che in Italia nessuno mai l’avesse fatto prima, perché in realtà questa retorica è merce comune e naturale di quasi tutti i partiti “conservatori” occidentali. E significava anche che la DC non si era mai evoluta e si era oramai disabituata ad ascoltare il suo elettorato. Non bisogna farsi ingannare che la Lega usasse toni fortemente antisocialisti; Milano era il centro del potere di ambedue le forze politiche; ma tutte e due erano il Nuovo nel panorama politico italiano. Non è un caso che Mani Pulite sia esplosa proprio in Lombardia e poi nel Veneto: era il territorio dove le forze politiche tradizionali risultavano più fragilizzate e i venti di novità si facevano più sentire. In un certo senso Craxi fu vittima di se stesso e dei meccanismi che aveva messo in moto. L’idillio degli italiani con Mani Pulite durò solo qualche mese. Si vide ben presto che in mano a magistrati politicizzati essa doveva servire a eliminare proprio tutti gli avversari del Vecchio rappresentato dal PCI, dalla DC, ossia quella disposta a diventare la ruota di scorta del PCI, dall’incartapecorito establishment confindustriale attorno alla galassia del Nord, dai prefetti della Cultura Egemone, dalla burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione nata dalla Resistenza ecc. ecc. Non a caso per quindici anni questi ultimi hanno sempre sostenuto la sinistra. Non a caso leghisti e socialisti craxiani fanno parte dell’esercito berlusconiano. E’ una lotta di potere che in quindici anni ha visto il Nuovo resistere e fortificarsi. Con le ultime elezioni l’Olimpo Confindustriale si è arreso alla nuova realtà. Per questo oggi i killers di lunghissima milizia di Repubblica fanno meno paura e si risponde loro con le loro stesse armi e perfino sbeffeggiandoli. E’ una lotta di potere ma le ragioni della storia e della democrazia stanno dalla parte di Berlusconi, perché la democrazia reale sta anche nel riequilibrio delle forze rappresentate. Per la bella politica, o meglio, per quella presentabile ci risentiremo quando l’Italia sarà un paese “normalizzato” e quando la sinistra seppellirà definitivamente l’ascia di guerra. Questo è il presupposto necessario per l’Italia fighissima che ognun nel suo pensier si finge…

Right Rugby sul misfatto Celtic League

July 20, 2009 Zamax 5 comments

Copio, incollo e sottoscrivo il pezzo di Abr su Right Rugby.

SCENARI PENINSULARI

Il sempre informato e tempestivo Rugby1823 tira le sue conclusioni su tutta la vicenda che sta portando lento pede l’Italia alla Celtic – Caos Italia ha sempre significativamente titolato i suoi post sull’argomento. La sua è una posizione non solo informata ma anche meditata, assieme a quella a caldo e a volte più tifosereccia dei forum degli appassionati. La posizione non meramente analitica ma anche propositiva di Rugby1823 sulla famigerata scelta del Consiglio Federale del 18 luglio riguardante i team italiani scelti per la Celtic League 2010/11 può essere sintetizzata nel seguente appello: “dirigenti, politici e tifosi veneti da un lato, Dondi dall’altro, entrambi sembrano giocare sull’ambiguità. Se è così, amen, se non fosse così allora è ora di essere coerenti”. La prima parte dell’analisi e del suo invito all’azione riguarda il movimento in Veneto, riconosciuta “culla” del rugby in Italia (solo per puntualizzare : noi preferiamo definire il Veneto “L’autentica Contea del rugby nella Penisola” essendo il rugby storicamente sorto altrove ed essendo diffuso anche da altre parti ma in modo puntuale e disperso). Essendo i veneti i primi responsabili dell’insuccesso di Treviso, coi loro consiglieri federali a non averlo votato, argomenta Duccio Fumero, essi dovrebbro riconoscere gli errori del “faso tuto mi” di Munari e Benetton da un lato e lo scetticismo ignavo di tutto il resto del movimento in Veneto dall’altro; a quel punto, un bel passo indietro e: “Si integri la candidatura trevigiana. La si trasformi in una candidatura veneta. Si uniscano, una volta tanto, le forze, gli sponsor, le istituzioni (…), le capacità, i bacini e tutto quell’humus ovale che fa grande il Veneto e ci si presenti con i Dogi”. A nostro avviso Rugby 1823, cui rendiamo il merito di tentare di proporre una soluzione interessante all’intricato caso, viene messo fuori strada da un errore di analisi peraltro parecchio diffuso; inoltre parte da un presupposto indimostrato ma dato per scontato. Andiamo con ordine.

PARTE PRIMA : CHI FU l’ASSASSINO?

L’errore analitico a nostro avviso sta nel dare per buona la voce di sen sfuggita da più parti (per rabbia e delusione, o forse per freddo depistaggio) e assumere che nel Consiglio “non tutti (i consiglieri veneti) hanno votato Treviso, anzi!”.

Ma chi l’ha detto?

Guardiamo i numeri; 7 sono i consiglieri veneti di nascita – Enore Bagatin, Carlo Checchinato, Francesco Mazzariol, Andrea Rinaldo, Luigi Torretti, Moreno Trevisiol e Zeno Zanandrea. Tra questi, aspettarsi onestamente un voto “veneto” da Checchinato e Zanandrea a libro paga Federale, piuttosto che da Mazzariol parmigiano da mo’, mi sembra perlomeno azzardato. Quindi di “veneti” da un punto di vista politico in Consiglio ne vediamo quattro, massimo cinque: Treviso di fatto ha preso nove voti, so what?

Veneti conto veneti

Va riconosciuto che tale diffusa leggenda metropolitana – i veneti primi affossatori dei veneti – troverebbe un fondamento nel campanilismo locale a volte eccessivo, ma la matematica non è una opinione. Di più: dar risalto alle dichiarazioni di questo o quell’esponente del rugby veneto, tiepido o contrario alla candidatura di Treviso, e quindi generalizzare e dipingerli tutti come proni al miope campanilismo, significa prima di tutto banalizzare una realtà imponente, diffusa e variegatissima. Significherebbe poi non aver compreso come la competizione tra concorrenti sia cosa buona e giusta, indice di presenza vera, di vitalità e passione. Chi sostiene la perniciosità della concorrenza tra club nel medesimo territorio, celebra il fusionismo tra club che farebbe la forza del movimento; ad esempio in Toscana, regione come dire, certamente più “collettivista” del Veneto individualista, pur essendo essa amche la indiscussa patria del campanilismo. A casa mia il fusionismo si chiama “cartello” e prima o poi cade, perchè non è connaturato al “mercato” inteso come luogo dove la domanda locale (di praticare e di tifare) si incontra con l’offerta locale (di strutture).

Treviso faso tuto mi

Nel caso specifico si imputa a Treviso un approccio “faso tuto mi” più da club che da potenziale franchigia a base regionale. Ci pare che sotto questo profilo la struttura della candidatura del team della Marca non sia granchè diversa da quella degli Aironi (incardinata al 99% su Viadana e i suoi sponsor), mentre i Pretoriani sono la fusione di tre club cittadini, una cosa successa tante volte ovunque senza bisogno di Celtic. Inoltre, Bando Federale all amano (erano ammesse candidature alla Celtic da parte di “società, franchigie e selezioni”), nessuno nè prima nè durante il Consiglio ha contestato a Treviso di essersi presentato come club singolo: ha solo preso meno voti di altri (ricordiamolo, 12 voti sono andati agli Aironi, 10 ai Pretoriani, 9 per Duchi e Treviso). Come se non bastasse, abbiamo descritto più volte l’apertura al resto del movimento veneto della candidatura della Benetton, guarda caso simbolicamente denominata Dogi e pronta a giocare a Padova e Rovigo. Spacciare per “arroganza” la chiarezza nella catena di comando (e chi si occupa di management sa bene quanto valga), la assunzione di responsabilità di chi ci mette grano, risorse e organizzazione, è favoletta destinata a colpire i semplici, da parte di chi non voleva per un sacco dsi motivi il club che più di tutti non solo merita ma ha effettivamente lavorato per far arrivare gli italiani in Celtic League.

E i altri fioi?

Gli altri club veneti, lungi dal boicottare la Benetton, dopo averci provato a assemblare una candidatura alternativa per conto loro (Padova Rovigo e Venezia), si sono rapidamente tirati indietro causa le difficoltà economiche del momento e han scientemente deciso di ripiegare al “livello due” (cosa che nostro avviso sarebbe molto corretta anche per altre parti d’Italia, segnatamente Parma e Roma), appoggiando esplicitamente o implicitamente la candidata Benetton a rappresentare il “Livello Uno” della Contea del rugby. Aldilà di qualche voce di sen sfuggita – i Veneti fortunatamente hanno le loro opinioni individuali, non sono un monoblocco nordcoreano – come ad esempio della presidente del Rovigo o a qualche politicante locale.

Crime Scene Investigation – Bologna (non Miami)

Questi sono i fatti che danno una lettura degli eventi in consiglio federale di Bologna abbastanza chiara: in sintesi, c’è stato chi ha saputo giocare la sottile partita del lobbying – non dei titoli e delle “evidenze” – meglio di Treviso. Altro che veneti traditori! A fregare Treviso sono state due decisive, sottili “mandrakate”: il voto segreto (evidente il perchè; chi l’ha richiesto? Ma soprattutto chi l’ha concesso, caro Presidente?) e la decisione (again, di chi?) di non limitare il voto alle sole tre candidature “serie” in campo, come sarebbe stato logico. I ben nove voti ai Duchi capitanati da Calvisano retrocessa e Parma ridimensionata sono un monumento di abilità tattica: tanto di cappello a chi (i Pretoriani, diciamolo) sapeva di giocare per il secondo posto e ha ottenuto dagli “amici” (5 consiglieri del Centro Sud, un paio di “federali” e qualche voto di legittimo scambio) di NON votare come seconda opzione nè Aironi nè tantomeno Treviso. Lungi da me alzare alti lai contro “Roma ladrona” o gli scaltri politicanti che affossano il merito sportivo: si sapeva che sarebbe stato un pomeriggio dei lunghi coltelli, i polli e le verginelle dovevano rimanere a a casa. Questa è a modesto avviso di chi scrive la più plausibile delle analisi sul come sia andata, supportata dalla aritmetica. Il resto è al più leggenda popolare, o freddo depistaggio per dividere ulteriormente il campo perdente (si sa, la sconfitta divide sempre già di suo), dando la colpa ai veneti dei guai veneti; è dai tempi del lupo e l’agnello di Fedro e Esopo che ogni tanto qualcuno prova a dipingere la vittima – in questo caso Treviso – come colpevole – assieme al Veneto tutto – per lavarsi la coscienza di aver giocato sporco.

PARTE SECONDA: LA SCELTA CELTICA

Avevamo esordito accennando, oltre al problema di analisi sopra affrontato, anche a un assunto indimostrato.

L’assunto è il seguente: entrare in Celtic League è buono e fa bene al rugby italiano.

La posizione di questo blog al riguardo è sempre stata esplicita: non è detto, dipende.

Non dipende tanto dalle intenzioni, sane e garantite (sulla carta) – far crescere la nazionale e quindi il movimento intero, a dire il vero con ottica top down un po’ da anni Novanta. Dipende piuttosto dal COME, dalle MODALITA’ con cui in Celtic si va. Va sottolineato che altrove di queste cose non si occupa la Federazione ma i club: a titolo di esempio è la Lega dei club inglesi a discutere con quella gallese se espandere o far morire la Edf Energy Cup. In Italia purtropppo la rappresentanza “sindacale” dei club è stata ammazzata dal contrasto di interessi tra club piccoli e grandi, sotto l’occhio compiaciuto della Fir.

In Celtic perchè ?

Data l’assenza della Lega (Lire), come mai la Fir ha deciso di surrogarla imegnando tempo ed energie in un affare che in teoria non dovrebbe riguardarla? Lasciamo perdere la lettura becera della lotta di potere per il controllo del rugby in Italia con annessi diritti televisivi e quant’altro: non riteniamo che ci siano spazi di gran lucro con gli sport minori, anche se la trentina di milioni del bilancio della Fir non sono pochi.

Diciamocela tutta: si va in Celtic perchè la Nazionale Fir ha fallito il Sei Nazioni 2009.

Dopodiché ha scaricato con abile mossa le responsabilità sue e di Mallett sul livello del gioco nel campionato italiano (ma non si sapeva già da prima? Prima non riuscivamo a vincerne lo stesso un paio di partite del 6Nazioni? E non ci stanno almeno dieci nazionali che giocano all’estero, checcentra il Super10? A proposito di livello, ben tre club italici hanno sfiorato il passaggio del turno in Challenge l’anno scorso [mio neretto, N.d.Z]  e ora li ammazziamo tutti).

Armiamoci e partite, guida la Fir.

Si va in Celtic con un impianto adatto a due selezioni nazionali precostitiute, tipo Oaks rumeni; poco male, il rugby scozzeese è cresciuto dopo aver deciso un passaggio simile. Anche se noi crediamo che in un Paese vasto, da sessanta milioni di abitanti e cento province, il modello culturalmente e praticamente corretto sia quello francese-inglese imperniato sui club, più di quello scozzese. Ma tant’è. Modello a selezioni federali quindi, tipo Irlanda, con giocatori stipendiati princpipalmente dalla Fir e disolocazione geopolitica dei team regionali? Pas du tout: per mancanza di piccioli federali, s’è fatto ’sto ibrido al ribasso delle selezioni “private” ma “PILOTATE” dagli staff federali. Come dire, i soldi veri ce li mette la società ma guida la Fir che contribuisce alle spese per qualche centinaio di migliaia di euro (secondo il numero di giocatori di interesse nazionale schierati), contro un budget richiesto di almeno 5 milioni di euro. Non sta in piedi, se non per i disperati, quelli che prima o poi arriveranno a batter cassa e per i furbetti, quelli cui serve pubbicità locale e contatti per altri scopi, e poi ti piantano sul più bello coi debiti stile calcio.

Un approccio alla Bartali

Sono i prodormi dell’insuccesso; se a questi si aggiunge il probabile invio di due selezioni poco organizzate e competitive, si rischia di spegnere presto gli entusiasmi e l’interesse (Juve – Auronzo interessa solo una volta l’anno, per vedere i “nuovi”). Verrebbe da dire con Bartali: l’è tutto sbagliato l’è tutto da rifare. Ecco spiegate le perpessità, le resistenze, lo sconcerto e la fatica fatta ad accettare NON la Celtic League, ma QUESTA MODALITA’ di entrarci, da parte di molti appassionati e anche di molti club. In prima linea quelli veneti, tutti figli di iniziative locali e private: gente che dedica il suo tempo alla passione e chiede non di guadagnarci ma almeno di non rimetterci, e vuole farlo mediante l’INDIPENDENZA di giocare con i soldi propri e degli sponsor che riescono a procurarsi. E’ una questione di mentalità.

PARTE TERZA: IL PRESIDENTISSIMO

Scrive Rugby 1823: “Le parole di Dondi potrebbero essere deflagranti. Perché le sue parole dicono che queste votazioni sono state scandalose. Che è una scelta catastrofica per futuro del rugby italiano. Cioé, Dondi dice che i consiglieri federali hanno votato contro il rugby italiano. Probabilmente per interessi personali, per scambi di favore o, forse, proprio per far fuori Dondi”. Si aprirebbe quindi un problema autenticamente politico, la cui soluzione auspicata sarebbe un definire una exit strategy tra Dondi e la dirigenza di Treviso, destinata a ricondurre la Benetton a più miti consigli (fuori Munari, sottomettersi al controllo federale anche sul piano tecnico, in nome dell’interesse nazionale), per configurare una candidatura assolutamente vincente secondo i crismi federali. Si ma non si poteva farlo prima del voto? Perchè Dondi avrebbe atteso il “fattaccio” per farsi avanti con l’idea? Scenario: se fosse passata Treviso, resa da tale risultato ancora più “arrogante”, col cavolo che poi si sarebbe “piegata” a qualsiasi compromesso con la Fir … C’è qualcosa che non ci convince. Tra l’altro, al punto in cui siamo, puntare a ribaltare il tavolo prima delle scadenze (30 settembre per gli adempimenti formali da parte delle due prescelte) pur con il supporto del Presidente Fir, ci parrebbe oltremodo aleatorio: come reagirebbe una delle due prescelte qualora sopravanzata da Treviso? Come Treviso stessa. Che je direbbero allora? Meglio aspettare il pronunciamento della Celtic League che avverrà con calma entro un anno da oggi? Troppo rischioso per tutti.

E’ più semplice di così.

Noi la vediamo più lineare: se è vero che il Consiglio Federale ha preso una decisione contraria al volere del SUO Presidentissimo, allora questi dovrebbe trarne le immediate conseguenze e dimettersi. In alternativa, se ne ha la forza, costringa alle dimissioni chi ha cannato (Dondi è stato visto “cazziare” Checchinato alla fine del Consiglio). Questo sarebbe il segnale: se invece come crediamo non farà né l’una né l’altra, allora la sua indignazione è solo un barbatrucco, volto a trattare su base non irrigidita dall’odio la cessione dei molti giocatori trevigiani da mandare in Celtic, teso a sottrarre gli opulenti vivai veneti dal controllo esclusivo della Benetton e a tentare in generale di tener buoni gli irati sconfitti, per tenere assieme i cocci del rugby italiano in deflagrazione. (Guarda caso adesso sono tutti i Veneti irati e schierati all’unisono: come mai? Non erano divisi? Secondo alcuni, fiumi di prosecco avrebbero dovuto scorrere ai confini della Marca…) Purtroppo non siamo più ai giochi al parco, ogni azione ha conseguenze e chi le determina, per volontà o incapacità, se ne deve assumere le responsabilità: Benetton ha a questo punto tutti i diritti di tutelare come vuole e come riesce i propri investimenti e interessi, ricorrerendo a tutti i gradi di giudizio che potrà. E poi anticipiamo: finito il depistaggio dei veneti contro i veneti, assisteremo a grandi stracciamenti di vesti, ad altissimi sdegni da parte di chi, tifando per chi è stato privilegiato, dirà che non si fa così, che si dovrebbe essere più “sportivi” (detto da chi ha saputo – merito suo – vincere una battaglia politica e non sportiva, non è male …), che meglio sarebbe per tutti far buon viso a cattiva sorte, “un passo indietro per il bene del movimento” (non potevano farlo prima loro?) [mio neretto, N.D.Z.], si deve accettare il verdetto, dura lex sed lex; altrimenti si rompe il giocattolo (adesso che è tutto loro) …

CONCLUSIONE: COME SE NE ESCE?

Arrivati al punto in cui siamo, la Federazione come una Lady Macbeth cosciente del casino che ha combinato ma impossibilitata alle marce indietro suicide, può solo dire “What is done is done and never undone”.

- Escludere Aironi o Pretoriani per far posto a Treviso non si può più, a meno di clamorose e inopinabili cappelle di questi ultimi in fase di raccolta carte e fondi.

- Spingere Treviso a fondersi con Viadana: E perchè mai dovrebbero starci entrambe? I secondi in Paradiso ci sono già e tratterebbero dall’alto di na posizione non scalzabile, i primi mancano della mentalità per elemosinare: basta aver visto un Trofeo Topolino per capire la oggettiva superiorità organizzativa della Benetton, di gran lunga maggiore persino a quella della Fir stessa.

- Aspettare (o stimolare) il pronunciamento della Lega Celtica, interessata al turismo di Roma e Venezia ben più che alle indubbie bellezze della Bassa Padana: non siamo certi vorrano toglierci le castagne dal fuoco, se solo capiranno in che vespaio si metterebbero.

No, a questo punto temiamo che le strade rimaste siano tutte e solo impervie per il rugby italiano, siano esse la secessione, l’abbandono del rugby union della Benetton come sponsor, o i tribunali. Mi spiace non riuscire ad essere propositivo e positivo come Duccio di Rugby1823, cui rendo il merito (assiema agli appassoinati dei forum) di aver ispirato l’organicità di queste riflessioni e la volontà di condividerle pubblicamente. Sottolineao come esse siano e rimangano del tutto personali, esprimendo al massimo oltre alla mia la posizione anche del Socio Ringo aka Brett, col quale peraltro non mi sono consultato prima di espormi ma a cui Munari sta simpatico. A questo punto non rimane che sperare che ’sta farsa sia solo un brutto sogno, o meglio resta sperare in un colpo di scena, in un miracoloso colpo di coda al momento inatteso ma non impossibile nella patria di Machiavelli e dei Borgia.

UPDATE 1 (20/7): dal sito della Benetton rugby: dopo aver chiarito che la dimensione regionale e non locale nel progetto c’è sempre stata, cosi’ come la volontà di collaborare correttamente con la Fir, la società pluricampione della Marca conclude sportivamente come segue: “Benetton Rugby, i suoi giocatori e i suoi dirigenti, desiderano ringraziare i tanti appassionati veneti ma anche di altre regioni per il sostegno ricevuto ed in particolare i dirigenti delle società venete.Benetton Rugby non prenderà mai in considerazione l’idea di ritirarsi da una competizione (Campionato Italiano Super 10 o Campionato di Serie A) perché non ne condivide le regole o le decisioni. Ed assicura i propri sostenitori che onorerà come sempre il proprio impegno e la propria passione per il gioco del rugby.” Manco un disclaimer in legalese del tipo “.. salvo riservarci la verifica nelle sedi e con le modalità più opportune .. etc.etc.”. Personalmente lo leggo come un gesto di tregua in attesa di ulteriori “segnali”: un rimandare la palla in campo Fir.

UPDATE 2 (20/7): Giacomo Mazzocchi per l’agenzia di stampa il Velino, dopo aver elencato i solito mantra sui veneti contro i veneti già abbondantemente debunkato anche dal comunicato della Benetton, chiude senza volerlo con una informazione interessante: Ho già dato avvio alla ricerca di un’alternativa all’attuale sede del Sei Nazioni in Italia” ci dice il presidente della Federugby Dondi. “Roma non sarà più la sede del Torneo a partire dalla stagione 2011. Purtroppo – prosegue – per quest’anno le cose sono andate troppo avanti: calendari e tutto il resto sono già predisposti ma il rugby italiano si è stancato delle promesse da marinai che ci arrivano da Roma, perché per lo Stadio Flaminio non si sta facendo niente. Neanche per l’edizione del 2011 abbiamo alcuna certezza che i necessari lavori annunciati saranno portati a termine. È per questo motivo – conclude – che non ritengo neanche chiuso il discorso della Celtic League: ho i miei seri dubbi che il budget presentato dai Pretoriani sia sostanziato per il 20 settembre dai soldi degli enti locali romani”. Buumm, ecco svelato l’arcano: Dondi sta toccando con mano gli esiti delle promesse romane. Oppure sta solo tentando di forzare la mano agli Alemanni distratti? O e’ quel “segnale” per i Veneti furiosi (mentre Benetton sfoggia calma olimpica)? Immagino i telefoni roventi.

UPDATE 3 (21/7): Esce allo scoperto Zeno Zanandrea vicepresidente federale (uno dei veneti di nascita che abbiamo definito “a libro paga Fir”) sul Gazzettino: “Abbiamo votato compatti per Treviso (i consiglieri veneti, ndr), lo do per certo. Noi non abbiamo tradito Treviso. Sono stati gli altri a coalizzarsi contro”. Abbiamo criticato da tempo, armati di logica e di un minimo di aritmetica, la favoletta consolatoria e depistante dei veneti killer del candidato veneto. Poi e’ arrivato il signorile comunicato della Benetton che tra l’altro ringrazia le altre societa’ rugbistiche del Veneto per il supporto, ora arriva questa netta dissociazione. Vera o falsa che sia – poco importa oramai – essa segnala comunque che qualche Consigliere inizia a capire che stavolta l’hanno combinata grossa. Sono parole pesanti anche perche’ Zanandrea sara’ membro della commissione che dovra’ valutare la solidita’ delle garanzie presentate da Aironi e Pretoriani. E rincara la dose: “Il Benetton non doveva avere problemi per essere ammesso in Celtic League. La candidatura dei Pretoriani non sta in piedi. Domani sarò a Roma per iniziare a spulciarne le caratteristiche e poi riferirò al presidente Giancarlo Dondi. La partita per il Veneto non è assolutamente chiusa”. Interessante che in Italia non si salga per una volta sul carro dei vincitori. Comunque andra’ a finire, e’ iniziata proprio bene ’sta avventura Celtica …

UPDATE 4 (22/7): nuove ufficiali dal sito Fir: “Il Presidente della Federazione Italiana Rugby Giancarlo Dondi, a seguito delle obiezioni mosse dalle entità sportive che hanno visto respinte le proprie richieste di partecipazione alla Magners Celtic League, ha dato mandato ai legali della Federazione al fine di verificare la correttezza e la legittimità della procedura seguita nel processo di valutazione delle candidature. Successivamente all’esito delle verifiche in atto, l’argomento potrà essere posto nuovamente all’ordine del giorno del Consiglio Federale”. Quali sarebbero le obiezioni mosse dalle entita’ sportive che hanno visto respinte etc.etc.? Non pare che il comunicato Benetton dica nulla del genere: si mormora di frotte di avvocati pronti a scattare, d’accordo, ma non ci sono sinora fatto mosse ufficiali. A chi sta rispondendo questo comunicato? La richiesta di verifica della “correttezza e legittimità” procedurale parrebbe tutta interna alla Fir. Se si volesse parlare di “procedure” come sottolinea il Socio, non serve essere un grand commis di stato per capire che a un concorso serio PRIMA si presentano titoli e garanzie reali e solo DOPO si stila la graduatoria. Invece nel caso han fatto l’esame ammettendo anche quelli che s’erano autoesclusi (i Duchi) tranne sospetto ripensamento finale (“no no, gioco anch’io”), senza verificare i documenti all’ingresso… Ma ’sti Advisor che li han pagati a fare? Tant’è. Siamo arrivati al regolamento di conti interno al Consiglio? Dondi ha deciso di mettere qualcuno alla gogna, di stanare i dissidenti, gli indisciplinati o quelli che credevano di potersi fare le loro piccole politichette personali anche su una decisione epocale del genere? Prima che la “fronda” contro di lui si organizzi? Invece di dare le dimissioni per manifesta incapacita’ di far rispettare i propri indirizzi strategici? Se fossimo alla corte di Re Luigi con Richelieu, Milady, il duca di Marlborough e d’Artagnan, ci sarebbe da pensare al complotto: i nemici storici di Dondi e della Fir (cioè … Munari?!) avrebbero sottilmente architettato la bocciatura della Benetton, al fine di far conflagrare le contraddizioni interne che ammazzeranno questo Consiglio.

UPDATE 5 (22/7): IL Gazzettino quotidiano del Nordest e’ fonte molto informata sul rugby. Interessa al suo lettore medio, quindi reperito ha le competenze minime necessarie per non confondere rugby union con rugby league, come fanno i Chiambretti e le Ripubbliche varie. Ivan Malfatto chiarisce le linee del ricorso legale avverso la decisione del Consiglio Fir che si dice la Benetton Rugby sembra intenzionata a presentare: “La contestazione dovrebbe basarsi sul principio che al voto del consiglio federale di Bologna andavano escluse le candidature non in ordine con i requisiti economici, secondo il capitolato d’ammissione inviato alle franchigie dalla Fir. Pretoriani e Duchi sembra non lo fossero. Quindi dovevano essere escluse. Non avevano il diritto di partecipare alla votazione. Invece sono state ammesse, una di loro ha vinto e sono create due commissioni ad hoc (tecnica e finanziaria) che valuteranno entro il 30 settembre la congruità degli impegni annunciati. Facile ora per le franchigie vincenti andare a battere cassa dagli sponsor, istituzionali o economici, con l’ok alla Celtic in tasca e arrivare alla data di scadenza con le coperture garantite. Secondo le regole, dettate e poi non rispettate dalla Fir, quelle coperture andavano garantite prima”.  Lo abbiamo denunciato subito, la vera mandrakata in Consiglio è consistita principalmente nell’ammettere candidature-zombie, al solo evidente scopo di creare lo spazio di manovra per i giochini di scambio col secondo voto a disposizione. Il tutto condito e benedetto dalla opzione di voto segreto – scelta del tutto democratica, come del resto lo è il voto di scambio o la sua vendita. Per fare dell’ironia con chi finge ancora di non capire cosa sia successo per davvero a Bologna: come è stato riportato a verbale della riunione, “il suicidio del rugby italiano”. O come pensiamo noi sempre più saldamente, è l’inevitabile esplodere di tutte le contraddizioni accumulate in questo fallimentare 2009: la Celtic ma non per club, l’ossimoro di selezioni pagate da privati ma gestite e coordinate dai federali, la nazionale da rinforzare smantellando club e campionati. E poi il profuvlio di pensiero debole spacciato in non modiche quantità: il professionismo da corroborare tornando al semipro, il grido di dolore anti stranieri scarsi ma nessuno tocchi l’equiparato, il tentativo di trapianto di uno sport da dove si pratica a dove potrebbe andar di moda, etc.etc.

UPDATE 6 (22/7): la telenovela continua! Sempre dal Gazzettino, prima di tutto l’appoggio – congiunzione da parte del Presidente Dondi delle due azioni legali, quella prevista del club e quella federale, con contentino finale (state buoni se potete!): “Se troveranno errori sospenderò la delibera sull’assegnazione delle franchigie di Celtic League e riconvocherò il consiglio federale. E intanto mi attiverò con la Celtic per un’eventuale terza candidatura italiana“. Poi il retroscena “Dondi doc” sul Consiglio stesso: “Ho chiesto di non fare stupidaggini – svela - Ho detto: dobbiamo scegliere le due candidate migliori. Non ho fatto nomi. Ma tutti sapevano a chi mi riferivo. Invece è uscito quel risultato. Un colpo di mano. Ma io, Saccà, Barzoni e sei veneti abbiamo votato Treviso”. Il trio renderebbe i tre voti presi dall’accoppiata Aironi-Treviso e il “traditore” veneto sarebbe dunque uno solo (il Checchinato pubblicamente cazziato alla fine?), ma come concorda questo con la sua raccomandazione seguita da soli tre consiglieri? Aria di baruffa forte in casa … E’ una ricostruzione lievemente difforme rispetto a quella di Zanandrea e Mazzariol (“Abbiamo votato tutti e 7 compatti”), secondo cui Jago sarebbe uno dei tre non veneti sopra nominati da Dondi (Dondi incluso, il voto era segreto …), ma aiuta comunque a far giustizia della prima ricostruzione del consiglio, divenuta leggenda metropolitana (2-3 o più veneti contro Treviso). Guarda caso, a Treviso sta arrivando solidarietà a valanga da tutto il Veneto: dopo Petrarca e Venezia, arrivano quelle dei club di Oderzo, Trento, Piave, Jesolo, Rubano, Valsugana, Conegliano, Casale, Mogliano, Cus Padova, Montebelluna, Vicenza, Cus Verona, Bassano, Paese, Riviera, Belluno. Una vera ondata di indignazione verso la scelta della Fir, inclusiva di quelli che tra contradaioli di Siena sarebbero “gli acerrimi rivali” del club della Marca.

UPDATE 7 (22/7): Da Repubblica, allora, via il SeiNazioni da Roma? Alessandro Cochi, delegato allo Sport del Comune di Roma: “L’Amministrazione comunale vuole sottolineare l’attenzione che la città riserva da sempre al rugby e che sta costando ai romani circa 10 milioni di euro, cifra prevista per l’adeguamento dell’Impianto sportivo Stadio Flaminio al ‘Sei nazioni’ e che negli ultimi due anni è stato concesso gratuitamente. Le normative vigenti, il rispetto di leggi e regolamenti ci inducono a calcolare circa 2/3 anni per l’ultimazione del piano e i ritardi non sono dipesi dal cambio di Amministrazione, ma dai ritrovamenti archeologici nell’area. E’ comunque motivo di dispiacere sentire continui ultimatum e leggere di minacce che paventano la possibilità di portare via dalla Capitale un torneo così prestigioso come il ‘Sei Nazioni’, che bene si sposa con il grandissimo flusso turistico che contraddistingue Roma”. Capito? Non rompete, altrimenti ci spiacciamo.

UPDATE 8 (23/7): sempre dal Gazzettino, titolo fulminante, articolo del solito Ivan Malfatto pieno di informazione: “Le big venete pronte a dire addio al campionato”. In sintesi le notizie sono due: la prima e’ la conferma fattuale dell’inconsistenza della pietosa bugia da molti propalata dopo il Consiglio Federale – ad arte o per pigrizia mentale – sulla presunta spaccatura tra Treviso e il resto della Contea del rugby: se un effetto positivo il 18 luglio ha avuto, e’ proprio quello di aver compattato il rugby veneto come non mai, dai tifosi alle dirigenze. Tramontata la consistenza di tale leggenda metropolitana (ma non il tentativo di somministrarla ancora), c’è chi dà ragione alla tesi Dondiana di “un solo franco tiratore” in Consiglio (ma Checchinato, nel mirino, giura di aver votato Treviso come chiesto dal suo Capo), mentre altri seguono la tesi del vicepresidente Zanandrea: veneti compatti sette su sette, galeotto fu il voto di scambio tra Pretoriani e Duchi imbastito attorno alle ambizioni del calvino Gavazzi, neo rappresentante italiano presso il comitato del 6Nazioni, colui che il 18 luglio chiese e ottenne il voto segreto “in nome della democrazia”. Resta agli atti che la raccomandazione indiretta ma chiara del Presidente (“Ho chiesto di non fare stupidaggini”), sia stata seguita-capita solo da due consiglieri su diciannove, una chiara delegittimazione che spiega l’ira di Kahn-Dondi indipendentemente da chi ha vinto. Cosi’ come rimane a verbale la dichiarazione di un Consigliere: “questo e’ il suicidio del rugby italiano”. La seconda serie di notizie che confermano la pista del suicidio e’ tutta una serie prese di posizione e di prossimi incontri veneti al limite del “carbonaro”. Paiono dire che la tattica “spargi-solidarieta’ ” intrapresa da Dondi convince solo fino a un certo punto: tutti calmi per adesso in Veneto mentre gli avvocati affilano le penne, ma anche determinati a vedere risultati concreti, altrimenti ci si prepara “ai materassi” …. Il piu’ esplicito e’ Tommaso Pipitone presidente del Casinò di Venezia: “Fra le varie reazioni a caldo è stato ventilato anche l’abbandono (del Super10), come la più estrema”. Enrico Toffano del Petrarca Padova: “La prossima settimana noi quattro presidenti (di Petrarca, Treviso, Venezia e Rovigo) ci incontreremo per valutare. Ognuno ha i suoi problemi di budget. Una decisione come l’esclusione del Veneto dalla Celtic non fa altro che accentuare la voglia di…”. Di lasciare il Super 10 e ripartire dalla A2 come il Calvisano. Nel frattempo Il dg del Benetton Vittorio Munari e la presidente del FemiCz Susanna Vecchi (nel passato la piu’ critica tra i veneti sull’approccio Benetton) si sono gia’ incontrati a Rovigo e nulla trapela, mentre sul fronte federale Dondi saggia il terreno, confrontandosi col suo grande elettore nel Nordest, Tullio Rosolen. Per il quale il vecchio gioco del controllo attraverso la contrapposizione tra ricchi e poveri sembra finito: tutte le 113 società rugbistiche della Contea del Rugby si ritroveranno per determinare una strategia comune nell’assemblea del Comitato interregionale delle Venezie (Civ): “La data più probabile è giovedì 30 luglio alle ore 20. Lunedì è già convocato un consiglio straordinario del Civ” – afferma il presidente Roberto Bortolato.

UPDATE 9 (24/7): In silenzio i protagonisti “nordici”, oggi si fanno finalmente vivi i Pretoriani. Stranamente il comunicato stampa non e’ ancora reperibile nel loro sito, il quale oggi e’ pure attivo, ma riporta solo l’annuncio dell’acquisto di due nazionali, Valerio Bernabo’ e Giulio Toniolatti: potete comunque trovarlo qui. Inizialmente il comunicato gioisce e si congratula coi Consiglieri per la ottima scelta e ribadisce i perche’ di Roma: geopolitici“I principi di rappresentatività territoriale”, – e di fedeltà alla linea – “e di profonda collaborazione tecnico-organizzativa con la FIR”.  In verità ne aggiunge un terzo motivo: “di professionalizzazione del rugby italiano”; che ci azzecca direte, ve lo traduco: altrimenti ci toccava scalare al semipro come una Parma, una Padova, una Rovigo qualsiasi. Sarebbe oggettivamente la giusta dimensione anche per il rugby romano, così promettente a livello di tesseramento e di movimento giovanile, ma tant’è, noblesse oblige. Poi il testo si scaglia a testa bassa esprimendo “stupore e indignazione per le gravissime dichiarazioni del Vicepresidente Sig. Zeno Zanandrea, veneto”. Sono quelle riportate qui sotto in Update 3. A parte quel “veneto” quasi a spregio (code di paglia o regolamenti di conti loro; il livore e’ ulteriore conferma che di voti veneti i Pretoriani in Consiglio non ne han presi), si mettono le mani avanti nei confronti del comitato di revisione, dato che la prossima verifica delle garanzie inquieta non poco. Infatti il lamento che arriva da Roma e’ monocorde, dai dirigenti ai tifosi armati di bandierone: no no, cosa fatta capo ha, e’ la prima risposta quella che conta, Pretoriani in Celtic e’ deciso e non si torna indietro. Segnaliamo, gira intanto per Roma e dintorni un curioso graffito da muro di stadio: “CA3F” che starebbe per “Chabal (?!) al Tre Fontane”. La ragione del nervosismo si palesa nella parte finale della dichiarazione: “In merito al Comunicato Stampa diffuso nella serata di martedì scorso dalla FIR, i Praetoriani Roma Rugby esprimono,invece, massima serenità rispetto alla verifiche in corso del processo di valutazione culminato con il voto del Consiglio Federale, considerato l’alto profilo professionale dei promotori della candidatura romana”. Tradotto: Zanandrea e’ veneto ma tu caro Dondi no; anche se dici le stesse cose, a Roma ti vogliamo bene. Soldi? Ancora niente, ma stiamo sereni perche’ somos todos caballeros. Ai romani va riconosciuta la coerenza: l’avevan sempre detto che i piccioli sarebbero spuntati solo DOPO essere stati prescelti. Ecco perche’ andavano scartati PRIMA. Se ora ce la faranno a reperirli (e se non sono dei mona non vedo ostacoli), la exit strategy di Dondi più che non Treviso par sempre più un vicolo cieco.

UPDATE 10 (24/7): No, al NordEst non stanno silenti. Dal sito di Benetton Rugby: “Treviso, 24 luglio 2009 – Con riferimento a quanto riportato su una testata giornalistica locale, Benetton Rugby desidera comunicare di aver fatto formale richiesta alla Federazione Italiana Rugby, in data 20 luglio 2009, per l’ottenimento delle copie delle offerte delle altre partecipanti per l’assegnazione dei due posti in Magners Celtic League. Precisa, inoltre, di essere, a tutt’oggi, in attesa di ricevere la documentazione richiesta”. Mica han chiesto di sapere chi ha votato chi; conoscere le offerte dei concorrenti e’ legittima richiesta a un pubblico appalto, al fine di poter preparare altrettanto legittimo ricorso. Che non e’ diretto tanto al mitico porto delle nebbie aka Tar del Lazio, quanto e’ “bomba” destinata a cadere tra Dondi e Consiglio, con eventuali schegge verso la Lega Celtica e Super10, con buona pace di chi vorrebbe “congelare” il tutto. Ieri la Benetton aveva diramato un altro comunicato: “Benetton Rugby desidera comunicare il proprio stupore nel constatare come, quella che doveva essere una gara meritocratica con garanzie economiche per partecipare alla Magners Celtic League, di fatto sia stata decisa da una scelta politica a voto segreto. La nostra società, da sempre ha manifestato la sua aspirazione europea. E ritiene, nel corso della sua storia, di avere sempre onorato il gioco del rugby e di avere costantemente tenuto gestioni economiche impeccabili. Mai Benetton Rugby avrebbe rinunciato al suo diritto di competere ai massimi livelli consentiti, per mettere il proprio futuro agonistico nelle mani di una scelta politica che non tiene minimamente in considerazione la meritocrazia conquistata sul campo da rugby. Desideriamo ancora ringraziare le società del Triveneto che ci hanno manifestato il loro sostegno. E siamo orgogliosi che siano così tante. Per quanto è nelle nostre possibilità, ci facciamo un punto di onore di non deluderle”. Oggi chiede la carta, ieri dettava la linea. Dondi muoviti, a breve partono gli avvocati.

Il messianismo democratico di Gustavo Zagrebelsky

July 20, 2009 Zamax Leave a comment

GiornalettismoTorna Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, l’ideologo-non ideologo della Città Democratica dalle simmetrie perfette e dalla più perfetta trasparenza, con le sue quattro belle porte in direzione dei quattro punti cardinali, splendente e cristallina come la Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse Giovannea. Torna a parlarci di moralità pubblica, per nobilitare con le sue auguste e fredde considerazioni il puttanaio alzato da La Repubblica negli ultimi mesi, ora che la fase di erezione nell’attenzione dell’opinione pubblica sta biologicamente scemando. Tuttavia non si tratta di moralismo tout-court. Si tratta dell’essenza della democrazia, che è la società della lealtà e della verità, contrapposta alla società della menzogna e della sopraffazione, grosso modo quella del mondo predemocratico, si direbbe, almeno ad osservare da lontano l’astratta concezione della storia del nostro. Nella prima la virtù pubblica è l’esercizio della verità, che non è l’imposizione di una particolare visione del mondo, che rimane soggettiva, ma il rispetto della mera verità dei “fatti”: che è il solito metodo sbrigativo dei robespierrani di ogni epoca per tagliar corto – ad un certo punto – ogni ragionamento con l’affermazione di un’indiscutibile “ovvietà”. Nella seconda la virtù consiste nell’esercizio della menzogna e della dissimulazione, da parte dei potenti ma pure da parte dei sudditi, in chiave difensiva.

Dunque per Zagrebelsky fondamentalmente la democrazia funziona e si caratterizza attraverso la correttezza. Ma chi giudichi questa correttezza non è dato sapere. La correttezza è una qualità etica e tuttavia la democrazia non sposa nessuna etica. Al contrario la democrazia sposa un fecondo relativismo, fattore di libertà. E tuttavia la democrazia non deve cadere nel nichilismo o nell’indifferenza etica, che anzi è una caratteristica dello stato di servitù. Anche se Zagrebelsky è contro l’etica della verità. Ma:

contro l’etica della verità significa a favore di un’etica del dubbio. […] L’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica.

Dobbiamo stare però attenti, il rispetto delle procedure non basta a sostanziare l’etica-non etica democratica: cari miei, al Prefetto della Fede Democratica nulla sfugge! Perché può darsi che anche con il rispetto delle procedure i manipolatori della Parola riescano a far trionfare la menzogna, e questa sarà smascherata dai suoi frutti. Costoro sono i profittatori delle libertà democratiche e devono essere combattuti senza pietà. Per dirla con Zagrebelsky:

Naturalmente, l’affermazione del carattere relativista della democrazia incontra un limite in una sorta di principio di non contrattazione; essa non può essere relativista rispetto alle sue stesse premesse, ai principi su cui si basa. Qui deve valere l’assolutismo e la difesa intransigente dai pericoli che le vengono dai suoi nemici, coloro che si richiamano all’anti-democrazia. Anzi, una volta che la democrazia sia concepita non come pura procedura ma come sostanza di valori politici (l’uguaglianza e la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà e l’inclusione sociale, la tolleranza, eccetera) può diventare essa stessa un fine di se stessa. Anzi, deve diventarlo, senza di che si trasformerebbe in un mezzo come un altro per la conquista del potere e l’abolizione della democrazia; un mezzo, in certe condizioni storiche, addirittura più invitante, perché meno violento di altri.

Eccola qua, come volevasi dimostrare, la Nuova Gerusalemme Democratica, la democrazia come “un fine di se stessa”, sostanza di valori “politici” – etici o non etici? -; che dovrebbe riuscire a conciliare, senza uscire dalla schiavitù del tempo e dello spazio, ed in questa terra di lacrime, la verità vera, quella non dogmatica, con tutte le verità “dogmatiche” particolari, in un regime di libertà; dove tutto si muove componendosi però nella stabile armonia delle sfere celesti.

Eh bellissimo! Ma non crediate che entrare fra gli eletti della città democratica sia così semplice. Dovrete superare un esame, previo corso di preparazione, in merito alla super-etica dell’etica del dubbio, che supera il dualismo tra ius e lex, tra norma morale e norma giuridica, nello stesso tempo in cui ne riafferma la distinzione, che invera la vera verità opposta al dogmatismo e all’ideologia, e che si sostanzia nel rispetto di un decalogo-non decalogo di valori-non valori transeunti eppure eterni e nell’esercizio di un’educazione permanente alla democrazia. Ma ecco il decalogo dell’avversario dell’etica della verità:

In altro luogo, ho cercato di esporre per esteso, a partire dal senso comune [“senso comune”: è di nuovo il metodo per tagliar corto – ad un certo punto - ogni ragionamento con l’affermazione di un’indiscutibile “ovvietà”, N.d.Z.] una specie di decalogo dell’etica democratica: l’adesione a principi e valori, contro il nichilismo; la cura della personalità individuale, contro le mode, l’omologazione, il conformismo e la massificazione; lo spirito del dialogo, contro la tentazione della sopraffazione; il senso dell’uguaglianza e il fastidio per il privilegio; la curiosità e l’apertura verso la diversità, contro la fossilizzazione e la banalità, e contro la tendenza a guardare ogni cosa da una sola parte, la nostra; la diffidenza verso le decisioni irrimediabili che non consentono di ritornarci criticamente su; l’atteggiamento sperimentale, contro le astrazione dogmatiche; il senso dell’essere maggioranza e minoranza, dei compiti e delle responsabilità corrispettivi; l’atteggiamento di fiducia reciproca, che non vede in ogni cosa complotti e in ogni avversario un capro espiatorio; infine, la cura delle parole.

E questa è solo la sintesi di una sorta di prontuario, di catechismo civico continuamente aggiornato, che il cittadino dovrà consultare per saper bene cosa fare e cosa dire; insomma, per essere un bravo “democratico”. A giudicare la vostra preparazione sarà il Comitato di Salute Pubblica della Città Democratica; ma non spaventatevi, a parte queste quisquilie potrete folleggiare, o no?

Quanto a me, a questa società civile preferisco di gran lunga lo stato selvatico; e pure quello berlusconiano mi sembra molto più umano e degno di rispetto, anche se purtroppo fuori della portata delle mie tasche.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Santo subito!

July 14, 2009 Zamax 10 comments

Insomma ce l’ha fatta il furbacchione. Roberto Balducci, da poco vaticanista del TG3, è riuscito a farsi rimuovere da un posto che ormai gli stava dolorosissimamente sulle palle. Aveva sparato la sua cazzata senza molte speranze domenica sera chiudendo il suo servizio con una presa per il culo del Papa:

“Domani il Papa va in vacanza e ci saranno anche due gatti… che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti,  forse un po’ di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole”.

Da cronista, se il pastore tedesco e le pecorelle al seguito gli facevano proprio schifo, avrebbe potuto dire che c’era poca gente in giro e che la Chiesa avrebbe dovuto interrogarsi su questo. Ad esempio. Invece no, ha voluto proprio fare il ritrattino di un gruppetto di ebeti che ascolta un ebete. Non era sul suo blog, o su Facebook, non era nemmeno lì in veste di corrosivo opinionista, cose che avrebbero legittimata la sua bischerata; no, era lì in veste di cronista, e in quest’ultima veste le prese per il culo non sarebbero state accettate nemmeno se si fosse trattato di un comizio elettorale dei quattro gatti del Partito della Foca Monaca. Ma insomma bisogna capirlo, sentire le prediche di un vecchio coglione fuori del tempo era una tortura atroce per un rappresentante qualificato della società civile, quale il nostro eroe. E allora lui e il suo direttore hanno fatto una chiacchierata; il direttore gli ha detto che aveva fatto una minchioneria, e che forse era meglio passare a qualche nuovo incarico, e Roberto per senso di responsabilità, esultando in cuor suo, ha detto di essere d’accordo, e quindi è stato “rimosso”. Questa “rimozione” è il primo gradino del cursus honorum del martire in ciabatte. Intanto il risultato minimo – un nuovo incarico – è stato raggiunto. Adesso è il momento di giocare bene le proprie carte, visto che si va in giro idealmente con sul petto la medaglietta di vittima dei clerico-fascisti, roba che fa girar la testa alle colleghe e schiattare d’invidia i colleghi; bisogna battere il ferro finché è caldo. Quindi è ora mettere in moto l’international connection. Far sì che domani o domani l’altro la sua bella faccia da schiaffi trionfi sulle pagine delle gazzette di mezzo mondo sotto o sopra il titolo di: “giornalista italiano cacciato dalla TV per aver osato criticare il Papa”. Allora davvero potranno spalancarsi orizzonti di gloria: ci saranno interviste, e, visto che l’ingegno fa laicissimi miracoli, ci sarà l’occasione per ricordarsi di un mucchio di particolari significativi e strazianti della sua breve carriera di vaticanista. Poi magari ci sarà un libro. La vetrina di una libreria di New York, una faccia , un titolo: “Victim of the Pope, an italian story”…

Bei sogni, roba di lusso: questa da lunghi decenni ormai è la sorte strana e lacrimevole delle vittime del regime clerico-fascista italiano, che ad ogni persecuzione raddoppiano le fortune.

Tra realtà e rivoluzione

July 13, 2009 Zamax Leave a comment

GiornalettismoInfrantosi col collasso politico e sociale succeduto alla fine della prima guerra mondiale il graduale processo d’inserimento del movimento socialista nella vita parlamentare italiana, il massimalismo che ne è seguito ha generato le due forme antidemocratiche e antiliberali del socialismo nazionale – ossia il fascismo – e del socialismo internazionalista – ossia il comunismo. Il paese cedette al primo fino alla sua caduta con la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Da allora il massimalismo si colorò, quasi unicamente, di rosso. Con il crollo del comunismo in Europa, privo di un progetto politico di un qualsiasi colore, il massimalismo si è ridotto alla pratica del giacobinismo, ossia alla pura delegittimazione dell’avversario con argomenti extrapolitici, o almeno quelli non compresi nel normale perimetro del dibattito politico delle democrazie liberali. Ciò spiega come oggi sia possibile il confluire in una stessa area politica – nominalmente di sinistra – di uomini d’ordine come Di Pietro o Travaglio. Le elezioni politiche del 2008, vinte dal centrodestra guidato da Berlusconi, sono da considerarsi storiche. Hanno segnato la fine per il massimalismo di ogni reale prospettiva di potere, in quanto quell’Italia di mezzo rappresentativa di conservative oligarchie economiche, e quindi interessata a tenere in basso la marea montante delle classi economicamente più dinamiche del paese alle quali il self-made man Berlusconi dava voce politica, e quindi potenziale alleata della sinistra in un disegno di conservazione, anche perché intimorita dalle conseguenze che una fine traumatica del Cavaliere avrebbe per essa significato se gli si fosse legata in qualche modo esplicitamente; quell’Italia di mezzo dunque ha riposto nel cassetto il sogno di archiviare il Cavaliere come un’anomalia della storia italiana e di accettarne la realtà politica. Ciò è testimoniato dal netto cambio di rotta attuato dai grandi giornali del Nord, il Corriere della Sera, La Stampa e il Sole24Ore all’indomani delle elezioni. Ciò è testimoniato dalla vicenda del salvataggio di Alitalia, faccenda invero ben poco onorevole da un punto di vista di cultura economica ma assai significativa dal punto di vista politico, in quanto ha concretamente simboleggiato la nuova epoca di collaborazione, o per meglio dire l’armistizio, tra la realtà politica della Casa delle Libertà e i cosiddetti ex poteri forti, il cui indebolimento e il cui venire a patti costituiscono non l’inizio del regime berlusconiano, ma al contrario una democratizzazione dei poteri reali nel paese.

La neutralizzazione del massimalismo pone finalmente la base per la pacificazione e la normalizzazione liberaldemocratica del paese, e la reale conclusione di un infinito dopoguerra. L’ultima arma in mano alla fazione antidemocratica, esaurito ogni altro argomento e maneggiata ben s’intende nel nome della democrazia, alla bisogna sostanziale, è la retorica legata al rispetto della legalità, nel campo privato, pubblico e costituzionale, mantenendo, con quest’ultimo ambito, la possibilità di accusare di “fascismo” l’avversario politico. La lotta per la “legalità” non è perciò disinteressata, ma è strumentale ad una visione palingenetica dei cambiamenti politici, destinata però nei momenti cruciali a venir respinta dalla nazione per istinto di autoconservazione. Questa particolare fisiologia dei processi democratici, in un paese che riesce ancora a produrre gli anticorpi necessari, fu bene illustrata in una paginetta di Alexis de Tocqueville:

La nostra filosofia irreligiosa fu predicata tra loro [gli inglesi] anche prima che la maggior parte dei nostri filosofi venisse al mondo: fu Bolingbroke che ammaestrò Voltaire. Durante tutto il diciottesimo secolo l’incredulità ebbe in Inghilterra rappresentanti celebri. Scrittori abili e profondi pensatori ne sposarono la causa; ma non poterono mai farla trionfare come in Francia, perché tutti coloro che avevano qualcosa da temere dalle rivoluzioni si affrettarono a venire in soccorso della religione riconosciuta. Anche quelli che erano più vicini alla società francese di quel tempo e non giudicavano false le dottrine dei nostri filosofi le respinsero come pericolose. Grandi partiti politici, come accade sempre fra i popoli liberi, trovarono interesse a vincolare la loro causa a quella della Chiesa; si vide Bolingbroke stesso divenire alleato dei vescovi. Il clero, animato da tali esempi e non sentendosi mai solo, difese energicamente la propria causa. La Chiesa d’Inghilterra, nonostante il vizio della sua costituzione e gli abusi di ogni genere che formicolavano in essa, sostenne vittoriosamente l’urto; scrittori, oratori uscirono dalle sue file e si schierarono con ardore a difesa del cristianesimo. Le teorie che gli erano ostili, dopo essere state discusse e confutate, furono infine respinte dallo sforzo stesso della società, senza che il governo se ne immischiasse.” (Alexis de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Libro III, Capitolo II)

Lo abbiamo visto anche in questi giorni. L’improvvido appello allo straniero di Di Pietro è stato il catalizzatore di un rigetto generalizzato dell’approccio distruttivo della fazione giacobina: giornalisti e personalità sempre critiche nei confronti di Berlusconi hanno fatto muro in sua difesa, senza dirlo esplicitamente, nei giorni del G8 italiano: Sergio Romano, Gian Antonio Stella, Stefano Folli e altri. Fra questi, Piero Ostellino, che ha attaccato direttamente e duramente Di Pietro, ma con dovizia di argomenti, e con pacatezza. Gli ha risposto assai sgradevolmente invece D’Avanzo, alfiere di Largo Fochetti di una delle tante “vere opposizioni” della sbrindellata e sempre più minoritaria sinistra; siamo nel 2009, ma al suo interno, in Italia, c’è sempre un’opposizione più “vera” della tua che ti manda all’opposizione, e quindi nel campo dei collaborazionisti, e quindi nel gregge dei “servi e dei lacchè”:

Dunque, se non a ugole gregarie per vocazione (come Piero Ostellino, soi-disant liberale di via Solferino, parolaio indifferente ai fatti, che vede separazione dei poteri dove c’è – macroscopico – un “potere unico” che liquida il principio costituzionale d’eguaglianza), almeno al capo del governo è chiaro di che cosa si discute.

Niente di nuovo; oggi possiamo perfin sorridere, ma in altri anni con certi marchi d’infamia addosso non avrei passeggiato tanto tranquillo per strada. Tuttavia la fazione massimalista, la grande falange politicamente corretta che è stata il vero modello del tribalismo della società italiana, pur essendo ormai un ramo politicamente secco, è ancora assai vasta. Non ci si sveste di un abito mentale indossato per tanto tempo nel giro di un mattino, prova ne sia la surreale chiamata in causa della “questione morale”, come arma politica tutta interna, in merito alla vicenda dello stupratore seriale di Roma, da parte del candidato apparentemente più “laico” e meno politicizzato alla segreteria del PD, Ignazio Marino. Insomma, gran confusione sotto il cielo di una sinistra tra realtà e rivoluzione. Non necessariamente negativa. Al contrario. Nell’ultimo editoriale domenicale su Repubblica, Eugenio Scalfari prima non ha rinunciato al vecchio vizio di trasformare gli aggrediti in aggressori e viceversa, e di dipingere il primo ministro come un duro autocrate:

Berlusconi avrebbe potuto esercitare una piccola parte da statista associando al successo l’opposizione che ha accettato la tregua chiesta da Napolitano. Ma nemmeno questo ha fatto. Ha continuato ad attaccarla tutti i giorni, chiamandola “opposizione-cadavere, comunista, faziosa”. Poi, una volta chiuso il sipario sul G8 dell’Aquila, è andato ancora più in là: si sta rimangiando l’impegno preso anche in suo nome dal ministro Alfano con il Quirinale circa una pausa nella legge sulle intercettazioni; ha ripetuto che non ha intenzione di trattare alcunché con l’opposizione; ha maltrattato i suoi dissidenti interni; ha richiamato all’ordine perfino la Lega. “Ora dev’esser chiaro a tutti che sono io che comando” ha detto ieri. L’ora della carota è passata e si ricomincia col bastone.

ma poi ha concluso l’articolo con parole che, pur criticissime, sanno quasi di resa ad una ragionevolezza in piena contraddizione con il mito di un dittatore e di un paese incamminato verso la dittatura veicolato dal suo stesso quotidiano:

Dal canto nostro, poiché è di noi che si parla, le nostre riserve e le nostre critiche non cesseranno se non altro per indurre il premier scapestrato a cambiare definitivamente comportamenti pubblici e privati che sono l’esatto contrario da quelli ai quali un capo di governo dovrebbe attenersi. Continueremo dunque a pubblicare notizie di fatti come è compito di ogni giornale, ma non speriamo e non ci illudiamo di vedere effetti vistosi. Salvo quello di vedere il premier far bene il mestiere dell’anfitrione, ma di questo eravamo certi. Purtroppo non è di questo che ha bisogno il nostro Paese.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Tutto il mondo è El País

July 10, 2009 Zamax 9 comments

La bella Shukri Said, ex miss Somalia, da lungo tempo in Italia, ha lavorato nel mondo del cinema e della televisione, e tempo fa ha recitato in un ruolo secondario della serie “Don Matteo”. Dopo un po’ il suo personaggio è sparito dalla serie. Lei ha accusato la casa di produzione di mobbing, mentre questa asserisce che il contratto è stato pienamente rispettato. Fatto sta che Shukri Said ha il dente avvelenato e in una recente intervista di El País ha riassunto così la faccenda: “me echaron por racismo de una serie en la que hacía de policía”, cioè: “per razzismo mi cacciarono da una serie in cui facevo la poliziotta”. Oggi, in qualità di “segretaria dell’Associazione Migrare”, ha scritto, presumibilmente in italiano, visto che è stato tradotto, un articolo sempre per El País intitolato: “Italia: con una buena siesta se pasa todo” ossia: “Italia: con una buona dormita passa tutto”. E’ un breve sunto in stile Repubblica di tutte le recenti malefatte dell’orrido Berlusconi e delle magagne attuali dell’Italia. Ragazzi siamo messi proprio male. Leggete per credere:

Hace aproximadamente dos meses y medio que una parte de Italia está al corriente de las amistades nocturnas y juerguistas del Cavaliere y que de ello se ocupa la prensa internacional, pero son muchos los que nada saben y quienes, por lo tanto, no pueden valorarlo. Si uno pasea por una capital de provincias cualquiera, no tarda en percatarse de que las costumbres del presidente del Gobierno no sólo no son conocidas, sino que, una vez explicadas, no resultan creídas. Los argumentos son de este tipo: “Una persona como él ¡cómo va a irse de putas!”. La provincia italiana, sin embargo, sigue sana cuando afirma indignada que: “¡Irse de putas es algo inmoral!”, e, invitada a informarse en Internet, promete: “¡Lo haré, no le quepa [? queda? N.D.Z.] duda!”.

Sono circa due mesi e mezzo che una parte degli italiani è al corrente delle allegre amicizie notturne del Cavaliere e che di queste si occupa la stampa internazionale, però sono molti quelli che non ne sanno niente e che quindi non possono esprimere giudizi. Se uno passeggia per un capoluogo di provincia qualsiasi, non tarda ad accorgersi che i comportamenti del presidente del governo non solamente non sono conosciuti, ma anche che, una volta spiegati, non sono creduti. Gli argomenti sono di questo tipo: “Una persona come lui che va con le puttane!” La provincia italiana, ciononostante, continua ad essere sana quando afferma indignata che: “Andare con le puttane è qualcosa d’immorale!”, e, invitata ad informarsi su Internet, promette: “Lo farò, non abbia dubbi!”

Lo zelo leggermente esagerato della bella signora ha spinto il provincialotto che è in me a buttare giù d’impulso un sarcastico commento in un arrischiatissimo castigliano, che è stato pure pubblicato: chiedo venia, ne dubitavo.

“Si uno pasea por una capital de provincias cualquiera, no tarda en percatarse de que las costumbres del presidente del Gobierno no sólo no son conocidas, sino que, una vez explicadas, no resultan creídas.” Ah ah ah por favor, de qué estas hablando? Del XIX siglo? Yo comprendo que no le gusta nada – en todo los sentidos, lo entiendo ah ah ah – el nuestro viejo Berlusca, pero me parece que la mentiras deberian ser un poquito màs inteligentes y menos ridiculas; asì que quiero denunciar la gravisima ofensa contra la inteligencia del pueblo español!!! ah ah ah Disculpe mi castellano, soy italiano de provincia y ingenioso hidalgo tambien…

L’articolo di “El País” naturalmente ha avuto l’onore della quotidiana rassegna stampa internazionale de La Repubblica intorno alle gesta del nostro duce, ma senza alcun link, forse perché si sarebbe scoperta l’italian connection. Curioso poi che gran parte della stessa rassegna stampa sia la copia parola per parola di un pezzo dell’ANSA del nuovo direttore Luigi Contu, arrivato fresco fresco da La Repubblica. Appena un mesetto fa.