Zamax

Je me contredis bien à l'aventure, mais la vérité je ne la contredis point (Montaigne)

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (6)

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Ultima e breve puntata di questo casuale feuilleton sul mondiale di calcio, che sempre il caso ha voluto passasse alla storia gloriosa del mio blog – non è falsa modestia, è che spero sempre nella Provvidenza – col nome di: “Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori”. Affermazione assurda, in assoluto. Ma che mantiene un suo valore polemico, non solo riguardo alla disgraziata spedizione italiana. Per me, infatti, questo è stato un bel mondiale, uno dei migliori che abbia mai visto. Anche la finale, che non è stata una “bella” partita, ma sicuramente una “buona” partita. Se son giocate bene, mi piacciono anche le brutte partite. Finalmente abbiamo visto “squadre” con un grado di coesione e di gioco a livello di quelle di club, segno che più che il tempo sono le idee chiare a servire. Se vi chiedete cosa intenda per “gioco”, leggetevi, se ne avete voglia, gli altri post. Le squadre che hanno giocato bene, nei limiti delle loro possibilità tecniche, sono state in genere premiate da buoni piazzamenti. Molto buono il Cile. Molto buono il Messico. Ottima, la migliore di tutte, anche se non brillantissima, la Spagna. Buono il “brutto” Paraguay. Più che buoni gli Stati Uniti. Discreto l’Uruguay. Abbastanza buone le squadre asiatiche. Buona, come da tradizione, l’Olanda, ma niente di più. Da Slovacchia e Slovenia il minimo indispensabile del gioco ben organizzato. Germania brillante, ma gioco non buono. E’ con soddisfazione, invece, che registro il fallimento delle squadre che hanno giocato male. Pessima la Francia. Pessima, ahimè, l’Italia. Male l’Inghilterra. Male la Serbia. Male quasi tutte le squadre africane (sufficiente il Ghana, niente di più). Male il Brasile, che grazie al valore dei suoi giocatori poteva naturalmente vincere lo stesso il mondiale. E per l’Argentina vale quasi lo stesso discorso.

Ultima cosa. Adesso sentirete le solite gazzette invocare i “vasti programmi” (per dirla con De Gaulle) a lungo termine, le “politiche” sportive, le scommesse sui giovani. Mezze verità, ma solo mezze, che suonano strane, per non dire mostruose, sulla bocca di gente che quando parlate di “gioco” (che non è la magica e ridicola tabellina dei moduli)  – ossia il programma minimo – vi guarda come se foste un fanatico.

Ah, ultimissima cosa. Sono stati eletti: miglior giocatore del torneo Forlán, che ha preceduto Snijder e Villa. Miglior portiere Casillas. Miglior giovane Müller. Capocannoniere sempre Müller, che, a parità di gol segnati, ha vinto per il maggior numero di assist. Io avrei premiato Müller anche come miglior giocatore del torneo: perfetto in tutte le partite, e forse decisivo in quella in cui è mancato.

E trovo emblematico, e giusto,  che il gol decisivo del mondiale lo abbia segnato un piccoletto in gamba come Iniesta.

Written by Zamax

July 12, 2010 at 3:42 pm

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Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (5)

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La Germania dei giovani panzer multietnici – com’era scritto in partenza – si è terribilmente impappinata contro la Spagna. La Germania di questo mondiale, dal punto di vista del gioco, non era diversa da quelle che l’hanno preceduta. Una compagine quadrata, con difensori e centrocampisti laterali di buon dinamismo, larghi sul terreno di gioco (anche se il magnifico Müller e il suo compagno Podolski sono per natura delle punte che si sono adattate a giocare sulla fascia con diligenza tutta teutonica), difensori centrali alti e ben messi, un “numero dieci” e un centravanti vero. Le tabelline esoteriche sul modulo di gioco – 4-4-2, 4-4-1-1, 4-2-3-1 ecc. – sono di scarsissimo interesse, ma i popoli fin dall’antichità hanno coltivato una particolare superstizione per le formule magiche, per cui non è sorprendente che trionfino nelle gazzette. L’ultima mannschaft si è distinta da quelle degli ultimi mondiali (deludenti, al di là dei piazzamenti finali) solo per le caratteristiche dei giocatori, che le hanno permesso di eccellere in certe giocate di rimessa. La Germania si è trovata ad avere in avanti quattro-cinque giocatori (Schweinsteiger, Müller, Podolski, Özil, e anche il vecchio Klose) con alcune qualità in comune: velocità, ottima tecnica, e linearità. In condizioni tattiche ideali la Germania ha dato l’impressione di un meccanismo fluido, potente e preciso. Fino all’incontro con la Spagna queste si sono presentate spesso. La Germania ha incontrato Australia, Serbia (partita persa, di quelle in cui va tutto storto), Ghana, Inghilterra e Argentina, tutte squadre che hanno dimostrato generalmente poca compattezza, squadre lente e lunghe sul terreno di gioco. Squadre insomma a maglie larghe nel mezzo del campo, dove i tedeschi riuscivano spesso ad imbastire manovre fatte di quattro-cinque passaggi in velocità che sorprendevano le difese avversarie. Con una squadra come la Spagna, che gioca cortissima, era logico che alla Germania sarebbero mancati gli spazi in profondità e che le sue azioni d’attacco si sarebbero impigliate sul nascere in un reticolato a maglie fitte. Per questo prima della partita avevo scritto che alla Germania poteva piuttosto riuscire la pugnalata diretta, ossia il passaggio filtrante che salta direttamente questa barriera e mette l’attaccante davanti al portiere. Ma al di là dell’ordinato agonismo e della testardaggine che da sempre la contraddistingue, il gioco della nazionale tedesca rimane piuttosto statico e datato. E’ una squadra che non riesce a pressare efficacemente per lacune organizzative. Le tante mezze cartucce spagnole hanno corso molto meglio monopolizzando quindi il possesso di palla e i panzer sono apparsi – naturalmente – “stanchi” (mentre quando l’Italia stentava e arrivava sempre “seconda” sul pallone nella partita con la Slovacchia, i nostri telecronisti ce la menavano col fatto che gli Slovacchi erano tutti dei marcantoni: le solite amenità dai tempi del Divo Cesare). Khadira girava a vuoto, Schweinsteiger, che ha pure fatto un partitone, correva come un dannato. Ma gli spagnoli, che corricchiavano con sapienza, erano beffardamente sempre in superiorità numerica. E’ completamente falso che ciò sia dipeso solo dalle qualità di palleggio degli spagnoli. Il perché l’ho spiegato nei post precedenti. Riguardo al “reticolato a maglie fitte” di cui ho parlato sopra, il discorso vale sia per la fase difensiva sia per quella offensiva. Ciò spiega anche il palleggio stretto e quasi comodo degli spagnoli fin dentro l’area avversaria, cosa rara da vedere e che sicuramente avrà colpito molto gli spettatori. In una situazione normale, con la difesa avversaria schierata, il gioco degli spagnoli – che è quello del Barcellona – tende idealmente a portare senza sfilacciature tutta la squadra fin sulle soglie della porta avversaria, con la forza del soprannumero e la banalità del passaggio corto, quasi azzerando la situazione ad ogni fascia orizzontale di terreno conquistato. E’ questo il presupposto tattico per i numeri “brasiliani” degli attaccanti.

La cosa curiosa della finale mondiale che ci stiamo apprestando a vedere è che la Spagna è la squadra che, mutuandolo dal Barcellona, ha meglio perfezionato il gioco nato in Olanda nel periodo a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta. Le due versioni gloriose di questo gioco furono quelle dell’Ajax e della nazionale orange dei tempi di Cruijff, e l’Ajax di Van Gaal degli anni novanta. La prima ispirò Sacchi per la costruzione del suo Milan, che ne diede però un’interpretazione più totalizzante e consapevole, più chiara da leggere – e per questo fece scuola in tutto il mondo – ma anche più difensiva, ubbidendo in questo al genio italiano. L’Ajax di Van Gaal, invece, ubbidendo al genio olandese, esplorò le possibilità offensive di questo gioco, e fu il vero modello del Barcellona e della Spagna attuale. D’altronde le connessioni tra il Barcellona e il calcio olandese sono note: i lunghi anni di Cruijff, allenatori come lo stesso Van Gaal, e Rijkaard, sotto la cui guida il gioco messo in mostra negli ultimi due anni dal Barça di Guardiola si era già cementato.

Per quello che ha significato negli ultimi quarant’anni, per le finali perdute, il calcio olandese meriterebbe il primo alloro mondiale. Ma questa squadra francamente non mi sembra complessivamente all’altezza. Né dal punto di vista della tecnica individuale, né da quello del gioco: il “suo” gioco, oggi molto meglio interpretato dai rivali spagnoli.

Gli spagnoli sono arrivati in finale attraverso una serie di vittorie striminzite. Hanno trovato squadre che hanno badato quasi solo a difendersi, e qualche volta a contrattaccare. Talune benissimo (il Cile), o bene (il Paraguay), talune così così (Portogallo, Germania, al di là del valore tecnico di queste due squadre), talune come meglio potevano (l’Honduras). Ha perso la partita inaugurale con una modesta Svizzera che, chiusa nel suo bunker difensivo, e un po’ troppo assistita dalla dea Fortuna, ha pescato il classico e rocambolesco golletto in contropiede Ma Vicente del Bosque, di cui ho un’ottima opinione (il suo Real Madrid resta il migliore degli ultimi lustri, sul piano del gioco), non si è scomposto più di tanto, dicendo subito che loro, gli spagnoli, avrebbero continuato a giocare alla stessa maniera. Non poteva fare altrimenti, ma “dirlo” è un conto, “dirlo” dimostrando una convinzione profonda e tranquilla è un altro. Gli va dato merito.

Credo perciò che da un punto di visto meramente tattico proprio la finale contro l’Olanda sarà per gli spagnoli la partita più facile del mondiale. E’ difficile che gli olandesi possano, per tradizione e temperamento, basare la loro partita sul pressing difensivo, come hanno fatto Cile e Paraguay. Ed è però difficile che possano sottrarre agli spagnoli quel possesso di palla che è una caratteristica degli olandesi, non per qualità tecnica ma per impostazione di gioco. E allora che faranno? Annegheranno in una fragile incertezza? La Spagna ha segnato al massimo due gol in una partita di questo mondiale. Questa volta rischia seriamente di farne di più. Mi sbilancio: prevedo un risultato del tipo 3-1, 4-1 o 4-2.

P.S. C’è un giocatore che mi sta sommamente sulle palle: Van Bommel. Un tipo specializzato in entrate criminali sulle gambe degli avversari, che ha la spudoratezza poi di prendersela con quelli che ha appena azzoppato; uso a piagnucolare per le decisioni dell’arbitro; uso a fare la vittima; uso però ad essere il primo a reclamare cartellini gialli e rossi quando qualcuno dell’altra squadra tocca uno della sua squadra; e nonostante tutto questo, ormai abituato a passarla sempre liscia. Domani lo vedo in difficoltà, lì in mezzo al campo. Secondo me rischia di uscire anzitempo dal campo. Speriamo sia la volta buona.

Update del 11/07/2010, dopo la partita di finale: Non è stata affatto la partita che pensavo, almeno per sessanta-settanta minuti. L’Olanda ha fatto proprio un’intelligente partita di “sacrificio”, simile a quella giocata dal Cile contro la Spagna: l’ideale per mettere in difficoltà gli spagnoli. E’ stato un pressing a tutto campo, non solo nella zona difensiva. In realtà qualcosa del genere me l’aspettavo, ma molto, molto più molle; qualcosa di fatto a metà, di inconcludente, qualcosa quindi di oltremodo rischioso che avrebbe facilitato gli spagnoli. Tuttavia questa aggressività è stata solo parzialmente l’esito del gioco; molta, troppa, è derivata dall’agonismo. L’arbitro ha graziato i due centrocampisti centrali, il solito insopportabile Van Bommel e De Jong, sennò dopo mezz’ora l’Olanda poteva restare in nove.  Alla fine però un cartellino rosso è arrivato lo stesso.

P.S. Il goal di Iniesta, se ho visto bene, è la quintessenza dei problemi di regolamento sul fuorigioco, che da qualche parte ho già denunciato. Sul primo passaggio da sinistra,  infatti, – sempre se ho visto bene – Iniesta era in posizione di fuorigioco, considerata però “passiva”, evidentemente perché la palla non gli è arrivata. Fatto sta che, come è successo mille altre  volte, questa posizione di fuorigioco “passivo” nel giro di due secondi è diventata “letale” ed ha deciso un campionato del mondo. Sempre se ho visto bene, s’intende.

Update del 12/07/2010: La posizione di Iniesta è regolare anche al momento del primo passaggio di Torres. E’ perfettamente in linea quando Torres tocca il pallone. Meglio così.

Written by Zamax

July 10, 2010 at 2:05 pm

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Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (4)

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Per i giornalisti italiani, per gli addetti ai lavori, e anche per i tifosi, la “condizione fisica” può cambiare drasticamente di mezz’ora in mezz’ora, di partita in partita, di settimana in settimana. Basterebbe questa sfida alle leggi naturali per capire l’insensatezza della cosa. Le balordaggini sulla condizione fisica servono, a coloro che non capiscono nulla perché nulla vogliono capire, per spiegare quelle che in realtà sono deficienze di gioco. [Zamax, Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (2), 2 giugno 2010]

Telecronaca RAI di Olanda-Uruguay:

Ma soprattutto gli olandesi sono in una condizione fisica straordinaria. (Beppe Dossena, prima dell’inizio della partita)

Gli uruguayani sono in una condizione molto buona, molto meglio degli olandesi. (Beppe Dossena, verso il cinquantesimo minuto della partita)

E hanno sulle gambe pure i supplementari col Ghana! Anche il Brasile nella partita con l’Olanda ad un certo punto sembrò fermarsi di colpo. Tu ci vedi qualche rassomiglianza? (Gianni Cerqueti, giusto per non essere da meno nelle ca$$ate)

Gli olandesi sono in ginocchio. (Beppe Dossena, verso il sessantacinquesimo minuto della partita)

Per il resto, anche dopo la sesta vittoria consecutiva, confermo quanto scritto qualche giorno fa sempre nel post sopramenzionato:

L’Olanda non mi incanta. Per tradizione gioca sempre “abbastanza” bene. Questa è senza infamia e senza lode. Non credo possano bastare i Robben e gli Sneijder.

Non credo che basteranno.

Written by Zamax

July 6, 2010 at 9:58 pm

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Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (3)

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“L’Argentina ha dei killer micidiali in attacco, ma il resto è semplicemente casual.” Questo avevo scritto nel post precedente. E lo si è visto, abbondantemente, nella disfatta contro i tedeschi. Non starò qui a parlare delle scelte balorde dell’”allenatore” Maradona: gli Heinze o i De Michelis in difesa; il magnifico condottiero Zanetti e il ragionier Cambiasso lasciati a casa; Milito, lo stoccatore stanco (ma i viziosi in genere hanno risorse inesauribili), lasciato in panchina; Di Maria schierato a centrocampo – un centrocampo a tre, per di più! – quando il giovanotto, reduce da una stagione straordinaria col Benfica, è un attaccante di fascia purissimo. Malgrado tutte queste sciocchezze l’Argentina non era tecnicamente per nulla inferiore ai tedeschi. Solo che sul rettangolo di gioco è lunga, lenta e vive principalmente delle accelerazioni e delle invenzioni dei suoi attaccanti. Adesso sentiremo le inevitabili bubbole sull’oggetto misterioso Messi; che invece era – e non poteva non essere – il solito Messi. Solo che nel Barcellona, a far ala alle sue trionfanti incursioni nelle difese avversarie trova sempre dei compagni che gli giocano a cinque-dieci metri di distanza, compagni che all’occorrenza sono pronti a ricevere lo scarico della palla, o a portargli via un difensore con una sovrapposizione, insomma, ad aprirgli un ventaglio di opportunità, e a creare vari punti interrogativi nella testa dei difensori. Per questo quando fa le sue scorribande sul fronte d’attacco del Barça Messi ha quell’aria disinvolta e rilassata. Qui il gioco era troppo scoperto e di facile lettura per le difese avversarie: Messi – da solo – contro tutti. Tuttavia il problema argentino non era naturalmente quello offensivo; anche se un po’ arruffona là l’Argentina era sempre efficace per le iniziative istintive di quattro attaccanti di razza come Higuain, Tevez, Messi e …Di Maria. Il problema vero era in mezzo, come succede sempre quando è un problema di squadra. Contro una squadra ad essa perfettamente antitetica, nel bene e nel male, come il Messico, l’Argentina sul piano del gioco ha patito moltissimo. Ha subito il possesso di palla e le iniziative di gioco per quasi tutta la partita. Contro una squadra come la Germania portata al gioco di rimessa per le qualità tecniche di alcuni suoi giocatori lo si è visto ancora in una maniera diversa, e principalmente nella fase difensiva: 1) Nel momento della perdita del pallone gli attaccanti non rientravano. In un gioco di squadra efficace “rientrare” non significa far corse a perdifiato; generalmente significa retrocedere corricchiando normalmente per dieci-quindici metri, ma senza dar tempo al tempo, in modo da creare un primo ostacolo e far perdere attimi spesso decisivi all’azione di rimessa avversaria.  E’ questa automaticità l’aspetto essenziale della cosa, non lo sforzo agonistico. E’ questo abbattimento dei tempi morti che – in genere, ripeto, ovviamente – dà tempo ai centrocampisti e soprattutto ai difensori di accorciare la squadra e formare una barriera contro le iniziative d’attacco degli avversari. 2) I centrocampisti rimanevano fermi. 3) I difensori retrocedevano. 4) Onde per cui nel mezzo del campo, solito problema delle squadre “statiche”, si creavano dei buchi nei quali i tedeschi andavano a nozze.

La Spagna, che non è mai stata brillantissima in questo mondiale, contro il Paraguay non ha giocato bene. Ma ha “giocato”, cercando faticosamente di rimanere fedele a se stessa. E’ sembrata tremolante più che timorosa, come un tennista col classico braccino corto. Ci possono essere varie spiegazioni di tipo psicologico e tecnico: 1) Lo scoglio dei quarti, spesso fatale, ai mai vinti Mondiali. 2) Una partita, che la vedeva favorita, in cui aveva tutto da perdere. 3) Il Paraguay stesso, che ha giocato alla morte la classica partita difensiva stile 2010, che in Italia ci si ostina a non capire, e sì che sarebbe il rancio perfetto per i gusti delle nostre truppe pallonare. Ossia, squadra stretta in trenta metri, fuori della propria area di rigore e al di qua della linea del centrocampo, e pressing asfissiante, che ad intermittenza e quasi a sorpresa ogni tanto veniva portato anche nei pressi dell’area spagnola. Però in genere raramente questa massa di uomini si portava in zona d’attacco. Con squadre così schierate e devote alla causa è difficile giocare, ci vuole pazienza e si rischia la pugnalata in contropiede. Persino il Brasile è andato a sbattere contro un muro per quasi un tempo nella partita contro i morti di fame in cerca di fama della Corea del Nord (tremiamo ancora per la loro sorte, temiamo davvero nient’affatto magnifica e progressiva, al loro ritorno nell’amata patria). La Spagna infine l’ha sfangata. Ricordate la semifinale di ritorno della Champions League dell’anno scorso fra il Chelsea di Hiddink e il Barcellona di Guardiola? Il copione tattico è stato grosso modo il medesimo, con una squadra, il Barcellona, che cercava con ostinazione e con molta fatica di costruire, e una squadra, il Chelsea, che cercava con ferocia e determinazione di distruggere e di ripartire cercando di cogliere di sorpresa l’avversario. Era un pressing offensivo, ossia la ricerca della superiorità numerica in fase offensiva, contro un pressing difensivo, ossia la ricerca della superiorità numerica in fase difensiva, non un “catenaccio”, ché quello è passato a miglior vita da un bel pezzo e oggi non avrebbe nessuna efficacia. Ambedue le squadre giocarono bene. Si qualificò il Barcellona, ma tremò, e molto.

Ora ci aspetta la semifinale Germania-Spagna. Non bisogna farsi impressionare dai risultati roboanti, che a volte dipendono dalle situazioni tattiche createsi nelle partite. Il gioco – che non è la somma delle “giocate”, come ho spiegato nei post precedenti – della Spagna è superiore a quello della Germania, anche se oggi la prima sembra piuttosto spenta e la seconda brilla. La Germania non troverà “buchi” a centrocampo per le sue ben strutturate giocate di rimessa. E’ più facile che le riesca la pugnalata diretta. Ma le mancherà il suo miglior giocatore, quello che finora ha fatto veramente la differenza, Thomas Müller, un vero campionissimo tra mezzi campioncini e buoni giocatori. Può darsi che il suo sia solo uno stato di grazia, ma fin qui è stato veramente perfetto, riuscendo perfino a non strafare. Contro l’Argentina ha fatto il primo gol; poi in una sua incursione dalla destra ben dentro l’area argentina è riuscito, controllando il proprio egoismo, a non tirare da posizione assai allettante e a dare a Klose un comodo match-ball, mandato però sopra la traversa. Decisiva anche la sua giocata da terra e in precaria coordinazione in occasione del secondo e decisivo gol tedesco. Credo perciò che, come è successo nella finale dell’ultimo europeo, sarà la Spagna a fare la partita, e infine a vincere.

L’Uruguay è la squadra più italiana – nel senso migliore del termine – del Sud America. Il piccolo e bicampeón mundial Uruguay (tre milioni e mezzo di abitanti, anche se vasto come mezza Italia), stretto calcisticamente e territorialmente tra i due giganti Brasile e Argentina, ha una tradizione di gioco umile, prudente, furbo e grintoso, confezionato però da giocatori buoni e spesso buonissimi. Così è successo che l’evento più famoso dell’intera storia del paese è rimasto il rapinoso gol di Ghiggia che diede l’alloro mondiale alla Celeste in una partita contro il Brasile al Maracanà nel 1950. Questo eroismo da sporca dozzina incantò l’aedo del calcio all’italiana, Gianni Brera, che fece dell’Uruguay l’alter-ego mondiale del Padova di Rocco nostrano. Abituati ai miracoli calcistici, “los orientales” possono legittimamente crederci anche questa volta. In Italia possono pure contare su un tifoso eccellente, il mio vecchio papà, che visse qualche anno da quelle parti. Alla fine però tornò in patria, e fu una saggia decisione, ché sennò io non sarei mai nato, la qual cosa all’umanità non importerà forse moltissimo, ma a me sta tuttora molto a cuore. Nonostante tutto. Ma non credo che tutto questo basterà contro il metodico accerchiamento che subirà dalla meglio attrezzata Olanda, soprattutto con il bomber Suarez fermo ai box. In caso contrario vorrà dire che “Dios es uruguayo” comincerà ad avere qualche timida evidenza scientifica.

Un’ultima annotazione, sul calcio africano, che mi ha molto deluso. Nonostante il Ghana, che è stato sfortunato ma che avrebbe anche avuto bisogno di un bel sergente di ferro al timone. Mi ricordo ancora le partite delle squadre africane nei mondiali degli anni ottanta. Avevano una solidarietà istintiva fondata sullo strapotere fisico. I figli del continente nero randellavano con un’innocenza così barbarica e omicida che davvero allargava il cuore dell’accidioso uomo occidentale. Ora il continente nero sforna in quantità giocatori di talento. Ma il contatto prolungato con le luci della ribalta europee sembra averli un po’ guastati. Ho visto leziosità, atteggiamenti da primadonna, numeri da circo, poca abnegazione, gioco inesistente, balletti e treccine multi-culti, quasi facessero la caricatura di se stessi, per la maggior soddisfazione del buonismo mondiale. Quando poi ho visto – ad imitazione della Francia – certi capelli ossigenati, e quelle ridicole magliette superaderenti da reduci di qualche gay-pride, mi son subito detto che per loro, e per la Francia, andava a finire male…

Written by Zamax

July 4, 2010 at 4:15 pm

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Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (2)

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A sentire i giornalisti della RAI prima, durante e dopo la sconfitta del grangissimu Brazìu di fronte all’Olanda c’era da scompisciarsi dal ridere. All’inizio l’imbattibile Brasile era una stupenda fusione di futcbol bailadu e di sano realismo; alla fine il Brasile era tornato “cicala” e l’Olanda aveva dimostrato – indovinate un po’? – una “grande condizione fisica”. Il Brasile di Dunga non ha mai giocato bene. E’ una squadra che gioca un calcio vecchiotto, statico. Ma può certamente vincere tutto, perché ha una cifra tecnica complessiva nettamente superiore alle altre squadre, dal numero 1 al numero 11, come si diceva una volta, e non solo in attacco. La “condizione fisica” è la minchiata standard, che tutto vorrebbe spiegare e nulla in realtà spiega, cui ricorre un giornalismo sportivo italiano che ha rinunciato a studiare e osservare il calcio come “gioco”. Che il calcio sfugga ad ogni determinismo è cosa ovvia. Ma non è ovvia questa ignoranza voluta delle coordinate spazio-temporali nelle quali il fenomeno calcistico si sviluppa nel rettangolo verde. Nel calcio professionistico la condizione fisica non determina praticamente MAI il risultato di una partita. E’ un caso rarissimo. Per i giornalisti italiani, per gli addetti ai lavori, e anche per i tifosi, la “condizione fisica” può cambiare drasticamente di mezz’ora in mezz’ora, di partita in partita, di settimana in settimana. Basterebbe questa sfida alle leggi naturali per capire l’insensatezza della cosa. Le balordaggini sulla condizione fisica servono, a coloro che non capiscono nulla perché nulla vogliono capire, per spiegare quelle che in realtà sono deficienze di gioco. Qui si intende il “gioco” indipendentemente dalle “giocate”. Le “giocate” sono una cosa. Il “gioco” è un’altra. Quando si gioca bene si corre insieme. Quando si gioca male si corre da soli. Lo sforzo fisico diviene improduttivo. Si fatica molto più. E la squadra sembra “stanca”. Ed è vero ovviamente il contrario. Dal punto di vista del “gioco”, e non delle “giocate”, le migliori squadre del mondiale sudafricano sono state il Cile, il Messico e la Spagna. L’ammirevole e “folle” Cile negli ottavi di finale è riuscito a giocare dignitosissimamente in dieci, facendo la partita e non subendo il gioco degli avversari, contro una squadra infinitamente superiore come il Brasile. L’ammirevolissimo Messico, sempre negli ottavi, ha di fatto giocato molto meglio di una squadra nettamente superiore come l’Argentina. E’ stato battuto dagli errori arbitrali, da un po’ di sfortuna e soprattutto, naturalmente, dalla classe superiore degli attaccanti argentini. Ma avrei voluto vedere, così, per curiosità, come sarebbero andate le cose se gli argentini avessero prestato il panchinaro Milito ai messicani. L’Olanda non mi incanta. Per tradizione gioca sempre “abbastanza” bene. Questa è senza infamia e senza lode. Non credo possano bastare i Robben e gli Sneijder. La Germania rumina il suo solito calcio ordinato ed ha trovato dei giocatori giovani e veloci di grande classe, molto temibili nelle azioni di rimessa, primo fra tutti Thomas Müller, fin qui – secondo me – il miglior giocatore del mondiale. Ma il gioco – nell’accezione sopramenzionata – non è di prima qualità. L’Argentina ha dei killer micidiali in attacco, ma il resto è semplicemente casual. La Spagna gioca bene e ha anche la classe per le belle giocate. Complessivamente è la squadra migliore. La Spagna, in virtù di un gioco cortissimo che ottimizza la corsa di tutti i giocatori, riesce a pressare l’avversario senza far mostra di furore agonistico, e riesce a “tocchettare” in attacco con molti uomini fin dentro l’area avversaria. Non basta la qualità tecnica per spiegare il calcio palleggiato degli spagnoli. Per vedere la differenza fra il gioco dell’Italia – e in generale delle squadre italiane – e quello della Spagna – o del Barcellona, per intenderci – e per aprire gli occhi ai cechi, invece di correre dietro alle balle sulla condizione fisica, ai mali strutturali del calcio italiano, al tormentone sui giovanotti di belle speranze – tutte cose che qui sono secondarie – basta prendere la cordella metrica e misurare la distanza media che intercorre fra la posizione in campo di Piquet e quella di Torres, e quella che intercorre tra Cannavaro e Gilardino o Iaquinta. Le fatiche, le corse a vuoto, le lentezze, la mancanza di brillantezza si spiegano tutte in questa differenza. E’ certo: per giocare così bisogna rischiare qualcosa. Ma in ogni intrapresa c’è un coefficiente di rischio. Noi siamo più furbi, e non vogliamo rischiare niente. Così, prima ancora di perdere, rinunciamo a giocare. Anche se ci mettiamo tutto l’ardore agonistico del mondo.

Written by Zamax

July 2, 2010 at 7:25 pm

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Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori

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Adesso che la Slovacchia ci ha spezzato le reni al Mondiale sudafricano, sarebbe meglio che lasciassimo da parte le polemiche sulle scelte “operaie” di Lippi o sul livello tecnico attuale dei giocatori italiani. Sono cose secondarie, che finirebbero solo per perpetuare gli equivoci. L’altro giorno in un commento sul blog di Jimmomo scrissi:

A patto che la squadra giochi molto stretta, alla spagnola o alla barcellonese per intenderci. (…) L’importante è che la coppia centrale di difensori si tenga alta e soprattutto che supporti senza riserve mentali, insieme a Maggio e Zambrotta, l’azione dei centrocampisti, che sennò – vecchia maledizione del calcio italiano – si trovano a navigare in solitudine nel mezzo del campo. Cannavaro, anche quand’era al meglio della forma, ha avuto sempre il difetto di ancorare la difesa nella sua metà campo e di ritardare l’azione di appoggio ai centrocampisti. Insomma, non ha mai avuto l’istinto di accorciare la squadra. Anche per questo la sua esperienza spagnola è stata deludente.

E infatti è purtroppo bastato che la Slovacchia giocasse essa corta e aggressiva per annullarci per tre quarti di partita. E per essere costantemente in superiorità numerica dalla sua porta fino al limite della nostra area di rigore. Tirare in ballo la forza o la forma fisica è una baggianata totale. E’ un problema in sé semplice di gioco che diventa di mentalità e che oggi riusciamo a superare solo quando la disperazione distrugge le inibizioni e le riserve mentali. Non è un problema della nazionale. E’ un problema del calcio italiano. Che è statico. Non perché i lavativi milionari non corrono, che è la solita balla dei moralisti del pallone, con la testa nel pallone e in cerca di scorciatoie per spiegare cose che con tutta evidenza non capiscono.  Ma perché corrono male. Per questo “gli altri arrivano sempre prima sul pallone”. Da lustri. Basta guardare le figure piuttosto penose che da anni le squadre italiane di club collezionano nelle coppe europee. Quest’anno ci ha salvato l’Inter, una squadra multinazionale condotta da un allenatore “fanatico” e “sacchiano” – per gli standard italiani – come Mourinho. Se qualcuno, duro di comprendonio, mi fa notare che contro il Barcellona, a Barcellona, l’Inter ha fatto un grande catenaccio, gli dico che non solo è duro di comprendonio ma che pure è cieco e fesso. E’ vero che l’Inter ha giocato una partita difensiva, ma non alla vecchia maniera: ha schierato 8 – 9 uomini su due linee in una fascia ristrettissima di terreno, tenendosi dieci metri fuori della propria area di rigore. Il Barcellona gioca alla stessa maniera, ma in funzione offensiva. E’ diventata una battaglia di trincea tra il pressing difensivo dell’Inter, e il pressing offensivo – ossia l’offerta delle sovrapposizioni – del Barcellona per la ricerca della superiorità numerica e dell’uomo libero.

Due anni fa, al tempo degli europei, scrissi due lunghi post, Footballismo 1 e Footballismo 2, su queste magagne nostrane. Vanno ancora bene, tanto nulla è cambiato.

Written by Zamax

June 24, 2010 at 7:15 pm

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E se cominciassimo dai comuni invece che dalle province?

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In merito all’abolizione tout-court delle province devo confessare che sono assai perplesso, se non di parere contrario, proprio nell’ottica di una trasformazione in senso federale dello stato italiano, tanto più se questa fosse accompagnata da auspicabili accorpamenti regionali. Il rafforzamento del potere delle regioni, attuato di conserva con la scomparsa di un ente intermedio come quello provinciale, vedrebbe le nuove capitali regionali confrontarsi, proprio come nei modelli tipici degli stati accentratori, fedeli al classico motto del divide et impera, solo con una schiera pulviscolare di piccoli enti territoriali, i comuni. La consistenza di uno stato si valuta essenzialmente in base a due ordini di grandezza, quello territoriale e quello demografico: vanno presi ambedue in considerazione. Creare artificialmente un requisito demografico minimo per la sussistenza della provincia ha poco senso: le province di Grosseto e Belluno, ad esempio, che hanno ciascuna poco più di 200.000 abitanti, sono enti che presidiano realtà territoriali assai vaste. Si pensi all’inverso alla regione Lombardia, coi suoi quasi dieci milioni di abitanti: dal punto di vista demografico la Lombardia è equiparabile a stati europei come il Portogallo, l’Ungheria o la “grande” Svezia. Ora si immagini che in uno di questi stati un’organizzazione amministrativa brutalmente semplificata preveda, oltre alla capitale, solo piccole realtà comunali: non parleremmo forse di una sorta di moderno assolutismo burocratico? E dunque, invece di impetrare sic et simpliciter l’azzeramento delle province, obbedendo più all’ottimismo della volontà che a quello della ragione, e fors’anche cedendo al fascino non tanto “liberale” dell’efficienza delle tabulae rasae, non sarebbe meglio pensare ad una riorganizzazione complessiva e ragionata degli enti territoriali? E’ ovvio che alla base di tutto ci dovrebbe essere un’armonica e non conflittuale ripartizione dei poteri decisionali fra di essi ed una chiara individuazione delle prerogative dello stato. Ma anche un’analisi dei soli dati demografici dei comuni e delle province attuali (che quindi va mediata con le sopramenzionate considerazioni di tipo territoriale) ci rivela le sorprendenti disomogeneità dello Stivale, che certo sono in buona parte figlie della storia – ma anche la storia cambia, o no? – e l’enorme spazio per l’uso delle forbici in caso di una profonda razionalizzazione degli enti territoriali. Ho preparato due tabelle, la prima indica la media degli abitanti per comune nelle varie regioni italiane, la seconda la media degli abitanti per provincia.

TABELLA 1: MEDIA ABITANTI PER COMUNE A LIVELLO REGIONALE

Vien da ridere a pensare che in Puglia il comune medio ha quasi 16.000 abitanti e nella piccola Val d’Aosta appena 1.700. E anche lasciando stare le piccole e quasi sempre particolari realtà regionali, balza all’occhio che in una regione di peso simile alla Puglia, il Piemonte, di comuni ce ne sono 1.206 mentre nella regione meridionale ce ne sono solo 258! Per quanto la realtà della pianura padana, soprattutto in Lombardia e in Veneto – un’immensa campagna urbanizzata formata da un insieme reticolare di migliaia di paesini e cittadine – sia assai diversa dal paesaggio di paesoni-città ben distanziati di certe zone del Sud, questa disparità appare oggi del tutto ingiustificata. Facciamo un ragionamento a spanne: se togliamo al Piemonte gli abitanti del comune di Torino, 909.538, la regione subalpina distribuisce i restanti 3.536.692 in 1.205 comuni, per una media abitanti per comune di appena 2.935. Se questa media si alzasse diciamo fino agli 8.000 abitanti, non volendo essere troppo spietati, di comuni ne basterebbero 442. Il che vuol dire che io, che non sono piemontese, vedo comodamente la possibilità di un taglio di almeno 700 comuni in questa sola regione! D’altronde, non nel Centro-Sud – il dato statistico del Lazio, della Campania e in misura minore quello della Sicilia, è fortemente influenzato dalla presenza dei comuni di Roma, Napoli, Palermo e Catania – ma nel Centro-Nord, in regioni come Emilia Romagna e Toscana, la consistenza demografica dei comuni è decisamente più significativa di quella di Piemonte o Lombardia. Appare poi paradossale, ad esempio, che una regione limitrofa della Puglia, la Basilicata, abbia circa metà del numero dei comuni della prima, con una popolazione sette volte inferiore. Lo stesso vale per un’altra regione limitrofa, il Molise, che però ha addirittura una popolazione tredici volte inferiore! Ci sarebbe poi da riflettere sulla suddivisione amministrativa di certe realtà metropolitane. Il comune di Milano – città che non si sa bene dove finisce – è ridicolmente piccolo: appena 183,77 Km² per 1.307.495 abitanti; quando invece il comune di Roma ha una superficie di 1.285,31 Km², per una popolazione di 2.743.796 abitanti. Ad un livello inferiore, il comune di Padova, al centro probabilmente del più grosso agglomerato urbano del Nord-Est, ha una superficie di appena 92,85 Km², e 212.989 abitanti; quando invece il comune di Perugia ha una superficie di ben 449,92 Km² per una popolazione di 166.667 abitanti.

TABELLA 2: MEDIA ABITANTI PER PROVINCIA A LIVELLO REGIONALE

Si nota qui come le piccole realtà regionali (dal punto di vista demografico) tendano ad avere un numero abnorme di province. Certo, la Sardegna è territorialmente una grande regione, e a statuto specialissimo, ma otto province per una popolazione simile – anzi, inferiore – alla somma di quella di due province come Treviso e Vicenza è una vera e propria barzelletta. Per quanto riguarda Lombardia, Lazio e Campania il dato statistico è ovviamente deformato dalla presenza di province con tre-quattro milioni di abitanti come Milano, Roma e Napoli: depurato di questo fattore il dato lombardo è sulla media nazionale, quello laziale sotto, quello campano superiore. Strano il caso dell’Emilia Romagna e soprattutto della Toscana, due regioni che si contraddistinguono per l’importante consistenza media dei comuni: infatti ad un esiguo numero di comuni si contrappone un numero abbondante di province. Si pensi alla microscopica – dal punto di vista territoriale – provincia di Prato, con appena 7 comuni, battuta in Italia solo dalla particolarissima – e tuttavia non giustificata – realtà triestina con soli 6 comuni.

Cosa voglio dire con tutto questo? Che ad occhio e croce ci sarebbe – volendo – spazio abbondante per la riduzione di circa un terzo del numero delle province e dei comuni italiani. In tutto, circa 3.000 enti territoriali. Certo, questo non vuole dire assolutamente che i risparmi per le casse dello stato sarebbero direttamente proporzionali alla vigorosa potatura conseguente a questa sua riorganizzazione amministrativa.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

June 12, 2010 at 3:35 pm

Loro a Firenze fanno così

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Sabato scorso, poco dopo mezzogiorno, le fiorentine e i fiorentini intenti a fare la spesa al mercato di Sant’Ambrogio hanno sentito, improvviso, il suono di una melodia molto popolare e poi una voce femminile che la intonava. Era lei, Carmen, la zingara che nell’habanera seduce il bell’ufficiale. Un video ben fatto li mostra sorpresi e sorridenti, mentre un’altra giovane cantante – fintasi venditrice – riprende il motivo e lo rilancia. C’è persino un accenno di tango col “casqué” con un cliente subito disponibile. Poi è la volta di una melodia ancor più popolare, nientemeno che il coro di “Traviata” intonato da Violetta «Libiam ne’ lieti calici” e qui il successo diventa calorosissimo. Un’idea bella e intelligente di Ippolita Morgese, Peter Klein e Antonio Vanni «per riportare l’opera ad una dimensione popolare, un’operazione per la cultura e per la musica in un momento drammatico». Credo anch’io che questo sia uno dei modi più giusti per far capire quale straordinario patrimonio l’Italia abbia e come si possa dissiparlo in poche battute. Senza nemmeno rendersi conto dei guasti insanabili così provocati. (Vittorio Emiliani, l’Unità, 7 giugno 2010)

Be’, non c’è dubbio che certe cose possono accadere solo a Firenze, dove si respira ancora in ogni angolo quella cultura che il nostro stolido governo ha deciso di buttare via con la spazzatura. D’altronde il sindaco-giovanotto Renzi ce l’aveva detto, a noi italioti insensibili alle muse e alla fratellanza umana: “Noi a Firenze facciamo così”. Un’idea geniale, superiore, democratica e di sinistra, degna di una terra e di un clima dove la cultura colla C maiuscola e il popolo s’incontrano in questi tempi bui come due innamorati segreti, violando il coprifuoco delle televisioni berlusconiane. Avrei qualcosa da ridire sulle scelte musicali: oltre alla solita Carmen, ossia al solito brano - povero Bizet! morto giovane e condannato all’immortalità solo nel ricordo di una gitana e di un toreador – che abbiamo sentito un milione di volte nelle pubblicità televisive, senza per questo sentirci un milione di volte a teatro; oltre alla solita Carmen, dicevo,  pure la solita minestra riscaldata di Verdi, che quando voleva essere melodicamente triviale ci andava giù con una pesantezza grassa e padana che solo un’energia impassibile, inesorabile, precisa, riusciva a riscattare. Ma possiamo capirlo, è musica per bifolchi presi alla sprovvista, piacevolmente lusingati per il fatto di riuscire a canticchiare – per una volta – un pezzo di musica classica dotato di tutti i certificati necessari. Ci si sente bene a volare alto a così poco prezzo! La cultura di sinistra – in Italia esiste ancora la cultura “di sinistra”, per dire di come male siamo ridotti – è così, o sposa le più sciocche avanguardie oppure non mette piede fuori dai tracciati prestabiliti, come quelle code di turisti che a Venezia a mo’ di gregge si scelgono per guida solo i cartelli gialli >Rialto >S. Marco e >Ferrovia. Lodiamo comunque la buona volontà degli operatori di cultura fiorentini. Diciamo, sempre comunque, se ci è permesso fare un appunto, che copiare con un anno di ritardo un’iniziativa della città di Valencia, la capitale del malaffare politico simil-berlusconiano targato Partido Popular, almeno secondo le gazzette progressiste spagnole, e farla passare per un’idea originale non è che sia un’idea molto originale. Infatti è tipica della sinistra, Luttazzi insegna. Copiare poi perfino i brani musicali verdiani vuol dire proprio non fare nemmeno il minimo sforzo per dar corpo a un’idea partorita dalla bellezza di tre eccellenti teste. A meno che la priorità non fosse quella di mantenere gli standard qualititivi, la sollecitudine e l’efficienza delle intraprese municipali. Ad andare in estasi per la performance valenciana fu un bieco affarista di razza Piave, nonché italiano, il Mango di Treviso, giramondo poliglotta che riesce tuttavia ancora a commuoversi per l’arte e la natura, e per le donne che della Natura sono l’Alfa e l’Omega, secondo la filosofia degli uomini in salute. Notate altresì – perché non è finita qui – come l’improvvisata canora a Valencia abbia, seppur appena abbozzata, una qualche sua grazia e freschezza drammaturgica, mentre nel tempio della bella politica l’impresa sia buttata lì alla stracazzo di cane. Che gli ebeti di sinistra riescono pure a firmare con la solita pecoraggine idiota che li contraddistingue da sessantacinque anni innalzando cartelli imbecilli di sapore politico spuntati fuori – va da sé – con l’implacabile regolarità delle manifestazioni spontanee. Ma a Firenze, loro, fanno così, brutto illetterato teledipendente.

Written by Zamax

June 7, 2010 at 9:41 pm

Sogno e risveglio

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Carissima Brigitta, noi ci siamo incontrati! Io almeno l’ho incontrata, mentre lei forse mi ha visto solamente con la lunga e morbida coda dell’occhio suo azzurro.* Ora le rammento il ferale accadimento. E giudichi lei dove può arrivare un uomo di salda moralità, di spirito brillante, ma lontano da ogni artificio, e di temprata maturità – insomma, quell’amabile roccia che sarei io – quando va a sbattere senza nessun preavviso contro l’apparizione di una bionda sirena metà fata e metà regina: sempre lei, Brigitta. E’ successo qualche giorno fa. Io ero in sella alla mia stagionata e gloriosa bicicletta, una Cannondale di seconda mano già vecchiotta quando la comprai qualche anno fa per ben € 250 (virgola 00); una cannonata di velocipede per definizione, e una cannonata di velocipede in realtà, visto che continua ad andare avanti con asinina ostinazione, nonostante l’ostentato disinteresse del suo padrone per qualsiasi tipo di manutenzione. Anzi, probabilmente questo ciclo-vitalismo è proprio un dispetto a chi aspetta solo che tiri le cuoia: è noto come le biciclette di un certo lignaggio abbiano, se non un’anima, almeno un certo carattere.

Era un pomeriggio assolato ma non troppo caldo; una giornata assai piacevole, che la brezza leggera riempiva di piacevoli auspici. In quel momento percorrevo, con l’indolenza con la quale il ciclista saggio, arrendendosi al codice della strada, fa sfoggio di urbanità nei centri urbani, il lungo e largo marciapiede, sistemato per metà a pista ciclabile, che dal centro si dirige a ovest verso la sagoma massiccia del Duomo in stile neogotico che domina solitario, ma per fortuna in compagnia del cimitero, una zona quasi semiperiferica della “Città di Montebelluna”. Che tuttavia in provincia di Treviso sta.

Immaginatemi dunque, pigro, ignaro e sognante pedalatore quale sono, nel momento in cui alzando gli occhi dal manubrio vengo travolto dalla soggiogante silhouette di una donna che mi precede nella stessa direzione. Più che una donna, una vera e propria femmina. Vedo come in un miraggio l’oro sfolgorante dei capelli che gioca sulla pelle ambrata della nuca, del lungo collo e delle spalle; una camicetta chiara non aderente di non mi ricordo quale colore (tenete a mente: stiamo sempre parlando di uno di quei miraggi che anche in quest’epoca moderna hanno ispirato dei veri capolavori); una camicetta che sotto la cintura termina in una specie di mini-drappeggio merlettato che vela le parti più nobili della femmina se non proprio della donna; due gambe perfino troppo lunghe fasciate da fuseaux di non mi ricordo quale colore (per forza, la linea trionfa e acceca!); che si assottigliano con tutte le più calibrate curvature che la natura ha perfezionato in milioni di anni di evoluzione per finire dentro ad un paio di scarpe dotate di prodigiosi e direi acrobatici tacchi a spillo; scarpe di cui però ricordo benissimo il colore, perché sono gialle e verdi. Questa audacia cromatica è peraltro l’unico vero segno di trasgressione; segno che sul momento non so come interpretare; o non voglio. La Walkiria, eretta in tutta la sua notevole altezza naturale + cm 12-14, non guarda né a destra né a sinistra: avanza. Marcia. Vittoriosa. Con una cadenza implacabilmente regolare, ma molle, rilassata, e maestosa. Una sventola da urlo. Che è poi quel che voleva dire il poeta, il grande W. B. Yeats, quando, facendosi interprete di metà (o quasi) del genere umano, soprattutto quello villico, scrisse: “A woman’s beauty is a storm-tossed banner”: bellezza di donna è una bandiera sbattuta dalla bufera.

A quel punto avrei dovuto sorpassarla e nel breve volgere di un attimo non vederla più. Non vederla più! Nemmeno con quello sguardo che, concentrando tutte le forze fisiche ed intellettuali, in una frazione di secondo riesce a cogliere compiutamente tutti i particolari di un’attraente fisionomia. In questi incontri nel traffico cittadino la bellezza e le convenienze congiurano nel plasmare dei piccoli misteri dolorosi, dei coiti interrupti di ordine estetico, che non trovano pace perché la bellezza è costretta a fuggir via con innaturale precipitazione, e noi da essa.

Sorpasso la visione, cercando di fotografare con la memoria almeno il profilo di questa misteriosa signora che evidentemente cammina per camminare come accade per le nature superiori. Sfido! Sfila! In un lampo mi si rivelano fattezze nordiche ed orientali. Ed è finita! O meglio, sarebbe finita, se non fosse che trovo un’ancora di salvezza in un muricciolo basso lavorato in modo da servire anche da occasionale panchina. Lo pesco grazie alla Divina Provvidenza dopo neanche duecento metri dall’infausta separazione. Divide il marciapiede alberato da una piazzola usata come parcheggio. La strada ha leggermente curvato: quel tanto che basta per sgattaiolare fuori dall’orizzonte visivo della Walkiria. Anche a questo ha pensato la Divina Provvidenza! Mi dico che ci dev’essere qualcosa sotto. Mi faccio venire improvvisamente una sete bruciante, di quelle che non si possono spegnere in sella, ma necessitano di una tregua fisica, nonostante nella borraccia vi sia solo un filo d’acqua di rubinetto che vi ristagna in santa pace da almeno una settimana. Per fortificare i miei demenziali propositi mi convinco che mi stiano chiamando al cellulare. Insomma, devo proprio fermarmi. Mi tolgo il caschetto. E aspetto seduto sul muricciolo la bionda apparizione con un po’ di trepidazione: non sarà mica – sarebbe troppo crudele! – tornata indietro? Ma no, c’è, e si avvicina. Non oso volgere – per ora – lo sguardo. Traffico col cellulare con rilassata noncuranza. Qui la tragedia dell’uomo ridicolo tocca il suo punto più basso. Mi rallegro al pensiero che potrò offrire all’occhio azzurro* – con lo stato d’animo del torero della Carmen, che sapeva bene di essere guardato da un occhio nero, e anzi di questo viveva – il mio profilo migliore: la punta del mio naso piega infatti leggermente a destra, inasprendo i lineamenti di quella parte del viso quasi impercettibilmente. Ma in certe situazioni ci s’inabissa con voluttà!

Arriva infine il momento di alzare lo sguardo e sostenere la pugna. Ma la Walkiria sembra un automa. Seguo cogli occhi questa principessa di ghiaccio come fosse una nave ammiraglia che con calcolata lentezza esce trionfalmente da un braccio di mare, o come cervo che esce di foresta, per dirla con Vujadin Boskov, e finché si perde in prospettive infinite, per dirla con Herman Melville. Quale storia dietro questa sfinge? Nel delirio mi dico: sarà una super-badante. O una baby-sitter per adulti. Nel qual caso…

Il caso volle invece che il piccolo mistero doloroso questa volta fosse svelato nel giro di ventiquattro ore. La biondissima signora dalle scarpe con tacco a spillo gialle e verdi era la famosa pornostar svedese-ungherese Brigitta Kocsis, in arte Brigitta Bulgari, poche ore prima di essere arrestata per essersi esibita qualche mese fa in uno spettacolo “hard” alla presenza di qualche moccioso non ancora maggiorenne, ma quasi: ossia la tribù più allupata della terra compresi i maggiorenni. Quei bruti della magistratura, che pure sono uomini, se lo sono dimenticato. E si sono dimenticati pure ogni galanteria:

La pornostar è stata arrestata per avere con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, compiuto atti osceni consistiti nell’essersi spogliata completamente ed essersi esibita, anche in un’esplicita masturbazione, all’interno di un locale aperto al pubblico, privo di autorizzazione per tali spettacoli ed alla presenza di minorenni e per averli sfruttati per realizzare l’esibizione stessa.

Ma che vadano a…! Be’, il mio sogno e il suo amarissimo risveglio, cara Brigitta: di questa stoffa è fatto il mio racconto. Cara, soave fanciulla ora prigioniera nel carcere di Belluno! Vedo che le circostanze hanno congiurato per creare una situazione irripetibile per un animo donchisciottesco, quasi obbedendo ad un disegno superiore. Che dite? Io quasi quasi…**

* Dalla fotografia sembrano però grigio-verdi: come i miei, Brigitta!!!

** N.B. Il giorno dopo la coraggiosa e irresponsabile pubblicazione su Giornalettismo.com di questo poemetto in prosa di stampo onanistico-onirico, e soprattutto il giorno dopo il minacciato blitz in sella al mio Ronzinante a due ruote, Brigitta è stata liberata.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

June 6, 2010 at 10:12 am

Luogocomunismo

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Alzata:

Ci troviamo di fronte ad uno scenario complesso e gravissimo con pieno coinvolgimento di pezzi deviati dello Stato: (Fabio Granata)

e schiacciata:

bisogna evitare il festival del luogo comune… (Fabio Granata, stessa riga)

Written by Zamax

June 3, 2010 at 12:44 pm

Quando Shakespeare citò Seneca

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[Su questo scrissi tre anni fa nel mio blog un post, che ora ho ripreso in mano, riscritto e rimosso, avendo approfondito l'argomento.]

La storiella non troppo divertente del traffico internazionale di battute di cui si è parlato qualche giorno fa, al centro della quale troneggia una delle cime della comicità italica, mi ha fatto venir in mente un’altra storia, che con essa ha qualche similitudine ma che per fortuna dei lettori si svolge a livelli eccezionalmente più elevati, come si conviene d’altro canto ad una rubrica fine come la nostra, cioè la mia, caro direttore responsabile. E’ una storia di prestiti gratuiti fra colossi del pensiero e della letteratura di tutti i tempi. Si chiamano prestiti gratuiti, e non scopiazzature, perché tra gli spiriti magnanimi ci s’incontra rompendo le catene del tempo e dello spazio in tutta naturalezza quasi togliendoci l’un l’altro le parole di bocca. Da qualche parte il grande Seneca scrive più o meno: quel che mio è tuo, se è veramente tuo. Così come da qualche parte il grande Montaigne scrive più o meno: sento dire ogni giorno cose vere e profonde, ma bisogna scuotere per benino coloro che le dicono, per vedere se sono veramente loro o le tengono solo in bocca. Io scrivo invece in tutta tranquillità “da qualche parte” per fare un dispetto ai pedanti attaccati alla lettera e agli amanti delle troppe note che ammazzano le buone letture e gli studiosi troppo seri. Nel Nuovo Testamento più d’una volta possiamo leggere “da qualche parte sta scritto”: cose scritte, questi “da qualche parte”, da anime grandi e forti. E’ bello e saggio seguire le tracce dei grandi, tanto più quando è comodo.

Quando parlo di spiriti magnanimi non intendo però esattamente gli uomini famosi. Non fa parte di questo libero-scambismo intellettuale per esempio il passo spesso citato dei Pensieri di quel pessimo Pascal che continua ad avere malauguratamente buona fama anche tra i cristiani: “L’homme n’est ni ange ni bête, et le malheur veut que qui veut faire l’ange fait la bête.” Si tratta infatti di una scopiazzatura da Montaigne: “Ils veulent se mettre hors d’eux, et échapper à l’homme. C’est folie: au lieu de se transformer en anges ils se transforment en bêtes; au lieu de se hausser, ils s’abattent” (Montaigne, Essais, III, 13); Montaigne, il cui fascino Pascal subì, ma di cui finì per odiare la figura perché sentiva di non essere all’altezza dell’olimpica grandezza di quello che i cretini hanno etichettato come “scettico”, quando invece lo scetticismo di Montaigne è solo quella prudenza, quella temperanza dell’intelletto che si accompagna naturalmente alla sua anima stoico-cristiana.

Qualche lustro fa dunque mi capitò di leggere un passo delle Lettere a Lucilio di Seneca talmente peculiare ed espressivo da risvegliare immediatamente in me il ricordo di qualcosa che già conoscevo: si trattava di alcuni versi di Shakespeare, che ritrovai dopo breve ricerca e senza troppe difficoltà nel King Lear. Sul momento mi limitai ad adulare me stesso per esser riuscito a inserirmi telepaticamente in questa corresponsione d’amorosi sensi tra geni; solo in seguito mi resi conto, prendendo in mano edizioni annotate inglesi ed italiane del dramma shakespeareano, che a questa citazione senechiana nessuno faceva alcun riferimento. Echi stoici, attraverso Seneca e Montaigne, di cui fu di fondamentale importanza la traduzione di John (Giovanni) Florio dei Saggi in inglese nel 1603, non sono infrequenti in Shakespeare. Però il passo in questione delle Epistulae senechiane ci dà la certezza che Shakespeare ebbe sotto gli occhi, in versione originale o in qualche traduzione, magari non ancora pubblicata, quell’opera di Seneca.

La cosa ha sua spiegazione. Durante la vita di Shakespeare la quasi totalità del corpus filosofico senechiano rimase ancora in latino. Mentre le tragedie di Seneca, che sono oggi la parte di grandissima lunga più trascurata della sua opera, ebbero un’influenza enorme sul teatro elisabettiano. In un suo saggio del 1927, intitolato Seneca nelle traduzioni elisabettiane, Thomas Stearns Eliot, scrive:

Nessun autore ha esercitato più vasta e profonda influenza sul pensiero e la forma della tragedia elisabettiana di quanto abbia fatto Seneca. (…) La maggior parte delle traduzioni più note sono di autori di indiscutibile qualità, e queste traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni in prosa hanno uno stile così puro e sciolto da colpire anche il lettore più sprovveduto. (….) Le Tenne Tragedies furono tradotte e pubblicate separatamente nell’arco di circa otto anni, eccezion fatta per Thebais che fu tradotta da Newton nel 1581, per completare la sua edizione di tutte le opere di Seneca. L’ordine e la cronologia delle svariate traduzioni sono interessanti. Il primo e il migliore dei traduttori fu Jasper Heywood: il suo Troas fu stampato nel 1559, il suo Tyestes nel 1560, il suo Hercules Furens nel 1561. L’Œdipus di Alexander Neviyle (tradotto nel 1560) fu pubblicato nel 1563. Nel 1566 apparvero l’Octavia di Nuce, e l’Agamennon, la Medea e l’Hercules Œtaeus di Studley. Probabilmente l’Hippolytus di Studley fu pubblicato nel 1567. Passarono poi quattordici anni prima che Newton realizzasse la sua edizione completa, e si può supporre che Thebais sia stata tradotta a tal fine. (T.S. Eliot, Opere 1904-1939, a cura di Roberto Sanesi, Bompiani).

Invece per quanto riguarda l’opera filosofica di Seneca sappiamo che nel 1546-1547 Robert Whittington tradusse tre presunte opere di Seneca: The Forme and Rule of Honest Lyvynge, 1546; The Myrrour or Glasse of Maners, 1547; and De remediis fortuitorum, 1547; le prime due però sono in realtà opere di Martino di Braga; la terza, nel titolo, non corrisponde al alcuna opera di Seneca. Nel 1578 Arthur Golding tradusse il De Beneficiis: The Woorke of Lucius Annaeus Seneca concerning Benefyting, that is to say, the dooing, receyving, and requyting of good turnes, translated out of Latin by A. Golding. J. Day, London, 1578.

Recentemente Clare Byrne ha parlato di An early translation of Seneca:

…a small volume published apparently in 1577, containing selections from his Epistolae, his De Tranquillitate Animi, De Brevitate Vitae, De Consolatione, and De providentia. It is, so far as I can discover, not only the earliest English translation of a volume of selections from Seneca, but representes also the earliest English version of these five moral treatises; and after De Remediis Fortuitorum trasnlated in 1547, ranks as the second “Englishing” of Seneca as a moral philosopher. Possessing non independent title-page, and masquerading as an appendix to The Defence of Death, a translation of Philippe de Mornay’s Excellent Discours de la Vie et de la Mort

Il prof. Ben R. Schneider, da parte sua, ha scritto che “Something called *Seneca’s Morals*, probably a compendium of excerpts, was published in English in 1607”. Il 1606 e il 1607 sono gli anni delle prime rappresentazioni del King Lear di Shakesperare. La cui prima edizione stampata, in-quarto, è del 1608. Lasciamo la parola ad un esperto come Giorgio Melchiori:

Q1-1608. M. William Shakespeare: His True Chronicle Historie of the Life and Death of King Lear ecc.; editore Nathaniel Butter. Questa edizione viene generalmente chiamata Pied Bull Quarto dal nome dell’insegna Butter (il Toro Pezzato) indicato sul frontespizio. Nonostante la registrazione, si tratta probabilmente di edizione abusiva di un testo dettato sulla base del copione da attori infedeli; contiene perciò molti errori e sostituzioni di parole, ma il testo è sostanzialmente completo. (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori).

Infine nel 1614, e quindi solo due anni prima della morte di Shakespeare, Thomas Lodge pubblicò – ma erano anni e anni che ci lavorava – la prima vera organica traduzione dell’opera filosofica senechiana: The Workes both Morall and Natural of Lucius Annaeus Seneca. La figura di Thomas Lodge può avere giocato una parte importante nel piccolo enigma che stiamo investigando in quanto Lodge è l’autore di Rosalynde, la novella che offrì a Shakespeare l’intreccio per il suo As you like it. Gli si attribuisce inoltre una collaborazione con Shakespeare nella stesura di Henry VI; la possibile influenza di una sua opera poetica, Glaucus and Scilla, sul Venus and Adonis di Shakespeare; una qualche sua mano nella stesura del dramma The True Chronicle of King Leir and his three Daughters del 1594, pubblicato anonimo nel 1605 (proprio negli anni di gestazione del King Lear shakespeariano) nel quale però non c’è traccia del passo in questione. Che è ispirato dalla più famosa opera senechiana, le Lettere a Lucilio (Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX), nella quale, alla Lettera 119, troviamo questo brano (10-11):

10 At hic qui se ad quod exigit natura composuit non tantum extra sensum est paupertatis sed extra metum. Sed ut scias quam difficile sit res suas ad naturalem modum coartare, hic ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui. 11 At excaecant populum et in se convertunt opes, si numerati multum ex aliqua dono effertur, si multum auri tecto quoque eius inlinitur, si familia aut corporibus electa aut spectabilis cultu est. Omnium istorum felicitas in publicum spectat: ille quem nos et populo et fortunae sudduximus beatus introsum est.

10 Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura; quello stesso che tu chiami povero, possiede anche lui qualcosa di superfluo. 11 Il mondo è abbagliato e affascinato dallo spettacolo della ricchezza, quando si vedo venir fuori da una casa una gran quantità di denaro, quando si vedono i soffitti ricoperti d’oro, quando la stessa servitù si fa notare per la sua prestanza fisica e per le splendide vesti. La felicità esteriore di costoro impressiona il pubblico. L’uomo che noi abbiamo sottratto all’influenza del mondo e della fortuna ha in se stesso la sua felicità. (Seneca, Lettere a Lucilio, traduzione di Giuseppe Monti, Rizzoli)

E’, questo, un tema “virtuoso” diabolicamente e pretestuosamente ripreso in King Lear dalle sue due prima adulatrici e poi irriconoscenti figlie, Gonerill e Regan, cui ha ceduto il regno (loro contraltare è la figura tragica dell’altra figlia, Cordelia) le quali si rifiutano di mantenere un seguito adeguato di cavalieri al vecchio Re. In un crescendo di stupefazione ed amarezza da una parte, e di spudoratezza dall’altro, si arriva a questo momento cruciale (King Lear, II, 4):

GONERILL: Here me, my lord;/ What need you five-and-twenty, ten, or five/ To follow, in a house where twice so many/ Have a command to tend you? REGAN: What need one? LEAR: O, reason not the need! Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./ Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s. Thou art a lady;/ If only to go warm were gorgeous,/ Why, nature needs not what thou gorgeous wear’st,/ Which scarcely keeps thee warm. But for true need…

GONERILL: Sentite mio signore;/ che bisogno avete di venticinque, o di dieci o di cinque con voi,/ in una casa ove due volti tanti/ hanno ordine di servirvi? REGAN: Che bisogno avete sia pur d’uno soltanto? LEAR: Non cavillate sul “bisogno”! Gl’infimi mendicanti/ Nella loro miseria hanno qualcosa di superfluo./ Se si concede alla natura nulla più dello stretto indispensabile/ La vita dell’uomo vale meno di quella della bestia./ Tu sei una gentildonna; se tutta l’eleganza consistesse/ Nell’andar caldi, la natura non avrebbe bisogno/ Di codesti tuoi abiti sontuosi, che non ti tengon caldo./ Quanto ai veri bisogni… (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori)

Si possono osservare tre cose in comune nei due brani, partendo da quella meno importante: 1) Accenni alla servitù e allo splendore delle vesti. 2) Le parole di Lear: “O, reason not the need! (…) Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s.” che stravolgono in forma paradossale il ragionamento senechiano illustrato da quel “Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura”. 3) Ma soprattutto quel: “Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./” che è quasi una traduzione in forma di condensazione poetica del “hoc ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui.” di Seneca. Osserviamoli tutti e due da vicino, in una mia traduzione che cerca di avvicinarsi il più possibile alla lettera:

Latino (Seneca): HIC IPSE QUEM CIRCUMCIDIMUS

Italiano (Seneca): QUELLO STESSO CHE (NOI) ABBIAMO COSI’ DRASTICAMENTE SPOGLIATO

Inglese (Shakespeare): OUR BASEST

Italiano (Shakespeare): I NOSTRI PIU’ NUDI

“Circumcidere” in latino significa “tagliare tutt’intorno”, “limitare”, “togliere via”, “ridurre radicalmente”. In alcune traduzioni italiane il “quem circumcidimus” viene reso con “abbiamo limitato” oppure “ridotto all’osso”, oppure viene bellamente saltato (come nella sopramenzionata traduzione di Monti) perché è difficile tradurlo in un italiano scorrevole, e perché in ogni caso il senso dell’intero passo resta chiaro. Questa riduzione ad uno stato “elementare” viene riecheggiata dall’aggettivo shakespeareano “basest”. Così come il verbo alla prima persona plurale in Seneca ha un eco nel pronome possessivo “our” in Shakespeare.

Latino (Seneca): QUEM TU VOCAS PAUPEREM

Italiano (Seneca): CHE TU CHIAMI POVERO

Inglese (Shakespeare): BEGGARS

Italiano (Shakespeare): MENDICANTI

Latino (Seneca): HABET ALIQUID ET SUPERVACUI

Italiano (Seneca): POSSIEDE QUALCOSA ANCORA DI SUPERFLUO (CONSERVA TUTTAVIA QUALCOSA DI SUPERFLUO)

Inglese (Shakespeare): ARE IN THE POOREST THING SUPERFLUOUS

Italiano (Shakespeare): CON LA PIU’ POVERA DELLE LORO COSE ARRIVANO AL SUPERFLUO

“Habet aliquid et supervacui” si potrebbe rendere con “possiede qualcosa persino (et) di superfluo” oppure con “possiede pur qualcosa e in quel qualcosa, per quanto insignificante sia, c’è perfino il superfluo”. Shakespeare, che non si nega mai nulla, s’inventa un “superfluous” riferito alla persona del possessore di cose “superflue”. In una edizione Penguin del dramma commentata da George Hunter il passo è spiegato così: “«Our basest beggars are in the poorest thing superfluous»: even the most deprived of men have among their few possessions something that is beyond their basic needs” ossia “anche i più indigenti degli uomini tra i loro pochi averi possiedono qualcosa che va al di là dei bisogni elementari” che è quasi una traduzione involontaria del passo senechiano. E con questo avrei finito. Caro direttore – responsabile – non si preoccupi: Shakespeare maledì chi avesse rovistato tra le sue ossa, non tra le sue carte. Questo è tutto amore.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

May 31, 2010 at 7:08 pm

E io che credevo di essere cattivo… (3)

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Mentre qualcuno – di volenteroso –  ci credeva pure, ai finiani. La “strategia” dei “finiani”, che è poi una forma mentis, che è poi una disposizione dello spirito, è questa: strizzare l’occhio a chi, a suo dire,  ”ha il senso delle istituzioni”; a chi, a suo dire,  ”ha il senso della legalità”; a chi, a suo dire, “sa raccogliere con intelligenza ed equilibrio le sfide della globalizzazione e dei fenomeni migratori”; a chi, a suo dire,  ”rigetta il populismo di chi liscia il pelo alla ggente e non prende le dure e responsabili decisioni che la gravità della situazione economica impone”; a coloro – gli economisti – che le cose le possono dire, tanto non tocca a loro decidere; e poi continuate pure voi. Se si vuole piacere, come piacerebbe tanto al Cavaliere, meglio essere sinceri, come il Cavaliere. E’ un piccolo segno di onestà, segno di una vita morale, dopotutto. Mentre la piacioneria seriosa è capace di piegarsi a tutto, ipercorrettamente. Com’è sempre facile prevedere:

Sennonché anche per recitare questa parte, e senza nemmeno entrare nella questione del ruolo istituzionale di Fini, bisognerebbe dimostrare coerenza e lealtà. Se si parla di riforme in campo economico, ad esempio, e specialmente in questi tempi di panico “antimercatista”, non si possono far circolare bei pensierini di stampo quasi ultraliberista e poi, calma e gesso, concionare di condivisioni e concertazioni, come se scornarsi con Tremonti su queste cose poi non volesse dire far fischiare le pallottole con Epifani. (Zamax, 1 maggio 2010)

E difatti. Alle prime voci di una nuova manovra economica, termine pomposo di cui si servono i governi di solito per giustificare le collette con le quali raccattano denari con tutti i mezzi possibili che non siano manifestamente criminali, i “finiani” invece di incazzarsi neri contro quel Berlusconi che non fa una minchia di serio, riescono a far rimpiangere la placida ovvietà degli Angeletti e dei Bonanni.  Per quella più guerresca di Epifani, c’è tempo. Ma con buona volontà potrebbero anche arrivarci.

Qualsiasi manovra economica che non ponga al centro del proprio progetto il rilancio del sistema Paese ci vede perplessi. Le manovre si fanno attaccando sprechi e classi agiate e non mettendo in difficoltà lavoratori dipendenti. Con questo non voglio dire che tutti i ricchi evadono il fisco. Ma devono pagare proporzionalmente al loro tenore di vita. In Italia c’è un meccanismo di sperequazione fra i ceti piu deboli e quelli agiati inaccettabile. (Fabio Granata)

E’ auspicabile che Berlusconi coinvolga tutto il Pdl e la coalizione in scelte che vanno valutate con attenzione. La crisi economica internazionale e le decisioni dell’Europa richiedono una manovra significativa che deve però puntare sul taglio degli sprechi e delle spese lievitate negli ultimi anni cercando di evitare interventi orizzontali che rischiano di essere impopolari. E’ auspicabile che Berlusconi coinvolga tutto il Pdl e la coalizione in scelte che vanno valutate con attenzione per evitare che valutazioni soltanto contabili creino problemi nel rapporto tra governo e pubblica opinione. (Italo Bocchino)

Update:  Ma non dovevano dare un scossa laica & liberale alla destra,  i pionieri delle nuove generazioni italiche?

Il Paese, come una famiglia, deve rimboccarsi le maniche e rimanere unito, consapevole che solo con un grande sforzo potremmo superare il momento presente. D’altra parte però vale la pena ricordare al manovratore [Tremonti & il governo, NdZ] : “adelante Pedro! Con juicio…” (Luca Belotti)

Non si preoccupi, carissimo Sancho Panza Belotti, il juicio è una risorsa inesauribile di tutti i governi italiani.

Written by Zamax

May 23, 2010 at 6:44 pm

E io che credevo di essere cattivo…(2)

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A SINISTRA LA DEMOCRAZIA NON VA PIU’ DI MODA (Zamax, 13 dicembre 2009)

Aria di crisi tra i progressisti e l’amata democrazia? In verità, negli appena due secoli, o poco più, di storia della democrazia moderna, i progressisti l’hanno amata più a parole che nella sostanza. I più disinteressati e seri tra i conservatori-reazionari l’hanno sempre avversata vedendoci solo il male; i conservatori-liberali l’hanno spesso contrastata vedendoci, insieme al bene e all’inevitabilità, anche il male che ne doveva, almeno per un certo tempo, venire. E non avevano torto, quest’ultimi, se consideriamo che i totalitarismi del novecento sono fenomeni concepibili solo in tempi di democrazia e di proclamato universalismo dei diritti, ancorché pervertito dall’odio di classe o ridotto al microcosmo nazionale o razziale. Sono stati, nel mondo europeo-occidentale, i due secoli per eccellenza delle “masse” e dei “popoli”. (…) Se però sono stati i secoli delle “masse” e dei “popoli” ciò significa che sono stati anche i secoli di chi li ha creati come concetti politici: le “avanguardie” e le “minoranze organizzate”. (…) I progressisti hanno amato il popolo e la democrazia perché, e finché, a quanto pare, potevano proporsi come demiurghi di masse passive e servili, quando non impaurite; e i controrivoluzionari usciti dalle loro stesse file usarono le loro stesse armi. (…) Ma ora in Occidente, per fortuna, dopo due secoli di apprendistato, il popolo non è più una massa manovrabile tanto facilmente sul tavolo della politica. Ora il popolo è passabilmente, nella maturità dell’era democratica, solo una somma di individui, ciascuno dei quali con la sua testa pensante. E questo alla sinistra, massimamente in Italia, dispiace. Il giocattolo non funziona in più. Di fronte agli esiti imprevisti del suffragio universale è tutto un gran parlare di democrazia “malata”, di “anomalie” e di “populismo”. E quindi? E quindi è ovvio che per il consesso tartufesco dei Druidi Democratici la democrazia vada virtuosamente “imbragata”. Come? Col rispetto di “regole” sempre più invasive; con la trasformazione della Costituzione in una laica “Religione del Libro”, di cui loro sono, a proprio capriccio, i custodi e gli interpreti; con l’appello universale alle Istituzioni e ai Giudici. Costoro non sono i difensori della democrazia contro le minacce di un regime potenzialmente autoritario: sono, loro, nel pieno rispetto del loro pedigree politico-culturale, gli araldi di un fascismo o comunismo “debole”, sotto le spoglie “corrette” di una democrazia nei fatti commissariata.

MADAME BARBARA, GUARDIANA DELLA RIVOLUZIONE (Zamax, 4 marzo 2010)

Ora, se c’è gente che non si fida del “popolo” è proprio la genia dei giacobini, e in genere tutte le prime scelte della razza umana che si sono susseguite dal ceppo originario fino al popolo viola. Pure il conservatore non si fida del popolo. Ma è più onesto. Lo prende per un orecchio, gli dice che è brutto, sporco, cattivo e che fino a quando non sarà presentabile e non avrà raggiunto l’età della ragione, sarà meglio che di certe cose si occupi lui, il notabile, e anche per il suo bene. Il giacobino è invece il ventriloquo, l’avvocato, il magnaccia, e il kapò del popolo. Se non obbedisce lo bastona. All’uopo, s’inventò a suo tempo un organo onnipotente e onnisciente, il Comitato di Salute Pubblica, la cupola dove tutto si decideva, regolamenti di conti fra i vari boss compresi. Fu il modello dei Comitati Centrali dell’epoca sovietica. Per dirla in modo poetico, e sulla scorta di un esempio illustre, potremmo dire che rappresentava un «popolo trascendente» che guardando lontano frenava se stesso. Diciamo pure un popolo eletto, una casta di bramini, il clero di una religione civile, cui la Consulta fa solo da paravento: nella Repubblica Islamica si chiamano Guardiani della Rivoluzione.

CHI AZZOPPA I CUSTODI DELLA DEMOCRAZIA  (Barbara Spinelli – che ha il fegato di citare perfino Tocqueville: è un crimine!!! -  La Stampa, 25 maggio 2010)

Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore. Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi. Nella sua descrizione degli Stati Uniti, Tocqueville chiama i guardiani i «particolari potenti»: sono la stampa, le associazioni, i légistes ovvero i giuristi. In loro assenza «non c’è più nulla tra il sovrano e l’individuo»: sia quando il sovrano è un re, sia quando è il popolo.

Written by Zamax

May 23, 2010 at 12:07 pm

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Parole, parole, parole

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La demagogia ha un suo linguaggio che si incardina di solito su due o tre parole chiave. Se si vuole combatterla la prima cosa da evitare è di adottare il suo linguaggio. Ma non succede quasi mai. Il “capitalismo”, ad esempio, è una parola di conio marxista (“etichetta politica” la definì Von Mises); i difensori della libera economia l’adottarono e fu una vera e propria sciagura, che continua ancor oggi: accettarono di battersi sul terreno scelto dal nemico, e così involontariamente inchiodarono ancor di più alla testa dell’uomo della strada, che non bada alle sottigliezze e tanto meno legge tomi poderosi di storia ed economia, l’idea iper-riduzionista ed astratta del “capitalismo” come “sistema” o peggio ancora come “meccanismo”, efficiente o meno che fosse, criminale o meno che fosse.

Perciò non sono stupito, neanche un po’, che negli anni berlusconiani le nuove parole d’ordine della propaganda anti-sistema alla fine abbiano trionfato da Bressanone a Lampedusa. Chi le ha accettate tuttavia ha commesso un errore, e ha dimostrato una certa debolezza intellettuale, nel senso propriamente morale del termine. Ha inoltre nutrito le solite disastrose speranze di palingenesi nazionale anche nell’opinione pubblica più salda e consapevole. Abbiamo ben visto a cosa sia servita la ghigliottina di Mani Pulite: la razza immortale dei faccendieri e dei maneggioni è più vitale che mai. Vitale in qualche misura lo sarà sempre, finché l’uomo regnerà sugli animali e le piante di questo mondo. I più ingenui, o i più cinici, invocano ancora, a quasi vent’anni di distanza, una Mani Pulite più vera e profonda; definitiva come il Giudizio Universale, dopo di che lo stivale si trasformerà nella Terra Promessa.

Le parole d’ordine della demagogia non sono nuove. Sono termini popolari che ben determinati poteri fanno propri, sdoganano e lanciano in orbita. Da questo punto di vista la Casta è un parto spregiudicato del Corriere della Sera. Operazione del 2007, quando soffiava forte il vento dell’antipolitica vaffanculista in faccia al governo di Romano Prodi, che lo stracco establishment montezemoliano aveva appoggiato nelle elezioni politiche dell’anno prima. Non volendo farsene travolgere, e cullandosi pure nell’ineffabile speranza di trarne eventuali profitti, la Casta economica concentrò il fuoco dell’antipolitica su quella stessa Casta politica con la quale copulava piacevolmente da decenni. Tanto fu l’ardore civico di questa razza smidollata che il libro-ariete di Rizzo e Stella divenne un best-seller ancor prima che se ne fosse venduta una sola copia, grazie ad una campagna pubblicitaria di imbarazzante spudoratezza. Fu così che la Casta entrò di prepotenza nell’hard disk delle teste di quasi tutti gli italiani sprovvisti di eccezionali difese morali ed intellettuali. Essendo il tema facile e fecondo non mancò di produrre le sue sotto-caste: quella dei magistrati, o dei sindacalisti, ad esempio. Il bello è che il bug ha infettato pure menti dotte e liberali, quelle che deprecano magari le crociate contro la Speculazione, e che ora, oltre al repulisti, sperano nell’avvento di quelle mitiche élites colte e capaci che la penisola dei lazzaroni fin qui non ha mai saputo produrre: insomma i popperiani sperano platonicamente (per dirla con Popper, che per inciso sbaglia su Platone) nella Casta Buona.

Anche se le menti raffinatissime dovrebbero essere di norma gelosa prerogativa dei mafiosi e dei servizi segreti deviati vi sono notevoli eccezioni. Tipo quelle de La Repubblica. Sono loro che hanno rispolverato la Cricca, velenoso vocabolo che tra i comunisti ha sempre avuto un folgorante successo. Pure la Cricca ha trionfato, rompendo tutti gli steccati ideologici. Pensando di essere più furbi dei furbacchioni antiberlusconiani, i giornali filoberlusconiani hanno mascherato questo cedimento con una bella pensata: usare la Cricca, in funzione filo-casta destrorsa. La Cricca è diventata la cupola affaristica dominata dai boss della burocrazia, o dai grand commis che dir si voglia, e popolata dalla fauna degli imprenditori amici e di quelli di famiglia; e alla quale i politici, quando lo fanno, parteciperebbero solo in veste ancillare. Così la battaglia mediatica è al momento attuale tra lo spot sinistrorso Cricca & Casta e quello destrorso Cricca Vs. Casta.

Poi ci sono gli Evasori. Oramai non vi è più neanche uno straccio eroico di libertario che li difenda. Fu Visco ad accendere il fuoco della passione anti-evasori. Ma oggi alla speranza di dissotterrare il tesoretto dell’Evasione Fiscale come risoluzione di quasi tutti i mali non rinuncia più nessuno. Il nuovissimo Fini lo ha ribadito l’altro ieri.

Se poi non sapete più dove sbattere la testa, non avete istinti autodistruttivi e avete gusti patriottici, potete sempre scavare trincee contro la Speculazione.

Se siete contro la Casta, la Cricca, l’Evasione Fiscale e la Speculazione siete del Partito della Legalità. Che è una Casta bella e buona, molto rumorosa, a volte milionaria, e la meno misericordiosa. Se, riguardo alla vostra posizione, non potete mettere la crocetta in nessuna di queste cinque caselle vi faccio i migliori auguri, ché ne avete proprio bisogno.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Written by Zamax

May 22, 2010 at 12:46 pm

E io che credevo di essere cattivo…

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Le messe cantate di Santoro oramai attirano solo la truppa dei fedeli della palingenesi nazionale e del culto della legalità, che si beve avidamente liturgie, litanie e prediche tornite e lucidate da anni di pratica confessionale. (Zamax, 15 aprile 2009)

Qualcuno di questi programmi raggiunge un’audience di qualche milione di telespettatori, qualcuno è visto dai quattro gatti più devoti, ma grosso modo è sempre la stessa setta che fa le processioni in piazza, i processi sui giornali, va a messa da Santoro, a vespero da Floris… (Zamax, 17 marzo 2010)

Ti prego non ci abbandonare… per me AnnoZero è religione… dopo tutte le battaglie che hai combattuto in nome dell’informazione… mi chiedo cosa sarà il nostro futuro. ( Lucia, su Facebook)

Written by Zamax

May 19, 2010 at 4:12 pm

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