Una settimana di “Vergognamoci per lui” (125)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
THE ROYAL FAMILY 06/05/2013 La signora Antonella Fresolone è stata per tredici anni al servizio della regina Elisabetta a Buckingham Palace. Sembra che nel suo ambiente professionale la quarantaduenne italiana sia considerata un asso. Sembra che nel percorrere una strada che l’ha portata vicina al trono, anche se in ginocchio, abbia ubbidito a una specie di vocazione. Si dicono meraviglie della sua serietà (serietà, non seriosità), della sua abnegazione e, saporita ciliegina sulla torta, della sua abilità ai fornelli. Non stupisce allora che questa regina delle collaboratrici domestiche, sbaragliando la concorrenza, sia stata scelta come governante in casa del Duca e della Duchessa di Cambridge, alias William & Kate. Con la dovuta discrezione, la signora Antonella diventerà la vera padrona di casa nella dimora dei Duchi a Kensington Palace. Si occuperà di tutto: dalle pulizie dell’alloggio reale alle mansioni di lavanderia, dalla cura del principesco guardaroba a quella dell’argenteria e dei cristalli, dalla cucina alle passeggiate con Lupo, il botolo della coppia ducale. Insomma, nel suo piccolo mondo domestico, quest’ascesa fin qui parrebbe una fiaba, anche se invero un po’ faticosa. Se non fosse per lo stipendio: 23.000 sterline. Al cambio fanno 27.000 Euro. All’anno. A Londra. Perfidissima Albione.
IL DIVO 07/05/2013 Non Giulio Andreotti. Ma il suo Mito Oscuro. Il segreto del successo politico di Andreotti stette nell’aver fatto del piccolissimo cabotaggio democristiano un’arte possente, dalle spalle robuste. Al contrario di nature meno profonde della sua, meno conoscitrici di quella volubile e frivola degli uomini, egli non disprezzò neanche a parole i mezzucci leciti della politica politicante, e seppe allearsi col tempo, soprattutto col passare del tempo. Superiore alla suscettibilità, colpì e incassò con grazia. In questo, bisogna dirlo, fu virile. Per il resto, non aveva un’idea, o se l’ebbe, la chiuse ben resto nel cassetto. La grandezza, perciò, gli fu regalata. La longevità politica ne fece un simbolo della Dc e dell’Italia repubblicana, e quindi, agli occhi della solita cricca oscurantista che dirige le coscienze del gregge di sinistra, il simbolo della faccia oscura di quella Dc e di quell’Italia. La loro doppiezza si personificarono in quella di Belzebù. Il processo ad Andreotti doveva essere perciò il processo alla Dc e a una certa Italia. Andreotti ne uscì trionfatore, doppio come non mai, se stesso più che mai: mezzo colpevole e mezzo innocente. Entrò nel Mito, e fu per tutti il Divo. Cose da pazzi. Anche di questo dobbiamo ringraziare la nostra straordinaria sinistra.
EUGENIO SCALFARI 08/05/2013 E’ morto Andreotti, e che fanno gli opinionisti dei nostri giornali, da sinistra a destra? Tutti come scolaretti diligenti a blaterare di «misteri», non si sa se per compulsione, per spirito gregario, o per semplicioneria. Insomma, perché bisogna, povere pecorelle. Questi misteri, già nebulosi per se stessi, compongono il Grande Mistero dell’Italia Deviata: un mondo fittizio, e misterioso, di occultissime trame e innominabili segreti, costruito su premesse ideologiche, o meglio, teologiche. Questo mistero d’iniquità, che nella seconda Repubblica si è incarnato nel Joker Berlusconi, nella prima Repubblica assunse le compostissime fattezze di Belzebù Andreotti. Nemmeno i sacerdoti di questa oscura religione sono mai penetrati nel Mistero. A tutt’oggi ne sanno meno di noi, anche se rompono senza pietà da mezzo secolo. Sentite il Grande Stregone di Repubblica: «Giulio Andreotti è stato il vero – e mai risolto – mistero della prima Repubblica. Una cosa è certa: Andreotti è stato un personaggio inquietante e indecifrabile, l’incrocio accuratamente dosato d’un mandarino cinese e d’un cardinale settecentesco. Ha tessuto per quarant’anni, infaticabilmente, una complicatissima ragnatela servendosi di tutti i materiali disponibili, dai più nobili ai più scadenti e sordidi. È stato lambito da una quantità di scandali senza che mai si venisse a capo di alcuno.» Considerazioni alquanto misteriose, non trovate? Ma è giusto che sia così: preservare la misteriosità del Mistero significa preservarne la forza di suggestione. E ora andate in pace: un po’ d’aria fresca vi farà bene.
FILIPPO MAGNINI 09/05/2013 Sembra che tra lui e Federica Pellegrini si stia consumando una rottura definitiva. Secondo me è andata così. S’intende che è solo un’ipotesi, ma io alle mie ipotesi credo ciecamente. Filippo con la sua fidanzata di prima, Cristiana, stava da Dio: lei era carina, femminile, simpatica. Con lei aveva già messo su casa. Diciamo che era già la sua mogliettina. Filippo è un fustacchione: le donne lo sbirciano di sottecchi e lui certamente non è per niente insensibile alla fauna femminile. E’ naturale: mica vuol dire che sia un farfallone. Per molto tempo di Federica Pellegrini nemmeno si accorse. Anzi, si chiedeva che cosa ci trovasse Luca Marin in quell’atletico pezzo di legno. Lo scoprì poi. Infatti qualcosa cambiò. Lei vinceva. Stravinceva. I giornali cominciarono a chiamarla La Divina. E La Divina per forza di cose divenne improvvisamente bellissima. Qui sta la vergogna di Filippo: essersi piegato all’isterismo mediatico e non essersi fidato dei suoi occhi, della sua mente e del suo cuore. E così gli venne l’uzzolo di conquistare La Divina. Il successo gli arrise, perché fu lei a conquistare lui. Gli son voluti due anni per capire che La Divina non è il massimo dell’affettuosità, dell’eros, della passione e della simpatia. E piano piano ha cominciato a sentire una terribile nostalgia per quel domestico calore, inteso nel senso più largo del termine, in cui si crogiolava quando stava con Cristiana.
DAVID BOWIE 10/05/2013 Diciamolo: non ci sono più gli scandali di una volta. Oggi ci si limita a pestare, con asinina ostinazione, l’acqua nel mortaio. Oggi il dramma dell’artista provocatore è la sua insopportabile banalità. Oggi questo poveretto di successo sembra posseduto. Ma non dal Demonio, ché forse sarebbe meglio, e sicuramente meno noioso. Ma dalla routine. Immaginate per esempio di essere un famoso cantante. Immaginate di comporre un pezzo grondante sesso e religione. Immaginate il video. Ecco, lo state già vedendo: preti assatanati, suore seminude, sante donnine in lingerie e in estasi, fiotti di sangue, un bordello oscuro e rosseggiante, un Savonarola in mezzo, un minestrone catartico dove il vizio e il peccato si purificano al fuoco del loro stesso eccesso, luogo comune di molta pessima arte. Il vero scandalo, casomai, è che il Duca Bianco, alla sua venerabile età, smerci senza ritegno questa ridicola paccottiglia.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (124)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
MARIA CHIARA CARROZZA 29/04/2013 Ecco cosa significa essere un ministro nuovo di zecca: non fare neanche in tempo ad aprire la bocca, ed essere subito impallinato da un qualche oscuro opinionista a caccia di facili prede. E tra le voci di questi frustrati scribacchini poteva forse mancare quella famigerata del sottoscritto? Certo che no. Intervistata dall’Unità ed interrogata sulle linee-guida del suo operato al ministero dell’Istruzione e dell’Università, la signora Carrozza, prima di esporle, ha voluto precisare con zelo repubblicano che «La mia guida sono i principi della Costituzione, per nulla invecchiati.» Urca. Questa nostra Costituzione è propria una bomba: tutto previde e giammai fallò. Da un po’ di tempo la Carta è diventata oggetto di culto da parte di una setta potente che è meglio per voi non spernacchiare. Meglio ancora se vi acconciate a pagarle un piccolo tributo, venerando la reliquia. Cioè, non la reliquia, ma il suo spirito vivificatore, cui forse un giorno si attribuiranno poteri taumaturgici. Intanto però questa religione di serie B ha già sparso in giro un bel po’ di fideismo. Massimamente tra gli intellettuali e i pozzi di scienza, come si vede.
ANDREA COLLETTI 30/04/2013 Lungi dal rappresentare qualcosa di nuovo e originale, i militanti del Movimento 5 Stelle sono la quintessenza rumorosa, tetragona e un po’ ingenua del bigottismo di sinistra. Vecchie comari rimbambite travestite da ragazzotti. Che pena. Prendete questo bel tomo, Andrea Colletti. Nel suo intervento alla Camera ha detto: «Questo Governo odora di democristianità. Odora di intrecci di comitati d’affari quali CL e Compagnia delle Opere. Visto il Ministro dell’Interno che ha scelto, o che è stato obbligato a scegliere, possiamo ben dire che questo sembra il Governo della trattativa Stato-Mafia. Del bavaglio alla magistratura ed alle opposizioni politiche. Questo, siamo sicuri, sarà il Governo del salvacondotto giudiziario a Silvio Berlusconi.» Democristianità, Intrecci, Comitati, Affari, Trattativa, Bavaglio, Salvacondotto: chissà come si sarà sentito dopo aver schierato in poche frasi tutti questi cavalli di battaglia! Un Partigiano della Legalità, come minimo. Poveretto. Costui probabilmente ritiene di aver fatto qualcosa di rivoluzionario, di aver detto l’indicibile per il bene della patria. E tutto questo dopo aver sciorinato come un bravo pappagallo un trito campionario di quel cospirazionismo esoterico che fa da decenni la felicità onanistica dei lettori de “La Repubblica”, e da qualche tempo di quelli della roba forte de “Il Fatto Quotidiano”. Perché anche l’antifascismo ha il suo Codice Da Vinci. Anzi, ne ha tutta una biblioteca.
IL PERDONISMO 01/05/2013 Non ho capito se i famigliari del carabiniere Giuseppe Giangrande abbiano risposto a una domanda esplicita dei giornalisti, oppure se abbiano obbedito a una specie di osceno e stupido adempimento burocratico che il circo mediatico ha ormai tacitamente imposto a chi ha appena visto un figlio, un genitore, un fratello o una sorella cadere vittima della furia omicida. Fatto sta che anche loro hanno dovuto decidere sul momento, col cuore in gola, davanti a dei petulanti tirapiedi, ambasciatori di un pubblico ferocemente avido di futili emozioni, se «perdonare» o «non perdonare» il malfattore. Siccome il buon gusto e il rispetto dovuto ai sentimenti più sacri impongono che a questo Cristianesimo da Reality Show si metta fine al più presto, propongo agli sventurati prossimi venturi questa risposta standard, da imparare a memoria: «Sì, noi perdoniamo. Perdonare è il dovere di ogni bravo cristiano. Perdonare vuol dire non rispondere al male col male, e lasciare la porta aperta a un sincero pentimento. Se i lunghi, lunghissimi, interminabili e penosissimi anni di galera, che ora inevitabilmente attendono lo sciagurato che ci ha così duramente colpiti, saranno utili alla salvezza dell’anima sua, in obbedienza ai disegni sapienti e misteriosi di una Provvidenza sempre misericordiosa, noi sapremo essere lieti per lui e con lui, e sapremo impetrare, nella maturità dei tempi, se saremo ancor vivi, la clemenza della giustizia umana. Il pentimento sincero è come una conversione. E’ una cosa rara. Ma non vogliamo rinunciare a questa ineffabile speranza». Naturalmente questa è la versione lunga. Per il popolo la condenserò in una formuletta assai più sintetica.
BELEN RODRIGUEZ 02/05/2013 Non è mai stato un bello spettacolo tutta questa gente famosa ansiosa di farsi ricevere in Vaticano dal Papa. Gente che quando poi il grande giorno arriva, chissà dopo quante e assai poco eleganti sollecitazioni, eccola lì sorridente e timorata con tutta la famigliola e magari anche con un regalino al seguito, gingillo che il Santo Padre rigirerà fra le mani per la prima e ultima volta in quest’unica occasione. Scene strazianti di vita piccolissimo borghese. E comunque, si capisce, un grande traguardo per loro e per la loro casata del kaiser. Non poteva sfuggire a questa mania Belen Rodriguez, che i traguardi in Italia ormai li ha tagliati tutti. La neo-mamma ha confessato al settimanale “Oggi” il suo desiderio di «partecipare ad una pubblica udienza del Papa. Mi piacerebbe tanto far benedire Santiago dal Papa, argentino come me». Insomma, ha dato inizio alle grandi manovre diplomatiche, così, alla luce del sole, tirando da lontano Papa Francisco per la manica dell’abito talare. Mi verrebbe di chiamarla un esempio di spudoratezza mezza arrogante e mezza ingenua. Ma non sono poi tanto sicuro. Andare vittoriosamente così dritti allo scopo, con grande scandalo dei maschi, è tipico del genio femminile, e anche il Vangelo lo testimonia.
IL CALCIO ITALIANO 02/05/2013 L’allenatore del Borussia Dortmund Jurgen Klopp ha detto di Arrigo Sacchi: «Non l’ho mai incontrato ma ho imparato tutto da lui. Tutto ciò che sono oggi lo devo a lui. Il mio Borussia è solo un 10% del suo grande Milan». Di allenatori in giro per il mondo che venerano Sacchi ce n’è un’infinità. Sono matti? Esagerano? Per niente. Il Milan di Arrigo Sacchi in quattro anni vinse due Coppe dei Campioni e un solo scudetto. Eppure tutto il mondo capì che «qualcosa» era successo, che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Tutto il mondo tranne l’Italia. Il motivo è presto spiegato: Sacchi fu un pioniere e fu vittorioso, contro tutto e tutti. In Italia non gliel’hanno mai perdonato, soprattutto il mondo del calcio. In Italia le novità tattiche del gioco sacchiano non furono mai interamente accettate, e quindi su di esse non si si poté col tempo nemmeno costruire qualcosa di più efficace. Né il magnifico Ajax di Van Gaal, né il Porto e il Chelsea di Mourinho, né il Valencia e il Liverpool di Benitez, né il Barcellona di Guardiola e nemmeno il Bayern tritatutto di questi mesi sarebbero immaginabili senza il Milan di Sacchi. Il Bayern che ha macellato il Barcellona non è una squadra poi tanto diversa da quella dell’anno scorso. L’allenatore è lo stesso. Ma si vede benissimo che – a loro modo – i tedeschi hanno fatto tesoro proprio della lezione di gioco del Barcellona. Sì, sì, sì, proprio così. Se volete ve lo spiego.
[MIO COMMENTO: Accidenti, pensavo che qualcuno mi prendesse sul serio, e mi dicesse: “Allora spiegacelo, sapientone,” Allora se permettete lo faccio io: “Allora spiegacelo, sapientone.” SPIEGAZIONE: Le grandi squadre che hanno fatta la storia del calcio, non solo con le vittorie, ma anche col gioco, nell’era post-sacchiana, hanno solo fatte delle variazioni alla tattica fondamentale del pressing. Il pressing, in questo contesto, va inteso solo come gioco di squadra. Se non vi si applicano tutti i dieci giocatori non lo è. Il calcio è un fenomeno spazio-temporale. Il pressing è il tentativo di ottimizzare il movimento della squadra in questa dimensione. Che ripeto è spazio-temporale. In Italia sembra che esista solo quella spaziale. Per questo, cercando di venir a capo del mistero. sono sempre lì a strologare assurdamente coi moduli: 442-343-42121-4321-433 e via rimbecillendo. Tutte cose SECONDARIE. Il pressing è basato sulla superiorità numerica nella zona dove viene giocata la palla. Può essere difensivo, o offensivo, quando si ha il possesso della palla (questo aspetto sfugge completamente da noi). Nel primo caso soffoca la manovra avversaria. Nel secondo caso crea spazio per gli inserimenti. Il pressing non si basa sull’ardore agonistico, né sulla velocità dei singoli giocatori, né sulla ridicola “forza o freschezza fisica”, concetto carissimo a tutti i giornalisti italiani quale “prestatore di spiegazioni in ultima istanza” ah ah ah… Il pressing si basa sull’abbattimento dei tempi morti da parte di tutti i giocatori. Ciò significa che non può essere fatto con riserve mentali. Si perde l’attimo. Per esempio: nel caso di perdita della palla in attacco, la cosa fondamentale sono i primi decimi di secondo dopo la perdita del possesso, non le corse affannose all’indietro, che sono appunto il risultato della mancata prontezza. Gli attaccanti devono subito far pressione sui difensori. Basta uno scattino di cinque metri. Lo scopo principale è quello di consentire ai propri difensori e centrocampisti di compattarsi senza arretrare, e dare inizio alla pesca allo strascico della palla. Fondamentale è che la squadra si muova come una nuvola compatta su e giù per il campo. In effetti si tratta di rimpicciolire agli effetti pratici il campo di gioco, tagliandone fuori il massimo dei giocatori della squadra avversaria. Per questo l’altra squadra sembra sempre spaesata e stanca mentre i giocatori della nostra sembrano sempre freschi e arrivano “sempre prima sul pallone” (ah ah ah… mai sentita questa?). Questo è il GIOCO, fondamentalmente. Le varie interpretazioni dipendono dal tipo di giocatori a disposizione, dai gusti dell’allenatore, dalle tradizioni calcistiche dei singoli paesi. Il madridista Valdano disse un giorno un giorno che il calcio di Sacchi era “difensivo”. Aveva ragione. Lui vedeva la cosa con occhi non italiani. Il gioco del Milan di Sacchi era teso soprattutto a soffocare le squadre avversarie, anche se agli effetti pratici poi finiva per schiacciarle nella loro metà campo, perché a quel tempo non sapevano letteralmente che pesci prendere. Qui sta “l’italianità” di Sacchi. Il gioco del Barcellona lo conosciamo tutti, avvolgente, tecnico, iberico. Quello del Bayern è robusto sulla fasce laterali, coma da tradizione tedesca. Ed è forte anche nelle “ripartenze”. Ma le “ripartenze” del Bayern sono un pressing d'attacco di SQUADRA che coglie l’attimo al momento della conquista del pallone. Qualcuno dirà: tutto qua? Sì. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E non è una questione tecnica, è una questiona se vi acconciate a pagarle un o. Si tratta di fare le cose PER INTERO. In Italia non le fa nessuna squadra, da vent’anni.]
Il governo Letta e le prospettive della sinistra
Giudico la nascita del governo Letta una cosa positiva per l’Italia. Tuttavia non credo che la sua politica economica avrà qualche efficacia. Per vari motivi: l’eterogeneità della maggioranza di governo; la generale, bipartizan mancanza di idee chiare; la profondità strutturale dei problemi economici, che sono poi comuni a quelli dell’Occidente. Penso che l’azione del governo resterà nel solco di quelle che l’hanno preceduta. Anche se sulla carta sembra aprire cautamente le porte a una politica economica più espansiva, il governo, volente o nolente, sarà costretto a privilegiare la politica abbastanza meschina dei saldi contabili al fine di impedire l’esplosione del debito. Si giocherà ancora sulla quantità più che sulla qualità, pareggiando qualche limatura con qualche aggravio occulto alle imposte. Questa stabilità ragionieristica non ha risolto e non risolverà un bel nulla. Ciò nonostante nella sua mediocre costanza essa ha avuto un merito: dimostrare che la malattia italiana non era isolata, che la non-crescita italiana e il debito pubblico italiano erano spesso solo l’altra faccia della medaglia delle crescite fasulle e dei debiti privati, e quindi in un certo modo nascosti, di altri paesi occidentali; che con l’evolvere della crisi il tempo avrebbe svelato il bluff e “italianizzato” anche sul piano contabile la maggioranza delle economie occidentali; e che perciò non era giusto che l’Italia ne pagasse un prezzo esorbitante in termini di interessi sul proprio debito. Per quanto drogati, anche i mercati finanziari prima o dopo tendono a risintonizzarsi sulla realtà.
Penso inoltre che, in generale, gli attuali governi dei paesi occidentali non possano fare molto di più – dal punto di vista prettamente statistico, ossia del Pil – che governare la stagnazione. Ma “governare la stagnazione” è un concetto che può nascondere comportamenti contrapposti, sia l’immobilismo sia un’azione profondamente risanatrice. La trionfante mistificazione dei concetti di “austerità” e “crescita” serve a nascondere questa verità. Oggi l’austerità è dileggiata e la crescita è venerata. Ma noi non abbiamo avuto una vera austerità e rischiamo di avere una falsa crescita. L’austerità l’hanno praticata le famiglie, non certo lo stato, che ha chiamato “austerità” la copertura attraverso l’aumento delle imposte delle sue non tagliate spese, che le stesse famiglie peraltro poi non volevano tagliate, in un avvitamento fatale di reciproche e comode reticenze. Ognuno poi capisce che la crescita del Pil non vale un piffero, se essa nel lungo termine non sopravanza quella delle spese, compreso il costo del debito. Le politiche “keynesiane” di aumento della spesa pubblica o delle iniezioni di liquidità sul mercato sono le stesse che ci hanno portato a questa situazione, non un fantomatico “laissez-faire”: una ben intesa economia “di mercato” è naturalmente “austera” ed è l’unica veramente “sostenibile”. Noi dobbiamo appunto governare un traumatico, ed epocale, ritorno alla normalità ed è un po’ difficile farlo attraverso la retorica dell’emergenza e dei piani salvifici.
Sul piano delle riforme istituzionali le prospettive sono più incoraggianti, perché le forze politiche potrebbero trovare conveniente rifarsi qui dell’impotenza che dimostreranno nell’affrontare la crisi economica. Tuttavia, né un’organica riforma istituzionale, né tanto meno una riforma elettorale, sarebbe di per sé sufficiente a ovviare al male principale di cui soffre l’Italia: la mancanza di una normale architettura politica fondata su un grosso partito popolare-conservatore e un altro socialdemocratico-progressista. Normale non perché la preferibile in astratto, ma perché in armonia con la storia e la geografia di un paese europeo nell’anno di grazia 2013. Normale, e quindi meno guastata dallo spirito di fazione, e quindi più aperta. Ecco perché la migliore e la più feconda prerogativa del governo Letta è proprio quella che da molte parti gli viene rimproverata: di essere un “inciucio”. Il bacio col rospo berlusconiano costringerà la sinistra a ripensarsi senza essere zavorrata dalla pregiudiziale antiberlusconiana. E la condurrà fatalmente a uscire dal vuoto involucro “democratico” per trovare una sua identità in un progetto socialdemocratico, che però per essere tale dovrà essere ripulito dai fumi intossicanti dell’antiberlusconismo e del moralismo giustizialista, e che quindi la porterà a ripensare dolorosamente tutta la sua storia. Come dimostra la nascita di questo governo la sinistra oggi non può trovare un’identità in positivo: per essere di governo, la sinistra diventa democristiana; se vuole essere di sinistra, ricade in quella di lotta, e si sente grillina. L’odio per Berlusconi si spiega anche col fatto che la razionalità di fondo del berlusconismo – la creazione del centrodestra italiano, una realtà che non si può negare correndo dietro alle peculiarità del personaggio – mette in luce la perdurante anomalia della sinistra italiana, prima comunista e poi tutto fuorché “socialdemocratica”. Sono cose che dicevo proprio qui quattro anni fa, parlando dalla sponda berlusconiana. Ma vedo che anche loro, adesso, ci stanno arrivando.
[pubblicato su Giornalettismo.com]
Update 04/05/2013: Ecco un altro che ci sta arrivando (naturalmente dicendo solo un terzo della verità, ma c’è tempo, c’è tempo…)
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (123)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
SABINA GUZZANTI 22/04/2013 L’inizio fu promettente: Laura Boldrini, esponente di Sel, eletta presidente della Camera. Poi presidente del Senato fu eletto Pietro Grasso, esponente del Pd e, anche se non troppo ortodosso, del «partito della legalità». Per Travaglio, niente più di un «berluschino». Fu il primo segnale dello smottamento emotivo del popolo rosso. Il primo candidato «condiviso» alla presidenza della Repubblica, Franco Marini, fu trombato dalla stessa sinistra: esponente del Pd, ma non antiberlusconiano. Per venire incontro all’isterismo della sinistra Bersani ci riprovò con un candidato «non condiviso», il serafico Romano Mortadella Prodi il Grande, due volte vincitore su Silvio Caimano Berlusconi lo Psiconano, ex democristiano come Marini, ma antiberlusconiano tenace e vendicativo. Non bastò. Grillo gli aveva anteposto un antiberlusconiano assoluto come Stefano Rodotà, simbolo della purezza sinistrorsa, che irretì nel segreto dell’urna un pezzo tremante di Partito Democratico. Bersani, già fin troppe volte umiliato, si risolse allora per il presidente uscente Napolitano, un immortale di sinistra (aderì al Pci nel 1945, seguendone poi le sorti per più di sessant’anni), rieletto con l’appoggio fatale del Berlusca. Al popolo rosso non bastò: non poteva perdonare al rosso Napolitano il mancato contributo alla meritoria liquidazione finale del berlusconismo. Ad agire potente era la Mistica (deficiente) del Cambiamento, della Nuova Era nella quale la Resistenza e la Liberazione raggiungono finalmente la loro compiutezza, dopo settant’anni di interregno semi-democratico e cripto-fascista. In breve: è la Grande Balla che si rivolge contro quelli che l’hanno alimentata per decenni. Perfino Scalfari è ormai nel mirino della base arrabbiata, e da qualche tempo, non so se l’avete notato, ci mette in guardia, lui che di certe cose è uno specialista, contro il pericolo del «giacobinismo», neanche fosse uno della mia stessa miserabile schiatta. Strabiliante. Cosicché non sorprende che dopo questa infornata di nomine istituzionali tutte rosse, Sabina Guzzanti abbia deciso di espellere anche Napolitano dalla Società Civile: «Napolitano non è il nostro presidente», ha scritto su Twitter. E non si è fermata qui. Se l’è presa pure con Grillo, reo di non aver partecipato al corteo romano indetto dal M5S contro il Napolitano bis: «Noi siamo in piazza. Grillo s’è sfilato. Le spara grosse e poi si caga sotto». Minchia com’è difficile essere di sinistra in Italia. E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un politico di sinistra di un qualche peso operativo arrivi alla tomba puro e senza macchia. Gli conviene morire per tempo.
PIPPO CIVATI 23/04/2013 I quarantenni del Pd sono sul piede di guerra. Ce l’hanno coi «traditori» che non hanno votato Prodi alla presidenza della Repubblica. Il loro leader Pippo Civati dice che questi lestofanti faranno i ministri nel prossimo governo: il governo «collaborazionista», aggiungo io. Ciò prova che i giovanotti come Pippo, a parte la confidenza coi social network e le fatue pose liberal, sono vecchi come il cucco, e all’anti-berlusconismo da operetta non resistono. A Prodi, non per essere eletto, ma per prendere tutti quelli che aveva sulla carta, sono mancati un centinaio di voti. Una cinquantina sono andati a Rodotà, una cinquantina sono andati al pascolo. Vendola sostiene che i suoi hanno votato compatti non Prodi ma «R. Prodi», con ciò firmando la loro lealtà ai patti. Quale che sia la verità, il robusto pacchetto di voti per Rodotà dimostra che la fronda anti-prodiana non era nella sua essenza di natura filo-berlusconiana, bensì iper-identitaria, ossia anti-berlusconiana. Civati se la prende coi «traditori» per nascondere questa realtà, e forse per negarla a se stesso. Se i cento infami sono «traditori», metà di questi infami hanno obbedito alla «pancia» anti-berlusconiana della sinistra. E’ un’illusione credere che gli «inciucisti» si siano nascosti dietro il nome di Rodotà. I cinquanta voti per il candidato scelto dai grillini sono stati un messaggio rivolto al Pd e a Bersani, un messaggio figlio di una pulsione profonda della sinistra, e un segnale di frustrazione contro l’unanimismo di facciata. L’impressione è che invece sia proprio la silenziosa, ma non troppo, opposizione filo-rodotiana all’interno del Pd a nascondersi dietro l’ostentata e piuttosto becera condanna dei «traditori». Lo stesso Civati è ambiguo quando scrive sul suo blog che «se avessimo votato Prodi o Rodotà, non saremmo andati a votare, come le vecchie volpi della politica hanno ripetuto (altro che Twitter) a tutti i giovani deputati. No, semplicemente avremmo fatto un governo del presidente. Con un presidente, un governo e una maggioranza molto diversi da quella che vedremo tra qualche ora.» Quel «Prodi o Rodotà» sembra la dichiarazione di una doppia lealtà, al partito e al popolo di sinistra. E questa lacerazione è il frutto maturo di una menzogna a lungo coltivata, la «narrazione» che ha fatto della storia politica dell’Italia repubblicana un lungo romanzo criminale. La Lunga Resistenza berlusconiana ne ha assorbito alla fine tutti i veleni, svuotando di forze la sinistra. Al momento del supposto trionfo, la sinistra si è come accasciata. Rimane per aria una rabbia indistinta, senza argomenti, come un’eco di ciance messianiche. Intanto “La Repubblica” sembra essersi acconciata al nuovo corso termidoriano: Scalfari bacchetta Rodotà, e Massimo Giannini, a “Repubblica Tv”, con una straordinaria faccia da funerale, annuncia alla Società Civile la «medicina amara delle larghe intese». Chissà cosa ne pensa il giovanotto Civati. Caro popolo di sinistra, la Grande Commedia sta per finire, anche se questo è solo l’inizio. E’ meglio che ti prepari: anche Craxi tornerà, prima o dopo, nella Tua storia.
LA CLASSE GIORNALISTICA 24/04/2013 Hanno riso in molti dell’entusiasmo mostrato dalla classe politica per le parole di rimprovero che il nuovo-vecchio presidente nel suo discorso d’insediamento a Montecitorio le ha indirizzato con implacabile paternalismo. «Sì, sì, siamo stati dei minchioni! Sì, sì, non abbiamo capito un kaiser!», pareva che dicessero quegli applausi. I quotidiani ci sono andati giù di brutto. Gli opinionisti di sinistra, di destra e di centro su una cosa sono stati tutti d’accordo: ridicolizzare l’orgia masochistica. Da quando la retorica anti-casta si è impadronita delle menti degli italiani, sono forse proprio i giornalisti quelli che hanno sviluppato il più forte senso di superiorità nei confronti dei politici. Ma non se ne capisce bene il motivo. Non è che loro negli ultimi tempi si siano mostrati molto più perspicaci dei politici. Non molto tempo fa preconizzavano che la Lega, quel partito ben organizzato e radicato nel territorio – un esempio nonostante tutto – si sarebbe mangiato, al nord almeno, il Pdl, il partito dell’aria fritta; le penne dei giornaloni, poco più di un anno fa, scommettevano che il «partito» montiano, il nuovo grande partito di centro, si sarebbe mangiato il meglio del Pdl e Pd; più di recente un po’ tutti preconizzavano che il Pd, il partito delle primarie, avrebbe trionfato sulle macerie della politica italiana; fino a qualche mese fa perfino quelli di destra davano per morti e sepolti il Pdl e Berlusconi; quasi tutti hanno sottostimato la crescita di Grillo prima delle elezioni, per poi darla – naturalmente – come ineluttabile dopo le elezioni: ora il fenomeno M5S si sta puntualmente sgonfiando. Insomma, in generale non ne hanno indovinata una. Si meritano anche loro un grande significativo applauso.
RE GIORGIO 25/04/2013 Diciamolo: da quando la classe politica ha preso il nome di Casta, fare il Presidente della Repubblica è diventata una pacchia. Non occorre che nessuno ve lo insegni: vi basta l’istinto per capire che dovete mettere una certa distanza tra la vostra augusta persona e i politicanti del parlamento, che dovete assumere una certa aria da maestrino, che dovete esortare, indirizzare, bacchettare, trasmettere un senso d’urgenza sulle improrogabili riforme di cui il paese ha un disperato bisogno, senza però mai dire alcunché di concreto. Non potete, perché per vostra fortuna questa non è una repubblica presidenziale. E’ solo una repubblica semi-presidenziale di fatto, ed è comprensibile che vi pigliate la metà più comoda del presidenzialismo: l’onore di predicare; l’onere di agire non vi tocca. Siete in una botte di ferro. Se siete poi un po’ più ambiziosi, grazie alla vostra posizione di arbiter rei publicae, potete cercare d’indirizzare la partita politica in un certo modo. Napolitano c’è riuscito col quel «governo tecnico» che fra gli obbiettivi aveva anche quello di «governare» l’uscita di Berlusconi dalla scena politica. Sappiamo com’è andata: il governo tecnico si è arenato dopo due mesi ed ha vegetato per altri dodici. Un bel fallimento che ha gettato discredito un po’ su tutti, tecnici e politici, tranne che sull’artefice della creatura: Napolitano il Saggio. Adesso Giorgio ci riprova con un «governo delle larghe intese», che però «consacra» la presenza di Berlusconi sulla scena politica. A ben guardare la sua rielezione somiglia tanto ad un esame di riparazione. Chiamarlo Re Giorgio mi sembra un po’ troppo.
GLI UBRIACHI DEL 25 APRILE 26/04/2013 Il 25 aprile è il giorno in cui la sinistra aspetta al varco i suoi avversari. I guardiani della società civile sono già alticci ed eccitati di primo mattino, senza aver bevuto un solo goccio di vino, come piccoli generali ansiosi di passare in rivista la truppa …nemica. Per fortuna è un giorno di festa e potete starvene a casa. Ma se uscite mostratevi quantomeno compunti, commossi, partecipi. Le persone normali pensano che a questa gente esaltata manchi qualche rotella e che il 25 aprile venga tirato in ballo troppo spesso a sproposito. Ma sbagliano. Dal 25 aprile nasce tutto. Il 25 aprile è la sorgente che ha dato vita al grande fiume della Nuova Patria Repubblicana, e nel suo vivo microcosmo c’è già tutto ciò che è buono, democratico, onesto, saggio. Se non si bagnano a questa fonte, non esistono né la buona società, né la buona politica, né la buona economia, forse neanche la buona tavola. Il 25 aprile è il giorno delle commemorazioni e dei fischi. A fischiare è sempre la Guardia Repubblicana. Voi vi chiedete: perché guastano le sacre commemorazioni coi fischi? La risposta è questa: siete testoni. Non capite infatti che questi fischi segnalano che la Patria non è ancora Perfetta, che la Democrazia non è ancora Compiuta e che i fascisti non sono ancora spariti. Quando ciò avverrà, l’ultimo fischio morirà in lontananza e lo Spirito del 25 aprile, di cui costoro sono i ventriloqui, troverà pace. Quindi il presidente del Senato, il democratico Pietro Grasso, non poteva pensare che gli bastasse mettersi il fazzoletto rosso al collo ed essere scortato dalla Camusso per passarla liscia a Monte Sole, presso Marzabotto. I fischi sono piovuti. Le grida anche: «Mai coi fascisti! Venduti!». Sì, perché Silvio compra. Compra tutto. Compra sempre. Voti, magistrati, calciatori, donnine, responsabili, ed ora anche il Pd, in blocco a prezzo scontato. Nessuno in realtà crede in cuor suo a queste penose stronzate. Però è bello annegare i dispiaceri nell’antiberlusconismo, spararle colossali, e nascondere l’ubriachezza sotto uno sfrontato sarcasmo, com’è capitato ieri a Corradino Mineo, una vita in Rai e a sinistra, che ha detto: «Silvio Berlusconi? Io non ho problemi a frequentarlo. Lo trovo molto divertente. Fermo restando che non penso di potere fare patti con lui, perché conosco l’uomo e so che non fa patti, compra: prima ti mette una busta in tasca e poi discute. Comunque Berlusconi dopo Mussolini è stato il più importante capo di Stato che l’Italia abbia mai avuto. La mia non è una posizione di assoluta chiusura: dico soltanto che non possiamo superare certi limiti.» Il Movimento 5 Stelle ha preferito invece starsene in disparte, e non mischiarsi con una classe politica oramai venduta al demonio. Il suo è stato un 25 aprile di protesta silenziosa. «Oggi evitiamo di parlarne, di celebrarlo, restiamo in silenzio con il rispetto dovuto ai defunti. Se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere.» Così ha detto Grillo, lirico e apocalittico, e sembrava vedesse coi suoi occhi l’abominazione della desolazione posta in luogo santo, della quale parlò il profeta Daniele. Il più allegro, o il più depresso, di tutti era però Nichi Vendola. Tanto allegro, o depresso, che non ha nemmeno cercato di usare perifrasi nell’aprire a tutti noi l’esacerbato suo cuore. «Il Cln era un luogo in cui convivevano diversità straordinariamente lontane e per certi versi inconciliabili.», ha premesso, per poi sentenziare: «Solo un soggetto non c’era: i fascisti. Ecco, se avessimo dovuto ispirarci a quella esperienza erano altri gli alleati da cercare visto che il nostro tema è uscire dal ciclo del berlusconismo.» Be’, io penso che sia giusto che si sfoghi. E per fortuna sua il primo maggio è in arrivo. Si potrà sbronzare di nuovo, in santa pace, senza paura di sembrare fuori di testa. Poi si sentirà meglio.
Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)
Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM
PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.
MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.
L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.
IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.
IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.
Cosa significa il rigetto di Prodi da parte della sinistra
La sinistra prima ha bocciato Marini, un esponente del Pd, anzi un fondatore del Pd, ex democristiano ma non antiberlusconiano. Poi la sinistra ha bocciato Prodi, un nume tutelare del Pd, ex democristiano ma antiberlusconiano. Ciò significa che i piddini sono caduti nel panico. Comanda “La Repubblica” e comanda sempre di più “Il Fatto Quotidiano”. Comandano i fanatici patrioti costituzionali antiberlusconiani di Libertà e Giustizia cogli appelli per il loro sodale Rodotà. Senza l’antiberlusconismo la sinistra è priva di un’identità. Ciò significa che ad agire è la logica del giacobinismo: i montagnardi si stanno mangiando i girondini. Ciò significa che, orfana del marxismo, la sinistra italiana è rimasta solo giacobina. Il giacobinismo è un vuoto riempito di odio. E’ un moralismo senza principi e senza misericordia. E’ una Chiesa senza un Credo e senza Comunione. E’ il Non-Essere politico. In Italia questo nulla velenoso va sotto il nome di Questione Morale, un Idolo al quale solo pochi non si sono piegati. La Questione Morale è un Idolo che va abbattuto. Ciò significa che tutto questo sarebbe impensabile se la sinistra in Italia, come in Europa, fosse rappresentata da un Partito Socialista o Socialista Democratico, perché in quel caso sarebbe una forza temperata e temprata. Quello del Pd è un giacobinismo all’acqua di rose, incline alle mode, capace di abbandonare le bandiere rosse, capace di strizzare l’occhio al liberalismo, farsi obamiano e kennedyano, ma incapace di porre barriere al giacobinismo puro e duro. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che alla sinistra manca il baricentro socialdemocratico, ossia autenticamente di sinistra ma non giacobino. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana.Che noia mortale.
Cosa significa il rigetto di Marini da parte della sinistra
Ciò significa che l’unica cosa che “tocca le corde profonde dell’elettorato progressista” è ancora l’antiberlusconismo. Ciò significa, anche se questo non piace agli orecchi delicati, che la sinistra non è ancora uscita dal “comunismo”. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che il Pd è formato da giacobini in doppiopetto – i sanculotti sono alla sua sinistra – e relitti democristiani cooptati solo per puro pragmatismo, con l’eccezione di quelli che si sono piegati al verbo. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana. Che noia mortale.





