Zamax

Nefando traditore

July 19, 2008 · 2 Comments

Il deputato della Lega Nord Giancarlo Giorgetti è indicato come uno dei favoriti alla successione di Umberto Bossi alla guida della segreteria della Lega Nord. Il suo hobby principale è la squadra di calcio inglese del Southampton e nel 2001 fonda il fan club Italian Saints. (Il Giornale)

Beh, io trovo scandaloso che uno dei possibili successori di Umberto Bossi, uno che ce lo dovrebbe avere durissimo, tifi per il SOUTHampton e non invece per il NORTHampton. Un consiglio: se dovesse trovare troppo scarsa per i suoi gusti la locale squadra di calcio, dirotti le sue attenzioni verso l’illustre squadra di rugby che quest’anno giocherà nella Guinness Premiership e che si chiama, guarda caso, Northampton Saints.

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Indovinello

July 6, 2008 · 14 Comments

( la repubblica.it) L’editorialista della Stampa Barbara Spinelli ha aderito alla manifestazione dell’8 luglio in Piazza Navona. Ecco la lettera inviata agli organizzatori.

“Aderisco alla manifestazione promossa da Furio Colombo, Pancho Pardi e Paolo Flores d’Arcais l’8 luglio a Roma contro le leggi-canaglia del governo Berlusconi, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti.

È urgente che esista la pietra dello scandalo.

È urgente che un risveglio avvenga, anche se di pochi, perché la narcosi delle menti, del linguaggio, della visione, delle memorie è vasta e progredisce.

Non è importante il nome che si dà al regime in cui viviamo. Conta la sua sostanza: la maggioranza che ignora e vilipendia la minoranza, la separazione dei poteri messa in questione, il trionfo degli interessi particolari e privati di chi è a capo del governo, l’impunità garantita a un impressionante numero di crimini, l’esclusione e criminalizzazione di una parte della popolazione, giudicata diversa e sospettabile fin dall’infanzia perché appartenente a altre etnie o razze.
Scegliete il nome che volete, purché il nome abbia rapporto con la sostanza”.

Secondo me la risposta esatta è: fascismo. Perché solo il nome infame del Fascismo può indicare con pregnanza di significato il rapporto quasi carnale che con la sua tradizione hanno le canaglie di questo governo di assassini della libertà.  Solo questo nome può dare una pallida idea del gregge di pecore che sono diventati gli italiani, bestie! Solo questo nome può ricordare al mondo intero che siamo governati da una banda di boss mafiosi, di oligarchi con eserciti privati assoldati nelle prigioni, composti di criminali che, in cambio della libertà, come i bravi di manzoniana memoria pattugliano in lungo e largo la penisola, costringendo alla clandestinità ogni dissenso politico. Solo questo nome può rendere l’opinione pubblica mondiale consapevole che le prove di apartheid verso i diversi, in assenza di un’energica reazione, si trasformeranno ben presto in prove di soluzione finale. 

Goi vinto qualcosa? Un goto de vin?

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Gli ultimi fuochi

July 6, 2008 · No Comments

La manifestazione dell’8 luglio a Roma promossa dagli Ayatollah della democrazia non cambierà il corso della normalizzazione politica in Italia. Si tratterà solo di una delle convulsioni finali che agiteranno il corpo della sinistra prima del suo riallineamento nelle schiere della socialdemocrazia europea. Il potere di ricatto di questo consiglio supremo informale, che come in una repubblica islamica dovrebbe supervisionare gli organi della vita democratica, è stato stroncato definitivamente dalla vittoria berlusconiana nelle elezioni di aprile. Il paese è stanco, e la debolezza di una sinistra divisa fra l’impotenza e la rabbia, non fa altro che allargare le basi del consenso dell’attuale governo, da un canto visto oramai anche da una parte della schiera degli infedeli - per disperazione - come l’ultima carta da giocare, e dall’altro incoraggiato sempre più nella sua politica paternalistica erga omnes.

Com’è chiaro a chiunque si periti di dare un’occhiata panoramica alla storia del nostro paese, e non si faccia inghiottire dalla rumorosa quotidianità della cronaca di questi ultimi anni, non è Berlusconi l’anomalia della vita politica italiana. Al contrario, di qui a qualche decennio nei libri di storia si scriverà che Sua Emittenza, piaccia o no, sarà l’uomo che ha messo fine a quest’anomalia. Nessun paese europeo ha convissuto, per sessant’anni, con al suo interno una fazione potente ed organizzata che ha veicolato ossessivamente nel corpo della nazione l’idea dell’illegittimità politica e morale, non potendo essere formale, di governi e maggioranze regolarmente elette. Un filo rosso unisce i clerico-fascisti mafiosi-servi-degli-amerikani democristiani, e i socialisti-ladri mafiosi-servi-degli-amerikani craxiani, all’uomo nero Berlusconi. La difesa della Costituzione, le grida al tradimento della Resistenza, l’ansia giustizialista di processare gli avversari politici, sono stati concetti e tratti comuni, non a caso, assolutamente non a caso, sia ai capibastone del pensiero sedicente democratico sia al suo sottoprodotto criminale delle Brigate Rosse, che alla liturgia macabra, legalitaria, del processo mai rinunciarono. 

A questa fazione non è riuscito di mangiarsi il paese poco a poco, nonostante che, dagli anni ‘80 in poi, cercasse di accelerare i tempi di questa scalata tutta interna al potere stante l’inaridirsi del consenso elettorale. E, nonostante il golpe - quello vero - di Mani Pulite, è stata rigettata dal paese, trovando un baluardo insuperabile - com’è beffarda la storia! - nel magnate brianzolo ex piazzista di aspirapolveri. Che vita politica, che matura democrazia possa essersi sviluppata in un paese costretto a ispirarsi nelle sue scelte più importanti - sempre - al primum vivere, lo si può ben immaginare: settarismo da una parte, immobilismo - per arroccamento, per scelta o per paura - dall’altra. E in quest’ultimo quadro non può sfuggire che dopo la resa democristiana, pur nella loro contraddittorietà e confusione, il leghismo, Craxi e Berlusconi abbiano significato delle pulsioni modernizzatrici e normalizzatrici nel paese. Che oggi hanno vinto ed impongono alla sinistra di cambiare se stessa.

In questi giorni la sinistra postulivista, pur di non dover atterrare dove dovrà atterrare, offre spettacoli tragicomici:

  1. Veltroni, leader dell’ircocervo democratico, va in Europa ed è costretto a dire che “non siamo socialisti” tra lo sguardo sbalordito dei suoi compagni d’oltralpe, che ormai ne hanno le palle piene.
  2. Il trebbiatore Di Pietro, per ora non ancora a petto nudo, raduna in piazza i suoi manipoli di arditi democratici.
  3. D’Alema, proprio lui!, cerca di rimetter in vita l’Unione. Questo D’Alema è veramente spassoso. Un trattato vivente di antropologia comunista. Ai tempi di Prodi manganellava con gusto l’estrema sinistra e flirtava con Monty. Ai tempi di Veltroni flirta con l’estrema sinistra e bacchetta i puristi del PD. E sempre con la stessa gelida espressione che non ammette dissensi. Secondo me merita di essere un giorno imbalsamato come homo sovieticus di razza purissima. Lo dico per la salvaguardia della biodiversità che la globalizzazione minaccia, e quindi credo che il governo dovrebbe stanziare una somma ad hoc, sempre che abbia a cuore la nostra identità.
  4. Perfino quei cattolici tristi e castigatissimi, per cui la Valle di Lacrime di questa terra che Dio ci ha preparato merita una ritoccatina per il peggio (perché loro la sanno più lunga di Dio), ringalluzziti dall’impasse veltroniana, tentano, con l’aiuto della Provvidenza, una OPA sui resti del Partito Democratico, e dalle pagine del settimanale per famiglie menano botte da orbi contro il governo fasciorazzista.

Beh, ora che le melodie neogolliste della maggioranza berlusconiana ha toccato le corde del cuore di una buona parte dell’opinione pubblica, sembrerebbe quasi che io, cui i tremontismi vanno indigesti, presagendo un bipartitismo di fatto composto da un Partito Conservatore d’impronta paternalistica e un Partito Socialdemocratico, tuttavia me ne rallegrassi. Ebbene, sì, me ne rallegro: natura non facit saltus. Di grazia, in quale altro paese dell’Europa, continentale perlomeno, esiste un quadro politico dominato da una forza Liberale-Conservatrice ed un’altra Liberale-Progressista? E perché noi - per un capriccio della storia - dovremmo essere improvvisamente pronti per il Grande Balzo in Avanti? Ma me ne rallegro perché finalmente questa è una base seria, in armonia con la realtà italiana, da cui muovere per un’evoluzione liberale del nostro paese. Perché nel passato questa non è mai dipesa, come pensa il liberalismo d’impronta illuminista, dall’imposizione di una cultura o dal diffondersi di un’istruzione orientata in tal senso, ma dal grado di solidarietà effettivo di una società. L’estinguersi degli odi più profondi, l’estinguersi di una fazione che è stata modello e garanzia per il moltiplicarsi del tribalismo italiano, sta già producendo i suoi piccoli e significativi effetti. La ruota sta lentamente cominciando a girare: lo vediamo, confusamente ma inequivocabilmente, sul fronte dei rifiuti, della TAV, del nucleare. Come scrissi qualche tempo fa:

Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli.

Update del 08/07/2008: Massimo Teodori sul Giornale:

La verità è che questo piccolo e cangiante nucleo, di volta in volta giacobino, girotondino, movimentista e massimalista, ha prosperato nelle pieghe della sinistra perché il Partito comunista prima, ed i suoi eredi Pds e Ds poi, se ne sono sempre serviti senza prendere le distanze. Per dirla in una parola, la sinistra comunista e postcomunista non ha mai compiuto una svolta liberale o socialdemocratica, come nel resto dell’Occidente; e quando Bettino Craxi ha portato i socialisti fuori dal frontismo, è stato irrimediabilmente fatto fuori.

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In difesa di Monica Lewinsky

July 4, 2008 · 2 Comments

Si sa, i tarantolati della giustizia e della legalità, massime in quel posto dell’Italia dei Valori, su certe cose ce l’hanno non solo duro, ma di pietra. Ecco perché a Massimo Donadi, l’incorruttibile capogruppo dalla sessualità da fachiro, nella cui testa donna e vizio sono inestricabilmente legati, non è parso vero di esternare tutto il suo disprezzo da probo cittadino contro la malafemmina per eccellenza Monica Lewinsky. Tanto più che il nome della rotondetta stagista americana rimarrà per sempre associato ad una pratica sessuale che ha ben poco a che fare con la nobiltà e l’eleganza dello slancio erotico a tutto tondo. Per fortuna che ci son qua io a difendere l’onore e la dignità della Boule de suif d’oltreoceano.

Bella, non si può dire che sia bella. La cosa più attraente è un volto regolare, dai lineamenti dolci, incorniciato da una cascata voluminosa di lisci capelli neri, e impreziosito da due grandi occhi e soprattutto da una grande bocca rossa, carnosa, che quando sorride trionfa pericolosamente su tutto il resto. Bill - da uomo posso capire - vide solo quello. E nel peccato imboccò quella strada. Fu incoraggiato nella sua perdizione da quel guizzante, liquido last name - Lewinsky - che già presagiva arti sopraffine. In lei l’eros si fuse con l’ambizione e il patriottismo scusò l’ambizione, battendo all’unisono nel petto generoso. Assolse il suo compito con ardente abnegazione fino ad una fulminante vittoria, che i rilievi scientifici hanno certificato. Nel momento supremo Bill fu sorretto da un lampo di lucidità istituzionale riuscendo a grugnire un “God bless America!” che riscattò il disordine dionisiaco dell’alcova presidenziale.

Monica Lewinsky non diventò ministro dell’amministrazione Clinton, ma fu un’eroina silenziosa della storia, cosa che all’immaginazione piccina del caporalmaggiore dell’Italia dei Valori sfugge. Dell’eloquenza di Monica Lewinsky si serberà traccia nei secoli a venire. Di quella di Donadi non credo.

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Sostiene Eco

July 2, 2008 · 14 Comments

GIACOBINISMO AGGIORNATO DEL XXI SECOLO: OVVERO IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO

(la repubblica.it) Umberto Eco ha inviato questa lettera a Furio Colombo, Paolo Flores d’Arcais, Pancho Pardi, promotori della manifestazione dell’8 luglio in Piazza Navona.

Cari Amici,
mentre esprimo la mia solidarietà per la vostra manifestazione, vorrei che essa servisse a ricordare a tutti due punti che si è sovente tentati di dimenticare:

1) Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la maggioranza ha il diritto di governare.

2) Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.

Ergo: siccome noi, in forza del nostro innato arianesimo democratico, sosteniamo a giusta ragione che questa maggioranza schifosa di berlusconiani, fascisti, negri & ebrei sostiene di aver sempre ragione, proclamiamo ufficialmente e unilateralmente che la democrazia è in pericolo, e che quindi questa maggioranza non ha diritto di governare.

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Footballismo2

June 29, 2008 · 3 Comments

I russi di Hiddink, al solo scopo di farmi un dispetto, si sono fatti asfaltare - loro - dagli spagnoli. Adesso prendo l’aereo per Mosca e li bastono tutti, comunisti!!! E così ora mi tocca scrivere un Footballismo2 per far quadrare i conti e per far capire al volgo che ho sempre ragione io!!!

(Rispondendo a Zagazig, 25 giugno) Ma io non dico affatto che le filosofie sacchiane-hiddinkiane siano sinonimo di bel gioco e vittoria. Dico che non si può nel 2008 giocare a calcio e giudicare le partite di calcio facendo finta che non esistano e che non abbiano cambiato il gioco del calcio. L’Italia di Sacchi nei mondiali americani era una squadra in condizioni penose, che giocava un calcio grigio e sfuocato, e che tuttavia riuscì ad arrivare con merito fino quasi alla vittoria finale. Era una squadra che pur senza brillare non subiva mai il gioco dell’avversario, e che giocava - con metodo e determinazione, non a casaccio - fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di ogni partita. Fu così che meritò la sua fortuna. Come oggi, ad un livello inferiore, la Turchia di Terim, allenatore naif ma vero, che ha poche idee in testa ma alle quali crede con una convinzione che si trasmette ai giocatori. Faccio notare che in linea di massima la Turchia inizia le partite con un calcio difensivo che propone ben poco in attacco. Ma il suo calcio difensivo non ha niente a che vedere con suggestioni catenacciare italiche e con marcature ad uomo, come qualche pazzo stralunato ha rimarcato in televisione e nei giornali. Somiglia di più al Liverpool di Benitez. Ossia: la squadra disposta in una fascia di trenta metri appena al di qua della sua metà campo, quindi con la difesa piuttosto alta e l’ultimo uomo sempre in ogni caso ben al di fuori della propria area di rigore, per non farsi schiacciare. Rinuncia al pressing avanzato, ma appena si entra nell’area presidiata dai giannizzeri della mezzaluna comincia la battaglia. E’ una barriera avanzata che non permette conclusioni da lontano. La bravura di Long John Silver Terim è che all’uopo riesce perfino a spostare la sua banda di non eccelsi calciatori compattamente in avanti, dove col coltello tra i denti e un po’ di confusione - e un po’ di culo - sinora sono riusciti a fare sempre il golletto della salvezza. Stasera coi tedeschi la musica non cambierà. La squadra è falcidiata e se prenderà gol subito temo sarà finita. Ma in caso contrario, chissà?

(Rispondendo a Ismael, 25 giugno) Il succo del mio discorso è proprio questo: mi è ben chiaro che i Franco Baresi e i Roberto Baggio, i Maradona e i Van Basten, saranno sempre tra noi con le loro prodezze a mandare all’aria tutte le teorie “costruttivistiche” dei filosofi del calcio. Tuttavia in Italia si cade nell’estremo opposto fino a non vedere neanche le cose più lapalissiane. Sacchi aveva tanti difetti: come ho già detto, non sapeva modulare la pressione psicologica sui giocatori, e molto probabilmente non sapeva infondere serenità agli stessi, visto il suo carattere un po’ monomaniaco. Neanche dal punto di vista tecnico sapeva ben valutare i giocatori. Non aveva proprio l’occhio dell’esperto che alla prima occhiata sente il puledro di razza. Però vide meglio degli altri una cosa sola, ne diventò fanatico, e la impose al mondo.

(Rispondendo a Vincenzillo, 26 giugno) Beh, dubito assai che gli allenatori diciamo filosacchiani abbiano tutti ben compreso la logica di questo gioco; è per questo che sono fissati con le performances atletiche. Ed è per questo che io da anni e anni non vedo in Italia una squadra - dicesi una squadra - che giochi veramente come le squadre di Mourinho, di Benitez, di Hiddink, di Van Gaal, di Rijkaard, di Terim. Il miglior Ajax di Van Gaal e il miglior Barcellona di Rijkaard avevano un che di molle ed elegante, eppure riuscivano a pressare, eccome, e la palla l’avevano sempre loro attaccando con continue sovrapposizioni. Mi ha sorpreso lo Zenith di Advocaat, allenatore di cui ho sempre avuto scarsa considerazione: si vede che finalmente c’è arrivato pure lui! Ho letto che Mourinho - il fanatico Mourinho - all’Inter vuole “meno corse in montagna” e più allenamenti con la palla: il che mi sembra indizio rivelatore. E cosa serve correre a perdifiato se la squadra non ti accompagna? E’ quando la squadra è lunga sul terreno di gioco che ci si spompa. Anche psicologicamente. Quando dico che vengono eliminati i tempi morti, non voglio dire che il giocatore deve sempre correre come un cavallo, né essere costretto a continui, e magari frustranti scatti; in linea teorica il giocatore in questione potrebbe esaudire l’allenatore Zamax anche camminando: se, senza perdere tempo, unitamente ai suoi compagni per una tacito accordo che non ha bisogno di occhiate d’intesa o dell’attesa dello svilupparsi dell’azione, cambia direzione di marcia. E’ per questo che dico che sono gli automatismi - due, tre e semplici - che ti fanno guadagnare tempo e non lo sforzo agonistico. Per dirla con gli economisti, la produttività non sempre, anzi quasi mai, dipende da quanto sfacchini.

(Dopo Germania-Turchia 3-2) Il risultato non è assurdo, perché nel calcio contano anche le qualità e i difetti dei singoli. La Germania, come al solito, giochi bene o giochi male, ha sempre il merito di crederci: i tre gol sono venuti dai colpi di fioretto del duo Podolski-Schweinsteiger, dalla bravura di Klose nel gioco aereo e nello sfruttare l’uscita a vuoto del portiere turco, e da un’iniziativa personale di Lahm. Ma la Turchia ha giocato molto, ma molto meglio. Rischiando come al solito con una difesa molto alta, è riuscita a tenere il pallino del gioco per gran parte della partita. Tenendosi stretta e aggressiva ha supplito all’inferiorità tecnica e ad esercitare per lunghi tratti la superiorità numerica di fatto nella zona nevralgica dell’azione di gioco. Anche la difficoltà dei difensori tedeschi negli uno-contro-uno (specie Friedrich con Ugur Boral) era dovuta in parte non irrilevante al fatto che gli attaccanti turchi non erano costretti al dribbling per forza, ma avevano sempre l’opzione - che disorientava il difensore - di servire un compagno vicino o di crossare al centro. E’ da sottolineare come, pur dovendo Fatih Terim cambiare per ragioni di forza maggiore mezza squadra, e dovendo anche cambiar di ruolo alcuni giocatori pur di riuscire ad assemblarli, la sua Turchia abbia mantenuto esattamente la stessa fisionomia mostrata nelle altre partite. Da notare come Hamit Altintop abbia pressoché cambiato ruolo ad ogni match: partito come difensore di destra, ha giocato poi centrocampista, a destra e a sinistra. Con tanti saluti alle fissazioni italiche per i centrocampo alla Don Chisciotte e Sancio Panza, dove l’artista della palla rotonda ha sempre bisogno al fianco suo del portatore d’acqua, come il braccio e la mente; dove ogni protagonista ha bisogno del suo alter-ego in panchina tanto i presunti equilibri tattici sono fragili e delicati; e dove ogni nuovo accolito della confraternita azzurra (”confraternita”, così definì la squadra azzurra il mitico Manlio Scopigno, l’allenatore filosofo del Cagliari dello scudetto) dovrebbe provare e riprovare in amichevoli tanto stucchevoli quanto ipoteticamente probanti.

(Rispondendo a Ismael, a casa sua, 29 giugno) Con la tua solita intelligenza mi hai anticipato anche sulle questioni calcistiche. [Ismael: "Beh, sulla teoria calcistica in realtà puoi argomentare a tuo favore che la Spagna è riuscita a giocare sacchianamente (nella TUA accezione del termine) più della Russia: avresti ragione da vendere, ma dovresti forse spezzare una lancia in favore di un Donadoni evidentemente più bistrattato del dovuto."] Ammetto anche che l’uso sbrigativo e senza sfumature del termine sacchiano è una forzatura dialettica cui mi costringono esigenze di brevità. Lascio all’intelligenza altrui capirlo. Donadoni è stato un grandissimo e sottovalutato giocatore. Oltre che giocatore del mio Milan. Il Maradona dei tempi belli di Napoli lo giudicò il miglior calciatore italiano. Umanamente mi è pure simpatico. Però nel momento topico anche la sua nazionale, come quelle di Maldini, Zoff, Trapattoni ha obbedito al richiamo della foresta. E come quelle ha rischiato…di vincere. Ma per cosa? Per poi, drogati dalla vittoria, andare avanti così e alla fine inevitabilmente cadere? E’ un calcio che non vuole vincere, ma perdere, con onore, prima o dopo, per 0-0 e così giustificare la sua contronatura. Dagli anni ‘60 delle vittorie di Milan e Inter, il calcio italiano [delle squadre di club] è piombato, a livello internazionale, in un periodo di crisi da cui è uscito solo col Milan di Sacchi. La Juventus composta dalla nazionale italiana più Boniek e Platini stentò moltissimo per arrivare all’unico alloro europeo. Fu il Milan di Sacchi a sbloccare, anche psicologicamente, il calcio italiano. E così si spiegano l’aria nuova e le vittorie in campo europeo delle squadre italiane negli anni ‘90. La Juve di Lippi fu certamente la più sacchiana delle squadre italiane. La sua nazionale molto meno. Ma non subiva sempre. Nel mondiale vinto subì solo nella partita con l’Australia del fanatico Hiddink per inferiorità tattica, e nel secondo tempo e nei supplementari della finale con la Francia, quando ritornarono le ataviche paure. Non certo per stanchezza.

(Dopo Spagna-Russia 3-0) Gli spagnoli sono riusciti a imbottigliare i Russi con un muro di gomma in mezzo al campo. Non, come spiegheranno gli ineffabili tardoni del calcio statico e a compartimenti stagni, con la solita formuletta che non spiega niente, infoltendo il centrocampo, quasi che la debolezza di un settore privato dal trasferimento di un giocatore in altra parte dello schieramento non si riflettesse poi anche sull’insieme; ma tenendo la squadra molto raccolta, con tutti i giocatori l’uno vicino all’altro. Così la Spagna, senza sforzi agonistici extra, avanzando e indietreggiando insieme a ritmi tutt’altro che proibitivi, con un reticolo di passaggi favorito ma non completamente spiegato dalla bravura tecnica degli iberici, non ha lasciato alla Russia la superiorità numerica nelle varie fasi di gioco. Questa non usurante, molle ed elegante compattezza, è bastata per assicurare loro l’iniziativa del gioco per quasi tutti i 120 minuti della partita con l’Italia. Si noti come in questi “torelli” gli spagnoli non solo fossero bravi ma fossero sempre vicini e tanti. Si noti come anche nell’occasione del primo gol di Xavi, il successo dell’azione sia stato dovuto all’inserimento da dietro di un centrocampista, che andava a sommarsi al già buon numero di giocatori spagnoli coinvolti nell’azione. Si noti come gli attaccanti spagnoli - non isolati lì in fondo, ma appoggiati a breve distanza da tutta la squadra - pressassero spesso ai limiti dell’area avversaria per soffocare sul nascere le iniziative russe. Ammansiti, molti giocatori russi hanno mostrato la modestia del loro bagaglio tecnico. L’unica loro speranza era di alzare con energia i ritmi di gioco, ma non vi sono riusciti.

Per quanto riguarda la partita di stasera, io tifo per la Spagna (purtroppo: loro non lo meriterebbero, visto che a sentirli parlare e a leggere quanto scrivono sembra quasi che lo 0-4 che subiscono dall’Italia in fatto di vittorie mondiali sia dovuto ad una specie di congiura mafiosa degli assassini del football) perché spero sempre vinca la squadra migliore, sommando i valori tecnici e il gioco. Poi se la Germania fa un partitone, alzo le mani… Ma non credo. In linea teorica tutte e due le squadre in partenza dovrebbero giocare con un solo vero attaccante e cinque centrocampisti nominali. Quindi gran affollamento lì in mezzo al campo. In teoria. Ma l’iniziativa l’avrà la compagine che si muoverà tutta complessivamente più compatta nel rettangolo verde, rischiando qualcosa con la difesa più alta. Mi sorprenderebbe che non fosse la Spagna. Fin qui ho teorizzato la bontà del rischio. Non posso sottrarmi. Dico 3-1 per la Spagna. Domani vedremo se sarò salutato come un profeta o come un chiacchierone… Non vorrei stavolta dover traferirmi da Mosca a Madrid per bastonare los hijos de puta españoles también, comunistas!!!

Update dopo Spagna-Germania 1-0: beh, la Spagna ha meritato. Tutte o quasi le azioni pericolose sono state sue. La cifra tecnica nettamente superiore. Però la Germania non ha affato sbagliato partita e mi ha positivamente sorpreso. Prendendosi un rischio calcolato, con la difesa alta, corta ed aggressiva sulla linea mediana del campo ha messo in imbarazzo gli spagnoli come mai in questo torneo. Fino al gol di Torres anzi si può dire che abbia giocato meglio. Avessimo fatto anche noi così! Con la qualità dei nostri giocatori! Oramai queste cose ci ostiniamo a non capirle solo noi, in Italia! Noi speriamo solo nelle giocate dei campioni, e le invochiamo come i miracoli dei santi. All’indomani della semifinale tra Spagna e Russia queste erano le prime pagine di due dei nostri quotidiani d’informazione sportiva:

A proposito: in un test-match brutto e scorbutico giocatosi a Cordoba in Argentina, l’Italia del rugby ha battuto per 13-12 la squadra di casa, attuale numero 3 del ranking mondiale. Brutta partita, ma emozionante, con una meta all’ultimo secondo della partita del tallonatore Ghiraldini, trasformata dall’estremo Marcato. Vittoria importante che le nostre gazzette d’informazione sportiva non mancheranno di celebrare per giorni e giorni. Unico neo: i protagonisti del successo succitati sono tutti e due di stirpe patavina: dobbiamo accettarlo, le vie del Signore sono misteriose, anche se noi trevigiani siamo nettamente migliori.

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Footballismo

June 24, 2008 · 8 Comments

Sono due decenni che non leggo i quotidiani sportivi. Oggi, ogni tanto ci butto un’occhiata, quando sono al bar. Per divertirmi. Per misurare il grado d’isterismo al quale sono giunte, con tenacia invidiabile, le nostre gazzette di gossip footballistico. C’è la finale dell’Eurolega del basket? Tranquilli, ve la dovrete cercare con pazienza a pagina 80 o 90. C’è la finale dell’Heineken Cup del rugby? Compratevi in più anche una lente d’ingrandimento. Magari è il giorno della finale della Coppa Uefa, quella del football, cioè del soccer, cioè proprio quella del calcio, ma se non ci sono in ballo squadre italiane è meglio che dirigiate il vostro apparato visivo verso l’angolino in basso a destra o a sinistra dove troverete l’apposito francobollo. Perché la prima pagina delle gazzette sportive - alla stregua della terza pagina del Sun, meritoriamente famosa in tutto il mondo, ma che però è la terza e non la prima, e in più ci tira su il morale con sventole da infarto - deve essere dedicata tutta all’ultima starlette del calcio mercato, la stessa che da qui a sei mesi, nella maggior parte dei casi, sedotta & abbandonata sarà in vendita al miglior offerente a pagina 42.

Oggi il calcio patrio, parlato e scritto, e purtroppo anche quello giocato, visti i disastrosi risultati delle nostre squadre nelle coppe negli ultimi anni, mascherati solo dai successi dei marpioni del vecchio Milan, è fatto solo di individualità, di gioco casual che regala molti gol dentro i confini nostrani, ma che s’impappina terribilmente quando si scontra con le corazzate piccole e grandi del calcio europeo. Le discussioni sulla tattica si risolvono tutte con ridicole tabelline di numeri magici, 4-4-2, 4-5-1-, 4-3-3, 3-4-3, 4-4-1-1 e via discorrendo, e i problemi si risolvono tutti mettendo un nome al posto di un altro, oppure mettendo più uomini in un settore della squadra, o in difesa, o a centrocampo, o in attacco, come se il calcio fosse una cosa statica o una partita a scacchi, avulsa dalla dimensione temporale. Questo gioco di vane e astrochiromantiche sottigliezze regala a chi vi partecipa un’aria saputa, che lo esenta da ogni tentativo di analisi più profonda e di largo respiro. Certo, il calcio è bello perché imprevedibile: l’abilità tecnica individuale, la fantasia, lo spirito agonistico, la fortuna ne saranno sempre ingredienti ineliminabili e decisivi. Ma oggi in Italia parlare seriamente di tattica e strategia calcistica, pur col dovuto distacco vista l’ingovernabile materia, è considerato un vezzo da fanatici.

Per una sorta di vendetta del mondo del calcio italiano (compresi i giornalisti) contro il vittorioso pioniere e rivoluzionario Sacchi (che certo aveva grossi difetti di carattere, soprattutto non sapeva modulare la pressione psicologica sui giocatori) le nostre squadre hanno giocato per molti anni come se le novità sacchiane non fossero esistite, mentre tutto il mondo ne faceva tesoro. Il Milan di Capello ebbe successo perché seppe mitigare gli aspetti meccanicisti del gioco di Sacchi, ma lo potè fare solo perché perché ormai i rossoneri giocavano a memoria. Piano piano anche quel Milan cominciò a regredire verso una statica italianità. Il bel gioco, filante, risulta quasi sempre dalla meglio organizzata mobilità dei giocatori nel rettangolo verde, che ottimizzata tende sempre a produrre la superiorità numerica. Non si tratta di correre di più, ma di correre meglio: e questo si può fare se le cose vengono fatte senza riserve mentali. La velocità di una squadra non dipende dalla velocità dei giocatori, né dall’ardore agonistico, ma dall’abolizione dei tempi morti nell’avanzare e nell’indietreggiare della squadra. Se invece nel momento della conquista del pallone (o della perdita) ci si guarda attorno per vedere come si sviluppa l’azione si perde quell’attimo fatale che è decisivo.

Ancor oggi, con un ragionamento capzioso, volendo omaggiare polemicamente l’italica tradizione, si parla di contropiede, di vittoriosa tattica difensiva, o addirittura di catenaccio, di questa o quella squadra. Ma il contesto è del tutto differente. Il contesto è quello in cui la rivoluzione sacchiana è stata digerita; per cui sia la difesa sia il contropiede sono oggi basati sulla ricerca della superiorità numerica. L’Ajax degli anni settanta (che rifilò un terrificante 6-0 in una finale di Supercoppa al Milan di Rocco nel 1973) segnò la prima tappa di questa rivoluzione scoprendo una cosa molto semplice: che nel calcio di allora solo una parte dei giocatori in senso lato prendeva parte all’azione di gioco, mentre ce n’erano sempre due o tre che risultavano del tutto ininfluenti, e sprecati, agevolando la squadra avversaria. Sviluppando un’organizzata concentrazione di uomini dove serviva e quando serviva lo squadrone olandese dominò il calcio europeo per un lustro. E soprattutto non solo vinse, ma fece scuola, e cambiò il calcio, cominciando, caratteristicamente, dal lessico. Fecero capolino termini di nuovo conio, come il pressing e la tattica del fuorigioco. Terzini, stopper, ali e mezzali - la terminologia del calcio “statico” - cominciarono a sparire.

Prima del perfezionamento e direi quasi della codificazione sacchiana, esempi parziali di quest’evoluzione calcistica furono negli anni ‘80 la Dinamo Kiev e la nazionale sovietica di Lobanovski; quest’ultima arrivò seconda agli europei del 1988 e fu la squadra che mostrò il miglior gioco ai mondiali messicani del 1986; ma sviluppando la ricerca della superiorità numerica, con le continue sovrapposizioni tipiche del calcio russo, solo in fase offensiva, e non anche in quella difensiva, andò incontro ingenuamente alle stilettate mortali in contropiede vecchio stile - palla lunga al centravanti - di squadre modeste e schiacciate in difesa come il Belgio nel 1986 e alle giocate dei campionissimi olandesi come Gullit e Van Basten nel 1988. Altro esempio importante fu il Goteborg dell’esordiente allenatore Sven Goran Eriksson che nel 1982 fra lo stupore generale vinse alla grande la Coppa Uefa; al contrario della Dinamo Kiev, il Goteborg di quella breve stagione prodigiosa mise in mostra il miglior pressing difensivo antecedente la stagione sacchiana.

Lo zelo, l’ideologia pionieristica di Arrigo Sacchi, raccolse le fila di tutti questi precedenti, dandone per la prima volta sul campo un’interpretazione globale e - in senso buono - totalitaria. E’ strano, ma a tanti anni di distanza, forse la maggior parte dei giornalisti italiani non ha ancora perfettamente capito che il pressing - cioè la ricerca della superiorità numerica dove serve quando serve, non solo nel gioco difensivo, cioè al fine della conquista della palla, ma anche in senso lato nel gioco d’attacco con l’offerta delle sovrapposizioni - è un movimento di squadra; che in realtà non esiste nessun pressing se esso non interessa tutti i giocatori, dal primo all’ultimo. E che lo sforzo centrale consiste nell’occupare nel minor tempo possibile col maggior numero di uomini possibile la zona nevralgica dove in quel momento si svolge l’azione. Contrariamente a quanto si favoleggia di solito, questo dipende in maniera pressoché totale dagli automatismi dei movimenti della squadra, non dallo sforzo agonistico; non dalla velocità dei giocatori, ma dall’abbattimento dei tempi morti. Una squadra che sappia interpretare al meglio le coordinate spazio/temporali nel rettangolo verde, può essere percepita come veloce anche se composta da una banda di appesantiti posapiano. La squadra “corta”, che si muove stretta in una fascia di trenta metri, che non corre di più ma ottimizza il movimento di tutti i giocatori, si cominciò a vederla allora. Come ho già scritto una volta:

Come disse una volta il madridista Valdano, stupendo un po’ tutti, quella di Sacchi era fondamentalmente un tattica difensiva. Ed aveva ragione: solo che quando Sacchi la brevettò, una volta per tutte, col suo grande Milan, gli avversari erano talmente impreparati a farvi fronte, che non restava loro altro che trincerarsi in difesa. Sbagliano completamente coloro che parlano di catenaccio del Liverpool. Il pressing consiste non tanto nella ricerca del contatto con l’avversario, quanto nella ricerca sistematica ed organizzata della superiorità numerica nella zona dove staziona la palla. E questo avviene normalmente nella fase difensiva. I successi di Benitez, col Valencia e col Liverpool, e di Mourinho, col Chelsea e col Porto, sono basati su una disciplinata e convinta applicazione di questa tattica di gioco. Fu Van Gaal, con un fantastico Ajax, a creare una variazione offensiva della tattica del pressing (seguito poi in parte dal Barcellona di Rijkaard) con la ricerca sistematica della superiorità numerica nella fase d’attacco, con un continuo gioco di inserimenti e sovrapposizioni di centrocampisti e difensori laterali.

Quindi ancor oggi si può parlare di gioco difensivo o offensivo, ma non nei termini con i quali una fazione inacidita ed accecata del mondo giornalistico sportivo italiano ne parla. Negandosi ad ogni tentativo di analisi seria, la nostra critica per spiegare l’alternanza dei risultati ha sempre pronta la soluzione di tutti i problemi: la giocata del campione, e il grado di stanchezza di una squadra, che un giorno, chissà perché, è pimpante e l’altro a terra. Vedrete, se los picadores españoles riusciranno ad imbrigliare e infilzare il toro russo, diranno che la squadra di Hiddink ha risentito degli strapazzi delle scorse partite, e che nel calcio alla fin fine conta solo l’arte dei campioni; se al contrario i nuovi eroi di Putin e Medvedev asfalteranno gli iberici si canteranno peana sullo straordinario strapotere fisico dei russi. Sbaglieranno di grosso, perché i russi di Hiddink non corrono affatto di più delle altre squadre, neanche di quella italiana, in termini quantitativi sommando le prestazioni dei singoli giocatori.

Come tutte le squadre di Hiddink i russi corrono insieme facendo massa, ordinatamente, in fase difensiva e in quella d’attacco. All’allenatore olandese riuscì il miracolo, nel mondiale sudcoreano-giapponese, di fare della nazionale di casa una squadra temibile. E’ vero, furono gli arbitri a buttar fuori Italia e Spagna negli ottavi e nei quarti di finale, ma è anche vero che soffrimmo terribilmente la continua superiorità numerica degli asiatici in tutte le zone del campo. Nel mondiale tedesco, che l’Italia vinse senza alcun dubbio meritatamente, la squadra di Lippi - pur lontana dalla tradizionale staticità italica - soffrì, negli ottavi di finale, ancora una volta il dinamismo dell’Australia di Hiddink, in teoria la squadra più debole da noi affrontata: non fu il rigore su Grosso - che fra l’altro ci stava - a salvarci, ma l’inconcludenza e lo scarso spessore tecnico degli attaccanti australiani. All’infausta finale di Istanbul con il Liverpool in una edizione di Champions League di qualche anno fa, il Milan di Ancelotti - temibilissimo quando viene lasciato giocare, ma regolarmente in crisi quando viene pressato e preso per il bavero - arrivò per il rotto della cuffia, grazie un gol siglato da Ambrosini negli ultimi istanti della partita di ritorno di semifinale con il PSV Eindhoven: gli olandesi allenati nell’occasione dal solito Hiddink, infinitamente inferiori dal punto di vita tecnico ai milanisti, avevano però malmenato in lungo e in largo i rossoneri.

Ripeto che la staticità di una squadra dipende non dal fatto che i giocatori siano realmente fermi, ma dal fatto che non corrono insieme. L’Italia di Donadoni purtroppo contro la Spagna ci ha fatto rivivere gli incubi d’impotenza delle nazionali di Maldini, Zoff, di Trapattoni. La differenza fondamentale tra il gioco (?) dell’Italia e quello della Russia si nota con palmare evidenza nella fase immediatamente successiva alla conquista della palla.

Italia: il giocatore che l’ha appena conquistata si guarda attorno, si concede una pausa filosofica - necessaria, perché la difesa non alza le tende dalla propria area e non offre i propri servigi all’eventuale disimpegno, e i centrocampisti annegano sparuti in un mare di maglie avversarie - dopodiché o si decide al lancio lungo all’attaccante ramingo laggiù in fondo, o cede la palla al giocoliere nostrano più vicino. Costui dovrebbe fare un capolavoro: saltare mezza difesa avversaria partendo dalla propria metà campo, e quindi concludere in solitario l’azione o realizzare un assist di miracolosa perfezione per l’attaccante al centro dell’area avversaria. Per l’attaccante e solo per l’attaccante, perché di inserimenti di centrocampisti non se ne parla proprio. Così l’azione d’attacco quasi sempre somiglia tanto ad un torrente che via via si trasforma in un rivoletto che a stento arriva alla meta. Una squadra stretta tra la paura degli avversari e la speranza del golletto, tanto per non buttarla in politica, con giocatori che invece di correre organizzati ciondolano a vuoto senza una direzione. Al giorno d’oggi una squadra che non rischi almeno qualcosina tenendo la difesa abbastanza alta a ridosso dei centrocampisti è destinata sempre a subire il gioco di un avversario che abbozzi anche ad un modesto pressing. Al limite la cosa potrebbe anche essere accettabile, come pegno peraltro non dovuto alla tradizione italiana, se però, nella fase d’attacco, si procedesse con un contropiede organizzato, che è in sostanza il modo di giocare delle squadre di Spalletti: compagini che se ne stanno mollemente dentro la propria metà campo, ma pronte, all’occorrenza, quando riescono a cogliere sbilanciata la squadra avversaria, a lanciare un pacchetto di tre-quattro-cinque uomini a conquistare la superiorità o la parità numerica dentro la metà campo degli avversari. E’ una questione di tempistica, non di velocità, limitata però solo ad una fase del gioco.

Russia: quando in fase difensiva un giocatore conquista la palla, automaticamente la difesa sale, senza riserve mentali. E’ fondamentale quest’aspetto. Perso l’attimo, la velocità dell’azione successiva, del singolo ma tanto più della squadra nel suo complesso, non potrà mai surrogare il vantaggio ottenuto da questo automatismo. E’ un’onda di vantaggio che teoricamente si ripercuote sino all’area avversaria; cosicché, idealmente, se i primi tre o quattro giocatori - perché caratteristica di questo gioco è di arrivare con tanti giocatori sul fondo - non riescono a concludere a rete in prima battuta, è già pronta una seconda ondata di centrocampisti e difensori pronti a sovrapporsi ai primi. Anche se tutto questo dà un’impressione di selvaggio dinamismo, solo per il 10 % - per così dire - è frutto di agonismo, ma in realtà per il 90% è dovuto alla corale tempistica di tutta la squadra. Che, lo ripeto ancora una volta per i duri di comprendonio, non corre affatto di più delle altre, ma concentra e ottimizza lo sforzo. Similmente quando invece la palla viene persa, se la squadra di Hiddink non è sbilanciata il pressing offensivo automaticamente si trasforma in un pressing difensivo, senza dannarsi l’anima, ma coralmente e automaticamente, senza tempi morti, e quindi in ogni caso con buona efficacia; se la squadra al contrario è sbilanciata, ancora una volta coralmente, automaticamente e senza tempi morti, abbandonando il pressing, essa corre a ricompattarsi, quasi disinteressandosi dell’azione di gioco, in una stretta fascia del rettangolo verde tra la propria area di rigore e la linea di centrocampo. Sintomaticamente poi, quando un pallone lungo che arriva dalla difesa viene agganciato dal centravanti-boa, questi tende sempre a spostarsi orizzontalmente verso l’una o l’altra delle linee laterali, per guadagnare tempo, sapendo che i suoi compagni stanno risalendo il campo di gioco.

Il tempismo corale è il segreto della superiorità numerica, sia in fase difensiva sia in quella offensiva. La velocità dei singoli non conta nulla. Spiegare con la mancanza d’intraprendenza o di ardore agonistico o di coraggio un gioco d’attacco asfittico o inesistente non significa un bel nulla. Bisogna attuare il gioco senza riserve mentali, e non si possono fare le cose a metà. Il problema non è affatto quello di capirlo, perché si tratta di due-tre semplici concetti. Il problema è psicologico. Il bravo allenatore non è quello che sa mille cose inutili, e che è ricco di mille esperienze, ma colui che possiede poche e chiare idee, e sa liberare i suoi giocatori dalle remore psicologiche nell’attuarle in campo.

Dopodiché, ovviamente, la palla è tonda, la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo, i portieri un giorno fanno miracoli e l’altro vanno a caccia di farfalle, gli arbitri fanno cappelle, e agli astri del firmamento calcistico riescono prodezze negate ai comuni mortali.

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Il Moro del villaggio

June 5, 2008 · 19 Comments

Oggi mi sono recato all’Ufficio Tributi del comune dove abito, quassù nel Veneto profondissimo. Dopo un po’ entra un negro dal passo regale, un giovane giraffone ben fatto con le treccine, che si avvicina con la rilassata scioltezza del selvaggio purosangue ad uno degli sportelli per l’ICI. Manco a farlo apposta, ad attendere con piè fermo il leone della foresta c’è - noblesse oblige - il capufficio in persona. Intanto l’esemplare ha attirato su di sé lo sguardo di sottecchi delle femmine presenti, che prima - ci capiamo - erano già tutte mie.
“Ehm…sono venuto per la casa…per ICI…se è cambiata…o come l’anno scorso?”
Al che ora lo fissano tutti, i visi pallidi, maschi e femmine, come fosse veramente una fiera dell’Africa Equatoriale.
“Mah…” dice con un sorriso di sorpresa il capufficio “quest’anno non si paga più per la prima casa”
“Non si paga?” Chiede conferma il bronzeo giovanotto facendo due occhi così, due palle bianche sull’orlo di una crisi di piacere.
“Hai solo la casa? Non hai altro, terreni, altre case?”
“Eh eh eh…casa solo una?… eh eh eh… una… una… eh eh eh… avrei capanna… ma in Africa… eh eh eh… ah ah ah!… ehm… non si paga… niente… non si paga?”
“Non si paga. Niente”
“Ah… bene… posso andare…” E quasi si scusa esibendo soddisfatto da orecchio ad orecchio una batteria terrificante di candide zanne.
“Puoi andare.”
“OK… grazie… buongiorno. Vado.”
Uscendo, l’armonioso energumeno mi passa accanto:
“Regalo di Berlusconi per boveri sbenduradi.” Dico io asciutto asciutto, peggio di Jago.
“Eh eh eh… ciao amico… eh eh eh…”

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Le quattro moschettiere

May 16, 2008 · 26 Comments

Jules Massenet è uno dei miei idoli artistici. Avendo la sua musica il potere di deliziare la sensibilità di chi ha orecchio per quest’arte, egli è inviso a molti tristi grammatici del pentagramma. E continua a subire l’ostracismo di molti critici con la puzza sotto il naso, i quali, avendo molta dottrina ma scarsa sensibilità musicale, si rifugiano nell’ortodossia tedesca, che abbonda di provvidenziali stampelle filosofiche. Sono convintissimo che nei prossimi decenni anche per lui le barriere crolleranno, com’è già successo quasi completamente per il nostro Giacomo Puccini. Ma non sono qui per parlare di musica, bensì ancora una volta del fattore F come femme, cioè di donne. Il grande compositore Claude Debussy, uomo di squisita sensibilità e direi quasi di squisita sensualità, ma con un fondo di misoginia nel cuore, così descrisse la musica di Massenet, nel suo ameno libretto Il signor Croche antidilettante:

E’ noto, d’altra parte, come questa musica sia scossa da fremiti, da slanci, da abbracci che vorrebbero essere eterni. Le armonie son come braccia, le melodie come nuche; ci si china sulla fronte delle donne per sapere ad ogni costo che cosa accada all’interno… I filosofi e la gente in buona salute affermano che non vi accade nulla, ma questo non basta a distruggere in modo assoluto l’opinione contraria, e l’esempio di Massenet ne è una prova (almeno in senso melodico); questa preoccupazione, inoltre, gli varrà nell’arte contemporanea un posto che già suscita verso di lui una sorda invidia, il che dimostra che non si tratta di un posto disprezzabile.
La fortuna, che è donna, non poteva negare i suoi favori a Massenet, sia pure riservandosi il diritto di essergli qualche volta infedele; e non mancò di farlo.

E’ imperdonabile questa leggerezza, che tuttavia colpisce spesso l’uomo colto più ancora dell’uomo della strada, che del fattore F ha, nel peggiore dei casi, una bestiale consapevolezza. Se infatti tutta la creazione primordiale o primaria origina da Dio, tutta la creazione derivata, ossia quella umana, e quella artistica in particolare, origina dalla donna. L’amor che move il sole e l’altre stelle, scrisse Dante alla fine del Paradiso riferendosi a Dio, ma avrebbe mai scritto questo verso senza la sua Beatrice? E che sarebbe stato dell’arte di Petrarca senza la sua Laura? E di quella di Boccaccio senza le sue graziosissime donne? Fu l’amor d’Angelica a minare l’equilibrio strategico fra le potenze del mondo ariostesco dell’Orlando Furioso, e senza Dulcinea del Toboso mai si sarebbe incamminato verso la gloria e l’immortalità El ingenioso hidalgo Don Qujote de la Mancha. Il romanzo moderno manco sarebbe nato. E sarebbe mai nata la grande letteratura russa senza la Tatjana di Puškin? E non è forse vero che tutta la letteratura tedesca sbocciò nello stesso istante in cui Goethe andò a sbattere contro gli occhi di Lotte a Wetzlar? E’ vero, è Dio l’amor che move il sole e l’altre stelle, ma gli uomini spesso dimenticano ch’è la donna a far girare la terra.

Nonostante tutta la verbosa aria fritta sul progresso e sulla civiltà, ne abbiamo avuta una clamorosa conferma in questi giorni. Sembrava proprio una delle tante, inimitabili gaffe del nostro condottiero brianzolo, il lussuoso parco femmine del nuovo governo. Invece ha avuto ancora ragione lui. Chi s’attendeva accigliate reprimende sulle pagine dei sempre autorevoli giornali stranieri, è rimasto spiazzato: anch’essi hanno dovuto piegarsi all’ondata di entusiasmo popolare sollevata dalle quattro moschettiere di Re Silvio. A riprova che il caldo e conciliante Cattolicesimo delle Madonne e delle Marie Maddalene sta trionfando, i popoli delle civili latitudini settentrionali d’oltralpe come un sol uomo hanno alzato il loro grido di rivolta contro la tristezza disumana del Protestantesimo: anche per Crucchi e Britons è tempo finalmente di avere le loro belle pollastrelle al governo.

Ma ecco qui, uno dopo l’altra, in ordine rigorosamente alfabetico, le nostre quattro fuoriserie:

Mara Carfagna1. Nominare Ministro delle Pari Opportunità un privilegiatissimo fiore della Natura come Mara Carfagna, è una di quelle alzate d’ingegno per cui la patria di Leonardo Da Vinci va giustamente famosa pel mondo. Ma nel tumulto generale neppure l’autorevolissima Bild, la gazzetta più letta di tutta la Germania e forse del mondo, se n’è accorta; e anzi ha già sistemato sulla capigliatura corvina di Mara Karfagna la corona di più bella ministra del mondo. Io credo che la sapienza sempre discreta di Dio l’abbia promossa a simbolo del riscatto partenopeo dalla piaga biblica della munnezza; e credo anche che l’Onnipotente, che tutto vede, abbia avuto compassione dei salernitani e li abbia voluti compensare per tutti i disgraziati, tipo Pecoraro Scanio, ai quali la città tirrenica ha dato i natali coi suoi leggendari e generosi lombi. Ma il suo esordio non è stato felice, anche a causa dei maramaldi della blogosfera come il sottoscritto, che temo l’abbiano terrorizzata. Oltremodo preoccupata dell’effetto poco istituzionale della sua prorompente, naturale e non volgare carnalità, Mara si è presentata scioccamente al giuramento col grembiulino del primo giorno di scuola, un completino grigio, giacca e pantaloni, da direttrice del personale con problemi di frigidità, e un caschetto di capelli neri da collegio militare in testa. Voglio tuttavia credere che la lava vulcanica che scorre nelle vene di una figlia del Vesuvio erutti in superficie rivestendola dello splendore di fuoco dei suoi veri colori: Mara è veramente un frutto privilegiato dell’attività genitale meridionale, concepito assai piacevolmente in una notte gravida di auspici straordinariamente favorevoli. Passava una cometa quel giorno?

Mariastella Gelmini2. Mariastella Gelmini, nuovo Ministro dell’Istruzione e della Ricerca, ammorbidisce la maniacale appropriatezza del gesto e della parola con un sorrisetto consapevole che può dare alla testa all’uomo fatto più ancora che allo sbarbatello. Questo dovrebbe bastare. Ma per il grande pubblico, della TV soprattutto, Mariastella cala sempre l’asso nella manica: un paio di occhialetti da dottoressa sexy, o meglio, professoressa sexy, che non lasciano adito a dubbi.  Il messaggio è inequivocabile: in un quadro legale e sentimentale ortodosso Mariastella è pronta ad incendiarsi. Questa è la quintessenza della carica erotica del cattolicesimo lombardo.

Giorgia Meloni3. Fianco a fianco delle sue slanciate compagne d’armi, Giorgia Meloni, nuovo Ministro delle Politiche Giovanili, fa figura di trottolina delle Silvio’s Angels. La pasionaria derechista ha gli occhioni blu da fanciulletta del Mulino Bianco, e forse proprio per questo l’hanno scelta per il ministero che si prende cura dei mocciosi, ma lo sguardo deciso e quasi duro, oltremodo piccante, è quello di una tipa cazzuta, o “tosta” come dicono i compaesani del suo villaggio natale, Roma, presso Tivoli. Fosse stata ragazza negli anni ‘70 avrebbe costretto il suo compagno a ore e ore di massacranti discussioni politiche - senza alcuna pietà perché in politica i sentimenti non contano - prima di concedersi con impeto rivoluzionario. In quello la vedo focosa.

Stefania Prestigiacomo4. La morbida spilungona Stefania Prestigiacomo, la decana delle moschettiere, è la bella Limousine del parco femmine del nuovo governo; un’aristocratica Rolls Royce per eleganti scampagnate tra i laghi e i colli, ed è per questo che è stata nominata Ministro dell’Ambiente. Lady Prestigiacomo, Princess of Sicily, la cui famiglia vanta fra gli antenati Roberto il Guiscardo, ha già ricevuto l’applauso galante della Coldiretti per aver affermato la necessità d’introdurre a scuola l’educazione ambientale portando i bambini “in campagna a zappare la terra e a mungere le mucche”. Madame Jobert, Duchessa di Montmorency, sua vecchia amica, a exprimé toute sa confiance en disant “C’est une fille merveilleuse, elle se débrouillera magnifiquement. Le peuple l’aimera, j’en suis sûre.” 

Maria Antonietta CoscioniIntanto gli opposti schieramenti del Parlamento in questi primi giorni di legislatura sembrano i campi d’Agramante re dei Mori e di Carlo imperator romano in una scena dell’Orlando Furioso, il cui ordinato sferragliar d’armi è mandato in vacca dalle Angeliche di turno. Grida entusiastiche e gran sfregamenti di mani accompagnano l’arrivo delle nuove elette; i dardi di Cupido colpiscono a destra e a manca; l’Amore Universale s’installa, celebrato da Don Silvio; e i nomi delle nuove gnoccone fanno già il titolo dei giornali. Ma siccome poi non posso credere che un luogo di perdizione pur rozzo come il Parlamento sia popolato solo da bruti, non ho alcun dubbio che il bel volto soave ed espressivo di Maria Antonietta Coscioni farà segretamente battere molti cuori, specie fra i discepoli più fini del culto di Afrodite.

Rama YadeTuttavia, fra le stelle della politica, la più bella del reame non è una delle nostre moschettiere. Per una volta il sottoscritto è lieto di conformarsi con voluttà alla schiavitù del politicamente corretto; confesso infatti di aver perso la testa per una magnifica negra, un’autentica gazzella della savana subsahariana, quale si disperava ancora di trovarne traccia, la Segretaria di Stato agli Esteri del governo transalpino dell’era Sarkozy, Rama Yade; costei ha soggiogato la piazza di Parigi, sulla quale però s’addensano fin d’ora nubi tempestose, scatenate dalla fredda rivalità della Regina di Francia Carla Bruni. Ciò forse farà scattare il dardo della gelosia e dell’invidia anche nelle quattro moschettiere, che si sentiranno in dovere di vedere malizia e offesa laddove ci sono puro amore e ammirazione. Se chiederanno vendetta, non fuggirò, ché non voglio in alcun modo dispiacere al bel sesso: sono pronto a farmi gettare nudo e indifeso nella gabbia delle quattro leonesse, e a subire il martirio.

Update del 18 maggio 2008:

Elvira SavinoNew entry. Per una sorta di legge del contrappasso il Meridione delle cornacchie avvizzite e nere sta sfornando ultimamente tutta una serie di ragazzone ben carrozzate che non guardano in faccia nessuno. Però, questa Elvira Savino: è laureata in economia con 110 e lode, e chi lo mette in dubbio? Ha fatto il Master ecc.ecc., e chi lo mette in dubbio? Ha fatto cinque anni ecc.ecc., e chi lo mette in dubbio? Poi sfila in Parlamento col suo bel corpo strizzato in abitini attillatissimi, troneggiante dall’alto di vertiginosi tacchi a spillo sgargianti da pornostar; e provoca una mezza tempesta ormonale tra i maschi dell’emiciclo; che si riverbera nelle pagine di gossip dei giornali. Ma lei ha qualcosa da ridire. Simpatica. Adorabile, pure questa. Femmena.

Ascolto suggerito

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Arrivano i nostri!

May 12, 2008 · 3 Comments

Tanto abbiamo frignato che finalmente pure noi, figli della Serenissima, abbiamo i nostri eroi al governo. Tre in tutto. Due addirittura sono miei compatrioti, i trevigiani Zaia e Sacconi. L’unico rammarico - ma non si può avere tutto dalla vita - è che arrivino dalla zona di Conegliano, cioè dalla Sinistra Piave, quando invece è notorio che noi della Destra Piave siamo molto più in gamba… [continua su Movimento Arancione]

 

 

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Venus Bitch University

May 8, 2008 · 5 Comments

DIALOGO PLATONICO DEL XXI SECOLO (ovvero raccolta differenziata commenti presente e precedente post… under construction…)

Zamax: Lo so bene che qualcuno dirà che Fini non ha detto quello che i media hanno riportato e che poi ha di nuovo puntualizzato che ecc. ecc… ma, insomma, ad una certa età e con una certa esperienza, o si sparano con candore virtuose cannonate in tutta coscienza, o si cerca di articolare il proprio pensiero il modo tale da lasciare il minor spazio possibile alle mistificazioni.

(Mentre scrivevo questo vedevo con assoluta chiarezza Zamax come nuovo protagonista della politica italiana passare il 90% del suo tempo a sparare cannonate e il 10% a tornire riguardose precisazioni…)

Vincenzillo: Io quella sera ero davanti alla tv e ho seguito il discorso di Fini. Vi assicuro che ha detto esattamente quello che dice Zamax, usando quasi le stesse parole: “i fatti incruenti di Torino da un punto di vista sociologico-politico, e solo da quello, erano più allarmanti o significativi dell’assurdo omicidio degli emuli veronesi dell’Arancia Meccanica”. [scritte in precedenza da Zamax, N.d.Z.] Ha perfino usato la stessa intonazione (tipo l’inciso “e solo da quello”). A ulteriore riprova di due fatti:
1. I giornali italiani ci godono a distorcere i fatti e le parole e a fomentare polemiche sul nulla. Cosa in cui riescono benissimo grazie all’ignoranza e alla malafede di molti giornalisti.
2. Zamax è già pronto a scendere in campo per la libertàààà!!!

Zamax: Ah così ha detto Fini? Ma forse prima dell’intervista in TV si era lasciato sfuggire qualche parolina da un’altra parte… boh! Comunque son polemiche dal fiato corto.
P.S. - Adesso capite perché la lista dei ministri ritarda, eh? I problemi riguardo al nome del prossimo ministro della giustizia e al posticino da assegnare a Ronchi sono solo una cortina fumogena che nasconde il vero nodo della questione: quale incarico affidare al sottoscritto. Perché Silvio mi vuole, assolutamente mi vuole, se non al timone, molto ma molto vicino al nocchiero del suo governo. Gli è venuta un’idea geniale: dopo i ministri di serie A veri e propri, e i ministri di serie B “senza portafoglio”, ha deciso motu proprio & ad personam - in via eccezionale - di creare la nuova e trasparente figura del ministro “con le tasche vuote”, che a dispetto del nome non esattamente pomposo avrà un ruolo centrale nell’azione di governo.
E’ vero che non è proprio la mia vocazione, come ha ben intuito Nessie: io mi vedrei con molta naturalezza nel ruolo di “guru-artista-commediografo-attore-filosofo-attorniato-da-femmine-adoranti” ma per il bene della Patria farò questo sacrificio, perché io non invidio affatto i politici, per quanti soldi prendano: la politica è una mezza schiavitù.
Già Seneca per qualche anno - e per la fortuna dei sudditi - resse quasi da solo le sorti dell’Impero Romano; poi implorò Nerone - virilmente, eh! - che gli restituisse la libertà di scrivere i suoi libri immortali.
Montaigne era in giro a cavallo e se la spassava magnificamente nel suo Grand Tour per l’Italia quando gli comunicarono ufficialmente che glielo avevano messo in quel posto, eleggendolo in contumacia sindaco di Bordeaux. Resistè eroicamente al quel colpo che avrebbe ammazzato un toro, e obbedì da vero saggio, tornando a casa col passo rilassato del turista.
E allora, perché non dovrei anch’io obbedire quando la patria chiama?

(Non prenderò un soldo. Ci rinuncio. Ho invece chiesto a Silvio per ragioni di efficienza un numero robusto di collaboratrici, che sceglierò in base alla bellezza, perché è ora di finirla con questo razzismo politicamente corretto contro le oche giulive di bell’aspetto.)


Zagazig: “i fatti incruenti di Torino da un punto di vista sociologico-politico, e solo da quello, erano più allarmanti o significativi dell’assurdo omicidio degli emuli veronesi dell’Arancia Meccanica”.
..ed è comunque una str……poi spieghiamo a Fini cos’è la piramide di Maslow.

Zamax sei stato sostituito da un dottorando in diritto d’impresa!!!.. dovresti abiurare il tuo duce o al contrario dedicargli una poesia come fece a suo tempo il nuovo Ministro dei Beni Culturali.
Questo è il canovaccio per riuscire nel partito.

A Silvio

Vita assaporata
Vita preceduta
Vita inseguita
Vita amata
Vita vitale
Vita ritrovata
Vita splendente
Vita disvelata
Vita nova

(Sandro Bondi)

..l’è un gran governo!!!!..

Zamax: Ogni giorno se ne impara una! La Piramide di Maslow non la conoscevo: per fortuna c’è Wikipedia che ci aiuta tutti a non fare brutta figura e a rispondere brillantemente quasi in tempo reale… se uno non fosse pigro come il sottoscritto! La Piramide può aspettare e alla prima occhiata non m’è piaciuta affatto…
Non sono deluso. Da qualche parte te l’avevo già detto, se ricordi bene, che non mi facevo nessuna illusione sulla riconoscenza dei politici. Avevo pronosticato per te un buon posticino qual fotografo di corte, e niente è ancora perduto: adesso chiamo ‘o maestro (Apicella). E comunque ora la via per la gloria nel mondo della cultura è spianata. Certo che impegolarsi in una tenzone poetica con Sandro Bondi è davvero una cosa che fa tremare i polsi. Comunque ci provo:

A Silvio Augusto

Come Fratello Sole coi raggi tuoi infiammi il nostro cuore,
Come Sorella Luna alzi la marea del nostro amore
e con ferma dolcezza aggioghi l’onda del nostro dolore.
Nei nostri petti qual Marte Invitto infondi ardore
e di gioia giovinetta annunci rechi qual Mercurio Corridore.
O di Giove il saggio consiglio òffrici - piccolo padre! - a tutte l’ore,
e del nettare di Venere saziaci, porgendo corone di fanciulle in fiore!

(Zamax)

Zagazig: Zamax meglio tu!!!!!..anche come poeta!!!

Zamax: Beh grazie! Certo il componimento di Bondi era limato, controlimato, meditato, contromeditato, e infine sublimato in un osso di seppia. La mia era tutt’al più un’improvvisazione. Tuttavia chi storcesse il naso per la metrica, sbaglierebbe: il mio infatti è un blank verse shakespeariano rimato che ho personalmente brevettato. Non per vantarmi, ma sono Poet Laureate: alloro conseguito presso la prestigiosa Venice Beach University (CA). Lì vicino c’è un villaggetto innaffiato dagli spruzzi dell’Oceano Pacifico. Sua unica attrattiva - a parte l’amenità del luogo - un pittoresco baraccone colorato stile Old New Orleans: è la Venus Bitch University, dove studenti dotati ma poveri in canna si guadagnano con carmi e odi i favori di cortigiane d’altri tempi…

Zagazig: ..la poesia non paga Sir Zamax…

Zamax: Il vero poeta ha per mira l’immortalità, quindi non ragioniam di questo, ma guardiamo e passiamo…

Il Mango di Treviso: Certo che Bondi…..

Zagazig: Mango e che fai, mi attacchi un Ministro senza contraddittorio?!!..

Zamax:

A Sandro

Uomo buono
Uomo tollerante
Uomo gentile
Uomo sapiente
Uomo schietto
Uomo amico
Uomo vero
Uomo uomo

(Zamax, anche a nome del Mango e di Zagazig)

→ 5 CommentsCategories: Cose da pazzi

La strada sbagliata della sinistra

April 27, 2008 · 48 Comments

Nei giorni susseguenti all’ultima tornata elettorale la scomparsa dell’estrema sinistra dal parlamento è stato forse l’unico effetto del voto salutato con soddisfazione e sollievo all’unanimità - o quasi - dai commentatori, specie da coloro che guardano con disgusto e pressoché senza speranza al parco buoi della politica italiana. Una sorta di colpo di fortuna, un regalo inaspettato della storia, un indennizzo in zona Cesarini per la malattia tignosa e inesplicabile che per così lungo tempo ha ritardato la normalizzazione del panorama politico nostrano. Orbene, non è affatto ancora così, e sarebbe da ingenui pensarlo. Già qualcuno, a sinistra, qualcuno che conosce i suoi polli, ha evocato il pericolo che la frustrazione creata dalla mannaia parlamentare possa trovare sfogo nelle piazze, cosa che in realtà - a parte i problemi strettamente d’ordine pubblico - non dovrebbe preoccupare più di tanto, se il seguito nella pubblica opinione fosse quello fotografato dal voto, se davvero gli zeloti della palingenesi marxista o vaffanculista fossero così isolati. In questo sollievo e in questo timore si misura tutta la fragilità strutturale del progetto del Partito Democratico, ancora molto lontano dalla coesione di fondo, che viene dal basso, della ruspante alleanza liberal-popolare-leghista.

Nel chiamare a raccolta i potenziali elettori del centrodestra l’intuizione italoforzuta berlusconiana, con una dose ragionata di populismo, mirò a scavalcare la mediazione di sclerotiche formazioni politiche, e a sfuggire la trappola soffocante dello schematismo laici-cattolici. “Forza Italia” era un grido di battaglia ma anche un invito rivolto al singolo individuo stanco di un’idea confessionale o settaria della politica. Era una visione dinamica, aperta, prospettica, ma non per questo onnicomprensiva, e si rivelò un ottimo investimento, facendo il pieno o quasi di consensi a destra, e raccogliendo gran parte del voto - decisivo - dell’elettorato dei profughi della diaspora socialista.

Vediamo invece che sia con l’esperienza dell’Unione prodiana sia col nuovo progetto del Partito Democratico veltroniano la mentalità che informa l’azione politica dei postcomunisti-democratici sia sempre quella della torta da suddividere o da okkupare. Essi continuano ad avere in testa categorie, classi, organizzazioni, poteri da avvicinare ed in ultima analisi possibilmente da assorbire ed egemonizzare, nel tentativo di raggranellare il democratico 51 per cento. Così si spiegano la corte serrata al voto cosiddetto cattolico, le ottime e cercate relazioni diplomatiche coi vertici confindustriali di qualche tempo fa, le ottime e cercate relazioni diplomatiche coi vertici delle grandi banche, il rapporto sempre osmotico con le confederazioni sindacali. Il risultato? L’indefessa ricerca del consenso dei poteri, e la diluizione contraddittoria in mille direzioni del messaggio politico; non già un’idea attraente, ma realistica e moderna, da ciondolare davanti agli occhi del singolo individuo potenziale elettore di sinistra. Perché conquistato l’imprimatur dei vari Sant’Uffizi, alla fine però i conti - nel mondo degli uomini in carne ed ossa, e non in quello delle marionette ancora caro ai postmarxisti - non tornano: l’intendance n’a pas suivi.

A dimostrazione che nel quartier generale democratico le idee sono confuse come e più di prima, ancor oggi Veltroni cerca patetici abboccamenti con Casini nello sforzo di rimpolpare la massa critica della sinistra erosa dall’abbandono a loro stessi di rifondaroli & compagnia. In questa miope politica del bilancino, per non compromettere future alleanze e per non scatenare la ribellione dei quattro gatti - sì: quattro gatti - teodem, è costretto ad una grigia pruderie sui temi etici che non può che scontentare la grande maggioranza degli elettori di sinistra. Così come è del tutto aliena all’afflato universalista della sinistra, l’idea balzana - non veltroniana, ma figlia della stessa forma mentis - del partito del Nord. Nello stesso tempo, perfino nella ricorrenza del loro 25 aprile, ai seguaci democratici - visto che non sono più comunisti, ma, essendo italiani, è proibito loro di considerarsi socialdemocratici - non è concesso di sventolare nemmeno un fazzolettino rosso: quest’ultracastigata morigeratezza, speriamo alleviata da sogni masturbatori notturni, è proprio il segno che sul ponte di questa sinistra sventola bandiera bianca, e che il comunismo del belpaese, attraverso la finzione del Partito Democratico, sta morendo nel ridicolo.

P.S. Non vorrei che qualcuno, capitato per la prima volta da queste parti, mi sospettasse di simpatie “laico-socialiste”: al contrario son liberale-destrorso e, in cuor mio, cattolico perinde ac cadaver.

 

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